UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 6 aprile 2026

LA VOCE DEI LETTORI
di Angelo Gaccione
 
Inviato dalla poetessa
Mariella De Santis

I
n questi giorni di festa siamo stati sommersi di auguri e di messaggi affettuosi con lusinghieri apprezzamenti sul lavoro che stiamo conducendo in questi anni su “Odissea”. Come i lettori sanno, “Odissea” per propria scelta non percepisce alcun aiuto governativo, non accetta pubblicità di nessun tipo, non impone un centesimo per la lettura dei suoi scritti. In più, chi lo vuole, può riprendere i nostri scritti e diffonderli e rilanciarli liberamente attraverso tutti i canali che ritiene necessari. E così fanno da tempo una marea di persone, gruppi e associazioni. La stima che ci viene riservata e le preziose parole di incoraggiamento, sono la ricompensa più importante per noi. Un mio aforisma dice: “Non si scrive per meritarsi qualcosa, ma per un atto di verità”; questa è la nostra visione militante. Tantissime sono state le foto, le vignette, i pensieri, le frasi augurali in cui il tema della pace e l’avversione verso la guerra e i loro criminali massacratori, l’antifascismo, il senso di umanità e di solidarietà che abbiamo ricevuto. Abbiamo fatto una piccola scelta e ne proponiamo la pubblicazione sia in modo autonomo, sia inserendo le immagini a corredo di scritti di lettori e collaboratori. Sono immagini e scritti critici nei confronti di vili capi di Stato e di Governo che fanno i gradassi solo perché protetti dai loro arsenali militari, dai loro missili, dai loro bombardieri. Individualmente non avrebbero il coraggio di affrontare un uomo degno di questo nome: si tratti di escrementi umani del tipo di Trump, Netanyhau, Zelensky, Putin e feccia varia. Senza i loro pretoriani armati che vestendo una divisa vanno in giro per il mondo come stupidi automi, a sterminare innocenti e devastare città, senza farsi una sola domanda, questi vili uomini di Stato e di Governo non oserebbero nemmeno mostrarsi in pubblico. A questi portatori di morte, uomini e donne di ogni dove contrappongono pensieri di vita, immagini di gioia e di speranza.  



Inviata da Don Giuseppe Farinella
 


Inviata da Susanna Carpi


Riflessione di don Andrea
inviata da Assunta Fusaro

Inviata da Lisia Rodi 


Inviata da Simone Sollazzo


Inviata da Alfonso Navarra
 


MASSACRANO IN NOME DI DIO



Il Rabbino Ismar Schorsch ci dice che le radici della separazione di Stato e Chiesa sono nell’ebraismo. Infatti Gesù Cristo era ebreo ed è vissuto nel periodo di grande turbolenza, di cui parla il Rabbino: è il periodo storico successivo alla dominazione degli eredi di Alessandro Magno, segnato dall’influenza della cultura ellenistica, e alla rivolta nazionalistica del Maccabei, durante il quale regnava la monarchia asmonea. Gesù Cristo rompe in modo inequivocabile con il nazionalismo religioso affermando che il Regno di Dio non è di questo mondo, e che nel conflitto fra ragione e coscienza, da un lato, e legge dello stato, dall’altro, prevale la prima – è l’affermazione della responsabilità individuale (cui la religione dovrebbe educare). Nei secoli il mondo cristiano ha concepito e realizzato la separazione di stato e chiesa; il sionismo e la mancata condanna di esso da parte del mainstream ebraico, dimostrano che l’ebraismo è ancora fermo a duemila anni fa. [Franco Continolo]


 

