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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 25 giugno 2026
“POESIA CIVILE”: QUALCHE PRECISAZIONE
di Angelo Gaccione
Le domande comprese sotto il titolo: Abbiamo bisogno di una
poesia civile oggi? per l’incontro che si è tenuto a Genova il 16 giugno
scorso erano state suggerite da Donatella Bisutti. Sei domande secche a cui alcuni
di noi erano stati chiamati a rispondere. I pochissimi minuti a disposizione e
il numero degli invitati non avevano alcuna pretesa di arrivare a conclusioni,
né di affrontarle tutte e sei, ma, appunto, di interrogarsi. Proprio perché non
avremmo avuto il tempo di affrontarle tutte, avevo pubblicato su “Odissea” le
mie brevi risposte alle altrettante brevi domande della poetessa milanese,
limitandomi a rispettare i minuti concessi a ciascuno di noi, leggendo la
noticina pubblicata mercoledì 24 su “Odissea” e a cui fa riferimento Angela
Passarello. La mia noticina seguiva a quelle di Adam Vaccaro e di Eros Barone,
anche queste pubblicate su “Odissea”. All’amica Passarello devono essere
sfuggiti sia questi due interventi, sia le mie risposte più articolate e
complessive alle sei domande. Per comodità inserisco qui il link in modo che si
possano leggere tutte le domande della Bisutti e tutte le mie risposte. https://libertariam.blogspot.com/2026/06/sulla-poesia-civile-conversazione-fra.html
Gli interventi di Vaccaro e di Barone si trovano anch’essi in
prima pagina e facilmente consultabili. Se Angela avesse avuto modo di leggere
questi scritti, di sicuro la sua riflessione di stamattina avrebbe avuto un
altro taglio. Per quanto mi riguarda ho detto e scritto fino alla noia che chi
scrive poesia può trattare tutti i temi che vuole e sono pienamente convinto,
come il poeta Éluard, che quando si parla d’amore si parla anche d’altro. La
mia recente raccolta poetica, Una gioiosa fatica, di tematiche ne tocca
parecchie. Io non distinguo tra “poesia civile” e “poesia incivile”, ma tra
buona poesia e pessima poesia. Però distinguo, e come distinguo! Tra individui
indifferenti al dolore del mondo, alle sue storture, alle sue ingiustizie, ai
suoi massacri, e che da menefreghisti tacciono, non muovono un dito, non li
vedi mai in piazza, non li vedi prendere posizione su nulla, conniventi di
fatto con i massacratori, con gli aguzzini, con i corrotti. Se ne guardano bene
dal compromettersi, dal guastarsela con chicchessia. La stragrande maggioranza
dei nostri poeti e letterati sono campioni in queste pratiche. Se un
verseggiatore non ha la sensibilità di commuoversi davanti al bambino palestinese
mutilato di gambe e braccia dai macellai dello Stato israeliano e non si
indigna, sono affari suoi. Io non lo accuso di non fare versi su questo, lo accuso
di non venire in piazza a protestare come uomo contro l’orrore, come uomo contro
il disumano. Certo, a volte ho questa illusione di credere che un poeta, un artista, un uomo di cultura abbiano una sensibilità più accesa e dovrebbero comportarsi meglio di tanti farabutti, ma
siccome conosco a fondo gli uomini, me ne faccio una ragione. E per tantissime
altre, di ragioni, li ritengo umanamente peggiori delle persone semplici e
scarsamente acculturate.
CIVILE O INCIVILE?
di Angela Passarello
(Ignoro i contenuti e le
conclusioni dei relatori, invitati al convegno di Genova, Abbiamo bisogno di
una poesia civile oggi?)
Caro
Angelo Gaccione,
leggendoti, stamattina, su
Odissea (mercoledì 24 giugno), sono d’accordo con quanto affermi. Sì, la
scrittura, come tutte le forme espressive dell’umano, aiuta a stare nel mondo.
