UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 10 febbraio 2026

OMAGGIO A PASOLINI
 

Di Poce e Gaccione 
alla Biblioteca Ostinata

In occasione del 50° della morte dello scrittore e della pubblicazione del saggio di Donato Di Poce: P. P. P. Pasolini: l’ossimoro vivente (I Quaderni del bardo Edizioni) proprio nel mese di novembre del 2025, si è tenuto il 5 febbraio scorso alla splendida Biblioteca Ostinata di Milano, alla presenza di Angelo Gaccione, del fondatore e presidente della Biblioteca, il dottor Paolo Prota Giurleo e di Donato Di Poce, un appassionato incontro in memoria dello scrittore. Di Poce ha preso in esame, fuori da ogni accademia, l’intera personalità di Pasolini attraverso i numerosi linguaggi estetici che gli sono serviti per la sua multiforme creatività. Il tutto davanti ad un pubblico attento e partecipe. Nel corso della serata Alicia Iglesias e Sabrina Ghidini hanno scattato le foto a colori, mentre Tiziana Grassi ha realizzato quelle in bianco e nero. Ne è venuto fuori un vero e proprio “album pasoliniano”. Un omaggio anch’esso prezioso che ci ha spinti a renderlo pubblico ai lettori di “Odissea”.


ALBUM PASOLINIANO. BIBLIOTECA OSTINATA

 

Paolo Prota Giurleo
dà il benvenuto al pubblico







Gaccione apre l'incontro


Intervento di Di Poce










Gaccione


Paolo Prota Giurleo





Di Poce e Gaccione




Di Poce mostra al pubblico
la sua poesia a forma di croce








lunedì 9 febbraio 2026

DURA LEX SED LEX
di Romano Rinaldi



Non posso vantare una dimestichezza professionale con la Legge tuttavia, da cristallografo, ho dovuto applicare le leggi della matematica e della simmetria ad una grande quantità di dati che ho raccolto e analizzato nei miei lunghi anni di ricerca scientifica. Anzi, mentre ci sono, vorrei fare i complimenti a Laura Garavaglia per il suo bel saggio sulla poesia e la matematica uscito ieri, domenica 8 febbraio su “Odissea” (Il dialogo infinito). Ecco, prendendo spunto da questo, se c’è sicuramente una connessione tra matematica e poesia attraverso l’essenziale bellezza di entrambe, a maggior ragione c’è una stretta parentela tra simmetria ed estetica. Basti pensare alle decorazioni delle carte da parati o volendo un esempio più nobile, le decorazioni a marmi policromi dell’Alhambra. Anche la legge, quella ben fatta, fa un uso parsimonioso ma molto accurato delle parole in modo da esprimere concetti a volte astrusi o perlomeno complicati nel modo più chiaro possibile, per non dar luogo ad equivoci. Scrivere leggi è dunque un’arte che immagino pochi sanno esercitare con la necessaria maestria. A mio modesto parere, la nostra Costituzione, ancorché probabilmente passibile di aggiornamenti dovuti alla diversa epoca storica nella quale fu concepita, rappresenta un bell’esempio di scrittura legale comprensibile a tutti e di non difficile interpretazione almeno per chi la legge in buona fede e alla luce della Legge. In questi giorni si sta infiammando il dibattito politico intorno al referendum che ci attende per un voto che nell’intento dei promotori, tende a riformare la magistratura (non la Giustizia) ovvero il corpo dei giudici chiamati ad applicare la Legge, mettendo mano a ben sette articoli della Costituzione. Da cittadino mi sono sentito nel dovere di informarmi per giungere ad una decisione ragionata su come votare. Ho dunque provato a leggere le ragioni del Sì e del No che si possono trovare sulla carta stampata dei quotidiani ed anche ascoltando le dichiarazioni dei vari esponenti politici per l’una o l’altra delle due alternative. Devo ammettere che la lettura non è stata facile però mi è venuto in aiuto un recente intervento del Ministro della Giustizia (il nostro Guardasigilli) che sicuramente ne sa più di me, non solo per il posto che occupa ma anche per essere stato lui stesso un magistrato di chiara fama. Orbene, per dare forza alla bontà della “sua” riforma, il Ministro ha proposto una semplice domanda: “( …) se un poliziotto fa un errore nell’esercizio della sua funzione, a chi risponde del suo operato? Al magistrato! E se un magistrato fa un errore a chi deve rispondere?” e qui ha fatto una lunga pausa come fosse in attesa di una risposta dalla platea alla quale lanciava sguardi con fare sornione. Non arrivando alcuna risposta si è avventurato in una improbabile spiegazione che tirava in ballo la riforma. Ecco, a questo punto sono rimasto sorpreso che nessuno degli astanti gli sapesse rispondere: “il magistrato risponde alla Legge” perché questo è quello che contempla la nostra Costituzione. Lasciando da parte il fatto che ogni magistrato dovrebbe avere questo principio ben chiaro e a maggior ragione un magistrato che ricopra la carica di Guardasigilli, questo strano comportamento mi ha fatto balenare nella mente l’immagine di una pubblicità che era passata sullo schermo solo pochi minuti prima.
C’è un bel gatto tigrato che entra in un negozio di cibi per animali, si avvicina furtivo ad una piramide di scatolette e velocemente ne afferra una coi denti sull’orlo sporgente e scappa lungo il corridoio mentre la piramide cade rovinosamente a terra. Il gatto, mentre scappa gira all’indietro la testa per osservare il disastro che ha fatto ma non tradisce alcuna emozione, se non una certa soddisfazione per aver ottenuto quello che voleva. Ora immaginatevi sette gatti che entrano nel negozio e prendono una scatoletta ciascuno dalla bella ma precaria piramide e immaginate che la piramide rappresenti la nostra Costituzione. Non so se i lettori di “Odissea” siano in maggioranza amanti dei gatti, però non ci vuole molta conoscenza della psicologia felina per decidere cosa votare al referendum!

