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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 19 aprile 2026
FIGURE DEL TEMPO SOSPESO
di Angelo Gaccione
Figure del tempo sospeso (Il Verri Edizioni pagine 146 euro 12) di Pancrazio
Luisi, è davvero un ottimo libro di narrazioni. Luisi è più noto come acuto
critico letterario e come poeta, ma qui si tratta di prosa e non di versi,
anche se ogni prosatore è consapevole di far germinare altrettanta poesia dalla
sua prosa. E questo libro lo dimostra. Doveva averla incubata a lungo Luisi
tutta questa materia; doveva essersi così prepotentemente rappresa nella
memoria restandovi viva e vivida, per avercela potuto restituire in maniera
così precisa, pulita, levigata. Diviso in sei sezioni (un Prologo, una Parte
prima intitolata “La fortezza abbandonata”, una Parte seconda sotto il titolo
“Teatro Sociale”, una Parte terza compresa sotto la dicitura “Il treno in
corsa”, e due intermezzi: un Primo intermezzo “Quadrante sud-est” e un Secondo
intermezzo “Confessioni di lungodegenti”), il volume ci conduce, attraverso
brani narrativi dalla lunghezza nel complesso molto brevi – quasi una prosa per
frammenti – ma sempre con una compiutezza perfetta e che le basta, lungo un
arco temporale che va dalla esperienza adolescenziale dell’autore fino ad
un’età più che matura. Il lettore può facilmente immaginare quanti eventi e
quante vite si concentrino in questi 123 brani che compongono il libro. Si
tratta di un lungo “viaggio” memoriale e, aggiungerei, sapienziale, che prende
avvio dalla terra madre (Tricarico), per poi approdare nella Milano
post-bellica, fondamentalmente, ma con “diramazioni” geografiche supplementari.
L’adolescente osserva con uno sguardo prensile e una adesione sentimentale di
forte consapevolezza, come sanno fare i veri scrittori. Ciò che ci restituisce
lo sentiamo vero perché gli è appartenuto. È un mondo per molti versi
definitivamente scomparso; un mondo duro fatto di fatica contadina e artigiana;
di povere case spesso senza acqua e senza latrina, con “bassi” ad un unico
locale a piano strada poco illuminati, dove convivevano famiglie numerose e non
di rado in promiscuità con animali domestici. Un mondo affollato di relazioni e
da personaggi fra i più singolari, con al centro la strada, lo slargo esterno
come punto di ritrovo per le donne, gli anziani, i ragazzini. Vitale,
scanzonato, solidale, rimasto umano e dispensatore di una felicità minuta,
semplice, spoglia, pur se pervaso da tante contraddizioni. Dalla culla alla
morte in una spontanea condivisione: “La bara aperta nel mezzo della stanza e
le donne in nero intorno al morto sbarbato di fresco. Per lo più anziane si
alternavano nel lamento funebre ora per voce sola ora in coro. Si poteva
pensare che avessero il compito di lenire la pena non certo del morto ma di
quelli che restavano in scena”. È il brano numero 5 della Prima sezione.
Leggiamo il brano numero 13, è composto da quattro righi ed è la rappresentazione
di un “quadro” realizzato con poche pennellate: “La porta d’ingresso dava
direttamente sulla strada. Una mattina il sole sul finire dell’inverno tirò un
battente per uscire; sulla soglia stava delicatamente eretta una sofficissima
coltre di neve alta più di un metro”. Il brano 23 annuncia l’addio: ci sarà l’ultimo
raccolto e poi la partenza verso il Nord. La terra dell’uomo che ha deciso di
partire con tutta la famiglia non era così avara: “(…) qui non ti mancava
niente qui mica fai la fame” gli dissero gli altri lavoranti. Ma lui diede una
risposta che ai loro orecchi suonò come un insulto: “non si vive di solo pane”.

