UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 11 gennaio 2026

NOTA A UNA GIOIOSA FATICA DI GACCIONE
di Laura Garavaglia


Angelo Gaccione
 
Per gentile concessione della sua autrice, pubblichiamo per i lettori di “Odissea” la nota di lettura di Laura Garavaglia comparsa mercoledì 7 gennaio 2026 sul suo blog “Da Poeta a Poeta”.
 
Il titolo dell’antologia di poesie Una gioiosa fatica di Angelo Gaccione (La Scuola di Pitagora Editrice 2025, pagine 160 € 16) è l’ossimoro perfetto per descrivere la sua opera: la scrittura come impegno, scavo nel dolore e nella storia, ma che produce la gioia suprema della libertà e del volo.
Nel libro la poesia non è mai un esercizio di stile fine a sé stesso, ma una forma di resistenza etica. L’opera si presenta come una mappa dei sentimenti universali che attraversa il Novecento, le sue ferite e cicatrici, cercando incessantemente quel punto di equilibrio dove il “mite dolore” del poeta può riscattare il dolore del mondo.
Le poesie sono raccolte in varie sezioni, dalla prima, Le ritrovate, a quella che chiude l’opera, Le ultime: il poeta conduce il lettore attraverso una sorta di topografia delle emozioni. Dai primi versi giovanili, (per esempio la brevissima e intensa poesia “Ho perso i miei tredici petali/me li ha rubati la vita/quando rifioriranno/ avrò le ali”, che esprimono una malinconia profonda, un momento della vita in cui ci si sente privati di qualcosa di prezioso e vitale, eppure si intuisce che quella perdita non è la fine, ma una metamorfosi) il poeta attraversa poi  alcune città che si fanno luoghi dell’anima, Parigi e le sponde della Senna, Monaco e le piazze bavaresi, i vicoli di una Milano notturna, “amata e odiata”, dove i poeti si riprendono lo spazio sottratto dai “mercanti”. In queste pagine, la città non è solo sfondo, ma sembra prendere corpo, un corpo fatto di odori, di “strade senza banche” e di incontri fugaci che sembrano segnare il passaggio verso la maturità.
L’opera ha una profonda caratura morale: Gaccione affronta l’orrore del  Novecento - i Gulag, i Lager - con tono deciso e super partes. Per il poeta, il “disumano” ha un unico volto. Il suo è un richiamo alle vittime, ai “corpi crivellati”, affinché il loro silenzio dia voce alla nostra coscienza.
L’autore mette in scena l’eterno conflitto tra il determinismo biologico, che traspare ad esempio dalle parole di uno dei personaggi presenti nelle poesie, Aristide Bellocchio, e la capacità umana di creare un diverso destino grazie all’arte della scrittura. Sembra dirci che anche se è l’istinto a governarci è la parola che ci libera, come si legge nella poesia Va’ parola mia… che richiama alla mente i famosi versi di Luzi di Vola alta parola.
Molti altri spunti di riflessione offre questo libro, già lo si intuisce da quanto scrive Gaccione nell’Incipit: “La poesia mi è appartenuta. Io sono appartenuto alla poesia. È stato un rapporto cominciato presto e non si è mai interrotto. E si comprende come abbia saputo trasformare i propri “tredici petali rubati in ali possenti. È un’opera che profuma di pane buono dentro la credenza e brilla di “stelle appese al mio balcone, capace di riportare il lettore “più vicino al cielo.
Un’antologia necessaria, dove ogni verso risuona e lascia un’eco profonda nel lettore, ricordandoci quanto  il valore della poesia si fa respiro e resistenza, capace di “insinuare dubbi salutari” e indicarci ”sentieri scivolosi” [1]
, come ha scritto Attilio Bertolucci, per aiutarci a capire che l’impegno, l’onestà intellettuale e la responsabilità del poeta costano sì fatica, ma offrono anche, come ho scritto all’inizio, l’ineguagliabile  gioia della libertà.