GOVERNO  
di Franco Astengo
 


Nazionalismo arrogante e richiamo democratico
.
 
In questi ultimi giorni sono emersi questi due punti: l'ondata di nazionalismo di bassa lega con la quale i telecronisti RAI hanno inondato i telespettatori nel corso della cronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali; la decisione di mantenere la data del referendum nonostante che l'accoglimento da parte della Cassazione del nuovo quesito proposto da 550.000 elettrici ed elettori imponesse una procedura diversa e la correttezza istituzionale suggerisse una diversa data. Entrambi i fatti denotano come a questo governo strada facendo siano rimasti soltanto due elementi di identità. Elementi di identità mutuati, peraltro, direttamente dalla storia politica del partito di maggioranza relativa: il nazionalismo antistorico e l'arroganza come surrogato di un autoritarismo che non può non trovare difficoltà ad imporsi in un Paese dove la Costituzione democratica trova ancora profonde radici nei settori migliori della società. I temi "classici" derivanti dalla matrice fascista hanno difficoltà ad emergere in particolare sul piano economico (e conseguemente su quello sociale, come avrebbe voluto la "matrice" di Salò) e l'esercizio stesso del populismo (rimane in piedi il tema della colpevolizzazione dei migranti) presenta forti difficoltà ad emergere in una situazione dove è difficile proporre misure anche falsamente popolari: difatti si sta marciando all'insegna del favore delle società di rating di marca liberista; il corporativismo si può esercitare soltanto a favore di categorie relativamente influenti (come i balneari); crescono disuguaglianze inaccettabili in un clima complessivo di disfacimento sociale.



Serve un'analisi precisa di questa situazione considerando appieno come si stiano presentando occasioni politiche da non perdere come nel caso del referendum: i margini di manovra del governo sono assai ridotti, il piano internazionale appare costringente a scelte particolarmente difficili, agiamo in un quadro interno nel quale stanno prevalendo disaffezione e distacco qualunquista.
L'esito del voto del 22/23 marzo prossimi presenta elementi da vero e proprio "tornante storico": affermare il dettato costituzionale attraverso il "No" alla deforma appare quasi come un imperativo categorico per le opposizioni; un "No" come strada maestra di costruzione dell'alternativa. È necessario avere coscienza di questo stato di cose, senza illusionismi ottimistici, ma con la consapevolezza degli spazi che ci sono e che si possono aprire e chiamando tutta la "nostra parte" a partecipare e contribuire attraverso un necessario "richiamo democratico".
Ultimo accenno: il nazionalismo va denunciato e combattuto senza esitazioni indicandolo come il pericolo principale e cercando di contribuire ad aprire un dibattito serio che questa "politica recitativa" intende soffocare.

 

REFERENDUM
di Guido Salvini - ex magistrato


 
Oltre il Sì e il No per riflettere e star fuori dalla guerra.   
 
