RIPROPOSTE
di
Alida Airaghi

Massimo Bontempelli
L’antica Milano operosa in un
romanzo di Massimo Bontempelli.
La casa
editrice milanese Utopia, fondata nel 2020, si è guadagnata in questi pochi
anni un ruolo di grande considerazione per l’elevato livello letterario e
l’eleganza delle sue pubblicazioni, proponendo una selezione rigorosa di opere
che comprendono nomi di rilievo del ’900 in lingua italiana (Bontempelli,
Deledda, Ottieri, Scanziani), insieme ad autori internazionali di successo, con
un’attenzione particolare alle culture emergenti. Il primo titolo uscito da
Utopia sei anni fa è stato Gente nel tempo, romanzo del 1937 di Massimo
Bontempelli, del quale sono state stampate finora altre quattro opere, tra cui quest’ultima:
La vita operosa.
Massimo Bontempelli (Como 1878
- Roma 1960) fu una controversa figura di
poeta, romanziere traduttore,
giornalista, compositore, critico, drammaturgo. Laureato in filosofia e in
lettere, visse in varie città, collaborando a numerose e importanti testate
giornalistiche e case editrici. Convinto interventista, inviato di guerra,
combatté come artigliere al fronte, ottenendo la Medaglia di bronzo al valor militare.
Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche
francesi, affidandosi nelle prime opere a un
irrazionalismo onirico sulle tracce del movimento surrealista di Breton, e
inaugurando con gli amici Alberto Savinio e Giorgio De Chirico la corrente
sperimentale del “realismo magico”. Tornato a
Roma, aderì al Partito Fascista insieme a Pirandello, per la
cui compagnia teatrale iniziò a scrivere opere drammatiche,
sempre oscillanti tra atmosfere fiabesche e spettrali. Estremamente critico nei
confronti del provincialismo letterario italiano, fondò prestigiose riviste dal
respiro cosmopolita (“900” – con Curzio Malaparte –, “Quadrante”, “Città”),
rivalutando l’imprevedibilità del caso e il fascinoso dominio della magia contro il determinismo massificante della società
borghese, e sottolineando il ruolo fondamentale dell’inconscio nelle azioni
umane, insieme alla necessità di rifarsi al mito come sorgente immaginativa di
ogni forma artistica.


Ungaretti e Bontempelli
in duello

in duello
Di carattere burrascoso e polemico (rimane nell’immaginario
collettivo il duello con Giuseppe Ungaretti, avvenuto nella villa di Pirandello
a Sant’Agnese nel 1926, e conclusosi con il ferimento del temerario poeta),
Bontempelli vinse il Premio Strega nel 1953 con la raccolta di racconti L’amante
fedele, quando ormai era approdato a una più tranquilla condivisione degli
ideali democratici, sia con la fondazione del Sindacato Nazionale Autori
Drammatici, sia con l’elezione al Senato nelle liste del Fronte Democratico
Popolare e l’adesione al Gruppo Democratico di Sinistra.
La vita operosa è un romanzo in nove capitoli uscito a puntate in rivista nel 1920,
ripreso da Vallecchi nel 1921, da Mondadori nel 1925, e infine nell’opera omnia
mondadoriana del 1961 (riproposta nel 1978 e nel 1997), curata dalla compagna
dell’autore Paola Masino.
Racconta un anno di vita milanese
di un giovane reduce della Grande Guerra, con ambizioni letterarie e vaghe
aspirazioni di successo mondano, approdato nel capoluogo lombardo in cerca di
fortuna economica e riconoscimenti culturali. Accompagnato e custodito da un
suo Dàimone personale, che come un’ombra mordace e rimproverante
commenta i suoi errori, le sbadataggini, le ingenuità attraverso risatine e
caustiche sottolineature, il glorioso sottotenente del nostro esercito
attraversa la Milano di un secolo fa a piedi, in carrozza, su tranvai
sferraglianti. Suo esplicito memento incoraggiante è il pensiero a mezza voce
“Perdio, qui bisogna trovar modo di fare molti quattrini!”, e con questo
proposito si imbarca in una serie di iniziative imprenditoriali o decisamente
truffaldine oppure destinate a totale fallimento. Tenta la strada della
pubblicità, inventando campagne di réclame puerili; progetta ipotesi
urbanistiche irrealizzabili; si candida come mediatore di legname all’ingrosso
facendosi soffiare ogni compravendita da volpeschi concorrenti; rifiuta per
viltà di convalidare brevetti industriali futuristici, e per pigrizia congenita
evita appuntamenti risolutivi in orari troppo mattinieri. I personaggi in cui
si imbatte sono non solo bizzarri, ma anche minacciosi: ladruncoli, prostitute,
millantatori, impostori, attaccabrighe o squilibrati. Non fanno bella figura
nemmeno gli intellettuali che il giovane reduce ambisce frequentare, individui
boriosi e vanesi che si riuniscono in bar alla moda o in salotti aristocratici,
“professorume e scrivaneria” intorno a tavole imbandite, in cui si discute
continuamente della bellezza del passato, dell’incertezza del presente,
appellandosi però a un finto ottimismo per ricostruire l’Italia distrutta.
L’amarezza consapevole che affiora nel protagonista di tanto in tanto, gli fa
intuire la falsità delle nuove ideologie, ammantate di linguaggi ingannevoli:
“OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a morire… È
dunque la volontà ferma di rifare all’Italia i cinquecentomila rósi dai vermi
del Piave e del Carso…”.
La Milano del 1919 è tuttora
riconoscibile nel nome delle sue piazze, strade, chiese e ristoranti, ma
soprattutto nel clima umido, nei colori grigi della periferia: “Il cielo era
coperto, come si conviene a una città di vita operosa. L’aria avvolgeva un velo
di grigio intorno alle case”, “Andavo a caso. L’erba era polverosa e
l’orizzonte bigio, perché Milano è un’austera città”, “In mezzo alla nebbia
cinerea che cinge Milano, austera città”, “Questa prima sala del Caffè Campari
di Milano, città di vita operosa, è luogo classico per incontri d’affari”. Nel
capoluogo lombardo allora come ora valeva la stessa dinamica laboriosità,
un’uguale frenesia economica, la smania per il successo e il prevalere di una
comunicazione spesso artificiosa: “Tutti, di giorno e di notte, d’estate e
d’inverno e anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi
narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro
perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, tutti,
tutte, idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti,
cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove semplici, vedove
rimaritate…”.
Massimo Bontempelli utilizza in
questa sua seconda prova narrativa, pubblicata a quarantadue anni, un repertorio
stilistico assorbito dalle esperienze letterarie contemporanee, lontane da ogni
ampolloso classicismo come da qualsiasi retorica nazionalistica, e invece
vicine alle esperienze artistiche promosse dal surrealismo e dal futurismo:
immaginazione, avventura, cambi veloci di scene, molteplicità di personaggi e
ambienti, tutto reso omogeneo da tonalità ironiche, canzonatorie o addirittura
beffarde, con un’evidente polemica verso il conformismo sociale. Similmente
alle forme di scrittura inaugurate da Savinio e Palazzeschi, si allinea alla
loro impostazione giocosa e dissacrante, nell’accostarsi con curiosa vitalità e
leggerezza allo spettacolo coinvolgente della rinascita di un paese umiliato e
ferito dalla tragedia della prima guerra mondiale.
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La copertina del libro
Massimo
Bontempelli
La
vita operosa
Utopia
Ed. 2026
Pagine
152 €
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