UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 13 aprile 2026

PER PEPPINO IMPASTATO
di Anna Rutigliano
 

Peppino Impastato

Il fonogramma dell’allora procuratore capo Gaetano Martorana, così recitava quella notte tra l’8 ed il 9 Maggio del 1978, dinanzi al ritrovamento dei resti umani di Peppino Impastato, dopo l’esplosione dinamitarda sui binari: “persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”.
Sono trascorsi 24 anni dalla sentenza della Corte d’Assise di Palermo che condannava all’ergastolo Gaetano Badalamenti, lo “zu Tano seduto” del programma satirico radiofonico di controinformazione e  di denuncia antimafia, Onda Pazza, quale mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, anche se di anni ne sono stati scontati soltanto due, in quanto il colpevole è deceduto nell’Aprile del 2004 e altrettanti ne trascorsero da quel 9 Maggio del 1978, lo stesso giorno dell’uccisione di Aldo Moro in via Caetani a Roma, perché fosse finalmente restituita dignità, dopo anni di depistaggi, inchieste e occultamento delle prove per collusione delle forze dell’ordine con lo Stato mafioso, ad un intellettuale politico e attivista, dal destino già segnato, per essersi opposto coraggiosamente agli pseudo valori di legalità e di rispetto della propria famiglia, intrallazzata con le cosche mafiose di Cinisi e dintorni e coinvolta con i traffici di droga provenienti dagli Stati Uniti, disonorando soprattutto suo padre Luigi: il tutto reso possibile grazie alla tenacia di mamma Felicia e di suo fratello più piccolo, Giovanni, nonché dei compagni militanti di Peppino.



Accade così che nelle pagine del libro-memoria Mio Fratello, tutta una vita con Peppino, di Giovanni Impastato, (Libreria Pienogiorno), si respiri pienamente quella curiosità e voglia di ricerca, impartita sin dalla tenera età, dall’educazione amorevole dello zio Matteo, divoratore di giornali e appassionato di lettura, dispensatore di libri essenziali nella formazione del pensiero soggettivo e critico di ogni individuo, mosso dall’amore per la sapienza trasmessa al nipote Peppino. Leggiamo a pag. 198 il prezioso monito di zio Matteo: “La banalità e la superficialità sono nemici della vostra crescita, nun vi duviti mai firmari, guardatevi sempre attorno, non accontentatevi di quello che molti tentano di farvi credere in maniera sbagliata. Bisogna essere critici, propositivi e costruttivi. Chistu pò succediri sulu cu u studiu e la conoscenza”. Peppino in seguito, non solo si iscriverà alla facoltà di Filosofia di Palermo ma comporrà anche alcune poesie d’amore, probabilmente indirizzate ad una certa Anna, tanto da apparire agli occhi ingenui di suo fratello Giovanni, un ragazzo  vivace, serio, intelligente e protettivo, lo spirito audace della casa, ribelle alle condizioni dettate dall’esterno, contraddistinto dall’instancabile ricerca della verità nel profondo anche quando pericolosa e scomoda, immerso a capofitto nella vita politica e sociale ma non nella leggerezza della vita. 



