UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 3 settembre 2026

RUMORE
di Angelo Gaccione


 
Tra i mali che affliggono la nostra contemporaneità, il rumore è divenuto uno dei più insidiosi e pervasivi. Praticamente non ce ne si può difendere da quando sono stati inventati i motori, gli elettrodomestici e apparecchi di ogni tipo. Non ci si può difendere negli spazi pubblici, e non ci si può difendere ogni volta che mettiamo piede in un locale. A identica sorte siamo condannati da quando sono stati inventati i condominî. Ascensori, radio, televisori, aspirapolveri, lucidatrici, stereo, lavatrici, porte sbattute senza criterio e ciabattare ad ogni ora del giorno, scarichi del bagno, discussioni ad alta voce…
Mia madre ha sempre odiato i condominî e, per sua e nostra fortuna, abbiamo abitato case modeste, ma libere da questi inconvenienti. Poi ne ebbe una di sua proprietà, persino con un minuscolo e amato giardino a cui rimasi affezionato anch’io e che ogni tanto mi ritorna in sogno. Rumori molesti che assediano le grandi città e rumori molesti che assediano i centri minori: non parliamo dei cosiddetti luoghi di villeggiatura; luoghi che dovrebbero essere di riposo, di tranquillità, di silenzio, ed invece si trasformano in universi caotici ed infernali. Nel luogo dove vivo il rombo degli aerei, a cui viene permesso di sorvolare le parti centrali della città, si mescola a quello delle ambulanze, delle linee metropolitane, degli autobus, delle moto di grossa cilindrata, dei fuoristrada più adatti alle savane, alle steppe, al safari nella giungla. La globalizzazione dell’informazione veicola sul Web anche gli ultimi angoli di mondo che erano rimasti intatti; mostra i piccoli borghi dove la vita scorreva lenta e tranquilla, e una fiumana vi si riversa puntuale invadendo ogni anfratto e portandovi il delirio e il caos. Di giorno e di notte. Viene da sorridere pensando al filosofo Arthur Schopenhauer che inveiva contro “l’insopportabile” schiocco della frusta dei cocchieri che lui paragonava alla trafittura di una lama. Nel suo celebre saggio Sul rumore lo definisce “assassinio del pensiero”. Chissà che cosa ne avrebbe detto oggi che le carrozze non esistono più, e allo schiocco della frusta si è sostituita l’accelerata rompi timpani delle moto da farti rimbalzare il cuore in gola in piena notte…
Il rumore è continuo ma l’ascolto è raro, ho letto da qualche parte. Potrebbe essere la perfetta epigrafe per questo tempo.
 

CAMPI ELISI
di Alida Airaghi


Don Angelo Casati
 
Contrariamente ad Alida Airaghi, io l’ho incontrato don Angelo Casati, l’ho incontrato proprio per portargli il suo dono, una confezione di cioccolatini, che Alida non aveva potuto consegnargli a Milano quand’era venuta il 6 giugno scorso. Gli avevo telefonato alcuni giorni dopo e ci incontrammo la mattina di giovedì 11 nella sua abitazione di via Montenapoleone al 22. Abitava nei locali della chiesa di San Francesco di Paola che affaccia su via Manzoni. Mi colpirono subito i suoi occhi vivaci e il corpo minuto che l’età veneranda aveva reso ancora più piccolo. Don Angelo era nato a Milano nel 1931, e di anni ne aveva 95. “Siamo due Angeli” aveva detto accogliendomi con un sorriso, ed era contento di questa visita. Lui mi conosceva di nome e conosceva “Odissea”; era amicissimo di don Luigi Pozzoli che per “Odissea” scriveva, ed era don Luigi a passargli le copie del giornale. Apprezzava molto la qualità degli scritti e i tanti prestigiosi collaboratori della testata. Abbiamo passato assieme alcune ore, e ci siamo fatti fotografare dalla signora che lo accudiva. 



Ci eravamo lasciati con la promessa che ci saremmo rivisti presto. Come avviene fra persone dedite alla scrittura, ci siamo scambiati dei libri. Sia su E non avere occhi spenti che su Sconfinamenti don Angelo ha apposto delle dediche affettuose e amichevoli; ho letto il giorno stesso i suoi versi poetici e ho continuato a inviargli selezionati articoli di “Odissea”. Ho continuato a mandarglieli anche in agosto, ripromettendomi di andarlo a trovare appena questo caldo micidiale si fosse attenuato. Non ho fatto in tempo. Ho saputo che si è spento serenamente il 31 agosto. [Angelo Gaccione]



