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martedì 15 settembre 2026

IPERPOLITICA
di Franco Astengo


 
L’attualità sembra improvvisamente dominata dalla necessità di “regolamentare” e “fronteggiare” l’ipotesi distruttiva introdotta dall’esasperazione dell’innovazione tecnologica. Questo fatto potrà avvenire soltanto per mano pubblica? Si potrà così rappresentare la nuova frontiera della funzione dello Stato? Quale tipo di democrazia si dovrà costruire per attuare questo compito che, almeno per alcuni, dovrebbe segnare per l’umanità la possibilità stessa di continuare ad esistere?
Così dopo interi decenni di crollo delle ideologie, crisi dei partiti e «morte della politica», ecco che finalmente la politica è tornata. O almeno così sembra: in effetti, mai come oggi la società sembra spaccarsi in due su tutte le questioni di attualità, dai vaccini alla guerra in Ucraina, dall’Unione Europea a Gaza e si profila addirittura una nuova segmentazione del potere a livello mondiale con l’Oriente unito al Sud (con una prevalenza di governi autocratici ) versus l’area Nord-Occidentale (anche qui con i sistema politici pericolosamente inclinati verso il “metodo” illiberale).



Le organizzazioni politiche sono sempre più deboli, i sindacati inesistenti, i partiti evaporati, e la percentuale dei votanti sembrerebbe calare salvo il “richiamo della foresta” del riconoscimento identitario come è avvenuto in Sassonia. Dalla post-politica siamo insomma passati all’iperpolitica: un fenomeno, grandemente alimentato dai continui litigi online, in cui a dominare sono moralismo dilagante, apparenza senza sostanza e incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva. Questa è la tesi dello storico Anton Jäger che nel suo Iperpolitica, politicizzazione senza politica tenta di fornire una chiave per capire un presente in cui il dibattito su qualsiasi istanza riguardante la società, la cultura o l’economia si esaurisce perlopiù in controversie buone per le piattaforme social, senza che a tanta animosità corrisponda alcun effetto sui processi decisionali. Un segnale della crisi delle democrazie liberali e dello scivolamento delle relative forme di governo verso la semplificazione autoritaria? Dunque la crisi delle democrazie liberali.


Anton Jager

La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e dei populismi, è stata ben riassunta in un’intervista rilasciata tempo addietro dall’autocrate russo Putin al “Financial Times” nella quale, l’ex-agente del KGB, ne dichiarava la fine a favore delle cosiddette (semplifichiamo per economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata (e apparentemente sconfitta) in Ungheria e ipotizzata in Italia attraverso l’ipotesi del premierato eletto dal popolo, poi accantonato e oggi ripreso con la formula dell’indicazione della leadership delle coalizioni (tutto questo figlio del maggioritario coartante una complessità politico-sociale e dell’idea che la sera dei risultati elettorali si dovrebbe sapere chi governerà nei prossimi 5 anni).
Un interrogativo pesante quello della “qualità” costituzionale della forma di stato e di governo che si proprio alla vigilia di un “horribilis” anno elettorale che riguarderà i paesi-chiave in Europa.



Commenta il politologo Yascha Mounk autore di Il popolo vs. la democrazia (Feltrinelli) “Il liberalismo inteso come libertà dell’individuo e di scegliere come essere governato va difeso a oltranza. C’è invece una battaglia da fare contro il falso capitalismo mascherato da liberalismo economico che produce ineguaglianza e ingiustizia.
Sembra quasi di rintracciare, nella replica di Mounk, accenni nell’idea di passaggio dalla “democrazia repubblicana” (dalla Costituzione intesa come punto di non ritorno all’antico stato amministrativo liberale) alla “democrazia progressiva” che fu al centro della proposta della sinistra italiana negli anni difficili del consolidamento democratico post- fascismo.
Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un eccesso di semplificazione e allora si rende necessario andare meglio nel merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria crisi della democrazia occidentale.


