UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 22 ottobre 2026

TURSI NEL CUORE


Il Santuario di Santa Maria
 
Sabato 24 ottobre 2026, alle ore 18:30, nella sede dell’Associazione Culturale Ce.C.A.M., in Piazza Elettra, a Marconia, sarà presentato il libro: Tursi dentro di noi. Dopo i saluti di Antonio De Sensi (Assessore alla Cultura Comune di Pisticci) e Giovanni Di Lena (Presidente Associazione Culturale Ce.C.A.M.); interverranno Dolores Troiano (Docente di Lettere) e Luigi Caldararo (Autore, Pittore).
Tursi è il paese che conserva il fascino del paesaggio lucano, fatto di colori improvvisi, di castelli leggendari, di cattedrali maestose. Nel corso dei secoli è stato indubbiamente a contatto con il mondo greco, gotico, arabo, bizantino, franco. Senza dubbio più di qualche voce straniera è rimasta nel nostro parlare. Conserva, comunque, i tratti di una grande lingua, possiede i caratteri del neolatino, “l’ultima lingua della poesia romanza”, come lo definì il linguista Gianfranco Folena e che Gianfranco Contini considerò metaforicamente protostorico vale a dire il secondo periodo della preistoria compreso tra la prima età del bronzo e quella del ferro. Dall’introduzione […]  
N.B. Dopo la presentazione del libro sarà inaugurata la personale di pittura di Luigi Caldararo che rimarrà aperta fino al 31 ottobre c.a.


La locandina dell'incontro


 

 

MUSICAL AL TEATRO LIRICO
The Great Gatsby
 

Jazz, danza e passione: “The Great Gatsby – The Show” illumina Milano Dal 21 al 25 ottobre 2026 al Teatro Lirico Giorgio Gaber Milano, 8 maggio 2026. Dopo aver registrato sold out al Tyrolean State Theater di Innsbruck e aver conquistato pubblico e critica in importanti palcoscenici internazionali, tra cui il Deutsches Theater di Monaco, Monte Carlo, Barcellona, Istanbul e molte altre, la produzione prosegue il suo tour globale che nel 2026 toccherà diverse città europee, tra cui Milano. Ispirato al celebre romanzo di F. Scott Fitzgerald, lo spettacolo porta in scena una reinterpretazione contemporanea del mito di Gatsby attraverso un linguaggio scenico che fonde danza, teatro e musica dal vivo, trasportando il pubblico nell’atmosfera elegante e decadente dei ruggenti anni Venti. Firmato dalla Enrique Gasa Valga Dance Company, con un libretto scritto dallo stesso Enrique Gasa Valga insieme a Birgit Edelbauer-Heiss, lo spettacolo si distingue per una narrazione visiva intensa ed emozionale che esplora i temi universali del desiderio, dell’illusione e della fragilità del sogno americano.



Elemento distintivo dello spettacolo è la musica eseguita dal vivo, con un repertorio che spazia dai grandi classici jazz di artisti come Nina Simone, Duke Ellington, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, fino a composizioni originali. In questo contesto, si inserisce anche una significativa presenza italiana, a partire dalla direzione musicale affidata a Roberto Tubaro e dalla voce di Greta Marcolongo, accompagnati da un ensemble di musicisti italiani di alto livello. In scena, un cast internazionale di danzatori dà vita a una coreografia articolata in venti scene che raccontano l’ascesa e la caduta di Jay Gatsby, attraverso lo sguardo del narratore Nick Carraway, in un intreccio di emozioni, eccessi e tragedia. Con scenografie curate nei minimi dettagli, costumi eleganti e un forte impatto visivo, “The Great Gatsby – The Show” si conferma come uno degli spettacoli più affascinanti del panorama contemporaneo internazionale.



Il Team Creativo
Direzione e coreografia: Enrique Gasa Valga
Direzione musicale: Roberto Tubaro
Set Design: Helfried Lauckner
Costume Design: Birgit Edelbauer-Heiss
Ballet Masters: Lara Brandi & Gabriel Marseglia
Lighting Design: Manfredi Michelazzi
Libretto: Enrique Gasa Valga, Birgit Edelbauer-Heiss
 
Cast
Jay Gatsby:
Locke Venturato
Daisy Buchanan: Camilla Danesi
Thomas (Tom) Buchanan: Martin Segeta
Nick Carraway (Cugino di Daisy): Matthew Humphreys
Jordan Baker (Migliore amica di Daisy): Sayumi Nishii
Myrtle Wilson: Alice Amorotti
George B. Wilson: Gabriel Marseglia
 
Ensemble
Sandra Chamochumbi, Chiara Malavasi, Gabriele Tamolli, Ayda Frances Güneri, Matthew Humphreys, Sayumi Nishii, Camilla Danesi, Mitsuru Ito, Martin Segeta, Gabriel Marseglia, Alice Amorotti, Emma Frandino e Locke Venturato.



