UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 10 marzo 2026

CAMBIARE STRADA O SPARIRE


Carlo Rovelli

Adam Claridge-Chang, dell’Unione Internazionale degli Scienziati (IUS) conversa con Carlo Rovelli.


Questa conversazione è stata registrata nel febbraio 2025, poco prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. Segna il primo anniversario del manifesto “Scienziati contro il riarmo”, scritto da Carlo Rovelli in collaborazione con Flavio Del Santo. Il manifesto invita scienziati, ingegneri e studiosi di tutta Europa a opporsi al piano ReArm da 800 miliardi di euro dell’UE e a sostenere la tradizione della diplomazia e della de-escalation guidata dagli scienziati. A un anno dalla pubblicazione del manifesto, la situazione geopolitica non ha fatto che peggiorare. È stato un privilegio parlare con uno scienziato di spicco che si è opposto alla guerra e al militarismo sin da giovane, per convinzioni maturate nel corso di una vita, e su dati verificati in oltre mezzo secolo. Mentre il mondo accelera verso la catastrofe globale, è fondamentale che gli scienziati prendano posizione e si oppongano alla normalizzazione del militarismo nella ricerca, sia nelle istituzioni che nella vita pubblica.

Adam Claridge-Chang: Oggi sono in compagnia di Carlo Rovelli, fisico italiano e principale architetto della gravità quantistica a loop. È noto anche a livello internazionale per bestseller come Sette brevi lezioni di fisica. Come coautore del manifesto “Scienziati contro il riarmo”, sostiene che l’indagine scientifica sulla struttura della realtà porti con sé un imperativo etico che spinge alla cooperazione piuttosto che al confronto. È anche membro dell’Unione Internazionale degli Scienziati. Grazie per essere qui con noi oggi, Carlo.

 
Carlo Rovelli: Grazie mille, Adam, per l’opportunità di potere esprimere alcune idee.


A. C-C.: Come sei arrivato ad adottare posizioni esplicitamente antimilitariste e c’è una continuità tra il tuo lavoro in fisica e il tuo impegno politico per la cooperazione planetaria rispetto al confronto?

C. R.: Per quanto riguarda la prima domanda, le mie posizioni antimilitariste risalgono alla mia giovinezza. In Italia all’epoca il servizio militare era obbligatorio e rifiutai di arruolarmi. Fui arrestato per un breve periodo. Avevo poco più di vent’anni, mezzo secolo fa. Sono stato fortunato, perché all’epoca l’esercito italiano era impegnato in Libano e la popolazione non sosteneva l’avventura del governo, che si trovava quindi in una posizione di debolezza e non voleva che giovani come me creassero troppi problemi. Per questo motivo, ho evitato la detenzione più lunga che hanno dovutoaffrontare amici che hanno fatto le mie stesse scelte. Ho alcuni testi che ho scritto all’epoca, molto nello spirito degli anni ’70. Vale a dire: la guerra è brutta, punto. Non voglio farne parte, punto. È un imperativo morale, punto. Non mi permetterò mai di prendere un’arma in mano e uccidere un altro essere umano, a prescindere da tutto. In realtà, le mie convinzioni erano più complesse per me: non era un ripudio della violenza a priori, assoluto o religioso. Era la convinzione che la guerra sia molto spesso qualcosa che la maggior parte delle persone subisce per gli interessi di pochi. Lo penso tuttora.



A. C-C.: E la seconda domanda: c’è continuità con il tuo lavoro scientifico
 
C. R.: La connessione sono semplicemente io: sono la stessa persona. Non sono un essere umano diverso come scienziato rispetto a come sono come cittadino politico. Più specificamente, credo che diversi fisici come me sentano una sorta di responsabilità condivisa per il regalo velenoso che la fisica teorica ha fatto all’umanità: le armi nucleari. Il pericolo che le armi nucleari rappresentano per l’umanità oggi è così drammatico che non solo come cittadini, ma anche come fisici, abbiamo la responsabilità di avvertire l’umanità che il rischio di autodistruzione è colossale, molto reale, molto vicino e ignorato. La deterrenza ci ha salvato dalla guerra nucleare per molti decenni, ma questo non significa affatto che continuerà a farlo. È come lanciare ripetutamente i dadi e dire: “è improbabile che esca il sei” – ma se continui a farlo, alla fine il sei uscirà. La guerra nucleare è la stessa cosa. La deterrenza la rende più improbabile, ma se si continua, prima o poi i sei verranno fuori.


A. C-C.: Anche durante la Guerra Fredda, quando la deterrenza funzionava, ci furono molti incidenti ed errori tecnici che avrebbero potuto, innescare una guerra nucleare, seppure senza volerlo.

C. R.: Esatto. Durante la Guerra Fredda ci furono molti episodi in cui lo scontro nucleare fu evitato per pochissimo, per un minuto o due. Ogni volta è un lancio di dadi. È un gioco straordinariamente rischioso. Prima o poi di sicuro non finisce bene. 


Il colonnello sovietico
Stanislav E. Petrov
che nel 1983 salvò il mondo
dalla catastrofe nucleare
 
A.C-C.: Quindi ora, nel 2025-2026, l’UE ha rotto la separazione tra ricerca civile e militare. Ad esempio, ha aperto Horizon Europe ai progetti di difesa e la Germania ha effettuato ingenti tagli ai bilanci per la ricerca per finanziare i piani di rimilitarizzazione. Che impatto prevede che il piano ReArm da 800 miliardi di euro avrà sulla scienza in Europa?

