La
maternità è questione complessa, intima, delicata, sulla quale argomentare,
tanto più, quando si tratta di maternità negata, sofferta, costretta all’aborto,
non solo per via delle convenzioni e pressioni socio-politiche circostanti, ma,
soprattutto, per il mancato reciproco desiderio di paternità da parte dell’uomo,
un ufficiale tedesco, di cui la poetessa berlinese Gertrud Kolmar, di origine
ebraica, si innamorò, spingendola a pensieri di depressione e suicidio. La
Kolmar visse sul proprio corpo, sulla propria pelle, un’esperienza dolorosa
tale che riuscì a mutare il seme dell’amore mai sbocciato, mai venuto alla luce,
in versi intensamente spirituali, riconosciuti dalla critica letteraria, solo
in età postuma, se per Spirito intendiamo, nell’ottica filosofica di Mancuso,
la consapevolezza ed il coraggio di essere liberi, staccandosi dalle proprie
paure e dedicandosi, non senza patimento e dolore, a qualcosa di cosmicamente elevato:
il valore dell’amore per la vita. Il desiderio di maternità della poetessa, che
mai si realizzò, divenne la forza propulsiva d’amore per insegnare ai bambini
disabili, per prendersi cura di sua madre, malata di cancro e per rimanere al
fianco di suo padre anziano piuttosto che esiliare, al pari dei suoi tre
fratelli, sino all’infausto giorno della deportazione di entrambi,
rispettivamente nei campi di concentramento di Theresienstadt e di Auschwitz. Di seguito, propongo la traduzione della poesia Weide (Salice),
appartenente alla raccolta poetica Mein Kind (Mio figlio),
composta dalla Kolmar fra il 1927 ed il 1932, in cui elementi magici
dell’antica poesia celtica ( il salice era albero caro alla dea celtica Brigid,
protettrice dei poeti e dei guaritori) si mescolano ad episodi biblici (si
pensi al riferimento all’esilio babilonese del salmo 137) e a visioni
primordiali della natura, in cui armonizzarsi, per confluire nello spazio
infinito dell’Universo (mitten ins strömende All).
Salice
Su di te il canto mio di pioggia, getto di polvere lucente e tu potrai sotto adagiarti col dolce fogliame, giovane salice, tenera treccia che si disseta dallo specchio colmo di misere lacrime notturne e sfavillante. Umiltà di
morbide e fluide ciocche, capo
lentamente sospinto, che confida nei
cerchi dei cigni reali, nei loro
silenzi; sorridendo ti
spuntano increspature dai capelli ,
bambino, se posso cullarti
e avvolgerti con delicatezza in un vento blu Nilo. Tu cresci
profondo da terreni fangosi al cristallo
della sorgente, la radice ti spinge
dal peccato nel mezzo del
fluire cosmico. La inghiottirà
una lontra in velenosa
morsa, attorno a te
voglio tempeste sollevare, Veli, che ho strappato, ti conducono,
Madre, sull’acqua nelle mie
tenebre.