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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
martedì 3 febbraio 2026
PONTI E FRANE
di Romano
Rinaldi
Del ponte sullo stretto di Messina mi sono occupato
più volte nel recente passato (1, 2, 3), sollevando legittimi e circostanziati
dubbi sulla sua fattibilità, in quanto basata su un obsoleto progetto
rispolverato dopo quattro lustri e presentato praticamente tale e quale per la
realizzazione di un’opera avveniristica ed unica al mondo. Sfido chiunque a
trovare parole di opposizione all’opera “per partito preso” nei miei precedenti
scritti così come in questa mia nota. In Sicilia e in tutto il Paese, in questi
giorni il Ponte è tornato di attualità per un riflesso condizionato di fronte
all’ineluttabilità geologica della frana di Niscemi e della spesa che lo Stato
(tutti noi) dovrà affrontare per quell’emergenza a fronte dell’accantonamento
di una montagna di milioni di euro (13,5 mila milioni) stanziati per l’erigendo
ponte di Messina.
È chiaro
che di fronte allo scempio che la “Natura” sta facendo di quella cittadina e le
conseguenti sofferenze inflitte alla sua popolazione, il pensiero di ricorrere
ad una (piccola) parte delle risorse già disponibili per quell’opera ancora in
alto mare riguardo la sua possibile realizzazione, è più che legittimo e quantomai
ragionevole. A meno che non si usi il solo parametro della partigianeria tra
pro- e contro il ponte. Lasciando per un momento da parte qualsiasi valutazione
sulla totale mancanza di pianificazione ambientale e territoriale per la
salvaguardia della città di Niscemi, così come del resto del territorio
italiano, da parte delle pubbliche autorità preposte, mi preme in primis
far notare che quel terreno e quel tipo di frana sono quanto di più prevedibile
la natura ci offre in termini di “calamità naturale”. Non c’è infatti nulla di
improvviso e calamitoso nella franosità del margine esposto di un deposito di alcune
decine di metri di spessore di sabbie, perdipiù poggianti su un letto di
argille. Un bimbo di cinque anni lo apprende facilmente, a scala ridotta,
giocando in riva al mare sulla sabbia. Tutto sta nel difendere il fronte
franoso dall’assalto dell’acqua alla base e fornire il sottosuolo del pacco di
sedimento sabbioso di un adeguato sistema di drenaggio che eviti
l’infradiciamento del terreno da sopra e l’ineluttabile franamento del fronte
esposto. In pratica si tratta di una rete di opere idrauliche, comprese fogne e
scolatoi, che devono assicurare un veloce drenaggio e mantenere “asciutto” il
sottosuolo per evitare che l’imbibizione superi una certa soglia di coesione
oltre la quale quel tipo di materiale perde stabilità. Ma allora, se è così
facile, perché non si è provveduto in tempo prima della sciagura? La risposta è
altrettanto semplice.
L’amministratore di turno, essendo un politico che
necessita consenso, invece di impegnarsi in opere di prevenzione che nessuno
vede o capisce, preferisce cavalcare l’emergenza spremendo risorse dai governi,
locale e centrale, in modo da poter gestire grandi quantità di denaro in
un’unica soluzione piuttosto che ricorrere all’ordinaria amministrazione e
spendere poco alla volta le risorse che pure sono disponibili per le opere di
prevenzione. Questo gli consentirà persino di distribuire prebende (appalti
ecc.) a chi poi gli fornirà l’appoggio per la rielezione. Il tutto senza
nemmeno voler considerare gli aspetti illeciti e criminali che possono
evidentemente nascondersi in questo genere di comportamento.
Tornando
al confronto tra l’opera grandiosa e unica al mondo, di cui tutti abbiamo ben
impresse nella mente le immagini dei “rendering” e l’angoscia che suscitano le
immagini di quella cittadina che si sgretola casa dopo casa cadendo nel vuoto
del fronte di frana, non ci può essere una realtà più stridente agli occhi e
alla mente di chiunque abbia un briciolo di cervello. Eppure, anche di fronte a
questa miseranda evidenza, il politico di turno non trova di meglio che restare
fermo sul principio sopra descritto, quasi che il “gruzzolo” accumulato fosse
cosa sua e non risorse economiche che appartengono a tutti noi. D’altro canto,
ho anche sentito ricorrere ad un paragone tanto improprio, quanto improvvido
tra il disastro di Niscemi e quello del Vajont del 1963. Che senso ha infatti
paragonare due eventi franosi che producono danni alle popolazioni del posto
solamente sulla base del quantitativo di terreno che si è messo in movimento?