C. R.: Purtroppo molti colleghi reagiscono pensando: se fai scienza, e ricevi un sacco di soldi, va bene comunque. Senza riflettere a cosa stiamo facendo. Si guarda il proprio particolare, senza vedere che si cammina verso il baratro. Il denaro destinato allo sviluppo militare è un disastro per l’umanità. Viene giustificato con l’idea: se vuoi la pace, preparati alla guerra – che è esattamente ciò che era ripetuto prima di ogni grande guerra. La Prima Guerra Mondiale per esempio fu preceduta da un periodo in cui tutti si riarmavano dicendo: “Dovremmo spendere un sacco di soldi per l’esercito per preservare la pace” – questo ha portato alla Prima Guerra Mondiale, seguita rapidamente dalla Seconda, e 100 milioni di persone furono uccise sotto lo slogan: se vuoi la pace, preparati alla guerra. Storicamente, il riarmo è sempre stato preludio a grandi scontri militari. La Guerra Fredda era dislocata in periferia rispetto alle grandi potenze, ma ha egualmente fatto milioni di morti. La deterrenza non deve darci l’illusione che funzionerà per sempre. Le cose stanno cambiando, ora ci sono tre grandi potenze nucleari, il che cambia completamente il gioco della deterrenza. Cosa ancora più importante, c’è lo sviluppo tecnologico. La deterrenza funziona con uno sviluppo tecnologico nullo. Se io e te stiamo combattendo e sappiamo esattamente di cosa è capace l’altro, e nulla cambia, siamo in una situazione stabile: nessuno dei due attaccherà. Ma se uno di noi ottiene un vantaggio tecnologico, la stabilità svanisce. Torniamo al principio: chi è più forte impone la propria volontà. E scatena la guerra. Che è quello che sta succedendo. Questa è stata la regola per 10.000 anni di storia umana. Mi sembra che gli esseri umani siano razionali: dovrebbero imparare a giocare una partita diversa.



A. C-C.: Nel Manifesto contro il riarmo citi il Manifesto Russell-Einstein del 1955 e le Conferenze di Pugwash come modelli per la diplomazia e il dialogo guidati dagli scienziati oggi. Quali azioni concrete possono intraprendere gli scienziati in attività per resistere al coinvolgimento in questa nuova Guerra Fredda? È ancora possibile il rifiuto organizzato di finanziamenti legati all’apparato militare o c’è troppa presa di potere istituzionale?

C. R.: Penso che sia difficile, dato il clima attuale, ma credo sia possibile. Le tensioni geopolitiche sono molto presenti sui giornali, quindi mi sembra che sempre meno persone possano rimanere nello spirito del “non succede nulla, tutto procede come al solito”. È richiesta una grande dose di responsabilità da parte degli scienziati. Cosa si può fare concretamente? Da parte mia, mirifiuto di svolgere qualsiasi lavoro vagamente collegato alle spese militari, nonperché cambi il mondo direttamente in questo modo, ma come segnale. Per il resto, non vedo cos’altro possiamo fare se non parlare, cercare di convincere i nostri colleghi a essere più responsabili, meno miopi. Ciò che distrugge l’umanità è l’irrazionalità e la miopia. Un piccolo vantaggio a breve termine è un grande svantaggio a lungo termine. Questo è ciò che sono tutte le guerre. Ma vale anche per ognuno di noi individualmente. Non ho consigli da dare oltre a quello che sto cercando di fare: scrivere, parlare, esprimere opinioni.



A. C-C.: Economisti come Jeffrey Sachs e altri hanno sostenuto che la sottomissione europea alla strategia geopolitica americana – ad esempio, l’espansione della NATO e ora il tentativo di acquisizione della Groenlandia – rappresenta una sorta di vassallaggio. Il piano Rearm soddisfa la richiesta di Washington di un 5% del PIL in spese militari, nonostante gli Stati Uniti minaccino la Danimarca. Il perseguimento della pace in Europa richiederà un distacco dall’impero americano?

