UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 29 giugno 2026

LE CINQUE VIE PIANGONO
di Patrizia Gioia

 
Una immagine storia delle 5 Vie

I devastatori si somigliano tutti: che amministri la destra o la finta sinistra.
 
C
i sono vuoti più pieni del pieno. Come quello delle 5 vie a Milano, un pezzo di memoria che riportava al cuore il pesante attacco aereo nelle notti tra il 12 e il 16 agosto 1943, attacco che, come tutti gli attacchi, mina il cuore delle persone che rimangono. I miei nonni vivevano vicini a quei luoghi, la loro casa fu evitata di poco, mio nonno era ancora una volta salvo, lui che non poteva ogni volta scendere i 5 piani, per andare al rifugio, aveva una gamba sola, impossibile il riparo. Bene, ora quel vuoto-pieno è stato riempito da un nuovo edificio, una di quelle costruzioni senza anima, che ormai sorgono al di là di ogni buon piano regolatore, ma soprattutto al di là di ogni anima di chi le fa le regole e, oggi più che mai, sa bene come svicolarle. Abbiamo assolto palazzinari definiti “ingenui, che non erano consapevoli”, ma sappiamo bene ormai di che consapevolezza siamo sommersi: quella del profitto a ogni costo. 
“Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini” scrive Paul Ricoeur. Proprio così, e chi ha questa sana consapevolezza non può non soffrire vedendo gli scempi compiuti in nome del nuovo. Un nuovo che non ha memoria è già morto. Potevamo prendere esempio dal  Kaiser Wilhelm Gedachtniskirche di Berlino e lasciare quel “vuoto” a monito della violenza di tutte le guerre.
Ma, dimenticavo... la nostra è un’economia di guerra! 
“Viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi corrisponde l’atrofia dei fini” scrive Paul Ricoeur. Proprio così, e chi ha questa sana consapevolezza non può non soffrire vedendo gli scempi compiuti in nome del nuovo. Un nuovo che non ha memoria è già morto. Potevamo prendere esempio dal  Kaiser Wilhelm Gedachtniskirche di Berlino e lasciare quel “vuoto” a monito della violenza di tutte le guerre.
Ma, dimenticavo... la nostra è un’economia di guerra! 

 PENSIERI D’ESTATE
di Zaccaria Gallo

Opera di A. Casiraghy

La costa tra la Cala del Pantano e la Torre Costiera verso Trani, sul mare, si apre di tanto in tanto, ad ogni svolta, all'improvviso e dall’alto del parapetto che sporge verso il basso, ad ogni discesa, conduce lo sguardo alla distesa di ciottoli chiari levigati dal tempo, che si trovano sulle rive; quei ciottoli diventati così tondi e ovali grazie al lavoro paziente durato secoli, talvolta millenni. Le rocce, staccatesi dalle falesie e dagli affioramenti costieri, sono state trascinate dalle onde, sbattute le une contro le altre e, lentamente, consumate.  Gli spigoli si sono arrotondati, le superfici levigate e il mare come uno scultore instancabile ha cancellato ogni asperità. Sulla superficie di ogni ciottolo, ha deposto una patina biancastra: è il sale, lasciato dall’evaporarsi dellacqua marina e dai residui calcarei, tipici di questa costa pugliese. E allora lasciamoci andare ai pensieri d’estate. Ci sovvengono alla memoria le leggende che spiegano la nascita proprio della forma perfetta di ogni ciottolo. In tempi remoti, probabilmente, una sirena del mare ha pianto ogni notte, guardando le navi e i pescherecci allontanarsi all'orizzonte, temendo la loro scomparsa. Le sue lacrime cadevano sugli scogli e il mare, per custodirle, le ha trasformate in pietre bianche e lisce: per questo, nessuna ha spigoli. Il dolore, accarezzato a lungo dalle onde, si trasfigurava in dolcezza. C’è anche chi dice che quei ciottoli siano le perle perdute dalla luna.


Nelle notti di maestrale, la luna si specchia nel mare Adriatico e, ogni volta, che una nube la vela, lascia cadere una manciata di perle sulla spiaggia. Il mare, poi, le sparge lungo la costa e il sole le ricopre di sale. Quei bellissimi sassi potrebbero anche essere piccoli frammenti di una luna innamorata, caduti sulla terra a impreziosire la riva o una preghiera, un rosario di pietre che il mare sgrana da secoli lungo la costa o, infine, le pagine bianche su cui ogni onda che arriva e si ritira scrive e cancella la propria storia. Potremmo pensarli anche come pensieri maturi, che hanno perso gli spigoli della giovinezza o come parole antiche levigate dall’uso di generazioni o come anime pazienti che le tempeste non hanno spezzato, ma reso più armoniose. Distesi sulla battigia, i ciottoli candidi appaiono, qualche volta, anche come un gregge silenzioso, addormentato sotto il sole. E, talvolta, in qualche angolo, a sorvegliarli, c’è un silenzioso pastore: un grosso tronco d’albero o un legno intero, difficile da riconoscere. 


