UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 12 maggio 2026

MILANO TI SORPRENDE SEMPRE
di Angelo Gaccione


Piazza Fontana

Non dimenticarmi
 
Si può dire tutto il male del mondo di Milano, ma alla fine ti sorprende sempre e finisci per riconciliarti con questa città, per tornare a provarne affetto, a gioire con le sue gioie e a dolerti con il suo dolore. Capita così a me e credo capiti a tanti che non vi sono nati, ma la sentono come carne viva della propria carne. Perché ne ha subite tante, perché ha resistito con generosità, perché vorrebbero vederla in ginocchio e sanno che se cadesse verrebbe meno il baluardo più robusto del Paese, la città simbolo della Liberazione. Ferruccio Ascari è un artista non milanese, è nato a Campi Salentina, in provincia di Lecce, ma ha voluto ricordare le 137 vittime delle otto stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire da quella di Piazza Fontana del 1969, con una installazione da collocare in quella che è diventata la piazza più affollata di simboli dell’intera città ambrosiana, e forse della nazione intera. 


Ferruccio Ascari
Non dimenticarmi

C’è la banca su cui è murata la lapide con i nomi dei massacrati; ci sono 18 formelle in bronzo fissate per terra con incisi i nomi delle vittime che girano a cerchio attorno alla fontana del Piermarini e alle sculture di Giuseppe Franchi che la adornano; ci sono le due lapidi per Pinelli; c’è il tiglio in ricordo di Chico Mendes, il difensore della foresta amazzonica, e il globo che simboleggia la terra con la scritta sulle motivazioni; c’è il palazzo dell’Arcivescovado dove il cardinale Schuster aveva tentato di fare incontrare Mussolini e i partigiani per evitare la guerra civile; c’è l’ex Palazzo del Capitano di Giustizia e la lapide con i nomi dei patrioti condannati per cospirazione, e ora si è aggiunta l’opera di Ferruccio Ascari dal titolo Non dimenticarmi



Si tratta di una singolare installazione composta da 137 steli di ferro intrecciati fra loro: ogni stelo ricorda una delle vittime tutte legate dal destino comune della morte. “Ad ogni stelo, in cima ricurvo, è sospesa una campana a vento. Sollecitate dal vento le campane risuonano, diventano voci, le voci delle vittime”. Questa esile e simbolica foresta fatta di tubi arrugginiti, non celebra eroi della storia, celebra il nostro tempo, celebra uomini e donne comuni che il terrore ha colpito a tradimento, ha ammazzato alla cieca. Avrei potuto mitigarne la brutalità verniciando il ferro, ma ho scelto di non farlo. Fintanto che non verrà il giorno in cui sarà, con chiarezza, riconosciuta la responsabilità degli apparati deviati dello Stato in quelle stragi, quella ruggine non sarà rimossa dal ferro di cui è fatta quest’opera e la nostra memoria”, così ha detto lo scultore ammonendoci a vigilare, a tenere desta la memoria. 



Il Comitato di cittadini che ha sostenuto la donazione dell’opera alla città di Milano, si chiama Non Dimenticarmi. Un bel nome, e noi non dimenticheremo. Non dimenticheremo Piazza Fontana (1969), Gioia Tauro con le bombe al treno la “Freccia del Sud” (1970), Peteano (1972), la Questura di Milano (1973), il treno Italicus (1974), Piazza della Loggia a Brescia (1974), la bomba di Piazzale Arnaldo a Brescia (1976), la Stazione di Bologna (1980). Veniteci in piazza Fontana, veniteci spesso; teniamo viva la memoria collettiva, la memoria di popolo: tutto quel sangue innocente è ora riunito qui, in questa scultura, in questo spazio pubblico, in questo spazio nostro.

  

 

  

  

 

 

 

 

 

 

DALLA SEGRETERIA DEL PREMIO STREGA



Pubblichiamo le risposte alle domande che abbiamo formulato alla Segreteria del Premio Strega, sperando di aver soddisfatto le tante curiosità dei lettori.
 