C. R.: Credo che quanto accaduto di recente non sia difficile da interpretare storicamente. Il vassallaggio dell’Europa nei confronti dell’impero americano non è iniziato con Trump, c’era già da prima. Solo che era molto comodo: eravamo amici del bullo. Quando sei amico del bullo, pensi di essere protetto. Gli Stati Uniti hanno trattato l’Europa relativamente bene dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Avevamo sicurezza, commerci e ci era consentito, in una certa misura, di intrattenere relazioni energetiche convenienti con la Russia. Gli Stati Uniti sono cambiati sia per ragioni interne sia perché il resto del mondo sta crescendo molto più velocemente del loro Impero. Il resto del mondo oggi non è più la piccola potenza economica di 30 o 40 anni fa: è grande quanto l’Impero, se non di più. L’amministrazione Trump ha cambiato politica nei confronti dell’Europa. Improvvisamente l’Europa si sente in una crisi esistenziale: “Oh mio dio, chi siamo? Il nostro paparino non ci protegge, papà è contro di noi”. Gli Stati Uniti sono sempre stati aggressivi e prepotenti: solo nel cosiddetto dopoguerra hanno iniziato più di 30 guerre in cui sono stati loro gli aggressori, mai gli aggrediti. Lo hanno fatto con la complicità dei vassalli europei, inclusa quella dell’Italia. Milioni di persone sono state uccise in questa aggressione continua, mentre i nostri giornali ci dicevano, con orgoglio, che siamo il bene del mondo, che stiamo proteggendo e diffondendo la democrazia o la libertà. In realtà, il controllo del mondo era brutale. Le novità ora sono due. Un po’ dell’ipocrisia di questa storia è stata abbandonata. E l’aggressività del bullo si rivolge anche contro di noi. Penso che l’Europa sia ora in una posizione in cui può diventare un attore più attivo sulla scena internazionale. Probabilmente è ancora la più grande potenza economica mondiale, a seconda di come si contano i numeri. Ha un’immensa influenza culturale. E vorrei sottolineare che su molte questioni chiave, il resto del mondo è politicamente molto più vicino all’Europa che agli Stati Uniti. Sul diritto internazionale, Cina ed Europa sono allineate; gli Stati Uniti no. Su ecologia e politiche verdi, Cina ed Europa sono sulla stessa lunghezza d’onda; gli Stati Uniti no. Sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, Cina ed Europa concordano sulla necessità di un controllo pubblico e di limiti; gli Stati Uniti no, preferendo lasciare la questione nelle mani di poche aziende private. E così via. Ciò che l’Europa deve abbandonare è la narrativa ideologica dell’Occidente democratico buono mentre tutti gli altri sono cattivi. L’idea secondo cui noi abbiamo valori di alto livello che altri non hanno. Dobbiamo pensare che noi abbiamo i nostri valori, gli altri i loro, e dobbiamo vivere assieme. Ciò che le leadership indiane, brasiliane, indonesiane o cinesi hanno fatto per le loro popolazioni è molto apprezzato dalle loro popolazioni. Hanno valori diversi dai nostri per certi aspetti, e questo non è un problema. Dobbiamo abbandonare questa mentalità che dobbiamo insegnare al mondo come vivere, e che siamo “noi contro di loro”. È questo che sta distruggendo il mondo in questo momento.



A. C-C.: Penso che tu abbia ragione nel dire che la mentalità europea potrebbe essere una delle più difficili da abbandonare: quest'idea che il cosiddetto ordine internazionale liberale basato sulle regole sia il quadro preminente che nessun altro dovrebbe mettere in discussione.

C. R.: Esatto, ma farei una distinzione importante – credo che sia una distinzione che fanno anche molti altri, e noi non vediamo mai: la distinzione tra l’organizzazione liberale degli affari internazionali “basata sulle regole” da un lato, e l’ordine internazionale basato sul diritto dall’altro. L’ordine liberale “basato sulle regole” economiche e finanziarie imposte dagli Stati ricchi a proprio vantaggio è una cosa. Mentre altra è la Carta delle Nazioni Unite che tutti i paesi hanno adottato, e le organizzazioni connesse. Queste non sono un insieme di regole inventate in un piccolo ufficio da un potente gruppo di nazioni e imposte a tutti gli altri. Il diritto è la Carta delle Nazioni Unite, la legalità internazionale.  L’Occidente l’ha costantemente infranta. Ha violato ripetutamente il diritto internazionale dalla guerra in Iraq in poi, e il mondo ci ha chiesto di avere rispetto per le Nazioni Unite, per l’OMS, per le istituzioni internazionali. Dobbiamo accettare le differenze di valori – che non sono poi così grandi, perché più o meno i valori sono gli stessi in tutto il pianeta – scrivere chiaramente qual è la legge e rispettarla. Questo è meglio per tutti. E i primi ad averla infranta siamo stati noi.



A. C-C.: Hai scritto che i politici europei fomentano la “paura della Russia” ignorando opportunamente che il PIL russo è inferiore a quello italiano – e quindi che la Russia non ha le risorse per conquistare l’Europa direttamente. Perché pensi che i leader europei persistano in questa russofobia e militarizzazione invece di perseguire un approccio diplomatico e negoziato?

C. R.: Non lo so. Non riesco a capire la leadership europea in questo momento. L’ultima volta che ho avuto una conversazione con un alto funzionario del Ministero degli Esteri tedesco – circa un anno fa – sono rimasto scioccato. Gli ho chiesto ripetutamente: come vede la Germania, l’Europa e la Russia in futuro? Qual è la sua visione? La risposta è stata: “Non ne abbiamo idea. Abbiamo perso la strada. Non sappiamo dove stiamo andando, cosa stiamo facendo. Siamo rimasti scioccati dalla guerra in Ucraina, scioccati da quello che stanno facendo gli americani. Navighiamo giorno per giorno, settimana per settimana”. Se questa è la politica estera del paese militarmente più potente d’Europa, allora l’Europa è ovviamente confusa. L’Italia è confusa, la Francia è confusa, il Regno Unito è confuso: l’illusione britannica di poter ancora in qualche modo influenzare gli americani è stata completamente infranta. E in questa confusione, la scomparsa della protezione americana ha avuto una reazione collettiva: “Oh mio dio, costruiamo un sacco di armi”. Come se potesse aiutare. Riguardo alla russofobia: capisco la preoccupazione di alcuni paesi che hanno una lunga storia di scontri con la Russia, come la Polonia e gli Stati baltici. Si trovano in una situazione non del tutto diversa da quella dell’Ucraina, con minoranze russofone e una storia complicata. Ma l’idea che la Russia di oggi abbia un esercito in grado di raggiungere Berlino, Parigi, Roma o Madrid è un’assurdità evidente. Eppure viene usata per incutere timore nelle popolazioni. La Russia ha una popolazione numerosa ed è una potenza nucleare, ovviamente, ma non si possono usare armi nucleari per conquistare territori. I russi non hanno alcuna possibilità di arrivare a Roma o a Parigi. È vero che nel 1945 sono arrivati a Berlino, ma ricordate come? Invasi dai tedeschi, 20 milioni di morti russi per ricacciarli. È chiaro che uno scontro in Europa è l’ultima cosa che i russi vogliono. Vogliono sicurezza e buoni rapporti con l’Europa. Vogliono venderci gas, di cui l’Europa ha bisogno. La Russia moderna è stata creata da un’élite il cui sogno era quello di unirsi alle élite europee, questo è assolutamente evidente. E poi inglesi e americani sono riusciti a instillare nella Russia la paura che tutto questo fosse una manovra per distruggere la Russia – che è ciò che la Russia pensa. Le guerre molto spesso non nascono dal desiderio di conquista. Nascono dalla paura. Tutti dovrebbero leggere il Mein Kampf – non come un programma da ammirare, ma per capirlo: parla interamente delle grandi potenze là fuori che vogliono distruggerci, che ci uccideranno tutti se non diventiamo più forti di loro. E stiamo giocando di nuovo allo stesso gioco.



