UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 13 maggio 2026

MEMORIA STORICA   
di Franco Astengo



A 80 anni dal 2 giugno.
 
Ritorno sul tema della memoria storica esprimendo qualche preoccupazione (credo fondata) in vista delle celebrazioni per gli 80 anni del 2 giugno 1946: data del referendum istituzionale con la vittoria della Repubblica. Credo si tratti di preoccupazioni ben basate sulla realtà che stiamo vivendo considerate anche forma e sostanza di buona parte delle celebrazioni riguardanti il voto alle donne che si sono già svolte nei mesi scorsi e che, in molti casi, sembravano non aver attribuito madri e padri a quel passaggio epocale che pareva dovuto semplicemente alla benigna concessione di qualche illuminato governante.
Torno al 2 giugno: deve essere chiaro che il passaggio alla Repubblica (indispensabile dopo i 20 di fascismo ben coperti dall’eterna guerrafondaia Casa Savoia) non è stata il frutto di un presunto “core” unanime del popolo italiano e delle sue classi dirigenti. Questo giudizio non solo per l’esito finale del voto che come è noto diede 12 milioni di voto alla Repubblica e 10 milioni alla Monarchia con una netta separazione nel Paese. L’atto di pacificazione realizzato attraverso l’amnistia Togliatti rappresentò un punto indispensabile per un Paese (in parte ancora occupato da truppe straniere) che doveva andare avanti ma il suo ricordo non deve distogliere da una attenta analisi storica. L’Italia è arrivata alla Repubblica grazie alla Resistenza e in particolare alla capacità di quel movimento (diretto è bene ricordarlo dai partiti politici presenti sul territorio e non da qualche generale con governo in esilio) di liberare autonomamente le grandi città industriali del Nord:  di conseguenza fu decisivo e deve essere ricordato con grande forza il ruolo della classe operaia di quella zona del Paese raccolta attorno al triangolo industriale.



Classe operaia che soprattutto attraverso i suoi partiti aveva tenuto in piedi la presenza antifascista e aveva pagato grandi tributi di sofferenza all’invasore nazista con gli scioperi del novembre 43, del marzo 44 e nei mesi seguenti.
Il fatto che l’Italia (ripetiamo: paese occupato e perdente nella guerra) a un anno di distanza (anche meno se pensiamo al turno elettorale amministrativo del marzo 1946) risultasse in grado di esercitare pienamente il libero sviluppo della democrazia rappresentativa scegliendo la propria forma di Stato ed eleggendo una Assemblea Costituente è stato in gran parte dovuto proprio a quella capacità di lotta (e di governo) cui stiamo facendo riferimento.
Il CLN (forma di soggettività politica troppo presto poi abbandonata) riuscì a determinare immediatamente gli assetti do governo della Province e delle Città appena liberate indicando Sindaci, Prefetti, Questori.
Successivamente l’onda della Restaurazione cancellò questo operato facendo rientrare tutto nella “normalità” del predominio borghese nel contesto di un Paese ancora in gran parte contadino (pure con le avanguardie in lotta per la terra) profondamente moderato anche per via dell’orientamento complessivo della chiesa cattolica e guidato per anni da una classe dirigente “eversiva” (mi pare si possa riassumere così il giudizio sia di Gramsci, sia di Gobetti), una parte della quale riciclata nella gangli vitali dell’amministrazione della Repubblica (ricordiamo per esempi le tappe della repressione scelbiana, la carriera di funzionari ampiamente compromessi con il fascismo a partire da quel Guida, carceriere a Ponza e capo della questura di Milano al momento della strage di Piazza Fontana, cui Pertini nell’occasione rifiutò di stringere la mano).



