UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 25 agosto 2026

LA FRAGILITÀ DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO
di Franco Astengo
 


A destra si è lanciato l’allarme: sarà difficile raggiungere il quorum valido per il premio di maggioranza (42%).
A sinistra si sta cercando rendere ancora più laceranti le già distruttive primarie impancando un dibattito fortemente divisivo anche soprattutto tra i diversi riferimenti sociali tra cultura woke/ riformismo/lotta di classe.
Nessuno pare meditare sulla debolezza congenita di un poco apprezzato sistema politico i cui protagonisti nel corso di questa legislatura non sono riusciti a realizzare l’obiettivo di costruire un “bipolarismo temperato” su cui fondare una possibilità di alternanza collegata ad una adeguata formula elettorale.
Premesso che la data delle elezioni non è stata ancora fissata e che le condizioni attuali del sistema non rendono conveniente a nessuno un eventuale anticipo è il caso di formulare un pronostico: se davvero i fautori della riforma della formula si sono accorti del possibile danno che la modifica arrecherebbe alla loro parte politica appare possibile che alla scadenza della legislatura (autunno 2027) si ritorni al voto con la formula attuale mista tra collegi uninominali e voto di lista in un quadro dove l’improvvida riduzione del numero dei parlamentari può sì garantire la governabilità ma non certo la necessaria capacità di rappresentanza politica e geografica delle Camere.
Questo fatto rappresenterebbe un segnale di vero e proprio fallimento dell’operazione “mutamento nella forma di governo” che ha rappresentato il vero obiettivo di legislatura di Fdi; sarebbe fallito proprio l’obiettivo di una qualche forma (nel caso della proposta di legge in discussione del tutto surrettizia) di elezione diretta del presidente del Consiglio da contrapporre al Presidente della Repubblica eletto dal parlamento, quindi in secondo grado ponendone in discussione prerogative e ruolo aprendo così la strada – appunto – ad una modifica radicale della Costituzione.



Così il sistema si dimostra fragile non essendo sufficiente quella soltanto apparente stabilità di governo che non risulta rappresentare elemento di sufficiente crescita di consenso e di riequilibrio del sistema.
Un sistema bipolare non bipartitico: l’idea bipartitica rappresentò il primo decisivo fallimento del PD nel 2008 e provocò la crisi del PdL due fatti che rappresentarono un punto di importanza strategica nello spostamento a destra del sistema: spostamento a destra regolarmente avvenuto dopo il fallimento dell’ipotesi di riarticolazione del sistema rappresentato dal M5S, fatto sui cui ritorneremo in conclusione.
Una diminuzione di consenso generale e di credibilità avviata a partire dalla modifica della formula elettorale attuata nel 2005e poi smantellata dalla Corte Costituzionale.
La formula elettorale elaborata nel 205 ha provocato la rottura dell’equilibrio che pure a fatica era stata garantita dalla formula mista maggioritario/proporzionale varata a seguito dell’esito del referendum del 18 aprile 1993.
Nel 2005 si varò una formula (poi utilizzata nelle elezioni del 2006, 2008, 2013, 2018) concettualmente escogitata soltanto per limitare in quel preciso momento le dimensioni di una secca sconfitta per il governo uscente (fatto che poi nelle urne non si verificò comunque).
A partire dal 2013 poi è stato spezzato quell’abbozzo di bipolarismo che pure si era tentato di rimettere in piedi: fallita l’ipotesi centrista scaturita dal governo tecnico il sistema si è suddiviso in tre spicchi, uno dei quali, quello emergente fondato su di un populismo antipolitico che una volta svanito ha dato origine ad un fenomeno di astensione così consistente da porre il quadro ad un vero e proprio livello di guardia.



