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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
venerdì 24 luglio 2026
25 LUGLIO
di
Franco Astengo

Il Gran Consiglio
Ricordare
in questa fase storica il 25 luglio 1943, caduta del fascismo, non può
rappresentare un semplice esercizio della memoria. Il quadro istituzionale e i
fatti più recenti ci indicano con grande chiarezza i pericoli che sta correndo
la democrazia repubblicana in un tentativo di torsione autoritaria che la
destra sta compiendo esibendo anche posizioni di forza. Dobbiamo avere chiaro
che la prossima contesa elettorale non si giocherà soltanto all’interno del
“perimetro costituzionale” ma addirittura attorno all’esistenza dello Stato di
diritto. È questo
il significato profondo di questo ricordo del giorno in cui cadde il regime e
si avviò il percorso di una Repubblica Italiana “nata democratica” come ci ha
ricordato Nadia Urbinati nel suo ultimo libro.

Non dimentichiamo che nel frattempo, infatti, anche su questa
materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei
termini del confronto politico, spostato sull’uso della forza, l’idea della
guerra come esito esaustivo della politica, gli affari delle Big-Tech
considerati gli elementi del dominio, addirittura l’illusione spaziale intesa
come piedistallo del potere. Torniamo in Italia: La Costituzione italiana è
dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto
e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e
non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di
inveramento di valori. Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in
particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo? Prima
di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che
vanno attentamente analizzati:
1) Razzismo. È indubitabile che esista e si stia affermando una
politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si
esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di
un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei
tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa
anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della
legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive.
2) Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non
è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto
provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del
centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo
anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva
militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le
giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo
“militarismo” di ritorno.
3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia,
diritti sociali, welfare viene visto dalla destra in un pericoloso impasto di
corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della
struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione
verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico.
4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei
tragici fatti del G8 di Genova 2001 due drammatici fatti di cronaca ci hanno
ricordato proprio il punto qui richiamato in epigrafe: il valore dello stato
diritto e della separazione dei poteri. L’esito del referendum del marzo scorso
aveva fornito, in questo senso, un’indicazione chiara che ci permettiamo di
affermare non è stata raccolta sufficientemente dalle forze dell’opposizione.
5) Comunicazione. Ci troviamo in una fase di vero e proprio
cedimento al potere dei social (inutile ricordare il video in diretta dal
Colosseo postato ieri). Non esiste purtroppo una capacitò di espressione per un’alternativa
di pedagogia politica. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata
appunto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per
l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e
omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità
rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato
attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato
l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”.
5) Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale
nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un
mutamento progressivo nella stessa forma di governo cui si vuol dare il colpo
definitivo con la legge elettorale attualmente in discussione. La tendenza
all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo
quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea
era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto
della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e
la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando
da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli
anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo
i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo
dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere
l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.
C’è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di
“pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e
adesso c’è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa
essere considerata divisiva. È il caso allora di ribadire con grande forza,
proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere
fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l’8 settembre) che non è
questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo
rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento
d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su
quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto
martoriata Costituzione Repubblicana. La Costituzione non va difesa ma
affermata nei suoi principi fondamentali (come ha dimostrato il già ricordato
recente esito referendario) e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno,
senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte,
in fondo, sia separata dalla prima. La forma parlamentare, il ruolo del
Presidente della Repubblica, l’esito elettorale legato alla rappresentanza non
considerando la governabilità il fine esaustivo dell’azione politica, la
divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo, giudiziario rimangono gli
intoccabili pilastri di fondo della nostra democrazia.
PASSERI, GABBIANI E FORMICHE
di Angelo Gaccione
I passeri si avventurano fin sopra il tavolo del terrazzo, e
becchettano dalla tovaglia le briciole perché qualcuna rimane sempre. Se ne
metto di proposito, perché gradisco la loro compagnia, arrivano a frotte e
zampettano prima guardinghi, poi sempre più sfacciati, temerari, tanto oramai
sono talmente abituati agli “umani” (concedetemi almeno qui una parola così
impegnativa e controversa) che non li temono più. E davvero non so se tutta
questa fiducia è meritata. Si posano con disinvoltura sul palmo aperto della
mano che ho riempito di briciole sminuzzando del pane, e beccano tranquilli
anche se faccio qualche movimento brusco con l’altra mano che tengo posata sul
bracciolo della sedia. Cinguettano o stanno in silenziosa attesa sulla
balaustra prima di spiccare il volo sul tavolo e poi sulla mano dove custodisco
il cibo. Sotto, in strada, c’è l’infernale rumore dei motori. Il traffico non
si ferma mai nemmeno in un posto come questo, e se anche la benzina la
portassero a diecimila euro al litro, statene certi che continuerebbero a
scorrazzare su due e quattro ruote come se niente fosse.
