Sako
Bakari, trentacinquenne, bracciante agricolo, originario del Mali, è stato
ucciso con tre coltellate all’alba di sabato scorso 9 maggio a Taranto, in una piazza
del Centro Storico: Piazza Fontana. Intorno alle 5 e 20 di quel mattino, Sako
si era fermato, un momento prima di andare a lavorare, quando un gruppo di sei
giovani, quattro minori tra i 15 e i 17 anni e due maggiorenni di ventidue
anni, lo hanno raggiunto e circondato. Prima gli si sono rivolti con un
atteggiamento intimidatorio, fino a colpirlo con un pugno sul volto e poi,
strattonandolo, hanno cercato di farlo cadere a terra. Sako, divincolandosi, ha
incominciato a fuggire. Inseguito, è stato raggiunto e colpito con estrema
violenza, con calci e pugni e poi con fendenti di un’arma da taglio, al petto e
al fianco destro. Durante l’aggressione, e l’infierirsi con le coltellate, i
membri della baby gang lo appellavano gridandogli “Ste face a parte, infamo”
(“Sta facendo la parte”, insomma “fa finta di stare male, infame”, che negli
ambienti criminali è considerato il peggior insulto possibile). Gravemente
ferito, Sako è riuscito, comunque, ad entrare in un bar aperto nella piazza,
dove si sarebbe accasciato; ma da lì, è stato trascinato subito all’esterno del
locale e lasciato agonizzare sul selciato, fino al momento della morte. Sako
Bakari, prima dell’agguato criminale, non aveva mai incontrato alcuno dei sui
aggressori. Sako Bakari, infatti, non ne avrebbe avuto neanche il tempo:
lavorava tutti i giorni, senza far rumore, per sostenere la sua famiglia in
Mali. Era partito dal suo villaggio nella regione di Kayes e, dopo un soggiorno
a Torino, aveva scelto Taranto, nel 2022, per raggiungere il fratello minore
Souleymane, già arrivato in città nel 2014. Non era solo un bracciante, ma
l’esempio di una integrazione silenziosa. Instancabile, divideva le sue
giornate tra la dura fatica del lavoro nella campagna pugliese e i turni come
cameriere, pur di non far mancare nulla ai suoi cari. Chi lo ha conosciuto bene,
oggi lo descrive come un ragazzo molto mite, educato, pacifico. Di lui abbiamo
una foto, nella quale è sorridente e indossa un vestito elegante, perché è
stata scattata alla fine della festa del Ramadan.
Un bracciante, un essere
umile, dunque, uno di quelli che ormai da tempo, nella nostra società è quasi
invisibile, perché tanti “Bakari” come lui, ogni giorno, portano la loro
esistenza avanti con sacrifici, ai quali o non pensiamo o non vogliamo pensare.
Quello che è accaduto a Taranto tuttavia, travalica il dolorosissimo,
inaccettabile, incomprensibile fatto criminale. Perché, intanto, non ci sono
parole per descrivere quanto orrenda sia stata la reazione che hanno avuto
molti “commentatori”, dopo aver appreso il fatto, poche ore dopo l’accaduto. O
si minimizzava, o si riconduceva tutto a un regolamento di conti tra
extracomunitari o peggio ancora almercato della droga. E nessuno che si fosse
posta la domanda: perché a Taranto? Taranto non è solo teatro di cronaca nera:
è lo specchio di una ferita nel corpo della società. Ecco perché questo
episodio, questa morte ci riguarda tutti, ci invita a prendere consapevolezza
delle cause profonde che lo hanno generato e di chi è la responsabilità. Le
aggressioni verso gli stranieri vanno avanti da diversi anni, e non solo nel
territorio tarantino. Sono nate perché alimentate, cresciute, in un brodo
culturale che è stato costruito negli ultimi venti anni, allo scopo di
individuare nello straniero un nemico. Serve avere dei nemici da indicare alla
opinione pubblica, un nemico da combattere, e costruire l’ideologia
nazionalista, che è emblema identitario di ogni forma di governo di destra. Purtroppo
è non solo tendenza italiana, ma è orrenda deriva verso cui sta scivolando
l’umanità, se si pensa, solo per un attimo, che è su queste basi che Israele
oggi giustifica le sue violenze e lo stesso genocidio o si assiste a ciò che
avviene negli Stati Uniti di Trump o nei segreti del Cremlino di Putin.
Stiamo
smarrendo, giorno dopo giorno, le basi di una società civile, di una società
come dovrebbe essere. Sako Bakari chiede oggi che gli venga restituita
l’umanità, il riconoscimento di quella che era la sua esistenza fra di noi,
prima che mani criminali spezzassero questa esistenza. Vuole che lo si ricordi
per quello che era: un lavoratore e non un delinquente e che questo faceva di
lui un uomo e non “un uomo di colore”. E
chiede che, in questi giorni, lo Stato sia accanto a lui (sarebbe bellissimo un
intervento della Presidenza della Repubblica), perché è lo Stato che deve
vincere, deve vincere la parte migliore della nostra società, la parte migliore
di una città come Taranto, la parte migliore di una regione come la Puglia, la
parte migliore delle famiglie, delle scuole, di ognuno di noi, anche di me
stesso, tutti feriti e colpiti nella nostra dignità da una manifestazione di
razzismo che non ci appartiene. Già ieri sera, centinaia e centinaia di persone,
si sono riunite in Piazza Fontana a Taranto sotto una pioggia battente,
incuranti del diluvio, bagnati fradici, per testimoniare vicinanza e rispetto,
per dire no al razzismo in ogni sua forma, per dire no alle campagne di odio e
di discriminazione verso lo straniero, usate come motore per campagne
elettorali o come alibi per le inazioni di chi governa. Sako Bakari ci invita,
nessuno escluso, a farci carico della verità e delle responsabilità che con coraggio
bisogna mettere in campo per costruire una società a misura di uomo, una
società a misura di tutti.