Un forte contributo alla perdita di credibilità lo aveva fornito il tentativo di riforma costituzionale (imperniato anch’esso sul prevalere della governabilità sulla rappresentanza) bocciato clamorosamente nelle urne nel dicembre 2016.
Non basta misurare la produttività di un sistema politico sulla base di una presunta stabilità di governo (si aprirebbe qui una discussione storica al riguardo della continuità di governo garantita dalla DC attraverso diverse combinazioni che le garantivano comunque la necessaria centralità in una situazione favorita, ad onor del vero, dalla “conventio ad excludendum” poi attenuata dall’ingresso in scena delle Regioni) oppure da una difficilmente misurabile capacità legislativa delle Camere.
Il vero metro di misura rimane quello del grado di consenso complessivo del sistema comparabile attraverso due parametri: la partecipazione al voto e la quota di consenso raccolto dal partito di maggioranza relativa (dati relativi al territorio nazionale)



Elezioni 2006: iscritti 46.997.601 voti validi 38.153.343 maggioranza relativa: Ulivo 11.930.383
Elezioni 2008: iscritti 47.041.814 voti validi 36.457.254 maggioranza relativa: PdL 13.629. 464
Elezioni 2013: iscritti 46.905.154 voti validi 34.005.755 maggioranza relativa: M5S   8.691.406
Elezioni 2018 iscritti 46.505.350 voti validi 32.841.025 maggioranza relativa: M5S 10.732.066
Elezioni 2022 iscritti 46-021.956 voti validi 28.098.156 maggioranza relativa: FdI     7.301.303
 
Numeri che parlano da soli senza commento: in 16 anni si sono persi (con una sostanziale stabilità nel numero degli aventi diritto) più di 10.000.000 di voti validi, mentre il partito di maggioranza relativa è dimagrito di oltre 4.000.000 di suffragi. Si segnala ancora come il M5S per due volte partito di maggioranza relativa sul territorio nazionale non sia stato in grado di realizzare un “sistema” raccolto attorno alla propria centralità (in realtà ancora adesso pare insistere in una tattica divisoria pur facendo parte almeno a parole del cosiddetto “Campo Largo”). La stessa incapacità è stata dimostrata da FdI (pur con numeri ridotti) che sta arrivando al traguardo con una coalizione di governo divisa e dovendo fronteggiare una scissione che mira a spostare l’asse politico dell’intero sistema.
In sostanza un sistema fragile i cui attori insistono nell’accentuarne la debolezza nella convinzione che in questo modo la spartizione delle reciproche fette di potere sia praticabile più agevolmente e il potere derivatene più facilmente conservabile.
Si aprirebbe qui una discussione (doverosa) sul mutamento nelle forme della politica e sul peso dei mezzi di comunicazione di massa e nell’uso delle nuove tecnologie: andremmo troppo lontano almeno per questa occasione.
Basterà ricordare come il tema centrale rimane quello della difficoltà di credibilità dell’intero sistema, della corporativizzazione delle opinioni politiche, di una società fondata sull’individualismo competitivo, dalla presenza di movimenti partecipati ma non in grado di incidere sulla decisionalità generale in assenza di adeguati soggetti politici.