Un paese nel quale soltanto la capacità della classe operaia di affrontare la “rivoluzione passiva” capace di generare quel “sovversivismo delle classi dirigenti”: ai crescenti sommovimenti fra i subalterni, la classe dominante si vede costretta, per mantenere i propri sempre più impopolari privilegi, a far valere più i rapporti di forza che la decrescente capacità di egemonia aveva ribaltato e così passò il fascismo e così intenderebbe passare l’attuale destra di potere.
 I due termini gramsciani appena citati, di “rivoluzione passiva” e di “sovversivismo delle classe dirigenti” si sono così intrecciati all’interno di un quadro concettuale che è tornato a considerare, fin dagli anni ’80 del secolo scorso, la “governabilità” quale fine esaustivo dell’agire politico. Principiando dalla frettolosa uscita di scena dei grandi partiti di massa è sorto da lì il processo di destrutturazione del sistema. Destrutturazione fondata su due punti ben precisi: la trasformazione progressiva dell’identità dei partiti politici dall'interclassismo del “catch all party” (ancora gli anni ’80) all’originale formula del “partito azienda” rapidamente tramutato in “partito personale”: partito “personale” che ovviamente ha richiesto un radicale mutamento nella comunicazione politica da orientare nel senso del supporto alla personalizzazione e di conseguenza a un presidenzialismo “de facto” che ha  portato con sé l’eterno presente della continua campagna elettorale e di conseguenza ha alimentato il populismo revanscista che ha dominato la scena negli ultimi 30 anni di storia italiana passando dal M5S alla Lega fino a Fratelli d’Italia. 



Per questo ricordando gli 80 anni della Repubblica e tornando all’attualità va espressa la massima contrarietà a indicazioni di premierato sulla scheda elettorale. Populismo revanscista trasferitosi anche sul piano internazionale quasi come “origine” del ritorno all’isolamento nazionalistico (isolamento nazionalistico comunque sconvolto adesso dalle esigenze belliche imposte dalla necessità di spartizione globale delle risorse). Populismo revanscista così facile da far capire ai ceti subalterni costretti nella “democrazia del pubblico” presto evoluta nella “democrazia recitativa” fondata su di una visione di società compressa nell’individualismo competitivoSarebbe strano se fossero propri i soggetti del populismo revanscista a ricordare gli 80 anni della Repubblica ma sarebbe ancora più strano se chi ha percorso davvero la Storia dalla sua parte (quella della Storia) non facesse sentire subito la propria voce anche al di fuori dell’ovatta dei giardini del Quirinale e delle varie sedi prefettizie.



A PROPOSITO DEL PREMIO STREGA
di Alida Airaghi
 

Caro Angelo,  
in fondo, basterebbe non presentarsi ai premi e ai concorsi, tutti pilotati dalle case editrici o influenzati da correnti interne, come si sa da sempre. Quando nel 24 la giuria tecnica dello Strega ha proposto il mio Quanto di storia allo Strega poesia, mi sono affrettata ad auto-escludermi, come ho sempre chiesto di fare a tutti i miei editori (Einaudi, Saya, Animamundi, compreso l’ultimo Ignazio Pappalardo). Ti dirò che nutro la stessa diffidenza per le antologie a tema, con contributi a più voci, che mi sembrano più che altro operazioni commerciali o di presenzialismo personale. Può darsi che alla base del mio atteggiamento ci sia soprattutto una scontrosità del carattere o una timidezza genetica, per cui non sono mai salita su un palcoscenico in vita mia, e non ho mai fatto una lettura pubblica dei miei versi, ma tutte queste competizioni letterarie, le inimicizie, il fango gettato a manate sugli altri, le consorterie in difesa e in attacco: vale davvero la pena? Va be’ che Michele Mari prende a pugni i recensori malevoli e Bontempelli e Ungaretti si sono sfidati a duello, però guastarsi il sangue per la letteratura, con tutto il male che ci perseguita ovunque, non ti pare eccessivo? 
Un caro saluto, Alida.

LA NUVOLAGLIA
di Giuseppe Natale


 

La nuvolaglia
si fa marmaglia.
 
Va in battaglia
e si sparpaglia.
 
S’espande di qua
s’espande di là.
 
Si prolunga in su
si prolunga in giù.
 
Quando rallenta
si disorienta.
 
