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sabato 31 ottobre 2026

QUANDO LA GIUSTIZIA NON OBBEDISCE AL POTERE
di Giovanni Bonomo*  


La giudice e la presidente

Il caso Siher e la lezione dimenticata della Costituzione
 
Il caso Youssef Siher e il duro attacco di Giorgia Meloni alla magistratura milanese ripropongono una questione fondamentale per la tenuta democratica del Paese: può il potere politico pretendere che la giustizia si pieghi alle sue aspettative? Dall’Habeas Corpus all’articolo 13 della Costituzione, una riflessione sull’inviolabilità della libertà personale, sull’indipendenza dei giudici e sulle sempre più preoccupanti tentazioni autoritarie. Perché la sicurezza senza garanzie non è giustizia, ma arbitrio e in uno Stato di diritto non è la legge a dover obbedire al potere, bensì il potere alla legge.
 
C’è qualcosa di profondamente inquietante in un Paese nel quale chi governa pretende di stabilire non soltanto quali leggi debbano essere applicate, ma persino quali decisioni debbano assumere i giudici.
Il caso di Youssef Siher, rimesso in libertà dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, offre l'ennesima occasione per misurare la distanza, ormai preoccupante, tra la cultura costituzionale e la concezione del potere che sembra animare l’attuale maggioranza di governo.
La magistrata, con un'ordinanza motivata di ben 37 pagine, ha escluso, allo stato degli atti, la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza necessari per applicare la misura cautelare richiesta dalla Procura, non ravvisando neppure i presupposti per convalidare il fermo. Non ha assolto nessuno, non ha cancellato alcun reato, non ha impedito il proseguimento delle indagini, ha semplicemente applicato la legge. Evidentemente, per Giorgia Meloni, è già troppo. La Presidente del Consiglio ha definito quella decisione «vergognosa», arrivando a rappresentarla come una mortificazione del lavoro delle forze dell'ordine e degli investigatori. Ma proprio qui si manifesta un equivoco istituzionale tanto grossolano quanto pericoloso: la magistratura non è l'ufficio di convalida delle aspettative del governo, né il giudice è chiamato a ratificare le conclusioni degli investigatori. Il rispetto dovuto alle forze dell’ordine non implica l’infallibilità delle loro valutazioni e il riconoscimento del lavoro della Procura non comporta l'obbligo del giudice di accoglierne le richieste. Anzi, è proprio quando un giudice dice di no all'accusa, sulla base delle prove e del diritto, che l'indipendenza della giurisdizione dimostra concretamente la propria ragion d'essere. Dovrebbe essere una nozione elementare per chiunque ricopra incarichi istituzionali, a maggior ragione per chi presiede il Consiglio dei ministri.


Y. Siher

Esiste un principio di civiltà giuridica che precede di secoli la nostra Repubblica. Si chiama Habeas Corpus: il potere non può privare arbitrariamente un individuo della libertà personale e deve sottoporre la legittimità della detenzione al controllo di un giudice. Nell'ordinamento italiano questa garanzia trova una delle sue più alte espressioni nell'articolo 13 della Costituzione: «La libertà personale è inviolabile».
Non è una dichiarazione ornamentale, da esibire nelle cerimonie ufficiali e poi dimenticare quando diventa politicamente scomoda, è un limite preciso, invalicabile, imposto al potere pubblico. E vale per tutti, anche per chi manifesta contro il governo, anche per chi esprime idee radicali, anche per chi non gode delle simpatie della maggioranza, anche per chi si chiama Youssef Siher.
C’è poi un grottesco paradosso che meriterebbe di essere scolpito nel marmo.
Giorgia Meloni, che ha sostenuto la riforma costituzionale della separazione delle carriere in nome di una giustizia più equilibrata e garantista, oggi attacca una giudice proprio perché ha esercitato la propria autonomia rispetto alle richieste del pubblico ministero. È la contraddizione di un garantismo che sembra funzionare soltanto quando conduce alle decisioni desiderate dal potere. Eppure gli italiani, con il referendum del marzo 2026, hanno già respinto quella riforma costituzionale.



Il principio rimane dunque quello che dovrebbe essere insegnato in ogni scuola, prima ancora che nelle facoltà di giurisprudenza: il giudice non risponde al governo, non risponde alla piazza e non risponde alle aspettative della pubblica accusa. Risponde soltanto alla legge. Naturalmente, le decisioni giudiziarie possono essere criticate, discusse e impugnate: nessun magistrato è infallibile e nessuna sentenza è sottratta al confronto pubblico. Ma altra cosa è trasformare una decisione motivata in un bersaglio politico, alimentando nell’opinione pubblica l’idea che il giudice indipendente sia un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. Questa non è una discussione sul diritto, è una pericolosa confusione tra giustizia e obbedienza. E mentre gli italiani continuano a fare i conti con il caro vita, salari insufficienti, precarietà e difficoltà abitative, il dibattito pubblico viene ancora una volta trascinato verso un nemico facilmente riconoscibile: lo straniero, il manifestante, il dissidente e, naturalmente, quella «certa magistratura» che si ostina a non assecondare il potere. È un meccanismo politico antico: quando le risposte ai problemi sociali scarseggiano, la ricerca del colpevole può risultare più conveniente della ricerca delle soluzioni e la sicurezza diventa allora una parola d’ordine buona per ogni occasione.
Ma la sicurezza, in uno Stato di diritto, non coincide con la moltiplicazione dei decreti repressivi, con la militarizzazione degli spazi pubblici o con l’inasprimento indiscriminato delle pene.
 


Uno Stato è davvero sicuro quando i cittadini sono protetti non soltanto dalla criminalità, ma anche dall
’arbitrio del potere.

Non possiamo ignorare, infine, il significato storico di certe ricorrenze. Il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, dovrebbe ricordarci quanto fragile possa diventare la democrazia quando il potere esecutivo pretende di assorbire ogni altra funzione dello Stato. Non si tratta di stabilire semplicistiche equivalenze storiche, ma di riconoscere i segnali di una cultura autoritaria ogni volta che riaffiora la tentazione di considerare le garanzie costituzionali un intralcio e il dissenso una minaccia.
La Costituzione repubblicana è nata proprio per impedire che la forza si sostituisca al diritto e che la volontà di una maggioranza possa trasformarsi in potere senza limiti, non appartiene a una parte politica, non è un programma di governo, non è una concessione del vincitore delle elezioni. È il patto fondamentale che vincola tutti, soprattutto coloro che esercitano il potere. Ed è per questo che occorre vigilare, senza isterismi ma senza indulgenze, su ogni tentativo di delegittimare l
’indipendenza della magistratura e di subordinare le libertà individuali alle convenienze dell’esecutivo.

Perché la democrazia non muore soltanto quando qualcuno abolisce formalmente la Costituzione, può cominciare a morire anche quando chi dovrebbe rispettarla ne considera fastidiosi i limiti. La differenza tra uno Stato di diritto e uno Stato autoritario è, in fondo, semplicissima: nel primo è il potere a dover obbedire alla legge; nel secondo si pretende che sia la legge a obbedire al potere. E noi, che abbiamo scelto la Repubblica e la Costituzione, non possiamo permetterci di dimenticarlo.
 
*Centro Culturale Candide