UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 1 ottobre 2026

PIANTARE ALBERI
di Fabio Mariotti



Cittadine e cittadini della provincia di Brescia uniti per un territorio più fresco e sano.


Le nostre estati sono sempre più torride. La pianura, le valli e le aree urbane del bresciano stanno subendo in modo drammatico gli effetti del cambiamento climatico, con ondate di calore senza precedenti, lunghi periodi di siccità e una progressiva perdita di umidità del suolo. Chilometri di asfalto stradale tagliano il nostro territorio, assorbendo calore durante il giorno e trasformandosi in veri e propri “radiatori” che surriscaldano l’aria circostante. Non possiamo più restare a guardare il nostro territorio inaridirsi. Esiste una soluzione naturale, scientificamente provata ed efficace: l’ombra e la forza degli alberi. Chiediamo alla Provincia di Brescia e a tutti i Comuni del territorio di unire le forze per avviare un piano straordinario di forestazione diffusa e micro-ombreggiamento stradale. Chiediamo di censire e piantumare ogni zona libera idonea e, in particolare, di creare filari alberati lungo le strade provinciali e comunali laddove lo spazio lo consenta. Piantare alberi lungo le nostre vie di comunicazione non è solo una scelta estetica, ma una necessità vitale per:
Abbassare le temperature: L’ombra delle chiome riduce la temperatura dell’asfalto anche di 10-15 °C, rinfrescando l’aria attraverso la traspirazione.
Pulire l’aria che respiriamo: Gli alberi posizionati lungo le strade catturano la CO2 e bloccano il particolato fine (PM10 e PM2.5) emesso dai veicoli.
Proteggere il suolo: Le radici contrastano il dissesto idrogeologico, consolidano i terreni e favoriscono l’assorbimento dell’acqua piovana nel sottosuolo.



Le nostre richieste concrete alle amministrazioni:
Mappatura immediata: Avviare un censimento delle aree libere e dei margini stradali provinciali (SP) e comunali idonei alla piantumazione, nel pieno rispetto delle distanze di sicurezza stradale.
Scelta di specie resilienti e autoctone: Utilizzare alberi nativi adatti al nostro clima (come aceri campestri, frassini, bagolari o querce), resistenti alla siccità e con apparati radicali profondi che non danneggino la carreggiata.
Fondi dedicati: Intercettare in modo coordinato i finanziamenti europei, i bandi ministeriali e le risorse regionali per la forestazione urbana e la resilienza climatica, riducendo l’impatto sulle casse locali.
Patti di cittadinanza per la cura: Coinvolgere le associazioni ambientaliste locali, gli agricoltori e i cittadini in patti di collaborazione per garantire l’irrigazione d’emergenza e la cura delle giovani piante nei primi tre anni di vita.
Il futuro della nostra provincia si decide adesso. Vogliamo strade più fresche, un’aria più pulita e un territorio protetto dall’inaridimento.
Firma questa petizione per chiedere alla Provincia di Brescia e ai nostri Sindaci un impegno concreto per il verde pubblico
!


 
Firma l’appello
https://www.change.org/p/pi%C3%B9-alberi-e-ombra-sulle-strade-bresciane-piano-straordinario-contro-caldo-e-siccit%C3%A0/psf/promote_or_share

SCAFFALI
di Claudia Pinelli


 
Il romanzo di Russo che racconta l’Italia.
 
Mi viene un solo aggettivo per commentare questa avvincente lettura del romanzo satirico-grottesco di Cataldo Russo dal titolo: Millantatori e sanguisughe pubblicato dalle edizioni Puntacapo (pagine 206): sorprendente. Ogni pagina è stata inaspettata e piacevolissima per la modalità narrativa, i passaggi temporali e la capacità immaginifica, insieme alle descrizioni così vere di momenti della nostra storia recente, arricchite da escamotage da vero romanziere. Ho apprezzato l’utilizzo di figure animali che ben incarnano personalità e modalità, e il protagonista catapultato nelle diverse realtà, che arriva ad avere un nome diverso ma mantiene un'integrità nella sua semplicità, cercando di sopravvivere a ibernazioni e pavoni senza diventare altro da sé, tra sogno e incubo, distopie e potere. Devo dire che mi ha colpito molto: i dialoghi rendono benissimo e le ambientazioni sono fantasiose, specchio di una realtà che ha superato ogni fantasia, tra Alice nel paese delle meraviglie e La fattoria degli animali. Solo il titolo non mi ha convinta: lo trovo un po’ troppo concreto rispetto a un romanzo così immaginifico, dalla scrittura così brillante, vivace e mai scontata. Millantatori e sanguisughe è un romanzo satirico-grottesco che ripercorre quasi quarant’anni di storia italiana. Quarant’anni scanditi per lo più da scandali, malapolitica, furbizie di ogni genere, ruberie e perdita di valori. Quarant’anni che non hanno minato solo le istituzioni e le strutture economiche e civili del paese, ma hanno soprattutto devastato e inaridito le coscienze degli italiani che sono andati incontro quasi a una mutazione antropologica. Il romanzo inizia nel 1986 quando il protagonista delle vicende, l’operaio Antonio Schifino, si risveglia miracolosamente dopo essere rimasto congelato per 10 lunghi anni in un grande freezer del mercato all’ingrosso del pesce di Milano, e termina nel 2022, svelandoci l’inganno dell’Eden della Pacchia.  

