IPERPOLITICA
di Franco Astengo
L’attualità
sembra improvvisamente dominata dalla necessità di “regolamentare” e
“fronteggiare” l’ipotesi distruttiva introdotta dall’esasperazione
dell’innovazione tecnologica. Questo fatto potrà avvenire soltanto per mano
pubblica? Si potrà così rappresentare la nuova frontiera della funzione dello
Stato? Quale tipo di democrazia si dovrà costruire per attuare questo compito
che, almeno per alcuni, dovrebbe segnare per l’umanità la possibilità stessa di
continuare ad esistere?
Così dopo interi decenni di crollo delle ideologie, crisi dei
partiti e «morte della politica», ecco che finalmente la politica è tornata. O
almeno così sembra: in effetti, mai come oggi la società sembra spaccarsi in
due su tutte le questioni di attualità, dai vaccini alla guerra in Ucraina,
dall’Unione Europea a Gaza e si profila addirittura una nuova segmentazione del
potere a livello mondiale con l’Oriente unito al Sud (con una prevalenza di
governi autocratici ) versus l’area Nord-Occidentale (anche qui con i sistema
politici pericolosamente inclinati verso il “metodo” illiberale).
Le organizzazioni politiche sono sempre più deboli, i sindacati
inesistenti, i partiti evaporati, e la percentuale dei votanti sembrerebbe
calare salvo il “richiamo della foresta” del riconoscimento identitario come è
avvenuto in Sassonia. Dalla post-politica siamo insomma passati
all’iperpolitica: un fenomeno, grandemente alimentato dai continui litigi
online, in cui a dominare sono moralismo dilagante, apparenza senza sostanza e
incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva. Questa è la tesi dello
storico Anton Jäger che nel suo Iperpolitica, politicizzazione senza
politica tenta di fornire una chiave per capire un presente in cui il
dibattito su qualsiasi istanza riguardante la società, la cultura o l’economia
si esaurisce perlopiù in controversie buone per le piattaforme social, senza
che a tanta animosità corrisponda alcun effetto sui processi decisionali. Un
segnale della crisi delle democrazie liberali e dello scivolamento delle
relative forme di governo verso la semplificazione autoritaria? Dunque la crisi
delle democrazie liberali.

Anton Jager
La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e
dei populismi, è stata ben riassunta in un’intervista rilasciata tempo addietro
dall’autocrate russo Putin al “Financial Times” nella quale, l’ex-agente del
KGB, ne dichiarava la fine a favore delle cosiddette (semplifichiamo per
economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata (e apparentemente
sconfitta) in Ungheria e ipotizzata in Italia attraverso l’ipotesi del
premierato eletto dal popolo, poi accantonato e oggi ripreso con la formula dell’indicazione
della leadership delle coalizioni (tutto questo figlio del maggioritario
coartante una complessità politico-sociale e dell’idea che la sera dei
risultati elettorali si dovrebbe sapere chi governerà nei prossimi 5 anni).
Un interrogativo pesante quello della “qualità” costituzionale
della forma di stato e di governo che si proprio alla vigilia di un
“horribilis” anno elettorale che riguarderà i paesi-chiave in Europa.