Tra le forme espressive, giustamente, ne citi diverse, fino a concludere con Addio
Lugano bella o con Il disertore, che, secondo te, durante le
manifestazioni, nelle piazze, sono tra i momenti più emozionanti. Sarei d’accordo
con te, se non fosse che, nell’ultima manifestazione per la Palestina, chi ha
emozionato più delle canzoni storiche, è stato un bambino palestinese con il
suo slogan, ben ritmato “giù le mani dai bambini”. La sua voce e la sua
presenza hanno risvegliato emozioni profonde, riportandoci all’essenza
originaria di cui tutti siamo origine e parte. Nessuna poesia, in quel momento,
avrebbe dato ristoro, forza e vitalità al corteo, come la presenza di quel
bambino, la sua parola, l’innocenza della sua voce, il suo sorriso. Vista la
brevità di questa mia riflessione, ricordo i concerti e le manifestazioni
poetico-militanti del passato, seguite da migliaia di giovani e di meno giovani.
Nessuno, mi pare le abbia etichettate come civili. Forse incivili, sì, dai
benpensanti, sempre scandalizzati dal diverso. Tra le varie, mi viene in mente
il concerto di Laurie Anderson, che ho avuto modo, poche settimane fa, di
apprezzare, insieme a centinaia di persone, alla Triennale di Milano. Un
concerto che definirei totale, sia per i contenuti poetici e narrativi che per
i suoni, la voce, le immagini. Un concerto civile? No, non amo la definizione
“civile”, non la amo perché è riduttiva, come lo è la definizione “poesia civile”.
Eppure il concerto di Laurie Anderson, oltre a emozionare, ha posto
domande, denunciando il potere economico, a livello mondiale, e lo stato
attuale della condizione umana. I nuovi generi e le identità plurali dell’umanità
robotizzata. Un excursus dal passato al nostro presente, gridato, urlato con
ironia, bellezza, con pause e meditazioni. Come sappiamo, tanti sono gli
autori, i poeti, i musicisti, gli artisti che, pur non definendosi civili,
hanno contribuito a nutrire la cultura, a risvegliare le coscienze, tra i
tanti, Dario Fo. Certamente la poesia, come tutte le arti, a noi presenti,
racconta l’esistere: vita e morte. Enigmi. Complessità. Poteri occulti e
sfacciatamente evidenti. Così, in questa nostra epoca di sconvolgimenti, di
grandi trasformazioni terrestri, anche la poesia è uno dei possibili strumenti,
necessari, al risveglio dal sonno o dall’incantamento, provocati dai potenti
mezzi dei poteri mondiali. Concludo questa mia breve riflessione con un verso
di Philippe Jaccottet: (...) e la parola non è più o meno utile /
degli amenti di salice in palude: se
anche si sfanno non importa, brillano, / altri verranno in questi boschi/ che
morranno,/ marcirà la bellezza, e non importa, / poiché risiede in ciò che acceca,
e splende. (Da: Il Barbagianni ignorante, 1992).
mercoledì 24 giugno 2026
TUTTO CIÒ CHE È UMANO MI RIGUARDA
di Angelo Gaccione
Testo letto in occasione della
tavola rotonda sulla poesia civile alla biblioteca dell’Università di Genova
martedì 16 giugno 2026.
