UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 24 giugno 2026

TUTTO CIÒ CHE È UMANO MI RIGUARDA
di Angelo Gaccione
 


Testo letto in occasione della tavola rotonda sulla poesia civile alla biblioteca dell’Università di Genova martedì 16 giugno 2026.
 
H
o titolato questi pochi minuti di confronto sulla poesia civile usando il celebre motto di Publio Terenzio Afro: “Sono un uomo, e di quanto è umano nulla penso che mi sia estraneo” tratto dal libro Autopunizione più noto come Il punitore di me stesso. Ma avrei potuto citare direttamente un mio aforisma del 2023 riferito proprio alla poesia civile: “È civile tutto ciò che oppone l’umano al disumano”. Direi che nulla di più pertinente al mio modo di essere e di essere nel mondo. Nel mio agire e nel mio operare con la scrittura, attraverso i vari linguaggi volta a volta impiegati (poesia, narrativa, saggistica, teatro, fiaba, aforismi, critica d’arte, teatrale, letteraria, musica, giornalismo), ho tenuto fermo i concetti di tanti altri intellettuali che hanno influito sulle mie convinzioni. Proudhon, per esempio, era fermamente convinto che la scrittura avesse un impatto concreto sulla realtà per poterla modificare. È uno strumento importante che serve a diffondere nella società il seme del cambiamento. Da parte sua lo scrittore algerino Albert Camus, ha scritto che “Per agire l’uomo deve parlare” e quindi il dovere e la necessita di un impegno attivo, mentre Marx ci esorta a vivere come si pensa, altrimenti finiamo per pensare come viviamo. Ne discende che se vogliamo un mondo migliore dobbiamo pensare e agire, altrimenti diamo ragione ad un mio aforisma che così recita: “Pretendono un mondo migliore, ma non muovono un dito perché lo diventi”. Per quel che mi riguarda ho svolto sempre una intensa attività di scrittura in coerenza con le mie idee – ho fondato giornali, circoli, movimenti, – e Odissea è in piedi da 23 anni. Cerco, in maniera attiva e militante di portare concretamente il mio corpo dentro lo spazio pubblico dove e quando è necessario, anche se ora non sono più giovane e non ho le forze di un tempo. Vorrei chiudere riprendendo una delle domande che ci ha posto Donatella Bisutti: “La poesia civile può avere oggi un impatto sulla società? Io sono convinto di sì. La poesia civile ha un impatto sulla società, e per la sua particolarità è molto più efficace di tante altre forme espressive. Al poeta bastano pochi versi per arrivare al cuore delle cose. Come avviene al canto, alla fotografia o alla immagine pittorica. La forza delle poesie e delle foto sul genocidio di Gaza è stata enormemente superiore a tutti i discorsi e a tutti gli articoli di giornale. Basta controllare su Internet per averne la prova. Il canto de Il disertore o di Addio Lugano bella nei cortei, creano sempre una fortissima empatia emozionale fra i partecipanti, superiore a qualsiasi discorso.  

IPAZIA
di Chicca Morone
 

Julius Kronberg Hypattia 1889

Una donna geniale vittima del fanatismo.  
 
Lunedì di Quaresima del 415: viene assassinata Ipazia, matematica, astronoma, filosofa neoplatonica, insegnante autorevole ed estremamente rispettata, amata da cristiani e pagani, ma evidentemente odiata da qualcuno. Un qualcuno di genere maschile, roso dall’invidia verso una donna che si permetteva di parlare in pubblico ed era a capo della scuola neoplatonica di Alessandria: il vescovo Cirillo, capo di quella Chiesa che aveva iniziato a trasformarsi da perseguitata a persecutrice e non solo del paganesimo, ma anche dell’ebraismo. Il pensiero vescovile era che una donna, la più importante intellettuale della città, punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le autorità politiche e religiose, doveva stare al suo posto, altrimenti essere eliminata. La giovane Ipazia era un vero problema perché, non esente da influenze teosofiche e occultistiche apprese da filosofie e religioni egizie nonché assiro-babilonesi, era “qualcosa” di impensabile per chi - legittimato dall’editto di Tessalonica (380D. C.) - si giudicava depositario della vera religione.
La cultura di Ipazia era arrivata a un tale grado di perfezione da non avere paragone con tutti i filosofi del suo tempo, tanto da succedere nella scuola platonica ed essere disponibile per chiunque desiderasse spiegazioni su tutte le scienze filosofiche. Ne era testimone Socrate Scolastico, teologo suo contemporaneo.
Ci si chiede come abbia potuto accadere un tale efferato assassinio, dato il suo carisma enorme, riconosciuto ovunque: da ogni parte del mondo giungevano allievi desiderosi di apprendere i principi non solo filosofici, ma anche astronomici, matematici e di ogni scibile umano. Persino Sinesio, filosofo, poeta e oratore, futuro vescovo di Tolemaide, era giunto da Cirene per conoscere questa donna incredibile.
Tra i suoi ammiratori il prefetto romano Oreste, spesso alla ricerca del suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico, aveva cercato di mettere in guardia Ipazia essendo stato lui stesso aggredito pubblicamente.


