UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 7 luglio 2026

LA FORESTA NON È PIÙ PIETRIFICATA
di Alfonso Gianni



Il risiko bancario continua a svilupparsi senza che all’orizzonte appaia una pax bancaria. La famosa definizione di “foresta pietrificata” coniata nel 1988 da Giuliano Amato per descrivere il sistema bancario italiano è da tempo tramontata. Gli “alberi” non stanno fermi, anzi si muovono guardinghi e furtivi anche al di là degli italici confini. Allo stato delle cose nessuno può dire se al risiko bancario di questi mesi sia subentrata una pax bancaria. Anzi non sembra affatto. Quello che è successo fin qui ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto ed un altro, o tra una fase dello scontro ed un’altra del medesimo, dimostra ancora una volta che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, non solo crea crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerre, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.



Il collocamento del Tesoro del 15% di Mps, la terza tranche del processo di privatizzazione, nel novembre del 2024 ha dato inizio alle danze. Il ministro Giorgetti si fregava le mani perché, a dir suo, si profilava così un terzo polo bancario italiano. Che la questione dell’italianità sia in realtà una coperta troppo corta e per giunta tirata di qua e di là, a seconda delle convenienze, è un'altra delle evidenze che tutta questa storia trascina con sé. Infatti è stato lo stesso Giorgetti, al fine di impedire la scalata di Unicredit a Banco Bpm – con la scusa di un “pericolo russo” che la prima avrebbe portato con sé per il suo noto attivismo dalle parti dell’Europa orientale e nella stessa Russia – a permettere a Crédit Agricole di salire nel capitale della banca milanese fino al 23%, per poi arrivare al 29,9% dal momento che vi è già l’autorizzazione della Bce.
Il nuovo quadro pare delinearsi attorno a questi poli. Il primo gruppo sarà costituito da Banca Intesa. Se le sue mire su Mps vanno in porto potrà contare su più di 3mila filiali, grazie ai 625 sportelli che la banca senese porta in dote. Il livello della capitalizzazione borsistica salirebbe di parecchio spingendo Banca Intesa al secondo posto tra le banche della Unione europea con un valore di quasi 130 miliardi di euro, preceduta solo dalla spagnola Santander.



Il secondo polo nascerebbe sotto l’egida di Unipol, la quale riceverà 635 sportelli da Banca Intesa a un prezzo probabilmente non di molto superiore ai 3 miliardi. Insieme a questi l’ex “banca rossa” acquisirà il marchio Monte dei Paschi e soprattutto 2 milioni di clienti, nonché una raccolta di oltre 50 miliardi. A questo punto l’intenzione di Unipol è di fondere questo veicolo con Bper di cui possiede già circa il 30%.



Il terzo polo sarebbe quindi costituto da Unicredit, la quale però difficilmente resterà ferma. Le eventuali varianti rispetto al quadro fin qui prospettato derivano proprio dalle possibili iniziative che il gruppo guidato da Andrea Orcel potrà assumere. La via potrebbe essere quella già tracciata in passato, ma che venne ostruita dal governo Meloni (per via del già richiamato “pericolo russo”). Ovvero una nuova offerta su Banco Bpm, la cui integrazione la porterebbe a ridosso di Banca Intesa. Più fruttifero e concreto è un maggiore impegno sul fronte tedesco, dove Unicredit è già arrivata al 42,5% di Commerz-bank, malgrado la formale opposizione del governo tedesco. Un segnale cui tutti prestano la massima attenzione, perché potrebbe significare un “liberi tutti” in ambito Ue, con buona pace per la retorica nazionalista.
Resta complicata la situazione di Bpm. Da un lato la sua proposta di fusione alla pari con Mps è apparsa subito debole, incapace di contrastare l’offerta di 30 miliardi avanzata da Banca Intesa. Dall’altro lato anche un rinnovato tentativo di Unicredit nei suoi confronti è reso più complicato dalla rafforzata presenza dei francesi di Crédit Agricole che non vogliono cedere posizioni.