Ho titolato questi pochi minuti di confronto sulla poesia
civile usando il celebre motto di Publio Terenzio Afro: “Sono un uomo, e di
quanto è umano nulla penso che mi sia estraneo” tratto dal libro Autopunizione
più noto come Il punitore di me stesso. Ma avrei potuto citare
direttamente un mio aforisma del 2023 riferito proprio alla poesia civile: “È
civile tutto ciò che oppone l’umano al disumano”. Direi che nulla di più
pertinente al mio modo di essere e di essere nel mondo. Nel mio agire e nel mio
operare con la scrittura, attraverso i vari linguaggi volta a volta impiegati
(poesia, narrativa, saggistica, teatro, fiaba, aforismi, critica d’arte,
teatrale, letteraria, musica, giornalismo), ho tenuto fermo i concetti di tanti
altri intellettuali che hanno influito sulle mie convinzioni. Proudhon, per
esempio, era fermamente convinto che la scrittura avesse un impatto concreto
sulla realtà per poterla modificare. È uno strumento importante che serve a diffondere
nella società il seme del cambiamento. Da parte sua lo scrittore algerino
Albert Camus, ha scritto che “Per agire l’uomo deve parlare” e quindi il dovere
e la necessita di un impegno attivo, mentre Marx ci esorta a vivere come si
pensa, altrimenti finiamo per pensare come viviamo. Ne discende che se vogliamo
un mondo migliore dobbiamo pensare e agire, altrimenti diamo ragione ad un mio
aforisma che così recita: “Pretendono un mondo migliore, ma non muovono un dito
perché lo diventi”. Per quel che mi riguarda ho svolto sempre una intensa
attività di scrittura in coerenza con le mie idee – ho fondato giornali,
circoli, movimenti, – e Odissea è in piedi da 23 anni. Cerco, in maniera attiva
e militante di portare concretamente il mio corpo dentro lo spazio pubblico
dove e quando è necessario, anche se ora non sono più giovane e non ho le forze
di un tempo. Vorrei chiudere riprendendo una delle domande che ci ha posto
Donatella Bisutti: “La poesia civile può avere oggi un impatto sulla società?
Io sono convinto di sì. La poesia civile ha un impatto sulla società, e per la
sua particolarità è molto più efficace di tante altre forme espressive. Al
poeta bastano pochi versi per arrivare al cuore delle cose. Come avviene al
canto, alla fotografia o alla immagine pittorica. La forza delle poesie e delle
foto sul genocidio di Gaza è stata enormemente superiore a tutti i discorsi e a
tutti gli articoli di giornale. Basta controllare su Internet per averne la
prova. Il canto de Il disertore o di Addio Lugano bella nei
cortei, creano sempre una fortissima empatia emozionale fra i partecipanti,
superiore a qualsiasi discorso.
IPAZIA
di Chicca Morone

Julius Kronberg Hypattia 1889
Una donna geniale vittima del fanatismo.
Lunedì di Quaresima del 415: viene assassinata Ipazia, matematica,
astronoma, filosofa neoplatonica, insegnante autorevole ed estremamente
rispettata, amata da cristiani e pagani, ma evidentemente odiata da qualcuno. Un
qualcuno di genere maschile, roso dall’invidia verso una donna che si permetteva
di parlare in pubblico ed era a capo della scuola neoplatonica di Alessandria:
il vescovo Cirillo, capo di quella Chiesa che aveva iniziato a trasformarsi da
perseguitata a persecutrice e non solo del paganesimo, ma anche dell’ebraismo. Il
pensiero vescovile era che una donna, la più importante intellettuale della
città, punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le
autorità politiche e religiose, doveva stare al suo posto, altrimenti essere
eliminata. La giovane Ipazia era un vero problema perché, non esente da influenze
teosofiche e occultistiche apprese da filosofie e religioni egizie nonché
assiro-babilonesi, era “qualcosa” di impensabile per chi - legittimato
dall’editto di Tessalonica (380D. C.) - si giudicava depositario della vera
religione.
La cultura di Ipazia era arrivata a
un tale grado di perfezione da non avere paragone con tutti i filosofi del suo
tempo, tanto da succedere nella scuola platonica ed essere disponibile per
chiunque desiderasse spiegazioni su tutte le scienze filosofiche. Ne era
testimone Socrate Scolastico, teologo suo contemporaneo.
Ci si chiede come abbia potuto accadere
un tale efferato assassinio, dato il suo carisma enorme, riconosciuto ovunque:
da ogni parte del mondo giungevano allievi desiderosi di apprendere i principi
non solo filosofici, ma anche astronomici, matematici e di ogni scibile umano. Persino
Sinesio, filosofo, poeta e oratore, futuro vescovo di Tolemaide, era giunto da
Cirene per conoscere questa donna incredibile.
