UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 27 luglio 2020

PETER NORMAN
di Petronilla Pacetti

Peter Norman è il giovane atleta
che non ha alzato il pugno

La forza della gentilezza
  
Per molti Peter Norman è sicuramente un nome sconosciuto, per altri, amanti dello sport, il più grande velocista australiano di tutti i tempi. Credo, però, che pochi sappiano chi era davvero quest’uomo che pagò un prezzo altissimo a causa del suo impegno per i diritti dei neri. Ed era bianco. Fu sul podio con Smith e Carlos nella famosa premiazione dei 200 metri di Città del Messico del 1968; un’immagine che tutti hanno sicuramente visto anche se non molti conoscono i retroscena e qualcuno avrà pensato guardandola che lui era fuori luogo in quella straordinaria protesta con i pugni neri alzati per manifestare contro la discriminazione dei neri americani. In realtà non solo fu uno dei protagonisti, ma addirittura fu lui ad  avere l’idea di un guanto per uno (Carlos aveva dimenticato i suoi), Si fece prestare un distintivo dell’Olympic Project of Human Rights e l’appuntò sul petto per partecipare al gesto degli altri due, ma con estrema discrezione, per lasciare loro tutto lo spazio possibile; e solo qualcuno avrà notato quella spilla sul suo torace, ma qualcuno invece notò ogni cosa e mise in atto un feroce processo di punizione di quell'esperienza straordinaria, avvenuta non casualmente in un anno certamente non dimenticabile. Tutti e tre gli atleti, vennero duramente puniti: non solo le loro carriere sportive furono stroncate, ma le loro stesse vite diventarono un vero inferno.

Monumento a Peter Norman

Fu il terzo uomo sì, ma a differenza del protagonista del film di Orson Welles, è stato un eroe vero, dentro una tradizione familiare da sempre legata all’Esercito della Salvezza, un sostenitore dei diritti umani che si batteva per la difesa degli Aborigeni, fortemente contrario alla politica della White Australia. Soprattutto per questo credo che la sua visibilità in quel momento e in quel modo, nonostante la modestia che lo contraddistingueva, abbia provocato nei suoi confronti una reazione tanto dura e spietata visto che era ancora in atto il tentativo di “civilizzare” i bambini aborigeni, una storia  terribile raccontata nel film “La generazione rubata”, del 2002. Una tragedia sulla quale soltanto a metà degli anni Novanta è stata avviata un’inchiesta che l’ha definita come “genocidio” e “crimine contro l’umanità” e solo da pochi anni il governo australiano ha chiesto scusa agli Aborigeni, i veri primi abitanti di quella terra, per tutto questo. Così come solo nel 2012 il Parlamento di Canberra approvò un postumo atto di “riabilitazione” e di scuse all’atleta e all'uomo.
Ora (è morto nel 2005) è presente in una statua che rappresenta quel podio leggendario nel Museo Afroamericano di Washington, un uomo bianco in un museo di neri per ricordare la sua impresa, non solo sportiva, ma soprattutto umana; la sua presenza, riservata e tranquilla, che rese però più potente il gesto degli altri e la loro protesta.

Il Museo

Anche l’Australia, che non gli permise di partecipare alle successive Olimpiadi di Monaco di Baviera benché fosse il più grande velocista australiano di tutti i tempi, e che ha impiegato “solo” 50 anni a rendergli giustizia in vari modi, gli ha eretto una statua di bronzo al Lakeside Stadium di Melbourne. Dunque Peter Norman capì che stava accadendo la storia, quel giorno, in quel momento, in quel posto e volle esserne parte, dare il suo contributo pur sapendo, credo, quanto sarebbe stato alto il prezzo da pagare.
Penso, comunque, che l’omaggio più importante e il riconoscimento più grande siano stati quelli di Smith e Carlos, che non solo furono presenti al suo funerale, ma portarono la sua bara, come segno di riconoscenza per aver condiviso la loro battaglia e le sue conseguenze, ricambiando così quella solidarietà che Peter aveva dato loro quel giorno indimenticabile a Città del Messico: un’immagine entrata nella storia.
Nonostante il grande e grave ritardo, alla fine, il Ministro dello Sport John Eren ebbe finalmente parole di ammirazione per l’uomo: “Mentre altri stavano guardando, Peter ha combattuto per quello che era giusto. Merita di rimanere nell’immortalità”. D'altronde, come ha detto Tucidide: "Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce"  
Il funerale

E, pensando a lui, mi viene sempre in mente Pietro Mennea, anche lui grande atleta dei 200 m (e non solo nello sport) e quell'esclamazione di sorpresa, in  California, di Muhammad Ali (Cassius Clay) che sapendolo tanto veloce, dice: “Ma tu sei bianco!”. E Mennea risponde quella frase straordinaria: “Sì, ma sono nero dentro”. A Mennea, però, i suoi meriti sono stati riconosciuti in vita al punto che Pertini lo nominò Commendatore nonostante non avesse ancora l'età prevista. Peter Norman invece ha dovuto subire ostracismo e ingiustizie dopo quel gesto; e i riconoscimenti sono arrivati solo dopo la sua morte, troppo tardi. Personalmente credo che questo eroe quasi invisibile, misconosciuto ai più, andrebbe invece studiato nei libri di scuola, perché ha fatto parte di un’epoca forse irripetibile e, nel suo caso senza clamore e con una pacata e ferma semplicità, ha incarnato un esempio fuori dall’ordinario cambiando la storia e il modo di vedere la realtà nel/del mondo. Era lì quando bisognava avere il coraggio di esserci, entrando nella storia o meglio facendola; come vediamo in una delle foto più emblematiche del Novecento, il secolo in cui tutto, nel bene e nel male, è avvenuto e in cui tutto (o quasi) è cambiato, o comunque, dopo il quale nulla potrà più essere come prima.

