UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 6 novembre 2026

LEGGE DI BILANCIO  
di Alfonso Gianni



Mette a nudo la melonomics


I cortei e gli scioperi di queste ultime settimane hanno riportato tutti alla realtà, a tal punto che anche i più moderati si  sono accorti che quelle che venivano infrante non erano tanto le vetrine delle zone del commercio di lusso delle città, quanto proprio le illusioni del governo di risolvere la questione con qualche briciola caduta dalla tavola: gli spazi per una robusta trickle-down economics all’italiana sono stati quasi del tutto cancellati dal mancato contenimento del deficit sotto il 3% e dalla conseguente impossibilità di uscire dalla procedura di infrazione europea che inibisce corpose elargizioni di bilancio preelettorali. Né la soluzione puramente repressiva, manganellate e leggi che stanno trasformando uno stato di diritto in uno stato penale, si sono mostrate efficaci nemmeno nel loro tentativo di intimorire e minacciare preventivamente, allo scopo di inibire sul sorgere la protesta sociale. Non è solo un problema italiano. Anzi, si potrebbe dire, parafrasando il celebre incipit: “Uno spettro si aggira per l’Europa - lo spettro della maranza”. Nel nostro paese si cerca di accreditare questa versione denigratoria della rivolta sociale in atto come, nel più recente decreto, allargando ai minori la punibilità.


 
Di fronte a questo quadro sono in molti gli editorialisti, anche tra i più moderati, ad avere sottolineato la sordità delle forze del governo di fronte alle richieste che si sono sollevate dalle piazze, dai consigli comunali e regionali, persino dal Parlamento, nei non frequenti momenti in cui l’opposizione ha smesso di stare sulla difensiva e di giocare di rimessa e ha scelto di avanzare qualche proposta in positivo, nell’intento - tanto invocato quanto sempre in ritardo - di dare qualche assaggio di un futuro programma che però ancora non c’è. A dire il vero la risposta del governo invece c’è. Nelle piazze e nei cortei si è gridato “Abbassate le armi, alzate i salari”: la replica del governo non si è fatta attendere ed è inequivocabile: “Alziamo le armi, abbassiamo i salari”. L’esatto contrario. Questa è l’anima nera della manovra economica. In estrema sintesi questo è il contenuto dei 157 articoli che compongono la legge di bilancio.


 
Complessivamente la manovra vale circa 26 miliardi di euro, ma 12 di questi sono vincolati alle clausole della Ue per energia e difesa. Bruxelles concede di accrescere il già imponente debito italiano (stimato dal Fondo monetario internazionale al 138% del rapporto debito/Pil per la fine del 2026), ma non porta ovviamente denaro europeo. Restano perciò 14 miliardi. Troppo poco per qualunque cosa. Quindi i malumori si avvertono anche all’interno della compagine governativa. Salvini, che deve recuperare credibilità e salvaguardare la sua leadership, insiste su quota 100, ovvero sulla possibilità di andare in pensione a 64 anni sulla base di 36 annualità di contributi versati. Forza Italia pare più sensibile alla riduzione del taglio delle indicizzazioni dell’assegno pensionistico. La Cisl batte il chiodo della sanità e riappare nel vocabolario della sua segretaria persino la parola mobilitazione. Le Regioni sono in subbuglio, anche quelle che sono state gratificate recentemente dal regalo sull’autonomia differenziata: l’assessore alla sanità della regione Lombardia, Guido Bertolaso (toh, chi si rivede), sostenuto dal Presidente del consiglio regionale Attilio Fontana, tuona contro i tagli insostenibili per il sistema sanità.  Anche in Confindustria c’è scontento. Non è da sottovalutare la presa di posizione di “Elettricità Futura”, la sigla che rappresenta i produttori di energia elettrica, che in una nota pubblica dichiara di non rinnovare l’iscrizione a Confindustria Energia, rivelando così che l’incremento dei prezzi energetici, derivante dalla guerra e dallo storico ritardo nel passaggio alle rinnovabili, apre uno scontro nel mondo industriale, tra i vari settori della manifattura e i fornitori di energia, ovvero tra chi, pur tardivamente, punta alle rinnovabili e chi invece resta prigioniero delle forniture di gas.


 
La struttura della legge di bilancio mette in luce non solo la mancanza di capacità di spesa, ma anche l’intenzione di lasciare alla maggioranza e al governo che verrà la responsabilità di sciogliere i nodi che affliggono l’economia del paese. Per questo la manovra prevede una serie inusitata, forse un record, di una tantum. In base al testo presentato alle camere si contano in 31 le misure la cui durata non supera l’anno. Ma diverse di queste generano effetti difficilmente cancellabili e perciò capaci di legare le mani al futuro legislatore. E non si tratta di argomenti secondari secondo la stessa impostazione dell’attuale maggioranza. Per fare solo qualche esempio: dura un anno la proroga dei bonus edilizi; così per gli sconti fiscali, quelli per il tanto vezzeggiato ceto medio; scade tra un anno anche il cosiddetto salvadanaio per i nuovi nati, con il quale ci è stato raccontato che si vorrebbe arginare il calo demografico; la stessa sorte per il cosiddetto bonus per gli over 75 che oltre ad essere miserabile nella quantità, indirizza gli aventi bisogno verso il settore privato.  Secondo la stima del giornale della Confindustria le voci a scadenza riempiono circa il 40% del costo lordo della manovra. Si potrebbe dire che la manovra finanziaria si è messa in competizione con il lavoro sul terreno della precarietà.