Pancrazio Luisi
Quel mondo sarà sostituito da un altro, più vasto e lontano
un migliaio di chilometri. Un mondo diverso, uscito dal disastro della guerra e
che si sta ricostruendo. È al limite quel mondo, sospeso in una periferia che
guarda alla campagna: Riva di Trento, Piazza Angilberto, Piazza Bonomelli, Via
Romilli, Via Mincio, Via Oglio, Via Brenta, Via Ortles, Via San Dionigi, il
Gasometro, Chiaravalle. È qui e in altre zone periferiche che si ammasseranno i
migranti meridionali dagli anni Cinquanta in poi, e saranno altri “teatri
sociali”, altre lotte per il mutamento della propria condizione. Le case di
ringhiera, i condomìni, le regole di convivenza, le fabbriche, gli uffici, le
lotte, la presa di coscienza, lo studio, il boom economico, e più avanti i
primi morti in piazza, lo scontro politico, i movimenti, l’internazionalismo. È
il tempo della crisi di Cuba, dei missili che hanno portato il mondo sull’orlo
dell’incubo nucleare, e della morte di Giovanni Ardizzone: “Qualche giorno dopo
nel corso di una manifestazione moriva schiacciato da una jeep della polizia un
giovane studente in Piazza del Duomo” (è il brano 3 della Parte terza di pagina
64).
Irraccontabile senza soffermarsi ad ogni singolo brano, vi
basti sapere che lemme lemme Luisi vi porterà fino ai giorni nostri. Scoprirete
idee molto familiari: “(…) non resta che speculare sulla paura e investire in
sicurezza”, ma anche elementi più personali, più esistenziali. “Talora l’assaliva
un sospetto un timore che le cose migliori fossero quelle non scritte che
diceva a se stesso di notte. E che se di giorno diceva svanite sono con i sogni
qualche ragione l’avranno di preferire una vita così breve di evitare del
foglio il nitore” (pagina 120). Fra i più angoscianti il brano di pagina 140 con
quella badante che parla e parla senza sosta al telefono come se
avesse difronte una persona viva, ma non rivolge nessuna attenzione
all’anziana badata che se ne sta silenziosa e ubbidisce come un
automa. E il brano della pagina successiva, la 141, in un dialogo familiare
apparentemente scontato e dalla chiusa meravigliosamente spiazzante: “Di
ritorno da quell’incontro con il grande poeta la moglie gli chiese: e allora è
stato interessante? Avete parlato di poesia di arte di libri? Lui le rispose
che sì era stato interessante che avevano passato tutto il pomeriggio a
chiacchierare ma non di letteratura. “E di cosa avete parlato allora?” “Ma
abbiamo parlato di gatti e di piante” “Tutto qui?” “Ah no abbiamo parlato anche
del gufo e della civetta”.

POETI STRANIERI

Fereshteh Vaziri
Fereshteh
Vaziri Nassab è poetessa, scrittrice, traduttrice e regista teatrale nata in
Iran che vive in Germania. Nel corso della sua carriera ha pubblicato nel suo
Paese numerose traduzioni nel campo del teatro e della poesia, oltre a una
propria raccolta poetica. Ha scritto e diretto diversi spettacoli, portando in
scena finora sette produzioni in lingua persiana, bilingui o in tedesco. La sua
opera “Heimatland war kein Veilchen” è stata premiata nel 2015 al Festival
Teatrale Tedesco-Iraniano di Heidelberg.Il suo lavoro più recente, “Endspiel”,
che affronta la condizione umana nell’era della realtà digitale e del mondo
cyber, è stato messo in scena nell’ottobre 2025 nell’ambito del Festival
Teatrale Iraniano di Londra.
| Fereshteh Vaziri |
La strada insanguinata
Nella gola della strada
canta un uccello, forte e luminoso.
Una mano rossa e scura si protende
e brutalmente lo decapita.
La strada urla e sanguina -
sanguina e urla.
