UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 2 febbraio 2026

LIAM IL TERRORISTA
di Zaccaria Gallo


Il piccolo Liam
 
Ma si può arrestare un bambino di 5 anni? Sì, si può! A Minneapolis e negli Stati Uniti si può! Fatevene una ragione. Va all’asilo di Minneapolis, Liam? Sì. Ed è un terrorista. Sta entrando in casa insieme a suo padre? Un altro terrorista, perché è un ecuadoregno, e si sa che tutti gli ecuadoregni, fin dalla culla, sono dei terroristi. E in quella loro casa, verso cui stanno facendo gli ultimi passi, vivono altri terroristi. Bisogna tirarli fuori e farli uscire e poi arrestarli, come già fatto con il padre di Liam. Quei quattro uomini sono armati fino ai denti, ma non si vede il loro volto. Hanno un passamontagna. Gridano, urlano e, poco fa, hanno sparato ad un infermiere. Altro terrorista pure lui. Non ecuadoregno però. Americano. Come loro. È morto, con il cellulare in mano: quell’arma che spara parole! Gli ospedali, le scuole, le strade, i bar, a Minneapolis sono covi di terroristi! Qualcuno urla: “è solo un bambino!”. Ma quelli hanno i passamontagna, che coprono le orecchie e il cuore. Non sentono! Anche Liam ha la testa e le piccole orecchie coperte: un casco a forma di coniglietto. E, attenzione! Ha anche uno zaino, dietro le spalle. Che c’è scritto? “Uomo Ragno”: ecco. Pericolosissima setta eversiva della libertà in America. Liam deve suonare alla porta. Quelli che stanno dentro apriranno e il gioco è fatto! Liam suona. Una, due, tre… altre volte. Ma quelli là dentro non aprono. Liam è colpevole. Ha cinque anni, ma è già un pericoloso e abile criminale. Bisogna arrestarlo. Portarlo in un Centro di Detenzione. Ma si può arrestare un bambino di cinque anni? Sì! A Minneapolis si può! Negli Stati Uniti si può. È un complice di quei democratici che sono alla guida della città e dello Stato del Minnesota. 



Che cosa stiamo gettando via? Questo è un mondo di prepotenti e violenti: stiamo disperdendo l’umanità. In che mondo vive Liam? In che Paese vive Liam? Ha dei parenti piccoli come lui in Palestina, a Gaza? O a Mariupol, in Ucraina. O a Teheran, in Iran? O come qui, da noi, in Italia, dove Riccardo, senza biglietto, deve scendere, nella neve, dal bus e farsi la strada del ritorno a casa, a piedi, nel freddo mortale? Non vivono nel mondo delle fiabe e dell’innocenza questi bambini, ma nel mondo delle iniquità. Nel mondo abitato non soltanto da uomini con il passamontagna, che lo hanno arrestato, ma in un mondo abitato da milioni di uomini che, pur senza passamontagna, non vedono e non sentono o che fanno finta di non vedere o sentire. Quelli sì complici della iniquità e di chi ci vuol divorare il tempo, la storia, gli ideali dei grandi filosofi, la verità, che ci uccide la speranza e l’amore. Quando si cancella il male, come si sta facendo in questa società, che ha eliso l’uno e l’altro, il bene e il male, si dimentica anche la sete di salvezza e il tempo umano diventa una nebbia opaca. In che paese mi trovo? In che tempo vivo e in che tempo vivrete figli miei? Nel paese dove si lascia che la gente sparisca? Che si arrestino bambini e neonati?
 

 

  

IN DIFESA DI KOBANE



Appello per un corteo a ROMA - 14 Febbraio ore 14:30
Piazza indipendenza e a MILANO - 14 Febbraio ore 14:30  
 
Kobane è sotto assedio. Undici anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. 



Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco.



   
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia
Retekurdistan Italia
Comitato Il tempo è Arrivato - Libertà per Ocalan
Centro Socio-Culturale Ararat
Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan

Adesioni:
COBAS
CUB
Odissea 

RIPUDIARE, DISERTARE, ABROGARE LA GUERRA
di Giuseppe Natale


 

Si vis pacem para bellum:
cinico ossimoro orrendum.
Se vuoi la pace prepara la guerra:
degli umani è il grande inganno a Madre Terra.
 