Il referendum sulla riforma costituzionale in materia di giustizia occupa da settimane molte pagine dei quotidiani e di tutti gli altri mezzi di comunicazione. Non è solo un referendum tecnico su una legge.  Quello che è in corso è uno scontro politico che costituisce l’atto finale della guerra trentennale tra la politica e la magistratura. Uno scontro nel quale le forze politiche sembrano addirittura in seconda fila rispetto all’ANM e la vera opposizione al Governo, anche a livello comunicativo, è unassociazione privata come l’ANM, che sta finanziando la sua campagna elettorale come fa un qualsiasi partito politico, con somme elevate derivanti dalle quote degli scritti, consenzienti o no. In questa battaglia a colpi di slogan, si ha poca attenzione per le conseguenze degli aspetti tecnici della riforma (il sorteggio, l’Alta Corte disciplinare, la divisione delle carriere con i due Csm). L’atteggiamento psicologico è quello di due eserciti in battaglia. Ciascuno usa dei simboli, per attirare l'attenzione dei potenziali sostenitori, e entrambe le parti evocano le conseguenze, salvifiche per il Sì, apocalittiche per il No della riforma. Andremo a votare di fatto un referendum che è diventato globalmente a favore o contro la magistratura. Ma in uno stato democratico e di diritto come il nostro la fiducia nella magistratura dovrebbe essere qualcosa di fondante e naturale. Se non è così c’è qualcosa che davvero non funziona. In realtà non sappiamo nemmeno che cosa accadrà; sappiamo che oggi l’art. 104 nella parte in cui garantisce l’indipendenza del Pubblico Ministero non viene toccato, e che peraltro in alcuni paesi in cui, con le carriere separate, il Pubblico Ministero sarebbe in qualche modo controllabile dall’esecutivo oggi si indaga proprio sulla politica (in Francia, Spagna, Portogallo). 


Carlo Nordio

Potrebbe verificarsi anche una eterogenesi dei fini, nel senso che, con la riforma, le Procure potrebbero diventare una forza di “super-polizia”, sganciata del tutto dalla giurisdizione e che comanda sempre la Polizia giudiziaria, con più potere di prima. Lo ha prospettato anche Luciano Violante in un recente articolo sul Corriere. Per il momento ragioniamo solamente su ipotesi. Comunque per molto tempo cambierà poco o nulla, i Pubblici Ministeri, che hanno fatto lo stesso concorso dei giudici, per trent'anni saranno ancora i medesimi. Dovremo vedere cosa accadrà, senza l’anima belligerante di oggi, ragionando sine ira, nel tempo su possibili correttivi. Approvata per ora la cornice costituzionale non poco dipenderà anche dal contenuto delle norme attuative sulle modalità, ad esempio, del sorteggio, tra tutti i magistrati o solo tra chi chiederà di partecipare e sulle formazioni e l’ampiezza delle liste dei “laici” anch’essi da sorteggiare. Quanto al nuovo sistema elettorale del CSM non sono certo il solo tra i magistrati e gli ex magistrati a non ritenere uno scandalo il sorteggio dei Consiglieri anche se molti anche per timore tacciono.



Quando esplose lo scandalo Palamara, l’ANM, su richiesta del gruppo “anti-correnti” Articolo 101, fu indetta una consultazione tra i magistrati anche sul sorteggio, e 1800 magistrati, pari ad oltre il 40% dei votanti, si erano espressi a favore. Ma non accadde nulla. Le correnti controllano tutto, anche le più piccole richieste, un trasferimento o la partecipazione a un corso. Lottizzano non solo il Consiglio ma i posti di magistrato segretario del CSM e la Scuola superiore, per non parlare dei privilegiati fuori ruolo. E tutto dipende da loro già a livello dei Consigli giudiziari, i piccoli CSM di ogni Distretto, dove i capetti locali delle correnti formulano i “pareri” su di te, decisivi per il resto della tua vita professionale. Li incontri tutti i giorni e li devi “omaggiare”, l’ho visto per tanti anni. I Consigli giudiziari andrebbero studiati quanto il CSM, è lì che nasce tutto ma nessuno se ne accorge.



