UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 23 giugno 2026

STARMER ADDIO
di Angelo Gaccione



U
n altro guerrafondaio, il primo ministro inglese Keir Starmer, che solo per un abuso linguistico viene definito di “sinistra”, è stato costretto alle dimissioni. Purtroppo non si vuole imparare una verità banale e incontrovertibile: tutti i guerrafondai, sotto qualunque sigla, partito, bandiera si nascondono, anche se vengono definiti democratici, o tali ci illudiamo che essi siano, non sono altro che una variante della destra. Nei fatti ne incarnano la mentalità e il loro agire politico non può avere nulla a che fare con gli interessi delle classi popolari e lavoratrici, con i ceti medi impoveriti, con la stragrande maggioranza delle donne, con i difensori del patrimonio culturale ed ambientale. Ed infatti, appena vanno al governo, continuano la politica antipopolare delle destre: massacrano i ceti popolari e produttivi, non toccano i grandi patrimoni e le immense scandalose ricchezze, ma trovano in un batter d’occhi l’immensa scandalosa criminale quantità di denaro da impiegare in spesa militare, armi, mantenimento di quell’apparato di morte criminale chiamata Alleanza Militare (NATO) che quella ricchezza divora. I democratici di casa nostra, che dei democratici criminali di guerra americani non hanno imparato nulla, continuano anche loro, come se niente fosse, su questa strada che li porterà nell’abisso. Si candidano per battere la destra di Meloni, ma non ci dicono dove troveranno le immense risorse che occorrono per una sanità pubblica allo sfascio, per una messa in sicurezza di un territorio che sta lentamente collassando, per sistemare il patrimonio di edilizia scolastica che è un colabrodo, il sistema dei trasporti sempre più obsoleto, aumentare i salari e le pensioni da fame, ridurre le ore di lavoro per allargare la base produttiva, far calare gli affitti nelle grandi città, impedire che scappino all’estero centinaia di migliaia di giovani ogni anno, convincere le nuove coppie a mettere al mondo almeno un figlio… Se fossero davvero di sinistra, se fossero davvero democratici, se avessero davvero a cuore il loro Paese, direbbero quello che per una persona di sinistra è una banale ovvietà: “basta con armi, guerra e spesa militare. Da questo momento non spenderemo un centesimo per tutto ciò che viene spacciato per difesa perché con le armi di distruzione di massa non esiste alcuna difesa: esistono solo morte, distruzioni e farabutti che sulla morte e le distruzioni si arricchiscono. Spenderemo solo per la spesa sociale, culturale e ambientale. Non daremo più un centesimo per la guerra in Ucraina, non manderemo una sola arma italiana in giro per il mondo ad alimentare guerre, anzi, convertiremo l’industria di guerra per produrre beni utili alla collettività e metteremo la diplomazia al primo posto come prescrive la Costituzione. Impiegheremo parti consistenti di Esercito, Aviazione e Marina per la difesa dell’ambiente, per la protezione civile, per la sicurezza interna, per contrastare l’evasione fiscale, le mafie, la delinquenza organizzata che le nuove tecnologie hanno reso insidiose e pervasive. E se vinceremo le elezioni, come primo atto trasformeremo il Ministero della Difesa in Ministero per la Pace con sede ad Assisi, città mondiale della Pace”. Non lo faranno: non sentiremo da loro queste parole, ed allora è meglio che non illudano gli elettori e lascino schifosamente sgovernare le destre facendo da stampella, come hanno fatto finora in Italia e al Parlamento Europeo, alle loro politiche guerrafondaie. Noi ce ne staremo a casa perché mettere una scheda nell’urna per continuare le politiche guerrafondaie e antipopolari non ne abbiamo proprio voglia.    

MEGLIO UNA ZUCCA CHE UNA BOMBA   


Gianluca Rossetti

Ciao Angelo, sperando che possa essere di qualche interesse, sottopongo alla tua attenzione una breve lettera di scuse che ho di recente inviato ai due maggiori quotidiani sardi. Mi piacerebbe poi incontrati per parlare di pacifismo e disarmo, quando avrai voglia e tempo. Grazie, Gianluca. 
 
*
Il pacifista e disarmista Gianluca Rossetti, a distanza di oltre quarant’anni, chiede pubblicamente scusa al popolo sardo e all’Italia intera, per avere da giovane, tramite il servizio militare, contribuito ai danni verso la nostra meravigliosa isola. Un gesto prezioso ed ammirevole. Oggi Gianluca è molto attivo nelle iniziative contro la guerra e presente assiduamente ai sit-in in Piazza del Duomo a Milano contro il massacro dei palestinesi.
 


Alle cittadine e ai cittadini della Sardegna, e dell’Italia intera. Sono un 63enne desideroso di fare ammenda. Ho svolto il servizio militare di leva nel 1983, in un reparto di artiglieria, partecipando a diverse esercitazioni di tiro nei poligoni militari di Capo Teulada (CA), Monteromano (VT) e Meduna Cellina (UD). A quel tempo non avevo ancora maturato alcuna consapevolezza riguardo le implicazioni etiche e ambientali che comporta il prestare servizio nell’esercito e provocare esplosioni di ordigni (nel mio caso un centinaio di granate da 155 mm) e purtroppo non avevo preso nemmeno in considerazione l’obiezione di coscienza e il servizio civile come alternative alla leva obbligatoria. Ora, alla soglia della senescenza, e orientato verso ideali di pace e di tutela dell’ambiente, provo un senso di rammarico e vergogna per le azioni da me compiute in quel lontano 1983. Desidero quindi chiedere scusa al popolo pacifista ed ecologista della Sardegna, e a tutto il popolo italiano, per aver contribuito al gravissimo e nefasto inquinamento di quel meraviglioso angolo di Sardegna che è Capo Teulada, nonché delle altre zone del nostro Paese destinate a svolgere la funzione di poligono militare.