Quale sarà la sorte del boccone più prelibato: il Leone di Trieste, ovvero Generali? Gli assalti non sono una novità, ma ora è diverso, dal momento che Banca Intesa entra in Generali attraverso Mps con una quota del 13%, potendo, se lo volesse, arrivare al 20%. Se i desideri di Carlo Messina dovessero andare in porto prenderebbe vita un campione bancario assicurativo europeo.
Il modello che si profila vincente è quindi quello banco-assicurativo, che associa le operazioni bancarie classiche alla vendita di prodotti assicurativi, poggiando sulle reti digitali e una strategica diffusione degli sportelli. Alla base del risiko non vi è solo la ricerca del too big too fail, ma la convinzione tutt’altro che infondata che il l’insicurezza per il proprio futuro che si è diffusa in tutti i paesi e lo smantellamento del welfare, cioè dei sistemi di protezione pubblica, spingono le persone a risolvere tramite private assicurazioni i problemi di una loro pur relativa tranquillità. E il capitale ne approfitta, visto che è un mestiere che sa fare molto bene dopo secoli di storia.
 

CASA ROSSA DI MILANO
Il dolore di Gaza 





MILANO ARTE MUSICA


Ensemble Cantissimo

Prosegue Milano Arte Musica, il festival internazionale di musica antica promosso dall’Associazione Culturale La Cappella Musicale che fino al 27 agosto porta in alcune delle più significative chiese e sale da concerto della città i migliori interpreti internazionali del repertorio antico. Il prossimo appuntamento del viaggio “alle radici degli affetti”, che connota la XX edizione del festival, è nuovamente nella Basilica di Santa Maria della Passione, giovedì 9 luglio alle 20.30, per Heinrich Isaac: Imprints. Il concerto porta la firma dell’Ensemble Cantissimo, formazione vocale d’eccellenza svizzero-tedesca guidata dall’organista Markus Utz, e propone un percorso attorno all’eredità di uno dei pionieri della polifonia, il compositore fiammingo Heinrich Isaac. Il programma fonde in un unico racconto sonoro canto gregoriano, polifonia rinascimentale e improvvisazione contemporanea. Nei giochi acustici offerti dai monumentali spazi della basilica, questi elementi si rispecchiano e si riscrivono grazie al sassofono di Sandro Compagnon, giovane ma già pluripremiato musicista francese.