Poi si riprende
e si estende.
 
Spinta dal vento
resiste a stento.
 
Non più intatta
non si compatta.
 
Ricerca il senso
del suo scompenso:
 
delirio intenso
d’onnipotenza.

martedì 12 maggio 2026

MILANO TI SORPRENDE SEMPRE
di Angelo Gaccione


Piazza Fontana

Non dimenticarmi
 
Si può dire tutto il male del mondo di Milano, ma alla fine ti sorprende sempre e finisci per riconciliarti con questa città, per tornare a provarne affetto, a gioire con le sue gioie e a dolerti con il suo dolore. Capita così a me e credo capiti a tanti che non vi sono nati, ma la sentono come carne viva della propria carne. Perché ne ha subite tante, perché ha resistito con generosità, perché vorrebbero vederla in ginocchio e sanno che se cadesse verrebbe meno il baluardo più robusto del Paese, la città simbolo della Liberazione. Ferruccio Ascari è un artista non milanese, è nato a Campi Salentina, in provincia di Lecce, ma ha voluto ricordare le 137 vittime delle otto stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire da quella di Piazza Fontana del 1969, con una installazione da collocare in quella che è diventata la piazza più affollata di simboli dell’intera città ambrosiana, e forse della nazione intera. 


Ferruccio Ascari
Non dimenticarmi

C’è la banca su cui è murata la lapide con i nomi dei massacrati; ci sono 18 formelle in bronzo fissate per terra con incisi i nomi delle vittime che girano a cerchio attorno alla fontana del Piermarini e alle sculture di Giuseppe Franchi che la adornano; ci sono le due lapidi per Pinelli; c’è il tiglio in ricordo di Chico Mendes, il difensore della foresta amazzonica, e il globo che simboleggia la terra con la scritta sulle motivazioni; c’è il palazzo dell’Arcivescovado dove il cardinale Schuster aveva tentato di fare incontrare Mussolini e i partigiani per evitare la guerra civile; c’è l’ex Palazzo del Capitano di Giustizia e la lapide con i nomi dei patrioti condannati per cospirazione, e ora si è aggiunta l’opera di Ferruccio Ascari dal titolo Non dimenticarmi



Si tratta di una singolare installazione composta da 137 steli di ferro intrecciati fra loro: ogni stelo ricorda una delle vittime tutte legate dal destino comune della morte. “Ad ogni stelo, in cima ricurvo, è sospesa una campana a vento. Sollecitate dal vento le campane risuonano, diventano voci, le voci delle vittime”. Questa esile e simbolica foresta fatta di tubi arrugginiti, non celebra eroi della storia, celebra il nostro tempo, celebra uomini e donne comuni che il terrore ha colpito a tradimento, ha ammazzato alla cieca. Avrei potuto mitigarne la brutalità verniciando il ferro, ma ho scelto di non farlo. Fintanto che non verrà il giorno in cui sarà, con chiarezza, riconosciuta la responsabilità degli apparati deviati dello Stato in quelle stragi, quella ruggine non sarà rimossa dal ferro di cui è fatta quest’opera e la nostra memoria”, così ha detto lo scultore ammonendoci a vigilare, a tenere desta la memoria. 



Il Comitato di cittadini che ha sostenuto la donazione dell’opera alla città di Milano, si chiama Non Dimenticarmi. Un bel nome, e noi non dimenticheremo. Non dimenticheremo Piazza Fontana (1969), Gioia Tauro con le bombe al treno la “Freccia del Sud” (1970), Peteano (1972), la Questura di Milano (1973), il treno Italicus (1974), Piazza della Loggia a Brescia (1974), la bomba di Piazzale Arnaldo a Brescia (1976), la Stazione di Bologna (1980). Veniteci in piazza Fontana, veniteci spesso; teniamo viva la memoria collettiva, la memoria di popolo: tutto quel sangue innocente è ora riunito qui, in questa scultura, in questo spazio pubblico, in questo spazio nostro.