Tra i suoi ammiratori il prefetto
romano Oreste, spesso alla ricerca del suo consiglio nelle questioni di
carattere pubblico, aveva cercato di mettere in guardia Ipazia essendo stato
lui stesso aggredito pubblicamente.
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| Julius Kronberg Hypattia 1889 |

Jules Gaspard Ipazia 1908
Forse, osservando la situazione nella
Alessandria dell’appena iniziato Quinto secolo, potremmo avere una spiegazione
e soprattutto un monito per questo nostro secolo agli albori. L’Impero è in declino
e Alessandria in disfacimento: mille sono le cause, non ultima la crisi di
identità con problemi interni tra cristiani legati alla tradizione e gli
innovatori, come anche tra i pagani filosofi e i tradizionalisti. Il tessuto
sociale è lacerato, i punti di riferimento della politica imperiale, svaniti;
gli dei dello Stato se ne sono andati e sono rimasti pochi richiami alla
grandezza del passato. In questo vuoto di un potere forte,
Ipazia si trova a rivestire anche un ruolo politico, protagonista del momento
più infuocato degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di
Alessandria, decisamente cruenti all’inizio del Quattrocento. La scintilla è la trasformazione del
tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando emergono i resti di un tempio
segreto dedicato al culto di Mitra. Alcuni teschi lì ritrovati danno modo
di accusare i pagani di sacrifici umani e al vescovo Teofilo di indire una
processione antipagana: ovvia la reazione con inizio di guerra civile. L’imperatore
Teodosio II, filo cristiano, interviene su consiglio della sorella: ma nel chiedere
al vescovo di perdonare le offese pagane, gli concede di poter distruggere il
tempio e la famosa biblioteca.
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| Jules Gaspard Ipazia 1908 |
Ipazia, la cui filosofia non è
semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e
disciplinata ricerca della verità”, pur restando neutrale, intravede subito
la degenerazione dei possibili sviluppi: non può ignorare il fanatismo, la
violenza e l’intolleranza di questa nuova religione che invece di costruire distrugge
templi e biblioteche continuando a provocare scontri tra ebrei, pagani e
cristiani. Un “Divide et impera” di cui
ben abbiamo contezza in questi ultimi anni. Con l’arrivo ad Alessandria del
vescovo Cirillo, si apre un nuovo periodo in cui potere politico e militare si
fondono: nasce un unico corpo di polizia, i Parabolani. Un vescovo battagliero, pronto ad
affermare il suo potere a ogni costo, e che, nell’entrare in conflitto con il
prefetto Oreste, trova ottima occasione per incolpare proprio Ipazia di impedirne
la riconciliazione.
Perché? Perché lei è depositaria di una
religione filosofica da cui emerge il concetto di un Dio a cui potersi
assimilare e un percorso in cui poter raggiungere la divinità non attraverso la
Santa Madre Chiesa: inaccettabile per un vescovo dalle mire di potere inesauribile,
a cui l’intera popolazione deve assoggettarsi. Un Klaus Schwab, fondatore del Word
Economic Forum e promulgatore della “Quarta rivoluzione industriale” con tanto
di pensiero unico, ante litteram.
Oggi, dopo
anni di innegabile caos in Vaticano, il papa Leone XIV sta delineando per i
fedeli una via decisamente più cristiana e affine a chi vive nella Chiesa il
proprio legame con il Divino: con l’enciclica “Magnifica Humanitas”
perfettamente esaustiva sui pericoli dell’IA, ma esplicitata con quel distacco
di chi vede dall’alto le possibilità di salvezza esistenti. La divinizzazione
di algoritmi e risposte, vette a cui noi, secondo i guru dell’informatica, “non
potremmo mai arrivare” è stata ridimensionata. In molti hanno iniziato a porsi domande più
che lecite, considerando la voce da cui giungeva più che autorevole.
In
conclusione, mi fa male pensare a una donna come Ipazia, martirizzata dalla
protervia dei Parabolani, cappeggiati da un uomo convinto di essere depositario
del volere di Dio. Ancora oggi esistono esemplari del genere, impuniti; un po’
come il vescovo Cirillo fatto santo da Leone XIII!