Commenta il politologo Yascha Mounk autore di Il popolo vs. la
democrazia (Feltrinelli) “Il
liberalismo inteso come libertà dell’individuo e di scegliere come essere governato
va difeso a oltranza. C’è invece una battaglia da fare contro il falso
capitalismo mascherato da liberalismo economico che produce ineguaglianza e
ingiustizia”.
Sembra quasi di rintracciare, nella replica di Mounk, accenni
nell’idea di passaggio dalla “democrazia repubblicana” (dalla Costituzione
intesa come punto di non ritorno all’antico stato amministrativo liberale) alla
“democrazia progressiva” che fu al centro della proposta della sinistra
italiana negli anni difficili del consolidamento democratico post- fascismo.
Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un
eccesso di semplificazione e allora si rende necessario andare meglio nel
merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria
crisi della democrazia occidentale.
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| Yascha Mounk |
Questa era la terza fase della democrazia: la prima fase era
quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa
intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della
“democrazia del pubblico” con i leader che prevalgono sui partiti e il rapporto
di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della Tivù generalista scalza le
ideologie. La terza fase è quella (definizione di Ilvo Diamanti) “ibrida”
realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il
miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La semplificazione
“tranchant” imposta dall’uso di Internet nel dibattito politico ha poi fatto
prevalere la semplicità delle “impressioni diritte” fra le quali la logica della
paura, quella che determina nazionalismo e razzismo, ha finito con l’assumere
una dimensione addirittura egemonica aprendo la porta alla fase definibile
della “democrazia recitativa” rivolta a una società prevalentemente percorsa
dall’individualismo competitivo. In base all’analisi di questi cambiamenti può
prefigurarsi una deformazione della democrazia, nel senso di uno smarrimento
dei tratti identitari, pur conservando intatte le forme della democrazia
novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale. Il risultato è quello
di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento.
Si aprirebbero (anzi si sono già aperti) varchi per avventure
autoritarie ben interpretate da Trump e Netanyahu, e per lo strapotere delle
lobbie in quadro di tecnocrazia dominante. Si verificherebbe, in sostanza,
l’affermarsi di tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista,
quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo
carismatico. Si otterrebbe così il risultato di una sorta di riunificazione tra
rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con
l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica.

Netanyahu, Trump, Putin
Da dove partire, allora, per modificare questo tipo di pericolosa
prospettiva?
Non si deve avere timore, a questo proposito, di rialzare anche
qualche bandiera lasciata cadere nel fango dalla borghesia, purché si abbia
saldo l’orizzonte che abbiamo davanti: in questo senso dovrà verificarsi
anche il recupero di un’ideologia prefigurante una visione del mondo che si contrapponga
all’ideologia dominante dell’individualismo, del corporativismo, del
governo separato completamente dalle istanza sociali. Agire in questo modo
all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile,
circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”.
Da questi punti di principio risaltano poi gli elementi concreti
di contrasto alla deriva in atto; il rifiuto della personalizzazione esasperata
partendo da una capacità complessiva di governo nell’insieme del delicato
sistema dei media; la difesa della centralità dei Parlamenti; la fondatezza di
un pluralismo politico basato sulla capacità di lettura e d’interpretazione
della complessità delle fratture sociali contrastando la deriva hobbesiana verso
“l’autonomia del politico”. Purtroppo in questo principio di terzo millennio
anche le donne e gli uomini con uno spiccato senso civico stanno agendo
individualmente allontanandosi dai partiti, dai sindacati, dalle organizzazioni
politiche perfino dalle Chiese. Questo fenomeno ha segnato gli ultimi vent’anni,
incidendo più a sinistra che a destra. Le rivolte dell’antipolitica innescata
dalla crisi dei subprime del 2007, da “Occupy Wall Street” alle primavere arabe
del Nordafrica e in Medioriente, fino alle marce per il cambiamento climatico,
hanno scosso il sistema come del resto è avvenuto anche in Italia dopo una
vorticosa fase segnata dalla volatilità elettorale e dalla crescita
dell’astensionismo causato dalle delusioni inferte dal populismo (uno vale uno,
democrazia diretta, pieni poteri).

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| Niklas Luhmann |
L’esito complessivo di questa fase è che tutto questo “mouvement” non ha cambiato in profondità il sistema, anzi lo ha isolato in una sorta di “distacco sociale” di cui soffrono in evidenza le forze progressiste mentre il pendolo si sta spostando, come abbiamo già avuto modo di analizzare, verso una politica fondata su due teoremi fondamentali: “la riduzione nel rapporto politica/ società” di origine luhmanniana e l’esaltazione del concetto “amico-nemico” elaborato da Carl Schimtt. Così si sta verificando la “reductio ad unum” delle grandi contraddizioni: da quella “principale” di natura marxiana a quelle post-materialiste ecologica, digitale, di genere tutte comprese e schiacciate dentro la logica del “dominio tecnocratico”.