La copertina del libro
 
Nota
[1] I poeti e la scuola: incontri con Bertolucci, Cucchi, Porta, Sereni
A cura di
 Giacinto Spagnoletti, Guerini e Associati Edizioni, Milano, 1982.


L’autrice della Nota

Presidente de La Casa Poesia di Como


Laura Garavaglia legge poesie in Corea
(Seul, ottobre 2025)
 
https://www.lauragaravaglia.it/nota-di-lettura-dellantologia-una-gioiosa-fatica-di-a-gaccione/

BUFFONI E L’IDENTITÀ QUEER
di Federico Migliorati
 
Franco Buffoni

Il termine “queer”, portato alla ribalta dai movimenti che promuovono la tutela della diversità di genere e richiamato in più occasioni tra gli altri da Michela Murgia, sta per “strano”, “insolito”. Ciò che devia dalla consuetudine, dalla normalità (posto che si possa definire una qualche forma di normalità nell’ambito umano). Ed è proprio su di esso che Franco Buffoni, poeta, scrittore, traduttore di lungo corso che non ha mai fatto mistero della propria omosessualità, dedica un interessante e variegato volume dal titolo: Aureole e tigri dal mondo queer. Racconti di un’altra letteratura, recentemente licenziato da “Il ramo e la foglia edizioni”, piccola realtà editoriale romana diretta dai bravi Roberto Maggiani e Giuliano Brenna. E di cosa parla in particolare Buffoni nelle pagine? Di scelte personali e di arte, di storia e di filosofia, di poesia e di quotidianità, di astronomia e di microbiologia, il tutto in maniera cordiale e diretta, senza fronzoli, per chiarirci quanto l’essere queer, un’identità figlia di plurime identità, non rappresenti alcun “errore” della natura, come qualcuno ancora oggi sostiene, né sia un peccato perché da che mondo è mondo questa condizione ha vissuto un’alterna fortuna. Certo, se non ci fosse stato l’ebreo-cristiano Saulo, che nelle lettere greche non fa mistero di considerare la sodomia, il “reato immaginario” come per molti anni fu considerato diventando un elemento di grave trasgressione al volere divino tanto da condurre nel corso dei secoli alle persecuzioni contro le relazioni omoerotiche (dall’editto di Costantino alle leggi liberticide di Diocleziano), ebbene senza Saulo certamente il corso della storia avrebbe registrato una maggiore tolleranza verso le minoranze sessuali ma tant’è. Buffoni chiarisce bene cosa ciò abbia rappresentato non rinunciando a penetrare nella propria esistenza per riflettere su questo o quel tema: dei tre momenti tragici vissuti o lambiti (il dramma dell’Aids che lo ha privato di molti amici, un tumore ai polmoni fortunatamente debellato, l’esperienza pandemica che tutti ci ha coinvolto) dà atto alla scienza di avergli garantito la salvezza. E quale nesso ci sarà mai tra questi aspetti e il mondo queer? Esiste: la natura, ci spiega il poeta romano, dà una straordinaria prova di essere queer, insolita, portandoci a rivoluzionare spesso le nostre idee. Fuori da ogni conformismo e dogmatismo letterario siamo invitati a percepire nelle opere di Leopardi, Saba e D’Annunzio risvolti omoerotici più o meno evidenti: se il primo, nel rapporto con Antonio Ranieri, non ha mai fatto mistero di andare oltre la pur intensa amicizia, nel poeta triestino non c’è solo il romanzo “Ernesto”, che raccoglie le confessioni sull’iniziazione omosessuale del letterato, a fornirci spunti di verità. E nel caso del Vate c’è la relazione intessuta con il danzatore e cineasta Alberto Spadolini “Spadò” a emergere, in una vicenda personale, quella dell’illustre ospite del Vittoriale, che ha connotato di tinte queer soprattutto la fase iniziale e quella conclusiva dell’autore de “La pioggia nel pineto”. Ce n’è anche per due calibri da novanta della musica classica, osservati nelle loro amicizie pruriginose, “nascoste” dal velo di un’epoca ipocrita in cui non potevano emergere: è il caso di Chopin da una parte, e di Čajkovskij dall’altra. Variegato ed elaborato il testo su Pasolini, che da adolescente in epoca fascista fu “costretto” a conoscere il mondo attraverso il filtro della propria condizione sessuale. Sul lato femminile viene narrata l’avvincente storia di Adrienne Rich, scrittrice del Maryland “lanciata” da Auden, impegnata in convinte battaglie pacifiste e contro le discriminazioni sessuali: è lei che, secondo Buffoni, incarna al meglio l’immagine del lesbismo quale ineluttabile esito del femminismo. I racconti contenuti nella raccolta sono, dunque, non solo un vivace e sfaccettato quadro d’insieme nel tempo e nello spazio, nella verità spesso dimenticata quando non occultata, ma, come scrive lo stesso autore nel risvolto di copertina, puntano a far che si che “qualche giovane possa trarre motivo di orgoglio e rinnovata dignità”. Queer è bello, insomma. 
 