Confronti
LIBRO IN CENTO PAROLE
Per Spore di Angelo Gaccione

Alfredo Panetta

Ciao Angelo, ho quasi finito il tuo libro ma ho la necessità di scriverti, d’istinto, all’inthrasatta (all’improvviso). Entusiasmante, complimenti! Io non amo gli aforismi perché talvolta mi sembrano spogli, inconsistenti, insufficienti. Ma i tuoi sono un’altra cosa. Li trovo ricchi, pieni di senso, maturi. Necessari. Così forti che lasciano il giusto spazio al non detto. E poi, sei spiazzante. Riesci sempre a stupire, a capovolgere l’apparenza. Scavi nell’invisibile e trai materia viva. C’è quasi sempre un ribaltamento dei luoghi comuni; la tua penna incide in profondità, tra le pieghe della religione, del sentimento o della denuncia civile. Mi fai pensare, ma queste sono mie manie della mente, un po’ al miglior Roberto Gervaso, un po’ ad André Gide. Perdonami l’opinabile l’accostamento. Non c’è una parola inutile, e ogni testo rimanda a un passato da ricomporre e a un futuro da riedificare. Lasci spazio alla riflessione, il lettore può continuare in proprio il tuo dialogo interiore. E per questo non può che ringraziarti, come faccio io per queste luminose pagine.
Ci sarebbe tanto altro da dire ma mi fermo qui, Angelo. Queste sono solo le mie brevi sensazioni alla prima incompleta lettura. Ti faccio un grosso in bocca al lupo! È un libro che merita tanto.
P.S. Capisco perché è in finale in diversi concorsi!
Alfredo Panetta


La copertina del libro

Mauro Bersani ha parlato di epigrammi, riferendosi a Spore; di “poesie sentenziose ed epigrammatiche” ha scritto Gian Carlo Ferretti, e di epigramma hanno a loro volta parlato Filippo Ravizza e Vincenzo Guarracino, anche se al testo critico di quest’ultimo, il quotidiano “Avvenire” ha messo il titolo di aforismi. E tuttavia la definizione di aforismi è stata usata da numerosi recensori: da Fabrizio Caramagna al poeta Giuseppe Conte che ha però anche evidenziato nello stesso tempo il “tono tra epigrammatico e aforismatico”; da Maddalena Capalbi che ha usato questa espressione: “Il poeta è riuscito nell’impresa di trasformare in poesia l’icasticità dell’aforisma…” a Paolo Valesio che ha parlato di “aforismi in versi”; fino a Nanni Cagnone che ha usato il termine kōan proprio della meditazione Zen. Una sorta di “affermazione paradossale” o di racconto secco in grado di favorire la riflessione e risvegliare “una meditazione profonda e consapevole”. Posso dunque accettare quanto sostiene Alfredo Panetta a proposito del carattere aforistico di alcuni dei testi di questo libro, e del “tono”, come segnalato da diversi lettori-critici. Ma complessivamente restano versi: versi poetici secchi, scorciati da ogni sovrappiù, da ogni zavorra; versi che vogliono andare diritti al cuore e incidersi dentro la carne viva dei lettori.
Angelo Gaccione

PENSIERI LIBERTARI

La locandina dell'incontro


ABUSI

“L’uso degli inglesismi fino a farne parte attiva e costante
della lingua italiana, è svendere la propria cultura e le sue radici”.
Laura Margherita Volante

In versi
Dubbi e fiducia


Formica, che t’annidi
nella crepa dell’intonaco
di un muro alla ricerca,
nel dedalo dei dubbi,
di verità nascoste
e, nelle pieghe amare
della vita, il sapere.
Ricordati che le risposte
si trovano nelle briciole
di pane,
che non hanno bisogno
di nuove parole, né mutare
la felicità in fiducia.

Giuseppe Puma

domenica 26 luglio 2020

LETTURE ESTIVE
di Gabriele Scaramuzza

  
I mesi estivi dovrebbero servire a tirare le fila delle ultime letture - casuali magari, comunque liberamente scelte: cercando il senso di un iter intrapreso, e anche proseguendo in esso. Alla fine tutto si raccoglierà sperabilmente sotto indici diversi eppure richiamantisi l’un l’altro. Non è un elenco di segnalazioni, questo mio, tanto meno un insieme di recensioni: risponde semplicemente all’esigenza di raccogliere in poche pagine riflessioni (spesso oltre la lettera) su scritti che mi hanno catturato in questi ultimi tempi di forzato ma benvenuto isolamento; tempi che si estendono fino alla desueta, cauta estate che stiamo attraversando. Ho lasciato a Milano i libri appena letti, non li riprendo in mano; dirò del sapore che resiste in me, solo questo legittima a parlarne, almeno ai miei occhi. Lo stesso accadrà per i libri che sono venuti a Bonassola con me.    