Piango per un’Italia
piena di risorse, il cui terreno è fertile, ammirata e ambita da chiunque la
conosca, madre di personaggi totalmente fuori dal comune (da Giordano Bruno a
Galileo, a Leonardo da Vinci, a Federico Faggin) oggi sfortunatamente in mano a
biechi affaristi, pronti a venderla per pochi denari. L’Italia che come Ipazia
viene spogliata dei suoi gioielli, stuprata e bruciata perché “eccessiva”;
un’Italia che non sa difendersi dalle invasioni islamiche quanto da quelle sioniste;
un’Italia che come Ipazia deve fare da capro espiatorio di forze occulte; un’Italia
antesignana delle campagne di vaccinazioni, persino degli animali non
esportabili, a scanso di equivoci. Un’Italia cavia a causa dell’ingordigia di
politici senza scrupoli.
IL DOVERE DI OBIETTARE
di Rosario
Undiemi
Il rimorso
ecologico e la coscienza generazionale.
Gentile Professore,
desidero condividere una riflessione
nata dalla lettura della lettera di Gianluca Rossetti pubblicata ieri sulla
prima pagina di “Odissea”, di cui ho profondamente apprezzato la capacità di
far emergere una verità complessa e dolorosa. Il fulcro del mio interesse
risiede nel potente contrasto generazionale e psicologico vissuto dal
protagonista: l’obbedienza del passato. Il ventenne di allora che, per cieco
dovere militare, si fa ingranaggio di un meccanismo devastante (l’uso di
munizioni pesanti, i bombardamenti costieri, l’inquinamento da metalli e la
distruzione di ecosistemi protetti). La consapevolezza del presente: il
sessantenne di oggi che sviluppa un vero e proprio “rimorso ecologico”, riconoscendo
lucidamente il danno inferto al territorio. Trovo straordinario come il
compimento dei sessant’anni non sia solo un traguardo anagrafico, ma diventi un
catalizzatore esistenziale: il momento in cui si avverte l’urgenza di fare i
conti con l’eredità ambientale lasciata alle nuove generazioni. Questa
confessione a distanza di tempo supera la dimensione individuale e si trasforma
in una potente presa di coscienza collettiva, costringendoci a riflettere su
come il concetto di “dovere” debba oggi includere, necessariamente, la tutela
del futuro.
VERSI SUL NAVIGLIO A PARMA
Mercoledì
1° luglio Poesia e Cinema
d’autore Sul Naviglio a Parma.
Ore 18.45 – Incontri poetici “Versi sul Naviglio 2026”.
Conversazioni sulla poesia e le recenti novità editoriali a
cura di Adriano Engelbrecht. Modera l’incontro Silvia Manzi, insieme ai
curatori dell’antologia Innesti umani (Bertoni, 2026) Luca Ariano ed Emanuela
Rizzo.
Saranno presenti i poeti dell’antologia: Antonio Perrone,
Alessandro Seri, Luca Mozzachiodi, Emanuele Marazzini, Elisa Barbieri, Paola
Maccioni, Alberto Manzoli, Mauro De Maria, Costanza Canali, Mariapia
Quintavalla, Alma Saporito, Giancarlo Baroni Poeta, Giuseppe Langella, Claudio
Bedocchi, Francesco Gallieri. La serata prosegue alle 21.30 con la
proiezione del film “Il portaborse” di Daniele Lucchetti (1991) in occasione
degli 80 anni della Repubblica Italiana e del suffragio universale del voto
alle donne. Proiezione a cura dell’Associazione Amici della Biblioteca San
Leonardo.
Officine On/Off, Parco del Naviglio, Parma.
