UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 8 novembre 2026

RIEMPIRE BENE IL VUOTO
di Angelo Gaccione
 


N
essuno spazio vuoto rimane vuoto a lungo, figuriamoci in città. Se si tratta di città densamente abitate, se si tratta di parti centralissime, è facile immaginare quanto facciano gola, quante categorie professionali vorrebbero metterci le mani e a quali usi destinarle. Facevo questa riflessione mentre transitavo per via Filippo Corridoni per andare a vedere se la fontana che occupa lo slargo davanti al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di cui mi ero occupato con uno scritto segnalandone il degrado, era stata finalmente ripulita. Una fontana senza pretese, una specie di cono da cui l’acqua scende in una vasca circolare piastrellata da piccole tessere, ma pur sempre un arredo gentile che non meritava quella incuria. Era stata ripulita, ma mi ricordavo che era sormontata da una sfera retta da una colonnina che ora non ci sono più. Lo spazio a cui mi riferisco è quello di via Savarè; una via rimasta a lungo occupata da auto posteggiate su entrambi i lati della strada ed ora, dopo averla pedonalizzata e chiusa al traffico, è bastato mettere delle panchine, tavoli da picnic, tavoli da ping-pong, una serie di grandi fioriere dal bel colore rosso vivo, disegnare sul parterre delle forme che si ispirano alla musica e al movimento, ed ecco che lo spazio si è subito riempito di persone di ogni età: per la lettura del giornale, per consumare uno spuntino, per conversare senza il fastidio del traffico, per sfidarsi in una partita e persino per fare ginnastica o recitare. 



Il pomeriggio in cui vi sono approdato io c’era un istruttore di pugilato con un nutrito gruppo di ragazzi, maschi e femmine, che si esercitavano nella pratica del pugilato. Mi sono seduto ad osservarli incuriosito per una discreta frazione di tempo. Simulavano lo scontro, ma senza colpirsi; fendevano l’aria e si muovevano con estrema rapidità. Schivavano i colpi, tenevano stretta la guardia e cercavano di sorprendere l’avversario per il colpo decisivo. Alcuni erano poco più che ragazzi, ma ce n’erano di maggiorenni. Ogni volta che affondavano il gancio facevano una faccia feroce, anche le ragazze. Allora mi sono detto che tutti questi sport che creano danni alle persone (come il pugilato) o all’ambiente (come le corse in auto e in moto), dovrebbero essere aboliti. Colpire l’aria con i pugni: ecco, questo potrebbe essere un buon modo per far sfogare l’aggressività dei giovani e scaricare la violenza e l’aggressività; per auto e moto si potrebbero organizzare competizioni virtuali da seguire sugli schermi. Ai vincitori premi e riconoscimenti anche in denaro. Ne gioverebbe l’ambiente e ne gioverebbero gli umani. 



La pedonalizzazione di via Savarè non solo ha permesso di rendere più sicuri scolari e allievi delle scuole limitrofe, ma ha ridotto rumore e inquinanti. A due passi ci sono il Conservatorio e l’Istituto Musicale Statale: emettono suoni decisamente più gradevoli.

CADUTE FOGLIE
di Zaccaria Gallo



Una strada non molto lunga, accanto a quella che porta alla mia abitazione, ha sui lati una fila di tigli. Occupano parte dei due marciapiedi, ma, in ogni stagione, è una avventura dello spirito sfiorarli, mentre si cammina. Così è in primavera, quando le foglie avvolgono, nel loro verde intenso e largo, i fiori, che poi inonderanno di un profumo intenso dolcissimo, tutta la strada e i palazzi attorno. Così è in inverno, quando gli alberi protenderanno le loro braccia nude verso il cielo, come a voler elevare una preghiera di speranza per la rinascita. E così è quella strada, anche in autunno, proprio in questo novembre, quando ogni albero si spoglia e dona le sue foglie alla terra. Anche se, dal punto di vista scientifico, la caduta delle foglie in autunno, soprattutto se accelerate da forti piogge, come quelle che si sono verificate in città nei giorni scorsi, può ricordare un successivo processo di decomposizione, tuttavia in essa l’anima umana sente qualcosa di profondamente diverso: il profumo delle foglie bagnate si leva da loro come la sinfonia viva, intima e struggete dei violini d’autunno (oh Verlaine, Verlaine!). Profumo di terra e ricordi, quelli dei passi di quando s’andava a scuola, e le scarpe affondavano in un tappeto colorato. Camminare tra questi alberi spogli, avvolti dal sentore d’umido, cancellava i rumori del mondo accanto. Paesaggio che molte volte accompagnava la malinconia del momentaneo abbandono della persona innamorata e il sopraggiungere di una nostalgia dolce e avvolgente. Quante volte abbiamo sentito di ricevere dalla natura un dono imperdibile, durante le passeggiate tra quegli alberi spogli quando, taciturni, osservavano le loro foglie, cadute ai loro piedi, ma rinfrescate da rugiade e piogge: la nostra inquietudine trovava, in quei momenti, la riva della comprensione per quell’umido silenzio. Capivamo quanto fosse perfetta la descrizione di questo profumo nell’espressione giapponese “Mono no Aware”: che è partecipazione struggente alla bellezza fugace delle cose dell’Universo e che, volendo, possiamo anche viverla se, con attenzione, per esempio, partecipassimo al momento in cui una foglia si stacca dal ramo del suo albero e va a posarsi sul terreno umido.