La Band
Greta Marcolongo: voce
Roberto Tubaro: basso / pianoforte / voce / arrangiamenti
Stefano Nicli: arrangiamenti / chitarra
Marco Stagni: basso
Matteo Cuzzolin: sax tenore
Marco Pisoni: clarinetto e sax baritono
Matteo Dallapè: batteria
 
 

Da Mercoledì 21 a Domenica 25 Ottobre 2026
Orario spettacoli Mercoledì - Venerdì 20:30 |
Sabato 15:30 e 20:30 |
Domenica 20:30
Biglietti in vendita su Teatro Lirico Giorgio Gaber - Milano - Il Grande Gatsby -TicketOne e presso la biglietteria del Teatro Lirico Giorgio Gaber (da martedì a venerdì dalle 13.00 alle 19.00, sabato e domenica dalle 14.00 alle 19.00)   Via Larga, 14, 20122 Milano
www.teatroliricogiorgiogaber.it Instagram: @teatroliricogaber Facebook: Teatro Lirico Giorgio Gaber Ufficio stampa Teatro Lirico Giorgio Gaber: press@teatroliricogiorgiogaber.it International distribution - Nova Touring International S.L www.novatouring.com Tel: +34 93 349 2374 eli.casanova@novatouring.com

MUSICA IN SAN CALIMERO A MILANO 




Cliccare sulla locandina per ingrandire


A LANCIANO, AL TEATRO FENAROLI



La Fondazione abruzzese per le scienze della vita promuove l’evento: “Dall’umanizzazione alla territorialità e accessibilità alle cure oncologiche”.

Il 23 ottobre alle ore 20.00, grazie al Patrocinio del Comune di Lanciano, nonché della collaborazione dell’Associazione Amici della Musica “Fedele Fenaroli”  (presidente l’avv. Antonio Litterio) presso la stupenda cornice del teatro Fedele Fenaroli, si alzerà il sipario per dare vita ad un evento di straordinaria  importanza: “Dall’umanizzazione alla territorialità e accessibilità alle cure oncologiche, promosso dalla Fondazione abruzzese per le scienze della vita (presidente l’avv. Danilo Di Rocco).
L’evento di beneficenza il cui ricavato sarà devoluto al reparto di Oncologia dell’Ospedale di Lanciano per potenziare le attività volte all’umanizzazione delle cure oncologiche, vedrà sul proscenio la presenza del dott. Nicola D’Ostilio, Dirigente Responsabile dell’Oncologia Di Lanciano-Vasto, nonché della Dott.ssa Donatella Traisci, Dirigente medico.

E sarà da applauso - crediamo noi - poter fruire ed ascoltare oltre che ai noti  e pregevoli relatori sopra citati, anche accogliere l’abbraccio, “invisibile” ma penetrante e terapeutico della musica, che gli internazionali artisti a tutto tondo Danilo Rea al pianoforte e Luciano Biondini alla fisarmonica, sapranno donarci.


Danilo Rea



Luciano Biondino

Presenterà lo straordinario evento la meravigliosa Grazia Di Dio.
Pierangela Micozzi

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE



 
Carissimi soci e sostenitori,
vi inviamo il report delle attività svolte nel mese di settembre 2026 nell’ambito del progetto di emergenza umanitaria per il “Sollievo e cura ai feriti nella striscia di Gaza”, promosso da Fonti di Pace Odv e realizzato in collaborazione con la Palestinian Medical Relief Society (P.M.R.S.), grazie al finanziamento dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese. Nonostante le enormi difficoltà logistiche dovute alla distruzione delle strade, ai bombardamenti e ai continui spostamenti forzati delle famiglie, il nostro team sanitario (composto da medico generico, infermiera, psicologo e tecnico della riabilitazione) ha operato quotidianamente nelle scuole dell’UNRWA, negli accampamenti di tende e nelle aree di Khan Yunis e Al-Mawasi.



Nel corso del mese di settembre:
Sono stati seguiti complessivamente 418 pazienti.
Sono state erogate 939 prestazioni sanitarie gratuite, comprensive di visite mediche, medicazioni infermieristiche, supporto psicologico e sedute di riabilitazione motoria, oltre alla distribuzione gratuita di farmaci e materiali igienico-sanitari.



Ringraziamo di cuore tutti voi per il continuo sostegno che rende possibili questi interventi di solidarietà e cura.
Un caro saluto,

