UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 25 luglio 2026

CAUSE DELLA GUERRA IN UCRAINA
di Eros Barone



1. La crisi finanziaria del 2008 e la svolta protezionista
I massimi rappresentanti della politica internazionale non si peritano di affermare a chiare lettere che la guerra in Ucraina, così come il conflitto israelo-palestinese e, più ingenerale, i venti di guerra che soffiano impetuosi nel periodo che stiamo vivendo, costituiscono un ‘turning point’ di portata storica non solo sul terreno della definizione dei confini territoriali, ma anche nel senso che gli esiti delle guerre in corso potrebbero contribuire a delineare il volto del futuro economico mondiale. Si tratta, per l’appunto, delle cause materiali dei conflitti militari, ossia degli interessi economici che muovono i conflitti militari contemporanei, in Ucraina e nel resto del mondo. Orbene, per comprendere questo determinante ordine di cause occorre partire da una grande svolta, che da diversi anni caratterizza la politica economica degli Stati Uniti d’America: la crisi finanziaria del 2008. In quella congiuntura critica gli americani si sono resi conto, infatti, che stavano importando molte più merci di quante ne riuscissero a esportare, e che così stavano accumulando un ingente debito verso l’estero, non solo pubblico ma anche privato: un debito potenzialmente insostenibile. Basti pensare che il passivo netto americano verso l’estero è arrivato a 18.000 miliardi di dollari, un primato negativo senza precedenti. Di contro, l’attivo netto cinese verso l’estero è arrivato a 4.000 miliardi, l’attivo netto russo a 500 miliardi, e così via. Sennonché il problema è che il creditore può utilizzare il suo attivo per cominciare ad acquisire il capitale del debitore. In altre parole, l’Oriente può iniziare a comprare aziende occidentali, ponendo in atto quel fenomeno che Marx definisce come “centralizzazione del capitale” in un nucleo ristretto di grandi imprese. Tale tendenza è tipica del capitalismo; la novità è però che, questa volta, si tratta di grandi imprese orientali. Dinanzi a questa nuova tendenza, di una potenziale centralizzazione capitalistica nelle mani dei grandi creditori orientali, dal 2008 in poi l’amministrazione americana ha compiuto una svolta: non più verso il libero scambio globale ma verso un protezionismo sempre più unilaterale e aggressivo. Del resto, le avvisaglie di questa linea risalgono alla presidenza di Obama, mentre il pieno sviluppo si è avuto con la presidenza di Trump e pure, in piena continuità con questa, sotto la presidenza di Biden, confermando in tal modo che il protezionismo è una questione decisiva per gli interessi economici statunitensi. La storia ci insegna che questi mutamenti unilaterali, ovvero il passaggio dal globalismo al protezionismo – sono stati spesso sorgenti di conflitti economici sfociati poi in vera e propria guerra militare, che è quanto dire in un classico conflitto imperialista. Sennonché occorre rammentare che nel linguaggio corrente (anche, e ‘pour cause’, giornalistico) i termini di Europa e Unione Europea vengono usati come sinonimi, mentre la cronaca politica ci dice che non sono affatto sovrapponibili.



Basti osservare che a importanti incontri fra capi di governo e di Stato, come quelli svoltisi a Parigi, a Londra e in altre capitali europee, hanno preso parte i leader del Regno Unito, che non fa più parte dell’Unione Europea e oggi rappresenta la testa velenosa di quel serpente che si chiama NATO, e il Canada che non è in Europa. Si è così deciso di costituire, allo scopo di proseguire e allargare la guerra contro la Russia, una “coalizione dei volenterosi”: sintagma, questo, risalente all’epoca del conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iraq nel 2003. È in questo quadro, a un tempo caotico e isterico, che si inserisce il progetto di riarmo promosso dalla Commissione europea sotto la direzione di Ursula von Der Leyen, incentrato sull’obiettivo di investire 800 miliardi di euro nella difesa militare europea. Tuttavia, la logica spietata dell’eterogenesi dei fini è tale, che un simile progetto bellicista, facendo lievitare il debito pubblico, determinerà tassi di interessi più alti per i paesi, come l’Italia, già altamente indebitati. L’aumento delle tasse, che sarà il logico corollario del bellicismo riarmista europeo, si accompagnerà pertanto, come è inevitabile, a una riduzione dello Stato sociale o “Welfare State”, concomitante alla costruzione di un “Warfare State”, fondato sulla crescita esponenziale della spesa militare. L’Unione Europea, mai così unita e mai così divisa, ricerca dunque nella spesa militare l’ennesimo campo nel quale esercitare la sua propensione a far tutto e insieme il suo contrario. I paesi orientali e quelli nord-orientali, più vicini alla Russia, hanno quasi raddoppiato tale spesa nel corso di un decennio, mentre quelli dell’Ovest l’aumentano pian piano. Questi ultimi prendono tempo. Nel mercato bellico dell’Est si vendono molte armi (sia in forma diretta che in forma ‘duale’) e manca ancora il contributo più rilevante, quello della Germania, che sicuramente apparirà con la massima evidenza entro la fine del ventennio. In quel momento anche l’Europa dell’Ovest farà sentire il peso dei propri bilanci militari. Così, negli anni Trenta del XXI secolo, la paura di un cambiamento di sistema e il disperato bisogno di smaltire la sovrapproduzione di merci e di capitali per sfuggire alla depressione economica faranno dell’Europa, sia a Est sia a Ovest, un immenso mercato armato. Esattamente come un secolo fa.