L’odore delle foglie bagnate è il profumo di un ritorno alla terra, il poetico invito a rallentare, a far silenzio, a ritrovare le proprie radici (“L’autunno è una seconda primavera, dove ogni foglia è un fiore” Albert Camus). Zitti! Sentiamo allora il mormorio della caduta!                                                                                                
“È così strano”. Dice, con un po’ d’affanno per il volo, la foglia appena arrivata a terra. “Il mio mondo, fino a poco fa, era tutto lassù. Ho sempre pensato che la mia vita dovesse svolgersi dove è iniziata e finire su quel ramo e invece … eccomi qui”.                                                                                                       
“Benvenuta”, le dice una foglia di tiglio, “ in questo strano giardino. Anche io vivevo lassù, su quell’albero là, dall’altra parte della strada. Ti devi convincere ed abituare: dove siamo ora, sulla terra, non ci sono rami e condividiamo la stessa sorte. Il cielo è più lontano”.                                                                                                  E un’altra foglia la rincuora: “Coraggio amica cara, so quello che hai provato mentre cadevi. L’ho provato anch’io: la paura di svanire nel nulla. Invece… guardati attorno. Non è così. Siamo in tante e abbiamo ancora quella bellezza che avevamo lassù. Ora la doniamo a questi viali, per quegli uomini che riescono a vederla”. Le foglie, mosse da un vento leggero, le fanno allora posto e la nuova foglia si incastra come una tessera d’un mosaico tra altre foglie e sa di essere diventata parte d’un giardino invisibile, perché non visto dai più degli esseri umani. Invece, chi vede un giardino, dove altri vedono solo delle foglie da spazzare, sente profondamente di aver avuto il dono di poter contemplare l’eterno nel passeggero e il ciclo di una vita che pulsa anche nel letargo. Questa natura spontanea ha la bellezza di nascere senza un ordine prestabilito, obbedisce alla geometria del vento e della pioggia: i giardinieri del tempo. 



Il passo di chi calpesta i versi scritti dagli alberi, e da leggere in questo giardino non recintato, produce un suono e solleva un profumo che si può ascoltare e respirare solo in autunno: nulla che ricordi qualcosa che si sta disfacendo. Armonia per ripensare alla propria traiettoria esistenziale. Perché la caduta delle foglie non è evento crudele: è poetica danza nell’aria non più afosa dell’estate, non ancora rigida dell’inverno. E invita ad accettare la dolcezza dell’abbandono in quello che è il destino d’ogni forma vivente.            
“Si sta come / d’autunno/ sugli alberi/ le foglie” (Giuseppe Ungaretti). È la fragilità non solo del soldato, ma di ognuno di noi. Fragilità che è anche di quel tappeto: visto un mattino, non lo si ritrova più il mattino successivo. Ma per chi lo aveva incontrato rimarrà un paesaggio dell’anima.

RITORNO A PATMOS
di Carlo Penati
 
Carlo Penati

Per continuare ad essere umani - Seconda parte


(Relazione di apertura della Quarta edizione di “Poeta? no, grazie”, organizzata da Officine letterarie ChiareVoci in collaborazione con il Comune di Legnano. Sala Previati del Castello Visconteo di Legnano, 3 ottobre 2026)

De-umanizzazione
Possiamo diventare inutili a noi stessi, lo potranno essere ancor più i nostri figli e nipoti, in una infosfera in cui autonome intelligenze si occupano e decidono per noi? È di qualche giorno fa la notizia che il prestigioso premio Goncourt ha escluso dalla corsa finale C’était ça ou mourir, il romanzo di Thelyson Orélien acclamato dalla critica e vincitore di altri premi letterari, accusandolo di averne affidato la scrittura all’intelligenza artificiale. L’Académie ha preso questa decisione per preservare l’integrità del Premio, la cui missione è valorizzare la letteratura scritta da donne e da uomini. [1]
Viviamo la progressiva, inesorabile e spesso invisibile, marginalizzazione delle persone non solo in alcune funzioni quotidiane e sociali, ma anche nei processi decisionali. Approdo meraviglioso della genialità umana con enormi benefici per le nostre vite e rischio conclamato dagli stessi inventori dell’AI di distruzione del genere umano. In questa seconda possibilità l’aspirazione ad un sistema esterno che tutto risolva (e assolva) diventa esiziale. Viaggiamo inconsapevolmente verso il cimitero dell’umanità. Per poco? Finché il totalitarismo di turno questa volta computazionale, non si frantumerà? O verso un apparato repressivo e globale dominato dalla sorveglianza che noi stesso alimentiamo con i nostri comportamenti tradotti, dagli algoritmi, in dati fruibili dall’AI? Non siamo più corpi pensanti e affettivi. Siamo dati da processare per fornire servizi, orientamenti, prescrizioni dall’AI. Per altro verso si sta alimentando da diverse fonti il principio secondo cui per contrastare il fenomeno della denatalità si debba ricorrere alla robotica: meno esseri umani, più robot. [2] Il filosofo sudcoreano Bying-Chul Han ha più e meglio di altri analizzato questa nuova forma di potere che ci sta dominando. Forse nella nostra funzione di poeti non sempre ci interroghiamo sul sottostante delle nostre espressioni letterarie: che cosa stiamo facendo scrivendo poesie? Partecipiamo alla lotta per il dominio sociale, proponendo un linguaggio profondamente e autenticamente umano, che non inchina né allude al potere dell’Infocrazia? O inconsapevolmente colludiamo con essa? Molti di noi scelgono consapevolmente la prima alternativa: non riducono le parole ad artifizio linguistico, a dati calcolabili e predittivi dei comportamenti; scomponendo e ricomponendo linguaggi e significati continuano a comunicare, cioè a mettere in relazione tra loro persone, in contrasto con la tendenza e la pratica del potere computazionale di datizzare l’esistenza umana determinandone il futuro. Ma siamo anche consapevoli che “(…) la condizione umana è una condizione tecno-umana”. [3]Lo è da sempre. Quindi niente di nuovo sotto il sole con l’AI? Cambiano contenuti e contesto, ma non la condizione di fondo delle nostre esistenze e delle relazioni sociali? No, perché oggi l’artefatto (tipico della relazione persona-artefatto-mondo) si è fatto machina sapiens, quindi non più strumento che, tenuto per il manicum, si lascia guidare dalla nostra mano, si lascia padroneggiare, potenziando le operazioni routinarie o straordinarie degli esseri umani. La machina sapiens supera ampiamente le capacità computazionali dell’essere umano e si sostituisce ad esso. E nelle sue forme generative assume decisioni e realizza operazioni sulla base di un linguaggio da lei stessa creato che non è più comprensibile agli stessi creatori del codice e degli algoritmi che l’hanno attivata. I large language model strutturano strati originari e costitutivi di cui non abbiamo le chiavi interpretative (di qui la segnalazione di migliaia di casi in cui l’AI è sfuggita al controllo umano). Ecco il massimo della de-umanizzazione: le macchine pensanti non solo si sostituiscono a noi in confini noti, ma trasmigrano oltre e creano ambienti cognitivi e agentivi in cui noi siamo esclusi. Ad esempio, non creano solo narrazioni, anche poetiche, su nostro input, entro i confini delle nostre istruzioni ed intenzioni, ma inventano e diffondono autonomamente narrazioni proprie di cui non possiamo controllare origini e fini. Nel più distopico e dispotico degli orizzonti l’umano viene espropriato della peculiarità di decidere il proprio destino, di divenire cioè, interattivamente, sulla base delle proprie propensioni e aspirazioni. È la nuova trans-umanizzazione.