Domanda: Ogni casa editrice quanti volumi e autori può candidare? C’è un limite per ogni sezione? (narrativa, poesia, saggistica)
 
Risposta: Ogni sezione del Premio segue un regolamento specifico e si avvale per la selezione delle opere candidate di un Comitato scientifico dedicato (per la sezione di Narrativa italiana la denominazione dell’organo di selezione è storicamente Comitato direttivo). Ogni Comitato è composto da addetti ai lavori ed è diverso per ogni sezione, occasionalmente alcuni componenti possono essere presenti in più Comitati.
Sezione Narrativa italiana: ogni Amico della domenica (così sono denominati i giurati del nucleo storico, composto da 460 uomini e donne di cultura) ha la facoltà di proporre un’opera. Tra quelle proposte, il Comitato direttivo sceglie ogni anno dodici candidati.
Sezione Poesia: ogni casa editrice può proporre una sola opera. Il Comitato scientifico, che sceglie i dodici candidati, può integrare le proposte degli editori con ulteriori opere ritenute di particolare valore. In queste prime edizioni (il premio esiste dal 2023), i dodici candidati sono stati scelti, più o meno in eguale misura, sia tra i libri proposti dagli editori sia tra le opere integrate dal Comitato.
Sezione Saggistica: il Comitato scientifico seleziona direttamente cinque opere candidate per ogni edizione.


 
D: Il genere racconto rientra nelle candidature o ne è escluso?
 
R: Il genere racconto rientra nella sezione Narrativa. In passato, diverse raccolte di racconti si sono aggiudicate il Premio, come nei casi di Alberto Moravia, Dino Buzzati, Giorgio Bassani e Goffredo Parise.



D: Poiché gli editori inviano due sole copie per autore alla segreteria del Premio ed essendo i giurati molti di più, chi fornirà loro le altre copie per la lettura e la valutazione? È vero che non è la segreteria a selezionare le opere (fra le tante arrivate) da fornire ai giurati per leggerle e valutarle, ma personalità del mondo letterario? Se è così come fa un editore a fare arrivare nelle loro mani i libri? Esiste un elenco di indirizzi che la segreteria fornisce agli editori?
 
R: Nella fase della selezione iniziale, le copie dei libri proposti vengono inviate dalle case editrici alla segreteria del premio in formato elettronico, che la segreteria inoltra ai componenti dei diversi Comitati. Dopo la scelta delle dozzine (sezione Narrativa e Poesia) e della cinquina (sezione Saggistica), le case editrici dei libri candidati mettono a disposizione gratuitamente le copie fisiche destinate alle diverse giurie spedendole alle Librerie Feltrinelli, nostro sponsor tecnico, incaricate della distribuzione.


 
D: Habbiamo appreso da alcuni candidati che i giurati della sezione poesia sono in numero molto ristretto, questo significa che sarà impossibile per loro (come del resto per i giurati delle altre sezioni) poter leggere tutti i titoli da selezionare. Come si procede per ovviare a questo inconveniente? Non c’è il rischio che tantissimi titoli, proprio per l’impossibilità di poterli leggere e valutare tutti, non riceveranno alcun giudizio critico e di fatto sarà come non averli candidati? Non avete pensato di apportare delle modifiche al premio accettando solo un numero minimo di titoli per ciascuna sezione, quelli che è possibile umanamente leggere?
 
R: I giurati della sezione Poesia sono circa un centinaio e ricevono le cinque opere finaliste con un tempo di lettura di vari mesi (da maggio a ottobre). Se parliamo invece del Comitato scientifico, questo è composto da poeti e critici, dunque da lettori abituali di poesia in grado di monitorare nel corso dell’anno le novità editoriali. Per maggiore informazione, i nomi dei membri dei vari Comitati e i regolamenti delle diverse sezioni sono consultabili sul nostro sito premiostrega.it
.

