UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 26 aprile 2026

CRISI ENERGETICA E RESPONSABILITÀ    
di Romano Rinaldi
 


Ci risiamo! A distanza di quattro anni siamo di nuovo nel bel mezzo di una crisi energetica e riaffiorano alla mente le considerazioni che feci allora (1) e che occorre ora rivedere alla luce delle attuali condizioni.
Volendo ripartire da considerazioni generali, le risorse naturali, sia energetiche sia dei materiali, sono frutto delle scoperte e delle invenzioni di quella parte dell’umanità che potremmo definire “produttiva”. Le crisi energetiche e di scarsità dei materiali utili, sono viceversa di solito prodotte dalla stoltezza delle persone al comando che, invece di occuparsi delle normali relazioni commerciali e di scambio tra i popoli, come l’uomo usa fare dai più remoti tempi della sua esistenza su questo pianeta, intraprendono lotte e conflitti per accaparrarsi quelle risorse attraverso la forza, la prepotenza, l’usurpazione e la guerra. Le crisi sono dunque da imputare a quella parte dell’umanità che meno rappresenta il concetto di civiltà umana. Questa mia semplicissima e forse semplicistica deduzione scaturisce dai fatti recenti di cui dobbiamo occuparci ogni giorno, volenti o nolenti, perlopiù come spettatori dei notiziari ma purtroppo anche come soggetti destinati a pagarne le conseguenze con le bollette energetiche e il rifornimento di carburante. Per una buona ottantina d’anni, in Europa e in Italia, abbiamo vissuto nella relativa tranquillità della pressoché certa disponibilità della fornitura energetica, con piccoli scostamenti temporanei della copertura del fabbisogno, principalmente degli idrocarburi, di qualsiasi provenienza, e sulla lenta e progressiva introduzione di fonti alternative rinnovabili, per gli scopi della salvaguardia ambientale. Questa improvvisa e improvvida crisi, causata dalla scriteriata guerra (operazione Epic Fury) scatenata dall’Israele di Netanyahu e dagli USA di Trump contro l’Iran, a parte l’immediato impatto dovuto alla temporanea interruzione dei flussi marittimi (stretto di Hourmuz), sta mettendo a serio rischio la fornitura futura a seguito della distruzione di impianti di produzione in altri Paesi del Medio Oriente che richiederanno lunghi anni per essere rimessi in funzione.



Purtroppo l’Italia, in questi ultimi quattro anni ha fatto pochissimi sforzi per lo sfruttamento delle risorse energetiche naturali di cui il nostro territorio dispone ben più della media europea e per dotarsi di un sistema di produzione energetica più indipendente dagli idrocarburi che ci costringono a rivolgerci all’estero. Con buona pace della tanto sbandierata sovranità nazionale. Quest’ultimo aspetto racchiude un motivo di enorme colpevolezza da parte della classe dirigente ovvero i detentori del potere politico e quindi del potere di indirizzo delle scelte energetiche a medio e lungo termine. Evidentemente tutti, ad onor del vero anche prima di questo governo, si sono accontentati del sistema “from hand to mouth” (dalla mano alla bocca) che mi piace richiamare di tanto in tanto. Il fatto è che quella mano e quella bocca non sono da intendere come appartenenti alla collettività, bensì a coloro che detengono quel potere decisionale, non so se ho reso l’idea…
Volendo intraprendere un percorso più virtuoso, dovremmo innanzitutto considerare l’enorme potenziale energetico rappresentato da due fonti rinnovabili, non esauribili e non intermittenti di cui la natura è molto generosa nel nostro territorio. Si tratta della produzione idroelettrica e della geotermia, campi di produzione energetica in cui l’Italia vanta posizioni di assoluto primato sia storico, sia di effettiva disponibilità ma non sembra averne contezza. Come dicevo, sono argomenti che già trattai, per gli aspetti “tecnici” su queste pagine quattro anni fa (1), nell’occasione di un altro momento critico per il mercato dell’energia a cui il nostro Paese è particolarmente sensibile per avere i costi più elevati in Europa. Dopo quattro anni è più che mai opportuno tornare sull’argomento all’inizio di una nuova crisi energetica. Ma stavolta val la pena affrontare l’argomento dal punto di vista normativo e quindi più prettamente politico dato che i dettagli tecnici forniti nel mio scritto quattro anni fa, sono tutt’ora validi e formulati in modo semplice ma accurato per un pubblico generico; non occorre quindi ripetere nulla. Oggi è dunque opportuno cercare di capire cosa può aver determinato la mancanza di progettualità e di spinta al miglioramento della situazione da parte della classe politica dirigente della Nazione che tanto aveva promesso di fare, proprio in questo campo, a cominciare dallo sbandieratissimo “Piano Mattei”. Ecco, Enrico Mattei fu la prima e più illustre vittima del tentativo di affrancare l’Italia dalla dipendenza energetica dalle “7 sorelle”. Una storia che purtroppo non ha ancora avuto un epilogo di inconfutabile verità.