 
Franco Buffoni
Aureole e tigri dal mondo queer. 
Racconti di un’altra letteratura.
Il ramo e la foglia edizioni
Pagg. 162 € 16,00
 

 

LIBRI
di Francesca Pilato
 


La terribile attualità del viaggio di Polissena
 
«La passerella ondeggiò. Mi fermai per ristabilire l’equilibrio. […] C’era spazio sufficiente sulla cengia o avrei dovuto stringermi alla parete e avanzare strisciandoci contro la schiena? Un tremore mi risaliva le gambe, l’inizio della vertigine».
È nel movimento incerto verso una meta ignota che la voce narrante dà inizio ai suoi ricordi.  La Grande Guerra «scoppiata un anno prima, mi aveva risucchiata e poi deposta in un luogo sconosciuto, come fossi il guscio vuoto di un mollusco sulla spiaggia». Eppure, benché il dolce “mondo di ieri” sia ormai irrimediabilmente alle spalle, l’internamento della giovane farmacista triestina Polissena Das nella cava piemontese a nord del lago Maggiore si accende fin dalle prime pagine con i vividi colori di un intenso Bildungsroman. Accolta autorevolmente da Leon, «il vecchio che ascolta la radio» e che genialmente trattiene ogni sera i bambini della cava con le storie del favoloso zio Ulli, Polissena, da giovane colta e tenace qual è, può osservare e agire oltre le dure regole della convivenza tra profughi. In un  abile intreccio di voci, idiomi e registri (merito dell’autrice far vivere anche linguisticamente la varietà sociale degli internati),  e se pur nel breve tempo concesso loro dall’incalzante memoir, nello scorrere dei cinque mesi trascorsi nella cava, il lettore va incontro a  personaggi indimenticabili: l’irriverente Giulio, ex professore di filosofia di dichiarata fede socialista, «la bambina alta» (non  indicata altrimenti che con questo  attributo), la Polesana, la giovane prostituta che si rosicchia le unghie fino allo stremo e che sarà curata da Polissena con  un flacone d’aloe conservato provvidenzialmente nella sua borsa di farmacista. Nella solidarietà femminile scevra da moralismi espressa in questa circostanza si riconosce una volta di più la natura coraggiosa della giovane triestina, che fin dalle prime pagine del memoir rivela le profonde ragioni del suo pensare e del suo agire. Se pur costretta a una lunga sosta nella cava piemontese, Polissena mai si discosterà da un imprescindibile imperativo morale: ricongiungersi con la nipote Giustina, orfana della sorella Aurelia e affidata a balia a una famiglia trentina trasferita chissà dove.
«Siamo tutti quanti da qualche parte ormai e nessuno è più dove dovrebbe essere» le dirà l’amica di scuola Ersilia durante un fortunoso incontro alla Croce Rossa austriaca di Rovereto.