Nel caso del Vajont l’evento fu improvviso, anche se prevedibile, ma questa è
un’altra storia! (1); in una sola notte causò la morte di oltre duemila
persone. Nel caso di Niscemi, il fenomeno è noto da centinaia d’anni e l’ultimo
episodio di una certa gravità risale a una trentina di anni fa, casualmente
allo stesso tempo della prima proposta per la realizzazione del Ponte;
evidentemente due storie parallele! Tuttavia, a Niscemi non c’è finora stata
alcuna perdita di vite umane a ferma riprova che l’evento è altamente
prevedibile. Ecco di nuovo il politico che, non solo propaga la sua ignoranza
ma la usa sapientemente per suscitare clamore e spingere sulla leva dei
finanziamenti per l’emergenza. Un comportamento astuto da subdolo ignorante…
una persona che merita di essere rieletta vita natural durante!
(1) https://libertariam.blogspot.com/2024/03/il-ponte-sospeso-di-romano-rinaldi.html?m=1
(2) https://libertariam.blogspot.com/2024/04/un-ponte-sempre-piu-sospeso-di-romano.html?m=1
(3) https://libertariam.blogspot.com/2025/08/un-ponte-di-carte-di-romano-rinaldi-m-i.html?m=1
SCAFFALI

Beniamino Andrea Piccone
Abbiamo
chiesto a Beniamino Piccone di parlarci del suo ponderoso volume Attacco
alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo Baffi, in occasione della pubblicazione. Dopo anni
di ricerca, colmando un’analisi storica che sorprendentemente mancava, ho
ricostruito l’attacco politico giudiziario che colpì la Banca d’Italia il 24
marzo 1979. Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e Mario Sarcinelli,
vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e
grottesco vengono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti
d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità
giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale
Sardo, istituto di credito pubblico che aveva largamente finanziato il gruppo
chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della
magistratura. Nelle parole di Mario Draghi si trattò di un «attacco
intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia». Nei suoi diari, Cronaca breve
di una vicenda giudiziaria - pubblicati daMassimo Riva su Panorama
nel febbraio 1990 - Paolo Baffi definisce coloro che lo attaccarono con
l’espressione «complesso politico-affaristico-giudiziario». Allora non si
sapeva che era all’opera in Italia un’organizzazione capillare e potentissima,
la Loggia P2, capitanata da Licio Gelli e i cui membri erano generali dei
Carabinieri e della Guardia di Finanza, politici, magistrati, giornalisti (tra
cui il direttore del Corriere della Sera Franco di Bella, che costrinse alle
dimissioni Massimo Riva, baffiano di ferro, nell’estate del 1979). La Banca d’Italia di Baffi e
Sarcinelli - ben diversa sul fronte della Vigilanza da quella guidata da Guido
Carli - dava fastidio. A chi? Alla P2 di Licio Gelli, a Michele Sindona, a
Roberto Calvi a capo del Banco Ambrosiano, al gruppo Caltagirone, indebitato
fino al collo con l’Italcasse, che verrà commissariata. Baffi aggiunge, in una
lettera a Gianpaolo Pansa - pubblicata nel volume, denso di oltre 500 pagine - «i
giornalisti come quelli del Fiorino, dell’Aipe, del Borghese; finanzieri
vaticani e dirigenti di qualche istituto centrale di credito; uomini politici e
loro caudatari; alti funzionari dello Stato; “magistrati”, e qui virgoletto
perché applicati ad alcuni il nome stride».
Nel campo della vigilanza,
sottolinea lo storico Alfredo Gigliobianco, «Baffi, insieme con il
vicedirettore generale Mario Sarcinelli, contrastò i fenomeni degenerativi che
si manifestavano in quegli anni, usando anche con efficacia e senza timori
reverenziali lo strumento delle ispezioni». I banchieri di nomina politica,
come Giuseppe Arcaini, direttore generale dell’Italcasse, vennero definiti da
Mino Pecorelli «foche ammaestrate» perché nell’erogazione del credito
eseguivano pedissequamente le volontà dei loro sponsor politici.Grazie a un’ispezione iniziata
nell’aprile del 1978 al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi - dove mai e poi mai
il precedente governatore Guido Carli sarebbe mani andato - Sarcinelli scoprì
le malversazioni orchestrate dalla P2 ai danni del Banco, che lo portarono al
fallimento.