domenica 23 agosto 2026

LA PASSIONE E GIUDA
di Angelo Gaccione


Gaudenzio Ferrari: Ultima cena

A
scoltare Bach e avere di fronte due capolavori è un privilegio raro. È accaduto ieri in Santa Maria della Passione nella giornata del festival internazionale di musica antica promosso da Milano Arte Musica (la Cappella Musicale, per intenderci). Una giornata piena cominciata già al mattino e che è proseguita fino a tarda sera e compresa sotto il pertinente titolo “Passione Bach”. La musica sacra in chiesa ha il suo luogo naturale, la sua casa. La casa del Signore, come dicono i sacerdoti quando celebrano. E lo è altrettanto per la pittura, in questo caso, perché i due capolavori a cui mi riferisco: la Deposizione di Bernardino Luini nella cappella di destra e l’Ultima cena di Gaudenzio Ferrari in quella di sinistra, sono una di fronte all’altra. È in questi due spazi raccolti e simbolici che, opportunamente, si è scelto di fare eseguire il Concerto Brandeburghese n. 5 in Re maggiore e il Concerto in Re minore per clavicembalo ed archi dai giovani allievi dell’Istituto di Musica Antica del vicino Conservatorio; e la Cantata sacra BWV 189 dai forti echi “bachiani”, e a Bach in un primo tempo attribuita, di Melchior Hoffmann. In verità nella cappella che ospita l’Ultima cena c’è un terzo capolavoro: la Crocifissione di Giulio Campi, ma non è in posizione frontale come i primi due; si trova sulla parete di sinistra. Insomma, due spazi ricchi di eventi e di rappresentazioni della Passione del Cristo a cui la giornata musicale si ispira. Alla fine della Cantata una giovane guida ha illustrato simboli, stile, significati biblici e personaggi, in particolare della Cena di Ferrari. Trattandosi del tradimento del Nazareno non poteva non parlare di Giuda. Giuda che nel dipinto Ferrari raffigura con barba e capelli neri (il nero dell’inferno, il nero del peccato) in modo che chi guarda riconosca subito il reietto, il paria, il traditore. Lo isola dagli altri apostoli che confabulano fra loro sorpresi, increduli da quando hanno appena appreso dalla rivelazione di Gesù. Ora io da tempo vado difendendo l’operato di Giuda – e non perché mi siano simpatici i traditori, tutt’altro, ne ho il massimo disprezzo – lo difendo perché accogliendo tutto ciò che sappiamo dai racconti favolistici, allegorici e mitici dei libri sacri, sulla schiena di questo poveretto che si è assunto il disprezzo del mondo, è stato caricato un macigno, il peso terribile di una montagna. E in più gli costa pure il suicidio: si impiccherà ad un siliquastro (Cercis siliquastrum), il cosiddetto albero di Giuda. Ma se andava fatta la volontà di Dio perché il suo “disegno” si doveva compiere nel mondo da lui creato (mandare sulla croce il suo unico figlio) e ci doveva essere un traditore per favorire tale disegno, come avrebbe potuto il povero Giuda opporsi al Padreterno? Come opporsi, da misero tapino qual era, all’onnipotenza dell’Onnipotente, dell’Onnisciente, dell’Onniveggente? Giuda è stato lo strumento della volontà di Dio, il capro espiatorio involontario ed è dunque innocente. Fossi stato Gaudenzio Ferrari avrei dipinto la figura di Giuda con lo sguardo ed il dito rivolto verso il cielo: “È lui il mandante” avrei significato, “è lassù in alto che dovete cercare, è sua la colpa, non mia”. Naturalmente non avrei avuto nessuna committenza e il dipinto non sarebbe mai stato esposto in Santa Maria della Passione. Avrei reso giustizia a Giuda, questo sì, ma oggi non avremmo un tale capolavoro. Meno male. Per fortuna io sono uno scrittore e posso solo fantasticare.       

sabato 22 agosto 2026

L’ESTATE DELLO SPORT ITALIANO
di Franco Astengo
 

A seguire e in parallelo con il “Tennis-non-solo-Sinner” le due specialità di base, quelle olimpiche per eccellenza, nuoto e atletica (ma non solo loro) stanno riempiendo di medaglie questa calda estate dello sport italiano. Si tratta – è bene precisarlo – di un vero e proprio profondo fenomeno sociale da analizzare con grande attenzione. Nuoto e atletica (come la scherma del resto e la pallavolo) sono state in passato le specialità-principe del dilettantismo “puro”, proprio quello caro al barone De Coubertin, e protagoniste (poche) e protagonisti hanno sempre dovuto conciliare la vita comune con la pratica sportiva: così interveniva lo Stato, non solo nei paesi dell’Est, ma anche da noi prima attraverso le aziende (Consolini alla Pirelli tanto per capirci) poi le squadre militari.
Ma il fenomeno di oggi non si spiega soltanto con il passaggio dichiarato e generalizzato al professionismo. Un passaggio obbligato perché il denaro circola ormai anche sotto l’egida dei cinque cerchi, portato dallo strapotere dei mezzi di comunicazione di massa e in sostanza dall’universalizzazione televisiva che ha reso globale l’impatto dei successi (e degli insuccessi sportivi) dando lustro a diversi soggetti compresi quelli propugnatori di una diretta deriva nazionalistica rimane sullo sfondo il fantasma delle Olimpiadi di Berlino del 1936).
La ragione dell’impennata nei successi da parte dei protagonisti dello sport italiano non risiede però soltanto nel “profumo dei soldi” (che sicuramente ha la sua parte, ma non decisiva).