Raffaele Mellace
 
Scrive il musicologo Raffaele Mellace: «Ci immette di prepotenza nel rito il programma monografico dedicato a uno dei maestri più luminosi del contrappunto rinascimentale. Heinrich (Henricus o Arrigo, com’era chiamato nell’Europa cosmopolita a cavallo tra Quattro e Cinquecento) Isaac era nato nello stesso torno d’anni di Leonardo da Vinci, di cui è lecito immaginarlo coetaneo, nelle Fiandre o in Brabante, circostanza che, secondo gli usi coevi, non contraddice la qualifica di “tedesco” che gli veniva attribuita in Italia. Dagli anni Ottanta del Quattrocento lo troviamo impegnato in un pendolo transalpino tra Impero e Italia, tra gli Asburgo d’Austria e Firenze. A Innsbruck è al servizio del duca Sigismondo, a Firenze è cantore al Battistero di S. Giovanni, membro della confraternita di S. Barbara alla Ss. Annunziata detta “dei fiamminghi” e al servizio dei Medici, di Lorenzo e dei figli Piero e Giovanni, quest’ultimo poi papa Leone X. Sposato a una fiorentina, con la cacciata dei Medici da Firenze Isaac viene assunto come compositore nella Cappella da poco istituita a Vienna dall’imperatore Massimiliano I. Con il nuovo secolo, e la maturità, si moltiplicheranno i viaggi e gli incontri, tra la Dieta imperiale di Costanza, l’abbazia di Novacella in Alto Adige, le corti di Innsbruck, Ferrara e Firenze, dove, forte dell’appoggio di Leone X, ottenuta la nomina a canonico del Duomo, il compositore si spegnerà nel 1517, un mese prima che Leonardo parta per la Francia.
Isaac appartiene, con Josquin e Obrecht, alla terza generazione di musicisti franco-fiamminghi. Questa collocazione comporta da un lato il portato fondamentale della tradizione fiamminga, in cui la complessità della polifonia, dalla tendenziale uguaglianza delle linee vocali, esalta il carattere autonomo della musica, che assurge a pensiero, pensiero puro. Dall’altro, all’altezza di Isaac, cioè di un autore attivo dagli anni Settanta/Ottanta del Quattrocento, si verifica un’apertura decisiva di quell’arte del Nord verso l’Italia: un dialogo con la civiltà musicale al di qua delle Alpi che avrà conseguenze di lunga durata su quest’ultima, che per conto suo offrirà il contributo della cultura dell’umanesimo, con la sua inedita centralità della parola che viene a equilibrare, in una dimensione per dir così verticale, quella orizzontale della polifonia fiamminga.
All’interno della produzione di Isaac, di particolare rilievo per il progetto che esprime il concerto odierno è il fondamentale Choralis Constantinus. Si tratta di una raccolta in tre volumi di ben 375 mottetti per tutte le domeniche e le principali festività dell’anno liturgico, commissione del capitolo del Duomo di Costanza (sicuramente rispetto al II libro – che, curiosità, nel 1909 venne ripubblicato in edizione critica da Anton Webern a Vienna, mentre I e III potrebbero essere legati al servizio presso la cappella imperiale). Come si accennava, Isaac aveva accompagnato l’imperatore Massimiliano I alla Dieta imperiale di Costanza tra il 1505 e il 1508: una visita che dovette impressionare i canonici, che appunto il 14 aprile 1508 gli commissionarono un impegno tanto colossale, che Isaac onorò entro il novembre 1509 ma che, tuttavia, con l’abbandono della confessione cattolica a Costanza, e dunque dei suoi riti, non poté godere d’una fortuna liturgica di lungo periodo, nonostante l’uscita a stampa, a Norimberga, nel 1550/55. 
Il concerto associa Isaac a una figura assai più marginale, l’organista e organaro tedesco Hans Buchner, di trent’anni più giovane ma in relazione con il collega maggiore, che incrociò sicuramente a Costanza, dove Buchner s’insediò nel 1506 come organista del duomo, carica che conservò finché la Riforma non si propagò alla città, nel 1526. Con una sua pagina, uno di una decina di introitus giunti fino a noi, si apre il nostro concerto.
Il concerto odierno declina questo (doppio) ritratto di musicista lungo l’asse di alcune celebrazioni liturgiche, ricostruite in nuce, in una sorta di trittico. Ci si concentra in particolare sulle due feste primaverili, strettamente connesse, di Pasqua e Pentecoste, con una terza anta del trittico dedicata alla devozione mariana. Nei tre pannelli di avvicendano, a mo’ di campione, diversi exempla della varietà di sezioni previste dal proprium della liturgia di ciascuna festa, i cui testi richiamano specificamente quest’ultima. Particolarmente rappresentata la sezione dell’introitus, vocale o realizzata all’organo, cui spetta il compito decisivo di stabilire immediatamente i riferimenti biblico-teologici e dunque il tono della festa cui la liturgia è intonata».


 
Markus Utz

Giovedì 9 luglio 2026, ore 20.30
Basilica di Santa Maria della Passione
Via Conservatorio, 16
 
Heinrich Isaac: Imprints
Ensemble Cantissimo
Sandro Compagnon, sassofono
Markus Utz, organo e direzione artistica


 
Sandro Compagnon
 
Gli autori
Hans Buchner, Heinrich Isaac, Johannes Schremm, Sandro Compagnon.
 
Organico
soprano - Iris-Anna Deckert
alto - Jonathan Kionke
tenore - Philipp Claßen
basso - Roland Faust

PALAZZO MARINO IN MUSICA  


 