 

SPAZIO MICENE




MARTIRI DI CHICAGO 
In occasione del 1° Maggio abbiamo riproposto l’autobiografia di Albert Parsons.


 

In omaggio a uno dei più straordinari agitatori della storia del lavoro, pubblichiamo l’autobiografia di Albert Parsons. Fu uno dei cinque anarchici di Chicago che furono processati nel 1886-1887 e giustiziati nel novembre 1887 per il loro ruolo di agitatori per la giornata di lavoro di otto ore e per essere militanti anarchici. Questo finto processo nella “terra della libertà” è uno degli eventi più vergognosi nella storia del lavoro in tutto il mondo e ha dato origine alle commemorazioni del Primo Maggio in tutto il mondo - il giorno è stato scelto, perché la repressione che è finita nel “linciaggio legale” dei Martiri di Chicago è iniziata dopo lo sciopero generale per il giorno
lavorativo di 8 ore del 1 ° maggio 1886”...
Se sei interessato all’opuscolo lo puoi richiedere alla redazione de “Il Cantiere” ilcantiere@autistici.org 
contributo stampa e spedizione minimo € 5,00
Carmine Valente


 


  

TEATRO


 
Si è conclusa con grande emozione la finale del “Guardastelle Teatro Festival”, un evento che ha saputo trasformarsi in molto più di una semplice rassegna teatrale: un vero sogno condiviso, fatto di arte, passione e incontri indimenticabili. A conquistare il premio come Miglior Spettacolo è stata la compagnia Oneira Teatro di Lanciano (Chieti) con: Una Rapina da sogno, performance coinvolgente e originale che ha saputo conquistare pubblico e giuria grazie a energia, talento e intensità scenica.
Motivazione della giuria: “Per aver costruito uno spettacolo completo, fresco e originale, capace di unire ritmo, coralità, tempi scenici, costumi ed elementi scenografici con grande efficacia. Il movimento degli attori, la coordinazione del gruppo e la forza comica della messa in scena restituiscono un lavoro compatto, coinvolgente e pienamente riuscito”.
Il Guardastelle Teatro Festival è stato una meravigliosa avventura, nata da un sogno diventato realtà grazie all’impegno, alla creatività e all’amore per il teatro. Un’esperienza capace di unire compagnie, spettatori e professionisti in un’atmosfera unica, ricca di emozioni e condivisione. E mentre si chiude il sipario su questa prima edizione, lo sguardo è già rivolto al futuro: il sogno continua e si proietta con entusiasmo verso la seconda edizione, pronta a regalare nuove storie, nuove emozioni e nuovi abbracci.
 
ARC Oneira 
Fita Sicilia, Fita Catania, Federazione Italiana del Teatro e delle Arti

 

  

lunedì 11 maggio 2026

RIPROPOSTE
di Alida Airaghi
 

Massimo Bontempelli 

L’antica Milano operosa in un romanzo di Massimo Bontempelli.
                                                                                                                                       