A. C-C.: Ho quasi la sensazione che la propaganda della NATO contro la Russia abbia permeato il sistema a tal punto che non sono solo le persone comuni a non vedere la realtà – persino la leadership ora crede alla propria propaganda.


C. R.: Temo che sia esattamente quello che è successo. A volte diciamo: “Beh, fidiamoci della leadership – dopotutto, hanno più informazioni di noi, quindi forse hanno una visione a lungo termine”. Ma non credo che sia ragionevole, perché se si guarda alla storia politica, si tratta di un errore di valutazione costante. Costantemente. Ho appena finito di scrivere una storia degli scontri nucleari e dello sviluppo di armi nucleari. È incredibile come quasi tutte le decisioni siano state prese sulla base di convinzioni semplicemente sbagliate. Gli Stati Uniti hanno sganciato la prima bomba perché Truman era sicuro che i russi non avrebbero mai costruito una bomba atomica – il Progetto Manhattan era così colossale, mezzo milione di persone, un’immensa quantità di denaro, che “i russi non avrebbero mai potuto farlo”. Pochi anni dopo, i russi avevano la bomba atomica e poi la bomba all’idrogeno. La Corea invase il Sud perché l’intelligence sovietica aveva detto loro che l’America non avrebbe risposto – l’America lo fece. Poi l’America invase il Nord perché la CIA concluse che la Cina non sarebbe intervenuta – la Cina intervenne. È tutto così, ripetuto all’infinito. Quindi non mi fido affatto dei politici europei in questo momento. In più c’è l’onda lunga della Guerra Fredda – che era, tra le altre cose, una storia molto comoda per le élite di entrambe le parti. La leadership americana controllava il mondo con: “i russi cattivi vi ruberanno la casa e mangeranno i vostri bambini”. Il Cremlino controllava la sua sfera con il motto: “I malvagi capitalisti invaderanno i vostri paesi”. È molto comodo, quando si è al potere, avere contro di sé una grande forza oscura e malvagia. E credo che anche la paura della Russia sia un po’ quella, ancora in gioco.



A. C-C.: Il Bulletin of Atomic Scientists ha impostato l’Orologio dell’Apocalisse a 89 secondi dalla mezzanotte, il momento più vicino all'apocalisse mai registrato. Entrambi i trattati START sono crollati e si parla di modernizzare i cosiddetti sistemi d’arma nucleare tattici in Europa. Crede che una de-escalation guidata dagli scienziati, del tipo di quella che ha avuto successo durante la Guerra Fredda, sia ancora possibile oggi?
 
C. R.: Sì, da entrambe le parti. Il rischio di una guerra nucleare è, a mio parere, oggi gravemente sottovalutato a livello collettivo. Grazie al Bulletin of Atomic Scientists per averci ricordato che non è mai stato così alto. È una situazione assolutamente drammatica per l’umanità. Credo che sia la priorità assoluta, anche prima delle minacce del cambiamento climatico, anche prima di piccole guerre, povertà, disuguaglianze o pandemie. Il rischio collettivo numero uno è l’autoannientamento. Il libro che sto finendo – attualmente pubblicato solo in italiano – è una storia del pericolo nucleare, pensata per sensibilizzare. Dovremmo imparare dai nostri maestri. Molte delle persone coinvolte nella riduzione del rischio nucleare durante la Guerra Fredda erano fisici. Gorbaciov affermò molto apertamente, e gli storici americani lo hanno riconosciuto, che il ruolo degli scienziati nell’avvertire i politici del pericolo portò a START I e START II – trattati che funzionarono e che salvarono davvero l’umanità per un po’. Poi furono abbandonati. Credo che ci sia ancora una possibilità, perché è ovviamente la scelta razionale. Persino Trump, nella sua follia e imprevedibilità, ha pubblicamente suggerito a un certo punto: “Perché Putin, Xi Jinping e io non ci sediamo a parlare del controllo totale delle armi nucleari e della riduzione delle spese militari per tutti e tre?”. Dice tutto e il contrario di tutto, quindi ho poche speranze che porti a termine le sue promesse. Ma significa che queste idee esistono. E come scienziati, dobbiamo impegnarci per realizzarle. Ci sono ragioni ideologiche, umanitarie, religiose ed etiche per non fare la guerra, ma tutto questo, a mio parere, si basa in ultima analisi sulla semplice razionalità. Essere razionali significa non uccidersi a vicenda in una guerra nucleare. Non è complicato. Una cosa che lo blocca – e con tutto il mio amore per la democrazia, devo dirlo – è che in un paese democratico le decisioni vengono prese da funzionari eletti il cui massimo interesse è essere eletti la prossima volta. Quindi l’orizzonte è sempre breve. In un certo senso, potremmo sperare di più da sistemi politici come quello cinese, che consentono una visione a lungo termine. È per questo che la Cina ha avuto così tanto successo negli ultimi tre o quattro decenni: sa pensare a lungo termine. Se pensi a lungo termine, avrai più successo nel lungo termine. Ed è per questo che la leadership cinese è naturalmente allineata con il meglio della cultura europea su questioni come l’energia verde, il diritto internazionale e la legalità.