Don Angelo e Gaccione
 
 
Don Angelo Casati, amico aldilà dei dogmi
 
Non ho mai incontrato fisicamente Don Angelo Casati, “il curato di Milano”, ma ci siamo scritti abbastanza regolarmente, soprattutto negli ultimi dieci anni, e ho recensito diversi suoi libri, ricevendone parole addirittura troppo riconoscenti. Nel sito “Sulla soglia”, aggiornato ogni domenica, seguivo da non credente le sue omelie, affascinata dalla poesia purissima di cui erano intessute, colte di grande sapienza biblica e vibranti di una passione che sapeva essere sferzante contro la corruzione dei tempi e il tiepidume di certa Chiesa. Ci scambiavamo commenti su amicizie e letture comuni, sui nostri reciproci entusiasmi e sulle delusioni, condividendo l’ammirazione per grandi personaggi come il Cardinale Martini e Padre Turoldo.
Lo scorso luglio, in occasione di una mia breve visita a Milano, avrei dovuto finalmente andare a trovarlo, insieme all’amico Angelo Gaccione, ma aveva declinato l’invito perché non si sentiva bene. Oramai quasi cieco e sempre più debilitato dai tanti malanni dei suoi novantacinque anni, aveva sottoposto però al mio giudizio – con eccessiva umiltà – alcune composizioni da inserire in un’antologia che uscirà in autunno presso l’editore Ignazio Pappalardo, e che lui purtroppo non riuscirà a vedere. Ho fatto in tempo a scrivergli l’ultimo saluto, qualche settimana fa, di due sole parole: “Ti abbraccio”.
Vorrei riportare ora, in suo ricordo, alcune frasi di due mail scrittemi nel 2018 e nel 2025, e un breve articolo che lo aveva reso orgoglioso e felice, pubblicato su SoloLibri il 7 dicembre 2024, la cui preparazione mi offrì l’opportunità di approfondire due fondamentali passi evangelici, da lui commentati con l’abituale rigore e con generosa sensibilità.





Marzo 2 ottobre 2018
Grazie per questa “Consacrazione dell’istante”, per questo granello di sabbia. Grazie anche per l’intervista a Chandra che mi è amica: luce buio in mescola sacra.
Con grande ammirazione
Angelo Casati
 
*
E se sarà un giorno
luce piena del tuo regno,
non negare, o Dio,
a questi poveri occhi
il crepitare segreto delle ombre.
Abito città
dove il sole è sempre
 

Una lettera di don Angelo Casati
Lunedì 17 febbraio 2025   
 
Carissima Alida, grazie per queste sintonie dello spirito, grazie per il tuo affetto.
Ogni volta che fai cenno agli “spionaggi” su di te da parte del mondo cattolico vedo quanto l’incisione della ferita nel tuo cuore crei ancora dolore e in me crea, insieme ad amarezza, uno spaesamento: ma come è possibile trovare cupezza là dove parole aprono squarci e orizzonti alla nostra fede a volte ingrigita, immobile, disincarnata, eppure fondata su un Dio che si fa carne e mette la tenda tra noi, viandante? Grazie di avermi mandato l’articolo. Mondo piccolo, meschino, quello che ti ha ferita. Ti stia nel cuore e nella mente quello luminoso che ti ha riconosciuta e ti riconosce.
Ti abbraccio.
Angelo
 
