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(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 26 gennaio 2026
REFERENDUM
di
Marcello Campisani

Chi non paga mai sono
i politici
A quanti non riesco ad insegnare
- perché molto c’è da approfondire -
che un NO forte dovrà risuonare
questo posso almeno suggerire,
che dire potrà che fu sapiente,
per avere agito con prudenza,
chi ben sa di non sapere niente
di diritto e di giurisprudenza,
se al referendum voterà di no.
Ciò perché la folle aberrazione,
anche col suo voto contrastò,
di deformare la Costituzione.
La materia è tanto complicata
che parlar di carriere giudiziarie
è già, di per sé, una cantonata,
perché si tratta di funzioni varie.
Mai dire di sì ad un cambiamento,
perché chi cambia la Costituzione,
senza che chiaro sia il miglioramento,
di solito ne vuol l’abrogazione.
![]() |
| Chi non paga mai sono i politici |
REFERENDUM
di Luigi
Mazzella
Breve
vademecum
Caro Direttore
e cari lettori non dite che repetita stufant.
Sul tema della separazione delle carriere ho immaginato questa facile esemplificazione.
Tizio partecipa
a un concorso (di primo grado: dopo la laurea) bandito dalla
Amministrazione centrale dello Stato e lo vince: diventa impiegato pubblico e
assegnato a svolgere un’attività chiaramente amministrativa.
Caio fa una
scelta più ambiziosa: partecipa a un concorso per pochi posti di difensore
in giudizio e consulente legale dello Stato che prevede una prova di
primo (procuratore) e una di secondo grado (avvocato). I due concorsi sono
banditi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quando Caio li vince: è
assegnato, prima come procuratore, poi come avvocato a svolgere attività di
difesa e consulenza legale delle Amministrazioni dello Stato, in materia civile
(compresa la costituzione di parte civile nei processi penali) o
amministrativa. E ciò: o presso l’Avvocatura Generale o presso una delle
Avvocature Distrettuali.
Livio e
Sempronio sono due amici, entrambi
laureati in Giurisprudenza
che scelgono
sceglie anche essi, come Tizio, di fare un concorso di primo grado (dopo la
laurea) bandito dal Ministro della Giustizia per entrare in Magistratura.
Entrambi, con molti altri candidati, lo vincono.
Livio è
assegnato al ramo dei giudici con il compito di decidere chi, nella lite, abbia
ragione e chi torto.
Sempronio ha il compito
degli avvocati dell’accusa, con la funzione di rappresentare
l’interesse alla punizione dei rei proprio della sua amministrazione, deputata
alla cura del settore della “giustizia”. Or dunque,
sul piano dei compiti e delle conseguenti responsabilità, la situazione dei
nostri quattro personaggi è la seguente:
Tizio che svolge
un’attività amministrativa deve garantire il buon funzionamento e
l’imparzialità dell’amministrazione. Essendo un dipendente pubblico, il
suo Ministro può essere tenuto, con l’istituto dell’interpellanza
parlamentare a dare spiegazioni alle Camere elette circa
l’atteggiamento tenuto da un suo organo su un determinato fatto o una
determinata situazione, se ritenuto illegittimo, non corretto, poco
ortodosso!
Caio, come
procuratore o avvocato dello Stato si trova in analoga situazione, con la sola
differenza che a rispondere al Parlamento per il suo operato è il Presidente
del Consiglio dei Ministri, nel cui ambito è collocata l’Avvocatura dello
Stato.
Livio che è
assegnato a funzioni giudicanti è soggetto soltanto alla legge (ovviamente
come da lui interpretata) ed in nome dell’indipendenza e dell’autonomia,
necessarie per il suo delicato compito, non v’è autorità che possa essere
chiamata a rispondere del suo operato. Si tratta, in altri termini, di una
manifestazione palese di autocrazia assoluta ritenuta essenziale e riconosciuta
anche da ogni democrazia.