Jules Gaspard Ipazia 1908

Forse, osservando la situazione nella Alessandria dell’appena iniziato Quinto secolo, potremmo avere una spiegazione e soprattutto un monito per questo nostro secolo agli albori. L’Impero è in declino e Alessandria in disfacimento: mille sono le cause, non ultima la crisi di identità con problemi interni tra cristiani legati alla tradizione e gli innovatori, come anche tra i pagani filosofi e i tradizionalisti. Il tessuto sociale è lacerato, i punti di riferimento della politica imperiale, svaniti; gli dei dello Stato se ne sono andati e sono rimasti pochi richiami alla grandezza del passato. In questo vuoto di un potere forte, Ipazia si trova a rivestire anche un ruolo politico, protagonista del momento più infuocato degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di Alessandria, decisamente cruenti all’inizio del Quattrocento. La scintilla è la trasformazione del tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando emergono i resti di un tempio segreto dedicato al culto di Mitra. Alcuni teschi lì ritrovati danno modo di accusare i pagani di sacrifici umani e al vescovo Teofilo di indire una processione antipagana: ovvia la reazione con inizio di guerra civile. L’imperatore Teodosio II, filo cristiano, interviene su consiglio della sorella: ma nel chiedere al vescovo di perdonare le offese pagane, gli concede di poter distruggere il tempio e la famosa biblioteca.



Ipazia, la cui filosofia non è semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità”, pur restando neutrale, intravede subito la degenerazione dei possibili sviluppi: non può ignorare il fanatismo, la violenza e l’intolleranza di questa nuova religione che invece di costruire distrugge templi e biblioteche continuando a provocare scontri tra ebrei, pagani e cristiani. Un “Divide et impera” di cui ben abbiamo contezza in questi ultimi anni. Con l’arrivo ad Alessandria del vescovo Cirillo, si apre un nuovo periodo in cui potere politico e militare si fondono: nasce un unico corpo di polizia, i Parabolani. Un vescovo battagliero, pronto ad affermare il suo potere a ogni costo, e che, nell’entrare in conflitto con il prefetto Oreste, trova ottima occasione per incolpare proprio Ipazia di impedirne la riconciliazione.



Perché? Perché lei è depositaria di una religione filosofica da cui emerge il concetto di un Dio a cui potersi assimilare e un percorso in cui poter raggiungere la divinità non attraverso la Santa Madre Chiesa: inaccettabile per un vescovo dalle mire di potere inesauribile, a cui l’intera popolazione deve assoggettarsi. Un Klaus Schwab, fondatore del Word Economic Forum e promulgatore della “Quarta rivoluzione industriale” con tanto di pensiero unico, ante litteram.
Oggi, dopo anni di innegabile caos in Vaticano, il papa Leone XIV sta delineando per i fedeli una via decisamente più cristiana e affine a chi vive nella Chiesa il proprio legame con il Divino: con l’enciclica “Magnifica Humanitas” perfettamente esaustiva sui pericoli dell’IA, ma esplicitata con quel distacco di chi vede dall’alto le possibilità di salvezza esistenti. La divinizzazione di algoritmi e risposte, vette a cui noi, secondo i guru dell’informatica, “non potremmo mai arrivare” è stata ridimensionata.  In molti hanno iniziato a porsi domande più che lecite, considerando la voce da cui giungeva più che autorevole.
In conclusione, mi fa male pensare a una donna come Ipazia, martirizzata dalla protervia dei Parabolani, cappeggiati da un uomo convinto di essere depositario del volere di Dio. Ancora oggi esistono esemplari del genere, impuniti; un po’ come il vescovo Cirillo fatto santo da Leone XIII!
Piango per un’Italia piena di risorse, il cui terreno è fertile, ammirata e ambita da chiunque la conosca, madre di personaggi totalmente fuori dal comune (da Giordano Bruno a Galileo, a Leonardo da Vinci, a Federico Faggin) oggi sfortunatamente in mano a biechi affaristi, pronti a venderla per pochi denari. L’Italia che come Ipazia viene spogliata dei suoi gioielli, stuprata e bruciata perché “eccessiva”; un’Italia che non sa difendersi dalle invasioni islamiche quanto da quelle sioniste; un’Italia che come Ipazia deve fare da capro espiatorio di forze occulte; un’Italia antesignana delle campagne di vaccinazioni, persino degli animali non esportabili, a scanso di equivoci. Un’Italia cavia a causa dell’ingordigia di politici senza scrupoli.

 

IL DOVERE DI OBIETTARE
di Rosario Undiemi


Il rimorso ecologico e la coscienza generazionale.