*
ANGELO CASATI: IN RICORDO DI LEI




Le edizioni Qiqajon della Comunità di Bose pubblicano nella collana Sentieri di senso un libriccino di venti pagine, In ricordo di lei, trascrizione di una relazione che Don Angelo Casati (Milano 1931) aveva tenuto nel maggio 2013 presso l’hospice Madonna dell’Uliveto ad Albinea (RE).
Don Angelo nella sua lunga vita di presbitero ha sempre lasciato in chi ha avuto occasione di conoscerlo tracce indelebili del suo carattere dolce e benevolo, profondo e umile, insieme alla testimonianza limpida di una fede vissuta con assoluta coerenza e appassionato rigore, ma senza servilismi verso il potere ecclesiastico, e in polemica con un cattolicesimo di rappresentanza.
Innamorato della poesia, e poeta lui stesso, mantiene anche in questo testo uno stile elegante e sobrio, celebrando con ammirata considerazione il gesto della donna che a Betania cosparge di profumo la testa e i piedi di Gesù, asciugandoli con i suoi capelli. Ne parlano tutti e quattro i Vangeli (in particolare quello di Marco: 14, 1-11), incastonando l’episodio nei giorni bui precedenti la Passione, tra il complotto dei sacerdoti e il tradimento di Giuda. L’atto di affettuosa dedizione di Maria viene criticato dagli astanti e dai discepoli, sia perché ritenuto uno spreco di preziose essenze, sia perché la figura stessa della donna appariva moralmente discutibile. Gesù la difende: “Lasciatela stare. Perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me”.
Da qui parte il commento intenso e commosso di Don Casati, che subito prende le difese della donna, e più in generale di altre figure femminili del Vangelo, contro la durezza e l’ipocrisia del pensiero maschile. Sarebbe fuori luogo parlare di femminismo per la posizione assunta dall’autore, sebbene ormai si sia imposta una teologia critica – ampiamente condivisa in vari livelli del cattolicesimo – nei riguardi di una Chiesa tradizionalmente sessista. L’atto di Maria verrà sempre ricordato per la sua tenerezza e gratuità, in opposizione alla mentalità mercantile degli uomini che si scandalizzano per il prezzo del vaso di alabastro frantumato e del prezioso contenuto sprecato: ma il profumo riempie di dolcezza la stanza, e addolcisce la malinconia di Gesù. È un atto “bello”, e di bellezza il mondo, così appiattito sul grigiore dei sentimenti e sul possesso economico, ha sempre avuto e ha tuttora bisogno. Anche nella Chiesa.
“Alle spalle abbiamo stagioni della chiesa, e ancora non sono finite, in cui la bellezza è stata inseguita, per appannamento di memoria o per vile interesse, nei colori delle vesti, nei volti truccati, nella pomposità dei riti, nella corposità degli apparati, nello scambio dei favori, nell’amicizia dei potenti: teatralità vuote, coreografie senz’anima, istituzioni in estinzione di Spirito, casa colma di cose ma senza bellezza, senza bellezza di vangelo”.
Un altro gesto “bello” è quello compiuto dalla vedova povera che offre al tesoro del tempio tutto quello che possiede, una sola moneta, e la sua generosità ha per Gesù più valore delle donazioni dei ricchi (Mc 12,41-44). Due donne, la vedova e Maria, “pure di cuore” perché donne “della totalità”, che nel dare tutto sono diventate vangelo vero.
Per Don Angelo Casati il compito dei cristiani di oggi è quello di detronizzare il vuoto che si è insediato in alto, portando in luce i gesti nascosti, che nella loro semplice generosità vincono l’arroganza volgare di chi vuole imporre pubblicamente il proprio dominio basato su compromessi e prevaricazioni. 

Alida Airaghi [«SoloLibri», 7 dicembre 2024]
 

 

 

L’ABRUZZO NEL CUORE
di Federica Vennitti


Federica Vennitti
 
La sera del 9 agosto scorso, sulla piazza San Rocco di Torrevecchia Teatina, si è tenuta la serata conclusiva del Premio Internazionale “Lettera d’Amore” organizzata dal Museo omonimo diretto dal poeta e critico letterario Massimo Pamio. Al Premio e al Museo “Odissea” ha dedicato un ricco servizio pubblicato sabato 22 agosto. Ora ospitiamo l’intervento fatto quella sera da Federica Vennitti a nome dell’Associazione Italiana Giovani per l’Unesco, e una “lettera d’amore” al suo Abruzzo di Cristina Orlandi. È ammirevole che dei giovani amino profondamente la loro terra e se ne prendano cura, anche se a volte ci fa soffrire o ci delude. [A. G.]


Il Museo della Lettera d'Amore

Buonasera a tutte e a tutti,
sono Federica Vennitti, rappresentante per l’Abruzzo dell’Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO, e oggi ho il piacere e l’onore di portarvi il saluto di tutto il nostro Gruppo regionale. Devo confessarvi che farlo proprio qui mi emoziona particolarmente. Un po’ perché parlare a nome dei giovani della propria terra porta sempre con sé una responsabilità speciale. Ma soprattutto perché oggi non siamo qui semplicemente per presenziare a un’iniziativa: siamo qui al termine - o forse sarebbe più bello dire all’inizio - di una collaborazione nella quale ci siamo sentiti accolti davvero. E per questo, prima di ogni altra cosa, voglio dirvi grazie. Grazie per aver aperto a noi giovani non soltanto le porte di questo Museo, ma uno spazio concreto nel quale poter partecipare. Grazie per averci coinvolti nelle visite guidate, realizzate dalla nostra Cristina Orlandi, che tra poco ascolteremo anche in una veste diversa. E grazie per la disponibilità, la fiducia e soprattutto per l’amore che mettete in ciò che fate. Credo che sia proprio questo amore ad averci fatto riconoscere. Perché noi siamo “Giovani per l’UNESCO”, ma prima ancora siamo giovani che hanno scelto di dedicare una parte del proprio tempo a conoscere, raccontare e provare a proteggere ciò che hanno ricevuto.
E qui, in Abruzzo, questo significa inevitabilmente confrontarsi anche con una parola che riguarda profondamente la nostra generazione: ritorno.
Forse è proprio l’amore di chi ritorna ciò che più ci lega a questo luogo.



