Cantami o diva del Trumpide Donald l’ira funesta
che infiniti addusse lutti ai persiani e vieppiù guai inflisse agli amici,
vicini e lontani. Questo potrebbe essere l’incipit di una Trumpliade.
Tuttavia, se la trama del poema omerico può somigliare alla situazione che il
mondo sta attualmente vivendo in quanto trasuda violenza, sopruso, guerra,
distruzione e morte, gli eventi e la narrazione, nel caso del poema epico, sono
emotivamente coinvolgenti, fanno leva su sentimenti che tutti proviamo e seguono
un filo logico, tant’è che riescono ad appassionare gli studenti nell’età più
difficile, i “teen-agers”. Lo stesso ahimè non si può dire per come si sta
dipanando, o forse sarebbe meglio dire inviluppando l’intricatissima matassa
che la guerra all’Iran, scatenata da Donald Trump, sobillato da Benjamin
Netanyahu, con l’intento di raggiungere un qualche obiettivo nell’arco di un
paio di settimane, sta imperversando ormai da ben più dei 60 giorni in cui un
Presidente americano può lanciare un’operazione militare senza l’approvazione
del Congresso. In questo arco di tempo ne abbiamo visto e sentito di tutti i
colori e ben al di là di ogni ragionevole immaginazione. Tanto che si potrebbe
ricorrere ad un altro espediente linguistico usando il termine francese
“tromperie” per definire, a meno di una vocale, la prassi della Casa Bianca.
Non è certo proponibile ricordare qui tutte le occasioni in cui il mondo intero
si è trovato di fronte ad affermazioni, dichiarazioni, ordini esecutivi,
decisioni di attacco o di dialogo, sparate contro (ex) alleati e lusinghe ad
(ex) nemici che si sono susseguite in un continuo turbinio di iperbolici
funambolismi e altrettanto roboanti smentite, usciti dalla bocca o dal Social
(Truth = Verità e qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte!) del “the
Donald”. Cercare una logica, una strategia bellica o anche solo la tattica del
giorno, diventa un esercizio vano. Recentemente poi, sempre più spesso sentiamo
il presidente Trump lanciare invettive contro Paesi, Istituzioni e loro
rappresentanti che nulla hanno a che fare con quella guerra, perché avrebbero
comportamenti non consoni ai suoi intenti. Tanto per citare il caso più
eclatante, persino Papa Leone XIV è stato tirato in ballo per la sua “debolezza
riguardo il tema della sicurezza” e la sua “pessima politica
internazionale” e fino ad accusarlo di essere d’accordo con l’ambizione
dell’Iran di dotarsi dell’arma nucleare (!). Questo, obiettivamente, è un
chiaro segnale di declino del comando e dell’autorità del comandante. Ad onor
del vero, una buona parte dell’attività destabilizzante e spiazzante di Trump
in campo economico e commerciale, per quanto possa risultare poco comprensibile
ai nostri occhi, pare raggiungere un preciso scopo. Lo si può scoprire
osservando attentamente e confrontando le tempistiche degli annunci, degli
ordini esecutivi o di semplici messaggi social e quelle di ingenti movimenti
di titoli di Borsa fatti da investitori dotati di un fiuto “miracoloso” per
prevedere nell’immediato le dinamiche dei prezzi di beni e servizi direttamente
coinvolti in quelle comunicazioni. Alla faccia delle severe regole del
capitalismo che in passato avrebbero impedito a chiunque manovre di questo tipo
(abuso di informazioni privilegiate = insider trading).
Siamo
dunque di fronte ad un potere personale che si afferma sempre di più in campo
economico e finanziario, e sempre meno in campo politico e istituzionale.
D’altra parte cos’altro ci si potrebbe aspettare da un imprenditore immobiliare
di New York? Quanto di più simile al tipico gangster americano e ai suoi
metodi. Ad esempio quelli di cui egli si fa gran vanto per essere uno
specialista degli accordi (deal maker), effettivamente basati
sull’estorsione con la forza di cui dispone come comandante delle forze armate
più potenti al mondo. Tuttavia,
come per tutte le medaglie c’è anche un rovescio. Questa sfrenata ed
apparentemente illogica condotta che ancora gode del sostegno di una discreta
parte del suo elettorato negli USA, soprattutto di coloro che ancora vedono con
condiscendenza le sue immagini in pose assurde quando non oltraggiose, sta
portando ad un progressivo ed inesorabile allontanamento da parte degli
estimatori europei e devo notare con una certa soddisfazione persino da parte
della nostra Presidente del Consiglio, finalmente giunta anch’ella a qualche
resipiscenza. È forse
ancora presto per individuare il fallimento del progetto populista dei
neonazionalismi e sovranismi propugnata dall’ “Internazionale dei Conservatori”
ma si possono cominciare ad intravedere le prime avvisaglie della necessità
almeno di rivedere alcuni dei capisaldi del movimento che non reggono la prova
dei fatti. Parimenti
si sta aggiungendo qualche motivo di speranza per un risveglio della coscienza
liberal democratica europea, con la presa d’atto, in sintonia con le
enunciazioni fatte dal primo ministro Canadese Mark Carney, del cambiamento che
si impone nei rapporti con gli USA di Donald Trump (o siedi a tavola o sei nel
menu) e la conseguente necessità di accelerare il processo politico verso un
federalismo compiuto dell’Unione Europea.