Dalla notte di Natale del 1915, infatti, grazie a un evento inaspettato, Polissena sarà sospinta verso nuove peregrinazioni. Con gli abiti imbottiti dai ciuffi di lana che il passaggio di un gregge ha lasciato tra i rovi di un vallone sotto la cava (occasione che fa nascere prove di solidarietà tra i profughi, la polesana e la madre della bambina alta si passano «la lana dalla latta al graticcio» perché, come commenta il professore socialista Giulio, «bisogna lavorare insieme per capirsi»), la giovane farmacista triestina vivrà le incertezze e i pericoli di un percorso al limite della clandestinità. Lascio ai lettori l’avventuroso compito di seguirla nell’accidentata mappa dei suoi spostamenti (il confine svizzero, Ascona, la frontiera con l’Austria e ancora, a ritroso, il ritorno a Trento e alla Valle dell’Adige), per infine soffermarmi su un luogo cruciale non tanto sul versante dei fatti (l’avvicinamento o il ritrovamento della nipote) quanto sull’inquieto crinale della conoscenza di sé. In un’atmosfera non troppo dissimile dal Doppio sogno dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler, Polissena vivrà per qualche tempo in una magione padronale nei pressi di Trento. Affidata dai proprietari ai Finfer, una generosa coppia di contadini custodi, Villa Freude è presto scelta come residenza da un colonnello austriaco e dai suoi uomini. Una imprevista contiguità abitativa che induce l’Oberst, quasi in veste di nuovo padrone di casa, a meglio conoscere la giovane «ospite di Frau Finfer». Abile nel non cedere alla tentazione del mélo, l’autrice illumina per la prima volta Polissena con la luce di un pudico turbamento erotico simile forse alla trasparenza degli occhi di giada del ‘gatto’ del manico in avorio del suo ombrello, prezioso regalo materno da cui mai si separa. Nei brevi incontri con l’Oberst, tra i ceppi del camino della grande sala da pranzo e le carte da gioco su cui ogni sera il colonnello «passa(o) un po’ di tempo a fare solitari, […] come fosse l’unica cosa che avesse (i) da fare nella vita», Fräulein Doktor rivela con fiducia e semplicità qual è «il suo scopo preciso», la ricerca della nipote «scomparsa durante il viaggio di trasferimento da Rovereto al campo di Mittendorf». Separati bruscamente dalle oscure ragioni della guerra (“domani mi trasferiscono a est” le dirà l’Oberst chiudendole la mano tra le sue), Polissena continuerà la sua quête in dolorosa solitudine. Né varrà il suo servizio presso la Croce Rossa austriaca per venire a capo dell’intricata vicenda (così come viene delusa la speranza di avere notizie del colonnello di Villa Freude). La fine del conflitto è anche la fine di un tanto agognato ricongiungimento familiare? Polissena, e l’autrice con lei, ci riservano un coup de thêatre che travalica lo scioglimento di un semplice nodo narrativo: fortunosamente ritrovata nel 1924, la nipote Giustina - abbandonata agli inizi della guerra nella stazione di Rovereto - è ora Adelia Cattoi, accolta affettuosamente da una solida famiglia contadina sulle Alpi di Trento. 