  

 

  

  

 

 

 

 

 

 

DALLA SEGRETERIA DEL PREMIO STREGA



Pubblichiamo le risposte alle domande che abbiamo formulato alla Segreteria del Premio Strega, sperando di aver soddisfatto le tante curiosità dei lettori.
 
Domanda: Ogni casa editrice quanti volumi e autori può candidare? C’è un limite per ogni sezione? (narrativa, poesia, saggistica)
 
Risposta: Ogni sezione del Premio segue un regolamento specifico e si avvale per la selezione delle opere candidate di un Comitato scientifico dedicato (per la sezione di Narrativa italiana la denominazione dell’organo di selezione è storicamente Comitato direttivo). Ogni Comitato è composto da addetti ai lavori ed è diverso per ogni sezione, occasionalmente alcuni componenti possono essere presenti in più Comitati.
Sezione Narrativa italiana: ogni Amico della domenica (così sono denominati i giurati del nucleo storico, composto da 460 uomini e donne di cultura) ha la facoltà di proporre un’opera. Tra quelle proposte, il Comitato direttivo sceglie ogni anno dodici candidati.
Sezione Poesia: ogni casa editrice può proporre una sola opera. Il Comitato scientifico, che sceglie i dodici candidati, può integrare le proposte degli editori con ulteriori opere ritenute di particolare valore. In queste prime edizioni (il premio esiste dal 2023), i dodici candidati sono stati scelti, più o meno in eguale misura, sia tra i libri proposti dagli editori sia tra le opere integrate dal Comitato.
Sezione Saggistica: il Comitato scientifico seleziona direttamente cinque opere candidate per ogni edizione.


 
D: Il genere racconto rientra nelle candidature o ne è escluso?
 
R: Il genere racconto rientra nella sezione Narrativa. In passato, diverse raccolte di racconti si sono aggiudicate il Premio, come nei casi di Alberto Moravia, Dino Buzzati, Giorgio Bassani e Goffredo Parise.



D: Poiché gli editori inviano due sole copie per autore alla segreteria del Premio ed essendo i giurati molti di più, chi fornirà loro le altre copie per la lettura e la valutazione? È vero che non è la segreteria a selezionare le opere (fra le tante arrivate) da fornire ai giurati per leggerle e valutarle, ma personalità del mondo letterario? Se è così come fa un editore a fare arrivare nelle loro mani i libri? Esiste un elenco di indirizzi che la segreteria fornisce agli editori?
 
R: Nella fase della selezione iniziale, le copie dei libri proposti vengono inviate dalle case editrici alla segreteria del premio in formato elettronico, che la segreteria inoltra ai componenti dei diversi Comitati. Dopo la scelta delle dozzine (sezione Narrativa e Poesia) e della cinquina (sezione Saggistica), le case editrici dei libri candidati mettono a disposizione gratuitamente le copie fisiche destinate alle diverse giurie spedendole alle Librerie Feltrinelli, nostro sponsor tecnico, incaricate della distribuzione.


 
D: Habbiamo appreso da alcuni candidati che i giurati della sezione poesia sono in numero molto ristretto, questo significa che sarà impossibile per loro (come del resto per i giurati delle altre sezioni) poter leggere tutti i titoli da selezionare. Come si procede per ovviare a questo inconveniente? Non c’è il rischio che tantissimi titoli, proprio per l’impossibilità di poterli leggere e valutare tutti, non riceveranno alcun giudizio critico e di fatto sarà come non averli candidati? Non avete pensato di apportare delle modifiche al premio accettando solo un numero minimo di titoli per ciascuna sezione, quelli che è possibile umanamente leggere?
 
R: I giurati della sezione Poesia sono circa un centinaio e ricevono le cinque opere finaliste con un tempo di lettura di vari mesi (da maggio a ottobre). Se parliamo invece del Comitato scientifico, questo è composto da poeti e critici, dunque da lettori abituali di poesia in grado di monitorare nel corso dell’anno le novità editoriali. Per maggiore informazione, i nomi dei membri dei vari Comitati e i regolamenti delle diverse sezioni sono consultabili sul nostro sito premiostrega.it
.

