UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 15 luglio 2026

AI POTENTI DELLA TERRA
di Don Mimmo Battaglia
 
 

Al termine del vertice Nato Erdogan ha consegnato ai capi di governo presenti un cofanetto con una pistola e sei proiettili. Non poteva esserci gesto più chiaro per presentare il messaggio di morte di cui la NATO è portatrice. In reazione a tale gesto l’Arcivescovo di Napoli ha inviato questo messaggio ai potenti della terra. Da leggere e meditare.


Il coerente regalo di Erdogan ai capi
di Stato e di Governo 

Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio. Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere. È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre. Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo è il vero scandalo. Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte. Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma. Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre. Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile. Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato. Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi. Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo. Sono due civiltà. Bisogna scegliere. Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio. Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome. Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti. E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. Guardate quella sedia prima di parlare di armi. Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti”.


 

 

SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA
di Andrey Melnichenko
 


Andrey Melnichenko, il re mondiale dei fertilizzanti e il più grande industriale russo.
 
Prima Parte. Le grandi guerre non iniziano dove vengono sparati i primi colpi. La linea del fronte è semplicemente il punto in cui la pressione accumulata finalmente irrompe in superficie. A quel punto le fondamenta sono già state distrutte: il linguaggio della sicurezza reciproca, la fiducia negli impegni, una comprensione condivisa di ciò che è lecito, la capacità di percepire l'altra parte come parte di un sistema comune piuttosto che come una minaccia da eliminare. Quando questi legami si spezzano, la politica non dirige gli eventi, ma ne viene guidata. La guerra in Ucraina ne è un esempio. Essa si compone di diversi livelli: la tragedia di popoli che hanno vissuto per secoli all'interno di uno spazio storico condiviso; un conflitto tra Russia e Occidente, una disputa su territorio, alleanze, memoria storica e futuro dell'ordine mondiale. Ma alla base di tutto ciò c'è un fallimento più profondo: il mondo moderno ha perso il meccanismo che un tempo permetteva alle grandi potenze di coesistere all'interno di un unico sistema di sicurezza senza negarsi reciprocamente lo status. Quando questo meccanismo si rompe, le formule morali iniziano a sostituirsi all'architettura, e la punizione viene scambiata per strategia. Non sono né un politico né un ideologo. I politici agiscono per volontà; gli ideologi per fede. Il mio mondo è fatto di complessi sistemi materiali: il flusso delle risorse naturali, la loro trasformazione in fertilizzanti ed elettricità, la logistica che struttura questi flussi e i lunghi orizzonti temporali. Tali sistemi sono indifferenti alle dichiarazioni. Funzionano finché reggono i collegamenti critici e crollano quando le strutture portanti vengono compromesse. Un flusso è come un fiume: non si può dichiararne l'annullamento. Può essere deviato, ma non scompare. Cerco di descrivere il mondo come un fisico: così com'è realmente, non come si vorrebbe che fosse. La mia esperienza formativa è stata il disastro di Chernobyl del 1986, avvenuto non lontano dalla città in cui sono nato. È la prova che un sistema complesso contenente enormi quantità di energia non perdona errori di calcolo o arroganza. Una sequenza di piccoli eventi può trasformarsi in una catastrofe prima che qualcuno si renda conto di cosa stia succedendo. Quell'esperienza non mi permette di trattare il fattore nucleare come un'astrazione; è un limite ultimo oltre il quale il compito perde di significato. Laddove le conseguenze sono fisicamente irreversibili, un tale approccio rappresenta l'unica forma di responsabilità accettabile.
 


