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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 28 ottobre 2026
LIBRI AL MACERO
Caro
Professore,
Le scrivo per esprimerLe la mia
totale vicinanza ed empatia di fronte alla toccante riflessione che ha
condiviso nel Suo articolo. Il “nodo alla gola” di cui parla, nascendo dalle
parole di Franco Toscani, è una sensazione che condivido profondamente. La Sua
testimonianza - il ricordo delle colonne di libri a casa di Carlo Bo e la
preziosa cartolina di Salvatore Quasimodo riemersa dalla Sua “Carboneria” -
descrive con straordinaria poesia e verità cosa sia davvero una biblioteca
personale: non un accumulo di oggetti, ma una vita intera, fatta di incontri,
affetti e memoria. Il drammatico interrogativo “Tutto al macero?” tocca
oggi un punto ancora più fragile e attuale. Viviamo in un’epoca dominata dalle
nuove tecnologie, dove il digitale tende a smaterializzare tutto e a rendere,
dal punto di vista pratico, il libro cartaceo quasi un retaggio del passato o
un ingombro da smaltire. È vero che la tecnologia offre immediatezza, ma è
altrettanto vero che non potrà mai sostituire per tutti la dimensione fisica
della pagina, il profumo della carta e la storia tangibile che ogni volume
custodisce. Il rischio reale di questa transizione è che si finisca per
considerare “da macero” non solo i libri, ma l’Umanità e le memorie che essi
rappresentano. Anche senza la pretesa di poter risolvere un problema così vasto
e complesso, sentivo il bisogno di farLe sapere che il Suo pensiero è
condiviso. Custodire la sensibilità per il libro cartaceo e continuare a porsi
queste domande è già, di per sé, un modo per non cedere all’indifferenza di
questo tempo.
La ringrazio di cuore per la
bellezza e la sincerità dei Suoi scritti.
Con stima e profonda vicinanza,
Rosario Undiemi
LIBRI IN PERICOLO
La nota sul
rischio di tanti libri al macero che ho pubblicato lunedì 26 ha rivelato un
problema molto più ampio e drammatico. Come si può vedere da queste voci. (A.
G)
È una riflessione
che condivido, anche noi custodiamo un'infinità di libri preziosi. Ma che cosa
succederà quando non ci saremo più?
Maria Cristina Pianta - Milano
Carissimo Angelo,
l’avevo letta stamattina su “Odissea” con tanta malinconia. Coraggio. I libri
sono attorno a te, a me, a noi e anche loro lottano per sopravvivere. Intanto
donano a noi le parole che aiutano noi a sopravvivere. Come le stelle.
Zaccaria Gallo - Bisceglie
Ho lo stesso problema,
molti libri al macero perché neppure la Nazionale (di Firenze) ne vuole
di libri… problema di spazio, di personale che dovrebbe catalogare, di
personale che dovrebbe ritirare i libri a domicilio. Per fortuna un professore
di Storia dell’Unical si sta incaricando di trasferire nelle sue ampie stanze
il frutto della raccolta di libri di una vita di mio marito, bibliofilo. Ho
svuotato già molto, con mio grande dispiacere, ma non conosco la mia
destinazione: 60 mq a Firenze, un bilocale, penso. Giusto una piccola libreria
dove ricoverare i libri più cari. La parte che riguarda il cinema, comprese
enciclopedia del cinema, dvd, testi vari verrà portata ad Acri dato che Paolo,
il nipote di Mario, avrebbe intenzione di far riattivare il cinema di San Domenico
e per questo vi sono stati incontri con il sindaco. Avevo offerto alla
Nazionale la storia di Milano della Treccani, una ventina di volumi, e di
Venezia, 14 volumi, ma quando ho chiesto quale fosse la modalità di consegna,
tutto si è arenato.
Tata Marchi - Castrolibero e Firenze
Bellissimo
articolo caro Angelo. Io la settimana scorsa ho regalato due casse di libri
alla Circoscrizione. Spero che gli anziani (come me) siano contenti di leggerli.
Certo, regalare libri per me è sempre una sofferenza. Ma non ho altra scelta.
Maria Spinelli - Verona
Caro Angelo,
commovente quello che scrivi. L’ho copiato e messo in un luogo da utilizzare.
Grazie per quello che hai scritto.
Maurizio Nocera - Lecce
Molta tristezza.
Anch’io, da quando Anna se ne è andata, mi chiedo spesso, dove andranno i
nostri libri? Un po’ ai miei figli ma la maggior parte?
