UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 16 gennaio 2026

È MORTO IL POETA “CICLISTA”
di Angelo Gaccione
 
Rinaldo Caddeo

Addio a Rinaldo Caddeo.
 
È morto improvvisamente mercoledì 14 gennaio a Milano il poeta e critico Rinaldo Caddeo. Non se lo aspettava nessuno di quanti lo conoscevano, perché Rinaldo lo conoscevano davvero tutti quelli che nei modi più diversi hanno a che fare con la poesia. Soprattutto io che avevo pubblicato su 
“Odissea” lo scorso 28 dicembre, quello che è stato forse il suo ultimo scritto. Anzi, no, perché nei giorni seguenti, e precisamente giovedì 8 gennaio alle ore 10,o4, mi aveva fatto una piacevole gradita sorpresa. Mi aveva mandato una nota sulla raccolta poetica Una gioiosa fatica accompagnata da questi due righi: Caro Angelo, questa è la nota che mi è venuta. Un abbraccio, Rinaldo”.

Avevo deciso di mandarla ad una testata amica appena mi fossi liberato di una serie di impegni ed incombenze varie, non escluse quelle attinenti alla salute. Invece ho tardato e la sua morte mi ha colto di sorpresa. Ma forse avrebbe voluto vederla su “Odissea”, anche se ora ho il rimorso di non averla pubblicata immediatamente su queste pagine. Ma come immaginare una morte così repentina? Quando lo vedevo, sempre spostandosi con la sua inseparabile bicicletta, non potevo che ammirare il suo fisico asciutto ed atletico da cui traspariva un’ottima salute. Rinaldo era un poeta ciclista, e da persona coerente con la sua visione, preferiva non gravare la città di emissioni tossiche; usava la sua energia umana, quella che possedeva nei suoi muscoli, pedalando da un luogo all’altro di Milano. Condividevamo lo stesso amore per il racconto breve e per l’aforisma: lui apprezzava i miei racconti, io i suoi. Ma aveva scritto ammirato anche della mia raccoltina: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama che era stata pubblicata domenica 2 marzo del 2025 in prima pagina su “Odissea”. Se n’è andata una persona intelligente e mite e mancherà non solo ai suoi familiari a cui “Odissea” formula commosse condoglianze. I funerali si terranno domenica 18 alle ore 15. La camera mortuaria sarà allestita a San Siro, in via Amantea davanti al cimitero di Baggio.

  

POVERTÀ
di Lorenzo G. F. Molinari


Calcutta. Un povero rovista fra i rifiuti
foto: Idrajit Das 
 
Un mondo senza poveri. Siamo certi di volerlo? Parte I
 
Una diseguaglianza mondiale
Ci scandalizziamo per le numerose ingiustizie sotto gli occhi di tutti, molti vorrebbero fare qualcosa - almeno a parole -, qualcuno già fa. La più palese delle ingiustizie è la distribuzione della ricchezza nel mondo, se non altro perché coinvolge l’intera popolazione mondiale ed è trasversale a ogni nazione (dati al 2024):
 
il 10% della popolazione mondiale detiene il 76% della ricchezza,
il 50% detiene solo un misero 2%.
 
Il 10% della popolazione mondiale guadagna il 52% del reddito globale, il 53% guadagna solo l’8%.
 
L’enorme disuguaglianza tra i patrimoni detenuti da privati si riscontra anche tra i redditi percepiti, seppure in misura inferiore. Scopo di questo articolo è offrire un quadro di sintesi sulla disparità economica tra le persone nel mondo e cosa comporterebbe un teorico livellamento. Per brevità, l’analisi sarà concentrata sulle grandezze patrimoniali e non reddituali, se non altro perché chi possiede grandi patrimoni tipicamente genera da essi redditi elevati, mentre chi possiede modesti patrimoni, anche se mai beneficiasse di redditi elevati, potrebbe impoverirsi più facilmente e in tempi più rapidi, se non, addirittura, diventare povero. Inoltre, l’analisi reddituale conduce a conclusioni sostanzialmente analoghe a quella patrimoniale. Come fanno i ricchi sfondati a sedersi quotidianamente alle loro tavole imbandite con leccornie di ogni tipo, mentre c’è chi non sa neppure come mettere insieme un pasto per la propria famiglia? Senza andare lontano nei Paesi più poveri dell’Africa Subsahariana o dell’Asia meridionale, rimanendo in Italia, quasi 6 milioni di nostri concittadini soffrono di povertà alimentare, complessivamente il cibo è un “lusso” per circa il 10% della popolazione italiana. 