Peter Beinart: Sono davvero onorato di avere con me in questa conversazione il rabbino Ismar Schorsch. Per anni è stato il Cancelliere del Jewish Theological Seminary. È nato ad Hannover, in Germania, figlio di un rabbino. Ho avuto il privilegio di parlare con il rabbino Schorsch qualche tempo fa, dopo che aveva scritto, credo, alcune parole molto importanti su come si sentiva riguardo a ciò che Israele stava facendo a Gaza e in Cisgiordania per i palestinesi. Credo che molti giovani ebrei americani, e non solo, siano alla ricerca di una guida morale da parte dei nostri rabbini, in particolare di rabbini del calibro di Ismar Schorsch, per capire cosa significhi essere ebrei in questo momento. Ho voluto invitarlo prima dell’inizio di Pesach, prima che la festività di Pesach inizi la prossima settimana, perché anch’io mi sto confrontando con domande che mi sono state poste ma a cui non so rispondere. Le domande vertono su questo: come posso essere ebreo, orgogliosamente ebreo, in questo momento, quando gran parte del modo in cui l’ebraismo viene inteso oggi in America è così strettamente legato al sostegno di azioni di Israele che molte persone che conosco trovano inaccettabili? È possibile separare questi due aspetti - il comportamento dello Stato israeliano e l’ebraismo stesso? - Cosa significherebbe persino tentare di separarli, dato quanto sono stati fusi in tanti contesti ebraici per tutto il tempo in cui molti di noi sono vissuti? Queste sono le domande che desideravo porre al rabbino Schorsch, e le sono molto grato per avermi concesso questa intervista.
 

Ismar Schorsch
: Grazie, Peter. Vorrei iniziare sottolineando che non è la prima volta nella storia ebraica che si è reso necessario separare lo Stato ebraico dalla religione ebraica. Vi ricordo che i Maccabei riuscirono a sconfiggere i Greci di Siria nell'antichità, una vittoria che ci ha donato la festa di Chanukkah. Ma la leadership religiosa che esisteva durante il regno asmoneo, ovvero la monarchia che succedette ai Maccabei, era profondamente critica nei confronti delle azioni della leadership politica. Questa è l’origine dei Rotoli del Mar Morto, che furono probabilmente conservati e trascritti da un gruppo religioso dissidente critico nei confronti della monarchia asmonea. Esiste quindi una ricca esperienza nella storia ebraica per quanto riguarda la separazione tra religione e comportamento politico. Potrei risalire fino ai profeti. I profeti furono critici soprattutto del Regno del Nord, ma a volte anche del Regno del Sud nell’antico Israele. La combinazione di identità nazionale e religiosa porta a un’esistenza politico-religiosa complessa. E ci troviamo in un momento in cui esiste una profonda spaccatura tra sensibilità religiosa e comportamento politico. È con questa che i giovani e gli ebrei di tutta l’America si confrontano.

 

IL PROBLEMA IRRISOLTO DELLA MORTE
di Pino Aprile


Vignetta inviata da un lettore
da Amsterdam

Il problema irrisolto delle filosofie e delle religioni è sempre stato quello della morte. Della “fine”. Che non è tale, se resta il ricordo, per i greci, che cercavano l’immortalità nella fama.
Non è tale, per le religioni orientali, se la vita è un continuo rinascere in forme diverse. Che non è tale, per il cristianesimo, se la vera vita comincia con quella che chiamiamo morte che, quindi (ecco il colpo di genio) non esiste. Interessantissimo è vedere come tutto questo divenga una nuova fisica, proposta da Faggin, basata sulla coscienza che preesiste alla materia, e di cui (della coscienza creatrice) la fisica quantistica sarebbe una manifestazione e strumento. Lo spiega in Oltre l’invisibile. Affascinante!
Da ateo, buona Pasqua.
 

LA PAROLA AI LETTORI


 
Caro Angelo Gaccione,
un amico colto le cui parole sono ancora nel mare della banalità, mi ha inoltrato il blog. Mi ha colpito il titolo “Odissea”. Ricambio con una poesia. Cordialmente Peter Hubscher.
 