Pur senza voler infierire, per carità di Patria, è inoltre opportuno ricordare le roboanti dichiarazioni sull’azzeramento delle accise dei carburanti fatte in campagna elettorale, in uno famoso sketch della nostra attuale Presidente del Consiglio, alla pompa della benzina.
È chiaro che siamo di fronte a una totale delusione delle aspettative della popolazione, in questi quattro anni di governo, riguardo alle legittime aspirazioni per ottenere condizioni di mercato dell’energia almeno in linea con la media europea, senza le quali è impossibile dotare il Paese di una prospettiva economica che ci consenta di guardare al futuro con qualche po' di fiducia. Si tratta di costi dell’energia che ricadono su tutti, cittadini e imprese (industria, artigianato, servizi ecc., ecc.) e quindi con ricadute perversamente doppie in un Paese la cui economia è sostanzialmente retta dalle piccole e medie imprese a conduzione familiare.



Lo sfruttamento per la collettività del calore da fonti geotermali in Italia, testimoniato già oltre un millennio prima di Cristo, ha grande sviluppo a partire dall’epoca Romana, non è quindi una novità! Dal sito web dell’ENEL si ricava questa premessa: “L’ Italia ha un potenziale di energia geotermica stimato tra 500 milioni e 10 miliardi di tonnellate di petrolio equivalente, sufficiente a coprire il fabbisogno energetico nazionale. Vale a dire, tra i 5.800 e i 116mila terawattora (TWh) di energia, a fronte di un fabbisogno annuo di poco superiore ai 300 terawattora. Attualmente, l’energia geotermica contribuisce a circa 1,6-1,8% della produzione elettrica nazionale.
Dunque, a fronte di una pressoché illimitata disponibilità, si sfrutta meno del 2% di questa risorsa naturale. Perché? Questa domanda rimarrà purtroppo inevasa perché non di mia competenza tentare una qualsiasi risposta. Ciò non toglie che sia una domanda legittima che mette la classe dirigente di fronte alle sue responsabilità. Tocca a lorsignori dare quella risposta e darla in fretta ma soprattutto impegnarsi ad offrire soluzioni per il superamento di questa palese illogicità. Una riprova di questa colpevolezza sta anche nel costo stimato dello sfruttamento di questa risorsa (Tabella 1) che si attesta alla metà della media dei costi per la produzione da idrocarburi e persino dal nucleare e dall’idroelettrico.


Costi produzione energia elettrica
 
Passando a quest’ultima fonte energetica naturale anch’essa ben sfruttata in Italia da moltissimo tempo, la prima considerazione consiste nel fatto che l'Italia produce circa 30.000 GWh di energia idroelettrica all'anno, coprendo circa il 15% del fabbisogno elettrico nazionale e rappresentando la principale fonte rinnovabile storica del Paese, con almeno il 50% della produzione da fonti rinnovabili. Questi sono impianti storici ampiamente ammortizzati nel tempo e con costi di manutenzione bassissimi in confronto con centrali termiche.
Già quattro anni fa facevo questa semplice considerazione. Quale perverso meccanismo è in atto in Italia perché possa verificarsi che il prezzo dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (in totale oltre il 40%) venga di continuo adeguato al costo di produzione mediante combustibili fossili e quindi segua le bizze del mercato degli idrocarburi sul quale l’Italia non ha alcun controllo? Ecco dunque la seconda domanda da porre alla nostra classe dirigente. Ma forse è troppo occupata a formulare e riformulare decreti e decretini “sicurezza” ad elevato profilo anticostituzionale, o a perseguire anche peggiori tentativi (fortunatamente falliti, finora) di manomissione della nostra Carta Costituzionale, allo scopo di distrarre la popolazione dai veri problemi che affliggono l’economia della Nazione, impoveriscono la popolazione e perpetuano la sudditanza del Paese evidentemente retto da persone non all’altezza del compito al quale li ha chiamati il voto popolare.



(1) R. Rinaldi, ODISSEA 9 Gennaio, 2022.
https://libertariam.blogspot.com/2022/01/fabbisogno-energetico-e-sviluppo.html?m=1

