LA CRISI CLIMATICA
di Giusto Catania*

Giusto Catania
Lettera ai docenti
Questi due
mesi, dopo la nostra tradizionale grigliata di fine anno, saranno ricordati
come l’estate più fresca dei prossimi trent’anni. In queste poche settimane
abbiamo consolidato le nostre competenze meteorologiche, tra giornate di picco
e quelle di bassa pressione. Il suono festoso della movida ha ceduto il passo
alla nuova colonna sonora delle nostre notti insonni: il rumore sordo delle
ventole dei condizionatori. Non è stata un’estata calda! È semplicemente
iniziata una nuova era geologica sulla quale va aperta una riflessione per
costruire un nuovo curriculo di educazione civica. Il riscaldamento globale, la
crisi climatica, il cambio di paradigma energetico, la folle corsa
dell’antropocene devono essere gli argomenti fondamentali di una scuola in cui,
tra le discipline da insegnare, ci sono scienze e tecnologia. Dobbiamo decidere
se essere bravi educatori oppure limitarci ad assistere, quasi divertiti, allo
scioglimento di un ghiacciaio in Nepal che sembra giocare a bowling con i corpi
di migliaia di persone, travolgendo, in pochi secondi, intere città. Ma tanto
il Nepal è lontano! Pensavamo, oltre trent’anni fa, che fosse solo una metafora
efficace quella di Serge Latouche ed invece abbiamo scoperto che veramente
“siamo imbarcati su un bolide che marcia a tutta velocità senza il guidatore.”
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| Giusto Catania |
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| L'Istituto Comprensivo |
Nel frattempo i potenti del mondo concentrano la loro attenzione sul dispiegamento violento della “terza guerra mondiale a pezzi”. Il pianeta è diventato un tavolo di risiko. L’economia di guerra è entrata nel nostro immaginario e nella quotidianità di consumatori disattenti, illusi dalla riduzione di pochi centesimi del prezzo delle ciliegie o della benzina, anzi del diesel.
Faremmo una buona scuola se lo studio della geografia non partisse dalla centralità planetaria dello stretto di Hormuz? Saremmo buoni insegnanti di Storia se non spiegassimo le ragioni del genocidio di Gaza e dell’invasione dell’Ucraina? Potremmo sentirci professionalmente appagati se insegnassimo la matematica limitandoci a sommare il numero dei bambini e delle bambine che, ogni giorno, muoiono di fame o che fuggono dalla guerra?
Che senso ha oggi insegnare a leggere e a scrivere se non riusciamo ad interpretare e a narrare la cronaca drammatica del nostro tempo, in cui la letteratura è stata stritolata dalle narrazioni farlocche che fuoriescono dal nostro telefonino, ormai diventato l’estensione tecnologica della nostra coscienza. Solo così la scuola ha un senso! Non è una affermazione particolarmente originale se penso che, quasi centocinquanta anni fa, John Dewey teorizzava la relazione tra la scuola e la società. Al bombardamento di droni e al bombardamento mediatico dobbiamo contrapporre la gentilezza del sapere, l’empatia dell’insegnamento, la passione educativa, il coraggio utopico di un altro mondo possibile, forse necessario.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale dobbiamo insegnare a riconoscere
l’umanità, costruire la pace, ripristinare lo spirito di comunità, praticare la
giustizia sociale. Questa è una funzione propria della scuola ed assume una
valenza salvifica per la democrazia. Il mondo governato dagli algoritmi è un
sistema senza frizione, senza resistenza, senza opposizione.
In questi ultimi giorni di agosto
abbiamo imparato una parola nuova, exclave, e scoperto che un
pezzo di Europa continua ad abitare nel continente africano. La memoria del
nostro passato coloniale si è improvvisamente risvegliata sulle coste di Ceuta
e il nostro sguardo è stato obnubilato dall’invasione dei barbari.
Non abbiamo riconosciuto
l’umanità nello sguardo disperato dei “dannati della terra”; immemori del
nostro passato, quando i dannati della terra erano gli italiani, e
irresponsabili sul nostro futuro che si presenta regressivo, al cospetto di una
drammatica crisi demografica che porterà il Paese, nel 2050, ad avere una
popolazione di poco superiore ai 50 milioni.
Oggi l’età media in Italia è di
poco inferiore ai 49 anni, tra le più alte al mondo, e gli over 65 superano il
24% della popolazione, mentre i giovani sotto i 20 anni sono fermi al 17%.