Il tuo corpo fragile corre attraverso il sangue
e si spezza sotto la violenza.
Giace schiacciato sulla strada.
Scompare in un sacco per cadaveri.
Non ti conosco,
tu non mi conosci.
Ti vedo correre.
Ti vedo cadere.
La mia mano si protende
per afferrare la tua
e nel plumbeo gelo dell’immagine si congela.
Nel buio
sei una melagrana spaccata
segnata dal piombo.
Discendi
nella grotta dei morti
sotto le ceneri del bazar di Rasht
sotto speranze bruciate.
Le persone scavano con le dita
nella terra delle pianure attorno alle città
cercano un respiro caldo e vivo.
Una dea danza una danza di morte
sulle tombe dei caduti.
Una madre nasconde la sua gemma
nel caldo petto del suo giardino.
Un padre chiama suo figlio
tra i sacchi dei cadaveri.
Non cerco nessuno,
nessuno cerca me.
Sono una bocca oscura
in un angolo del mondo
dove nessuna parola lancia la sua luce.
Ad ogni respiro
un sacco nero mi cade sulla testa –
e un numero senza nome.
Qual era il tuo nome
tu ora anonimo?
Quale luce di luna è caduta su di te
in quella oscurità?
Dove è ora la tua anima?
Tu sulle spalle di tuo padre!
Tu, bambino con biglie nel corpo!
Chi ti scrive una fuga di morte?
L’angelo della storia, forse?
Quanto era stretta la terra
per il tuo grande spirito?
Quanto sono strette le frontiere del linguaggio
per parlare di te,
per cantare quella parola non detta, purpurea:
Libertà! Libertà!
[Trad. dal tedesco da Antje Stehn]
sabato 18 aprile 2026
UNA LAPIDE PER DARIO FO
E FRANCA RAME
di Angelo Gaccione
Ora Dario Fo e Franca Rame hanno
anche una lapide che li accomuna; è stata murata sulla facciata del palazzo del
numero 132 del Corso di Porta Romana, a due passi dall’arco ben piantato in
piazza Medaglie d’Oro e dalle mura spagnole che ancora lasciano lungo la via
Filippetti, fino all’imbocco con la via Ripamonti, alcune delle loro vestigia.
Per noi che li abbiamo conosciuti e frequentati, viene quasi automatico
denominarli come fossero una coppia inscindibile, perché tali erano, nel lavoro
come nella vita. Non si nominava l’uno senza l’altra, e viceversa; e si
continua a fare così, come quando erano in vita e riempivano Milano della loro
vitalissima presenza, del loro teatro, del loro dissenso, del loro indefesso
impegno per tutte le cause necessarie del proprio tempo. L’antifascismo, i
diritti civili, l’ambiente, l’avversione alla corruzione, la difesa dei ceti
popolari e subalterni, la cultura come argine alla deriva del potere ed altro
ancora. In questa casa hanno vissuto, lavorato, e scritto le loro opere
teatrali. Dario, vi aveva anche lo studio di pittore con un gruppo di allievi
che lo aiutava; un’attività che correva a latere con quella di autore, attore,
regista, e che ha svolto con lo stesso rigore e con esiti di altissimo livello espressivo
e formale.
La lapide, ora che non ci sono più, ricorda a noi ed alle
generazioni che verranno che è “Qui dove vissero insieme Dario Fo e Franca
Rame”, e che “La città di Milano ricorda il loro straordinario impegno nel
promuovere cultura al servizio della coscienza civile della Comunità locale,
dell’Italia e del Mondo”. Dopo la scomparsa, la città aveva dedicato alla loro
memoria la bellissima Palazzina Liberty di Largo Marinai d’Italia. In questo
luogo, il futuro premio Nobel, Franca Rame e il Collettivo Teatrale “La
Comune”, avevano vissuto una lunga straordinaria stagione di teatro, di cultura
dal basso, di autogestione, di socialità irripetibile. Erano anni vibranti e di
impegno collettivo, e la palazzina era stata sottratta al degrado e
ristrutturata dalla coppia di attori con la partecipazione di tanti giovani e
meno giovani che vi prestavano gratuitamente le loro braccia. Ma la casa in
Porta Romana mancava di un’indicazione necessaria, e ci pensavo tutte le volte
che mi affacciavo sul Corso o vi passavo davanti. Ora la lapide è lì, a pochi
passi dai caduti partigiani che danno il nome alla piazza. Partigiani come si
sentivano Dario e Franca, come ci sentiamo noi.