2. I rapporti di forza e l’equazione della deterrenza
Per quanto concerne le forze militari della Nato schierate in Ucraina, va detto che non si tratta di forze militari di carattere regolare facenti capo alla diade Nato-Unione Europea, giacché la Russia non tollererebbe la presenza di truppe occidentali ai confini del proprio territorio. Al momento, la politica ufficiale dei paesi europei è quella di evitare di porre in atto una simile opzione militare per non espandere il conflitto, anche se Francia e Gran Bretagna sono le principali promotrici di un’ipotesi interventista. Ciò che invece è accertato è la presenza di personale per l’assistenza logistica, la formazione e l’addestramento sui sistemi d’arma occidentali. A questo personale si aggiungono poi le forze speciali di alcuni paesi, i ‘contractors’ e gli agenti dei servizi di spionaggio e controspionaggio. Va inoltre considerata l’incidenza potenziale e reale degli armamenti ipersonici. Tale incidenza, secondo gli specialisti, si esprime in termini di deterrenza militare e corrisponde a un’equazione mediante la quale viene stabilito un rapporto fra tre fattori: la funzionalità di uno strumento operativo capace di esplicare il suo potenziale distruttivo in tutte le dimensioni e di proiettarsi in tutte le direzioni (terrestre, aerea, navale, cibernetica, spaziale, convenzionale e nucleare); la volontà di impiegare questo strumento per attuare gli obiettivi politico-militari che si vogliono perseguire; una efficace comunicazione strategica che renda ben visibili i primi due fattori ai gruppi dirigenti dei paesi avversari e alla opinione pubblica di tali paesi. È da osservare che nell’equazione della deterrenza questi tre elementi non compaiono come addendi di una somma, ma come fattori di un prodotto, talché, se i valori dei singoli fattori di questa equazione sono bassi, essi generano un prodotto modesto, e se uno solo dei fattori è pari a zero, il risultato finale è nullo e la deterrenza semplicemente non esiste. 



Sennonché bisogna riconoscere che in questo momento la Russia, a differenza di qualsiasi paese della Nato (Stati Uniti compresi) o della Unione Europea, esprime il massimo valore possibile di questa equazione, il che la rende imbattibile. La Russia ha peraltro dimostrato chiaramente, un anno fa, quello che può accadere (il terzo fattore), quando, in risposta a un attacco in cui12 missili Storm Shadow inglesi colpirono la regione russa di Kursk, Putin replicò lanciando nella regione di Dnipro il missile intercontinentale a medio raggio di nuova generazione Oreshnik, che non può essere intercettato dal 90% dei sistemi di difesa aerea della Nato. Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno compiuto con Trump una scelta strategica, peraltro condivisa da tutto il gruppo dirigente statunitense, in base alla quale la Cina viene individuata come il nemico principale e l’area dell’Indo-Pacifico viene considerata il fronte principale, in cui si deciderà l’egemonia nella contesa mondiale del XXI secolo. L’Europa, quindi, non sarà più al centro della politica estera degli Stati Uniti, i quali da tempo stanno spostando importanti risorse verso oriente. Sennonché, a quel punto i dirigenti dell’Unione Europea dovranno prendere atto che, una volta venuto meno il sostegno statunitense, l’Ucraina sarà costretta ad accettare la via diplomatica e che, cessata la guerra, si spezzerà anche il filo sempre più sottile che tiene uniti i paesi, a causa dell’ineguale sviluppo economico e politico diversi e talora avversi, che fanno parte della stessa Unione Europea. Così, gli Stati Uniti, pur non essendo riusciti a indebolire la Russia, avranno raggiunto, senza colpo ferire, il loro obiettivo principale: assestare una forte spallata all’economia europea, dividendola dalla Russia e accrescendo la sua dipendenza dagli Stati Uniti.