Puoi scoprire di più su LOFT - Libera Organizzazione
Forme Teatrali con tutte le info sulla rassegna.
martedì 23 giugno 2026
STARMER ADDIO
di Angelo Gaccione
Un altro guerrafondaio, il primo ministro inglese Keir Starmer,
che solo per un abuso linguistico viene definito di “sinistra”, è stato
costretto alle dimissioni. Purtroppo non si vuole imparare una verità banale e
incontrovertibile: tutti i guerrafondai, sotto qualunque sigla, partito,
bandiera si nascondono, anche se vengono definiti democratici, o tali ci
illudiamo che essi siano, non sono altro che una variante della destra. Nei
fatti ne incarnano la mentalità e il loro agire politico non può avere nulla a
che fare con gli interessi delle classi popolari e lavoratrici, con i ceti medi
impoveriti, con la stragrande maggioranza delle donne, con i difensori del
patrimonio culturale ed ambientale. Ed infatti, appena vanno al governo,
continuano la politica antipopolare delle destre: massacrano i ceti popolari e
produttivi, non toccano i grandi patrimoni e le immense scandalose ricchezze,
ma trovano in un batter d’occhi l’immensa scandalosa criminale quantità di
denaro da impiegare in spesa militare, armi, mantenimento di quell’apparato di
morte criminale chiamata Alleanza Militare (NATO) che quella ricchezza divora.
I democratici di casa nostra, che dei democratici criminali di
guerra americani non hanno imparato nulla, continuano anche loro, come se
niente fosse, su questa strada che li porterà nell’abisso. Si candidano per
battere la destra di Meloni, ma non ci dicono dove troveranno le immense
risorse che occorrono per una sanità pubblica allo sfascio, per una messa in
sicurezza di un territorio che sta lentamente collassando, per sistemare il
patrimonio di edilizia scolastica che è un colabrodo, il sistema dei trasporti
sempre più obsoleto, aumentare i salari e le pensioni da fame, ridurre le ore
di lavoro per allargare la base produttiva, far calare gli affitti nelle grandi
città, impedire che scappino all’estero centinaia di migliaia di giovani ogni
anno, convincere le nuove coppie a mettere al mondo almeno un figlio… Se
fossero davvero di sinistra, se fossero davvero democratici, se
avessero davvero a cuore il loro Paese, direbbero quello che per una persona di
sinistra è una banale ovvietà: “basta con armi, guerra e spesa militare. Da
questo momento non spenderemo un centesimo per tutto ciò che viene spacciato
per difesa perché con le armi di distruzione di massa non esiste alcuna
difesa: esistono solo morte, distruzioni e farabutti che sulla morte e le
distruzioni si arricchiscono. Spenderemo solo per la spesa sociale, culturale e
ambientale. Non daremo più un centesimo per la guerra in Ucraina, non manderemo
una sola arma italiana in giro per il mondo ad alimentare guerre, anzi,
convertiremo l’industria di guerra per produrre beni utili alla collettività e
metteremo la diplomazia al primo posto come prescrive la Costituzione.
Impiegheremo parti consistenti di Esercito, Aviazione e Marina per la difesa
dell’ambiente, per la protezione civile, per la sicurezza interna, per
contrastare l’evasione fiscale, le mafie, la delinquenza organizzata che le
nuove tecnologie hanno reso insidiose e pervasive. E se vinceremo le elezioni, come
primo atto trasformeremo il Ministero della Difesa in Ministero per la Pace con
sede ad Assisi, città mondiale della Pace”. Non lo faranno: non sentiremo da
loro queste parole, ed allora è meglio che non illudano gli elettori e lascino
schifosamente sgovernare le destre facendo da stampella, come hanno
fatto finora in Italia e al Parlamento Europeo, alle loro politiche
guerrafondaie. Noi ce ne staremo a casa perché mettere una scheda nell’urna per
continuare le politiche guerrafondaie e antipopolari non ne abbiamo proprio
voglia.
MEGLIO UNA ZUCCA CHE UNA BOMBA

Gianluca Rossetti
Ciao Angelo,
sperando che possa essere di qualche interesse, sottopongo alla tua attenzione
una breve lettera di scuse che ho di recente inviato ai due maggiori quotidiani
sardi. Mi piacerebbe poi incontrati per parlare di pacifismo e disarmo, quando
avrai voglia e tempo. Grazie, Gianluca.
