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mercoledì 13 maggio 2026

MEMORIA STORICA   
di Franco Astengo



A 80 anni dal 2 giugno.
 
Ritorno sul tema della memoria storica esprimendo qualche preoccupazione (credo fondata) in vista delle celebrazioni per gli 80 anni del 2 giugno 1946: data del referendum istituzionale con la vittoria della Repubblica. Credo si tratti di preoccupazioni ben basate sulla realtà che stiamo vivendo considerate anche forma e sostanza di buona parte delle celebrazioni riguardanti il voto alle donne che si sono già svolte nei mesi scorsi e che, in molti casi, sembravano non aver attribuito madri e padri a quel passaggio epocale che pareva dovuto semplicemente alla benigna concessione di qualche illuminato governante.
Torno al 2 giugno: deve essere chiaro che il passaggio alla Repubblica (indispensabile dopo i 20 di fascismo ben coperti dall’eterna guerrafondaia Casa Savoia) non è stata il frutto di un presunto “core” unanime del popolo italiano e delle sue classi dirigenti. Questo giudizio non solo per l’esito finale del voto che come è noto diede 12 milioni di voto alla Repubblica e 10 milioni alla Monarchia con una netta separazione nel Paese. L’atto di pacificazione realizzato attraverso l’amnistia Togliatti rappresentò un punto indispensabile per un Paese (in parte ancora occupato da truppe straniere) che doveva andare avanti ma il suo ricordo non deve distogliere da una attenta analisi storica. L’Italia è arrivata alla Repubblica grazie alla Resistenza e in particolare alla capacità di quel movimento (diretto è bene ricordarlo dai partiti politici presenti sul territorio e non da qualche generale con governo in esilio) di liberare autonomamente le grandi città industriali del Nord:  di conseguenza fu decisivo e deve essere ricordato con grande forza il ruolo della classe operaia di quella zona del Paese raccolta attorno al triangolo industriale.



Classe operaia che soprattutto attraverso i suoi partiti aveva tenuto in piedi la presenza antifascista e aveva pagato grandi tributi di sofferenza all’invasore nazista con gli scioperi del novembre 43, del marzo 44 e nei mesi seguenti.
Il fatto che l’Italia (ripetiamo: paese occupato e perdente nella guerra) a un anno di distanza (anche meno se pensiamo al turno elettorale amministrativo del marzo 1946) risultasse in grado di esercitare pienamente il libero sviluppo della democrazia rappresentativa scegliendo la propria forma di Stato ed eleggendo una Assemblea Costituente è stato in gran parte dovuto proprio a quella capacità di lotta (e di governo) cui stiamo facendo riferimento.
Il CLN (forma di soggettività politica troppo presto poi abbandonata) riuscì a determinare immediatamente gli assetti do governo della Province e delle Città appena liberate indicando Sindaci, Prefetti, Questori.
Successivamente l’onda della Restaurazione cancellò questo operato facendo rientrare tutto nella “normalità” del predominio borghese nel contesto di un Paese ancora in gran parte contadino (pure con le avanguardie in lotta per la terra) profondamente moderato anche per via dell’orientamento complessivo della chiesa cattolica e guidato per anni da una classe dirigente “eversiva” (mi pare si possa riassumere così il giudizio sia di Gramsci, sia di Gobetti), una parte della quale riciclata nella gangli vitali dell’amministrazione della Repubblica (ricordiamo per esempi le tappe della repressione scelbiana, la carriera di funzionari ampiamente compromessi con il fascismo a partire da quel Guida, carceriere a Ponza e capo della questura di Milano al momento della strage di Piazza Fontana, cui Pertini nell’occasione rifiutò di stringere la mano).



Un paese nel quale soltanto la capacità della classe operaia di affrontare la “rivoluzione passiva” capace di generare quel “sovversivismo delle classi dirigenti”: ai crescenti sommovimenti fra i subalterni, la classe dominante si vede costretta, per mantenere i propri sempre più impopolari privilegi, a far valere più i rapporti di forza che la decrescente capacità di egemonia aveva ribaltato e così passò il fascismo e così intenderebbe passare l’attuale destra di potere.
 I due termini gramsciani appena citati, di “rivoluzione passiva” e di “sovversivismo delle classe dirigenti” si sono così intrecciati all’interno di un quadro concettuale che è tornato a considerare, fin dagli anni ’80 del secolo scorso, la “governabilità” quale fine esaustivo dell’agire politico. Principiando dalla frettolosa uscita di scena dei grandi partiti di massa è sorto da lì il processo di destrutturazione del sistema. Destrutturazione fondata su due punti ben precisi: la trasformazione progressiva dell’identità dei partiti politici dall'interclassismo del “catch all party” (ancora gli anni ’80) all’originale formula del “partito azienda” rapidamente tramutato in “partito personale”: partito “personale” che ovviamente ha richiesto un radicale mutamento nella comunicazione politica da orientare nel senso del supporto alla personalizzazione e di conseguenza a un presidenzialismo “de facto” che ha  portato con sé l’eterno presente della continua campagna elettorale e di conseguenza ha alimentato il populismo revanscista che ha dominato la scena negli ultimi 30 anni di storia italiana passando dal M5S alla Lega fino a Fratelli d’Italia. 



Per questo ricordando gli 80 anni della Repubblica e tornando all’attualità va espressa la massima contrarietà a indicazioni di premierato sulla scheda elettorale. Populismo revanscista trasferitosi anche sul piano internazionale quasi come “origine” del ritorno all’isolamento nazionalistico (isolamento nazionalistico comunque sconvolto adesso dalle esigenze belliche imposte dalla necessità di spartizione globale delle risorse). Populismo revanscista così facile da far capire ai ceti subalterni costretti nella “democrazia del pubblico” presto evoluta nella “democrazia recitativa” fondata su di una visione di società compressa nell’individualismo competitivoSarebbe strano se fossero propri i soggetti del populismo revanscista a ricordare gli 80 anni della Repubblica ma sarebbe ancora più strano se chi ha percorso davvero la Storia dalla sua parte (quella della Storia) non facesse sentire subito la propria voce anche al di fuori dell’ovatta dei giardini del Quirinale e delle varie sedi prefettizie.