UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 12 aprile 2026

LE “TORRI GEMELLE” DELL’ARENGARIO
di Angelo Gaccione
 

L'Arengario

Milano ha le sue “Torri Gemelle”, torri è un sostantivo azzardato dal momento che in altezza non credo superino i trenta metri, ma gemelle lo sono. Sto parlando dei due corpi identici che affacciano su Piazza del Duomo e che compongono quello che è a tutti noto come il Palazzo dell’Arengario. I due edifici, dal gusto apertamente fascista (la loro costruzione era iniziata nel 1936), si presentano visivamente come fossero tre blocchi sovrapposti ciascuno. Dalle alte aperture, ai portici, alle arcate, alle decorazioni di Arturo Martini, alle balconate, fino ai tetti a padiglione, i due edifici sono simili. 


I sestieri di uno dei bassorilievi

Quello che si è fuso con un braccio del palazzo Reale differisce dall’altro per lo scalone alla sua sinistra. Ora è divenuto l’ingresso al Museo del Novecento. Un tempo non erano uniti, e lungo l’apertura (Passaggio Arengario mi piace nominarlo, ora che non c’è più) transitava il tram che costeggiava il Duomo e il Palazzo dell’Arcivescovado. Per anni ho attraversato quel passaggio, e per anni, quando mi toccava il turno di lavoro fino alle ventitré, facevo i pochi metri che da piazza Missori arrivano in via Dogana imboccando il corto segmento di via Cappellari, e prendevo il tram che mi portava a casa. 



Nel corso del tempo dell’Arengario ho sempre sentito parlar male; fra i tanti che avrebbero voluto vederlo demolito c’era il mio amico Roberto Guiducci, noto urbanista e sociologo coltissimo. Io, avendolo visto sempre lì, mi ci ero affezionato; e poi non volevo che tutto ciò che richiamasse il fascismo fosse demolito: non foss’altro perché le generazioni più giovani come la mia, potessero metterlo a confronto con le architetture di epoche differenti e capirne il senso. Per fortuna è sopravvissuto.
Ho davanti agli occhi la sua gradinata, lo slargo fra il Palazzo Reale e il Duomo con le scene del film Mussolini ultimo atto che vi ha girato il regista Carlo Lizzani nel 1974. Non era bello neppure il palazzo che c’era prima del 1936, come ho potuto vedere da una foto di quel tempo, poi demolito. Le costruzioni gemelle hanno avuto il merito, se non altro, di creare una specie di cornice che dall’imbocco della Galleria Vittorio Emanuele esalta e racchiude il parallelepipedo della Terrazza Martini con i suoi quindici piani o più. 


La Terrazza Martini nell'ora blu

Tale è la sensazione visiva di chi allunga lo sguardo verso piazza Diaz, che però ha perduto il carattere di piazza da quando vi è stato posizionato il monumento ai carabinieri e la brutta cabina di un ascensore che conduce nel ventre di un parcheggio sotterraneo. Il traffico disturba l’attenzione e lo spazio appare abbastanza limitato rispetto alla volumetria degli edifici. Per fortuna i portici permettono ai passanti di cogliere da varie postazioni la trama razionalistica di una architettura moderna solida, massiccia, imponente.


Nella sfera...

Oggi una delle “gemelle” è diventata sede del Museo del Novecento e contiene tante opere degli artisti futuristi, Boccioni in primis; considerato il contenitore, ci stanno benissimo. Ma vi ha trovato casa, finalmente, com’era giusto che fosse, anche la gigantesca installazione di Enrico Baj: I funerali dell’anarchico Pinelli in una sala tutta per sé. 


Davanti all'installazione
di Baj

È un museo che non stanca: non è esageratamente vasto e non è esageratamente affollato. Lo si può godere con agio senza venirne sopraffatti. È un museo davvero della città, per le tante donazioni private che lo hanno reso possibile. Salendo verso la “Sala Fontana” la vista è magnifica: affacciarsi dalle sue vetrate e vedere il Duomo dall’alto è uno spettacolo impagabile. Visitatori e coppiette di innamorati si fanno fotografare con la cattedrale alle spalle, con la piazza o la Galleria. Cedendo alla tentazione, mi sono fatto fotografare anch’io da una giovane coppia di stranieri. 