Quando la sovranità diventa il problema
Il paradosso centrale del momento attuale è il seguente: la richiesta di sicurezza internazionale non è mai stata così elevata, eppure l'infrastruttura istituzionale costruita per garantirla – norme, organi di controllo, quadri di legittimità condivisi – non è mai stata così debole. In un contesto simile, la tentazione è quella di considerare la sovranità degli avversari come la fonte di instabilità. Questo saggio sostiene il contrario: distruggere la sovranità non risolve il problema della sicurezza; elimina l'unico meccanismo attraverso il quale il problema può essere affrontato. L'Ucraina non è solo un campo di battaglia tra Russia e Occidente. È uno Stato, una società e una volontà politica che ha pagato un prezzo terribile. La sovranità ucraina è reale. Ma la sicurezza ucraina, costruita sulla negazione permanente dell'azione sovrana della Russia, è altrettanto instabile. Un vicino con interessi noti e un prezzo prevedibile per i suoi impegni rappresenta una qualità di sicurezza diversa rispetto a un vicino definito dal revanscismo o dall'assedio. Una pace duratura richiede sovranità da entrambe le parti, non perché debbano amarsi, ma perché solo i soggetti possono concludere accordi che durino nel tempo. La Russia oggi possiede la sovranità: ha preso e continua a prendere le sue decisioni in modo indipendente. Questo non è un giudizio valutativo, ma descrittivo. La Russia ha definito i suoi interessi vitali, possiede le basi materiali per difenderli e si assume le conseguenze delle proprie decisioni. L'attuale discorso occidentale sulla Russia del dopoguerra, pur con tutte le sue diverse formulazioni politiche, mira a un unico obiettivo: la distruzione di tale sovranità o la sua radicale limitazione. La logica è comprensibile. Se la sovranità russa viene percepita come una minaccia, la sua eliminazione sembra risolvere il problema. Questa logica è supportata da esempi della storia recente. L'integrazione della Germania e del Giappone del dopoguerra nel mondo occidentale ha portato, per un periodo significativo, all'eliminazione del revanscismo tra le potenze sconfitte. L'analogia è imperfetta – la Russia non è una potenza sconfitta il cui governo è crollato – ma la speranza di fondo è la stessa: che un paese privato dell'autonomia strategica alla fine accetti le regole di coloro che gliel'hanno sottratta. Questo approccio commette un grave errore. La sovranità è una condizione necessaria per qualsiasi architettura di sicurezza globale stabile. Ciò non significa che la sovranità garantisca la stabilità; le azioni di un paese sovrano possono influenzare la sicurezza di altri. Ma senza di essa, tale architettura è impossibile. Non si può raggiungere una pace duratura con un paese supplicante, perché un paese supplicante non è veramente responsabile delle proprie decisioni. Qualsiasi accordo raggiunto in tali circostanze non porterà a una pace permanente, ma solo a una pausa temporanea tra le fasi del conflitto. In Occidente si stanno discutendo quattro scenari per la Russia del dopoguerra. Pur variando nella loro formulazione politica, ognuno di essi implica la perdita o la limitazione della sovranità e, di conseguenza, distrugge l'unico meccanismo attraverso il quale è possibile un comportamento responsabile.



Il primo scenario immagina una Russia umiliata, relegata ai margini dell'Occidente. A lungo termine, ciò genererebbe un revanscismo aggressivo. Versailles non fu la creazione di un ordine, bensì l'accumulo di energie represse. La Russia non è la Germania di Weimar e il mondo moderno non riproduce letteralmente gli anni '20, ma la logica strutturale conserva la sua forza: se la sovranità di una grande nazione storica viene infranta, raramente scompare. Ritorna in una forma più pericolosa.



Nel secondo scenario, la Russia finisce nell'orbita cinese. A prima vista, la via cinese sembra una semplice alternativa a quella occidentale: la Russia si integra nelle catene di approvvigionamento cinesi e ottiene accesso a mercati, tecnologia e finanziamenti, fornendo in cambio materie prime, posizione geografica e profondità strategica. Nel breve termine, questo appare come un compromesso razionale. Nel lungo termine, si tratta semplicemente di spostare l'origine della dipendenza. 
La Russia sembrerebbe conservare le caratteristiche di una grande potenza, ma in realtà diventerebbe un contorno esterno della strategia cinese: un mercato per i prodotti cinesi, una fonte di risorse, un corridoio di transito e un cuscinetto che assorbe la pressione diretta su Pechino. La Russia rischia di occupare una posizione strutturalmente simile a quella che l'Ucraina occupa per l'Occidente: una zona contesa dove i grandi attori muovono le proprie pedine. Non si tratta di un'equivalenza tra paesi; è la logica di utilizzare lo spazio di confine nell'interesse di un altro centro. 
Ma una Russia dipendente avrebbe un valore discutibile per la Cina. L'evidente asimmetria di un simile legame sarebbe tossica: è facile costruire una coalizione anti-cinese su di essa, i vicini della Cina diventerebbero inquieti e all'interno della Russia si genererebbe, prima o poi, la necessità di uscire dalla posizione subordinata. Il comportamento della Cina dimostra già che ne è consapevole. Sfrutta prontamente il proprio vantaggio, ma non cerca di trasformarlo in una forma di vassallaggio formale. E la recente e dolorosa esperienza di dipendenza tecnologica dall'Occidente significa che la Russia non accetterà volontariamente la stessa situazione con la Cina.