Domenica 12 luglio 2026, ore 11.00 I Madrigalisti Estensi: Valentina Ferrarese, mezzosoprano, Andrea Rigano, violoncello barocco, Giulio Petrella, tiorbaMichele Gaddi, clavicembalo e direzione presentano Le nuove musichea alla XV edizione di Palazzo Marino in Musica, omaggiando la monodia accompagnata di fine Cinquecento, inizio Seicento.
Questo programma esplora tale trasformazione concentrandosi sulla Corte Estense, prima a Ferrara e poi nel Ducato di Modena e Reggio. Quasi tutte le musiche provengono dal fondo della Biblioteca Estense Universitaria di Modena, testimone di una dinastia legata al mecenatismo musicale.
Il concerto ripercorre l’evoluzione della monodia nelle sue declinazioni sacre e profane, vocali e strumentali. Si apre con l’anonimo Deh piangianima mia, ponte verso il canto a voce sola. Il teatro del melodramma è evocato da Monteverdi (In un fiorito prato da L’Orfeo) e Cavalli (Delizie e contenti da Giasone). L’intimità della cantata emerge con Benedetto Ferrari e Vincenzo De Grandis, mentre il sacro trova spazio con Pietro degli Antonii e Antonio Maria Pacchioni. La rivoluzione monodica plasmò anche il linguaggio strumentale, come mostrano le pagine di Bellerofonte Castaldi, Bernardo Pasquini e la Sonata I a violoncello solo di Domenico Gabrielli.
Accanto ad autori celebri, il programma riporta alla luce un patrimonio sommerso, con diverse musiche in prima esecuzione moderna: un affresco vivido della vita musicale estense, dove la monodia si fa linguaggio universale, capace di cantare, commuovere e raccontare.



I biglietti d’ingresso sono gratuiti con prenotazione: a partire dalle ore 9.30 del giovedì precedente ogni concerto è possibile prenotarli online sul sito www.palazzomarinoinmusica.it oppure ritirare quelli cartacei disponibili presso la biglietteria delle Gallerie d’Italia - Milano.
 
La rassegna Palazzo Marino in Musica è realizzata in collaborazione con il Comune di Milano ed è organizzata da EquiVoci Musicali.

Le Istituzioni coinvolte nel 2026 come partner sono Comune di Milano, MM Spa, la Centrale dell’Acqua di Milano, Aquaflor, Gallerie d’Italia - Milano, museo di Intesa Sanpaolo e il Conservatorio “G. Verdi” di Milano.

La rassegna è sostenuta da Intesa Sanpaolo.
Sponsor tecnico Fazioli e Serazio pianoforti.

Direzione Artistica: Davide Santi e Rachel O’Brien
Organizzazione: EquiVoci Musicali
Social Media Manager: Gledis Gjuzi
Ufficio Stampa: Andrea Zaniboni
Tel. 349 8523022 | ufficiostampa@palazzomarinoinmusica.it
www.palazzomarinoinmusica.it
Facebook, Instagram, YouTube: Palazzo Marino in Musica

TEATRO CIVILE A SOVERATO
Ad Armonie D’Arte doppio appuntamento.


Annalisa Insardà

Dopo la straordinaria inaugurazione con il blasonato quartetto di Joe Lovano e Antonio Faraò, che ha confermato ancora una volta il prestigio internazionale di Armonie d'Arte ideato e diretto da Chiara Giordano, la programmazione continua a Soverato con due intensi appuntamenti di teatro civile e d'autore, affinché emozione e riflessione si intreccino per raccontare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo. Nel segno del tema guida dell'edizione 2026, Approdi”, Armonie d'Arte Festival & network continua infatti a interrogarsi sul significato più profondo dell'arrivare, dell'essere accolti, del riconoscimento dell'altro, trasformando il teatro in uno spazio di partecipazione etica e di intensa esperienza umana. Due spettacoli di grande valore artistico, ospitati in luoghi suggestivi della città, affidati ad artisti di assoluto rilievo nazionale, accompagneranno il pubblico in un viaggio emotivo capace di unire poesia, memoria, ironia e impegno.
Il primo appuntamento è in programma venerdì 10 luglio alle ore 22.00 presso l'Orto Botanico di Soverato con “K R 7 0 M 1 6 - Naufrago senza nome”, scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina, affiancato da Cecilia Foti e Dario De Luca.
Tra le voci più autorevoli del teatro italiano contemporaneo, pluripremiato con importanti riconoscimenti nazionali, La Ruina affronta uno dei temi simbolo del nostro presente: le migrazioni, il Mediterraneo, la memoria di chi perde il nome insieme alla vita. Lo fa con quella cifra stilistica che da sempre caratterizza il suo teatro: una scrittura intensa ma mai retorica, capace di alternare profondità e leggerezza, ironia e struggimento, conducendo lo spettatore dentro una dimensione sospesa tra realtà e visione.
"Naufrago senza nome" non racconta soltanto una tragedia collettiva: restituisce dignità alle esistenze sommerse, invita a riflettere sul valore della memoria e sulla responsabilità del ricordare, dando voce a chi non può più raccontare la propria storia.
Lo spettacolo dialoga profondamente, come già evidenziato in apertura, con il tema degli "Approdi" : ogni desiderio di approdo, ogni ricerca di una vita migliore, ogni viaggio dettato dalla necessità rappresenta una delle esperienze più antiche e universali dell'umanità.
Lo spettacolo dialoga profondamente, come già evidenziato in apertura, con il tema degli "Approdi" : ogni desiderio di approdo, ogni ricerca di una vita migliore, ogni viaggio dettato dalla necessità rappresenta una delle esperienze più antiche e universali dell'umanità.