Dalla parte opposta svetta un pezzo del “mio” amato Campanile di San Gottardo con il suo bel cotto rossiccio, ma questo l’ho fotografato da me: è un nostro segreto.    



 
  
 

 

  

LE SUTURE DI SCARAMUZZA
di Tiziana Canfori
 

Gabriele Scaramuzza

Ci si aspetta, forse correttamente, che a parlare di un libro appena uscito sia un lettore esterno e disinteressato, immaginando che la distanza restituisca una lettura imparziale. Nel mio caso non è così, lo dico subito: ho collaborato con l’autore e ho anche costruito con lui un capitolo del libro. La mia è l’opinione di un “abitante” del libro, che ne scrive dall’interno. Fatta la doverosa premessa, ecco le mie impressioni su Suture di Gabriele Scaramuzza. Il libro raccoglie interventi in parte provenienti da pubblicazioni precedenti e ripete la formula spezzettata che contraddistingue altri libri di Scaramuzza: ricordi, impressioni, letture, riflessioni. A riunire queste pagine sparse è un titolo che dà unità al tutto e regala una prospettiva di lettura appassionante: sutura è qualcosa di volontario, la ricomposizione di due margini, il desiderio di risanare, di capire. Nella sutura c’è fatica, intelligenza, dolore e rispetto; per questo il richiamo all’arte del Kintsugi, citato nella premessa, è suggestivo e calzante. L’arte della sutura è l’arte del vivere, in fondo, del trasformare la sconfitta in un passo avanti, una difesa dell’esistenza, ma a ricordare questa vittoria resta comunque una cicatrice che l’oro non nega.
La prima cosa di Suture che s’incontra è la copertina: una “Girandola-segnavento” di Giancarlo Consonni, ultimo regalo dell’artista recentemente scomparso. L’immagine non descrive una ricucitura, ma piuttosto quanto nel libro è processo di interpretazione e ricomposizione: la girandola di Consonni, nel suo disegno limpido, è una relazione, un equilibrio, un aggiustamento… Mi emoziona ricordare che l’autore di questa copertina ha dato prova in passato di essere uno dei lettori più attenti e sensibili degli scritti di Scaramuzza. Una combinazione di anime forse non casuale. All’interno un indice che in parte ripercorre i grandi amori di Scaramuzza: la Shoah e la cultura ebraica, Kafka, Verdi, i ricordi, gli studi, le riflessioni sulla spiritualità e sulla morte. C’è qualcosa di antico, per chi conosce l’autore, ma presto si scopre che c’è anche il nuovo, ed è proprio nelle suture, nel collante che accoglie questi pensieri e li tiene in equilibrio. Il lettore può quindi percorrere il libro come un esercizio di pensiero, saltando fra argomenti diversi e cercando anche nel proprio modo di leggere la scintilla di una riflessione vivace, quasi in dialogo con l’autore. E infatti a molte delle cose scritte viene voglia di rispondere, come ho avuto l’occasione di fare io con il contrappunto in “Qual figlia m’abbracciate…”.
Coinvolgenti, a mio avviso, gli interventi su Kafka, dove cercare l’equilibrio è anche accettare coraggiosamente domande aperte, che restano senza soluzione.
Fra i molti ambiti delle suture di Scaramuzza, insieme alle profonde radici culturali, emerge una vitalità che rende dinamici ed empatici i rapporti con personaggi, autori, forme di pensiero; una vivacità che attrae e invita al confronto. Perché le suture, quelle vere, si fanno nella carne viva.


 
Gabriele Scaramuzza
Suture
Mimesis Edizioni 2026
pp. 128, € 14,00

 

POETI STRANIERI


Nahid Ensafpour

Nahid Ensafpour, autrice bilingue, poetessa e traduttrice, nata nel 1961 a Teheran, vive dal 1985 in Germania, a Colonia. Ha studiato Letteratura tedesca moderna e filosofia. Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue e pubblicate in numerose antologie e riviste letterarie tedesche e internazionali. Dal 2014 ha pubblicato diverse raccolte poetiche. È membro dell’associazione mondiale degli scrittori “Liceo Poetico de Benidorm” e del PEN Club in Austria.



