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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 4 luglio 2026
NATO IL 4 DI LUGLIO
Una democrazia ridotta al dominio della “proprietà privata”. Negli stessi USA, terra delle grandi contraddizioni, sta però avanzando un risposta nuova fondata su una ipotesi di socialismo democratico capace di coniugare l’insieme delle fratture che la modernità ci sta imponendo intrecciandosi con quelle “classiche” di derivazione dall’analisi marxista delle relazioni di classe. Non possiamo rimanere inerti e passivi di fronte a questa ipotesi di scontro tra l’imperialismo tecnocratico che punta direttamente a dominare il mondo e un’idea di socialismo che sembra misurarsi su di una sorta di “nuova democrazia diffusa” fondata sui bisogni e la gestione alternativa a quella capitalistica delle derive sociali in atto. Questa ipotesi di socialismo democratico contrasta anche con quella “sinistra liberale” che, all’inizio di questo secolo aveva concesso tutto all’idea del profitto e dello sfruttamento. Una sinistra “liberal” che aveva usato le armi della destra fino al punto di spalancare le porte a quell’egemonia tecnocratica fondata sull’accumulazione di ricchezza quale fattore di potere assoluto dei cui effetti stiamo assistendo con spavento, nell’apparente incapacità collettiva di pensare soltanto a un qualche meccanismo di regolazione. Gaza ha dato il segno dell’impotenza delle cosiddette “democrazie liberali” ormai tagliate fuori anche da qualsiasi ipotesi di compromesso, di trattativa, di intervento concreto.
A UNA STAMPA DEGNA DI
QUESTO NOME
Ai
giornalisti che scelgono di non lasciare cadere il silenzio.
Cari amici e care amiche del Gruppo
Comunicazioni Solidali,
negli anni avete scelto di raccontare
una storia che troppo spesso rischiava di scomparire dal dibattito pubblico.
Con i vostri articoli, i vostri servizi e la vostra attenzione avete
contribuito a sottrarre il popolo saharawi all’invisibilità. Per questo desidero
rivolgervi non una semplice richiesta, ma un invito consapevole. Tra pochi
giorni prenderà il via la 44ª edizione del progetto Piccoli Ambasciatori di
Pace Saharawi. Anche quest’anno 110 bambine e bambini, accompagnati da 22
accompagnatori saharawi, arriveranno in Italia grazie a una rete straordinaria
di associazioni, enti locali, volontari e operatori sanitari che, da 44 anni,
trasforma la solidarietà in azione concreta. Voi questa storia la conoscete
bene e ne siete stati, negli anni, testimoni attenti. Per questo mi permetto di
chiedervi che, nel raccontare anche questa 44ª edizione dei Piccoli
Ambasciatori di Pace Saharawi, trovi spazio non solo la vicenda del popolo
saharawi, ma anche quella di un movimento di solidarietà che rappresenta un
esempio pressoché unico a livello internazionale. Da 44 anni migliaia di
volontari, decine di associazioni, enti locali, amministratori, rappresentanti
delle istituzioni, parlamentari, operatori sanitari, insegnanti e cittadini
continuano, con straordinaria costanza, a sostenere questo progetto contando
quasi esclusivamente sulle proprie forze. È una grande storia italiana di
solidarietà, costruita nel tempo da persone diverse per idee, appartenenze e
sensibilità, ma unite dalla convinzione che la dignità di un popolo non possa
essere dimenticata.
Dietro questo progetto c’è una vera
comunità di solidarietà: 74 associazioni iscritte presso la Rappresentanza del
Fronte Polisario in Italia, delle quali 24 realizzano direttamente
l’accoglienza dei bambini; 195 Comuni, numerose Regioni, Aziende Sanitarie
Locali, ospedali e oltre 2.000 volontari che ogni anno mettono a disposizione
tempo, competenze e responsabilità.
