DULCIANA
E ARCIMBOLDO
di Angelo Gaccione

Arcimboldo: Autoritratto
Dulciana ha un suono bellissimo,
dolcissimo come il suo nome suggerisce. A me ha evocato subito Dulcinea del
Toboso, la donna di cui Don Chisciotte si innamora perdutamente nel romanzo di
Cervantes. Non avendo mai visto una dulciana (al Museo degli strumenti musicali
del Castello Sforzesco di Milano non credo ce ne sia una) così come Don
Chisciotte non aveva mai visto Dulcinea, me l’ero figurata nell’immaginazione
non come uno strumento musicale cinquecentesco, ma come una romantica e
dolcissima madama di un tempo lontano. Il concerto di ieri sera nella Sala
Capitolare del Bergognone e Carlés Cristobal, che ha suonato lo strumento
assieme alla violinista Plamena Nikitassova e al clavicembalista Maurizio Croci
in un ottimo trio da camera (siamo agli sgoccioli della XX edizione del
Festival internazionale di musica antica), mi ha ricondotto a pensieri più
terreni e concreti.
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| Arcimboldo: Autoritratto |
Niente forme sinuose e morbide, niente sguardi seduttivi e penetranti, ma un lungo blocco di legno dalla lunghezza super giù di un metro, solitamente di acero o di bosso, come ci ha spiegato Cristobal nelle poche battute illustrative, con in cima, essendo uno strumento a fiato, l’imboccatura per soffiarvi. Come se non bastasse, in spagnolo ha un nome maschile, si chiama bajón, e così tutta la poesia si è del tutto evaporata. Non sono morbide e seduttive le sue forme, ma questo non vuol dire che il suono che ci regala non lo sia; è considerato un antenato del fagotto ed emette un suono caldo e in certi passaggi sa essere anche molto espressivo. Da solo e nei toni bassi e lenti potrebbe anche farvi rilassare, produrre un piacevole sopore, e magari farvi sognare la “vostra” Dulciana. Io ci ho provato chiudendo gli occhi, ma li ho riaperti subito: non volevo dare l’idea che stessi dormendo.
A questa interessante scoperta se n’è aggiunta un’altra quando, a concerto terminato, lo storico dell’arte Giacomo Berra ci ha parlato delle “musicali consonanze dentro i colori” parlandoci di Arcimboldo. Di colori meravigliosi ne avevamo un profluvio tutt’intorno trovandoci in quello scrigno d’arte che è la Sala Capitolare, ma la proiezione di un disegno a penna e inchiostro realizzato su carta e colorato ad acquarello con polveri che virano su delicate tonalità di seppia e ocra (se non mi ha ingannato la vista), mi ha molto affascinato. Si tratta di un autoritratto dell’estroso pittore milanese super celebre per i suoi volti vegetali in cui mescola di tutto: dai molluschi ai libri, dagli ortaggi ai fiori, dai frutti agli animali… e si trova ai Musei di Strada Nuova a Genova.

M. Croci

Il fascino di questo ritratto è tutto nel modo in cui l’artista ha abilmente realizzato la trama. Si ha come l’impressione che a mani nude egli abbia manipolato un lungo rotolo di carta seguendo un ordito preciso e strisce e brandelli siano serviti per comporre forme. Un procedimento scultoreo più che un disegno. I riccioli dei capelli e della barba e gli sbuffi della gorgiera prendono vita come il volto che incorniciano. I panneggi paiono essere stati appena adagiati sul corpo, da una mano esperta che ha voluto evidenziarne l’eleganza.
































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