COSTRUIRE E PROTEGGERE LA PACE
di
Alida Airaghi

Raniero La Valle
In Dio non salvi il re (Edimedia, 2024, pagine 112) Raniero
La Valle dà sfogo alla sua indignata amarezza verso chi consideri inevitabile,
e geneticamente innata, la disposizione umana nei riguardi della guerra, intesa
come operazione bellica ma anche come conflitto ideologico e culturale, o
disposizione caratteriale al confronto ostile. Il re che Dio non dovrebbe
salvare è appunto Pólemos (la guerra), secondo il concetto che il filosofo
greco del VI secolo a.C. Eraclito formulò nel frammento 53: “Pólemos è padre
di tutte le cose; di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come
uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi”. Una vocazione ancestrale al
massacro reciproco animerebbe gli esseri umani a partire dagli albori della
storia, e tale convinzione viene anche oggi ripetutamente accreditata dai
governi internazionali, dagli intellettuali, dai media, generando un
conformismo anestetizzante nei cittadini. Recentemente, Ursula von der Leyen ha
affermato che “l’illusione di una pace perpetua è andata in frantumi… il mondo
è pericoloso come è stato per generazioni”, sottintendendo con ciò l’esigenza
inderogabile per l’Europa di sostenere spese eccezionali per armarsi, a scapito
di investimenti più proficui e benefici.
La guerra è un re sbagliato, da detronizzare perché sta diventando
priorità assoluta: “non è un evento ma un’istituzione, non è una crisi ma
una funzione, non è una rottura ma un cardine del sistema”. Se sovrano è il
potere, che non riconosce altro potere al di sopra di sé, e ritiene di
possedere tutti gli strumenti per sopravvivere e gestirsi senza dipendere da
nessuno, nemmeno da un’istanza superiore, ecco che esso assume un valore
sacrale. Inviolabile, insindacabile, immune, il potere sovrano finisce per
attribuirsi prerogative divine, decide della vita e della morte dei sudditi,
spezza i legami sociali, riduce le masse a scarti sacrificabili perché
sostituibili.
![]() |
| Raniero La Valle |
Nei dodici capitoli del volume, Raniero La Valle ribadisce con
forza la necessità di sostituire la volontà di guerra con l’impegno tenace per
la pace, che deve diventare obiettivo e soggetto dell’azione politica.
Nell’agosto del 2023, alla Versiliana di Marina di Pietrasanta,
l’autore è stato tra i firmatari del documento programmatico “Pace Terra
Dignità”, teso a dare una rappresentanza politica alla Pace da istituire,
alla Terra da salvare, alla Dignità da ristabilire, facendo appello a tutti i
pacifisti italiani attraverso la fondazione di un’Assemblea permanente, nominata
con lo scopo di convincere l’Europa a ripudiare ogni guerra.
Perché lavorare per la pace? La Valle è esplicito: “La Pace non
ha nulla al di sopra di sé, la pace è sovrana, la pace non ha scambi da fare
con alcuna altra cosa al mondo, è la condizione di tutto, quella per la quale
viviamo, speriamo e amiamo”.
