UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 3 agosto 2026

LA STAZIONE CENTRALE DI MILANO
di Angelo Gaccione
 

Veduta aerea della Stazione Centrale

Ci sono grandi città che hanno delle stazioni ferroviarie enormi. Per ampiezza, e per tutto quanto riescono a contenere nei loro “ventri”, si presentano come delle vere e proprie cittadelle autonome. Una di questa è la Stazione Centrale di Milano. Considerata fra le più grandi stazioni europee, la sua superficie è di ben 220 mila metri quadrati. Solo la facciata di metri ne conta 200. Lasciamo da parte i milioni di passeggeri che vi transitano ogni anno, il numero dei binari, le cinque volte in ferro che li ricoprono (tonnellate e tonnellate di ferro), e consideriamo solo l’enorme quantità di esercizi commerciali di ogni tipo: librerie, caffetterie, supermarket, farmacie, bistrot, agenzie, uffici… se ne contano più di 110. Con la ristrutturazione e la riqualificazione avvenuta fra il 2005 e 2010, la stazione ha cambiato fisionomia. Non nella facciata, che è rimasta quella monumentale, in una combinatoria eclettica ibrida di neoclassico, liberty, art déco, con cui non sono riuscito mai a riconciliarmi, ma all’interno del suo vasto e capace ventre. 


La vecchia Stazione di Milano

Quella precedente, ma che fu in seguito demolita, si ispirava al gusto viennese e se ne trova traccia nelle vecchie foto. Vi si vedono persino le carrozze parcheggiate in un fianco sotto la tettoia: l’avevano costruita ai tempi del regno lombardo-veneto. Arretrandola dove si trova ora, su progetto di Ulisse Stacchini, la inaugurarono nel 1931 in piena epoca fascista. La sua particolarità è unica: per recarsi ai binari bisogna salire, contrariamente alle altre che trovi a piano strada. Ma torniamo alla ristrutturazione. È come essere in un luogo autosufficiente e dove puoi, se ne hai voglia, compiere una serie di incombenze senza renderti conto dello scorrere del tempo. Non solo, dunque, un luogo di puro transito, un non luogo da cui liberarti prima possibile. 



La riqualificazione ha messo in evidenza una serie di opere artistiche prima neglette, ed ha valorizzato il Padiglione Reale di cui parlerò in un’altra occasione. Tra queste, i sei mosaici realizzati tra il 1930 e il 1931 i cui temi riguardano i Mezzi di trasporto e viaggio (figure femminili che reggono conchiglie con perle, rappresentando l’aria (cioè il volo), la terra (cioè il treno), l’acqua (cioè la navigazione). L’Allegoria delle trasmissioni radiofoniche celebra la modernità. Le Vedute di città italiane riproducono scorci come Roma (il Campidoglio) e Milano (l’Arena e l’Arco della Pace). La scoperta del fuoco non ha bisogno di commenti. Paesaggi italiani richiama città come Padova, Napoli, Bologna e Pisa. Le Figure allegoriche alludono al lavoro, al progresso industriale. Fermarsi a gustarsele non è agevole: la fiumana di passeggeri e il rumore non favoriscono né la giusta concentrazione né il raccoglimento. 
 

UN GIARDINO SUL BALCONE
di Zaccaria Gallo

 

Una finestra, da sola, è una soglia: separa l’interno dall’esterno, il privato dal pubblico. È un’apertura verso il mondo ma, anche, una protezione da esso. Quando vi si aggiungono dei fiori, quella soglia sembra trasformarsi. Non è più soltanto un confine: diventa un gesto. Simbolicamente, i fiori alla finestra comunicano diverse cose. L’accoglienza, innanzitutto ed è come se chi abita la casa dicesse: “Sono qui, e desidero che questo luogo sia piacevole anche per gli altri”. La cura, i fiori richiedono attenzione quotidiana; mostrano che qualcuno è attento a rendere vivo quel piccolo pezzo di mondo e consentirne la partecipazione alla vita comune. I fiori non restano confinati all’interno della casa: si offrono allo sguardo di chi passa. È un dono silenzioso alla strada. Speranza e vitalità: la fioritura è uno dei simboli più antichi della rinascita e del continuo rinnovarsi della vita. Il dialogo tra natura e l’abitare umano, la pietra, il cemento, il vetro e il metallo delle città, vengono addolciti dalla presenza di qualcosa di vivo e mutevole. Per questo, una strada con balconi fioriti viene spesso percepita come più poetica. Non necessariamente perché sia più bella in senso assoluto, ma perché suggerisce una presenza umana che non si limita a occupare uno spazio: lo abita e lo rende ospitale. I fiori raccontano che, dietro quelle finestre, ci sono persone che hanno lasciato uscire un frammento della propria sensibilità. In un certo senso, una finestra senza fiori dice semplicemente: “Qui c’è una casa”,  una finestra con i fiori può dire: “Qui c’è una casa che vuole entrare in relazione con te, mondo”. Forse è per questo che molte persone, anche senza rendersene conto, provano un piccolo senso di gioia passando davanti a un balcone fiorito: percepiscono un gesto gratuito di bellezza, qualcosa che non era strettamente necessario e che proprio per questo appare umano e poetico. 