Se vuoi la pace prepara la pace
Con amore e d’altruismo capace.
 
Ripudiamo la guerra:
con azioni e atti non violenti
quotidiani decisi e resistenti.
Disertiamo la guerra:
col rifiuto di produrre e usare le armi
in tutto il mondo integrali disarmi.
Abroghiamo la guerra:
umana cosa letale mai più
per sempre sia seppellita nella tomba dei tabù.
 
Intrecciamo le resilienze locali
come anelli di catene solidali
di molteplici resistenze globali.
Vita Amore Impegno militante
Pace disarmata e disarmante.
 

 

 

“PASSATA LA FESTA…
di Chicca Morone


Luc Montagnier

Passata la festa gabbato lo santo” dice un proverbio molto in uso di questi tempi, tranne che per alcuni recidivi che insistono su argomenti spinosi come la terapia genica a cui gran parte della popolazione è stata sottoposta. Peccato che la festa sia stata solo per le case farmaceutiche oltre a chi su tale imposizione abbia guadagnato denaro sonante e i gabbati restino quelli che adesso stanno scoprendo gli effetti collaterali a lunga scadenza! È necessario risalire agli anni 2013 e alla Global Health Security Agenda, quando l’Italia era stata designata come capofila (per i seguenti cinque anni) delle strategie e campagne vaccinali nel mondo, proprio a Washington alla presenza del presidente Barak Obama.
All’epoca la nostra impavida ministra della salute del  governo Renzi, Beatrice Lorenzin - https://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Lorenzin - aveva firmato l’accordo rendendo per i neonati l’obbligatorietà dei vaccini, tutt’ora esistenti, che includono quelli contro difterite, tetano, pertosse, poliomielite, epatite B, Haemophilus influenza e di tipo B, morbillo-parotite-rosolia (MPR) e varicella (V). È notorio che un essere appena nato può contrarre l’epatite B (trasmissibile per via sessuale o attraverso siringhe infette) per cui una sostituzione delle naturali difese immunitarie con farmaci di cui non ci siano sperimentazioni (a oggi nemmeno quelle corredate di placebo) è più che significativa. Si tratta di un vaccino assurdo che noi abbiamo nella nostra esavalente perché la Glaxo pagò 600 milioni per farla inserire, cosa ampiamente documentata da sentenze della Cassazione che lo hanno certificato. In Europa 17 nazioni non hanno alcun obbligo: Germania e Belgio ne hanno uno e non mi risulta che la situazione decessi neonatali sia preoccupante, per cui è chiaro che la scelta non sia stata basata sulla spiegazione, sull’illustrazione, sul chiarimento, sulla ricerca, ma semplicemente su una forma di coercizione nei confronti dei cittadini. Quella coercizione che avrebbe dovuto abituarci dall’infanzia a sottostare ai diktat invocati dalla mente illuminata di Yuval Harari, nell’ottica del Nuovo Ordine Mondiale, quando dichiarava Il Covid è fondamentale perché è ciò che convince le persone ad accettare la sorveglianza biometrica totale.  