Gentile Professore,
desidero condividere una riflessione nata dalla lettura della lettera di Gianluca Rossetti pubblicata ieri sulla prima pagina di “Odissea”, di cui ho profondamente apprezzato la capacità di far emergere una verità complessa e dolorosa. Il fulcro del mio interesse risiede nel potente contrasto generazionale e psicologico vissuto dal protagonista: l’obbedienza del passato. Il ventenne di allora che, per cieco dovere militare, si fa ingranaggio di un meccanismo devastante (l’uso di munizioni pesanti, i bombardamenti costieri, l’inquinamento da metalli e la distruzione di ecosistemi protetti). La consapevolezza del presente: il sessantenne di oggi che sviluppa un vero e proprio “rimorso ecologico”, riconoscendo lucidamente il danno inferto al territorio. Trovo straordinario come il compimento dei sessant’anni non sia solo un traguardo anagrafico, ma diventi un catalizzatore esistenziale: il momento in cui si avverte l’urgenza di fare i conti con l’eredità ambientale lasciata alle nuove generazioni. Questa confessione a distanza di tempo supera la dimensione individuale e si trasforma in una potente presa di coscienza collettiva, costringendoci a riflettere su come il concetto di “dovere” debba oggi includere, necessariamente, la tutela del futuro.

VERSI SUL NAVIGLIO A PARMA



Mercoledì 1° luglio Poesia e Cinema d’autore Sul Naviglio a Parma.
Ore 18.45 – Incontri poetici “Versi sul Naviglio 2026”.
Conversazioni sulla poesia e le recenti novità editoriali a cura di Adriano Engelbrecht. Modera l’incontro Silvia Manzi, insieme ai curatori dell’antologia Innesti umani (Bertoni, 2026) Luca Ariano ed Emanuela Rizzo.
Saranno presenti i poeti dell’antologia: Antonio Perrone, Alessandro Seri, Luca Mozzachiodi, Emanuele Marazzini, Elisa Barbieri, Paola Maccioni, Alberto Manzoli, Mauro De Maria, Costanza Canali, Mariapia Quintavalla, Alma Saporito, Giancarlo Baroni Poeta, Giuseppe Langella, Claudio Bedocchi, Francesco Gallieri. La serata prosegue alle 21.30 con la proiezione del film “Il portaborse” di Daniele Lucchetti (1991) in occasione degli 80 anni della Repubblica Italiana e del suffragio universale del voto alle donne. Proiezione a cura dell’Associazione Amici della Biblioteca San Leonardo.
Officine On/Off, Parco del Naviglio, Parma.
Puoi scoprire di più su LOFT - Libera Organizzazione Forme Teatrali con tutte le info sulla rassegna. 

martedì 23 giugno 2026

STARMER ADDIO
di Angelo Gaccione



U
n altro guerrafondaio, il primo ministro inglese Keir Starmer, che solo per un abuso linguistico viene definito di “sinistra”, è stato costretto alle dimissioni. Purtroppo non si vuole imparare una verità banale e incontrovertibile: tutti i guerrafondai, sotto qualunque sigla, partito, bandiera si nascondono, anche se vengono definiti democratici, o tali ci illudiamo che essi siano, non sono altro che una variante della destra. Nei fatti ne incarnano la mentalità e il loro agire politico non può avere nulla a che fare con gli interessi delle classi popolari e lavoratrici, con i ceti medi impoveriti, con la stragrande maggioranza delle donne, con i difensori del patrimonio culturale ed ambientale. Ed infatti, appena vanno al governo, continuano la politica antipopolare delle destre: massacrano i ceti popolari e produttivi, non toccano i grandi patrimoni e le immense scandalose ricchezze, ma trovano in un batter d’occhi l’immensa scandalosa criminale quantità di denaro da impiegare in spesa militare, armi, mantenimento di quell’apparato di morte criminale chiamata Alleanza Militare (NATO) che quella ricchezza divora. I democratici di casa nostra, che dei democratici criminali di guerra americani non hanno imparato nulla, continuano anche loro, come se niente fosse, su questa strada che li porterà nell’abisso. Si candidano per battere la destra di Meloni, ma non ci dicono dove troveranno le immense risorse che occorrono per una sanità pubblica allo sfascio, per una messa in sicurezza di un territorio che sta lentamente collassando, per sistemare il patrimonio di edilizia scolastica che è un colabrodo, il sistema dei trasporti sempre più obsoleto, aumentare i salari e le pensioni da fame, ridurre le ore di lavoro per allargare la base produttiva, far calare gli affitti nelle grandi città, impedire che scappino all’estero centinaia di migliaia di giovani ogni anno, convincere le nuove coppie a mettere al mondo almeno un figlio… Se fossero davvero di sinistra, se fossero davvero democratici, se avessero davvero a cuore il loro Paese, direbbero quello che per una persona di sinistra è una banale ovvietà: “basta con armi, guerra e spesa militare. Da questo momento non spenderemo un centesimo per tutto ciò che viene spacciato per difesa perché con le armi di distruzione di massa non esiste alcuna difesa: esistono solo morte, distruzioni e farabutti che sulla morte e le distruzioni si arricchiscono. Spenderemo solo per la spesa sociale, culturale e ambientale. Non daremo più un centesimo per la guerra in Ucraina, non manderemo una sola arma italiana in giro per il mondo ad alimentare guerre, anzi, convertiremo l’industria di guerra per produrre beni utili alla collettività e metteremo la diplomazia al primo posto come prescrive la Costituzione. Impiegheremo parti consistenti di Esercito, Aviazione e Marina per la difesa dell’ambiente, per la protezione civile, per la sicurezza interna, per contrastare l’evasione fiscale, le mafie, la delinquenza organizzata che le nuove tecnologie hanno reso insidiose e pervasive. E se vinceremo le elezioni, come primo atto trasformeremo il Ministero della Difesa in Ministero per la Pace con sede ad Assisi, città mondiale della Pace”. Non lo faranno: non sentiremo da loro queste parole, ed allora è meglio che non illudano gli elettori e lascino schifosamente sgovernare le destre facendo da stampella, come hanno fatto finora in Italia e al Parlamento Europeo, alle loro politiche guerrafondaie. Noi ce ne staremo a casa perché mettere una scheda nell’urna per continuare le politiche guerrafondaie e antipopolari non ne abbiamo proprio voglia.    