A. C-C.: Forse 70 anni fa, Enrico Fermi chiese: dove sono tutti? Ci sono trilioni di stelle, eppure non abbiamo comunicazioni dall’esterno del sistema solare. Il paradosso di Fermi ha molte spiegazioni, ma una che mi tormenta è che forse tutti gli altri sono arrivati a questo punto – e forse è una proprietà inevitabile del sistema che la tua difesa sia la mia minaccia, e che si finisca con un olocausto nucleare. Ti tormenta?


C. R.: Penso che sia possibile. Questo esperimento che la natura sta conducendo – la civiltà, la razza umana, questo straordinario potenziamento di una specie negli ultimi 10.000 anni e soprattutto negli ultimi 1.000 – non abbiamo idea di dove ci porterà. È molto probabile che sia quasi inevitabile che porti alla catastrofe. Davvero non lo so. Ma non mi terrorizza. Sto per morire. Le civiltà sono morte. Le stelle muoiono. La razza umana morirà. Viviamo nell’impermanenza. Eppure, non attraverso la strada senza guardare a destra e a sinistra, anche sapendo che sto per morire. Voglio vivere di più. E penso che l’umanità debba assolutamente fare tutto il possibile per evitare la catastrofe. Non siamo ciecamente nelle mani del destino. Abbiamo razionalità: usiamola.

A. C-C.: Grazie mille, Carlo, per essere stato qui con noi oggi. Lo apprezzo davvero.


C. R.: Grazie, Adam.

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Il testamento disarmista
di Carlo Cassola

“Odissea” ringrazia Carlo Rovelli e il sito dell’Unione Internazionale degli Scienziati.
 
https://www.iuscientists.org


lunedì 9 marzo 2026

COSTITUZIONE E REFERENDUM
di Alfonso Gianni


 
L’importanza costituzionale e politica del referendum.
 
Le destre hanno presentato alle Camere la loro proposta di legge elettorale, questo chiarisce, oltre ogni ragionevole dubbio, quale sia il loro intento di imprimere una svolta profondamente autoritaria al paese. Insomma, le carte sono in tavola. Poco conta che la fretta ha fatto sì che emergono numerose falle nella proposta di legge elettorale, che difatti sono evidenziate anche da esponenti e da figure di riferimento sulle questioni istituzionali facenti parte della stessa area politica del centro destra. Una valutazione più puntuale la si potrà fare avendo il testo in mano e non solo la copertina (la velina come si suole dire nel linguaggio parlamentare) con il numero che registra la avvenuta deposizione (Atto Camera 2822 e Atto Senato 1822). 
La sostanza è chiara. Vogliono impedire che il Parlamento sia un organo di rappresentanza delle opzioni politiche presenti nel paese, alla ricerca di una governabilità che si fa forza soltanto di una maggioranza artificialmente costruita. Chi raggiunge il 40% ha vinto, perché ottiene un premio di maggioranza che lo porta almeno al 55% (ma che può arrivare al 57 per cento e virgola). Una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale - ancora più ridotta se si considera il crescente tasso di astensione - avrebbe a quel punto un Parlamento agli ordini dell’Esecutivo, una opposizione schiacciata dalla forza dei numeri, la possibilità di eleggere organi di garanzia a proprio piacimento, nonché quella di avere nelle proprie mani l’elezione del prossimo capo dello Stato, quella dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura.



A questo punto la proposta di premierato, che Meloni ha detto di non volere abbandonare, contrariamente a consigli che le sono provenuti anche da suoi tradizionali consiglieri istituzionali, sarebbe un coronamento, o meglio la costituzionalizzazione di un progetto nella sostanza già conseguito per altre vie. Quelle appunto della legge elettorale. È esattamente quello che Roberto D’Alimonte, dalle colonne del Sole 24 Ore, suggeriva di fare, per evitare le incertezze dell’esito di una riforma costituzionale che, per mancanza dei due terzi dei voti parlamentari favorevoli, verrebbe sottoposta al referendum cosiddetto confermativo.
In sostanza stiamo assistendo alla implementazione del patto che ha tenuto insieme la maggioranza e che, per quanto riguarda gli assetti istituzionali, era ed è fondato su tre gambe: l’autonomia differenziata, la sottoposizione della magistratura al potere politico, il premierato. Ognuna delle tre forze che compongono il governo si identifica particolarmente con uno di questi obiettivi: la Lega nell’autonomia delle regioni del Nord; Forza Italia nell’attacco alla magistratura predicato da Licio Gelli - confermato di recente da una illuminante intervista al figlio - e da Silvio Berlusconi; Fratelli d’Italia nel comando di una/o sola/o.
Infatti proprio in questi giorni il Consiglio dei ministri si è affrettato ad approvare le intese preliminari firmate dal ministro Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Si tratta di accordi che aggirano i famosi paletti posti dalla sentenza della 192/2024 della Corte Costituzionale, a dimostrazione di quanto avevano ragione coloro che sostenevano che le parziali incostituzionalità accertate e gli altri rilievi mossi al testo governativo non fossero sufficienti a fermare e nemmeno a imbrigliare l’azione di Calderoli verso quella che è stata giustamente chiamata la “secessione dei ricchi”. Invece di considerare quella sentenza come “uno scudo e una lancia” in grado di opporsi validamente a un progetto eversivo degli assetti istituzionali di uno stato democratico, si sarebbe dovuto insistere con una nuova raccolta di firme (le precedenti avevano quasi raggiunto un milione 300mila) - possibile sulla base di un quesito rinnovato - per giungere a un pronunciamento referendario sull’abrogazione integrale della legge Calderoli.