De Coubertin

Una premessa indispensabile: tutto questo sta avvenendo senza un mutamento dell’approccio da parte dello Stato e delle sue istituzioni.
In Italia nel corso di questi anni non è stato progettato alcun piano di significativo incremento degli impianti sportivi sul territorio nazionale, concentrando invece operazioni di speculazione edilizia attorno ai grandi eventi (costruendo a prezzi esorbitanti delle vere e proprie cattedrali nel deserto) a partire da Torino 2006 per arrivare a Milano-Cortina vent’anni dopo. Non è stata adeguata la politica scolastica e universitaria (e neppure sistemati gli impianti legati alla scuola) ad una esigenza di crescita dello sport di massa: anzi il numero dei tesserati FIDAL è addirittura diminuito dai 219.000 del 2019 ai circa 200.000 del 2025, numero comprensivo di dirigenti e giudici di gara. Anche la FIN è diminuita per numero di tesserati scendendo dai 490.000 del 2019 ai 210.000 del 2025: ma in questo caso si è verificato il mancato riassorbimento della crisi imposta dal COVID con le severe restrizioni nell’uso delle piscine. Clamoroso invece l’incremento di tesserati da parte della FIT (numero che include anche i partecipanti alle scuole tennis) passati tra il 2019 e il 2025 da 350.000 a oltre un milione. Inutile ricordare che fino a non tanto tempo fa il tennis, a causa dei costi elevati della sua pratica, sembrava riservato soltanto a un gruppo ristretto di praticanti (salvo il fenomeno dei figli dei custodi dei campi).



In ogni caso: nessuna particolare politica di incremento negli impianti sportivi (salvo il Credito Sportivo) modestissime agevolazioni (magari da parte delle regioni autonome) nel trasporti, nessuna politica scolastica ad hoc (i Giochi della Gioventù, ultima felice intuizione di Giulio Onesti, si svolsero dal 1969 al 1997 e successivi tentativi di ripresa non hanno avuto esiti favorevoli). Intanto il CONI si è trasformato in Sport e Salute restando sede di imbarazzanti scorribande politiche così come è avvenuto nelle federazioni più importanti (emblematico il caso recentissimo della Federcalcio e della nomina del nuovo C.T della nazionale risolto con il classico metodo degli “amici della parrocchietta”, in questo caso la formazione della squadra di calcetto dove gioca il presidente). Insomma: dove sta il segreto di questi successi eccezionali?
Esistono almeno 4 ragioni che possono essere facilmente individuate (oltre a quella di un evidente miglioramento dello stato fisico complessivo delle giovani generazioni come segnale di benessere diffuso):



1) Facciamo salvo e sottolineiamo l’impegno diuturno e massimamente volontario dei dirigenti di società a livello periferico. In verità questo c’è sempre stato (abbiamo ancora nella memoria esempi luminosi nella nostra giovinezza) ma i mezzi a disposizione erano ben diversi, fin da quando non c’erano i blocchi di partenza e si dovevano scavare le buchette oppure si organizzavano le gare di nuoto in mare delimitando l’area con i pontoni presi a prestito dalla Compagnia Portuale.
2) L’internazionalizzazione nei metodi di studio con la promozione di interscambio di esperienze tra i tecnici derivante dall’incremento di occasioni di confronto a livello internazionale, di creazione di vere e proprie “scuole di specialità” in una dimensione sovranazionale, di possibilità dettate anche dall’utilizzo degli strumenti più sofisticati dell’innovazione tecnologica. Questi fattori hanno inciso anche sulla durata della competitività nel tempo dei singoli atleti. Ormai si regge a livello internazionale proprio nell’atletica e nel nuoto a un’età in cui nei decenni precedenti era quasi naturale l’abbandono (anche per via del rigido stile di vita personale che la competitività a un certo livello richiede in maniera sempre più pressante).
3) Per quel che concerne lo sport italiano da diverso tempo ha avuto un suo peso l’integrazione delle diverse espressioni etniche di multiculturalità presenti come fenomeno in crescita nel nostro Paese. Questo è avvenuto nonostante la demonizzazione dei migranti che ha costruito le fortune di una parte politica fino a portarla la governo e l’esame lombrosiano dei tratti somatici cavallo di battaglia del generale aspirante “conducator” o “uomo della Provvidenza”. Quel generale così capace di grattare la pancia ai settori più egoisticamente arretrati della società italiana (comunque subendo una buona concorrenza). Da questo punto di vista - dell’integrazione delle diverse multiculturalità – da segnalare il caso del nuovo astro del nuoto italiano Sara Curtis esempio non soltanto di integrazione, di capacità di sviluppo a livello internazionale, ma anche al riguardo della specialità del nuoto un tempo apparentemente “off limits” per che provenisse (anche parzialmente) da una determinata etnia.
4) Riveste grande importanza, almeno a mio avviso, un esteso mutamento di approccio allo sport in particolare delle élite urbane. Considerare lo sport come punto di approdo nella possibilità espressive delle giovani generazioni ha rappresentato sicuramente un salto di qualità. Vuol dire molto non sentirsi dire “Studia cosa perdi tempo per andare ad allenarti”). Questo fatto è avvenuto non semplicemente come valvola di sfogo di ambizioni perdute. Si tratta di un particolare mutamento in un certo stile di vita e di concezione della famiglia che dovrebbe essere analizzato meglio soprattutto perché corrisponde a una diversificazione di orientamento sociale cui dovrebbe corrispondere una risposta proprio in termini di possibilità di partecipazione, a partire dalla presenza di adeguati impianti;
5) In conclusione sembra proprio che lo sport italiano stia crescendo, principalmente nelle sue specialità nevralgiche dal punto di vista olimpico (Olimpiadi che rimangono comunque il momento culminante a livello di pratica sportiva sotto tutte le latitudini), nonostante l’assenza di politiche pubbliche adeguate e di una confusa gestione da parte dei suoi organismi sportivi troppo spesso utilizzati come trampolino di lancio per improbabili carriere personali.