Gianluca Rossetti - Trezzano sul Naviglio - Milano

 

“NUOVO SLANCIO” PER L’ALLARGAMENTO?
di Gianmarco Pisa


Foto di Elke Wetzig
 
Il documento “Nuovo slancio per l’allargamento” è uno dei classici non-paper, documenti informali redatti dai governi più influenti dell’Ue per orientare la strategia europea sui dossier più importanti. In questo caso, il documento, elaborato da Francia e Germania, propone un nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai Paesi candidati di integrarsi gradualmente e in forma asimmetrica, a “geometria variabile”, nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico prima di diventarne membri a pieno titolo. Redatto in vista del vertice Ue-Balcani di Tivat, in Montenegro, il 5 giugno, il non-paper sostiene che la politica di allargamento necessiti di “nuovo slancio” e auspica un processo di adesione che suppone essere più efficiente, in quanto incentrato sulle “riforme” piuttosto che sulle “procedure”.
“L’obiettivo comune è che l’Unione diventi veramente europea”, recita il testo, con la valutazione che l’attuale metodologia debba essere modificata (“ottimizzata”) per consentire “un’integrazione più rapida ed efficace nell’Ue, basata sui criteri di Copenaghen”. Il Trattato sull’Unione europea, infatti, stabilisce le condizioni (art. 49) e i principi (art. 6) a cui deve conformarsi qualsiasi Paese che desideri diventare membro della Ue. Questi criteri («criteri di Copenaghen») sono stati definiti dal Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993: a) stabilità delle istituzioni atta a garantire democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze; b) economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alla pressione competitiva e alle forze di mercato all’interno dell’Ue; c) capacità di assumere gli obblighi derivanti dalla adesione, compresa la capacità di attuare le norme, gli standard e le politiche che costituiscono il corpo del diritto comune della Ue (l’“acquis comunitario”) e l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.



Al netto, dunque, della retorica circa l’Ue come spazio di “democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze”, il testo propone una strategia di preparazione all’adesione che contiene un insieme di “strumenti ed elementi costitutivi” pensati per avvicinare i Paesi candidati attraverso una integrazione, al tempo stesso, più strutturata e più graduale, fornendo incentivi alle riforme. “Questi elementi costitutivi devono basarsi sui progressi compiuti nel processo di adesione e devono essere reversibili in caso di arretramento da parte del Paese candidato nel processo di riforma e in relazione ai valori e ai principi fondamentali dell’Unione Europea. L’obiettivo della piena adesione rimane invariato; l’intenzione non è quella di sostituire la piena adesione alla Ue, né di prolungarne il percorso, ma al contrario di creare incentivi che promuovano un progresso più rapido”.
L’elemento centrale è dunque lo sviluppo di una strategia di preparazione all’adesione, basata sull’integrazione graduale, che comporti anche forme di partecipazione “parziale” all’Ue, sottoponendo i Paesi candidati ad una sorta di “stress test” delle condizioni di adesione: avanzare o arretrare a seconda che il Paese candidato aderisca pienamente o meno alle “riforme” e ai “valori e principi” dell’Ue. Secondo il testo, i Paesi candidati avranno accesso a vantaggi man mano che progrediranno nei negoziati, ma questi vantaggi potranno essere revocati in caso di arretramento sulle “riforme” e i “valori e principi” dell’Ue.
Tra le misure vi è la possibilità per i Paesi candidati di ottenere un accesso privilegiato al mercato unico e legami più stretti con le istituzioni europee, incluso lo status di “osservatore” alle riunioni dell’Ue. Le proposte includono riunioni periodiche con la Commissione europea, una cooperazione parlamentare più frequente e la partecipazione a discussioni separate del Consiglio europeo e del Consiglio dell’Ue. I Paesi candidati che avranno completato i negoziati potranno partecipare alle riunioni del Consiglio quali “osservatori”.



Il documento prevede anche la partecipazione ad alcune riunioni del Consiglio Affari Esteri per gli Stati che chiudono il capitolo relativo alla politica estera e di sicurezza e difesa; propone inoltre di ampliare la cooperazione nel campo stesso della difesa, compresa la partecipazione ai progetti Pesco, la cooperazione rafforzata con Frontex e l’integrazione nei meccanismi di sicurezza informatica. Ulteriore proposta riguarda la partecipazione al mercato unico nell’ambito del “modello SEE+” per i Paesi che adottano la legislazione comune e completano i relativi negoziati. Tali misure potranno applicarsi, ad esempio, ai Paesi candidati dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia) e alla Moldavia e saranno basate “sul merito”, cioè in funzione dei progressi compiuti nelle riforme e negli standard comunitari.
In base al non-paper, l’obiettivo è fondamentalmente uno: superare lo stallo, che sembra configurare un vero e proprio fallimento strategico, nel processo di allargamento dell’Unione Europea (il processo di allargamento è fermo da tredici anni, l’ultimo Paese ad aver aderito all’Ue è la Croazia, nell’ormai lontano 2013, ma intanto è uscita la Gran Bretagna, nel 2020), anche introducendo asimmetrie e meccanismi di partecipazione “a geometria variabile”.
Il meccanismo riproduce, per alcuni aspetti, lo schema, previsto dai Trattati, della cooperazione rafforzata, che permette ad almeno nove Stati una maggiore integrazione in ambiti specifici anche senza la partecipazione degli altri Stati membri e senza l’unanimità in ambito Ue. Difficile prevedere gli esiti di questo (e altri) non-paper: opportunità per rilanciare e ridefinire il ruolo dell’Ue o segnali della crisi istituzionale e politica che l’Unione sta attraversando?