Mi viene da pensare che i fiori alle finestre abbiano anche qualcosa di particolarmente umano: non sono grandi monumenti, non cercano di imporsi. Artisti, scrittori e poeti hanno rivestito di immagini e parole la presenza di una finestra nella loro vita. Ad Homestead, dove morì nel 1886 dopo anni di esilio volontario, Emily Dickinson diceva che dalle finestre, dietro le quali si rifugiava per sfuggire alla paura della morte, sua e dei suoi cari, irrompeva una luce: “() solida, disegnata a linee rette che somiglia ai quadri di Vermeer, e che sembra resistere al buio della notte. E, aggiungeva Garcia Lorca: “Che gran pena quella facciata senza vetri dei balconi, che il poeta possa cantarli ai crepuscoli, quando diventano specchi di rose e fiori”. Quei fiori, quelle piante, sono una forma di bellezza discreta, quasi una conversazione silenziosa, tra chi abita una casa e chi passa di sotto o abita di fronte. C’è una frase dello scrittore Antoine de Saint-Exupéry che, pur non parlando di balconi, sembra adattarsi bene a questa idea: “Ciò che si cura diventa importante. Un vaso fiorito racconta proprio una cura quotidiana, fatta di piccoli gesti ripetuti. Forse la poesia della città non nasce solo dalle grandi piazze o dai monumenti, ma anche da queste attenzioni minime: un geranio sul davanzale, una pianta che sporge da un balcone, un profumo che scende verso la strada: segni che dicono: dietro i muri c’è vita.

STRAGI
Bologna, 2 agosto 1980: 85 morti, più di 200 feriti.



Caro Angelo,
è molto raro che un soggetto tendenzialmente aniconico quale io sono si emozioni guardando un’immagine, ma questa che ti allego mi ha scosso nelle più intime fibre facendo prevalere, con la forza di un esempio particolare, il ricordo sulla rimozione, la concretezza sull’astrazione...
Un abbraccio a te e ai collaboratori di Odissea, militanti per un mondo migliore.
Eros Barone

 

 

CONFRONTI



Una lettera dello scrittore e commediografo Luca Marchesini  

Caro Angelo,
leggendo l’articolo Fauci spalancate di Chicca Morone (“Odissea” sabato 1° agosto), noto gli esiti epigonici di certa sinistra, sempre più vicina, sulla base di un arruffato populismo antitutto, all’estrema destra internazionale e al suo odierno comandante in capo, le cui azioni da presidente degli Stati Uniti paiono ispirate in egual misura dal desiderio di ampliare ulteriormente il proprio giro d’affari e da quello, più terra terra, da bambino prepotente, di regolare i conti con chi osa mettergli i bastoni fra le ruote.
Tornando all’articolo di cui sopra: vi noto una palese contraddizione, quando si critica Fauci per essersi appellato al quinto emendamento, in quanto, comunque, “l’immunità derivante dalla grazia renderebbe nulla l’autoincriminazione”, per segnalare poi “possibili contenziosi sulla validità della grazia preventiva, da parte del presidente Biden”. Quanto poi al ridicolo in cui, secondo l’autrice, lo stesso Fauci cadrebbe appellandosi al quinto emendamento anche di fronte a domande futili, mi chiedo se ridicole, e provocatorie, non siano piuttosto quelle stesse domande che gli sono state rivolte.
Due parole ancora sui vaccini, non su quello anti-Covid (non sono né un medico né un biologo e non mi piace parlare di ciò di cui non sono esperto) ma sui vaccini in generale. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi di quando, prima dell’invenzione e dell’uso obbligatorio (limitazione della libertà dei genitori, tutela dei diritti dei minori soggetti alla loro autorità) dei vaccini antipolio, la poliomielite faceva strage di bambini, e altri ne lasciava storpi. Stessa cosa per la difterite e, andando indietro nel tempo, per il vaiolo e altro ancora.
Luca Marchesini
[Milano, 1° agosto 2026] 

CONFRONTI
Un intervento del poeta Nino Di Paolo




Fauci e vaccini

La lettura dell’articolo di Chicca Morone ripropone, al di là di ogni considerazione sull’operato di Anthony Fauci e sul giudizio che ne dà Morone stessa, la domanda “I vaccini sono utili oppure no, o perfino dannosi?”.  Per ciò che mi riguarda, se sono qui a scrivere in questo momento, devo dire utili perché evitare il contagio da coronavirus prima e vaccinarmi contro tale agente patogeno dopo, per le (troppe) patologie da cui sono affetto mi ha, per l’appunto, permesso di essere qui. Mi si dirà: “E chi se ne importa che tu sia qui o meno!”. Posso perfino essere d’accordo per ciò che riguarda me, vi eviterei la mia fastidiosa presenza, ma non posso certo sottoscriverla per ciò che riguarda i molti salvati dalle precauzioni comportamentali e vaccinali promosse da Fauci e, ovviamente, da altri, inclusa l’Organizzazione mondiale della Sanità. Le industrie farmaceutiche hanno come interesse il profitto? Sì. Diversi soggetti, in campo scientifico e in campo politico, sono corrotti da molte di queste industrie? Sì. Bisogna opporsi a tutto questo? Sì. Ti piacerebbe avere come professore che ti esamina all’Università o come primario nel reparto in cui lavori Matteo Bassetti? A me, personalmente, no, ma ciò che dice, a livello scientifico, è ineccepibile. Le industrie farmaceutiche hanno messo a punto farmaci e vaccini utili all’umanità? Sì. Bisogna buttare il bambino e l’acqua sporca? No. Potrei anche chiuderla qui ma non posso esimermi dall’osservare chi sia, oggi, a prendere di mira Anthony Fauci, scienziato, e perché lo faccia. Lo fa quell’Amministrazione che, crudelmente, arresta e scarica come spazzatura chi semplicemente cerca un luogo dove vivere meglio, che uccide propri cittadini tramite una polizia privata, che aggredisce paesi che non stanno aggredendo il paese retto da quell’Amministrazione. E ci scandalizziamo per le non-risposte difensive di Fauci? Resisti Anthony, resisti alla follia reazionaria che vuole impossessarsi del tuo paese cercando in te un capro espiatorio. Gli antifascisti italiani sono con te!
Nino Di Paolo
[Pero, 2 agosto - data non casuale- 2026]