 

3. Analisi di una catastrofe in atto
Il politologo statunitense John Mearsheimer, basandosi sull’orientamento e sul metodo del realismo, di cui egli è uno dei principali esponenti, ha condotto una lucida analisi delle cause della guerra in Ucraina e ha così riassunto la conclusione alla quale è pervenuto: «La triste verità è che non c’è speranza di negoziare un accordo di pace significativo. Questa guerra sarà risolta sul campo di battaglia, dove è probabile che i russi ottengano una brutta vittoria che si tradurrà in un conflitto congelato con la Russia da una parte e l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti dall’altra… Una risoluzione diplomatica della guerra non è possibile perché le parti in conflitto hanno richieste inconciliabili. Mosca insiste sul fatto che l’Ucraina debba essere un paese neutrale, il che significa che non può far parte della NATO né ricevere garanzie di sicurezza significative dall’Occidente. I russi chiedono inoltre che l’Ucraina e l’Occidente riconoscano l’annessione della Crimea e delle quattro ‘oblast’ dell’Ucraina orientale. La loro terza richiesta chiave è che Kiev limiti le dimensioni del suo esercito al punto da non rappresentare una minaccia militare per la Russia. Non sorprende che l’Europa, e in particolare l’Ucraina, respinga categoricamente queste richieste. L’Ucraina si rifiuta di concedere qualsiasi territorio alla Russia, mentre i leader europei e ucraini continuano a premere per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO o almeno per consentire all’Occidente di fornire a Kiev una seria garanzia di sicurezza. Anche disarmare l’Ucraina a un livello che soddisfi Mosca è un’impresa impossibile. Non c’è modo che queste posizioni contrapposte possano essere conciliate per produrre un accordo di pace. Pertanto, la guerra si risolverà sul campo di battaglia. Sebbene io creda che la Russia vincerà, non otterrà una vittoria decisiva che la porterà a conquistare tutta l’Ucraina. Piuttosto, è probabile che otterrà una brutta vittoria, occupando tra il 20 e il 40%dell’Ucraina pre-2014, mentre l’Ucraina finirà per essere uno stato residuo disfunzionale che copre il territorio che la Russia non conquista. È improbabile che Mosca cerchi di conquistare tutta l’Ucraina, perché il 60% occidentale del paese è popolato da ucraini etnici che opporrebbero strenuamente resistenza a un’occupazione russa, trasformandola in un incubo per le forze di occupazione. Tutto questo per dire che il probabile esito della guerra in Ucraina è un conflitto congelato tra una Russia più grande e un’Ucraina residua sostenuta dall’Europa. […] La guerra in Ucraina è stata un disastro. Anzi, è un disastro che quasi certamente continuerà a dare i suoi frutti negli anni a venire. Ha avuto conseguenze catastrofiche per l’Ucraina. 