 


Venuta correttamente a conoscenza della sua origine di borghese triestina, dopo qualche giorno trascorso in solitudine nella sua stanza, Giustina/Adelia, «una mattina si presentò in cucina e disse semplicemente: siete voi la me mama, che questa gente de Trieste la conosco miga». Nella tragedia della guerra, purtroppo ancora di atroce attualità, le parole di Adelia trafiggono l’oscurità del mondo con la nitida luce della solidarietà e dell’amore. Ma se nel 1926 il bildungsroman di Polissena si conclude con la serenità affettuosa di Giustina/ Adelia, ben differente sarà il timbro del secondo, breve memoir. Nell’incipit, una data e un luogo: 1944. Trieste. Una sera di gennaio.  Nella apoteca dove Polissena sta preparando un elettuario di bacche di ginepro giunge all’improvviso Ersilia, l’antica compagna di scuola fugacemente incontrata durante la Grande Guerra. L’incontro tra amiche si tinge subito con i tragici colori del presente: per Ersilia c’è lo sgomento per la sorte del marito quasi certamente internato in un “campo di lavoro” nazista, per Polissena/ Lissi (questo il suo nome familiare) c’è l’amara consapevolezza - non scevra da rimorsi - di quanto ha sofferto e perduto negli anni della giovinezza segnati anch’essi dalla follia bellica. Tuttavia, a conclusione, la tenacia della farmacista triestina, la sua indomabile volontà di dignità e verità riemergono nitide nella semplicità di una scelta: «Scelsi uno dei vecchi registri dei tempi dell’Impero rimasto in bianco perché dopo l’annessione all’Italia era cambiato tutto. Sedetti alla scrivania, lo aprii e cominciai a scrivere sulla prima riga in altro: “Estate 1915. Arrivo in Piemonte».



Anna Lina Molteni
Polissena Das. In viaggio verso il golem 
Ronzani editore 2025. Euro 19,00

 

LA FRASE DEL GIORNO
di Laura Margherita Volante


 
La furbizia degli stupidi
è destinata a durare poco”.

AUTORI
di Marco Sbrana
 
Edouard Levé
 
Nota critica su Autoritratto di Édouard Levé
 
  
Da adolescente pensavo che La vita, istruzioni per l’uso mi avrebbe aiutato a vivere e Suicidio, istruzioni per l’uso a morire. Ho trascorso tre anni e tre mesi all’estero. Preferisco guardare a sinistra. Ho un amico che gode nel tradire. La fine di un viaggio mi lascia lo stesso amaro in bocca della fine di un romanzo. Dimentico ciò che non mi piace. Forse, senza saperlo, ho parlato con qualcuno che ha ucciso qualcuno. Guardo sempre nei vicoli ciechi. Quel che c’è alla fine della vita non mi spaventa. Non ascolto mai davvero ciò che mi dicono.
(Autoritratto, E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 5)
 
Indagine del fenomeno
 
Édouard Levé è nato nel 1965 ed è morto suicida, appena dopo aver dato alle stampe Suicidio, nel 2007. Autoritratto, (Quodlibet, Macerata) è uscito in Italia nel 2025. Il significato di “scoperta” non pertiene tanto alla filosofia quanto alla scienza, e va da sé. Nondimeno, si può parlare di evoluzione? È una domanda. Levé dà risposta affermativa perché propone, con Autoritratto, una forma di autobiografia che si fa carico del pensiero novecentesco in fatto di scrittura, di possibilità e impossibilità della stessa. Vedremo come Levé performa le idee di Jacques Derrida, Maurice Blanchot e Roland Barthes.
 
Non sono bello. Non sono brutto. Sotto certe angolature, abbronzato e con una camicia scura, a volte mi trovo bello. Mi vedo più spesso brutto che bello. I momenti in cui mi vedo bello non coincidono con quelli in cui vorrei esserlo. Mi vedo più brutto di profilo che di faccia. Mi piacciono i miei occhi, le mie mani, la mia fronte, il mio culo, le mie braccia, la mia pelle, non mi piacciono le mie cosce, i miei polpacci, il mio mento, le mie orecchie, la curva della mia nuca, le mie narici viste da sotto, non so cosa pensare del mio pene. Ho la faccia storta. La parte sinistra del mio viso non somiglia alla destra. Amo la mia voce al risveglio dopo una serata alcolica o quando ho l’influenza. Non ho bisogno di niente.
(Autoritratto, E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 8)