domenica 2 agosto 2026

CEUTA  
di Amine Ayoub




Interessi strategici e vendette americane e israeliane.
 
Mancava la pugnalata alla schiena in questa UE deviata dall’atlantismo verso il proprio dissolvimento. Non è sorprendente che la pugnalata sia partita da una neofascista, da una serva dell’occupante americano, e che gli altri 21 superidioti le siano andati dietro. La lettera di Sanchez, al contrario di quella dei 22, è civile, e per comprenderne il significato è utile la lettura dell’articolo firmato dal giornalista marocchino Armine Ayoub, e pubblicata dal sito israeliano Ynet. Ayoub non è tenero con la Spagna, e non del tutto a torto, ma il quadro che egli delinea autorizza gravi sospetti su chi abbia istigato la sommossa dei giorni scorsi nell’enclave spagnola. [Franco Continolo]



 

Il terremoto geopolitico che sta scuotendo i rapporti tra Washington e Madrid ha aperto una finestra inaspettata su una delle più antiche rivendicazioni territoriali del mondo arabo. Il rifiuto della Spagna di consentire agli Stati Uniti l'accesso alle basi militari di Rota e Morón durante la campagna contro l'Iran, la sua costante incapacità di raggiungere gli obiettivi di spesa per la difesa della NATO e l'atteggiamento conflittuale del Primo Ministro Pedro Sánchez nei confronti dell'amministrazione Trump hanno generato collettivamente qualcosa di raro negli affari nordafricani: una vera e propria crepa nell'armatura strategica spagnola su Ceuta e Melilla. In questa crepa, il nuovo partner più importante del Marocco, Israele, si trova in una posizione privilegiata per fare pressione. I pezzi del puzzle si sono assemblati nel corso dei mesi. Nel marzo 2026, Michael Rubin dell'American Enterprise Institute, scrivendo tramite il Middle East Forum, ha chiesto all'amministrazione Trump di riconoscere formalmente Ceuta e Melilla come territorio marocchino occupato, definendo la Spagna "una potenza coloniale che gestisce colonie al di là dello Stretto di Gibilterra". Pochi giorni dopo, il deputato Mario Díaz-Balart, presidente della sottocommissione per la sicurezza nazionale della Camera dei Rappresentanti e uno dei più stretti collaboratori di Marco Rubio al Congresso, dichiarò pubblicamente che le enclavi "non si trovano nel territorio geografico della Spagna", bensì in quello marocchino, e che il loro destino avrebbe dovuto essere "stabilito, negoziato e discusso tra amici e alleati". Non si trattava di una posizione marginale, bensì dell'architettura di un riposizionamento strategico coordinato.




L'allontanamento della Spagna da Washington si è ulteriormente aggravato. Un'e-mail interna del Pentagono, riportata da Reuters nell'aprile del 2026, delineava diverse opzioni, tra cui la sospensione della Spagna dalla NATO per il suo rifiuto di agevolare le operazioni statunitensi contro l'Iran. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha esplicitato il disprezzo dell'amministrazione per l'opportunismo europeo, puntando il dito contro gli alleati che si sono rifiutati di contribuire alla campagna dello Stretto di Hormuz. Lo stesso Trump aveva già definito la Spagna "terribile" a marzo e aveva incaricato il suo Segretario al Tesoro di interrompere i rapporti economici con Madrid. È fondamentale sottolineare che l'articolo 6 del Trattato di Washington esclude esplicitamente i territori dell'Africa continentale dagli obblighi di difesa collettiva della NATO, il che significa che Ceuta e Melilla sono legalmente esposte. L'ombrello dell'alleanza su cui la Spagna ha a lungo fatto affidamento per proteggere le sue colonie dalle pressioni diplomatiche semplicemente non si estende in quelle zone. È qui che entra in gioco Israele, e lo fa con una leva insolita. Gli Accordi di Abramo hanno trasformato il Marocco da un interlocutore discreto con Israele in un partner militare ufficiale. Nel gennaio 2026, Israele e Marocco hanno firmato un piano di lavoro militare congiunto per l'anno durante la terza riunione del loro Comitato militare congiunto a Tel Aviv, che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno descritto come un approfondimento della cooperazione con un "partner chiave per la stabilità regionale". I due Paesi avevano già concluso un accordo di cooperazione in materia di sicurezza nel 2021. Questa struttura bilaterale conferisce a Israele qualcosa che raramente ha posseduto nella politica nordafricana: un interesse strategico diretto nel successo regionale di Rabat. 