Sempronio, assegnato a
compiti di mera “accusa” deve fare i conti con il fatto che tale collocazione
lo pone fuori dell’ordine giurisdizionale: egli non ha il compito, come il
giudice, di dicere ius (da cui giurisdizione: iuris
dictio) ma solo quello di rappresentare l’esigenza di buona amministrazione
che i rei siano sottoposti a giudizio penale e, se del caso, condannati. Svolgendo compiti latamente “amministrativi”, il Ministro della Giustizia
che gli corrisponde lo stipendio, dovrebbe rispondere in Parlamento per un
suo operato “aberrante” ed invece non è così. Allo stato, il Pubblico
Ministero gode, senza alcuna comprensibile e accettabile giustificazione della
stessa “autocrazia” del giudice (id est: non risponde per niente ed a
nessuno anche degli errori più madornali), del tutto assurda in un ordinamento
democratico, siede in udienza nell’alto scranno dei giudici (laddove dovrebbe
trovare posto, invece, nella parte bassa dell’emiciclo, accanto a
tutti gli altri avvocati portatori di istanze da sottoporre a giudizio), non si
riesce a tenere il conto dei suoi “svarioni” in questi anni di
deformata democrazia italiana (in nessun altro ordinamento civile l’accusa ha
la stessa posizione autocratica).
Et de hoc
satis, anche se non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e
l’odio di cui si nutrono abbondantemente religiosi devoti e politici
fanatici, invasati delle due ideologie contrapposte e ugualmente aberranti,
trasformerà una occasione utile per migliorare una Costituzione (che non è
affatto la migliore del mondo, come hanno sempre pensato i “trinariciuti”) in
una rissa da trivio tra persone che non intendono ritirare il cervello dall’ammasso
in cui l’hanno depositato!
domenica 25 gennaio 2026
LA PAROLA COME DESTINO
di Francesca Mezzadri

A. Gaccione. Gennaio -2026
(Foto: Azzurra)
Con Una
gioiosa fatica 1964-2022 (La Scuola di Pitagora, 2025 pagine 160 € 16),
Angelo Gaccione raccoglie sessant’anni di poesia e coscienza civile. A curarla
è Giuseppe Langella, con ouverture di Franco Loi, introduzione di Tiziano Rossi
e postfazione di Fulvio Papi: un quartetto che già annuncia l’altezza del
progetto. Il libro è un poema della condizione umana, costruito come un cammino
morale in dodici stazioni - dalla memoria alla ribellione, dalla pietà alla
gioia, fino al mistero. Gaccione restituisce alla parola la sua antica
funzione: dare voce all’uomo e alla sua coscienza. La lingua è limpida,
necessaria, sempre nutrita di pietà. Nelle Ritrovate parla la giovinezza, nelle
Illuminate la testimonianza, nelle Milanesi la città ferita e viva. Ogni
sezione è un modo di stare nel mondo, un gesto di resistenza poetica. Tra
tutte, spiccano Le Sacre, dove la spiritualità si fa terrestre: pane, vino,
amicizia, terra. Qui si colloca la poesia “La classe morta”, composta a Parma,
che vibra di una forza rara. La città ducale, silenziosa d’agosto, diventa
teatro di un gesto di pietà universale: il poeta siede sui gradini del
Battistero e, davanti al Cristo di Antelami, parla ai bambini di Beslan. Il
marmo rosa del Battistero, il chiarore del cielo emiliano, l’eco del silenzio
cittadino: tutto si fa preghiera. Parma, con la sua misura e il suo pudore,
sembra offrire al poeta la lingua più adatta alla compassione. Non è un caso
che Gaccione scelga qui di unire il dolore del mondo alla bellezza dell’arte:
la poesia nasce dalla pietà, ma si eleva nella luce di una città che da secoli
accoglie la bellezza come forma di fede.

(Foto: Azzurra)

Parma: Duomo e Battistero
La classe
morta
Oh, no! Voi
non eravate la classe morta di Kantor;
voi eravate
il germoglio non la spiga matura.
Quel limpido
luminoso settembre
alla Scuola
Numero Uno¹
non è apparso
nessun dio benigno
ad
annunziarvi la lieta novella.
È venuto
invece l’uomo nero e ha gridato:
“Io sono il
pane della morte²… mangiate!”