Il terzo scenario è la frammentazione della Russia, che diventerebbe rapidamente ingestibile. Ci sarebbe una lotta per l'arsenale nucleare, le risorse, i confini e la storia. Questo scenario distrugge la coesione che rende funzionale la deterrenza nucleare. Il prezzo pagato nei conflitti post-sovietici, compresa la tragedia in Ucraina, rende, a mio avviso, un simile esito impossibile. 
L'ultima possibilità è che la Russia diventi una fortezza: chiusa, mobilitata, in perenne stato d'assedio. Tecnologia, scienza, capitali e fiducia civica non crescono in uno stato di emergenza perpetua. Un simile ordine non pone fine alla guerra; trasforma il conflitto da evento in una modalità di organizzazione dello Stato. Le forme sono diverse. Il risultato sistemico è lo stesso.

martedì 14 luglio 2026

AMERICA: GUERRA E SACCHEGGIO
di Luigi Ubezio
 

Trump vuole il controllo di Hormuz. L’Italia chiuda subito lo spazio aereo!

La situazione legata alla guerra tra Stati Uniti e Iran sta degenerando e le ultime notizie di oggi confermano i peggiori scenari. Il presidente Donald Trump ha dichiarato apertamente che gli Stati Uniti intendono prendere il controllo strategico ed economico dello Stretto di Hormuz. Questa svolta dimostra chiaramente che ci troviamo di fronte a un conflitto senza fine, alimentato non da reali esigenze di sicurezza, ma dal forte sospetto di enormi speculazioni finanziarie in borsa e dal perseguimento di spietati interessi privati commerciali e petroliferi. Con l'instabilità dei mercati e i continui raid militari, sono i cittadini comuni a pagare il prezzo di giochi di potere geopolitici. L'Italia e l'intera Europa non possono più rimanere a guardare né rendersi complici di questa situazione. È fondamentale che il nostro Paese si chiami definitivamente fuori da questa logica bellica. Dobbiamo pretendere l'immediato divieto di accesso ai nostri spazi aerei nazionali per qualsiasi volo militare o logistico collegato a questo conflitto. Non finanzieremo né supporteremo, nemmeno indirettamente, le speculazioni di Washington. Continuiamo a far sentire la nostra voce. Condividete questo aggiornamento e la pagina della petizione con i vostri contatti per chiedere alle nostre istituzioni un atto di sovranità e di pace.

SOTTOVALUTAZIONE E BATTAGLIA CULTURALE
di Franco Astengo



Mi è capitato di ascoltare Vannacci in TV esporre il suo progetto di “reimmigrazione”. Mi permetto di intervenire subito sull’argomento per esprimere una forte preoccupazione non tanto posta sul piano del consenso elettorale, piuttosto sulla “mala pianta” che idee di questo genere possono alimentare sul terreno morale e culturale nella convivenza civile di questo Paese. Un’analisi che dovrebbe essere rivolta anche ai partiti ed elettrici ed elettori di centro-destra che non dovrebbero concedere spazio, anche sul piano della alleanza politica, a siffatte ipotesi. Il progetto di “reimmigrazione” così come esposto da Vannacci è un progetto di chiara matrice ideologica nazista: ciò va affermato senza mezzi termini perché questo progetto di “reimmigrazione” prevede la discriminazione preventiva di milioni di persone sulla base di un requisito giuridico: quello della doppia cittadinanza. Elemento che non c’entra nulla con la piaga dell’immigrazione clandestina (che si accompagna ad enormi fenomeni di sfruttamento) e l’ordine pubblico (di cui dovrebbe occuparsi la Polizia). Non viene precisato verso chi sarà esercitata la discriminazione verso la doppia cittadinanza: saranno compresi in questa catalogazione (distinguibile soggettivamente con il ripristino della stella gialla?) anche le cittadine e i cittadini in possesso della doppia cittadinanza con i paesi occidentali o con paesi del Sud America (al riguardo dei quali la doppia cittadinanza deriva, nella maggior parte dei casi, da origini familiari in Italia)?



Appare evidente che questa diversità di trattamento è completamente fuori dall’articolo 3 della Costituzione: articolo che tra l’altro deve essere considerato il pilastro fondamentale dell’identità politica e culturale della Repubblica. Bisogna essere chiari su questo punto fondamentale e non sottovalutarlo: sottovalutazione che del resto si verificò per Fratelli d’Italia nel 2022 verso cui non fu svolta con la forza necessaria una campagna antifascista. Esiste comunque una differenza con Futuro Nazionale: Fratelli d’Italia rappresenta l’eredità diretta della Repubblica di Salò (e la rivendica con forza, come è stato nella recente commemorazione di Bignami a Bologna); eredità diretta di Salò che fu ammessa, tramite l’MSI, nel consesso parlamentare.