Questa posta in gioco ha un'ovvia applicazione a Ceuta e Melilla. La coalizione abramitica dell'amministrazione Trump, costruita attorno alla comune opposizione all'Iran e a incentivi economici condivisi, ha creato una relazione triangolare operativa tra Washington, Gerusalemme e Rabat. La voce di Israele in questo triangolo ha un peso sproporzionato. Quando i funzionari israeliani segnalano un allineamento con gli interessi strategici di un partner, tale segnale viene recepito con forza da una Casa Bianca che ha posto l'espansione degli Accordi di Abramo al centro della sua visione di politica estera. La rivendicazione territoriale del Marocco sulle enclavi non è semplicemente una disputa bilaterale con la Spagna; sta diventando sempre più una cartina di tornasole per capire se l'amministrazione Trump premierà i suoi partner più collaborativi rispetto ai membri NATO più ostinati.
Israele può promuovere la causa del Marocco attraverso tre canali distinti. In primo luogo, attraverso segnali diplomatici diretti. Il riconoscimento da parte di Israele che la continua occupazione spagnola di territori africani mina la credibilità post-coloniale richiesta dai quadri di normalizzazione, ridefinirebbe Ceuta e Melilla come una questione di governance regionale, non semplicemente una disputa bilaterale. In secondo luogo, attraverso i corridoi di Washington, dove l'influenza di Israele è considerevole, i funzionari israeliani possono amplificare la tesi secondo cui il contributo strategico del Marocco, che funge da punto di ancoraggio nel Mediterraneo occidentale, controlla l'accesso meridionale allo Stretto di Gibilterra e rappresenta il più antico partner degli Stati Uniti in virtù di un trattato, giustifica un concreto sostegno americano sulla sua rivendicazione territoriale più persistente. In terzo luogo, Israele può smascherare la palese ipocrisia della Spagna. Madrid è stata tra le voci europee più forti nel condannare le politiche territoriali e gli insediamenti israeliani. 




La Spagna ha riconosciuto uno Stato palestinese nel 2024, pur mantenendo contemporaneamente enclave europee in territorio africano che precedono di quattro secoli l'attuale Israele. Questa contraddizione è significativa e merita di essere ribadita ripetutamente nei forum internazionali.
Niente di tutto ciò richiede avventurismo militare. Il Marocco ha costantemente perseguito le sue rivendicazioni settentrionali attraverso pressioni legali, demografiche e diplomatiche, piuttosto che con la forza. Il modello è paziente ed efficace. Il ruolo di Israele sarebbe quello di amplificare diplomaticamente la posizione all'interno di una struttura di alleanze già favorevole alla posizione di Rabat. Gli Stati Uniti designano il Marocco come un importante alleato non NATO, hanno firmato una nuova tabella di marcia decennale per la difesa con Rabat e, allo stesso tempo, minacciano di sospendere la Spagna dall'alleanza, che quest'ultima si rifiuta di sostenere finanziariamente o operativamente. La Spagna si trova diplomaticamente isolata proprio nel momento in cui i suoi possedimenti territoriali più esposti non godono di una garanzia legale di difesa. Gli Accordi di Abramo hanno creato un quadro di riferimento per la riconfigurazione delle alleanze in Medio Oriente e Nord Africa, in modo da servire simultaneamente gli interessi americani e israeliani. Aiutare il Marocco a recuperare Ceuta e Melilla servirebbe a questo quadro e punirebbe un membro della NATO che ha ripetutamente scelto l'ostruzionismo anziché la collaborazione nei momenti più critici dell'alleanza. Per Israele, dare risalto alle rivendicazioni del Marocco non è beneficenza. Si tratta di un investimento strategico nel partner che, al di là dello Stretto di Gibilterra, detiene la chiave di uno dei punti strategici marittimi più vitali al mondo.

 

MEMORIA
di Franco Astengo

 

2 Agosto per non dimenticare.   
 
Allo scopo di accrescere la consapevolezza del tentativo in atto di rovesciare la democrazia repubblicana in una forma di governo autoritario è bene coltivare la nostra memoria attorno ai grandi fatti che hanno segnato la Storia cercando di comprenderne le origini, la natura, gli scopi di chi ne è stato protagonista.
 
Correva l’anno 1980 e anche in quell’anno fu messa alla prova la democrazia.
Un anno che si che si concluse con una brusca sterzata all’indietro con i 35 giorni alla Fiat e la marcia dei cosiddetti “quarantamila”. In quel 1980 si mise in evidenza, almeno agli occhi degli osservatori più attenti ma inascoltati, non tanto il “ritorno” al terrorismo fascista (che pure si era verificato) ma l’esigenza di una “teoria politica del terrorismo” che, almeno da Piazza della Fontana in avanti, aveva rappresentato uno degli elementi costitutivi della gestione del potere nel nostro Paese. Furono svolti alcuni tentativi di analisi in quella direzione, di collegamento tra il terrorismo stragista di evidente matrice “nera”, i servizi segreti, la massoneria occulta della quale la Loggia P2 appariva come l’espressione più evidente.