Yascha Mounk

Questa era la terza fase della democrazia: la prima fase era quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della “democrazia del pubblico” con i leader che prevalgono sui partiti e il rapporto di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della Tivù generalista scalza le ideologie. La terza fase è quella (definizione di Ilvo Diamanti) “ibrida” realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La semplificazione “tranchant” imposta dall’uso di Internet nel dibattito politico ha poi fatto prevalere la semplicità delle “impressioni diritte” fra le quali la logica della paura, quella che determina nazionalismo e razzismo, ha finito con l’assumere una dimensione addirittura egemonica aprendo la porta alla fase definibile della “democrazia recitativa” rivolta a una società prevalentemente percorsa dall’individualismo competitivo. In base all’analisi di questi cambiamenti può prefigurarsi una deformazione della democrazia, nel senso di uno smarrimento dei tratti identitari, pur conservando intatte le forme della democrazia novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale. Il risultato è quello di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento.
Si aprirebbero (anzi si sono già aperti) varchi per avventure autoritarie ben interpretate da Trump e Netanyahu, e per lo strapotere delle lobbie in quadro di tecnocrazia dominante. Si verificherebbe, in sostanza, l’affermarsi di tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista, quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo carismatico. Si otterrebbe così il risultato di una sorta di riunificazione tra rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica.


Netanyahu, Trump, Putin

Da dove partire, allora, per modificare questo tipo di pericolosa prospettiva?
Non si deve avere timore, a questo proposito, di rialzare anche qualche bandiera lasciata cadere nel fango dalla borghesia, purché si abbia saldo l’orizzonte che abbiamo davanti: in questo senso dovrà verificarsi anche il recupero di un’ideologia prefigurante una visione del mondo che si contrapponga all’ideologia dominante dell’individualismo, del corporativismo, del governo separato completamente dalle istanza sociali. Agire in questo modo all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile, circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”.
Da questi punti di principio risaltano poi gli elementi concreti di contrasto alla deriva in atto; il rifiuto della personalizzazione esasperata partendo da una capacità complessiva di governo nell’insieme del delicato sistema dei media; la difesa della centralità dei Parlamenti; la fondatezza di un pluralismo politico basato sulla capacità di lettura e d’interpretazione della complessità delle fratture sociali contrastando la deriva hobbesiana verso “l’autonomia del politico”. Purtroppo in questo principio di terzo millennio anche le donne e gli uomini con uno spiccato senso civico stanno agendo individualmente allontanandosi dai partiti, dai sindacati, dalle organizzazioni politiche perfino dalle Chiese. Questo fenomeno ha segnato gli ultimi vent’anni, incidendo più a sinistra che a destra. Le rivolte dell’antipolitica innescata dalla crisi dei subprime del 2007, da “Occupy Wall Street” alle primavere arabe del Nordafrica e in Medioriente, fino alle marce per il cambiamento climatico, hanno scosso il sistema come del resto è avvenuto anche in Italia dopo una vorticosa fase segnata dalla volatilità elettorale e dalla crescita dell’astensionismo causato dalle delusioni inferte dal populismo (uno vale uno, democrazia diretta, pieni poteri).


Niklas Luhmann

L’esito complessivo di questa fase è che tutto questo “mouvement” non ha cambiato in profondità il sistema, anzi lo ha isolato in una sorta di “distacco sociale” di cui soffrono in evidenza le forze progressiste mentre il pendolo si sta spostando, come abbiamo già avuto modo di analizzare, verso una politica fondata su due teoremi fondamentali: “la riduzione nel rapporto politica/ società” di origine luhmanniana e l’esaltazione del concetto “amico-nemico” elaborato da Carl Schimtt. Così si sta verificando la “reductio ad unum” delle grandi contraddizioni: da quella “principale” di natura marxiana a quelle post-materialiste ecologica, digitale, di genere tutte comprese e schiacciate dentro la logica del “dominio tecnocratico”.