 

Intanto il Rapporto annuale dell’Istat ci fornisce una fotografia del nostro paese sconsolante, quella di un’Italia che cresce poco, scarica sulle famiglie, in particolare sulle donne, il peso di una sempre pericolante tenuta sociale, sconta un Pil reale fermo da vent’anni, un incremento della povertà, sia quella assoluta che quella relativa, mentre il potere d’acquisto delle retribuzioni perde il suo confronto con l’incremento dell’inflazione, giunto in questi ultimi mesi al 5,4%. Siamo quindi di fronte ad una diminuzione del valore reale dei salari, cui non riescono a fare fronte gli aumenti contrattuali, che peraltro hanno lasciato fuori ben più di 2 milioni di lavoratrici e lavoratori dipendenti che quando finalmente avranno il loro rinnovo contrattuale, vedranno gli aumenti retribuitivi già mangiati dalla rapida crescita inflazionistica. È in questo drammatico quadro sociale che la manovra di bilancio infligge una ulteriore picconata alle strutture portanti dello stato sociale.
 

L’attacco alle pensioni non è purtroppo una novità. Ancora una volta esse sono considerate come il bancomat cui il governo si rivolge per risolvere i problemi - o cercare di farlo - che affliggono i conti pubblici. Ma questa volta si sfonda insieme il limite del sopportabile e del ridicolo. Il taglio della indicizzazione è previsto per gli assegni superiori a quattro volte il minimo, quindi sopra i 2.447 euro lordi al mese, con un andamento crescente per i livelli ancora superiori. Il taglio avverrà però sull’intero importo e non solo sulla parte eccedente il minimo. Questo non solo rappresenta una resa nei confronti dell’inflazione, ma va a sbattere contro una misura tanto decantata dal governo, ovvero l’abbassamento di dieci punti dell’aliquota Irpef dal 43% al 33% sulle quote di reddito superiori ai 50mila euro. Secondo calcoli di fonte confindustriale il 35% degli interessati da questo cosiddetto sconto per il ceto medio, tanto decantato dalla compagine governativa, vedrà peggio che azzerati i vantaggi per il proprio assegno pensionistico dalla riduzione della sua indicizzazione. Insomma il taglio della indicizzazione la vince su quello dell’aliquota Irpef. Per quelli che stanno sotto la cifra dei 50mila euro non c’è nulla, anzi i lavoratori dipendenti se la devono vedere da soli con un fiscal drag ormai pari a 4,5 miliardi mai restituiti. Va meglio per i lavoratori autonomi che possono usufruire di una tassazione a forfait pari al 15% alzando l’asticella ai 100mila euro di introiti, allargando in questo modo il fossato che separa i dipendenti dalle partite Iva. 


 
Insieme alla previdenza un’altra grande vittima è la sanità. Anche qui purtroppo niente di nuovo, ma è evidente l’ulteriore accanimento su un settore così vitale - e non in senso metaforico in questo caso - per la nostra società. Il ministro in causa, Orazio Schillaci, prima ha borbottato, poi si sarebbe dichiarato soddisfatto - non si sa di che - infine si è azzittito. Miseria di una classe politica: neppure se ti sfilano sotto il naso fondi, strutture e risorse umane dal settore su cui dovresti esercitare la tua potestà di ministro che ha giurato sulla Costituzione, hai il coraggio di alzare la voce e, se non basta, di dimetterti. La pandemia non ha insegnato nulla a chi ha solo a cuore il fiorente settore privato sanitario. Alla sanità andranno 2,4 miliardi, per intenderci le Regioni ne chiedevano 7,8. Secondo le stime della Cgil l’investimento nella sanità pubblica da qui al 2029 calerà dal 6,14% del Pil al 5,83%.
 

E non poteva mancare, ancora una volta, il taglio ai fondi per la scuola pubblica e il dirottamento di risorse verso quella privata. Erano già sparite oltre diecimila cattedre previste dieci anni fa, mentre il personale non docente vede diminuire i posti di lavoro per ben oltre duemila unità. Ma va ricordato che già nella legge di bilancio dello scorso anno era prevista una riduzione massiccia di più di 7800 posti. A tutto ciò si aggiunge questa volta la previsione di circa 5mila cattedre in meno. Il tutto viene giustificato con il calo demografico e quindi con la diminuzione degli alunni. Ma allora non si spiegherebbe perché piovono fondi per le scuole private, più di 200 milioni e un buono scuola di 1500euro per le iscrizioni nelle scuole paritarie. Come si vede l’ipocrisia non riesce a mascherare neppure un poco la logica privatistica che questo governo ha alimentato ed esercitato oltre misura in un campo, la scuola, ove - come diceva Piero Calamandrei - si costruisce la democrazia. Ma di quest’ultima le forze al governo non sanno che farsene, anzi operano in ogni ambito possibile per distruggerla.


 
Va segnalata però una novità, che per una eterogenesi dei fini può avere anche un risvolto positivo: la legge di bilancio introduce per la prima volta una exit tax, ovvero una tassa sulle plusvalenze latenti per i contribuenti dotati di patrimoni significativi (almeno 800mila euro) che decidono di trasferire all’estero la propria residenza fiscale. L’aliquota è del 26%, modesta, ma la tassazione riguarda le persone fisiche, non solo le imprese com’era previsto fin qui. L’obiettivo è quello di impedire che i capitali trasferiti all’estero sfuggano al fisco nazionale. Al di là delle tecnicalità, la norma inserita nell’articolo 17 del disegno di legge può contribuire a fare crollare una delle principali obiezioni che si oppongono alla introduzione di una legge patrimoniale e sulle grandi fortune - come quella contenuta nella legge di iniziativa popolare che verrà presentata entro il mese al Senato -. Risulterà infatti difficile sostenere che non si può fare perché farebbe fuggire tutti i capitali all’estero.