Silvana Barbieri - Fonti di Pace Odv

SALVARE IL DOPOLAVORO DI CASSANO D’ADDA
Non è solo un immobile
 


Una richiesta al Comune di Cassano d’Adda per il futuro del Dopolavoro. Immaginate un luogo che da trent’anni fa parte della vita di un paese. Un luogo costruito da una famiglia, che ha dato lavoro a generazioni di ragazzi, visto nascere amicizie, storie, feste e ricordi. Un luogo diventato nel tempo un punto di riferimento per migliaia di persone. Ora immaginate che tutto questo venga deciso attraverso delle buste. Si presenta un’offerta economica, si aprono le buste e chi offre di più si aggiudica l’immobile. Senza che il gestore che porta avanti il Dopo da trent’anni possa rilanciare o pareggiare l’offerta. E, in caso di parità, si procede con un sorteggio. Questa è la situazione che oggi rischia di mettere la parola fine alla storia del Dopolavoro di Cassano d’Adda. Non stiamo dicendo che questa procedura sia illegittima. Gli aspetti giuridici saranno eventualmente valutati da chi di competenza.
Stiamo chiedendo a tutti, però, di guardare ai fatti e di chiedersi se sia davvero sufficiente confrontare due cifre per decidere il futuro di un luogo che esiste da trent’anni.
Questa petizione non nasce dal Dopolavoro, né viene promossa dall’attività o da chi la gestisce. Nasce dalle persone del Dopolavoro. Dai ragazzi che lo hanno vissuto, da chi ci lavora, da chi ci è cresciuto, da chi gli vuole bene e da tutte quelle persone che, in trent’anni, hanno fatto di quel luogo una parte della propria vita. Trent’anni non sono soltanto un’attività commerciale Il Dopolavoro è stato costruito attraverso il lavoro di una famiglia, di Baky e delle tante persone che negli anni hanno contribuito a farlo vivere.
Generazioni di cassanesi sono passate da quel bancone. Ci sono persone che lì hanno festeggiato i loro diciotto anni, amicizie nate lì, serate diventate ricordi, ragazzi che hanno trovato un lavoro e persone che semplicemente hanno trovato un posto in cui stare insieme. Trent’anni di vita sono relazioni, lavoro, sacrifici, socialità e comunità. Il Dopolavoro è diventato anche un luogo di aggregazione per generazioni di giovani, costruendo nel tempo un ambiente accogliente, inclusivo e sicuro. Anche per Cassano
Ci sono stati periodi in cui attorno a Cassano si era creata una forte nomea negativa, al punto che per molte persone uscire la sera sembrava qualcosa da evitare oltre una certa ora. In quel periodo, il Dopolavoro ha scelto di investire ancora di più su se stesso, non soltanto per il proprio interesse ma anche per quello del territorio: eventi culturali, musica, iniziative artistiche e un ambiente sempre più curato hanno contribuito a riportarlo a essere un punto di riferimento e, nel suo piccolo, a dare una nuova immagine a Cassano.
Nel tempo ha attirato persone dai comuni vicini, dalla Bergamasca, da Milano e da molti altri territori, portando persone a Cassano e contribuendo a creare lavoro, consumi e attenzione verso il paese. Per migliaia di persone non è semplicemente un locale. È un luogo legato a ricordi, relazioni e momenti importanti della propria vita.
Per questo chiediamo di fermarsi. Comprendiamo che un Comune debba rispettare le proprie regole e le procedure previste dalla legge. Ma una comunità non è fatta soltanto di regole e numeri. È fatta anche di persone, di storia e di luoghi che non possono essere sostituiti semplicemente con una nuova insegna. Per questo chiediamo all’Amministrazione di guardare a ciò che esiste dietro quelle porte. Chiediamo di considerare trent’anni di lavoro, i posti di lavoro coinvolti, il rapporto costruito con il territorio e il valore sociale che questo luogo ha avuto per generazioni di persone. Chiediamo di considerare il ruolo che il Dopolavoro ha avuto nell’aggregazione, nella vita dei giovani e nel contribuire, nel suo piccolo, a cambiare l’immagine di Cassano. Chiediamo di considerare anche tutte quelle persone che arrivano da fuori comune e che, proprio grazie a luoghi come questo, conoscono e vivono Cassano. E soprattutto chiediamo che, prima di considerare questa storia definitivamente conclusa, l’Amministrazione si conceda un momento di riflessione.
Non chiediamo che le regole vengano infrante. Chiediamo di valutare se esista, nel rispetto delle regole, una possibilità per non cancellare con una procedura una storia costruita in trent’anni. Perché una differenza economica può essere misurata. Una storia di trent’anni no. Quanto vale un luogo che crea lavoro, aggregazione, relazioni e porta persone a vivere Cassano? Quanto vale una comunità che si riconosce in quel luogo? Quanto vale qualcosa che, una volta perso, non può essere semplicemente ricostruito? Chiediamo quindi al Comune di Cassano d’Adda una riconsiderazione della situazione e l’apertura di un confronto concreto con Baky, con le persone che lavorano al Dopolavoro e con la comunità che in questi giorni ha dimostrato quanto questo luogo sia ancora importante.
Non chiediamo un privilegio. Chiediamo di guardare oltre una cifra. Di guardare alle persone. Di guardare a trent’anni di storia. E di chiedersi se davvero questo sia il modo in cui Cassano vuole perdere un pezzo della propria storia. Il Dopolavoro non è soltanto un immobile comunale. È un pezzo di Cassano. E prima di chiudere quella porta, chiediamo che qualcuno abbia il coraggio di fermarsi, guardare ciò che c’è stato dietro quelle porte per trent’anni e domandarsi se esista ancora un modo per non perderlo. Questa petizionenasce dalle persone del Dopolavoro. Da chi gli vuole bene. Da chi lo considera parte della propria storia. E da chi non vuole semplicemente stare a guardare mentre quella storia finisce.