Autoritratto si presenta come un quadro impressionista. Pochi tratti, poche pennellate, accenni e mai una volta che un dato sia esaustivo, mai che un dato si faccia carico di una spiegazione che renda conto del tutto. Nell’estratto sopra riportato, notiamo come la brevissima (auto)indagine estetica sia un’asettica elencazione di “mi piace” e “non mi piace”. La narrazione è abolita. Non c’è una narrazione che il lettore è chiamato a ricostruire, Levé dissemina indizi che un lettore furbo può mettere in fila. Autoritratto è un modello di autobiografia diverso da quello di gran parte della buona e della cattiva letteratura. Céline - genio del Novecento - proponeva un itinerario; oggi lo fanno Ernaux, Carrère, Knausgard, oltre a coloro che del trauma fanno merce e si impegnano in una successione storytellare che possa neutralizzare ogni forma di domanda proveniente dal o posta al libro.
Levé si muove in un territorio diverso, che avvicina il testo non diremo alla “dimostrazione di una tesi”, ma quantomeno alla sua incarnazione.
E così, analogamente ai due brani qui presentati, procede il testo. Elenco di osservazioni quantistiche, che non sfociano mai in qualcosa che ecceda l’abbozzo. La trama è quindi assente, e risulta assente anche un protagonista che muova, un narratore che faccia da cicerone tra tutti questi dati. Autoritratto, così facendo, ha la crudeltà di una cartella clinica. Mera elencazione.
L’unica speranza del lettore è questa: che Levé affermi o, insomma, alluda all’impossibilità gestaltica di ridurre il Tutto alla somma delle parti. Ma tale speranza viene delusa, perché Levé condivide con i grandi narratori dell’autofinzione (non con quelli che riescono a mercificare financo lo stupro) il principio etico della domanda. I libri non hanno la risposta a niente. Né, tantomeno, consolano. La consolazione, sembra dire Levé, è ben più inutile della spietatezza di un catalogo.
Catalogo qual è in effetti Autoritratto.
Di seguito, un altro estratto:
 
Ho amici asiatici. Non mangio gelati. Non riempio la casa di cianfrusaglie. Nei ristoranti poco frequentati conto i clienti e mi dispero sul destino dei ristoratori. Non sopporto lo slang inglese tradotto in francese, le trovate stilistiche, spesso improprie, provengono dalla lontana giovinezza del traduttore o dalla sua idea di parlata del popolo. Apprezzo la semplicità dei templi protestanti. Ammiro le cerimonie religiose americane con i pastori che si lanciano in prediche simili al canto e alla trance, è come se finalmente la vita entrasse in quell’evento morboso e privo di desiderio che è la messa.
(Autoritratto, E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 63)
 