 

SPAZIO MICENE




MARTIRI DI CHICAGO 
In occasione del 1° Maggio abbiamo riproposto l’autobiografia di Albert Parsons.


 

In omaggio a uno dei più straordinari agitatori della storia del lavoro, pubblichiamo l’autobiografia di Albert Parsons. Fu uno dei cinque anarchici di Chicago che furono processati nel 1886-1887 e giustiziati nel novembre 1887 per il loro ruolo di agitatori per la giornata di lavoro di otto ore e per essere militanti anarchici. Questo finto processo nella “terra della libertà” è uno degli eventi più vergognosi nella storia del lavoro in tutto il mondo e ha dato origine alle commemorazioni del Primo Maggio in tutto il mondo - il giorno è stato scelto, perché la repressione che è finita nel “linciaggio legale” dei Martiri di Chicago è iniziata dopo lo sciopero generale per il giorno
lavorativo di 8 ore del 1 ° maggio 1886”...
Se sei interessato all’opuscolo lo puoi richiedere alla redazione de “Il Cantiere” ilcantiere@autistici.org 
contributo stampa e spedizione minimo € 5,00
Carmine Valente


 


  

TEATRO


 
Si è conclusa con grande emozione la finale del “Guardastelle Teatro Festival”, un evento che ha saputo trasformarsi in molto più di una semplice rassegna teatrale: un vero sogno condiviso, fatto di arte, passione e incontri indimenticabili. A conquistare il premio come Miglior Spettacolo è stata la compagnia Oneira Teatro di Lanciano (Chieti) con: Una Rapina da sogno, performance coinvolgente e originale che ha saputo conquistare pubblico e giuria grazie a energia, talento e intensità scenica.
Motivazione della giuria: “Per aver costruito uno spettacolo completo, fresco e originale, capace di unire ritmo, coralità, tempi scenici, costumi ed elementi scenografici con grande efficacia. Il movimento degli attori, la coordinazione del gruppo e la forza comica della messa in scena restituiscono un lavoro compatto, coinvolgente e pienamente riuscito”.
Il Guardastelle Teatro Festival è stato una meravigliosa avventura, nata da un sogno diventato realtà grazie all’impegno, alla creatività e all’amore per il teatro. Un’esperienza capace di unire compagnie, spettatori e professionisti in un’atmosfera unica, ricca di emozioni e condivisione. E mentre si chiude il sipario su questa prima edizione, lo sguardo è già rivolto al futuro: il sogno continua e si proietta con entusiasmo verso la seconda edizione, pronta a regalare nuove storie, nuove emozioni e nuovi abbracci.
 
ARC Oneira 
Fita Sicilia, Fita Catania, Federazione Italiana del Teatro e delle Arti

 

  

lunedì 11 maggio 2026

RIPROPOSTE
di Alida Airaghi
 

Massimo Bontempelli 

L’antica Milano operosa in un romanzo di Massimo Bontempelli.
                                                                                                                                       