* 
Grecalia
di Peter Hubscher
 
Ulisse navigò
Il salso mare adriatico,
il colto Jonio, l’irato Tirreno.
Lo perdemmo a Citera. Lo scorgemmo tra Cariddi e Scilla.
La onda schiumosa ci trascinò lontano e lo vedemmo salutarci.
Restai casa senza padrone, campo senza aratore,
allievo senza maestro.
Dei lontani, ridatemi la vista per ritrovare la rotta
verso la mia amata Atene.
Efebo, per punire i troiani, mi unii ai guerrieri del mio re.
Efebo grazioso ma povero, i nobili mi disprezzarono.
Non cavaliere, non fante fui. Lavapiatti mi
nominarono. Non armi ebbi, ma stracci. Mi vide Ulisse.
Con lo sguardo mi misurò.
Mi fece suo discepolo e io lo elessi a mio maestro e amante.
Esplorammo assieme i piaceri della mente e del corpo.
Quando conquistata Ilio, mi offrirono il ritorno ad Atene
ricco di onori e prede, rifiutai.
Mi imbarcai con il mio maestro a cui mi ero donato
corpo e anima.
Entrambi fummo delusi da quella epopea
diventata una squallida storia di violenze, tradimenti,
massacri, stupri.
Vedemmo entrambi che non vi era gloria in quanto fatto.
Il maestro ci assicurò che presto saremmo tornati in patria,
ma io sentii il canto del suo cuore che anelava a cieli sconosciuti
sopra mari tempestosi punteggiati di isole feconde.
E per amore lo seguii lasciando che fosse il desiderio
per la sua mente e per il suo corpo a guidarmi.
Dalla prima ebbi in dono saggezza e conoscenza,
dal secondo amore e passione dei sensi.
Ora solitario alle foci dell’Istros là dove le torbide acque
entrano nel Pontos Axeinos,
vivo dei doni che mio offrono i barbari Sciti
affinché insegni ai loro figli la parlata greca.
Allora racconto loro di Ilio e della guerra per la bella Elena.
Illustro gli eroi, racconto come vincemmo e tornammo.
Ma quando con la parola onoro Ulisse,
un groppo mi chiude la gola e piango.
Allora gli innocenti efebi si chiedono in cosa mi hanno offeso
e cercano di consolarmi.
 

LA BEFFA DI PASQUA
Inedito del poeta Guido Oldani





VIVI, MA ANCHE MORTI
di Marcello Campisani

 
Immagine inviata dalla poetessa
Laura Cantelmo

Caro Angelo, 
malgrado sia Pasqua di resurrezione, c’è sempre qualcuno che merita l’inferno; donde la seguente filastrocca. A te ed ai tuoi cari i miei migliori auguri. Marcello
 
*
Primo diritto quello della vita,
che va tutelata in ogni aspetto,
in forma più pronta ed agguerrita
ed anche dal pericolo indiretto.
 
È del tutto vana la sentenza
quella di qualunque Tribunale
se rimane senza conseguenza
ancor più dell’internazionale.
 
Più pregnante perciò della condanna
Dev’esser l’impegno a scongiurare
il male che tutti quanti azzanna
e che certo non basta condannare.
 
Doverosa legittima difesa
impone una taglia miliardaria
perché lauta remuneri l’impresa
di Trump e Bibi saltati in aria.
 

 

PRIMAVERA NASCENTE
di Giuseppe Natale*



 

Nella luce del primo mattino

incantato m’inchino

alla Primavera nascente.

Miro la forsizia di giallo splendente

che irradia sorrisi solari.

Ricambiano sorrisi lunari

candide margherite brillanti

nel verde tappeto del prato.

Dialogo si rinnova d’alterne stagioni. 

Tripudio di luci fiori e colori.

Ripudio di guerre e orrori.

Inno alla vita e all’amore.

Potrà essere la Bellezza

Dell’umano mondo la Salvezza? 

[21 marzo 2026]

 *Giuseppe Natale è presidente di Anpi  e di Casa Crescenzago

 

domenica 5 aprile 2026

MUSICA
di Angelo Gaccione



La dolcezza celestiale del clavicembalo.


Se pensiamo al clavicembalo, la nostra mente corre subito al salotto, a quello degli aristocratici, e alla musica barocca. Al suo suono tenue e dolcissimo allo stesso tempo, che dà il meglio di sé in ambienti raccolti, intimi, familiari. Ottimo per quella che chiamiamo “musica da camera”, ma a me il suo suono ha incantato e continua ad incantarmi soprattutto in quelle piccole, spoglie chiese antiche, dove il solista (o la solista), non ha bisogno d’altro per farmi andare in estasi. Per il recitativo o per l’accompagnamento e la lettura di brani sacri o poetici è perfetto. Non sovrasta la voce e la voce non lo sovrasta. Nel Concerto n. 2 in mi maggiore per clavicembalo e archi (BWV 1053) di Bach, ad esempio, nelle parti soliste il clavicembalo è meraviglioso. Soffre, poverino, quando gli strumenti a corda, magari 15 violini, 8 viole, 4 violoncelli e 2 contrabassi, come mi è capitato di recente in una chiesa milanese, fanno irruzione con i lori timbri potenti e meravigliosi per ricamare le note di Johann Sebastian. L’avrà fatta da padrone finché il canto poteva dialogare con il suo timbro e con quello di altri strumenti senza venirne sopraffatto. Ma già il fortepiano lo insidiava allorché le interpreti di Pergolesi, Crescentini, Zingarelli, Cimarosa, Rossini e dello stesso Mozart, ai gorgheggi virtuosistici univano una potenza di petto considerevole. Potenza che divenne esagerata con la sfida all’ultimo sangue dei tenori nell’opera lirica; con questi urlatori assatanati capaci di far tremare i vetri di un salone, spegnere le fiammelle di un candeliere con le vibrazioni delle loro ugole; che cantano e gridano inferociti in questi drammi sanguinari e strappalacrime fatti di gelosie, tradimenti, inganni, equivoci, guerrieri, valchirie, dèi, fato e destino… scatenando un oceano di applausi. Una tempesta furibonda di voci e di cori, una tempesta di note e di furie musicali come quelle che troviamo in tante opere di Beethoven, per citare almeno uno dei virtuosi del nuovo strumento, più potente e più squillante che del clavicembalo farà giustizia: il pianoforte.  