*
Il pacifista e disarmista Gianluca Rossetti, a distanza di oltre
quarant’anni, chiede pubblicamente scusa al popolo sardo e all’Italia intera,
per avere da giovane, tramite il servizio militare, contribuito ai danni verso
la nostra meravigliosa isola. Un gesto prezioso ed ammirevole. Oggi Gianluca è
molto attivo nelle iniziative contro la guerra e presente assiduamente ai sit-in
in Piazza del Duomo a Milano contro il massacro dei palestinesi.

Alle
cittadine e ai cittadini della Sardegna, e dell’Italia intera. Sono un 63enne desideroso di fare ammenda. Ho svolto il servizio militare di
leva nel 1983, in un reparto di artiglieria, partecipando a diverse
esercitazioni di tiro nei poligoni militari di Capo Teulada (CA), Monteromano
(VT) e Meduna Cellina (UD). A quel tempo non avevo ancora maturato alcuna
consapevolezza riguardo le implicazioni etiche e ambientali che comporta il
prestare servizio nell’esercito e provocare esplosioni di ordigni (nel mio caso
un centinaio di granate da 155 mm) e purtroppo non avevo preso nemmeno in
considerazione l’obiezione di coscienza e il servizio civile come alternative
alla leva obbligatoria. Ora, alla soglia della senescenza, e orientato verso
ideali di pace e di tutela dell’ambiente, provo un senso di rammarico e
vergogna per le azioni da me compiute in quel lontano 1983. Desidero quindi chiedere
scusa al popolo pacifista ed ecologista della Sardegna, e a tutto il popolo
italiano, per aver contribuito al gravissimo e nefasto inquinamento di quel
meraviglioso angolo di Sardegna che è Capo Teulada, nonché delle altre zone del
nostro Paese destinate a svolgere la funzione di poligono militare.
Gianluca Rossetti - Trezzano sul Naviglio - Milano
“NUOVO SLANCIO” PER
L’ALLARGAMENTO?
di Gianmarco Pisa

Foto di Elke Wetzig
Il
documento “Nuovo slancio per l’allargamento” è uno dei classici non-paper,
documenti informali redatti dai governi più influenti dell’Ue per orientare la
strategia europea sui dossier più importanti. In questo caso, il documento,
elaborato da Francia e Germania, propone un
nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai Paesi candidati di
integrarsi gradualmente e in forma asimmetrica, a “geometria variabile”,
nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico prima di
diventarne membri a pieno titolo. Redatto in vista del vertice Ue-Balcani di
Tivat, in Montenegro, il 5 giugno, il non-paper sostiene che la politica di
allargamento necessiti di “nuovo slancio” e auspica un processo di adesione che
suppone essere più efficiente, in quanto incentrato sulle “riforme” piuttosto
che sulle “procedure”.
“L’obiettivo comune è che l’Unione
diventi veramente europea”, recita il testo, con la valutazione che l’attuale
metodologia debba essere modificata (“ottimizzata”) per consentire “un’integrazione
più rapida ed efficace nell’Ue, basata sui criteri di Copenaghen”. Il Trattato
sull’Unione europea, infatti, stabilisce le condizioni (art. 49) e i principi
(art. 6) a cui deve conformarsi qualsiasi Paese che desideri diventare membro
della Ue. Questi criteri («criteri di Copenaghen») sono stati definiti dal
Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993: a) stabilità delle istituzioni atta a
garantire democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle
minoranze; b) economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alla
pressione competitiva e alle forze di mercato all’interno dell’Ue; c) capacità
di assumere gli obblighi derivanti dalla adesione, compresa la capacità di
attuare le norme, gli standard e le politiche che costituiscono il corpo del
diritto comune della Ue (l’“acquis comunitario”) e l’adesione agli obiettivi
dell’unione politica, economica e monetaria.
