UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 31 ottobre 2026

LA MARCIA
di Zaccaria Gallo



Ho visto le immagini e i video della Marcia della Pace sulle Murge. Diecimila persone hanno camminato da Gravina ad Altamura, portando bandiere, canti e, soprattutto il desiderio di un mondo senza guerre. Io, ormai, sono invecchiato e non ho potuto esserci. Guardando quelle immagini, quanta nostalgia mi è venuta al cuore! Tempo fa, avevo anch’io preso parte alla Marcia della Pace da Perugia ad Assisi. Un’esperienza che mi è rimasta dentro, come uno di quei bellissimi ricordi che il tempo non riesce a cancellare. Camminare insieme a tante persone, sentire le voci unirsi al tuo canto, vedere le bandiere della Pace sventolare con il vento: sono emozioni che continueranno ad accompagnarmi anche se le mie gambe non possono più percorrere lunghi tratti di strada. Ma ci sono con l’animo là sulle Murge. Immagino, e immaginiamola insieme, questa terra ora verde e accogliente, perché siamo nella stagione in cui si passa dalla steppa brulla dell’estate al verdeggiare dei prati e degli alberi dell’autunno. Sono specchi di rugiada caduta dalle stelle delle notti, così simili all’Umbria di san Francesco. Due terre diverse, certo, ma unite dallo stesso desiderio di donare bellezza e pace, coltivando la stessa speranza: che gli uomini imparino finalmente a vivere come fratelli. Cambiano i personaggi che abitano il territorio pugliese e che hanno visto con meraviglia passare la Marcia in un mattino di sole, all’improvviso. Non sono soltanto i pastori, uomini e donne, delle masserie, ad essere testimoni di quel cammino. Ci sono anche gli alberi, i fiori, gli animali e tutte quelle piccole creature che vivono ai margini della strada, nel sottobosco, o sulle colline che, a modo loro partecipano con noi a riempire di vita il nostro mondo. 



E così, come spesso mi accade, quando sono nel mio studio a leggere e pensare, mi piace immaginare, con la forza della fantasia, che, al passaggio di quella moltitudine di esseri umani, gli asfodeli abbiano chiesto notizie ai colchici gialli e ai ciclamini azzurri: “Avete visto? Che cosa sta succedendo? Perché tutta questa gente viene qui in mezzo a noi e canta e porta bandiere con i colori dell’arcobaleno?” E i fiori, meravigliati, avranno risposto che, sì, hanno visto tutto, hanno ascoltato i canti, sentito il rumore di centinaia e centinaia di passi, e provato gioia nel vedere quei colori vibrare sulle loro bandiere. Anche le grandi querce, forse hanno voluto dire la loro, scuotendo lentamente le chiome e lasciando cadere qualche ghianda, come a voler salutare, a modo loro, con un festoso sfarfallio, quella gente e augurare buon cammino. In alto, intanto, il falco pellegrino circonda di anelli il cielo con i suoi voli. Dall’alto, anche lui ha visto la lunga fila di persone che attraversano i sentieri e, allora, con il suo richiamo sta dicendo ai suoi fratelli falchi: “Venite a vedere! Venite, oggi, non c’è più il silenzio di sempre. Gli uomini camminano per la Pace! Venite anche voi a partecipare col vostro volo a questa grande speranza”. E, più in basso, lungo i bordi delle ferule, le lumache, uscite al mattino per la loro passeggiata, avranno raccontato la notizia ai funghi cardoncelli, che ancora non avevano voglia di svegliarsi così presto. “Su, amici, alzatevi!” dicono con voci bavose “Oggi succede qualcosa di speciale”. E, forse, i cardoncelli ancora assonnati avranno sorriso nel loro silenzio, pensando che anche la terra, con i suoi frutti e le sue creature, ha bisogno di pace. 



E, allora, ho salutato anche io, seduto alla mia finestra quel giorno, quel giorno sulle Murge in cui ogni essere vivente ha trovato il suo modo di partecipare a quella Marcia: gli uomini con i loro passi e le loro bandiere, gli alberi con le loro chiome, i fiori con i loro colori, i falchi con i loro voli e le piccole creature della terra con la loro silenziosa presenza. Perché la Pace non è una parola pronunciata soltanto dagli uomini: è un desiderio che appartiene ad ogni forma di vita, alla terra che ci ospita, al cielo che ci avvolge, al mare che ci bagna, ai fiori che sbocciano e agli animali che cercano il loro posto nel mondo e, mentre ripenso alla mia vecchia Marcia da Perugia ad Assisi e guardo con nostalgia le immagini che mio figlio mi ha mandato dalle Murge, sento che, in fondo una parte di me ha camminato ancora. I miei piedi sono rimai fermi, ma il cuore ha ripreso il cammino e con lui hanno camminato gli asfodeli con crochi e i ciclamini con le grandi querce. I falchi e le lumache e i cardoncelli tutti insieme, ciascuno a suo modo, per dire, a chi non vuole sentire, una cosa semplice e immensa: la Pace è un desiderio di tutti gli esseri viventi e che nessuno dovrebbe smettere di camminare per realizzarla.