MILANO ARTE MUSICA
Il Festival Internazionale di Musica Antica prende il via.


 

Mercoledì 1° luglio alle 20.30, il prestigioso ensemble Accademia Bizantina, ospite tra i più acclamati della storia del festival, eseguirà le quattro Suites per Orchestra di Johann Sebastian Bach in un palcoscenico d’eccezione, l’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo. L’appuntamento sarà introdotto e approfondito nel corso dell’omonima conferenza, in programma martedì 30 giugno alle 18.00 a MaMu - Magazzino Musica, condotta dal Prof. Raffaele Mellace, musicologo e consulente scientifico del Teatro alla Scala nonché storico collaboratore del festival.



Programma
Johann Sebastian Bach
(1685 - 1750)
Suite n° 4 in Re maggiore BWV 1069
Ouverture - Bourrée I e II - Gavotta - Minuetto I e II - Réjouissance
Suite n° 1 in Do maggiore BWV 1066
Ouverture - Corrente - Gavotta I e II - Furlana Minuetto I e II - Bourrée I e II - Passepied I e II
Suite n° 2 in Si minore BWV 1067
Ouverture - Rondò - Sarabanda - Bourrée I e II - Polonaise e Double - Minuetto - Badinerie
Suite n° 3 in Re maggiore BWV 10684
Ouverture - Aria - Gavotta I e II - Bourrée - Giga
 
Biglietti:

Concerto inaugurale del 1° luglio
Intero: 30 euro
Ridotto: 15 euro

Punti vendita:
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto. Online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale (via Vincenzo Bellini, 2)
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00. È gradito il pagamento elettronico. Si consiglia vivamente l’acquisto in prevendita.
 
Organico
violino e direzione Alessandro Tampieri
violini I Sara Meloni, Maria Grokhotova, Lavinia Soncini
violini II Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Heriberto Delgado
alti Darya Filippenko, Nicola Sangaletti
violoncelli Angela Lobato Del Castillo, Paolo Ballanti
violone Nicola Dal Maso
flauto traverso Marco Brolli
oboe I Elisabeth Baumer
oboe II Gioacchino Comparetto
oboe III Rei Ishizaka
fagotto Alessandro Nasello
tromba I Simone Amelli
tromba II Manolo Nardi
tromba III Marcello Trinchero
timpani Danilo Grassi
clavicembalo Nicola Procaccini
violini I Sara Meloni, Maria Grokhotova, Lavinia Soncini
violini II Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Heriberto Delgado
alti Darya Filippenko, Nicola Sangaletti
violoncelli Angela Lobato Del Castillo, Paolo Ballanti
violone Nicola Dal Maso
flauto traverso Marco Brolli
oboe I Elisabeth Baumer
oboe II Gioacchino Comparetto
oboe III Rei Ishizaka
fagotto Alessandro Nasello
tromba I Simone Amelli
tromba II Manolo Nardi
tromba III Marcello Trinchero
timpani Danilo Grassi
clavicembalo Nicola Procaccini


 
Alessandro Tambieri
Violinista, violista, ma anche sporadicamente chitarrista e liutista al basso continuo, ha iniziato gli studi musicali nella propria città natale, Ravenna, entrando a far parte giovanissimo di Accademia Bizantina. Ha poi svolto attività concertistica come solista, camerista, in orchestra sinfonica e d’opera (Filarmonica e Teatro alla Scala) dedicandosi a tutto il repertorio, con un particolare riguardo alla musica contemporanea e stringendo collaborazioni con Luciano Berio e Azio Corghi.
L’identificazione nel linguaggio musicale sei-settecentesco e una spiccata attitudine all’improvvisazione, lo hanno poi portato a dedicarsi prevalentemente a tale repertorio come violinista. Ha collaborato e collabora con Il Giardino Armonico, Divino Sospiro (Lisbona), Academia Montis Regalis, L’Arpeggiata, Artaserse (Philippe Jaroussky), Imaginarium e Suonar Parlante. Si esibisce regolarmente nelle più prestigiose stagioni e festival di musica antica europei e americani. Ha effettuato registrazioni per Teldec, Decca, Naive, Harmonia Mundi, Hyperion, Virgin e per le principali radio europee e nordamericane. Insegna al Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro. Suona un violino costruito nel 2014 da Marco Minnozzi. Le registrazioni dei concerti per viola d’amore e per archi di Vivaldi e dei Concerti per violino VII “Per Il Castello” sempre di Vivaldi, con Accademia Bizantina e Ottavio Dantone, su etichetta Naïve, hanno ricevuto un’accoglienza molto calorosa sia dalla critica specializzata che dal pubblico.
Dal 2011 è Concertmaster di Accademia Bizantina di cui, assieme a Ottavio Dantone, ne cura la direzione artistica.