In alto, invece, ci
sono i volteggi dei gabbiani che garriscono e planano sulle cime delle palme
del lungomare. Il loro biancore è più splendente delle rare nuvole che
stazionano qua e là sfilacciate nell’azzurro. Loro sì, assolutamente
silenziose, e inviterebbero a meditare. Sono tutti filiformi i passerotti che
vengono sulla mano: da ragazzo mi hanno insegnato che la femmina è più
grassottella. Beccano ingordi e voraci e sembrano non saziarsi mai.
D’improvviso mi compaiono davanti agli occhi i bimbi affamati della guerra;
quelli che allungano un misero recipiente di plastica o di latta per farsi
versare un mestolo di couscous; quelli che lo raccolgono con le mani per terra
tra il fango e i detriti, e mi chiedo per quale ragione si debba venire al
mondo. I passeri sono più fortunati. Ma anche tra loro c’è conflitto: si
scontrano per accaparrarsi le briciole e ad uno viene impedito di avvicinarsi.
È una amara scoperta per chi li ha sempre ritenuti innocenti. Lungo il bordo
del pavimento una fila di formiche, incredibilmente numerosa, si è
materializzata dal nulla. Briciole anche lì? Li avrà guidati il loro fiuto
sopraffino, e del resto hanno antenne più sensibili di un radar. Le chiamano
formiche fantasma: si materializzano come un fantasma, e come un fantasma
spariscono.
MILANO ARTE MUSICA
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Leila Schayegh
Martedì
28 luglio 2026, ore 20.30 presso la Chiesa di Santa Maria della Sanità di via Durini,
20 - Milano
A solo
violino: La Strada per Bach
Leila
Schayegh, violino barocco
Tra grandi ensemble e solisti di punta,
martedì 28 luglio spazio al violino di Leila Schayegh, interprete tra le più
autorevoli e premiate del repertorio barocco. Il concerto, in programma alle
20.30 nella Chiesa di Santa Maria della Sanità, propone il tema A violino
solo: La strada per Bach, presentando un filo conduttore non casuale: un
vero percorso verso la nascita del grande repertorio per violino solo, che
culmina in Johann Sebastian Bach. I brani in programma raccontano l’evoluzione
del linguaggio violinistico tra Seicento e primo Settecento, quando il violino
passa da strumento essenzialmente melodico a voce capace di sostenere da sola
un discorso complesso, quasi “polifonico”. Dalle forme libere e sperimentali
come fantasia e preludio, si attraversano strutture sempre più articolate come
passacaglia e sonata, fino a giungere alla piena maturità della Sonata BWV
1004, in cui Bach raccoglie, sintetizza e supera l’intera tradizione
precedente.
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| Leila Schayegh |
Scrive
Raffaele Mellace: «La raccolta dei «Sei Solo. / a / Violino / senza / Basso /
accompagnato», cioè le sonate e partite trasmesse dal manoscritto autografo
redatto nel 1720 da Bach, all’epoca Kapellmeister e Direttore
della Musica di Camera presso la Corte di Cöthen, rappresenta sicuramente il
vertice repertorio per violino solo. Vertice insuperabile, montagna asperrima,
insormontabile, senza confronti per complessità e valore estetico. E tuttavia
quelle pagine originalissime non nascevano dal nulla. Con quella raccolta Bach
capitalizzava una fiorente tradizione violinistica proposta dal concerto
odierno, che disegna una sorta di percorso ascensionale, di freccia puntata
verso quel manoscritto bachiano oggi custodito a Berlino.