Presso Adelphi nel 2017 è apparso Sotto una stella crudele. Una vita a Praga - 1941-1968, di Heda Margolius Kovály. L’ho letto solo lo scorso maggio: rientra perfettamente nei limiti dei mei interessi, segnati da Vasilij Grossman e da Imre Kertész. È terribile quel che vi si legge, ma è benissimo raccontato. Si sa del processo Slansky, e dei suoi risvolti equiparabili solo alle infamie dei processi stalinisti degli anni Trenta. Inedita, tuttavia, è la storia della famiglia coinvolta, e pur esemplare.  
Anatolij Kuznecov, Babij Jar. Romanzo-documento (Adelphi 2019) è molto ben fatto e insieme sconvolgente; interessantissimo per gli intrecci di narratività e scrupolosa documentazione. Sapevo dei massacri degli ebrei a Babij Jar, come a Berdičev (dove Vasilij Grossman mi ha condotto); ma questo romanzo parla di eventi in buona parte ignoti, almeno a me. Babij Jar non è solo teatro dei noti eccidi degli ebrei e degli zingari; ma anche del massacro di attivisti sovietici e di tanti prigionieri russi, di nazionalisti ucraini, e di contravventori delle leggi nazisti per meri motivi di sopravvivenza. Così non sapevo delle terribili distruzioni, per ritorsione sovietica, del centro di Kiev: del Kreščatik, e della non lontana Lavra, l’antica e venerata cittadella-monastero, ricca di preziosissimi libri, di opere d’arte; e con antichissime chiese.   
Su un piano per certi versi analogo, all’inizio dell’ultima primavera ho letto, di Gabriele Nissim, La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento (Mondadori 2015). È tra le prime testimonianze dirette del genocidio degli Armeni; la lettera scritta a Hitler pecca di ingenuità, procurerà a Wegner persecuzioni, ma testimonia la Weltanschauung, l’ “etica” atroce, il livello feroce di disumanità che ispira il nazismo.
Di Marino Freschi, infine, ho appena ricevuto Germania 1933-1945: L’Emigrazione interna nel Terzo Reich (Aragno, Torino 2020). L’ho solo scorso, ma è da segnalare, come imprescindibile confronto con chi dalla Germania non poté fuggire, o con chi per propria scelta volle restarvi. Vale come utile complemento a quanto si sa, e a intendere cosa fosse nel suo complesso la vita in Germania negli anni di Hitler. Anni in cui molti non erano nazisti, e in cui un dissenso interno, nei modi in cui poteva esprimersi, non mancava - come personalmente ho potuto appurare seguendo le vicende di Ludwig Englert.     



Ho appena concluso la lettura di Ricordati di Bach di Alice Cappagli (Einaudi 2020). Già nella quarta di copertina leggiamo che per Cecilia, la protagonista (e controfigura dell’autrice), “la musica è un modo di vivere, il solo che conosce”; e sappiamo che da professionista di alto livello ha suonato per decenni in una grande orchestra. È un romanzo dichiaratamente autobiografico, come la Nota finale certifica, se mai ce ne fosse bisogno; non poco di lei si ritrova in queste pagine in cui la soggettività prevale, la scrittrice è lei anche nel loro stile.  
Alla sua attività di musicista si è sempre accompagnata la propensione alla scrittura. Prima di questo romanzo, oltre ad articoli di giornale e a saggi estetico-musicali, ha pubblicato un altro romanzo (Niente caffè per Spinoza) e un lungo racconto (Una grande esecuzione). Non solo in questo suo più recente lavoro comunque emerge come “passion predominante” la musica. Passione, certo, anche se (come troviamo scritto) “per suonare decentemente non basta la passione”: occorrono un lungo lavoro di apprendistato, la perizia tecnica; fatica e sacrificio. Ma solo una passione può dar senso a tutto questo, e sorreggerlo.
Fa riflettere che alla musica Cecilia, forse da sempre, abbia affiancato il ricorso alla parola, nei modi differenti che la letteratura offre. Quasi la musica non le bastasse, quasi avesse bisogno di altre vie per dire se stessa. Tanto che in filosofia si è laureata; e la filosofia traspare in modo esplicito in Niente caffè per Spinoza, implicitamente anche altrove.  
Mi è sembrato a tutta prima incongruo che in Ricordati di Bach compaia una, e una sola, nota a piè pagina - cosa del tutto inconsueta in un romanzo. Azzardo un’ipotesi: nel testo è citato un passo di Protagora e la nota rinvia al luogo da cui è tratto; il passo è talmente noto che di segnalazioni di questo tipo non c’era alcun bisogno. Cecilia vi ha però fatto ricorso non certo per sfoggio di erudizione, tanto meno per scrupolo filologico: cose che, a quanto so, non rientrano nel suo modo di essere, né di sentirsi filosofa. Le parole di Protagora, piuttosto, le sono state utili a caratterizzare ciò che il suo maestro, Smotlak (di cui sono le parole del titolo del libro), stava diventando per lei. E insieme credo vogliano segnalare la presenza della filosofia nella sua vita, anche allorché è alle prese con lavori incentrati su altro.  
La filosofia, da che esiste, è viva come esercizio della ragione ai suoi livelli più alti, anche “metafisici”; nei luoghi a ciò deputati (testi, aule, convegni), ma anche nelle situazioni più incongrue: in una passeggiata tra le vigne, nel rapporto con un altro, nella stanza di una clinica. Certo, la lettura dei filosofi del passato, di qualsiasi epoca, è importante; non lo è meno della frequentazione della musica e di tanta arte del passato. Ma la filosofia non si esaurisce nella propria storia, tanto meno nell’impegno filologico che la ricostruzione di questa richiede. A questo Cecilia mi è parsa refrattaria - se ho ben inteso.



