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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 6 luglio 2026
ANCORA SULLA POESIA CIVILE

Casiraghy per Odissea
Caro Angelo, Ti ringrazio per l’articolo sulla poesia
civile e per i commenti che lo hanno accompagnato, i quali hanno
inevitabilmente toccato anche questioni più generali della poesia. In
particolare, è emersa questa idea, che condivido: «i valori specificamente
poetici non possono essere separati dai valori morali, sociali, politici,
conoscitivi, esistenziali». E vorrei svilupparla un poco. Ogni creatore vive
delle proprie esperienze personali. Ma, nell’atto creativo, tali esperienze non
sono più semplicemente biografiche o quotidiane: diventano universali,
archetipiche. Sono le sofferenze dell’“inconscio collettivo”, per usare la
terminologia di Jung, oppure le “sofferenze trascendentali”, per dirla con
Schelling. Sono la memoria di tutte le generazioni di creatori che ci hanno
preceduto. Entrambi avevano compreso qualcosa di essenziale sulla natura
dell’arte. Spero che questa catena di osservazioni venga proseguita da qualcun
altro, come spesso accade in questo giornale, aprendo la strada a discussioni
feconde.
Julia
Pikalova

LA COMUNITÀ NELLA MACHINA DEL DEBITO
di
Francesco Siciliano Mangone
Appena
qualche mese fa, per Asterios è uscito di Velio Abati La guerra d’Argo e
altre cronache ultimo suo lavoro questo, dedicato al teatro; passione per
altro non secondaria nel suo progetto di scrittura. Anche se di primo acchito il titolo sembra indicare
una riproposizione della cultura antica, il teatro classico greco, vuole semmai
suggerire un sottile legame con la concezione del teatro “epico” di Brecht dove
questo è azione collettiva di corpi che si espongono. In cui la narrazione si
sporge fino a farsi riscrittura del reale, così che i corpi esposti si dispongono
a divenire altro: “comunità in azione” per uno svelamento, oltre la solitudine
della lettera (costretti, come si è, nel nostro tempo, a una vita contemplativa
segnata dal debito divenuto costrizione economica e strategia per una
subordinazione epistemica… farne, cioè, una colpa spirituale.
La scrittura in movimento del
Nostro si spinge a farsi sceneggiatura, nell’intenzione “motore”, non solo
“forma”, ma gesto politico che cambia, modifica. Ai contenuti dell’oralità si
aggiungono ulteriori sensi cinetici (l’esatto contrario dell’attuale virtualità
algoritmica) così da moltiplicare il tempo/spazio dell’attore che indica
e del fruitore costretto a decidere coinvolti insieme dalla drammaturgia
dei testi in un montaggio che è fatto di quadri cangianti con gli attanti che si
connettono e si scambiano. Come ne: L’ultimo giorno di vacanza, dove in conclusione
del dramma, le tre attrici dopo aver ripulito il palcoscenico da rovine, oggetti
sparsi, uscendo dalla parte degli spettatori, una delle tre, dal fondo della
sala, esclama, quale fosse uno spettatore stizzito: “Qualcuno si ricordi di
spegnerla”, riferito alla radio che, nella trama della pièce, è causa e
strumento di contraffazione ideologica. In questo modo, tutti i soggetti coinvolti
vivono una finzione che ripete ogni volta un inizio a stimolare la mente,
a compiere un’operazione di cominciamento, di stupore, ultimare una scelta sostanziale
e operare una sorta di prima “decolonizzazione dell’immaginario”.
Fin dall’inizio della raccolta,
proprio a margine della prima pièce Una sera di primavera (2013), nella
Nota al testo, l’autore scrive: “È qui la sofferenza per lo sperpero della
devastazione di energie e di vite umane consumate intorno a noi, ad opera di
altri uomini”. In questo contesto concettuale si muove il teatro di
Velio Abati. Ponendosi, quindi, l’obiettivo di emancipare il suo pubblico da un
inganno che si perpetua giorno dopo giorno, e bisogna farlo con Brecht, usando un’immagine
straniante (Verfremdung), una machina (come si direbbe nel teatro cinquecentesco)
questa volta per scoperchiare l’inganno con cui il sistema di potere dominante
presenta la realtà come orpello. Ecco allora l’uso o l’abuso dell’artificio strumentale
dei media nel mutare l’informazione facendone una manipolazione ideologica e
acconciare un pubblico servile, come ne L’ultimo giorno di vacanza (2012/2023), di cui appena detto, in cui una radio locale si mette a
disposizione di un politico da poco eletto, per sostenere e promuovere una
campagna di speculazione edilizia (pronta una cordata berlusconiana, forse) in
un presunto casolare abbandonato ma, in verità, abitato da tre donne (ninfe
forse (?), a protezione dei boschi) in luoghi ancestrali ricchi di diversità
biologica.
Nota: A questo punto, a parte meriterebbe
una riflessione sullo spazio costante che Abati riserva alla presenza femminile
sulle questioni che riguardano il tema etico della memoria e del bios/oikos (della
modalità olistica d’abitare la terra, della sua conservazione e di una
evoluzione di soggettività collettive armoniose, in un processo nichilistico che