La casa editrice milanese Utopia, fondata nel 2020, si è guadagnata in questi pochi anni un ruolo di grande considerazione per l’elevato livello letterario e l’eleganza delle sue pubblicazioni, proponendo una selezione rigorosa di opere che comprendono nomi di rilievo del ’900 in lingua italiana (Bontempelli, Deledda, Ottieri, Scanziani), insieme ad autori internazionali di successo, con un’attenzione particolare alle culture emergenti. Il primo titolo uscito da Utopia sei anni fa è stato Gente nel tempo, romanzo del 1937 di Massimo Bontempelli, del quale sono state stampate finora altre quattro opere, tra cui quest’ultima: La vita operosa.
Massimo Bontempelli (Como 1878 - Roma 1960) fu una controversa figura di poeta, romanziere traduttore, giornalista, compositore, critico, drammaturgo. Laureato in filosofia e in lettere, visse in varie città, collaborando a numerose e importanti testate giornalistiche e case editrici. Convinto interventista, inviato di guerra, combatté come artigliere al fronte, ottenendo la Medaglia di bronzo al valor militare. Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche francesi, affidandosi nelle prime opere a un irrazionalismo onirico sulle tracce del movimento surrealista di Breton, e inaugurando con gli amici Alberto Savinio e Giorgio De Chirico la corrente sperimentale del “realismo magico”. Tornato a Roma, aderì al Partito Fascista insieme a Pirandello, per la cui compagnia teatrale iniziò a scrivere opere drammatiche, sempre oscillanti tra atmosfere fiabesche e spettrali. Estremamente critico nei confronti del provincialismo letterario italiano, fondò prestigiose riviste dal respiro cosmopolita (“900” – con Curzio Malaparte –, “Quadrante”, “Città”), rivalutando l’imprevedibilità del caso e il fascinoso dominio della magia contro il determinismo massificante della società borghese, e sottolineando il ruolo fondamentale dell’inconscio nelle azioni umane, insieme alla necessità di rifarsi al mito come sorgente immaginativa di ogni forma artistica. 


Ungaretti e Bontempelli
in duello

Di carattere burrascoso e polemico (rimane nell’immaginario collettivo il duello con Giuseppe Ungaretti, avvenuto nella villa di Pirandello a Sant’Agnese nel 1926, e conclusosi con il ferimento del temerario poeta), Bontempelli vinse il Premio Strega nel 1953 con la raccolta di racconti L’amante fedele, quando ormai era approdato a una più tranquilla condivisione degli ideali democratici, sia con la fondazione del Sindacato Nazionale Autori Drammatici, sia con l’elezione al Senato nelle liste del Fronte Democratico Popolare e l’adesione al Gruppo Democratico di Sinistra.
La vita operosa è un romanzo in nove capitoli uscito a puntate in rivista nel 1920, ripreso da Vallecchi nel 1921, da Mondadori nel 1925, e infine nell’opera omnia mondadoriana del 1961 (riproposta nel 1978 e nel 1997), curata dalla compagna dell’autore Paola Masino.
Racconta un anno di vita milanese di un giovane reduce della Grande Guerra, con ambizioni letterarie e vaghe aspirazioni di successo mondano, approdato nel capoluogo lombardo in cerca di fortuna economica e riconoscimenti culturali. Accompagnato e custodito da un suo Dàimone personale, che come un’ombra mordace e rimproverante commenta i suoi errori, le sbadataggini, le ingenuità attraverso risatine e caustiche sottolineature, il glorioso sottotenente del nostro esercito attraversa la Milano di un secolo fa a piedi, in carrozza, su tranvai sferraglianti. Suo esplicito memento incoraggiante è il pensiero a mezza voce “Perdio, qui bisogna trovar modo di fare molti quattrini!”, e con questo proposito si imbarca in una serie di iniziative imprenditoriali o decisamente truffaldine oppure destinate a totale fallimento. Tenta la strada della pubblicità, inventando campagne di réclame puerili; progetta ipotesi urbanistiche irrealizzabili; si candida come mediatore di legname all’ingrosso facendosi soffiare ogni compravendita da volpeschi concorrenti; rifiuta per viltà di convalidare brevetti industriali futuristici, e per pigrizia congenita evita appuntamenti risolutivi in orari troppo mattinieri. I personaggi in cui si imbatte sono non solo bizzarri, ma anche minacciosi: ladruncoli, prostitute, millantatori, impostori, attaccabrighe o squilibrati. Non fanno bella figura nemmeno gli intellettuali che il giovane reduce ambisce frequentare, individui boriosi e vanesi che si riuniscono in bar alla moda o in salotti aristocratici, “professorume e scrivaneria” intorno a tavole imbandite, in cui si discute continuamente della bellezza del passato, dell’incertezza del presente, appellandosi però a un finto ottimismo per ricostruire l’Italia distrutta. L’amarezza consapevole che affiora nel protagonista di tanto in tanto, gli fa intuire la falsità delle nuove ideologie, ammantate di linguaggi ingannevoli: “OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a morire… È dunque la volontà ferma di rifare all’Italia i cinquecentomila rósi dai vermi del Piave e del Carso…”.