Il primo punto del programma elettorale per l’Europa proposto dall’Assemblea
esprime il deciso rifiuto della creazione di un esercito comune, erroneamente
considerata (nell’attuale deriva politica) il naturale coronamento dell’unità
europea. Tale esercito sarebbe integrato nella Nato con gli Stati Uniti al comando,
provocando probabilmente guerre civili e il pericolo di una deflagrazione
finale in una guerra mondiale già di fatto iniziata. Al contrario l’Europa
dovrebbe promuovere la riforma dell’Onu e una politica attiva per il disarmo,
con l’inclusione delle nazioni che formano il BRICS nel novero dei Cinque
Membri Permanenti del Consiglio di sicurezza. In tal modo la leadership
mondiale sarebbe direttamente rappresentativa del 47% (quasi la metà) della
popolazione mondiale.
L’Onu dovrebbe essere la fucina di un costituzionalismo internazionale,
che mantenga in vita e propaghi le tradizioni costituzionali già acquisite dai
Paesi democratici, instituendo un ordinamento di pace tra le Nazioni e creando
Istituti di garanzia, dalla sanità all’istruzione, dall’uscita dalla povertà ai
diritti sociali, fino alla tutale ecologica della Terra. Sarebbe soprattutto
indispensabile ratificare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, e
riconvertire la mappa dei confini, superando il rapporto di competizione tra le
due parti del mondo in vista di una futura cooperazione e convivenza pacifica.
Oggi i confini funzionano come delimitazione di spazi chiusi e presidiati da
poteri nemici, pronti a sbranarsi tra di loro. La nostra Europa sarebbe in
grado, se solo volesse, di disgregare i rapporti di forza esistenti tra le
grandi potenze, senza subire ogni dispotico dettato politico americano, e
proponendosi più della Russia e della Cina a competere culturalmente ed
economicamente con gli Stati Uniti, estranea a subalternità e vassallaggi.
Così dichiarava con forza Papa Francesco nell’agosto del 2023 dal
Portogallo: “Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il
suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza;
un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza
dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa
popoli e persone con la loro propria cultura, senza rincorrere teorie e
colonizzazioni ideologiche”.
Il libro di Raniero La Valle Dio non salvi il re è stato
pubblicato due anni fa: molte cose sono cambiate da allora, decisamente in
peggio. La guerra tra Russia e Ucraina non accenna a concludersi e continua a
provocare morte e distruzione, il genocidio in Palestina si perpetua
nell’indifferenza internazionale, l’Africa centrale è preda di massacri
tribali, le migrazioni di disperati verso i paesi ricchi si consumano in stragi
silenziose, mentre il delirio di onnipotenza di Donald Trump sta mettendo in
scacco il mondo intero. L’appello di Pace Terra Dignità si rivelerà pura
utopia?
venerdì 17 aprile 2026
LO SCONCERTO DELLA
POLITICA ESTERA
di Franco Astengo
Non siamo
in grado di fornire un'adeguata valutazione su di un punto che appare cruciale
nella complessa attualità che stiamo vivendo: su quanto, cioè, nella coalizione
di governo fosse radicata la convinzione di poter fare dell'Italia il
"ponte" di collegamento tra la destra USA al potere (con le sue
caratteristiche peculiari ben distinguibili al di là degli umori di Trump) e
un'Unione Europea vieppiù militarizzata e "orbanizzata". Se questa
linea fosse stata espressa quale orientamento di fondo dell'amministrazione
italiana e non come semplice approccio propagandistico allora la definizione di
"Italia priva di politica estera" sarebbe stata ben giustificata. Quel
che è certo è che è necessaria una valutazione quanto gli ultimi avvenimenti
(guerra all'Iran, posizione di Trump e di Israele, sconfitta di Orban: il tutto
in un quadro interno post-referendum di forte difficoltà) potrebbero aver
mandato all'aria tutto il castello di carte costruito dalla destra in nome di
un recupero sovranista e sul come potrebbe essere orientato il quadro europeo
in tutto questo trambusto. Lo sconcerto che sale dall'interno del sistema
politico italiano sul tema della politica estera (oggi composta dall'intreccio
tra guerra e crisi energetica con prospettive di vero e proprio
"arretramento storico" nel sistema delle relazioni internazionali)
non riguarda soltanto la destra di governo pro-tempore. In questo contesto che sicuramente è qui analizzato in maniera a dir
poco lacunosa e che, invece, avrebbe bisogno di un ampio approfondimento la
sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo.
Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di
logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in
toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico
europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquiescenza ai meccanismi
capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.
Nella situazione
attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa
come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria
centralità. Tornano così alla mente concetti
che apparivano desueti quali quelli di “neutralità” o di
“smilitarizzazione". Non è questa la sede
per avanzare proposte immediate al riguardo di una situazione in così repentino
sviluppo, ma appare proprio il caso di definire un ritorno alla riflessione su
alcune concezioni di teoria politica. Potrebbe
essere possibile allora avanzare una proposta di struttura politica europea
fondata sulla ripresa di alcune prospettive di carattere costituzionale e al
riguardo de ruolo degli organismi elettivi in un disegno di raccordo tra il
lavoro dei Parlamenti Nazionali e di quello Europeo. La sinistra potrebbe tentare di muoversi per
costituzionalizzare l'autonomia dell'Unione in parallelo con la nascita di uno
spazio politico europeo nel quale agire in una dimensione di potestà
sovranazionale. Una sovranazionalità che
ritorni ad individuare un nesso con concetti come quello di campo
smilitarizzato codificato in passato, tra gli altri, da Grozio, Wolff, Vattel e
poi ripreso da più parti nel cuore della “guerra fredda”. Una sinistra sovranazionale che recupera la centralità del
diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo
della propria politica e ritrovare autonomia nella contesa internazionale
dominata dalle logiche cui è necessario sottrarsi pena essere travolti da una spirale
distruttiva nella ricerca necessaria di una "identità europea".
A sinistra dovrebbe
essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico
corrispondente però ad una adeguata soggettività politica. Il punto di
ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della
guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione, come già
sostenuto in passato, di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze
diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche
il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente.
COMUNICATO DI ELENA BASILE E ANGELO D’ORSI
In Europa,
la situazione sta degenerando. Il Liberalismo appare superato nell’indifferenza
dell’opinione pubblica e dei socialisti europei. L’onorevole Pina Picierno,
forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione
per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta,
all’interno, dal senatore Carlo Calenda, e da qualche radicale e “+europeista”.
Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice e un professore universitario,
e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come
Vauro Senesi giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni
iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del
prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a
Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.
Il sen. Calenda ha fatto una
conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del
libro di Angelo d’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la
partecipazione, accanto all’autore, dell’Ambasciatrice Elena Basile, dell’’on.
Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.
L’Ambasciatrice è stata linciata
sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario
di grado medio basso.
Il gruppo di intellettuali
summenzionato ha partecipato recentemente al festival del cinema documentario
“Il tempo dei nostri eroi” (Bologna, 11-12 aprile) organizzato dalla rete
internazionale RT-Doc, nel quale si sono proiettati docufilm su varie aree di
crisi nel mondo, in particolare sul genocidio di Gaza. Un festival promosso,
tra gli altri, dal grande regista serbo Emil Kusturiça. Ebbene, l’on. Picierno
ha trovato il tempo di indirizzare una lettera aperta alla presidente del
Consiglio, per chiedere divieti, censure e sanzioni per i partecipanti. La
trasmissione tv “Di Martedì”, in data 14 aprile, ha mandato in onda un servizio
di due comici che fanno satira di parte al servizio dei potenti di un partito,
che si concludeva con sberleffi all’indirizzo di privati cittadini rei di avere
osato guardare documentari di autori belgi, tedeschi, turchi, slovacchi, russi
sulla guerra in Ucraina e su Gaza. Come è noto molti politici difendono Israele
malgrado le aggressioni e le violazioni del Diritto Internazionale, partecipano
a conferenze del Governo saudita i cui rappresentanti sono stati considerati i
mandanti del delitto di un giornalista Kasoggi avvenuto nel consolato saudita
in Turchia e polemizzano aspramente con il Presidente della Biennale di
Venezia, Pietrangelo Buttafuoco per avere concesso il padiglione ai russi come
agli israeliani. I doppi standard imperversano. Alcuni organi di stampa, vedi
“Il Foglio”, rilanciano le accuse della Picierno e chiedono che siano applicate
le sanzioni europee a liberi cittadini colpevoli di avere assistito a un
festival del cinema.