E le parole tacevano  
 
Quale parola custodisce il nostro dolore
che colpisce in pieno il cuore
dopo che l’oscurità si è spezzata
le parole tacevano
anche la vita si disfaceva.
Prigioniera di sentimenti ammutoliti,
nella casa della disperazione sento il silenzio
parente dell’angoscia e della morte.
Senza parole, senza nomi,
il respiro che s’infrange,
la mia lingua
comincia a balbettare.
 
[Trad. dal tedesco di Antje Stehn]
 

  

 

   

ANTOLOGIE
di Federico Migliorati
 


L’antologia curata da De Angelis, Crocetti e Brullo
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Opera complessa e affascinante quella di racchiudere la poesia italiana dalle origini per arrivare al 1925, punto di arrivo ideale poiché un secolo prima dell’uscita della pubblicazione in oggetto. Uno dei migliori poeti contemporanei, Milo De Angelis (che firma la ricca introduzione), un editore illuminato quale Nicola Crocetti e un critico mai banale come Davide Brullo si sono dati un compito arduo e proibitivo e lo hanno portato a termine navigando nei mari talvolta procellosi dei versi di ogni tempo, partendo dal Duecento che segna, con San Francesco e Iacopo da Lentini e i forti richiami ai trovatori provenzali, il via di un’avventura bella e terribile, capace di sconvolgerci e di assolutizzare l’istante, di condurci per mondi conosciuti e inesplorati, e di costruire altri universi paralleli al nostro, chiudendo nel segno del romagnolo Raffaele Baldini e di Giovanni Giudici (già definito quest’ultimo da Giulio Ferroni “l’ultimo poeta” insieme con Andrea Zanzotto) per un totale di oltre 200 intellettuali presi in esame. Nella ponderosa antologia risuonano e riecheggiano le storie di donne angelicate e terrene, di imprese mirabolanti e di battaglie disastrose, di invenzioni e di realtà, di discese agli inferi e di ascese a vette paradisiache, di licenziosità e oscenità e di stoicismo e castità, di violenze inenarrabili e di amori indubitabili, di amicizie e di viltà, di immanenza e di trascendenza: tutto si tiene, nel volgere da un’epoca all’altra, tutto la poesia (come la letteratura) può dire e raccontare. Autori celeberrimi stanno accanto a figure più discoste, lontane (talvolta ingiustamente) dai fasti dei primi, purtuttavia ciascuno di essi capace di offrire contributi validi nei segmenti della propria esistenza. I testi scelti sono anticipati da biografie che, seppur scarne (e non poteva essere diversamente), rilucono per originalità narrando di sussurri di vite fitti di rimandi e di nessi a questo o quell’altro nome per meglio fungere da specola orientativa. 



Un cammino cronologico che è anche un viaggio in quella nostra Italia “nata” e cementata con la cultura e grazie alla sua lingua prim’ancora che dalla volontà politica: sulla scena si staglia il poema di sempre, la Commedia con il poeta-mondo Dante, osservato quel tanto che basta per evitare retorica e ampollosità, e con Foscolo padre del primo vero romanzo italiano (Ultime lettere a Jacopo Ortis) passando per l’ultimo degli antichi e il più influente del Novecento quale fu Giacomo Leopardi e arrivando al personaggio totale Gabriele D’Annunzio con l’altro dioscuro del Decadentismo, Giovanni Pascoli. Il volto storico, dell’hic et nunc, e il volto assoluto, dell’hic et nunc: questi i due binari su cui corre la poesia che i curatori dell’opera hanno inteso seguire nel loro lavoro mostrando quanto essa abbia agito e agisca anche oggi, nel delirio digitale che ci possiedo e in cui sprofondiamo. Tastando qua e là tra le nutrite pagine incocciamo fin dall’inizio nel tonitruante sentimento amoroso, fonte e linfa, alimento e conseguenza di gran parte della produzione in versi: ce lo ricordano, tra gli altri, il virgiliano Sordello, celebre proprio per le poesie a esso collegato, il cui “cor se n’arcorda”, o le rimembranze d’amor di cui parla Guido Cavalcanti, già amico di Dante e figura di spicco del Dolce Stil Novo mentre per il campanaro e trombettiere Antonio Pucci “la femmina fa l’uomo vivere contento” con lo spoletino Giovanni Pontano, vissuto a inizio Cinquecento, che dedica un’intera raccolta all’amore coniugale e il modenese Panfilo Sasso, già governatore di Longiano, là dove cadde vittima di un agguato il padre di Pascoli, che attribuisce all’ardor sentimentale la sua infelicità. È lo stesso ardore che viene definito “mostro crudel” dalla parmigiana Barbara Torelli. 