Un’esperienza resa possibile dalla
collaborazione tra il Ministero della Gioventù e dello Sport della RASD, il
Ministero degli Affari Sociali e della Promozione della Donna della RASD, la
Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la Rete Saharawi, l’Ambasciata
d’Italia ad Algeri, il Comitato per i Minori Stranieri del Ministero del Lavoro
e delle Politiche Sociali, l’Ambasciata d’Algeria a Roma, Air Algérie e le
numerose istituzioni italiane che, a vario titolo, rendono possibile ogni
edizione del progetto. Raccontare questa rete significa raccontare una delle
più significative esperienze di cooperazione civile e istituzionale costruite
nel nostro Paese attorno ai valori della pace, della solidarietà e dei diritti
umani. In un contesto mediatico dominato dall’urgenza del nuovo, le tragedie
protratte rischiano di diventare silenziose. È proprio qui che il giornalismo
ritrova la sua funzione più alta: restituire visibilità a ciò che il tempo
tende a oscurare. Raccontare questa esperienza significa dare voce non soltanto
ai bambini saharawi, ma anche a un’Italia discreta e generosa, che opera lontano
dai riflettori con competenza, dedizione e senso civico. Per questo vi invito
ad accompagnare anche quest’anno l’arrivo dei bambini con la vostra attenzione,
i vostri articoli, i vostri servizi e la vostra presenza. Non solo per
mantenere viva l’attenzione sulla causa saharawi, ma anche per rendere
giustizia a una delle più straordinarie e longeve esperienze di solidarietà
civile del nostro Paese.
A nome della Rappresentanza del
Fronte Polisario in Italia e dell’intero movimento di solidarietà, desidero
ringraziarvi per l’impegno che avete sempre dimostrato. Perché ci sono storie
che non chiedono compassione, ma continuità. E il vostro lavoro, da tanti anni,
è parte di quella continuità.
Con stima e gratitudine,
Fatima Mahfud
Rappresentante del Fronte Polisario
in Italia
venerdì 3 luglio 2026
DIARIO DI UN GIOVANE
MEDICO
di Silvano Piccardi
Appunti
dal genocidio di Gaza.
Ezzideen
Shebab non è uno scrittore, non è un poeta, nemmeno uno storico o un
giornalista: non scrive per “narrare”, scrive solo per testimoniare, perché non
si perda la memoria, quella vera, senza retorica (ovvero, non quella in cui
l’Occidente si esibisce inventandosi coccodrilleschi “Giorni della memoria”,
dopo aver realizzato i crimini più orrendi!). C’è chi ha paragonato questo Diario
di un giovane medico (Mimesis Ed. 2026 pagg. 162, prefazione di Paola
Caridi), a: Se questo è un uomo di Primo Levi. Anch’egli non letterato,
non romanziere, testimoniò da scienziato l’orrore dei lager di cui fu vittima
in quanto ebreo e attivo antifascista. Ezzideen è a sua volta uno scienziato,
medico anziché chimico, e il suo punto di osservazione è strettamente, profondamente
legato alle sue responsabilità e impossibilità di medico “curante”. E questo “si
sa” giacché è noto che la popolazione della Striscia ha visto i propri ospedali
bombardati e messi in condizione di non poter più accogliere i vecchi e nuovi
malati, feriti, moribondi… Perché stupirsi? Come se bastasse sentir dire,
per poter dire di aver capito! No, questo diario non fa “scoop”, non si
cimenta nella pornografia dell’orrore che troppo spesso ci propinano i nostri
media. Al contrario, ci descrive (mentre l’autore lo descrive a se stesso) le
condizioni concrete in cui si trova a dover operare in quanto medico. Sta a chi
legge dedurne senso e giudizio. Fino ad aggiungere considerazioni che vanno al
di là del genocidio hic et nunc. Sì, perché il dott. Shebab ci testimonia come
questo massacro, perpetrato con armi (proibite!) di tutti i tipi, non comporta
solo i morti che di volta in volta si registrano, ma incide direttamente sulle
condizioni e sulla vita delle possibili (?) generazioni future. Leggiamo questa
pagina di diario riferita al 5 maggio
2025.
Ieri all’ospedale Al-Awda, nel nord di
Gaza, è venuta al mondo una bambina , e il mondo l’ha rifiutata. Non aveva il
cervello. Non nel senso poetico di innocenza o purezza, ma in senso anatomico,
letterale: anencefalia. Nessun cervello. Nessun pensiero futuro, nessun sogno, nessun
ricordo da creare. Un cranio senza scopo. È nata a termine. Sua madre l’ha
portata in grembo per nove lunghi mesi, tra notti ardenti e mattine struggenti,
tra polvere, dolore e sirene. E poi la nascita. Ma nessuna vita da salvare.