conduce invece a una umanità reificata, estranea a se stessa). Difatti, nelle
sei opere presentate, in quattro di queste, primeggiano figure del mondo
femminile, quasi a indicare un ritorno di un matriarcato culturale. Personalità
potenti depositarie di profonda densità e identità, costruite su elementi della
vita concreta dei viventi incastonate, di volta in volta, in tempi storici
precisi, che modellano comportamenti e circostanze.
Oltre le due già citate pièce, in
altre due, Rosa, Una storia e Antigone vive, entrambe scritti
inediti; la prima delle due, quasi un monologo, con una pronipote che dismesso
per un attimo il suo cellullare, interroga la bisnonna Rosa, fonte di sapienza
genealogica, intenta a lavorare all’uncinetto; qua, gli strumenti del lavoro
connettono due tempi materiali che formano alla vita, allargando il discorso verrebbe:
strumentalità di cui l’umano dispone, e all’inverso in cui l’umano rimane ancillare
allo strumento. (A questo punto varrebbe la discussione sull’imperio della I.A.
e l’immensa quantità di speculazione finanziare che le gira intorno, a farne
una immensa bolla speculativa). Un dialogo che diventa racconto e apprendimento
intenso per Franca la giovane discendente.
In Antigone vive,
Velio Abati compie una sovrapposizione tra l’azione tragica di Antigone (ineccepibile
figura epica e potenza narrante) per stigmatizzare l’eccidio dei Martiri
d’Istia, compiuto dai nazifascisti della famigerata Repubblica Sociale Italiana
nel 1944. Undici giovani fucilati presso Maiano Lavacchio (Gr) perché non si
presentarono alla chiamata alle armi, rei d’essere renitenti alla leva. Questione
di una attualità sorprendente, per una preparazione alla guerra che sta impegnando
in una azione sorprendentemente folle e autodistruttiva l’élite politica e di
comando del nostro Paese e dell’U.E. (nata, per altro, come strumento di
pacificazione mondiale).
Infine, La Guerra d’Argo,
l’opera centrale del lavoro di Abati, che dà, non solo il titolo alla raccolta,
ma ne rappresenta il piano ontologico all’interno del quale si sciolgono tutte
le circostanze narrate nel libro, ma allo stesso tempo si propone come
definizione d’una civiltà calante, nel suo tramonto (non è un caso che occidente
è il punto astrale dove il sole cala). L’Occidente, questa nostra civiltà che
continua ad ordire caos, separazioni e partizioni dopo una cinica stagione di “globalizzazione”,
colpevole di imporre la sua supremazia attraverso il reiterato rapporto neocoloniale
di credito/colpa. In questo dramma (presentato per la prima volta nel 2023),
l’autore traspone la vicenda dolorosa dello strangolamento di un popolo, le
classi più deboli, la Grecia del 2015, ad opera dall’Unione Europea, con
capofila la Germania in compagnia di FMI, BM e BCE, allestendola nella performance
della classicità del teatro antico, sull’identico default storico della
città di Argo, imposto questa volta dalla città di Atene, capofila dell’Unione
Ellenica - vicenda incastonata nella storica Guerra del Peloponneso di
Tucidide. Il tempo in questo caso è sempre paradossale (sempre prossimo a
negarsi), così che la guerra del Peloponneso, la morosità di Argo si ripete nel
vissuto dei contemporanei della Grecia di Tsipras.
Lo spazio del teatro di Velio
Abati è sempre la rappresentazione d’una comunità solidale o che tende ad
esserlo, questo ricorda le prime società tribali nella loro composizione mentre
si ponevano nella “ripetizione” di eventi sacri o quella dei contadini riuniti
nell’aia con rituali propiziatori o ancora dei cittadini della sorgente polis
nella cavea greca. Sempre una riunione di corpi senzienti/essenziali. Ora a
noi, gli attuali lettori fruitori, considerare/colmare il vuoto veritativo che tutt’ora
incombe sulle nostre vite con lo strangolamento esercitato dalla tecnica del
debito/colpa, quale fosse una maledizione trascendente, per sua natura
indefinibile.
IN DIFESA DELLE LINGUE MADRI
Adriana Scagliola usa la sua lingua madre, la lingua milanese,
per dar corpo ai suoi versi, e questo contribuisce a tenere viva una lingua che
rischia seriamente la propria scomparsa. Sarebbe un genocidio. “Odissea” che le
lingue madri difende, si compiace per questo meritato riconoscimento alla
poetessa milanese.
domenica 5 luglio 2026
LE CINQUE VIE DI MILANO
di Angelo Gaccione
Motivi per essere affezionato alle cosiddette Cinque
Vie ne ho molti: motivi sentimentali, motivi letterari, motivi artistici,
motivi politici e forse altri ancora. Vi giro di continuo, quasi sempre da
solo, e da un numero oramai incalcolabile di anni. Le Cinque Vie sono il cuore
di Milano, non come Piazza del Duomo, naturalmente, ma sono un cuore dentro il cuore, e i gioielli si nascondono qui, a pochi passi dal caos, tra le
sue strette vie, tra i suoi piccoli slarghi. Via Santa Marta, Via del Bollo,
Via Bocchetto, Via Santa Maria Fulcorina, Via Santa Maria Podone, un incrocio a
stella, una trama geometrica che annoda fili come una ragnatela, e in questa
ragnatela io mi lascio catturare tutte le volte.