Ha avvelenato le relazioni tra Europa e Russia per il prossimo futuro e ha reso l’Europa un luogo più pericoloso. Ha anche causato gravi danni economici e politici all’interno dell’Europa e ha gravemente danneggiato le relazioni transatlantiche. Questa calamità solleva l’inevitabile domanda: chi è responsabile di questa guerra? La domanda non scomparirà presto, e semmai diventerà più pressante nel tempo, man mano che l’entità dei danni diventerà più evidente a un numero sempre maggiore di persone». L’approccio soggettivista impedisce anche a uno studioso borghese acuto e lungimirante di comprendere che l’unica risposta corretta alla domanda che egli si pone chiama in causa, di là dalle responsabilità di questo o di quell’uomo politico, di questo o di quel paese (che certamente vi sono, ma non costituiscono il fattore fondamentale), la logica profonda e inesorabile di una crisi che, così a Ovest come a Est, così al Nord come al Sud, investendo e sconvolgendo i rapporti di produzione creati dal capitalismo imperialista fa delle guerre altrettanti figli bastardi generati da un solo padre e da molte madri. La “forza”, in altri termini, delle parti impegnate nel conflitto dal punto di vista soggettivo non è né la “politica” né il governo né il comando delle forze armate in quanto tali, bensì innanzitutto la proprietà della parte decisiva del capitale finanziario. Qui sta il centro delle decisioni fondamentali e qui ovviamente la principale responsabilità. Tutte le altre componenti della società si trovano invece nella condizione di strumenti, di parti, anzi, del sistema mondiale facente capo al capitale finanziario internazionalizzato. Pertanto, se dal conflitto usciranno sconfitte le formazioni più “deboli” e vittoriose le formazioni più “forti”, non sarà mai (e non è mai stata) questione di forza o di debolezza legate al maggiore o minore livello tecnologico, alla maggiore o minore quantità di uomini e di mezzi, al maggiore o minore livello organizzativo ecc., o, meno che meno, alle più alte o più basse doti e qualità marziali dei singoli o delle formazioni militari. Sarà invece (ed è sempre stata), nelle società divise in classi, questione sia del tipo di contraddizione fondamentale all’origine della guerra, sia del tipo di contraddizioni da questa derivate o ad essa legate, all’interno di ciascuna formazione politico-militare e ancor prima di ciascuna formazione economico-sociale coinvolta nel conflitto, sia dello scopo dell’azione militare delle forze tra di loro contrapposte.

venerdì 24 luglio 2026

25 LUGLIO
di Franco Astengo


Il Gran Consiglio

Ricordare in questa fase storica il 25 luglio 1943, caduta del fascismo, non può rappresentare un semplice esercizio della memoria. Il quadro istituzionale e i fatti più recenti ci indicano con grande chiarezza i pericoli che sta correndo la democrazia repubblicana in un tentativo di torsione autoritaria che la destra sta compiendo esibendo anche posizioni di forza. Dobbiamo avere chiaro che la prossima contesa elettorale non si giocherà soltanto all’interno del “perimetro costituzionale” ma addirittura attorno all’esistenza dello Stato di diritto. È questo il significato profondo di questo ricordo del giorno in cui cadde il regime e si avviò il percorso di una Repubblica Italiana “nata democratica” come ci ha ricordato Nadia Urbinati nel suo ultimo libro.



Non dimentichiamo che nel frattempo, infatti, anche su questa materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei termini del confronto politico, spostato sull’uso della forza, l’idea della guerra come esito esaustivo della politica, gli affari delle Big-Tech considerati gli elementi del dominio, addirittura l’illusione spaziale intesa come piedistallo del potere. Torniamo in Italia: La Costituzione italiana è dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di inveramento di valori. Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo? Prima di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che vanno attentamente analizzati:
1) Razzismo. È indubitabile che esista e si stia affermando una politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive.
2) Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo “militarismo” di ritorno.
3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia, diritti sociali, welfare viene visto dalla destra in un pericoloso impasto di corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico.
4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei tragici fatti del G8 di Genova 2001 due drammatici fatti di cronaca ci hanno ricordato proprio il punto qui richiamato in epigrafe: il valore dello stato diritto e della separazione dei poteri. L’esito del referendum del marzo scorso aveva fornito, in questo senso, un’indicazione chiara che ci permettiamo di affermare non è stata raccolta sufficientemente dalle forze dell’opposizione.
5) Comunicazione. Ci troviamo in una fase di vero e proprio cedimento al potere dei social (inutile ricordare il video in diretta dal Colosseo postato ieri). Non esiste purtroppo una capacitò di espressione per un’alternativa di pedagogia politica. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata appunto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”.
5) Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un mutamento progressivo nella stessa forma di governo cui si vuol dare il colpo definitivo con la legge elettorale attualmente in discussione. La tendenza all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.