San Paolo - Brasile. Senzatetto
foto: Wilfredor

Il ragionamento che segue è puramente teorico e utopistico; tuttavia, offre qualche spunto di riflessione. Teorico, perché non tiene conto che alcuni lavori sono retribuiti meglio di altri (lavori usuranti e pericolosi, con ampie responsabilità, di grande professionalità, ecc.), che il lavoro è  retribuito in base al tempo lavorato (part time o tempo pieno), che il potere d’acquisto è diverso nel mondo e nella stessa nazione (un conto è comprare una casa in una zona rurale del Bangladesh, altro nella periferia di Milano, altro ancora in centro a Milano), che il benessere non dipende dalla sola ricchezza economica, che vivere da single è più oneroso che vivere in coppia, che i figli costano finché non sono autonomi, che la ricchezza non si accumula solo con il lavoro ma anche con operazioni finanziarie, per eredità o per fortuna, che la ricchezza non dipende solo dal patrimonio ma anche dal reddito, ecc.
Si può diventare miliardari senza alcun merito: il 36% della ricchezza dei miliardari è ereditata e tutti i miliardari sotto i 30 anni hanno ereditato la propria ricchezza.
Molti super-ricchi, soprattutto europei, devono parte della loro ricchezza al colonialismo storico e allo sfruttamento anche odierno di Paesi poveri. Ricchezze spropositate si possono accumulare in meno di una generazione. Qualcuno ci è riuscito onestamente, realizzando un’idea geniale, avendo ottime capacità imprenditoriali e trovandosi “al posto giusto nel momento giusto”. Non necessariamente c’è del male a essere super-ricchi, soprattutto quando la ricchezza è generata da aziende profittevoli che occupano molte persone e offrono beni e servizi che migliorano la qualità della vita e il benessere collettivo. Purtroppo non è quasi mai così: le grandi ricchezze sono spesso accumulate sfruttando i lavoratori, costringendo i fornitori a condizioni inique, commercializzando prodotti o servizi che si rivelano dannosi, sfruttando favoritismi politici e paradisi fiscali, determinando un impatto disastroso nel settore in cui operano, inquinando pesantemente l’ambientale, non condividendo equamente i profitti con coloro che hanno partecipato attivamente alla loro generazione, ecc.
Per poi non dire dei danni causati dai super ricchi, soprattutto ambientali, dovuti a uno stile di vita faraonico e consumistico, all’inquinamento prodotto dai loro aerei, elicotteri, yacht e viaggi spaziali.
 
Alcuni miliardari, tuttavia, hanno donato enormi ricchezze a iniziative filantropiche, al di là della qualità dello scopo perseguito e dei benefici fiscali ottenuti:
1.- George Soros è il filantropo che ha donato la quota più consistente della sua ricchezza: il 76%, di cui circa 36 mld$ alla Open Society Foundations (OSF) da lui costituita, che si propone di promuovere democrazia, diritti umani, istruzione e libertà di espressione. Tuttavia, è anche noto per le sue operazioni speculative: nel 1992 speculò sia sulla sterlina britannica, guadagnando 1 mld$, sia sulla lira italiana, contribuendo alla svalutazione del 30% della lira contro il dollaro (per difendere la lira, la Banca d'Italia spese circa 48 mld$ di riserve valutarie e l’allora governo Amato prelevò in modo forzoso e straordinario lo 0,6% dai conti correnti bancari degli italiani, facendo incassare allo Stato l’equivalente di 109.000 mld di lire, pari a 57 mld€ attuali);
2.- Bill Gates e Melinda French Gates hanno destinato alla loro fondazione quasi il 50% del loro patrimonio (di oltre 100 mld$) per progetti sulla salute e lo sviluppo globale, e hanno dichiarato che lasceranno in eredità ai figli non più dell’1% dei loro patrimoni;
3.- Warren Buffett ha donato 62 mld$, ovvero il 30% della sua fortuna, e ha dichiarato di voler devolvere oltre il 99% della sua ricchezza;
4.- Jef Bezos ha donato 4,1 mld$, appena l’1,6% del suo patrimonio, pari a circa 251 mld$.
 
