EDGAR MORIN E LA PEDAGOGIA ESTETICA di
Donato Di Poce
Edgar Morin
L’urgenza
che avvertiamo è di creare un mondo che ancora non c’è, perché quello attuale
non ci può bastare. Edgar Morin nel suo libro Sull’Estetica, Raffaello
Cortina Editore, definisce il nostro “stato secondo”, uno stato che si
situa tra la condizione sciamanica e la semi-coscienza, in cui ci lasciamo
attraversare dalla tensione creativa. “L’estetica”, scrive Morin, “prima di
essere il carattere proprio dell’arte, è un dato fondamentale della sensibilità
umana” [p. 11]. Il sentimento estetico è inteso come qualcosa che ci
proviene da forme, colori, suoni, racconti, spettacoli, poemi, idee, ma allo
stesso tempo dalla nostra capacità interna di estetizzazione. Sostenendo
che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica,
l’analisi di Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative
umane per ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra
condizione. Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare
all’estetica, come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua
complessità. Per quanto fortemente imbevuto di letture e concetti
tratti dalla tradizione filosofica, Morin si propone come sociologo, non come
filosofo. Sull’estetica, scritto
con l’intento, implicito ma ben leggibile tra le righe, di mettere in opera
l’analisi di un fenomeno fondamentale in tutte le società e culture umane.
L’altro dato da non dimenticare va ricercato nel carattere non strettamente
neutrale di questa ricerca sociologica. Essa, al contrario, è sempre militante:
non può essere disgiunta da un progetto di recupero dell’umanesimo nell’età
contemporanea, un’età caratterizzata dalla sempre crescente complessità nel
campo della tecnologia, della scienza e dell’organizzazione sociale e politica
a livello planetario.
Il concetto di poeticità Nel
discutere il carattere poetico di tutte le espressioni artistiche e nel
definire il concetto di poeticità, l’autore non si sofferma in questo caso
sull’etimologia greca del termine “poesia” (poiesis) per affermare il
nesso tra poesia e produttività umana, come aveva fatto invece
Heidegger. Morin collega la figura dell’artista-poeta a quella
dello sciamano e all’esperienza della trance: è paradossalmente la trance
sciamanica, un’esperienza di parziale e momentaneo distacco dalla realtà, a far
emergere una “parte di vita” umana che altrimenti non verrebbe conosciuta; qui
il francese gioca sull’assonanza tra trance e tranche (parte,
pezzo). Le opere che amiamo in pittura, in
musica, in letteratura, a teatro, al cinema ispirano in noi - quando siamo al
culmine dell’emozione estetica - il “sentimento del sublime” fino
a condurci alle porte dell’estasi. In altri termini, l’incanto che proviamo
contemplando il Partenone di Atene, ammirando il Giudizio Universale di
Michelangelo, ci pone in uno stato secondo di possessione, di mimesi dolce. Questo
stato, conseguente alla pura emozione estetica, suscita una sorta di
sdoppiamento: il fruitore entra in contatto con l’opera e questa, di riflesso,
lo domina in un vortice di trance o
possessione. È la cosiddetta “partecipazione estetica” che
stimola nell’anima un sentimento di vita, un’emozione che fa vedere in faccia
la cruda tragedia umana permettendo di sopportarla e di affrontarla con umana
compassione. L’arte - secondo Morin - è “sciamanismo
interiorizzato e atrofizzato”. Lo scrittore è un “semi-sciamano”, un visionario posseduto da una potenza
allucinatoria che altro non è se non un daimon greco che
supera lo stato cosciente. “Attraverso l’emozione estetica
impariamo a conoscere il mondo”, sostiene Morin. La
bellezza ci insegna che l’umanità è “al contempo una e diversa” e
che “i singoli individui recano in sé qualcosa di universale”.
Pensata in questi termini, l’estetica potrebbe giocare un ruolo immenso nella
comprensione tra gli uomini nell’epoca dei Big Data, dove trionfa
l’informazione a scapito del pensiero. E da qui potrebbe partire la “rivoluzione pedagogica essenziale” che auspica Morin
per sopravvivere all’ascesa dell’insignificanza, del superfluo e
dell’omologazione. L’uomo insomma, è capace di quello che Morin chiama stato
secondo: “Definisco stato secondo come uno stato in cui un’emozione ci
trasforma. Lo stato poetico è uno stato secondo in cui possiamo sentirci
amorevoli, pieni di ammirazione, in comunione, pieni di stupore, sopraffatti,
trasfigurati, ispirati. È al limite del mistico senza essere per questo
religioso. S’intensifica con l’entusiasmo - questa bellissima parola che
significa originariamente ‘possessione da parte di un dio’” [p. 20]. Sostenendo
che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica, l’analisi di
Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative umane per
ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra condizione.
Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare all’estetica,
come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua complessità. Un
proposito che l’autore aveva documentato in un libro, I settesaperi
necessari all’educazione del futuro, apparso sempre da Cortina.