La Milano del 1919 è tuttora riconoscibile nel nome delle sue piazze, strade, chiese e ristoranti, ma soprattutto nel clima umido, nei colori grigi della periferia: “Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa. L’aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle case”, “Andavo a caso. L’erba era polverosa e l’orizzonte bigio, perché Milano è un’austera città”, “In mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città”, “Questa prima sala del Caffè Campari di Milano, città di vita operosa, è luogo classico per incontri d’affari”. Nel capoluogo lombardo allora come ora valeva la stessa dinamica laboriosità, un’uguale frenesia economica, la smania per il successo e il prevalere di una comunicazione spesso artificiosa: “Tutti, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno e anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte, idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove semplici, vedove rimaritate…”.
Massimo Bontempelli utilizza in questa sua seconda prova narrativa, pubblicata a quarantadue anni, un repertorio stilistico assorbito dalle esperienze letterarie contemporanee, lontane da ogni ampolloso classicismo come da qualsiasi retorica nazionalistica, e invece vicine alle esperienze artistiche promosse dal surrealismo e dal futurismo: immaginazione, avventura, cambi veloci di scene, molteplicità di personaggi e ambienti, tutto reso omogeneo da tonalità ironiche, canzonatorie o addirittura beffarde, con un’evidente polemica verso il conformismo sociale. Similmente alle forme di scrittura inaugurate da Savinio e Palazzeschi, si allinea alla loro impostazione giocosa e dissacrante, nell’accostarsi con curiosa vitalità e leggerezza allo spettacolo coinvolgente della rinascita di un paese umiliato e ferito dalla tragedia della prima guerra mondiale.


 
La copertina del libro
 
Massimo Bontempelli
La vita operosa
Utopia Ed. 2026
Pagine 152 €

  

INTERROGARSI SUL PREMIO STREGA


 



Questa nota di Livia De Pietro è stata pubblicata su Facebook il 29 aprile scorso. Non essendo su Facebook, e non avendo alcun interesse per questo Social, non avrei avuto modo di vederla se non mi fosse stata inviata dopo la pubblicazione su “Odissea” della lettera di una delle autrici partecipanti al Premio Strega, la signora San Guedoro. Mi sono in parte sorpreso perché proprio nei giorni scorsi, volendo sapere qualcosa di più su questo importante premio per scriverne una nota, avevo mandato alcune domande alla segreteria. Con grande gentilezza e sollecitudine le risposte sono arrivate subito, il 7 maggio, prima di quando mi aspettavo. Non ho avuto modo di leggere le risposte per impegni vari e perché ho bisogno di tempo per stendere la riflessione che ho in mente, ma la lettera della signora San Guedoro e questa risentita doléance della signora De Pietro mi hanno procurato un certo disagio. Angelo Gaccione



Maria e Goffredo Bellonci


In questi giorni, essendo in giuria al Premio Strega, sto leggendo i dodici libri finalisti. Una vera immersione, che ogni anno dovrebbe essere un piacere, e invece, puntualmente, diventa anche un motivo di perplessità. Accanto a opere solide e meritevoli, ce ne sono altre che lasciano francamente interdetti: poco incisive, prive di slancio, talvolta persino noiose. E la domanda, inevitabile, torna a farsi strada: come sono arrivate fin qui? Quali sono, davvero, i criteri con cui il Comitato Scientifico seleziona i titoli e li porta fino alla finale di un premio cosi prestigioso? Perché, a volte, sembra che il valore letterario non sia il fattore determinante. La letteratura dovrebbe sorprendere, scuotere, lasciare un segno. Non semplicemente occupare pagine. Forse è il momento di interrogarsi seriamente su cosa si stia premiando”. Livia De Pietro

DE CHIRICO AL CASTELLO DI DESENZANO


Giorgio De Chirico

17 maggio - 4 ottobre 2026 Castello di Desenzano del Garda (Brescia) a cura di Giordano Bruno Guerri: Giorgio De Chirico. Un mondo senza tempo”.
 