Purtroppo la relazione ispettiva, spedita dalla Banca d’Italia alla
Procura di Milano, finì sul tavolo del magistrato Emilio Alessandrini della sezione
reati finanziari, ucciso dai terroristi rossi di Prima Linea il 29 gennaio
1979. Così il Banco Ambrosiano poté proseguire i suoi loschi affari, prima del
fallimento dell’agosto 1982, successivo
all’omicidio di Calvi da parte di Cosa Nostra a Londra sotto il ponte dei Frati
Neri.Nel volume si evidenzia come i
mandanti dell’attacco alla Banca d’Italia siano gli stessi che verranno
condannati in via definitiva quali mandanti della Strage di Bologna - Licio
Gelli, in primis, aiutato nel realizzare la “macchina del fango” da Michele
Tedeschi, parlamentare del Movimento Sociale italiano e direttore del
“Borghese” - ai quali Baffi e Sarcinelli bloccarono le vie di finanziamento
occulte provenienti dal Banco Ambrosiano.Baffi e Sarcinelli verranno
prosciolti da ogni accusa l’11 giugno 1981. Troppo tardi, quando ormai Baffi
aveva lasciato Via Nazionale (ottobre 1979) e per Sarcinelli, a cui di fatto si
impedì di diventare governatore.Il libro è appassionante, una
sorte di spy story, una storia buia italiana, dove però emergono due
luci, enormi, Paolo Baffi e Mario Sarcinelli, che dovrebbero essere ricordati
dagli italiani, sempre che si attivi la memoria, spesso quella del pesce rosso.
Beniamino
Andrea PicconeAttacco
alla Banca d’Italia. La difesa di Paolo BaffiEd.i.p. 2025Pagine 520 -
€ 35 PS: Il volume può essere richiesto
direttamente all’autoremandando
una mail a:
![]() |
| Beniamino Andrea Piccone |
Abbiamo
chiesto a Beniamino Piccone di parlarci del suo ponderoso volume
Dopo anni
di ricerca, colmando un’analisi storica che sorprendentemente mancava, ho
ricostruito l’attacco politico giudiziario che colpì la Banca d’Italia il 24
marzo 1979. Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia e Mario Sarcinelli,
vicedirettore generale con delega alla vigilanza, in modo pretestuoso e
grottesco vengono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti
d’ufficio e favoreggiamento personale per non aver trasmesso all’autorità
giudiziaria le notizie contenute in un rapporto ispettivo sul Credito Industriale
Sardo, istituto di credito pubblico che aveva largamente finanziato il gruppo
chimico SIR del finanziere Nino Rovelli, oggetto di indagine da parte della
magistratura. Nelle parole di Mario Draghi si trattò di un «attacco
intimidatorio all’autonomia della Banca d’Italia».
La Banca d’Italia di Baffi e
Sarcinelli - ben diversa sul fronte della Vigilanza da quella guidata da Guido
Carli - dava fastidio. A chi? Alla P2 di Licio Gelli, a Michele Sindona, a
Roberto Calvi a capo del Banco Ambrosiano, al gruppo Caltagirone, indebitato
fino al collo con l’Italcasse, che verrà commissariata. Baffi aggiunge, in una
lettera a Gianpaolo Pansa - pubblicata nel volume, denso di oltre 500 pagine - «i
giornalisti come quelli del Fiorino, dell’Aipe, del Borghese; finanzieri
vaticani e dirigenti di qualche istituto centrale di credito; uomini politici e
loro caudatari; alti funzionari dello Stato; “magistrati”, e qui virgoletto
perché applicati ad alcuni il nome stride».
VIOLENTI IN
TRASFERTA
di Luigi
Mazzella
È indubbio che
Donald Trump abbia intuito, prima di altri, che è finito il tempo delle
guerre convenzionali tra Stati che si concludono con la vittoria per una delle
parti belligeranti e con la sconfitta per l’altra, oltre che con conquiste
territoriali stabili e imposizioni economiche di resa. E che ben diversa
cosa dalle guerre devono ritenersi le “operazioni militari” dirette a far
cessare su un territorio altrui gli atti di violenza contro popolazioni inermi,
compiuti per motivi religiosi, ideologici o etnici da entità che, spesso, sono
anche di natura transnazionale. In realtà, lo stesso concetto e lo
stesso termine (“operazione militare”) erano stati espressi da Vladimir Putin,
quando i battaglioni neo nazisti Azov, agli ordini di Volodymyr Zelensky, anzi
che dare attuazione a ben due trattati di tutela delle minoranze russofone e
filorusse sottoscritti a Minsk, avevano preso a massacrarle con attacchi
aggressivi e violenti. All’epoca, però, in America del
Nord governava il Partito Democratico di Biden, di Obama e di Clinton (e
in più la NATO era nelle mani di Stoltenberg). Soprattutto
Trump era ancora ben lontano dal delineare il suo intervento militare in
Iran per sottrarre l’inerme popolazione di quel Paese alle angherie, alla
violenza e al massacro degli Ayatollah e dei Pasdaran. Una teorizzazione
