LEGGE DI BILANCIO
di
Alfonso Gianni
Mette a nudo la melonomics
I cortei e
gli scioperi di queste ultime settimane hanno riportato tutti alla realtà, a
tal punto che anche i più moderati si sono accorti che quelle che venivano infrante
non erano tanto le vetrine delle zone del commercio di lusso delle città,
quanto proprio le illusioni del governo di risolvere la questione con qualche
briciola caduta dalla tavola: gli spazi per una robusta trickle-down economics all’italiana sono stati quasi del tutto
cancellati dal mancato contenimento del deficit sotto il 3% e dalla conseguente
impossibilità di uscire dalla procedura di infrazione europea che inibisce
corpose elargizioni di bilancio preelettorali. Né la soluzione puramente
repressiva, manganellate e leggi che stanno trasformando uno stato di diritto
in uno stato penale, si sono mostrate efficaci nemmeno nel loro tentativo di
intimorire e minacciare preventivamente, allo scopo di inibire sul sorgere la
protesta sociale. Non è solo un problema italiano. Anzi, si potrebbe dire,
parafrasando il celebre incipit: “Uno spettro si aggira per l’Europa -
lo spettro della maranza”. Nel nostro paese si cerca di accreditare questa
versione denigratoria della rivolta sociale in atto come, nel più recente
decreto, allargando ai minori la punibilità.
Di fronte a questo quadro sono in
molti gli editorialisti, anche tra i più moderati, ad avere sottolineato la
sordità delle forze del governo di fronte alle richieste che si sono sollevate
dalle piazze, dai consigli comunali e regionali, persino dal Parlamento, nei
non frequenti momenti in cui l’opposizione ha smesso di stare sulla difensiva e
di giocare di rimessa e ha scelto di avanzare qualche proposta in positivo,
nell’intento - tanto invocato quanto sempre in ritardo - di dare qualche
assaggio di un futuro programma che però ancora non c’è. A dire il vero la
risposta del governo invece c’è. Nelle piazze e nei cortei si è gridato
“Abbassate le armi, alzate i salari”: la replica del governo non si è fatta
attendere ed è inequivocabile: “Alziamo le armi, abbassiamo i salari”. L’esatto
contrario. Questa è l’anima nera della manovra economica. In estrema sintesi
questo è il contenuto dei 157 articoli che compongono la legge di bilancio.
Complessivamente la manovra vale
circa 26 miliardi di euro, ma 12 di questi sono vincolati alle clausole della
Ue per energia e difesa. Bruxelles concede di accrescere il già imponente
debito italiano (stimato dal Fondo monetario internazionale al 138% del
rapporto debito/Pil per la fine del 2026), ma non porta ovviamente denaro
europeo. Restano perciò 14 miliardi. Troppo poco per qualunque cosa. Quindi i
malumori si avvertono anche all’interno della compagine governativa. Salvini,
che deve recuperare credibilità e salvaguardare la sua leadership, insiste su
quota 100, ovvero sulla possibilità di andare in pensione a 64 anni sulla base
di 36 annualità di contributi versati. Forza Italia pare più sensibile alla
riduzione del taglio delle indicizzazioni dell’assegno pensionistico. La Cisl
batte il chiodo della sanità e riappare nel vocabolario della sua segretaria persino
la parola mobilitazione. Le Regioni sono in subbuglio, anche quelle che sono
state gratificate recentemente dal regalo sull’autonomia differenziata:
l’assessore alla sanità della regione Lombardia, Guido Bertolaso (toh, chi si
rivede), sostenuto dal Presidente del consiglio regionale Attilio Fontana,
tuona contro i tagli insostenibili per il sistema sanità. Anche in Confindustria c’è scontento. Non è da
sottovalutare la presa di posizione di “Elettricità Futura”, la sigla che
rappresenta i produttori di energia elettrica, che in una nota pubblica
dichiara di non rinnovare l’iscrizione a Confindustria Energia, rivelando così
che l’incremento dei prezzi energetici, derivante dalla guerra e dallo storico
ritardo nel passaggio alle rinnovabili, apre uno scontro nel mondo industriale,
tra i vari settori della manifattura e i fornitori di energia, ovvero tra chi,
pur tardivamente, punta alle rinnovabili e chi invece resta prigioniero delle
forniture di gas.