Solo silenzio. I medici erano impotenti, derisi dai limiti delle loro mani. Le
ho viste, persone di medicina, le cui dita esperte e sterili tremavano. Non per
la confusione, ma per la consapevolezza: danni teratogeni. Mancato sviluppo.
Difetti genetici, non casuali, ma generati dalla guerra. Le bombe non hanno
colpito solo gli edifici, ma anche i cromosomi. Le armi - d’acciaio, lucenti,
americane - sono cadute non solo per distruggere il presente, ma per corrompere
il grembo materno. Per avvelenare l’idea del domani. Come definiamo questo
orrore? Radiazioni? Diossine? Uranio
impoverito? Tossine invisibili che non uccidono subito, ma aspettano. Si
annidano, attraversano le pareti della placenta e deformano il tubo neurale. Distruggono
la vita prima ancora che abbia inizio. Ci sono altri casi. Aborti spontanei.
Nascite premature. Arti malformati. Palatoschisi più ampie del dolore. Midolli spinali
simili a pergamene rotte. I medici ora sussurrano che non si tratta di un caso
isolato. È uno schema. Uno studio della rivista “Lancet” mette in guardia da un
numero di vittime indirette che potrebbe raggiungere le 200.000, non a causa di
ferite da esplosione, ma per danni genetici trasmessi alle generazioni future.
Ma il mondo è sordo. Conta i morti per le esplosioni, non per le deformità. Conta
le vittime in base agli arti persi, non ai geni danneggiati. E qui, sotto le
macerie, la ferita più profonda è nell’utero. L’ho vista ieri. La madre. Non
piangeva. Si limitava a guardare. Aveva le braccia vuote. Aveva partorito una figlia
senza cervello. Ma la bambina aveva le ciglia. Le dita. Ed è questa la cosa più
terribile: che la vita ci aveva provato. Che il corpo obbediva. Che, anche
durante l’apocalisse, le cellule continuavano a costruire. Da qualche parte, un
altro bambino potrebbe nascere segnato dall’aria che sua madre ha respirato. E non
capiranno il perché. Dicono che la guerra finisce. Che il cessate il fuoco arriva.
Che la guarigione è possibile. Ma come può finire se vive nelle cellule? Quando
la placenta diventa un campo di battaglia? Quando la biologia diventa l’archivio
della guerra? Questa non è solo una guerra di fuoco e acciaio. È una guerra
contro la vita. Contro le donne. Contro l’atto stesso della nascita.
Ho visto la morte, corpi lacerati,
polmoni che ansimano sotto le costole rotte. Ma mai ho sentito un silenzio così
forte come quello di una madre che partorisce un bambino già condannato dal
cielo che la sovrasta. E così scrivo. Non per accusare. Non per piangere. Ma
per ricordare. Perché alcune armi non esplodono. Si sviluppano”. E questa è una delle oltre 150 pagine
del diario.
BILANCIO DI UN CONVEGNO
di Donatella Bisutti

Donatella Bisutti
Intervento conclusivo sul
Convegno genovese dedicato alla Poesia Civile.