L’URANIO ARRICCHITO DELL’IRAN   
di Alessandro Pascolini - Università di Padova



Una delle maggiori incognite relative alle capacità nucleari dell'Iran è la sorte delle sue riserve di esafluoruro di uranio arricchito al 60% nella componente fissile uranio-235 (U235). Gli ultimi dati certi risalgono alla relazione dell'Agenzia atomica di Vienna (IAEA) del 31 maggio 2025, che riferiva di una quantità di 604,4 kg di esafluoruro di uranio (UF6) arricchito al 60%, contenente 408,6 kg di uranio arricchito (U60%). Dopo i bombardamenti americani dei siti del programma nucleare iraniano a Natanz, Isfahan e Fordo della notte del 21 giugno 2025 (operazione Midnight Hammer) si sono succedute dichiarazioni contraddittorie da parte degli USA sulla distruzione o sopravvivenza delle scorte di uranio arricchito; la IAEA non ha potuto compiere ispezioni, ma il suo direttore generale Rafael Grossi ha indicato lo scorso 9 marzo che la metà della scorta si potrebbe trovare nei tunnel sotterranei del complesso nucleare di Isfahan. Il governo iraniano preferisce mantenere la massima ambiguità in proposito.
L'eliminazione di tale materiale compariva fra le motivazioni della guerra scatenata da Israele e USA lo scorso 28 febbraio (Operation Epic Fury); Trump nel suo messaggio del primo aprile scorso ha più volte richiamato il problema nucleare iraniano e, il 30 marzo, il segretario di stato Marco Rubio indicava come obiettivo primario dell'operazione americana che il regime iraniano non possa mai avere armi nucleari".
Tuttavia, lo scorso 8 aprile il segretario della guerra Pete Hegseth dichiarando il pieno raggiungimento di tutti gli obiettivi dell'operazione non ha inserito nell'elenco l'eliminazione delle capacità nucleari iraniane, e in particolare delle riserve di uranio arricchito. Eppure, i negoziati in Pakistan dell'11 e 12 aprile sono falliti proprio sulle questioni nucleari iraniane, come ha confermato il vicepresidente James David Vance: la semplice realtà è che abbiamo bisogno di vedere un impegno esplicito che [gli iraniani] non cercheranno di ottenere un’arma nucleare e che non cercheranno gli strumenti che consentirebbero loro di raggiungere rapidamente un’arma nucleare”, e quindi in primis l'uranio arricchito. Ciò fa pensare che le scorte di U60% risultino ancora nella disponibilità dell'Iran.



Bombe con uranio arricchito al 60%?
La via canonica per un arsenale nucleare è la creazione di una significativa disponibilità di uranio arricchito a oltre il 90% (WGU), 20-25 kg del quale sono sufficienti per realizzare una bomba dell'energia di una decina di kton (come quella su Hiroshima).
Se l'Iran dispone di (o può costruire) una cascata di un centinaio di centrifughe nascosta in qualche capannone nel paese, le sue riserve attuali di U60% possono produrre in poche settimane WGU sufficiente per otto-dieci testate nucleari. Il passo successivo richiede la conversione dell'UF6 in uranio metallico e la sua lavorazione metallurgica in una forma adatta alle armi; la struttura per la conversione e la metallurgia dell'uranio realizzata presso il sito di Isfahan è stata distrutta, ma un laboratorio può venir costruito in segreto. Infine, è ragionevole ritenere che siano sopravvissute in Iran sufficienti competenze nucleari scientifiche e tecniche per la confezione degli ordigni, nonostante gli assassinii mirati di scienziati operati da Israele. Accanto a questa via canonica alle armi nucleari, alcuni osservatori hanno ricordato che si possono realizzare esplosioni atomiche anche con uranio arricchito a tassi inferiori all'ideale del WGU, a prezzo di una minore efficienza; già la bomba "little boy" che distrusse Hiroshima impiegava uranio con un arricchimento medio dell'81% ed ebbe un'efficienza attorno all'1,3%. Sono stati dunque ripresi studi condotti nel contesto del problema del terrorismo nucleare per esaminare la possibilità di ordigni con appunto uranio arricchito al 60%. La presenza di una significativa quantità di uranio-238 (l'isotopo principale dell'uranio naturale – U238) nel nocciolo esplosivo ha due effetti negativi principali: il più importante è che riduce la probabilità che l'interazione dei neutroni con i nuclei del materiale fissile produca una fissione, liberando nuovi neutroni per la reazione a catena; il secondo effetto è che aumenta enormemente il rischio di predetonazione a causa di eventi di fissione spontanea, 1000 volte più frequenti in U238 rispetto a U235.
Ricordiamo che i processi elementari di interazione fra neutroni e nuclei sono di natura quantistica e quindi caratterizzati da probabilità di occorrenza, probabilità che conviene caratterizzare mediante "sezioni d'urto", grandezze misurate in unità chiamate barn. L'enorme numero di processi elementari prodotti rende di fatto le probabilità elementari a livello microscopico frequenze effettive a livello macroscopico. Nonostante l'uranio metallico sia particolarmente denso, i nuclei atomici sono così piccoli che un neutrone emesso all'interno dell'uranio "vede" lo spazio pressoché vuoto con rari nuclei dispersi: ha così la possibilità di percorrere un tratto significativo prima di interagire con un nucleo, un "cammino libero medio": se questo supera il raggio del materiale il neutrone viene perduto.
Nell'interazione neutrone-nucleo possono avvenire molteplici processi: qui interessa distinguere l'assorbimento con fissione dai processi alternativi. La differenza dell'U238 rispetto all'U235 emerge dal confronto delle corrispondenti sezioni d'urto per neutroni dell'energia rilevante.