Rimane comunque tutto intero il tema costituzionale e quello antifascista: purtroppo nessuno dei partiti presenti nell’arena attuale ha contribuito direttamente alla stesura della Carta fondamentale ed era presente nell’Assemblea Costituente. Questo fatto ci riporta alla frettolosità con la quale fu liquidato il sistema dei partiti negli anni’90 che si cercò di sostituire con la personalizzazione e l’esaltazione impropria della governabilità. Sicuramente nell’attualità sono presenti soggetti che rivendicano quell’identità costituzionale ma è diverso avere in quella identità di grande portata storica e culturale il protagonismo diretto rispetto alla semplice rivendicazione di una eredità.
In sostanza sarebbe necessario sviluppare una forte campagna che identifichi con precisione la matrice ideologica del progetto di “reimmigrazione” (al di là delle difficoltà pratiche di applicazione) dichiarando subito un “non riconoscimento” di un eventuale governo che comprendesse un partito che nel proprio programma avesse scritto un progetto del genere (si ricorda che la presentazione del programma rappresenta un requisito obbligatorio per la partecipazione alle elezioni). La Presidenza della Repubblica dovrebbe essere ben avvertita di questo stato di cose: saremmo di fronte ad una evidente incostituzionalità di un soggetto che potrebbe far parte di una futuribile compagine di governo e questo non potrà essere accettato in ogni caso, ben oltre il semplice voto contrario nell’espressione di fiducia.
Infine: a sinistra non si commetta l’errore di “non parlare di Vannacci per non fargli pubblicità”. Occorre invece una contestazione continua e una forte battaglia culturale di contrasto radicale.

LE CAUSE DELLA GUERRA IN UCRAINA
di Roberto Zani
 
Penso che la Nato stessa sia
un criminale di guerra 

Caro Gaccione, spero di trovarla bene. È un po’ di tempo che non ci sentiamo e le scrivo per condividere alcune considerazioni su questa guerra apparentemente insensata ma sicuramente tremenda. Vorrei cercare di inquadrare quanto sta avvenendo rivolgendomi, sia allo studio degli elementi che hanno causato questo conflitto, e sia all’adeguatezza delle parole per descriverlo. L’elenco, per difetto, degli elementi che: dalle volutamente disattese promesse della NATO di non penetrare di “un pollice” i territori dell’ex Unione Sovietica, (iniziando - viceversa - dal giorno dopo, ad installarvi basi USA e NATO); alle operazioni della CIA culminate con Piazza Maidan del 2014; al “continuo abbaiare nel giardino del vicino” (Papa Francesco); a l’accerchiamento costante da Nord a Sud della Russia; alla “derisione” (Condoleeza Rice) della proposta russa di neutralità dell’Ucraina; ecco, fermandoci solo a questi elementi ritengo che la decisione della Russia di invadere l’Ucraina non potesse purtroppo (vista dalla Russia) non esser presa. Pertanto, io la chiamo invasione per legittima difesa. 



E ritengo, queste, le parole adeguate per rappresentarla. L’insensatezza apparente e la volontà di “allargare l’impero”: termini con cui gli USA, ma soprattutto i paesi europei, tentano di descrivere l’invasione russa si fonda, oltre che sull’ipocrisia di questi ultimi, sulla loro inettitudine e sull’abdicazione del ruolo della politica e e della diplomazia asservite, entrambe, allo strapotere dei produttori di armi. Ma oltre a ciò, questa descrizione, poggia sulla autonarrazione, questa sì insensata, stupida, sia della volontà russa di invadere l’Europa (sciocchezza che sta perdendo vigore, in verità, ma che continua a “giustificare” l’assurdo e scomposto riarmo dei paesi europei) e sia sulla “convinzione” di poter sconfiggere la Russia sul campo di battaglia. Ritengo - rispetto a questultima “convinzione” che potrà essere possibile o probabile che la Russia non riesca a vincere una guerra convenzionale combattuta contro USA e NATO (per tramite l’Ucraina), ma sono persuaso che la Russia “non può perdere” questa guerra. Ovvero non può accettare di venire sconfitta, in quanto il “senso russo” di questa guerra poggia, oltre che su questioni di sicurezza, anche sull’identità profonda, storica e religiosa, di quel popolo e del suo significato esistenziale. Temo, pertanto, che Putin e i suoi combatteranno con le armi convenzionali sino a che il costo in uomini e armi potrà essere, secondo loro, accettabile e giustificato; quando questo non lo sarà più passeranno alle “bombe tattiche” nucleari. Scenario, purtroppo, abbastanza verosimile. Poi, il refrain continuo dei paesi UE che ripete la ricerca della “pace giusta e duratura” è un altro degli autoinganni semantici e propagandistici che mirano a non affrontare la realtà della situazione e a proseguire la corsa degli armamenti. Non sono uno studioso di conflitti e quindi non ho alcuna autorevolezza in materia ma, per quanto possa capire degli esiti delle guerre, questi non si fondano sull’ottenimento della pace “giusta” ma sull’accettazione della pace “possibile”. Le parole adeguate, da sole, certo, non faranno finire la guerra ma ci possono aiutare a comprendere e ad aver coscienza delle cause che l’hanno determinata e al necessario coraggio di affrontare la realtà per individuare i modi con i quali finirla. Ed è quindi, anche alle parole, che dobbiamo guardare e chiedere il loro aiuto. In attesa di sentirla la saluto cordialmente.