 
Accademia Bizantina
Accademia Bizantina (AB) nasce a Ravenna nel 1984.
La musica di Accademia parte dall’origine (“AB”), dalle regole del linguaggio stilistico barocco: le indaga senza aggiungere, eliminare o trasformare, affidandosi ai suoni di strumenti antichi. Questo distintivo metodo interpretativo ha avuto inizio con l’arrivo in AB, nel 1996, del suo direttore Ottavio Dantone, profondo conoscitore dei codici espressivi barocchi. Il suo sistema, forgiato dall’esperienza e da uno studio filologico costante, ha permesso ad AB di diventare un’orchestra pronta ad accostarsi con consapevole onestà a qualsiasi repertorio. Poter restituire al pubblico l’intenzione autentica del compositore è un valore inestimabile che è valso ad AB riconoscimenti e collaborazioni nazionali e internazionali. Ogni esecuzione di Accademia Bizantina, che dal 2011 può contare anche sul carismatico concertmaster Alessandro Tampieri, è un inaspettato viaggio nel tempo, un inimitabile equilibrio tra tecnica, abilità, rigore, cultura interpretativa, intuito e accuratezza stilistica. Dal 2013 Accademia Bizantina può chiamare casa la cittadina di Bagnacavallo (RA), che ospita la sede operativa dell’orchestra e il cui Teatro Goldoni è luogo di numerose registrazioni ed eventi. Accademia Bizantina ha inciso per Decca, Harmonia Mundi, Deutsche Grammophon, Naïve, Alpha, Onyx, HDB Sonus. Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti come il Diapason d’Or, Midem, Choc di Classica, Opus Klassik, Grammy Music Award, Premio Abbiati della critica e Gramophone Awards. Particolarmente significative le collaborazioni intraprese con i violinisti Viktoria Mullova e Giuliano Carmignola, il controtenore Andreas Scholl e la contralto Delphine Galou. Nell’anno 2021 si è classificata prima orchestra in Europa e seconda al mondo ai Gramophone Awards. Dal 2024 è orchestra in residenza all’Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, dove prosegue e approfondisce la sua esplorazione del repertorio barocco. Accademia Bizantina ha suonato nei più prestigiosi Teatri e Festival del mondo quali: Carnegie Hall e Lincoln Center (New York), Wigmore Hall e Barbican Centre (Londra), Théâtre des Champs Elysées (Parigi) e Opéra Royal (Versailles); Concertgebouw (Amsterdam), Bozar (Bruxelles), Pierre Boulez Saal / Staatsoper (Berlino), Kölner Philharmonie, Elbphilharmonie Hamburg, NCPA Pechino, Shanghai Concert Hall, Walt Disney Hall (Los Angeles), Theater an der Wien (Vienna), CNDM Madrid e Auditorium Parco della Musica di Roma.

ROMA. FESTA DELLA LETTURA
Flaiano a Teatro





lunedì 22 giugno 2026

SULLA POESIA CIVILE
di Eros Barone


Eros Barone
 
Partirei da quella che è la domanda più indecifrabile che un critico letterario possa formulare: che cos’è la poesia? Qualcuno – un poeta tra i maggiori della seconda metà del Novecento – ha fornito una risposta che è molto chiara nella sua semplicità: la poesia è progetto di sé e del mondo, ossia programma di resistenza alla morte. Senza questa continua spinta al confronto con la soglia dell’essere, non c’è né può esserci poesia. Tuttavia essa non si esaurisce nella semplice riflessione sul confine (poiché altrimenti il dato consolatorio prevarrebbe), e anzi deve farsi carico più radicalmente della sfida al limite, deve incarnare un disegno finalizzato a intuire una trama etico-civile nell’ordine caotico dell’esistente. A questo assioma aggiungerei un altro fondamentale assioma: poiché tutto è politica (anche se la politica non è tutto), non vi è poesia che non sia, perlomeno in sede di interpretazione critica, anche poesia civile, mentre la poesia civile in forma esplicita, per così dire esiodea, corre sempre il rischio della non-poesia. In ogni caso, se oggi vi è la necessità di trasformare la letteratura in prassi, allontanandola dall’intrattenimento e accentuandone la dimensione didattica e pedagogica, il rischio va corso e i poeti non possono limitarsi, nemmeno “per voto”, ad “appendere le loro cetre ai salici”. La congiuntura nazionale e internazionale che stiamo vivendo e soffrendo ci impone semmai di spostare in avanti l’orizzonte del confronto, rivolgendoci prevalentemente ai giovani e a coloro che verranno. Emerge allora il dovere etico sottostante al lavoro letterario: un dovere che si incarna nel principio erasmiano secondo cui lectio transit in mores. Si tratta, in altri termini, di ripartire da una definizione di civiltà che nasce di fronte a scelte sempre più nette, quando si deve uscire da Troia portando o il padre, o il bambino, o tutti e due, mentre qualcosa dovrà di necessità venir perduto. La congiuntura attuale richiede quindi l’intervento di un intellettuale simile ad Enea, che tenti di connettere passato e futuro, sapendo bene che nel presente c’è tanta ruina, sapendo che non appartiene al presente la verità. Da parte sua, il critico non può chiudersi, ipocriticamente, nella fortezza dell’iper-specialismo, ma deve avere la capacità di articolare giudizi di valore e di elaborare un progetto a tutto tondo, che è quanto dire dotato di carica etica, politica ed estetica. Del resto, il presupposto fondante della poesia civile è che il linguaggio poetico non si concluda in sé stesso ma sia teso alla liberazione del lettore, al superamento dello stato di cose esistente: che abbia dunque un forte potere contestativo su cui tanto più occorrerà insistere in una fase dominata dai linguaggi manipolatori della comunicazione di massa, dalla vanificazione dei significati e dal dominio di una società che va incontro a una vera e propria «liquidazione della letteratura».