Del rapporto fraterno di Peppino e Giovanni ho trovato singolare l’intesa di complicità che si instaura fra i due, nonostante la differenza d’età di 5 anni e quel sentimento di paura che accompagna sin dalle prime pagine il piccolo Giovanni, allorquando decidono in totale simbiosi di adottare la strategia del silenzio, una sorta di tacito accordo essenziale ai due giovanissimi investigatori, tutte le volte che si rendono testimoni dei loschi soggiorni degli amici latitanti del papà Luigi e dello zio Cesare Manzella, capo della mafia di Cinisi, per discutere di affari a cui né i “picciriddi” né le donne di casa hanno libero accesso. Ogni movimento, ogni ritrovamento, come la scoperta della botola segreta, nascondiglio e via di fuga dei latitanti, ogni parola detta e taciuta dagli adulti, ogni sguardo triste di mamma Felicia, ogni espressione di preoccupazione della zia Fara, ogni individuo che si aggira presso la tenuta di zio Cesare ed in casa Impastato, rappresentano un pezzo del grande puzzle che Peppino vuole comporre a tutti i costi, per confermare a se stesso quanto la mafia sia prepotentemente radicata tanto nel modus vivendi delle famiglie siciliane quanto all’interno delle istituzioni socio-politiche dell’Italia dell’epoca, intaccando i principi e valori di Libertà di pensiero e di rispetto e quanto, inoltre, sia direttamente proporzionale e forte in lui la convinzione di doverla combattere in prima linea, di dover estirpare il male mafioso fondato sulla schiavitù e sulla corruzione di pensiero, specialmente dopo l’assassinio al tritolo dello zio Cesare. L’omicidio dello zio Cesare, infatti, rappresenta un punto ulteriore di svolta nelle indagini del giovane Peppino che culminano sia nella cacciata di casa da parte del papà Luigi che lo reputa fin troppo comunista, disonorando in tal modo la famiglia,  sia nella fondazione del giornale politico “L’idea” e di “Radio Aut” così come nella conduzione del programma radiofonico “Onda Pazza” in cui Peppino denuncia e deride impavidamente mafiosi e politici locali definendo la mafia “Una montagna di merda”. 



Giovanni, frattanto, dopo aver letto il libro Il giorno della Civetta di Sciascia, prezioso dono regalatogli da Peppino, il quale, sulle orme di zio Matteo, desidera inculcare nel fratello minore, una coscienza politica, un pensiero libero e svincolato da condizionamenti, tanto più se di origine mafiosa, sostiene energicamente il lavoro di sensibilizzazione culturale avviato da Peppino e dai suoi compagni militanti nel territorio di Cinisi e della limitrofa Terrasini, organizzando incontri e riunioni di natura intellettuale, in cui cinema, arte e letteratura trovino ragion d’essere, lui Giovanni, meno pragmatico, consapevole di non essere pronto per il grande salto nella lotta di classe, al pari di Peppino: “Io, il borghese consapevole che non ha ancora deciso di fare il salto” (pag. 218), ma in seconda fila per ricordare a Peppino sempre di stare attento, di non rischiare troppo eppur collaborativo con la sua 128 gialla per coinvolgere quanti più giovani possibili nel nuovo attivissimo circolo Musica e Cultura da poco costituitosi. Dopo la morte di papà Luigi, investito da un’auto in tarda notte, dopo la chiusura della sua pizzeria, in verità ammazzato su mandato dai suoi amici mafiosi, Peppino rifiuta categoricamente la stretta di mano di Don Tano al funerale: “Itivinni, nun siti degni di strìnciri a me manu” (pag. 256). Il “vaccaro boia” è l’ appellativo conferito a Badalamenti da mamma Felicia. 




Con quella morte la famiglia Impastato si trova a vivere momenti di intensa paura e angoscia, si sentono privi della protezione del papà, paura che invece non intacca l’attivismo politico di Peppino portandolo a candidarsi alle elezioni comunali nel Maggio del ’78 per il partito di Democrazia Proletaria. Peppino vuole e deve combattere su due fronti: quello della lotta politica umile e giusta, non armata e pacifica per la collettività e quello della sua lotta segreta familiare antimafia. Così, rivolgendosi a suo fratello, Peppino, in piena campagna elettorale, afferma soddisfatto: “Come vedi, Giovanni, la promessa che io ho fatto quindici anni fa è stata mantenuta, credo sia il caso di iniziare fin da ora a mantenerne qualche altra, magari per altri quindici anni ancora. Ci vediamo domani e ne parliamo con calma” (pag. 259).




Peppino, il “dissacratore pasoliniano”, non tornerà mai più da quella sera, ma rivivrà per sempre, ostinatamente nei lunghi anni a venire per volere di mamma Felicia, del fratello Giovanni, dei compagni militanti e di tutte quelle persone ed istituzioni che hanno creduto, vedi i giudici Falcone e Borsellino fondamentali nelle inchieste sul mafioso Gaetano Badalamenti, e che ancora credono che la giustizia sociale sia una responsabilità davanti al mondo, per usare le parole di Giovanni Impastato, perché Peppino risorge ogni giorno e tutte le volte che fra i banchi di scuola, in famiglia e nei rapporti socio-economici e politici si rispetti la dignità di ciascun individuo senza prevaricazioni, senza atteggiamenti arroganti e disonesti ma volti a costruire la Pace. Per questo anche noi, come il fratello Giovanni Impastato, tutta la vita con Peppino.