La casa editrice milanese Utopia, fondata nel 2020, si è guadagnata in questi pochi anni un ruolo di grande considerazione per l’elevato livello letterario e l’eleganza delle sue pubblicazioni, proponendo una selezione rigorosa di opere che comprendono nomi di rilievo del ’900 in lingua italiana (Bontempelli, Deledda, Ottieri, Scanziani), insieme ad autori internazionali di successo, con un’attenzione particolare alle culture emergenti. Il primo titolo uscito da Utopia sei anni fa è stato Gente nel tempo, romanzo del 1937 di Massimo Bontempelli, del quale sono state stampate finora altre quattro opere, tra cui quest’ultima: La vita operosa.
Massimo Bontempelli (Como 1878 - Roma 1960) fu una controversa figura di poeta, romanziere traduttore, giornalista, compositore, critico, drammaturgo. Laureato in filosofia e in lettere, visse in varie città, collaborando a numerose e importanti testate giornalistiche e case editrici. Convinto interventista, inviato di guerra, combatté come artigliere al fronte, ottenendo la Medaglia di bronzo al valor militare. Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche francesi, affidandosi nelle prime opere a un irrazionalismo onirico sulle tracce del movimento surrealista di Breton, e inaugurando con gli amici Alberto Savinio e Giorgio De Chirico la corrente sperimentale del “realismo magico”. Tornato a Roma, aderì al Partito Fascista insieme a Pirandello, per la cui compagnia teatrale iniziò a scrivere opere drammatiche, sempre oscillanti tra atmosfere fiabesche e spettrali. Estremamente critico nei confronti del provincialismo letterario italiano, fondò prestigiose riviste dal respiro cosmopolita (“900” – con Curzio Malaparte –, “Quadrante”, “Città”), rivalutando l’imprevedibilità del caso e il fascinoso dominio della magia contro il determinismo massificante della società borghese, e sottolineando il ruolo fondamentale dell’inconscio nelle azioni umane, insieme alla necessità di rifarsi al mito come sorgente immaginativa di ogni forma artistica. 


Ungaretti e Bontempelli
in duello

Di carattere burrascoso e polemico (rimane nell’immaginario collettivo il duello con Giuseppe Ungaretti, avvenuto nella villa di Pirandello a Sant’Agnese nel 1926, e conclusosi con il ferimento del temerario poeta), Bontempelli vinse il Premio Strega nel 1953 con la raccolta di racconti L’amante fedele, quando ormai era approdato a una più tranquilla condivisione degli ideali democratici, sia con la fondazione del Sindacato Nazionale Autori Drammatici, sia con l’elezione al Senato nelle liste del Fronte Democratico Popolare e l’adesione al Gruppo Democratico di Sinistra.
La vita operosa è un romanzo in nove capitoli uscito a puntate in rivista nel 1920, ripreso da Vallecchi nel 1921, da Mondadori nel 1925, e infine nell’opera omnia mondadoriana del 1961 (riproposta nel 1978 e nel 1997), curata dalla compagna dell’autore Paola Masino.
Racconta un anno di vita milanese di un giovane reduce della Grande Guerra, con ambizioni letterarie e vaghe aspirazioni di successo mondano, approdato nel capoluogo lombardo in cerca di fortuna economica e riconoscimenti culturali. Accompagnato e custodito da un suo Dàimone personale, che come un’ombra mordace e rimproverante commenta i suoi errori, le sbadataggini, le ingenuità attraverso risatine e caustiche sottolineature, il glorioso sottotenente del nostro esercito attraversa la Milano di un secolo fa a piedi, in carrozza, su tranvai sferraglianti. Suo esplicito memento incoraggiante è il pensiero a mezza voce “Perdio, qui bisogna trovar modo di fare molti quattrini!”, e con questo proposito si imbarca in una serie di iniziative imprenditoriali o decisamente truffaldine oppure destinate a totale fallimento. Tenta la strada della pubblicità, inventando campagne di réclame puerili; progetta ipotesi urbanistiche irrealizzabili; si candida come mediatore di legname all’ingrosso facendosi soffiare ogni compravendita da volpeschi concorrenti; rifiuta per viltà di convalidare brevetti industriali futuristici, e per pigrizia congenita evita appuntamenti risolutivi in orari troppo mattinieri. I personaggi in cui si imbatte sono non solo bizzarri, ma anche minacciosi: ladruncoli, prostitute, millantatori, impostori, attaccabrighe o squilibrati. Non fanno bella figura nemmeno gli intellettuali che il giovane reduce ambisce frequentare, individui boriosi e vanesi che si riuniscono in bar alla moda o in salotti aristocratici, “professorume e scrivaneria” intorno a tavole imbandite, in cui si discute continuamente della bellezza del passato, dell’incertezza del presente, appellandosi però a un finto ottimismo per ricostruire l’Italia distrutta. L’amarezza consapevole che affiora nel protagonista di tanto in tanto, gli fa intuire la falsità delle nuove ideologie, ammantate di linguaggi ingannevoli: “OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a morire… È dunque la volontà ferma di rifare all’Italia i cinquecentomila rósi dai vermi del Piave e del Carso…”.