MEGLIO UNA ZUCCA CHE UNA BOMBA   


Gianluca Rossetti

Ciao Angelo, sperando che possa essere di qualche interesse, sottopongo alla tua attenzione una breve lettera di scuse che ho di recente inviato ai due maggiori quotidiani sardi. Mi piacerebbe poi incontrati per parlare di pacifismo e disarmo, quando avrai voglia e tempo. Grazie, Gianluca. 
 
*
Il pacifista e disarmista Gianluca Rossetti, a distanza di oltre quarant’anni, chiede pubblicamente scusa al popolo sardo e all’Italia intera, per avere da giovane, tramite il servizio militare, contribuito ai danni verso la nostra meravigliosa isola. Un gesto prezioso ed ammirevole. Oggi Gianluca è molto attivo nelle iniziative contro la guerra e presente assiduamente ai sit-in in Piazza del Duomo a Milano contro il massacro dei palestinesi.
 


Alle cittadine e ai cittadini della Sardegna, e dell’Italia intera. Sono un 63enne desideroso di fare ammenda. Ho svolto il servizio militare di leva nel 1983, in un reparto di artiglieria, partecipando a diverse esercitazioni di tiro nei poligoni militari di Capo Teulada (CA), Monteromano (VT) e Meduna Cellina (UD). A quel tempo non avevo ancora maturato alcuna consapevolezza riguardo le implicazioni etiche e ambientali che comporta il prestare servizio nell’esercito e provocare esplosioni di ordigni (nel mio caso un centinaio di granate da 155 mm) e purtroppo non avevo preso nemmeno in considerazione l’obiezione di coscienza e il servizio civile come alternative alla leva obbligatoria. Ora, alla soglia della senescenza, e orientato verso ideali di pace e di tutela dell’ambiente, provo un senso di rammarico e vergogna per le azioni da me compiute in quel lontano 1983. Desidero quindi chiedere scusa al popolo pacifista ed ecologista della Sardegna, e a tutto il popolo italiano, per aver contribuito al gravissimo e nefasto inquinamento di quel meraviglioso angolo di Sardegna che è Capo Teulada, nonché delle altre zone del nostro Paese destinate a svolgere la funzione di poligono militare.

Gianluca Rossetti - Trezzano sul Naviglio - Milano

 

“NUOVO SLANCIO” PER L’ALLARGAMENTO?
di Gianmarco Pisa


Foto di Elke Wetzig
 
Il documento “Nuovo slancio per l’allargamento” è uno dei classici non-paper, documenti informali redatti dai governi più influenti dell’Ue per orientare la strategia europea sui dossier più importanti. In questo caso, il documento, elaborato da Francia e Germania, propone un nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai Paesi candidati di integrarsi gradualmente e in forma asimmetrica, a “geometria variabile”, nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico prima di diventarne membri a pieno titolo. Redatto in vista del vertice Ue-Balcani di Tivat, in Montenegro, il 5 giugno, il non-paper sostiene che la politica di allargamento necessiti di “nuovo slancio” e auspica un processo di adesione che suppone essere più efficiente, in quanto incentrato sulle “riforme” piuttosto che sulle “procedure”.
“L’obiettivo comune è che l’Unione diventi veramente europea”, recita il testo, con la valutazione che l’attuale metodologia debba essere modificata (“ottimizzata”) per consentire “un’integrazione più rapida ed efficace nell’Ue, basata sui criteri di Copenaghen”. Il Trattato sull’Unione europea, infatti, stabilisce le condizioni (art. 49) e i principi (art. 6) a cui deve conformarsi qualsiasi Paese che desideri diventare membro della Ue. Questi criteri («criteri di Copenaghen») sono stati definiti dal Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993: a) stabilità delle istituzioni atta a garantire democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze; b) economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alla pressione competitiva e alle forze di mercato all’interno dell’Ue; c) capacità di assumere gli obblighi derivanti dalla adesione, compresa la capacità di attuare le norme, gli standard e le politiche che costituiscono il corpo del diritto comune della Ue (l’“acquis comunitario”) e l’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.