TORREVECCHIA E IL MUSEO INNAMORATO
di Angelo Gaccione
 
 

Ci sono persone che sono legati ai propri luoghi così profondamente da diventarne parte integrante, da fondersi con essi. Li amano a fondo e li fanno amare anche agli altri, persino a chi in quei luoghi non ha mai messo piede. Il poeta e critico letterario Massimo Pamio è uno di questi. Il luogo è Torrevecchia Teatina, un borgo di circa quattromila abitanti distante da Chieti meno di un quarto d’ora in auto, e di cui quest’anno, precisamente dalla sera di domenica 9 agosto, Pamio è diventato cittadino onorario. Un riconoscimento meritato perché anche se Pamio è nato a Tollo e abita a Chieti, nel quartiere di Tricalle (Tribus Callis, tre colli o tre strade, come ci rende edotti la provenienza latina del nome), Torrevecchia dista da casa sua un paio di chilometri o poco più, ed è a questo luogo che egli ha legato il suo nome. 


Massimo Pamio

A Torrevecchia c’è la sua creatura: il “Museo Lettera d’Amore” da lui e da sua moglie Pina Verdoliva caparbiamente voluto e che, fortunatamente, ha trovato nelle istituzioni amministrative del borgo e poi in quelle regionali, il giusto sostegno per la sua fattiva realizzazione. Come giustamente tengono a sottolineare, il Museo della Lettera d’Amore è un unicum nel suo genere a livello mondiale. Inaugurato l’8 agosto del 2011 il Museo ha compiuto quindici anni di vita, ma ha cominciato a prendere forma nella mente del suo creatore molti anni prima. Via via che il concorso letterario, dedicato a questo “genere” di espressione letteraria, andava a radicarsi sul piano nazionale e a mettere a disposizione una quantità di materiali considerevoli. Ventisei sono le edizioni del Premio realizzati e oltre 25 mila le lettere che ora il Museo può vantare. Massimo e Pina avevano accumulato questo prezioso bottino sigillato in scatoloni che occupavano la loro casa (persino sotto il letto) e bisognava trovargli un luogo degno per condividerlo con l’interesse pubblico, con gli appassionati e con gli studiosi. 


La sede del Museo

Con l’apertura del Museo presso lo storico palazzo del marchese Valignani in piazza San Rocco, un palazzo ducale del 1743, preziosi volumi di epistolari, donazioni di interi carteggi e lettere di scrittori, letterati e personaggi storici, sono andati ad arricchire la collezione. Ne sono giunti tanti anche dall’estero e ora sono in grado di illuminare vicende umane, periodi storici controversi, drammi familiari dovuti all’emigrazione forzata ed alla guerra, rapporti amorosi, nostalgie, disagi sociali, tenerezze… Lettere di ogni tipo, soprattutto di persone semplici, che nel modo più schietto esprimono i loro sentimenti e danno voce alle loro vite spoglie.  