Ho
fortemente voluto questo Convegno sulla Poesia Civile e mi sono impegnata al
massimo per realizzarlo perché mi è parso importante e anche doveroso, da parte
dei poeti, farsi voce e coscienza della collettività in un momento di forte e
pericolosa deriva. Ho voluto quindi sollecitare i poeti e anche i possibili
lettori o uditori di poesia per invitarli a ritrovare un punto di convergenza -
la parola poetica in quanto espressione e comunicazione di un’emozione sociale
condivisa - da cui mi pare che da tempo gli uni e gli altri si siano sempre più
allontanati in direzioni sempre più divergenti. In anni recenti molti poeti o
aspiranti tali si sono dedicati a quelli che io chiamerei giochi di prestigio
letterari, “baloccandosi con le parole” come ho scritto in un brano del mio
poema Erano le ombre degli eroi e
scrivendo testi incomprensibili e aridi per il lettore comune, in una sorta di
solipsismo esasperato. Questo ha fatto sì che la poesia abbia perso quello che
fino ad alcuni decenni fa era il suo pubblico, diventando così la cenerentola dell’editoria
con tutte le conseguenze negative inevitabili in una società che dà rilievo
solo al profitto, quando invece una volta era proprio la poesia a essere
riconosciuta all’apice della creazione letteraria. Questo perché molti poeti si
limitano per lo più a una sorta di masturbazione mentale privata che non può
interessare nessuno e i lettori non possono più immedesimarsi in questi testi,
che si ergono irti di parole incomprensibili. La poesia sembra essere diventata
in molti casi una sorta di sfogo personale senza più nessun rapporto con la
società e con la Storia e la poesia civile aver perso l’importante ruolo che ha
sempre avuto nella nostra letteratura, a partire dalle voci fondanti di Dante e
Petrarca fino a Pasolini. Non a caso già nel secondo Novecento i cantautori
hanno preso nel cuore della gente il posto lasciato vuoto dai poeti, avendo,
loro sì, la capacità di interpretare le speranze, i sogni, le emozioni delle
persone, quello che una volta i lettori potevano chiedere alla poesia: che
esprimesse quello che loro sentivano senza essere in grado di esprimerlo.
Quanta grande poesia è nata, a cominciare da quella di Ungaretti, per fare solo
un esempio, dalla tragedia della Grande Guerra! La poesia del resto nasce storicamente
come voce di un popolo, come poesia epica, con i grandi poemi in cui una
collettività poteva riconoscersi e confermare le sue aspirazioni e le sue
origini. La nostra epoca invece è, in tutto, l’epoca di un individualismo malato,
di una razionalità astratta e distorta. Tanto da far collassare la realtà in
una sorta di delirio. Il territorio della poesia è invece quello che si collega
non al ragionare ma al sentire, ai flussi delle emozioni, alla visionarietà: la
poesia civile deriva appunto da quella antichissima poesia epica, e ancora oggi
è quella che canta i destini, le speranze, le vittorie, le sconfitte dei popoli
e in cui il destino individuale è emblema di un destino collettivo.
![]() |
| Donatella Bisutti |
D’altra parte quello della poesia
civile non deve diventare nemmeno una sorta di manifesto politico. Può non
esserci differenza fra poesia civile e poesia politica , entrambe, come dice
giustamente Alfredo Panetta, hanno una stessa radice etimologica, la polis, la civitas, ma solo a patto che la poesia non diventi mai un comizio,
non dimentichi che il suo linguaggio dev’essere nutrito dalla musicalità, dal
ritmo, dall’immagine, dalla metafora, dall’allegoria, a patto che il poeta che
la scrive sia consapevole che sta creando un linguaggio particolare e diverso,
che non ha il compito di spiegare o di affermare un qualsiasi tipo di verità, ma
di trasmettere una visione. Il rischio che la poesia civile non sia vera poesia
è quello di tutta la poesia: quello cioè di diventare prosa e perdere così le
sue stimmate, che ne fanno un linguaggio salvifico. La poesia civile, come ogni
poesia, deve scendere dentro il nostro cuore come un magico elisir capace di farci
intravvedere una realtà profonda al di là della realtà apparente, di fare del
dolore un fertilizzante dell’anima, di accendere dentro di noi energie che non
sapevamo di avere e che possono portarci a stravolgere il mondo. Per questa sua
“pericolosità” molti poeti, che possiamo chiamare civili perché in loro un
popolo si è identificato e ha attinto forza, anche nei nostri tempi sono stati e
sono perseguitati in certi luoghi del mondo dove la poesia civile e politica
esercita ancora un’azione incisiva di resistenza collettiva. Anch’io ho assistito
di recente a letture di testi scritti da persone imprigionate, torturate e poi
uccise in diverse parti del mondo: testi spesso bellissimi per la loro profonda
verità, per aver trovato quel punto di incontro magico fra parola e realtà che
ci commuove e ci spinge a riflettere, ci fa sentire che, dentro, siamo vivi.