Al netto, dunque, della retorica circa l’Ue come spazio di “democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle minoranze”, il testo propone una strategia di preparazione all’adesione che contiene un insieme di “strumenti ed elementi costitutivi” pensati per avvicinare i Paesi candidati attraverso una integrazione, al tempo stesso, più strutturata e più graduale, fornendo incentivi alle riforme. “Questi elementi costitutivi devono basarsi sui progressi compiuti nel processo di adesione e devono essere reversibili in caso di arretramento da parte del Paese candidato nel processo di riforma e in relazione ai valori e ai principi fondamentali dell’Unione Europea. L’obiettivo della piena adesione rimane invariato; l’intenzione non è quella di sostituire la piena adesione alla Ue, né di prolungarne il percorso, ma al contrario di creare incentivi che promuovano un progresso più rapido”.
L’elemento centrale è dunque lo sviluppo di una strategia di preparazione all’adesione, basata sull’integrazione graduale, che comporti anche forme di partecipazione “parziale” all’Ue, sottoponendo i Paesi candidati ad una sorta di “stress test” delle condizioni di adesione: avanzare o arretrare a seconda che il Paese candidato aderisca pienamente o meno alle “riforme” e ai “valori e principi” dell’Ue. Secondo il testo, i Paesi candidati avranno accesso a vantaggi man mano che progrediranno nei negoziati, ma questi vantaggi potranno essere revocati in caso di arretramento sulle “riforme” e i “valori e principi” dell’Ue.
Tra le misure vi è la possibilità per i Paesi candidati di ottenere un accesso privilegiato al mercato unico e legami più stretti con le istituzioni europee, incluso lo status di “osservatore” alle riunioni dell’Ue. Le proposte includono riunioni periodiche con la Commissione europea, una cooperazione parlamentare più frequente e la partecipazione a discussioni separate del Consiglio europeo e del Consiglio dell’Ue. I Paesi candidati che avranno completato i negoziati potranno partecipare alle riunioni del Consiglio quali “osservatori”.



Il documento prevede anche la partecipazione ad alcune riunioni del Consiglio Affari Esteri per gli Stati che chiudono il capitolo relativo alla politica estera e di sicurezza e difesa; propone inoltre di ampliare la cooperazione nel campo stesso della difesa, compresa la partecipazione ai progetti Pesco, la cooperazione rafforzata con Frontex e l’integrazione nei meccanismi di sicurezza informatica. Ulteriore proposta riguarda la partecipazione al mercato unico nell’ambito del “modello SEE+” per i Paesi che adottano la legislazione comune e completano i relativi negoziati. Tali misure potranno applicarsi, ad esempio, ai Paesi candidati dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia) e alla Moldavia e saranno basate “sul merito”, cioè in funzione dei progressi compiuti nelle riforme e negli standard comunitari.
In base al non-paper, l’obiettivo è fondamentalmente uno: superare lo stallo, che sembra configurare un vero e proprio fallimento strategico, nel processo di allargamento dell’Unione Europea (il processo di allargamento è fermo da tredici anni, l’ultimo Paese ad aver aderito all’Ue è la Croazia, nell’ormai lontano 2013, ma intanto è uscita la Gran Bretagna, nel 2020), anche introducendo asimmetrie e meccanismi di partecipazione “a geometria variabile”.
Il meccanismo riproduce, per alcuni aspetti, lo schema, previsto dai Trattati, della cooperazione rafforzata, che permette ad almeno nove Stati una maggiore integrazione in ambiti specifici anche senza la partecipazione degli altri Stati membri e senza l’unanimità in ambito Ue. Difficile prevedere gli esiti di questo (e altri) non-paper: opportunità per rilanciare e ridefinire il ruolo dell’Ue o segnali della crisi istituzionale e politica che l’Unione sta attraversando?

MILANO ARTE MUSICA
Il Festival Internazionale di Musica Antica prende il via.


 

Mercoledì 1° luglio alle 20.30, il prestigioso ensemble Accademia Bizantina, ospite tra i più acclamati della storia del festival, eseguirà le quattro Suites per Orchestra di Johann Sebastian Bach in un palcoscenico d’eccezione, l’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo. L’appuntamento sarà introdotto e approfondito nel corso dell’omonima conferenza, in programma martedì 30 giugno alle 18.00 a MaMu - Magazzino Musica, condotta dal Prof. Raffaele Mellace, musicologo e consulente scientifico del Teatro alla Scala nonché storico collaboratore del festival.