 

sezioni d'urto (barn)

U235 puro

U238 puro

U60%

fissione

1,24

0,100

0,784

processi alternativi

4,52

6,098

5,151

  
Già da questi dati sintetici si evince come la fissione sia sempre un processo sfavorito rispetto a quelli alternativi; mentre la creazione di una reazione a catena esplosiva è comunque affrontabile con l'U235, ciò è totalmente impossibile nell'uranio naturale, e le prospettive peggiorano notevolmente se l'arricchimento si riduce al 60%. Va inoltre osservato che diminuuisce anche il numero medio di neutroni generati nella fissione da 2,57 in U235 a 2,55 in U60% a 2,28 in U238, impoverendo la densità neutronica nel materiale fissile. Per poter avere una sufficiente frazione di neutroni che producano fissione occorre un adeguato volume (e quindi massa) di materiale fissile a seconda del suo arricchimento; le masse critiche per una reazione esplosiva di una sfera di uranio arricchito crescono da 52 kg per U235 puro a circa 120 kg per materiale arricchito al 60%. Per ridurre la massa critica si circonda il nucleo fissile con uno spesso guscio di materiale inerte che rifletta nel nucleo parte dei neutroni che ne erano sfuggiti, in modo da aumentare le fissioni. Questo rivestimento (tamper – borraggio) ha un ruolo aggiuntivo: la sua stessa inerzia ritarda l’espansione del materiale fissile. Infatti, al procedere della reazione, viene liberata energia in quantità crescente che riscalda il materiale a temperature sempre più alte, fino a farlo passare dalla fase solida a quella liquida, per poi vaporizzarlo e infine trasformarlo in un plasma; la densità del materiale e, conseguentemente, la frequenza degli urti neutrone-uranio diminuiscono, e viene meno la condizione di criticità. A seconda della borra, la massa critica diminuisce sensibilmente: per esempio, uno strato di carburo di tungsteno (WC) spesso 3 cm riduce la massa critica di U235 puro a 11,3 kg, mentre uno di 2,5 cm di berillo permette una massa critica di soli 8,6 kg.
Calcoli eseguiti recentemente per un'arma rudimentale con innesco a incastro, del tipo "little boy", producibile anche con limitata tecnologia, impiegando uranio arricchito al 60% hanno fornito varie soluzioni con masse di materiale fissile da 35 kg in su, utilizzando borraggi di carburo di tungsteno, spessi da 25 cm a 65 cm. Per esempio, un ordigno da 40 kg di U60% con uno strato di WC spesso 55 cm avrebbe una resa di 0,81 kton TNT equivalenti, con un'efficienza del 3 per mille. L'ordigno avrebbe una massa superiore a 10 tonnellate e richiederebbe un container per venir trasportato: si tratta quindi di un sistema analogo a quelli a suo tempo considerati come possibili per attacchi terroristici nucleari, ben lontano da una "bomba" lanciabile da un missile. Di fatto l'effetto sarebbe analogo all'esplosione avvenuta nel porto di Beirut nel 2020 (dovuta alla combustione di 2750 t di nitrato d'ammonio), ben lontano dalla distruzione associata a un attacco nucleare. Per raggiungere una resa di una decina di kton servirebbero almeno 60 kg di U60% con adeguati tamper, una quantità elevata del prezioso materiale fissile. Anche se fattibili, ordigni con U60% rimangono quindi nell'ambito del terrorismo nucleare più che in quello di un progetto nucleare statale, per il quale le scorte di U60% vanno invece considerate come uno stadio avanzato nella prospettiva dell'arricchimento a WGU.


 

Nella presente fase dei rapporti internazionali basata sul "diritto del più forte" e di minacce nucleari, in molti paesi, finora forti sostenitori della non-proliferazione, si stanno rafforzando pulsioni per una difesa nucleare propria in assenza di garanzie di copertura da un alleato veramente affidabile. Si capisce quindi come le scorte iraniane di U60% possano venir considerate una risorsa cruciale per la sicurezza del paese, attaccato per due anni consecutivi da Israele e degli USA, entrambi potenze nucleari.
Finché permane la possibilità che le scorte di U60% siano effettivamente a disposizione dell'Iran, questo paese rimane di fatto una 'potenza nucleare latente', e può mirare a una possibile condizione di deterrenza nucleare rispetto a Israele. Nell'interesse della sicurezza mondiale – e dello stesso Iran – occorre sperare che i negoziati in corso con gli USA portino alla diluizione delle scorte di U60% a tassi impiegabili in reattori elettronucleari e a un programma nucleare iraniano puramente civile, a fronte di necessarie garanzie di sicurezza per il paese. L'assenza di una soluzione positiva della questione nucleare iraniana costituirebbe un'ulteriore gravissima minaccia per la stessa sopravvivenza del Trattato di non proliferazione, che affronta nelle prossime settimane la sua delicatissima undicesima conferenza di revisione.