Un viaggio nell’arte di Giorgio de Chirico e degli artisti che hanno riscritto il linguaggio del Novecento italiano.
 
Il Castello di Desenzano si conferma sempre più un palcoscenico di grande arte, diventando un punto di riferimento sul Lago di Garda per mostre ed eventi culturali di rilievo. In questo contesto si inserisce il nuovo appuntamento del 2026 che, dopo l’esposizione dedicata al Futurismo, propone un percorso attraverso l’opera di Giorgio de Chirico e degli artisti che, insieme a lui, e in risposta alle avanguardie futuriste, hanno ridefinito e consacrato l’arte del Novecento italiano. L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno del Comune di Desenzano del Garda nella promozione della cultura e della valorizzazione artistica del territorio. Organizzata da Il Cigno Arte al Castello di Desenzano del Garda, dal 17 maggio al 4 ottobre, prosegue l’indagine nell’arte del secolo scorso concentrandosi sul momento chiave del “Ritorno all’Ordine”. Dopo il trauma della Prima Guerra Mondiale e l’energia frenetica del Futurismo, molti artisti sentirono il bisogno di rallentare, ritrovare equilibrio e tornare a un’idea di bellezza più stabile e riconoscibile. In tutta Europa si diffuse così una nuova sensibilità fatta di silenzio, misura e riscoperta di armonia, bellezza classica e radici culturali. 


In Italia, questa voglia di concretezza trovò un’importante voce nella rivista dei Valori plastici, attorno alla quale Giorgio de Chirico fu protagonista insieme a un gruppo di artisti noti come “Les Italiens de Paris” che includeva, fra gli altri, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi. Negli stessi anni, nella Milano del 1923, la critica d’arte Margherita Sarfatti promosse lo spirito di un altro importante movimento, gli artisti del gruppo “Novecento” rappresentati qui in mostra da Mario Sironi e Achille Funi, suoi principali capiscuola. In questo contesto si inserisce anche Nino Bertoletti, figura che permette di riscoprire un interessante scambio di lettere con de Chirico, parte del percorso espositivo. Per gli artisti del Secondo Dopoguerra, de Chirico rimase un punto di riferimento fondamentale, quasi una figura mitica. La sua influenza attraversa tutto il secolo e arriva fino agli anni Settanta, quando protagonisti dell’arte come Gino De Dominicis e Mario Schifano gli rendono omaggio, confermandone il ruolo di maestro capace di parlare ancora al presente.


Bozzetto per La figlia di Jorio

La mostra vede esposte insieme a una ventina di opere di de Chirico provenienti da musei pubblici e collezioni private, i bozzetti conservati al Vittoriale degli Italiani per la rappresentazione de La figlia di Iorio di Gabriele d’Annunzio, oltre a due ritratti fotografici originali di Claudio Abate (in cui vi è anche De Dominicis) e Mario Dondero, e a una selezione di dipinti di Alberto Savinio, Mario Tozzi, Filippo de Pisis, Mario Sironi e altri pittori.
 
Ufficio stampa  
Lisa Oldani - annalisaoldani@gmail.com - +39 349 4788358
Claudia Tanzi - ct.claudiatanzi@gmail.com - +39 340 1098885

CALUSCA. GUERRA INFINITA




domenica 10 maggio 2026

BUFERA AL PREMIO STREGA


 

In questi giorni sono emerse pubblicamente diverse lamentele sul premio Strega, non solo da parte di autori partecipanti, ma anche di qualche giurato. Ne daremo conto su “Odissea”, pubblichiamo, intanto, questa lunga lettera inviataci dalla scrittrice Lodovica San Guedoro che al premio partecipa dal lontano 2016.
 