LA FAMIGLIA CHE VIVE NEL BOSCO
di Antonio Vox
 


La questione della “famiglia del bosco”, dopo un breve fuoco di paglia mediatico, è scomparsa dalle cronache. Evidentemente non interessa più a nessuno, visto che tutti i media sembrano coinvolti nelle vicende internazionali di guerra dove la piccola Italia non ha voce in capitolo.
Eppure quella vicenda della famiglia è la spia di un disagio sociale diffuso di cui il sistema politico, già indaffarato in campagna elettorale, non si vuole occupare. Eppure in quella vicenda ci sono delle vittime.
Sul “Gazzettino di Gela” del 6 aprile è apparso un breve ma significativo articolo di Grazio Trufolo, Segretario Nazionale del PLI (Partito Liberale Italiano) così sintetizzato nell’incipit: “L’allontanamento dalla famiglia deve essere una misura da usare solo in casi estremi”.
Il Segretario così si esprime nel corpo dell’articolo: “i figli minorenni possono essere allontanati dal proprio nucleo familiare esclusivamente in presenza accertata di violenza o grave pericolo per la loro incolumità fisica e psicologica”. Sembra una banalità tanto il concetto appare radicato nella società: il nucleo familiare è il granulo più piccolo ma essenziale ed esistenziale di ogni comunità civile. Eppure, è successo proprio il contrario. 
Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila, nel Novembre 2025, ha disposto, per una famiglia che viveva nel bosco di Palmoli (CH), la sospensione della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori. I tre figli, minori, sono stati affidati, accompagnati dalla madre, ai servizi sociali.
Le motivazioni? Eccole: Le condizioni di vita dei minori ritenute fragili e inadeguate, tra cui la mancanza di scolarizzazione e di assistenza pediatrica; oltre che di una adeguata socializzazione. Il tutto con la formula usuale del “superiore interesse dei minori”, una bambina di 8 anni e due gemelli di 6. Basterebbe fare un giro per l’Italia per sospendere la responsabilità genitoriale ad una caterva di famiglie italiane “costrette”, da disagi economici ed esclusione sociale, ad una vita di stenti.
La domanda è, dunque: quelle carenze non avrebbero potuto essere risolte senza la sospensione della responsabilità genitoriale? Senza penalizzare il nucleo familiare?  La questione, però, si complica: nel marzo 2026, il Tribunale dispone l’allontanamento della madre dai figli, per comportamenti non collaborativi.
La domanda è, dunque: di quale collaborazione si tratta? O si tratta di differenti visioni sulla “gestione dei figli?”.