Via del Bollo. Le lapidi dei partigiani
pessimamente tenute

pessimamente tenute
Le lapidi dei partigiani caduti in via del Bollo, la targa in memoria del poeta e studioso della lingua milanese Gaetano Crespi in via Santa Maria Podone, sotto il balcone della casa dove visse e morì.

La casa di Gaetano Crespi

Lo scheletro inquietante e ammonitore della casa bombardata durante la Seconda guerra mondiale rimasto in piedi fino alla recente sconsiderata decisione di farle sparire tutte queste vestigia, come se la guerra, le devastazioni, i morti non ci fossero mai stati. La sede di un movimento extraparlamentare che negli anni Settanta del Novecento segnò a fondo la mia generazione. L’atelier d’arte che ebbe vita effimera, ma diede materia abbondante ai racconti del volume Sonata in due movimenti che in quelle strette vie hanno preso vita.

L'ingresso di casa Borromeo

Gli appuntamenti nelle ore più insolite in piazza Borromeo, davanti a spiazzi ed a portoni; le soste, le follie amorose, le anime sommate ad anime che provenivano da altri luoghi, da altri mondi, da altre lingue… a vagare tra quelle arterie, a scorrervi come sangue che scorre dentro vene, a pulsare forte come pulsavano i nostri cuori… e poi la mia solitudine di scrittore che ha bisogno di silenzio per potere immaginare i secoli, le vite dentro quei palazzi, fissare un verso che arriva improvviso come uno svolazzo di rondini, che ti sorprende dove meno te lo aspetti.
TI AMO POPOLO CHE SOFFRI
di Zaccaria Gallo

Mutilato dalle armi di Israele
il popolo di Dio
Dal ventre oscuro e fresco della terra,
dall’anfora conservata con il cibo della
libertà,
nella notte folle della follia dei potenti,
tintinneranno i venti,
scompiglieranno i petali di tutti i papaveri
del mondo
e gemeranno i morti ammazzati
che sognano risvegli senza più pianti.
Giace
l’ora dell’umanità nel sangue e nel dolore
e le
ferite hanno un canto che reclina lontano
la speranza
e il desiderio.
Ma verrà
il tempo della mietitura,
per parlare
al cuore di chi vive la pace.
L’ombra
del lupo e del leone feroce
si spegnerà
in quella luce partigiana.
E s’uniranno belle fate a danzare,
come
stelle, sui fili d’erba del prato dell’amore:
le
guarderemo, sorelle,
per tutto
il lungo giorno dell’assenza di guerra.
Ti amo
popolo che soffri.