Firma l’appello

https://www.change.org/p/salva-il-dopolavoro-di-cassano-d-adda/psf/promote_or_share 


SINISTRA E INSORGENZE SOCIALI
di Franco Astengo


 

Un invito a una riflessione collettiva.
 
Questo intervento contiene una abborracciata proposta di possibile ordine del giorno da utilizzare (eventualmente) per avviare una urgente riflessione collettiva sul tema delle insorgenze sociali in atto in Europa con specifiche ricadute in Italia. Non si richiedono sottoscrizioni o adesioni ma ci si limita a un invito a chi lo riceve ad avviare, con tutti i mezzi possibili, un confronto nelle varie e diverse sedi di riferimento. Lo scopo è quello di offrire un (modesto contributo) ai partiti, ai soggetti organizzati, alla sedi culturali perché si arrivi a cercare di colmare il vuoto di posizionamento politico che sta attraversando la sinistra e il centro-sinistra italiani almeno apparentemente ripiegati su dinamiche interne legate a questioni che davvero non paiono coinvolgere i settori intellettualmente più dinamici dell’opinione pubblica, a partire delle giovani generazioni che stanno assumendo un (anche controverso) protagonismo.
 

Andando per ordine:
1) Da tempo si denuncia un acuirsi delle contraddizioni sociali il cui manifestarsi concreto sta fornendo esiti diversi di qua e di là dell’Atlantico: in Europa si stanno sviluppando forti tensioni che stanno esplodendo anche in moti di piazza con una evidente difficoltà delle forze politiche a valutare e intercettare le ragioni profonde delle proteste. Negli Stati Uniti invece l’ala socialista del Partito Democratico sembra riuscire a cogliere la sfida radicalizzando la propria presenza, allargando la propria capacità di aggregazione sociale e ottenendo anche risultati elettorali attraverso la presentazione di candidature del tutto inedite intese come testimonianza - anche - di multiculturalità e di intervento su di una rilevante complessità di temi (migrazione, lavoro, casa
2) Questo inasprirsi nello stridore delle contraddizioni sociali lasciato nel vuoto dell’iniziativa politica aveva provocato, fino a qualche settimana fa, una facile ascesa delle forze populiste di destra, in Francia, in Germania, in Italia, in Spagna. È stata soprattutto la questione dei migranti a sollevare la presenza (non solo elettorale) dell’estrema destra: questione di migranti legata a quella della presunta “sicurezza” che si vorrebbe tramutare in repressione. Adesso questo nodo sembra arrivato al pettine nel momento in cui il peso del fallimento del modello di sviluppo fondato sulla crescita di “bolle” speculative (edilizia, turismo) ha cominciato a mordere la quotidianità non solo dei ceti popolari e la necessaria complessità di una soluzione sta facendo arretrare le facili promesse
3) In realtà questo quadro è dominato da alcuni fattori ai quali appare difficile fornire risposta: “in primis” la guerra che sta causando direttamente difficoltà economiche e di approvvigionamento sia energetico, sia di generi alimentari. Inoltre, e questo deve essere ben chiaro, il livello di disuguaglianze è cresciuto al punto da rendere insostenibile il modello vigente di società dei consumi prima di tutto alle giovani generazioni e in particolare a quella parte di giovanissimi sospinti da subito in una situazione di totale marginalità economica, culturale, sociale. Il livello di disparità economica e sociale rende la vita difficile anche a quelle porzioni di società che si definivano “intermedi” e che fino a qualche anno fa si appellavano come “benestanti”, i cui figli stanno comprendendo che avranno difficoltà ben maggiori rispetto alle generazioni dei loro genitori. Inutile fare l’elenco della spesa di queste ormai insopportabili disparità, in una società rosa dall’individualismo competitivo.  Le differenze nel potere d’acquisto colpiscono - essenzialmente - la possibilità di “apparire” e così si spiegano (senza giustificarli ovviamente: ma questa precisazione deve essere considerata del tutto superflua) gli assalti ai negozi della moda - appunto - sportiva e giovanile. Pesano molto i modelli imitativi dell’iper-consumo e dell’iper-divismo. Il “disuguale” ha diversi livelli e diversi origini ma ha in comune la difficoltà del vivere in particolare nei centri urbani. Ma stanno avanzando anche nuove fratture o il recupero di quelle vecchie: da “centro-periferia” e “città-campagna” come dimostrano del resto le insorgenze di determinate categorie sociali in passato anche espressione di recinti corporativi.

