La cifra di questo libro di poesia di Alessandro
Carandente, e dell’intera sua scrittura in versi, sta scritta nel titolo. Il
libro comprende i testi poetici dal 2021 al 2025 e il titolo recita che si
tratta di poesie “a lietto fine”. Perché
non si pensi al clamoroso errore di stampa, la parola lietto viene scritta in corsivo nel titolo; si voleva dire proprio
questo, giocando, come fa sempre l’autore, sull’equivocità dell’espressione,
sul gioco di parole – a lieto fine/a lietto
fine –nel contesto, ovvero sulla lieve
modifica della sola parola, che nel caso incontra il senso napoletano. Ma, seppure
in dialetto, “a lietto fine” cosa
vorrà dire? Anche in questo caso, affinché non vi siano dubbi (ma ne saremo mai
certi? Non si sa mai), c’è il disegno a colori di donna nuda, di schiena, che
campeggia in pagina bianca, sotto il titolo: dunque a lietto vorrà dire cosa di storie allegre e di baruffe d’amore e di
sesso. Ma niente di leggero, intendiamoci. Niente di scapestrato, come sto per spiegare,
ma talvolta qualcosa che ispiri umorismo e forse allegria. Non si tratta
soltanto di poesie o testi in versi, peraltro: la seconda parte del libro,
infatti, contiene i frutti di un’altra vena di scrittura di Carandente, quella
degli euforismi (poi c’è la
saggistica: recentissima la raccolta Da
Leopardi a Scotellaro (2026, ma con saggi anche non recenti). La parola aforismi qui e in generale nella sua
scrittura viene, sempre per la facezia e il gusto dell’invenzione nel dire,
ritoccata in eu-forismi, motto di spirito tra euforia e aforisma. Si tratterà di dare credito a queste
manifestazioni di buonumore, al frequente calembour,
con l’armamentario di lingua che ciò comporta? Credo che, prescindendo come si
deve dalle vicende personali, che conosco, nel caso la vena di forte
provocazione dell’autore e la sua forza umana di risposta alle avversità si siano
bene incontrate con il sofisticato spirito (è laureato in filosofia, e tra
l’altro ha all’attivo un dottorato di ricerca in italianistica tra l’università
di Tours e quella di Tor Vergata, ha un lungo passato di poesia a partire dalla
vicinanza a Franco Cavallo e alla sua cerchia, nel nord-ovest napoletano, tra Campi
Flegrei e Cuma, Napoli e non solo); con il suo personale contesto di
provenienza, di famiglia contadina, sempre presente a mio avviso, a salvare il
fondo di buon senso; con l’ineguagliabile atmosfera della città di Napoli vissuta
dalla parte privilegiata, fascinosa (ma quale parte di Napoli non è
importante?) della Sibilla, di Pozzuoli e vicinanze, che accompagna il suo
cammino con quello di tutte le intelligenze che hanno popolato “Secondo Tempo”, la sua rivista, nel
respiro del dialetto napoletano alternato all’uso della lingua italiana e soprattutto,
per quanto riguarda lui, del francese. Ricordo una occasione di lettura di
molti anni addietro, in cui ci si riuniva a dire versi in una sede “seria”,
cioè un palazzo sede di amministrazione comunale, e si voleva ricordare
qualcuno che non c’era più, dunque era un momento triste. Ma Carandente non fu
ligio alla consegna, non obbedì ai tempi né eseguì il compito dato dagli
organizzatori o lo fece alla rovescia: cominciò a leggere i suoi spesso irriverenti
versi e euforismi, come un
flusso senza fermata, davanti agli spettatori, perlopiù scrittori di versi,
allibiti, finché qualcuno non intervenne – come si vuol dire, fu una storia dalla
serie “fatelo smettere”. Ma lui non fece una piega. E quindi, anche qui nel libro, tanto
per incominciare, per il 700° anniversario della morte di Dante: “… e scrive e parla di te ogni cazzullo/ ti storce
sconciamente ogni marzullo/ t’hanno scoperto in tanti, o padre Dante/ pur i
veltroni, i salmoni e i meloni”. Basterà per far intendere di cosa si tratta.