Ricordiamo che la Commissione Europea,
organo esecutivo e non giudiziario, ha bloccato i conti al politologo svizzero Jacques
Baud senza processo, limitando duramente la sua libertà di circolazione e ha
ricattato economicamente la Biennale. Le banche dei Paesi europei applicano
nell’indifferenza delle destre e dei socialisti europei le sanzioni
statunitensi a Francesca Albanese. La censura dei media russi decisa dalla
Commissione europea è contraria ai nostri principi costituzionali. Se fossimo
in guerra con la Russia, essa avrebbe dovuta essere dichiarata dal Presidente
della Repubblica dopo una discussione e conseguente decisione parlamentare. I
cittadini europei sono liberi, fino a prova contraria, di ascoltare propaganda
ucraina, russa, NATO, cinese, statunitense, iraniana e di farsi la propria
opinione. La censura è una violenza autoritaria e intimamente fascista. Le
libertà di pensiero, di espressione e di stampa sono tutelate dalla
Costituzione e dai Trattati europei. Ci appelliamo all’intellettualità libera,
a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, perché faccia udire la
propria voce di protesta, e si schieri, senza esitazione, dalla parte dello Stato
di diritto. Chiediamo ai cittadini, ai politici, agli artisti, agli scrittori,
a uomini e donne del cinema e del teatro, ai giornalisti di mobilitarsi per
respingere ogni tentativo di silenziare o ostracizzare chi si rifiuta di
piegarsi a una narrazione univoca della guerra in Ucraina e delle guerre in
Medio Oriente, sulla base non di pregiudizi ideologici, bensì della documentata
ricostruzione dei fatti, sorretta dalla gran parte della storiografia e
dell’analisi politologica.
Ricordiamo che chi non viene
colpito oggi, molto probabilmente lo sarà domani; coloro che provano a
ragionare con la propria testa, se cedono ai ricatti e alle pressioni,
piegandola oggi, domani la vedranno rotolare in un cesto.
[16 aprile 2026]
MISTICISMO,
BLASFEMIA E OLTRAGGIO
di Romano
Rinaldi
Di parole sull’argomento del fanatismo mistico-religioso di
Donald Trump e del suo seguito ne ho già spese in varie occasioni, a partire da
poco meno di un anno fa (1; 2; 3) ed anche recentemente (4; 5). È dunque
sufficiente richiamare quanto già detto attraverso alcune delle immagini più
iconiche e provare a venire a capo di qualche conclusione logica su un aspetto
di questa amministrazione americana che appare piuttosto remoto da questa
distanza.
L’immagine di
Trump vestito da Papa apparve sul suo social poco dopo la morte di Papa
Francesco e all’inizio del Conclave che elesse Papa Leone XIV (1). Poi ci fu
l’intermezzo con la proposta della ricostruzione di Gaza in forma di “Gaza
Riviera” e la statua d’oro dell’ideatore a decorare il viale principale.
Recentemente è
apparsa, sul medesimo social, la rivelazione pubblica di una pratica che
era finora passata in sordina: il ricevimento nello studio ovale dei
rappresentanti delle sette evangeliche più estremiste che notoriamente portano
consenso e voti a Trump, per riunioni di preghiera e atti mistici di obbedienza
e adulazione (5).