Bisogna invece riconoscere a Robert Kennedy jr. - ministro della salute americana - il coraggio di dichiarare quanto il problema dal punto di vista economico (motore di non poche imposizioni a cui siamo stati sottoposti negli ultimi anni) non siano i guadagni derivanti dai vaccini, bensì i profitti che derivano dalla cura delle malattie provenienti dai cosiddetti vaccini, cioè la produzione di tutti i medicinali, di tutta l’attività di cura che - ahimè - deve seguire. È l’esplosiva dichiarazione fatta dal ministro della salute in persona: questo combattente, sin dal suo insediamento, ha selezionato 17 esperti del Comitato per l’Immunizzazione della FDA (sostanzialmente un incrocio tra l’Istituto Italiano di Sanità e l’AIFA), licenziandoli per evidenti conflitti di interessi. Certo, all’interno del Senato ha avuto “qualche” problema, risolto però con la domanda a ogni singolo senatore “scusi lei quanto prende dalle case farmaceutiche?”: per chi volesse assistere al silenziamento dei senatori coinvolti nel mercimonio esistono video esaustivi e di grande efficacia.
Noi qui in Italia continuiamo con questa follia dei 11 vaccini obbligatori fatti nel primo anno di vita di un neonato, che poi si ripetono e diventano una cinquantina di dosi con il numero crescente, collegato al ricatto per frequentare la scuola, come è stato perpetrato sul lavoro con il green-pass.
Imposizioni prive di qualsiasi fondamento come dimostrato a 360°.
Infatti negli Stati Uniti la ricerca della fondazione McCollough ha dimostrato quanto i bambini non vaccinati siano più sani degli altri: ormai decine e decine di studi scientifici lo certificano; testimoni non sono solo le situazioni come quelle degli Amish americani - gruppo importante che “rifiuta” la modernità (tra cui le vaccinazioni) - popolazione che non conosce il fenomeno autistico. E non succede perché la diagnosi viene fatta in maniera diversa, in quanto l’autismo si diagnostica per tutti con modalità uguali riconosciute a livello mondiale: se gli Amish non hanno l’autismo, non hanno l’autismo e se i bambini non vaccinati hanno meno autismo dei vaccinati il dato è oggettivo. Certo è che ammettere di essere stati ingannati fa molto male, per cui si ricorre all’accusa di teorie complottiste e ci si rifiuta di accogliere i risultati di ricerche non finanziate dalle case farmaceutiche per pura ignoranza. La stessa ignoranza di quegli opinionisti che recitavano insulti e frasi fatte nei confronti dei cosiddetti “no-vax” persone non contrarie alle vaccinazioni, ma all’obbligatorietà di queste. Oggi esiste la “Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria causata dalla diffusione epidemica del SARS-COV-2” che sta raccogliendo le testimonianze di coloro che in qualche modo sono stati protagonisti della realtà distopica che ci ha “rallegrato” negli ultimi anni, quel comportamento tipico dei regimi totalitari, le cui caratteristiche sono sorveglianza tecnologica, perdita di libertà individuale e disastri ambientali.
Una su tutte la testimonianza di una famosa virostar che ha dichiarato impunemente di ricevere emolumenti da più di una casa farmaceutica per cui essere stato meno coinvolto in conflitti di interesse rispetto a chi veniva sponsorizzato da una sola. Una logica ferrea supportata da quella arroganza mai dismessa in tutti questi anni!
Si tratta semplicemente di far emergere la Verità, quella che il premio Nobel Luc Montagnier assicurava sarebbe venuta alla luce, forse non così rapidamente, ma con certezza assoluta.

domenica 1 febbraio 2026

SCAFFALI
di Laura Cantelmo


 
Diritti della donna in Wollstonecraft
 
Un libro straordinario Rivendicazione dei diritti della donna, nato nella temperie culturale e politica settecentesca che in qualche modo aveva coinvolto anche l’Inghilterra, scritto da una donna eccezionale, che promuove in quel paese una riflessione totalmente nuova sulla donna. Non era semplice per il sesso femminile pubblicare un libro, né tantomeno essere presa sul serio. Mary Wollstonecraft (Londra, 1759/1797) lo scrive anche grazie alla sua stretta relazione con il filosofo William Godwin, dal quale, morendo di setticemia post partum, avrà una figlia, Mary Shelley, che sarà la nota autrice di Frankenstein e moglie del poeta romantico Percy B. Shelley. Lo stesso Godwin si occuperà di diffonderne il pensiero attraverso la storia della sua vita, dopo la sua morte, così pure il collegamento con il suo vissuto saprà dare sostanza ai suoi scritti”. Avrei voluto una stanza solo per me” fu una sua affermazione, prima che Virginia Woolf condividesse quella stessa aspirazione. Non useremo per lei, né per questo suo lavoro, il termine “femminista”, non essendo ancora entrato nel linguaggio corrente. Sappiamo che Wollstonecraft, sovranamente libera dalle convenzioni sociali, fu vista con apprensione e orrore dagli intellettuali inglesi, semplicemente sulla base della sua biografia, per quel tempo scandalosa e inaccettabile, in quanto viaggiatrice solitaria, amante di un avventuriero e successivamente madre di una figlia, Fanny, nata fuori dal matrimonio.  Definita da Horace Walpole “iena in sottoveste”, la sua morte venne accolta come segno della Provvidenza. Fu scrittrice di romanzi, traduzioni, saggi sull’educazione (il più noto dei quali I diritti degli uomini (1790) era un elogio della Rivoluzione francese. Orgogliosamente visse sempre dei compensi del suo lavoro, come segno di libertà. Una famiglia medio borghese di sei figli, la sua: il padre alcolista non le consentì neppure i rudimenti dell’istruzione, destino comune a tutto il genere femminile. Lei, tuttavia, impara a leggere da una domestica e studia come autodidatta. Viaggia per l’Europa, esercitando diversi lavori, dall’insegnante alla bambinaia, si reca da sola in Francia durante la Rivoluzione del 1789 e scrive le sue riflessioni, Scritti sulla Rivoluzione francese (1794). 