 
E il resto? Va all’incremento per le spese in armamenti che derivano dal sistema di guerra nel quale il nostro paese è attivamente impegnato. E il tema dell’innalzamento dei costi dell’energia è perfettamente coerente con la prosecuzione, nelle sue diverse forme e intensità, della guerra quale sostituto dell’azione politica nello scenario internazionale.
Può anche darsi che qualche cambiamento possa derivare all’impianto crudele di questa legge di bilancio. Si sa che il governo prevede un pacchetto di milioni per acquietare le divergenze interne, più che per soddisfare qualche richiesta dell’opposizione - come avveniva in tempi passati ormai lontani -, ma è poca roba. Il luogo per cercare di cambiare la logica di questa legge di bilancio non è quello delle aule parlamentari, soffocate dalla prevaricazione del governo. La chiave del cambiamento, anche parziale, non risiede in una logica emendativa, ma nella lotta sociale che in questi giorni è tornata a farsi sentire e vedere. Quindi ci rivediamo in piazza il 20 di novembre, sciopero generale proclamato dalla Cgil e giornata di mobilitazione europea del movimento degli studenti.

 

  

GRANDI OPERE
di Associazione di volontariato Idra



Dopo Toledo Idra invoca audizione alla Camera.  
 
“Il Parlamento deliberi di investire sull’esistente in sicurezza e prevenzione, di risparmiare vite e risorse, di sciogliere il bilancio da ipoteche di lungo periodo e debiti onerosi”.
“Il disastro ferroviario di Toledo e la contezza delle conseguenze ancor più drammatiche a cui sarebbe esposto il nostro Paese per le criticità tuttora presenti a carico della tratta appenninica Alta Velocità Bologna-Firenze e del Nodo ferroviario AV di Firenze, ci hanno spinto a una riflessione che desideriamo sottoporre alla Vostra attenzione”. Così scrive alla Commissione Bilancio della Camera, inoltrando istanza di audizione in occasione dell’avvio dell’iter parlamentare della Legge di Bilancio 2027, l’associazione di volontariato toscana che da sei lustri esegue attività di osservazione e monitoraggio delle fasi di progettazione, autorizzazione, esecuzione e messa in esercizio delle linee ferroviarie ad Alta velocità. Questo impegno, sottolinea Idra, ha permesso di accumulare un’imponente documentazione in materia di lievitazione dei costi e di danni ambientali ed erariali (alla base della costituzione rispettivamente di parte civile e parte ad adiuvandum nei procedimenti penale e contabile istruiti e andati a sentenza presso il Tribunale di Firenze e presso la Corte dei Conti della Toscana). Ma ha anche fornito - ed è questo che la storica associazione fiorentina chiede oggi di condividere e approfondire con la Commissione Bilancio - indicazioni utilizzabili in sede di manovra finanziaria “affinché siano assicurati il diritto all’incolumità dei viaggiatori, la salvaguardia dei territori attraversati e la redditività degli stessi investimenti alla base della realizzazione della linea AV Bologna-Firenze, del sotto-attraversamento AV e della nuova stazione AV di Firenze”. In questo senso, rileva Idra, il caso tragico di Toledo può e deve servire da monito:
“Nel nostro Paese la fiducia nel sistema dell’alta velocità è compromessa”, ha dovuto ammettere il premier spagnolo Pedro Sanchez, “e il compito del Governo non è solo quello di effettuare una diagnosi, di individuare le cause, ma anche di offrire soluzioni affinché una tragedia di questa portata non si ripeta”. 



Alla luce della propria ininterrotta esperienza, Idra segnala al riguardo come le conseguenze del già terribile impatto in superficie, a Toledo, fra un convoglio ad Alta Velocità e un treno fermo, là dove è stato possibile quanto meno allestire in aperta campagna un’attrezzatura da campo per i primissimi aiuti, “non paiono infatti in alcun modo confrontabili con gli scenari che si presenterebbero in caso di collisione in sotterranea fra treni provenienti da direzioni opposte ad alta velocità all’interno di una galleria monotubo sotto l’Appennino, priva per 60 km di un tunnel parallelo di fuga e soccorso”. Già nel Parere espresso dalla Commissione ministeriale alla vigilia della messa in esercizio della linea si indicava una vistosa quantità di carenze, e anche grossolane inadempienze, rispetto anche ad altri obblighi di legge previsti dal Decreto Ministeriale del 28 ottobre 2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”. L’associazione di volontariato osserva: “Sette su quattordici delle cosiddette ‘uscite di sicurezza’ - leggiamo - risultano infatti collocate a distanze fra loro che superano i quattro chilometri dettati dal Decreto. Le pendenze (fino al 13,93%) e le lunghezze (fino ad oltre un chilometro e mezzo) delle vie di fuga, inoltre, in piena montagna appenninica, se potevano avere un senso come discenderie di cantiere, appaiono assai meno compatibili con una appropriata definizione di ‘uscite di sicurezza’. Si comprende come, in simili condizioni, anche scenari di guasto, incendio, deragliamento o attentato non paiono da considerarsi di rilievo trascurabile”. E aggiunge, citandoli: “Del resto gli atti dello stesso Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Firenze, che insieme al Comando di Bologna non è stato coinvolto nella progettazione di quei 60 km sotto l’Appennino tosco-emiliano benché lo richiedesse una legge dello Stato, la L. 191 del 1974, attestano in un Parere emesso il 23.7.’98 a proposito della configurazione dell’opera allora in costruzione che si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia dei mezzi di soccorso”.