Questo Palazzo nasce nel Settecento come luogo di cultura, di incontro e di produzione intellettuale. Quella storia, a un certo punto, si interrompe. Passano generazioni, cambia il mondo e, dopo circa duecentocinquant’anni, questo luogo torna alla cultura attraverso il Museo della Lettera d’Amore.
Anche questo Palazzo, in qualche modo, è tornato. Ed è tornato per custodire qualcosa che, a sua volta, continuamente ritorna: parole scritte decenni fa, sentimenti che sembravano destinati a scomparire, memorie private che qualcuno ha avuto la cura di salvare e che oggi possono essere nuovamente lette, ascoltate, condivise. Credo che ci sia qualcosa di profondamente vicino ai valori UNESCO in tutto questo. Perché tutelare un patrimonio non significa chiuderlo nel passato. Significa permettergli di attraversare il tempo e continuare a parlare a chi verrà dopo di noi. Significa riconoscere che il patrimonio non è fatto soltanto di monumenti: è fatto di persone, storie, parole, tradizioni e memorie che una comunità decide di non perdere.


Orlandi, Pamio, Vennitti

E poi ci siamo noi, i giovani. Una generazione alla quale molto spesso viene chiesto di partire. Partiamo per studiare, per lavorare, per conoscere il mondo e qualche volta perché sentiamo di non avere alternative. Ma partire non significa necessariamente smettere di appartenere. Anzi, qualche volta è proprio la distanza a insegnarci quanto profondamente apparteniamo a un luogo. Si può andare via e continuare a raccontare da dove veniamo. Si può imparare altrove e desiderare di restituire qualcosa qui. Si può partire e continuare, ostinatamente, a tornare. E forse il nostro compito non è chiedere ai giovani semplicemente di restare. È fare in modo che possano scegliere di tornare, portando con sé ciò che hanno imparato, nuovi sguardi, nuove competenze e nuovi modi di prendersi cura della propria terra.
Ed è da questa idea di amore e di ritorno che nasce il piccolo pegno che, come Gruppo Abruzzo di AIGU, abbiamo voluto consegnare oggi al Museo.
Ci siamo chiesti: che cosa possono lasciare dei giovani a un luogo che custodisce migliaia di lettere d’amore?
La risposta, in fondo, era già qui.


Verdoliva, Vennitti, Orlandi, Pamio 

Una lettera d’amore.
E abbiamo deciso di scriverla proprio a lui: al nostro Abruzzo.
È una lettera nata dalla penna e dalla sensibilità di Cristina, ma che abbiamo voluto fare nostra e firmare insieme, perché nelle sue parole abbiamo riconosciuto qualcosa che appartiene a molti di noi.
L’amore per una terra che qualche volta abbiamo lasciato.
Che qualche volta ci fa arrabbiare.
Che vorremmo vedere più conosciuta, più ascoltata, più tutelata.
Ma alla quale, in un modo o nell’altro, continuiamo a tornare.
Per questo oggi affidiamo questa lettera al Museo: come un piccolo pegno, ma anche come una promessa.
La promessa di una generazione che vuole continuare a conoscere il mondo senza dimenticare da dove viene; che vuole custodire senza avere paura di innovare; e che vuole imparare che si può partire senza smettere di appartenere.
Perché forse alcuni dei patrimoni più preziosi sopravvivono proprio così:
qualcuno li ama abbastanza da tornare a cercarli. E adesso, dopo aver parlato tanto d’amore, credo sia arrivato il momento di lasciare parlare una lettera.


 


CARO ABRUZZO
di Cristina Orlandi


Cristina Orlandi

Caro Abruzzo,  Abruzze me,
Eccomi qui, ancora una volta torno da te come la peggiore delle amanti. 
D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? Sei bello da togliere il fiato...
Lo sei nel tuo essere selvaggio e incontaminato, al punto da avere cervi e orsi che passeggiano nei tuoi borghi. Lo sei nei borghi stessi, che profumano di tradizioni antiche, di mastri artigiani, di mani che ancora forgiano, intrecciano, cuciono, plasmano. Lo sei nei paesini di pescatori, negli eremi nascosti, nei castelli e nelle abbazie che vegliano sulle tue montagne e sul tuo mare. Prima ancora di sapere di amarti, ho imparato a sciare sulla Maiella e a nuotare nelle acque della costa. Non si contano le volte che da ragazzina ho visto l’alba su una delle tue cime e nuotato al tramonto del tuo mare. 
Eppure ti ho tradito. Figlia di una generazione martoriata e stanca, come molti dei ragazzi che rappresento qui sono dovuta andare via e ho vissuto per anni immersa nelle storie di altre regioni e altri patrimoni da tutelare. Quando mi chiedevano di te, provavo a raccontarti con gli occhi che brillavano, ma finivano sempre col chiedermi perché non tornassi da te. Intere estati senza mai sentire il desiderio di fare una vacanza in altri posti, perché a me eri mancato tu, volevo stare con te. E quella famosa foto, di quella famosa frase: “Lo sai che noi possiamo sciare guardando il mare?”.