FERMARE LA GUERRA A PEZZI
A Bari il 28 aprile diretta You Tube   





IL RITO DEI SERPARI DI COCULLO
di Pierangela Micozzi




La voce indimenticabile del compianto Emiliano Giancristofaro, soleva narrare: “che San Domenico abate era un monaco benedettino originario di Foligno, che giunse in Abruzzo divenendo poi protettore dalle tempeste e dalle grandinate. San Domenico passando per Cocullo, assunse anche il ruolo di protettore dai morsi delle serpi, nonché dei cani rabbiosi. San Domenico abate nella sua taumaturgicità, lo si venera anche per ricevere protezione dal mal di denti. La fama del Santo si è così capillarmente diffusa – ribadisce sempre il prof. Giancristofaro non solo nel Molise, ma anche nella Ciociaria e in tutta la regione Abruzzo ed oltralpe. Da allora ad oggi il Santuario di San Domenico a Cocullo richiama devoti da ogni dove e vi si recano il primo giovedì di maggio per assistere anche ad un rituale religioso di cui si è impossessata perfino l’industria turistica”. Devozione, ritualità, religiosità e folklore. Il 30 aprile 2026 si potrà percorre lo straordinario, terapeutico percorso di San Domenico immersi fra natura, pace, benessere. 













VERGATI AFORISTA
di Simona Abis
 


Dell’attenzione che consola. 


Cesare Vergati è giunto a me piano piano in un gentile e delicato centellinamento di parole. Ricordo la mia iniziale diffidenza, la mancata familiarità, quel suo segno quasi evanescente che si stagliava in modo stridente sulla mia brama di concretezza. Ricordo la mia perplessità verso quella sintassi disinibita e quei frammenti aerei e senza punto - il libro era Aforismi a porte aperte -, così apparentemente incapaci di offrirmi i solidi e terrosi appigli che ero avvezza pretendere da ogni forma di letteratura. E poi ricordo il tempo più bello, quello dell’inaspettata epifania. Il lentissimo schiarirsi di un alfabeto a me sempre più docile, l’abitudine verso parole non più sfuggenti, la confidenza con un’erudizione multipla che traluceva a scatti, e l’eccitante dubbio di essere davanti a una lucidità tutt’altro che eterea. Ero semplicemente di fronte a uno stile nuovo.
È in questo modo che ho iniziato a intravedere, in quell’asciuttezza verbale, qualcosa di più simile a una carismatica ritrosia che a una meditata alterigia, e in quell’insolita miscela di forma e pensiero, più un talento naturale che un comune artificio. Con questo dolce sospetto mi sono così avvicinata all’opera omnia di Vergati, e in particolare ai suoi nuovi Aforismi in opera.



La raccolta si apre con un viatico senza verbo, ‘D’elezione le parole’, e si conclude con una presa di coscienza: ‘Delle massime ingiustizie si tengono a mente le minime’. Tra le due spoglie folgorazioni, uno stuolo di aforismi che non riuscirei ad accomunare se non per una loro tacita condizione di esistenza: la necessità. Qui, ogni parola è infatti così necessaria da non poter essere sostituita da alcun’altra, come se tale selezione fosse opera di un certosino della lingua e dei suoi significati. Pagina dopo pagina, decine di epurate illuminazioni si susseguono armoniosamente come in una partitura, in cui persino sinonimi quasi sovrapponibili sono accuratamente differenziati - come a voler dire che non esistono sfumature che non contano, ma solo dettagli che possono decidere della vita e della morte. Che questa sovrana intransigenza abbia in sé qualcosa di corroborante lo si scopre solo strada facendo - ed è forse lo stesso genere di ‘protezione’ che si sente grazie a ognuno dei colpi d’accetta con cui Vergati demolisce via via i più subdoli luoghi comuni, con la solerte arguzia di un padre che vuole difendere dalle insidie del non pensiero: si pensi ad aforismi come ‘Gli animi sensibili senza ragione volgono al volgare’, oppure ‘La bellezza presente dappertutto evidenzia un’infermità’, o ancora ‘Alla finitudine l’eternità sta stretta’, fino al suggestivo ‘Lo spirito di invasione del bene lo pone sullo stesso piano del male’. Sono tutte apparenti provocazioni che mai si allontanano dalla necessità di soppesare ogni preconfezionata credenza, tramutando la rigidità del consolidato nella freschezza del mai considerato, con l’intento - come confiderà lo stesso autore nel dialogo in chiusa con Alberto Casiraghy - ‘di scansare qualsiasi forma di ideologia, di capriccio, di messaggio atto a ottenere un plauso comune, ovvero ancor più superficialmente ad attendere a una retorica ampollosa’.