QUANDO LA GIUSTIZIA NON OBBEDISCE AL POTERE
di Giovanni Bonomo*  


La giudice e la presidente

Il caso Siher e la lezione dimenticata della Costituzione
 
Il caso Youssef Siher e il duro attacco di Giorgia Meloni alla magistratura milanese ripropongono una questione fondamentale per la tenuta democratica del Paese: può il potere politico pretendere che la giustizia si pieghi alle sue aspettative? Dall’Habeas Corpus all’articolo 13 della Costituzione, una riflessione sull’inviolabilità della libertà personale, sull’indipendenza dei giudici e sulle sempre più preoccupanti tentazioni autoritarie. Perché la sicurezza senza garanzie non è giustizia, ma arbitrio e in uno Stato di diritto non è la legge a dover obbedire al potere, bensì il potere alla legge.
 
C’è qualcosa di profondamente inquietante in un Paese nel quale chi governa pretende di stabilire non soltanto quali leggi debbano essere applicate, ma persino quali decisioni debbano assumere i giudici.
Il caso di Youssef Siher, rimesso in libertà dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, offre l'ennesima occasione per misurare la distanza, ormai preoccupante, tra la cultura costituzionale e la concezione del potere che sembra animare l’attuale maggioranza di governo.
La magistrata, con un'ordinanza motivata di ben 37 pagine, ha escluso, allo stato degli atti, la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza necessari per applicare la misura cautelare richiesta dalla Procura, non ravvisando neppure i presupposti per convalidare il fermo. Non ha assolto nessuno, non ha cancellato alcun reato, non ha impedito il proseguimento delle indagini, ha semplicemente applicato la legge. Evidentemente, per Giorgia Meloni, è già troppo. La Presidente del Consiglio ha definito quella decisione «vergognosa», arrivando a rappresentarla come una mortificazione del lavoro delle forze dell'ordine e degli investigatori. Ma proprio qui si manifesta un equivoco istituzionale tanto grossolano quanto pericoloso: la magistratura non è l'ufficio di convalida delle aspettative del governo, né il giudice è chiamato a ratificare le conclusioni degli investigatori. Il rispetto dovuto alle forze dell’ordine non implica l’infallibilità delle loro valutazioni e il riconoscimento del lavoro della Procura non comporta l'obbligo del giudice di accoglierne le richieste. Anzi, è proprio quando un giudice dice di no all'accusa, sulla base delle prove e del diritto, che l'indipendenza della giurisdizione dimostra concretamente la propria ragion d'essere. Dovrebbe essere una nozione elementare per chiunque ricopra incarichi istituzionali, a maggior ragione per chi presiede il Consiglio dei ministri.


Y. Siher

Esiste un principio di civiltà giuridica che precede di secoli la nostra Repubblica. Si chiama Habeas Corpus: il potere non può privare arbitrariamente un individuo della libertà personale e deve sottoporre la legittimità della detenzione al controllo di un giudice. Nell'ordinamento italiano questa garanzia trova una delle sue più alte espressioni nell'articolo 13 della Costituzione: «La libertà personale è inviolabile».
Non è una dichiarazione ornamentale, da esibire nelle cerimonie ufficiali e poi dimenticare quando diventa politicamente scomoda, è un limite preciso, invalicabile, imposto al potere pubblico. E vale per tutti, anche per chi manifesta contro il governo, anche per chi esprime idee radicali, anche per chi non gode delle simpatie della maggioranza, anche per chi si chiama Youssef Siher.
C’è poi un grottesco paradosso che meriterebbe di essere scolpito nel marmo.
Giorgia Meloni, che ha sostenuto la riforma costituzionale della separazione delle carriere in nome di una giustizia più equilibrata e garantista, oggi attacca una giudice proprio perché ha esercitato la propria autonomia rispetto alle richieste del pubblico ministero. È la contraddizione di un garantismo che sembra funzionare soltanto quando conduce alle decisioni desiderate dal potere. Eppure gli italiani, con il referendum del marzo 2026, hanno già respinto quella riforma costituzionale.



Il principio rimane dunque quello che dovrebbe essere insegnato in ogni scuola, prima ancora che nelle facoltà di giurisprudenza: il giudice non risponde al governo, non risponde alla piazza e non risponde alle aspettative della pubblica accusa. Risponde soltanto alla legge. Naturalmente, le decisioni giudiziarie possono essere criticate, discusse e impugnate: nessun magistrato è infallibile e nessuna sentenza è sottratta al confronto pubblico. Ma altra cosa è trasformare una decisione motivata in un bersaglio politico, alimentando nell’opinione pubblica l’idea che il giudice indipendente sia un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. Questa non è una discussione sul diritto, è una pericolosa confusione tra giustizia e obbedienza. E mentre gli italiani continuano a fare i conti con il caro vita, salari insufficienti, precarietà e difficoltà abitative, il dibattito pubblico viene ancora una volta trascinato verso un nemico facilmente riconoscibile: lo straniero, il manifestante, il dissidente e, naturalmente, quella «certa magistratura» che si ostina a non assecondare il potere. È un meccanismo politico antico: quando le risposte ai problemi sociali scarseggiano, la ricerca del colpevole può risultare più conveniente della ricerca delle soluzioni e la sicurezza diventa allora una parola d’ordine buona per ogni occasione.
Ma la sicurezza, in uno Stato di diritto, non coincide con la moltiplicazione dei decreti repressivi, con la militarizzazione degli spazi pubblici o con l’inasprimento indiscriminato delle pene.
 