Programma
Johann Sebastian Bach
(1685 - 1750)
Suite n° 4 in Re maggiore BWV 1069
Ouverture - Bourrée I e II - Gavotta - Minuetto I e II - Réjouissance
Suite n° 1 in Do maggiore BWV 1066
Ouverture - Corrente - Gavotta I e II - Furlana Minuetto I e II - Bourrée I e II - Passepied I e II
Suite n° 2 in Si minore BWV 1067
Ouverture - Rondò - Sarabanda - Bourrée I e II - Polonaise e Double - Minuetto - Badinerie
Suite n° 3 in Re maggiore BWV 10684
Ouverture - Aria - Gavotta I e II - Bourrée - Giga
 
Biglietti:

Concerto inaugurale del 1° luglio
Intero: 30 euro
Ridotto: 15 euro

Punti vendita:
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto. Online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale (via Vincenzo Bellini, 2)
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00. È gradito il pagamento elettronico. Si consiglia vivamente l’acquisto in prevendita.
 
Organico
violino e direzione Alessandro Tampieri
violini I Sara Meloni, Maria Grokhotova, Lavinia Soncini
violini II Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Heriberto Delgado
alti Darya Filippenko, Nicola Sangaletti
violoncelli Angela Lobato Del Castillo, Paolo Ballanti
violone Nicola Dal Maso
flauto traverso Marco Brolli
oboe I Elisabeth Baumer
oboe II Gioacchino Comparetto
oboe III Rei Ishizaka
fagotto Alessandro Nasello
tromba I Simone Amelli
tromba II Manolo Nardi
tromba III Marcello Trinchero
timpani Danilo Grassi
clavicembalo Nicola Procaccini
violini I Sara Meloni, Maria Grokhotova, Lavinia Soncini
violini II Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Heriberto Delgado
alti Darya Filippenko, Nicola Sangaletti
violoncelli Angela Lobato Del Castillo, Paolo Ballanti
violone Nicola Dal Maso
flauto traverso Marco Brolli
oboe I Elisabeth Baumer
oboe II Gioacchino Comparetto
oboe III Rei Ishizaka
fagotto Alessandro Nasello
tromba I Simone Amelli
tromba II Manolo Nardi
tromba III Marcello Trinchero
timpani Danilo Grassi
clavicembalo Nicola Procaccini


 
Alessandro Tambieri
Violinista, violista, ma anche sporadicamente chitarrista e liutista al basso continuo, ha iniziato gli studi musicali nella propria città natale, Ravenna, entrando a far parte giovanissimo di Accademia Bizantina. Ha poi svolto attività concertistica come solista, camerista, in orchestra sinfonica e d’opera (Filarmonica e Teatro alla Scala) dedicandosi a tutto il repertorio, con un particolare riguardo alla musica contemporanea e stringendo collaborazioni con Luciano Berio e Azio Corghi.
L’identificazione nel linguaggio musicale sei-settecentesco e una spiccata attitudine all’improvvisazione, lo hanno poi portato a dedicarsi prevalentemente a tale repertorio come violinista. Ha collaborato e collabora con Il Giardino Armonico, Divino Sospiro (Lisbona), Academia Montis Regalis, L’Arpeggiata, Artaserse (Philippe Jaroussky), Imaginarium e Suonar Parlante. Si esibisce regolarmente nelle più prestigiose stagioni e festival di musica antica europei e americani. Ha effettuato registrazioni per Teldec, Decca, Naive, Harmonia Mundi, Hyperion, Virgin e per le principali radio europee e nordamericane. Insegna al Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro. Suona un violino costruito nel 2014 da Marco Minnozzi. Le registrazioni dei concerti per viola d’amore e per archi di Vivaldi e dei Concerti per violino VII “Per Il Castello” sempre di Vivaldi, con Accademia Bizantina e Ottavio Dantone, su etichetta Naïve, hanno ricevuto un’accoglienza molto calorosa sia dalla critica specializzata che dal pubblico.
Dal 2011 è Concertmaster di Accademia Bizantina di cui, assieme a Ottavio Dantone, ne cura la direzione artistica.