Ci sono venuto molto volentieri questa estate a Torrevecchia. La giuria della XXVI edizione del Premio ha operato una scelta coraggiosa e controcorrente che potrebbe servire da lezione ai tanti premi sparsi per la Penisola. Ha abolito classifiche, ha evitato competizioni diseducative, ha impedito gelosie e dissapori fra candidati e fra candidati e giuria. È stato assegnato un premio ex equo a tutte le lettere che si distinguevano per originalità e per ricchezza di contenuto umano e letterario. La piazza davanti al museo e gli spazi del museo stesso sono stati riempiti delle lettere dei partecipanti: appesi ai rami degli ulivi, alle piante delle aiuole, ai muri delle pareti. Ne sono state stampate anche delle copie messe a disposizione del pubblico e dei visitatori. Lette dal palco durante le due serate della manifestazione, hanno suscitato una intensa partecipazione emotiva.  

      

ALBUM  


Palazzo Valignani

  


Gaccione e Pamio






























venerdì 21 agosto 2026

PRAGA 
di Franco Astengo
 

Chissà se oggi 21 agosto verificheremo un completo smarrimento della memoria ignorando la ricorrenza dell’invasione di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia e l’implicanza di quei fatti sull’allora movimento comunista internazionale e sul complesso delle relazioni internazionali all’epoca e nei tempi a venire? È probabile che questa dimenticanza in effetti si verifichi: di conseguenza ne nasce una ragione di più per cercare di ricostruire (molto parzialmente) quello che era il clima politico dell’epoca.
Un’epoca contrassegnato da una “logica dei blocchi” che stavano irrigidendosi, dalla guerra del VietNam al conflitto israelo- palestinese, all’emergere di forti contraddizioni nel processo di decolonizzazione, fino alla scissione russo/cinese nella fase successiva alla rivoluzione culturale maoista.
Tutto questo avveniva nell’anno dei portenti, pochi mesi dopo il maggio parigino e tutto il mondo giovanile, da Berkeley a Dakar, in grande fermento attivo. La “primavera di Praga” era iniziata il 5 gennaio di quell’anno con l’elezione di Dubcek alla segreteria del PCC. L’ipotesi che si andava coltivando era quella che fosse possibile andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX congresso del PCUS nel 1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica di destalinizzazione inaugurata da Kruscev. Krusceve però in quel momento era già caduto da 4 anni e ci si trovava nel pieno della normalizzazione brezneviana.



L’idea di “andare oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente all’interno dei partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe effettivamente una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria e in Cecoslovacchia. La Cecoslovacchia era il paese dove più forte era il consenso e la partecipazione della classe operaia in un paese fortemente e modernamente industrializzato almeno nella parte boema e morava.
Di fronte alla politica di “normalizzazione” seguita ai fatti ungheresi del 1956 in Cecoslovacchia si era aperta, fin dall’inizio degli anni ’60 per poi prendere corpo nel corso del decennio, l’idea di un nuovo sistema politico.
Questa idea fu al centro dei più franchi dibattiti pubblici che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio e l’agosto del 1968. Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia autenticamente pluralista. Nel loro programma c’era anche, e veniva apertamente affermato da alcuni teorici del movimento, uno sforzo per cambiare i rapporti tra stato e società civile.
A posteriori, si può vedere in questo passaggio un primo accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata applicata in Polonia: basare la lotta per le riforme su un movimento sociale esterno al Partito.
Ma in Cecoslovacchia questa ipotesi fu prospettata solo quando il movimento della “primavera” era ormai sulla difensiva.



Dopo l’aprile del 1969 il tentativo di riforma, nel senso tradizionale del termine, non costituì più un’opzione praticabile, ma le conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano per nulla ovvie.
Al PCI, alla sinistra occidentale, sarebbe toccato rispondere compiendo uno sforzo per alimentare e organizzare, in un progetto consapevole, la proposta alternativa della classe operaia, traducendo gli elementi più avanzati, più radicalmente anticapitalistici presenti nei bisogni e nei comportamenti di massa in modificazioni reali dell’economia, dello Stato, delle forme di organizzazione, così che l’egemonia operaia potesse crescere e consolidarsi nella realtà, non nel cielo della politica, o all’interno delle coscienze, e soprattutto potesse via, via, vivere come dato materiale.
Per far questo sarebbe stato necessario assumere, nei confronti del blocco sovietico un atteggiamento di lotta politica concreta, prendendo atto che ormai era senza senso pensare a un’autoriforma del sistema.
Solo la crescita di un conflitto politico reale, di un’opposizione cui dar vita dall’interno del movimento comunista internazionale, avrebbe potuto costruire un’alternativa.