Si individua di
solito il precedente diretto dei Sei solo bachiani nella
raccolta di sei Suites per violino solo pubblicate a Dresda
nel 1696, quando Bach era ancora ragazzo, dal violinista Johann Paul Westhoff
(1656-1705), attivo nella Corte sassone, poi in quella di Weimar durante il
primo soggiorno bachiano (a Weimar Westhoff vi morì nel 1705; Bach vi era
giunto due anni prima). Ma vale senz’altro la pena di disegnare un contesto più
ampio di virtuosi del violino, a cominciare da due figure poco note come Stefan
Nau e Thomas Baltzar. Il primo, francese di Orléans, venne ingaggiato a caro
prezzo come compositore per il complesso di archi della Corte inglese, di cui
divenne la spalla. A Londra venne coinvolto anche in spettacoli coreutici e fu
maestro di danza della principessa di Heidelberg, come recita il manoscritto,
custodito a Berlino come quello della raccolta bachiana, della Fantasia in
programma: rara pagina superstite, e di grande impegno, del suo autore. Anche
Thomas Baltzar, tedesco del Nord, di Lubecca, approdò in Inghilterra, un
decennio dopo la morte di Nau, importandovi una tecnica violinistica avanzata,
che aveva nella scordatura uno dei propri caposaldi. Alcuni assoli di Baltzar
vennero pubblicati postumi nella raccolta The Division Violin di
John Playford nel 1684, l’anno prima della nascita di Bach.
Ci si avvicina alla
Germania, e cronologicamente a Bach, con la Passacaglia in sol minore di
Heinrich Ignaz Franz von Biber, che corona le Mysterien- (o Rosenkranz)
Sonaten, la raccolta manoscritta, realizzata verso il 1674, di quindici
sonate «in onore dei santi quindici misteri» del Rosario, uno dei lasciti più
singolari e affascinanti della splendida civiltà strumentale del barocco,
testimoniata da un’unica, accurata copia manoscritta oggi a Monaco di Baviera.
La raccolta andrà fatta risalire al soggiorno di Biber a Salisburgo come valet
de chambre (diventerà poi il maestro di Cappella). L’ingresso nel 1674
dell’arcivescovo Maximilian Gandolph nella locale Confraternita del Rosario
dovette ispirare il progetto devozionale della raccolta, esplicitato dalle
incisioni ad apertura di ciascuna sonata: esauriti i misteri del Rosario, un
bambino accompagnato dall’Angelo custode presiede alla Passacaglia, che si
discosta dai lavori che la precedono per l’organico, che perde il continuo, e
l’astensione dalla scordatura, ma ne condivide l’ispirazione devota,
l’ambizione virtuosistica (in assenza di scordatura, incentrata nella corda
doppia) e lo sfruttamento sistematico dell’artificio della variazione, magica
sintesi di permanenza e mutamento, sfida allo scorrere del tempo nel proporre
l’immanenza di un elemento costante (il tetracordo discendente Sol – Fa – Mi
bemolle – Re, che verrà riproposto e variato ben 65 volte) pur nel
caleidoscopio delle trasformazioni, voce fedele a se stessa eppure disponibile
a meravigliose, inaspettate metamorfosi.
Ancor più vicino a
Bach, anzi di lui più giovane d’un paio d’anni, è un altro virtuoso: Johann
Georg Pisendel, attivo alla Corte di Dresda, della cui celebre orchestra
diverrà Konzertmeister, dal 1712. Formatosi prima con Giuseppe
Torelli ad Ansbach, solista nel Collegium musicum di Lipsia, e infine allievo
di Vivaldi a Venezia, Pisendel fa sintesi delle scuole violinistiche italiana e
francese. Proprio all’epoca del soggiorno veneziano del 1716 dovrebbe risalire
la sua unica Sonata à Violino solo senza Basso.
E proprio Pisendel si
è ipotizzato essere il destinatario della raccolta dell’amico Bach. Raccolta
che sposa l’intento di sviluppare l’abilità tecnica di uno strumento cui Bach
era molto legato, essendo stato lo strumento del padre, e da lui stesso praticato
a Weimar; lo studio della fisicità del suono, la ricerca di una “voce”
specifica da prestare alla sonorità del violino e delle potenzialità riservate
alla voce di un unico strumento; l’ambizione di realizzare una composizione
grandiosa che sfrutti le potenzialità sonore disponibili nel proprio tempo. La
raccolta ha il suo cuore nella Ciaccona che corona la II Partita, pagina monstre,
che supera di gran lunga, per dimensioni e impegno costruttivo, tutte le altre,
proiettando la serie di danze a lei anteposte verso una meta che le trascende,
ed eguagliandone di fatto la durata complessiva. Su un solidissimo riferimento
matematico: il modulo base di 4 battute (4+4 in realtà: il basso di ciaccona
armonizzato e quasi celato da Bach nella scrittura) è infatti moltiplicato
inesorabilmente fino all’estensione davvero impegnativa, sul piano
dell’invenzione quanto su quello dell’esecuzione, di 256 battute. Unica serie
di variazioni nella produzione cameristica bachiana, la Ciaccona si configura
anche come un centro d’energia che in tre secoli ha spinto innumerevoli
musicisti, anche tra i più illustri, a reinventarla per mezzi sonori diversi
dal violino solo, lo strumento meraviglioso per cui Bach l’ha concepita.»