F. Vennitti e C. Orlandi

Più che un vanto era un modo per provare a raccontare quanto tu sia speciale per chi ti conosce.
Ti ho lasciato in balia di… influencers incoscienti che chiamavano a te orde di turisti senza sapere quanto sei fragile. A politici che spesso ci usano per fare propaganda, ma poi non ascoltano davvero cosa vorremmo per te, quante idee abbiamo per prenderci cura di te e gridare al resto del mondo quanto sei bello. Non che non lo abbia fatto: nel mio tradimento spudorato, ti ho anche usato senza vergogna per continuare a tenere accesa la passione. Perché quando dovevo scegliere come concludere gli anni universitari, ho scelto di capire una volta per tutte quanto fosse grande e profonda la ferita che ti ha scosso il 6 aprile 2009. Non ero preparata a scoprirlo. Ricordo di aver passeggiato nelle tue macerie senza essere riuscita a poggiare la matita sul foglio. Eppure, ti ho tradito ancora. Con quella tesi ho vinto un premio e ho usato quei soldi per continuare a studiare… ma l’ho fatto ancora lontano da te.


Federica e Cristina

Nella biblioteca di Torino mi distraevo dai miei doveri di ricercatrice sfogliando disegni di trabocchi e costruzioni pastorali. Nella mia libreria hanno iniziato a sgomitare i volumi storici scritti dai tuoi figli più appassionati. Il tuo richiamo era sempre più forte. Per tutta la durata di quell’ultimo percorso, ogni volta che si trattava di dover fare ricerca per prendere un voto, io sceglievo te. Non mi importava più del voto: a 30 anni ti puoi prendere il lusso di studiare per il piacere di farlo. Mi importava di te, di capirti sempre di più, ero affamata d’Abruzzo.
Ho studiato la pietra della Maiella in tutte le sue sfaccettature, ho finto di poter valorizzare in via ufficiale i tuoi calanchi, così unici e così poco conosciuti altrove. Non scorderò mai lo sgomento di una professoressa, piemontese doc: di fronte alle foto di quelli che per me sono “solo” i terreni dove i miei nonni mi hanno insegnato la bellezza contadina, rimase senza parole: “Un territorio fragile, senza dubbio, ma davvero bellissimo” disse. Eppure, persino nella finzione non avevamo gli strumenti adatti per tutelarti e dovemmo prenderli in prestito da un’altra regione.



In queste sere ho ascoltato grandissime personalità che, con sfaccettature anche molto diverse, provano a fare conoscere al resto del mondo quanto sei straordinario, quanto sei valido. Mi sono commossa, ma anche sentita piccola piccola di fronte a ciò che meriti.
Io sono ancora lontana, e quando i miei alunni dopo le prime tre parole iniziano a tirare a indovinare la mia regione, tu non ci sei mai. Conoscono la Puglia, la Campania, la Sicilia, ma non dicono mai Abruzzo. Questo mi fa male, io parlo loro di te, ma non basta. Vorrei poter insegnare ai giovani abruzzesi, e se mi fanno arrabbiare poter dire loro una frase in dialetto, una di quelle che in italiano è intraducibile. Poterli accompagnare a visitarti. Potermi interfacciare ancora con la genuinità e il cuore grande della nostra gente, perché solo in un posto così poteva nascere un museo dedicato alle lettere d’amore.


Federica e Cristina

Perdonami se non sono brava a volerti bene come meriti, ma ci sto provando. Resto la tua amante appassionata e adesso non sono più sola: la lettera d’amore te la scrivo io, ma l’amore per te adesso lo condivido con tutti i membri di AIGU, i “giovani per l’UNESCO” che ti vogliono bene e stanno provando con impegno e sacrifici a dimostrartelo.
Ti vogliamo bene,
tuo
AIGU Gruppo Abruzzo
Torrevecchia Teatina, 9 agosto 2026