C’è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di “pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e adesso c’è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa essere considerata divisiva. È il caso allora di ribadire con grande forza, proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l’8 settembre) che non è questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto martoriata Costituzione Repubblicana. La Costituzione non va difesa ma affermata nei suoi principi fondamentali (come ha dimostrato il già ricordato recente esito referendario) e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno, senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte, in fondo, sia separata dalla prima. La forma parlamentare, il ruolo del Presidente della Repubblica, l’esito elettorale legato alla rappresentanza non considerando la governabilità il fine esaustivo dell’azione politica, la divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo, giudiziario rimangono gli intoccabili pilastri di fondo della nostra democrazia.



PASSERI, GABBIANI E FORMICHE
di Angelo Gaccione



I
passeri si avventurano fin sopra il tavolo del terrazzo, e becchettano dalla tovaglia le briciole perché qualcuna rimane sempre. Se ne metto di proposito, perché gradisco la loro compagnia, arrivano a frotte e zampettano prima guardinghi, poi sempre più sfacciati, temerari, tanto oramai sono talmente abituati agli “umani” (concedetemi almeno qui una parola così impegnativa e controversa) che non li temono più. E davvero non so se tutta questa fiducia è meritata. Si posano con disinvoltura sul palmo aperto della mano che ho riempito di briciole sminuzzando del pane, e beccano tranquilli anche se faccio qualche movimento brusco con l’altra mano che tengo posata sul bracciolo della sedia. Cinguettano o stanno in silenziosa attesa sulla balaustra prima di spiccare il volo sul tavolo e poi sulla mano dove custodisco il cibo. Sotto, in strada, c’è l’infernale rumore dei motori. Il traffico non si ferma mai nemmeno in un posto come questo, e se anche la benzina la portassero a diecimila euro al litro, statene certi che continuerebbero a scorrazzare su due e quattro ruote come se niente fosse. 



In alto, invece, ci sono i volteggi dei gabbiani che garriscono e planano sulle cime delle palme del lungomare. Il loro biancore è più splendente delle rare nuvole che stazionano qua e là sfilacciate nell’azzurro. Loro sì, assolutamente silenziose, e inviterebbero a meditare. Sono tutti filiformi i passerotti che vengono sulla mano: da ragazzo mi hanno insegnato che la femmina è più grassottella. Beccano ingordi e voraci e sembrano non saziarsi mai. D’improvviso mi compaiono davanti agli occhi i bimbi affamati della guerra; quelli che allungano un misero recipiente di plastica o di latta per farsi versare un mestolo di couscous; quelli che lo raccolgono con le mani per terra tra il fango e i detriti, e mi chiedo per quale ragione si debba venire al mondo. I passeri sono più fortunati. Ma anche tra loro c’è conflitto: si scontrano per accaparrarsi le briciole e ad uno viene impedito di avvicinarsi. È una amara scoperta per chi li ha sempre ritenuti innocenti. Lungo il bordo del pavimento una fila di formiche, incredibilmente numerosa, si è materializzata dal nulla. Briciole anche lì? Li avrà guidati il loro fiuto sopraffino, e del resto hanno antenne più sensibili di un radar. Le chiamano formiche fantasma: si materializzano come un fantasma, e come un fantasma spariscono.  

MILANO ARTE MUSICA

 
Leila Schayegh

Martedì 28 luglio 2026, ore 20.30 presso la Chiesa di Santa Maria della Sanità di via Durini, 20 - Milano
 
 A solo violino: La Strada per Bach
Leila Schayeghviolino barocco
 
 

Tra grandi ensemble e solisti di punta, martedì 28 luglio spazio al violino di Leila Schayegh, interprete tra le più autorevoli e premiate del repertorio barocco. Il concerto, in programma alle 20.30 nella Chiesa di Santa Maria della Sanità, propone il tema A violino solo: La strada per Bach, presentando un filo conduttore non casuale: un vero percorso verso la nascita del grande repertorio per violino solo, che culmina in Johann Sebastian Bach. I brani in programma raccontano l’evoluzione del linguaggio violinistico tra Seicento e primo Settecento, quando il violino passa da strumento essenzialmente melodico a voce capace di sostenere da sola un discorso complesso, quasi “polifonico”. Dalle forme libere e sperimentali come fantasia e preludio, si attraversano strutture sempre più articolate come passacaglia e sonata, fino a giungere alla piena maturità della Sonata BWV 1004, in cui Bach raccoglie, sintetizza e supera l’intera tradizione precedente.