intelligente e articolata dei mutamenti avvenuti in materia di guerre ed
un sostegno indiretto alle intuizioni di Trump e di Putin è contenuto in un
lungo articolo di Giuseppe Paccione e Pasquale Preziosa. Il breve
saggio affronta, più specificamente, il tema della cosiddetta “guerra al
terrorismo”, dimostrando che sconfiggere un’ideologia anche quando diventa
un’identità condivisa è compito della politica e non dell’esercito e delle
armi. Più di
recente, il “Corriere della sera” (del 2/2/2026) riferendosi alla comprovata
(per tabulas) esistenza di una rete europea di violenti che
partecipa a tutte (o quasi) le guerriglie urbane, a Torino come a Parigi,
sostiene la tesi, ancora diversa, che a muovere tali facinorosi sia, più
che l’ideologia e il fanatismo conseguente, la tendenza allo scontro
fisico in sé e per sé. L’affermazione ha un preciso senso
politico: mira a contrastare l’assunto che i pretesi “coinvolgenti e
poderosi postulati politici della Sinistra” siano così cogenti da spingere
alla guerriglia i giovani (anche se solo quelli che, per loro conto, sono di
natura, aggressivi). Essa, però, diventa particolarmente
inquietante se ci si pone il problema di individuare chi sostenga le spese per “trasferte”,
che è molto difficile immaginare gratuite, essendo molte costose, soprattutto
in Occidente, le spese di trasporto e di sostentamento nei luoghi degli
scontri. Il “Corriere” si limita a metterci la classica “pulce
nell’orecchio”, non indagando sui responsabili dei finanziamenti. Se lo facesse e li individuasse potrebbe rafforzare la
tesi dell’incolpevolezza delle forze politiche della disastrata Sinistra
Europea per l’organizzazione di “squadracce” con componenti, muniti di oggetti contundenti e
bene addestrati ai tafferugli urbani. Se non lo fa
è, probabilmente, per non tirare in campo un altro problema: la possibilità che
vi siano ipotizzabili conflitti tra Stati Ufficiali e Stati
Profondi (i c.d. Deep States)?
Domande: Tali
conflitti possono ritenersi “guerre” o devono qualificarsi solo
“scontri”, sia pure armati (con oggetti contundenti, bombe molotov, razzi,
martelli, da un lato, e manganelli, dall’altro) tra forze di polizia al
servizio di “burocrati ortodossi e rispettosi verso i Capi Ufficiali”
contro masse rivoltose che possono immaginarsi viste di buon occhio e non
denunciate a chi di dovere, da “alti papaveri dei Servizi d’intelligence,
cosiddetti” deviati”? E come
definire i secondi, senza ricorrere alla fantasia e immaginare una Spectre
internazionale come nei libri di Jan Fleming e nei film di James Bond? E’
troppo chiedere che un’indagine, almeno per così dire “terra-terra”, su
questo ipotizzabile tipo di conflitti, vada fatta?
lunedì 2 febbraio 2026
LIAM IL TERRORISTA
di
Zaccaria Gallo

Il piccolo Liam
Ma si può
arrestare un bambino di 5 anni? Sì, si può! A Minneapolis e negli Stati Uniti
si può! Fatevene una ragione. Va all’asilo di Minneapolis, Liam? Sì. Ed è un
terrorista. Sta entrando in casa insieme a suo padre? Un altro terrorista,
perché è un ecuadoregno, e si sa che tutti gli ecuadoregni, fin dalla culla,
sono dei terroristi. E in quella loro casa, verso cui stanno facendo gli ultimi
passi, vivono altri terroristi. Bisogna tirarli fuori e farli uscire e poi
arrestarli, come già fatto con il padre di Liam. Quei quattro uomini sono
armati fino ai denti, ma non si vede il loro volto. Hanno un passamontagna.
Gridano, urlano e, poco fa, hanno sparato ad un infermiere. Altro terrorista
pure lui. Non ecuadoregno però. Americano. Come loro. È morto, con il cellulare
in mano: quell’arma che spara parole! Gli ospedali, le scuole, le strade, i
bar, a Minneapolis sono covi di terroristi! Qualcuno urla: “è solo un
bambino!”. Ma quelli hanno i passamontagna, che coprono le orecchie e il cuore.
Non sentono! Anche Liam ha la testa e le piccole orecchie coperte: un casco a
forma di coniglietto. E, attenzione! Ha anche uno zaino, dietro le spalle. Che
c’è scritto? “Uomo Ragno”: ecco. Pericolosissima setta eversiva della libertà
in America. Liam deve suonare alla porta. Quelli che stanno dentro apriranno e
il gioco è fatto! Liam suona. Una, due, tre… altre volte. Ma quelli là dentro
non aprono. Liam è colpevole. Ha cinque anni, ma è già un pericoloso e abile
criminale. Bisogna arrestarlo. Portarlo in un Centro di Detenzione. Ma si può
arrestare un bambino di cinque anni? Sì! A Minneapolis si può! Negli Stati
Uniti si può. È un complice di quei democratici che sono alla guida della città
e dello Stato del Minnesota.