Così non si è fatto ed ora le possibilità di opporsi alla realizzazione dell’autonomia differenziata sono certamente più ristrette. Ma non del tutto inesistenti. Certamente le leggi che conterranno le intese con le regioni non sono sottoponibili a un referendum abrogativo, in quanto leggi “rinforzate”. Per impedirne l’entrata in vigore rimane una sola strada: quella di un ricorso alla Consulta per via principale da parte di qualche regione. Nella speranza che la Corte Costituzionale rilevi l’incostituzionalità della legge tenendo anche conto dell’aggiramento dei paletti da essa stessa a suo tempo infruttuosamente posti. D’altro canto pensare di potere fermare il progetto di legge elettorale in Parlamento è del tutto illusorio. Certamente, e c’è già nel cosiddetto campo largo che si sta pensando, è possibile concordare qualche aggiustamento e qualche modifica può arrivare anche dalle stesse file dei proponenti per turare quei buchi già ora evidenti. Ma si tratterebbe di un’operazione di puro maquillage o peggio di aggiustamenti che permetterebbero alla legge di essere ancora più performante nella sua negatività. Il principio per il quale una legge elettorale dovrebbe trovare un consenso ampio, superando i confini tra maggioranza e opposizione, ricercando il modo migliore per assicurare la effettiva rappresentanza, unica base solida su cui può poggiare la governabilità, sono stati travolti da tempo. E non solo dal centro-destra. 



È dal 1993 che si succedono diverse leggi elettorali, ognuna fatta dalla maggioranza del momento nella speranza di conservarsi al governo una volta chiuse le urne, per lo più bocciate o sottoposte a critica dalla Corte Costituzionale in alcune parti (malgrado che le griglie dei giudizi della Consulta si siano pericolosamente allargate negli ultimi tempi). Difficile pensare che proprio ora, con una maggioranza di destra così aggressiva, si possa sperare di arrivare ad una fruttifera contrattazione. Dovrebbe quindi apparire del tutto chiaro che la possibilità di fermare il progetto reazionario di rottura costituzionale delle destre sta fuori dalle aule parlamentari e risiede principalmente nella combattività e nella partecipazione popolare.
L’occasione più prossima per dimostrarlo è proprio il referendum del 22 e del 23 di marzo. L’esito dello stesso è contendibile. Anche nei sondaggi si è delineata una linea di tendenza che ha visto il No, partendo da posizioni molto sfavorevoli, avvicinarsi sempre di più alla maggioranza dei consensi. La sua vittoria potrebbe spezzare il disegno della destra. Qui sta il suo alto significato non solo costituzionale, ma anche politico. In queste ultime tre settimane scarse che ci separano dal voto è possibile conquistare nuovi consensi all’abrogazione della legge Meloni-Nordio. 



Il suo nocciolo non sta nella separazione delle carriere, già avvenuta di fatto (meno dell’1% dei magistrati attualmente passa da pubblico ministero a giudice o viceversa), ma nell’attacco alla indipendenza e alla autonomia della magistratura, attraverso la moltiplicazione dei suoi organi di governo (due Csm più un’Alta corte disciplinare) che in questo modo verrebbero indeboliti. Il metodo di elezione, l’impresentabile sorteggio - che avverrebbe, per la parte togata, sulla totalità dei magistrati, mentre, per la parte laica, sulla base di una platea di sorteggiabili determinata a maggioranza semplice dall’attuale parlamento - è quello che scardina ogni principio costituzionale in materia di elezione di organi di governo e che permette così un controllo politico dell’esecutivo sugli stessi, visto che la parte laica passerebbe comunque in prima istanza attraverso un filtro che dipende dai rapporti di forza interni al Parlamento. 



Ma non si tratta solo di sottolineare gli elementi di testo e di contesto in cui si colloca la legge Meloni-Nordio, bisogna anche sottolineare che l’attuale magistratura è spesso intervenuta a sostegno dei diritti dei più deboli. Lo si è visto e lo si vede nel caso dei migranti, lo abbiamo sotto gli occhi grazie alla iniziativa della Procura di Milano nel caso della difesa dei riders e contro le potenti multinazionali delle consegne a domicilio (come Glovo e Deliveroo). Solo una magistratura autonoma e indipendente ha la possibilità di opporsi ai grandi colossi economici e fare da contrappeso a decisioni ingiuste da parte dell’Esecutivo Se vincesse il Sì seguiranno altre leggi già annunciate in varie dichiarazioni del ministro della Giustizia e di altri membri di governo, come, ad esempio, la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, che limiterebbero ulteriormente l’autonomia della magistratura.
Ora il contesto politico e sociale in cui si colloca il voto del 22-23 marzo si è appesantito di un nuovo drammatico evento: l’aggressione degli Usa e di Israele nei confronti dell’Iran che si preannuncia come una guerra senza confini, allargata a tutto il Medio Oriente e non solo. Già si sentono le richieste di compartecipazione a diversi livelli della Unione europea in questa folle avventura. E il governo del nostro paese non ha alcuna intenzione di chiamarsi fuori, schiacciato come è tra un acritico filoatlantismo e una complicità con la Commissione europea. Come è noto le basi militari Usa abbondano in Italia e già sono state usate nelle guerre balcaniche. Impedirlo, sulla base dell’articolo 11 della nostra Costituzione, è dunque soprattutto compito delle mobilitazioni popolari e delle forze della ragione intellettuale. Ma esse saranno inevitabilmente sottoposte a una pesante repressione. I decreti sicurezza servono a questo. La moltiplicazione delle fattispecie di reato è stata concepita proprio per stringere le maglie della repressione. Per praticare il rifiuto della guerra scritto tra i Principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, abbiamo bisogno del contributo di una magistratura, libera, indipendente e autonoma. Per questo il referendum del 22-23 marzo assume un ‘enorme valenza costituzionale e un grande significato politico. Quindi un grande No.
 