Uno Stato è davvero sicuro quando i cittadini sono protetti non soltanto dalla criminalità, ma anche dall
’arbitrio del potere.

Non possiamo ignorare, infine, il significato storico di certe ricorrenze. Il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, dovrebbe ricordarci quanto fragile possa diventare la democrazia quando il potere esecutivo pretende di assorbire ogni altra funzione dello Stato. Non si tratta di stabilire semplicistiche equivalenze storiche, ma di riconoscere i segnali di una cultura autoritaria ogni volta che riaffiora la tentazione di considerare le garanzie costituzionali un intralcio e il dissenso una minaccia.
La Costituzione repubblicana è nata proprio per impedire che la forza si sostituisca al diritto e che la volontà di una maggioranza possa trasformarsi in potere senza limiti, non appartiene a una parte politica, non è un programma di governo, non è una concessione del vincitore delle elezioni. È il patto fondamentale che vincola tutti, soprattutto coloro che esercitano il potere. Ed è per questo che occorre vigilare, senza isterismi ma senza indulgenze, su ogni tentativo di delegittimare l
’indipendenza della magistratura e di subordinare le libertà individuali alle convenienze dell’esecutivo.

Perché la democrazia non muore soltanto quando qualcuno abolisce formalmente la Costituzione, può cominciare a morire anche quando chi dovrebbe rispettarla ne considera fastidiosi i limiti. La differenza tra uno Stato di diritto e uno Stato autoritario è, in fondo, semplicissima: nel primo è il potere a dover obbedire alla legge; nel secondo si pretende che sia la legge a obbedire al potere. E noi, che abbiamo scelto la Repubblica e la Costituzione, non possiamo permetterci di dimenticarlo.
 
*Centro Culturale Candide

TRALALA
di Alida Airaghi


 
Questo e-book pubblicato da Sur nel 2020, e acquistabile a 1,99 euro, può essere una conveniente introduzione ai libri di Hubert Selby Jr, che descrivono in uno stile aspro e sperimentalmente alternativo l’esistenza abbrutita tra droga, sesso e violenza dei bassifondi nella New York degradata degli anni ’60-70. Tralala è un testo sconvolgente tratto da Ultima uscita per Brooklyn, romanzo che nel 1964 fu condannato per oscenità, ma presto divenne un volume di culto della letteratura underground americana, amato da artisti outsider come Allen Ginsberg e Anthony Burgess, Lou Reed e Irvine Welsh, e infine adattato per il grande schermo nel 1989.
Tralala è il soprannome della protagonista della vicenda narrata, una giovane prostituta dei quartieri bassi che vive di marchette, truffe e piccoli furti, calandosi con incoscienza in una spirale di esperienze autodistruttive che la rendono inevitabilmente vittima di un mondo bestiale.
“Tralala aveva 15 anni la prima volta che qualcuno se la scopò. Non ci fu vera passione. Solo una distrazione. Se ne stava a ciondolare dal Greco con gli altri ragazzini del quartiere. Senza niente da fare. Seduti lì a parlare. Ad ascoltare il jukebox. Bere caffè. Scroccare sigarette. Tutto una palla micidiale. Disse di sì. Nel parco. 3 o 4 coppie che si sceglievano un albero e un pezzo di prato. In realtà non disse neanche di sì. Non disse niente”.
Questo l’esordio del racconto, brutale, reso con un ritmo sincopato, fatto di periodi brevi e volutamente privi di connotazioni emotive. Alla concisione denotativa delle prime pagine succede in finale un flusso di scrittura ansioso e inarrestabile, privo di punteggiatura, denso di termini slang osceni, a indicare il precipizio infernale in cui piomba la vita sempre più torbida e malata della protagonista.
Tralala in apertura dell’episodio è ancora una bambina, con un fisico da donna e le tette grosse.  Inizia a fare sesso con i ragazzi del quartiere per noia, con indifferenza, senza il progetto di intascare soldi: “Lei qualcosa ci guadagnava sempre. La portavano al cinema. Le compravano le sigarette. Andavano in pizzeria a mangiarsi qualcosa”. Poi lentamente impara che concedendosi agli uomini all’aperto o nella cantina del Wolffe Building, avrebbe ricavato di che mantenersi per una giornata.
Nel trascorrere dei mesi, la banda di emarginati raccolta intorno al bar Greco si inserisce in giri più loschi e fruttuosi. Tralala viene reclutata per far da palo agli scippi, ma quando si accorge di venire ingannata dai compagni, decide di mettersi in proprio. Inizia ad adescare marinai e militari reduci dalla guerra di Corea, li segue negli alberghi e li deruba dopo averli fatti ubriacare, talvolta tramortendoli con oggetti contundenti: “Vaffanculo, va’. Gli diede una bottigliata in testa. Gli svuotò le tasche e se la squagliò. Tolse i soldi dal portafoglio e lo buttò via. Sulla metro li contò. 50 dollari. Niente male. Mai avuto tanti soldi tutti insieme”.
Gradualmente Tralala prende di mira ufficiali pluridecorati, chiedendo compensi più elevati o facendosi acquistare vestiti eleganti. Uno di loro si invaghisce di lei, e prima di partire le lascia una lettera d’amore invitandola a raggiungerlo una volta rientrato nella sua città. La ragazza si illude così di trovare qualcuno che la mantenga, per non tornare allo squallore della vita precedente: “Quei marinai o soldatini sbronzi da quattro soldi non facevano per lei. Eh no. Col cazzo proprio. Con i vestiti e le tette che si ritrovava? Chi cazzo si credono di essere quei poveracci. Dovrei andargli a sputare in faccia, brutti puzzoni. Merda!” In realtà non riesce a liberarsi dall’alcol e dall’abiezione sempre più avvilente. Torna a frequentare i sordidi bar dell’adolescenza, derisa  umiliata e malmenata dagli avventori: “quei baracci lì pieni di ladruncoli, spaccini, papponi, travestite e aspiranti teppisti cominciarono a cacciarla via e il linoleum diventò legno e poi si coprì di segatura e lei si ritrovò china sopra una birra in una bettola davanti ai moli, a ringhiare e imprecare contro ogni figliodiputtana che le aveva rovinato la vita, e se ne andava con chiunque la guardasse o le desse un posto dove dormire”.
Le ultime dieci pagine del racconto sono difficili da sostenere anche oggi, dopo sessant’anni, benché la letteratura e il cinema contemporaneo ci abbiano abituato a pesanti scene di prepotenza e trivialità. L’autore descrive in una sorta di automatismo verbale le ultime ore di vita della protagonista, sbattuta fuori da un bar mentre dà in escandescenze, infilata in un’automobile e portata in un quartiere buio dove viene violentata a turno da decine di uomini, sotto gli occhi di una fila di spettatori divertiti ed eccitati, fino a essere ridotta a un cencio sanguinante e irriconoscibile. La profanazione indecente del suo cadavere chiude il tragico racconto con distaccata freddezza.