Che cosa stiamo gettando via? Questo è un mondo di
prepotenti e violenti: stiamo disperdendo l’umanità. In che mondo vive Liam? In
che Paese vive Liam? Ha dei parenti piccoli come lui in Palestina, a Gaza? O a
Mariupol, in Ucraina. O a Teheran, in Iran? O come qui, da noi, in Italia, dove
Riccardo, senza biglietto, deve scendere, nella neve, dal bus e farsi la strada
del ritorno a casa, a piedi, nel freddo mortale? Non vivono nel mondo delle
fiabe e dell’innocenza questi bambini, ma nel mondo delle iniquità. Nel mondo
abitato non soltanto da uomini con il passamontagna, che lo hanno arrestato, ma
in un mondo abitato da milioni di uomini che, pur senza passamontagna, non
vedono e non sentono o che fanno finta di non vedere o sentire. Quelli sì
complici della iniquità e di chi ci vuol divorare il tempo, la storia, gli
ideali dei grandi filosofi, la verità, che ci uccide la speranza e l’amore. Quando
si cancella il male, come si sta facendo in questa società, che ha eliso l’uno
e l’altro, il bene e il male, si dimentica anche la sete di salvezza e il tempo
umano diventa una nebbia opaca. In che paese mi trovo? In che tempo vivo e in
che tempo vivrete figli miei? Nel paese dove si lascia che la gente sparisca?
Che si arrestino bambini e neonati?
IN DIFESA DI KOBANE
Appello per un corteo a ROMA - 14 Febbraio ore
14:30
Piazza indipendenza e a MILANO - 14 Febbraio ore
14:30
Kobane è sotto assedio. Undici
anni fa era l’ISIS a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza
curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie
filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica:
cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare
con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da
Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato
dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES).
Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti
internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno
trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini,
anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le
strutture sanitarie operano senza corrente. Le SDF continuano a difendere la
popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri ISIS, ma il
collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la
riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la
sicurezza internazionale. Alla base della DAANES c’è il Confederalismo Democratico,
il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del
movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione
e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia
cooperativa e autodifesa comunitaria.
Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’ISIS è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali. In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai. Come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario. Il 14 febbraio 2026 ci ritroveremo in corteo a Roma e Milano per chiedere la liberazione di Abdullah Öcalan e di tutti i prigionieri politici in Turchia, per difendere la rivoluzione curda e il futuro delle comunità del Nord-Est della Siria. Tacere oggi significherebbe voltare le spalle a chi ha combattuto l’ISIS e tradire chi dimostra, da oltre dieci anni, che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La resistenza continua, e noi saremo al loro fianco.
Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia
Retekurdistan Italia
Comitato Il tempo è Arrivato - Libertà per Ocalan
Centro Socio-Culturale Ararat
Associazione Confederalismo Democratico Kurdistan
Adesioni:
COBAS
CUB
Odissea
RIPUDIARE, DISERTARE, ABROGARE LA GUERRA
di Giuseppe Natale
Si vis pacem para bellum:
cinico ossimoro orrendum.
Se vuoi la pace prepara la guerra:
degli umani è il grande inganno a
Madre Terra.
Se vuoi la pace prepara la pace
Con amore e d’altruismo capace.
Ripudiamo la guerra:
con azioni e atti non violenti
quotidiani decisi e resistenti.
Disertiamo la guerra:
col rifiuto di produrre e usare
le armi
in tutto il mondo integrali
disarmi.
Abroghiamo la guerra:
umana cosa letale mai più
per sempre sia seppellita nella
tomba dei tabù.
Intrecciamo le resilienze locali
come anelli di catene solidali
di molteplici resistenze globali.
Vita Amore Impegno militante
Pace disarmata e disarmante.
“PASSATA
LA FESTA…
di Chicca Morone

Luc Montagnier
“Passata la festa gabbato lo santo” dice un
proverbio molto in uso di questi tempi, tranne che per alcuni recidivi che
insistono su argomenti spinosi come la terapia genica a cui gran parte della
popolazione è stata sottoposta. Peccato che la festa sia stata solo per le case
farmaceutiche oltre a chi su tale imposizione abbia guadagnato denaro sonante e
i gabbati restino quelli che adesso stanno scoprendo gli effetti collaterali a
lunga scadenza! È necessario risalire agli anni 2013 e alla Global Health
Security Agenda, quando l’Italia era stata designata come capofila (per i seguenti
cinque anni) delle strategie e campagne vaccinali nel mondo, proprio a
Washington alla presenza del presidente Barak Obama.