Roberto Marelli - Milano
ACCOSTARE LA VISIONE
ALL’IDEA
di Giorgio Bolla

Andrea Zanzotto
I (miei) zanzottiani Animi
Poeta
della Trasfigurazione, in Lui laico simbolo evangelico. In questa penetrazione
cosmica Goethe sembra il Suo referente, il Suo avvicinamento.
1.- “L’acqua di Dolle” da Dietro
il Paesaggio: … l’acqua di Dolle/che portò dieci colline al paese/...
ora viene quest’acqua ch'io sospiro/perché traspare dalle tue/membra gemelle; …
La carnalità dell’acqua, acqua
tra fronde e verde, materia del sogno per arrivare alla Memoria.
2.- “Fuisse I” da Vocativo:
Pace per voi per me/buona gente senza più dialetto/senza pallide grandini/di
ieri, senza luce di vendemmie,/pace propone e supremo torpore/l’alone dei prati
la cinta/originaria dei colli la rosa/dispersa il sole/che morde tra le
tombe./Ah la cicuta e il poco/formicolio, non più, colà sepolto./Ah l’acqua
troppo tenue che mi cola/oltre la gola e gli occhi e di là di là s'invischia/in
tiepidi miseri specchi/su cui l’ortica insuperbisce…
Il Passato concluso, che non
lascia nulla al Presente nemmeno attraverso la Nemesi di Mnemosine.
3.- “Oltranza Oltraggio” da La
Beltà: Salti saltabecchi friggendo puro-pura/nel vuoto spinto
outré/tutto sommato/tutto/sei più in là/ti vedo nel fondo della mia
serachiusascura …
Disianza, Oltranza. E dunque
Oltraggio è lo sforzo di immaginare, vedendo, un Dio.
4.- “Tavoli, giornali, alba
pratalia II (ma poi alba pratalia)” da Fosfeni: Oh logos che ti fai
ritrovare/ … - come al gettare amo e filo nella neve/ … Logos, Piccolo come
questo Trattino e solo casualmente/qui sotto corpo di trattino//piccolo come
tutte le dimenticanze che/sembrano grandi – e lo sono – e sono lo spazio/e lo
spazio in cui tu fai trattini e
trattini/fai le aste/un’intera pagina di !!!! un sonno, un mondo/!!!!!!!! un
!!! !!! forse virgolettato d’aste…
La risalita al Logos
trasfigurando la Natura, delle cose e degli uomini. Identificare il Filo è il
compito, forse nel sonno.
![]() |
| Andrea Zanzotto |
martedì 27 ottobre 2026
L’INDUSTRIA DELLA PAURA
di Angelo Gaccione

Illustrazione di Laura Lobetti-Bodoni
Hanno martellato per una settimana intera su giornali, radio e
televisioni per creare un clima di paura; vi si sono impegnati personaggi di
ogni tipo e persino uomini e donne delle istituzioni. Hanno dipinto Milano come
in preda al cataclisma credendo di spaventarla, come se la città non avesse
visto di peggio; non avesse subìto il terrore delle stragi e delle bombe. E
invece la città non è caduta nel tranello. Sabato era una giornata luminosa con
un cielo particolarmente azzurro: così bello quando è bello, così splendido, così in pace come scrive Manzoni nel diciassettesimo capitolo
de I promessi sposi, ed io volevo vedere con i miei occhi se il tam
tam della paura, dell’industria della paura, avesse avuto effetto. E invece
no. La linea gialla della Metropolitana era attiva come le altre e Piazza del
Duomo era, come sempre, gremita di turisti, famiglie, coppie, musicanti. I
blindati della polizia e le tute dei militari non avevano scoraggiato nessuno e la
vita ferveva. Ferveva in Galleria, e quasi per niente in via della Spiga come
in via Monte Napoleone. Faceva un certo effetto vedere molte delle vetrine degli
opulenti negozi della moda sigillati da tavole di compensato. Il cielo era in
pace e non c’erano guastatori in giro, stonavano un paio di elicotteri che vigilavano
dall’alto; ma vigilavano sul nulla. Ho approfittato per scattare delle foto
alle targhe commemorative dei patrioti Francesco Restelli e Cesare Correnti, e a
quella dei bambini ebrei cacciati dalla scuola di via della Spiga con l’introduzione
delle leggi razziali in Italia. Come per un segno del destino ho scoperto una
targa sulla parete interna di un palazzo (Proprietà Visconti Uno) che alla pace
rende onore. È in versione latina con la traduzione italiana in basso: “Spiga,
nome di pace. / Chiunque ama comporre il grato nome della pace / qui, dove la
spiga verdeggia / trova gli auspici della pace”. Ed è stata davvero di buon
auspicio. In via Monte Napoleone la lapide al patriota Emilio Morosini sulla facciata
della casa dove aveva abitato, e quelle che ricordano i capi dell’insurrezione
contro gli austriaci, quella dove visse Cattaneo con le lettere sempre più
sbiadite e illeggibili, come quella di Tommaso Grossi, oramai divenuta una
pietra bianca e vuota. È anche questa indifferenza colpevole, questa mancanza
di cura, che alimenta la rabbia. Per non guastarmi il sangue decido di sbucare
in Piazza San Babila: tutto tranquillo anche lì. Mando un messaggio
rassicurante ad un amico a Pisa che voleva sapere notizie su questo inesistente pomeriggio
di paura, e mi dirigo verso Piazza dei Mercanti.


