Se vuoi davvero capire a che punto è il mondo e verso dove è
diretto, probabilmente non c’è nulla di più significativo dello studio PISA
dell’OCSE: un test globale somministrato ogni tre anni a ben 760.000
quindicenni in 91 paesi. Nessun altro rapporto al mondo, redatto da qualsiasi
istituzione, riesce a cogliere meglio se i paesi stiano costruendo o
dilapidando il proprio futuro. I risultati più recenti del PISA sono stati
pubblicati proprio ieri (oecd.org/en/publication) e sono davvero affascinanti, ma
per certi versi piuttosto deprimenti. Perché deprimenti? Perché, purtroppo, i
dati mostrano che il mondo sta diventando meno intelligente: dal 2012 circa i
punteggi in scienze, lettura e matematica sono in costante calo nei paesi OCSE.
Il punteggio relativo alla lettura è particolarmente preoccupante: è
letteralmente crollato, perdendo 28 punti dal 2015; secondo il rapporto, ciò
equivale a una perdita di quasi un anno e mezzo di istruzione scolastica. A
peggiorare le cose, l’abilità di lettura che ha subito il calo maggiore a
livello generale è proprio quella di cui abbiamo più disperatamente bisogno: la
capacità di valutare criticamente ciò che si legge, incrociare le fonti e
distinguere il segnale dal rumore. Purtroppo, in media, i quindicenni di tutto
il mondo sono sempre meno capaci di rallentare e riflettere davvero su ciò che
stanno leggendo. È interessante notare, tuttavia, che analizzando i dettagli
questo grande “impoverimento intellettuale” non è uniforme: si concentra
prevalentemente nei ricchi paesi occidentali, mentre molti paesi in via di
sviluppo stanno effettivamente diventando molto più competenti. Ad esempio,
paesi ricchi come Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia sono in caduta libera,
mentre nazioni come Cambogia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti stanno registrando
notevoli progressi. Va chiarito che ciò non significa che i paesi in via di
sviluppo siano ora “più intelligenti” di quelli ricchi: a parte una notevole
eccezione, non è ancora così. Tuttavia, stanno recuperando terreno rapidamente,
sia perché i paesi ricchi stanno diventando meno competenti, sia perché loro
stessi stanno migliorando. L’unica eccezione è, come prevedibile, la più “intelligente”
di tutte, e con un ampio margine: la Cina.
Gioca praticamente in un campionato
a sé: basta guardare la classifica nella tabella (sono stati testati solo gli
studenti di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang: 4 regioni che contano 200
milioni di abitanti). I risultati della Cina in matematica sono davvero
impressionanti: secondo il rapporto, il livello più alto – il livello 5, che
segna l’inizio della fascia dei “migliori” (top performers) – parte da un
punteggio di 607. Lo studente cinese “medio” ottiene 612 punti: i ragazzi
cinesi “normali” si collocano a un livello considerato d’élite nel resto del
mondo. Di fatto – e questo è probabilmente il dato più curioso dell’intero
rapporto – se si osserva la colonna relativa alla “percentuale di studenti con
scarse prestazioni in scienze, lettura e matematica”, la Cina si ferma all’1,8%.
Ciò significa che solo l’1,8% degli studenti cinesi rientra nella categoria
delle scarse prestazioni in tutte e tre le materie: una cifra quasi
trascurabile, paragonabile a un errore di arrotondamento. Persino Singapore,
seconda in classifica e generalmente considerata un modello di eccellenza
nell’istruzione, si attesta al 6,8%: un dato quasi quattro volte peggiore. La
Francia, il mio Paese, è al 21,3%: quasi dodici volte peggio. Tutto ciò, per
inciso, sfata il mito comune secondo cui esisterebbero ragazzi geneticamente
irrecuperabili e impossibili da istruire: la Cina dimostra che, con il sistema
giusto, praticamente ogni studente può raggiungere un livello di competenza
adeguato.
Cosa ci dice tutto questo sul mondo e sulla sua direzione?
Oltre al fatto che, se il futuro appartiene a chi sa pensare, la Cina è nella
posizione ideale per conquistarlo? Credo che il quadro generale sia questo: la
traiettoria di un Paese non è mai qualcosa di inevitabile. Quindici anni fa la
Finlandia era il fiore all’occhiello dell’istruzione mondiale; oggi è in caduta
libera (si veda l’ultimo grafico). La Cambogia occupava l’ultimo posto in tutte
le classifiche, mentre ora registra i miglioramenti più significativi mai
rilevati dallo studio. A cambiare non sono stati i ragazzi: si tratta sempre di
studenti finlandesi (la Finlandia ha uno dei tassi di immigrazione più bassi
dell’Occidente) e di studenti cambogiani. Inoltre, non conta molto – o
quantomeno conta meno – se un Paese sia ricco o meno. Per esempio, nel Sud-est
asiatico, sia la Malesia che l’Indonesia – le due maggiori economie dell’ASEAN
dopo Singapore – stanno ottenendo risultati molto scarsi; al contrario, la
Thailandia e il Vietnam, pur essendo più poveri, vantano studenti con una
preparazione migliore e punteggi in costante miglioramento. Ecco dunque la
conclusione fondamentale: i ragazzi non cambiano, possiedono tutti un potenziale
– sempre – come dimostrato dal caso della Cina (con quel dato dell’1,8%). Ciò
che cambia è il modo in cui gli adulti decidono di valorizzare quel potenziale.
È una constatazione che infonde speranza – poiché significa che qualsiasi Paese
può scegliere di invertire la rotta in qualsiasi momento – ma che al contempo
rattrista, visti i risultati: significa infatti che molti Paesi stanno
scegliendo di deludere le aspettative dei propri giovani.