Ma per cogliere una necessità così urgente, la necessità dell’assolutezza di ogni distinguo, così come per comprendere il senso di conforto derivato dal ribaltamento di ogni comune sentire, bisogna votarsi a un unico credo: l’attenzione. L’esortazione all’attenzione è il dono più grande di quest’ultima opera aforistica di Cesare Vergati.
Come supremi incanalatori d’attenzione, l’autore sceglie l’eccelsa arte del minus dicere, lo spogliamento estremo dal superfluo, persino la grazia della litote, questa nobile sconosciuta, in tutta la sua bellezza. Perché escludere il non necessario è un invito a non distrarsi e sembra che Vergati accompagni tale invito con la meno scontata delle raccomandazioni, ovvero quella di dedicare all’opera la vera immaginazione e non quella fantastica: in una parola, l’attenzione. Nell’attenzione, come Cristina Campo avverte, ‘l’immaginazione è presente, sublimata, come il veleno nella medicina’, e ‘per uno dei tanti equivoci del linguaggio, comunemente la si chiama fantasia creatrice’. In realtà, né l’autore né il lettore sono chiamati a creare, ma solo a decifrare, la realtà in parole e le parole in realtà. In Aforismi in opera l’atto di decifrazione è per ogni singola parola sospesa, ciascuna diversamente colorata e abitata, ciascuna riservata al grado di attenzione di chi la dovrà cogliere – e in tale esercizio vi è la metafora di un atto di scomposizione e ricomposizione dovuto al mondo. È l’attenzione a rendere palpabile l’impalpabilità degli aforismi più ambigui (si pensi a: ‘Perplesso l’inviolabile laddove del sacro un intento anfibio’, o ‘La purezza intenebra la bellezza’); è l’attenzione a fornire la chiave della stratificazione di ogni celata accezione (‘L’avaro dà, per non dover ricevere’); ed è sempre con attenzione che bisogna interpretare il geroglifico antico di quell’appetito che ‘dichiara un vuoto che nulla sfama’.



Non può sorprendere che la conseguenza di tutto ciò sia anche una presa di coscienza del potere del male: ‘L’arte canta il male; e in questo canto il male spaesato si scopre in difficoltà d’ambientamento’. Ma è proprio in virtù di tale pessimismo, spesso sotto forma di disincanto, che ho potuto trovare in questi aforismi non solo quel senso di consolazione che si dispiega davanti all’estirpazione di ogni velo di Maya, ma anche quella risoluta ‘materialità’ che a prima vista mi sfuggiva, ma cui fin dall’inizio anelavo: non, però, attraverso il peso formale di una densità verbale, ma attraverso tutto il peso specifico del disinganno – e di chi, seppur con leggere parole, abita il mondo sotto la gravità della lucidità.
Forse è questo il solido appiglio che all’inizio faticavo a scorgere, quello stile che è grave e violentemente immanente, ma in un senso nuovo, poiché testimone della rarissima coesistenza di leggerezza estrema e di possente radicamento. Soltanto questa condizione, dice William Carlos Williams, dona ‘il sapore massimo a ogni parola’. Ambizione suprema non di ogni aforista, ma di tutta la letteratura.

venerdì 24 aprile 2026

IL NOSTRO XXV APRILE  
di Zaccaria Gallo


 
Quando si pensa alla letteratura, fiorita attorno al tema della Resistenza, immediatamente il ricordo va a tutto quello che è stato tramandato in prosa, soprattutto attraverso la narrativa, la saggistica storica, il cinema. Raramente affiora alla mente che di questa grande epopea si sia occupata anche la poesia. Probabilmente i temi, le storie, i personaggi che hanno animato la lotta partigiana, hanno agito maggiormente sugli scrittori e stimolato la loro voglia di “narrare”, di “raccontare”. Eppure, anche la poesia ha fatto la sua parte e ci ha tramandato testi di grande bellezza e di intensa partecipazione emotiva. La poesia, con la sua sinteticità e immediatezza, arriva subito al cuore proprio come fa il canto ed è un efficace strumento di lotta collettiva. Molti poeti vissuti nel Novecento sono stati partigiani (Fortini, Gatto, Turoldo), altri hanno dato il loro contributo nei modi più diversi operando in clandestinità. Ci hanno lasciato versi significativi indicandoci un orizzonte di giustizia, di pace, di libertà. Per questo XXV aprile 2026 abbiamo pensato di pubblicare su “Odissea” versi di autori viventi per operare un legame con quella lontana stagione e, nello stesso tempo, indicare un passaggio di testimone. Nella speranza che questo messaggio trovi nelle nuove generazioni, altre voci e altri protagonisti.


 

Primavera partigiana
di Angelo Gaccione
 
Uscimmo da una primavera di sangue,
ma era comunque primavera.
 
Se il rosso bagnò i campi,
non fu nostra la colpa.
 
Uomini innamorati della morte,
noi non lo fummo mai.


[Da: Spore - Interlinea 2020]
 



Resistenza
di Alida Airaghi


La piazza in stile veneziano
del millecinquecento; torretta
con le ore, antiche e ferme:
le dieci
di una tiepida mattina
a primavera.
La piazza, le bandiere, tanta gente.
La gente, le bandiere.
Dal palco
le parole. Di lotta,
Resistenza. Poi canzoni.
La gente tanta gente
tutta stretta.
Guardiamo la ragazza
in prima fila,
fissiamo nella mente
il suo sorriso. Ci crede,
lei ci crede, è lì
per questo.
Coscienza del suo gesto,
fiducia nella storia,
In piedi, al posto giusto:
è lì che aspetta.


[Da: Quanto di storia - Marco Saya Ed. 2023]


 
Ci dissero di schiudere le labbra 
di Zaccaria Gallo
 
Il giorno, alla fine, depose il suo miele
per chi verrà sugli angoli del tempo,
quando, con grigie prospettive, un Dio 
del potere ricominciasse a girare su se stesso.
 