 
Accademia Bizantina
Accademia Bizantina (AB) nasce a Ravenna nel 1984.
La musica di Accademia parte dall’origine (“AB”), dalle regole del linguaggio stilistico barocco: le indaga senza aggiungere, eliminare o trasformare, affidandosi ai suoni di strumenti antichi. Questo distintivo metodo interpretativo ha avuto inizio con l’arrivo in AB, nel 1996, del suo direttore Ottavio Dantone, profondo conoscitore dei codici espressivi barocchi. Il suo sistema, forgiato dall’esperienza e da uno studio filologico costante, ha permesso ad AB di diventare un’orchestra pronta ad accostarsi con consapevole onestà a qualsiasi repertorio. Poter restituire al pubblico l’intenzione autentica del compositore è un valore inestimabile che è valso ad AB riconoscimenti e collaborazioni nazionali e internazionali. Ogni esecuzione di Accademia Bizantina, che dal 2011 può contare anche sul carismatico concertmaster Alessandro Tampieri, è un inaspettato viaggio nel tempo, un inimitabile equilibrio tra tecnica, abilità, rigore, cultura interpretativa, intuito e accuratezza stilistica. Dal 2013 Accademia Bizantina può chiamare casa la cittadina di Bagnacavallo (RA), che ospita la sede operativa dell’orchestra e il cui Teatro Goldoni è luogo di numerose registrazioni ed eventi. Accademia Bizantina ha inciso per Decca, Harmonia Mundi, Deutsche Grammophon, Naïve, Alpha, Onyx, HDB Sonus. Ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti come il Diapason d’Or, Midem, Choc di Classica, Opus Klassik, Grammy Music Award, Premio Abbiati della critica e Gramophone Awards. Particolarmente significative le collaborazioni intraprese con i violinisti Viktoria Mullova e Giuliano Carmignola, il controtenore Andreas Scholl e la contralto Delphine Galou. Nell’anno 2021 si è classificata prima orchestra in Europa e seconda al mondo ai Gramophone Awards. Dal 2024 è orchestra in residenza all’Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, dove prosegue e approfondisce la sua esplorazione del repertorio barocco. Accademia Bizantina ha suonato nei più prestigiosi Teatri e Festival del mondo quali: Carnegie Hall e Lincoln Center (New York), Wigmore Hall e Barbican Centre (Londra), Théâtre des Champs Elysées (Parigi) e Opéra Royal (Versailles); Concertgebouw (Amsterdam), Bozar (Bruxelles), Pierre Boulez Saal / Staatsoper (Berlino), Kölner Philharmonie, Elbphilharmonie Hamburg, NCPA Pechino, Shanghai Concert Hall, Walt Disney Hall (Los Angeles), Theater an der Wien (Vienna), CNDM Madrid e Auditorium Parco della Musica di Roma.

ROMA. FESTA DELLA LETTURA
Flaiano a Teatro





lunedì 22 giugno 2026

SULLA POESIA CIVILE
di Eros Barone


Eros Barone
 
Partirei da quella che è la domanda più indecifrabile che un critico letterario possa formulare: che cos’è la poesia? Qualcuno – un poeta tra i maggiori della seconda metà del Novecento – ha fornito una risposta che è molto chiara nella sua semplicità: la poesia è progetto di sé e del mondo, ossia programma di resistenza alla morte. Senza questa continua spinta al confronto con la soglia dell’essere, non c’è né può esserci poesia. Tuttavia essa non si esaurisce nella semplice riflessione sul confine (poiché altrimenti il dato consolatorio prevarrebbe), e anzi deve farsi carico più radicalmente della sfida al limite, deve incarnare un disegno finalizzato a intuire una trama etico-civile nell’ordine caotico dell’esistente. A questo assioma aggiungerei un altro fondamentale assioma: poiché tutto è politica (anche se la politica non è tutto), non vi è poesia che non sia, perlomeno in sede di interpretazione critica, anche poesia civile, mentre la poesia civile in forma esplicita, per così dire esiodea, corre sempre il rischio della non-poesia. In ogni caso, se oggi vi è la necessità di trasformare la letteratura in prassi, allontanandola dall’intrattenimento e accentuandone la dimensione didattica e pedagogica, il rischio va corso e i poeti non possono limitarsi, nemmeno “per voto”, ad “appendere le loro cetre ai salici”. La congiuntura nazionale e internazionale che stiamo vivendo e soffrendo ci impone semmai di spostare in avanti l’orizzonte del confronto, rivolgendoci prevalentemente ai giovani e a coloro che verranno. Emerge allora il dovere etico sottostante al lavoro letterario: un dovere che si incarna nel principio erasmiano secondo cui lectio transit in mores. Si tratta, in altri termini, di ripartire da una definizione di civiltà che nasce di fronte a scelte sempre più nette, quando si deve uscire da Troia portando o il padre, o il bambino, o tutti e due, mentre qualcosa dovrà di necessità venir perduto. La congiuntura attuale richiede quindi l’intervento di un intellettuale simile ad Enea, che tenti di connettere passato e futuro, sapendo bene che nel presente c’è tanta ruina, sapendo che non appartiene al presente la verità. Da parte sua, il critico non può chiudersi, ipocriticamente, nella fortezza dell’iper-specialismo, ma deve avere la capacità di articolare giudizi di valore e di elaborare un progetto a tutto tondo, che è quanto dire dotato di carica etica, politica ed estetica. Del resto, il presupposto fondante della poesia civile è che il linguaggio poetico non si concluda in sé stesso ma sia teso alla liberazione del lettore, al superamento dello stato di cose esistente: che abbia dunque un forte potere contestativo su cui tanto più occorrerà insistere in una fase dominata dai linguaggi manipolatori della comunicazione di massa, dalla vanificazione dei significati e dal dominio di una società che va incontro a una vera e propria «liquidazione della letteratura».