Secondo i dati Forbes al 2024, i 25 principali filantropi degli Stati Uniti hanno donato 241 mld$ nel corso delle loro vite, corrispondenti, però, solo al 15% delle loro ricchezze. Oltretutto si stima che le loro ricchezze crescano mediamente più delle loro donazioni. Un’eccezione è lo statunitense alpinista e imprenditore Yvon Chouinard, noto per aver sempre mantenuto uno stile di vita sobrio e minimalista, anche quando Patagonia, l’azienda d’abbigliamento outdoor da lui fondata, divenne un’azienda leader nel suo settore. Nel 2022, desiderando che la Terra fosse l’unico azionista di Patagonia, trasferì la proprietà del valore di circa 3 mld$, a due enti: Patagonia Purpose Trust, rivolto a protegge la missione di Patagonia, e Holdfast Collective, che impiega interamente i profitti di Patagonia in progetti di salvaguardia ambientale.
All’opposto, vi sono miliardari che hanno donato cifre irrisorie rispetto al proprio patrimonio. Per esempio, Elon Musk, la persona più ricca del mondo con un patrimonio di circa 420 mld$, si stima avesse donato nel corso della sua vita, fino al 2023, circa 0,6 mld$. La brama di possedere sempre di più, l’avidità, è un male comune a tutti i livelli.
 

India. Lavaggio dei panni
foto: Antonio Milena

Come risolvere questa grave ingiustizia sotto gli occhi di tutti?
Cinque ragazzini si fermano davanti a una pasticceria, ma solo Mia e Mirko vi entrano per comprarsi la merenda. In attesa di essere serviti, Mia si rivolge all’amico: “Hai notato che i nostri amici fanno merenda quando li invitiamo a casa, ma mai quando usciamo?”.
“Non avranno fame”.
“Mah! Non sarà che non hanno soldi per comprarla? Asia non è andata in vacanza questa estate, Karim inventa sempre scuse per evitare le feste di compleanno e Zoe non è neppure venuta alla gita scolastica”.
“Ripensandoci, non ci vuole molto a capire che sono poveri… Hai visto il rottame di macchina del papà di Karim!”, riprende Mirko mentre paga la pasta che ha scelto, “Che ci possiamo fare?”.
“Vedi tu…” risponde Mia con un’espressione un po’ stupita.
“Vedi tu? Lo dici a me, che mio papà fa l’impiegato e mia mamma l’insegnante? Piuttosto vedi tu, Mia, di fare qualcosa, se ti senti tanto ricca e altruista! Proprio ieri mio papà ha commentato così la pubblicità di una ONLUS: “Chiedano soldi a chi possiede ville, macchine di lusso e yacht! Noi non possiamo mica salvare il mondo!”.
Mirko guarda la pasta farcita di crema e l’addenta voracemente.
“Mirko, non ti chiedo di salvare il mondo, ma se tu avessi due caramelle, io tre e i nostri amici nessuna, non sarebbe bello che tu ne regalassi una e io due? Così ne gusteremmo una a testa. Sai, io sono un po’ imbarazzata a mangiare la mia pasta mentre i nostri amici ci aspettano fuori dalla pasticceria, osservandoci attraverso la vetrata”.
 
Hanoi- Vietnam. Senzatetto
foto: G. Dennis Jarvis

Ha ragione Mirko a credere che per risolvere la povertà nel mondo sono solo i super-ricchi a dover fare qualcosa? O ha ragione Mia che, con fare samaritano, dividerebbe quello che ha con gli amici poveri, pur sapendo di non risolvere i loro problemi? 
La questione è complessa e non è di poco conto. Tra l’altro, per chi non si è mai occupato di povertà, aiuti economici, altrimenti detti elemosina, non andrebbero dati in mano a chi ha bisogno, soprattutto a persone senza tetto, che molto spesso se li bevono in birra o vino, e tanto meno a chi mendica di mestiere. Per aiutare chi è in grave povertà è preferibile una donazione, anche modesta, a una ONLUS di fiducia, nel caso segnalando la persona bisognosa che si intende soccorrere; oppure l’aiuto si può tradurre nell’offrire il proprio tempo come volontario. Sarà l’ONLUS a risolvere al meglio la situazione d’emergenza, a prendersi in carico la persona in difficoltà e a sviluppare un progetto mirato al suo recupero, nel caso riesca a instaurare un rapporto empatico, mirato alla collaborazione della persona stessa.

GIUSTIZIA E RIFORMA NORDIO
di Marcello Campisani


 

Requirenti & Giudicanti
 
Aggiriamo tutte le minchiate
della separazione in tre battute:
 
I
La giustizia è l’etica sociale.
Il potente non sopporta che
renda l’uomo all’uomo uguale,
e chieda rendiconti pure al re.
 