Perché la vita non è soltanto e tanto la vita fisica che ci anima e ci fa muovere,
ma piuttosto quell’essenza che trafigge anche la morte.
Risvegliamo dunque la poesia a
essere, anche da noi, come dev’essere, straordinaria energia vitale espressa
attraverso il linguaggio, facciamone uno strumento spirituale che potrà
trasformarsi in arma materiale, ma arma del bene, non arma di guerra, ma forza
di pace in un momento in cui abbiamo bisogno di una grande energia per opporci a
ciò che ci vuole condizionare e distruggere, a una delle situazioni di più
grave pericolo che l’umanità abbia conosciuto.
Mi auguro che questa mia iniziativa,
accolta con entusiasmo da alcuni poeti che stimo e apprezzo, aiuti a ridare,
anche in contesti fortunatamente meno drammatici di quelli di altri luoghi del
mondo, alla figura del poeta quel ruolo di coscienza civile e morale di una
società che ha avuto in passato. E questa ritrovata dignità del poeta aiuterà,
credo, anche a rifondare una ritrovata dignità dell’uomo, oggi tanto
minacciata, calpestata, e degradata.
Questo è stato il mio sogno
nell’organizzare questo convegno, cui tanti sono accorsi con interesse, sì che
adesso si parla di dargli un seguito. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno
partecipato, hanno contribuito, hanno reso questo progetto realizzabile e
ringrazio il pubblico che ha ascoltato e seguito con tanto viva partecipazione.
giovedì 2 luglio 2026
COSTITUZIONE, FORMULA
ELETTORALE
di Franco Astengo
Dalla legge Acerbo al plebiscito
fino a luglio 1960.
Sta
ampliandosi il dibattito sulla proposta di modifica della formula elettorale
attualmente in discussione in Parlamento e potrà essere utile provvedere nel
merito ad alcuni punti di precisazione.
1) Occorre sfatare il mito che
l’insieme delle leggi che regolano l’accesso alle istituzioni, parlamentari e
locali, siano questione di competenza di pochi specialisti. È sbagliato
affermare che è necessario occuparsi d’altro e che questo tema non interessa
l’insieme dell’opinione pubblica e di conseguenza dell’elettorato. Le formule
elettorali, invece, rappresentano l’architrave di un sistema democratico e la
loro importanza va sottolineata con forza evitando semplificazioni e forzature.
2) Nella fattispecie in atto il
tema sembra essere quello del rapporto tra la formula elettorale escogitata
dalla destra e la Costituzione. Difatti si può ben sostenere che tutto l’impianto
è fuori dalla Costituzione Repubblicana dal “come” la ministra Casellati ne ha
presentato l’impianto complessivo al Parlamento. In quell’occasione, infatti,
si è sostenuto che il “fil rouge” che reggeva tutta la baracca era
rappresentato dalla ricerca della stabilità di governo. E’ l’antica questione
tra rappresentanza e governabilità che ha assillato il mondo politico italiano
fin dalla sciagurata stagione referendaria di inizio anni ’90 dopo che la
bocciatura del tentativo maggioritario portato avanti dalla DC nel 1953 era
stato respinto dal voto popolare e di conseguenza la formula proporzionale si
era naturalmente affermata almeno fino a quando il combinato disposto di
Tangentopoli, caduta del Muro di Berlino, trattato di Maastricht avevano determinato
la rovina del sistema imperniato sui partiti di massa.
3) Il punto della proposta attualmente
in discussione però, come molti hanno già segnalato, non risiede tanto nella
questione della governabilità quanto nel mutamento (per via ingannevolmente surrettizia)
della forma di governo parlamentare. L’indicazione del candidato/a alla
presidenza del Consiglio preventivamente richiesta alle coalizioni e alle
eventuali liste autonome in occasione delle elezioni legislative generali
assumerebbe alcuni significati precisi:
a) il contrasto oggettivo con la
Presidenza della Repubblica perderebbe la sua prerogativa essenziale di scelta
del Presidente del Consiglio con il rischio di una frattura istituzionale
difficilmente sanabile
b) In secondo luogo il collegamento
diretto (e innegabile) tra il candidato presidente del consiglio e il listino
di maggioranza (eletto in blocco dalla maggioranza) renderebbe gli eletti con
questa formula (non sindacabili perché su lista bloccata) parte (decisiva) del
Parlamento direttamente subordinata alla Presidenza del Consiglio (simil
stabunt simil cadent).