Hubert Selby Jr. (New York 1928-Los Angeles 2004), cresciuto in una famiglia operaia e arruolatosi giovanissimo nella marina mercantile americana in Germania, contrasse la tubercolosi e dovette trascorrere anni tra ospedali e varie operazioni, diventando dipendente da morfina, dalla cui schiavitù non riuscì per molto tempo a liberarsi. Dopo aver intrapreso i lavori più umili, spesso costretto a letto per le malattie polmonari che non gli davano tregua, diventò scrittore per caso, su incoraggiamento di amici che lo spinsero a proporre alcuni testi a importanti riviste newyorkesi. La sua prosa diretta e autentica si misurava con l’esistenza degli emarginati con cui aveva condiviso tragiche esperienze di droga e violenza negli anni giovanili. L’incontro con la moglie Suzanne regalò più stabilità alla sua vita: trasferitosi con lei a Los Angeles, si costruì un baluardo familiare di quattro figli e undici nipoti. Oltre a Ultima uscita per Brooklyn, altri suoi famosi romanzi furono The room, The Demon e Requiem per un sogno.


                                                                                                   
Hubert Selby Jr   
Tralala
Sur ed. - Roma 2020
Traduzione di Martina Testadi 

POETI STRANIERI 



Anemone
di Gottfried Benn
 
Scuotitore -: Anemone,
la terra è fredda, deserta,
lì il tuo serto sussurra
una parola di fede e luce.


In quella terra senza bontà,
epifania solo del potere,
fu seminato in silenzio
il tuo tenero fiore.


Scuotitore -: Anemone,
tu sostieni la fede, la luce,
che un tempo l’estate intreccia
come serto d’ampi boccioli.


(Trad. di Anna Rutigliano) 

L’AVANGUARDIA PERMANENTE
di Ettore Fobo


Ettore Fobo

Il fuoco della rivolta
 
Il 27 ottobre 2026, nella cornice del Castello Sforzesco, ho partecipato a una giornata culturale della Famiglia Artistica Milanese, istituzione che dal 1873 attraversa la storia artistica della città, intrecciando la propria vicenda con alcune delle esperienze più significative della modernità.



Il titolo completo del mio intervento era Dalla Scapigliatura al Mitorealismo del Sottosuolo: la Famiglia Artistica Milanese come luogo delle avanguardie attraverso tre secoli. Un titolo che potrebbe suggerire un percorso storico, una ricostruzione genealogica, forse persino una celebrazione. Ma il mio intento era diverso. Guardare al passato significa, inevitabilmente, rivolgere lo sguardo verso qualcosa che ci sfugge. La storia non è un museo di forme immobili, né una successione ordinata di monumenti da venerare. È una costellazione di possibilità incompiute, di energie disperse, di fratture che continuano a interrogare il presente. Ho evocato la Scapigliatura di Emilio Praga, Arrigo Boito e Tranquillo Cremona, il Futurismo di Boccioni, Russolo, Carrà e Sant’Elia. Non per rivendicare una discendenza diretta, né per stabilire improbabili equivalenze estetiche, ma per riconoscere una tensione comune: la necessità di infrangere i confini tra le arti, di mettere in crisi le convenzioni, di destabilizzare le forme consolidate della rappresentazione. E qui emerge un paradosso. Non ho tenuto una conferenza sull’avanguardia. Ho cercato, piuttosto, di fare avanguardia. Perché l’avanguardia, quando è autentica, non coincide necessariamente con la proclamazione di un programma. È un accadimento, un gesto di insubordinazione dei linguaggi, una metamorfosi delle possibilità espressive. Il Mitorealismo del Sottosuolo, movimento che ho fondato e il cui primo manifesto è stato presentato pubblicamente nel febbraio 2020, si muove in questa direzione. Il suo metodo conoscitivo è l’ibridazione: poesia, musica, pittura, videoarte e performance non devono semplicemente accompagnarsi, ma contaminarsi reciprocamente, modificando ciascuna la percezione dell’altra. 