Un riferimento esplicito viene inoltre dedicato alle condizioni in cui si scava a Firenze per il sotto-attraversamento e la nuova Stazione AV. “Nei giorni in cui corre il sessantesimo anniversario dell’alluvione del 4 novembre 1966, altrettanto sconfortante appare immaginare le conseguenze che potrebbero derivare alla sicurezza e alla stessa vita dei passeggeri, alla popolazione e al territorio dalla mancata osservanza delle norme nella realizzazione di un complesso sotto-attraversamento urbano AV in una città del valore di Firenze, con la sua peculiarissima storica vulnerabilità idraulica. Destano viva preoccupazione le condizioni nelle quali si svolgono le operazioni di scavo per la stazione sotterranea AV ‘Foster’, e quelle nelle quali si scavano 12.666 metri di tunnel fra Campo di Marte e Castello in clamorosa assenza nel progetto esecutivo - lo attesta ancora una volta il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco - del Piano di emergenza prescritto dal DM 28/10/2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”. A ciò si aggiunga l’aggravante che lo scatolare di 450 x 50 x 25 metri di profondità chiamato a ospitare la nuova Stazione è da anni in costruzione in un’area classificata a pericolosità idraulica ‘alta’, attigua al subalveo di un torrente affluente dell’Arno (il Mugnone) esondato nel 1992 e più volte risultato palesemente minaccioso negli anni più recenti, e che il relativo progetto è stato approvato senza l’adozione del necessario procedimento di pubblicità e di Valutazione di Impatto Ambientale (attivato sì, ma anni prima, e per un’ipotesi di stazione decaduta e ubicata altrove, in un’area a pericolosità idraulica ‘bassa’!)”.



“Le anomalie qui appena tratteggiate (ma numerose altre siamo in grado di documentare, con copiosi atti di fonte istituzionale) paiono abbastanza gravi”, osserva dunque nell’istanza di audizione l’Associazione, “da meritare a nostro avviso la più scrupolosa e responsabile attenzione da parte del Parlamento allorché viene chiamato a valutare in quale direzione e misura impiegare le (scarse) risorse disponibili. Sembra opportuno destinarle infatti in primissimo luogo, nel comparto del trasporto pubblico, all’adeguamento urgente delle infrastrutture esistenti, a maggior ragione quando il loro esercizio risulti incompatibile con i criteri di sicurezza fissati dalle norme. Confidiamo in questo senso che la prevenzione dei disastri che possono derivare da inconsulte leggerezze progettuali e/o esecutive sia unanimemente considerata un obiettivo prioritario da perseguire, anche sotto il profilo della convenienza economica”.
Confidando nell’accoglimento della richiesta di ascolto, che permetta anche a chi per statuto non si avvale di apparentamenti con formazioni politiche, in quanto espressione indipendente della società civile, di meglio descrivere circostanziare e documentare le numerose gravi criticità da cui risultano purtroppo affetti gli interventi infrastrutturali menzionati, l’associazione conclude: “Sotto questo aspetto, avendo ben presenti le esigenze di equilibrio del bilancio nazionale oggetto della Vostra analisi, proponiamo che il Parlamento deliberi di investire sull’esistente in sicurezza e prevenzione, di risparmiare vite e risorse, di sciogliere il bilancio da ipoteche di lungo periodo e debiti onerosi a carico delle nuove generazioni, in particolare quando le scelte suscitano - come da decenni le cronache attestano - perplessità o resistenze nelle comunità a vario titolo coinvolte (pensiamo, ad esempio, al discusso sotto attraversamento alpino per il collegamento ferroviario Alta velocità Lione-Torino, o al contestato Ponte sullo Stretto di Messina)”.