Roberto Zani

ESISTE UN SIONISMO BUONO?
di Elisabetta Violani
 


Questa domanda è stata formulata sui Social alla scrittrice genovese Elisabetta Violani. Ecco la sua risposta attraverso “Odissea”.
  
L’origine dello stato ebraico è avvenuta con un atto di violenza terribile sulla popolazione che abitava quelle terre ed è parte integrante del sionismo propriamente detto, quindi a mio avviso il sionismo è amorale, sacrilego e avvenuto con il consenso esplicito dell’Occidente. Inaccettabile. Posso anche azzardarmi a dire che nella storia abbondano i soprusi e i furti di terre, certamente non etici, ma che hanno evitato carneficine. Non esistono quindi un sionismo buono e un0 cattivo, uno moderato e uno estremista, uno progressista e uno conservatore, esiste un solo sionismo che pretende la terra promessa biblica, giustificando la guerra come mezzo per ottenerla e la cui conseguenza inevitabile è la morte, per lo più di civili innocenti, adulti e bambini, neonati compresi, come succede in tutte le guerre, quindi non rinnega il genocidio a Gaza (a me nulla importa della parola, non spendo neanche un nanosecondo per giustificare o no la parola genocidio, per quello che mi riguarda diciamo pure strage schifosa, annientamento apocalittico, eliminazione totale di un popolo, chissenefrega di una parola di fronte a corpi di bimbi ridotti a brandelli oppure sopravvissuti mutilati, privi di braccia o gambe o magari sia di braccia che di gambe), l’invasione brutale della Cisgiordania e quella del Libano. Ricordo solo che in un testo ebraico (non importa che sia la T0ràh o il Talmud, se a qualcuno interessa questo particolare se lo vada a cercare) si dice che “uccidendo un essere umano si annienta un universo” (non so se le parole usate sono esattamente queste, ma il concetto è esattamente questo qua, detto in maniera semplice, per essere capito da tutti). Ecco la mia risposta ai tanti che mi hanno fatto la domanda.

2027: UN VOTO NECESSARIO
di Gabriella Galzio 
 


All’interno della coalizione di centrosinistra è opportuno operare un distinguo. Così Conte: “Siamo sotto attacco perché siamo contrari a questo folle riarmo, ma su questa battaglia non ci tireremo mai indietro”. Nello stesso tempo, rivendica che lui e il Movimento hanno sempre condannato l’aggressione di Mosca all’Ucraina. “Ciò che contestiamo in realtà – sostiene – è la retorica di un’imminente invasione dell’Europa da parte della Russia, funzionale a un piano di riarmo che fa gola a vari settori e lobby”. D’altronde, prosegue Conte, “come possiamo essere alternativi a Meloni e al suo governo se non ci battiamo per contrastare questa economia di guerra, e per destinare queste ingenti risorse, anziché alle spese militari, alla sanità, all’istruzione, a giovani e donne, e al rilancio delle piccole medie imprese”. Per l’avvocato non si può tornare indietro. Tanto più, ricorda, che “nella mozione unitaria con le altre opposizioni delle scorse settimane abbiamo inserito un impegno a riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato sulle spese militari”.