Dedicherà la Rivendicazione a Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, uno dei principali estensori della Costituzione della Francia rivoluzionaria, per convincerlo a modificare la riforma dell’istruzione basata su scuole riservate unicamente ai maschi, relegando entro le mura domestiche l’educazione delle femmine. Un atto di incredibile ingiustizia se si pensa al ruolo attivo delle cittadine nella Rivoluzione.



Interessante la polemica con Rousseau e l’impostazione educativa delle donne, che doveva degnamente accompagnare quella del suo Emilio. Percorsa da suggestioni che consideriamo attuali ancora oggi, Wollstonecraft rifiuta fieramente la linea tipicamente maschile seguita da Rousseau, che mette in discussione l’indipendenza della donna e sottolinea invece l’importanza dell’astuzia come principale virtù, in quanto frutto di una educazione tesa a renderla schiava e soggetta all’uomo. Prendendo in considerazione la posizione delle donne nella società, si rende conto di come la stessa sorte sia riservata agli animali, benché, a loro volta, dotati di razionalità e titolari di diritti. Come dimostrerà un libro dell’amico Thomas Taylor, coevo della sua Rivendicazione, esiste un’analogia tra il destino delle bestie e quello delle donne, non essendo queste ultime considerate pienamente umane. La diffusa convinzione che la donna fosse nata da una costola di Adamo è servita a far accettare la sua fatale subordinazione all’uomo. Da ciò deriva l’importanza di piacere grazie all’aspetto fisico, sviluppando la frivolezza, la civetteria, la schiavitù al proprio corpo, senza tenere in alcuna considerazione l’intelligenza, che è, per Rousseau, prerogativa unicamente maschile. L’educazione stessa tende a rendere la donna anche fisicamente fragile, sottomessa all’uomo, cui nulla viene negato affinché possa espandere la propria forza, mostrando la propria “superiorità”. 



L’importanza di questo libro sta nell’interrogarsi su che cosa significhi essere donna e nel sottolineare il valore dell’educazione per il conseguimento di una pari dignità tra i sessi. Rivendicare i diritti della donna significava per l’Autrice non solo riparare un’ingiustizia, ma proporre una rivoluzione sociale. Non a caso Virginia Woolf ne fu attenta lettrice, mettendo acutamente in risalto come il suo pensiero non fosse mai dogmatico, ma di giorno in giorno venisse rielaborato in nuove teorie che prendevano corpo in base all’osservazione. Un vero e proprio metodo scientifico che definiva il problema della posizione della donna nella società in termini del tutto condivisibili anche ai giorni nostri, fino a proporre un’autentica rivoluzione. La traduzione e la cura di Carlotta Cossutta, ricca di note e di riferimenti storici, rendono agile e fluido questo libro che potrebbe forse apparire di ardua lettura. Il linguaggio è scorrevole, le argomentazioni sono concrete e accessibili, rendendo questo tema fondamentale per l’autocoscienza delle donne e per una maggiore consapevolezza da parte degli uomini. Un libro che non dovrebbe mancare nelle biblioteche private e pubbliche. Un saggio da vendere anche negli Autogrill, secondo la giusta aspirazione della curatrice.  