 
Scrive Raffaele Mellace: «La raccolta dei «Sei Solo. / a / Violino / senza / Basso / accompagnato», cioè le sonate e partite trasmesse dal manoscritto autografo redatto nel 1720 da Bach, all’epoca Kapellmeister e Direttore della Musica di Camera presso la Corte di Cöthen, rappresenta sicuramente il vertice repertorio per violino solo. Vertice insuperabile, montagna asperrima, insormontabile, senza confronti per complessità e valore estetico. E tuttavia quelle pagine originalissime non nascevano dal nulla. Con quella raccolta Bach capitalizzava una fiorente tradizione violinistica proposta dal concerto odierno, che disegna una sorta di percorso ascensionale, di freccia puntata verso quel manoscritto bachiano oggi custodito a Berlino.
Si individua di solito il precedente diretto dei Sei solo bachiani nella raccolta di sei Suites per violino solo pubblicate a Dresda nel 1696, quando Bach era ancora ragazzo, dal violinista Johann Paul Westhoff (1656-1705), attivo nella Corte sassone, poi in quella di Weimar durante il primo soggiorno bachiano (a Weimar Westhoff vi morì nel 1705; Bach vi era giunto due anni prima). Ma vale senz’altro la pena di disegnare un contesto più ampio di virtuosi del violino, a cominciare da due figure poco note come Stefan Nau e Thomas Baltzar. Il primo, francese di Orléans, venne ingaggiato a caro prezzo come compositore per il complesso di archi della Corte inglese, di cui divenne la spalla. A Londra venne coinvolto anche in spettacoli coreutici e fu maestro di danza della principessa di Heidelberg, come recita il manoscritto, custodito a Berlino come quello della raccolta bachiana, della Fantasia in programma: rara pagina superstite, e di grande impegno, del suo autore. Anche Thomas Baltzar, tedesco del Nord, di Lubecca, approdò in Inghilterra, un decennio dopo la morte di Nau, importandovi una tecnica violinistica avanzata, che aveva nella scordatura uno dei propri caposaldi. Alcuni assoli di Baltzar vennero pubblicati postumi nella raccolta The Division Violin di John Playford nel 1684, l’anno prima della nascita di Bach.
Ci si avvicina alla Germania, e cronologicamente a Bach, con la Passacaglia in sol minore di Heinrich Ignaz Franz von Biber, che corona le Mysterien- (o Rosenkranz) Sonaten, la raccolta manoscritta, realizzata verso il 1674, di quindici sonate «in onore dei santi quindici misteri» del Rosario, uno dei lasciti più singolari e affascinanti della splendida civiltà strumentale del barocco, testimoniata da un’unica, accurata copia manoscritta oggi a Monaco di Baviera. La raccolta andrà fatta risalire al soggiorno di Biber a Salisburgo come valet de chambre (diventerà poi il maestro di Cappella). L’ingresso nel 1674 dell’arcivescovo Maximilian Gandolph nella locale Confraternita del Rosario dovette ispirare il progetto devozionale della raccolta, esplicitato dalle incisioni ad apertura di ciascuna sonata: esauriti i misteri del Rosario, un bambino accompagnato dall’Angelo custode presiede alla Passacaglia, che si discosta dai lavori che la precedono per l’organico, che perde il continuo, e l’astensione dalla scordatura, ma ne condivide l’ispirazione devota, l’ambizione virtuosistica (in assenza di scordatura, incentrata nella corda doppia) e lo sfruttamento sistematico dell’artificio della variazione, magica sintesi di permanenza e mutamento, sfida allo scorrere del tempo nel proporre l’immanenza di un elemento costante (il tetracordo discendente Sol – Fa – Mi bemolle – Re, che verrà riproposto e variato ben 65 volte) pur nel caleidoscopio delle trasformazioni, voce fedele a se stessa eppure disponibile a meravigliose, inaspettate metamorfosi.
Ancor più vicino a Bach, anzi di lui più giovane d’un paio d’anni, è un altro virtuoso: Johann Georg Pisendel, attivo alla Corte di Dresda, della cui celebre orchestra diverrà Konzertmeister, dal 1712. Formatosi prima con Giuseppe Torelli ad Ansbach, solista nel Collegium musicum di Lipsia, e infine allievo di Vivaldi a Venezia, Pisendel fa sintesi delle scuole violinistiche italiana e francese. Proprio all’epoca del soggiorno veneziano del 1716 dovrebbe risalire la sua unica Sonata à Violino solo senza Basso.
E proprio Pisendel si è ipotizzato essere il destinatario della raccolta dell’amico Bach. Raccolta che sposa l’intento di sviluppare l’abilità tecnica di uno strumento cui Bach era molto legato, essendo stato lo strumento del padre, e da lui stesso praticato a Weimar; lo studio della fisicità del suono, la ricerca di una “voce” specifica da prestare alla sonorità del violino e delle potenzialità riservate alla voce di un unico strumento; l’ambizione di realizzare una composizione grandiosa che sfrutti le potenzialità sonore disponibili nel proprio tempo. La raccolta ha il suo cuore nella Ciaccona che corona la II Partita, pagina monstre, che supera di gran lunga, per dimensioni e impegno costruttivo, tutte le altre, proiettando la serie di danze a lei anteposte verso una meta che le trascende, ed eguagliandone di fatto la durata complessiva. Su un solidissimo riferimento matematico: il modulo base di 4 battute (4+4 in realtà: il basso di ciaccona armonizzato e quasi celato da Bach nella scrittura) è infatti moltiplicato inesorabilmente fino all’estensione davvero impegnativa, sul piano dell’invenzione quanto su quello dell’esecuzione, di 256 battute. Unica serie di variazioni nella produzione cameristica bachiana, la Ciaccona si configura anche come un centro d’energia che in tre secoli ha spinto innumerevoli musicisti, anche tra i più illustri, a reinventarla per mezzi sonori diversi dal violino solo, lo strumento meraviglioso per cui Bach l’ha concepita.»