La struttura della legge di
bilancio mette in luce non solo la mancanza di capacità di spesa, ma anche
l’intenzione di lasciare alla maggioranza e al governo che verrà la
responsabilità di sciogliere i nodi che affliggono l’economia del paese. Per
questo la manovra prevede una serie inusitata, forse un record, di una tantum. In base al testo presentato
alle camere si contano in 31 le misure la cui durata non supera l’anno. Ma
diverse di queste generano effetti difficilmente cancellabili e perciò capaci
di legare le mani al futuro legislatore. E non si tratta di argomenti secondari
secondo la stessa impostazione dell’attuale maggioranza. Per fare solo qualche
esempio: dura un anno la proroga dei bonus edilizi; così per gli sconti
fiscali, quelli per il tanto vezzeggiato ceto medio; scade tra un anno anche il
cosiddetto salvadanaio per i nuovi nati, con il quale ci è stato raccontato che
si vorrebbe arginare il calo demografico; la stessa sorte per il cosiddetto
bonus per gli over 75 che oltre ad essere miserabile nella quantità, indirizza
gli aventi bisogno verso il settore privato. Secondo la stima del giornale della
Confindustria le voci a scadenza riempiono circa il 40% del costo lordo della
manovra. Si potrebbe dire che la manovra finanziaria si è messa in competizione
con il lavoro sul terreno della precarietà.
Intanto il Rapporto annuale
dell’Istat ci fornisce una fotografia del nostro paese sconsolante, quella di
un’Italia che cresce poco, scarica sulle famiglie, in particolare sulle donne,
il peso di una sempre pericolante tenuta sociale, sconta un Pil reale fermo da
vent’anni, un incremento della povertà, sia quella assoluta che quella
relativa, mentre il potere d’acquisto delle retribuzioni perde il suo confronto
con l’incremento dell’inflazione, giunto in questi ultimi mesi al 5,4%. Siamo
quindi di fronte ad una diminuzione del valore reale dei salari, cui non
riescono a fare fronte gli aumenti contrattuali, che peraltro hanno lasciato
fuori ben più di 2 milioni di lavoratrici e lavoratori dipendenti che quando
finalmente avranno il loro rinnovo contrattuale, vedranno gli aumenti
retribuitivi già mangiati dalla rapida crescita inflazionistica. È in questo drammatico
quadro sociale che la manovra di bilancio infligge una ulteriore picconata alle
strutture portanti dello stato sociale.
L’attacco alle pensioni non è
purtroppo una novità. Ancora una volta esse sono considerate come il bancomat
cui il governo si rivolge per risolvere i problemi - o cercare di farlo - che
affliggono i conti pubblici. Ma questa volta si sfonda insieme il limite del
sopportabile e del ridicolo. Il taglio della indicizzazione è previsto per gli
assegni superiori a quattro volte il minimo, quindi sopra i 2.447 euro lordi al
mese, con un andamento crescente per i livelli ancora superiori. Il taglio avverrà
però sull’intero importo e non solo sulla parte eccedente il minimo. Questo non
solo rappresenta una resa nei confronti dell’inflazione, ma va a sbattere
contro una misura tanto decantata dal governo, ovvero l’abbassamento di dieci
punti dell’aliquota Irpef dal 43% al 33% sulle quote di reddito superiori ai
50mila euro. Secondo calcoli di fonte confindustriale il 35% degli interessati
da questo cosiddetto sconto per il ceto medio, tanto decantato dalla compagine
governativa, vedrà peggio che azzerati i vantaggi per il proprio assegno
pensionistico dalla riduzione della sua indicizzazione. Insomma il taglio della
indicizzazione la vince su quello dell’aliquota Irpef. Per quelli che stanno
sotto la cifra dei 50mila euro non c’è nulla, anzi i lavoratori dipendenti se
la devono vedere da soli con un fiscal
drag ormai pari a 4,5 miliardi mai restituiti. Va meglio per i lavoratori
autonomi che possono usufruire di una tassazione a forfait pari al 15% alzando l’asticella ai 100mila euro di
introiti, allargando in questo modo il fossato che separa i dipendenti dalle
partite Iva.