Nell’anno successivo il 17 febbraio 1981 Gherardo Colombo e Giuliano Turone scoprirono gli elenchi di Castiglion Fibocchi: oltre agli elenchi degli affiliati si trovarono anche le prove del collegamento tra P2 e Mafia che si realizzava attraverso logge coperte siciliane provviste anche di diramazioni nel Ponente Ligure: tanto per ricordare che, quanto alla mafia al nord, nessuno ha scoperto nulla di nuovo. Altri denunciarono il fatto che, in quella direzione, non si fosse mai svolta una valutazione di fondo: il Centro di Riforma dello Stato, diretto da Pietro Ingrao, convocò un convegno su questo tema, proprio ad Arezzo; alcuni coraggiosi tentarono analisi anche in sede locale. Intanto che le indagini sulla strage marcavano il passo qualcuno, rispose che sarebbe stata sufficiente la riforma dei servizi segreti e che una collocazione diversa della sinistra nel quadro politico (c’erano già stati il “governo delle astensioni” e la “solidarietà nazionale”) avrebbe rappresentato un’ulteriore garanzia per il successo dell’operazione di riforma che tendeva a cambiare il modo di agire di interi pezzi dello stato e che, comunque, il terrorismo nero, cui si era accompagnato quel tipo di attività dei servizi di sicurezza fosse ormai in declino, se non addirittura in via di estinzione.



Di fronte a questa sconcertante analisi che pure, a sinistra, ebbe piena cittadinanza, si replicò - pur nel rischio di rimanere profeti inascoltati - al riguardo della necessità di vedere lo stragismo attraverso una nuova lente, da parte di una sinistra istituzionalmente matura e capace di vedere lo spessore del meccanismo statuale, che riproduceva abilmente se stesso attraverso l’espansione dei corpi separati, aggiungendo come, almeno da Piazza della Fontana in avanti, analizzando i passaggi procedurali si poteva ben vedere come vi fosse stata una gestione politica dei procedimenti. La sinistra, all’epoca, sulla base di queste analisi avrebbe dovuto elaborare un’idea di riforma dello Stato non attraverso una serie di “elemosine riformistiche”, ma realizzando, non tanto e non solo una magari ottima serie di proposte di legge, ma lavorando a realizzare una trasformazione radicale del quadro politico. Al centro, insomma, doveva ritornare, secondo questa ipotesi, il tema della “volontà politica”. Ciò non avvenne, per molteplici ragioni tra le quali l’ignavia di molti esponenti politici e l’evidente complicità di altri.



Non dispongo qui lo spazio per analizzare l’intero corso della storia d’Italia.
Quel che è certo che abbiamo assistito - da quel fatidico 2 agosto 1980 - al realizzarsi progressivo di quel meccanismo di autoritarismo, negazione della democrazia, affermazione di poteri occulti contenuti proprio nel documento sulla “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975. Oggi quel documento pare trovare piena e compiuta applicazione: nella realtà economico sociale, dell’informazione, nell’architettura delle istituzioni al riguardo delle quali si sta progettando il passaggio compiuto al presidenzialismo. Eppure anche oggi molti sembrano ricalcare quelle scelte di ignavia compiute nel lontano 1980 da altri protagonisti pensando a una dinamica “normale” di un quadro politico segnato da un “bipolarismo temperato”.
Non è così: sarà quella della forma di governo imperniato sulla democrazia repubblicana la vera posta in palio delle elezioni che si svolgeranno a qualche punto del prossimo 2027. Saranno elezioni imperniato su di un attacco diretto alla Presidenza della Repubblica nella sua forma più alta di espressione della garanzia costituzionale. In vista di quella scadenza richiamare l’importanza e la necessità di una svolta nelle forme politiche fin qui mantenute dalle forze di opposizione appare operazione che dovrebbe risultare superflua: eppure la sensazione che ci si stia muovendo a un livello culturale, politico, morale al di sotto delle esigenze imposte dalla qualità dello scontro continua ad inquietarci.



Memoria, quindi, assolutamente memoria e analisi, analisi di ciò che è stato allora rispetto alla realtà del nostro sistema politico e di ciò che sta avvenendo adesso in un quadro di limitazione dell’agibilità democratica.
Una limitazione dell’agibilità democratica che pare proprio rispettare alla lettera gli intendimenti di quella massoneria occulta e di quei servizi deviati cui abbiamo fatto cenno: un progetto che si inquadra in un contesto internazionale torbido non soltanto per i pericoli di guerra. Vale la pena ogni volta che si scende alla stazione di Bologna, fermarsi a leggere i nomi scolpiti nella lapide che ricorda quel tragico giorno: un utile esercizio della memoria di un momento fondamentale nella storia d’Italia, non soltanto di tragedia per le famiglie delle vittime ma di dramma per la qualità della nostra democrazia.