4) Il tipo di situazione appena
descritta renderebbe il ruolo del Presidente della Repubblica del tutto
superfluo sulla scelta politica più importante spingendo così l’insieme del
sistema verso il presidenzialismo di un “eletto del popolo” non intermediato da
un voto di fiducia espresso dalle Camere, reso anch’esso superfluo
dall’elezione diretta in blocco del listone di maggioranza. Inutile ricordare
gli accenti contenuti in questo tipo di impostazione e risalenti alla legge
Acerbo del 1924 e al plebiscito del 1929.
Non si può però non segnalare i
progressivi cedimenti avvenuti nel centro-sinistra a partire dalla stagione
referendaria anni 90 già ricordata, poi alla sciagurata modifica del titolo V
della Costituzione nel 2001 fino all’inspiegabile allineamento alla riduzione
del numero dei parlamentari del 2020.
Il cedimento del centro-sinistra
si è verificato verso la logica della personalizzazione, la trasformazione dei
partiti in comitati elettorali a tutti i livelli centrale e periferico, la
concessione allo schema della “democrazia recitativa” ormai imperante in una
società dominata dall’individualismo competitivo e dal frastagliamento imposto
dalle corporazioni.
5) Questo quadro rende
un’eventuale strategia emendataria di opposizione del tutto debole e inadeguata
rispetto alla posta in palio che è quella, per intero, della democrazia
repubblicana.
Servirebbe una soggettività
politica fondata interamente sulla questione della qualità della democrazia e
del ruolo delle istituzioni. Lo scivolamento verso un regime autocratico potrebbe
rivelarsi più agevole del previsto e per questo deve essere lanciato un serio
segnale d’allarme. Il contrasto a questo progetto non può essere limitato alle
aule parlamentari: l’esempio che ci sentiamo di sostenere è quello della
mobilitazione antifascista del Luglio 1960 di cui in questi giorni ricorrono i
66 anni (naturalmente non augurandoci i risvolti tragici che segnarono quel
frangente).
INVETTIVA
di
Antonio Ricci
Invisibilità
Si assapora nella
vertigine
Planetaria
- passo dopo passo -
dei
confini di migranti, extracomunitari,
braccianti.
Lasciano
i loro paesi,
con la
povertà cucita sulla pelle, e
alle
loro spalle si rintanano i
potenti
malvagi accomunati
dall’ortodossia
della ricchezza.
Sconfinando
nella disumanizzazione
degli
sconfinati paesi di questa
nostra
terra ammutolita, seppellendosi
nella
clandestinità che li rende lavoratori
ricattabili,
invisibili, eliminabili, senza
scrupoli
altro non sono che
una
merce a buon pranzo.
Siete
lavoratori, malcapitati nella
agricola
terra italica dove si declamano
i
contratti pirati del lavoro di
paraschiavitù
e che non vede i
confini.
Vi trovate fantasmi nei
rifugi,
nei ghetti, nella vergognosa
sospensione
temporale della vita.
Siete
ricattati, derelitti
nella
vessazione e bruciati vivi
per edificare
la vostra nullità.
Si
utilizzano la vostra fatica e i
vostri
corpi nelle sobrie terre
dove il
sole vi avvolge nel suo sudario
lasciandovi
crepare, dissanguati
dalla
disseminata virtù del caporalato,
parvenza
di solitari padroni.
POESIA TERAPIA
di
Patrizia Gioia
“Non
si nasce senza passare attraverso, non si cresce senza passare attraverso”.
Queste parole di Dome Bulfaro le ho messe ad esergo della recente fatica delle
Edizioni Millegru: Attraverso la poesia terapia. Nuovi ponti per il
benessere di ogni età. Fatica del nutrito gruppo di Poetry Therapy, fatica
dei due curatori Dome Bulfaro e Paolo Maria Manzalini. Il libro di cui sto
parlando è un prezioso testo che riporta tutte le relazioni “curative” del
secondo Festival Internazionale di Poesia Terapia, Festival che si è svolto a
novembre 2025 nella grande sala dell’Ospedale di Vimercate e che ha visto un’alternanza
di professioni e di argomenti, tutti legati insieme, come un bel mazzo di
fiori, dal nastro della Poesia: Parola che cura.
