UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 14 febbraio 2026

ADDIO A GIANCARLO CONSONNI
di Angelo Gaccione


Giancarlo Consonni

Abbiamo perso un poeta vero, un amico, un difensore di Milano.


La notizia che Giancarlo Consonni era stato ricoverato al Policlinico mi era arrivata dall’attore e regista Silvano Piccardi domenica mattina 8 febbraio. Il giorno prima, sabato 7, con Silvano e le rispettive consorti, avevamo sfilato nel corteo partito da Porta Romana per esprimere il nostro dissenso non alle Olimpiadi, come i gazzettieri di regime si sono affrettati a scrivere e le tivù ad amplificare, ma al modo di usare la città, alla sua mercificazione, alla sua gentrificazione, alle espulsioni dei ceti popolari e del ceto medio impoverito. Alla politica degli sprechi, degli illeciti, delle devastazioni territoriali ed ambientali. Eravamo nello spezzone di corteo di Campsirago Residenza, di Ora, dell’Associazione Culturale Ape Milano, di Errando per Antiche Vie, artisti e attivisti che di montagna e di ambiente si interessano da tempo. Eravamo con questi giovani (e tanti non più giovani come noi) che esibivano simbolicamente le sagome di cartone dei larici abbattuti a Cortina, 500, “sacrificati per 90 secondi di gara su una pista da Bob costata 124 milioni. Alberi centenari sopravvissuti a due guerre e alla tempesta di Vaia” come è scritto nel volantino che ci hanno consegnato. Eravamo con i musicisti della Banda degli Ottoni a Scoppio e di altri, con cui abbiamo anche cantato, per dire no allo spreco di acqua, alla costruzione di impianti mentre i ghiacciai si sfaldano, alla cementificazione non necessaria.



Appena Piccardi mi ha avvisato, ho cercato di contattare Graziella Tonon, la dolcissima devota moglie, e mettermi a disposizione per quanto potevo, per essere tenuto informato. Ad avvisarmi giovedì 12 che la situazione era precipitata è stato Gino Cervi. Cervi con Giancarlo ha recentemente curato il bellissimo volume fotografico-poetico Il verso di Milano presentato al Castello Sforzesco. Ieri mattina, venerdì 13, è stato il messaggio del critico e docente Giancarlo Sammito, a chiudere ogni speranza: la vicenda umana di Consonni si era definitivamente conclusa. Aveva compiuto 83 anni il 14 gennaio scorso: Giancarlo era nato il 1943. Poeta, urbanista, pittore, docente al Politecnico, Consonni era una voce discreta, ma seria, rigorosa, critica della città di Milano e della cultura. Ci univa il comune amore per questa città che abbiamo sempre difeso senza compromessi. Ammirava la dedizione di un non milanese come me e i tanti scritti che nel tempo gli ho dedicato. È venuto a parlare di quei libri in varie occasioni, e quando uscì La mia Milano mi disse: “Non te lo daranno mai l’Ambrogino d’Oro. La ami troppo”. Lo vedeva dagli articoli di “Odissea” che leggeva con attenzione, che commentava, che a sua volta faceva girare via WhatsApp. In comune avevamo anche l’amore per la lingua milanese e per la poesia: appena gli mandai in lettura la raccolta inedita Poesie per un giorno solo, mi inviò a sua volta un testo poetico con questa dedica: “A Angelo Gaccione e alle sue Poesie per un giorno solo”. La ritoccò più volte e l’ultima versione mi arrivò il 31 ottobre del 2021 accompagnata da poche parole di scuse: “Non mandarmi al diavolo. Un caro saluto. Giancarlo”. 



Eravamo d’accordo che l’avrei messa in apertura della raccolta. Ma poi Interlinea volle anticipare l’antologia Piazza Fontana. La strage e Pinelli: la poesia non dimentica, e Poesie per un giorno solo restò nel cassetto. Da uomo di sinistra qual era, Consonni mi mandò subito dei suoi versi sulla strage. Li scrisse il giorno stesso della mia richiesta, il 9 dicembre: secchi, incisivi, essenziali, profondi, com’è in genere la sua poesia. Arrivarono anche quelli di Graziella Tonon, entrambi dedicati a Pinelli; li avevano scritti sul momento: “Ce li hai quasi suggeriti” mi dissero al telefono. Ecco il testo di Giancarlo
 
È silenzio nel cortile.
Il sangue scorre senza far rumore.
Da quel 15 dicembre
non smette di scorrere.”


*
Questi invece sono i versi della poesia di Graziella


Certe giornate pesano sul cuore
come massi sull’erba.     
A volte lo schiacciano
come un uccellino finito sotto un Tir.”