Nel lontano 2017, in tempi non sospetti, già prima del caso Palamara in un articolo su Il Dubbio avevo suggerito un rimedio, abbastanza radicale, contro il correntismo, ovvero il “sorteggio temperato” degli incarichi direttivi. Era una proposta che costituiva un antidoto alla colonizzazione del CSM da parte delle correnti, che, tramite una ristretta élite di magistrati, governano la vita professionale di tutti. Era il sorteggio parziale degli incarichi direttivi, ambitissimi in particolare per i vertici delle Procure, incarichi da sempre decisi fuori dal CSM tra i capi delle correnti, lo abbiamo visto nella vicenda dell’Hotel Champagne. Per evitare i fenomeni di autopromozione e di scambi di favori, (io voto il tuo per quel posto, tu il mio per quell’altro) basterebbe in ogni concorso, selezionare tra gli aspiranti una rosa ristretta di idonei per l’incarico, tre o quattro con capacità in pratica uguali ci sono sempre, e poi sorteggiarne uno. Fine così dei mercanteggiamenti e delle trame di corridoio per i vari incarichi perché l’alea finale li rende inutili. Questo semplice correttivo avrebbe da un lato annullato il potere delle clientele e di improprio indirizzo politico-giudiziario delle scelte per le nomine chiave, e, dall’altro, comunque rispettato in ogni caso un livello di professionalità idoneo. Se si fosse ragionato su questo metodo, il “sorteggio tra gli idonei” per gli incarichi, sarebbe stato, volendo, un argomento serio anche da parte dell’ANM per opporsi al sorteggio elettorale del CSM. In alternativa si sarebbe potuto adottare un sistema di rotazione degli incarichi direttivi, anche per anzianità. Mi ha colpito che nessuno abbia raccolto la mia proposta, pur non avendo ricevuto alcuna obiezione di principio. 



Senza dimenticare comunque che la corruzione del sistema ha investito nelle più importanti nomine di competenza del CSM non solo la componente dei magistrati ma anche il mondo della politica. Infatti agli incontri “riservati” all’Hotel Champagne che servivano a scegliere in modo sotterraneo che doveva essere il nuovo capo della Procura di Roma erano presenti non solo magistrati del Consiglio ma anche esponenti politici. Non condivido l’idea di due concorsi separati, una inutile impuntatura del governo; studiamo e usiamo gli stessi codici, le stesse tecniche investigative, le stesse regole di giudizio, in pratica lo stesso know how. I colleghi di concorso non sono quelli con cui si stabiliscono rapporti di potere, li perdi presto di vista, sono i capi corrente del tuo ufficio che non perdi di vista mai sino alla pensione.



Per quanto riguarda invece la gestione della carriera, concordo sul sorteggio elettorale e in generale sulla necessità della divisione in due del CSM e sull’Alta Corte disciplinare. Con l’Alta Corte si evita, giustamente, la giurisdizione domestica, i magistrati si conoscono direttamente o indirettamente tutti tra loro, i gradi di separazione tra giudicanti e giudicati sono minimi. Ma non apprezzo la prevalenza nell’Alta Corte dei magistrati di Cassazione, che sono i più lontani dalla vita ordinaria degli uffici. Andrà un giorno anche rivista l’iniziativa disciplinare del Procuratore Generale per i giudici, che sarebbe del tutto incoerente. Con riferimento ai due CSM separati sono d’accordo, anche per evitare interferenze sulla carriera dei giudici da parte dei Pubblici Ministeri, non come singoli che conducono un’indagine ma in quanto “categoria” perché sono da sempre più influenti del CSM anche grazie alla loro visibilità. Del resto negli ultimi anni, Presidente e Segretario dell’ANM, sono quasi sempre stati Pubblici Ministeri benché i Pubblici Ministeri siano un numero molto inferiore. Inoltre nella campagna elettorale, sembra che l
unico tema sia lindipendenza della magistratura rispetto alla politica, quindi il tema della indipendenza esterna. Resta in secondo piano il tema della indipendenza interna, che riguarda invece l’autonomia dei singoli rispetto ai capi e ai colleghi potenti. Ne ho parlato molto nel mio libro uscito da poco: Tiro al piccione (Pendragon, 2025). 



È un tema che all’esterno sfugge, solo chi vive all'interno dei Tribunali lo conosce. Lindipendenza interna del singolo giudice è minacciata dal fatto che la tua vita dipende dall'assegnazione a una sezione piuttosto che ad un’altra, magari grazie ad un concorso ad hoc bandito quando c’è il posto libero che ti interessa o dall’assegnazione di una indagine di rilievo, dal rischio di un’azione disciplinare o di un trasferimento, dal rischio di isolamento. E allinterno di ogni Tribunale, c’è una sorta di casta, di “cerchio magico”, composto intorno ai colleghi di corrente che vivono per diventare capi o per “andare a Roma”, in un costante meccanismo di autopromozione e - mi dispiace dirlo - anche di ricerca di una clientela da soddisfare quando saranno eletti. E si sente questa pressione, tu dipendi in tutto e per tutto da loro, qualche volta puoi essere anche portato a torcere qualche comportamento per ingraziarti quelli che all’interno di un Tribunale contano. Io l’ho sentita moltissimo a Milano. Ho sentito molto il fatto di non avere “appartenenze”, eppure il lavoro del magistrato dovrebbe essere in qualche modo solitario, solo un lavoro di coscienza, meno “ambiente” c’è meglio è. Perché in fondo poi il vero “potere giudiziario” di cui si parla nella Costituzione non è il potere del CSM o dell’ANM ma la sentenza del singolo giudice. 