Edoardo Sanguineti

Come Edoardo Sanguineti ha spesso ribadito, formulando una sorta di “degnità”, a parer mio, inoppugnabile, «ogni linguaggio…è un’ideologia, un pensiero che si fa verbo, un sistema di classificazioni e di progettazioni che si incarna nella concreta comunicazione simbolica» [1]. È questa degnità, è questa verità basilare che i detentori del potere culturale ufficiale si sono costantemente impegnati a negare anche in Italia. Separare la “poesia” dalle idee, la “magia” dell’espressione dalla sua stessa ‘Weltanschauung’, ha sempre costituito la tecnica privilegiata per normalizzare la poesia in generale e proscrivere la poesia civile in particolare. La dialettica dei distinti è sempre stata il toccasana per neutralizzare i rischi di una seria dialettica degli opposti, anche nelle cose della letteratura, anche in quella sorta di club per ‘happy few’ che è la poesia. Riproponendo non implicitamente ma ‘ex professo’ l’ineludibile e indissolubile rapporto tra il linguaggio e l’ideologia, la poesia civile è allora la voce che ricorda come la realtà storico-sociale – che non è l’impero dei segni ma piuttosto il segno degli imperi – stia all’origine del testo poetico, che a sua volta vi apre la propria strada. In tale prospettiva il contesto, dunque, non solo non è irrilevante, ma è segno che si incastona nel testo modificandone la natura, poiché la letteratura vive in un continuo porre una meta che la oltrepassa. Ed è proprio in questo slittamento dall’impero dei segni al segno degli imperi che sta la cifra di quel significato transitivo della scrittura che si può definire come la “destinazione esplicitamente estramurale” della poesia civile. Se d’altronde, a partire da un certo momento storico, la poesia sembra essersi trasmutata da un “genere letterario” in una varietà psicoterapeutica, spetta proprio alla poesia civile il compito di riaffermare che la poesia è un’arma, sia pure povera, e che la fede in tale arma è necessaria per comprendere la realtà e scalfirne la superficie: un’arma povera per mezzo della quale si riafferma un’esigenza di controllo, comprensione e direzione dell’esistenza umana, molto più che non un semplice desiderio di felicità. Se infatti lo scopo della poesia è la comprensione della condizione umana, spetta alla poesia civile, ‘pars pro toto’, il compito di mostrare che questa comprensione non si dà se non all’interno di una “lotta di interessi”, laddove tale lotta non è semplicemente una ideologia politica, ma è, più radicalmente, la compiuta attualizzazione delle “armi pietose” cantate da Tasso nell’‘incipit’ della Gerusalemme liberata. Insomma, in conflitto con tutte le forme di estetismo tardonovecentesco, dal vitalismo al formalismo, la poesia civile ci ricorda che la poesia in generale è l’interprete privilegiata delle tensioni più serie della nostra società, oltre che la nutrice della prosa. Dopodiché, individuare la radice machiavelliana dell’ossimoro “armi pietose” non è semplicemente il frutto di un’indagine sulle fonti: più radicalmente è un lume acceso sul modo di intendere la residua funzione dell’intellettuale nella società. Il principio etico-politico che «quella guerra è giusta che l’è necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in   altro che in elle» [2] indica quale sia l’uso corretto delle armi letterarie per intervenire nella società. Orbene, se la letteratura vuole tornare ad essere strumento di comprensione del mondo, secondo il principio erasmiano per cui lectio transit in mores, non basterà descrivere il paesaggio con serpente che è l’Italia del terzo decennio degli anni Duemila. Se la tradizione non è semplicemente ripetizione o celebrazione, bensì trasmissione e traduzione, sarà necessario opporsi all’amnesia sociale con ogni forza, nel segno dei classici, anche quelli più apparentemente inattuali, come Tommaso Campanella e come Vittorio Alfieri. Del primo basterà citare l’impegno programmatico a combattere la triade di comportamenti che, così nel Seicento come nel mondo attuale, vanno per la maggiore: «Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Del secondo, di cui, in piena consonanza con il primo, non sarà mai abbastanza valorizzato il trattato Della tirannide, dell’Alfieri, dico, merita di essere riproposta, come segnacolo in vessillo, la sfida dell’alterità e della distanza: «Mi trovan duro? / Anch’io lo so: / pensar li fo. / Taccia ho d’oscuro? / Mi schiarirà / poi libertà».
 Dal canto suo, Sartre ha scritto che la letteratura si fa nel linguaggio ma non è mai data nel linguaggio: essa è un rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà. Fatte salve nella loro connessione ideale le considerazioni che precedono, ritengo pertanto di poter concludere questa introduzione rispondendo affermativamente e congiuntamente alla domanda che è la chiave d’oro di questo convegno: sì, abbiamo bisogno oggi di una poesia civile, perché abbiamo bisogno sempre della poesia.


D. Bisutti e E. Barone
 

Note
1. Cfr. E. Sanguineti, Ghirigori, Genova 1988, p. 47.
2.
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cap. XXVI.

 

 

LA CASA OCCUPATA GORIZIA
di Angelo Gaccione
 


Q
uel che è certo è che non passa inosservata; che ci passiate davanti a piedi o che vi transitiate comodamente seduti sopra un tram, quella piccola casa colorata posta a spigolo tra la via Vigevano e il viale Gorizia tra i Navigli e Porta Genova, è talmente un ammasso vivace di colore e di immagini fra le più contraddittorie, che vi attraggono anche se non vorreste. La ricoprono quasi per intero incorniciando finestre, balcone, ingressi. L’ingresso che dà sulla via Vigevano esibisce un disegno che possiamo definire surrealista pop. La figura di un uomo a dimensione gigantesca, nuda, si erge in verticale dal basso in alto; abbraccia un vaso che tiene stretto al petto da cui si dirama il fusto a foglie larghe di una pianta che termina, quasi fin sotto la grondaia, con la faccia di una donna. La testa minuscola dell’uomo è coperta dal vaso e non è identificabile, ma quella finale generata come un fiore dalla pianta è quasi una maschera che ci guarda immobile ed enigmatica. Da qualche tempo il lato sinistro di questo ingresso è ricoperto da tessere di mosaico di colore blu e rosso molto suggestive: si distribuiscono per tutto il piano terra, e quando vi batte il sole riflette riverberi cangianti. Che sia frequentato da artisti e da creativi è facile immaginarlo, ed anche all’interno le pareti hanno i loro bei graffiti e i loro disegni. 



