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giovedì 25 giugno 2026

CIVILE O INCIVILE?
di Angela Passarello



(Ignoro i contenuti e le conclusioni dei relatori, invitati al convegno di Genova, Abbiamo bisogno di una poesia civile oggi?) 
 
Caro Angelo Gaccione,
leggendoti, stamattina, su Odissea (mercoledì 24 giugno), sono d’accordo con quanto affermi. Sì, la scrittura, come tutte le forme espressive dell’umano, aiuta a stare nel mondo. Tra le forme espressive, giustamente, ne citi diverse, fino a concludere con Addio Lugano bella o con Il disertore, che, secondo te, durante le manifestazioni, nelle piazze, sono tra i momenti più emozionanti. Sarei d’accordo con te, se non fosse che, nell’ultima manifestazione per la Palestina, chi ha emozionato più delle canzoni storiche, è stato un bambino palestinese con il suo slogan, ben ritmato “giù le mani dai bambini”. La sua voce e la sua presenza hanno risvegliato emozioni profonde, riportandoci all’essenza originaria di cui tutti siamo origine e parte. Nessuna poesia, in quel momento, avrebbe dato ristoro, forza e vitalità al corteo, come la presenza di quel bambino, la sua parola, l’innocenza della sua voce, il suo sorriso. Vista la brevità di questa mia riflessione, ricordo i concerti e le manifestazioni poetico-militanti del passato, seguite da migliaia di giovani e di meno giovani. Nessuno, mi pare le abbia etichettate come civili. Forse incivili, sì, dai benpensanti, sempre scandalizzati dal diverso. Tra le varie, mi viene in mente il concerto di Laurie Anderson, che ho avuto modo, poche settimane fa, di apprezzare, insieme a centinaia di persone, alla Triennale di Milano. Un concerto che definirei totale, sia per i contenuti poetici e narrativi che per i suoni, la voce, le immagini. Un concerto civile? No, non amo la definizione “civile”, non la amo perché è riduttiva, come lo è la definizione “poesia civile. Eppure il concerto di Laurie Anderson, oltre a emozionare, ha posto domande, denunciando il potere economico, a livello mondiale, e lo stato attuale della condizione umana. I nuovi generi e le identità plurali dell’umanità robotizzata. Un excursus dal passato al nostro presente, gridato, urlato con ironia, bellezza, con pause e meditazioni. Come sappiamo, tanti sono gli autori, i poeti, i musicisti, gli artisti che, pur non definendosi civili, hanno contribuito a nutrire la cultura, a risvegliare le coscienze, tra i tanti, Dario Fo. Certamente la poesia, come tutte le arti, a noi presenti, racconta l’esistere: vita e morte. Enigmi. Complessità. Poteri occulti e sfacciatamente evidenti. Così, in questa nostra epoca di sconvolgimenti, di grandi trasformazioni terrestri, anche la poesia è uno dei possibili strumenti, necessari, al risveglio dal sonno o dall’incantamento, provocati dai potenti mezzi dei poteri mondiali. Concludo questa mia breve riflessione con un verso di Philippe Jaccottet: (...) e la parola non è più o meno utile / degli  amenti di salice in palude: se anche si sfanno non importa, brillano, / altri verranno in questi boschi/ che morranno,/ marcirà la bellezza, e non importa, / poiché risiede in ciò che acceca, e splende. (Da: Il Barbagianni ignorante, 1992).