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| Foto di Elke Wetzig |
Al netto, dunque, della retorica
circa l’Ue come spazio di “democrazia, stato di diritto, diritti umani,
rispetto e tutela delle minoranze”, il testo propone una strategia di
preparazione all’adesione che contiene un insieme di “strumenti ed elementi
costitutivi” pensati per avvicinare i Paesi candidati attraverso una integrazione,
al tempo stesso, più strutturata e più graduale, fornendo incentivi alle
riforme. “Questi elementi costitutivi devono basarsi sui progressi compiuti nel
processo di adesione e devono essere reversibili in caso di arretramento da
parte del Paese candidato nel processo di riforma e in relazione ai valori e ai
principi fondamentali dell’Unione Europea. L’obiettivo della piena adesione
rimane invariato; l’intenzione non è quella di sostituire la piena adesione alla
Ue, né di prolungarne il percorso, ma al contrario di creare incentivi che
promuovano un progresso più rapido”.
L’elemento
centrale è dunque lo sviluppo di una strategia di preparazione all’adesione,
basata sull’integrazione graduale, che comporti anche forme di partecipazione
“parziale” all’Ue, sottoponendo i Paesi candidati ad una sorta di “stress test”
delle condizioni di adesione: avanzare o arretrare a seconda che il Paese
candidato aderisca pienamente o meno alle “riforme” e ai “valori e principi”
dell’Ue. Secondo il testo, i Paesi candidati avranno accesso a vantaggi man
mano che progrediranno nei negoziati, ma questi vantaggi potranno essere
revocati in caso di arretramento sulle “riforme” e i “valori e principi” dell’Ue.
Tra le misure vi è la possibilità
per i Paesi candidati di ottenere un accesso privilegiato al mercato unico e
legami più stretti con le istituzioni europee, incluso lo status di “osservatore”
alle riunioni dell’Ue. Le proposte includono
riunioni periodiche con la Commissione europea, una cooperazione parlamentare
più frequente e la partecipazione a discussioni separate del Consiglio
europeo e del Consiglio dell’Ue. I Paesi candidati che avranno completato i
negoziati potranno partecipare alle riunioni del Consiglio quali “osservatori”.
Il documento prevede anche la
partecipazione ad alcune riunioni del Consiglio Affari Esteri per gli Stati che
chiudono il capitolo relativo alla politica estera e di sicurezza e difesa;
propone inoltre di ampliare la cooperazione
nel campo stesso della difesa, compresa la partecipazione ai progetti Pesco,
la cooperazione rafforzata con Frontex e l’integrazione nei meccanismi di
sicurezza informatica. Ulteriore proposta riguarda la partecipazione al mercato
unico nell’ambito del “modello SEE+” per i Paesi che adottano la legislazione comune
e completano i relativi negoziati. Tali misure potranno applicarsi, ad esempio,
ai Paesi candidati dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro,
Macedonia del Nord, Serbia) e alla Moldavia e saranno basate “sul merito”, cioè
in funzione dei progressi compiuti nelle riforme e negli standard comunitari.
In base al non-paper, l’obiettivo
è fondamentalmente uno: superare lo stallo, che sembra configurare un vero e
proprio fallimento strategico, nel processo di allargamento dell’Unione Europea
(il processo di allargamento è fermo da
tredici anni, l’ultimo Paese ad aver aderito all’Ue è la Croazia, nell’ormai
lontano 2013, ma intanto è uscita la Gran Bretagna, nel 2020), anche
introducendo asimmetrie e meccanismi di partecipazione “a geometria variabile”.
Il meccanismo riproduce, per
alcuni aspetti, lo schema, previsto dai Trattati, della cooperazione
rafforzata, che permette ad almeno nove Stati una maggiore integrazione in ambiti
specifici anche senza la partecipazione degli altri Stati membri e senza
l’unanimità in ambito Ue. Difficile prevedere gli esiti di questo (e altri)
non-paper: opportunità per rilanciare e ridefinire il ruolo dell’Ue o segnali della
crisi istituzionale e politica che l’Unione sta attraversando?
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