PROGRAMMA
Stefan
Nau
(1600
ca.-1647)
Fantasia
Thomas
Baltzar
(1631-1663)
Preludio
Heinrich
Ignaz Franz von Biber
(1644-1704)
(Rosenkranz - Sonaten XVI)
Passacaglia in sol
minore per violino solo
Johann
Georg Pisendel
(1687-1755)
Sonata à violino solo
senza basso in La minore
Largo - Allegro - Giga e Variazioni
Johann
Sebastian Bach
(1685- 1750)
Partita
per violino solo in Re minore BWV 1004
Allemanda - Corrente - Sarabanda - Giga Ciaccona
BIOGRAFIA
Nata
e cresciuta in Svizzera, Leila Schayegh ha iniziato i suoi studi sul violino
moderno prima di passare agli strumenti storici, una scelta dalla quale non è
mai più tornata indietro. Oggi è considerata una delle principali violiniste
della scena della musica antica, capace di affascinare il pubblico con una
grande espressività ed energia, sia sul palco sia fuori scena. Il
suo repertorio spazia dagli esordi della letteratura violinistica attorno al
1600, quando il violino veniva tenuto più in basso, appoggiato al petto, fino
al tardo periodo romantico. Accanto al repertorio fondamentale di Bach,
Vivaldi, Mozart, Brahms e dei loro contemporanei, promuove opere ingiustamente
oscurate da nomi oggi più celebri.
Nel
2017 ha pubblicato un acclamato CD dedicato alle sonate di Carlo Farina e, nel
2020, ha completato con La Cetra Basel l’incisione integrale dei concerti di
Jean-Marie Leclair, accolta con grande entusiasmo dalla critica. Le sue
registrazioni delle Sonate e Partite per violino solo di Bach (2021) e
delle Sonate del Rosario di Biber (2026) hanno ricevuto elogi
altrettanto significativi.
Le
registrazioni di Schayegh hanno ottenuto regolarmente importanti
riconoscimenti, tra cui diversi premi Diapason de l’Année, il Diapason
d’Or, l’Editor’s Choice della rivista Gramophone e
l’inserimento nella Bestenliste (Lista delle migliori registrazioni)
della Critica Discografica Tedesca. Nel 2024 le è stato conferito lo Swiss
Music Prize per la sua attività musicale innovativa e di altissimo livello. Leila
Schayegh è molto richiesta dai maggiori festival internazionali ed è
regolarmente invitata come primo violino ospite sia da ensemble specializzati
nella musica antica sia da orchestre moderne. Si esibisce in Nord e Sud
America, Australia, Europa e Asia. Tra i progetti più recenti figurano
collaborazioni con Tafelmusik (Canada), la Juilliard School di New York,
l’Australian Brandenburg Orchestra, il Freiburger Barockorchester e la
Bayerischer Rundfunk, solo per citarne alcuni.
Inoltre,
Schayegh collabora regolarmente con musicisti di grande prestigio come
Christoph Prégardien, Andreas Scholl, Václav Luks, Jörg Halubek, Joerg-Andreas
Boetticher e Amandine Beyer. Nel 2019 ha fondato il proprio ensemble, La
Centifolia, con il quale ama interpretare un’ampia varietà di musica da camera
dal 1600 al 1900, da Farina a Schoenberg.
Dal
2010 Leila Schayegh è professoressa presso la Schola Cantorum Basiliensis, dove
trasmette le proprie conoscenze ed esperienze alle nuove generazioni di
musicisti. Succedendo a Chiara Banchini, dirige una classe di violino con
notazione antica, promuovendo una grande espressività interpretativa fondata su
un’approfondita conoscenza delle fonti storiche.
INFORMAZIONI
Associazione
Culturale La Cappella Musicale
via
Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel
02.76317176 | 3392697178
e-mail mail@lacappellamusicale.com
sito
www.milanoartemusica.com
BIGLIETTI
Intero:
18,00 €
Ridotto
(Under26 e gruppi di minimo 10 persone):
12,00 €
Gratuito:
Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare
l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto
sospeso: regala un biglietto!