A meglio tratteggiare le coordinate culturali entro cui si muove Cecilia può tornar utile il ricorso a Hegel, che certo non le è estraneo. Allo Hegel quale esemplarmente si ritrova nella Fenomenologia dello Spirito, intendo: dei percorsi di una ragione per nulla riducibile a intelletto astratto, ma che non esclude nessun ambito di riflessione, e rasenta anche il mondo delle “cose ultime” in cui fatalmente ci si imbatte.  
Lo Hegel da manuale che si è imposto è per contro lo Hegel della “gerarchia” delle arti, in cui la musica è preceduta dalle arti visive ed è seguita dalle arti della parola; dove poi, nell’ambito musicale, Hegel privilegia la musica vocale, quasi alla musica strumentale mancasse quel compimento “spirituale” che solo la parola può offrirle. Per questo l’arte tutta (e con lei la religione) cederebbe alla fine il passo alla parola “pura” (tutta significato) della filosofia. Stando al luogo comune del “logocentrismo” hegeliano, l’arte costituirebbe un grado inferiore di Vita dello Spirito, da “superare” nelle forme in cui lo Spirito si realizza più compiutamente.  
Tutto questo è risaputo, e stantio; ma insieme non coglie nel segno. La celeberrima e intraducibile Aufhebung hegeliana “supera”, certo, ma al tempo stesso conserva, magari anzi “eleva” a un diverso livello ciò che pare negare. Questa mi sembra la prospettiva più adeguata a cogliere il senso del percorso culturale di Cecilia, che da tempo alla musica accosta le parole e, non lavorando più ora nell’orchestra, sembra voler abbandonare la musica per la scrittura. Ciononostante nei suoi percorsi mai la musica si spegne, resta sempre presente come tonalità di fondo che colora la scrittura, e la vita. Aufgehoben, se mai, è dunque in lei la musica; non estinta.

Bach mentre esegue

Il problema sarà a questo punto capire come la musica sopravviva in Ricordati di Bach. Che ne sia il tema fondamentale è scontato; meno decifrabile è come compaia nella scrittura, a livello di significanti, nello stile. E qui non posso che riferirmi a personali impressioni di lettura.  
Mi si lasci innanzitutto dire che, da un punto di vista non solo letterario, preferisco quest’ultimo romanzo a Niente caffè per Spinoza. C’è una più viva presenza della personalità di chi iscrive, più scavo anche interiore. La tensione drammatica dell’inizio coinvolge da subito, come le pagine sulla morte della madre verso la fine. Nell’insieme, la narrazione è guidata con polso; il testo ha mordente, se ne possono condividere le riflessioni; ricorrono termini sapidi, modi dire popolareschi, il gusto della battuta. Non mancano torsioni espressionistiche nello scorrere delle parole, toni velatamente surreali, emotività trattenute. E stralci paesaggistici, tra cui esemplare è il suggestivo inizio del capitolo terzo. 
Nel titolo compare il nome Bach. Nella sua Estetica Hegel ne parla come di “un maestro di cui solo recentemente si è saputa apprezzare la grandiosa genialità autenticamente protestante, vigorosa, eppure, per così dire, erudita”. Nelle pagine di Cecilia Bach torna, certo è condivisa “la grandiosa genialità” di cui dice Hegel; ma non v’è cenno alla religiosità, tanto meno all’erudizione; che tuttavia nulla smentisce. Dovessi chiedermi che senso assume Bach per lei, inviterei ad ascoltare la Quarta Suite per violoncello, che Cecilia una volta ha suonato per noi in un’aula di via Noto.
Il romanzo “dà a pensare”, lascia aperti interrogativi di vario genere, da psicologici e ambientali a relativi alle “cose ultime”: cosa ha motivato nel “profondo” le scelte di Cecilia, quale “visione del mondo” l’ha guidata, quali valori l’hanno determinata nel percorso accidentato, segnato da un inizio che sembrava renderlo impossibile? Più che alle sue, alle nostre, parole, affiderei le risposte all’ascolto delle sue esecuzioni.  


In ambito filosofico mi ha colto di sorpresa, di Franco Chiereghin, Il Grande Oltre. Il cammino di pensiero aperto da Yāñavalkya e da Nociketas nelle Upanişad (University Press, Padova 2019). L’assunto di fondo è nuovo nel panorama delle mie conoscenze filosofiche. Che in principio questo universo non sia né Essere né Non essere, che insieme esso esistesse e non esistesse, mi ha dato uno strano sollievo, il senso di una liberazione: svincola dalle angoscianti dicotomie in cui siamo soliti dibatterci. Divagando pro domo mea, vi ho trovato approfondimenti di intuizioni estetico-artistiche: l’origine è antecedente a qualsiasi distinzione, le separazioni si impongono in seguito, e insistentemente poi percorrono la nostra cultura: anche tra dicibile e indicibile, tra “retorica” e “logica”… Non è questo il campo di un precategoriale, che esemplarmente nell’esperienza estetica si dà carne?   

