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domenica 5 luglio 2026

MATERNITÀ NEGATA
di Anna Rutigliano


 
La maternità è questione complessa, intima, delicata, sulla quale argomentare, tanto più, quando si tratta di maternità negata, sofferta, costretta all’aborto, non solo per via delle convenzioni e pressioni socio-politiche circostanti, ma, soprattutto, per il mancato reciproco desiderio di paternità da parte dell’uomo, un ufficiale tedesco, di cui la poetessa berlinese Gertrud Kolmar, di origine ebraica, si innamorò, spingendola a pensieri di depressione e suicidio. La Kolmar visse sul proprio corpo, sulla propria pelle, un’esperienza dolorosa tale che riuscì a mutare il seme dell’amore mai sbocciato, mai venuto alla luce, in versi intensamente spirituali, riconosciuti dalla critica letteraria, solo in età postuma, se per Spirito intendiamo, nell’ottica filosofica di Mancuso, la consapevolezza ed il coraggio di essere liberi, staccandosi dalle proprie paure e dedicandosi, non senza patimento e dolore, a qualcosa di cosmicamente elevato: il valore dell’amore per la vita. Il desiderio di maternità della poetessa, che mai si realizzò, divenne la forza propulsiva d’amore per insegnare ai bambini disabili, per prendersi cura di sua madre, malata di cancro e per rimanere al fianco di suo padre anziano piuttosto che esiliare, al pari dei suoi tre fratelli, sino all’infausto giorno della deportazione di entrambi, rispettivamente nei campi di concentramento di Theresienstadt e di Auschwitz.
Di seguito, propongo la traduzione della poesia Weide (Salice), appartenente alla raccolta poetica Mein Kind (Mio figlio), composta dalla Kolmar fra il 1927 ed il 1932, in cui elementi magici dell’antica poesia celtica ( il salice era albero caro alla dea celtica Brigid, protettrice dei poeti e dei guaritori) si mescolano ad episodi biblici (si pensi al riferimento all’esilio babilonese del salmo 137) e a visioni primordiali della natura, in cui armonizzarsi, per confluire nello spazio infinito dell’Universo (mitten ins strömende All).


 
 
Salice


Su di te il canto mio di pioggia,
getto di polvere lucente
e tu potrai sotto adagiarti
col dolce fogliame,
giovane salice, tenera treccia
che si disseta dallo specchio
colmo di misere lacrime notturne
e sfavillante.
Umiltà di morbide e fluide ciocche,
capo lentamente sospinto,
che confida nei cerchi dei cigni reali,
nei loro silenzi;
sorridendo ti spuntano increspature
dai capelli , bambino,
se posso cullarti e avvolgerti
 con delicatezza in un vento blu Nilo.
Tu cresci profondo da terreni fangosi
al cristallo della sorgente,
la radice ti spinge dal peccato
nel mezzo del fluire cosmico.
La inghiottirà una lontra
in velenosa morsa,
attorno a te voglio tempeste sollevare,
Veli, che ho strappato,
ti conducono, Madre, sull’acqua
nelle mie tenebre.

(Trad. it. a cura di A. R.)