PACE E DISARMO A MARASSI - GENOVA




CARO AL PALAZZO DUCALE DI REVERE




mercoledì 2 settembre 2026

ODISSEA, NON SOLO DESTRUENS
di Gabriella Galzio


 
L’articolo apparso oggi (1. settembre 2026) su “Odissea” del nostro Direttore: “Elezioni e guerra”, mi ha fatto ricordare che, oltre che poeta, sono anche laureata in Scienze Politiche in anni movimentisti (il ’77), forse l’ultima fiammata post Sessantotto quando ancora si acciuffavano gli slanci dei radicalismi internazionali, dall’autogestione ai consigli di fabbrica e a tutte quelle istanze di democrazia dal basso, come in Francia, in Olanda e in Italia con il Partito Radicale di Adele Faccio. Lo dico per sgombrare il campo da equivoci: sono pacifista disarmista, non sono mai stata democristiana, ché, anzi, sono sempre stata su posizioni laiche, ma nemmeno favorevole al “centralismo democratico” del PCI, dove le decisioni venivano calate dall’alto. E sono tutt’ora a favore del potenziamento delle istituzioni di democrazia dal basso. Questione più che mai importante oggi in piena crisi della rappresentanza e crescita dell’astensionismo. E questo è uno dei motivi per cui il M5S destò all’epoca il mio interesse, poiché sembrava ispirarsi a quei principi di democrazia dal basso a me cari. E anche il M5S a guida Conte ha continuato a incarnare quelle spinte dal basso. Lo ha fatto con il processo costituente di rifondazione del Movimento nell’autunno 2024 e ora con NOVA 2026, percorso di ascolto e partecipazione civica promosso dal M5S per costruire dal basso il programma di governo dei prossimi cinque anni.



L’iniziativa unisce cittadini e attivisti in un laboratorio programmatico in vista del futuro appuntamento elettorale. Un processo che si concluderà il 20 settembre 2026. Ecco perché - ascoltando a mia volta la trasmissione “In Onda” - rinviare al programma non è un’ambiguità di Conte (come sostiene Gaccione), ma un prendere tempo con i media quale forma di rispetto di un processo democratico in atto. D’altronde Conte ha sempre parlato chiaro sul fatto di non volere continuare a mandare armi in Ucraina, ma di volere potenziare le vie negoziali. Gli è stato anche rimproverato di avere appoggiato il governo guerrafondaio Draghi, quando l’ingresso in quel governo fu opera di Grillo, il quale chiese a Conte di assumere la guida e la rifondazione del Movimento dopo quell’ingresso. E quando alle scorse elezioni europee sulle pagine di Odissea suggerii di supportare le posizioni pacifiste del M5S per evitare dispersioni di voto sulla lista suicida di Santoro, non mi fu dato ascolto, a partire dal Direttore, finirono in molti fulminati alla soglia di sbarramento. Ciliegina sulla torta, il Direttore ringraziò quanti avevano votato la romantica lista Santoro e dimenticò di ringraziare gli altri pacifisti che quel voto non l’avevano bruciato. 



Ora, per rispondere al nostro Direttore, dirò che i sondaggi di Mentana (da lui citati) che vogliono il M5S in perdita sono in parte smentiti dai sondaggi di Lab21 che vede il gradimento di Conte passare dal 12% al 14,7%, vero cruccio del PD che teme che l’ex Premier possa vincere le primarie. In ogni caso questo periodo preelettorale sarà infestato dai sondaggi, e ognuno potrà scegliere quelli che più supportano le proprie tesi. E nell’articolo di Gaccione la tesi che si evince è che il M5S non porterà avanti la sua linea negoziale in politica estera. Meglio: la sua presunta ambiguità viene squalificata come democristiana. Ebbene, Conte non ha fatto mistero di avere come riferimento Aldo Moro - che sappiamo la fine che ha fatto per aver tentato la via del compromesso storico. Per parte mia avrei sempre voluto una grande unione delle sinistre in alternativa alla DC, ma questo è sempre stato il paese del centrosinistra, sin dal primo governo DC-PSI degli inizi degli anni ’60 fino al compromesso storico. Un paese di compromessi, non di alternanza con scelte limpide e coerenti. Ma per tornare al M5S, non c’è stata formazione politica più infangata del M5S perché è la più antisistema, e per di più non corruttibile, ché, anzi, dell’etica pubblica hanno fatto un caposaldo. E allora perché dargli addosso anche da sinistra? Gaccione mi ricorda che quando Grillo fece fallire l’accordo con Bersani, lui gli scrisse in privato che era una “sonora minchiata”. 



Ebbene, ora Conte si trova nella stessa impasse: non può governare da solo, ma deve neutralizzare le ambiguità (quelle sì!) belliciste del PD. Cercherà di fare leva sul programma che uscirà da NOVA, forse con la speranza che vincendo le primarie posa passare la linea negoziale del M5S in politica estera. A differenza di quella Gran Bugiarda della Meloni, Conte sa bene che non c’è welfare senza quelle risorse destinate al warfare.
Ma con il “mio” Direttore il punto è che Odissea non può essere solo destruens dell’unica alternativa che abbiamo a queste destre (con Vannacci sempre più deste). L’ambiguità sulla guerra non è né del M5S né di AVS, è del PD, ma con questo ingombro tocca fare un’alleanza, pena una virata autoritaria e reazionaria a destra che ci toglierà ogni diritto al dissenso. E allora altro che argine alla militarizzazione e al riarmo! Il Gran Mercante d’Armi di Crosetto, come il lupo al Ministero delle pecore, avrà ancor più la strada spianata. 