Della giustizia il dramma è la durata.
Basta raddoppiare il personale
per averla ottima in giornata.
Ma gli si fa mancare l’essenziale.
 
Ciò perché non deve funzionare
se non quel tanto minimo affinché
il popolo non smetta di sperare
e quindi voglia farsela da sé.
                       
II
Son complementari le esperienze:
i giudici mai vedon l’imputato
perché asettiche siano le sentenze.
il P.M. l’ha spesso interrogato.
 
Posso dire che, personalmente,
talvolta persuadei l’accusatore
che replicò per chiederlo innocente
pur non persuadendo il decisore.
                       
III
Il giudice dev’essere sapiente.
Dovrebbe quindi esser obbligato
a fare dapprima il requirente
e quindi, soprattutto, l’avvocato.
 
Dove le cose sono funzionanti
nel ruolo non si resta imbalsamati,
ci si alterna con i requirenti
così da rimanere più aggiornati.
 
Nessun giudice è tanto snaturato
- come vuol il politico insolente -
tanto da condannare l’imputato
solo per far piacere al requirente.
 

SIGONELLA. DONNE CONTRO LE VIOLENZE




giovedì 15 gennaio 2026

LE MANI DI TRUMP SULLA GROENLANDIA




                                      Cliccare sull'imagine per ascoltare.


FATALITÀ
di Marcello Campisani


 

Nella sapienza dell’antica Grecia
fu del tutto esecrata l’arroganza.
L’eccesso comparì come disgrazia,       
brutalità sposata all’ignoranza.
 
Parametro perenne la misura
per ottenere la miglior riuscita,
cercando l’armonia con la natura
sotto tutti gli aspetti della vita.
 
L’antico greco, rivivendo adesso,
di Trump, che si fa arbitro del mondo,
più che temibil lo direbbe fesso,
pur capace d'un tristo girotondo.
 
Potrebbe dominare le macerie
scatenando la guerra nucleare,
ma tutte le sue mosse deleterie
ben presto lo vedran capitolare.
 
Non si è mai veduta l’insipienza,
unita a forza ed aggressività,
che sia prevalsa sull’intelligenza,
pur ricorrendo ad ogni infamità.
 
La forza degli USA non vacilla
di fronte a nessuna avversità,
malgrado un piede abbia d'argilla,
ma che stia per a saltare non lo sa.


 
 

 