Consonni legge a Palazzo Reale
per Pinelli a canto all'opera di
Baj
A destra Graziella Tonon
a sinistra Annitta Di Mineo

Per presentare questa fortunata antologia, Giancarlo e Graziella sono venuti dappertutto: da Palazzo Reale alla casa della Cultura, dalla Fondazione Corrente all’Umanitaria… Ma quanti altri luoghi ci hanno visti assieme! Il rimorso di non aver pubblicato la raccolta aperta dal suo testo poetico mi rimane, anche se è dipeso solo dalle circostanze. Il caso ha fatto in modo che ad avere la precedenza fossero altri libri: gli scritti critici sul teatro, ancora Milano, poi quello sul rapporto fra gli scrittori e le città, quella specie di Zibaldone contemporaneo che è Contrappunti, e le due raccolte: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama e il mezzo secolo racchiuso in Una gioiosa fatica 1964 - 2022, che avrebbe dovuto essere il libro finale in assoluto, quello dell’età tarda. E invece, destino ha voluto che a restare inediti siano i versi che aprono con quelli altrettanto inediti di Giancarlo. Non ricordo più da quanti anni ci conoscevamo. Fino al giorno in cui si è sentito male, gli ho mandato tutte le mattine almeno un paio di scritti di “Odissea”; il contatto era quotidiano. Ci scambiavamo ciò che pubblicavamo noi e quanto compariva sui nostri lavori. Avevo citato dei suoi versi sul Quotidiano di domenica 25 gennaio e gli avevo girato il pdf del giornale. Pronta era arrivata la risposta 6 minuti dopo: “Grazie, Angelo. Condivido”. Sabato 7 febbraio gli avevo mandato il link del mio pezzo “Droni e minatori” sulla strage dei 15 minatori ucraini ammazzati a Pavlograd da un drone russo. Un pezzo su quella insensata guerra su cui concordavamo in tutto. Ignoravo perché non avesse puntualmente risposto. Giancarlo stava per congedarsi da noi, dalla sua Graziella, dalla sua città. Ma noi non lo dimenticheremo.  

PRODUTTIVITÀ
di Franco Astengo



Il governo italiano trasformato improvvisamente il Paese in "frugale" ha formato un Asse con la Germania allo scopo di rifiutare la proposta francese di eurobond (messa a comune del debito europeo). Un rifiuto (ovviamente la posizione italiana è "articolata") pronunciato in nome della "produttività".
Esiste una ragione molto semplice per giustificare questa scelta: il riarmo della Germania. Svanita anche soltanto la più pallida idea di "esercito europeo" non esistendo al proposito alcun presupposto politico l'applicazione del piano Von der Leyen (do you remember?) non assumerà altro significato che quello - appunto - della riconversione di parte dell'industria automobilistica tedesca (quella che adesso si chiama automotive) in fabbriche di carri armati, blindati, semoventi e quant'altro: tutti attrezzi finalizzati alla guerra da esportare non solo come aiuto all'Ucraina ma quale avamposto armato di Trump sul suolo del Vecchio Continente. Il tutto nel quadro di una liquidazione del già agonizzante progetto europeo (anche se si fanno proclamazioni di nuovo mercato comune e si ricevono Draghi e Letta in pompa magna: in realtà il dato è politico, interamente politico rispetto a un quadro globale in rapidissima evoluzione). Le armi sono il grande affare del momento: l'ISPRI di Stoccolma ci fa sapere che nel 2024 la cifra complessiva spesa in armi è ammontata a 2.718 miliardi di dollari con un aumento del 9,4% rispetto al 2023 (consultare www.ispri,org). I dati del 2025, attesi nei prossimi mesi, dovrebbero confermare la tendenza: il mondo si sta riarmando a grande velocità, soprattutto su impulso USA e del relativo mercato verso Paesi della penisola arabica e del medio oriente (Medio visto nell'ottica europea). Il governo italiano intende partecipare a questa grande abbuffata che avrà anche una consistente fetta da tagliare al centro del continente europeo: laddove, come scrive "Le Monde Diplomatique" di  febbraio,  potrebbero davvero crearsi gli elementi concreti per un conflitto globale.



Del resto governo e maggioranza in Italia sono rette in buona parte dalla lobby delle armi (che dispone di autorevoli esponenti nel Ministero) e tiene ottime relazioni con paesi notoriamente pacifici, benevoli con le opposizioni e considerati "sicuri" come l'Egitto di Al Sisi e la Turchia di Erdogan (quest'ultima recente acquisitrice, attraverso l'azienda di famiglia, della nostra Piaggio). Nel 2023 l'Egitto ha destinato alla spesa militare 3,16 miliardi di dollari mentre la Turchia nel 2024 è salita a 6,43 miliardi di dollari rispetto ai 19 miliardi del 2023. La partecipazione al riarmo della Germania e di conseguenza alla costante crescita dell'aggressività USA ( spaccando il già inesistente fronte europeo) sembra essere la "cifra" più importante dell'esecutivo di destra che governa l'Italia a partire dalle elezioni del 2022: un Paese, tra l'altro, dal bassissimo  livello di produzione industriale calata ancora dello 0,2% nel 2025, dopo il -4% del 2024 e il -2% del 2023. che dispone però, rispetto al "militare", un alto livello di tecnologia.



