La poesia n. 373 di Emily Dickinson, dal titolo
originale This World is not Conclusion (Questo mondo non è un epilogo),
qui di seguito proposta, manifesta, in tutta la sua potenza, lo scetticismo
epistemologico della poetessa statunitense, la quale preferì la solitudine,
quale spazio di ricerca dell’autenticità, lontano dalle rigide convenzioni
sociali dell’America del XIX secolo. L’imperitura tensione fra fede nell’aldilà
e dubbio sull’esistenza, non oggettivamente comprovabile, di una vita ultraterrena,
che da sempre attanaglia l’umanità, si riflette nella struttura metrica
giambica, improntata sull’ampio uso retorico dell’enjambement: artificio linguistico
questo, che, scardina ogni logica che miri a colmare il senso di vuoto
dell’anima, consapevole del suo mortale destino, come espresso nella chiusa
finale del testo originale: Narcotics cannot still the Tooth, that nibbles
at the soul= nulla possono i narcotici per sedare il dente che rode l’anima),
ricalcando il pensiero marxiano sull’alienazione
dell’uomo (Entfremdung), dovuta non solo ai processi di produzione capitalistica
ma anche all’influsso della religione quale “oppio dei popoli” (Die Religion
ist das Opium des Volkes).
Questo mondo
non è un epilogo Questo mondo
non è un epilogo, prosegue
oltre, invisibile
come musica, ma reale
come suono, ammalia e
confonde, la filosofia
non lo sa, e - alla
fine l’intuito deve procedere, per mezzo
di un enigma, per
decifrarlo, confonde gli studiosi, per ottenerlo,
l’umanità si è caricata dello sprezzo
di generazioni, ha mostrato
la crocifissione. La fede
vacilla- sorride e si ricompone- arrossisce
se qualcuno la scorge- s’afferra
ad un briciolo d’evidenza- e domanda
la via alla girandola - esagerate
movenze dal pulpito, s’accavallano
forti Halleluja, nulla
possono i narcotici per sedare il dente che rode
l’anima. (Trad. it.
di Anna Rutigliano)