di Zaccaria Gallo
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| Opera di A. Casiraghy |
La costa
tra la Cala del Pantano e la Torre Costiera verso Trani, sul mare, si apre di
tanto in tanto, ad ogni svolta, all'improvviso e dall’alto del parapetto che
sporge verso il basso, ad ogni discesa, conduce lo sguardo alla distesa di ciottoli
chiari levigati dal tempo, che si trovano sulle rive; quei ciottoli diventati
così tondi e ovali grazie al lavoro paziente durato secoli, talvolta millenni.
Le rocce, staccatesi dalle falesie e dagli affioramenti costieri, sono state
trascinate dalle onde, sbattute le une contro le altre e, lentamente, consumate.
Gli spigoli si sono arrotondati, le
superfici levigate e il mare come uno scultore instancabile ha cancellato ogni
asperità. Sulla superficie di ogni ciottolo, ha deposto una patina biancastra:
è il sale, lasciato dall’evaporarsi dell’acqua marina e dai residui calcarei,
tipici di questa costa pugliese. E allora lasciamoci andare ai pensieri
d’estate. Ci sovvengono alla memoria le leggende che spiegano la nascita
proprio della forma perfetta di ogni ciottolo. In tempi remoti, probabilmente,
una sirena del mare ha pianto ogni notte, guardando le navi e i pescherecci
allontanarsi all'orizzonte, temendo la loro scomparsa. Le sue lacrime cadevano
sugli scogli e il mare, per custodirle, le ha trasformate in pietre bianche e
lisce: per questo, nessuna ha spigoli. Il dolore, accarezzato a lungo dalle
onde, si trasfigurava in dolcezza. C’è anche chi dice che quei ciottoli siano
le perle perdute dalla luna.
Nelle notti
di maestrale, la luna si specchia nel mare Adriatico e, ogni volta, che una
nube la vela, lascia cadere una manciata di perle sulla spiaggia. Il mare, poi,
le sparge lungo la costa e il sole le ricopre di sale. Quei bellissimi sassi
potrebbero anche essere piccoli frammenti di una luna innamorata, caduti sulla
terra a impreziosire la riva o una preghiera, un rosario di pietre che il mare
sgrana da secoli lungo la costa o, infine, le pagine bianche su cui ogni onda che
arriva e si ritira scrive e cancella la propria storia. Potremmo pensarli anche
come pensieri maturi, che hanno perso gli spigoli della giovinezza o come
parole antiche levigate dall’uso di generazioni o come anime pazienti che le
tempeste non hanno spezzato, ma reso più armoniose. Distesi sulla battigia, i
ciottoli candidi appaiono, qualche volta, anche come un gregge silenzioso,
addormentato sotto il sole. E, talvolta, in qualche angolo, a sorvegliarli, c’è
un silenzioso pastore: un grosso tronco d’albero o un legno intero, difficile
da riconoscere.
Quegli alberi, quei legni sono lì, e sembrano rifiutare di
raccontare la loro storia: sono un enigma! Vengono da una foresta di montagna?
Un fiume li ha trasportati verso il mare? O sono tracce, indizi di una tempesta
che si è scatenata su una nave, una barca? Anche loro, alberi e assi di legno
sono stati levigati dall’acqua, come i ciottoli, che sorvegliano. O chissà,
forse, è quell’asse, quel legno al quale si è aggrappato Ulisse o altri
naufraghi come lui. Certo, un albero è destinato a stare in piedi e, vederlo disteso,
magari con i rami non più verso il cielo e le radici a mezz’aria, ci fa pensare
a un destino rovesciato. Ma il sole, l’acqua del mare, le onde, il sale, il
vento, anche se ne hanno consumato la corteccia e cambiato la posizione, hanno
però scolpito una bellezza austera, quasi una scultura. Come i nostri ciottoli.
Nessuno conserva la durezza dell’origine: il mare ha consumato ogni angolo,
trasformando le pietre in una forma di pace, e quella sottile polvere di sale
le fa brillare come perle dimenticate da una mano divina. Ma non è solo questo che
ci piace ricordare: anche altre cose che quei ciottoli custodiscono.
Molte
virtù. La prima la si scopre con il tatto, prendendone uno in mano, si adatta
naturalmente al palmo, come se la sua forma fosse stata studiata apposta per l’anatomia
umana ed è sensazione antica. Rassicurante, la pietra, fredda e liscia, sembra
trasmettere la calma del mare che l’ha modellata. C’è la vista. La vista, sì! Che
per la bellezza, allo sguardo, ogni ciottolo appare come una piccola scultura
astratta, diversa da tutte le altre, eppure perfetta, nella semplicità, tanto
da ricordare le sculture di Brancusi. Ma nessun artista avrebbe potuto
progettare forme più armoniose di quelle create dal dialogo interminabile fra
le rocce e le onde. E poi c’è l’udito! Quando il mare raggiunge la riva e si
ritira, migliaia di pietre si sfiorano e si urtano dolcemente: ne nasce una
musica particolare, un fruscio di vetro e di conchiglie, un mormorio che
appartiene solo alle spiagge di ciottoli: e la voce della costa che parla,
senza parole, da secoli. E, infine, dobbiamo anche avere un momento di
riconoscenza per queste pietre, anche se richiamano ricordi meno lieti. Nei
tempi della fame e della miseria, quando nelle case mancava quasi tutto, si
tramanda la storia della minestra di ciottoli: in una pentola d'acqua messa a
bollire sul fuoco si mettevano i ciottoli e si aggiungeva a quello che c’era
una patata, una cipolla, un paio di pomodori. La pietra, col suo silenzioso
aiuto, insegnava che la solidarietà può trasformare la scarsità in utile
abbondanza.
Per questo, osservando i ciottoli della spiaggia, viene da pensare
che anche le pietre possono raccontare una lezione di vita. Come quei ciottoli
hanno perso gli spigoli, sotto l’azione paziente del mare, così le difficoltà
della vita possono smussare l’orgoglio degli uomini, e insegnare loro il valore
dell’aiuto reciproco. Forse è anche per questo che una spiaggia di pietre non
apparirà mai fredda, perché ogni ciottolo custodisce una storia. I ciottoli
della riva non hanno fretta. Da secoli attendono l’onda successiva. Senza
accorgersene continuano a cambiare, a levigarsi, a diventare sempre più
armoniosi. Anche la vita compie la sua opera allo stesso modo: un giorno dopo l’altro,
un’onda dopo l’altra.