I nostri alberi ora sanno come poter
frenare la corsa del vento e d’odio
sì che s’arrotoli nella Resistenza sempre.
 
Ci dissero di schiudere le labbra febbrili,
con un gesto al confine di noi stessi,
e cercare, nell’inesausta gola della libertà,
sillabe che cantino parole di madre.
 
[Bisceglie, 19 aprile 2026 - inedita]


 

 
25 Aprile
di Antonella Doria
 
Primavera improvvisa
sbocciò di Fiorirossi
incontro a noi Fanciulle…
Capelli al vento…
[Milano, 19 aprile 2026 - inedita]

 

 Ancora ondeggiano
di Anna Rutigliano 
 
Ancora ondeggiano i petali scarlatti,
profumando di rinnovata speranza
i vergini campi e di Libertà,
dalle tirannie del tempo
violata.
Nel loro schiudersi perpetuo
il segno tangibile dell’umana dignità
che ostinatamente resiste.
[Corato 22 aprile 2026 - inedita]


 

Per l’anniversario del 25 Aprile
di Giuseppe Langella
 
Hanno provato a spegnerla nei cuori,
però la libertà non si debella
e s’alza sempre un vento di tempesta
che sbalza i dittatori giù di sella.
 
Si balla, tutti fuori, e si fa festa,
si canta Bella ciao col fazzoletto,
mentre si avvia la conta dei danni.
L’Italia s’è desta: mai più tiranni.
 
[Milano, 21 aprile 2026 - inedita]

giovedì 23 aprile 2026

LA CATTIVA COSCIENZA DEI FISICI
di Franco Continolo
 

Carlo Rovelli

Oggi gli spunti di riflessione vengono dall’intervista di Carlo Rovelli al Corriere della Sera. Il primo spunto è offerto dalla presenza di bombe atomiche americane sul nostro territorio. Si tratta di un fatto, afferma lo scienziato, che: 1) viola il Trattato di Non-Proliferazione, del quale l’Italia è firmataria, dunque rappresenta una violazione della legge internazionale (alla faccia del “rules-based International order”); e 2) certifica la sudditanza del nostro paese – e più in generale dell’Europa – dagli Stati Uniti. Qui si può osservare che il vassallaggio, ovvero la sudditanza, è degradante perché deresponsabilizza, quindi impedisce la formazione della classe dirigente – la storia d’Europa degli ultimi 50 anni mostra infatti che con l’uscita di scena della classe politica formatasi nell’antifascismo e nella Resistenza, non c’è stato ricambio, e la qualità dei nuovi leader si è progressivamente abbassata, fino ai superidioti attuali. Si può aggiungere che la propaganda NATO ha accelerato il processo di istupidimento europeo, in particolare dopo la fine della Guerra Fredda, quando essa ha dovuto inventarsi nuovi nemici per giustificare la propria sopravvivenza – i concetti strategici NATO sono esempi assoluti di non-pensiero strategico, ovvero di idiozia. Il secondo spunto viene dalla domanda: con chi ci dovremmo alleare? Qui Rovelli avrebbe dovuto distinguere: le alleanze militari servono infatti per preparare o fare la guerra, e come tali sono da evitare in modo categorico; le alleanze politiche sono per definizione variabili in funzione delle priorità e degli interessi. Il terzo spunto riguarda Israele: qui non si capisce perché Rovelli indulga all’ipotesi che lo stato ebraico possa non disporre della arma, e poi giustifichi la proliferazione. 



Il silenzio sul programma nucleare israeliano è stabilito dal patto fra Nixon e Golda Meir – è la foglia di fico che nasconde la vergogna americana per aver permesso la costruzione della bomba; è anche l’unico patto che Israele rispetti, e il motivo è che l’ambiguità è utile, anche per evitare le ispezioni dell’IAEA. Sul perché Nixon abbia ceduto si possono formulare due ipotesi: 1) la bomba era già una realtà, e 2) egli non voleva fare la fine di Kennedy. Sulla proliferazione, è evidente che la bomba rappresenti una forma di assicurazione; al tempo stesso, maggiore è il numero di paesi dotati, maggiore il rischio di guerra nucleare. Si può aggiungere che gli Stati Uniti sono il massimo responsabile dell’indebolimento del regime di non-proliferazione: è stata la minaccia americana ad armare la Corea del Nord, e sarà stata l’aggressione americana a giustificare la costruzione della bomba da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, se e quando essa deciderà di realizzarla. Il quarto spunto riguarda la deterrenza nucleare; essa appare oggi indebolita, rispetto agli anni della Guerra Fredda, non solo per gli imprecisati sviluppi tecnologici, ma soprattutto per la criminale invenzione della guerra per procura. La guerra provocata e condotta dall’Ucraina per conto dell’Occidente ha messo infatti la Russia nell’imbarazzo della decisione sulla linea rossa invalicabile: quando scatterà la rappresaglia nucleare? Sull’incertezza mostrata finora dalla Russia gioca l’Europa per vincere il confronto. Si tratta di un gioco che solo dei superidioti non sono in grado di capire quanto catastrofico esso possa essere.