 


Mary Wollstonecraft
Rivendicazione dei diritti della donna
a cura di Carlotta Cossutta
Oscar Mondadori - Milano 2025     
Pagg. 310 €12

POETI
di Stefano Donno

Laura Garavaglia
 
La Geometria del Sentire: Scienza e Poesia in Laura Garavaglia
 
La produzione poetica di Laura Garavaglia raccolta nel volume Poemas (2012-2024) (Sial Pigmalión, 2025) si configura come un’indagine epistemologica di rara intensità, capace di suturare la storica frattura tra il rigore della scienza e il “sentire” lirico. L’autrice non si limita alla citazione erudita, ma abita il linguaggio scientifico – dalla meccanica quantistica alla teoria dei gruppi – per decodificare il reale. L’originalità linguistica risiede proprio in questa integrazione organica: termini come “zero assoluto”, “linee d’universo” o “algoritmo” perdono la loro asetticità specialistica per farsi metafore vivide della condizione umana, evitando con eleganza i cliché del sentimentalismo tradizionale. La sezione dedicata ai “grandi matematici” – da Turing a Galois, da Ada Lovelace a Cantor – non è un semplice omaggio biografico, ma una polifonia di voci che esplorano il confine tra genio e abisso, tra “ragione e immaginazione”. Sotto il profilo della rilevanza tematica, Garavaglia affronta con sguardo interstiziale i traumi della contemporaneità: il dramma delle migrazioni (‘Yusuf’, ‘Clandestina’), la salute mentale (‘Sindrome di Asperger’, ‘Anoressia’) e l’impatto della tecnologia (‘Skipe online’, ‘Pensiero artificiale’). La struttura formale è volutamente frammentata, dominata da un minimalismo che procede per “punti di precisione”, dove il verso si fa sottile e tagliente come un’equazione risolutiva. La voce poetica emerge con un’autenticità che riconosce nel numero la “purezza” necessaria per fronteggiare la “paura dell’annullamento” e l’assillo del tempo. In questa sintesi tra logos e pathos, l’opera di Garavaglia non solo dialoga con la tradizione (da Petrarca a Sinisgalli), ma innova profondamente, offrendo una “bussola nel labirinto della conoscenza” e confermando la sua statura nel panorama internazionale.


“SAI” MI DICEVI “È IL CICLO DELLA VITA”.

E l’albero, d’estate dava i frutti
per piangere le foglie, poi, col tempo.
Pensavo alle radici, a ciò che restava del senso.
Sentivo crollare la parete, dentro.

 

Laura Garavaglia
Poemas 
Pigmalión, 2025
Pagg. 204 - s.i.p. 

TEATRO
di Francesca Mezzadri



Questa nota è apparsa giovedì 29 gennaio 2026 sul Portale della rivista Sipario. Ringraziamo la direzione per averne permesso la pubblicazione su Odissea.