 

 

 

 

 

IL RACCONTO
di Francesca Mazzadri

Constanze Manziarly

L’ultimo pasto 
 
Non ho mai amato cucinare per i potenti.
Il potere ha lo stomaco delicato e l’anima marcia.
Quando mi mandarono sotto terra, a Berlino, era aprile e sopra la città cadeva il mondo. Io avevo ventiquattro anni e un diploma da dietista. Dicevano che ero brava con le diete leggere, con le intolleranze, con quei disturbi nervosi che trasformano un uomo in un malato cronico. Non mi dissero per chi avrei cucinato. Lo capii scendendo l’ultima rampa di scale.
Nel bunker l’aria era umida, sapeva di ferro e di muffa. I muri sudavano. Le lampadine tremavano come se avessero paura anche loro.
Mi assegnarono una cucina stretta, due fornelli elettrici, qualche casseruola ammaccata. Le scorte arrivavano irregolari. Patate molli. Carote avvizzite. Uova contate come gioielli. Carne quasi mai. Lui non la mangiava più da tempo.
Dicevano che fosse una scelta morale. Io vedevo solo uno stomaco che non reggeva più nulla.
La prima volta che lo vidi non mi guardò. Parlava con voce bassa, monocorde, come un uomo che ripete una lezione imparata a memoria. Le mani tremavano. Non molto. Abbastanza.
«La zuppa è troppo salata» disse qualcuno al posto suo.
Io non risposi. Avevo imparato presto che nel sottosuolo le parole pesano più delle bombe.
Fuori, Berlino si sbriciolava. Ogni detonazione faceva cadere un po’ di intonaco nel corridoio. A volte spegneva le luci per un secondo. In quel secondo capivo cosa significasse davvero il buio.
Preparavo piatti semplici: purè di patate, pasta con salsa annacquata, uova al tegamino. Cibo da ospedale. Cibo da fine.
Non c’erano brindisi, non c’erano risate. Solo sussurri, porte che si chiudevano, passi rapidi. Gli uomini in divisa avevano lo sguardo dei topi quando sentono il fuoco.
Una sera mi chiamarono più tardi del solito. «Prepara qualcosa di leggero» mi dissero.
Sempre leggero.
Mentre schiacciavo le patate pensavo a mia madre, a Innsbruck, alla cucina con le tende bianche e il tavolo grande. Pensavo che il male, alla fine, mangia come tutti: ha fame, ha nausea, soffre di acidità.
Quando portai il vassoio, lui era seduto, curvo. Accanto a lui la donna che aveva scelto di restare. Non si parlavano quasi. Sembravano due passeggeri in attesa dello stesso treno, consapevoli che non ci sarebbe stato ritorno.
Posai il piatto. Uova fritte, purè. Un po’ di pane duro.
Lui annuì senza guardarmi.
Tornai in cucina e rimasi lì, seduta su uno sgabello, ad ascoltare i tubi vibrare per le esplosioni. Pensavo che tutta quella rovina non  aveva odore di gloria. Aveva odore di cantina allagata.
Il giorno dopo circolava un silenzio diverso. Denso. Nessuno correva più nei corridoi. Nessuno urlava ordini.
Poi arrivò la voce. Un colpo secco. Non forte. Definitivo.
Non capii subito. Nessuno spiegava mai nulla alle donne di cucina.
Passò un’ora. Forse due. Un ufficiale entrò senza bussare. Aveva la faccia grigia.
«Non servirà più la cena» disse.
Tutto qui.