il popolo di Dio
POESIE
CIVILI
di Francesco Macciò
Sai, oggi è il 25 Aprile
Sai, oggi è
il 25 aprile. Sulle pagine
di
facebook incombono le immagini
di
chi canta Bella ciao dai
balconi
o
davanti allo schermo di un computer.
Non
è una canzone partigiana,
obietta
qualcuno, ma un’invenzione,
un
inno guerrillero che irrompe
perfino
nella Casa de papel.
La
filologia però ha partita persa
se
un simbolo la distanzia e s’avvera.
Ricordo
le battaglie elettorali,
la
vernice scarlatta sui muri
e
un controcanto che non capivo,
Fischia il vento, e il vento nella zuffa
tra
rossi e neri continuava a fischiare
fino
a quando divenne rosso-sangue
quella
rossa primavera.
Solo
allora, raschiato dai muri,
quel
canto si strozzò in gola
tra
strategia e strage,
lotta
armata e resistenza.
Sai,
nello stordimento generale
le
cose non sono molto cambiate.
Non
s’è conclusa questa bufera,
ma
dura la memoria di chi muore
combattendo,
vittima
e
carnefice di una stessa guerra.
Non
finirà neppure la paura
in
questo nostro tempo gramo
che
penetra nella carne e nelle ossa.
Oh,
com’è lontano il sacrificio
di
chi spezzando il proprio corpo
ha
sconfitto la morte con la morte.
*
Il
poeta
a
Tomaso Kemeny