Quegli alberi, quei legni sono lì, e sembrano rifiutare di raccontare la loro storia: sono un enigma! Vengono da una foresta di montagna? Un fiume li ha trasportati verso il mare? O sono tracce, indizi di una tempesta che si è scatenata su una nave, una barca? Anche loro, alberi e assi di legno sono stati levigati dall’acqua, come i ciottoli, che sorvegliano. O chissà, forse, è quell’asse, quel legno al quale si è aggrappato Ulisse o altri naufraghi come lui. Certo, un albero è destinato a stare in piedi e, vederlo disteso, magari con i rami non più verso il cielo e le radici a mezz’aria, ci fa pensare a un destino rovesciato. Ma il sole, l’acqua del mare, le onde, il sale, il vento, anche se ne hanno consumato la corteccia e cambiato la posizione, hanno però scolpito una bellezza austera, quasi una scultura. Come i nostri ciottoli. Nessuno conserva la durezza dell’origine: il mare ha consumato ogni angolo, trasformando le pietre in una forma di pace, e quella sottile polvere di sale le fa brillare come perle dimenticate da una mano divina. Ma non è solo questo che ci piace ricordare: anche altre cose che quei ciottoli custodiscono.


Molte virtù. La prima la si scopre con il tatto, prendendone uno in mano, si adatta naturalmente al palmo, come se la sua forma fosse stata studiata apposta per l’anatomia umana ed è sensazione antica. Rassicurante, la pietra, fredda e liscia, sembra trasmettere la calma del mare che l’ha modellata. C’è la vista. La vista, sì! Che per la bellezza, allo sguardo, ogni ciottolo appare come una piccola scultura astratta, diversa da tutte le altre, eppure perfetta, nella semplicità, tanto da ricordare le sculture di Brancusi. Ma nessun artista avrebbe potuto progettare forme più armoniose di quelle create dal dialogo interminabile fra le rocce e le onde. E poi c’è l’udito! Quando il mare raggiunge la riva e si ritira, migliaia di pietre si sfiorano e si urtano dolcemente: ne nasce una musica particolare, un fruscio di vetro e di conchiglie, un mormorio che appartiene solo alle spiagge di ciottoli: e la voce della costa che parla, senza parole, da secoli. E, infine, dobbiamo anche avere un momento di riconoscenza per queste pietre, anche se richiamano ricordi meno lieti. Nei tempi della fame e della miseria, quando nelle case mancava quasi tutto, si tramanda la storia della minestra di ciottoli: in una pentola d'acqua messa a bollire sul fuoco si mettevano i ciottoli e si aggiungeva a quello che c’era una patata, una cipolla, un paio di pomodori. La pietra, col suo silenzioso aiuto, insegnava che la solidarietà può trasformare la scarsità in utile abbondanza. 


Per questo, osservando i ciottoli della spiaggia, viene da pensare che anche le pietre possono raccontare una lezione di vita. Come quei ciottoli hanno perso gli spigoli, sotto l’azione paziente del mare, così le difficoltà della vita possono smussare l’orgoglio degli uomini, e insegnare loro il valore dell’aiuto reciproco. Forse è anche per questo che una spiaggia di pietre non apparirà mai fredda, perché ogni ciottolo custodisce una storia. I ciottoli della riva non hanno fretta. Da secoli attendono l’onda successiva. Senza accorgersene continuano a cambiare, a levigarsi, a diventare sempre più armoniosi. Anche la vita compie la sua opera allo stesso modo: un giorno dopo l’altro, un’onda dopo l’altra.
 