Mi sedetti. Guardai le mie mani. Erano sporche di farina. Pensai che avevo cucinato per un uomo che aveva incendiato il mondo, e che l’ultima cosa che aveva messo in bocca era stata qualcosa di preparato da me.
Non provai orgoglio. Non provai orrore. Solo una stanchezza immensa.
Più tardi dissero che dovevamo uscire. Tentare di fuggire. I russi erano vicini. Molto vicini.
Presi il cappotto. Non avevo valigie. Non avevo niente da salvare.
Nel corridoio incontrai la segretaria. Piangeva senza lacrime. «È finita» sussurrò.
Sì, era finita. Ma non come nelle storie. Non c’era catarsi. Non c’era giustizia visibile. Solo macerie sopra e sotto.
Uscimmo in gruppi piccoli. L’aria mi colpì come uno schiaffo. Fumo, polvere, carne bruciata. Il cielo era basso, sporco.
Camminammo tra edifici aperti come ferite. Ogni tanto un colpo lontano. Ogni tanto un urlo.
Non ero un’ingenua. Sapevo cosa poteva accadere a una ragazza sola in una città conquistata. Ma in quel momento avevo meno paura dei vivi che dei fantasmi.
Ripensai ai mesi passati sotto terra. Ai piatti insipidi. Alle richieste ossessive: niente carne, niente spezie forti, tutto digeribile.
Come se il problema fosse lo stomaco.
Mi chiesi quante persone, sopra di noi, non avevano avuto nemmeno un tozzo di pane. Quanti bambini avevano mangiato polvere mentre io misuravo il sale per non disturbare la digestione di un uomo potente.
La guerra non è fatta solo di battaglie. È fatta di cucine. Di scrivanie. Di firme. Di silenzi.
Arrivammo a un incrocio. Ci dissero di dividerci. Ognuno per sé.
Non salutai nessuno.
Camminai finché le gambe non cedettero. Mi nascosi in uno scantinato mezzo distrutto. Rimasi lì tutta la notte. Ogni rumore mi faceva trattenere il fiato.
Pensai che, se fossi sopravvissuta, nessuno mi avrebbe chiesto cosa avevo cucinato. Mi avrebbero chiesto dove ero stata. Con chi.
Non esistono mestieri innocenti quando si lavora per il male. Esistono solo gradi diversi di distanza.
All’alba sentii voci in una lingua che non era la mia. Passi pesanti. Porte sfondate.
Restai immobile.
Avevo ventiquattro anni e nessuna certezza. Solo una consapevolezza: avevo visto il potere da vicino e non aveva nulla di mitico. Tremava. Aveva paura. Mangiava cibo insipido e temeva il veleno.
Il mondo sopra di me era cambiato per sempre. Quello dentro di me pure.
Non so quanto tempo passò prima che uscissi allo scoperto. So solo che, mentre camminavo tra le rovine, capii una cosa semplice: chi serve il male pensando di restarne fuori, finisce sempre sepolto con lui.
Io ero sopravvissuta. Forse.
Ma non ero rimasta intatta.

 
Note dell’autore

Il racconto “Lultimo pasto” è un’opera di finzione ispirata a una figura storica reale: Constanze Manziarly, considerata l’ultima cuoca e dietista personale di Adolf Hitler. Constanze Manziarly nacque a Innsbruck nel 1920. Formata come dietista, entrò al servizio della cerchia ristretta del Führer nel 1944, quando la guerra era ormai compromessa per la Germania. Nei mesi finali si trovò nel Führerbunker di Berlino, dove Hitler trascorse le ultime settimane prima del suicidio, avvenuto il 30 aprile 1945. Diverse testimonianze, tra cui quelle della segretaria Traudl Junge, confermano la presenza di Manziarly nel bunker fino agli ultimi giorni. Le fonti storiche indicano che Hitler seguisse una dieta prevalentemente vegetariana negli ultimi anni, per motivi sia ideologici sia di salute. I pasti descritti nelle ricostruzioni includono preparazioni semplici: purè di patate, pasta con salsa leggera, uova. Non esistono prove definitive e concordi su quale sia stato l’ultimo pasto effettivamente consumato prima del suicidio. Dopo la caduta di Berlino, il 2 maggio 1945, Constanze Manziarly tentò di lasciare il bunker insieme ad altri membri dello staff. Da quel momento scomparve. Secondo alcune testimonianze sarebbe stata fermata dai soldati sovietici; non esiste però una documentazione conclusiva sul suo destino. È considerata una delle figure “perdute” nel caos dei giorni immediatamente successivi al crollo del Terzo Reich.