L'ulteriore spostamento verso la logica delle armi della residua produzione industriale italiana (che avverrebbe  comunque in forma subalterna rispetto alla Germania, vista la funzione sussidiaria svolta in quella direzione, dall'industria lombarda) richiama anche un altro dato posto direttamente sul piano politico: una operazione di partecipazione al riarmo richiede oggettivamente un conduzione più autoritaria del governo riducendo ancora i margini per opposizioni, controlli, richiami di legalità e costituzionalità, anche e soprattutto rispetto a eventuali partecipazioni belliche. Non è una forzatura accostare logica bellica e autoritarismo all'esito del prossimo referendum del 22/23 marzo. Crescono le ragioni di un "No" che sconfigga la logica dell'indebolimento della democrazia, obiettivo primario della deforma che è necessario respingere.

“UN AIUTO PER GAZA” A FOGGIA 


  
U
n’iniziativa di solidarietà, sostenibilità e partecipazione collettiva: si terrà il 14 e 15 febbraio presso la Parrocchia dell’Annunciazione di Foggia il mercatino di beneficenza Un aiuto per Gaza, con vendita di abbigliamento second hand per donna, uomo e teenager. L’evento, promosso da un piccolo nucleo di volontarie e volontari, ha l’obiettivo di raccogliere fondi da destinare alla Parrocchia Latina “Sacra Famiglia” di Gaza, a sostegno di una popolazione stremata da anni di conflitto e da condizioni di vita ormai insostenibili. In un momento in cui l’attenzione mediatica su Gaza si è affievolita, nonostante le uccisioni e le privazioni continuino, l’iniziativa vuole essere un segnale concreto di vicinanza e responsabilità. Il ricavato della vendita sarà interamente devoluto per portare aiuti alla popolazione civile. «Non possiamo girarci dall’altra parte – sottolineano gli organizzatori –. Il silenzio dei media non significa che la sofferenza sia finita. Vogliamo fare la nostra parte, partendo da un gesto semplice: comprare un capo di abbigliamento, riutilizzarlo con consapevolezza e, allo stesso tempo, contribuire a salvare vite». L’iniziativa ha anche un forte valore ambientale: promuovere il riuso significa ridurre l’impatto ecologico della filiera tessile, tra le più inquinanti. Un’occasione per coniugare solidarietà e sostenibilità, nella logica dell’economia circolare. Tutti i capi in vendita sono di buona qualità e in ottimo stato, selezionati per offrire un’alternativa molto accessibile ed etica allo shopping tradizionale. L’appuntamento è per sabato 14 e domenica 15 febbraio, con doppia fascia oraria: 10:00–13:00 e 17:30–20:30, presso la Parrocchia dell’Annunciazione, Via Spagna, Foggia. L’ingresso è libero. L’invito è a partecipare numerosi e a diffondere il più possibile l’iniziativa. Per informazioni e contatti: 328 8231616 – 333 9877188

venerdì 13 febbraio 2026

ANCORA SULLE FOIBE
di Giuseppe Natale


 
La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. (Art. 1 - Legge n. 92/2004)
La legge venne approvata dal Parlamento italiano 4 anni dopo l’istituzione del “Giorno della memoria”. È una legge equilibrata e rispondente alla verità storica della complessa vicenda dei rapporti dell’Italia con i popoli sloveno, croato e jugoslavo? Mi permetto di rispondere di No. Si pone, secondo me, il problema di modificarla nel rispetto vero della storia e della memoria di tutte le vittime delle due guerre mondiali, e della ferocia nazista e fascista. È una legge che sembra quasi voler fare da "contrappeso" alla Giornata della Memoria, che ricorda le vittime della Shoah e tutti i deportati nei campi di concentramento nazisti e fascisti: gli oppositori politici, gli operai delle fabbriche in lotta, i militari internati, i rom e gli zingari, gli omosessuali, gli handicappati e tutte le persone ritenute diverse dalla razza ariana. È una legge usata dai fascisti di oggi per attenuare o addirittura fare perdere la memoria della barbarie nazifascista e del colonialismo italiano, e rinfocolare rigurgiti nazionalistici sempre risorgenti e molto pericolosi. La “questione dei confini e dei rapporti italo - sloveni” cominciò all’indomani della Prima Guerra Mondiale, con le aggressioni squadriste e con la politica violenta e razzista del regime fascista nei confronti dei territori e dei popoli slavi. A Pola nel 1920 Mussolini affermò in un comizio: «Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone»
ANPI Crescenzago, impegnata a fare memoria storica, la più obiettiva possibile, ricorda che, sulle foibe nel contesto della questione dei confini orientali, sulla politica nazionalistica e colonialista dell’Italia, sul ruolo delle formazioni partigiane, sull’esodo degli italiani istriano-sloveni, sulle responsabilità della Jugoslavia di Tito, è da leggere e studiare la Relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena, pubblicata il 25 luglio 2000: una ricostruzione storica documentata e un tentativo importante di fare memoria condivisa dopo un secolo di tragiche contrapposizioni. Nel 2016, ANPI Nazionale, riprendendo questo testo, rimasto quasi nascosto nella continua temperie di pregiudizi negativamente ideologici, approva il 9 dicembre 2016 un documento di analisi e riflessione su “Il confine italo-sloveno, un contributo storico-politico importante mirante a promuovere conoscenza riflessione e dialogo, come mette in evidenza Carlo Smuraglia, allora presidente nazionale, nella sua introduzione.
 