 

 

ROMA. I RACCONTI GIOVANILI DI AUSTEN




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domenica 28 giugno 2026

DAI CAMPI ELISI
di Alida Airaghi
 
Jean Luc Nancy

Jean-Luc Nancy (1940-2021) è stato uno dei più noti filosofi contemporanei: nel suo lavoro si è interessato soprattutto ad argomenti riguardanti le problematiche politico-sociali, le modalità di sviluppo e costruzione della società e la coesistenza degli individui nella società moderna. Nel 2011 fu invitato dall’Università di Tokyo a tenere una video-conferenza sul tema Fare filosofia dopo Fukushima. Il volumetto dato alle stampe da Mimesis nel 2016 con il titolo L’equivalenza delle catastrofi riporta le tesi, provocatorie e inquietanti, da lui espresse in quell’occasione, prefate da un impegnativo saggio di Giovanbattista Tusa. Di cosa parla Nancy in queste pagine? Sostanzialmente della nostra apocalisse prossima ventura, pressoché inevitabile se non si metterà mano a un cambio di rotta radicale nelle abitudini di vita, nella ricerca scientifica e tecnologica, nell’indirizzo economico e nelle scelte politiche dell’intero pianeta.
Viviamo in un mondo disorientato e disordinato, assemblato in molteplici e confuse forme prive di una prospettiva comune e condivisa di sviluppo: un mondo capace solo “di moltiplicare l’immondo”, in cui qualsiasi emergenza naturale (terremoti, inondazioni, siccità, eruzioni vulcaniche…) diventa catastrofe epocale e senza confini. Così è stato per Fukushima, il cui nome rievoca tragicamente nella rima il primo olocausto nucleare di Hiroshima: nel marzo del 2011 un sisma e lo tsunami che ne derivò provocarono una catastrofe tecnica, con ripercussioni sociali, ecologiche, sanitarie, economiche, politiche di cui è ancora oggi impossibile tracciare un perimetro nel tempo e nello spazio. La stessa cosa avviene ogni qual volta nel mondo accada un incidente chimico o nucleare, un’improvvisa e imprevista epidemia, uno sconquasso della natura: tutto ciò produce “un’interconnessione, un intreccio e persino una simbiosi” degli effetti della catastrofe, che si riflette su ogni scambio culturale, politico e commerciale globale.



Se Adorno rifletteva sull’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz, c’è da chiedersi se sia ancora possibile oggi fare filosofia dopo Fukushima, dopo ogni devastante terremoto, dopo le stragi di guerra e gli atti di terrorismo, dopo i crolli finanziari che coinvolgono le economie nazionali.
Nancy accusa l’intero occidente capitalistico di aver creato negli ultimi due secoli una complessità di sistemi interdipendenti, con l’unico fine del profitto economico e dell’accumulazione monetaria, per cui ogni avvenimento locale si ripercuote a livello universale, con conseguenze inarrestabili e imprevedibili. In questo senso, tutte le catastrofi sono equivalenti, e ad esse non si riesce più a opporre margini e a dare risposte in senso filosofico o religioso: l’energia atomica, anche a uso civile, rimane un pericolo potenziale dagli effetti spaziali e temporali immisurabili, eccedenti le capacità di controllo tecnico e politico di qualsivoglia superpotenza.



“La vita nelle sue forme, i suoi rapporti, le sue generazioni e le sue rappresentazioni, la vita umana nella sua capacità di pensare, creare, gioire o di tollerare è precipitata in una condizione peggiore dell’infelicità stessa: uno stordimento, uno smarrimento, un orrore, uno stupore senza appello”.
Che fare, quindi? Come salvare noi stessi e le generazioni future da questo orizzonte apocalittico che ci sovrasta, se ogni catastrofe naturale può diventare una catastrofe di civiltà che si propaga illimitatamente? Ripensando tutto, suggerisce Nancy. A cominciare da un’idea utopistica di sviluppo inarrestabile, di crescita economica e tecnica proiettata in un domani sempre più ricco e perfetto. Pensare il presente, lavorare per il presente, migliorare il presente. Abituarci all’idea di rifondare una civiltà che, modificando le esasperazioni economicistiche attuali, aiuti a preparare un domani vivibile e sostenibile per tutti, nel quale “la produzione conti meno dell’attenzione al fatto stesso della nostra esistenza”.  