Questo racconto non intende riabilitare né umanizzare moralmente il regime nazista o i suoi protagonisti. Al contrario, sceglie un punto di vista marginale - quello di una giovane cuoca - per osservare il potere nel momento della sua disgregazione. L’ispirazione stilistica richiama il tono asciutto, disincantato e introspettivo della narrativa noir italiana del dopoguerra. Il motivo di questa storia nasce da una domanda semplice: cosa significa “servire” quando il servizio è rivolto a un potere distruttivo? Le grandi tragedie storiche sono fatte di decisioni politiche e militari, ma anche di ruoli minori - segretarie, autisti, medici, cuochi - persone che spesso non partecipano direttamente alla violenza, ma ne orbitano attorno. La cucina nel bunker diventa così una metafora: mentre sopra Berlino brucia, sotto terra si continua a misurare il sale. Il contrasto tra la banalità del gesto quotidiano e l’enormità del disastro storico è il centro emotivo del racconto. Non c’è eroismo, non c’è assoluzione. Solo la constatazione che nessun ruolo è completamente neutrale quando si è così vicini al potere. La scelta della prima persona accentua la dimensione morale: non per giustificare, ma per mostrare il progressivo disfacimento interiore di chi comprende troppo tardi di non essere stato davvero “fuori” dalla Storia. In definitiva, questa storia nasce dall’esigenza di raccontare la fine non dal balcone dei vincitori né dalla tribuna dei leader, ma dalla cucina umida di un bunker, dove anche il male, prima di morire, deve pur mangiare.

 

 

 

 

UNA NUOVA CASA EDITRICE IN MAGNA GRECIA
di Antonella Casaburi


Un angolo storico di Giungano

 

Orto della minima speranza”, recita un’insegna discreta ed elegante, all’ingresso di uno spazio minimo di aranci e roseti, in una terra celebrata già in antico proprio per le sue rose che “redolent”, profumano di primavera tutto l’anno e la fanno brillare nella poesia. È nel Cilento, in provincia di Salerno, a Giungano, che guarda Paestum e i suoi dorici templi dall’alto, che avviene questo e la “piccola speranza” che promette credo sia un provvidenziale annuncio di rinascita, nel segno della cultura e dei libri. 



Il logo della Casa Editrice

Un segno e un germe di civiltà, in una terra votata purtroppo a ben altri interessi: dacché, qui, in questo paese, un gruppo di ardimentosi vi ha trapiantato l’amore per ciò che nutre l’anima e la mente, una Casa Editrice addirittura, la Luigi Orlotti, che promette di cogliere e tramandare il testimone di un’idea che, in controtendenza rispetto ai tempi, porta avanti una visione culturale e morale in cui credeva un uomo di fede, “prete per vocazione, filosofo per scelta intellettuale e morale”, come era stato definito, don Luigi Orlotti. 


Don Luigi Orlotti

Da parroco don Luigi aveva fatto della cultura l’insegna della sua missione, prima con una Biblioteca, poi con un Premio di Poesia Religiosa, che, nella vicina Santa Maria di Castellabate, ha avuto vita per oltre un decennio e che oggi, dal suo paese d’origine Giungano grazie al suo omonimo nipote, forte di una lunga esperienza editoriale, dapprima con Bompiani e poi già in proprio con altra sigla, promette di proseguire coraggiosamente per la stessa strada, per quel che riguarda i libri, scommettendo in molte direzioni (saggistica, narrativa, poesia). Dall’inizio dell’estate del 1925, infatti, molti libri (tra i quali almeno tre, mi piace segnalare: Il Rubasogni di Irma Cantoni, Chi aiuta i Santi? di Lorenza Perale, e soprattutto Le volte celesti di Dario Galimberti) fanno bella mostra di sé sui banchi di molte librerie non solo nel Cilento, ma perfino all’estero, nel Canton Ticino, in Svizzera.


Lautrice

Antonella Casalburi


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