Tomaso Kemeny
Non sta a destra o a sinistra,
il poeta sta sopra.
Con un occhio guarda la terra
e con l’altro la volta celeste
che custodisce e sostiene la terra.
Punta in alto, prendi bene la mira.
Colpisci quel solco di luce fioca
e ardente.
![]() |
| Tomaso Kemeny |
MATERNITÀ NEGATA
di Anna Rutigliano
La
maternità è questione complessa, intima, delicata, sulla quale argomentare,
tanto più, quando si tratta di maternità negata, sofferta, costretta all’aborto,
non solo per via delle convenzioni e pressioni socio-politiche circostanti, ma,
soprattutto, per il mancato reciproco desiderio di paternità da parte dell’uomo,
un ufficiale tedesco, di cui la poetessa berlinese Gertrud Kolmar, di origine
ebraica, si innamorò, spingendola a pensieri di depressione e suicidio. La
Kolmar visse sul proprio corpo, sulla propria pelle, un’esperienza dolorosa
tale che riuscì a mutare il seme dell’amore mai sbocciato, mai venuto alla luce,
in versi intensamente spirituali, riconosciuti dalla critica letteraria, solo
in età postuma, se per Spirito intendiamo, nell’ottica filosofica di Mancuso,
la consapevolezza ed il coraggio di essere liberi, staccandosi dalle proprie
paure e dedicandosi, non senza patimento e dolore, a qualcosa di cosmicamente elevato:
il valore dell’amore per la vita. Il desiderio di maternità della poetessa, che
mai si realizzò, divenne la forza propulsiva d’amore per insegnare ai bambini
disabili, per prendersi cura di sua madre, malata di cancro e per rimanere al
fianco di suo padre anziano piuttosto che esiliare, al pari dei suoi tre
fratelli, sino all’infausto giorno della deportazione di entrambi,
rispettivamente nei campi di concentramento di Theresienstadt e di Auschwitz.
Di seguito, propongo la traduzione della poesia Weide (Salice),
appartenente alla raccolta poetica Mein Kind (Mio figlio),
composta dalla Kolmar fra il 1927 ed il 1932, in cui elementi magici
dell’antica poesia celtica ( il salice era albero caro alla dea celtica Brigid,
protettrice dei poeti e dei guaritori) si mescolano ad episodi biblici (si
pensi al riferimento all’esilio babilonese del salmo 137) e a visioni
primordiali della natura, in cui armonizzarsi, per confluire nello spazio
infinito dell’Universo (mitten ins strömende All).
Salice
Su di te il canto mio di pioggia,
getto di polvere lucente
e tu potrai sotto adagiarti
col dolce fogliame,
giovane salice, tenera treccia
che si disseta dallo specchio
colmo di misere lacrime notturne
e sfavillante.
Umiltà di
morbide e fluide ciocche,
capo
lentamente sospinto,
che confida nei
cerchi dei cigni reali,
nei loro
silenzi;
sorridendo ti
spuntano increspature
dai capelli ,
bambino,
se posso cullarti
e avvolgerti
con delicatezza in un vento blu Nilo.
Tu cresci
profondo da terreni fangosi
al cristallo
della sorgente,
la radice ti spinge
dal peccato
nel mezzo del
fluire cosmico.
La inghiottirà
una lontra
in velenosa
morsa,
attorno a te
voglio tempeste sollevare,
Veli, che ho strappato,
ti conducono,
Madre, sull’acqua
nelle mie
tenebre.
(Trad. it. a cura di A. R.)
LIBRI
di Carlo
Di Legge
.jpg)
Raffaele Urraro
Quando
scrivo sono sorvegliato a vista
dai
grandi poeti del presente e del passato.
Raffaele Urraro nei suoi testi poetici ricerca
sempre, nonostante sia uomo colto, direi erudito, modalità semplici e
accessibili del dire, forse un ripiegarsi quasi religioso verso quel che è
significativo in esistenza, un voler conservare i giorni della fanciullezza.
Uno di quei modi di dire e di pensare è che le cose abbiano un lato oscuro e,
quindi, uno in luce, secondo l’antica opposizione /dialettica che scandisce i
nostri modi di vedere le cose. Tale il titolo del libro: il concetto degli
opposti compare tra l’altro in un testo intitolato “Il chiaroscuro della luna”, che in aggiunta è detto inquietante. Ma nella sua nota a inizio
di libro, l’autore pone il difficile problema: se cercare il lato oscuro della
realtà ci è dato solo tramite la parola, davvero noi troviamo il senso delle
cose in generale? E pochi come lui, che si occupa della parola da esperto della
classicità e di antiche letterature, possono offrire una risposta di grande,
semplice buon senso: “ci accontentiamo di scoprire quello che ci appare come
tale” e ciò che ci propizia un sorriso: le stelle o “un raggio della luna”.
Sebbene questo possa darci tanto “speranza o un po’ di conforto” quanto
“illusione”.
Illusione,
come un lieve dubbio,
Se alla
fine della strada
ci fosse
qualcuno o qualcosa…
che viene
cancellato allo svelarsi di sicura consapevolezza:
ma alla
fine del cammino
non c’è
nessuno
nemmeno
un gatto che ti accarezzi
e ti
consoli con lo sguardo profondo
dei suoi
occhi più tristi dei tuoi
- quello stesso
“filo di tristezza” che è negli occhi del cane, in altra poesia del libro. Si
direbbe: fatto psicologico, proiettivo, perché la stessa tristezza è nell’animo
del poeta. Senonché di poeta si tratta, che comunica con gli animali, maneggia
il ricordo e il tempo con delicatezza, ha a che fare a suo modo con stelle luna
e sole, mare silenzio e notte, neve e incanto, luce ombra e sogno. Egli ruba
per donare:
Io sono
ladro di stelle…
le lascio
lì
per te…
perché
possiate navigare
con un
po’ di luce…
svegliarvi
con una cometa nelle mani
Problema
è la percezione del tempo della vita che scorre via. Che i versi non vengono
dalle stelle ma “dalla carne e/dal sangue” – si ha l’impressione, leggendo, di
una indecisione centrale, al cuore di questa poesia, tra il fascino delle