Per non parlare del ritorno alla barbarie sui diritti civili insieme allo smantellamento dei diritti sociali. Vogliamo questo? Allora da Odissea e dal suo Direttore mi aspetto un atteggiamento costruens che rinforzi questa necessaria coalizione di centrosinistra; se qualcosa va pungolato, quello è il PD, affinché la sua parte migliore si liberi di quei pochi infiltrati guerrafondai che abbaiano come fossero cento; anche se, personalmente, non penso che il PD (nemmeno la Schlein) saprà sganciarsi dalla politica estera degli Stati Uniti. E allora il minimo comune denominatore tra gli alleati di questa coalizione dovrà escludere la politica estera, o quantomeno ridurre il programma di politica estera a cosa risibile. E allora che si farà? Caro Direttore, cari Collaboratori, cari Lettori di Odissea, non andremo a votare? Consegneremo, in questo vuoto, il paese alle destre ancor più bellicose? O voteremo scheda bianca… come bianca alzeremo la bandiera della resa?!     

CAMPO LARGO. IL VERTICE E LA BASE


Schlein e Conte
 
Ieri sera (lunedì 31 settembre ndr) su La 7 il Presidente Conte mi ha un po’ deluso, troppo morbido. Occasioni perse: Meloni deve Governare fino alla fine del mandato. La sera stessa della bella vittoria del NO al referendum sulla giustizia. Il campo progressista unito nell’errore. Aspettiamo il cadavere del nemico in riva al fiume.... Bersani ne fu travolto. La storia non insegna. Meloni flette per un mese ma rafforza il potere. Si riprende e ricomincia fare campagna elettorale. Torna a guidare i sondaggi. Il campo progressista non ha Programma né leader. Il Paese anche quello chi ci voterebbe non ci percepisce. Ripetiamo sempre le stesse cose come una nenia. Avessimo fatto almeno una manifestazione pubblica sul Salario Minimo. Il mondo è sotto shock per le follie di Trump. Soffia aria fredda tra le due sponde dell'Atlantico. Trump sberleffa Meloni.
Schlein non trova di meglio: Solidarietà al Presidente Meloni.
Aiutiamola poverina perché è in difficoltà. Ripagati subito con la legge elettorale truffa.
Troppo lenti a formare il programma perché ci sono divergenze fondamentali.
La guerra in Ucraina finirà per sfinimento. Potrebbe non essere determinante.
Il Riarmo Nazionale invece sì.
Il M5S è contro perché 100 volte più pericoloso della guerra in atto, il PD in maggioranza è a favore. La Germania dominerà l’Europa con la ragione o con la forza. Potrebbero ritornare le guerre in casa nostra. Inoltre non abbiamo le enormi risorse aggiuntive. O si fa più debito come permette la Von Der Nulla o si taglia ancora il poco che è rimasto dello Stato Sociale.
La Bellicista Meloni ha fatto altri 12 Miliardi di debito.
Gli italiani sono per il 63% contro il finanziamento della guerra in Ucraina. Ancor di più contro il Riarmo. Questo è il nostro elettorato.
Il Ni ci porterebbe diritto alla sconfitta.
Non abbiamo visto arrivare Vannacci.
Il Fascismo sta marciando sull’Italia con la musica dell’odio.
Non abbiamo valutato la rabbia degli impoveriti che lo produce.
Mi sembra che ora la legge elettorale sia riadattata su misura affinché Futuro Nazionale si sommi al Centrodestra.
Solo Conte potrebbe vincere le elezioni politiche. Schlein autolesionista, lei le perderebbe contro Meloni. Con conseguenze catastrofiche per tutti. Mi stupirei del contrario. Le elezioni politiche le stiamo perdendo ora. La campagna elettorale sposterà poco. 
Francesco Saverio Lanza
 

CAMPI ELISI
di Alida Airaghi
 

La poetessa Mariella Bettarini ci ha lasciati.
 
Tutti i poeti della mia generazione credo abbiano avuto rapporti con la poetessa fiorentina Mariella Bettarini. Per la sua rivista dal nome splendido: “Salvo Imprevisti”, e perché era una poetessa militante, come lo era gente come me. Non mi ricordo se avesse preso parte al gruppo di quella che noi definivamo “letteratura operaia” e alla rivista “Abiti Lavoro”; è passato tanto tempo e cercare fra il mio disordine non mi è agevole. Eravamo tutti lavoratori, o lavoratori-studenti, come ero io. Ricordo, però, almeno due libri da me curati in cui è presente: l’antologia poetica Addio a Proust (Meravigli Editrice 1982) con tanti poeti come Roversi, Zanzotto, Loi, Lamarque, Brugnaro, Piersanti, Vaccaro, Ravizza ecc. e il saggio La crisi della ragione e le ragioni della crisi. Gli anni ’80 fra caduta della razionalità e incubo nucleare uscito nel 1987 presso le Edizioni Nuove Scritture. Con Mariella in questo volume ci sono nomi di amici come Mario Spinella, Fulvio Papi, Fernanda Pivano, Antonio Porta, Pio Baldelli, Giorgio Bàrberi Squarotti, Sandro Canestrini, Bruno Munari, Ernesto Treccani e Remo Brindisi. Naturalmente fra l’ammasso delle mie carte ci sono anche sue lettere, ma poi con l’introduzione dei computer, hanno viaggiato le email. “Odissea” le dà il suo addio con questo scritto della poetessa Alida Airaghi. [Angelo Gaccione]



