Pagine

martedì 23 giugno 2026

“NUOVO SLANCIO” PER L’ALLARGAMENTO?
di Gianmarco Pisa


Foto di Elke Wetzig
 
Il documento “Nuovo slancio per l’allargamento” è uno dei classici non-paper, documenti informali redatti dai governi più influenti dell’Ue per orientare la strategia europea sui dossier più importanti. In questo caso, il documento, elaborato da Francia e Germania, propone un nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai Paesi candidati di integrarsi gradualmente e in forma asimmetrica, a “geometria variabile”, nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico prima di diventarne membri a pieno titolo. Redatto in vista del vertice Ue-Balcani di Tivat, in Montenegro, il 5 giugno, il non-paper sostiene che la politica di allargamento necessiti di “nuovo slancio” e auspica un processo di adesione che suppone essere più efficiente, in quanto incentrato sulle “riforme” piuttosto che sulle “procedure”.
“L’obiettivo comune è che l’Unione diventi veramente europea”, recita il testo, con la valutazione che l’attuale metodologia debba essere modificata (“ottimizzata”) per consentire “un’integrazione più rapida ed efficace nell’Ue, basata sui criteri di Copenaghen”. Il Trattato sull’Unione europea, infatti, stabilisce le condizioni (art. 49) e i principi (art. 6) a cui deve conformarsi qualsiasi Paese che desideri diventare membro della Ue. Questi criteri («criteri di Copenaghen») sono stati definiti dal Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993: a) stabilità delle istituzioni atta a garantire democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze; b) economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alla pressione competitiva e alle forze di mercato all’interno dell’Ue; c) capacità di assumere gli obblighi derivanti dalla adesione, compresa la capacità di attuare le norme, gli standard e le politiche che costituiscono il corpo del diritto comune della Ue (l’“acquis comunitario”) e l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.



Al netto, dunque, della retorica circa l’Ue come spazio di “democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze”, il testo propone una strategia di preparazione all’adesione che contiene un insieme di “strumenti ed elementi costitutivi” pensati per avvicinare i Paesi candidati attraverso una integrazione, al tempo stesso, più strutturata e più graduale, fornendo incentivi alle riforme. “Questi elementi costitutivi devono basarsi sui progressi compiuti nel processo di adesione e devono essere reversibili in caso di arretramento da parte del Paese candidato nel processo di riforma e in relazione ai valori e ai principi fondamentali dell’Unione Europea. L’obiettivo della piena adesione rimane invariato; l’intenzione non è quella di sostituire la piena adesione alla Ue, né di prolungarne il percorso, ma al contrario di creare incentivi che promuovano un progresso più rapido”.
L’elemento centrale è dunque lo sviluppo di una strategia di preparazione all’adesione, basata sull’integrazione graduale, che comporti anche forme di partecipazione “parziale” all’Ue, sottoponendo i Paesi candidati ad una sorta di “stress test” delle condizioni di adesione: avanzare o arretrare a seconda che il Paese candidato aderisca pienamente o meno alle “riforme” e ai “valori e principi” dell’Ue. Secondo il testo, i Paesi candidati avranno accesso a vantaggi man mano che progrediranno nei negoziati, ma questi vantaggi potranno essere revocati in caso di arretramento sulle “riforme” e i “valori e principi” dell’Ue.
Tra le misure vi è la possibilità per i Paesi candidati di ottenere un accesso privilegiato al mercato unico e legami più stretti con le istituzioni europee, incluso lo status di “osservatore” alle riunioni dell’Ue. Le proposte includono riunioni periodiche con la Commissione europea, una cooperazione parlamentare più frequente e la partecipazione a discussioni separate del Consiglio europeo e del Consiglio dell’Ue. I Paesi candidati che avranno completato i negoziati potranno partecipare alle riunioni del Consiglio quali “osservatori”.



Il documento prevede anche la partecipazione ad alcune riunioni del Consiglio Affari Esteri per gli Stati che chiudono il capitolo relativo alla politica estera e di sicurezza e difesa; propone inoltre di ampliare la cooperazione nel campo stesso della difesa, compresa la partecipazione ai progetti Pesco, la cooperazione rafforzata con Frontex e l’integrazione nei meccanismi di sicurezza informatica. Ulteriore proposta riguarda la partecipazione al mercato unico nell’ambito del “modello SEE+” per i Paesi che adottano la legislazione comune e completano i relativi negoziati. Tali misure potranno applicarsi, ad esempio, ai Paesi candidati dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia) e alla Moldavia e saranno basate “sul merito”, cioè in funzione dei progressi compiuti nelle riforme e negli standard comunitari.
In base al non-paper, l’obiettivo è fondamentalmente uno: superare lo stallo, che sembra configurare un vero e proprio fallimento strategico, nel processo di allargamento dell’Unione Europea (il processo di allargamento è fermo da tredici anni, l’ultimo Paese ad aver aderito all’Ue è la Croazia, nell’ormai lontano 2013, ma intanto è uscita la Gran Bretagna, nel 2020), anche introducendo asimmetrie e meccanismi di partecipazione “a geometria variabile”.
Il meccanismo riproduce, per alcuni aspetti, lo schema, previsto dai Trattati, della cooperazione rafforzata, che permette ad almeno nove Stati una maggiore integrazione in ambiti specifici anche senza la partecipazione degli altri Stati membri e senza l’unanimità in ambito Ue. Difficile prevedere gli esiti di questo (e altri) non-paper: opportunità per rilanciare e ridefinire il ruolo dell’Ue o segnali della crisi istituzionale e politica che l’Unione sta attraversando?