LE NOSTRE VOCI LIBERE
di Marcello Campisani


 
L'ignoranza è colpevole. L’azione è condizionata dall’informazione e l'immoralità dall'ignoranza. La telecrazia televisiva è indottrinamento di mera propaganda, infarcita di falsità e di ancor più insidiose mezze verità. L'opposizione è latitante. Sembra che non disponga più neppure di avvocati. O quanto meno sono scomparsi gli avvocati veri e sono rimasti gli avvocati bravi, capacissimi di votare Sì. Diversamente, il Governo al completo sarebbe, se non in galera, almeno sotto processo, per reati che vanno dall'alto tradimento (aver fatto sparire da ultimo - dopo averla azzoppata - la Corte dei conti, seppellendola sotto un Procuratore Generale, agli ordini del Governo, che può avocare e stoppare tutti i PM a lui sottoposti come tanti scolaretti) al concorso esterno in associazione mafiosa e contrattazioni in danno dello Stato. Magari avremmo potuto anche vedere Ilaria Salis patteggiare, in Italia, una veniale multa per i reati per i quali ha rischiato di crepare in Ungheria. Insomma, per decidere di esistere bisogna necessariamente saper spremere i succhi intimi del fenomenico mondo, ricavarne quell'anima che è prima e dopo il destino, la fonte di ogni cosa, come avrebbe detto P. P. Pasolini. Dietro gli asseritivi protagonisti della geo-politica c'è il vuoto, l'apeiron, o se volete tutta un'altra storia. Riguardiamo i mega ceffi com Trump, Milei & C. come se fossero il napoleonico spirito del mondo a cavallo di cui parlava Hegel, ma si tratta di un bluff, di un puro nulla, per di più sul piano inclinato delle stigmate di ogni fascismo, quali la superficialità e la faciloneria, foriere di ogni peggio. Non ce la caveremo, salvo che ci pensino le madri terribili le sole capaci di fare sul serio la rivoluzione, come quelle furie della carestia che il 6 ottobre del 1789 andarono a Versailles a prelevare la Corte, portarla a Parigi e indurre il re a ratificare la dichiarazione dei diritti dell'uomo. Al loro confronto, persino le emblematiche figure di Danton Marat e Robespierre appaiono dei meri frontman. Insomma, è indispensabile munirsi di asettiche fonti di informazione o quanto meno di parallele contro-informazioni. Rivolgersi cioè a voci non prezzolate, prive di padroni e di sussidi governativi. 



Il Blog Odissea, sul quale infliggo ogni mattina il mio quotidiano in rima, rappresenta un optimum da questo punto di vista, posto che risponde solo ai propri lettori, non riceve sovvenzioni statali e non accetta neppure pubblicità. Si regge unicamente sul contributo volontario dei lettori, cosa che caldamente raccomando, indicandone qui gli indirizzi, presso lo scrittore Angelo Gaccione che lo dirige. Potrete comunque leggerlo quotidianamente e gratuitamente sulla vostra posta elettronica cliccando su: www.libertariam.blogspot.it



Questi gli indirizzi per chi volesse contribuire:
Codice IBAN di Angelo Gaccione: IT86  K076  0101  6000  0006 8232 362. 
Conto corrente postale : 68232362 Angelo Gaccione via Passeroni 6 - 29135 Milano
Odissea” può essere letta liberamente tutte le mattine ed entrare direttamente in tutte le sue rubriche. Ecco il link per aprire digitare
www.libertariam.blogspot.it

 