Atelier Teatro

Altra piacevole sorpresa: mi
trovo davanti ad un rudimentale palco, ad una tela che funge da sipario e ad un pacifico pubblico
seduto sui gradini della Loggia e su degli sgabelli di colore rosso. Aspettano la recita di
Atelier Teatro che sta tenendo un festival di teatro popolare nelle piazze
della città. Lo farà fino al 22 novembre: ecco un ottimo modo per creare
rapporti, relazioni pacifiche, divertimento sano, contro coloro che pretendono
di blindarla la città. Mi viene in mente una frase dello scrittore svedese Stig Dagerman:
“Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”.
Prendo posto anch’io: ci sono dei bambini ed io mi trovo sempre bene in loro
compagnia; ci godiamo una esilarante Canovacci di commedia. Un purpurri,
una mescolanza, un ibrido nato da un Seminario Internazionale di Commedia dell’Arte
ed ora ci viene restituito. Gli attori provengono da città diverse, lo
scopriremo alla fine quando si presenteranno al pubblico individualmente; il
pretesto è L’opera da tre soldi di Brecht, ma la commedia dell’arte
improvvisa e mescola. Tante le allusioni a Milano, ai suoi luoghi, ai suoi
eventi. Non potevano, ovviamente, mancare quelle al sabato nero dei disordini e dei saccheggi. Con
molta ironia verso il potere, come si conviene.
ELEZIONI E DEMOCRAZIA
Il risultato delle elezioni in Serbia ed in Brasile è molto
confortante.
La vittoria, per via pacifica e
democratica, del Movimento degli Studenti in Serbia (eccellente modello per i
nostri studenti) e la vittoria del coraggioso e tenace ottantenne in Brasile
portano un messaggio comune: il neo fascismo della violenza e dei miliardari si
può battere per via democratica.
La lotta per consolidare questi primi
risultati sarà durissima perché i miliardari impiegheranno enormi risorse per
finanziare la violenza ma, ora, sappiamo che possiamo alimentare e rianimare
una nuova speranza nella democrazia.
Marco Vitale
BREVI NOTE SUL TEMPO
PRESENTE
di Luigi Russo
Gino Paoli
cantava: «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…». Per
leggere il tempo presente immaginiamo che quei quattro amici siano la storia,
la filosofia, la sociologia e l’antropologia: strumenti utili per comprendere i
nuovi assetti geopolitici. Cicerone ricordava che la storia è magistra vitae,
un insegnamento spesso dimenticato. Sullo sfondo di molte analisi restano due
concetti: multilateralismo e multipolarismo. Il primo nasce dall’idea
illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise e cooperazione; il
secondo descrive un potere distribuito tra più centri concorrenti, ciascuno con
proprie razionalità strategiche. Resta aperta una domanda: in quale legge universale
sarebbe stabilito che l’Occidente rappresenti il vertice di una gerarchia tra
culture e società? La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, chiuse la logica
bipolare della Guerra fredda. Francis Fukuyama, con la tesi della «fine della
storia», vi lesse l’avvio di una progressiva omogeneizzazione del mondo; gli si
contrapposero lo scontro di civiltà di Samuel Huntington e le modernità
multiple di Shmuel Eisenstadt, che riconosceva la pluralità dei percorsi con
cui le società reinterpretano la modernità. Il 1989 fu anche un’occasione
mancata: invece di un ordine multipolare fondato su equilibrio e dialogo,
prevalse il tentativo occidentale di imporre un modello unico, sulla scia del
neoliberismo di Thatcher e Reagan, che presentava il capitalismo come privo di
alternative. Immanuel Wallerstein aiuta a comprendere queste dinamiche. Il
sistema-mondo capitalista, sviluppatosi dal XVI secolo, si struttura in una
gerarchia tra aree centrali, dotate di forza economica e tecnologica, e aree
periferiche, specializzate in materie prime e lavoro a basso costo. Il
colonialismo ha consolidato questa struttura, producendo dipendenze e squilibri
che dovrebbero essere centrali nella comprensione dei conflitti attuali. Il
tema del declino ha radici lontane. Oswald Spengler, nel Tramonto
dell’Occidente, concepiva le civiltà come organismi destinati a nascere,
maturare e declinare: un’immagine suggestiva, che è anche il limite della sua
teoria, perché i processi storici sono attraversati dall’azione intenzionale
degli individui. Resta significativa la ricorrenza delle narrazioni di crisi:
dopo il tramonto dell’Europa come centro del mondo, l’Occidente fu sostenuto
dall’America, fino al cosiddetto secolo americano. Anche Nietzsche, con la
riflessione sul nichilismo, e Heidegger, con la critica a una razionalità
tecnica priva di un orizzonte di senso, invitano a interrogarsi sui limiti
della modernità: la tecnica può organizzare il mondo, ma non basta a fondare la
vita.