La cosa che da noi più si avvicina a un Sanchez è forse Conte, ma al di là delle pregiudiziali che tu hai nei confronti del M5S, cosa proponi di costruttivo oltre la “partita persa” del campo largo? Quando saremo chiamati alle prossime elezioni del 2027, quali saranno le tue indicazioni di voto? Un nuovo Santoro che disperda i voti? L’Italia è uscita dalla Seconda guerra mondiale come protettorato statunitense (e la stagione stragista lo testimonia), e questo (che la rende più vulnerabile della Spagna) ha sortito che la nostra classe politica, di destra, di centro e di centro-destra PD si allineasse alle politiche guerrafondaie degli USA. Non è un caso che il perno della colonizzazione europea da parte degli Stati Uniti, ovvero la Germania, abbia consumato la sua svolta storica da potenza economica a potenza bellica. Non mi illudo: chiunque andrà al governo in Italia potrà solo mitigare questa folle politica bellicista euro-americana. Ma almeno sul piano della politica interna non voglio permettere alle Meloni, ai Nordio, ai Valditara, alle Roccella ecc. di riportarci indietro di mezzo secolo o, peggio, a un nuovo fascismo. Oggi per me quel voto non è una delega a rappresentarmi, ma uno strumento per porre un argine a un regime strisciante: mai come oggi si sta attentando alla Costituzione, con un premierato, l’asservimento della magistratura all’esecutivo e l’autonomia differenziata. Questo governo di destra ha emesso decreti legge a raffica, scardinando l'ordinamento giuridico per garantire l'impunità a una classe politica corrotta. La storia, inoltre, insegna che le crisi del capitalismo hanno prodotto regimi totalitari. In più questa destra reazionaria è anche quanto di più oscurantista sotto il profilo dei diritti civili. Insomma siamo di fronte a un salto di livello antropologico che va scongiurato. Sia di monito l’invito di Roberto Scarpinato (magistrato) a stringere un’alleanza per la Costituzione contro la trimurti fascismi - potentati economici - mafie. Votare per la coalizione di centrosinistra non è il solito “turiamoci il naso”. Questo è un momento storico ad alto rischio. E va riconosciuto. Ecco perché ti invito ad assumere un atteggiamento construens verso l’unica fragile speranza che abbiamo di mandare a casa questa pericolosa accozzaglia che abbiamo al governo. 

AIUTARE I 5STELLE
 

Ciao Angelo. Condivido quello che hai scritto. E dobbiamo insistere e insistere, resistere e resistere. Mi permetto di dirti però che noi non dobbiamo ripudiare tutti i partiti che si definiscono “progressisti”, nel senso che dobbiamo aiutare i 5Stelle ad essere più conseguenti e ad aprirsi alle altre formazioni sparse e disperse, ai comitati, ala cittadinanza attiva ecc. Ti mando chiedendoti di aderire la dichiarazione/ autodenuncia/lettera aperta in difesa dei prigionieri e perseguitati palestinesi. La renderemo pubblica giovedì 15. 
Giuseppe Natale - presidente Anpi Crescenzago - Milano

  

PARLAR CHIARO



Era prevedibile che il mio scritto di ieri avrebbe provocato salutari fermenti. È questo il compito di un giornale come il nostro. Facciamolo sapere ai decisori politici quello che pensiamo, noi lo facciamo tutte le mattine. Intanto grazie a tutte e tutti. Abbiamo messo in pagina solo alcuni dei primi messaggi ricevuti, erano troppi. [A. G.]
 

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“Nessuno parla chiaro, eppure solo quello porterebbe la gente al voto”
Maria Antonietta Montella

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“Bellissimo. La sintesi del tutto è la foto del lenzuolo finale [La foto alla fine dell’articolo in cui tre giovani donne reggono un lenzuolo con su scritto: I ricchi vogliono la guerra. Noi vogliamo un futuro. NdR]”
Roberto Marelli

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“Tristemente d’accordo e se i Cinque Stelle non mettono come imprescindibile la questione del riarmo e dello stop al finanziamento bellico dell’Ucraina stanno semplicemente buttando fumo negli occhi”.
Oscar Brontesi

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“Ciao Angelo, sono d’accordissimo con te! Ma pensi che basti Odissea a far capire agli italiani… la posta in gioco? Odissea raggiunge persone che già la pensano come me e te. Qui ci vuole ben altro… e quelli che hanno ben altro non siamo Noi!!!”
Antonella Doria

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Gentile Gaccione, con grande interesse continuo a leggere articoli che mi manda, e condivido al 100% il suo punto di vista. Le sarò molto grato se continui a farlo.
Grazie mille, un grande saluto.