FABULA
di Anna Rutigliano
 


Benché favola e fiaba siano due termini accomunati dalla medesima radice etimologica di fabŭla, a sua volta derivante dal verbo latino fari, col significato di parlare, raccontare e le cui tracce, sono attualmente riscontrabili in alcune lingue neolatine, come per il verbo portoghese falar (parlare) o quello spagnolo di hablar (parlare) o ancora,  nel termine di  infante (colui/ colei che non  parla) per la lingua italiana, per citare alcuni esempi, entrambi hanno dato adito, nel tempo, a due generi letterari dalle caratteristiche ben distinte, tanto sul piano contenutistico quanto su quello linguistico-strutturale: da un lato, la favola, popolata da animali antropomorfi, a ritrarne vizi e virtù sociali e composta in versi o prosa brevi, dall’altro, la fiaba, animata da elementi magici e fantastici secondo una struttura prosastica più discorsiva ed estesa e dal lieto fine. In particolar modo, le ricerche del Prof. P. Gallo, risalenti agli anni 2001/2002, in collaborazione con i docenti Stefan Nienhaus e Barbara Sasse del Dipartimento di Germanistica dell’Università di Bari, in merito alla favola nell’epoca della cosiddetta Aufklärung tedesca (L’Illuminismo tedesco), periodo di suo massimo splendore, sono state poste in evidenza nel saggio Fabula docet, poesia e pedagogia nella favola tedesca dell’Illuminismo, Edizioni B.A. Graphis 2002 (pgg.132), curato dallo stesso Prof. Gallo, al quale ho voluto rendere omaggio, avendo avuto la possibilità di seguire, in presenza, il suo seminario circa la favola tedesca proprio in quegli anni ed il cui studio rappresenta, al cospetto di cinque lustri ormai trascorsi, un lavoro, da custodire, di inestimabile ed intramontabile valore intellettuale.
La tradizione favolistica con intento didascalico, ispirata ai modelli classici greco-romani di Esopo e Fedro e, successivamente, riformulata con lirismo poetico dal francese La Fontaine, persiste ancora quale valido archetipo nelle Fabeln und Erzählungen (Favole e racconti) di C.F. Gellert, oggetto della ricerca del Prof. P. Gallo, a cui dedica la prima sezione del saggio in questione. Qualcosa di nuovo va, tuttavia, plasmandosi e delineandosi nella coscienza borghese della Germania del ‘700, ed è nell’innovazione di natura socio-pedagogica che risiede l’originalità dello scrittore e favolista C.F. Gellert, il quale fu anche docente di poetica e filosofia morale presso l’università di Lipsia, annoverando fra i suoi studenti, intellettuali del calibro di Goethe e Lessing. Il solido legame fra poesia ed etica illuministica tedesca, incentrata sulla razionalità non esasperata, ma dai contorni pietistici, propri della Empfindsamkeit (delicatezza d’animo), in cui Gellert si rispecchiava, emerge, in modo singolare, nella favola Der Fuchs und die Elster (La volpe e lagazza), pubblicata nel 1746, nella prima raccolta delle Fabeln und Erzählungen presso l’editore Johann Wandler di Lipsia.



Nell’impianto tradizionale della struttura della favola, alla narratio, al racconto della gazza, portatrice di verità (Die Wahrheit, rief sie, breit ich aus = La verità, rispose lei, diffondo), a cui la volpe si rivolge, osservandola in tutta la sua saccenteria, per sfidarla pragmaticamente, tanto che la gazza dimostrerà, con un paradosso, che la sua scaltra interlocutrice sia dotata di una quinta zampa, la coda, (Ihr Schwanz, das sei Ihr fünfter Fuß = la sua coda è la quinta zampa), segue l’epimythion, la morale finale. Il narratore sembra rivestire il ruolo di regista di una performance teatrale, in cui i protagonisti recitano e, per mezzo dell’ars poetica oraziana del miscere utile dulci, conclude, con divertente ironia, la parte finale della favola, affidandole una vera e propria polemica filosofica, sulla base della componente religiosa pietistica gellertiana, in contrasto con il razionalismo radicale del tempo: Wie freue ich mich, daß es bei Tieren Auch große Geister giebt, die alles demonstrieren! Mir hats der Fuchs für ganz gewiß erzählt, Je minder sie verstehen, sprach dieses schlaue Vieh, um desto mehr beweisen sie. (mi rallegra sapere che anche fra gli animali vi siano grandi spiriti in grado di dimostrare tutto! Me lo ha raccontato per certo la volpe. Quanto meno intendono tanto più dimostrano, disse quel sagace animale).
Nelle riflessioni linguistiche del prof. Gallo, sui versi gellertiani della favola in questione, l’uso del tempo presente, ai righi n.15-16 della narratio (Und macht ein sehr gehlert Gesicht = e fa una espressione da dotta), rispetto all’utilizzo del tempo Präteritum dei versi n.13-14 precedenti  (So lief die Elster auch den Ast bald auf, bald nieder, und strich an einem Zweig den Schnabel hin und wieder= così la gazza saltellò sul ramo, ora su ora giù, forbendosi di continuo il becco ad un ramoscello), rafforza l’idea che la caricatura della gazza, nelle sembianze del sapiente dotto (so wie ein weiser Arzt= come un medico saggio) o viceversa, del dotto dalle movenze di una presuntuosa e stupida gazza (der bald vor, bald rückwärts geht = andando avanti e indietro), rappresenti una esplicita satira sociale, da parte dell’autore, nei confronti di quei ciarlatani ed impostori che alla fiera annuale del villaggio si arrogano falsamente il diritto di porre rimedio ai mali tanto fisici quanto interiori. 