P S: Per approfondire e scaricare materiale di propaganda vai su 

 

ODIAMO I REGIMI OPPRESSIVI NON LA VERITÀ
di Elena Basile



Per ammazzare 300 poliziotti, da parte dei manifestanti, ci vogliono armi, tante. Non ne abbiamo vista una in mano a dimostranti. Chi sparava al posto loro? 


Continuo a non rassegnarmi. Rimango stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000 vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di correre via urlando. Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet) sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi), avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far crollare palazzi. L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei, della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato. Le autorità iraniane hanno provveduto a stilare una lista di tutti i morti civili, con nome, cognome e data di nascita: all’incirca 6.000, inclusi 300 poliziotti. Dov’è la lista delle ONG finanziate da noi che “danno i numeri”? Le morti sono avvenute in un contesto di regime change, dove - per ammissione occidentale - agenti della CIA e del Mossad trasformavano manifestazioni pacifiche in insurrezioni armate contro municipalità, stazioni di polizia, ospedali e ambulanze. Nelle operazioni di cambiamento di regime (aprite un libro di storia, per favore!) il rispetto per la vita umana è minimo. L’uccisione di civili serve alla propaganda e a far sentire il popolo legittimato a insorgere. In Italia, se viene picchiato un poliziotto, il governo si sente autorizzato a reprimere le manifestazioni e a stigmatizzare i manifestanti. Come mai l’uccisione di 300 poliziotti iraniani non viene recepita dai media come un fattore che non poteva non scatenare una repressione brutale? Stiamo parlando di scontri tra polizia ed élite addestrate militarmente da servizi stranieri. Nessun dirigente occidentale - neanche i migliori - ha riportato un dettaglio che cambia il quadro e giustifica l’uso della forza legittima da parte dello Stato: l’ABC di una qualsiasi analisi seria.



Avevo scritto nel mio reportage sull’Iran che molti ragazzi - studenti e giovani che si abbeverano alla CNN e odiano i precetti islamici imposti dal potere politico - hanno ingenuamente partecipato alle manifestazioni senza rendersi conto del carattere eversivo e terrorista delle stesse, essendo guidate da servizi stranieri. I migliori di loro, vedendo le loro città bombardate dal terrorismo di Stato israelo-americano, si stanno ravvedendo. 165 bambine trucidate in una scuola e nessuno si è scusato, mentre i giornali occidentali si soffermano sulle sei vittime americane. Avranno compreso gli studenti occidentalizzati che un genocida come Netanyahu e un suprematista bianco come Trump tengono soltanto ai loro interessi e non alla libertà del popolo iraniano. La balcanizzazione dell’Iran comporta che i civili iraniani siano sacrificabili. Poco mi aspetto dalla diaspora iraniana: una borghesia piccina piccina che si affida al figlio del dittatore, lo shah Reza Pahlavi, il cui regime terrorizzava il popolo con una sorta di Gestapo, la polizia segreta Savak, e che ha soltanto un obiettivo: ritornare al potere economico che deteneva e liberarsi del declassamento sociale subito come migranti. Sarebbero complici di un nuovo dittatore al quale svendere il Paese pur di tornare classe dirigente, esattamente come i loro genitori e nonni, entourage complice dello shah, fuggito dal Paese dopo la rivoluzione khomeinista. Direi ai giovani iraniani di costruire un’alternativa riformista nel Paese, possibile se l’assedio militare ed economico occidentale - in piedi da quarant’anni - cessa. Manifestate contro Israele e l’Occidente che strangola volutamente l’economia del Paese e semina morti. Solo in questo modo potrete concorrere alla costruzione di un’opposizione che non può essere rappresentata dallo shah, oppure dai terroristi mujaheddin del popolo (MEK), che combatterono a fianco degli iracheni e degli occidentali contro l’Iran nella guerra del 1980. Né un movimento alternativo alla Repubblica islamica può essere costruito da etnie insurrezionali come i curdi o i beluci. La sirianizzazione del Paese, la guerra civile - strano che gli iraniani non lo capiscano - farebbe rimpiangere il governo teocratico. 



