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sabato 1 agosto 2015

BENI PUBBLICI E LESTOFANTI
di Angelo Gaccione

PRIVATIZZARE

Privatizzare è un verbo chiarissimo e che non ammette ambiguità di sorta. Significa che un bene che è di tutti (collettivo), passa nelle mani di uno solo o di pochi. I più potenti, i più ricchi o i più ladri. Il collettivo, cioè la società, ne viene privata come dice la radice del verbo, a vantaggio dell’interesse e dell’arricchimento di un piccolo gruppo. Se dunque un piccolo gruppo ne ha vantaggio, ne consegue che milioni di uomini e donne dalla perdita di quel bene ne hanno uno svantaggio e un danno. Trattandosi di beni naturali (acqua, suolo, piante, aria, ecc.), significa che sono beni inalienabili; vale adire: appartengono a tutti gli esseri che si trovano a vivere, come esseri naturali, prima che sociali, dentro lo spazio che quei beni contiene. Chiunque: Stato, Governo o Ente, con un atto arbitrario (cioè illegale), procede ad alienare, a danno della collettività tutta, uno di questi beni primari e naturali, e a consegnarlo nelle mani di pochi, commette un crimine. Per non commettere questo crimine, e dunque non essere additato dalla collettività come criminale, quell’Ente o quel Governo, deve procedere alla tutela di quello stesso bene, alla sua cura, alla sua efficienza e alla sua trasmissione alle generazioni che verranno, integro e fruibile. È loro compito prendersene cura e salvaguardalo. Se non lo fanno, sono responsabili del danno che arrecano alla collettività nel suo insieme, e dunque devono pagare, ed essere estromessi dalla loro gestione, come chiunque preposto ad un compito pubblico. Chi ha un bene pubblico in custodia non può disporne come se fosse suo; la malversazione è un reato, non il pretesto per svendere ciò che non è tuo a qualcun altro. Se quanti vanno all’assalto dei beni pubblici non fossero i farabutti in mala fede che sono; se quanti vogliono privare i cittadini di beni vitali avessero nel cervello qualche barlume di intelligenza critica, riconsidererebbero tutti questi elementi; verificherebbero i nomi di chi ha portato alla dissipazione beni pubblici e bilanci, e ne richiederebbero arresto, confisca dei beni e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Verificherebbero quanto il cosiddetto “privato” ha pesato sulle casse pubbliche dissanguandole, e quanti danni ha prodotto avvelenando fiumi e corsi d’acqua; dissestato il territorio e sfigurato le città; inquinato aree, massacrato pinete, maciullato alberi, rubato suolo, disseminato il territorio di amianto, rifiuti tossici, discariche, in combutta persino con la criminalità mafiosa. Alle teste di legno che tutto questo non vogliono vedere, segnalo senza perifrasi le mie modeste proposte di scrittore e di cittadino, per invertire la rotta.

1.Il reato di mala gestione per i beni di interesse pubblico va portato a 40 anni di carcere con esclusione futura da qualunque amnistia e va accompagnato alla confisca dei beni per ripagare la collettività.

2.Il denaro necessario per la tutela di questi beni (per esempio ammodernamento della rete idrica nazionale, sostituendo ove ancora presenti i tubi di cemento-amianto, e le parti danneggiate che sprecano parte delle risorse idriche), va attinto dalle scandalose spese militari (che non indignano né il direttore dell’Unità -povero Gramsci!-, né il conformista editorialista del “Corriere della Sera” Pier Luigi Battista) lautamente disponibili sempre e comunque, crisi o non crisi.

3.Gli incapaci burocrati conniventi che oggi dissestano ma non pagano, potrebbero essere sostituiti nella gestione, dai Comitati per la salvaguardia dei beni pubblici e dalle comunità locali con incarichi a rotazione.

Scommettiamo che con queste semplici riformistiche misure la musica cambierebbe e alla svelta? Sono sicuro che l’efficienza tornerebbe ad essere di moda, come la democrazia.