Pagine

martedì 2 giugno 2026

EDGAR MORIN E LA PEDAGOGIA ESTETICA
di Donato Di Poce


Edgar Morin

L’urgenza che avvertiamo è di creare un mondo che ancora non c’è, perché quello attuale non ci può bastare. Edgar Morin nel suo libro Sull’Estetica, Raffaello Cortina Editore, definisce il nostro “stato secondo”, uno stato che si situa tra la condizione sciamanica e la semi-coscienza, in cui ci lasciamo attraversare dalla tensione creativa. “L’estetica”, scrive Morin, “prima di essere il carattere proprio dell’arte, è un dato fondamentale della sensibilità umana” [p. 11]. Il sentimento estetico è inteso come qualcosa che ci proviene da forme, colori, suoni, racconti, spettacoli, poemi, idee, ma allo stesso tempo dalla nostra capacità interna di estetizzazione.  Sostenendo che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica, l’analisi di Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative umane per ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra condizione. Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare all’estetica, come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua complessità. Per quanto fortemente imbevuto di letture e concetti tratti dalla tradizione filosofica, Morin si propone come sociologo, non come filosofo. Sull’estetica, scritto con l’intento, implicito ma ben leggibile tra le righe, di mettere in opera l’analisi di un fenomeno fondamentale in tutte le società e culture umane. L’altro dato da non dimenticare va ricercato nel carattere non strettamente neutrale di questa ricerca sociologica. Essa, al contrario, è sempre militante: non può essere disgiunta da un progetto di recupero dell’umanesimo nell’età contemporanea, un’età caratterizzata dalla sempre crescente complessità nel campo della tecnologia, della scienza e dell’organizzazione sociale e politica a livello planetario.



Il concetto di poeticità
Nel discutere il carattere poetico di tutte le espressioni artistiche e nel definire il concetto di poeticità, l’autore non si sofferma in questo caso sull’etimologia greca del termine “poesia” (poiesis) per affermare il nesso tra poesia e produttività umana, come aveva fatto invece Heidegger. Morin collega la figura dell’artista-poeta a quella dello sciamano e all’esperienza della trance: è paradossalmente la trance sciamanica, un’esperienza di parziale e momentaneo distacco dalla realtà, a far emergere una “parte di vita” umana che altrimenti non verrebbe conosciuta; qui il francese gioca sull’assonanza tra trance e tranche (parte, pezzo). Le opere che amiamo in pittura, in musica, in letteratura, a teatro, al cinema ispirano in noi - quando siamo al culmine dell’emozione estetica - il “sentimento del sublime” fino a condurci alle porte dell’estasi. In altri termini, l’incanto che proviamo contemplando il Partenone di Atene, ammirando il Giudizio Universale di Michelangelo, ci pone in uno stato secondo di possessione, di mimesi dolce. Questo stato, conseguente alla pura emozione estetica, suscita una sorta di sdoppiamento: il fruitore entra in contatto con l’opera e questa, di riflesso, lo domina in un vortice di trance o possessione. È la cosiddetta “partecipazione estetica” che stimola nell’anima un sentimento di vita, un’emozione che fa vedere in faccia la cruda tragedia umana permettendo di sopportarla e di affrontarla con umana compassione.
L’arte - secondo Morin - è “sciamanismo interiorizzato e atrofizzato. Lo scrittore è un “semi-sciamano”, un visionario posseduto da una potenza allucinatoria che altro non è se non un daimon greco che supera lo stato cosciente. “Attraverso l’emozione estetica impariamo a conoscere il mondo, sostiene Morin. La bellezza ci insegna che l’umanità è “al contempo una e diversa” e che “i singoli individui recano in sé qualcosa di universale”. Pensata in questi termini, l’estetica potrebbe giocare un ruolo immenso nella comprensione tra gli uomini nell’epoca dei Big Data, dove trionfa l’informazione a scapito del pensiero. E da qui potrebbe partire la “rivoluzione pedagogica essenziale” che auspica Morin per sopravvivere all’ascesa dell’insignificanza, del superfluo e dell’omologazione. L’uomo insomma, è capace di quello che Morin chiama stato secondo: “Definisco stato secondo come uno stato in cui un’emozione ci trasforma. Lo stato poetico è uno stato secondo in cui possiamo sentirci amorevoli, pieni di ammirazione, in comunione, pieni di stupore, sopraffatti, trasfigurati, ispirati. È al limite del mistico senza essere per questo religioso. S’intensifica con l’entusiasmo - questa bellissima parola che significa originariamente ‘possessione da parte di un dio’” [p. 20].
Sostenendo che lo stato poetico ingloba e oltrepassa l’esperienza estetica, l’analisi di Morin analizza la rilevanza di molte delle espressioni creative umane per ricercare le condizioni dell’emancipazione possibile della nostra condizione. Giunge così all’educazione e alla necessità di educare e ri-educare all’estetica, come condizione per conoscere ciò che è umano nella sua complessità. Un proposito che l’autore aveva documentato in un libro, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, apparso sempre da Cortina.