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sabato 11 luglio 2026

LIBRI DI POESIA
di Carlo Di Legge


 
                                                              
La cifra di questo libro di poesia di Alessandro Carandente, e dell’intera sua scrittura in versi, sta scritta nel titolo. Il libro comprende i testi poetici dal 2021 al 2025 e il titolo recita che si tratta di poesie “a lietto fine”. Perché non si pensi al clamoroso errore di stampa, la parola lietto viene scritta in corsivo nel titolo; si voleva dire proprio questo, giocando, come fa sempre l’autore, sull’equivocità dell’espressione, sul gioco di parole – a lieto fine/a lietto fine –  nel contesto, ovvero sulla lieve modifica della sola parola, che nel caso incontra il senso napoletano. Ma, seppure in dialetto, “a lietto fine” cosa vorrà dire? Anche in questo caso, affinché non vi siano dubbi (ma ne saremo mai certi? Non si sa mai), c’è il disegno a colori di donna nuda, di schiena, che campeggia in pagina bianca, sotto il titolo: dunque a lietto vorrà dire cosa di storie allegre e di baruffe d’amore e di sesso. Ma niente di leggero, intendiamoci. Niente di scapestrato, come sto per spiegare, ma talvolta qualcosa che ispiri umorismo e forse allegria. Non si tratta soltanto di poesie o testi in versi, peraltro: la seconda parte del libro, infatti, contiene i frutti di un’altra vena di scrittura di Carandente, quella degli euforismi (poi c’è la saggistica: recentissima la raccolta Da Leopardi a Scotellaro (2026, ma con saggi anche non recenti). La parola aforismi qui e in generale nella sua scrittura viene, sempre per la facezia e il gusto dell’invenzione nel dire, ritoccata in eu-forismi, motto di spirito tra euforia e aforisma.
Si tratterà di dare credito a queste manifestazioni di buonumore, al frequente calembour, con l’armamentario di lingua che ciò comporta? Credo che, prescindendo come si deve dalle vicende personali, che conosco, nel caso la vena di forte provocazione dell’autore e la sua forza umana di risposta alle avversità si siano bene incontrate con il sofisticato spirito (è laureato in filosofia, e tra l’altro ha all’attivo un dottorato di ricerca in italianistica tra l’università di Tours e quella di Tor Vergata, ha un lungo passato di poesia a partire dalla vicinanza a Franco Cavallo e alla sua cerchia, nel nord-ovest napoletano, tra Campi Flegrei e Cuma, Napoli e non solo); con il suo personale contesto di provenienza, di famiglia contadina, sempre presente a mio avviso, a salvare il fondo di buon senso; con l’ineguagliabile atmosfera della città di Napoli vissuta dalla parte privilegiata, fascinosa (ma quale parte di Napoli non è importante?) della Sibilla, di Pozzuoli e vicinanze, che accompagna il suo cammino con quello di tutte le intelligenze che hanno popolato “Secondo Tempo”, la sua rivista, nel respiro del dialetto napoletano alternato all’uso della lingua italiana e soprattutto, per quanto riguarda lui, del francese. Ricordo una occasione di lettura di molti anni addietro, in cui ci si riuniva a dire versi in una sede “seria”, cioè un palazzo sede di amministrazione comunale, e si voleva ricordare qualcuno che non c’era più, dunque era un momento triste. Ma Carandente non fu ligio alla consegna, non obbedì ai tempi né eseguì il compito dato dagli organizzatori o lo fece alla rovescia: cominciò a leggere i suoi spesso irriverenti versi e euforismi, come un flusso senza fermata, davanti agli spettatori, perlopiù scrittori di versi, allibiti, finché qualcuno non intervenne – come si vuol dire, fu una storia dalla serie “fatelo smettere”. Ma lui non fece una piega.
E quindi, anche qui nel libro, tanto per incominciare, per il 700° anniversario della morte di Dante: “… e scrive e parla di te ogni cazzullo/ ti storce sconciamente ogni marzullo/ t’hanno scoperto in tanti, o padre Dante/ pur i veltroni, i salmoni e i meloni”. Basterà per far intendere di cosa si tratta.