La Ruina, Foti, De Luca

Il secondo appuntamento sarà invece domenica 12 luglio alle ore 22.00, al Teatro del Borgo di Soverato, con la prima assoluta della nuova produzione originale  di Armonie d'Arte dal titolo forte  Non chiamatele streghe, interpretato da Annalisa Insardà, su testo di Ilaria Castellazzi, con il supporto drammaturgico di Chiara Giordano, coreografie di Filippo Stabile per la Compagnia Create Danza, regia condivisa di Chiara Giordano e Filippo Stabile.
Uno spettacolo che intreccia parola, musica e danza, su celebri pagine del melodramma italiano, dando voce ad iconiche  figure femminili della tradizione operistica  che si fanno testimoni anche di altre donne della  storia o della letteratura, donne celebri e donne dimenticate,  che  l'immaginario collettivo ha troppo spesso ridotto a stereotipi, paure o colpe, e che  reclamano il diritto a essere ascoltate nella loro complessità.
Ne nasce un racconto potente, poetico e profondamente contemporaneo, che invita il pubblico a rileggere secoli di narrazioni da una prospettiva nuova.
Anche in questo caso il dialogo con il tema "Approdi" è immediato: l'approdo autentico al pieno rispetto della donna, nella società come nelle relazioni private, rappresenta ancora oggi un traguardo non definitivamente raggiunto. L'arte diventa allora occasione di consapevolezza, confronto e cambiamento, affidando all'emozione il compito di aprire nuove possibilità di pensiero.
Armonie d'Arte conferma così la propria identità di festival e network che supera i confini della semplice programmazione artistica per diventare un laboratorio culturale in cui musica, teatro, danza e pensiero filosofico e sociale dialogano con le grandi questioni del presente, costruendo occasioni di incontro tra artisti, intellettuali e comunità.
Per favorire una partecipazione ancora più ampia, il festival promuove inoltre una speciale iniziativa dedicata alle associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle donne, nell'accoglienza dei migranti, nell'inclusione sociale e nella formazione delle comunità straniere, riservando condizioni agevolate per l'acquisto dei biglietti.
Informazioni, programma completo e biglietti sono disponibili sul sito ufficiale www.armoniedarte.com e sui canali social.
Per informazioni sulle agevolazioni dedicate alle associazioni: 329 0724473.

lunedì 6 luglio 2026

CHI PIANTA E CHI DISTRUGGE



Oggi abbiamo deciso di mettere una semplice immagine in prima pagina, la foto di un olivo che sta crescendo. A nostro avviso vale più di un editoriale e chiunque la può comprendere nel suo significato profondo. A piantarlo nel parco Pertini del quartiere Bonola di Milano, è stato un nostro amico, il presidente del Comitato di quel quartiere, Francesco Saverio Lanza, che da anni si batte per migliorarne la vita, la socialità, l’integrità e la miglioria contro la speculazione e il degrado. Francesco è attivo da sempre a Milano, politicamente e socialmente: da quando giovanissimi ci trovammo a dover guadagnarci da vivere, per mantenerci agli studi, presso l’Hotel Cavalieri di piazza Missori. A quel tempo riuscimmo a fare inserire, primi in Italia, con la contrattazione aziendale, la mezz’ora del pasto all’interno delle ore di lavoro riducendo di fatto le ore lavorate. E non solo. In piazza contro il genocidio dei palestinesi, in piazza per l’antifascismo, in piazza per il suo quartiere… Lanza è un irriducibile come lo siamo noi indifferente all’età, ma è anche un acuto uomo di pensiero e un lettore assiduo. “Odissea” gli va a genio per il suo spirito libero e libertario, e a noi va a genio chi pianta un albero di olivo, mentre i folli criminali al potere non fanno che attizzare guerre e distruzioni, nella fallace idiota convinzione di essere risparmiati dall’immane rovina che stanno preparando. [A. G.]  