SAN SATIRO
di Angelo Gaccione


 
N
on sono un esperto di agiografia e di santi me ne intendo poco. Ho qualche vaga conoscenza sul beato della mia città di cui porto due dei suoi nomi: i veri, perché in effetti era stato battezzato Luca Antonio. Il nome Angelo se lo era attribuito quando divenne frate cappuccino, e mia madre me lo appioppò come primo dei tre, perché con questo nome era universalmente noto urbi et orbi. Non mi è mai dispiaciuto questo nome, mia madre era devota a questo cappuccino perché incarnava uno status di povertà, anche se in casa nostra non c’era tutto questo fervore religioso, anzi. Tuttavia, è a lui che chiese la grazia quando mia sorella, oramai “licenziata” dai medici, era stata data per spacciata. Mi portò con sé, scalza, senza ombrelli sotto un temporale micidiale, ad impetrare la grazia bussando a decine e decine di porte per chiedere l’elemosina per il Beato, ed è un miracolo, vista la mia fragile costituzione, se ad andarmene da questo mondo prematuramente, non fossi stato anch’io assieme a mia sorella. Sopravvivemmo entrambi ed il Beato mi diventò simpatico. Molto tempo dopo fu canonizzato e lo fecero santo, ed io in più occasioni dissi che lo preferivo beato attirandomi sguardi torvi e qualche improperio. Non avendo dimestichezza con i santi, ignoravo che ce ne fosse uno dal nome Satiro. Sapevo di satiri dalla mitologia greca e latina, e di tutto quello che di sconcio e di esagerato gli attribuivano: persino la zooerastia. Nonostante il modo negativo e bestiale in cui il satiro veniva rappresentato, nonostante la nudità, la lascivia, la fama di violentatore e di fornicatore, restava pur sempre un suonatore di flauto, e la musica per me ha il potere di lenire ogni dolore. Tuttavia, con tutto quello che avevo letto su di loro, mai avrei immaginato che qualcuno potesse dare il nome di Satiro ad un figlio. “Sei un satiro!” apostrofiamo i lussuriosi e le persone dedite maniacalmente al piacere.

 


Un bel giorno, però, superai il cancello di una strana chiesa seminascosta lungo la pullulante via Torino, e mi infilai in quella che scoprii essere Santa Maria presso San Satiro. Esisteva un San Satiro, e ne rimasi sorpreso. Seppi che era stata dedicata al fratello maggiore del patrono di Milano, Ambrogio, che portava questo singolarissimo nome. Magari c’è anche seppellito, pensai, e chiesi lumi in merito. Invece appresi che è sepolto nella Basilica di Sant’Ambrogio, proprio accanto al celebre fratello e a un altro santo, San Vittore. 



Così, pare, avesse disposto Ambrogio, perché in vita era stato tanto aiutato da Satiro, nell’amministrazione della diocesi milanese.

 

giovedì 12 febbraio 2026

LA FRAGILITÀ DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
di Pierpaolo Calonaci


 
«Nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio,
guardiamo a come fermarne un altro che è in corso»
Laboratorio ebraico antirazzista
 
Nessuno ha il diritto di obbedire.
Hannah Arendt
 
Per commemorare la Giornata della Memoria, il Comune di Montespertoli, in provincia di Firenze, dove risiedo, ha scelto una modalità che, intellettualmente e umanamente, mi ha lasciato perplesso e sconcertato (per stare sotto le righe). Senza tante perifrasi, richiamo le parole che Tomaso Montanari ha usate nel suo discorso celebrativo della Giornata della Memoria presso l'Università per stranieri di Siena da lui magistralmente presieduta: “non citare la parola “Gaza” nelle cerimonie ufficiali di oggi significa tradire la memoria di quelle vittime e il senso stesso della Giornata della Memoria” .
 
La storia che il popolo ebraico ha subìto, e con lui tutte le “minoranze” (Rom, omosessuali, disabili, persone di pelle nera, testimoni di Geova e tutti coloro che erano bollati quali “diversi” e perciò assassinati dal totalitarismo nazifascista). Durante la commemorazione è stata sottolineata doverosamente che quella storia così drammatica non deve essere un oggetto da mettere sugli scaffali di un museo della memoria ma la memoria: denominatore comune di storia e storiografia che devono assolvere, oggi più che mai, il compito di strumento di conoscenza affinché quello a cui essi furono sottoposti, e che li cancellò, non si ripeta: Mai più. Sebbene un inciso s'imponga: ogni anno in occasione di questa ricorrenza, tornano a risuonare quelle parole, con il loro portato storico, conoscitivo, assiologico e ontologico. È un gran bene! Ma rimane qualcosa che mi desta disagio e preoccupazione; come se il loro contenuto civico non fosse ancora e nonostante tutto, entrato a fare parte del DNA della coscienza di ciascuno. Altrimenti i fascisti al governo, i loro discorsi sulla superiorità della razza bianca, il sovranismo con i suoi nazionalismi ancora dappertutto riemergenti, dove attingerebbero forza e consenso? E qui sta uno dei parossismi più sconcertanti sul piano logico e storico: la destra attuale è diventata il riferimento della maggioranza dei rappresentanti istituzionali della Comunità ebraica.