CATENA DELLA PACE A FOGGIA





INVIATI DAI LETTORI   






mercoledì 14 gennaio 2026

ATTI UMANI
di Francesca Mezzadri

Han Kang
 
Etica della testimonianza e scrittura del trauma in Han Kang

Atti umani (Adelphi ed.) occupa un luogo centrale nella produzione di Han Kang e, più in generale, nella letteratura contemporanea sul trauma storico. Il romanzo prende avvio dal massacro di Gwangju del maggio 1980, evento cruciale e a lungo rimosso della storia sudcoreana, per articolare una riflessione radicale sulla violenza di Stato, sulla vulnerabilità dei corpi e sulla possibilità stessa di testimoniare l’orrore. Non si tratta di una semplice rievocazione: Atti umani interroga le forme della narrazione e i suoi limiti, chiedendosi come la memoria collettiva possa essere trasmessa senza tradire l’esperienza delle vittime.
La struttura del romanzo è polifonica e franta. Ogni capitolo assume una prospettiva diversa - un ragazzo ucciso, l’amico sopravvissuto, una redattrice perseguitata dalla censura, un ex prigioniero politico, fino a una voce autoriale che si espone in prima persona - componendo un mosaico di coscienze ferite. Questa scelta formale ha un valore eminentemente etico: rifiutando ogni sguardo onnisciente e pacificante, Han Kang sottrae il trauma alla tentazione della chiusura narrativa. La verità resta parziale, spezzata, incompleta, così come lo è stata per decenni la memoria di Gwangju nella società coreana.
Al centro del romanzo si impone il corpo. I cadaveri accatastati nel palazzetto dello sport, la carne martoriata dalle torture, la lenta decomposizione dei morti diventano il luogo in cui la violenza politica si iscrive in modo irreversibile. Ma il corpo non è solo materia annientata: è anche ciò che continua a parlare quando il linguaggio fallisce, ciò che resiste all’oblio. In questa attenzione radicale alla corporeità, Atti umani dialoga con la grande tradizione della scrittura del trauma - da Primo Levi a Imre Kertész - pur mantenendo una voce profondamente originale.
La lingua di Han Kang è scarnificata, trattenuta fino all’estremo. La prosa rifugge l’enfasi e la spettacolarizzazione del dolore; le scene più atroci sono restituite con una precisione quasi clinica, che obbliga il lettore a guardare senza protezioni. È una scelta che ha il valore di un atto morale: la sofferenza non viene mai trasformata in oggetto estetico, ma restituita nella sua nudità insostenibile. Il lettore è chiamato a diventare testimone, a condividere una responsabilità.
Il romanzo insiste sul nodo irrisolto tra silenzio e parola. I personaggi sono schiacciati non solo dai ricordi, ma dall’impossibilità di raccontarli in una società fondata sulla rimozione. Censura, autocensura e paura si configurano come forme di violenza che prolungano il trauma nel tempo, deformando le vite dei sopravvissuti. La repressione non termina con la morte dei corpi: continua a operare sulle coscienze.
Anche il tempo in Atti umani è ferito. Il passato irrompe costantemente nel presente, negando ogni linearità. Il trauma non si esaurisce nel 1980, ma ritorna sotto forma di incubi, colpa, depressione, rabbia. È un tempo circolare, ossessivo, che riecheggia le teorie dei trauma studies: l’evento estremo non viene mai davvero assimilato, ma resta come una ferita aperta.
Sul piano politico, Atti umani è una denuncia radicale di ogni potere che disumanizza. Il titolo stesso interroga il senso dell’umano in condizioni di violenza estrema. La risposta di Han Kang è priva di consolazione: l’umanità non coincide con l’innocenza, ma con la capacità di riconoscere il dolore dell’altro e di farsene carico. Anche i gesti minimi - lavare un cadavere, trascrivere un nome, custodire una voce - diventano atti etici di resistenza.
Atti umani è un romanzo di rara intensità morale e letteraria. La sua forza risiede nell’equilibrio precario ma potentissimo tra rigore formale e responsabilità etica. Han Kang dimostra che la letteratura può ancora essere un luogo necessario per elaborare il trauma storico, non per sanarlo, ma per mantenerne aperta la ferita, come monito contro la ripetizione della violenza. In questo senso, Atti umani non parla solo della Corea del Sud, ma interroga ciascun lettore sul significato della memoria, della responsabilità e della dignità umana.




Note dell’autore. L’eccidio di Gwangju e il coraggio della testimonianza


Nel maggio del 1980, la città di Gwangju, nel sud della Corea, fu teatro di uno dei più gravi massacri della storia contemporanea del Paese. In seguito al colpo di Stato militare guidato dal generale Chun Doo-hwan, che aveva instaurato un regime autoritario dopo l’assassinio del presidente Park Chung-hee, migliaia di studenti e cittadini scesero in piazza per chiedere elezioni democratiche e la fine della legge marziale. La risposta del potere fu brutale.
Tra il 18 e il 27 maggio, l’esercito sudcoreano - in particolare le unità delle forze speciali - represse la rivolta con una violenza sistematica: pestaggi, torture, fucilazioni indiscriminate. I soldati spararono sulla folla inerme, colpirono adolescenti, donne, anziani. I corpi dei morti vennero ammassati nei palazzetti dello sport e nelle caserme, spesso senza identificazione. Il numero ufficiale delle vittime fu a lungo falsificato; le stime parlano di centinaia, forse migliaia di morti.
Per decenni, l’eccidio di Gwangju fu cancellato dalla narrazione pubblica. Il regime lo presentò come una sommossa violenta istigata da elementi sovversivi; parlarne significava esporsi a persecuzioni, arresti, censura. Anche dopo la democratizzazione della Corea del Sud, il trauma rimase in larga parte sommerso, relegato alla memoria dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime.
È in questo contesto che si colloca il gesto letterario di Han Kang. Nata nel 1970, l’autrice non ha vissuto direttamente i fatti di Gwangju, ma ne ha ereditato il silenzio, la rimozione, il dolore trasmesso come un’ombra. Scrivere Atti umani ha significato per lei affrontare non solo una ferita storica, ma un tabù collettivo ancora pulsante. Il coraggio del romanzo risiede proprio qui: nel dare voce ai morti quando la società aveva scelto di non ascoltarli.
Han Kang non ricostruisce l’eccidio secondo una logica documentaria o celebrativa. Al contrario, ne restituisce la dimensione umana più fragile e insopportabile: i corpi violati, la paura, la vergogna dei sopravvissuti, il peso del silenzio. In un Paese che ha impiegato anni a riconoscere ufficialmente le proprie responsabilità, Atti umani si configura come un atto di testimonianza radicale, capace di restituire dignità alle vittime senza trasformarle in simboli astratti.
Raccontare Gwangju, per Han Kang, non è stato un esercizio di memoria, ma un’assunzione di responsabilità. La sua scrittura non pretende di guarire la ferita, ma di impedirne la cancellazione. In questo senso, il romanzo si colloca tra le opere necessarie: quelle che non permettono al passato di passare, e che ricordano come la letteratura possa ancora opporsi all’oblio quando la storia ufficiale ha fallito.
 