Pasquale Gallo

Al Gellert favolista e docente di filosofia morale va riconosciuto il merito socio-educativo delle sue Fabeln und Erzählungen, quali semi per la formazione di una coscienza individuale borghese improntata sulla sensibilità interiore verso una maggiore tolleranza in senso antropologico e di aver affidato alla poesia, nel contesto illuministico europeo e nello specifico, quello tedesco, l’arduo  e coraggioso compito di fornire gli strumenti necessari per una emancipazione del pensiero della parte meno colta della popolazione, scevra da dogmi religiosi precostituiti e dalla condizione di asservimento al potere aristocratico che contraddistinse il periodo storico dell’Aufklärung. La funzione pedagogica della poesia gellertiana è chiaramente espressa, in modo esplicito e conciso, nella favola Die Binne und die Henne (L’ape e la chioccia): So trifft die Fabel völlig ein. Du fragst, was nützt die Poesie? Sie lehrt und unterrichtet nie… Du siehst an dir, wozu sie nützt: Dem, der nicht viel Verstand besitzt, Die Wahrheit, durch ein Bild, zu sagen. (Allora sì che la favola coglie in pieno! Domandi a che serve la poesia? Essa insegna ma non istruisce mai… Lo vedi su te stesso a che serve: a dire la verità con una immagine a chi molta comprensione non ha). Al Prof. Pasquale Gallo, il merito, invece, per aver portato all’attenzione del pubblico lettore, un genere letterario dall’indubbio valore etico-morale, per la sua semplicità linguistica, ancora oggi ampiamente interpellato nelle sedi istituzionali della ricerca e della formazione.

SAGGISTICA LETTERARIA
di Donato Di Poce
 

Il saggio Soffrente scriba. D’Annunzio e il suo Notturno, Algra Editore, 2026, scritto da Franco Manzoni e Marco Sbrana, con in copertina opera di Marco Nereo Rotelli, propone una lettura approfondita dell’opera Notturno di Gabriele D’Annunzio. Gli autori analizzano il testo mettendo in evidenza come la sofferenza fisica e psicologica vissuta da D’Annunzio dopo l'incidente aereo del 1916 abbia trasformato profondamente la sua scrittura.
Il Notturno è l'opera più intima e introspettiva (e secondo gli autori più innovativa) di Gabriele D'Annunzio, scritta nel 1916 e pubblicata nel 1921 dopo revisione del poeta. Rappresenta una svolta radicale rispetto allo sfarzo vitalistico dei primi romanzi e del superomismo: Notturno è un diario interiore nato nel totale silenzio e nell'oscurità forzata dovuta ad un incidente aereo (prezzo da pagare per D’Annunzio per il suo interventismo politico “io sono un soldato” amava sottolineare il vecchio poeta considerato “Vate” dal regime fascista.
Nello stato di cecità temporanea, D'Annunzio aiutato dalla figlia Renata, impara a scrivere come un antico "scriba egizio". Appoggia una tavoletta rigida sulle ginocchia e utilizza il mignolo come guida tattile per scrivere su sottili striscioline di carta (le liste sibilline).
Gli autori mettono bene in evidenza lo stile del prosimetro utilizzato dall’autore (da non confondersi con la prosa poetica di Rimbaud e Baudelaire, che riteniamo di ben altro spessore poetico), ma anticipatrice di certe pagine moderne di Kafka, Beckett e Carson.