ANCORA SULLA POESIA CIVILE


Casiraghy per Odissea

Caro Angelo, Ti ringrazio per l’articolo sulla poesia civile e per i commenti che lo hanno accompagnato, i quali hanno inevitabilmente toccato anche questioni più generali della poesia. In particolare, è emersa questa idea, che condivido: «i valori specificamente poetici non possono essere separati dai valori morali, sociali, politici, conoscitivi, esistenziali». E vorrei svilupparla un poco. Ogni creatore vive delle proprie esperienze personali. Ma, nell’atto creativo, tali esperienze non sono più semplicemente biografiche o quotidiane: diventano universali, archetipiche. Sono le sofferenze dell’“inconscio collettivo”, per usare la terminologia di Jung, oppure le “sofferenze trascendentali”, per dirla con Schelling. Sono la memoria di tutte le generazioni di creatori che ci hanno preceduto. Entrambi avevano compreso qualcosa di essenziale sulla natura dell’arte. Spero che questa catena di osservazioni venga proseguita da qualcun altro, come spesso accade in questo giornale, aprendo la strada a discussioni feconde.
Julia Pikalova

 

LA COMUNITÀ NELLA MACHINA DEL DEBITO  
di Francesco Siciliano Mangone


 
Appena qualche mese fa, per Asterios è uscito di Velio Abati La guerra d’Argo e altre cronache ultimo suo lavoro questo, dedicato al teatro; passione per altro non secondaria nel suo progetto di scrittura.  Anche se di primo acchito il titolo sembra indicare una riproposizione della cultura antica, il teatro classico greco, vuole semmai suggerire un sottile legame con la concezione del teatro “epico” di Brecht dove questo è azione collettiva di corpi che si espongono. In cui la narrazione si sporge fino a farsi riscrittura del reale, così che i corpi esposti si dispongono a divenire altro: “comunità in azione” per uno svelamento, oltre la solitudine della lettera (costretti, come si è, nel nostro tempo, a una vita contemplativa segnata dal debito divenuto costrizione economica e strategia per una subordinazione epistemica… farne, cioè, una colpa spirituale.



La scrittura in movimento del Nostro si spinge a farsi sceneggiatura, nell’intenzione “motore”, non solo “forma”, ma gesto politico che cambia, modifica. Ai contenuti dell’oralità si aggiungono ulteriori sensi cinetici (l’esatto contrario dell’attuale virtualità algoritmica) così da moltiplicare il tempo/spazio dell’attore che indica e del fruitore costretto a decidere coinvolti insieme dalla drammaturgia dei testi in un montaggio che è fatto di quadri cangianti con gli attanti che si connettono e si scambiano. Come ne: L’ultimo giorno di vacanza, dove in conclusione del dramma, le tre attrici dopo aver ripulito il palcoscenico da rovine, oggetti sparsi, uscendo dalla parte degli spettatori, una delle tre, dal fondo della sala, esclama, quale fosse uno spettatore stizzito: “Qualcuno si ricordi di spegnerla”, riferito alla radio che, nella trama della pièce, è causa e strumento di contraffazione ideologica. In questo modo, tutti i soggetti coinvolti vivono una finzione che ripete ogni volta un inizio a stimolare la mente, a compiere un’operazione di cominciamento, di stupore, ultimare una scelta sostanziale e operare una sorta di prima “decolonizzazione dell’immaginario”.