Mariella Bettarini (Firenze, 1942-2026), poeta, saggista, scrittrice e traduttrice italiana, è morta nella sua città a 84 anni lo scorso 30 agosto. Aveva svolto nell’ultimo mezzo secolo un’importante funzione aggregatrice di giovani talenti letterari, fondando riviste di poesia autogestite (“Salvo imprevisti”, “L’area di Broca”) e la casa editrice Gazebo. Definita da Giuliano Manacorda “una delle voci più coraggiose e più originali nel campo delle iniziative culturali e della produzione poetica”, si è sempre prodigata intellettualmente in un incisivo lavoro di sensibilizzazione politica e femminista. 



Scrittrice feconda, tra le sue ultime pubblicazioni dobbiamo ricordare la raccolta di poesie Haiku Alfabetici (Il ramo e la foglia, 2021), in cui si rincorrono versi in forma di haiku, elencati alfabeticamente dalla A alla Z e raggruppati a tema, con argomenti che spaziano dalla natura alla scienza, dai sentimenti alla socialità: attenta sempre a un’esigenza comunicativa aperta e solidale con l’habitat umano e ambientale che ci circonda. In questa sua originale rassegna, che partendo da Animali arriva a Zenith, con tappe significative che esplorano soprattutto atteggiamenti interiori dell’anima (Bene, Cuore, Dono, Ricordi, Gioia, Luce, Umanità, Vita), ha segnato un percorso emotivo di illuminazione personale, generosamente trasmesso ai lettori utilizzando la sinteticità dei tre versi canonici della millenaria composizione orientale.
Che cos’è gioia? / Misterioso pensiero / gioia – sì gioia // Gioire come? / Condividere gioia / è maggior gioia // Eppure gioia / è solitaria speme / solinga gioia // Viva la gioia / gioia non solitaria / sì – condivisa // Dunque che cosa? / Gioia contraddittoria / sempre gioiosa.



Secondo la postfatrice del libro Annamaria Vanalesti, Bettarini “ha costruito una trama sottile, che fa da mappa del vivere, rilanciando a chi legge la sfida di riorganizzare il proprio itinerario esistenziale, ripercorrendolo con maggiore attenzione verso tutto ciò che si dà per scontato e che invece ha perso significato”.
Nel riconoscere la gratuità della limpida purezza che ci viene offerta, la poeta esprime la propria gratitudine in un entusiastico omaggio alla luce:
Illuminante / luce che illumini / tu luminosa // Viva lucente / tu che il buio allontani / fammi tu luce // Ti dico grazie / per quello che ci doni: / luce – sì – luce // Se tu non fossi / come faremmo – oscuri / cuori oscurati? // E invece vivi / vivacemente vivi / di vita fonte.



Un’altra manifestazione di lieta adesione alla bellezza materiale del creato, nella convinzione quasi francescana della radice comune di tutto l’esistente (uomini e donne di ogni razza, animali e piante, ma anche aria, fuoco, terra e acqua), si trova nella fresca cinquina di versi dedicata alle foglie:
Stupende foglie / creature viventi / cuor di fogliame // Che dire – dirvi / o foglie maternali? / Son figlia vostra // Quando stormite / con voi l’anima canta / la mente vola // Quando cadete / ci pieghiamo con voi / voi aspettiamo // E sempre sempre / ci è sicura compagna / la beltà vostra.



Persino la fine (sorella morte, diceva il Santo) è avvertita come traguardo luminoso da raggiungere, nella certezza di un approdo sicuro e confortante cui arrivare dopo un’esistenza spesa nel dono e nel per-dono, nella fratellanza, nella fiducia verso l’altro da sé:
Eccomi giunta - / eccomi – sì – allo zenith – / eccomi giunta // Cos’è lo zenith? / è – sì – l’intersezione / tra l’orizzonte… // … e tutto il cielo - / il cielo che sta sopra - / sopra la testa // E perché zenith? / zenith che non è nadir - / e perché zenith? // Zenith – sì – zenith? / perché è amico del Sole – del Sole amico.



La pace come obiettivo finale da porsi, quindi, come sigillo a una promessa fatta a se stessi e alla comunità amicale in cui si è inseriti, alla koinè espansa che tutto e tutti raccoglie, simbolizzata dalle lettere dell’alfabeto, dalla A iniziale alla Z conclusiva.

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