Amare è anche godimento e lo favella al meglio Giotto che in una canzone opina sulla povertà francescana (che pure contribuì a illustrare ai più alti livelli negli affreschi della basilica assisiate) preferendo in suo luogo la ricchezza che spetta al valoroso (“l’osservanza non è da lodare”). E che dire di Pietro l’Aretino, il cui giuoco di rime amplifica la sua virulenta, talvolta greve ironia erotica in grado di raggiungere livelli ancora più spregiudicati con il veneziano Giorgio Baffo (per Apollinaire “il più grande poeta priapeo mai esistito”), autore di una “Lode alla mona” e “Lode alle tette”. Animo inquieto e visionario è quello di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, ligure vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, che narra del “cammin de’ più mesti miei dì”, tra pianto e struggimento inconsolabile. Ma se da un lato è il sentimento più vivido e forte a essere celebrato, taluni poeti hanno preferito sottolineare nei loro componimenti il rifiuto del tempo presente con la scelta di estraniarsi dal “rumore continuo della vita”, per dirla con Cassola: è il caso del milanese Paolo Buzzi, scomparso nel 1956, figura appartata e schiva, scevra dai clamori della fama, che nell’explicit di “Misantropia” auspica di essere “dimenticato dagli uomini dimenticati” mettendo però in risalto, poco prima, la “futura ed eterna Felicità” a cui ancora crede, nient’altro che quella cantata da Foscolo  (“a egregie cose/il forte animo accendono/l’urne de’ forti”). Passarono ritirati gli ultimi anni della loro vita il padovano Melchiorre Cesarotti, che nel Settecento tradusse i Canti di Ossian di Macpherson, e la ferrarese Tullia D’Aragona, abile anche con gli strumenti musicali. 



Sul tempo che fugge, tanto che “del doman non c’è certezza”, per Lorenzo De’ Medici, si sono dilettati in numerosi: chi lodando Dio (Vittoria Colonna, Clemente Rebora), chi odiando la vita e paradossalmente facendocela amare (Leopardi), chi ancora prendendolo in burla, come fece “il Burchiello”, intellettuale fiorentino che all’anagrafe rispondeva al nome di Domenico Di Giovanni, vissuto a inizio Quattrocento, le cui rime scherzose saranno un modello inimitabile per molti letterati dei secoli successivi come ebbero una certa fortuna pure gli “scherzi” del pistoiese Giovanni Giusti, soprannominato dal Manzoni “Geppino”. “Immortale Parola” ci porta alla conoscenza di figure sbiadite con i versi, ma assurte alla celebrità in altri ambiti e pur stimate da autori celebri, com’è il caso del commediografo milanese Carlo Maria Maggi, l’ideatore della maschera carnascialesca di Meneghino, servitore saggio e onesto, a cui sono dedicate alcune nostalgiche strofe mentre se ne va “in lontan paes”. In casa della romana Faustina Maratti, che scriveva del “cor che vive, ahimè, da lui lontano”, furono invece ospitati geni della musica come i coetanei Haendel e Domenico Scarlatti. Poco più di un secolo dopo si deve ancora a un fiorentino, Luigi Bacchi, sacerdote, l’impegno nella funzione pedagogica della letteratura, lui che, apprezzato da Leopardi e Saba, sviluppò una particolare verve creativa per favole e poesie sacre. 