Occupata verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, questa che è a tutti nota come Casa Occupata Gorizia, si è giovata della mano di artisti come Atomo e Swarz. Ha resistito alla speculazione e ad ogni tentativo di addomesticare e irreggimentare la città, e sin dal suo nascere ha visto l’apporto di gruppi di lavoratori, donne, militanti, artisti, musicisti, che l’hanno difesa, usata come luogo di vita e di rapporti. E continuano ad usarla rendendola viva con tante iniziative aperte alla città. Negli anni l’immobile è diventato un Centro sociale autogestito e ospita vari progetti: Elicriso con lo spaccio popolare aperto una volta alla settimana, il mercatino di prodotti provenienti dall’agricoltura biologica, un gruppo di acquisto solidale (GAS) a sostegno dei produttori locali, concerti ed eventi di musica punk e underground, il progetto artistico della Cueva No Art Gallery. Si possono anche consultare i libri della piccola biblioteca e reperire pubblicazioni rare del fumetto radicale internazionale. 



Datare l’edificio con precisione non è possibile, ma la sua funzione nel corso del tempo era stata quella di Casa Cantoniera per il controllo delle acque del Naviglio. Vi risiedeva l’ingegnere addetto a questa incombenza con la sua famiglia. Una gigantesca e vetusta stufa in ghisa presente nel piano interrato, deve aver svolto bene il suo compito di effondere calore agli ambienti; a giudicare di quanto si vada giù di livello, i mattoni rossi e lo spessore dei muri interni, dovevano garantire una discreta difesa dall’umido che le acque e la nebbia producono nei mesi invernali. 

 

ANDREA ZHOK PER AGORÀ




domenica 21 giugno 2026

LA GUERRA SI DEVE ABOLIRE
di Valeria Di Felice
 

Diario di un sogno possibile
 
Ci sono sogni che sanno alimentarsi con la forza della determinazione e la fiducia nella possibilità di costruire un mondo migliore. Ci sono sogni che non si risolvono nella retorica di un pacifismo fatto di slogan, ma che trovano concretezza in scelte coraggiose e azioni quotidiane. Quando l’amore per l’altro sa tradursi in impegno verso i meno fortunati e contro le ingiustizie, ogni atto diventa una testimonianza di responsabilità civile, il tassello di un cambiamento che sa aggiungersi al mosaico umano di tutti coloro che appartengono a un’unica grande visione: quella della dignità.
Ed è proprio partendo da questa considerazione che Diario di un sogno possibile (Feltrinelli Kids 2023, con la curatela di Simonetta Gola e le illustrazioni di Marcella Onzo) di Gino Strada (Sesto San Giovanni 1948 - Honfleur 2021), invita i ragazzi - e non solo - a immergersi nel senso più autentico del volontariato appellandosi - come scrive la curatrice del libro Simonetta Gola - a una questione urgente: “che la guerra è una malattia da cui l’umanità deve e può guarire e che la cura è un diritto che spetta a ognuno di noi”. 
Questo libro non è solo il racconto autobiografico di alcune esperienze - tra le più significative - della vita di Gino Strada, fondatore di Emergency, ma è anche un manifesto concreto, convincente, lucido che rivela l’inutilità e l’assurdità della guerra - qualsiasi guerra - e la sofferenza innominabile delle sue vittime: “la guerra è essa stessa terrorismo legittimato, ingiustizia assoluta, violazione irrimediabile di ogni diritto”. Rievocando le parole di Erasmo da Rotterdam (“la guerra piace a chi non la conosce”) o le parole di Albert Einstein (“la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”), Gino Strada rifugge l’etichetta di pacifista per abbracciare il senso di una lotta radicale “contro la guerra”, al costo di sembrare una utopia: “L’abolizione della guerra è un progetto indispensabile e urgente se vogliamo che l’avventura umana continui”.
Partendo dagli ideali antifascisti e partigiani della sua famiglia di operai nel fermento della ricostruzione del dopoguerra a Sesto San Giovanni, le vicende si soffermano sulla sua formazione come chirurgo d’urgenza e soprattutto su quel percorso interiore che portò Gino Strada a maturare una coscienza sempre più critica verso ogni forma di sopraffazione e di guerra, trasformando la sua esperienza medica in missione civile e umanitaria.


Gino Strada

Il libro ricorda le missioni a partire dagli anni Ottanta prima a seguito della Croce Rossa Internazionale e poi, dal 1994, di Emergency: Quetta, in Pakistan, a Kabul, in Afghanistan, e ancora Ruanda, Perù, Somalia, Bosnia, Etiopia e molti altri. Missioni in diversi Paesi del mondo ma accomunati dalla stessa emergenza: sanitaria e umanitaria.
Tuttavia, se da un lato c’è l’indifferenza di molti - soprattutto della compagine politica o delle lobby economiche e finanziarie - di fronte alle ingiustizie e alle atrocità verso i civili, dall’altro lato c’è il coraggio di molti a non accettare passivamente nessuna condizione di violenza.
Una delle domande che più ricorrono in questo libro è: “Una corsia pediatrica in un ospedale per feriti di guerra? Che cosa c’entrano i bambini con la guerra?”. Solo a Kabul all’inizio degli anni Novanta dei 12.000 feriti registrati nell’ospedale del quartiere di Karte-seh il 34% erano bambini. E ancora sui registri dell’ospedale di Lashkar-gah del 2009, il 41% dei feriti ricoverati aveva meno di 14 anni. L’assurdità più imperdonabile della guerra è proprio questa violenza – deliberata o non – sui bambini, l’espressione più autentica dell’innocenza. Il bombardamento americano del 20 ottobre 1944 sulla scuola elementare Francesco Crispi, nel quartiere di Gorla, che uccise 184 bambini; e poi i giocattoli farfalla o mine PFM-1 di fabbricazione sovietica - un congegno di “esplosione vigliacca” che serve per mutilare i bambini; e ancora tutto ciò che deriva dalla guerra - la fame, la sete, la mancanza di cure, le ferite psicologiche: sono alcune delle evidenze di una crudeltà che non guarda in faccia nessuno e che tende ad autolegittimarsi con la retorica della guerra giusta o necessaria. Una follia purtroppo trasversale a gran parte delle parti politiche, dei governi o delle élite belligeranti.