La posizione del gruppo del Manifesto, attestata sull’indicazione di costruire una reale alternativa, restò sostanzialmente isolata sia sul piano internazionale (spaventoso il ritardo del PCF in rotta con gli intellettuali e del tutto sordo al 68 studentesco), sia all'interno del sistema politico italiano con il PCI non ancora attrezzato ad affrontare il tema del centralismo democratico (nonostante un dibattito interno “aperto” almeno fin dal convegno del Gramsci del ’62 sulle tendenze del capitalismo e poi proseguito nell’ XI congresso), il PSI impigliato nelle spire dell’esito negativo delle riunificazione socialdemocratica (nonostante alcuni seri tentativi della sinistra interna) e lo PSIUP la cui maggioranza si era allineata alle posizioni dei “carristi” perdendo quelle posizioni di originalità che pure potevano trasformarlo in un soggetto critico e dialettico nell’ambito della sinistra italiana.



Ricordare gli elementi fondativi della primavera di Praga, oggi nel momento in cui l’evolversi di nuove dimensioni dell’agire politico poste in relazione a profondi mutamenti avvenuti sul piano dell’innovazione tecnologica, della struttura della società e della modificazione nel rapporto tra gestione del potere da parte delle classi dominanti e il concetto di rappresentatività politica.  potrebbe rappresentare ancora esercizio utile se partiamo proprio dall’idea di non abbandonare l’obiettivo di una società “altra” fondata sull’eguaglianza e sulla fine dello sfruttamento indiscriminato sul genere umano e sulla natura, che erano rimaste le aspirazioni di fondo anche di coloro che condussero, sconfitti, quel drammatico frangente dell’agosto 1968.

mercoledì 19 agosto 2026

PASSIONE BACH 
 


Sabato 22 agosto 2026
Basilica di Santa Maria della Passione
Via Conservatorio, 1 Milano
 
Il festival internazionale di musica antica Milano Arte Musica, nell’edizione che celebra il ventesimo anniversario della rassegna musicale, apre le porte per l’intera giornata di sabato 22 agosto alla “casa” del festival, la Basilica di Santa Maria della Passione.
La giornata celebrativa, dal tema Passione Bach, rende omaggio alla storica sede di Milano Arte Musica e alle ricchezze artistiche celate unitamente a uno dei numi tutelari del festival, Johann Sebastian Bach, avvicinando e valorizzando due icone della storia della rassegna secondo punti di vista inediti. Quattro gli appuntamenti in programma, per un profondo scambio di voci tra artisti affermati, giovani talenti e professionisti storicamente vicini al festival: dagli organisti Maurizio Croci e Martin Schmeding agli studenti dell’Istituto di Musica Antica del Conservatorio “G. Verdi” di Milano, passando per il musicologo Giuseppe Clericetti, il maestro di liuteria Andrea Restelli, le guide di ASTER e la voce inedita di don Gino Rigoldi, storico cappellano dell’Istituto penale minorile “C. Beccaria” di Milano.
 
I quattro appuntamenti possono essere acquistati separatamente o tramite abbonamento dedicato. Le conferenze e la visita guidata rappresentano parte integrante di ogni relativo concerto, pertanto, acquistando il biglietto al concerto o l’abbonamento “Passione Bach”, non è necessaria alcuna prenotazione aggiuntiva.
 

Maurizio Croci

Ore 11.00

Presentazione del CD “J. S. Bach: Dritter Theil der Clavier Ubung Giuseppe Clericetti in dialogo con Maurizio Croci 
 

Ore 12.00
Kauffmann To Bach
Maurizio Croci, organo
 

Giuseppe Clericetti

Ad aprire la giornata, un dialogo tra il musicologo Giuseppe Clericetti e l’organista Maurizio Croci a introduzione del concerto Kauffmann to Bach, in programma alle 12.00 e proposto in occasione della presentazione del disco dell’organista “J. S. Bach: Dritter Theil der Clavier Ubung”, edito da Arcana lo scorso 14 agosto. Il lavoro è l’esito del progetto di ricerca internazionale “Kauffmann to Bach” promosso da HES-SO (Haute école spécialisée de Suisse occidentale), IRMAS (Institut de recherche en musique et arts de la scène) e HEMU (Haute École de Musique Vaud Valais Fribourg).
  