TERRORE, TRUFFA E TRAGEDIA  
di Chicca Morone



“Divide et impera” è una locuzione latina molto di moda lungo tutti i secoli: dividendo e provocando rivalità, nonché discordie all’interno di un gruppo, chi si vuole imporre come autorità, può manipolare a piacimento le vittime di tale tecnica. Lo abbiamo visto in mille occasioni, dall’invasione del territorio da parte di un’entità con progetti malsani nei confronti della popolazione locale, ai vari colpi di Stato che si susseguono ovunque nel mondo, da quando il progetto globalista ha iniziato la sua vertiginosa discesa verso l’annullamento. Le dittature sono un esempio lampante del “L’un contro l’altro armato” di manzoniana memoria: noi ne stiamo vivendo una, iniziata in tempi non sospetti, ora immersi e sovrastati da un numero sempre maggiore di informazioni vere o false che siano. La dittatura propugnata da Madame Von der Leyen e compagni di merenda diventa ogni giorno meno nascosta e una sua espressione, quella sanitaria, che da febbraio 2020 si è sostituita al Ministero della Salute, proprio in questi giorni sta mostrando il vero volto dietro la maschera ormai sbriciolata, dopo però averci tiranneggiato gettando il seme della discordia ovunque.
La Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria causata dal SARS-CoV-2 sta svolgendo un lavoro incredibile da più di due anni, nel totale silenzio dei media e tra mille difficoltà dovute al tentativo di insabbiare i reati compiuti dai personaggi che hanno avallato le linee guida dell’OMS (di cui il 75% è finanziato da privati, notoriamente dei benefattori).
Sarebbe stato così semplice, al deflagrare della psico-pandemia, non lasciarsi raggirare dalle “Virostar” e dagli squallidi politici privi di coscienza, al soldo di potenze straniere, per capire quello che scienziati e ricercatori del calibro di Luc Montagnier, Didier Raoult in Francia, da noi Alessandro Meluzzi, Vanni Frajese, Giuseppe Barbaro, Massimo Citro e molti altri cercavano di farci capire!
Ma, all’epoca, la dittatura aveva emanato a reti unificate un unico messaggio: o ti adegui e ti vaccini o sei un disgustoso “no-vax” indegno di essere un cittadino con tutti i diritti a lui dovuti. Così c’erano gli obbedienti e ossequienti abitanti di un’Italia tenuta in pugno da un folle regime, le cui imposizioni si sono dimostrate totalmente prive di fondamenti scientifici; poi c’erano i ribelli, i cosiddetti “no-vax” che appellandosi all’articolo 32 della Costituzione pretendevano di avere giurisdizione sul proprio corpo, in assenza di spiegazioni valide su protocolli insensati e volti a creare terrore.
Meglio sottolineare - a futura memoria - l’anatema “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore” declamato in conferenza stampa da Mario Draghi, Presidente del Consiglio (seconda autorità dello Stato) il 22 luglio 2021, totalmente privo di riscontro scientifico. Siamo in attesa della sua audizione in sede di Commissione, perché dopo aver ascoltato quelle dei personaggi che sono stati il riferimento di tale periodo, la curiosità è tanta. Domenico Arcuri, assolto dall'accusa di abuso d’ufficio in merito alla compravendita delle mascherine cinesi, poiché il reato di abuso d’ufficio è stato abrogato, ci ha però esposti a un “piccolo” problema: il Tribunale di Roma ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero della Salute a risarcire per circa 300 milioni di euro (transati a 100 mln) la JC Electronics Italia, a causa della risoluzione dei contratti di fornitura di mascherine decisa all'epoca dalla struttura commissariale; Roberto Speranza non ha praticamente risposto alle domande che i commissari Alice Buonguerrieri, Claudio Borghi, Lucio Malan e lo stesso presidente della commissione senatore Marco Lisei gli hanno rivolto. Persino di fronte alle parole di Andrea, danneggiato dal vaccino contro il covid e oggi invalido al 100% non ha creduto di dover chiedere scusa insistendo sulla perfezione del suo operato.


L’unico sentimento che rimane è lo sconcerto: da una parte arroganti politici arroccati in posizioni indifendibili, dall’altra professori universitari ricercatori che con statistiche alla mano mostrano la reale situazione dei “vaccinati” e non.
Infatti, baluardo di quella Scienza con la esse maiuscola, dove i dati non sono stati alterati da giochetti devianti, nella scorsa settimana i professori Vanni Frajese e Loredana Frasca, hanno offerto un panorama tutt’altro che tranquillizzante nei confronti dello stato di salute della popolazione. “Ci era stato assicurato chi il siero, una volta iniettato, sarebbe rimasto in loco per cui sicuro ed efficace: difficile oggi rendersi conto di che cosa ufficialmente si parli con il famoso rapporto rischio beneficio, visto che questi prodotti, distribuendosi ovunque, danno così tanti effetti collaterali” sono parole di Frajese. Quello che è peggio è l’insistenza con cui continuino a proporre tali terapie che intervengono direttamente sul DNA e sull’RNA delle cellule, senza preventivi esami della effettiva reattività di ogni singola persona che subisce il trattamento. Tutto questo nonostante i dati Istat facciano venire i brividi e c’è ancora chi stigmatizza le persone che preferiscono farsi una bella e sana influenza da combattere con le proprie difese immunitarie piuttosto che con le sostituite da farmaci sperimentali...
“Se ci viene raccontata la storia che rimane nel braccio e al massimo va a finire nei linfonodi, non si capisce perché possa andare nel cervello, perché nel cuore a dare la pericardite, la miocardite, perché nelle ovaie. Iniettarlo nei bambini senza aver studiato tossicità e cancerogenicità, cosa che ancora oggi non è stata fatta, è cosa che grida vendetta” ha testimoniato il professor Frajese con voce alterata e proseguendo “Chiunque abbia studiato la questione sapeva perfettamente che avrebbe viaggiato ovunque, storia molto diversa da quella che ci è stata raccontata e che ancora oggi viene diffusa”.
Ma Roberto Speranza asserisce che il suo operato è avallato da studi scientifici e che in situazione analoga riproporrebbe lo stesso protocollo. Si autoassolve.
“Muoio con la coscienza perfettamente limpida”
è la frase candidamente pronunciata da Pol Pot, ex dittatore a capo dei Khmer Rossi durante l’ultima intervista concessa al giornalista Nate Thayer nell'ottobre del 1997, dopo aver mandato a morte in quattro anni 1.700.000 cambogiani su una popolazione di sette milioni.

A SPIGNO MONFERRATO  
Premio “Il Vento dei Calanchi”.




ALLA CASA DELLA CULTURA DI MILANO
Scrivere al buio.




