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martedì 21 gennaio 2014

ACQUA PUBBLICA: PER UNA NUOVA VISIONE
di Emilio Molinari






Con questo intervento letto il 18 gennaio scorso al Convegno promosso dal Forum Italiano dei Movimenti dell’Acqua, tenutosi a Milano nella sede delle Acli di via della Signora, e che “Odissea” è lieta di ospitare, Emilio Molinari, che è uno degli esponenti più in vista del Forum, ci invita a riconsiderare il diritto all’acqua come una battaglia globale e sempre più aperta ad una visione mondiale. Gli spunti qui proposti mirano in quella direzione. I pericoli sono ovviamente grossissimi: le multinazionali tentano di piegare ai loro interessi ogni sovranità pubblica e popolare; ad impossessarsi dei beni naturali che devono restare diritti universali. A due anni e mezzo dal referendum vittorioso (12-13 giugno 2011) per l’acqua pubblica, si tenta di vanificare quella straordinaria mobilitazione popolare nata dal basso.
Pretendere che la decisione popolare di quel referendum venga applicata in tutto il suo significato, resta un imperativo categorico per ciascuno di noi.








Ciò di cui discutiamo oggi, è: la tariffa, il ruolo dell'AEEG, la perdita di sovranità degli enti locali che ne deriva e la vocazione al suicidio da parte dei comuni stessi, il referendum tradito. Ma tutto ciò viene da lontano è il riflesso della politica Europea e mondiale e della cultura che irradia nelle istituzioni. È in gioco la mercificazione globale dell'acqua e la sovranità di tutte le istituzioni (stati, enti locali, UE stessa) delle costituzioni, del bene pubblico) che vengono trasferiti ad organismi privati e transnazionali.
La crisi e il debito pubblico vengono, a tal fine, usati come clavi per vincere la resistenza dei cittadini e dei lavoratori alle privatizzazioni. Resistenza che i movimenti dell'acqua hanno concorso a determinare in Europa e nel mondo.
Da qui la necessità di ridare vigore alla narrazione universale dell'acqua, di mettere in campo nuovi obbiettivi e campagne capaci di ricreare nuova consapevolezza di massa. Chiamare altre realtà di movimento come quelle per il cibo e l'energia, le ONG a fare sinergie con noi. Scuotere la politica e parlare di nuovo alle masse (anche con l'orizzonte delle elezioni europee).
I ricercatori universitari: Chiara Carrozza ed Emanuele Fantini hanno scritto, che le motivazioni prevalenti nel voto di 27 milioni di persone e di 4 milioni attivate, non sono meramente economiche (i costi, la tariffa, ecc.), ma sono la narrazione del bene comune da cui dipende la vita e i pericoli di una  consegna ai privati del fondamentale  elemento naturale per la vita di tutti. Questi argomenti hanno permesso di sconfiggere nel referendum le tesi dominanti degli economisti senza anima: sull'incapacità del pubblico, l'efficacia, l'efficienza e l'economicità del mercato e del privato.
Tesi che oggi vengono riproposte nei piani europei e trattati internazionali ed estese su scala ancora più ampia e globale:
-il Water Parnership di Obama
          - il trattato USA /UE che da questo prende ispirazione
          -Il Blueprint della commissione europea.
Tutti partono da una affermazione:
siamo nel pieno di una crisi idrica (io preferisco definirla disastro idrico, la crisi da l'idea di un qualcosa da cui si può  uscire con correttivi).
I profeti di sventura dell'acqua sono tanti: sono le agenzie dell'ONU, l'UE, gli USA, la Banca Mondiale e soprattutto gli organismi transnazionali che ormai proliferano: il Consiglio Mondiale dell'acqua controllato da Suez e Veolia, il CEO Water Mandate ovvero il patto tra 50 multinazionali di tutti settori dall'agroalimentare, alla energia, alla grande distribuzione, all'automobile, ecc.     
Il Water and food for live della Nestlè, il Barilla center for food and nutrition, che si candida ad autority mondiale e lancia il Protocollo di Milano su cibo e acqua e chiede alle istituzioni di sottoscrivere e legiferare in tal senso.
    