Gentilissimo direttore,
 
mentre autorevoli voci della giuria Strega ammettono pubblicamente che il livello della dodicina sia molto basso, la mia opera di sublime autentica letteratura viene silurata al suo primo apparire: quest’anno sono stata esclusa per la settima volta. Il mio nome è Lodovica San Guedoro, l’ultimo romanzo escluso è Il giardino chiuso. Chi può vantare altrettante partecipazioni ed esclusioni? Sono anche traduttrice e cofondatrice con Johann Lerchenwald di Felix Krull Editore, casa editrice senza pari, un atto di resistenza letteraria come lo sono le partecipazioni allo Strega.
 
Un elenco delle partecipazioni:
 
2016: L’allegro manicomio - candidato da Cesare Milanese e Biancamaria Frabotta
 
2017: Pastor che a notte fonda nel bosco si perdé… - Dacia Maraini e M. Rosa Cutrufelli
 
2019: Le memorie di una gatta - Pietro Gibellini
 
2020: Amor che torni…  - Paolo Ruffilli
 
2022: Il mostro di Firenze e altri racconti - Franco Cardini
 
2023: Sacro Amor Profano - Cardini
 
2026: Il giardino chiuso - Marcello Rotili
 
Il libro è stato nel frattempo recensito entusiasticamente su una decina di blog letterari di alto livello, sul Corriere della Sera e su Sipario.


 

La recensione che eleggo a rappresentare meglio il mio libro è apparsa su Bibbia d’Asfalto a firma di Ettore Fobo: Il giardino chiuso di Lodovica San Guedoro, edito da Effigi nel settembre 2025, sin dalle prime pagine, smentisce una mia convinzione, che nei nostri tempi di corruzione estetica, di sfacelo morale e malora intellettuale, sia diventato impossibile scrivere d’amore in maniera innocente, leggera, ricercata, frizzante ed elegante, in definitiva in modo credibile. Leggendo questo romanzo ho dovuto ricredermi, anche nei nostri tempi la passione amorosa può essere raccontata e rimanere viva e pulsante, nella memoria che la rinnova e nell’arte che la immortala. La scrittura di Lodovica San Guedoro è capace di addensare su di sé le potenze di Eros, il grande ingannatore, il sublime imbroglione, se ciò che ci inganna è anche ciò che ci eleva. Colpisce innanzitutto lo stile: asciutto, lieve, enigmatico, attraversato a tratti da un anelito all’allegria e alla spensieratezza che lo scuotono e impreziosiscono, rendendo il romanzo, denso ma breve, più vitale- e dunque massimamente sfuggente – della maggior parte della narrativa che si scrive oggi in Italia.  Anelito magari disilluso dal reale che lo soffoca ma presente in ogni momento della storia. Su tutto incombe, però, come una fatalità sinistra: l’impossibilità per i due personaggi di trasformare il loro intreccio in un idillio compiuto. Il romanzo è proprio la storia di un amore irrealizzato, per volontà di uno dei due protagonisti, l’amore tra Laura, scrittrice innamorata, forse senza speranza, e Giovanni, attore più giovane di lei di qualche anno. Roma è il palcoscenico in cui la vicenda si svolge, in trattorie tipiche dei nomi evocativi, come Osteria dell’Aquila, dove si consumano le schermaglie amorose tra questi due personaggi, tra Laura, follemente innamorata, e Giovanni, all’apparenza chiuso nella sua indecifrabile pigrizia, come in una sorta di apatia erotica.  È questo l’amore inconcluso di due artisti che vivono in maniera totale e lasciano i paraocchi all’ingresso del teatro urbano di cui sopra, laddove sembra svolgersi una storia di ripicche, di dispetti, di laceranti incomprensioni, di dedizione e di sogni infranti. Il romanzo è costruito con dialoghi sciolti e ficcanti, con una lingua colorata ed espressiva, da pièce teatrale o da satira affilata della contemporaneità. Fra i brani più intensi - e divertiti - quello in cui Roma viene rivelata en passant nella sua cacofonia, nel suo caos spettrale, nel suo crudele dinamismo, e infine nella sua, a tratti comica, ineffabilità; il tutto reso   con nonchalance non priva di una sorniona, e a tratti sfrontata, ironia. Il personaggio di Laura descrive così la città eterna: “Per contenere le uscite, a tratti ti aggrappi a un bus o te la fai a piedi, ma sei pur sempre in navigazione nello sconfinato mare ribollente e mugghiante. Lunedì incontri Tizio, Caio e Sempronio, martedì Sempronio, Caio e Tizio, mercoledì, fin quasi al tramonto, non sai se incontrerai Tizio e Caio (lui ride e scuote la testa), ma poi di botto li incontri insieme, per strada, e con loro c’è anche Sempronio che pensavi d’incontrare giovedì… Se…”. 