A CRESCENZAGO PER ETTORE MOLINARI 




giovedì 5 novembre 2026

ELEZIONI USA E INTERNAZIONALE PER LA PACE
di Franco Astengo


 
Vance: “Perso per colpa della guerra”. Questa frase pronunciata dal vice-presidente americano alla notizia del disastroso (per Trump e per il GOP) esito elettorale del martedì di mid-term si era persa nella ridda di dichiarazioni e commenti seguiti “a caldo” all’annuncio dei dati. Nelle ore successive questa presa di posizione è stata valutata ed ormai emerge come il punto di apertura di un confronto all’interno dell’area della destra statunitense (e mondiale) assieme alla presa di distanza da Trump da parte dei corifei dell’ideologia MAGA. Il punto sollevato da Vance però riguarda direttamente anche i settori democratici e progressisti ben oltre gli USA (dove la convivenza tra radicali e moderati ha funzionato in base alla comune collocazione di opposizione: la costruzione di una identità di governo sarà ben altra cosa. Ed anche questo aspetto riguarda l’Europa attesa, fin dal 29 novembre in Spagna, a prove elettorali di grandissimo rilievo).

La questione sospesa tra “pace e guerra” si rivela, come sempre nella storia, quella dirimente tra progresso e arretramento: questo è il primo caposaldo che è necessario stabilire come riferimento teorico.
L’altro riferimento è quello dell’internazionalismo: così è tornato a definirlo (forse con una terminologia “d’antan”, superando quello di sovranazionalità). Andrea Ruggeri nel suo più recente lavoro pubblicato qualche settimana fa da Donzelli e titolato “Nazionalismo e Internazionalismo, ragioni e significati di una scelta politica”.
Tornando al voto USA ci sarebbe da riflettere su di un punto: non è detto che il voto a valanga per i democratici in particolare in Stati tradizionalmente ostici come il Texas sia stato un voto direttamente progressista (e lo dimostra la freddezza dell’area MAGA). A Trump può essere imputata, da parte di questi settori politici e culturali, la scelta della guerra come abbandono della linea Make America Great Again e quindi di una visione “sovranista” del ritorno alla pace. Un particolare, questo, cui prestare attenzione.
Lasciando perdere i facili entusiasmi allora il tema della pace può diventare il punto d’appoggio per una ripresa progressista, al di là e al di qua dell’Oceano se si riesca a portare l’impegno per la pace come scrive Ruggeri nel suo saggio: “ una necessità internazionalista non una nostalgia, ma una scelta su quale internazionalismo costruire” e aggiunge “ Una possibilità internazionalista esiste ancora ma non si realizzerà da sola: richiede persone disposte a scegliere quale leva azionare e , prima di tutto, la volontà di riconoscere che i binari sui quali ci muoviamo non sono gli unici binari possibili.
Scegliere il binario della pace rappresenta il messaggio più importante che l’esito elettorale USA invia ai progressisti e democratici in Europa e oltre l’Europa.

PER SANTUCCI
di Angelo Gaccione


Luigi Santucci

“Qui visse lo scrittore Luigi Santucci (segue data illeggibile) che ha celebrato Milano nei suoi libri. Grata la città natale dedica (altra data illeggibile)”. Questa iscrizione è stata incisa sulla targa murata in via Donizetti n. 31 nel 2005 dove lo scrittore visse fino alla morte avvenuta nel 1999. Ogni volta che vengo a vedere questa targa provo due sentimenti contrastanti: un moto di orgoglio e una profonda tristezza. Orgoglio perché ricorda un poeta e uno scrittore di valore che merita una dedica tanto delicata. Detto per inciso, confesso che non mi dispiacerebbe una dedica come questa se qualcuno alla mia morte si ricordasse che anch’io, nel mio piccolo, ho celebrato e “difeso” Milano (e non solo), facendomi anche diversi nemici. Poi però, subito dopo, subentra la tristezza. Che senso ha, mi chiedo, mettere queste targhe con celebrazioni pubbliche alla presenza di autorità, stampa, cittadini e poi col trascorrere del tempo disinteressarsene? Alcune cifre sono già abbondantemente compromesse e sbiadite e alcune lettere risultano illeggibili. 


La targa sbiadita

Ho ricordato più volte che la targa commemorativa di Tommaso Grossi in via Monte Napoleone è diventata da tempo una pietra bianca e vuota. Una pietra inutile che non segnala più nulla a nessuno. Possibile che presso l’Assessorato alla Cultura non ci si possa dotare di un ufficio che vigili anche sullo stato delle targhe civiche che sono anch’esse beni culturali e provvedere regolarmente alla loro salvaguardia e alla loro conservazione? Se in quelli che una volta erano i Consigli di Zona e ora sono diventati i Municipi si istituisse un patto con i cittadini istituzionalizzando un comitato ad hoc zona per zona, sono sicuro che questo decentramento, questo impegno dal basso, darebbe buoni frutti e stimolerebbe l’orgoglio civico. Si avrebbe una mappatura aggiornata e costante e un positivo e proficuo rapporto fra comitati e assessorato. Di soldi pubblici ne vengono spesi tanti, a volte anche per cose discutibili, questi sarebbero spesi bene.


La targa com'era prima


Non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Santucci; anni più tardi a parlarmene era stato don Luigi Pozzoli parroco di Santa Maria al Paradiso e collaboratore di “Odissea” fino alla morte. Tra le mie carte ci devono essere delle fotocopie di scritti di Santucci che don Luigi mi aveva consegnato. Qualcuno di questi scritti lo abbiamo pubblicato nella edizione allora cartacea di “Odissea”; se non ricordo male anche una lettera a don Luigi e una poesia spiritosa a lui dedicata. Ho letto le poesie di Santucci qualche estate fa e gli ho reso omaggio nel mio libretto: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama. Dei trenta maestri del Novecento scomparsi di cui uso un verso iniziale per costruire i miei, Santucci è il secondo dopo Caproni che apre la raccolta. Un risultato che la critica e i lettori hanno molto apprezzato. Voglio ricordare che Santucci è stato anche partigiano e ha collaborato, assieme ad altri intellettuali cattolici, con il giornale clandestino antifascista “l’Uomo”, fondato da padre David Maria Turoldo. Questo me lo rende ancora più vicino e meritorio della mia stima.