La crisi idrica.
Il rapporto dell'intelligence USA di Hillary Clinton parla, a partire dal 2022, di conflitti e di guerre, del Mediterraneo in fiamme, e dice: “sono prospettive che potrebbero danneggiare gli interessi degli USA e delle sue imprese”.
Il Blueprint dell'UE che parla dello stato delle risorse idriche europee: 1/5 del territorio a rischio di carenza d'acqua, il 57% dei fiumi in pessimo stato, un peggioramento al 2030.
E tutti ci dicono che a metà del secolo, il 70% della popolazione vivrà nelle città con il conseguente problema dei servizi essenziali.
Affermazioni che non partono dalla consapevolezza di dover cambiare l'idea della crescita ma dal come assicurare acqua alle imprese.
Da qui
Una estensione del concetto di monetizzazione a tutta l'acqua e non sono della gestione, ma di fatto della proprietà risorsa.
Spariscono dal vocabolario politico/ legislativo le nozioni di diritto e di mantenimento della naturalità delle fonti idriche, dell'essere fonte di vita, della loro sacralità.
Si afferma l'ineluttabilità della:
- finanziarizzazione globale della risorsa naturale:
- la perdita della sovranità della politica, degli stati, delle comunità locali, della stessa Europa verso i poteri transnazionali:
- l'annullamento della partecipazione e delle lotte dei cittadini;
- il water grabbing, nuova “corsa all'oro”
- il modello cileno della lottizzazione dei fiumi e la vendita delle concessioni crediti idrici sul modello di quelli della CO2 e le banche di mitigazione a regolare tali crediti.
Nel Blueprint e nei documenti collegati questo risulta chiaro.
L'acqua scarseggia? Occorre produrla con l'innovazione, le tecnologie di depurazione e rimessa in ciclo (dovrà essere chiaro che berremo acqua più volte depurata) è quanto avviene già a Singapore e a Los Angeles, di desalinizzazione (altre tecniche che se ci ragioniamo, portano alla concessione/mercificazione del mare), di purificazione. Occorre trasferirla da un posto all'altro, quindi (tecniche di trasferimento), risparmiarla (con le tecnologie per il risparmio per unità di prodotto in agricoltura, nell'industria e nel domestico)
La green economy e tecnology come opportunità di crescita produttiva: la “sostenibilità dell'insostenibile”.
Expo sarà la vetrina di queste politiche: il made in Italy, il risparmio idrico, ecc.
Innovazione, tecnologia, finanza per coprire i costi
Quindi il full ricovery cost applicato a tutte le acque e a tutti gli usi e quindi naturalità dei criteri chi: “inquina paga”, chi “consuma paga”, del mercato come unico regolatore dei consumi e della concorrenza tra le multinazionali stesse per accedere all'acqua.
Risultato: il grande passaggio epocale al prezzo dell'acqua e alla borsa dell'acqua, un tragico passaggio epocale
frenato dai referendum e dal milione e mezzo di firme, di ICE e dai successi della    ripubblicizzazione di Berlino.








Il trattato USA /UE.
Siamo di fronte ad una riedizione più feroce della Bolkestain con inclusi i servizi idrici. Un primo incontro è avvenuto il 20 di Novembre e l'accordo è atteso per il 2015.
Le aziende potranno obbligare gli stati e gli enti locali a rispettare le leggi commerciali del trattato.
Gli stati e i cittadini verranno giudicati da Tribunali arbitrali aziendali e dagli avvocati.
La politica tutta e la volontà espressa dai cittadini con i referendum o le loro lotte per cambiare le leggi nazionali, possono essere messe in discussione dalle aziende e soggette a forti penali.
Il trattato apre alla concorrenza a tutti i settori di interesse generale. Gli stati saranno costretti a sottomettere i servizi pubblici e a rinunciare ad intervenire sui fornitori stranieri di questi servizi che ambiscono ai loro mercati.