Opera di Etta Rossi

4) Sulla difficoltà di affrontare questa complessità sovrasta la crisi verticale dell’agire politico nelle sue forme “classiche” della rappresentanza. Anche in questo caso appare superfluo approfondire: dai partiti di massa al partito -azienda e partito personale fino alla “democrazia del pubblico” e alla “democrazia recitativa” questi i titoli di un procedimento in discesa che non si è tradotto soltanto in una crescita esponenziale della partecipazione elettorale ma soprattutto di una fragilità del sistema rivelatosi (almeno in apparenza) facilmente scalabile da avventurieri e avventuristi che mirano alla facilità di soluzioni autoritarie.
5) In conclusione espongo soltanto un abbozzo di proposta:
Di fronte a questo quadro è necessario però parlare chiaro su due punti:
a) La cornice non può che essere quella di una assoluta inversione di rotta al riguardo del modello di società “affluente” che ha caratterizzato la crisi dell’Occidente nel corso di questi anni. Riduco all’osso: è necessario disegnare un modello di società “sobria” nella produzione e nei consumi con conseguente riequilibrio a livello planetario. Su questo punto va superata l’idea di un ritorno al “keynesismo” e alla “società dei 2/3”, concetto ormai rovesciato ma non riducibile al basso verso l’alto. La necessità di una regolazione pubblica di tipo programmatorio dell’economia ha bisogno di riflettere su di un cambio di paradigma sul punto dello sviluppo chiudendo il capitolo delle “magnifiche sorti e progressive” e introducendo il concetto di “limite” anche rispetto al procedere dirompente dell’innovazione tecnologica;
b) Il discorso di una “società sobria” richiede un’iniziativa politica. Servirebbe sotto questo aspetto un immediato sviluppo di tensione rivolta almeno al livello europeo. Limitiamoci all’Italia: fermo restando il disegno istituzionale presente nella Costituzione e la necessità di mantenere la centralità di un Parlamento plurale: sarà questa la prima posta in gioco nella prossima campagna elettorale e questa priorità dovrà essere fatta vivere con grande forza accompagnandola con una indispensabile radicalità progettuale.











RACCONTO D’OTTOBRE
di Zaccaria Gallo



Da ragazzo ho sempre atteso l’estate come si aspetta una porta quando finalmente si apre su un tempo diverso: era la libertà e il tempo senza confini. Ogni estate sembrava promettere qualcosa che ancora non conoscevo; poi sono arrivato gli anni adulti, quello in cui il tempo comincia a correre, mentre noi impariamo appena a seguirlo e, ora, l’estate è diversa, anche sofferta, per le alte temperature e, forse, anche perché diverso sono io. Gli anni hanno lasciato sulle stagioni il peso dei ricordi e, all’inizio d’ottobre, guardo il cielo: aspetto quelle dolci nuvole che arrivano piano piano, quasi in punta di piedi. Guardo il mare e anche lui non è quello dell’estate. È il mare d’ottobre. E racconta. Se ci fermiamo un momento e ascoltiamo, senza parlare, possiamo quasi sentirli i tronchi spiaggiati sulle nostre rive. Hanno voce profonda, consumata dalle onde. Ed è, loro accanto, la vecchia bandiera di segnalazione dello stabilimento balneare. Lei parla con un fruscio leggero, come se avesse ancora il vento cucito addosso.
“Da dove venite?” domanda ad uno dei grandi tronchi bianchi appoggiati sui ciottoli tra due pontili vuoti.
Scricchiola piano e quello le risponde: “Da lontano … da molto lontano. Prima eravamo alberi con le foglie sopra la testa e la terra sotto le radici. Poi siamo caduti, uno dopo l’altro, e l’acqua ci ha presi”.
“E avete avuto paura?”
“All’inizio sì. Il fiume ci trascinava senza chiederci dove volessimo andare. Abbiamo incontrato sassi, correnti, piogge. Abbiamo imparato a non opporci all’acqua”.



Un altro tronco più grande, e quasi completamente bianco, interviene: “Io ho viaggiato per giorni. Il mare mi ha portato avanti e indietro; a volte mi lasciava sulla spiaggia, poi tornava a prendermi. Mi ha levigato la corteccia, ha cancellato i segni che avevo addosso. Guarda come sono diventato.
La vecchia bandiera lo osserva e si muove appena: “Sei diventato bianco”.
“Non di vecchiaia,” risponde il tronco con un piccolo scricchiolio “è il sole, il sale e … il tempo”.
La bandiera sorride (se una vecchia bandiera può sorridere): “Il tempo lo conosco bene”. Una raffica la solleva per un istante: il suo tessuto scolorito e sfilacciato fa flap flap contro l’asta. “Io sono rimasta qui per molte stagioni, ho visto arrivare la primavera, l’estate piena di voci, i bambini correre verso l’acqua e io li chiamavo: non vi allontanate! Ho visto ombrelloni aprirsi e chiudersi la sera: ho conosciuto tutti i venti”.
“E loro che cosa ti hanno insegnato?” chiedono i tronchi.
La bandiera resta immobile per qualche secondo e poi dice: “Mi hanno insegnato che niente rimane nella stessa direzione per sempre. Quando soffiavano da terra, portavano profumi di pini e strade lontane; quando arrivavano dal mare, avevano dentro l’odore delle alghe e delle tempeste. Qualche volta erano così forti, che mi facevano tremare tutta; altre volte mi sfioravano appena come per salutarmi con dolcezza”.