 

Trans-umanizzazione
Una persona senza relazioni: questa è la terribile possibilità dell’AI non governata eticamente. Questo è il pericolo, tornando a Patmos, di fronte al quale sgorgano vie di salvezza. La forma di un’umanità nuova, svuotata di alcuni tratti caratterizzanti fino ad oggi, per costituirsi attraverso la costante mediazione e dominio di macchine autogovernate. Una persona che interagisce, o meglio, subisce la volontà di entità che, create da uomini e donne, possono sfuggire al loro dominio o che attestano viceversa la sovranità dei pochi che possiedono capitali, infrastrutture digitali e big data. Passaggi antropologici fondamentali ci sono già stati nella breve storia dell’umanità dall’epoca dei raccoglitori/cacciatori a quella degli agricoltori a quella industriale e poi a quella del terziario e del “quartario” (come ironicamente Luciano Bianciardi definisce ne La vita agra, nel 1962, il settore dei servizi intellettuali e dell'industria culturale esploso col boom economico). Si tratta di capire quindi, o almeno di cominciare a intuire, quale forma prenderà la trans-umanizzazione in atto; di quale mutazione siamo vittime e protagonisti. La memoria, affrontando questo tema non nuovo ma oggi particolarmente dirompente, rimanda a Trasumanar e organizzar di Pier Paolo Pasolini (ed ecco un terzo riferimento a Patmos). [4] Anche lui coglieva, e ne ha ampiamente trattato in molte delle sue opere e dei suoi interventi pubblici, una trasformazione profonda nei comportamenti umani e nel modo di concepire le relazioni nell’età del consumismo omologante, in cui cittadini transumano in consumatori. Eppure in Trasumanar e organizzar Pasolini ci addita un essere umano capace di pienezza e di possibilità, come si evidenzia dalla sua risposta a Gardair nell’intervista del 1971 su “Le Monde”.



G. Ma per tornare alle tue poesie e per concludere con la domanda con cui avremmo dovuto iniziare, potresti spiegarci il titolo della tua ultima raccolta?
P. Trasumanar è il termine con cui Dante designa l’ineffabilità dell0ascesa mistica del Paradiso. Organizzar è ovviamente il suo opposto caricaturale. Infatti non credo più nelle dialettiche e nelle contraddizioni, ma nelle pure opposizioni. Non pretendo affatto di trascrivere in versi l’ineffabilità che solo la vita ci permette di vivere e di cogliere: e poiché io stesso non sono né un mistico né un santo, non ho alcuna esperienza di cosa possa essere un rapimento al settimo cielo. Ma sono sempre affascinato dall’unione esemplare compiuta dai maggiori santi, per esempio san Paolo, tra vita attivae vita contemplativa. Ed è in quel doppio volto dell’umano, quella doppia aspirazione dell’immaginario a incarnarsi e riflettersi, che cerco di catturare attraverso queste note strappate dalla mia vita quotidiana.” [5]
Il termine trasumanar lo mutua da Dante e allude alla possibilità di trascendere la natura umana per avvicinarsi a Dio. Il secondo termine organizzar si riferisce al compito operativo di realizzare. Due elementi complementari per Pasolini che cita a questo proposito San Paolo attratto da Dio e organizzatore della chiesa:
Non a caso ho sulla schiena la mano sacra e untuosa di San Paolo
che mi spinge a questo passo.
La contemporaneità temporale del trasumanar non è l’organizzar?
Gli intellettuali urlanti avranno certo di che indignarsi
(assistiti dall’ombra di Zdanov che non sanno nemmeno chi fu)
dal mio trarre conclusioni dal colore dell’aria che si oscura
su questi volti accesi nel mondo dell’azione
come sull’altra faccia del cielo.
Ma il nostro mondo è schizoide, cari amici, caro funzionario
del PCI, a cui è rivolta questa lettera non formale.



Ma oggi ci confrontiamo con un potere sovraumano, dal momento che l’AI o meglio l’AGI (Artificial Generative Intelligence) si muove in ambienti e linguaggi così complessi che sfuggono alla nostra comprensione. Il cervello umano scoppierebbe se bombardato da molteplici simultanei input emotivi e cognitivi (e infatti andiamo “fuori di testa” quando siamo sovraccarichi di stimoli che non riusciamo a elaborare e ordinare). L’Intelligenza artificiale ne è immune. “Gli algoritmi sono diventati i nuovi arbitri delle relazioni sociali”, afferma Yanis Voroufakis. [6] Il nuovo potere è infatti potere di ridefinizione delle relazioni interpersonali e sociali, potere di determinare/influenzare i comportamenti quotidiani di acquisto e fruizione del tempo libero, le nostre relazioni “amicali” (l’amicizia in Facebook), gli orientamenti politici e culturali, Erodoto riteneva che gli imperi si dissolvessero perché gli umani che li reggono tendono ad abusare del proprio potere. Qui siamo di fronte ad un abuso di potere tecno-umano, in cui due soggettività diverse concorrono allo stesso scopo. Come contrastare questa deriva e valorizzare tutti i possibili benefici delle tecnologie digitali? Una via ci viene indicata da Benanti: “Abbiamo quindi bisogno (…) di una costante e pressante critica radicale dell’ideologia che sottende le tecnologie che producono questo potere computazionale, forgiando riflessioni e un linguaggio capace di smascherare le formazioni ideologiche che si sono fuse nelle supposizioni inconsce della vita quotidiana.” [7] (Paolo Benanti, Il potere computazionale, pp. 207-208). La persona è del tutto “scoperta”, incelabile nel suo frontisterio (pensatoio, luogo di meditazione), leggibile da un’intelligenza altra che esplora ciò che negli umani viene, per quanto possibile, celato e che lascia barbagli di comprensione nel non detto, nel non fatto. Noi non sappiamo oggi, di fronte al potere digitale, chi sa di noi, che cosa sa di noi, perché sa di noi, che uso fa di questo sapere. Il non detto e il non fatto come terreni di coltura in cui gli algoritmi spaziano e pasturano. La persona “tradotta” in dati, in prestazioni digitali, trasformata e ridotta ad avatar che agisce in un metamondo, un metaverso uniforme:



Qualcuno sta cercando il modo
- e certo l’avrà trovato
di trasformare l’universo difforme
in un multiverso uniforme. [VIII]
 
Se, come già detto, una nuova identità psicologica della persona si affaccia ad ogni trasformazione epocale della vita sociale, qui siamo oltre il “consueto” per almeno due ragioni:
a.- la rapidità delle trasformazioni, che non consente di interiorizzare trasformando in cultura gli accadimenti (con un’amigdala che, per questa ragione o per la molteplicità degli stimoli dovuti all’iperconnessione, non può che essere in perenne, ansioso, allarme per le innumerevoli minacce non assimilabili per povertà di tempo e arretratezza culturale);
b.- modelli a cui fare riferimento vanno oltre l’essere umano fin qui concepito perché la persona computazionale integra (e interagisce almeno con esse) intelligenza aliena (AI), realtà virtuale e aumentata, infrastrutture di supporto (esoscheletri) che ci decentrano dall’esperienza e dalla condizione umana fin qui sperimentata.
“Assedio del visibile - forza dell’invisibile”, scrive Valerio Magrelli. [9] 
L’individuo, o meglio il co-individuo, è diventato un tecno-individuo senza quasi accorgersene. (Salvo in una carrozza della metropolitana quando ci accorgiamo che tutti sono chinati sulla protesi indispensabile delle nostre vite, prolungamento dei nostri arti e della nostra mente, parte integrando del nostro corpo). E il futuro si prospetta come bio-tecnico quando chip, sensori e molto altro popoleranno i nostri corpi. E l’AI deciderà per noi. Per la prima volta l’essere umano può distruggere non solo se stesso fisicamente (terrificante e meraviglioso traguardo del XX secolo), ma può stravolgere la propria umanità avendo creato, in questo primo quarto del XXI secolo, gli strumenti per modificare i propri tratti più umani: costituendo il proprio sé digitale, che non è un avatar disperso nel metaverso, ma una nuova rappresentazione che la persona dà di se stessa e un modo di stare nel mondo in cui l’umano e l’ecologia relazionale che lo caratterizzano si rarefanno e dove il rapporto con gli altri e con il mondo viene mediato da entità pensanti ontologiche. La post-umanità è ben rappresentata da corpi ibridi, in cui la macchina e l’umano si integreranno e a guidare l’ibridazione potrebbe non essere la nostra mente, ma l’AI. Dal momento che ci formiamo nella libertà e nell’interdipendenza, la nostra autonomia potrebbe essere compromessa. Se di questo non ci rendiamo conto nella nostra vita quotidiana, non è che non accada (accade infatti senza di noi, per il sovranismo individualista [10] di quattro-cinque persone che da sole - sovrumanamente - decidono per noi. O che affidano all’AI le decisioni, come Israele fa con le persone da uccidere nella striscia di Gaza. Confortiamoci: transumanizzare è il mestiere dell’umanità, per i tanti cambiamenti antropologici e del Sé che abbiamo attraversato nel corso dei millenni. Oggi però la transumanizzazione ci spaventa perché non si tratta di passare da uno stato umano all’altro, ma da uno stato umano ad uno in cui l’umano rischia la marginalizzazione.



Note
1. Cfr. Anna Ginori, Il Goncourt nella bufera squalifica l’autore “Libro scritto con l’IA”, in la Repubblica, sabato 26 settembre 2026, p. 41
2.Questo orientamento è pervasivo nei Paesi tecnologicamente avanzati: è sostenuto e praticato da Cina e Giappone e negli Stati Uniti d’America da diversi “padroni” dell’AI, tra cui l’uomo più ricco della Terra, Elon Musk.
3. Paolo Benanti, La nuova logica del dominio, op. cit., p. 85
4. Trasumanar e Organizzar (Garzanti, Milano, 1971) contiene il poemetto civile Patmos, scritto da Pasolini il 13 e 14 dicembre del 1969, alternando la descrizione dei tratti umani delle vittime della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre di quell’anno, con versetti tratti dall’Apocalisse di Giovanni.
5.  J. M. Gardair, Intervista a Pier Paolo Pasolini, su “Le Monde” del 26 febbraio 1971; https://www.cittapasolini.com/post/jean-michel-gardair-intervista-pier-paolo-pasolini-per-trasumanar-e-organizzar-1971.
6. Paolo Benanti, Il potere computazionale, op.cit., p. 201.
7. Ibidem, pp. 207-208.
8. Carlo Penati, Il multiverso, poesia inedita.
9. Invisibile e invincibile
è lo stampo che porto dentro me,
stampo del mondo impresso a me nel mondo
e che mi fa essere al mondo
soltanto nella forma dello stampo.
Dov'è la libertà, se la malinconia
raccoglie le sue nuvole senza nessun perché?
Sto qui e subisco il loro lento transito
solo aspettando
all'ombra di me stesso. [1]
10. Cfr. James Dale Davidson, William Rees-Mogg, The Sovereign Individual: Mastering the Transition to the Information Age, Touchstone, 1999.
Secondo gli autori l’individuo sovrano costituirà nel XXI secolo l’elemento chiave di una nuova forma di ordine sociale in cui lo Stato e la politica ridurranno il proprio potere a vantaggio dei singoli, a seguito del consolidarsi della società dell’informazione. 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TEATRO
 

Amore è stufo, girotondo campestre di Lodovica San Guedoro.