Tutto questo avviene in grande silenzio “per non creare ansia e senso di minaccia da parte dei cittadini”, come recita un memo riservato sull'incontro, in possesso di IRPI.
Concludendo, da qui nasce la necessità per il movimento dell'acqua di tornare a guardare al mondo, a mettere in campo nuovi contenuti le nuove campagne sulla Costituzionalizzazione dell'acqua nel mondo. Ma anche quella di riprendere un nostro contenuto, votato in tutte le nostre dichiarazioni ai Forum Alternativi: quello di Una Autorità mondiale pubblica. Cogliendo con logica di battaglia politica, d'informazione alternativa, l'opportunità di Expo 2015. Non ha senso la nostra indifferenza a questo evento. Come non ha senso l'indifferenza della galassia dei movimenti dei Social Forum mondiali.
Questo impegno l'abbiamo preso come Contratto Mondiale ed è un impegno anche mio per le forze di cui dispongo, che intendiamo mantenere assieme al Forum.
Non sono in discussione i ricorsi, le azioni giudiziarie, la vertenza con le istituzioni locali e la tariffa; -cose più che mai necessarie- ma è in discussione il rilancio di una grande idea che ha dato senso universale alla nostra battaglia e che ci ha permesso di vincere e cambiare la politica in tante parti del mondo.

  






Navi libiche anti-migranti. Paga l’Italia 
di Antonio Mazzeo

Sei milioni e mezzo di euro in nove mesi per addestrare gli uomini della Guardia costiera libica a contrastare le imbarcazioni di migranti in fuga dal continente africano. È quanto è stato stanziato dal governo Letta con i due decreti approvati, rispettivamente, il 5 dicembre 2013 e il 10 gennaio 2014, e che hanno consentito di prorogare la partecipazione delle forze armate e di polizia italiane in missioni operative all’estero. Nello specifico, con il primo decreto, sono stati destinati 2.895.192 euro per la copertura del periodo compreso dal primo ottobre al 31 dicembre 2013, mentre il secondo atto estende l’addestramento italiano anti-migranti sino al prossimo 30 giugno, con una spesa di 3.604.700 euro. A operare in Libia è stato chiamato il personale della Guardia di finanza, che dovrà assicurare pure la manutenzione ordinaria delle unità navali cedute dall’Italia al governo libico in esecuzione degli accordi di cooperazione sottoscritti per “fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta degli esseri umani”.
Il 29 dicembre 2007, Roma e Tripoli firmarono in particolare due protocolli anti-migrazione che prevedevano il pattugliamento marittimo congiunto delle acque del Mediterraneo e la “cessione in uso” di sei motovedette della Guardia di finanza alla Guardia costiera libica. Le unità militari avrebbero dovuto imbarcare “equipaggi misti” con personale libico e agenti di polizia italiani per attività di addestramento, formazione, assistenza e manutenzione. La cessione in via “temporanea” riguardava nello specifico tre guardacoste della classe “Bigliani” e tre vedette veloci della classe “V.5000”. Le unità “Bigliani”, realizzate dalla società Intermarine, erano omologate per imbarcare sino a 12 militari: fornite di un radar “Gemant 2(V)1” e di uno “Scancoverter SC 1410”, furono armate con una mitragliera “Breda” cal. 30/70 e due “MG” cal. 7,62 Nato. Le vedette in vetroresina della classe “V.5000” erano state costruite dalla “Moschini S.p.A.” di Fano: in grado di superare i 50 nodi di velocità, esse potevano ospitare sino a cinque persone a bordo e furono armate, ognuna, con una mitragliera “MG” da 7,62 e quattro “M/12” calibro “parabellum”. “Dette unità navali – fu specificato nei protocolli di cooperazione anti-immigrazione - effettueranno le operazioni di controllo, ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporti di immigrati clandestini, sia in acque territoriali libiche che internazionali”.