Ma voi non
volevate di quel pane.
Misere ombre
di Beslan, ombre dell’Ossezia del Nord,
ombre di
altre ombre… cosa può l’ombra di un poeta
seduto sui
gradini del Battistero in una deserta città d’agosto?
Spargo sul
sagrato per voi gli ultimi grani di sale
e davanti al
Cristo di Antelami³ mi ripeto:
“Non
svegliarle, non svegliarle mai più,
fa’ che non
vi sia resurrezione.”
“La classe
morta” è forse il vertice morale dell’opera: un lamento senza retorica, che
unisce pietà e misura classica. Parma ne diventa cornice e complice, città di
silenzio e luce, dove la poesia trova la sua voce più umana. E, come scrive
Gaccione: “Finché lascerete in piedi l’ultima rovina, noi saremo là a
ricordarvi che siamo stati dalla parte della vita: voi no”.


La copertina del libro
Note
1 Fra l’1 e il 3 settembre 2004 nella Scuola Numero Uno di Beslan
nell’Ossezia del Nord, un gruppo armato di separatisti ceceni vi fa irruzione
sequestrando tutto il personale compreso gli scolari. L’assalto dei corpi
speciali russi si trasforma in una strage: i morti saranno più di 300, oltre
700 i feriti, 186 bambini perderanno la vita.
2 Riferimento al Vangelo di Giovanni, discorso di
Gesù a Cafarnao (vv. 6,48) “… Io sono il pane della vita…”
3 Benedetto Antelami: Deposizione dalla croce
(1178), rilievo marmoreo nel Duomo di Parma.

IL RACCONTO
di Francesca Mezzadri
Diecimila lire
Ai vetri
della cabina telefonica cominciarono a bussare con nocche impazienti, poi con
qualcosa di più duro, forse un anello. Il rumore arrivava ovattato, come se
fosse già sott’acqua. Un vecchio col cappello inzuppato aprì la porticina senza
chiedere permesso e infilò la testa tra i fili appiccicosi.
«Scusi, signorina… è un quarto
d’ora che telefona.»
Lei sollevò gli occhi arrossati,
gli regalò un sorriso stanco, tutto sbagliato, un sorriso che non chiedeva
scusa ma tregua. Lo supplicò piano, con un cenno. Il vecchio borbottò qualcosa
e si ritrasse, lasciando entrare una folata d’aria fredda che sapeva di pioggia
e benzina.
«Ti prego,» disse nel ricevitore,
stringendolo come fosse caldo. «Non so dove andare a dormire.»
Dall’altra parte c’era già il
vuoto. Il clic secco della cornetta posata in fretta. Sua sorella aveva
sempre avuto quel modo lì di chiudere le conversazioni: deciso, pulito, come
una porta sbattuta alle spalle. Prima di lei era stata la patronessa, voce
piatta, senza rabbia: quattro posti di lavoro, quattro licenziamenti. Come se
fosse un conto fatto a matita su un quaderno di scuola. E prima ancora il
padrone dell’alberghetto, gentile come si è gentili con chi non conta: o paga stasera
o niente camera.
Don Michele non aveva voluto
parlarle. Forse domani. Forse. Diecimila lire le avrebbe anche potute dare, ma
non bastavano. Ne servivano almeno centomila per non finire di nuovo in strada,
per restare invisibile almeno una notte.
Uscì dalla cabina. Il viale era
una ferita lunga e scura. Le luci del luna park, più in là, tremavano nella
pioggia come luci malate: giostre ferme, cavalli di legno col muso abbassato,
la ruota panoramica immobile contro il cielo basso di Milano. Quella zona era terra di nessuno, un confine tra il divertimento stanco e i palazzi che
crescevano senza anima.
La pioggia le incollava i capelli
biondi alla fronte. Stringeva il paltoncino rosso, troppo allegro per quella
notte, e la borsa nera, vuota come le sue bugie. Dette troppe volte. Camminò
qualche passo, poi si fermò. Nessuno aveva diecimila lire da darle. Nessuno
aveva nemmeno il tempo di guardarla davvero.