Solo la migrazione salverà il
Paese dal declino economico, dal crollo del sistema pensionistico e dei salari,
dal collasso del welfare, dalla chiusura degli ospedali e delle scuole nelle
piccole isole, nei comuni montani e nei quartieri periferici. Questo potrebbe
essere un argomento sufficiente perfino per i cinici, per i razzisti, per i
nazionalisti, per quelli pronti a sventolare il tricolore quando le italiane di
seconda generazione, i figli degli immigrati, le ragazze musulmane, i giovani
con la pelle nera trionfano nel nuoto, nella pallavolo, nel salto in lungo e
nel mezzofondo.
È la metafora di un Paese che,
come nello sport, sarà salvato solo dai ragazzini, soprattutto dai ragazzini
migranti che, a dispetto di quello che dice il nostro ministro dell’istruzione,
stanno già salvando la scuola italiana dallo spopolamento. Ma noi, che ci
occupiamo di scuola, potremmo anche considerare secondari gli argomenti
demografici, le ragioni economiche, la tutela dei livelli occupazionali. Per
noi, che siamo la carne e il sangue della più importante istituzione culturale
della Repubblica, il diritto inalienabile alla mobilità umana è parte
fondamentale della Storia, della Geografia, delle storia delle religioni, delle
grandi scoperte scientifiche e tecnologiche; per noi la libertà di movimento
dei popoli ha trasformato positivamente la Storia dell’Arte e la Musica; le
contaminazioni culturali e linguistiche hanno attraversato il Mediterraneo,
rimescolato le antiche civiltà, accorciato le distanze tra i popoli. Altrimenti
che senso ha insegnare Inglese e Francese!
L’estate è stata molto fredda
anche per otto donne, vittime di femminicidio. Nel mezzo di questa sequenza crescente
di violenza qualche nostalgico delle squadracce nazi-fasciste (ahimè tornano
perfino in Italia e in Germania) inventa la tradizione del patriarcato
mediterraneo e la scuola viene imbavagliata, impedendole di svolgere la
funzione di prevenzione contro la violenza di genere, attraverso una corretta
educazione sessuo-affettiva.
A Palermo, come è noto, la mafia
uccide sempre d’estate, oppure, come accaduto in questa fresca estate del 2026,
Cosa nostra si riorganizza, ricomincia a sparare coi kalashnikov intimidendo
commercianti e cittadini. L’estate della nostra città, inoltre, sarà ricordata
come quella in cui una bambina di quattro anni è morta per una malattia che
sembrava scomparsa perfino dall’enciclopedia medica, vittima della propaganda
anti-scientifica e della disinformazione complottista.
Forse il momento più fertile, di
questa fresca estate, ci viene consegnato dall’Odissea di Christopher Nolan
che, oltre aver fatto emergere inaspettati cultori della storia e della cultura
greca e improbabili critici cinematografici, ha riportato il dibattito sulla
centralità dell’umanità, sui disastri della guerra e sulla meraviglia
immaginifica del viaggio. Una lezione importante, soprattutto per noi che
facciamo scuola, perché come scrive Costantinos Kavafis: “Sempre devi avere
in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non
affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta
piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti
ricchezze da Itaca”.

L'Istituto Comprensivo
La grande lezione dell’Odissea è
racchiusa in questo dualismo: possiamo scegliere di contemplare il presente,
vivere in questa eterna e disperante quotidianità, oppure lanciarsi alla
ricerca di Itaca, immaginando che compito principale della scuola sia
migliorare il mondo, trasformare la società, costruire il futuro delle nuove
generazioni. Sempre in testa dobbiamo avere la nostra Itaca ma la nostra metà
avrà senso solo se saremo in grado di crescere nell’esperienza del viaggio. Il
viaggio è faticoso, ricco di difficoltà da superare e di paure da sconfiggere.
Oggi si ricomincia: bisogna
affrontare questo viaggio con l’allegria delle difficoltà e con la leggerezza
dei valori forti, con lo sguardo proiettato al futuro e coi piedi ben piantanti
sul presente del nostro quartiere.
Se siamo bravi educatori non lo
scopriremo subito, forse non lo sapremo mai.
Tuttavia se riusciremo ad essere
bravi educatori, il nostro impegno e la qualità dei nostri insegnamenti
rimarranno scolpiti, per i prossimi decenni, nella memoria delle nostre
studentesse e dei nostri studenti. E potranno segnare il futuro di ragazze e
ragazzi, figli di un quartiere socialmente periferico e culturalmente povero,
ai quali la scuola potrà cambiare la vita.
Questa continua ad essere la
nostra bussola, buon viaggio!
* Dirigente
Scolastico dell’Istituto Comprensivo Statale Giuliana Saladino di Palermo