Sono poi convinto che tantissimi, anche quando in alto si decide di indire uno sciopero contro il Governo, sono contrari o disinteressati ma aderiscono religiosamente tutti per conformismo, perché altrimenti “ti vedono”, ed è meglio evitarlo. Alla fine di questa campagna di guerra credo vincerà il Sì, perché il ciclo di vita dell’attuale governo non è certo concluso e, circostanza non indifferente per l’elettore medio, i magistrati si sono resi spesso antipatici. Se mi si chiede cosa voterò, credo che oggi la scelta più razionale e meno belligerante sia star fuori da questa guerra, votare scheda bianca.

IN FAVORE DELLA DEMOCRAZIA CURDA 




domenica 8 febbraio 2026

IN RICORDO DI WALDENFELS
di Roberta Guccinelli


B. Waldenfels
 
La scomparsa del filosofo
 
Per chi abbia rappresentato, nei suoi lavori, una fonte costante di ispirazione filosofico-artistica e una mente aperta alle scienze umane e alle pratiche di cura; per chi potrà scoprirne un giorno la forza e il rigore del pensiero, la sottigliezza dei ragionamenti Bernhard Waldenfels, ovunque sia, rimarrà un “pungolo” che non lascia indifferenti. Il pungolo della libertà, dove la libertà è relazionale, contestuale, partecipata, o non è, perché non la si gioca mai in solitaria. Lo sapeva bene lui che era nato a Essen nel 1934 quando il potere industriale, bellico, cresceva con quello nazista. Lo sapeva e ne faceva tesoro, questo maestro di libertà condivisa. È un energico invito, il suo, a indagare non solo “tra” le varie discipline, ma anche «nelle crepe e ai margini del quotidiano», in ogni terra liminare o luogo soglia in cui possano sorgere fenomeni che per loro natura, come lo straniero, l’esule, l’eccentrico, lo strano, il rifugiato, ad esempio, sono dentro e fuori i confini. È un “appello”, sobrio, ma fermo, cui occorre rispondere con il proprio nome nella grande rete della storia (all’appello si risponde con il proprio nome e, prima ancora, con la propria presenza corporea), ognuno nella sua stessa singolarità, nessuno da solo, senza gli altri; un appello a tenere desta l’attenzione primaria nei confronti di ogni realtà, natura inclusa, «che gridi in silenzio», con le parole di Simone Weil, «per essere letto altrimenti». Di questa attenzione, che è una sorta di percezione approfondita, suscettibile di essere attratta da quanto ci accade insieme ad altri, si nutre come alla propria fonte originaria un’etica che non teme di confrontarsi, come la sua, con le proprie ombre e la propria amoralità che le impediscono l’arroganza dell’autofondazione.


Il saggio di Waldenfels
curato dalla Guccinelli

Ogni sua opera esige in fondo che l’interlocutore rimanga esploratore  nellesperienza, che si faccia un po’ fenomenologo evitando, nelle sue avventure cognitive nell’ambito dell’umano, di ridursi a un semplice epigone, che viene solo dopo l’esperienza e si limita, di conseguenza, a registrarla come un dato, a giustificarla come un fatto. L’esperienza che non cessa di stupire e non lascia in pace, alla quale ci richiama con una fedeltà quasi socratico-platonica, è per lui la “scena primaria” su cui ognuno di noi si forma con altri. Una ricerca del genere, che occorre svolgere dall’interno, dal basso, dai «bassifondi» della stessa «esperienza», che non è possibile condurre da soli, appunto, ma “insieme” ad altri, questa indagine in grado di smentire ogni possibile forma di solipsismo, non muove dalla mera soggettività, da mere inclinazioni o idiosincrasie e nemmeno dal proprio volere, ma da un altrove radicalmente inteso: da un “altro” avvertito, accolto, patito, talvolta subito a livello innanzitutto sensorio-corporeo, nella sua più profonda e selvatica “estraneità”. Si tratta di una proposta fenomenologico-responsiva che trova i propri Grundmotive nelle forze che spingono a rispondere a chi all’improvviso ci interpella rimanendo tuttavia ignoto, inappropriabile. Quei motivi così poco ortodossi nel lessico anche fenomenologico, che non forniscono alcuna ragione sufficiente per un estraneo che si presenta in termini di pathos, li trova in quanto suscita determinate reazioni o risposte reattive, sul piano espressivo, alle altrui richieste, prima ancora che l’eventuale risposta in senso proprio possa assumere una forma verbale e caricarsi di responsabilità. 