A teatro con amore. Milano e i suoi teatri di Angelo Gaccione (Effigi, pagine 288, euro 19), attraversa trentasei anni di vita teatrale milanese colta con la passione dello spettatore partecipe. Le note critiche raccolte dal 1982 al 2018, compongono un racconto plurale dove la città, i suoi teatri e la sua drammaturgia diventano specchio dei mutamenti culturali e civili del Paese. Come osserva Pasetti nella prefazione, Gaccione non scrive da drammaturgo che giudica, ma da osservatore che ascolta: una doppia identità che conferisce alle sue pagine una limpida onestà di sguardo. Milano emerge come crocevia di poetiche e tensioni etiche. Nelle recensioni confluiscono regie che interrogano il presente – dalla lettura perturbante di De Capitani del Sogno shakespeariano alla forza civile di Morte accidentale di un anarchico di Fo – a esperienze di teatro-vita come quelle della Comuna Baires, capaci di rompere la distanza tra scena e comunità. In questo arco di tempo la città diventa un organismo vivo, che assorbe e rilancia linguaggi, sostenendo tanto la tradizione quanto le espressioni più radicali. Uno dei meriti del volume, è il suo valore documentario: molte delle opere recensite, delle compagnie e dei teatri non esistono più se non in queste pagine. Il libro diventa così un archivio di ciò che Milano ha prodotto e perduto, ma soprattutto delle energie che l’hanno attraversata. La prefazione non si limita a constatare: quando evoca l’arcano teatrale, richiamando Flaubert, riconosce a Gaccione la capacità di percepire quel nucleo misterioso che rende il teatro qualcosa di irriducibile alla sola analisi. Il tono partecipe della prefazione restituisce una verità centrale: la critica di Gaccione nasce da un’etica, non da un mestiere. Un’etica che si traduce nel sostegno ai giovani, nella difesa delle esperienze marginali, nella convinzione che la scena sia ancora un luogo di comunità e responsabilità.
Ciò che resta al lettore contemporaneo è dunque un invito: guardare il teatro non come intrattenimento, ma come pratica di memoria e di vigilanza sul presente. Perché – lo mostrano queste pagine e le letture che le accompagnano – il teatro continua a essere uno dei pochi spazi in cui la complessità non solo sopravvive, ma prende forma.

AUTUNNO A OCCIDENTE 
di Rino Lorusso


 
“Il vecchio mondo sta morendo.
Quello nuovo tarda a comparire.
E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Antonio Gramsci - Quaderni dal carcere
  
Tempo di funghi velenosi
di muffe in camicia grigia
che divorano alberi marci
e licheni che gozzovigliano
sulla scorza della malattia
 
Tempo di grugni che rivoltano
il sottobosco della morta coscienza
foglie umidicce che odorano di sterco
e ricci di putride castagne
con aculei assetati di sangue
 
Tempo di cinghialoni feroci
che grufolano senza freni
e s’ingozzano di cadaveri
Tempo di grugniti rabbiosi
spacciati per discorsi
 
È il tempo della bestia silenziosa
a lungo covata nell’oscuro ventre
che mostra i canini in branco
e latra finalmente libera
l’istinto di azzannare
 
Tempo della bava alla bocca
che annega ogni pensiero
È il tempo della parola
coronata di spine bugiarde
crocifissa al legnoso nonsenso
 
Tempo di fogne che tracimano
feccioso e nauseabondo
Si guarda e respira il mondo
È spurgo guerrier
ch’entro ci rugge
 
È il tempo del nostro peggio
Tempo di mostri
Tempo di resistere
all’inverno delle anime
ormai alle porte.

PRIMA DELL’ESTATE E DEL TUONO
di Federico Migliorati



L’esperienza poetica del torinese Luca Pizzolitto, educatore di professione, curatore di una collana per Italic Pequod, data da oltre vent’anni e questo tempo, di frequentazione del mondo culturale e dello studio, gli ha consentito di approcciare il valore precipuo della parola da colto osservatore dell’esistenza, di sé, dell’uomo. Lo notiamo dall’ultima raccolta, impreziosita dall’ottima introduzione di un altro poeta insigne, Gianfranco Lauretano, che già nel titolo (ch’è un omaggio alla grandezza di Giancarlo Pontiggia) reca gli elementi pregnanti compulsati nei testi al suo interno. Nelle quattro sezioni in cui si articola il libro si respirano assenze, si percepiscono ferite, si stagliano immagini accecanti: l’autore è attento, come pochi scrittori in versi della sua generazione, alla parchezza, al sapiente dosaggio dei termini, siano essi riconducibili a una realtà di fatto quanto al gioco, anche questo delicato e preciso, della metafora. Il “pane spezzato” riporta immediatamente alla mente quel Pierluigi Cappello che, come nel poeta torinese, ha macinato sguardi profondi senza mai cadere nella retorica spiccia da social: è il pane caldo spezzato, l’attesa di Dio, ciò che viene portato all’attenzione, talvolta un dolore sordo e percussivo che si nutre, nonostante tutto e tutti, di una bellezza semplice, quotidiana, intrisa di senso etico ed estetico. Nel fuoco, nel tuono, nel riverbero di ogni pur claudicante esistenza a permanere, vivo e vero è sempre l’amore, un amore che si eterna, che lenisce, che, ad onta dell’umano travaglio, supera ogni nequizia. E se David Maria Turoldo lascia aperta la porta del monastero, in attesa che Qualcuno prima o poi giunga, Pizzolitto si rivolge a un interlocutore indefinito
 