L’Occidente è dalla parte sbagliata della storia. L’oligarchia che si esprime nei Democratici USA o in Trump, e nei loro accoliti europei - la maggioranza Ursula - sta distruggendo il multilateralismo creato alla fine della Seconda guerra mondiale. Sta sostituendo il diritto con la forza, normalizzando guerre coloniali, genocidio, discriminazioni razziali e suprematismo bianco. Che anche il riflesso dei Democratici USA, dei liberali e dei socialisti europei sia complice del nuovo fascismo del XXI secolo ha avuto una rappresentazione plastica nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU tenutosi subito dopo l’attacco israelo-americano del 28 febbraio. Durante quella seduta non solo gli Stati Uniti, ma uno ad uno tutti i vassalli europei non hanno condannato l’attacco israelo-americano, mentre hanno condannato le rappresaglie dell’Iran, che invece sono legittime ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU sul diritto di autodifesa. La razionalità e il diritto sono stati sostenuti dalla Russia, dalla Cina e da altri rappresentanti del cosiddetto “resto del mondo”. Saremo dunque complici politici di una guerra di aggressione, questo è certo. Ma lo saremo anche dal punto di vista militare. Inviare navi e armi per difendere alleati che si macchiano di un attacco illegale, non provocato e non giustificato (questo sì, non certo l’invasione russa dell’Ucraina), significa essere complici di una guerra illegale e passibili di sanzioni da parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia. La dichiarazione burlesca del ministro Crosetto, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero richiesto l’utilizzo delle basi americane in Italia, va smentita ricordando che gli americani hanno a Napoli il coordinamento delle forze armate statunitensi e che da Sigonella sono già partiti aerei di ricognizione per la guerra in Medio Oriente e che, per decollo e atterraggio, gli americani non chiedono autorizzazioni. 



Di fatto l’Italia sta violando l’articolo 11 della Costituzione sia con il rifornimento di armi all’Ucraina sia ora nella guerra all’Iran. La neutralità nei confronti dei belligeranti è l’unica opzione costituzionale, in quanto la guerra non può essere riconosciuta come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali. Spiace che persino il socialista Sánchez, il più lungimirante tra i leader europei, abbia voluto partecipare alla missione difensiva di Cipro e che sull’Ucraina sia affetto dalla medesima russofobia diffusa tra i suoi colleghi europei e basata su una propaganda schizofrenica: descrivere Putin come un criminale e poi fare affidamento su di lui per il non uso delle armi nucleari; oppure considerare la Russia una “stazione di gas nel deserto”, incapace di avanzare in Ucraina, per poi dipingerla come una minaccia per i Paesi NATO.

A MILANO. CAMERA DEL LAVORO
Democrazia e guerra. Con Elena Basile e Angelo D’Orsi 



  
 

A GENOVA PER LA PALESTINA




REFERENDUM: A GENOVA PER DIRE NO
Con Tabacchi, Robotti, Viglino, don Farinella.





domenica 8 marzo 2026

GIORNATA DELL’8 MARZO
di Chicca Morone e Chiara Rota


 
La Giornata internazionale della Donna è una ricorrenza celebrata ogni anno ovunque nel mondo per ricordare la lunga lotta vissuta da noi donne affinché fossero sanciti i nostri diritti. Molti ne legano l’origine a un evento di cronaca, un presunto incendio in una fabbrica tessile di Cotton a New York, nel quale morirono circa 129 operaie, l’8 marzo 1908. Per noi, risale al 1945 la decisione dell’Udi (Unione donne in Italia) di celebrare la prima “giornata della donna” nelle zone dell’Italia libera.
A scandire un nuovo incipit proprio in questo giorno, è una Roma “invasa” da 20.000 donne riunite a Campo de’ Fiori, non a caso sotto la statua di Giordano Bruno, martire del libero pensiero, dando inizio così agli anni caldi del femminismo italiano: è l’otto marzo 1972. Chiara Rota (autrice degli splendidi disegni, ndr) e io abbiamo deciso di dare la nostra interpretazione della festività attraverso immagini e parole di un eterno femminino... ma felino, attribuendo alle sette gatte le caratteristiche umane che hanno reso indimenticabili le loro presenze nel nostro inconscio!



La gatta con l'orecchino
Luccica l'oro lampeggiando furtivo
Sacro lo sguardo


Cleopatra
Amore e morte nell'ultimo respiro
Sacro rituale
 



Frida Kahlo
Lottare sempre affrontando dolore
Sacra pittura


Madonna
Nell'Universo madre di ogni donna
Sacre le vesti
                                                            


Marilyn Monroe 
Oltre il sipario implorando il silenzio
Sacro il corpo


Sirena
In occhi chiari azzurri cielo e mare
Sacra fusione


Profeta
Sibilla sacra vede oltre la vista
Sacro responso


AFORISMI INEDITI
Sella - Casiraghy - Gaccione


Casiraghy - Sella - Gaccione
Al Salotto Sella (21 febbraio 2026)

Lidia Sella


I più coraggiosi si lanciano nel baratro della morte senza il paracadute della religione

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Per sua stessa natura il processo creativo rifugge dalla coerenza
 
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L’atarassia: un suicidio a metà
 
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Solo nella sfida l’uomo si sente vivo



Alberto Casiraghy
Per Angelo Gaccione (2026)

Alberto Casiraghy
 
Ci sono segreti indispensabili


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Da anni cerco un cervello di riserva


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Cerco ritagli di luce nel buio imprevisto


Alberto Casiraghy e Angelo Gaccione
Salotto Sella (21 febbraio 2026)
 
Angelo Gaccione
 
Il luogo del pensiero è necessariamente un luogo del silenzio. 
Meditare presuppone silenzio. Sentire profondamente presuppone silenzio. Interrogare il proprio cuore presuppone silenzio


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La guerra è terrorismo di Stato. Il terrorismo di stato si chiama guerra


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La semplicità è un’arte ed è anche difficile


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Chi provoca discordia ottiene guerra
 

 

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