Ogni tanto passavano macchine che
rallentavano alla svolta. I fari la misuravano, la soppesavano, poi scivolavano
via. Milano faceva così: guardava e dimenticava nello stesso istante.
Si rosicchiò l’unghia del
mignolo. Era un gesto piccolo, preciso. Poteva farlo senza sporcarsi le dita.
Da tempo non aveva più rossetto. In tutto il giorno aveva bevuto due caffè,
entrambi annacquati, entrambi bevuti in piedi. Lo stomaco le faceva male ma non
osava chiamarla fame.
Una macchina si fermò. Motore
acceso, tergicristalli lenti. Un uomo abbassò il finestrino.
«Passaggio?»
Per un attimo pensò di no. Pensò
a come aveva giurato di smettere. A come ci aveva creduto, per qualche
settimana. Poi sentì la pioggia infilarsi nel colletto e il freddo salire dalle
scarpe.
«Sì», disse.
Salì accanto a lui. Il sedile era
caldo. Troppo. Guardò avanti, non l’uomo. Milano scorreva fuori, nera e
indifferente. Non ci riusciva, pensò. Non ancora. Forse con quelle diecimila
lire… forse. Ma i forse, a Milano, non pagavano mai una stanza.
SCAFFALI
di Giuseppe Carlo
Airaghi

Rino Lorusso
Versi
fatti con i piedi raccoglie novantacinque poesie,
generalmente in verso libero. Undici liriche, invece, seguono un preciso schema
metrico: ottava rima (“Cento giorni da pecora”, “Il peggiore dei primati”),
sesta rima (“Datore di lavoro”), sonetto giambico in endecasillabi sdruccioli
(“Andavo a piedi e ingiambai”), esperimento di sonetto in settenari monorima
(“A furia di strisciare” I e II), endecasillabi in rima baciata (“Prima
occupazione”), limerick (“Zerocrazia”), quartine di settenari a rima alternata
(“La setta dei poeti estinti”), quartine di quaternari monorima (“Lo sostengo”)
e infine un’ode in endecasillabi (“Ode ad An Post per il francobollo del Che”).
Il
messaggio centrale poggia su un ribaltamento completo di valori, non a caso il
provocatorio sottotitolo è Poeterodossia. La realtà viene letta al
contrario nel disperato tentativo di attribuirle un senso, poiché, così com’è,
sembra il trionfo del teatro dell’assurdo. In alcuni componimenti la critica
sociale si radicalizza fino al punto di divenire vera e propria invettiva. Il
bersaglio principale è costituito dalla triade valoriale Dio-patria-famiglia,
fatta propria dalle forze della conservazione, siano esse politiche, religiose
o sociali, che impediscono il progresso civile dell’essere umano. È, dunque,
contro questi valori, da sempre funzionali alla cultura fascista, che l’opera
si scaglia, ribaltandoli. È importante sottolineare la parola cultura,
perché non è tanto il fascismo politico che terrorizza l’autore, quanto quello
culturale. Già qualche decennio fa Pasolini denunciava il pericolo
dell’omologazione rappresentato dalla televisione: oggi potremmo aggiornarlo
traslandolo alle reti sociali.