Branislav Jelic

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“Sono pienamente d’accordo. Un saluto dai 38 gradi di Firenze”.
Alba Andreini

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“Concordo!”
Samuele Scognamiglio

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“Leone è d’accordo. Papa Leone”.
Serena Accascina

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“Bellissimo il tuo articolo: chiaro e totalmente condivisibile”.
Maria Cristina Pianta

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“Guarda, mi fanno schifo tutti, ma proprio tutti, Papa compreso. Non ho dubbi caro Angelo che tu conosca persone pulite, come del resto io. Ma purtroppo noi siamo in mano a politici che sono tutti uguali, e che di noi “popolino” non gli frega niente. È triste, ma è la tragica realtà!!”.
Maria Spinelli

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“… D’accordo, anzi d’accordissimo, ma chi potremmo votare se non qualcuno del campo largo? Calenda, Noi Moderati”.
Tata Marchi

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“Tanto lo schifo, a livelli grandi e piccoli, continua!”
Adam Vaccaro

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“Sono d’accordo su tutto ma a questo punto l’alternativa quale è? Lasciarli trascinarci nell’abisso piangendo e leccandoci le ferite? O scendere in piazza coi forconi? Mi sembra un po’ troppo tardi per quest’ultima alternativa… o forse pensi ad altre che io non riesco a vedere… Sinceramente dubbiosa”.
Mariel Musso

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“Ciao Angelo mio amico caro. Ogni tua parola oggi è da condividere. Forse non il mio sconforto che nasce dalla pochissima fiducia che ormai nutro verso un genere che non ha più nulla di umano. E sempre di più mi batte nel cuore il pensiero anarchico. Quello vero e nobile del termine”.
Zaccaria Gallo

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“Disonoriamola la guerra. Abbasso l’imperialismo e il neonazifascismo”
Maurizio Nocera

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“Disonoriamola sempre”
Alberto Casiraghy

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“Buongiorno Angelo. Avremmo dovuto pensare al problema climatico… e invece si sono dati alla guerra. Come il fatto vergognoso di aver ricevuto in “dono” la pistola nell’ultimo incontro dei potenti… [Il regalo di Erdogan ai membri della Nato all’incontro in Turchia NdR]
Tania Chimenti

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“Buonasera, ho letto l’intervista col professor Marco Revelli [Il campo largo non scalda su il Fatto Quotidiano di domenica 12 luglio NdR]. Molto probabile la sconfitta alle politiche. Perché non facciamo tesoro come Campo Progressista del sentire dell’80% del popolo italiano. No all’innalzamento abnorme delle spese per il riarmo. Che avvicinano le guerre anziché allontanarle. Come per la Prima guerra mondiale. La politica di pace dovrebbe programmare invece accordi di disarmo graduale reciproco. Le spese annue per il Riarmo votate dal Governo Meloni e dal PD in Europa più i circa 100 miliardi annui promessi alla Nato raggiungibili progressivamente in 10 anni. Non lasciano neanche le briciole per la sanità, la scuola, la sicurezza, lo stato sociale. Prima si inventano il pericolo da far credere come vero, poi ci spremono come un limone per portarci infine alla guerra. Giusta la posizione di Conte su guerra Russia-Ucraina e Riarmo. Il pericolo russo: Putin come Hitler. Fermiamolo ora altrimenti arriva a Roma. Tutte le televisioni diffondono queste menzogne a canali unificati. Mi viene da rimettere. In Scienze Politiche mi sono laureato alla Statale di Milano. So di cosa parlo. Ottimi professori tra cui lo storico Giorgio Rochat. La Russia Impero territoriale più vasto ha problemi di difesa non di ampliamento. L’avvicinamento improvviso della Nato ai confini preoccupa i Russi. Invasi due volte negli ultimi 200 anni. Prima da Napoleone poi da Hitler. La Russia non ha mai invaso l’Europa. Miope credere che la Russia un giorno non avesse reagito. Un errore è peggio di un crimine. Joseph Fouché ministro di Napoleone Bonaparte”.
Lanza Saverio


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“Pienamente d’accordo con te! Buona serata!”
Nicoletta Negri

 


lunedì 13 luglio 2026

LA PARTITA È PERSA IN PARTENZA
di Angelo Gaccione
 

... e chi la prepara col riarmo

Perché è più che sicuro che il cosiddetto “campo largo” non vincerà le prossime elezioni? Per le ragioni che stiamo ribadendo fino alla noia da quando è iniziato il conflitto russo-ucraino. Le forze che compongono il “campo largo” non hanno mai incalzato il governo guerrafondaio delle destre (ometto il fasullo termine centro che in politica dovrebbe connotare una visione moderata, perché chi vota per riarmo, spesa militare e invio di armi su un teatro di guerra per alimentare il massacro e la distruzione, non è un moderato, ma uno spregevole criminale guerrafondaio e come tale va denominato), perché se lo avessero fatto chiamando alla mobilitazione le forze produttive, i ceti popolari, i giovani che stanno pagando il prezzo più alto dell’economia di guerra, non avrebbe retto tutto questo tempo. Invece, non solo il governo Meloni è stato lasciato prosperare, ma è stato appoggiato nelle scelte più sciagurate, disumane e antipopolari: massacrare la spesa sociale per mandare armi in Ucraina, aumentare la spesa militare, spingere il Paese al riarmo, prepararlo alla guerra con la Russia. 