La trasformazione in corso segna la perdita del monopolio interpretativo
dell’Occidente: non esiste un unico percorso storico lineare destinato a essere
universalizzato. Zygmunt Bauman ha descritto la liquidità delle società
contemporanee come dissoluzione delle strutture solide della modernità, un
processo oggi evidente soprattutto in Europa e Nord America. Come ricordava
Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche producono
spesso effetti di ritorno inattesi: l’egemonia occidentale è nata dalla
modernità, e le contraddizioni della modernità contribuiscono oggi al suo
logoramento. Marchi globali, musica e consumi di massa sembrano testimoniare
l’universalizzazione del modello occidentale; spesso, però, vengono
reinterpretati e adattati ai contesti locali, perdendo parte del significato
originario. Anche la nozione di Occidente va ridefinita. Costruzione
storico-culturale che attraversa il mondo greco, l’eredità romana e cristiana e
la modernità europea, ha finito per indicare un tempo, quello della modernità.
Ma sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione si sono diffusi su scala
globale: assistiamo alla fine della pretesa che il modello occidentale sia
l’esito naturale e inevitabile della storia. Siamo in mezzo al guado, e il guado
è il tempo presente, con le sue contraddizioni e possibilità. Riconoscere che
non esistono culture superiori, che la modernità è plurale e che l’Occidente è
una forma tra le altre non significa arrendersi o subire come le élite
globaliste e finanziarie vogliono farci credere. È piuttosto una condizione per
abitare responsabilmente un mondo senza un centro unico, che chiede più
dialogo, più ascolto e più giustizia.
VERITÀ E MENZOGNA
di Chicca Morone
Scendere
da un aereo e trovarti davanti a un plotone di presunti infermieri vestiti di
tute bianche, armati di termometri è qualcosa che rimane impresso nella mente
come sinonimo di ansia e menzogna: era febbraio 2020 e si stava preparando la
rappresentazione di una tragedia molto umana di cui siamo stati tutti vittime.
La temperatura del corpo poteva indicare la presenza del virus Sars Covid 2 e
la macchina bellica era stata avviata. Anni di follia e di violenza, poi
improvvisamente l’attenzione si è spostata sull’invasione dell’Ucraina da parte
della Russia e il virus si è “attenuato”. Sugli schermi è comparso ancora
l’ineffabile Mario Draghi - già ci aveva edotti sull’importanza della
vaccinazione per non morire e non mettere a rischio la vita degli altri, bufala
contraddetta dalla stessa AIFA - asserendo che l’invasore sarebbe stato
sconfitto in poche settimane, visto che la famosa Armata Rossa stava
combattendo con poche armi e totalmente sprovvista di tecnologia... inutile
qualsiasi commento.
Come aveva previsto il premio
Nobel Luc Montagnier “La menzogna prende l’ascensore mentre la verità sale
faticosamente le scale, ma alla fine emerge” e, anche nel caso di questa tragica
guerra, la terribile realtà sta palesandosi in tutta la sua chiarezza; come
l’asserzione che il vaccino fosse sicuro ed efficace, soprattutto non
sperimentale. Siamo stati tutti cavie, consenzienti e raggirati dall’aver
firmato il consenso informato. Da notare che, con la sentenza della Corte Costituzionale
199/2025 a carattere definitivo - con cui è stata confermata la legittimità di
tutti i provvedimenti presi dal governo in quel periodo - oggi i colpevoli di
tale scempio possono dichiarare innocentemente che “Tachipirina e vigile attesa
era una c****ta mostruosa” senza andare in giudizio.