All’epoca
la nostra impavida ministra della salute del
governo Renzi, Beatrice Lorenzin - https://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Lorenzin - aveva
firmato l’accordo rendendo per i neonati l’obbligatorietà dei vaccini, tutt’ora
esistenti, che includono quelli contro difterite, tetano, pertosse,
poliomielite, epatite B, Haemophilus influenza e di tipo B,
morbillo-parotite-rosolia (MPR) e varicella (V). È notorio che un essere appena
nato può contrarre l’epatite B (trasmissibile per via sessuale o attraverso
siringhe infette) per cui una sostituzione delle naturali difese immunitarie
con farmaci di cui non ci siano sperimentazioni (a oggi nemmeno quelle corredate
di placebo) è più che significativa. Si tratta di un vaccino assurdo che noi
abbiamo nella nostra esavalente perché la Glaxo pagò 600 milioni per farla
inserire, cosa ampiamente documentata da sentenze della Cassazione che lo hanno
certificato. In Europa 17 nazioni non hanno alcun obbligo: Germania e Belgio ne
hanno uno e non mi risulta che la situazione decessi neonatali sia
preoccupante, per cui è chiaro che la scelta non sia stata basata sulla
spiegazione, sull’illustrazione, sul chiarimento, sulla ricerca, ma
semplicemente su una forma di coercizione nei confronti dei cittadini. Quella
coercizione che avrebbe dovuto abituarci dall’infanzia a sottostare ai diktat
invocati dalla mente illuminata di Yuval Harari, nell’ottica del Nuovo Ordine
Mondiale, quando dichiarava “Il
Covid è fondamentale perché è ciò che convince le persone ad accettare la
sorveglianza biometrica totale”.
![]() |
| Luc Montagnier |
Bisogna
invece riconoscere a Robert Kennedy jr. - ministro della salute americana - il
coraggio di dichiarare quanto il problema dal punto di vista economico (motore
di non poche imposizioni a cui siamo stati sottoposti negli ultimi anni) non siano
i guadagni derivanti dai vaccini, bensì i profitti che derivano dalla cura
delle malattie provenienti dai cosiddetti vaccini, cioè la produzione di tutti
i medicinali, di tutta l’attività di cura che - ahimè - deve seguire. È l’esplosiva
dichiarazione fatta dal ministro della salute in persona: questo combattente,
sin dal suo insediamento, ha selezionato 17 esperti del Comitato per l’Immunizzazione
della FDA (sostanzialmente un incrocio tra l’Istituto Italiano di Sanità e
l’AIFA), licenziandoli per evidenti conflitti di interessi. Certo, all’interno
del Senato ha avuto “qualche” problema, risolto però con la domanda a ogni singolo
senatore “scusi lei quanto prende dalle case farmaceutiche?”: per chi
volesse assistere al silenziamento dei senatori coinvolti nel mercimonio
esistono video esaustivi e di grande efficacia.
Noi qui
in Italia continuiamo con questa follia dei 11 vaccini obbligatori fatti nel
primo anno di vita di un neonato, che poi si ripetono e diventano una
cinquantina di dosi con il numero crescente, collegato al ricatto per
frequentare la scuola, come è stato perpetrato sul lavoro con il green-pass.
Imposizioni
prive di qualsiasi fondamento come dimostrato a 360°.
Infatti
negli Stati Uniti la ricerca della fondazione McCollough ha dimostrato quanto i
bambini non vaccinati siano più sani degli altri: ormai decine e decine di
studi scientifici lo certificano; testimoni non sono solo le situazioni come
quelle degli Amish americani - gruppo importante che “rifiuta” la modernità (tra
cui le vaccinazioni) - popolazione che non conosce il fenomeno autistico. E non
succede perché la diagnosi viene fatta in maniera diversa, in quanto l’autismo
si diagnostica per tutti con modalità uguali riconosciute a livello mondiale:
se gli Amish non hanno l’autismo, non hanno l’autismo e se i bambini non
vaccinati hanno meno autismo dei vaccinati il dato è oggettivo. Certo è che
ammettere di essere stati ingannati fa molto male, per cui si ricorre
all’accusa di teorie complottiste e ci si rifiuta di accogliere i risultati di
ricerche non finanziate dalle case farmaceutiche per pura ignoranza. La stessa
ignoranza di quegli opinionisti che recitavano insulti e frasi fatte nei
confronti dei cosiddetti “no-vax” persone non contrarie alle vaccinazioni, ma
all’obbligatorietà di queste. Oggi esiste la “Commissione parlamentare di
inchiesta sulla gestione dell'emergenza sanitaria causata dalla diffusione
epidemica del SARS-COV-2” che sta raccogliendo le testimonianze di coloro che
in qualche modo sono stati protagonisti della realtà distopica che ci ha
“rallegrato” negli ultimi anni, quel comportamento tipico dei regimi totalitari,
le cui caratteristiche sono sorveglianza tecnologica, perdita di libertà
individuale e disastri ambientali.