Il pungolo dell’estraneo (Der Stachel des Fremden) è precisamente il titolo del volume con il quale Waldenfels, nel 1990, rende esplicito anche per sé stesso un cammino filosofico sempre in divenire, iniziato di fatto molti anni prima con la sua dissertazione dottorale, incentrato sulla figura dell’estraneo, del senza-luogo, un itinerario in cui conta più che l’obiettivo da raggiungere, in una ricerca che venisse declinata in termini teleologici, il processo del domandare e rispondere, ciò che accade “tra” quanti ne sono coinvolti. Il pungolo di Waldenfels, che sollecita per sua natura, incalza, pone domande, è uno sprone a rispondere (una spina, un pungiglione) nel linguaggio in primis responsivo del corpo, una spinta benevola che può nondimeno scuotere, inchiodare, mettere con le spalle al muro, favorire trasformazioni, generare inquietudine, angoscia o stupore, come lo procurava all’interlocutore, nelle vertigini, l’interrogare di Socrate, cui il filosofo tedesco dedica, non a caso, la tesi di dottorato, Das sokratische Fragen. Aporie, Elenchos, Anamnesis [La domanda socratica. Aporia, elenchos, anamnesi], pubblicata nel 1961.

 

Waldenfels non era propriamente uno scheleriano, essendo piuttosto waldenfelsiano. Mi ha accolto molti anni fa, dopo una mostruosa fatica scheleriana, nella sua propria casa fenomenologica dove, sebbene provenga da altrove, “comincia l’estraneo” e ha compreso, anche quando lo ha sottoposto a severa critica, il mio “ordine del cuore” scheleriano come nessun scheleriano ha mai fatto o avrebbe potuto fare. “I filosofi ti piantano in asso”, pensa a ragione un altro grande Bernhard, Thomas. No, non sempre lo fanno. Talvolta nemmeno quando scompaiono all’improvviso.

COME FOSSE UNA LETTERA
di Zaccaria Gallo


Da sin. Gallo, Gaccione, Langella
Libreria Mondadori a Bisceglie

Lo scrittore Zaccaria Gallo su Una gioiosa fatica di Gaccione

Carissimo Angelo, amico mio, troppo tardi conosciuto e troppo separato, perché diviso da oltre seicento chilometri di distanza geografica, intellettuale finissimo e grande poeta, scrittore e redattore di “Odissea” (immancabile ristoro per chi, come me, vive e crede che, ancora, la cultura abbia il potere di salvare il mondo), compagno, nel senso proprio del “ compagno” di fede nel messaggio di fraternità e lotta per un mondo senza ingiustizie, amante della Pace e nemico della guerra e di chi la alimenta, sodale nell’amore per la Poesia, ti dico subito: mi hai mandato i tuoi versi e chiedi a me che ti scriva, di loro, qualcosa. Ti conosco, e mi conosci: non giriamo attorno alla verità! Non sono un critico letterario, non ho le armi indispensabili per usare parole degne del nome di critica verso quello che leggo. Sono un medico, che vive nei libri e con i libri, e che, nonostante l’età ormai avanzatissima, prova intimo piacere nell’osservare la bellezza che lo circonda, e nel rinvenire nelle parole della Poesia, quella stessa bellezza che c’è a primavera, in un prato senza nome e nell’estate, accanto al suono dolce del mare di Puglia, o fra ulivi e querce in autunno o nel dolce picchiettare delle gocce di pioggia in inverno sulla gronda della mia finestra. È con questo animo che voglio trovare le parole per dirti, come fosse una lettera (sai? come si faceva una volta), quello che ho sentito nella mia anima, leggendo i tuoi versi, e voglio farlo a modo mio: con l’animo del viaggiatore che vuole, appunto, compiere un viaggio nelle tue Poesie, contenute in questo tuo bellissimo libro, specchio esatto del tuo essere al mondo. E, allora, viaggiamo in questo tuo testo che, se ha l’aspetto d’un vero autoritratto (ci sei tu, intero per come sei e per come ho imparato a conoscerti), ha anche una esatta corrispondenza con la totalità delle idee e delle tensioni che fanno parte della mia natura, e il grande valore per i messaggi e i contenuti universali che si incontrano. È vero, sei inquieto, siamo inquieti, eppure sono d’accordo con te: questa inquietudine è il principio da cui poter far nascere la serenità. Tu intimi alla morte di non oltrepassare la soglia della tua casa, almeno fino a quando non ti sia data la possibilità di raccogliere i ricordi e tutto quello che hai scritto e letto, perché tutto possa vivere nella luce, con la gioia e la felicità che hanno gli uccelli del mattino. 