 
 
PROGRAMMA
 
Stefan Nau  
(1600 ca.-1647)
Fantasia

Thomas Baltzar
(1631-1663)
Preludio

Heinrich Ignaz Franz von Biber     
(1644-1704)                                      
(Rosenkranz - Sonaten XVI)
Passacaglia in sol minore per violino solo
 
Johann Georg Pisendel            
(1687-1755)                                       
Sonata à violino solo senza basso in La minore
Largo - Allegro - Giga e Variazioni
 
Johann Sebastian Bach            
(1685- 1750)                                     
Partita per violino solo in Re minore BWV 1004
Allemanda - Corrente - Sarabanda - Giga  Ciaccona

BIOGRAFIA



Nata e cresciuta in Svizzera, Leila Schayegh ha iniziato i suoi studi sul violino moderno prima di passare agli strumenti storici, una scelta dalla quale non è mai più tornata indietro. Oggi è considerata una delle principali violiniste della scena della musica antica, capace di affascinare il pubblico con una grande espressività ed energia, sia sul palco sia fuori scena. Il suo repertorio spazia dagli esordi della letteratura violinistica attorno al 1600, quando il violino veniva tenuto più in basso, appoggiato al petto, fino al tardo periodo romantico. Accanto al repertorio fondamentale di Bach, Vivaldi, Mozart, Brahms e dei loro contemporanei, promuove opere ingiustamente oscurate da nomi oggi più celebri.
Nel 2017 ha pubblicato un acclamato CD dedicato alle sonate di Carlo Farina e, nel 2020, ha completato con La Cetra Basel l’incisione integrale dei concerti di Jean-Marie Leclair, accolta con grande entusiasmo dalla critica. Le sue registrazioni delle Sonate e Partite per violino solo di Bach (2021) e delle Sonate del Rosario di Biber (2026) hanno ricevuto elogi altrettanto significativi.
Le registrazioni di Schayegh hanno ottenuto regolarmente importanti riconoscimenti, tra cui diversi premi Diapason de l’Année, il Diapason d’Or, l’Editor’s Choice della rivista Gramophone e l’inserimento nella Bestenliste (Lista delle migliori registrazioni) della Critica Discografica Tedesca. Nel 2024 le è stato conferito lo Swiss Music Prize per la sua attività musicale innovativa e di altissimo livello. Leila Schayegh è molto richiesta dai maggiori festival internazionali ed è regolarmente invitata come primo violino ospite sia da ensemble specializzati nella musica antica sia da orchestre moderne. Si esibisce in Nord e Sud America, Australia, Europa e Asia. Tra i progetti più recenti figurano collaborazioni con Tafelmusik (Canada), la Juilliard School di New York, l’Australian Brandenburg Orchestra, il Freiburger Barockorchester e la Bayerischer Rundfunk, solo per citarne alcuni.
Inoltre, Schayegh collabora regolarmente con musicisti di grande prestigio come Christoph Prégardien, Andreas Scholl, Václav Luks, Jörg Halubek, Joerg-Andreas Boetticher e Amandine Beyer. Nel 2019 ha fondato il proprio ensemble, La Centifolia, con il quale ama interpretare un’ampia varietà di musica da camera dal 1600 al 1900, da Farina a Schoenberg.
Dal 2010 Leila Schayegh è professoressa presso la Schola Cantorum Basiliensis, dove trasmette le proprie conoscenze ed esperienze alle nuove generazioni di musicisti. Succedendo a Chiara Banchini, dirige una classe di violino con notazione antica, promuovendo una grande espressività interpretativa fondata su un’approfondita conoscenza delle fonti storiche.
 