 

CONTRO CUBA
di Eros Barone


 
L’aggressione contro Cuba e la desistenza geopolitica*
[Seconda e ultima parte]
 
3.- Scelte possibili e inaccettabili, scelta necessaria e dirompente
A questo punto sorge, inevitabile, una domanda: quali sono le scelte che si presentano al gruppo dirigente cubano? O, per essere più precisi, quali sono le scelte che sono state lasciate ad esso? La prima è, come si è detto, accettare di negoziare in condizioni giugulatorie. Questo è ciò che raccomandano i borghesi liberali ben intenzionati: coloro che desiderano che Cuba si impegni nel dialogo e negozi con gli Stati Uniti. Ma negoziare con un Impero che ti punta la pistola alla tempia non è un dialogo; può essere soltanto una resa condizionata. Cuba ha dimostrato la volontà di dialogare in più occasioni, ma sempre da una posizione di dignità: sedersi a negoziare oggi senza prima rompere il blocco energetico e finanziario significa accettare l’inaccettabile. Il risultato sarebbe una omologazione che equivarrebbe al graduale affossamento del progetto rivoluzionario, così come è accaduto nell’Europa orientale dopo la caduta del ‘Muro’, ma con l’incombente presenza dell’Impero a soli 145 chilometri di distanza. La seconda scelta è la resistenza eroica ma solitaria, un percorso che Cuba segue da decenni. Ma quale prospettiva può avere una resistenza, sia pure eroica, senza una retroguardia? La terza possibilità è quella a cui punta l’Impero: l’implosione. Un esito prodotto dalla sofferenza accumulata ed esasperato dalle forze di opposizione finanziate dall’Impero; un esito che consentirebbe un intervento umanitario o una transizione concordata, sempre però in vista del ripristino di un rapporto di subordinazione neocoloniale. La quarta scelta - l’unica che potrebbe cambiare veramente la situazione - non dipende da Cuba. Dipende da coloro che, dichiarando di sostenere Cuba, decidono di passare dalle parole ai fatti, inviando il petrolio necessario, dispiegando delle navi, scortando le forniture e rompendo il blocco finanziario con misure concrete. La quarta scelta pone un’alternativa drastica, che non lascia spazio né alle declamazioni pseudo-solidaristiche né alle tergiversazioni opportunistiche: o è azione o è complicità.
Eppure, in mezzo a questo desolante panorama vi è un fattore antagonistico che l’analisi geopolitica classica tende a sottovalutare. Cuba ha qualcosa che nessun blocco è in grado di annientare: ha i popoli del mondo più di quanto abbia gli Stati. La solidarietà degli Stati è fragile, perché dipende dai governi, dai cicli elettorali e dalle alleanze che cambiano; la solidarietà tra i popoli è più lenta e più difficile da organizzare, ma quando viene attivata, non può essere sanzionata dal FMI o circoscritta dalla NATO. Non vi è nessun altro paese al mondo che possa far valere una rete di movimenti di solidarietà così diffusi, persistenti e radicati attraverso più generazioni, come Cuba. Questo tessuto umano è una risorsa strategica che nessun bilancio convenzionale, stilato da un punto di vista geopolitico, prende in considerazione.


 
4. “(…) lasciamo che acchiappi chi vuole”: un apologo esopiano
Quando l’Impero guarda Cuba, vede una piccola isola che esso può bloccare e soffocare quasi senza colpo ferire. Quello che non vede o, per meglio dire, ciò che non vuole vedere è che quest’isola è un vulcano quiescente situato in cima ad una linea di faglia globale. Cuba non è solo la sua geografia; è la sua storia, il suo esempio, il sogno di milioni di persone che, dovunque nel mondo, credono ancora che un altro mondo sia possibile. Perciò, se un giorno l’Impero dimentica la Corea, dimentica il Vietnam, dimentica l’Iran, dimentica che i popoli non si arrendono, e osa invadere l’isola, scoprirà che per vincere le guerre non bastano le portaerei. La guerra viene vinta dalla capacità di un popolo di dire “no” anche a costo della vita, e quel “no” pronunciato da Cuba, moltiplicato per milioni dentro e fuori l’isola, potrebbe attraversare con la sua eco l’intero pianeta. Nel frattempo, continua la battaglia per la vita quotidiana, per la luce, per il cibo, e in questa battaglia i popoli del mondo hanno l’ultima parola. Cuba chiede azioni concrete: il petrolio necessario, le navi, la scorta, la rottura del blocco finanziario, la protezione del suo spazio marittimo, una forte pressione nelle organizzazioni internazionali. Questa non è una semplice richiesta di solidarietà, è una richiesta di coerenza. Ma l’ultima domanda non è per Cuba, poiché questa isola caraibica ha già dato la sua risposta con 67 anni di rivoluzione. La domanda è per il mondo, per chi pretende di volere un ordine diverso, per chi ha firmato dichiarazioni e inviato messaggi, per coloro che hanno petrolio e navi ma non le inviano, o che detengono voti decisivi nell’ONU che usano solo per astenersi. Da che parte stai? Dalla parte di coloro che inviano messaggi di sostegno o dalla parte di coloro che inviano navi e decidono di sfidare i disegni dell’imperialismo una volta per tutte? Vorrei allora concludere queste note evocando il modo con cui un umanista comunista, Concetto Marchesi, riferiva e commentava una favola di Esopo. Marchesi mostrava con l’exemplum fictum della favola che la resistenza di un popolo al dominio dell’imperialismo non si fonda sulla debolezza dei forti, ma sulla forza dei deboli e sulla guida di un partito rivoluzionario. Scriveva Marchesi che «in una favola disperatamente triste e vera di Esopo ci sono due protagonisti: un uomo, il beccaio, e una moltitudine di castrati. L’uomo afferra e sgozza, siccome è suo mestiere e suo interesse: gli altri vedono sgozzare, e restano cheti e fiduciosi; perché la bestia del gregge è così: sente la mano dell’uccisore quando è afferrata alla gola. L’uomo spesso non la sente neppure allora. Narra il favolista: “I castrati erano tutti in branco coi montoni. Entrò il beccaio e finsero di non vederlo. L’uomo ne afferrò uno, lo trasse fuori e lo sgozzò. Gli altri vedevano e dicevano tra loro: me, non mi tocca; te, non ti tocca: e lasciamo che acchiappi chi vuole”. Così ne restò alla fine uno solo. Diceva al beccaio: “Come siamo stati pazzi! Quando eravamo tutti insieme potevamo fracassarti a testate. Ora invece...”. E naturalmente fu sgozzato anche lui”» [2].
Memorabile è, infine, la postilla con cui Marchesi chiudeva il suo commento: «Questa favola prova... che vanno incontro alla rovina coloro che non hanno saputo a tempo misurare la propria forza. Già, anche Seneca, ad ammonimento dei padroni, domandava: “E se i servi si contassero?”, dimenticando che i servi non si contano mai da sé: a far questo hanno bisogno di un altro, non servo, ma uomo libero che insegni loro l’addizione. Questa favola proverebbe, se mai, che due sono le massime sorgenti del male nel mondo: l’egoismo e la stupidità»
[3].
 