Gino Strada non solo restituisce al lettore preziosi dettagli su vicende vissute in prima persona, ma invita con la semplicità di “ragioni molto concrete”, a una riflessione profonda sui contesti di guerra, fondendo il rigore dell’osservazione alla sensibilità umana.
Interrogarsi sulla brutalità della guerra significa inevitabilmente difendere il valore della dignità umana e di quei diritti inalienabili che appartengono a ogni individuo, indipendentemente dalla sua origine e dal contesto in cui vive.
L’impegno medico e di assistenza umanitaria di Gino Strada si associa senza esitazione anche all’impegno politico, nel desiderio di sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa di Emergency e soprattutto di restituire un volto antiretorico alle ragioni della guerra. Negli anni Novanta, raccogliendo l’invito di Maurizio Costanzo a parlarne, la televisione diventa uno strumento “per suscitare una reazione di civiltà”, portando a una ondata di indignazione collettiva e anche ad alcuni passi concreti, come un provvedimento per sospendere la produzione e il commercio di mine antiuomo (approvato il 29 ottobre 1997).
Il libro si conclude con una parte dedicata agli anni della pandemia, situazione che ha messo ancora più in luce le diseguaglianze nell’accesso alle cure e nella pratica dei diritti umani, considerata “il migliore antidoto, la migliore prevenzione alla guerra”.
Diario di un sogno possibile è un invito schietto, sincero, chiaro a difendere la dignità umana dalla propaganda del potere. Partendo dal corpo come entità fisica di cui prendersi cura, Gino Strada trasforma la medicina in una incisione nella pelle di un mondo possibile in cui si fa più piccolo il cono d’ombra dell’ingiustizia, della violenza, dell’indifferenza. Come scrive Simonetta Gola: “la guerra e l’assenza - o il declino - di un diritto fondamentale erano per Gino manifestazioni diverse dello stesso problema: l’accettazione della disuguaglianza come regola del nostro tempo. Rifiutava l’idea di un mondo diviso tra sommersi e salvati e trovava ripugnante che esseri umani potessero essere considerati sacrificabili a qualche altare, ideologico o economico che fosse”. 

CINEMA 
di Zaccaria Gallo
 


Barate e Regina

A Murton, a circa sei miglia da Sunderland, nel Nord Est della Gran Bretagna, una grande ruota nera si erge a memoria della ex miniera di carbone del villaggio. Il carbone e i posti di lavoro sono ormai un lontano ricordo, ma questo villaggio è diventato famoso perché, in un pub abbandonato sulla strada principale, noto con il nome di Victoria, il regista Ken Loach, per sei settimane di riprese, ha girato, nel 2023, il suo ultimo film: The Old Oak. È il nome del pub che rappresenta, nel film, il ritrovo dei minatori abitanti del villaggio, ormai diventato uno dei luoghi impoveriti della contea di Durham. I vecchi operai in pensione ricordano ancora il disastro della miniera di carbone di Easington nel 1951: quel giorno morirono ottantatre persone. E ricordano l’arrivo nel loro villaggio di molti profughi siriani fuggiti dal loro paese, a causa della guerra. Il pub del film di Loach è interessante, perché rappresenta il declino delle vecchie comunità minerarie inglesi e il rapporto tra abitanti locali e rifugiati siriani. Il governo britannico, di fronte all’arrivo dei profughi nell’isola britannica, aveva avviato un programma di ricollocamento, sistemandoli in aree economicamente depresse del Nord, dove gli alloggi costavano poco ed erano disponibili, per essere state abbandonate. Una storia che, come vedremo, si affianca ad altra bellissima storia, accaduta secoli prima. Lo sceneggiatore Paul Laverty, assieme a Ken Loach, narra nel film quello che nella comunità inglese avviene dopo l’arrivo dei siriani. 



Il pub The Old Oak è uno dei luoghi di ritrovo dei vecchi abitanti del villaggio e, attraverso intense discussioni, diventa simbolo della possibilità di unire due comunità traumatizzate, quella inglese e quella siriana, grazie e soprattutto alla storia d’amore che si creerà tra il protagonista inglese, proprietario del pub e barista, Ballantyne, e Yara, giovane rifugiata siriana. Insieme cercheranno di creare una mensa comunitaria nel retro del pub e fare in modo di far incontrare persone con culture, fedi religiose e politiche diverse, piuttosto che tenerle divise. Ballantyne (un vigile del fuoco, e non un vero attore) è un uomo molto più anziano di Yara, segnato dalla solitudine e dalla depressione per il crollo della sua comunità; Yara è invece giovane e cerca di ricostruire la sua vita dopo la guerra. Tra loro nasce soprattutto fiducia, comprensione reciproca, un forte legame umano. Yara restituisce a Ballantyne, un senso di utilità alla sua vita e una speranza, e lui le offre protezione e accoglienza in un ambiente ostile. Il loro rapporto rappresenta il cuore morale del film: sono due persone ferite.