Lo stile di Notturno, si caratterizza per un certo intimismo lontano dal superomismo D’Annunziano, e ci rivela una Prosa frammentaria: Il testo è composto da brevi annotazioni, fulminee e spezzate, che seguono il flusso dei pensieri, alternate a versi elegiaci dedicati soprattutto alla Madre e a Miraglia, le due figure che insieme a quella della figlia Renata(la Sirenetta, avuta nel 1893 da un rapporto adulterino con la contessa Maria Gravina Cruyllas (Anguissola), emergono e giganteggiano nel libro e frequente uso di immagini visionarie. I temi principali del libro sembrano essere l’introspezione, la memoria, la morte, il dolore fisico e psicologico. Sorge spontaneo il confronto con l’opera principale in prosa di D’Annunzio Il Piacere, caratterizzata invece da estetismo, narrazione lineare, superuomo mondano, ricerca del piacere, e con la principale opera poetica Alcyone dove traboccano sensualità, musicalità, armonia del paesaggio e vitalismo. Gli autori insomma registrano come Notturno possa essere considerata l’opera più moderna di D’Annunzio in cui: si attenua la retorica tipica dell'autore; emerge una dimensione più intima e personale; la struttura frammentaria del prosimetro anticipa alcuni aspetti della narrativa del Novecento; il tema della crisi dell’io si avvicina alle inquietudini della cultura europea contemporanea.
Nella prefazione di Emilio Zucchi, diventa chiara l’intenzione degli autori: “ Franco Manzoni e Marco Sbrana dimostrano, con folgorante ricchezza di analisi, come la poesia di D’Annunzio vada conoscitivamente oltre il sensualistico panismo dell’Alcyone e come, a tredici anni dalla pubblicazione di quel primo capolavoro lirico italiano in versi liberi, con Notturno, nel 1916, il Vate, ferito, fecondamente metta la sostanza poetica di quelle estatiche estenuazioni versiliesi in pagine tremanti di fratture psicologiche ed esistenziali che preludono agli abissi di Kafka e Beckett…”. Il libro si sviluppa in sette capitoli: Trauma d’ammaraggio e cecità temporanea; Dolore e capolavoro al buio; Il Vate e la musica; Corpo, morte, camerati e fluidità; La madre abita il figlio; Renata, la Sirenetta la sua funzione nella stesura di Notturno; La Casetta rossa e i luoghi veneziani.



Riportiamo uno dei passaggi più esemplari del libro, dal capitolo: ‘Dolore e capolavoro al buio’ “(…) Difatti, tenendo conto che in D’Annunzio uno degli aspetti specifici è il legame pressoché costante delle opere con la propria esistenza, per la prima volta in Notturno si entra nel rapporto con il personale dolore fisico e psicologico, senza sublimazione. Qui la notizia biografica non è solo contestualizzazione o il che è peggio, ma è anche il male necessario, un’agevolazione fornita al lettore per meglio orientarsi nella presente analisi di Notturno. Qui, la notizia biografica si sovrappone all’opera. Cos’è sta to D’Annunzio se non un Carmelo Bene o un Lord 13 Byron oppure – per essere più aderenti a quanto si sa del Vate – un Nietzsche? La vita e il mondo, in Nietzsche, sono eterna mente giustificati, intesi come fenomeni estetici. Parimenti Brecht, ma più Wilde: etica è estetica, non c’è scissione, nulla le separa. Sicché produciamo una vita che è un’opera d’arte; dunque, siamo – vivendo – capolavori. Tale la concezione di D’Annunzio….
Leggendo il libro viene in mente la severa critica di Croce su D’Annunzio: L'idea cioè che D'Annunzio possedesse un eccezionale virtuosismo stilistico, ma fosse carente di autentica profondità umana e morale. Negli anni Trenta arrivò a escluderlo dal novero dei grandi poeti, sostenendo che nella sua opera prevalessero l'esibizione, la retorica e il gusto della sensazione e per gran parte del Novecento la lettura di D’Annunzio passò attraverso Croce. La tesi fondamentale era: D’Annunzio è un artista di enorme talento formale, ma non un poeta universale come Dante Alighieri o Giacomo Leopardi, perché manca di un profondo sentimento umano.
Oggi molti studiosi considerano questo giudizio troppo severo. Pur riconoscendo l'estetismo dannunziano, vedono in D'Annunzio uno dei maggiori innovatori della lingua e della sensibilità letteraria europea tra Otto e Novecento. Tuttavia, la critica di Croce resta la più celebre e influente mai formulata sul Vate, e resta la mia convinzione personale che D’Annunzio non abbia mai toccato i vertici dell’umanità malinconica di Baudelaire, né la raffinatezza aristocratica e ironica di Wilde o l’interiorità di un Proust, per non parlare dell’umanità di Ungaretti o della disseminazione dell’io negli eteronimi di Pessoa.
Tuttavia l'aspetto più interessante del libro e qui concordiamo con gli autori, è la rilettura di D'Annunzio non come il celebre "Vate" eroico e trionfante, ma come un uomo fragile, costretto a confrontarsi con il dolore, la paura della cecità e il senso della morte. Secondo Manzoni e Sbrana, proprio questa esperienza di sofferenza rende Notturno una delle opere più moderne e umane dell'autore. Il libro comunque conferma da una parte le grandi doti poetiche e critiche di Manzoni, dall’altra la poliedricità che ben conosciamo del talento poetico, narrativo e critico del giovanissimo (22 anni) Marco Sbrana.