Ciò che continua a essere il
motivo conduttore di questa nostra realtà è quindi la violenza, la volontà di destabilizzare,
di creare scontri per evitare che noi tutti viviamo in pace nella nostra terra,
secondo le nostre leggi e le nostre usanze.
Dalla contrapposizione tra i cosiddetti
no-vax e vaccinati, “putiniani” ed europeisti, cristiani e islamici,
palestinesi e sionisti per non parlare degli Stati Uniti, da sempre esportatori
della democrazia nelle terre ricche di petrolio... esiste una continua dinamica
di “l’un contro l’altro armati” nel caos più completo.
La domanda è “a chi giova questa
situazione?”
È utile ai soliti noti, quelli il
cui progetto di globalismo è fallito miseramente e che insistono per volerci
far sparire dalla faccia della terra. Cioè a coloro che guadagnano dalla
vendita delle armi, dei medicinali necessari per curarci dalla marea di
malattie sorte in questi ultimi anni; utile a chi specula in borsa e ha
precedenti notizie di attacchi terroristici; a chi organizza l’immigrazione
clandestina e sfrutta le “risorse” gestendole contro i privati cittadini che
pagano le tasse e vorrebbero essere tutelati, non repressi, dallo Stato.
Le ultime giornate di vandalismo
a Torino, Milano, Bologna, Brescia, Padova ecc. hanno un’unica matrice che,
partita come rivolta studentesca, ha deragliato in una sorta di danneggiamenti
a strutture urbane, distruzione di vetrine di negozi di super lusso con
relativo saccheggiamento di borse, cinture, felpe e oggetti vari tutti
rigidamente firmati, da portare al mercato “Balon” il prossimo sabato: sempre
che gli incappucciati non siano nuovamente impegnati in qualche espressione di
“disagio sociale”. Anche supermercati e negozi di alimentari hanno subito
violenza, restando senza scorte a causa della giustificatissima protesta dei
trasportatori; ma il peggior sopruso è stato perpetrato sui cittadini scesi in
piazza per manifestare per la pace e contro il caro vita, coinvolti in un intensificarsi
progressivo di azioni aggressive e conflittuali - da cui erano estranei - anche
da parte delle forze dell’ordine: il diritto di palesare il proprio dissenso è
previsto dalla Costituzione, non ovviamente in modo violento. Un video girato
durante il 17 ottobre mostra un ragazzino in tenuta d’assalto con due splendidi
occhi azzurri che spuntano dal bavero sollevato: si rivolta contro l’adulto che
lo sta riprendendo e che stupisce alla sua età e statura. Si, ha dodici anni ed
è noto nel suo quartiere per l’aggressività e il comportamento tipico da
“maranza”. Il giorno dopo il padre marocchino manda on line un filmato nel
quale si scusa vergognandosi, non giustificando il figlio; così come incredula
è la madre del quattordicenne, svegliata dal sonno alle 3 del mattino e
chiamata in questura per l’arresto del figlio.
Gli spazi vandalizzati generano
una percezione di insicurezza in tutti noi, come il pericolo del contagio
durante la pandemia, il fantasma della guerra nucleare, il rincaro delle
materie prime, il crollo del potere di acquisto della nostra moneta,
l’invasione islamica con imam che chiariscono molto bene le loro intenzioni.
Noi come ci difendiamo?
Evitando di reagire approfondendo
le reali cause di tale situazione: lasciando che il gas fornito dal Nord Stream
venga acquistato da Trump e ci venga rivenduto con i “giusti rincari”;
sovvenzionando l’Ucraina pur sapendo che l’attentato al gasdotto è stato
compiuto da un loro commando; inviando a Zelensky armi da lui rivendute al
mercato nero; avallando i pacchetti di sanzioni contro la Russia ed evitando
accuratamente di prendere posizione sui vari genocidi tutt’ora in atto. Permettendo
un tribunale che giudichi secondo la Sharia a Padova e costruendo un’enorme
struttura a Torino che prevede non solo la Moschea, ma il complesso di
islamizzazione in un quartiere ad alta intensità straniera. Qualche mente
illuminata asserisce che i poliziotti debbano imparare l’arabo, ma
dell’integrazione almeno linguistica per avere la cittadinanza italiana non se
ne parla.
Non ci vuole il generale Vannacci
per chiarire ai nostri governanti che vogliamo essere tutelati da uomini che
non permettono alle loro donne di avere gli stessi diritti che abbiamo noi e
che ci spiegano quanto cambierà l’ordinamento della nostra società quando
saranno in maggioranza e ci dovremo adattare alle loro leggi.
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