Una su
tutte la testimonianza di una famosa virostar che ha dichiarato impunemente di
ricevere emolumenti da più di una casa farmaceutica per cui essere stato meno
coinvolto in conflitti di interesse rispetto a chi veniva sponsorizzato da una
sola. Una logica ferrea supportata da quella arroganza mai dismessa in tutti
questi anni!
Si tratta
semplicemente di far emergere la Verità, quella che il premio Nobel Luc
Montagnier assicurava sarebbe venuta alla luce, forse non così rapidamente, ma
con certezza assoluta.
domenica 1 febbraio 2026
SCAFFALI
di Laura Cantelmo
Diritti della donna in Wollstonecraft
Un libro
straordinario Rivendicazione dei diritti della donna, nato nella
temperie culturale e politica settecentesca che in qualche modo aveva coinvolto
anche l’Inghilterra, scritto da una donna eccezionale, che promuove in quel
paese una riflessione totalmente nuova sulla donna. Non era semplice per il
sesso femminile pubblicare un libro, né tantomeno essere presa sul serio. Mary Wollstonecraft
(Londra, 1759/1797) lo scrive anche grazie alla sua stretta relazione con il
filosofo William Godwin, dal quale, morendo di setticemia post partum, avrà
una figlia, Mary Shelley, che sarà la nota autrice di Frankenstein e
moglie del poeta romantico Percy B. Shelley. Lo stesso Godwin si occuperà di diffonderne
il pensiero attraverso la storia della sua vita, dopo la sua morte, così pure il
collegamento con il suo vissuto saprà dare sostanza ai suoi scritti”. Avrei
voluto una stanza solo per me” fu una sua affermazione, prima che Virginia
Woolf condividesse quella stessa aspirazione. Non useremo per lei, né per questo
suo lavoro, il termine “femminista”, non essendo ancora entrato nel linguaggio
corrente. Sappiamo che Wollstonecraft, sovranamente libera dalle convenzioni
sociali, fu vista con apprensione e orrore dagli intellettuali inglesi,
semplicemente sulla base della sua biografia, per quel tempo scandalosa e
inaccettabile, in quanto viaggiatrice solitaria, amante di un avventuriero e successivamente
madre di una figlia, Fanny, nata fuori dal matrimonio. Definita da Horace Walpole “iena in
sottoveste”, la sua morte venne accolta come segno della Provvidenza. Fu
scrittrice di romanzi, traduzioni, saggi sull’educazione (il più noto dei quali
I diritti degli uomini (1790) era un elogio della Rivoluzione francese.
Orgogliosamente visse sempre dei compensi del suo lavoro, come segno di
libertà. Una famiglia medio borghese di sei figli, la sua: il padre alcolista
non le consentì neppure i rudimenti dell’istruzione, destino comune a tutto il
genere femminile. Lei, tuttavia, impara a leggere da una domestica e studia
come autodidatta. Viaggia per l’Europa, esercitando diversi lavori, dall’insegnante
alla bambinaia, si reca da sola in Francia durante la Rivoluzione del 1789 e
scrive le sue riflessioni, Scritti sulla Rivoluzione francese (1794).
Dedicherà la Rivendicazione a Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, uno dei principali estensori della Costituzione della Francia rivoluzionaria, per convincerlo a modificare la riforma dell’istruzione basata su scuole riservate unicamente ai maschi, relegando entro le mura domestiche l’educazione delle femmine. Un atto di incredibile ingiustizia se si pensa al ruolo attivo delle cittadine nella Rivoluzione.
Interessante la polemica con
Rousseau e l’impostazione educativa delle donne, che doveva degnamente
accompagnare quella del suo Emilio. Percorsa da suggestioni che
consideriamo attuali ancora oggi, Wollstonecraft rifiuta fieramente la linea
tipicamente maschile seguita da Rousseau, che mette in discussione l’indipendenza
della donna e sottolinea invece l’importanza dell’astuzia come principale
virtù, in quanto frutto di una educazione tesa a renderla schiava e soggetta
all’uomo. Prendendo in considerazione la posizione delle donne nella società, si
rende conto di come la stessa sorte sia riservata agli animali, benché, a loro
volta, dotati di razionalità e titolari di diritti. Come dimostrerà un libro
dell’amico Thomas Taylor, coevo della sua Rivendicazione, esiste un’analogia
tra il destino delle bestie e quello delle donne, non essendo queste ultime
considerate pienamente umane. La diffusa convinzione che la donna fosse nata da
una costola di Adamo è servita a far accettare la sua fatale subordinazione
all’uomo. Da ciò deriva l’importanza di piacere grazie all’aspetto fisico,
sviluppando la frivolezza, la civetteria, la schiavitù al proprio corpo, senza
tenere in alcuna considerazione l’intelligenza, che è, per Rousseau, prerogativa
unicamente maschile. L’educazione stessa
tende a rendere la donna anche fisicamente fragile, sottomessa all’uomo, cui
nulla viene negato affinché possa espandere la propria forza, mostrando la
propria “superiorità”.