Nell’Aprile 2026, alcuni esperti hanno depositato una relazione al Tribunale parlando di traumi per i bambini e invocando il ripristino del nucleo familiare. Per intanto, i bambini hanno trascorso la Pasqua senza i genitori.
Non si vuol qui entrare in questioni giudiziarie o di valutazione sociale sia perché si entrerebbe in un ginepraio di norme e sensazioni, di procedure e convincimenti, di burocrazia e senso della libertà, di presunzione d’esperti e tradizioni; sia perché è appagante godere di un rifiuto strutturale dei dibattiti di facile radicalizzazione e senza costrutto.
Qui ci si deve chiedere fin dove può arrivare l’invadenza dello Stato nel sospendere il ruolo del genitore e quella della assistenza sociale, nel surrogare tale ruolo. Non è questione di giurisprudenza nella quale si è dichiaratamente ignoranti; è questione di visione di vita e di cultura.
Lo Stato dovrebbe risolvere, senza peraltro generare drammi, ansie e frustrazioni, situazioni che non rispettino la obbligatorietà scolastica e un adeguato regime igienico sanitario; l’assistenza sociale dovrebbe supportare, senza pretendere di surrogare il ruolo genitoriale, individui, famiglie e comunità in situazioni di disagio, emarginazione e bisogno.
Arrivare a disgregare una famiglia è questione di tutt’altra natura.
Pertanto, è facile concordare con il citato Trufolo quando sostiene che  questa è una misura da applicare solo in casi estremi.
Nel caso in esame, non sembra che si sia operato con giudizio ed equilibrio.
Sembra, invece, che abbia influito una visione soggettiva di carattere totalitario, basata su tesi dottrinali che hanno il difetto di essere solo tesi figlie di una visione della vita, forse tecnica ma certamente soggettiva.
Ora, se il minore è bene che cresca in spazi e in ambienti che “garantiscano sviluppo, socializzazione, salute e integrità della propria identità”; allora lo Stato civile e l’Assistenza Sociale hanno il dovere di costruire questi spazi per accogliere i minori ma non certo per escludere i genitori, in generale gli adulti. Quegli spazi non sono aridi; sono spazi umani prima che tecnici; quegli spazi costruiscono le identità; in quegli spazi convivono tutte le età; e sono queste che costituiscono la ricchezza dello spazio e il virtuoso procedere della maturità. Infatti, il dilagante riduzionismo del XII secolo che esalta il tecnicismo, (quell’approccio metodologico e filosofico che mira a comprendere sistemi complessi scomponendoli nelle loro componenti più elementari, basandosi sull'idea che il “tutto” sia la somma delle sue parti) crede di poter scomporre la vita a piacimento della dottrina in voga. Poi, però, non riesce più a ricomporre il sistema integrato. Così non si fa scienza ma si perde di certo la visione olistica. La famiglia è un sistema olistico integrato.
Ora, la professionalità del Giudice, dell’Assistente Sociale o di chi costruisce dottrine è, per definizione, tecnica, specialistica; difficilmente olistica.
Ecco che si rientra nelle domande già fatte: dove deve fermarsi la invadenza dello Stato? Dove si esaurisce il ruolo dello Stato? È questa invadenza che crea disagi e frustrazione, sentimenti anti sistema e conflitti sociali, minacce via social, lotta di partiti: caos labirintico senza uscite. È questa invadenza che compagina le carte e genera dibattiti surreali come quello che tratta di chi siano i figli: dello Stato o della famiglia?
Sembra proprio che la famiglia che vive nel bosco, fra le tante famiglie italiane disagiate, abbia vinto un premio speciale. La Natura propone una netta soluzione: equilibrio, che si controlla non generando inutili tensioni. La cultura di cui siamo portatori non contempla l’annichilimento della famiglia.

 

ALLA BIBLIOTECA SICILIA DI MILANO
Quel che noi non siamo.



Conversazione con Gianni Biondillo e Angelo Gaccione
 
Venerdì 17 aprile 2026 ore 17,30

Via Luigi Sacco n. 14 Fermata De Angeli 

della linea Rossa della Metropolitana MM1

 

AL GIARDINO DELLA MEMORIA DI MILANO
In memoria del fotografo Francesco Radino





FIRENZE
Sguardi critici su un mondo in fiamme

 


FIRENZE. IDRA CHIAMA A RACCOLTA

idrafir@gmail.com (Tel. 055 - 7602773)


 


BENVENUTA PRIMAVERA!
Colli Aniene con Poesia, Musica, Arte.





domenica 12 aprile 2026

LE “TORRI GEMELLE” DELL’ARENGARIO
di Angelo Gaccione
 

L'Arengario

Milano ha le sue “Torri Gemelle”, torri è un sostantivo azzardato dal momento che in altezza non credo superino i trenta metri, ma gemelle lo sono. Sto parlando dei due corpi identici che affacciano su Piazza del Duomo e che compongono quello che è a tutti noto come il Palazzo dell’Arengario. I due edifici, dal gusto apertamente fascista (la loro costruzione era iniziata nel 1936), si presentano visivamente come fossero tre blocchi sovrapposti ciascuno. Dalle alte aperture, ai portici, alle arcate, alle decorazioni di Arturo Martini, alle balconate, fino ai tetti a padiglione, i due edifici sono simili. 