Insieme alla previdenza un’altra
grande vittima è la sanità. Anche qui purtroppo niente di nuovo, ma è evidente l’ulteriore
accanimento su un settore così vitale - e non in senso metaforico in questo
caso - per la nostra società. Il ministro in causa, Orazio Schillaci, prima ha
borbottato, poi si sarebbe dichiarato soddisfatto - non si sa di che - infine
si è azzittito. Miseria di una classe politica: neppure se ti sfilano sotto il
naso fondi, strutture e risorse umane dal settore su cui dovresti esercitare la
tua potestà di ministro che ha giurato sulla Costituzione, hai il coraggio di
alzare la voce e, se non basta, di dimetterti. La pandemia non ha insegnato
nulla a chi ha solo a cuore il fiorente settore privato sanitario. Alla sanità
andranno 2,4 miliardi, per intenderci le Regioni ne chiedevano 7,8. Secondo le
stime della Cgil l’investimento nella sanità pubblica da qui al 2029 calerà dal
6,14% del Pil al 5,83%.
E non poteva mancare, ancora una
volta, il taglio ai fondi per la scuola pubblica e il dirottamento di risorse
verso quella privata. Erano già sparite oltre diecimila cattedre previste dieci
anni fa, mentre il personale non docente vede diminuire i posti di lavoro per
ben oltre duemila unità. Ma va ricordato che già nella legge di bilancio dello
scorso anno era prevista una riduzione massiccia di più di 7800 posti. A tutto
ciò si aggiunge questa volta la previsione di circa 5mila cattedre in meno. Il
tutto viene giustificato con il calo demografico e quindi con la diminuzione
degli alunni. Ma allora non si spiegherebbe perché piovono fondi per le scuole
private, più di 200 milioni e un buono scuola di 1500euro per le iscrizioni
nelle scuole paritarie. Come si vede l’ipocrisia non riesce a mascherare
neppure un poco la logica privatistica che questo governo ha alimentato ed
esercitato oltre misura in un campo, la scuola, ove - come diceva Piero
Calamandrei - si costruisce la democrazia. Ma di quest’ultima le forze al
governo non sanno che farsene, anzi operano in ogni ambito possibile per
distruggerla.
Va segnalata però una novità, che
per una eterogenesi dei fini può avere anche un risvolto positivo: la legge di
bilancio introduce per la prima volta una exit
tax, ovvero una tassa sulle plusvalenze latenti per i contribuenti dotati
di patrimoni significativi (almeno 800mila euro) che decidono di trasferire
all’estero la propria residenza fiscale. L’aliquota è del 26%, modesta, ma la
tassazione riguarda le persone fisiche, non solo le imprese com’era previsto
fin qui. L’obiettivo è quello di impedire che i capitali trasferiti all’estero
sfuggano al fisco nazionale. Al di là delle tecnicalità, la norma inserita
nell’articolo 17 del disegno di legge può contribuire a fare crollare una delle
principali obiezioni che si oppongono alla introduzione di una legge
patrimoniale e sulle grandi fortune - come quella contenuta nella legge di
iniziativa popolare che verrà presentata entro il mese al Senato -. Risulterà
infatti difficile sostenere che non si può fare perché farebbe fuggire tutti i
capitali all’estero.
E il resto? Va all’incremento per
le spese in armamenti che derivano dal sistema di guerra nel quale il nostro
paese è attivamente impegnato. E il tema dell’innalzamento dei costi
dell’energia è perfettamente coerente con la prosecuzione, nelle sue diverse
forme e intensità, della guerra quale sostituto dell’azione politica nello
scenario internazionale.
Può anche darsi che qualche
cambiamento possa derivare all’impianto crudele di questa legge di bilancio. Si
sa che il governo prevede un pacchetto di milioni per acquietare le divergenze
interne, più che per soddisfare qualche richiesta dell’opposizione - come
avveniva in tempi passati ormai lontani -, ma è poca roba. Il luogo per cercare
di cambiare la logica di questa legge di bilancio non è quello delle aule
parlamentari, soffocate dalla prevaricazione del governo. La chiave del
cambiamento, anche parziale, non risiede in una logica emendativa, ma nella
lotta sociale che in questi giorni è tornata a farsi sentire e vedere. Quindi
ci rivediamo in piazza il 20 di novembre, sciopero generale proclamato dalla
Cgil e giornata di mobilitazione europea del movimento degli studenti.









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