Sarà
destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
Punti
vendita:
online
(con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul
posto, secondo disponibilità, 40 minuti
prima di ogni concerto
presso
Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì
dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì
dalle 10.30 alle 13.30
Si
consiglia l’acquisto in prevendita
È
gradito il pagamento elettronico

Santa Maria Della Sanità al tramonto

SEDE
Chiesa
di Santa Maria della Sanità
Via
Durini, 20
MM
San Babila, bus 61, 84
giovedì 23 luglio 2026
VIOLENZA DI STATO
di Franco Astengo
La violenza di Stato non è semplicemente un virus importato
dagli USA e il suo inizio, nell’Italia Repubblicana, non data a partire dal
massacro della scuola Diaz (Genova 2001). Tralasciamo la storia del terrorismo
(dal 1969 in avanti) irta di complicità, depistaggi, violazione della legalità
e sorvoliamo anche sui diversi tentativi di colpo di stato e su Gladio. Ci
siamo concentrati invece sulla repressione delle lotte operaie e contadine
attuata nell’immediato dopoguerra. Riassumendo e limitandoci agli eventi più
importanti e tralasciando anche i tanti interventi polizieschi in ogni
occasione di sciopero operaio nella difesa dei posti di lavoro nella fase di
riconversione dell’industria bellica protrattasi dal 1945 al 1960 e anche
oltre: Mentre le sinistre erano impegnate
nella elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine
rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente
tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa
sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi che non possono essere
dimenticate:
Portella della Ginestra 1° maggio 1947: fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra in provincia di Palermo il 1° maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla riunita
per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi
feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero
assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del
bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi,
dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi
equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra
mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe
le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la
popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947.
Melissa. La strage di
Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29
ottobre 1949 verificatosi a Melissa nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre
del 1949 i contadini calabresi marciarono
sui latifondi per chiedere con forza il rispetto
dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla
maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa
mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle
province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e
bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i
confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della
semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi
della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro
dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente
del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo
detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo
aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini
occupanti con la forza.
Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa
nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco
furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio.
Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo sciopero alla rovescia:
al grido di pane e lavoro costruivano la strada di collegamento con la
Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento
drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti
manifestazioni di protesta da Nord a Sud.
Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di
operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di
carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in
pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal
tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici
verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di
lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in
attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e
ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave. Dopo circa trenta
minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo
una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato
dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili. Infine, giunse
in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo
Ennio Garagnani. Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della
Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un'automobile, i
manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un
carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a
piedi l'incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla
fabbrica. Il
bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con
l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa, e attentato alle libere istituzioni. Il bilancio di quegli anni, tra il
1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione
poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 operai in gran parte
iscritti al PCI o al PSI per un totale di 7.598 anni di carcere.
Si è ormai persa la memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto
dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in
condizioni oggi inimmaginabili nel periodo della riconversione dell’industria
bellica, dell’attuazione della debole riforma
agraria, della ricostruzione del Paese
dalle macerie della guerra. Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con
grande dignità “di classe”. I partiti della sinistra storica e la CGIL, seppero
rappresentare sul piano politico e sociale proprio quei lutti, quei sacrifici,
quelle indescrivibili privazioni in una Italia povera, senza strade e ferrovie,
con le case materiali bombardate e distrutte dando a essa voce e rappresentanza.
5 luglio 1960. La strage di Reggio
Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale
cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi,
Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono
uccisi dalle forze dell'ordine. Nei giorni
successivi si registrarono altre uccisioni in Sicilia. Quelle stragi furono l'apice di un
periodo di alta tensione in tutta l'Italia. I fatti scatenanti furono la
formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI (partito rappresentativo dei reduci della Repubblica di Salò e
diretto progenitore dell’attuale Fratelli d’Italia), e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in
tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare. L'allora presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di
aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle
settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste
drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo aprendo
la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al
centro-sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro-sinistra
Nenni titolò su l’Avanti “Da oggi l’Italia è più libera”. È il caso di
ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe operaia, dei contadini,
delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalle macerie del
dopoguerra fosse costruito quel più libera: si apriva la fase del boom
economico che avrebbe portato al 1968 e ad un cambio di marcia, non meno
tragico, della violenza di Stato.
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