“NUOVO SLANCIO” PER
L’ALLARGAMENTO? di Gianmarco Pisa
Foto di Elke Wetzig
Il
documento “Nuovo slancio per l’allargamento” è uno dei classici non-paper,
documenti informali redatti dai governi più influenti dell’Ue per orientare la
strategia europea sui dossier più importanti. In questo caso, il documento,
elaborato da Francia e Germania, propone un
nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai Paesi candidati di
integrarsi gradualmente e in forma asimmetrica, a “geometria variabile”,
nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico prima di
diventarne membri a pieno titolo. Redatto in vista del vertice Ue-Balcani di
Tivat, in Montenegro, il 5 giugno, il non-paper sostiene che la politica di
allargamento necessiti di “nuovo slancio” e auspica un processo di adesione che
suppone essere più efficiente, in quanto incentrato sulle “riforme” piuttosto
che sulle “procedure”. “L’obiettivo comune è che l’Unione
diventi veramente europea”, recita il testo, con la valutazione che l’attuale
metodologia debba essere modificata (“ottimizzata”) per consentire “un’integrazione
più rapida ed efficace nell’Ue, basata sui criteri di Copenaghen”. Il Trattato
sull’Unione europea, infatti, stabilisce le condizioni (art. 49) e i principi
(art. 6) a cui deve conformarsi qualsiasi Paese che desideri diventare membro
della Ue. Questi criteri («criteri di Copenaghen») sono stati definiti dal
Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993: a) stabilità delle istituzioni atta a
garantire democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle
minoranze; b) economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alla
pressione competitiva e alle forze di mercato all’interno dell’Ue; c) capacità
di assumere gli obblighi derivanti dalla adesione, compresa la capacità di
attuare le norme, gli standard e le politiche che costituiscono il corpo del
diritto comune della Ue (l’“acquis comunitario”) e l’adesione agli obiettivi
dell’unione politica, economica e monetaria.
Al netto, dunque, della retorica
circa l’Ue come spazio di “democrazia, stato di diritto, diritti umani,
rispetto e tutela delle minoranze”, il testo propone una strategia di
preparazione all’adesione che contiene un insieme di “strumenti ed elementi
costitutivi” pensati per avvicinare i Paesi candidati attraverso una integrazione,
al tempo stesso, più strutturata e più graduale, fornendo incentivi alle
riforme. “Questi elementi costitutivi devono basarsi sui progressi compiuti nel
processo di adesione e devono essere reversibili in caso di arretramento da
parte del Paese candidato nel processo di riforma e in relazione ai valori e ai
principi fondamentali dell’Unione Europea. L’obiettivo della piena adesione
rimane invariato; l’intenzione non è quella di sostituire la piena adesione alla
Ue, né di prolungarne il percorso, ma al contrario di creare incentivi che
promuovano un progresso più rapido”. L’elemento
centrale è dunque lo sviluppo di una strategia di preparazione all’adesione,
basata sull’integrazione graduale, che comporti anche forme di partecipazione
“parziale” all’Ue, sottoponendo i Paesi candidati ad una sorta di “stress test”
delle condizioni di adesione: avanzare o arretrare a seconda che il Paese
candidato aderisca pienamente o meno alle “riforme” e ai “valori e principi”
dell’Ue. Secondo il testo, i Paesi candidati avranno accesso a vantaggi man
mano che progrediranno nei negoziati, ma questi vantaggi potranno essere
revocati in caso di arretramento sulle “riforme” e i “valori e principi” dell’Ue. Tra le misure vi è la possibilità
per i Paesi candidati di ottenere un accesso privilegiato al mercato unico e
legami più stretti con le istituzioni europee, incluso lo status di “osservatore”
alle riunioni dell’Ue. Le proposte includono
riunioni periodiche con la Commissione europea, una cooperazione parlamentare
più frequente e la partecipazione a discussioni separate del Consiglio
europeo e del Consiglio dell’Ue. I Paesi candidati che avranno completato i
negoziati potranno partecipare alle riunioni del Consiglio quali “osservatori”.
Il documento prevede anche la
partecipazione ad alcune riunioni del Consiglio Affari Esteri per gli Stati che
chiudono il capitolo relativo alla politica estera e di sicurezza e difesa;
propone inoltre di ampliare la cooperazione
nel campo stesso della difesa, compresa la partecipazione ai progetti Pesco,
la cooperazione rafforzata con Frontex e l’integrazione nei meccanismi di
sicurezza informatica. Ulteriore proposta riguarda la partecipazione al mercato
unico nell’ambito del “modello SEE+” per i Paesi che adottano la legislazione comune
e completano i relativi negoziati. Tali misure potranno applicarsi, ad esempio,
ai Paesi candidati dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro,
Macedonia del Nord, Serbia) e alla Moldavia e saranno basate “sul merito”, cioè
in funzione dei progressi compiuti nelle riforme e negli standard comunitari. In base al non-paper, l’obiettivo
è fondamentalmente uno: superare lo stallo, che sembra configurare un vero e
proprio fallimento strategico, nel processo di allargamento dell’Unione Europea
(il processo di allargamento è fermo da
tredici anni, l’ultimo Paese ad aver aderito all’Ue è la Croazia, nell’ormai
lontano 2013, ma intanto è uscita la Gran Bretagna, nel 2020), anche
introducendo asimmetrie e meccanismi di partecipazione “a geometria variabile”. Il meccanismo riproduce, per
alcuni aspetti, lo schema, previsto dai Trattati, della cooperazione
rafforzata, che permette ad almeno nove Stati una maggiore integrazione in ambiti
specifici anche senza la partecipazione degli altri Stati membri e senza
l’unanimità in ambito Ue. Difficile prevedere gli esiti di questo (e altri)
non-paper: opportunità per rilanciare e ridefinire il ruolo dell’Ue o segnali della
crisi istituzionale e politica che l’Unione sta attraversando?