 
Teoria incarnata
 
Chiusa la pur breve nota fenomenologica “pura”, possiamo notare i nessi con la filosofia (post)strutturalista.
Cosa fa Levé? Non dà forma a un Io ma accumula tracce. Tale è l’Io, e non altro. Non esiste una verità predeterminata sul soggetto ma, così Derrida, esso si determina gradualmente, scrivendosi, nel processo di accumulazione di tracce.
L’Io, in questo magma senza teleologia, non si dà mai davvero. Lo abbiamo (ci vorrebbero decine di virgolette) “dimostrato” poc’anzi: se l’Io di Levé fosse costituito, esso darebbe necessariamente vita non fosse altro che a un accenno di narrazione. Levé non accede al suo Io. Levé ha impressioni sparse. Una mente franta che cerca di costituirsi ma non ha un’origine e non percorre un sentiero. L’autobiografia, che dovrebbe essere, tra i generi, il più confortante per l’autore, è in realtà - secondo il pensiero di Blanchot - la dimostrazione che non si può pervenire al “vero” Io. Che resta un insieme di frammenti a cui sì, si può dare un ordine a posteriori, come in Autoritratto, ma in modo del tutto arbitrario. In modo del tutto bugiardo.
Schegge, perché l’Io stabile è un’illusione e, soprattutto, non precede le tracce che lo compongono, bensì le segue.
Questa è una tesi di Roland Barthes, che ha compiuto - ben prima di Levé - un’operazione analoga con Barthes di Roland Barthes. L’Io originario come depositario del senso è una bugia che anche la letteratura, grazie a Joyce e Beckett, ha smascherato. Il soggetto si costituisce a posteriori. Il linguaggio, le relazioni tra segni, e solo retroattivamente quello che chiamiamo Io. La posizione di Barthes si integra a quanto abbiamo detto di Levé. Se Levé credesse nella stabilità dell’Io, ma diciamola grezza, se Levé credesse in un’anima, Autoritratto non avrebbe la forma che ha. Chi è Io? Non di sicuro una sorta di ectoplasma che precede la prima parola e segue l’ultima. La concezione di Io che Levé performa è quella di un Io costituito dal linguaggio, un essere che non parla ma subisce i significanti. E cos’è Autoritratto se non proprio una lista di significanti alla fine della quale, forse, se si vuole (e non è necessario) si può estrapolare quello che solo per comodità diciamo Io?
 
Saturo di consapevolezza teorica e anticonformista, Autoritratto, nella paratassi, nell’elencazione da referto medico, è una lista della spesa. Forse Levé aspirava proprio a quel grado di (apparente) insignificanza. Il pessimismo che emerge dalla lettura delle sue opere può farci pensare che non ritenesse troppo distanti per “importanza” una lista della spesa e una lista di impressioni su di sé.
Pessimista, sì, ma infine non solo preso da forze retroattive, perché Autoritratto riesce come un invito ad abbandonare, nella scrittura di sé, il narcisismo che inquina, consola e vende.


 

Bibliografia utile
(I paragrafi teorici inerenti a Derrida, Blanchot e Barthes sono sintesi che risultano da letture varie dell’autore e non citano testi specifici)
La scrittura e la differenza, J. Derrida, Einaudi, Torino, 2002
Lo spazio letterario, M. Blanchot, Il Saggiatore, Milano, 2018
Saggi critici
R. Barthes, Einaudi, Torino, 2002

SCAFFALI
di Franca Toscano
 


Un romanzo contro i pregiudizi

 
Dei danni prodotti alla vita pubblica dell’Occidente dai cinque irrazionalismi. Luigi Mazzella ha scritto abbastanza su “Odissea”. Oggi segnaliamo il fatto che su una linea di pensiero molto affine, Hedy Belfort, scrittrice canadese, estende l’analisi degli effetti perversi raggiunti dalla diffusione delle concezioni dei cinque malfattori dell’umanità (per usare, allargandolo, il linguaggio Spinoziano) alla vita privata degli Occidentali in un romanzo intitolato Romanzo di una cortigiana anonima, pubblicato da “Effigi”. In altre parole, la scrittrice affronta molti temi nella stessa “ottica” di assoluta libertà filosofica insieme a parti puramente narrative. Tra i tanti argomenti trattati v’è quello della pretesa delle tre religioni monoteiste mediorientali di definire (tanto dispregiativamente quanto inopinatamente) “bestiale” il sesso praticato in modo tale da soddisfare il piacere fisico, escludendo la finalità di avere prole. Sessualità orale, anale, masturbatoria o omosessuale renderebbero, con frequenza sempre maggiore, molto “problematica” l’adesione alla logica del fine riproduttivo, fatta propria dai tre monoteismi mediorientali. A suo giudizio, invece, la separazione tra sessualità e riproduzione sarebbe una prerogativa di tutti gli esseri viventi. Se nel mondo animale alcune specie praticano la sessualità senza riprodursi, altre si riproducono senza sessualità, altri organismi dispongono di organi sia maschili che femminili e tuttavia copulano con i loro simili ciò sottolinea che il piacere “nasce” esclusivamente dalle ghiandole. Il danno prodotto dalla visione prevalentemente procreativa del rapporto sessuale, imposta dai monoteismi mediorientali, impedirebbe l’indipendenza degli esseri femminili, la socialità e, soprattutto, la gioiosa poli-sessualità. 
La Belfort nel suo assunto è in minoranza. La gran parte degli Occidentali si accanisce nell’attribuire agli atti sessuali la funzione “utilitaristica” esaltata dalle religioni monoteiste. La scrittrice canadese, totalmente libera da condizionamenti di fede, ravvisa, nell’intento delle tre religioni monoteiste il bisogno di considerare fondamentale il sovraffollamento del Pianeta come mezzo per accrescere l’esercito dei propri seguaci per combattere e sterminare gli infedeli aderenti alle altre due; e sottolinea, che per raggiungere tale utilitaristico e distruttivo risultato, si sono “mischiati” due concetti irriducibili tra di loro: l’amore e il sesso. Con buona pace dell’odio espresso dalla preoccupante crescita dei femminicidi.