La Sala Concerto
del Conservatorio di Venezia

Spesso leggo i settimanali culturali annessi a grandi quotidiani: il domenicale di “Il Sole-24 Ore”, La lettura del “Corriere della Sera”, Robinson di “la Repubblica”. Su quest’ultimo sono di recente apparse due interviste di Antonio Gnoli da segnalare: la prima è a Maria Grazia Ciani, che conosco dai miei anni padovani e ricordo con simpatia; suo marito Emilio Pianezzola, grande latinista e Preside di Facoltà in anni non agevoli, resta tra le persone più squisite che ho incontrato a Padova. Sapevo non poco, di Maria Grazia Ciani; ma soprattutto dei suoi studi nell’ambito della cultura greca. Quello che mi ha incantato, e non conoscevo proprio, sono i suoi studi musicali al Conservatorio di Venezia, dove si è diplomata in pianoforte e composizione, e ha avuto come guida Bruno Maderna. Devo confessare che mi ha stupito di non aver trovato traccia in lei, nei miei anni padovani, della sua preparazione musicale; ma probabilmente c’era e non l’ho saputa individuare. Non so se abbia continuato a suonare, a occuparsi di musica, seguendone anche gli sviluppi a partire da Maderna, Berio, Kurtag…; lo spero sulla base delle mie passioni e dei miei rimorsi per non aver coltivato adeguatamente queste passioni.    
L’altra intervista è a Michele Ciliberto, sabato 11 luglio 2020, Siamo tutti figli di Giordano Bruno, mi annoto, con partecipazione, le parole finali, in cui Ciliberto dice dei poeti che ama e della musica che predilige: “Auden, Celan, Pound. E poi Berlioz, Webern, Shostakovich. E Verdi, per la cui grandezza non ci sono parole. Musica e poesia sono i soli strumenti, oltre al lavoro sulle idee, che mi hanno consentito di oppormi a ogni tipo di sopraffazione. E di sopravvivere in questo tristissimo scampolo di storia pubblica”.


Non tralascerò alcuni gialli che ho letto in tempi recenti. In primo luogo segnalo Un caso di scomparsa, di Dror A. Mishani (edito da Guanda nel 2013, ma che solo poco fa ho scoperto). Un giallo israeliano (e non ce ne sono molti), in cui trovo azzeccato quanto sostiene, in un luogo incongruo, un personaggio: “Pensa un po’, una delle più grandi opere letterarie della storia non è stata concepita come una creazione letteraria ma come una lettera destinata a un unico lettore, che oltretutto non l’ha mai letta” (p. 115). Si riferisce alla celebre Lettera al Padre di Kafka, a torto fraintesa e sottovalutata ad es. da Giuliano Baioni e dal suo allievo e successore a Padova Renato Saviane.   
Non ho mai letto molti gialli o noir, ma da ultimo mi hanno attratto quelli di Bruno Morchio, genovese, che ho conosciuto a Bonassola qualche estate fa. Di formazione (laureato a Padova), e poi per professione, psicologo, si è laureato anche in Letteratura italiana contemporanea con Edoardo Sanguineti, con una tesi su Carlo Emilio Gadda, se ben ricordo. I suoi libri risentono dell’ampiezza della sua cultura. Ne ho letto più d’uno: voglio quanto meno ricordare Un piede in due scarpe (Rizzoli 2017), Uno sporco lavoro. La calda estate del giovane Bacci Pagano (Garzanti 2018), Le sigarette del manager. Bacci Pagano indaga in Val Polcevera (Garzanti 2019); so che esistono suoi libri più recenti; devo leggerli. Quanto più mi attrae, anche al di là della tensione narrativa, della maestria nella costruzione dei personaggi e delle trame, è una sorta di inquietante non detto che qua e là traspare nelle pagine. Quasi ciò che veramente determina le vicende, i delitti e le indagini non fosse quanto leggiamo, bensì una sorta di corrente sotterranea, di turbine che tutto piega a se stesso, indipendentemente dalle determinazioni dei singoli attori. E l’inquietudine è che questo valga anche per la nostra vita, al di sotto degli eventi macroscopici che la animano; e di cui sappiamo dai giornali e dai notiziari televisivi.