Non fu da meno il bresciano Giovita Scalvini, definito da Foscolo “d’indole appassionata e ingenua” e alle cui opere postume attese il Tommaseo stroncatore del recanatese. Ricevette lodi da Dino Campana, che a lei si ispirò in alcuni suoi componimenti, Luisa Giaconi (Firenze, 1870 – Fiesole, 1908), una Preraffaelita in salsa italiana dal temperamento irruento e dal sapere enciclopedico. Arrivando al secolo scorso uno degli allievi di Sergio Corazzini, il romanzo Fausto Maria Martini, innerva i suoi versi nel solco dei Crepuscolari: non più il poeta Vate di dannunziana memoria, bensì la scelta di concepire la poesia come un “sentirsi morire”. Scomparso in giovane età per tubercolosi, ha segnato la letteratura novecentesca Gino Bonichi, in arte Scipione, stimato da Amelia Rosselli che definì la sua scrittura “calma, candida, sensoria”. Ed è proprio la calma lo stato d’animo che può e deve rappresentare la “compagna” nella lettura di questo volume, ideale per cogliere, seppur a grandi linee, la storia di un genere che in Italia ha attecchito prima d’altri e che continua a rappresentare, al di là di onanismi infantili che spesso i social portano in evidenza, un’insopprimibile necessità dell’animo umano.

 


Milo De Angelis, Nicola Crocetti, Davide Brullo

(a cura di)
Immortale Parola. Antologia della poesia italiana

dalle origini ai giorni nostri
Crocetti Editore, 2025 - Pagg. 516

 

PIETAS  
di Laura Margherita Volante 


 
Splendida giornata dipinta di luce 
non ti vedo nella
buia caverna dell’uomo.
Hai lasciato la clava 
nello splendore della 
luce mattutina e ti sei
smarrito accecato dalla
sonante moneta 
dai sesterzi del potere...
E fu guerra per un metro di terra.
E fu morte fame e malattia.
Il denaro fu padrone.
Il mattino iniziò a tremare e giornate 
buie il destino del creato.
Il bambino che non sa cos’è la vita 
per un tozzo di pane muore.
Splendida giornata dipinta di luce 
sei il sogno dei giusti.
Che la bomba squarciata dal cielo 
sia pioggia di stelle per nuove 
rugiade ad assetare l’ape laboriosa.

SCAFFALI
di Annitta Di Mineo


Alfred Duka

Una storia è una storia, e ognuno di noi la può raccontare secondo il proprio punto di vista, il proprio modo di essere e il proprio ambiente. Ecco La figlia di Pangea di Alfred Duka, avvocato albanese, nonché scrittore di questo volume antologico di racconti lunghi o brevi (short story) e novelle, dedicati ognuno a una sola vicenda, ci presenta un corpus di storie che il lettore potrà arricchire di nuovi dettagli e riflessioni con la propria immaginazione, al contempo di acquisire conoscenze inerenti alla storia sociopolitica del popolo albanese, protagonista di tutti i suoi racconti che trova espressione nelle sue caratteristiche talvolta un po’ folcloristiche, giusto per entrare nella cultura dell’Albania. L’Autore, partendo da ricordi e da un focus storico, richiamando l’umorismo di Luigi Pirandello, racconta con tono ironico e sarcastico storie brucianti e tragiche, o divertenti (Diagnosi, Crimini di innocenza, Intruso, I cani) di eventi vissuti o assistiti, di spaccati di vita che ci la-sciano l’amaro in bocca, oppure strappano un sorriso. In questa antologia, alcuni fatti sono restituiti con voce nuova, vengono analizzati e descritti tramite le ambientazioni, i personaggi principali e secondari, sia le figure femminili sia quelle maschili. La forza di molti racconti sta nella sua compagine variegata, nei dialoghi fra i protagonisti, negli squarci di un’Albania di un periodo storico degli anni precedenti alla democrazia, ovvero durante il comunismo e il suo isolamento, e tuttavia storie per molti versi universali nel loro modo di ritrarre l’uomo nelle sue dinamiche relazionali.  Si leggono una pluralità di tematiche pregni di sofferenza, di sopraffazione, di ingiustizie, di miseria, di mancata libertà nell’esprimere il proprio parere, di lotta per i propri diritti, di opposizione ai governanti, al potere, al regime allora in corso. Presenti tante tipologie di esseri umani e di ceti sociali, delineandone le caratteristiche e le condizioni di vita di ogni individuo: dal furbo al più debole, dalla canaglia al potente, dall’astuto agli sventurati, dall’umile all’operaio. I personaggi nella loro semplicità, con le loro luci e ombre, ci conducono nel territorio albanese,
tra paesi e città, nella loro quotidianità al ritmo di amori e lavoro, di avversità e peripezie politiche, di incontri e tradizioni, di tragedie e drammi esistenziali. Duka ne La figlia di Pangea come Giovanni Verga con il suo Verismo, narra la vita o il trascorso di protagonisti comuni ma vivi, non sono degli eroi, non idealizza nessun personaggio onde evitare di deformare il vero, perché sono dentro la realtà di un tessuto storico-politico del loro tempo e attraverso gli accadimenti di tutti i giorni rivelano una storia oggettiva, passata ma ancora non dimenticata, in cui il trascorso diviene presente, trascinando il lettore immediatamente nel vivo delle situazioni e nella veridicità dei luoghi e dei fatti raccontati. La figlia di Pangea, dallo stile informale, mostra una scrittura piana e lineare, talora qualche racconto è scritto in prima persona e con dei flashback, con una scelta linguistica vicino al lessico abituale dei personaggi, ricca di similitudini, metafore e aneddoti, che nella narrazione riporta i concetti dall’altezza di pensiero alla concretezza della fragilità umana, rendendo la lettura accattivante e ansiosa di conoscere la conclusione di ogni storia, anche se, come nella vita reale, il passato non si chiude mai definitivamente alle nostre spalle, dobbiamo fare sempre i conti con la storia individuale e collettiva.