 

IL PROSCIUTTO SUGLI OCCHI
di Luigi Mazzella



Dopo oltre venti secoli di conflitti acerrimi, con guerre disastrose, massacri, genocidi, stermini, provocati da concezioni, religiose e politiche, tutte ugualmente fantasiose, irrazionali e cervellotiche, irrealizzabili e irrealizzate sorprende molto la persistenza di sentimenti non ostili nell’animo umano degli Occidentali. E’ molto più agevole ipotizzare una diffusa profonda avversione sia per il massacro di palestinesi islamici (sunniti al 97%) compiuto, nel nome di Dio e di altro, nella striscia di Gaza da un implacabile Netanyau; sia per la repressione violenta dell’islamico Alì Khamanei in Iran contro giovani che vorrebbero essere liberi di non credere alle “verità” sciite e di potere entrare nella modernità di costumi meno assurdi e costrittivi.
L’odio disseminato dai seguaci dei “cinque malfattori dell’umanità” è diventato il vero contrassegno comune, caratterizzante la vita, pubblica e privata, di tutti gli Occidentali (V. il mio libro: “D’odio si muore”, in uscita per i tipi di Avagliano). Tra guerre “mal dichiarate” (in violazione, cioè,  di norme pattizie, addirittura “proprie”), golpe effettuati, da forze militari regolari in Paesi diversi dal proprio, bombardamenti a tappeto e lancio di missili non preannunciati per accrescere il numero delle vittime, riedizioni con strumenti adeguati ai nuovi tempi delle pratiche di pirateria sui mari e di colonialismo sulla terra, diffusione di fake news e creazione con l’intelligenza artificiale di eventi del tutto inesistenti a fini meramente propagandistici e ingannatori, la visione della realtà è (normalmente) del tutto stravolta per gli Occidentali e il “girellismo” nelle convinzioni è diventato un modo d’agire quasi incolpevole. C’è persino da credere a una totale buona fede nel partecipare a momenti di gioia per il rilascio di prigionieri di regimi odiosi, conseguenti ad atti esecrabili ed inediti di pirateria. 



Le regole del vivere sono radicalmente mutate.
Si va a dormire con la fiducia in idee rassicuranti sul raziocinio di chi governa i Paesi dell’Occidente, ci si sveglia l’indomani con annunci mediatici di leader politici che appaiono tali da far rimpiangere le chiusure disposte in Italia dalla legge Basaglia. Il timore di non poter “credere più a niente” induce a dare fiducia alle panzane più inverosimili raccontate per giustificare i colpi di mano più imprevedibili. Nella coscienza degli Occidentali è ormai dominante la consapevolezza che le asserzioni di “Governanti” mal riposte sono mal riposte perché i leader politici hanno nella mente confusioni del tutto simili a quelle dei loro “elettori e votanti”. Basta porre mente, in questi giorni, alle corbellerie che, a proposito dei referendum sulla riforma Nordio, si ascoltano nei talk show e si leggono on line.
Domanda: Se le fandonie circa scenari irrealizzabili sono stare l’unico patrimonio culturale degli Occidentali per oltre due millenni, perché la situazione appare irreparabile e disastrosa solo oggi?
Per la somma degli eventi accumulatisi nei secoli, si è giunti al punto di non ritorno. La progressiva auto-distruzione collettiva appare ormai ineludibile a tutti anche se a diversi livelli di coscienza. Un ritorno all’uso integrale della ragione e all’abbandono della fiducia nel mistero, nell’occulto, nel segreto, nel dogma (in buona sostanza all’inverificabile) appaiono esclusi proprio dall’assenza, progressivamente sempre più totale e riscontrabile, di razionalità. Una “ricomparsa” di essa nella vita dell’Occidente postulerebbe che una quantità enorme di chiunque decidesse di togliersi finalmente il prosciutto dagli occhi e decidendo di cominciare a pensare anzi che a credere! 

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