Non avevo ancora letto (e dovrei vergognarmene) La vita agra, di Luciano Bianciardi (1962, riediz. Felrinelli 2013). C’è molto sapore della Milano degli anni Cinquanta, dello way of life che la caratterizzava, del lavoro faticoso, soprattutto dell’odore dell’aria, dello sporco degli orizzonti chiusi, del respiro trattenuto. È una Milano vissuta con l’occhio disincantato di chi ci capita da lontano, e poco o nulla ne gode. Lo sguardo non è di chi ci è nato, o comunque ha potuto fruire delle grandi aperture culturali di quegli anni, tra il Piccolo, la Scala, Palazzo Reale, Brera, le Università.
Voglio infine accennare anche alla lettura, tuttora in corso, di Momenti di essere. Scritti auobiografici di Virginia Woolf, introdotta da “Il teatro della memoria” di Liliana Rampello. Ma soprattutto ne accenno per avere il pretesto di ricordare Una stanza tutta per sé, che mi ha del tutto coinvolto e solo pochi mesi fa ho deciso di leggere. Ha incentivato la ripresa e la conferma di temi costantemente presenti in me: il ruolo delle origini personali nella costruzione della propria immagine pubblica e privata, della valutazione dell’incidenza di esse nella costituzione della propria vita, ormai pressoché conclusa.     













sabato 25 luglio 2020

SALVARE L’EX FILATURURA BOSSI
di Leo Guerra
 
La ex filatura Bossi

Cameri (Novara). A metà dello scorso maggio si è concluso con l’unanime approvazione della Variante Urbanistica Preliminare, da parte del Consiglio Comunale di Cameri (comune alle porte di Novara) il processo di “riqualificazione” (!) ad interessamento dell’area sulla quale insistono i fabbricati - ora dismessi - facenti parte del complesso industriale della ex-Filatura Bossi, che prevede la totale demolizione dello stabilimento di filatura progettato dallo studio Architetti Associati (Gregotti-Meneghetti-Stoppino) nel 1968-69, per “fare posto” a un supermercato, ad alcuni negozi e a edifici d’abitazione.
Il 27 maggio 2020, l’Ordine degli Architetti delle Province di Novara Verbano-Cusio-Ossola, ha inviato all’attenzione del Sindaco Giuliano Pacileo una lettera di invito a riconsiderare il progetto, che si conclude con il seguente auspicio: “Invitiamo l’Amministrazione comunale ad una riflessione più accorta circa l’opportunità di riconsiderare, con spirito lungimirante e responsabilità culturale, i valori identitari e qualitativi rappresentati da quest’opera architettonica e la sua conseguente salvaguardia, certi che il rispetto di ciò che simboleggia questa permanenza architettonica all’interno della memoria collettiva, potrebbe rappresentare anche un fattore di valorizzazione per l’intera comunità, non solo camerese”.
All’invito si è poi aggiunta la segnalazione del MiBACT (Segretariato Generale per il Piemonte) sullo stato di pericolo dell’edificio, che ha avviato di fatto l’iter finalizzato alla tutela della Filatura indicando, in una lettera protocollata il 6 giugno 2020, la strada del ripensamento progettuale e della tutela, che così conclude: “(…) Occorrerebbe [pertanto] svolgere una riflessione d’insieme che, partendo dal caso in esame, interpelli il Comune di Cameri e i progettisti, al fine di verificare se e quali margini vi siano per rivedere il progetto urbanistico prevedendo anziché la demolizione, la rifunzionalizzazione compatibile dell’esistente”. L’edificio della filatura è opera di fondamentale importanza per l’architettura contemporanea, considerato il ruolo da protagonisti sostenuto dagli autori, nel panorama della cultura italiana e internazionale, soprattutto da Vittorio Gregotti (mancato lo scorso marzo) e Lodo Meneghetti, recentissimamente scomparso. Con questa petizione chiediamo al Comune di Cameri la composizione di un tavolo di discussione sul progetto complessivo che abbia ad oggetto la salvaguardia delle partizioni essenziali e architettonicamente caratterizzanti della ex Filatura.
Profilo storico-architettonico e critico.
Lo stabilimento della ‘nuova filatura’ è stato progettato nel 1968 dallo studio Architetti Associati (fondato nel ’53 a Novara) e composto da Vittorio Gregotti - socio in passato della Bossi SpA, docente e architetto di fama internazionale recentemente scomparso -, Lodovico Meneghetti - assessore ‘frontista’ a Novara negli anni ’50, architetto e designer noto per un rigore professionale accompagnato all’approccio polemico di autentico ‘civil servant’, docente di urbanistica al Politecnico di Milano e maestro riconosciuto di due generazioni di studenti - e Giotto Stoppino, designer e consigliere ADI, premiato col celebre ‘Compasso d’Oro’ e autore di oggetti di largo consumo e riconoscibilità iconica.
L’edificio si pone quale esito di un processo di progettazione integrata a supporto di un insediamento produttivo di grande valenza storica, per il piccolo comune sul quale insiste, iniziato alla fine del XIX secolo con il primo stabilimento tessile. Lo stabilimento della filatura ha posto al centro della propria dialettica compositiva la modellazione volumetrica dei corpi di accesso, ottenuti attraverso opportuni tagli della scatola muraria, attraverso l’uso totemico delle griglie di aerazione e delle torri di dissipazione degli impianti, così come attraverso un’innovativa declinazione estetica del “New Brutalism” in potenti solidi platonici capaci di realizzare, ad un tempo, la nuova insegna dell’azienda e un landmark territoriale di forte riconoscibilità.
L’edificio della Filatura Bossi è stato riprodotto e citato presso volumi di storia dell’architettura e riviste di fama internazionale (S. Polano, M. Mulazzani, Guida all’architettura del Novecento, Electa, 1991; AAVV, World Architecture Forum Catalogue, UIA, Torino, 2008; Guida dell’Architettura del 900 (Piemonte), Allemandi, Torino, 2008 (a cura di M.A. Giusti e M.R. Tamborrino); S. Crotti, Vittorio Gregotti, Zanichelli, 1986; Architettura Aziendale di M.P. Vettori, Maggioli, Rimini, 2013, “Nuove esperienze” in Domus 513, 1972; “Dieci domande a Lodovico Meneghetti” in Costruire in Laterizio, 1999) ed è oggetto di studio per gli studenti degli atenei italiani ed esteri, rappresentando un archetipo dell’architettura industriale a carattere sperimentale del secondo Novecento in Italia.
Potete sostenere l’appello scrivendo a questo link:




RIVISTE
di Angelo Gaccione

La copertina della rivista

È arrivato nelle librerie il nuovo numero della rivista “Il Segnale” giunto al suo 40° anno di vita e che il poeta e saggista Lelio Scanavini, ha fatto diventare una delle voci più significative della ricerca letteraria e dei suoi percorsi. Questo numero, il 116, (Pagg. 100 € 7,00) ricchissimo come sempre, si apre con una stimolante lettura di Massimo Rizza del carteggio dello scrittore antimilitarista tedesco Günther Anders (nome d’arte di Günter Stern) col pilota americano Claude Eatherley compreso sotto il titolo L’ultima vittima di Hiroshima. Trattandosi di uno dei militari che presero parte al massacro atomico, questo scambio di lettere, con le vicende personali che seguirono (il pentimento, la presa di coscienza, la maturazione critica, grazie al confronto con lo scrittore) e le persecuzioni fisiche e psicologiche che Eatherley dovette subire da parte delle gerarchie militari, del governo, dei familiari stessi, getta un’ombra sinistra sul Paese che molti si ostinano ancora a considerare la più “compiuta democrazia occidentale”.
Da segnalare “Storie del Quarto Mondo” di Scanavini; la nota di Bocchinfuso “Igiaba Scego e il romanzo dei tre mondi”; la sezione dedicata ai racconti (genere molto marginalizzato nel nostro Paese da parte della grande editoria) compresa nella rubrica “Il Cammino”; le letture critiche, le recensioni, la rassegna delle riviste e così via. Non manca per fortuna una sezione di testi dialettali, questa volta dedicata all’ottimo poeta calabrese Alfredo Panetta, nativo di Locri ma da anni attivo a Milano.

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20129 Milano
Tel. 02 - 45480235

Lo Scaffale
IL NUOVO LIBRO DI RUSSO
di Vincenzo Cutolo*


Cataldo Russo

Un romanzo adatto anche ad essere trasposto cinematograficamente.