bussi alla porta che non ha nome,
vesti d’oriente la materia scura del mondo
 
e più avanti ecco, insopprimibile,
 
la necessità di infinito
 
Nel fluire del verso ad accendere l’attenzione è il tema della morte, oggetto costante, oseremmo dire quasi ossessivo, che tuttavia subisce una sorta di catarsi, di palingenesi, tramite le quali esorcizzarla come fossimo davanti a un elemento apotropaico.
 
è la bianchezza terribile della morte
è la forma inesatta del cielo
 
e purtuttavia anche di fronte al dramma
 
cerco dimora nel lontano,
ciò che è vita dopo il naufragio
  
“Lo sguardo lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente, intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta” scrive Lauretano per il quale “in queste poesie la parola si fa corpo e viceversa, il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è spazio sacro di resistenza e ripresa”. E se questo rappresenta la poesia, non v’è dubbio che dobbiamo rifarci all’ultimo verso della raccolta per cogliere, come nel Dante che chiude l’Inferno, la necessità primigenia e fondamentale di uscire a riveder le stelle, qui nell’accezione di un “tempo sacro dell’abbandono” dove
tutto grida, tutto tende alla luce
In diversi passaggi si percepisce l’eco dei Romantici inglesi, con quell’impasto di spleen, sofferenza, nostalgia, paesaggi scenografici costellati di antiche rovine, intese tanto in senso metaforico, quelle dell’anima, quanto nella loro accezione concreta
Spoglio il sepolcro nell’aurora dissacrata
dal buio, si torcono le pareti, l’erba tagliata
con cura, l’abito a lutto del cielo – stringi al petto
 l’eco vuota d’abisso lo spazio risorto del padre
qui dove tutto tace e splende, tra le rovine.
E pure, in una poesia ricchissima di immagini e di icone come quella di Pizzolitto a spiccare sono due colori: il bianco e il rosso. Il primo è simbolo della purezza, della neve che rappresenta
l’inganno, il grido rubato
ma anche la virginale parola che muta, ma mai muore, la luce abbagliante che dà vita; il secondo rimanda inevitabilmente al fuoco, termine che torna sovente quale elemento di rinnovamento e di sacrificio insieme
il fuoco sacro della gioia
e ancora
ecco la fiamma che spinge e divora
ecco la notte del tempo sospeso
la bianca veste di Cristo
così come
la polvere rossa delle ringhiere
 
Infine l’abbacinante persistenza della divinità, chiamata a gran voce, una voce tuttavia laica, deferente e compassionevole insieme, che chiede “pietà Signore”, che scorge
il velo sacro del mattino
in attesa, come l’Argo di Ulisse, di un ritorno che sia nuovamente felicità e passato da riprendere.


 
Luca Pizzolitto
Prima dell’estate e del tuono
PeQuod, Ancona 2025
Pagg. 71 € 15
 

 

LA POESIA
Laura Margherita Volante 

 

Sorgente di vita 
 
Il sole sorge ogni giorno,
la Terra un contenitore di morti e non di vita.
Ma la vita spacca le zolle in un filo d’erba
e la roccia in una stella alpina e
la fonte purificante,
fra gorgoglii di sassi levigati dal fango,
scorre via in acque argentine. 
La sorgente chiama fra eco di valli e di monti 
chi scende al richiamo a dissetare l’anima
e a bagnarsi la fronte come il sacro gesto 
battesimale.
La catarsi rigeneratrice offre il soffice stelo al vento,
che sparge soffi di speranza.
La sorgente canta la sua nenia anche quando la Terra
le restituirà solo i suoi morti.

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