Alfred Duka
La Figlia di Pangea   
postfazione di Valbona Jakova   
Montabone Editore, pp. 306, € 18,00
  





TRIESTE
Di nuovo verso Gaza




 

sabato 11 aprile 2026

APPELLO CONTRO I TAGLI DISCRIMINATORI



Giulio Regeni

Torniamo a rivolgerci ai soggetti associativi di cultura politica e di informazione proponendo la sottoscrizione di un documento relativo alla politica di tagli “politicamente orientati” attuata dal MIC di cui il caso del docu-film dedicato a Giulio Regeni risulta essere emblematico ma non isolato. La richiesta è quella di sottoscrivere e se possibile allargare il campo delle adesioni. Grazie.
“Associazione Il rosso non è il nero” - Savona



Contro i tagli “politicamente orientati” applicati dal MIC alla cultura italiana.


Non è isolata la poco edificante vicenda del mancato finanziamento da parte del MIC del docu-film dedicato alla tragica storia di Giulio Regeni: questa mattina, 10 aprile, nella sede dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico si è svolta una conferenza stampa per denunciare un pesante taglio attuato dal già citato Ministero ai fondi indispensabili per il proseguimento dell’attività dell’archivio. L’attività dell’AAMOD è fondamentale e insostituibile per la conservazione della testimonianza della memoria dei passaggi più importanti e significativi della storia d’Italia dal dopoguerra in avanti. È facile individuare nella logica ministeriale un intento di colpire i settori più avanzati, progressisti e democratici della nostra cultura. Si tratta forse della rivincita di quella ricerca di “egemonia” da parte di questa destra che affonda le sue radici nel conservatorismo e nella proclamazione di antistorici pseudo-valori che hanno accompagnato i momenti più tragici delle vicende italiane del ’900? Per questo occorre far sentire sempre più forte la nostra voce che contrasti questa arroganza, questa ennesima tendenza all'affermazione di un potere che viene scambiato come dominio. Chiediamo quindi una sottoscrizione in forma collettiva di queste poche righe come solidarietà a chi si trova colpito nelle sue possibilità di espressione culturale ma anche come proposta per una ampia mobilitazione democratica che mai come in questo momento appare urgente e necessaria.
Associazione “Il rosso non è il Nero” Savona
per riscontro: astengo.franco@gmail.com  

OSSERVATORIO METROPOLITANO DI MILANO




ALLA FABBRICA DEL VAPORE DI MILANO
Tavole D’Arte




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