Il Partito Democratico ha votato tutto lo schifo guerrafondaio del governo Meloni in Italia, come ha votato tutto lo schifo imposto dalla feccia guerrafondaia guidata da von der Leyen e da Kaja Kallas al Parlamento Europeo. Un atteggiamento ambiguo su questa materia ha tenuto anche Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) in diverse occasioni, tanto da aver compromesso molto della sua credibilità; e quanto al Movimento 5Stelle, per fortuna ha invertito la rotta in tempo prima di finire come la Lega a percentuali di consensi ad una cifra.
Il “campo largo” viene anche definito “progressista”. Che c’è di progressista nella politica di riarmo e di guerra? Che c’è di progressista in un piano di riarmo di ben 800 miliardi? Che c’è di progressista nel mantenimento di un’alleanza militare che ci obbliga a portare al 5% del Pil la spesa nazionale? Non bastano già le armi nucleari accumulate nei vari arsenali degli Stati per incenerire il mondo fino alla cancellazione di ogni forma di vita? Si è consapevoli di questo?



Come si vede, non mi sono nemmeno azzardato a usare il termine sinistra per non suscitare il riso nei lettori. Non riesco neppure a concepire come si possa apparentare il temine sinistra ad orrori come militarismo, riarmo, guerra. E siccome da oltre 50 anni scrivo e milito contro tale barbarie, vi annoto il brano di una riflessione non di un disarmista come me, ma di un moderato liberale come  Travaglio, nel caso vi foste perso il suo editoriale di venerdì 10 luglio su ‘il Fatto Quotidiano’ dal titolo “L’ultima piazza”, a commento del comizio pubblico tenuto a Napoli da quattro dei segretari del campo largo. “Da vent’anni lo spartiacque non è più l’asse destra/sinistra, ma la postura nei confronti dell’establishment nazionale ed internazionale: élite/popolo. L’antica distinzione ideologica è stata annullata dal tradimento del centrosinistra mondiale appecorinato alle élite su politiche antisociali dal camuffamento della destra globale, che parla la lingua dei poveri e ne prende i voti per poi fare gli interessi dei ricchi. Oggi il discrimine è il riarmo: si investe sulle guerre, che devono moltiplicarsi e durare il più possibile per giustificarlo”. 



Sul riarmo come spartiacque tra fronte pacifista-progressista e fronte destre-guerrafondaie insiste ‘Odissea’ da quando è iniziato il conflitto russo-ucraino, e su riarmo ed opposizione alla guerra come spartiacque fra i due fronti insistono Travaglio, il suo giornale ed un nutrito e prestigioso gruppo di collaboratori. Da Elena Basile in primis, sempre molto efficace, a Marco Revelli; da Alfiero Grandi a Paolo Ercolani e tanti altri. Riarmo e guerra restano gli elementi ineludibili per differenziare i necrofori - portatori di morte - dai difensori della vita: cioè due visioni di mondo opposti; ribadire concretamente che non saranno più sprecate risorse nelle armi e nella morte. Che quell’immensa ricchezza destinata alla morte servirà per risollevare la nazione dallo sfascio in cui è stata precipitata. Si devono fornire cifre precise e ambiti di investimento. Cifre precise e a quali ceti verranno prelevate. Cifre precise e con quali strumenti si procederà nei confronti degli evasori. È disposto il “campo largo” ad assumersi questo compito e a differenziarsi dal fronte della morte e della guerra? È disposto a parlare chiaro? A mutare rotta? A fare un patto con gli elettori che sono stati traditi e delusi? Con noi che non ci fidiamo più? Se non siete disposti a questo programma minimo, ma concreto, non possiamo darvi nessun credito. Perché senza scelte come queste, anche in caso di vittoria elettorale, non avreste alcuna risorsa per le vostre promesse e tornereste a mentire, a diventare dei traditori, a prendere i nostri voti per fare gli interessi dei ricchi e dei guerrafondai. Pensateci: se non potete assumervi questo compito, noi non abbiamo nessun motivo per votarvi. E per il campo largo la partita è già persa in partenza. 



Promemoria
https://libertariam.blogspot.com/2026/06/starmer-addio-di-angelo-gaccione-u-n.html
 

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