Soprattutto, nel nostro laboratorio sono le opere a produrre la teoria, non il contrario. Durante l’intervento ho letto testi tratti dall’antologia collettiva Fiori del Caos, pubblicata nel 2023 da Kipple Officina Libraria: poesie di Sandro Battisti, Lukha B. Kremo, Ksenja Laginja, Mattia Canovaro e una mia composizione. Ho presentato inoltre Non importa se i ghiacciai, poema di Matteo Gennari dal quale Gaia Schirò e Gabriel Volpi hanno tratto un album musicale omonimo. La parola poetica ha poi ceduto il passo all’immagine in movimento, con la proiezione del microfilm mitorealista Nerone distrugge Roma, seguita dall’ascolto della voce di Carmelo Bene. Infine, la lettura della mia poesia Working Class Hero, dalla raccolta L’Aspro di Lettere: una parola che non cerca conciliazione, ma combustione. Non una semplice esposizione di principi, dunque, ma il tentativo di metterli in atto davanti al pubblico. Forse è proprio questo il senso più profondo di una giornata dedicata alla memoria artistica milanese: non limitarsi a custodire ciò che è stato, ma liberarne le possibilità ancora inesplorate. Il passato ci sfugge proprio mentre tentiamo di afferrarlo. Ma il suo movimento può ancora attraversarci, trasformarci, incendiare il presente. E allora l’avanguardia non è soltanto ciò che ci precede nella storia. È ciò che, nonostante tutto, resta ancora da inventare. 

TEATRO
Amore è stufo, di Lodovica San Guedoro  



Personaggi
Alfredo, scrittore fallito
Drammaturgo
, esperto di Drammaturgia di un grande teatro di Stato, colpevole di aver rifiutato uno dopo l’altro diversi pezzi di Alfredo. 
 
Lo stesso prato, la stessa locanda. È pomeriggio avanzato. A sinistra della casa, verso il fondo, è apparsa un’amaca, da cui sporge la coda di un pavone. L’occupante non si vede. Da sinistra entra Alfredo. Si trascina dietro come una preda di guerra il drammaturgo.



ALFREDO: Non resta che eseguire la condanna.
DRAMMATURGO: Pietà! Pietà!
ALFREDO: Nessuna! Tu sei completamente in mio potere, un agnello consegnato al mio vorace arbitrio, da quando il tuo cuore si è messo a battere per me.
DRAMMATURGO: Pietà! Ti prego! Pietà!
ALFREDO: I miei voti più ardenti, i miei più pazzi desideri, i miei più sfrenati lamenti, un’astuzia suprema, una demoniaca essenza di benevola sapienza, li ha finalmente esauditi. L’amore ti ha dato quel tanto di vita che ti è servita per soffrire e io ne ho goduto, ne ho goduto, sì. Ora son sazio. Preparati, dunque, a morire nel peggior dei modi... con strazio. 
DRAMMATURGO: (supplicandolo in modo struggente) Ma prima un bacio, un bacio solo, ti prego, e poi sopporterò anche il supplizio!
ALFREDO: (arrivato al centro del prato, mollandolo) Non posso accontentarti in tutto... Avrai il supplizio, ma il bacio è riservato a un altro.
DRAMMATURGO: (afferrandosi il cuore) Oh, crudele! A chi l'hai destinato? Chi è il giovane amante che mi umilia? Gianduia?
ALFREDO: (duro e glaciale) Non ti riguarda! Non vorresti mica aver rivali, con quella faccia d’avvoltoio lesso?!
DRAMMATURGO: (disperato) Ahimè, sono sicuro che è con lui che mi tradisci!
ALFREDO: Beh, e se mi andasse? Quella freschezza, quella giovinezza, quelle forme salde...
DRAMMATURGO: Non posso sentirlo!
ALFREDO: Oh, le sue labbra, che cielo!
DRAMMATURGO: (soffrendo come un cane) Taci!
ALFREDO: Oh, il suo petto...
DRAMMATURGO: Taci, per amor di Dio!
ALFREDO: ...che dolcezza!
DRAMMATURGO: (spezzandosi) No, no!
ALFREDO: Sì, sì, invece, che incanto! E le gambe poi... che inferno! Stanotte, dopo la tua esecuzione, credo che rivedrò tutto. Oh, che paradiso un fringuelletto giovane così!
DRAMMATURGO: (la faccia quasi a terra) Oh, come soffro, oh, come soffro... Lui, il fortunato, lui, il vittorioso, lui... E io schiacciato sotto il tacco...
ALFREDO: Rasserénati: tra poco niente avrà più importanza per te! Tutto sarà uguale e indifferente...
DRAMMATURGO: (tornando su) Sono rassegnato, ormai... Ma come vuoi uccidermi?
ALFREDO: Vedrai, sarai bravo: a poco a poco. Durerà un po’, il tempo di un atto unico a teatro.