Intervenendo alla presentazione del mio libro La mia Milano, al Circolo Filologico Milanese, il giornalista del Corriere della Sera Giangiacomo Schiavi disse che bisognava lanciare un appello per farmi dichiarare a tutti gli effetti “difensore civico della città”. Credo di svolgere questo ruolo da sempre non solo per Milano, ma per Milano in modo particolare e continuo. Non so se lui abbia poi lanciato l’idea sul suo giornale, ma io non ne ho avuto notizia. Quel che conta è non derogare dalla propria missione intellettuale, e dalla propria coerenza, il resto non conta.

LETTERA A UN MINISTRO DELLO STATO
di Hermann Hesse
 
Hermann Hesse

Questa è la lettera che Hermann Hesse scrisse nel 1917 a un Ministro dello Stato tedesco. Sono parole di un’attualità e di una verità drammatiche e ancora vive. Concedetevi il lusso di leggerla: queste parole sono nutrimento per l’anima umana che sta soffrendo. [Patrizia Gioia]
 


Il testo è compreso negli scritti politici di Hesse, in italiano nel libro Non uccidere.


Agosto 1917. Questa sera, dopo un’intensa giornata di lavoro, ho pregato mia moglie di eseguire per me una sonata di Beethoven. E le voci di quella musica, voci angeliche, mi hanno distolto dalle preoccupazioni e dalle cure, riportandomi nel mondo vero, il mondo dell’unica realtà che possediamo, da cui ci provengono gioie e dolori, nel quale e per il quale viviamo. Ho poi letto qualche riga nel libro in cui si trova il sermone della montagna, e che contiene l’alto, antichissimo, fondamentale comandamento: «Non uccidere!». Ma non ho trovato pace, non riuscivo né a dormire né a leggere ancora. Ero pieno di inquietudine e di angoscia e, mentre riflettevo cercandone la causa, all’improvviso mi sono ricordato, signor ministro, di certe frasi di un suo discorso che ho letto in questi giorni. Il suo discorso era ben congegnato, anche se non particolarmente nuovo, rilevante o stimolante. Lei ha detto, in sostanza, quello che si afferma, da un pezzo in qua, in tutti i discorsi di tutti gli uomini di Stato; e cioè che così, in via generale, non si desidera nulla più ardentemente della pace, di una nuova armonia e di un fruttuoso operare per il futuro dei popoli, che non ci si vuole arricchire né si vuole soddisfare una brama di sangue, e che d’altro canto «l’ora delle trattative» non è ancora suonata, sicché per il momento non resta che continuare a battersi da valorosi. Suppergiù, e questo il discorso che ogni ministro di ogni nazione in guerra potrebbe pronunciare, e forse pronuncerà domani o dopodomani. Il fatto che questo discorso oggi non mi lasci dormire, sebbene ne abbia già letto abbastanza spesso di assai simili, tutti con la stessa mesta conclusione, senza che ciò mi abbia poi impedito di dormire della grossa, lo si deve, adesso lo so con certezza, alla sonata di Beethoven: a essa e a quell’antico libro nel quale, dopo averla ascoltata, ho letto qualche riga, libro in cui si trovano i meravigliosi comandamenti del Sinai e le sublimi parole del Salvatore. La musica di Beethoven e le parole della Bibbia per me dicevano esattamente la stessa cosa, era acqua di un’unica fonte, quell’unica fonte da cui sgorga il bene agli uomini. Ed ecco che all’improvviso mi sono reso conto che il suo discorso, signor ministro, al pari dei discorsi degli uomini di Stato suoi colleghi in Germania e altrove, non sgorgava da quella fonte, e che in esso manca proprio quanto può rendere importanti e degne le parole degli uomini. A esso fa difetto l’amore, fa difetto l’umanità.



Il suo discorso testimonia un profondo sentimento di preoccupazione e responsabilità per il suo popolo, per l’onore della sua nazione. Ma in esso non trova espressione alcun sentimento per l’umanità. Insomma, esso significa alcune decine di migliaia di nuove vittime umane. Lei forse definirà sentimentalismo il mio richiamarmi a Beethoven. Le parole di Gesù e della Bibbia, almeno pubblicamente, lei invece le considererà con un certo rispetto. Ma se lei crede anche solo a uno degli ideali in nome dei quali fa la guerra, si tratti della libertà delle nazioni o dei mari, del progresso politico o dei diritti dei piccoli popoli, se lei, dicevo, in cuor suo crede anche in uno solo di questi ideali, in uno di questi concetti non egoistici, rileggendo il suo discorso non potrà non riconoscere che esso non è stato al servizio dell’ideale in questione, che anzi non serve nessunissimo ideale. II suo discorso non è espressione e risultato di una fede, di un sentimento, di un’umana necessità ma, purtroppo, è solo espressione e risultato di uno stato di confusione perfettamente comprensibile, perché nulla può essere, oggi, più difficile che ammettere una certa delusione per i risultati del conflitto e cercare la via più diretta che porti alla pace. D’altro canto, uno stato di confusione, si tratti pure di quello di dieci governi, non è cosa che possa durare a lungo. Sulle perplessità l’hanno vinta le necessità, e prima o poi per lei e i suoi colleghi in campo avverso diverrà necessario e ineluttabile confessare lo stato di confusione e mettervi fine mediante appropriate risoluzioni. Perché dei risultati della guerra oggi, e anzi già da un pezzo, tutti i belligeranti sono delusi. Chiunque abbia riportato qua o là una vittoria, indipendentemente dal numero di prigionieri che si sono fatti o sono caduti in mano al nemico, dai territori che si sono occupati o ai quali si è dovuto rinunciare, il risultato non è stato quello che ci si attende da una guerra. Non si è avuta nessuna soluzione, nessun chiarimento, nessuna decisione; e ancora non se ne vedono. Per nascondere provvisoriamente, a lei stesso e al suo popolo, questa situazione di grave imbarazzo, per procrastinare almeno momentaneamente cospicue e importanti decisioni (che costano sempre sacrifici), lei ha pronunciato il suo discorso, e per lo stesso motivo pronunciano i loro gli altri uomini di Stato. Perfettamente comprensibile. È più facile per un rivoluzionario o anche per uno scrittore riconoscere, in una situazione internazionale, il risvolto umano e trarne le debite conseguenze di quanto non lo sia per uno statista responsabile. È più facile per noi, che non dobbiamo sentirci personalmente responsabili della spaventosa depressione in cui precipita un popolo quando s’avveda di non aver raggiunto i propri obiettivi bellici, e che centinaia di migliaia di esseri umani e «valori» per miliardi sono stati forse sacrificati invano.



