CON RUSKIN, CON LEMKIN, CON LA CULTURA
di Angelo Gaccione

J. Ruskin
Tutte le volte che mi trovo davanti un manufatto storico-artistico
del nostro patrimonio culturale lasciato al degrado o a rischio manomissione
(ma non accade solo qui da noi, situazioni disastrose ce ne sono anche in altri
Paesi), mi tornano in mente le parole del grande studioso e critico d’arte
londinese John Ruskin: “Prendetevi cura solerte dei vostri monumenti e non
avrete nessun bisogno di restaurarli […]. Vigilate su un vecchio edificio con
attenzione premurosa; proteggetelo meglio che potete e ad ogni costo, da ogni
accenno di logoramento […]. E tutto questo, fatelo amorevolmente, con reverenza
e continuità, e più di una generazione potrà ancora nascere e morire all’ombra
di quell’edificio”. A qualcuno potranno sembrare eccessive le parole conclusive
di questo passo tratto da Le sette lampade dell’architettura, ma
proviamo ad immaginare, non per le generazioni future, ma per noi stessi, di
svegliarci una mattina e di recarci nella piazza principale della nostra città
e non trovarvi più la Basilica di San Marco, la Cattedrale di Santa Maria del
Fiore con il Campanile di Giotto e il Battistero di San Giovanni, la Galleria
Vittorio Emanuele di Milano, Piazza del Campo senza la Torre del Mangia, il
Duomo di Siena, la Cattedrale di San Martino a Lucca, Palazzo dei Priori a
Perugia, la Cattedrale di Ferrara, La Fontana Pretoria a Palermo, il Teatro
Rendano a Cosenza… Ho fatto solo qualche esempio, ma ogni italiano sa quanti
tesori ci sono in ogni singolo luogo, in ogni più appartato borgo e paese. Che
cosa accadrebbe a ciascun abitante di quel luogo deprivato da queste bellezze,
da queste memorie, dal punto di vista dell’equilibrio psichico e mentale? Che
cosa accadrebbe, perché no, dal punto di vista della propria salute fisica,
della sua integrità corporea? Credo che chiunque abbia conservato un briciolo
di umanità e di affetto per la propria patria, non potrà che inorridire. Ho più
volte riferito di sfollati che al rientro nei propri luoghi di origine, dopo le
devastazioni della guerra, non hanno retto allo strazio che si è prodotto nella
loro anima e si sono ammalati fino a morire. Tanti hanno preferito suicidarsi,
altri ancora non hanno avuto in animo di recarsi per decenni dove le bombe
avevano fatto il deserto. La loro memoria era stata improvvisamente azzerata, e
quel vuoto non poteva essere più colmato. Loro c’erano nati all’ombra di quegli
edifici; quelle presenze tanto familiari erano diventate carne della propria
carne, erano state più vive e rassicuranti di persone vive. Un lutto che
sarebbe divenuto perenne e che era impossibile da sostenere.

In un breve capitolo del libro La mia Milano edito dalla Meravigli
qualche anno fa, riferisco di un dialogo immaginario in cui la mia nipotina,
allora di appena quattro anni, fingendo di parlare con una invisibile amichetta
(ma che stesse in realtà parlando da sola in camera come fanno spesso i
bambini, me ne accorsi solo dopo) continuava a ripetere che il Duomo non c’era
più, che era sparito, che sulla piazza non era rimasto nulla… Seppure si
trattasse di una semplice finzione, di un’ipotesi tanto improbabile da non
doverci prestare la minima attenzione, tuttavia quelle parole, per quanto folli
potessero suonare ai miei orecchi, ebbero il tremendo effetto di annichilirmi.
Non potei fare a meno di ripensarci nei giorni seguenti, e non riuscivo a
scacciare dalla mente l’orrore che una simile mostruosità avrebbe potuto
verificarsi. Ne fui così ossessionato che decisi di scriverci un racconto. Non
fu possibile: la mano e la mente erano come paralizzati e si rifiutarono. Si
rifiutarono anche a distanza di molti mesi, seppure come pratica liberatoria,
come rimozione di un’angoscia che era andata annidandosi vigile nella
coscienza. Da allora non sono più sicuro che sia indenne per sempre, e le foto
delle bombe che lo hanno colpito (come la Galleria, come la Scala), ci dicono
che gli uomini non si fanno troppi scrupoli.

Il Duomo bombardato

Nulla più di una guerra produce distruzioni indiscriminate al patrimonio culturale e architettonico di una nazione. Una volta polverizzato e incenerito quel patrimonio è perduto per sempre. È perduto per i contemporanei ed è perduto per le generazioni future.
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La Galleria bombardata
Il giurista Raphael Lemkin che durante la Seconda guerra mondiale coniò il
termine genocidio è l’autore di queste parole: “La nostra intera eredità culturale è il prodotto del
contributo di tutti i popoli. Qualcosa che possiamo comprendere al meglio
quando ci rendiamo conto di quanto più povera sarebbe la nostra cultura se i
maldefiniti popoli inferiori sottomessi dalla Germania, come per esempio gli
Ebrei, non avessero avuto il permesso di creare la Bibbia o di far nascere
un Einstein, uno Spinoza; se ai Polacchi non fosse stata data la possibilità di
donare al Mondo un Copernico, uno Chopin, un Curie; ai Cechi un Hus, uno Dvořák; ai
Greci un Platone e un Socrate; ai Russi, un Tolstoj ed uno Šostakovič”. E
noi italiani quanti nomi potremmo aggiungere a questa lista se scandagliassimo
nelle varie arti e discipline? Quanti i geni che hanno fatto grande il nostro
Paese e il mondo intero? Alighieri, Bonarroti, Da Vinci, Giotto, Brunelleschi,
Bernini, Borromini…
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| La Galleria bombardata |

R. Lemkin
A questi geni sono legate realizzazioni concrete che rendono
meravigliose le città del mondo, ricchi i musei, i teatri, i conservatori, le
biblioteche, le accademie, gli archivi. Il sapere che le civiltà hanno
accumulato e i tanti tesori che custodiscono in luoghi deputati: strumenti di ogni tipo: artistici, musicali, tecnico-scientifici, artigianali e industriali e
quant’altro da ogni branca della creatività ha preso forma. La distruzione di
tutto questo patrimonio mediante la guerra costituisce a sua volta un genocidio,
ed è per questo che la Convenzione ONU del 1948 dovrebbe oggi aggiungere ai
diciannove articoli che lo regolano e lo definiscono, un punto irrinunciabile:
dichiarare la guerra un genocidio.

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Il Teatro Alla Scala bombardato
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