Chi decide quali libri meritano di
essere letti? Mi
sono chiesta più volte una cosa: chi decide, nel mondo della letteratura, quali
libri debbano essere conosciuti e quali invece possano passare quasi
inosservati? Da cittadina e lettrice, guardando da fuori, a volte ho l’impressione
che non sia sufficiente scrivere un buon libro, bisogna anche riuscire a
trovare qualcuno che ne parli, che lo presenti, che lo segnali, che gli dia
quella visibilità necessaria per arrivare ai lettori. E qui cominciano le
perplessità. Perché può capitare di vedere libri e autori continuamente
presenti negli stessi ambienti, negli stessi incontri, nelle stesse occasioni,
mentre altri sembrano non riuscire mai a trovare uno spazio. Non necessariamente
perché siano meno bravi, forse più semplicemente, perché non fanno parte di
quel determinato giro. Non voglio generalizzare e non penso che tutto il mondo
letterario funzioni così, sarebbe ingiusto dirlo, ma credo che sia legittimo
interrogarsi su un sistema nel quale le conoscenze e le relazioni sembrano
avere un peso importante anche nel decidere chi meriti attenzione. E mi domando
soprattutto che cosa possa provare un giovane che decide di scrivere; immagino
che non sia facile dedicare tempo, energie e speranze a un libro e poi scoprire
che il problema non è soltanto riuscire a pubblicarlo. Dopo la pubblicazione
comincia un’altra partita; bisogna riuscire a farsi leggere. Ma come può essere
letto un autore sconosciuto se nessuno gli offre la possibilità di essere conosciuto?
Un giovane scrittore che non appartiene a determinati ambienti parte
inevitabilmente svantaggiato; può avere talento, può avere qualcosa di
importante da dire, può persino aver scritto un libro migliore di altri più
visibili, ma se non ha relazioni, se non conosce le persone che contano,
rischia di rimanere fuori dalla porta, ed è questo che trovo più ingiusto. Non
credo che chi si occupa di letteratura abbia il compito di garantire il
successo a ogni autore, sarebbe impossibile e nemmeno auspicabile, credo però
che abbia una responsabilità nel permettere che le voci possano essere
ascoltate prima di essere giudicate. Perché se decidiamo in anticipo a chi
dare spazio, rischiamo di non scoprire mai chi avrebbe meritato quello spazio. La
cultura dovrebbe essere un luogo aperto, soprattutto per chi arriva dopo. I
giovani scrittori hanno bisogno di confrontarsi, di essere criticati quando
necessario, ma anche di avere una possibilità. Non dovrebbero essere costretti
a chiedersi, prima ancora di aver cominciato, se appartengono oppure no al
gruppo giusto. Forse noi cittadini dovremmo semplicemente osservare di più
queste dinamiche. Non per accusare qualcuno, ma per porci una domanda molto
semplice: quando scegliamo di dare visibilità a un libro o a un autore, stiamo
premiando davvero il valore di ciò che ha scritto oppure, qualche volta, anche
le relazioni che quell’autore ha saputo costruire?