La copertina del libro

Ma non c’è solo la morte e il buio della notte a generare inquietudine. Ti chiedi chi è il fantasma che scende dal quadro appeso alla parete (Bacon? Sì, certamente è lui, con i suoi cardinali), per pugnalare chi tradisce il vero significato della Croce. Vibra il tuo spirito anticlericale (che t’accomuna al mio) intriso dallo sdegno per le colpe della Chiesa. E da poeta-intellettuale impegnato nella lotta per una società diversa, nella quale, oggi viviamo, mediti sul vero significato da dare all’esistenza umana e del rapporto uomo con uomo. Perché sei il poeta che lotta contro i “signori” e “padroni”, quelli che, per intere generazioni, hanno tenuto in schiavitù altri esseri umani. Citi e credi e vivi nella Resistenza, che non deve mai aver fine, che non bisogna dimenticare, che ancora oggi è condizione necessaria per conquistare e mantenere viva la libertà, una libertà gioiosa, condizione di chi crede nella vita e nella Pace e non in quella lugubre di chi dà la morte. Per questo, a lettere chiarissime, nei tuoi versi, dici che non sarai mai dalla parte di chi fabbrica le armi, di chi le commercia e le distribuisce nel mondo, con i portatori di guerre, di tutte le guerre, con il loro immenso terribile carico di distruzione, dolore, morte. E io sono ancora con te quando, nelle tue poesie, dichiari di combattere sempre tutti coloro che erigono barriere tra gli esseri umani. 


Scaffale della libreria
di Anna Rutigliano

Sì, carissimo Angelo, io sono con te, e con i colori della tua giornata, che sono i colori dell’arcobaleno e non del nero simbolo di oppressione, buio della ragione, a favore del profitto e dello sfruttamento. E che commovente immagine evocano, a proposito proprio della libertà, quelle nuvole che passando nel cielo, al di sopra di un carcere, incontrano lo sguardo del carcerato e decidono di posare la loro prua sulle sbarre della finestrella della cella, consentendo di poter vedere, nella sua bellezza, il cielo azzurro, anche lui libero. Continuando il mio viaggio nelle tue poesie, caro Angelo, scopro con te Parigi, città a me diventata cara da quando, per ragioni letterarie personali, sono riuscito a visitare. Quanto mi fai vibrare il pensiero e l’anima quando ci parli della Place Vendome dove, con quel tuo spirito surreale che mi incanta, descrivi Proust e Marx che riconoscono passare Chopin. Ma Parigi, poi, tu la guardi con gli occhi giusti della ragione, che non dimentica, né fa dimenticare, con bellissimi versi, che la capitale francese è paragonabile a un cocktail umano, fatto di cogenti contraddizioni, tra la bellezza dei boulevards e la esplicitata presenza di una scritta su un muro, dove qualcuno, assieme a te, scrive che non si può assolvere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. 


Poesia del libro affissa nella
cella di un Istituto di pena

E questo non solo in Francia. Divorati dalla nostalgia, turchi, greci, slavi, neri, e italiani vivono e mangiano la loro malinconia nella Germania del dopoguerra e, chi non ha problemi con le bevande alcoliche, si consola con enormi boccali di birra. Si muore sul lavoro, per un pezzo di pane, per un mutuo da pagare per la casa, per riempire il portafogli del datore di lavoro. E fatalmente o, forse… naturalmente… poi con le “milanesi”, eccoci, caro Angelo, assieme, nella tua Milano, e anche un po’ la mia, da tempo. Avvolta nel grigio del suo cielo (che gioia quando si apre al sole), con i tuoi versi m’inviti a percorrere le sue strade e le sue piazze, come spesso ho fatto a piedi, alla ricerca di una bellezza che c’è, e che si nasconde per donare gioia a occhi e anima una volta trovata. “Labirinto borghesiano nel suo disordine”, dici, certo, non perfetta, ma da amare, proprio per la sua imperfezione e per alcuni momenti che non si possono dimenticare. 