Dal primo atto


Viene fuori dalla locanda un giovanotto con cappello da cuoco. Ha lunghi capelli biondi e trasporta due galline a testa in giù. Si siede sotto la pergola. Fuggifuggi di galline.


CARLETTO: (lanciando un'occhiata distratta ad Alfredo, con un sospiro) Buongiorno, signore.
ALFREDO: Buon... giorno.
CARLETTO: (cominciando a strappare le penne, piano) M'ama. Non m'ama. M'ama.
ALFREDO: (tra sé e sé, stupito) Mentre io ho le mie pene, lui strappa le penne!
CARLETTO: (come sopra) Non m'ama. M'ama. Non m'ama.
ALFREDO: (tra sé e sé, turbato) Che fa? Muove le labbra... Sta pregando? A dire il vero, è come se Zeffiro lambisse le mie orecchie con una musichetta nota...
CARLETTO: (come sopra) M'ama. Non m'ama. M'ama.
ALFREDO: Ma a me che importa? Perché non bado ai guai miei?
CARLETTO: Non m'ama. M'ama. Non m'ama.
ALFREDO: (con un moto di curiosità) Ma che fa quel ragazzo? (contenendosi) E a me che importa? Perché non corro invece a seppellirmi nella mia stanza, infelice che sono? Perché non corro a strappare alla pagina quello che la realtà mi nega? A scriver d'amore? (con tristezza) Solo la creazione può distrarmi dall'ossessione. Solo la poesia è in grado di farmi bruciare di un altro fuoco, potente quasi quanto quello che non può bruciare...
CARLETTO: Non m'ama. M'ama. Non m'ama.
ALFREDO: Però costui mi attira... La sua manifesta infelicità. Che avrà? (avvicinandosi) Ma lei piange!
CARLETTO: (singhiozzando) M'ama. Non m'ama.
ALFREDO: (vivamente turbato) Ragazzo, su, non mi faccia così, asciughi il suo ciglio! Per chi quelle lacrime?
CARLETTO: (alzando gli occhi) Per Martina mia.
ALFREDO: Oh, mio Dio, che occhi! Oh, che disgrazia! Quegli zaffiri innocenti, quelle pervinche di Paradiso, votati a Martina!
CARLETTO: Che devo fare? Io la amo e lei invece non mi ama.
ALFREDO: Ahimè! Qua qualcuno si prende gioco di noi tutti. Ma, dolce ragazzo, perché anche lei, proprio lei, si è innamorato di Martina? Perché ha voluto così allungare la schiera degli infelici?
CARLETTO: Io la amo!
ALFREDO: E non sa dire altro, oh, dolce, tenero malcapitato? Non sa parlare di economia, di finanza, di politica, di agronomia? Ma solo ripetere...
CARLETTO: (piangendo) Io la amo!
ALFREDO: Appunto! (tra sé e sé) Voglio essere crudele, devo essere crudele! Devo essere crudele? Bah, lo sarò: (a lui) Martina ama Teodoro. Com'è vero che Teodoro ama Martina. Però Martina insegue nel bosco Raimondo e dice a lui di amarlo! Giudichi lei se la ragazza, ai cui piedi ha deposto il suo cuore, è meritevole di tal dono!
CARLETTO: (spaventato) Martina... insegue qualcuno nel bosco? Non capisco, signore. Chi insegue Martina? Lei vuol farmi venire il mal di testa, oltre al mal di cuore che ho già.
ALFREDO: Pulzello! Raimondo insegue Martina!
CARLETTO: Raimondo insegue Martina? Ma allora lei che colpa ha?
ALFREDO: M'intenda: Martina insegue Raimondo! Ma d'altra parte, ehm... sì, anche Raimondo insegue Martina.
CARLETTO: (tenendosi la testa) Oddioddioddio! Ma che dice?
ALFREDO: Ma non l'ammette e finge d'inseguire Teodoro. Eh, l'amore non è affatto semplice. È la cosa più ingarbugliata, pazza, difficile, impossibile di questa terra! La cosa più frustrante, più ingannevole, più arbitraria, più fantasmagorica, più stupida, più oltraggiosa... E gli amanti, dei pazzi finiti in un labirinto, che non ritrovano l'uscita! Comunque, non si abbatta: può darsi che alla fine del pazzo labirinto vi abbraccerete proprio voi due! Lei e Martina! Lei abbraccerà Martina, intesi? Se non sarà Alfredo, Teodoro o chi per loro ad abbracciarla...
CARLETTO: (buttando per aria le galline e scappando dentro sconvolto) Oh, povero me! Povero me! Se è questo che m'aspetta, è meglio farla finita subito! È meglio farla finita per sempre! Oh, dolce cappio, dove sei? Dove sei, cappio? Oh, bel cappio, vieni a me, presto, consola la mia giovinezza!
ALFREDO: Ecco fatto. E non ho rimorsi. Non si prende nemmeno la briga di andare lui verso il cappio! Ammesso che sappia cos'è. È incredibile che trasformazioni opera l'amore: anche di un cuoco analfabeta fa un letterato! Ma chi è quello?... Oddio, lo stalliere! Quel pessimo individuo mi ha già rovinato un pomeriggio. (imbucandosi nel portoncino) Meglio evitarlo...

sabato 7 novembre 2026

LA POESIA
di Tania Chimenti
 

Se vuoi amare
non pensare al tempo.
alla feritoia in cui scivolano i bui
e allo spazio in cui le colline
si disfano in croci.
Guarda la terra
e ama come la pioggia
che la disseta.
L’amore si annuncia
come l’acquazzone
alla sete.
 