 
Fin dall’inizio della raccolta, proprio a margine della prima pièce Una sera di primavera (2013), nella Nota al testo, l’autore scrive: “È qui la sofferenza per lo sperpero della devastazione di energie e di vite umane consumate intorno a noi, ad opera di altri uomini”. In questo contesto concettuale si muove il teatro di Velio Abati. Ponendosi, quindi, l’obiettivo di emancipare il suo pubblico da un inganno che si perpetua giorno dopo giorno, e bisogna farlo con Brecht, usando un’immagine straniante (Verfremdung), una machina (come si direbbe nel teatro cinquecentesco) questa volta per scoperchiare l’inganno con cui il sistema di potere dominante presenta la realtà come orpello. Ecco allora l’uso o l’abuso dell’artificio strumentale dei media nel mutare l’informazione facendone una manipolazione ideologica e acconciare un pubblico servile, come ne L’ultimo giorno di vacanza (2012/2023), di cui appena detto, in cui una radio locale si mette a disposizione di un politico da poco eletto, per sostenere e promuovere una campagna di speculazione edilizia (pronta una cordata berlusconiana, forse) in un presunto casolare abbandonato ma, in verità, abitato da tre donne (ninfe forse (?), a protezione dei boschi) in luoghi ancestrali ricchi di diversità biologica.


 
Nota: A questo punto, a parte meriterebbe una riflessione sullo spazio costante che Abati riserva alla presenza femminile sulle questioni che riguardano il tema etico della memoria e del bios/oikos (della modalità olistica d’abitare la terra, della sua conservazione e di una evoluzione di soggettività collettive armoniose, in un processo nichilistico che conduce invece a una umanità reificata, estranea a se stessa). Difatti, nelle sei opere presentate, in quattro di queste, primeggiano figure del mondo femminile, quasi a indicare un ritorno di un matriarcato culturale. Personalità potenti depositarie di profonda densità e identità, costruite su elementi della vita concreta dei viventi incastonate, di volta in volta, in tempi storici precisi, che modellano comportamenti e circostanze.


 
Oltre le due già citate pièce, in altre due, Rosa, Una storia e Antigone vive, entrambe scritti inediti; la prima delle due, quasi un monologo, con una pronipote che dismesso per un attimo il suo cellullare, interroga la bisnonna Rosa, fonte di sapienza genealogica, intenta a lavorare all’uncinetto; qua, gli strumenti del lavoro connettono due tempi materiali che formano alla vita, allargando il discorso verrebbe: strumentalità di cui l’umano dispone, e all’inverso in cui l’umano rimane ancillare allo strumento. (A questo punto varrebbe la discussione sull’imperio della I.A. e l’immensa quantità di speculazione finanziare che le gira intorno, a farne una immensa bolla speculativa). Un dialogo che diventa racconto e apprendimento intenso per Franca la giovane discendente.
In Antigone vive, Velio Abati compie una sovrapposizione tra l’azione tragica di Antigone (ineccepibile figura epica e potenza narrante) per stigmatizzare l’eccidio dei Martiri d’Istia, compiuto dai nazifascisti della famigerata Repubblica Sociale Italiana nel 1944. Undici giovani fucilati presso Maiano Lavacchio (Gr) perché non si presentarono alla chiamata alle armi, rei d’essere renitenti alla leva. Questione di una attualità sorprendente, per una preparazione alla guerra che sta impegnando in una azione sorprendentemente folle e autodistruttiva l’élite politica e di comando del nostro Paese e dell’U.E. (nata, per altro, come strumento di pacificazione mondiale). 



Infine, La Guerra d’Argo, l’opera centrale del lavoro di Abati, che dà, non solo il titolo alla raccolta, ma ne rappresenta il piano ontologico all’interno del quale si sciolgono tutte le circostanze narrate nel libro, ma allo stesso tempo si propone come definizione d’una civiltà calante, nel suo tramonto (non è un caso che occidente è il punto astrale dove il sole cala). L’Occidente, questa nostra civiltà che continua ad ordire caos, separazioni e partizioni dopo una cinica stagione di “globalizzazione”, colpevole di imporre la sua supremazia attraverso il reiterato rapporto neocoloniale di credito/colpa. In questo dramma (presentato per la prima volta nel 2023), l’autore traspone la vicenda dolorosa dello strangolamento di un popolo, le classi più deboli, la Grecia del 2015, ad opera dall’Unione Europea, con capofila la Germania in compagnia di FMI, BM e BCE, allestendola nella performance della classicità del teatro antico, sull’identico default storico della città di Argo, imposto questa volta dalla città di Atene, capofila dell’Unione Ellenica - vicenda incastonata nella storica Guerra del Peloponneso di Tucidide. Il tempo in questo caso è sempre paradossale (sempre prossimo a negarsi), così che la guerra del Peloponneso, la morosità di Argo si ripete nel vissuto dei contemporanei della Grecia di Tsipras.