Ore 14.30
J. S. Bach: Concerti BWV 1050 e BWV 1052
Studenti dell’Istituto di Musica Antica del Conservatorio “G. Verdi” di Milano
 
Ore 15.15
Alla scoperta del clavicembalo di Bach
Andrea Restelli, maestro di liuteria


Andrea Restelli

Alle 14.30, al cospetto della Deposizione di Bernardino Ferrari, un ensemble strumentale composto da studenti dell’Istituto di Musica Antica del Conservatorio di Musica “G. Verdi” di Milano propone un’esibizione che unisce due volti complementari dell’arte di Johann Sebastian Bach: il concerto solistico e il concerto grosso. Dalla tensione drammatica del primo allo splendore architettonico del secondo emerge un ritratto completo di un compositore capace di trasformare ogni struttura musicale in un’esperienza espressiva senza tempo. A seguire, un intervento organologico del maestro di liuteria Andrea Restelli: al centro dell’incontro, un clavicembalo fedele al modello suonato dallo stesso Bach.


Studenti Ima Conservatorio

Ore 16.30
J. S. Bach (attr.): Cantata BWV 189, Meine Seele rühmt und preist
Studenti dell’Istituto di Musica Antica del Conservatorio “G. Verdi” di Milano
 
Ore 17.00
L’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari
Visita guidata a cura di ASTER
 
Alle 16.30, ai piedi dell’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari, ritornano le voci e gli strumenti dell’Istituto di Musica Antica del Conservatorio di Musica “G. Verdi” di Milano, proponendo una cantata sacra, che apre a una dimensione spirituale e allarga lo sguardo oltre lo stesso Bach. Si conclude così un percorso, avviato con il concerto precedente, che attraversa le diverse declinazioni del lascito bachiano.
Segue una visita guidata condotta da ASTER e dedicata interamente all’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari, capolavoro tra i più significativi custoditi nella Basilica.


Don Gino Rigoldi
 
Ore 19.30
La Passione, oggi
Edoardo Macchi in dialogo con don Gino Rigoldi, cappellano emerito dell’Istituto Penale Minorile “C. Beccaria” di Milano
 
Ore 20.30
J. S. Bach: I Corali della Passione
Martin Schmeding, organo


La giornata prosegue alle 19.30 con la voce inedita di don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che dialogherà con l’operatore socio-culturale Edoardo Macchi in un intervento pensato per riflettere sul complesso tema della “Passione” declinato all’oggi, nei contesti giovanili più fragili.
L’intervento anticipa il concerto conclusivo della giornata, dedicato ai “Corali della Passione” di J.S.Bach ed eseguito a partire dalle 20.30 dall’organista Martin Schmeding. Fulcro del programma sono i corali per organo dell’Orgelbüchlein, ovvero il “piccolo libro d’organo” di Johann Sebastian Bach, raccolta esemplare di preludi e corali realizzata dal compositore fra il 1708 e il 1717.
 


Martin Schmeding

INFORMAZIONI
Associazione Culturale La Cappella Musicale
via Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel 02.76317176 | 3392697178       
e-mail mail@lacappellamusicale.com  
sito www.milanoartemusica.com 

BIGLIETTI
Concerti “Kauffmann To Bach” (ore 12.00) e “J. S. Bach: I Corali della Passione” (ore 20.30)
Tariffa intera: 18,00 €
Tariffa intera GOLD*: 23,00 €
Tariffa ridotta: 12,00 €
Tariffa ridotta GOLD*: 15,00 €
*posti nelle prime file della basilica
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto!
Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
Concerti “J. S. Bach: Concerti BWV 1052 e BWV 1050” (ore 14.30) e “J. S. Bach (attr.): Cantata BWV 189, Meine Seele rühmt und preist” (ore 16.30)
Tariffa unica: 10,00 €
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto!
Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
ABBONAMENTO PASSIONE BACH
Tutti i concerti del 22 agosto
Tariffa intera: 45,00 €
Tariffa ridotta:
35,00 €
 
Punti vendita:
online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì dalle 10.30 alle 13.30
Si consiglia l'acquisto in prevendita  
È gradito il pagamento elettronico 

  
SEDE
Basilica di Santa Maria della Passione
Via Conservatorio, 16
MM San Babila, tram 9, 19, bus 54, 61, 94

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