Poesia scritta su un tovagliolo
incorniciata e affissa al ristorante
milanese New Tentacoli

Che meraviglia quei tuoi versi che, improvvisamente, in una pagina, ce la mostri, Milano, come una donna che “si toglie i suoi tacchi a spillo” e indossa il mantello del silenzio. A sera, sotto quel mantello, dopo le diciannove, tante volte, prima di tornare alla mia abitazione, mi ci sono ritrovato immerso in quel silenzio, di domenica, con tutti i negozi e i caffè chiusi. E lì, proprio a Porta Romana, senza esseri umani, si accarezza, con lo sguardo del cuore, quell’albero che con amore (sì, Angelo, perché gli alberi sono capaci d’amare) dà asilo agli uccelli che ogni giorno lottano per sopravvivere in questa nostra città. Che meraviglia quella luce solare quando illumina e riscalda i palazzi eleganti di Porta Romana, golosa fetta di quartiere. Mi rammenti la Rotonda della Besana, dove anche io, in passato, non ho mai tralasciato di entrare, come anche nel Parco della Villa Reale già Belgioioso: due luoghi in cui, come dici tu giustamente, la ferocia non ha posto.



Intervista sul quotidiano "Il Giorno"
 

Pace e serenità invece che riconciliano il tuo animo di poeta con la realtà, perché è possibile ascoltare la musica che si ha nell’anima e sentirsi liberi di alzarsi in volo, come gabbiani per lasciarsi trasportare dal vento e non dalla deriva, alla quale vogliono condurci quelli che ci negano la libertà. E si leva la tua voce, forte, nei versi in cui agli italiani, figli della Magna Grecia, gridi di non dimenticare il valore che nella vita degli uomini ha l’amicizia e l’ospitalità e la salvaguardia della Bellezza. Come non amare quei versi in cui tu, con aspetto tipicamente baudelariano, sanamente anarchico, scendi con leggerezza per strada, vestito di bianco, leggero come una libellula e, volentieri, vorresti regalare una rosa per ogni sorriso di ragazza incontrata per caso. Strade e personaggi: indimenticabile quel Donato Buongiorno che, amava camminare di notte per le vie deserte, non si saprà mai alla ricerca di cosa, e che, nel giorno del suo funerale, ha radunato una folla imponente a rendere omaggio proprio a lui, così schivo e solitario, tanto da non avere un amico. Ma poi, in altri versi, ricompari, amico mio, amico del vino, della memoria, della Poesia, degli alberi (sacra la tua indignazione verso gli “scorticatori”). In mirabili liriche, poni delle domande, che, una volta poste, non sono più solo tue, sul futuro del nostro pianeta, che rischia di veder scomparire le nuvole, i campi di grano, quella nostra aria e quella nostra acqua, che dovremmo sempre francescanamente ringraziare per la sua esistenza casta e pura. Perdere tutto questo, significherà portare l’umanità a livelli talmente intollerabili dell’esistenza, da desiderare l’autoannullamento. 



Presentazione del libro alla
Biblioteca Ostinata 

E, infine, torna con l’amore per i libri, il senso vero dell’esistenza di Angelo Gaccione, poeta e vivo amante delle parole e delle pagine scritte e stampate, quando nel testamento che vuole lasciarci chiede di posare le sue ceneri, (che accada il più lontano possibile!), sul ripiano di una biblioteca: per continuare ad essere ancora, e sempre, accanto a chi non gli è mai stato nemico in vita: ogni libro, infatti, ha donato a lui la sua amicizia, anche quello che apparentemente non valeva granché. La vita, ci dici, gioca con noi, fino alla fine: si fa beffe del nostro essere e, solo quando da vecchi ci avviciniamo alle soglie dell’infinito silenzio, la riconosciamo davvero per quello che ha contato, conta e potrebbe contare: la vista e i sensi, infatti, si son fatti più acuti rispetto a quando eravamo giovani. Terrò così il tuo libro accanto a libri più cari sulla mia scrivania al termine di questo primo viaggio, caro Angelo, perché mi piacerà ancora, di tanto in tanto, riprendere a viaggiare, per risentire dai tuoi versi, l’invito ad amare la vita con le parole “illuminose” della tua Poesia.

[Bisceglie, febbraio 2026]

Privacy Policy