Lo spazio del teatro di Velio Abati è sempre la rappresentazione d’una comunità solidale o che tende ad esserlo, questo ricorda le prime società tribali nella loro composizione mentre si ponevano nella “ripetizione” di eventi sacri o quella dei contadini riuniti nell’aia con rituali propiziatori o ancora dei cittadini della sorgente polis nella cavea greca. Sempre una riunione di corpi senzienti/essenziali. Ora a noi, gli attuali lettori fruitori, considerare/colmare il vuoto veritativo che tutt’ora incombe sulle nostre vite con lo strangolamento esercitato dalla tecnica del debito/colpa, quale fosse una maledizione trascendente, per sua natura indefinibile.

IN DIFESA DELLE LINGUE MADRI



A
driana Scagliola usa la sua lingua madre, la lingua milanese, per dar corpo ai suoi versi, e questo contribuisce a tenere viva una lingua che rischia seriamente la propria scomparsa. Sarebbe un genocidio. “Odissea” che le lingue madri difende, si compiace per questo meritato riconoscimento alla poetessa milanese.

domenica 5 luglio 2026

LE CINQUE VIE DI MILANO
di Angelo Gaccione


Motivi per essere affezionato alle cosiddette Cinque Vie ne ho molti: motivi sentimentali, motivi letterari, motivi artistici, motivi politici e forse altri ancora. Vi giro di continuo, quasi sempre da solo, e da un numero oramai incalcolabile di anni. Le Cinque Vie sono il cuore di Milano, non come Piazza del Duomo, naturalmente, ma sono un cuore dentro il cuore, e i gioielli si nascondono qui, a pochi passi dal caos, tra le sue strette vie, tra i suoi piccoli slarghi. Via Santa Marta, Via del Bollo, Via Bocchetto, Via Santa Maria Fulcorina, Via Santa Maria Podone, un incrocio a stella, una trama geometrica che annoda fili come una ragnatela, e in questa ragnatela io mi lascio catturare tutte le volte.


Via del Bollo. Le lapidi dei partigiani 
pessimamente tenute

Le lapidi dei partigiani caduti in via del Bollo, la targa in memoria del poeta e studioso della lingua milanese Gaetano Crespi in via Santa Maria Podone, sotto il balcone della casa dove visse e morì. 


La casa di Gaetano Crespi

Lo scheletro inquietante e ammonitore della casa bombardata durante la Seconda guerra mondiale rimasto in piedi fino alla recente sconsiderata decisione di farle sparire tutte queste vestigia, come se la guerra, le devastazioni, i morti non ci fossero mai stati. La sede di un movimento extraparlamentare che negli anni Settanta del Novecento segnò a fondo la mia generazione. L’atelier d’arte che ebbe vita effimera, ma diede materia abbondante ai racconti del volume Sonata in due movimenti che in quelle strette vie hanno preso vita. 


L'ingresso di casa Borromeo

Gli appuntamenti nelle ore più insolite in piazza Borromeo, davanti a spiazzi ed a portoni; le soste, le follie amorose, le anime sommate ad anime che provenivano da altri luoghi, da altri mondi, da altre lingue… a vagare tra quelle arterie, a scorrervi come sangue che scorre dentro vene, a pulsare forte come pulsavano i nostri cuori… e poi la mia solitudine di scrittore che ha bisogno di silenzio per potere immaginare i secoli, le vite dentro quei palazzi, fissare un verso che arriva improvviso come uno svolazzo di rondini, che ti sorprende dove meno te lo aspetti.

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