L’importanza di questo libro sta nell’interrogarsi su
che cosa significhi essere donna e nel sottolineare il valore dell’educazione
per il conseguimento di una pari dignità tra i sessi. Rivendicare i diritti
della donna significava per l’Autrice non solo riparare un’ingiustizia, ma
proporre una rivoluzione sociale. Non a caso Virginia Woolf ne fu attenta
lettrice, mettendo acutamente in risalto come il suo pensiero non fosse mai
dogmatico, ma di giorno in giorno venisse rielaborato in nuove teorie che
prendevano corpo in base all’osservazione. Un vero e proprio metodo scientifico
che definiva il problema della posizione della donna nella società in termini del
tutto condivisibili anche ai giorni nostri, fino a proporre un’autentica rivoluzione.
La traduzione e la cura di Carlotta Cossutta, ricca di note e di riferimenti
storici, rendono agile e fluido questo libro che potrebbe forse apparire di
ardua lettura. Il linguaggio è scorrevole, le argomentazioni sono concrete e
accessibili, rendendo questo tema fondamentale per l’autocoscienza delle donne
e per una maggiore consapevolezza da parte degli uomini. Un libro che non
dovrebbe mancare nelle biblioteche private e pubbliche. Un saggio da vendere
anche negli Autogrill, secondo la giusta aspirazione della curatrice.
Mary Wollstonecraft
Rivendicazione dei diritti della
donna
a cura di Carlotta Cossutta
Oscar Mondadori - Milano 2025
Pagg. 310 €12
POETIdi Stefano Donno
La
Geometria del Sentire: Scienza e Poesia in Laura Garavaglia La
produzione poetica di Laura Garavaglia raccolta nel volume Poemas (2012-2024)
(Sial Pigmalión, 2025) si configura come un’indagine epistemologica di rara
intensità, capace di suturare la storica frattura tra il rigore della scienza e
il “sentire” lirico. L’autrice non si limita alla citazione erudita, ma abita
il linguaggio scientifico – dalla meccanica quantistica alla teoria dei gruppi
– per decodificare il reale. L’originalità linguistica risiede proprio in
questa integrazione organica: termini come “zero assoluto”, “linee d’universo”
o “algoritmo” perdono la loro asetticità specialistica per farsi metafore
vivide della condizione umana, evitando con eleganza i cliché del
sentimentalismo tradizionale. La sezione dedicata ai “grandi matematici” – da
Turing a Galois, da Ada Lovelace a Cantor – non è un semplice omaggio
biografico, ma una polifonia di voci che esplorano il confine tra genio e
abisso, tra “ragione e immaginazione”. Sotto il profilo della rilevanza
tematica, Garavaglia affronta con sguardo interstiziale i traumi della
contemporaneità: il dramma delle migrazioni (‘Yusuf’, ‘Clandestina’), la salute
mentale (‘Sindrome di Asperger’, ‘Anoressia’) e l’impatto della tecnologia (‘Skipe
online’, ‘Pensiero artificiale’). La struttura formale è volutamente
frammentata, dominata da un minimalismo che procede per “punti di precisione”,
dove il verso si fa sottile e tagliente come un’equazione risolutiva. La voce
poetica emerge con un’autenticità che riconosce nel numero la “purezza”
necessaria per fronteggiare la “paura dell’annullamento” e l’assillo del tempo.
In questa sintesi tra logos e pathos, l’opera di Garavaglia non solo dialoga
con la tradizione (da Petrarca a Sinisgalli), ma innova profondamente, offrendo
una “bussola nel labirinto della conoscenza” e confermando la sua statura nel
panorama internazionale.
“SAI” MI DICEVI “È IL CICLO DELLA VITA”.
E l’albero, d’estate
dava i fruttiper piangere le
foglie, poi, col tempo.Pensavo alle radici, a
ciò che restava del senso.Sentivo crollare la
parete, dentro.
Laura
GaravagliaPoemas Pigmalión, 2025Pagg. 204 - s.i.p.
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