È
una società bieca e triste, spesso grottesca (“La sala ricevimenti nel
pineto”), popolata da analfabeti funzionali, servili e ignoranti, quella che
viene dipinta nei testi, investita da una satira politicamente scorretta e
volutamente blasfema, soprattutto nei confronti di chi i valori suddetti li
manipola per i propri fini e di un popolo, regredito allo stadio infantile, che
ha ancora bisogno di un padre, eterno o mortale fa lo stesso. Le poesie sono
spietate e non hanno peli sulla lingua, come traspare già dalla dedica poetica
che le precede. Sono un atto di ribellione, come dev’essere l’atto poetico
secondo Michael Hartnett, e sono fatte con i piedi, perché il mondo che ci
circonda, e che ci dicono basato su una presunta razionalità, ci costringe a
vivere una vita “inautentica”, come sosteneva Heidegger, passive “deiezioni”
(parola sul cui doppio significato si gioca “Elisir d’eterna giovinezza”),
scagliati dal caso nel mondo e incagliati nell’angoscia, smarriti: oggetti tra
gli oggetti. E allora potremmo provare a ricostruirlo poeticamente, il mondo,
partendo dai piedi (ovvia l’allusione al piede come unità ritmica della poesia
greca e latina che, in maniera simbolica, struttura metricamente “Andavo a
piedi e ingiambai”). Ripensarlo non con la testa, ma con i tanto bistrattati
piedi, che qui assumono una valenza assolutamente positiva. Persino l’amore,
tra tutte le declinazioni presenti nella silloge, viene rappresentato con
metafore pedatorie (“L’amore secondo George Best”). Tutto passa attraverso i
piedi in queste poesie, per essere calciato via o per essere accarezzato come
fa il fantasista col pallone. Ragione e sentimento vanno a piedi, come facevano
gli antichi greci, che, quando “ingiambavano”, “ingiambavano” bene. Secondo
l’autore bisogna rifondare la società adottando il punto di vista del santo
bestemmiatore (vedi poesia omonima), rifarla al contrario. Forse così ci riesce
meglio visto che quella che abbiamo ci è venuta male.

Rino Lorusso
Versi fatti con i piedi
Chiarevoci Edizioni 2026
Pagg. 178 € 13,00
L’OSSIMORO PASOLINI
Gaccione Conversa con Donato Di Poce in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro.
D: In che cosa si differenzia questo tuo saggio rispetto a quanto la critica - una critica sterminata - ha indagato sul personaggio Pasolini?
R: L’opera si distacca dalle commemorazioni di circostanza e dai
gossip mediatici sulla sua morte e sulla sua omosessualità, per offrire un’interpretazione
militante e “corsara”, che definisce Pasolini come autore lucido e fertile del
suo tempo, profeta e veggente dei nostri tempi bui devastati dal capitalismo
imperialista e dalla fine delle democrazie, testimone del suo tempo e della sua
disperata vitalità. Il saggio è un viaggio completo nella “galassia
di CreAttività” pasoliniana, suddiviso in sezioni tematiche che non
tralasciano alcun aspetto: dalla poesia dialettale (La meglio gioventù)
alla narrativa delle borgate (Ragazzi di vita), dalla fondazione della
rivista Officina all’analisi del “Cinema di poesia” e del “Teatro di Parola”,
fino all’opera-testamento Petrolio, definito dall’autore il “Poema delle
stragi”.
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D: Il titolo stesso del tuo saggio insiste sull’ossimoro Pasolini. Puoi spiegare in poche battute ai lettori il senso di questa tua indovinata definizione?
R: Il volume analizza l’intera produzione (poetica, critica, cinematografica e teatrale) pasoliniana sotto la lente dell’ossimoro: Pasolini fu marxista ma inseguiva la religione, adorava la tradizione (Dante, Pascoli) ma praticava uno sperimentalismo linguistico rivoluzionario, era poeta sublime (Le ceneri di Gramsci ma anche regista “sacrale” (Il Vangelo secondo Matteo) e giornalista spietato (Scritti Corsari). Il libro smonta con passione critica “l’errore e la cattiveria” degli esegeti che scambiarono questa “molteplicità espressiva” per doppiezza, dimostrando come Pasolini usasse gli opposti come unica via per cercare la verità.
D: Che cosa la critica accademica ha trascurato di questo intellettuale e in cosa consiste la sua diversità rispetto alle altre figure dell’impegno militante?
R: Non abbiamo ancora fatto i conti con P. P. Pasolini. Abbiamo fatto scempio dei suoi tre corpi: quello fisico, quello mentale e quello poetico. Tre corpi controcorrente che davano fastidio perché troppo autonomi e troppo liberi. La critica che pur ha avuto pregevoli letture (Scalia, Siti, Siciliano, Muraca, D’Elia, Casi, Ferretti) si dimentica spesso che Pasolini è stato innanzitutto un grandissimo poeta (e come disse Moravia tra i pochi del secolo) e critico letterario e che il suo capolavoro Le ceneri di Gramsci basterebbe da solo a decretargli l’immortalità. Io scoprii giovanissimo questa raccolta e ne fui fulminato! Un poeta che parlava di realtà e temi civili e storici in terza rima dantesca… pazzesco!