 
Il punto dolente (molto dolente) sono le proprietà che costituiscono quel Mai più secondo quello che si è svolto a Montespertoli.
Quel Mai più è stato riservato ad un popolo soltanto. Quella Giornata della Memoria racconta un'idea di storia che risponde appieno alla locuzione ne quid repubblica detrimenti capiat: nemica acerrima del materialismo storico quale indagine sulle condizioni di produzione dei rapporti sociali dominanti bensì funzionale ai requisiti di normalizzazione del sapere storico - quando ai suoi occhi scientifici la realtà mostra chiaramente che eventi drammatici per la vita umana si stanno perpetuando. Affermare Mai più e poi tacere sul presente tragico di un genocidio in corso, è rifugiarsi dietro al dito dell'indifferenza. Da qui, è questo il nocciolo, giungere a compiere il passo (molto preoccupante) di un concetto di Olocausto ad uso esclusivo di un solo popolo, il gesto è breve. Possiamo appellarci a Gramsci, quando rammenta che occorre dubitare recisamente e demistificare l'identificazione tra storia e la funzione sociale che l'ordine dominante via via le assegna, in quanto la storia viene deformata e usata solo per rapporti di forza organici ad ogni regime culturale dominante, storicamente determinato.



Quindi, se ho visto bene, la curvatura cui è stata sottoposta la Giornata della Memoria ha ottenuto l'effetto di commemorare lo sterminio degli ebrei usando solo un lato della storia, quello retroattivo. Ossia, non ha messo in collegamento ciò che a loro è accaduto con quanto sta oggi accadendo ai palestinesi. Questa metodologia tradisce, secondo me, un'impostazione tanto valida nell' avere documentato lo sterminio sistematico degli ebrei ma non si accorge (?) che vi rimane costretta, scivolando nel classico cul de sac; così il metodo storico si scinde al suo interno. E piega la storia agli interessi della politica. Questo non è da derubricare quale errore o svista. Questo non volere vedere l'attualità drammaticissima della condizione palestinese (e pure quella della maggioranza del popolo israeliano che sostiene avidamente il Sionismo ebraico) è configurabile quale normalizzazione della storia. In particolare, per lo scopo di queste righe, la normalizzazione del genocidio palestinese. Cioè, la sua negazione.



La normalizzazione è un processo storico che la storia avrebbe, primus inter pares, in virtù della sua epistemologia, invece compito di svelare. Quando i fatti sociali, con il loro portato politico e economico, impattano così tragicamente sulla condizione umana tanto da annientarla, la storia non può e non deve trasformarsi in quello stesso strumento che combatte (la normalità e la normalizzazione). Normalità e storia devono confliggere in un'aporia radicale che mai deve venire meno. Se ciò non accade, la loro identificazione è talmente esiziale da costituire uno dei fattori del funzionamento della legittimazione dei regimi, da quelli totalitari a quelli (ahimè) democratici. Dove le contraddizioni sociali, nelle svariate forme, sono attentamente neutralizzate (normalizzate e naturalizzate), ossia nascoste e negate. Lo stato di guerra permanente che oggi viviamo, senza che ce ne accorgiamo o preoccupiamo (non per tutti) è un lampante esempio di normalizzazione della quotidianità. C'è da rilevare che ogni normalizzazione della realtà umana e della sua storia di oppressione o di annientamento non può fare a meno di una autorità normativa, che non è quella, in questo contesto, del diritto ma quella di un dato ordine sociale e politico. Siccome l’autorità normativa ha buon gioco ad inserirsi come medium tra ogni regolarità surrettiziamente creata, presentandosi come potere che definisce cosa sia buono e cattivo, cosa credere e cosa no, cosa dire e cosa tacere, nasce il dubbio che nell’identificazione tra normalità e storia venga dissimulata propriamente la possibilità di capire chiaramente quelle condizioni di riproduzione del terrore finalizzato al genocidio palestinese. Tutto ciò non è altro che strumentalizzare la memoria.