  

RITORNO A PATMOS
di Carlo Penati


Carlo Penati

Per continuare ad essere umani - Prima Parte


(Relazione di apertura della Quarta edizione di “Poeta? no, grazie”, organizzata da Officine letterarie ChiareVoci in collaborazione con il Comune di Legnano. Sala Previati del Castello Visconteo di Legnano, 3 ottobre 2026)

Sono stato molto incerto nell’articolare, con qualche suggestione iniziale, il tema di quest’anno: “Continuare ad essere umani”. Non trovavo le parole. Ho pensato perfino di trasporre la famosa performance di John Cage in ambito letterario: di esordire cioè dicendo vi leggerò una nuova bellissima poesia e poi di restare in silenzio per due minuti. Perché davvero, come ci siamo detti lo scorso anno, nella terza edizione di “Poeta? No, grazie”, mi sembrava di non avere “le parole per dirlo”. Per dire cosa? L’Incombente.
Non so dipanare, con il sapere accumulato, l’intrico in cui siamo immersi. È forse un segno di vecchiaia. La mia generazione, quella dei baby boomers, vive l’incubo di veder prevalere tutto quello che i nostri predecessori hanno tolto di mezzo col sangue: il Disumano, lo Sprezzante, l’Indegno. Abbiamo vissuto in un mondo di Possibilità e adesso incombe non l’Ignoto – che l’intelligenza artificiale potrebbe sottrarci espropriandoci anche dell’immaginazione - ma il Già Noto, orrido camaleonte fatto di razzismi, nazionalismi, sovranismi, egoismi, suprematismi, purismi, tutti i peggiori ISMI prodotti dall’umano. Potrebbe essere questo allora il contenuto della nostra odierna riflessione: continuare ad essere umani può voler dire protrarre all’infinto odio, violenza, oppressione, riesumando la primordiale legge del più forte. Fino all’apocalisse. Ed ecco un primo riferimento a Patmos (prediligendo come spesso si fa la prima parte, tremenda, del libro scritto da Giovanni l’Evangelista sull’isola greca e dimenticando che il testo evangelico si conclude con la visione profetica di un cielo e una terra nuova). Freud diceva, a questo proposito, che l’essere umano è il più mostruoso dei viventi: “arrivò a definire l’umano - ricorda Massimo Recalcati nel discorso inaugurale del festival Scarabocchi di Novara - come una corsa rovinosa verso la propria distruzione”. [1] 



“Sei ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo”, denunciava Salvatore Quasimodo nel 1946, chiudendo con Uomo del mio tempo la raccolta Giorno dopo giorno. E concludeva:
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

La Storia non è Magistra, evidentemente. All’inizio del lock down da Covid19 potemmo leggere:
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. [2] 
 
E poi è accaduto che un no-vax guidasse la sanità della principale Potenza al mondo (o Im-potenza, perché, sotto la guida di Trump, ottiene quasi nulla e solo con la Forza).
Sembrava che l’umanità avesse riscoperto la bellezza della Prossimità, mentre oggi i social e le mani interessate che li guidano erodono ogni giorno quote di Fiducia, dimenticando che le nostre società democratiche e social-liberali si basano esclusivamente sulla Fiducia reciproca.
La Storia sembra oggi lo spazio anonimo, la pagina bianca, dove i corsi e i ricorsi dispiegano meraviglia e orrore, perché questo noi siamo, un’inestricabile, irredimibile Commistione: giani bifronte, centauri, sirene, il Doppio di noi stessi (clone o avatar che sia) che condivide un unico corpo e un’unica mente. È così: ma non siamo solo un doppio, siamo un intero condominio i cui abitanti coabitano in ciascuno di noi.  Il condominio può essere divisione e scontro, ma anche comunità e comprensione reciproca, spazio creativo.
E qui possiamo scegliere: fossilizzarci o migliorare, ipostatizzarci o divenire.
Proprio una settimana fa si è tenuto a Roma un importante convegno della Società Psicoanalitica Italiana dal titolo “Diventare umani”. Restare umani non è sufficiente, allora: occorre continuare a diventarlo. Continuare ad essere umani è troppo poco, afferma Alessandro Bergonzoni, perché umana è anche la distruzione di Gaza: dobbiamo diventare sovrumani, cioè capaci di superare i limiti dell’umano. Si rimanda al superuomo o meglio oltreuomo di Nietzsche? Alla ricerca di una trascendenza benefica che ci trasformi in esseri migliori, capaci di una buona convivenza, di comprensione reciproca?
Quando può scattare nuovamente qeusta molla del divenire? Arte combinatoria, il cambiamento, di atti voluti e non voluti, propri e altrui, ma con una consapevolezza: noi possiamo cambiare solo noi stessi, ma non da soli.



Ho pensato che la prima condivisione, per continuare a divenire, sia la consapevolezza di ciò che ci sta accadendo, con un preambolo:
Hölderlin, in Patmos (ecco il secondo rimando all’isola greca che non è, pare evidente, solo un riferimento geografico), scrisse due versi famosi:
“Ma dove è il pericolo
cresce anche ciò che dà salvezza”.
Torniamo dunque a Patmos, per trovare la strada, ricordando che:
“Colmo è di bontà. Ma nessuno comprende da solo Dio.

(…)

Ma terribile è in verità come ovunque
Senza fine Dio disperda ciò che vive.”


Ma qual è il pericolo oggi? Che cos’è che dà salvezza?
«Il pericolo è evidente, si legge sull’Economist del 20 agosto 2026 - Le intelligenze artificiali superintelligenti dotate di diritti potrebbero scalzare gli esseri umani dal vertice della gerarchia sociale. Nel migliore dei casi, gli esseri umani diventerebbero animali domestici: dei labrador per le macchine. Nel peggiore, verrebbero privati delle risorse necessarie alla sopravvivenza o costretti a lavorare come animali da allevamento». [3] 
Sembra di esserci già inoltrati in un mondo inedito, in cui siamo costantemente e inconsapevolmente depredati.

Un tramonto impressionista
nell’autunno precoce
del cambiamento climatico.
Tutto s’accelera nella mia mente
Il destino zoppica cianciando
profezie di dubbia provenienza.
Figure opache s’affacciano
sul prato della piccola radura.
Non so in che luogo ci troviamo
Le mappe confuse come in sogno
Raccolgo tra le braccia d’aria
quel poco che ci resta del giorno.
Ciò che non avremmo voluto sta per accadere.
Già si sente un soffuso ronzio in lingua disumana
L’intelligenza artificiale ha deciso.
Possiamo solo aspettare la fiammata.
Le opache figure si rivelano.
Sono predatori digitali.
 