“E adesso?” domanda il tronco più piccolo.
La bandiera guarda il mare: “Adesso il vento d’ottobre mi parla piano. E voi? Resterete qui?”
“Non lo sappiamo. Forse una mareggiata ci porterà ancora via; forse resteremo qui per tutto l’inverno”.
“Allora non siete arrivati alla fine del viaggio.”
“Forse il viaggio non finisce mai”.
Per un po’ nessuno parla. Si sente solo il mare. Un’onda arriva ai piedi dei tronchi, li bagna e poi si ritira. La vecchia bandiera si muove lentamente. Noi seduti poco distante, restiamo in silenzio, perché, improvvisamente, ci sembra che quei tronchi bianchi non siano relitti abbandonati sulla spiaggia, ma viaggiatori, che si son fermati solo per riposare e la vecchia bandiera, ormai scolorita, non è più un segnale per chi passa: è diventata la custode dei loro racconti.


Quei tronchi sono migranti del vento e delle correnti, con una casa che non possono più raggiungere.
Il tronco più bianco guarda la spiaggia: “Abbiamo nostalgia di casa”.
I ciottoli raccolti ai suoi piedi non rispondono. Sono tanti, tutti diversi, levigati dal mare, alcuni hanno colori caldi, altri sono grigi, quasi neri.
“Ma voi avete viaggiato tanto,” osserva uno di loro “non siete forse felici di essere arrivati?”
Il tronco scricchiola: “Il viaggio può essere bello e nello stesso tempo può far sentire la mancanza di ciò che abbiamo abbandonato e … poi, per mare, abbiamo lasciato anche altri tronchi, che non affioreranno più e non arriveranno mai su questa spiaggia”.
Un gabbiano scende sulla riva, fa qualche passo, inclinando il capo: “Che cosa vorreste qui?”
“Non cerchiamo molto,” gli risponde il tronco “soltanto un posto dove non essere considerati stranieri”.
Il gabbiano abbassa gli occhi: “Questa è una spiaggia grande, anche se non basta solo avere spazio per essere accolti”.
Queste parole rimangono nell’aria, poi i ciottoli cominciano a muoversi appena sotto l’acqua. “Potete restare con noi,” dicono “anche noi siamo stati trascinati, e abbiamo cambiato forma viaggiando. Prima eravamo dentro rocce più grandi, poi il mare ci ha spezzati, levigati e portati qui”.



“Allora li capiamo, forse più di quanto pensiate!” Da uno scoglio è arrivata una voce profonda. “Non chiedete ai nuovi arrivati di essere uguali a noi. Lasciate che conservino i segni del viaggio”. Da una piccola cavità tra due pietre è spuntato un granchio. Dopo aver parlato, si sta guardando attorno: nessun bambino, nessun ombrellone, nessuno che cercherà di prenderlo. Fa un passo, poi un altro.
“Finalmente!” Borbotta.
Tutti lo guardano.
“Finalmente cosa?” chiede la vecchia bandiera.
“Finalmente posso uscire senza paura”.                                                                         
Mette qualche passo di lato e si ferma davanti al tronco più grande. Domanda: “Anche tu hai paura?”
“A volte, sì” gli risponde.



Il granchio alza una chela e conclude: “Allora siamo amici”.
La vecchia bandiera, consumata dal sole, dal vento li guarda. Lascia andare un lungo fruscio e ci dice: “Guardateli! Un tronco arrivato da lontano, un granchio che esce dal suo rifugio, uomini e gabbiani che conoscono tutte le coste, il mare che dialoga con i ciottoli sulle rive. Nessuno qui è davvero immobile, ognuno pota con sé una storia”.
Il gabbiano apre le ali, il tronco ascolta il mare e, per la prima volta, non pensa soltanto alla casa che ha perduto, ma a quella che potrebbe trovare e il granchio soddisfatto torna a passeggiare tra i ciottoli.
La spiaggia scruta l’orizzonte, il vento di ottobre continua a passare con una mano leggera e dice a tutti: “Siete arrivati. Adesso riposate”.