parole-cose con il loro magico potere
e il pensare e interrogarsi di quello che siamo, della fine, con l’orrore del vuoto
niente. Il non voler farsi illusioni, pur avendone alla portata di molto
importanti: il pensare le parole dei poeti con la stessa ambiguità tra darsi dell’enigma
e sapere illusorio dell’enigma.
Non ci
sono segni di punteggiatura e le sole maiuscole presenti si trovano a inizio
d’ogni testo. A sottolineare le pause del ritmo e del respiro, della lettura,
dunque, i singoli brani poetici e i versi, disposti talora con lievi asimmetrie:
si tratta di un unico flusso di parola, pur scandito in pensieri alquanto
difformi, che fa un libro di poesia.
Raffaele
Urraro
Il lato oscuro delle cose
RP libri,
S. Giorgio del Sannio (BN), 2019
![]() |
| Raffaele Urraro |
sabato 4 luglio 2026
NATO IL 4 DI LUGLIO
di
Franco Astengo
Il mondo sta per ricordare i 250
anni dell’indipendenza USA evocando il fantasma del 4 luglio 1776 nel pieno
dell’epoca trumpiana. Cosa resta allora di quel tentativo effettuato
oltreoceano di costruire una nuova forma di stato e di governo fondate su di un
esperimento democratico in quel momento senza precedenti al mondo? Abbiamo
vissuto tutto l’arco di tempo intercorrente tra la fine della seconda guerra
mondiale ad oggi, abbiamo vissuto la contrapposizione della guerra fredda e la
successiva illusione della “fine della storia” con l’assunzione da parte degli
USA del ruolo di “gendarme del mondo”, abbiamo introiettato il “way of life”
fondato sul consumismo e l’individualismo, fenomeni che hanno “sfrangiato” la
nostra identità culturale e sociale allontanando l’idea di una solidarietà di
massa quale avevamo vissuto nei 30 gloriosi, è stata ridotta a simulacro la
struttura degli impianti istituzionali. Adesso gli USA appaiono sulla via di un
nuovo pericoloso destino imperiale fondato sulla tecnocrazia e la guerra. Negli
USA e nel mondo comandano i signori dell’high-tech che stanno trasformando
l’idea stessa dello Stato come l’abbiamo conosciuta dalle settecentesche
rivoluzioni borghesi in avanti.
Una
democrazia ridotta al dominio della “proprietà privata”. Negli stessi USA,
terra delle grandi contraddizioni, sta però avanzando un risposta nuova fondata
su una ipotesi di socialismo democratico capace di coniugare l’insieme delle
fratture che la modernità ci sta imponendo intrecciandosi con quelle
“classiche” di derivazione dall’analisi marxista delle relazioni di classe. Non
possiamo rimanere inerti e passivi di fronte a questa ipotesi di scontro tra
l’imperialismo tecnocratico che punta direttamente a dominare il mondo e un’idea
di socialismo che sembra misurarsi su di una sorta di “nuova democrazia
diffusa” fondata sui bisogni e la gestione alternativa a quella capitalistica
delle derive sociali in atto. Questa ipotesi di socialismo democratico
contrasta anche con quella “sinistra liberale” che, all’inizio di questo secolo
aveva concesso tutto all’idea del profitto e dello sfruttamento. Una sinistra
“liberal” che aveva usato le armi della destra fino al punto di spalancare le
porte a quell’egemonia tecnocratica fondata sull’accumulazione di ricchezza
quale fattore di potere assoluto dei cui effetti stiamo assistendo con
spavento, nell’apparente incapacità collettiva di pensare soltanto a un qualche
meccanismo di regolazione. Gaza ha dato il segno dell’impotenza delle cosiddette
“democrazie liberali” ormai tagliate fuori anche da qualsiasi ipotesi di
compromesso, di trattativa, di intervento concreto.
Il documento adottato nel luglio
1776 dai padri fondatori del nuovo stato conteneva una triplice valenza di
proclamazione dei diritti naturali dell’uomo, dei fini generali dell’azione di
governo e di atto d’accusa nei confronti del Re (sfidando la “lesa maestà” che
pure vigeva anche in una monarchia non assoluta come quella britannica). La
dichiarazione fu però importante anche come atto politico perché accelerò la
costituzione di nuovi governi in grado di occupare gli spazi vacanti dopo la
scomparsa delle ultime vestigia dell’autorità imperiale.
Oggi il socialismo democratico si trova nuovamente a dover fare i conti con un rinnovamento dell’imperium. In quel 1776 attraverso la redazione di documenti costituzionali di impronta repubblicana e popolare e di dichiarazioni dei diritti dei cittadini si sarebbe avviato il complessivo riesame di concetti come rappresentanza, consenso, costituzione, diritti, sovranità e l’avvio di una riflessione originale in fatto di organizzazione dello Stato, che nel caso specifico assunse la veste federale. La forma scelta fu quella repubblicana: oggi proprio sulla forma repubblicana (anche rispetto a quella particolare delineata nella Costituzione italiana) andrebbe appuntata la nostra attenzione mentre sono in atto molteplici tentativi, da diverse parti, di porla radicalmente in discussione: Trump è soltanto la punta dell’iceberg di un movimento profondo che punta a scindere libertà e democrazia e affermare nuove logiche di dominio. Per cercare di contrastare questa deriva forse vale la pena di tornare a pensare di riuscire a tenere assieme socialismo e democrazia in una sintesi che tenga conto dei limiti imposti dal vorticoso processo di nuova dimensione delle relazioni sociali, politiche, culturali, tecniche che stanno imponendosi mentre gli USA ricordano i loro 250 anni.
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