Cui prodest l'utilità e la necessità della memoria, quando rischia di essere ridotta a storia normalizzata? Con la minaccia reale, in maniera speculare, di rinchiudere la memoria dell'Olocausto ad un'idea di passato, col quale noi Europei vorremmo aver chiuso in modo da aver così risarcito, definitivamente, il popolo ebraico della nostra complicità col regime nazifascista che li annientò. Con questo tortuoso e oscuro procedimento si rischia di fossilizzare, inoltre, il senso morale, la portata educativa, il valore civico di crescita spirituale e umana che storia e memoria intrinsecamente portano. Sono questi i risvolti morali che ci attendiamo dalla Giornata della Memoria? Questo non è altro che strumentalizzare la memoria.
Eppure i corpi dei palestinesi trucidati da molti decenni sono sotto gli occhi di tutti. Le loro biografie (e i loro sudari, ci ricorda la storica Paola Caridi) parlano chiaro. Noi occidentali quei sudari sub specie aeternitatis di lenzuoli li abbiamo appesi alle finestre per non rimanere irretiti in una storia e in una memoria temporalmente limitate. E cieca. Mentre l'indicibile lega il terrore sistematico di allora a quello che oggi stermina i palestinesi. Forse che le sofferenze dei palestinesi sono diverse? In cosa lo sono e per chi lo sono?



 
Davvero l'Occidente crede di avere l'unica parola con cui raccontare la storia?
 
A Montespertoli è andato in onda un modo molto parziale, per nulla universale e poco umano di fare memoria. Come ho descritto, una storia dimidiata. Davanti alla quale esprimo il mio dissenso; dico di no davanti alla sua pretesa metodologica di dire solo una parte di verità storica, sancendo la scissione inequivocabile del passato col presente. In particolare, oggi - che è entrato in vigore l'ennesimo dispositivo di repressione del dissenso anche, e non solo, per la questione israelo-palestinese (dove la legge tutela la sinonima antisionismo = antisemitismo, punendo chi la contraddice) occorre prendersi la responsabilità etica di criticare il Sionismo. E soprattutto assicurarsi che questa critica sia dialettica, relazionale ossia razionale, un movimento teorico della cultura, uno stimolo, un invito sempre aperto a quanti vogliano sedersi per confrontarsi, senza acredine. Il conflitto è l'anima del Logos, ricorda Eraclito. L'epoca moderna, e forse anche prima di questa, associa il conflitto al fare guerra, falcidiando l'essenza stessa della critica.
 

 

 

 

 

 

 

UCRAINI & NO
di Marcello Campisano


 

Non nella NATO, manco nell'Unione,
a loro non ci legano trattati,
lo vieta pure la Costituzione,
ma gli Ucraini lei li vuole armati,
 
sia pure dissanguando la Nazione,
risparmiando sugli handicappati,
rimandando l'età della pensione,
senza medici, senza magistrati,
 
con valanghe di tasse e carognate
(però escludendone gli abbienti,
gravandone le classi disagiate)
arricchendo tutti i suoi parenti.
 
La sua sola virtù, tutto l'ingegno
è far passar lo smacco per guadagno,
con una falsità senza ritegno,
qual moneta coniata nello stagno.
 
Mentre in alto fa volar gli stracci
esibisce un suo servil trumpismo,
avendo da imparare da Vannacci
una qualche idea di patriottismo.
 
 

 

 

 

 

REFERENDUM
Elena Basile scrive a Luigi Mazzella.


 
Caro Luigi
 
Mio padre era un Pubblico Ministero. Non si è mai sentito strumento dell’accusa. Ha respinto tutte le influenze politiche. Ha lavorato in buona fede per scoprire la verità e molte volte ha chiesto l’assoluzione dell’imputato. Mettere il PM su un piano diverso dall’avvocato significa appunto riconoscere ai magistrati un ruolo diverso dalla difesa pagata dal privato, un ruolo che tutela anche il cittadino povero che non può permettersi un grande avvocato. Ecco credo che i sostenitori del Sì non abbiano chiaro questo aspetto.
 
Un abbraccio. 
Elena 
 

Il GUAZZABUGLIO REFERENDARIO   
di Luigi Mazzella


 