La Milano del 1919 è tuttora riconoscibile nel nome delle sue piazze, strade, chiese e ristoranti, ma soprattutto nel clima umido, nei colori grigi della periferia: “Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa. L’aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle case”, “Andavo a caso. L’erba era polverosa e l’orizzonte bigio, perché Milano è un’austera città”, “In mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città”, “Questa prima sala del Caffè Campari di Milano, città di vita operosa, è luogo classico per incontri d’affari”. Nel capoluogo lombardo allora come ora valeva la stessa dinamica laboriosità, un’uguale frenesia economica, la smania per il successo e il prevalere di una comunicazione spesso artificiosa: “Tutti, di giorno e di notte, d’estate e d’inverno e anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte, idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove semplici, vedove rimaritate…”.
Massimo Bontempelli utilizza in questa sua seconda prova narrativa, pubblicata a quarantadue anni, un repertorio stilistico assorbito dalle esperienze letterarie contemporanee, lontane da ogni ampolloso classicismo come da qualsiasi retorica nazionalistica, e invece vicine alle esperienze artistiche promosse dal surrealismo e dal futurismo: immaginazione, avventura, cambi veloci di scene, molteplicità di personaggi e ambienti, tutto reso omogeneo da tonalità ironiche, canzonatorie o addirittura beffarde, con un’evidente polemica verso il conformismo sociale. Similmente alle forme di scrittura inaugurate da Savinio e Palazzeschi, si allinea alla loro impostazione giocosa e dissacrante, nell’accostarsi con curiosa vitalità e leggerezza allo spettacolo coinvolgente della rinascita di un paese umiliato e ferito dalla tragedia della prima guerra mondiale.


 
La copertina del libro
 
Massimo Bontempelli
La vita operosa
Utopia Ed. 2026
Pagine 152 €

  

INTERROGARSI SUL PREMIO STREGA


 



Questa nota di Livia De Pietro è stata pubblicata su Facebook il 29 aprile scorso. Non essendo su Facebook, e non avendo alcun interesse per questo Social, non avrei avuto modo di vederla se non mi fosse stata inviata dopo la pubblicazione su “Odissea” della lettera di una delle autrici partecipanti al Premio Strega, la signora San Guedoro. Mi sono in parte sorpreso perché proprio nei giorni scorsi, volendo sapere qualcosa di più su questo importante premio per scriverne una nota, avevo mandato alcune domande alla segreteria. Con grande gentilezza e sollecitudine le risposte sono arrivate subito, il 7 maggio, prima di quando mi aspettavo. Non ho avuto modo di leggere le risposte per impegni vari e perché ho bisogno di tempo per stendere la riflessione che ho in mente, ma la lettera della signora San Guedoro e questa risentita doléance della signora De Pietro mi hanno procurato un certo disagio. Angelo Gaccione



Maria e Goffredo Bellonci


In questi giorni, essendo in giuria al Premio Strega, sto leggendo i dodici libri finalisti. Una vera immersione, che ogni anno dovrebbe essere un piacere, e invece, puntualmente, diventa anche un motivo di perplessità. Accanto a opere solide e meritevoli, ce ne sono altre che lasciano francamente interdetti: poco incisive, prive di slancio, talvolta persino noiose. E la domanda, inevitabile, torna a farsi strada: come sono arrivate fin qui? Quali sono, davvero, i criteri con cui il Comitato Scientifico seleziona i titoli e li porta fino alla finale di un premio cosi prestigioso? Perché, a volte, sembra che il valore letterario non sia il fattore determinante. La letteratura dovrebbe sorprendere, scuotere, lasciare un segno. Non semplicemente occupare pagine. Forse è il momento di interrogarsi seriamente su cosa si stia premiando”. Livia De Pietro

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