sabato 10 gennaio 2026

ASSASSINI



Renee Nicole Good poetessa americana, madre di 3 figli, 37 anni, sparata in faccia dalla “democrazia” americana.



Il macellaio in divisa che le
ha sparato


Il mandante


VE LO DICO IN VERSI
di Marcello Campisani

                                                      
Circa il diritto, nella stanza ovale,                
di Trump risuona spesso quest’uscita:    
passami presto l'internazionale
che la carta igienica è finita.
 
La battuta, di per sé immorale,
la nostra borgatara la ravviva,
con l’osceno alibi mondiale
della difesa detta preventiva.
 
Tetro, tristo stigma occidentale:
noi soli la sappiamo generare,
una guerra d'ambito globale!
E benché già due possan bastare
 
prepariamo la terza frazionata,
sicuri che sarà fenomenale,
che non esista pace disarmata
e che la Cina se la passi male.
 
Riprova che non siamo superiori,
che liberismo è l’ismo più bestiale,
che basta già da solo a farci fuori,
ch'è motore primo d’ogni male.
 
Trump poi ne esaspera il modello,
condendolo del tratto più bestiale,
quello dell’agir senza cervello,
o d'impiegare quello primordiale.
 
L’Europa pare invasa da Fratelli
D’una idiozia sesquipedale:
Nordio, Lollobrigida Donzelli
ed altri dall’intento più letale.   
 
Atomiche bombe in miniatura
nel sogno troviam presidenziale
e scherzetti cinesi a dismisura
ci ritroveremo a carnevale.
 
Bisogna accoppare la giustizia
perché nel mondo tutto sia mortale,
altrimenti non avrem nequizia. 

POESIA
di Federico Migliorati


Ospedale di Montichiari
 
La condizione umana
 
Ricorderò di questo tempo aspro
l’ultima cannula tolta all’anziano
il singulto notturno di una donna
nella camera accanto; e il respiro
che muore in gola straziando il cuore.
Ricorderò i miei affanni, la penna
pigra sul bordo del comodino,
I versi che sfidano l’inerzia,
la notte che cala troppo presto
nei corridoi impastati di sussurri
il sorriso raccolto da una storia
nella tregenda che tutti unisce
saturazione, pressione, febbre
saliscendi di numeri e angosce.
La vice vita ci rende fantasmi
cacciatori di speranze, aggrappati
a mani d’angeli in camice bianco.
L’ossigeno quale bene supremo
lo ricorderò nei tempi diversi
ogni respiro sarà benedetto
scontato, al postutto, eppur vitale.
Ricorderò ancora dell’uomo nuovo
che si è ridestato dal dolore
e i compagni di strada
vagabondi d’amore.

[Montichiari, gennaio 2026]

CONTRO LA RIFORMA NORDIO




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