Il fatto è che
queste modalità espressive del pensiero, contrariamente a come possano essere
lette dall’esterno, non implicano alcuna ironia in chi le ha prodotte e diffuse
anzi, sono proprio il prodotto di intime convinzioni e non di allucinazioni
come potrebbe apparire a una persona normale.
L’apoteosi è
stata raggiunta lunedì 13 Aprile 2026 con un deciso salto di qualità dall’irriverenza
alla blasfemia più sfacciata rappresentata dall’immagine di Trump nelle vesti
del Messia in persona. Con questa immagine, poi rimossa non si sa bene perché, Trump
intendeva dare enfasi al suo attacco al pontificato di Leone XIV con un
commento sulla debolezza del Papa nell’affrontare i problemi del tempo
affermando di non essere affatto contento, soprattutto per quanto
riguarda la politica estera (sic) del Papa.
A seguito di
questo scomposto, fuori luogo e sconsiderato attacco al Pontefice, anche la
nostra Presidente del Consiglio, pur con colpevole enorme ritardo, si è finalmente
accorta dell’enormità in senso negativo dell’indole di questo individuo che sta
tenendo tutto il mondo sospeso alle sue più stravaganti e destabilizzanti
decisioni e azioni in una scriteriata guerra che sta per sfuggire al controllo
di tutti, il suo in primis, dopo averla scatenata.
Personalmente
spero vivamente che questo scontro col Pontefice segni il punto di svolta per un
inesorabile e rapido declino del trumpismo e tutto ciò che rappresenta. Il
delirio di onnipotenza di Trump, supportato nella sua mente (malata o sana, lo
dirà la Storia) dall’intima percezione di essere colui che può dispensare vita
o morte a chiunque e ciascuno su questa Terra, potendo obliterare civiltà
millenarie in una notte, è uno dei principii che muovono le sue parole e azioni.
Del resto l’ha dichiarato lui stesso, il suo limite risiede nella sua “morale
e nella sua volontà” (sic). Quale possa essere quella morale lo dimostrano
le centinaia di foto in cui compare negli “Epstein Files”. Quanto alla volontà,
ha dato prova di poterla cambiare alla velocità di un batter d’occhi.
Anche se questo ennesimo
colpo di testa potrebbe essere facilmente derubricato come prova della sua instabilità
mentale, Donald Trump e la sua cerchia di fedelissimi dovrebbero essere messi
di fronte alle loro responsabilità senza attenuanti di sorta. Il mondo civile
ha tutto il diritto e gli strumenti per portare questi individui a rispondere
delle loro azioni, così come si è verificato a Norimberga in un passato non
tanto remoto e per volere dei vincitori dell’ultima Guerra Mondiale, guarda
caso, gli Stati Uniti d’America in primis. È ampiamente giunto il momento
perché intervenga la Corte Penale Internazionale ad emettere una sentenza nei
confronti di Trump per aver scatenato questa insensata guerra contro l’Iran
insieme e su consiglio di Netanhyau, il quale peraltro è già stato incriminato
dalla medesima Corte per quanto ha fatto (e sta facendo) a Gaza, sempre con
l’appoggio incondizionato di Donald Trump.
(1) Rinaldi – Odissea – 6 Maggio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/05/minima-immoralia-di-romano-rinaldi.html?m=1
(2) Rinaldi – Odissea – 18 Luglio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/07/confronti-di-romano-rinaldi-religione.html?m=1
(3) Rinaldi – Odissea – 26 Luglio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/07/come-volevasi-dimostrare-di-romano.html?m=1
(4)
Rinaldi – Odissea – 12 Gennaio 2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/01/il-gangster-di-romano-rinaldi-i-nodi.html
(5)
Rinaldi – Odissea – 11 Marzo 2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/fanatismo-integralismo-e-guerra-di.html?m=1
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