I sestieri di uno dei bassorilievi

Quello che si è fuso con un braccio del palazzo Reale differisce dall’altro per lo scalone alla sua sinistra. Ora è divenuto l’ingresso al Museo del Novecento. Un tempo non erano uniti, e lungo l’apertura (Passaggio Arengario mi piace nominarlo, ora che non c’è più) transitava il tram che costeggiava il Duomo e il Palazzo dell’Arcivescovado. Per anni ho attraversato quel passaggio, e per anni, quando mi toccava il turno di lavoro fino alle ventitré, facevo i pochi metri che da piazza Missori arrivano in via Dogana imboccando il corto segmento di via Cappellari, e prendevo il tram che mi portava a casa. 



Nel corso del tempo dell’Arengario ho sempre sentito parlar male; fra i tanti che avrebbero voluto vederlo demolito c’era il mio amico Roberto Guiducci, noto urbanista e sociologo coltissimo. Io, avendolo visto sempre lì, mi ci ero affezionato; e poi non volevo che tutto ciò che richiamasse il fascismo fosse demolito: non foss’altro perché le generazioni più giovani come la mia, potessero metterlo a confronto con le architetture di epoche differenti e capirne il senso. Per fortuna è sopravvissuto.
Ho davanti agli occhi la sua gradinata, lo slargo fra il Palazzo Reale e il Duomo con le scene del film Mussolini ultimo atto che vi ha girato il regista Carlo Lizzani nel 1974. Non era bello neppure il palazzo che c’era prima del 1936, come ho potuto vedere da una foto di quel tempo, poi demolito. Le costruzioni gemelle hanno avuto il merito, se non altro, di creare una specie di cornice che dall’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele esalta e racchiude il parallelepipedo della Terrazza Martini con i suoi quindici piani o più. 


La Terrazza Martini nell'ora blu

Tale è la sensazione visiva di chi allunga lo sguardo verso piazza Diaz, che però ha perduto il carattere di piazza da quando vi è stato posizionato il monumento ai carabinieri e la brutta cabina di un ascensore che conduce nel ventre di un parcheggio sotterraneo. Il traffico disturba l’attenzione e lo spazio appare abbastanza limitato rispetto alla volumetria degli edifici. Per fortuna i portici permettono ai passanti di cogliere da varie postazioni la trama razionalistica di una architettura moderna solida, massiccia, imponente.


Nella sfera...

Oggi una delle “gemelle” è diventata sede del Museo del Novecento e contiene tante opere degli artisti futuristi, Boccioni in primis; considerato il contenitore, ci stanno benissimo. Ma vi ha trovato casa, finalmente, com’era giusto che fosse, anche la gigantesca installazione di Enrico Baj: I funerali dell’anarchico Pinelli in una sala tutta per sé. 


Davanti all'installazione
di Baj

È un museo che non stanca: non è esageratamente vasto e non è esageratamente affollato. Lo si può godere con agio senza venirne sopraffatti. È un museo davvero della città, per le tante donazioni private che lo hanno reso possibile. Salendo verso la “Sala Fontana” la vista è magnifica: affacciarsi dalle sue vetrate e vedere il Duomo dall’alto è uno spettacolo impagabile. Visitatori e coppiette di innamorati si fanno fotografare con la cattedrale alle spalle, con la piazza o la Galleria. Cedendo alla tentazione, mi sono fatto fotografare anch’io da una giovane coppia di stranieri. 



Dalla parte opposta svetta un pezzo del “mio” amato Campanile di San Gottardo con il suo bel cotto rossiccio, ma questo l’ho fotografato da me: è un nostro segreto.    