Se ci riesco, provo ad illustrare in maniera “facile-facile” il problema della riforma Nordio (impropriamente detto della giustizia) che sinora ha fatto registrare “svarioni” (giuridici e non) del tutto imprevisti e imprevedibili e creato un guazzabuglio inestricabile di opinioni. Devo fare una premessa: Viviamo in una parte di mondo che pure avendo coltivato l’assolutismo più pieno (sia religioso: i tre monoteismi mediorientali; sia ideologico: fascismo e comunismo) si è sforzato di eliminare dagli ordinamenti degli Stati che lo compongono il suo naturale corollario: quello dell’autoritarismo (chi crede in un’idea che, a suo giudizio, è l’unica vera, cerca di imporla agli altri autoritativamente, anche con la forza). In altre parole, l’Occidente - proponendosi di adeguarsi a principi di democrazia (governo del demos, cioè, del popolo) mutuati dalla civiltà precedentemente in esso maturata - quella greca - ha limitato solo in alcuni settori - come quello del “giudicare” - il ricorso all’autocrazia. Si è detto: giudici che decidono ed emettono sentenze inevitabilmente non devono essere soggetti o “rispondere:” a nessuno. Occorre una deroga alla norma democratica secondo cui il potere massimo spetta al popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti (facenti parte del Parlamento) i quali devono, quindi, sempre dire, su ogni evento o fatto, l’ultima parola. L’osservazione era più che ragionevole: chi giudicava non doveva dar conto del proprio operato a nessuno se non a giudici di grado superiore (ultimo: Corte Suprema di Cassazione). Ciò che avveniva per il potere Esecutivo non poteva avvenire per i giudizi dei Magistrati addetti a determinare quale sia il diritto da applicare in casi concreti. Il fascismo, che sull’autoritarismo aveva eretto tutta la sua dottrina dello Stato, nel suointento “inquisitorio” tipico di tutti gli assolutismi (la Santa Inquisizione della chiesa Cattolica ne era stato un esempio) pensò bene di unificare in una sola carriera giudici e pubblici inquisitori, dando a entrambi il potere autocratico di rispondere solo alla legge (osservandola, secondo il loro esclusivo giudizio) e a nessuna altra autorità. La Costituzione della Repubblica italiana, pur nata dall’antifascismo, mantenne e rafforzò questa idea fascista, inserendo nell’ordine giurisdizionale (che a stretto rigore doveva essere solo quello di chi ius dicit (giurisdizionale deriva da iurisdictio) ritenendo che chi richiedeva, proponeva e forniva le prove per ottenere sentenze di condanna dei giudici poteva ritenersi a buon diritto anch’egli “autocratico” (e non sottoponibile ad alcun controllo democratico) così come chi giudica. In altre parole, il pubblico ministero non doveva rispondere, pure essendo unsemplice impiegato dello Stato, inquadrato organicamente in un Ministero, del proprio operato a nessuna autorità superiore (segnatamente al suo Ministro e in ultima istanza al Parlamento, espressione del potere del demos cui lo stesso Ministro doveva dare conto circa l’attività dei propri sottoposti). La situazione era apparsa aberrante negli anni Ottanta ed era stata denunciata sulla stampa di partito (socialista: Mondoperaio), anche per il sospetto di un uso politico dell’Accusa nel processo derivato dal “caso Montesi”. Nulla era avvenuto, però, e Tangentopoli e Mani pulite avevano segnato il trionfo dei Pubblici Ministeri, id est della Pubblica Inquisizione repubblicana per l’indirizzo da dare alla politica italiana.



 
Ora veniamo alla riforma Nordio e ricordiamo un vecchio detto popolare, tratto dal titolo di una commedia di Giacosa: “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quella che lascia ma non sa quella che trova”. E cosi i fascisti di oggi per salvare qualcosa dell’invenzione dei fascisti di ieri hanno escluso la regola vigente in  tutte le cosiddette “democrazie liberali” dell’Occidente: la dipendenza degli impiegati pubblici incaricati dal governo del Paese di condurre l’accusa pubblica comporta il dovere del Ministro della Giustizia di “rispondere” dinanzi  al Parlamento di tutte le eventuali malefatte dei suoi “avvocati dell’accusa” (come il Presidente del Consiglio risponde dinanzi al Parlamento di quelle di altri suoi avvocati - detti “avvocati dello Stato” - che operano in campo civile e amministrativo. Che cosa hanno fatto, invece, i nostri governanti? Hanno previsto un CSM per i pubblici Ministeri che sta provocando litigi e discussioni a non finire e la cui composizione - quale che sarà - non impedirà che il Parlamento continuerà ad essere tenuto all’oscuro di malefatte destinate spesso a turbare proprio la vita politica della Nazione. 
Domanda: “Nascondere” la responsabilità per eventuali e palesi malefatte di un pubblico Ministero ai danni di uno o più cittadini dietro il paravento di una collegialità, di per sé irresponsabile per i suoi giudizi di condanna come di assoluzione, è favorevole all’autonomia e all’indipendenza dell’accusatore di Stato o costituisce la salvaguardia per Ministri facinorosi che in proprio o per commissione proveniente dall’ estero potrebbero in ipotesi ordinare a un proprio dipendente ministeriale (qual è il PM) di dare fastidio a probi cittadini con avvisi di garanzia infondati?
Conclusione: Votare Sì è meglio che niente, ma non è tutto quello che ci si poteva aspettare da una vera riforma della giustizia! Ma essere governati da irrazionalisti (neo-fascisti o filo) cui si oppongono altri irrazionalisti scalmanati (come gli ex comunisti) o finti moderati (come gli ex democristiani, fedeli e timorati o liberali idealisti e quindi sensibili all’assolutismo) non è un destino felice! Certo in altri luoghi dell’Occidente e del connesso Medio Oriente è anche peggio! E, non a caso, la saggezza napoletana insegna ad auspicare solo che il peggio non venga mai!

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