Scrittore del tutto ragionevole, Carandente,
anzi razionale, ma nel senso che è pronto a calcolare, ad evocare l’ironia o il
sarcasmo anche contro la gente del mondo delle lettere, non solo in Campania,
sì da farsi qualche nemico – tanto ce ne facciamo anche senza volere e ne
abbiamo senza sapere. Il libro è una raccolta di argomenti
diversi, uniti poi per temi, come in quarta di copertina; la musa di
Carandente, se così si può dire nel suo caso di letterato pronto a ridere della
letteratura e dei facitori di libri (di quelli prevaricanti e presuntuosi, con
rispetto di quelli serî e bravi), è il presentarsi dell’occasione, nutrito da studio
continuo dei testi su cui lavora. C’inoltriamo leggendo in una galleria di
amici e personaggi, come di fatti e di sensazioni. I suoi versi nascono o
possono farlo in ogni momento, ma il fatto è che ad ogni passo (ricordo un
titolo: Passo vegliante, il suo
inizio del 1982, che pareva in qualche modo molto diverso, comunque già doveva dirigersi
in questo senso) l’occasione può scattare, e quindi l’occhio, l’orecchio e i
sensi sono protesi ad afferrarla. E viene la scrittura.
Con ciò, dando rilievo alla sua natura
ironica e al piglio sarcastico che ricordo fin dai tempi dell’università, non
sto dicendo che l’autore non abbia sentimenti seri. Nella dimensione del
pubblico, il suo radicalismo politico, pur senza appartenenze a partiti, è
evidente. Eppoi basti pensare al privato, alla sua famiglia, o alle amicizie sincere,
che ha saputo coltivare e rispettare, mentre in altri casi, quando prima o poi
ci si avvede che qualcosa non va, o si prosegue nell’equivoco, cosa che non è
il suo forte, o si smette. Questo buon senso permane e dev’essere il fondamento
della sua solidità. Vale anche qui, poiché abbraccia il suo
percorso nelle sue modifiche, anche fino ad oggi, la motivazione per il premio Minturnae, conferitogli nel 2007 per la
raccolta Risveglianze: “Sin
dall'esordio si è connotato per la tecnica scaltrita e la consapevolezza teorica
del fare poesia. Sotto l’apparente patina di lacca lirica c'è la riflessione
critica e il momento speculativo del linguaggio che si interrogano senza sosta
sul proprio fare poetico. L'esplosione ritmica è frenata dalla pausa
riflessiva, dalla tensione del dire. Lungi dal consegnarsi ingenuamente alla
positività dei significati in atto, avanza là dove non si può più andare, in
quella terra incognita dove il senza nome cerca nuove relazioni per esistere. A partire da Ecrivoci, extravaganze, screzi
d’alfabeto, Il supplenteprecariota
e Bon ton bonsai bonbon, Per chi suona la gabbana? invece, il
linguaggio ha invertito bruscamente la rotta; dall’azzeramento ha viaggiato
verso l’esterno con cui non ha mai smesso di dialogare, in euforica
contaminazione, e di reagire all’alienazione consumistica in atto con
l’insorgenza del gioco traslativo e la freschezza del paradosso dell’evidenza”.
Il programma linguistico attuato nel
libro di poesia e negli euforismi è dunque quello esposto nell’esergo, ripreso
da G. Benn: vi si legge che “Queste frasi… contengono solo se stesse”. Anche in
questo modo si può fare critica sociale, politica, letteraria, facendo poesia:
in fondo è la lezione dello sperimentalismo, ognuno a suo modo, in ogni momento
in un modo. Così si giustifica il motto in Odisseo
e altrove: “ma non feci strage di Proci/nel mattinale incarnato/li inseguii fino
a Procida”. E le altre diavolerie e motteggi – che molto spesso portano una
posizione precisa rispetto alla società e agli altri, al potere.
Alessandro Carandente Poesie a
lietto fine Marcus Edizioni, Napoli 2025