 
  
 

 

  

LE SUTURE DI SCARAMUZZA
di Tiziana Canfori
 

Gabriele Scaramuzza

Ci si aspetta, forse correttamente, che a parlare di un libro appena uscito sia un lettore esterno e disinteressato, immaginando che la distanza restituisca una lettura imparziale. Nel mio caso non è così, lo dico subito: ho collaborato con l’autore e ho anche costruito con lui un capitolo del libro. La mia è l’opinione di un “abitante” del libro, che ne scrive dall’interno. Fatta la doverosa premessa, ecco le mie impressioni su Suture di Gabriele Scaramuzza. Il libro raccoglie interventi in parte provenienti da pubblicazioni precedenti e ripete la formula spezzettata che contraddistingue altri libri di Scaramuzza: ricordi, impressioni, letture, riflessioni. A riunire queste pagine sparse è un titolo che dà unità al tutto e regala una prospettiva di lettura appassionante: sutura è qualcosa di volontario, la ricomposizione di due margini, il desiderio di risanare, di capire. Nella sutura c’è fatica, intelligenza, dolore e rispetto; per questo il richiamo all’arte del Kintsugi, citato nella premessa, è suggestivo e calzante. L’arte della sutura è l’arte del vivere, in fondo, del trasformare la sconfitta in un passo avanti, una difesa dell’esistenza, ma a ricordare questa vittoria resta comunque una cicatrice che l’oro non nega.
La prima cosa di Suture che s’incontra è la copertina: una “Girandola-segnavento” di Giancarlo Consonni, ultimo regalo dell’artista recentemente scomparso. L’immagine non descrive una ricucitura, ma piuttosto quanto nel libro è processo di interpretazione e ricomposizione: la girandola di Consonni, nel suo disegno limpido, è una relazione, un equilibrio, un aggiustamento… Mi emoziona ricordare che l’autore di questa copertina ha dato prova in passato di essere uno dei lettori più attenti e sensibili degli scritti di Scaramuzza. Una combinazione di anime forse non casuale. All’interno un indice che in parte ripercorre i grandi amori di Scaramuzza: la Shoah e la cultura ebraica, Kafka, Verdi, i ricordi, gli studi, le riflessioni sulla spiritualità e sulla morte. C’è qualcosa di antico, per chi conosce l’autore, ma presto si scopre che c’è anche il nuovo, ed è proprio nelle suture, nel collante che accoglie questi pensieri e li tiene in equilibrio. Il lettore può quindi percorrere il libro come un esercizio di pensiero, saltando fra argomenti diversi e cercando anche nel proprio modo di leggere la scintilla di una riflessione vivace, quasi in dialogo con l’autore. E infatti a molte delle cose scritte viene voglia di rispondere, come ho avuto l’occasione di fare io con il contrappunto in “Qual figlia m’abbracciate…”.
Coinvolgenti, a mio avviso, gli interventi su Kafka, dove cercare l’equilibrio è anche accettare coraggiosamente domande aperte, che restano senza soluzione.
Fra i molti ambiti delle suture di Scaramuzza, insieme alle profonde radici culturali, emerge una vitalità che rende dinamici ed empatici i rapporti con personaggi, autori, forme di pensiero; una vivacità che attrae e invita al confronto. Perché le suture, quelle vere, si fanno nella carne viva.


 
Gabriele Scaramuzza
Suture
Mimesis Edizioni 2026
pp. 128, € 14,00

 

POETI STRANIERI


Nahid Ensafpour

Nahid Ensafpour, autrice bilingue, poetessa e traduttrice, nata nel 1961 a Teheran, vive dal 1985 in Germania, a Colonia. Ha studiato Letteratura tedesca moderna e filosofia. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate in numerose antologie e riviste letterarie tedesche e internazionali. Dal 2014 ha pubblicato diverse raccolte poetiche. È membro dell’associazione mondiale degli scrittori “Liceo Poetico de Benidorm” e del PEN Club in Austria.



E le parole tacevano  
 
Quale parola custodisce il nostro dolore
che colpisce in pieno il cuore
dopo che l’oscurità si è spezzata
le parole tacevano
anche la vita si disfaceva.
Prigioniera di sentimenti ammutoliti,
nella casa della disperazione sento il silenzio
parente dell’angoscia e della morte.
Senza parole, senza nomi,
il respiro che s’infrange,
la mia lingua
comincia a balbettare.
 
[Trad. dal tedesco di Antje Stehn]
 

  

 

   

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