Completata la
lettura, sebbene non parola per parola, ma talvolta sorvolando, confermo il
giudizio positivo. L’enciclica può essere definita una summa della
dottrina sociale della Chiesa, e in questo tentativo di far stare dentro
tutto, la caduta nella predica è qua e là inevitabile. Cito solo il caso del
concetto di sussidiarietà, che ha trovato in CL e nel clientelismo di tale
marca il suo autentico interprete. Anche la storia del pensiero deve
storicizzare, e in questo senso è impossibile separare il concetto di
sussidiarietà dallo spirito anti-risorgimentale che dopo l’Unità d’Italia ha
animato la Chiesa. È da questo spirito che proviene anche il regionalismo del
partito cattolico, i cui benefici si sono visti subito: moltiplicazione delle
burocrazie, esplosione della spesa pubblica e separatismo. L’insistenza sul
bene comune nell’enciclica è tuttavia continua, e precisi sono i riferimenti
alla causa di una visione politica a lungo termine, dell’istruzione pubblica,
del lavoro, del disarmo, della pace. Il “disarmo” dell’IA è ben spiegato:
significa essere consapevoli che in un contesto informativo in cui dominano la
propaganda e la censura, appaltate ai media e alle piattaforme, ossia a
gruppi privati, l’IA può essere una fonte inesauribile di balle, quindi
occorre essere "armati” di spirito critico. [Franco Continolo] 110.Vorrei, infine, usare una parola che mi sta a cuore: “disarmare”. Disarmare l’Intelligenza Artificiale significa sottrarla alla logica della
competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva.
È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine
di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri.
Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di
governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di
dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile,
contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture
umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è
ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione
della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con
cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa
ospitale. 132. L’uso
delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti
nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il
confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni
distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e
opinioni. La
disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore
potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i
cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la
dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica
dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione
veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato.
Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale,
poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa;
ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e
pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo
la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può
fondare una comunicazione giusta. 134. La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia,
che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la
domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che
si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si
indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma
anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene
delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta
lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale,
come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto
quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra
fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e
falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più». 150. Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando
rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi
miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono
necessariamente migliori, perché «mentre l’IA promette di dare impulso alla
produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono
spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine,
piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora.
Per questo, contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli
attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i
lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni
rigide e ripetitive. La necessità di stare al passo con il ritmo della
tecnologia può erodere il senso della propria capacità di agire da parte dei
lavoratori e soffocare le capacità innovative che questi sono chiamati a
profondere nel loro lavoro». Proprio per evitare questa deriva, occorre
progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione. 192. A tutto
ciò si aggiunge un elemento nuovo e decisivo: la dimensione mediatica e
digitale. Le reti di comunicazione, gli ambienti informativi frammentati e gli
algoritmi che premiano lo scontro possono amplificare polarizzazione e
risentimento, accelerare la propaganda e rendere più difficile un discernimento
comune. Così la guerra viene non solo combattuta, ma anche preparata
culturalmente attraverso narrazioni semplificanti, logiche amico-nemico,
disinformazione e paura. Quando si attenua
la memoria storica e si indeboliscono i criteri etici che proteggono i civili e
i più fragili, diventa più facile presentare la violenza come necessaria,
inevitabile o addirittura “pulita”. È in questo clima che l’umanità
sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare
più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti.
Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della
“guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo
restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità
ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per
affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso
alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha
sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili.
La forza senza limiti 193. Un elemento decisivo del panorama attuale è
la crescita dell’industria bellica, divenuta settore chiave nell’economia di alcuni
Paesi. La stretta connessione tra interessi economici,
apparati militari e decisioni politiche genera una “nazione armata”, in cui la
guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato
delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche. Non possiamo ignorare
gli enormi interessi economici che stanno dietro alla guerra. Le industrie
degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato
che prospera proprio grazie ai conflitti. In questo senso, c’è anche una logica
economica che contribuisce ad alimentare tensioni in diverse regioni del mondo.
194. Gli
arsenali militari godono di nuova attenzione. In passato, il riconoscimento
della minaccia di armi capaci di distruggere l’intera umanità aveva favorito percorsi
di distensione e di negoziato sul disarmo. Siamo purtroppo usciti da questo
orizzonte e l’evoluzione degli arsenali nucleari – compresa la prospettiva di
impieghi “tattici” – fa apparire il ricorso a tali ordigni come una possibilità
sempre meno remota. In tale contesto, l’entrata in vigore nel 2021 del Trattato
per la proibizione delle armi nucleari, sostenuto da oltre settanta Paesi,
rappresenta un segno importante, ma rischia di restare in gran parte simbolico,
poiché le principali potenze atomiche non vi aderiscono. Si è diffusa così la
convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile
di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile
corsa agli armamenti, accompagnata dal progressivo smantellamento degli accordi
di riduzione delle armi nucleari e dallo sviluppo di ordigni “miniaturizzati”,
che rendono più facile considerarne l’uso come opzione praticabile.