In
questo nostro oggi nominare la parola Poesia è cosa di cui vergognarsi, tanta è
la sicumera di un potere che toglie dal quotidiano la Parola che cura, per dare
fiato alla parola vana, quella che non fa il suo vero lavoro: essere energia
che crea realtà. Ma per creare buona realtà dobbiamo prima conoscere le nostre
potenzialità e i nostri limiti, ma soprattutto dobbiamo essere consapevoli che
sono le forze dell'inconscio quelle che non ci fanno padroni in casa nostra,
forze cruente, sapienti e ingannevoli che richiedono tutta la nostra onestà non
solo intellettuale, quell’onestà che sa che senza la discesa agli inferi non ci
potrà mai essere resurrezione. La parola poetica, quella che arriva dal fecondo
utero del Silenzio è capace di “artigliarti”, compito della vera Cultura, perché
capace di portarti attraverso un luogo da cui non puoi uscire indenne,
cioè trasformato. Attraversare è esattamente il cammino della nostra vita, un
continuo essere sulla soglia e rischiare l’abisso. È qui che nasciamo, è qui
che ri-nasciamo.
Di
pratiche, di laboratori, di esercizi, di pedagogia e anche di voce, di musica,
di ritmo, di tono il libro parla, un manuale di maieutica, una pratica di cura:
far nascere là dove la ferita non ha ancora la capacità di diventare feritoia.
Resurrezione
implica anche sempre Rivelazione. Quale la Parola che risveglia, che tocca le
viscere e il cuore, la parola che sbuca dall’utero cosmico per ficcarsi nel tuo
e farlo diventare portatore di vita, di luce, consapevole dell’abbraccio dell’ombra.
Cosa vive nell’Ombra? E se fosse proprio l’Io l’Ombra? Quali dèi dobbiamo far
risalire all’Olimpo perché le malattie si sciolgano e il sintomo canti? Poesia
è “obbedienza”: un ascolto e una responsabilità nuova e consapevole.
Ecco,
la senti la sua Parola?
È
lei che porta balsamo e unguento per quella ferita ancora incantata e
incatenata, ma è ora di alzarti! E come Lazzaro tornare alla Vita, quella che
ogni volta ci fa togliere la pietra tombale e nuovamente dire: eccomi!
Faccio nuovo il giorno.
Questo
libro/manuale/sussidiario è come un buon panino accuratamente farcito, gli
ingredienti sono ottimi, il pane è fatto di quella sostanza che nutre e
trasforma, perché è nella Relazione che avvengono sempre le magie, quelle che
ci accompagnano nel quotidiano e che la Poesia aiuta a far lievitare in noi.
Nel libro troverete le molte ricette. Attenzione, qui si impara a volare! Non l’incosciente
volo di Icaro, ma un volo consapevole e responsabile, quel volo che arriva dopo
molti tentativi e che mai aveva abbandonato la fiducia di ritrovare la via, che
vista dall'alto rivela il suo disegno, il nostro personale disegno.
Parola
e cura - scrive Paolo Maria Manzalini - sono
questione etica e politica, ancor prima che estetica. Ecco permettetemi di
dire che etica politica ed estetica non hanno gerarchia, sono una trinità
dinamica in una creazione continua, tre dimensioni umane che possiamo
distinguere ma non separare, così come cosmo, umano e divino sono nostre parti
costitutive di cui fare esperienza non teoria. Poesia come esperienza di quel
che in noi possiamo, creando e attraversando, curare e che da noi passerà nel
corpo sottile dell’Invisibile, è qui che hanno casa Coraggio, Speranza e
Libertà. Poesia come Nuova Innocenza, che non comporta arbitrio o anarchia, ma
“idiosincrasia” nell’accezione originante del termine: peculiarità individuale.
E
che cosa scopriremo, anche grazie a questo libro? Vedremo l’Invisibile
comprendendo l’Incomprensibile. Parola della Poesia, che ne sa sempre una in
più!
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