Se lo trascina dietro.

DRAMMATURGO: E dove andiamo?
ALFREDO: Nel boschetto, e lì c’è un punto ameno, dove la terra è morbida, assai morbida e lieve. E la fossa è già scavata, e tu ti adagerai sul fondo e dirai le tue preghiere con le mani sul petto, e io ti coprirò dolcemente... Vedrai la terra volarti addosso, planare su di te,  nascondendo  gambe e braccia, crescere ai lati e riempire gli sgraditi vuoti, cingerti, abbracciarti amorosamente... E se poi sentirai oppressione al petto e ti verrà voglia di gridare, io sarò là e ti guarderò fidente e, quando ti entrerà la terra nelle nari, potrai aprir la bocca e respirare ancora un po’ con quella...
DRAMMATURGO: Ma è orribile! Mi vuoi seppellire vivo?!
ALFREDO: Consólati, a me è successo tante volte, a te capiterà una volta sola! Andiamo! Quando sarai completamente avvolto, potrai urlare, urlare forte, ma non ne uscirà suono... come negli incubi... Parlo da esperto.

Escono a destra.




LEONE XIV: “QUESTA GUERRA DEVE FINIRE”  
di Chicca Morone



“Nella psicosomatica, i problemi ai polmoni e all'apparato respiratorio sono tradizionalmente collegati al rapporto con lo spazio vitale, alla libertà personale e a emozioni represse come la tristezza profonda, il lutto, l'ansia o la rabbia”. Qualcuno può mettere in dubbio che il Santo Padre possa essere stato immune all’aria respirata in Vaticano, una volta eletto al soglio pontificio? La scelta del nome, cioè il prosecutore di Colui che aveva predetto le infiltrazioni sataniche nella Chiesa per più di 100 anni, non ha certamente suscitato l’entusiasmo dei modernisti che avevano sostenuto Jorge Bergoglio. Il fango immediatamente sollevato non ha inzaccherato il bianco abito, rimasto immacolato e fortemente simbolico fin dal primo viaggio in pellegrinaggio a Iznik (Nicea) in occasione del millesettecentesimo anno dal Concilio ecumenico e dell’incontro a Costantinopoli con il Patriarca ecumenico Bartolomeo. Guarigione, quindi, sembra essere il motivo conduttore di questo momento storico: guarigione del Santo Padre, dell’Uomo, della Chiesa, delle Istituzioni, degli Stati, della Terra. Il percorso di guarigione della Chiesa ha comportato per il Santo Padre prendere atto della situazione in cui si trovava il Vaticano, dalla rendicontazione interna delle casse dello Ior  alla questione della pedofilia, incurante del terremoto causato dalla denuncia del Male che ha corroso dall’interno la Chiesa. Nonostante sapesse di avere un male al polmone non ha rinunciato alla sua missione evangelica a Parigi, dove ha celebrato messa a Place de la Concorde purificando il luogo dal sangue di Luigi XVI e Maria Antonietta lì ghigliottinati insieme alle numerose vittime dell’eroica Rivoluzione. Non estranea a una certa logica la scelta della data dell’operazione: 13 ottobre, giorno del Miracolo del Sole di Fatima, alla presenza in sala operatoria del capo della gendarmeria vaticana, uno dei fedelissimi da cui è circondato.



La possibilità di “rimodulare il pontificato” secondo il Segretario di Stato Parolin, è sfumata velocemente, visto che il Santo Padre si è rimesso al lavoro pochi giorni dopo l’intervento, deludendo i nemici soprattutto alla luce della chiamata avuta con il presidente Vladimir Putin. Non credo a una coincidenza il fatto che chi è stato ed è a conoscenza del terzo segreto di Fatima sappia quanto Russia e Ucraina siano al centro del contenuto e temano fortemente il coinvolgimento del Vaticano nel processo di pace. Infatti una prima mossa è avvenuta a fine agosto con l’invio di monsignor Richard Gallagher - praticamente il Ministro degli Esteri della Santa Sede - in un momento in cui tutti abbiamo temuto il peggio alle dichiarazioni del Ministro russo Sergej Lavrov in risposta al via libera di Londra a Parigi e Kiev per la produzione del missile Scalp in Ucraina. Così, incontrando i giornalisti a Mosca il monsignore aveva asserito: “Questa guerra deve finire e non può essere risolta con le armi” ribadendo anche che il Vaticano intendeva offrire sostegno diplomatico e uno spazio per cercare una pace negoziata. 
Innegabile appare quindi il legame tra questa terra martoriata e il terzo segreto di Fatima: i testimoni che hanno conosciuto la parte censurata dello scritto, tutti hanno fatto riferimento al ruolo centrale dell’Ucraina per la comprensione delle parole di Maria. Padre Malachi Martin, già segretario del cardinal Augustin Bea, prelato che ebbe il privilegio di conoscere quel segreto, testimoniò che la Madonna aveva chiesto di rivelarlo entro il 1960: Papa Giovanni XXIII, per motivi molto personali, disattese quanto scritto.
L’annuncio dell’apostasia della Chiesa, a partire dai suoi vertici, non era argomento su cui scherzare perché le profezie, trascritte dai ragazzini dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, si erano avverate tutte puntualmente. Inoltre già nel 1884 Leone XIII aveva preconizzato l’infiltrazione satanica nella Chiesa per più di 100 anni.