Creiamo degli umanoidi per farli simili a noi
Diventiamo robottoidi senza neanche accorgercene. [4] 




L’irragionevolezza della poesia può aver ragione dell’Irragionevolezza che vuole dominare il mondo? Può essere, holderlinianamente, fonte di salvezza?
Continuare ad essere umani in un contesto in dirompente trasformazione, opponendo al kratos computazionale l’ethos umanistico - come suggerisce il francescano Paolo Benanti [5] - vuol dire porci una domanda oggi dirimente: “che cosa possiamo ancora diventare?”.
Se lo chiede Vittorio Gallese, già membro dell’équipe dell’Università di Parma guidata da Giacomo Rizzolatti che nel 1992 scoprì i neuroni specchio. [6] Perché “non esiste un’essenza dell’umano da salvare, né un’origine a cui tornare. Esiste soltanto un continuo lavoro di co-emersione, in cui il reale prende forma a partire da relazioni incarnate, affettive, situate.” [7]  Continuare ad essere umani non significa rimpiangere forme del passato, ma immergersi pienamente, consapevolmente nel divenire futuro. E attraversare le tre correnti (gelide? impetuose? seducenti?) che perturbano l’oceano delle nostre esistenze collettive: disumanizzazione, de-umanizzazione, trans-umanizzazione. Tre correnti di fronte alle quali occorre chiedersi: quale tipo di armatura [8]psicologica e sociale può essere utile per questa nuova avventura dell’umanità?



Disumanizzazione
Cominciamo dalla prima, la disumanizzazione:
Sarebbe fin troppo facile richiamare i molti processi di disumanizzazione che imperversano in un crescendo spaventoso. Questi processi in atto decretano la fine della sacralità della vita umana, anche in aree del globo che su di essa avevano scritto costituzioni e sorretto assetti internazionali di buona convivenza. Quello che per noi europei e per molti altri popoli è valso per ottant’anni sembra sfarinarsi (la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è stata proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948). Sacro è ciò che è incommensurabile, e come tale, non riducendosi a misura, calcolo, non è scambiabile. Contro questo principio di pura umanità assistiamo impotenti alla riduzione del valore della persona a misura soggetta alle logiche del mercato: un genocidio per qualche seggio alla Knesset o per sottrarsi al giudizio dei tribunali; migliaia di morti in mare per un vantaggio elettoralistico; milioni di morti per consacrarsi alla storia come capo di un sacro impero. Per continuare ad essere umani - o per diventarlo - bisognerebbe allora ridirsi che cosa consideriamo umano, che significato vogliamo attribuire a questo termine, quali tratti dell’umano salvare e quali abbandonare. Mi viene da pensare, di primo acchito, che essere umani sia abitare l’Imperfezione, sentirsi inadatti alla vita, prendere coscienza di essere dipendenti gli uni dagli altri. Non a caso il primo segno della civiltà, per una presunta affermazione di Margaret Mead [9] che ha assunto un forte valore simbolico, potrebbe essere un femore guarito. Qualcuno si è preso cura dell’infortunato, lo ha protetto, nutrito, assistito fino alla guarigione, fino alla sua autonomia. Per prendersi cura gli uni degli altri occorre avere coscienza che siamo interdipendenti e che se l’avventura umana è un continuo divenire, si diviene attraverso la relazione, liberando la nostra capacità di trascendere gli istinti, le paure, i limiti biologici, il panico del nuovo e del diverso; di rompere i recinti delle rigide Appartenenze, come suggerisce Gohar Homayounpour, autrice di Una psicoanalista a Teheran, dato con la scoperta dell’inconscio (la grande rivoluzione di Freud) sappiamo di non appartenere neanche a noi stessi. Divenire è la nostra vera libertà perché ci consente di pensarci in costante ricerca e apprendimento, aperti al pieno godimento della vita e di tutte le possibilità che ci presenta. 



Chi siamo in fondo noi umani: persone che divengono attraverso un continuo farsi, nel rispecchiamento con gli altri e con il mondo, in un oceano di possibilità e - in questo consesso di poeti e di amanti della poesia - in un oceano di parole. C’è un altro «fare» che non sia alla fine furioso e distruttivo, che non sia un fare senza limiti? Sì, verrebbe da dire: è la Poiesis (Ποίησις), il fare poetico, generativo, che Aristotele distingue dalla Praxis (Πρᾶξις), il fare morale fine a se stesso. Poiesis è infatti «fare dal nulla», estrarre, creare e aggiungerei - se non fosse per se stessa una iperbole - un «fare per nulla», non finalizzato a un interesse appropriativo: il fare che si fa poesia, che si fa «oro». Poiesis è aprire incessantemente opportunità, cogliere i Kairòi, proiettarsi nei tempi opportuni, contrastare le avversità. Ecco un’avversità incombente: l’AI ci toglie il disturbo e la meraviglia dell’ignoto, frangendo con la predittività l’esperienza della scoperta personale, riducendo a formula, a calcolo, ad algoritmo, l’apprendimento dall’esperienza, (il confronto con l’imprevedibile), la possibilità di costruire, nella relazione, il proprio modo di stare nel mondo. Scrive a questo proposito Musil: “Se esiste il senso della realtà, deve esistere anche il senso della possibilità”. [10] La possibilità è una realtà differita o un continuo esperire il diverso da ciò che è (o che sentiamo come tale). È la continua trasfigurazione della relazione con l’alterità, luogo di confine che è esattamente la casa della poesia. Lì abita l’immaginazione che sceglie la strada della sensibilità incarnata, della esplorazione senza meta, dell’inconsapevole intreccio con l’intenzione. Fermare in un punto la nostra esperienza del reale - scrive ancora Musil - è “come piantare un chiodo nello zampillo d’una fontana.” Precludere la possibilità dell’ignoto è l’opposto della funzione poetica, che consente di esplorare l’inaudito, il nuovo attraverso il comporsi, da una insondabile sorgente originaria, dei versi scritti. Può darsi crescita umana senza esplorazione dell’inatteso, che apre nuove prospettive di esistenza ampliando le possibilità, per il sé e per il mondo, di un continuo arricchimento? Può darsi divenire senza l’esperienza autentica dell’errante che incontra e si confronta con ciò che non si aspetta per quanto possa desiderare l’ignoto?