UN 25 APRILE DI GUERRA
di Franco Astengo
 

Il 25 aprile, la nostra ricorrenza, il giorno più importante nella storia d'Italia, attraversa il tempo.
 
L’esito recente del referendum ci ha dimostrato come quella data non rappresenti soltanto la memoria della fine dell'occupazione nazifascista, ma il punto da cui nacquero la Repubblica e la Costituzione. Nel 2026 questo passaggio assume un significato ancora più forte: a ottant’anni dalla nascita della Repubblica, il legame tra Liberazione, antifascismo e Costituzione continua a chiedere di essere riaffermato. La Costituzione sortì infatti da una rottura politica precisa: quella con il fascismo, con la guerra, con un’idea autoritaria dello Stato e della società. Per questo l’antifascismo non appartiene solo alla memoria, ma resta un principio costitutivo della democrazia. Fin qui però abbiamo ricostruito una premessa e siamo rimasti in quello che possiamo considerare un ambito "scontato" di riflessione. Oggi questo principio si misura con un contesto in cui tornano a pesare restrizioni dello spazio democratico, compressione del dissenso, uso estensivo delle categorie di sicurezza e delegittimazione delle soggettività critiche. Non possiamo però limitarci ad approfondire questi aspetti. Non possiamo limitarci a ricordare fatti del passato. È necessario guardare all'oggi e di conseguenza al futuro. Questa è l'occasione per descrivere la realtà e chiamare tutti ad affrontarla. L'anniversario del 25 aprile arriva in un momento oscuro dove la realtà della guerra minaccia di deflagrare nella dimensione di un conflitto globale (se non ci troviamo già nel "pieno") la democrazia appare a rischio in molte parti del mondo mentre si allargano le disuguaglianze e si accentuano vessazioni e ingiustizie. Lo stesso rapporto tra scienza, tecnica e politica non sembra più muoversi nel senso della liberazione dell'umanità ma piuttosto evocando pericoli oscuri di espropriazione delle coscienze. Va ricordato che per l'Europa la liberazione dal nazifascismo (che avvenne in tempi diversi e con esiti diversi senza dimenticare che gli eserciti di tutto il mondo marciavano sul suolo del continente) rappresentò comunque un momento fondamentale di svolta della storia della quale non vanno assunti i retaggi in maniera unilaterale: occorre continuare a studiarne le sfaccettature e le contraddizioni se si intende cercare di capire cosa accadde allora e interrogarsi su quanto ciò che si verificò più di ottant'anni fa pesi ancora sulla complessa realtà dell'oggi. 



Per l'Italia la valutazione di ciò che accadde deve mantenersi chiara: dalla Liberazione, dalla lotta al nazifascismo, dalla capacità dei partigiani di liberare in autonomie le grandi città industriali del Nord, nasce la Costituzione e - di conseguenza - la democrazia con tutte le sue difficoltà passate e presenti.  Fin qui tutto appare chiaro. Meno evidente nella narrazione mediatica "mainstream" la necessità che una democrazia repubblicana debba intendersi sempre come bene prezioso non semplicemente da conservare ma da arricchire giorno per giorno con il pensiero e l'azione della parte migliore del nostro popolo. Alla qualità della democrazia repubblicana va agganciato il momento politico: un momento politico così difficile contrassegnato da una evidenza che è insieme emergenza: la guerra. Una guerra "cattiva" combattuta su più fronti le cui vittime immediate sono le popolazioni inermi: dall'Ucraina alla Russia, da Gaza al Libano, dall'Iran ai paesi del Golfo. Una guerra che alimenta l'idea della politica intesa come dominio, della ripresa imperialista (su diversi fronti), da pesantissimi riflessi sull'economia internazionale ormai dominata dalla geopolitica: le condizioni dell'economia internazionale, nell'ormai avviata post-globalizzazione, appare contrassegnata dalla crescita dell'enormità delle disuguaglianze, dalla volontà di distruzione verso interi popoli come sta accadendo in Palestina, nel Libano e (senza bombardare direttamente) a Cuba.



Oggi 25 aprile non possiamo fermarci a raccontare i pur gloriosi episodi della nostra Resistenza. «Le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pace pubblica devono essere consultate dagli stati armati per la guerra»: questo il testo dell’“articolo segreto” che Immanuel Kant comprende nel suo Per la Pace Perpetua. Invece pare proprio che anche oggi gli stati armati non consultino i filosofi: non li consultano perché non vogliono sentirsi dire che l'unico presupposto per la civiltà è la pace. Battersi per la pace deve significare oggi come oggi cercare soluzioni mettendo a confronto una teoria della pace come soluzione politica all'ipotesi della guerra considerata inevitabile nella concezione di Von Clausewitz.
La pressione dei popoli per la pace, la richiesta pressante di pace oggi rappresenta il solo modo concreto per celebrare l'alba radiosa del 25 aprile.

Privacy Policy