Sempre padre Malachi Martin in un’intervista ad Art Bell aveva detto: “Il ruolo della Russia nella visione di Fatima è molto importante: la salvezza per il mondo, la cura per i mali del mondo inizierà in Ucraina e Russia. Guarita dai suoi errori, aiuterà il mondo intero a guarire dai propri peccati”. Tutto questo spiegherebbe la battaglia anche spirituale che si sta combattendo in quelle terre, non solo ricche di materie prime nel sottosuolo, ma dove è macroscopico lo scontro religioso. Le varie brigate Azov - e non solo - con insegne naziste contrastate e combattute dall’Armata Rossa, benedetta dal Patriarca della Chiesa ortodossa russa, indicano qualcosa? Può essere perché l’avanzata del Male, dell’Anticristo e del caos, così visibile in tutta l’Europa, ha iniziato una battuta d’arresto già lo scorso agosto, quando il capo della CIA, John Ratkliffe, è volato improvvisamente a Mosca; inoltre proprio in questi giorni i colloqui dei leader di Finlandia e Norvegia con Putin fanno sperare in un ridimensionamento della follia bellicista. Governati da personaggi assatanati di denaro e potere che cercano di trascinarci in un conflitto mondiale, stiamo dimostrando quanto poco la popolazione sia d’accordo su una politica avulsa dalla realtà effettiva; quanto molti di noi desiderino la pace, il poter professare la nostra religione senza nascondere i simboli della cristianità per non offendere i proseliti di altri credo, in un clima di solidarietà e crescita.  
Abbiamo bisogno di politici seri che siano interessati al benessere del popolo, non alla difesa delle proprie poltrone e alla conquista di seggi, divorati da quel narcisismo davvero imbarazzante.
È utopia? Probabile, ma se non si inizia a immaginare si rischia di non essere in grado di costruire un futuro meno violento di quello che si sta prospettando per noi tutti, convinti dell’ineluttabilità della vittoria del Male sul Bene.

venerdì 30 ottobre 2026

OPPOSITORI DELLE INGIUSTIZIE

di Roberta De Monticelli


 
Come i lettori sanno, il fermo di Youssef  Siher si è concluso con il suo rilascio non avendo commesso alcun reato. Colpevole di dissenso verso una società sempre più ingiusta e criminale, questo sì. La filosofa Roberta De Monticelli, subito dopo il fermo di questo giovane oppositore, aveva scritto una ironica lettera indirizzata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha fatto il giro dei social raggiungendo una marea di persone. La parte che qui pubblichiamo non ha perso nulla della sua validità e della sua necessità. Come lei, anche noi coltiviamo pensieri facinorosi nei confronti di tutto ciò che riteniamo ingiusto e disumano, e come lei continueremo a batterci per cambiare le cose, fino a quando ci rimarrà un alito di vita. [“Odissea”].  


Roberta De Monticelli

Io sottoscritta, circondata da migliaia di facinorosi pensieri in stato d’arresto, confesso che al pari di Youssef Siher “dichiaro guerra a questo presente infame”, e protesto “contro ‘caro vita’, ‘stipendi bassi’ ‘affitti alti’ ‘sanità scadente’ ‘sicurezza nelle strade assente’ ‘governo assente’”, come il Suo Fermo imputa a lui e ai suoi preguaci. Dichiaro inoltre che anche io ho “contatti con ambienti antagonisti”, in particolare “il movimento BDS”, di cui condivido in pieno il criminoso intento di boicottare, disinvestire e sanzionare le attività israeliane nei e contro i Territori Occupati, “a sostegno della causa palestinese”. E scrivo addirittura di tanto in tanto su un pericoloso “quotidiano comunista” che questa scritta porta sul frontespizio. Sono quotidianamente impegnata in pensieri tanto universali quanto “anti-Occidentali”, soprattutto “con l’obiettivo di contrastare l’islamofobia e il razzismo”: arrossisco a dirlo! Anche io considero “il nuovo decreto-legge approvato ‘come un pugno autoritario contro chi dissente, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo’”, e temo in questo di essere in sintonia con il noto pregiudicato Prof. Gustavo Zagrebelski. Confesso inoltre che innumerevoli volte ho anche io seguito (anticipatamente!) i consigli di Youssef per aiutare a organizzare le manifestazioni, “dalla riunione iniziale tra amici, conoscenti e compagni fino alla marcia verso un punto di ritrovo prestabilito”. E addirittura ho fatto proprio come lui “suggerisce: … di coinvolgere i passanti e gli abitanti, per ampliare la partecipazione”. Confesso anche il vergognoso reato di aver indossato “occhiali protettivi, kefiah e guanti”. E infine, mi trema la voce a dirlo, ascolto quasi quotidianamente sulle onde malfamate di Radio 3 un programma che si chiama Rivoluzione, condotto dal noto stratega rivoluzionario Stefano Feltri, il cui tentativo di camuffare la sua illecita sobillazione delle menti con il titolo tradotto in inglese non sarà certamente sfuggito, gentile Pubblico Ministero, alla sua panottica e poliglotta attenzione.
In attesa degli agenti che la mia denuncia la obbligherà, come spero, a mandarmi alla porta, conterrò agli arresti domiciliari i miei facinorosi pensieri.
In fede,
Roberta De Monticelli