IL RACCONTO
di Lodovica San Guedoro


Opera di Etta Rossi

Rabdomanti

 
Mercoledì 28 settembre 2005
Telefonatina di ricognizione alla segreteria del premio Enrico Maria Salerno, in odore, una settimana fa, di decadimento, dato risultato insperato: il Ministero eroga di nuovo i fondi. Tra quindici giorni, si conosceranno quindi, con tre mesi e mezzo di ritardo, i nomi dei finalisti: ma si conosceranno. Sono di nuovo in ballo, con i miei tre pezzi (in nove copie ciascuno)! Questo piccolo successo mi fa pregustare particolarmente la chiamata ai Rabdomanti, da cui mi riprometto un risultato sicuro e garantito. In occasione di una mia telefonata da Monaco, la Monesi dava per favorito Amore è stufo (facendomi palpitare il cuore di gioia), in occasione di un'altra telefonata, Il coboldo e le bugiarde (sorprendendomi leggermente). E una settimana fa, sempre la signora Monesi, in trasferta su un tram milanese, mi aveva annunciato la definitiva data del verdetto: mercoledì 28. Ci siamo, dunque, mi pare: oggi è il 28. Anche in questo caso sono riuscita a resistere ai rinvii per un totale complessivo di poco più di un mese. Con qual sorriso di condiscendenza, e pietà verso me stessa, ricordo quanto mi avesse indispettita il ridicolo slittamento di una settimana della cerimonia di premiazione del Riccione! Dal 24 settembre era saltata infine soltanto al primo ottobre! Questa modesta dilazione, scombinando però i miei accurati e difficoltosi piani (anche sotto il rispetto economico), aveva fatto risorgere lo spettro, ognor latente, dell'inaffidabilità italiana: sentiva già, per me, di boicottaggio e di tradimento. Semplicemente mi irritava dover prolungare la mia permanenza in "patria" in funzione del Riccione, e m'indispettiva ancor di più il pensiero di dovere, in alternativa, riattraversare le Alpi a distanza di pochi giorni solo per comparire al teatro sul mare di Riccione! Poi invece il corso degli eventi aveva vanificato tutto: io stessa avevo dovuto posticipare la mia discesa e, per sommo sfregio del destino, non ero stata nemmeno ammessa nella rosa (ormai famosa) dei finalisti. 



Ai Rabdomanti avevo inviato cinque pezzi in doppia copia "cartacea" e in formato digitale. Con questa rinomata istituzione che, senza fini di lucro, da cinquantatré anni promuove la diffusione della drammaturgia italiana contemporanea, fondata da Angelo Gaudenzi con l'autorevole sostegno di Paolo Grassi, avevo la sicurezza quasi assoluta che avrei fatto centro. Dalla nascita ad oggi, i Rabdomanti avevano presentato in lettura scenica autori che erano diventati l'ossatura del teatro italiano: Eduardo De Filippo, Giuseppe Marotta, Dino Buzzati, Luigi Squarzina, Dacia Maraini ecc. Inoltre privilegiavano le opere in cui la parola era la forma espressiva prevalente. E qui, non c'era dubbio, ero un cannone. La sensazione di essere sulla buona strada era stata fortificata dai colloqui telefonici con il direttore stesso, Lucio Morelli, le cui vicissitudini di salute con esito operatorio e postoperatorio avevo seguito con sollecitudine superiore a quella per i miei testi, e con la sua collaboratrice. Orbene, il pezzo di muro lungo la via che mena al mercato, sul quale era incollato il mio sguardo durante la telefonata con la Monesi, rimarrà stampato a fuoco nella mia memoria. "Pronto, signora Monesi?" esordisco con voce allegra e smagliante, "sono Lodovica San Guedoro." Lei, con cortesia: "Ah, buongiorno!" Io, che mi trovo per la strada: "Buongiorno, signora, non è sul tram, stavolta?" "No, questa volta no." "Ho chiamato per conoscere i risultati... "Leggero vuoto, dovuto forse a uno dei cellulari. "Era oggi, no?" Con tono comprensivo: "C'è stato forse un altro rinvio? ..." Con tono ammaliante, solo un po' sovreccitato: "No no, nessun rinvio. Ci siamo riuniti...". 



Convinta di udire il mio titolo vincente, odo invece: "Mi dispiace, ma tra i testi prescelti per il 2006 non sono presenti testi Suoi." Balbettando: "Come, nessuno?" "Purtroppo abbiamo dovuto privilegiare i finalisti del Premio Riccione..." Di nuovo non credo alle mie orecchie... "Signora, ma si rende conto che io ho partecipato anche all'edizione di quest'anno del Premio Riccione? E ora Lei mi torna con questo premio?" "Lo so, lo so, i Rabdomanti non sono più, come in passato, una struttura rigidamente subordinata al Premio Riccione, ma, vede, siamo sempre tenuti a favorire, ad aiutare, coloro che si sono segnalati, e non hanno però vinto questo Premio..." "Signora, ma allora che senso ha far inviare testi in doppia copia e per giunta in formato digitale al vostro indirizzo? Io sono stata persino incoraggiata a mandarne molti. E poi, signora, ho i miei dubbi che tra i partecipanti ci fossero autori teatrali professionisti. La segretaria del premio E.M.S. mi ha rivelato che a loro arrivano solo testi di teatranti e dilettanti."            Con calore: "Lei ha ragione, signora San Guedoro: le opere scartate non lo sono per il loro valore letterario, anzi può ben essere il contrario, che esse siano le più valide drammaturgicamente e stilisticamente, purtroppo." "Ma che senso ha questo, mi dica? Lei sostiene che non sia un caso, ma una filosofia applicata coerentemente, quella che mi penalizza? Non so cosa pensare. È una partita senza speranza. Io La saluto." "Signora! Quando passa da Milano, mi venga a trovare. Mi piacerebbe fare la Sua conoscenza..." "Come? Ah, sì, certo, certo. Arrivederci." "Arrivederci!"

martedì 20 ottobre 2026

SENZA CENSURA
di Susan Abulhawa



La traduzione integrale del discorso della scrittrice.
  