 

LA PRIMA PAROLA
di Carlo Di Legge
 

Il primo libro della Bibbia ebraica, la Torah, che noi chiamiamo Genesi, prende anche nome dalla prima parola: bereshit. Essa, tradotta nel greco en arché, è origine/fondamento di ciò che esiste: in tal senso nel testo di Rita Pacilio si legge, “se ci sono leggi significa/che c’è un legislatore/antico /…/regola esatta/la prima parola semplice/essenziale/nel giorno generato da se stesso. E si ripete.” - 19. Quasi un proemio. Per seguire in parola la prima parola occorre “mettersi sottosopra/avventurarsi nel fiato” - 9 e si avrà “la storia” - 9 che verrà detta nel flatus vocis, appunto, in pulsazione e ritmo: “La mappatura del battito/il doppio tempo” 11, nella modalità visionaria:
Prova ad abitare con una foglia
sull’albero. Nella testa avrai
la convulsione del vento e imparerai
la pazienza della stessa poesia - 12
 
La lingua semanticamente dura che l’autrice aveva trovato, negli ultimi lavori appare in risoluzione, in avvicinamento ai moduli del parlare quotidiano, e quella ritorna solo a squarci:
 
… in futuro mi parlerai
sotto la magnolia, sulla sponda
del giardino ci legherà una foglia
mi spiegherai come ritornare
nel ricordo
lo scambio della voce
infilando le braccia in maniera
eloquente - 10-11,
 
sempre con illuminazioni di canto:
Si mantiene punta di lancia
il filo di pioggia all’acqua del pozzo
posato
scosso nell’indivisibile momento
arreso e dolcemente unto
trapassato
 
sparito in un flusso senza coscienza
ferruginoso in un corpo a corpo
così acuto il taglio come a liberare
la doglia e la voglia a non dire. - 25-6
 
L’indagine vede il male nel mondo -17, il silenzio, che sia “pieno e dolce”- 21, il senso del tempo - 14, “questo labirinto che non so sorvegliare” - 51, il passato, il riemergere dei ricordi, i prossimi e l’umanità, e il non riuscire talvolta all’altezza dello “stare nella parola” - 32, la difficoltà in esistenza, a volte sì “beatitudine” ma “innalzata sulle lame” - 23 , verità e paura, guerra e pace. Ma permane la necessità di amare 13, 15, 22, 34, 43, 48, 49 nonostante qualche inconveniente, e soprattutto che “la certezza di Dio l’ho conosciuta” 38 in una fede senza misteri, perché si dev’essere come bambini (Mt 18, 3-6) e la fede in Dio è anche la nostra speranza nello stare dell’adesso:
Dio ci dona sonni quieti,
questa è la pace
ogni volta che un’ora dura anni
l’eternità - 16
 
Parola è anche, nel IV Vangelo, valore metafisico del Logos o Verbo, comunque lo si voglia tradurre: verbo incarnato perché «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). E, nell’incipit di questo ininterrotto flusso di versi (9-51) che costituisce il poema, è che “La prima parola possiede la vita” (9). Ma, siccome in questo caso si tratta di poesia, è un modo diverso e altrettanto calzante di cercare la corrispondenza tra l’ordine delle parole e l’ordine delle cose.
 