La fine del desiderio dell’incontro inaspettato - come spazio indefinito in cui si formano i versi poetici - non designa uno stato mortifero?


Lo sconosciuto: Si può essere morti senza saperlo?
Il medico: I morti pare che non se ne accorgano, della differenza. [11]

Sembra che molte forze convergano, umane e sovrumane, per mortificarci, impedire il divenire nella relazione, spingerci nell’immobilità dell’Indistinto.
Prima che tutto finisca
nell’indistinzione del dato. [12] 

Là dove l’unicità di ogni persona vivente si fonde in un tutto indistinto.
Mi sovviene una poesia di Giorgio Caproni che sembra introdurci nei mondi che si stanno delineando:

La morte della distinzione.
Del falso.
Del vero.
È un terreno selvaggio.
Il piede incespica.
Il viaggio
mai cominciato (il linguaggio
lacerato) ha raggiunto
il punto della sua incoronazione.
La nascita.




La demolizione

Il linguaggio lacerato, fatto a brandelli, incapace di comunicare… Che cos’è del resto il linguaggio se non lo strumento che abilita a distinguere sensi e significati, a differenziare le cose tra di loro, a discernere tra mille possibilità, a inneggiare alla infinita poliedricità umana? Emblematica è la diffusa e coartata paura dello Straniero, dimenticando che solo se diveniamo stranieri a noi stessi possiamo conoscerci, perché è lo sguardo dell’altro che ci rivela pienamente chi siamo. E senza questo rispecchiamento che blocca ogni divenire, ciechi alla simulazione incarnata che si infiltra nella nostra mente-corpo, rinsecchiamo, vuoti di meraviglia e di senso. Ecco la disumanizzazione computazionale. La disumanizzazione non è generata solo dal disprezzo del valore intrinseco (della sacralità) di ogni persona (dove la sacralità, come detto, va attribuita alla non scambiabilità perché ogni esistenza è incommensurabile), ma anche dalla ricerca indotta (o favorita, sollecitata) dall’universo digitale che indulge alla Visibilità invece che alla Verità (per quanto relativa possa essere). Che cosa c’è di più umano che cercare di attribuire un senso (la propria “verità” o desiderio di pienezza) all’esistere? Abdicare all’umanità più profonda per limitarsi ad apparire, a vivere in una superficie luminosa a specchio, è un altro elemento che impoverisce le possibilità, le esperienze umane. [13] (Aprire centinaia di volte in un giorno la porta di accesso al multiverso per trovare un riconoscimento, per non essere tagliati fuori. Estroflessione della consapevolezza di sé. Quasi l’opposto del movimento della terapia psicoanalitica che spinge a cercare le risposte dentro di sé, un sé sociale e interdipendente capace di elaborare il “mondo” e i nostri rapporti con esso. La prevalenza dell’apparire (per essere riconosciuti e dotati di senso eterodiretto) comporta quasi inevitabilmente la falsificazione del sé, per ottemperare a mode, schemi, criteri apprezzabili da un pubblico indefinito e “misterioso” della rete (le cui tracce andrebbero propriamente cercate dentro di sé). L’inautenticità eretta a sistema di disumanizzazione nel senso che sacrifica l’identità più profonda e vera, alla spettacolarizzazione di se stessi. Nell’inautenticità - ricordiamo Umberto Saba che invitava a fare “poesia onesta” [14] - si solidifica il secondo trend disruptive: la de-umanizzazione.


 


Note
1. Massimo Recalcati, Superare lil limite sveglia il mostro che è dentro di noi, in la Repubblica, venerdì 18/9/26, p. 39.

2. Nove marzo duemilaventi, di Mariangela Gualtieri

3. Scrive così l’Economist il 20/08/2026 con un articolo dal titolo Could AIs become conscious? Even if they don’t, they might be treated as such - to humanity’s great cost (Le intelligenze artificiali potrebbero acquisire coscienza? Anche se non dovesse accadere, potrebbero comunque essere trattate come se ne fossero dotate, con gravi conseguenze per l’umanità).

4. Carlo Penati, I predatori digitali, poesia inedita.

5. Cfr. Paolo Benanti, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana, Editori Laterza. Bari-Roma, 2026.

6. Vittorio Gallese, Il sé digitale, (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2026, p. 244

7. Ibidem, p. 244.

8. L’armatura è qui intesa come l’intreccio tra ordito e trama sui telai delle aziende tessili. Metaforicamente l’ordito (i fili verticali) rappresenta la capacità di scendere nella profondità delle cose per coglierne il senso, mentre la trama (i fili orizzontali) designa la capacità di correlare tra loro gli elementi che compongono il nostro mondo relazionale cogliendone correlazioni e interdipendenze.

9. Nei testi scritti dalla celebra antropologa non vi è alcun riferimento che attesti la veridicità dell’attribuzione a lei di questa visione compassionevole della formazione della civiltà umana.

10. Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi; Torino, 1957 (IV ed.), p. 14

11. August Strindberg, Verso Damasco, Adelphi, Milano, 1974, p. 163

12. Carlo Penati, L’indistinto digitale, versi inediti.

13. Cfr. Olivia Ninotti, La scimmia antropomorta, p. 121.

14. “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”, scriveva Umberto Saba. L’onestà è l’aderenza a se stessi, alla propria visione, ai propri principi, ai propri sentimenti. In un suo scritto del 1911, ritrovato soltanto nel 1959, il poeta triestino così definiva l’onestà letteraria: “(…) prima un non sforzare mai l’ispirazione, poi non tentare, per meschini motivi di ambizione o di successo, di farla parere più vasta e trascendente di quanto per avventura sia”. (Umberto SABA, Quel che resta da fare ai poeti, Edizioni Henry Beyle, Milano, 2012, p. 12). È nell’essere se stessi, e scrivere se stessi, dunque, la fonte di versi originali. Ma ogni sé stesso è necessariamente molteplice. E si deve inevitabilmente riconoscere, se onesti, che l’origine di ogni poesia è plurale, in quanto sintesi di molteplici contributi e interferenze.

 

 

  

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