Note
[2] C. Marchesi, Favole esopiche, Milano 1951, p. 8. 
[3] Ibidem, pp. 8-9.

sabato 1 agosto 2026

CONTRO CUBA
di Eros Barone
 

L’aggressione contro Cuba e la desistenza geopolitica*
(Prima parte)
 
L’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista - debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.




1. Un naufragio con molti spettatori.
Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete? Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva. Il loro sostegno a Cuba si è ridotto alla deplorazione formale nelle assise internazionali e alla fornitura di determinate risorse, senza sfidare strutturalmente il blocco. Non inviano il petrolio necessario, non creano linee di credito che aggirino le sanzioni, non scortano i rifornimenti all’isola con le loro navi. Se viene chiesto loro di motivare un simile atteggiamento, la risposta è quella del politico opportunista: il momento non è giusto, i costi superano i benefici, dobbiamo essere realisti. Ma il realismo, in un contesto di natura bellica, è solo un altro modo di muoversi verso una capitolazione precoce.


Si credono i padroni del mondo

Comportandosi in tal modo, stanno facendo un errore di calcolo strategico che la storia non mancherà di punire. Ogniqualvolta uno Stato che ha un certo potere permette all’ordine egemonico di distruggere un anello della catena senza costi, l’ordine, che su quella catena si fonda, si rafforza e l’Impero si avvicina di un altro passo a sottomettere coloro che credevano di essere al sicuro. Il messaggio che da coloro che pretendono di essere realisti viene inviato alle proprie popolazioni e ad altri Paesi dipendenti è quindi terribile: la solidarietà è un lusso che non possiamo permetterci; occorre desistere; sappi che, quando arriverà il tuo turno, sarai solo. 
Tutto si svolge come se una sorta di identificazione con l’aggressore fosse all’opera, un meccanismo con cui un soggetto sottoposto a una forza superiore interiorizza i valori e la logica di quel potere per poter sopravvivere. Non si tratta di un tradimento consapevole ma di un adattamento che, nel tempo, diventa costitutivo della propria identità: è la sindrome di Stoccolma nel campo geopolitico. Qualcosa di tutto ciò si verifica con alcuni governi progressisti latino-americani; hanno incorporato la logica del sistema imperialistico – le sue istituzioni, i suoi mercati, le sue regole – a tal punto che non possono più immaginare un’azione politica che rompa con quel sistema, anche se la proclamano necessaria nel loro discorso. Brasile e Colombia dimenticano che se essi fossero oggi una vera retroguardia strategica, ciò non sarebbe un favore che farebbero a Cuba; sarebbe una necessità per sé stessi. Se gli Stati Uniti continuano a condizionare l’equilibrio nella regione – come fanno con la loro politica di sanzioni, il loro dominio del FMI, il loro controllo dell’OSA e la loro influenza sulle forze di destra locali – su chi potranno contare Lula e Petro quando la marea reazionaria li colpirà? Astenendosi dall’agire con decisione, avranno bruciato quella retroguardia di cui avranno un estremo bisogno. Il caso del Venezuela è il più doloroso, perché rappresenta la mutilazione di un progetto che un tempo era il pilastro della solidarietà regionale. Oggi il Venezuela ha capitolato di fronte all’attacco terroristico sferrato dagli Stati Uniti contro la sua dirigenza politica. Il regime di sanzioni estreme e il rapimento di Maduro e Cilia Flores hanno raggiunto il loro obiettivo. Il Venezuela ha abbandonato Cuba perché ha abbandonato sé stesso. Se l’Impero può soggiogare il Venezuela, che possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo, che speranza ha un paese più piccolo senza quella risorsa? Ma i governi della regione non stanno traendo la conclusione corretta. Invece di unirsi per rompere l’assedio, si disperdono, negoziano separatamente e sono destinati a cadere uno dopo l’altro. Alcuni dei piccoli paesi che hanno ricevuto la solidarietà cubana – medici nei loro villaggi, insegnanti nelle loro scuole, brigate nel mezzo dei loro disastri – stanno ora voltando le spalle. Quello che non riescono a capire è che, voltando le spalle a Cuba, stanno contribuendo a distruggere l’unico tessuto di solidarietà che potrebbe proteggerli quando saranno sulla linea di tiro. È sempre stato così: tutti quelli che scelgono di salvarsi da soli finiscono isolati e poi soggiogati.