Le prime tre motovedette della Guardia di finanza furono consegnate ai libici il 14 maggio del 2009 a Gaeta (Lt), durante una cerimonia a cui parteciparono l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni e l’ambasciatore libico a Roma, Hafid Gaddur. Sempre a Gaeta, il 10 febbraio 2010, furono consegnate le altre tre motovedette, tutte dotate di “moderni sistemi di scoperta e telecomunicazioni e di due potenti propulsori diesel”, come riferì il governo italiano. Due imbarcazioni furono distrutte a Tripoli e Zuwarah nel 2001 durante i bombardamenti aeronavali scatenati contro il regime di Gheddafi dalla coalizione internazionale a guida Nato. Le altre quattro unità furono seriamente danneggiate e nell’agosto 2013 furono trasferite a Napoli per essere sottoposte a lavori di riparazione. Il mese successivo fecero ritorno in Italia anche i trenta finanzieri destinati a funzioni addestrative della Guardia costiera libica. Secondo Analisi Difesa, le imbarcazioni saranno riconsegnate nel maggio di quest’anno; nel frattempo, una quarantina di sottufficiali della marina militare libica saranno addestrati in Italia dalla Guardia di finanza.
Con i protocolli  del dicembre 2007, l’Italia s’impegnò pure a cooperare con l’Unione Europea per la “fornitura, con finanziamento a carico del bilancio comunitario, di un sistema di controllo per le frontiere terrestri e marittime libiche, al fine di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, da realizzare secondo le esigenze rappresentate dalla parte libica alla delegazione della missione Frontex”. Il Trattato di Cooperazione Italia-Libia firmato a Roma il 30 agosto 2008, definì all’art. 19 che nell’ambito della mutua collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina, la realizzazione del sistema di controllo delle frontiere terrestri sarebbe stata affidata a società italiane “in possesso delle necessarie competenze tecnologiche” (cioè Selex ES, gruppo Finmeccanica). I costi del programma sarebbero stati coperti per metà dal governo italiano, mentre per il restante 50%, “le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico, tenuto conto delle Intese a suo tempo intervenute tra la Grande Giamahiria e la Commissione Europea”. Fu convenuto infine d’istituire, “presso una idonea struttura” in territorio libico, un Comando operativo interforze, costituito da personale italiano e libico, con il compito di disporre l’attuazione delle crociere addestrative e di pattugliamento, “raccogliere le informazioni operative acquisite dalle unità operative” e “impartire le direttive di servizio necessarie in caso di avvistamento e/o fermo di natanti con clandestini a bordo”. Per svolgere le sue funzioni, il Comando interforze poteva “richiedere l’intervento e/o l’ausilio delle unità navali italiane ordinariamente rischierate presso l’isola di Lampedusa per le attività anti immigrazione”. Le nuove autorità libiche e il goveno Letta hanno fatto sapere di essere intenzionate a rafforzare la partnership militare in funzione anti-migranti. Secondo quanto dichiarato dal ministro della difesa Mauro a conclusione del vertice bilaterale tenutosi a Roma il 28 novembre 2013, “è emersa tra le Parti anche la possibilità di imbarcare ufficiali libici a bordo delle unità navali italiane impegnate nell’Operazione Mare Nostrum”.
Il decreto legge che ha prorogato le missioni internazionali delle forze armate sino al 30 giugno 2014 ha previsto anche uno stanziamento di 5.118.845 euro a favore del personale italiano impiegato in attività supporto e formazione ai militari libici e nella missione dell’Unione europea di “assistenza” alla vigilanza delle frontiere della Libia (“European Union Border Assistance Mission” - EUBAM Libya). A favore degli agenti di Polizia di stato distaccati presso EUBAM Libya sono stati destinati invece 132.380 euro. Il governo ha infine autorizzato lo stanziamento di 100.000 euro a favore del comando del contingente militare italiano in Libia “per sopperire a esigenze di prima necessità della popolazione locale”, attraverso “interventi urgenti o acquisti e lavori da eseguire in economia, anche in deroga alle disposizioni di contabilità generale dello Stato”.

Nell’ultimo trimestre del 2013, per la formazione e l’addestramento dei militari libici i contribuenti italiani hanno speso invece 2.547.405 euro, a cui vanno aggiunti i 91.430 euro per il personale della Polizia di Stato della missione EUBAM.