LA MEMORIA DELLA “MARCIA SU ROMA”
di Franco Astengo


 
104 anni fa si svolse la “marcia su Roma”: una memoria da non smarrire oggi quando l’Italia si trova dentro alle contraddizioni di un sistema politico fragile, ormai ai minimi storici dal punto di vista della capacità d’espressione di una aggregazione collettiva con soggetti politici che sommati tutti assieme non arrivano al 40% dell’elettorato, non se ne rendono conto e lasciano spazio a possibili avventure. Un sistema all’interno del quale emergono seri tentativi di scalata per mutarne la natura costituzionale attraverso una torsione di stampo populistico, personalistico, autoritario: è questo l’orientamento della destra attraverso la nuova legge elettorale ed il tema che sarà al centro della prossima contesa politica in occasione delle future elezioni legislative generali. La “marcia su Roma” ha rappresentato un momento di snodo fondamentale nella storia d’Italia, una data nella quale si registrò il crollo definitivo della vecchia Italia liberale e l’avvento al potere del fascismo: un vero e proprio momento di “eversione delle classi dirigenti” come lo definì Antonio Gramsci. Su quel apparentemente lontano avvenimento è necessario alimentare una memoria storica su ciò che il fascismo è stato ed ha rappresentato nella storia d'Italia, al fine di evitare per quanto possibile quei fenomeni di pericoloso revisionismo che pure si stanno manifestando con intensità, in particolare negli ultimi tempi. Il mantenere la memoria intorno ai fatti e all’esito politico del 28 ottobre 1922 significa anche interrogarsi sul perché la nostra Costituzione non può essere modificata in punti nei quali perderebbe il suo carattere antifascista: ad esempio nell’affermazione della centralità del Parlamento. Uno de padri costituenti, Giuseppe Dossetti, metteva in luce la rilevanza dell'evento globale che l'aveva ispirata: " In realtà, la Costituzione Italiana è nata ed è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda guerra mondiale”. L’aver condotto l’Italia nella spirale mortale della guerra rimane la responsabilità più grande del regime fascista ma si tratta di una responsabilità che discende direttamente dal modo con il quale il fascismo assunse il potere, e di conseguenza dalla marcia su Roma e non come molti altri pretendono dall’emanazione delle “leggi fascistissime” promulgate nel gennaio 1925 in conclusione della crisi innestata dal delitto Matteotti o addirittura dall’emanazione delle leggi razziali nel 1938: il fascismo fin dall’inizio è stato feroce interprete della repressione della democrazia. Proprio la consapevolezza di questo fatto portò l’insieme dell’Assemblea Costituente a superare, almeno in misura considerevole, le concezioni di parte e le esplicitazioni delle ideologie contrapposte, ricercando tutti a cercare, di là da ogni interesse e strategia particolare un consenso comune. Il mantenere la memoria della “marcia su Roma” serve soprattutto a ricordarci come il presupposto politico della Costituzione Italiana sia rappresentato ancora e sempre dall'antifascismo.
Su questo punto occorre essere chiari.



La Costituzione italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perché è stata scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo e della guerra. I costituenti sentirono il bisogno e seppero farlo, di rovesciare completamente le categorie che avevano caratterizzato il fascismo.
Come il fascismo era alimentato da uno spirito di fazione e assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all'estrema abiezione delle leggi razziali), così i costituenti hanno assunto l'eguaglianza e l’universalità dei diritti dell'uomo come fondamento del loro ordinamento.
Come il fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla massima distribuzione, articolazione e diffusione dei poteri. Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.
Come il fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto internazionale e alla convivenza con la guerra, così i costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l'istituzione della guerra. I principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo.
L’osservare fin qui spirito e lettera della Costituzione ha reso impossibile ogni forma di "dittatura della maggioranza": spirito e lettera della Costituzione fin qui difesi in occasioni cruciali dal voto popolare. Dobbiamo continuare a respingere questi attacchi e queste pericolose tentazioni e, proprio per queste ragioni, non smarrire mai il senso della memoria storica: anche ricordando un evento funesto e drammatico come quello della Marcia su Roma e cercando di far comprendere appieno la posta in gioco nelle elezioni del 2027 (situazione non ben compresa anche dagli stessi partiti d’opposizione fermi in sterili diatribe per posizioni di potere).

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