Anche in questo suo ultimo romanzo (Il pescatore che tumulava le ossa, Prospero editore- luglio 2020) Cataldo Russo intitola i capitoli con proverbi popolari della Calabria. Qualche esempio: “Quannu ‘a resa du cuntu s’avvicina, ‘u sangu ‘nda li veni si fa focu”; “Si ti fai pecura, ‘u lupu prestu ti mangia”; “Se ‘a verità vo’ scoprire, va’ druvu ‘mpera ‘a minzogna”.
È una tecnica letteraria che lo scrittore aveva già usato nel suo precedente romanzo All’Inferno con ritorno (Guida editore 2014), col quale quest’ultimo libro ha in comune - quale ulteriore elemento - anche l’incontro fra due mondi diversi.
All’Inferno con ritorno narrava, infatti, una storia di emigrazione vissuta tra l’Argentina e l’Italia. Quest’ultimo romanzo narra, invece, una storia che tratta di immigrazione clandestina e pone a confronto vicende relative sia all’Italia che al mondo arabo-musulmano.
Il pescatore protagonista del libro è Mario Zumpano, una persona onesta, di sani principi, di buon cuore, che manifesta in svariate occasioni la sua profonda umanità e il suo amore per la giustizia e la vita (in alcune pagine lo troviamo intento a dare sepoltura ai cadaveri di ignoti africani, morti annegati in mare).
Egli vive in Calabria la sua sofferta vicenda. E nella natia Calabria è violentemente investito dai terribili eventi, problematici e gravi, che oggi segnano quella bella regione del nostro Sud: la delinquenza organizzata, il malaffare, l’ingiustizia, la violenza prevaricatrice, l’immigrazione clandestina, il “business” che da questa ricava una tentacolare rete di corruzione.
Verso l’immigrazione dall’Africa Mario ha una visione umana, equilibrata: è favorevole all’integrazione e all’accoglienza, lotta per i diritti di tutti gli esseri umani, auspica l’eliminazione dello sfruttamento nel lavoro (che mortifica gli immigrati e fa crescere l’intolleranza e il razzismo).
Il giovane si innamora con immediata naturalezza di un’immigrata clandestina libica, Jamila, “colpito dai suoi occhi intensi e dai suoi lineamenti delicati”.
In una bella pagina del libro egli dirà di Jamila: “Di lei mi avevano colpito la sofferenza degli occhi e la dignità… Una dignità che mi ricordava regine di terre lontane. Era povera, ma dignitosa, come solo chi attraversa grandi tragedie sa essere”.
In terra calabra Jamila è obiettivo e bersaglio del più bieco razzismo: alcuni giovani italiani, spregevoli, accecati dall’odio contro gli stranieri, arrivano addirittura a umiliarla orinandole addosso! Ma Jamila è forte; resiste alle avversità della vita. Nel suo “viaggio della disperazione” ha perduto in mare il marito e un figlio. Tuttavia, grazie all’amore di Mario, ricompone una famiglia di cui faranno parte anche il bambino Moses (un trovatello scampato a un naufragio di clandestini e adottato dai due protagonisti del libro) e l’adolescente Nadir (l’altro figlio di Jamila, venuto anche lui in Italia dopo la morte del nonno).
Questo libro di Cataldo Russo non è solo la narrazione di una toccante storia d’amore. Esso è anche testimonianza letteraria di una forte denuncia politica: quella di una società in cui prevalgono ancora l’illegalità, la violenza, la ‘ndrangheta e alcuni poteri corrotti (ahimè!) del nostro Stato.
Mario e la sua famiglia sono presi, come altri onesti, nel vortice violento di tale società squilibrata (una società che assomiglia sempre più a un “mare incollerito, le cui onde gareggiano in altezza con le vette dei monti”; un mare le cui onde sembrano “scalciare come cavalli imbizzarriti”).
Il pescatore Mario, costretto a vivere quotidiani soprusi, intimidazioni e minacce, vi si oppone con coraggio e forza. Tuttavia, il Male, in Calabria, ha radici profonde, come lo scrittore ricorda.
Da Calabrese, Cataldo Russo fa anche dichiarare a un suo personaggio: “Noi Calabresi, piuttosto che dividere la speranza con alti, preferiamo dormire in compagnia della disperazione”. E, in un’altra amara pagina, aggiunge: “La vita è stata ridotta a una merce di scambio… niente altro che un’appendice”.
Tuttavia, una soluzione c’è, ammonisce lo scrittore: “La malapianta della ‘ndrangheta non si estirpa con le leggi speciali o il carcere duro, ma dando una prospettiva ai giovani”. Una prospettiva e una speranza fondate su esempi sani, aggiungerei io…
Chi sperasse di trovare, in questo romanzo, approfondite analisi psicologiche dei personaggi (come nei libri, ad esempio, di Michele Prisco o di Henry James) resterà certamente deluso. Cataldo Russo ha, infatti, costruito la sua ultima opera dando prevalenza soprattutto ai dialoghi (ulteriormente rivelando, in tal modo, una sua peculiare passione per la scrittura teatrale).
Personalmente, in codesta tecnica letteraria io riscontro anche un linguaggio peculiare del cinema: essenziale, moderno immediato. Chissà che qualche regista non pensi di trasporre cinematograficamente questo interessante libro di Russo: un bel film coraggioso, di forte impegno civile!

[*critico e commediografo]


La copertina del libro

Cataldo Russo
Il pescatore che tumulava le ossa
Prospero Editore, 2020
Pagg. 276 € 15,00



venerdì 24 luglio 2020

INTERROGATIVI
Gandhi, Fornari e la “Psicanalisi della guerra atomica



Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” questa frase di Gandhi, col senno di poi e senza compiacimento alcuno, porrebbe, a mio parere, un’altra domanda. Può esserci un cambiamento totale, vero, se non sei completamento libero? Infatti una parte di te, la tua violenza, non la deleghi, consapevole o no, allo Stato, con riferimento alla situazione dell’oggi? E allora, per cambiare, non devi prima riprendertela e magari sentirtene responsabile proprio come avviene all’ interno dello stesso Stato, dove, se uccidessi, saresti punito? E il non uso della violenza, tuo e di altri cittadini che hanno capito che fare guerre oggi è più che mai deleterio, non salverebbe lo Stato medesimo da una possibile distruzione insieme all’ambiente?
Ecco la necessità di questo atteggiamento e di questa libertà piena, di scelta, per creare una situazione in cui l’uomo conti insieme alla natura di cui è parte, possa costruire strade nuove con il fine di salvaguardare anche le generazioni future e vivere una vita senza confronti armati e senza furbastrerie nei riguardi degli altri, riconoscendoci finalmente in una posizione comune sul pianeta terra che noi abitiamo. La nostra arroganza umana ma statuale, dimentica che un virus infinitesimale ha colpito e ucciso milioni di persone di tutti i Paesi e siamo qui a dirci che “io” sono migliore di te, sono più ricco (avendo magari “rubato” prima le tue ricchezze, in vari modi), senza una apertura mentale che si ricolleghi, in caso di guerra, ad una potenziale sparizione  di milioni se non miliardi di persone, compreso gli uomini e le donne dei Paesi belligeranti. Lo ricordino e anche, facciamolo ricordare, ai nostri responsabili, cui abbiamo dato la delega di agire anche in quel senso.
Una precisazione doverosa. Con la domanda in apertura non ho inteso minimamente sminuire la grandezza di Gandhi che comunque ha centrato l’obiettivo contenuto nella sua frase. Avendo, il sottoscritto, utilizzato tesi desunte dal libro, citato sopra, di Franco Fornari, auspicherei un apprezzamento dello stesso per il suo impegno pacifista di alto livello: umano soprattutto.
Giuseppe Bruzzone
(Obiettore di coscienza anni 1966-1968)           

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