Appartengono a due comunità umane, ferite entrambe, che portano due dolori, costrette ad affrontarsi e a riconoscere che, come è detto nel film: quando la gente che soffre e mangia insieme, poi rimane insieme per sempre. Infatti in quel momento, due comunità si fondono in una sola comunità, quella umana, senza distinzioni o barriere. Possono riempirci di leggi, di divieti, di vincoli, di barriere, di confini, ma quando il dolore è dolore comune e condiviso, e sappiamo cosa voglia dire aver paura e provare la stessa rabbia, allora per tutti il fondo di noi stessi è uguale e si può tentare di cambiare il corso della storia. E può nascere quel sentimento che è il motore di una vita personale e comunitaria: il sentimento di amicizia e amore. Tra Ballantyne e Yara si crea una tenerezza emotiva che porterà entrambi a capire il valore imprescindibile della solidarietà e del legame spirituale, spesso molto più forte di un amore fisico. La cosa sorprendente è che a questa bellissima storia, fa da meraviglioso pendant un’altra storia, questa accaduta veramente, e che sembra, a parti invertite, precedere di secoli quella dell’Old Oak. 


Ken Loach

Filippo Maria Pontani sul Domenicale del Sole 24 Ore del 23 marzo 2025 ricorda che a South Shields, vicino alla foce del fiume Tyne e al Vallo Adriano, e a qualche chilometro dall’ Old Oak di Loach, molti anni prima era stata ritrovata una stele funeraria romana, in cui apparivano due scritte, una in latino e l’altra in aramaico palmireno, lingua parlata in Siria. Quella in latino dice: “La Regina liberata e moglie di Barate di Palmira” e quella in aramaico dice: “Regina liberata di Barate, ahimè”. Vi prego di far risuonare nella vostra attenzione d’anima quell’ahimè, che da solo dice più di tante parole. Dunque, un uomo, un siriano nel nord dell’Inghilterra, all’epoca della presenza romana nell’isola britannica, conosce, si innamora e sposa una donna celta, Regina, che purtroppo muore giovanissima. Barate, probabilmente, era un mercante siriano che seguiva l’esercito romano lungo il Vallo di Adriano e Regina fu inizialmente sua schiava. Tra i due nacque quell’amore che è ad di sopra di ogni confine e barriera e lui certamente la rese libera e la sposò, per poi perderla, ahimè, con immenso dolore. Barate le dedicò una tomba costosissima e raffinata e questa stele, che rappresenta Regina, seduta con in mano gli strumenti per filare la lana e uno scrigno di gioielli, vestita con un abito che mescola stile romano con quello britannico locale. 



Quanta analogia con quanto descritto poi nel film di Loach! Infatti, questa storia colpisce molto, perché mostra che già 1800 anni fa il nord dell’Inghilterra era multiculturale per la presenza di britanni celtici, di soldati e mercanti romani, di soldati e mercanti siriani, che parlavano lingue diverse, avevano culture e storie diverse, ma che questo non impediva che ci si potesse innamorare e contrarre matrimoni misti e mettere al mondo figli tutti con i medesimi diritti e doveri. Quello che era accaduto secoli prima collega simbolicamente la storia di Barate e Regina a quella di Ballantyne e Yara dell’Old Oach di Ken Loach, perché avviene tutto nella stessa regione, con gli stessi temi della migrazione, dell’incontro tra popolazioni diverse e della possibilità di una integrazione effettiva. Storia bellissima che oggi ci rammenta che l’incontro tra culture diverse non è un’eccezione moderna ma qualcosa che accompagna da sempre la storia Europea e che anche letterariamente è piena di una grandissima ricchezza. 


Nouri Al Jarah

Il siriano Nouri Al Jarah, nato a Damasco nel 1956, fuggito dal suo paese d’origine negli anni Ottanta, da allora vive in esilio a Londra, è considerato uno dei maggiori poeti arabi contemporanei ed è l’autore di libro tradotto in decine di lingue: Esodo dall’abisso del Mediterraneo. Nelle sue liriche racconta la tragedia dei profughi e dei naufraghi siriani che fuggono alla ricerca di un luogo di pace e di accoglienza, dove ricominciare una vita, e ci mostra il suo impegno a riflettere sui rapporti tra mito greco e latino classico con l’Oriente. Per questo non poteva non imbattersi nella storia di Barate e Regina. Scriverà L’Elegia di Barate alla sua amata Regina nella raccolta Il serpente (pubblicato in Italia da emuse Ed. nel gennaio del 2025). Con lingua mirabile, la poesia si manifesta in ogni verso e il poeta celebra il trionfo dell’amore, come sentimento umano che trascende i confini (tutti i confini, di spazio, di tempo, di luogo), le differenze etniche e religiose, per sopravvivere nella storia di ogni essere umano. Messaggio intenso e vivo dell’incontro tra Occidente e Oriente, di pace e possibilità di convivenza. 



La vicenda artistica di Ballantyne e Yara si lega così alla vicenda umana di Barate e Regina e parla a chi crede che un mondo migliore si possa sempre costruire, anche oltre la morte di uno dei protagonisti (ahimè!), come ci ricordano alcuni dei versi di Nouri Al Jarah: “Il portatore di nubi guidò il mio passo / dal blu dell’estate al tetro inverno! / Le figlie della rugiada, le fanciulle della nebbia / che adagiarono Baal nel mio campo / mi lasciarono qui disorientato! / Il cielo versò la prima pioggia: gli astri fecero / sbocciare l’artemisia che riempì l’aria di fragranza. / Ti portai alla sorgente dei due fiumi, / ti feci vagare nel sole dei miei giorni. / Perché accettasti i miei voti quando poi / avresti lasciato che la terra sottraesse a me / l’ultima cosa che uno straniero possa mai avere sulla terra?”.

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