Edoardo Sanguineti

Come Edoardo Sanguineti ha spesso ribadito, formulando una sorta di “degnità”, a parer mio, inoppugnabile, «ogni linguaggio…è un’ideologia, un pensiero che si fa verbo, un sistema di classificazioni e di progettazioni che si incarna nella concreta comunicazione simbolica» [1]. È questa degnità, è questa verità basilare che i detentori del potere culturale ufficiale si sono costantemente impegnati a negare anche in Italia. Separare la “poesia” dalle idee, la “magia” dell’espressione dalla sua stessa ‘Weltanschauung’, ha sempre costituito la tecnica privilegiata per normalizzare la poesia in generale e proscrivere la poesia civile in particolare. La dialettica dei distinti è sempre stata il toccasana per neutralizzare i rischi di una seria dialettica degli opposti, anche nelle cose della letteratura, anche in quella sorta di club per ‘happy few’ che è la poesia. Riproponendo non implicitamente ma ‘ex professo’ l’ineludibile e indissolubile rapporto tra il linguaggio e l’ideologia, la poesia civile è allora la voce che ricorda come la realtà storico-sociale – che non è l’impero dei segni ma piuttosto il segno degli imperi – stia all’origine del testo poetico, che a sua volta vi apre la propria strada. In tale prospettiva il contesto, dunque, non solo non è irrilevante, ma è segno che si incastona nel testo modificandone la natura, poiché la letteratura vive in un continuo porre una meta che la oltrepassa. Ed è proprio in questo slittamento dall’impero dei segni al segno degli imperi che sta la cifra di quel significato transitivo della scrittura che si può definire come la “destinazione esplicitamente estramurale” della poesia civile. Se d’altronde, a partire da un certo momento storico, la poesia sembra essersi trasmutata da un “genere letterario” in una varietà psicoterapeutica, spetta proprio alla poesia civile il compito di riaffermare che la poesia è un’arma, sia pure povera, e che la fede in tale arma è necessaria per comprendere la realtà e scalfirne la superficie: un’arma povera per mezzo della quale si riafferma un’esigenza di controllo, comprensione e direzione dell’esistenza umana, molto più che non un semplice desiderio di felicità. Se infatti lo scopo della poesia è la comprensione della condizione umana, spetta alla poesia civile, ‘pars pro toto’, il compito di mostrare che questa comprensione non si dà se non all’interno di una “lotta di interessi”, laddove tale lotta non è semplicemente una ideologia politica, ma è, più radicalmente, la compiuta attualizzazione delle “armi pietose” cantate da Tasso nell’‘incipit’ della Gerusalemme liberata. Insomma, in conflitto con tutte le forme di estetismo tardonovecentesco, dal vitalismo al formalismo, la poesia civile ci ricorda che la poesia in generale è l’interprete privilegiata delle tensioni più serie della nostra società, oltre che la nutrice della prosa. Dopodiché, individuare la radice machiavelliana dell’ossimoro “armi pietose” non è semplicemente il frutto di un’indagine sulle fonti: più radicalmente è un lume acceso sul modo di intendere la residua funzione dell’intellettuale nella società. Il principio etico-politico che «quella guerra è giusta che l’è necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in   altro che in elle» [2] indica quale sia l’uso corretto delle armi letterarie per intervenire nella società. Orbene, se la letteratura vuole tornare ad essere strumento di comprensione del mondo, secondo il principio erasmiano per cui lectio transit in mores, non basterà descrivere il paesaggio con serpente che è l’Italia del terzo decennio degli anni Duemila. Se la tradizione non è semplicemente ripetizione o celebrazione, bensì trasmissione e traduzione, sarà necessario opporsi all’amnesia sociale con ogni forza, nel segno dei classici, anche quelli più apparentemente inattuali, come Tommaso Campanella e come Vittorio Alfieri. Del primo basterà citare l’impegno programmatico a combattere la triade di comportamenti che, così nel Seicento come nel mondo attuale, vanno per la maggiore: «Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Del secondo, di cui, in piena consonanza con il primo, non sarà mai abbastanza valorizzato il trattato Della tirannide, dell’Alfieri, dico, merita di essere riproposta, come segnacolo in vessillo, la sfida dell’alterità e della distanza: «Mi trovan duro? / Anch’io lo so: / pensar li fo. / Taccia ho d’oscuro? / Mi schiarirà / poi libertà».
 Dal canto suo, Sartre ha scritto che la letteratura si fa nel linguaggio ma non è mai data nel linguaggio: essa è un rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà. Fatte salve nella loro connessione ideale le considerazioni che precedono, ritengo pertanto di poter concludere questa introduzione rispondendo affermativamente e congiuntamente alla domanda che è la chiave d’oro di questo convegno: sì, abbiamo bisogno oggi di una poesia civile, perché abbiamo bisogno sempre della poesia.


D. Bisutti e E. Barone
 

Note
1. Cfr. E. Sanguineti, Ghirigori, Genova 1988, p. 47.
2.
Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cap. XXVI.

 

 

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