 

INFORMAZIONI
Associazione Culturale La Cappella Musicale
via Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel 02.76317176 | 3392697178       
e-mail mail@lacappellamusicale.com  
sito www.milanoartemusica.com 


BIGLIETTI
Intero: 18,00 €
Ridotto (Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto!
Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
Punti vendita:
online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì dalle 10.30 alle 13.30
Si consiglia l’acquisto in prevendita 
È gradito il pagamento elettronico  



Santa Maria Della Sanità al tramonto

SEDE
Chiesa di Santa Maria della Sanità
Via Durini, 20
MM San Babila, bus 61, 84

giovedì 23 luglio 2026

VIOLENZA DI STATO   
di Franco Astengo



La violenza di Stato non è semplicemente un virus importato dagli USA e il suo inizio, nell’Italia Repubblicana, non data a partire dal massacro della scuola Diaz (Genova 2001). Tralasciamo la storia del terrorismo (dal 1969 in avanti) irta di complicità, depistaggi, violazione della legalità e sorvoliamo anche sui diversi tentativi di colpo di stato e su Gladio. Ci siamo concentrati invece sulla repressione delle lotte operaie e contadine attuata nell’immediato dopoguerra. Riassumendo e limitandoci agli eventi più importanti e tralasciando anche i tanti interventi polizieschi in ogni occasione di sciopero operaio nella difesa dei posti di lavoro nella fase di riconversione dell’industria bellica protrattasi dal 1945 al 1960 e anche oltre: Mentre le sinistre erano impegnate nella elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi che non possono essere dimenticate:



Portella della Ginestra 1° maggio 1947: fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra in provincia di Palermo il 1° maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi, dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo  nelle elezioni del 1947.



Melissa. La strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa  nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria  e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza.



Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo sciopero alla rovescia: al grido di pane e lavoro costruivano la strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti manifestazioni di protesta da Nord a Sud.



Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave. Dopo circa trenta minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili. Infine, giunse in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio Garagnani. Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un'automobile, i manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a piedi l'incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla fabbrica. Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa, e attentato alle libere istituzioni. Il bilancio di quegli anni, tra il 1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 operai in gran parte iscritti al PCI o al PSI per un totale di 7.598 anni di carcere.
Si è ormai persa la memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in condizioni oggi inimmaginabili nel periodo della riconversione dell’industria bellica, dell’attuazione della debole riforma agraria, della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra. Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con grande dignità “di classe”. I partiti della sinistra storica e la CGIL, seppero rappresentare sul piano politico e sociale proprio quei lutti, quei sacrifici, quelle indescrivibili privazioni in una Italia povera, senza strade e ferrovie, con le case materiali bombardate e distrutte dando a essa voce e rappresentanza.



5 luglio 1960. La strage di Reggio Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell'ordine. Nei giorni successivi si registrarono altre uccisioni in Sicilia. Quelle stragi furono l'apice di un periodo di alta tensione in tutta l'Italia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI (partito rappresentativo dei reduci della Repubblica di Salò e diretto progenitore dell’attuale Fratelli d’Italia), e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare. L'allora presidente del Consiglio, Fernando Tambroni,
diede libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al centro-sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro-sinistra Nenni titolò su l’Avanti “Da oggi l’Italia è più libera”. È il caso di ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalle macerie del dopoguerra fosse costruito quel più libera: si apriva la fase del boom economico che avrebbe portato al 1968 e ad un cambio di marcia, non meno tragico, della violenza di Stato.

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