Rita Pacilio
La prima parola
Di Felice Edizioni, 2025

sabato 27 giugno 2026

UN CONVEGNO IMPORTANTE
di Eros Barone
 

Ritengo che il convegno sulla poesia civile, per i contributi di notevole spessore che ha prodotto e per l’intensità delle suggestioni che ha offerto, sia stato un momento sicuramente focale del Festival di poesia internazionale di Genova Parole Spalancate. Solo alcune annotazioni per giustificare questa affermazione. La domanda che è stata posta al centro del convegno suonava in questi termini: Abbiamo bisogno oggi di una poesia civile?
I temi chiave presenti in questa domanda sono tre: bisogno, poesia civile, oggi. In tal senso è stato estremamente interessante sentire che cosa hanno detto su questi tre temi – e come lo hanno detto - i poeti che hanno partecipato alla Tavola Rotonda e al ‘reading’. Una poesia civile oggi? In un periodo storico in cui la stessa distinzione tra la letteratura e la riflessione sulla letteratura viene contestata e sono “in crisi” tutti i generi letterari consacrati dalla tradizione, non si può negare che la stessa categorizzazione di “poesia civile” risulti problematica e ci si può legittimamente domandare se essa sia adeguata ad esprimere una situazione che sfugge per più versi alla nettezza di certe precostituite categorizzazioni. Viviamo infatti – e non da oggi soltanto – un inarrestabile sgretolarsi del mondo letterario, così come degli ordini tradizionali della nostra cultura. Sta di fatto che l’essere in crisi non ha finora impedito alla letteratura e alla poesia di sopravvivere con una persistente rilevanza culturale. 



Dal canto mio, ritengo, in piena sintonia con Angelo Gaccione, che il rapporto tra la poesia in generale e la poesia civile in particolare non sia un rapporto di genere a specie, ma di inerenza o, se si vuole, di implicito ad esplicito. D’altro canto, nelle sue forme più convincenti la poesia continua a costituire un’insostituibile modalità del nostro renderci conto delle contraddizioni in cui viviamo, la testimonianza di un disagio. Forse non è molto, ma tener desta questa coscienza può sempre costituire la premessa per impegni più incisivi. Si può, d’altronde, sostenere che appartiene essenzialmente alla poesia di andare oltre la propria essenza. Molto di rado, in effetti, la riconosciuta grandezza di una poesia si situa in una dimensione puramente estetica. Ciò che in ultima analisi ne costituisce la positiva risonanza non è la sua specificità letteraria, ma la presenza, nella sua globalità, di valori esistenziali. Questo è sempre accaduto, da Dante fino ai nostri giorni, per la semplice ragione che i valori specificamente poetici non possono essere separati dai valori morali, sociali, politici, conoscitivi, esistenziali per l’appunto, in cui, di volta in volta, in relazione ai nostri autentici bisogni, tutti noi ci riconosciamo.



E infine c’è il termine “oggi”, un avverbio di tempo che, tradotto nel linguaggio di Chronos, significa: guerra, genocidio, droni, intelligenza artificiale, ritornante barbarie in cui il medioevo più tetro si fonde con la tecnologia più sofisticata, e ancora sfruttamento, degradazione ambientale, discriminazioni, pandemie incombenti, malgoverno, corruzione. Ecco la realtà opaca, dura e complessa con cui è chiamata a misurarsi, in questo “inverno della cultura”, non solo la poesia civile, ma la poesia ‘tout court’, se essa intende essere, oltre che uno specchio, una lampada e una fiaccola, e quindi soddisfare l’esigenza profondamente umana di mantenere e indicare il positivo nella rappresentazione del negativo, l’umano nella rappresentazione del disumano. Certo, la poesia può permettersi di entrare nel campo spinoso della politica e dei destini generali solo alla condizione di non snaturarsi, solo alla condizione di non rinunciare ai propri specifici caratteri, che sono quelli di un linguaggio che non cessa di interrogare sé stesso e di mettere alla prova la sua incisività – che è quanto dire la sua novità e il suo potere di sorpresa – nel confronto con argomenti che a tutta prima sembrerebbero piuttosto rientrare di diritto nel dominio della saggistica sociologica, della riflessione analitica, della polemica politica. Anche se quello di Genova, come tutti i convegni, è solo un segmento di quella retta interminabile che è la ricerca dei significati, io credo, nondimeno, che si possa dire che esso ha rappresentato un momento intensamente significativo di testimonianza, di valorizzazione e di scavo nella miniera di ferro e d’oro della nostra lirica civile e politica.

RITORNO ALLA POESIA CIVILE
di Donato Di Poce
 

Ritorno alla poesia civile
che è più una necessità
di mettere a fuoco la vita
che un ritorno alla poesia civile
da cui non sono mai andato via.
 
Ritorno alla poesia civile
per non dimenticare
i genocidi chiamati difesa preventiva
e il futuro rubato dall’IA.
 
Ritorno alla poesia civile
per ricordare che siamo ostaggi
di tecnocrati teocratici e bulli mediatici.
 
Ritorno alla poesia civile
per non dimenticare
i conati convulsi della vita
e gli schiamazzi dei silenzi scritti.
 
Ritorno alla poesia civile
per schivare sibili d’angoscia
e crateri di dolore esistenziale
perché oggi la vita mi fa male.

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