Ma non è solo per questo che a lei risulta più difficile riconoscere il disorientamento e promuovere, mediante le decisioni del caso, la fine del conflitto: no, per lei è più difficile anche perché ascolta troppo poca musica, legge troppo poco la Bibbia e i grandi poeti. Quest’affermazione la farà sorridere; e magari dirà che lei nella sua vita privata con Beethoven e tutto quanto c’è di bello e di nobile ha rapporti intimissimi, ed effettivamente è così. Pure desidererei con tutto il cuore che in questi giorni le capitasse per caso di ascoltare una nobile musica e all’improvviso di tornare a udire le voci che provengono da quella sacra fonte! E desidererei con tutto il cuore che in questi giorni, in un momento di tranquillità, leggesse una parabola di Gesù, un verso di Goethe, un detto di Lao Tze. Il momento in cui lo facesse, potrebbe essere di importanza incommensurabile per il mondo. Potrebbe darsi che lei trovasse la liberazione interiore. Potrebbe darsi che all’improvviso i suoi occhi e le sue orecchie si aprissero. I suoi occhi e le sue orecchie, signor ministro, da anni sono rivolti a obiettivi teorici, non però alla realtà; da lungo tempo - e del resto era necessario che fosse così - sono abituati a non percepire, ma anzi a trascurare, a negare a sé stessi molti aspetti della realtà. Capisce quel che voglio dire? Certo che lo capisce! Sì, la voce di un grande poeta, la voce della Bibbia, l’eterna, chiara voce dell’umanità che l’arte fa risuonare alle nostre orecchie potrebbe forse renderla, per un momento almeno, davvero vedente e udente. Ah, e che cosa non vedrebbe e non udrebbe! Non più dati sulla carenza di mano d’opera e sul prezzo del carbone, non più questioni di tonnellaggi e alleanze, di prestiti, chiamate alle armi e tutte quelle cose che a lungo per lei sono state le uniche realtà. Al loro posto, lei vedrebbe il pianeta, il nostro antico, paziente pianeta, e lo scorgerebbe ricoperto di cadaveri di moribondi, sconvolto e distrutto, bruciato e violentato. Vedrebbe soldati che giacciono per giorni nella terra di nessuno, incapaci di allontanare, con le mani maciullate, le mosche dalle piaghe di cui muoiono. Udrebbe le voci dei feriti, le grida degli impazziti, i lamenti e le proteste delle madri e dei padri, dei fratelli e delle sorelle, sentirebbe il popolo gridare per la fame. E se tornasse a udire ciò che per mesi e anni si è rifiutato di udire, forse considererebbe sotto un’altra luce i suoi obiettivi bellici, i suoi ideali e le sue teorie, li verificherebbe, tenterebbe di pesarne l’effettivo valore mettendo sull’altro piatto della bilancia la miseria di un unico mese, di un solo giorno di guerra.
 

Ah, se in qualche modo si potesse averla, quest’ora di musica, questo ritorno alla vera realtà! Io so che lei udrebbe la voce dell’umanità, io so che lei si chiuderebbe a piangere. E il giorno successivo andrebbe a compiere il suo dovere nei confronti dell’umanità. Getterebbe via un paio di milioni o di miliardi, non le peserebbe quella cosa da nulla che è una piccola rinuncia al prestigio, farebbe a meno di mille cose (tutte quelle cose, le uniche, per le quali lei in realtà ancora combatte), e se necessario anche della sua poltrona di ministro, e farebbe ciò che l’umanità, in preda a un’indicibile ansia e tormento, da lei spera e implora; lei per primo tra gli uomini di Stato maledirebbe questa sciagurata guerra, lei per primo tra i responsabili darebbe espressione a quel che tutti segretamente già sentono, e cioè che un mezzo anno, un solo mese di guerra, costa più di quanto non valga tutto quanto può portare. E allora noi non dimenticheremmo più il suo nome, signor ministro, e la sua azione sarebbe di maggior valore, per l’umanità, di tutti gli atti di coloro che mai abbiano condotto e vinto una guerra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A GOGOL’OSTELLO DI MILANO
Il Canto anarchico con Franco Schirone





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