Il tono di questa prosa avvincente si fonde con visioni apocalittiche di un’umanità di risibili manichini; in questa scrittura raffinata ed estrosa, il mistero dell’eros non si piega, com’ è ormai consuetudine, a piatte descrizioni naturalistiche o psicologiche, esso si rivela come una maschera ambigua e misteriosa, in un brioso balletto di ombre, come uno specchio pitico e una metamorfosi. Mi piace l’attitudine tranchant di questa prosa, espressione della maturità stilistica raggiunta dall’autrice e di una, a lunga elaborata nelle segrete di una coscienza vigile e insonne, capacità di sintesi, ed è una sintesi stregata.  Esse si ravvisano già nella presentazione dei personaggi che si trova in esergo all’opera, a mo’ di prologo teatrale – Lodovica San Guedoro è anche drammaturga – dove i personaggi secondari, che pure hanno un loro peso specifico nella tramatura del romanzo, e una loro intrinseca vividezza, sono definiti tutti comparse, e a quel ruolo confinati ingloriosamente, perché così pretende l’amore, quando viene vissuto con il pathos necessario: che il mondo intero divenga un puro sfondo, il suo trambusto materiale e psichico solo una fuggevole ombra sugli occhi sognanti di Cupido. L’amore non si realizza? Fra i due personaggi rimane un muro d’incomprensione? La passione è comunque totalizzante. Questa di Lodovica San Guedoro è una scrittura che sa affascinare perché non è mai leziosa e mai strizza furbescamente l’occhio al lettore, ma lo trascina nel suo, anche pericoloso e inquietante, incantesimo. Ho letto il romanzo con la lentezza necessaria per assaporarne la sottile fragranza, affinché, in un mondo sempre più frenetico, il momento della lettura scavi in noi l’impronta di una metafisica impasse, romanzi del genere sono un lascito prezioso. Sembrano appartenere ad altre epoche, con le quali condividono una tensione all’impossibile, il pathos del desiderio, il fascino di un destino. Lodovica San Guedoro si conferma così, per l’ennesima volta, un’autrice da seguire con attenzione, anche nelle sue esatte diagnosi. Prendiamo questa: “La pensi veramente così?! Io ho sempre creduto che solo chi ha tempo, vive e ama, può fare cose adorabili, avere una storia! È un privilegio oggi prezioso, preziosissimo, aver tempo e usarlo come noi! Hai mai riflettuto che oggi l’amore non può esistere già solo perché gli manca la base materiale del tempo? Che non possono svilupparsi storie, storie uniche, imprevedibili, originali, come quelle che sono state vissute e tramandate dai nostri antenati?”


 

Sono a Sua disposizione per altre informazioni e l’invio del pdf del romanzo in questione. 
Un caro saluto,
Lodovica San Guedoro

 

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