Il vorace governo imperialista

2. Una nuova versione del Comma 22: “Stato fallito” e sovversione interna.
Il blocco non è una sanzione; è un meccanismo disgregante progettato per provocare un’implosione dall’interno. Offrire aiuti umanitari, per quanto prezioso possa essere, senza rompere il blocco finanziario ed energetico è come pensare di poter curare un tumore senza estirparlo. L’obiettivo strategico del blocco - che nella terminologia militare è chiamato “guerra di quarta generazione” o “regime change” per soffocamento - è quello di impedire allo Stato, che ne è il bersaglio, di soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione, in modo che la popolazione stessa finisca per ribellarsi al governo. Non vi è nulla di casuale in questa strategia: è deliberata, è documentata, ed è stata applicata con vari gradi di intensità per più di sei decenni. Di fatto, è una variante del paradosso del Comma 22 [1]: se ti sottometti alla logica della diplomazia giugulatoria e ti siedi al tavolo della trattativa, hai già perso; se rifiuti quella logica, dimostri di essere tanto irragionevole quanto pericoloso e meriti di essere schiacciato.
Il blackout non è solo l’interruzione nell’erogazione dell’energia elettrica; è una pedagogia della paura, una lezione che l’Impero impartisce giorno dopo giorno. Ogni ora senza elettricità, ogni difficoltà nell’ottenere cibo, ogni medico privo di medicine è un promemoria crudele circa il costo della resistenza e la durata della sofferenza che questa comporta. Tutto ciò viene spiegato dall’Impero con la narrazione dello “Stato fallito”, per cui la colpa è sempre della vittima. E in questa inversione della causalità, per cui la vittima diviene causa del suo male, risiede l’aspetto più perverso dell’intera operazione: la costruzione di una narrazione che inverte la causalità. L’impero non distrugge puramente e semplicemente, ma elabora anche il procedimento discorsivo per far sembrare la distruzione meritata o inevitabile.
Allo Stato cubano si impedisce di importare cibo, medicine, carburante e pezzi di ricambio; si impedisce di accedere al credito; lo si sottopone ad una guerra mediatica; lo si punisce se commercia con chiunque: ebbene, quello Stato dovrà, per definizione, affrontare enormi difficoltà nel normale funzionamento. Poi, quando quelle difficoltà si manifestano – ‘blackout’, carenza, migrazione – i corifei dell’Impero e i suoi portavoce locali gridano che è uno “Stato fallito” e che il socialismo non funziona. Tuttavia, la categoria di “Stato fallito” non è descrittiva, ma performativa. Qualificare Cuba come “Stato fallito” non serve a descrivere una realtà, ma a costruire una realtà che giustifichi l’abbandono e, alla fine, l’intervento. Sennonché uno Stato veramente fallito non sopporta 65 anni di blocco e non ha un tasso di mortalità infantile inferiore a quello degli Stati Uniti; non forma i medici che salvano vite in tutto il mondo; non mantiene un sistema educativo universale, non sviluppa una propria ricerca scientifica capace di mettere a punto vaccini efficaci, e non esprime una cultura incisiva. Quello che l’Impero chiama uno “Stato fallito” è, in realtà, uno Stato aggredito che si rifiuta di inginocchiarsi di fronte al Leviatano imperialista. Questa è, precisamente, la ragione della furia dell’Impero: Cuba non fallisce ma resiste, e questa resistenza è, per chi si crede padrone del mondo, intollerabile.




Note
* Il presente articolo, nei primi tre paragrafi, nasce dalla rielaborazione di un ampio articolo di Josué Veloz Serrade, intitolato Cuba, at the crossroads of hypocritical multilateralism e reperibile nella Rete al seguente indirizzo: https://mltoday.com/cuba-at-the-crossroads-of-hypocritical-multilateralism/
. Nella rielaborazione ho tralasciato le interessanti osservazioni psicoanalitiche di derivazione lacaniana svolte dall’autore, che i lettori interessati potranno recuperare dalla versione inglese. Il quarto paragrafo è invece la trascrizione di un passo della relazione di Eros Barone, “Popolo” e “moltitudine” nel pensiero politico di Concetto Marchesi, in Concetto Marchesi – Un umanista comunista, Atti del convegno nazionale di studi – Gallarate, 25 ottobre 1997, a cura di Claude Pottier, Casorate Sempione (Varese) 1998, p. 119.
 
[1] Il paradosso del Comma 22, formulato nel romanzo Catch 22 di Joseph Heller con lo scopo di satireggiare le petizioni di principio presenti nei regolamenti militari, nasce dalla seguente autoriflessione: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo” (Comma 21), ma “Chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo” (Comma 22).

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