 
Scrittore del tutto ragionevole, Carandente, anzi razionale, ma nel senso che è pronto a calcolare, ad evocare l’ironia o il sarcasmo anche contro la gente del mondo delle lettere, non solo in Campania, sì da farsi qualche nemico – tanto ce ne facciamo anche senza volere e ne abbiamo senza sapere.
Il libro è una raccolta di argomenti diversi, uniti poi per temi, come in quarta di copertina; la musa di Carandente, se così si può dire nel suo caso di letterato pronto a ridere della letteratura e dei facitori di libri (di quelli prevaricanti e presuntuosi, con rispetto di quelli serî e bravi), è il presentarsi dell’occasione, nutrito da studio continuo dei testi su cui lavora. C’inoltriamo leggendo in una galleria di amici e personaggi, come di fatti e di sensazioni. I suoi versi nascono o possono farlo in ogni momento, ma il fatto è che ad ogni passo (ricordo un titolo: Passo vegliante, il suo inizio del 1982, che pareva in qualche modo molto diverso, comunque già doveva dirigersi in questo senso) l’occasione può scattare, e quindi l’occhio, l’orecchio e i sensi sono protesi ad afferrarla. E viene la scrittura.



Con ciò, dando rilievo alla sua natura ironica e al piglio sarcastico che ricordo fin dai tempi dell’università, non sto dicendo che l’autore non abbia sentimenti seri. Nella dimensione del pubblico, il suo radicalismo politico, pur senza appartenenze a partiti, è evidente. Eppoi basti pensare al privato, alla sua famiglia, o alle amicizie sincere, che ha saputo coltivare e rispettare, mentre in altri casi, quando prima o poi ci si avvede che qualcosa non va, o si prosegue nell’equivoco, cosa che non è il suo forte, o si smette. Questo buon senso permane e dev’essere il fondamento della sua solidità.
Vale anche qui, poiché abbraccia il suo percorso nelle sue modifiche, anche fino ad oggi, la motivazione per il premio Minturnae, conferitogli nel 2007 per la raccolta Risveglianze: “Sin dall'esordio si è connotato per la tecnica scaltrita e la consapevolezza teorica del fare poesia. Sotto l’apparente patina di lacca lirica c'è la riflessione critica e il momento speculativo del linguaggio che si interrogano senza sosta sul proprio fare poetico. L'esplosione ritmica è frenata dalla pausa riflessiva, dalla tensione del dire. Lungi dal consegnarsi ingenuamente alla positività dei significati in atto, avanza là dove non si può più andare, in quella terra incognita dove il senza nome cerca nuove relazioni per esistere.
 A partire da Ecrivoci, extravaganze, screzi d’alfabeto, Il supplente precariota e Bon ton bonsai bonbon, Per chi suona la gabbana? invece, il linguaggio ha invertito bruscamente la rotta; dall’azzeramento ha viaggiato verso l’esterno con cui non ha mai smesso di dialogare, in euforica contaminazione, e di reagire all’alienazione consumistica in atto con l’insorgenza del gioco traslativo e la freschezza del paradosso dell’evidenza”.


 

Il programma linguistico attuato nel libro di poesia e negli euforismi è dunque quello esposto nell’esergo, ripreso da G. Benn: vi si legge che “Queste frasi… contengono solo se stesse”. Anche in questo modo si può fare critica sociale, politica, letteraria, facendo poesia: in fondo è la lezione dello sperimentalismo, ognuno a suo modo, in ogni momento in un modo. Così si giustifica il motto in Odisseo e altrove: “ma non feci strage di Proci/nel mattinale incarnato/li inseguii fino a Procida”. E le altre diavolerie e motteggi – che molto spesso portano una posizione precisa rispetto alla società e agli altri, al potere.


 
Alessandro Carandente
Poesie a lietto fine
Marcus Edizioni, Napoli 2025