D: La morte del poeta viene sempre più letta come un vero e proprio delitto politico, maturato in un contesto ben preciso. Qual è la tua opinione in merito?
R: La mia convinzione è affermativa… sono convinto che gli anno fatto fare la stessa fine di Mattei. Due uomini troppo liberi, troppo indipendenti. due lampi di verità. A entrambi ho dedicato una lunga poesia presente nel libro dal titolo “Lampi di verità”. Faccio notare solo che fino a quando Pasolini si limitava a fare il cineasta, il poeta e il regista cinematografico non dava fastidio a nessuno, ma poi cominciò a scrivere Petrolio il romanzo delle stragi, e sul Corriere della Sera articoli di fuoco contro la borghesia e il potere. Cito a futura memoria il suo testo j’accuse: Io So.
D: Il tuo libro finisce con uno splendido calligramma a forma di croce dedicato a Pasolini: Ce ne vuoi parlare?
R: Certo, la poesia è un omaggio sia alla poetica di Pasolini che al suo sperimentalismo linguistico espletato in Poesia in forma di rosa. Trattandosi di una poesia visiva, rimando graficamente al testo ‘Poema della Croce’ presente nella mia raccolta.
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| La locandina della prossima presentazione |
POETI
di
Alberto Figliolia

Max Hamlet
Sterminatori
Sterminatori
Bombardavano
le colline
potenti
sordi rombi sibili
le
chiese nei boschi crollavano
i
villaggi abbandonati
macerie
s’adagiavano fra i castagni secolari
cascine
e campi ardevano
la
città migliaia di occhiaie
grida
e grida e grida e grida e grida e grida e grida
Le
fiamme si fondevano con il cielo al tramonto
osservavamo
lo spettacolo dai terrazzi
fra
i vetri in frantumi
pezzi
di muscoli per ogni dove
e
qualche brandello di cuore
i
tram fermi nelle strade
smemorate
visioni di scheletri carbonizzati inutili
carcasse
di legno e ferro
nessuno
a far più la fila per il pane e per l’acqua
i
piedi nudi della gente in fuga
chiazze
e rivoli di sangue
come
piccoli laghi e fiumi
senza
ritegno senza sbocco
Un
aereo lo stesso aereo sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava
e mitragliava sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e
mitragliava sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e
mitragliava sembrava non finire mai il suo carburante noi vedevamo gli occhi
del pilota era un gigante dalle sclere rosse e malate era un gigante dalle
sclere rosse e malate era un gigante dalle sclere rosse e malate
Bruciavano
i tronchi antichi
e
le case giacevano in doloroso silenzio
nel
crudele rimbombo quasi un rimorso
fuggivano
tutti
mentre
osservavamo l’ultimo bagliore dell’orizzonte
e
il pilota gigante dalle sclere rosse e malate sorvolare sganciare cannoneggiare
mitragliare sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare sorvolare sganciare
cannoneggiare mitragliare
e
cecchini vino caldo nelle vene colpivano senza mai fallire un bersaglio
colpivano senza mai fallire un bersaglio vino caldo nelle vene e stupri nella
testa stupri nella testa stupri nella testa stupri nella testa
Senza
ritegno senza sbocco
come
piccoli laghi e fiumi
chiazze
e rivoli di sangue
i
piedi nudi della gente in fuga
nessuno
a far più la fila per il pane e per l’acqua
carcasse
di legno e ferro
smemorate
visioni di scheletri carbonizzati inutili
i
tram fermi nelle strade
e
qualche brandello di cuore
pezzi
di muscoli per ogni dove
fra
i vetri in frantumi
osservavamo
lo spettacolo dai terrazzi
le
fiamme si fondevano con il cielo al tramonto
Nota
Nuova versione del 23 gennaio 2026, prima stesura in Visioni o
dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)
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| Max Hamlet Sterminatori |