Il 28 novembre 2024, l’Oxford Union Society - una delle più antiche associazioni universitarie britanniche - ha discusso la risoluzione: “Questa Assemblea ritiene che Israele sia uno Stato di apartheid responsabile di genocidio”. Il dibattito è stato accompagnato da forti tensioni, contestazioni, interruzioni e accuse di intimidazioni rivolte agli studenti e ai partecipanti presenti, dividendo profondamente l'opinione pubblica e le organizzazioni studentesche. L’accademico israeliano Gerald Steinberg, invitato a opporsi alla mozione, ha pubblicato una diatriba contro l’Unione di Oxford per aver preso in considerazione un tale dibattito. Lo storico israeliano Benny Morris ha accettato di parlare in opposizione, per poi ritirarsi all’ultimo momento. Anche l’accademico Norman Finkelstein, che era nella squadra che sosteneva la mozione, si è ritirato all’ultimo minuto. Il presidente dell’Unione di Oxford, Ebrahim Osman-Mowafy, ha preso il suo posto. Il resto del gruppo di sostegno era composto dalla scrittrice e attivista palestinese Susan Abulhawa, dal poeta e attivista palestinese Mohammed El-Kurd e dallo scrittore israeliano antisionista Miko Peled. La mozione: “Questa Assemblea ritiene che Israele sia uno Stato di apartheid responsabile di genocidio” è passata con 278 voti favorevoli e 59 contrari. La potente perorazione di Susan Abulhawa, però, venne pubblicata in versione censurata.


Susan Abulhawa

Susan Abulhawa (in arabo: سوزان أبو الهوى ; nata il 3 giugno 1970) è una scrittrice palestinese americana, attivista per i diritti umani e sostenitrice dei diritti degli animali. È autrice di diversi libri e fondatrice di un’organizzazione non governativa, Playgrounds for Palestine. Il suo primo romanzo, Mornings in Jenin, è stato tradotto in 32 lingue e ha venduto più di un milione di copie. Le vendite e la portata del suo romanzo d’esordio hanno reso Abulhawa l’autrice palestinese più letta di tutti i tempi. Il suo secondo romanzo, The Blue Between Sky And Water, è stato venduto in 19 lingue prima della sua uscita ed è stato pubblicato in inglese nel 2015. Against the Loveless World, il suo terzo romanzo, è stato pubblicato nell’agosto 2020, anch’esso con grande successo di critica.


 

Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi prego di non interrompermi. Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra, Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921 che i palestinesi erano simili alle “rocce della Giudea, ostacoli da rimuovere su un sentiero difficile”. David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prenderne il posto”. Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e l’annientamento del suo popolo nativo. Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente l’80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto: un ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che restava della Palestina nel 1967. I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente in ogni ambito - politico, accademico, sociale, culturale - su cosa fare di noi; su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini, definiti una “minaccia demografica”. Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”. 



Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, un giorno si rammaricò di un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”. Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni). Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi, non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese è sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni di dollari. Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”. 
Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano, insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno”. Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di nove anni a cui erano state strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo-trappolata lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano distribuito giocattoli-bomba nel sud del Libano, che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano. Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che siano loro le vittime.



Invocando l’Olocausto europeo e urlando all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale per credere che il tiro a segno quotidiano sui bambini, con colpi detti “kill shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive, siano autodifesa. Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore, che continuava a combattere anche con un solo braccio, fosse mosso da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei, invece che da un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra. Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca, dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni. Perché se i ruoli fossero invertiti, se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando, stuprando e uccidendo ebrei; se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti; se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione turistica; se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna, bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo, acqua e medicine; se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote, raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro tombe, pregare per la morte; se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni; se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi nei letti d’ospedale; se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il fuoco; se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42 ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto centinaia di ebrei con un carro armato; se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi, ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto a dr. Adnan al-Bursh; se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire amputazioni senza anestesia; se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli assassinati... 



Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio.
Eppure, due palestinesi - io e Mohammad El-Kurd - siamo venuti qui a fare esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci, o morire in silenzio. Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno. La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo. Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono mostri ben vestiti e molto eloquenti proprio come questi, portatori delle stesse ideologie suprematiste del sionismo: idee di privilegio, favore divino, popolo eletto. Sono qui per la storia. Per parlare alle generazioni future. Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato. Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo, mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.



E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano.
 Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte. Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio. E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato. Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere senza dominare gli altri. Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità. Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato per decenni. Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il nostro passato. Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra. Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi cimiteri, come fate voi. I nostri antenati sono letteralmente nella nostra DNA, nei fiumi, nelle rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli. Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe” custodiranno sempre i nostri ricordi. Le antiche foto e i dipinti non vi conterranno mai. Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da guadagnare da voi. Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno, ogni giorno. Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie. Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera. Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa. Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa. Metteremo fine alla macchina da guerra americano-sionista, basata su dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio. 
E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli altri.

 

 

 

 

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