IL RACCONTO
di Claudio Zanini
 

Dialogo sulla guerra
 
La mia giovane amica Enrichetta, con un certo fervore, mi disse: «Purtroppo, la guerra si è costretti a farla per difendere i confini della propria patria, mio caro».  
«Non del tutto, cara,» replicai «l’amore per il proprio paese, per la cosiddetta patria, non è la ragione primaria della guerra; è altrettanto decisivo l’amore per l’oscuro fascino della violenza, per la competizione estrema, per la bramosia del dominio sull’altro».
«Hai detto amore… è vero! Mi fai venire in mente che qualcuno dei miei amici confessa che ama la guerra… la ama come fosse una donna … essa possiede una fascinazione oscura cui, in certe condizioni è impossibile resistere… Esserne pervasi significa trovarsi in una situazione straordinaria d’assoluta libertà poiché tutte le convenzioni, i principi, le regole svaniscono».
«In ciascuno dei tuoi amici e in noi stessi, mescolata alla pulsione di vita agisce, radicata nella natura umana, la pulsione di morte; un’innata aggressività, un bisogno di odio e distruzione: così Freud… A questa figura del nostro daimon, aggiunge James Hillman, tutto sarebbe permesso… l’esercizio irrazionale della violenza che ti rende invincibile. Che ti assicura il totale dominio sull’altro, che ti convince della tua potenza, della tua invincibilità. Un delirio febbrile d’onnipotenza, un’insensata prova del fuoco… accompagnata dal mito affascinante dell’eroe virile e della bella morte, da Omero fino ai nostri giorni. Terribile!».



«In effetti, tutti gli eroi guerrieri sono maschi molto virili, a parte Giovanna d’Arco e qualcun’altra» replicò lei.
«Certo, la guerra è un’abitudine arcaica e virile. Le donne hanno altre qualità, saperi e inclinazioni!... la guerra è cosa nostra, mia cara. Il confronto con la morte che ti darebbe la sensazione di espandere quasi senza limiti la vitalità, il sentirsi vivi, attimo dopo attimo; dove giovani corpi, agendo, sono dominanti e nessun pensiero razionale li turba né ne ostacola la frenesia. Marinetti, poeta futurista diceva che la guerra è la “sola igiene del mondo”. Questa delirante e folle retorica è espressione della cosiddetta virilità guerriera»
«Poi, non dimenticare l’inebriante sensazione d’essere circondato da compagni che hanno la stessa tua uniforme…» osservò.



«È vero, uniformi un tempo colorate, eleganti, ricche d’ornamenti; una volta c’era il fascino della divisa, evidente segno identitario… Sei insieme ad altri giovani, compagni che seguono il tuo medesimo addestramento e lavaggio del cervello, cui fin da piccoli è stato instillato l’odio per l’altro, per il “nemico”».
«A proposito, ricordo che in un film sulla guerra del Viet Nam, durante l’addestramento, i soldati portavano un elmetto con la scritta: “Born to kill”».
«Esatto, brava! “Nato per uccidere”. Lo cita Stanley Kubrick nel film Full metal jacket… è il motto di un gruppo coeso, costituito per uccidere! Branco dove l’emulazione e il confronto non permettono tentennamenti o passi indietro, la responsabilità individuale si dissolve… Solo dopo - e se ne sei uscito vivo e integro -, quando il delirio si è consumato, prendi atto dell’immane tragedia che hai vissuto. Misera creatura, bipede implume, ti rendi conto del fatuo e mortale impulso da cui ti sei lasciato trascinare; ne scopri che il risultato di lutti e rovine è irrimediabile e, nella tua coscienza, diventa ferita sanguinante e immedicabile. Anche tu sei mostruosamente cambiato. Ma questo viene dopo… post festum».
«Quindi?... se questo fa parte della condizione umana, è irrevocabile? Siamo condannati dunque a un eterno ritorno all’orrore?».
«Penso che niente sia irrevocabile…».
«Allora, la pace perpetua?... non mi pare che i governi del mondo possano decidere insieme, a tavolino di abolire la guerra e ogni conflitto, affidandosi a sentimenti d’amore e solidarietà».



«Sarebbe necessario elaborare un’educazione delle relazioni affettive, una morale e una cultura che operino, da un lato, sulle pulsioni inconsce e primarie ma, soprattutto, mettano in luce ingiustizie e diseguaglianze drammaticamente vigenti. Tra l’altro, dobbiamo tener conto che viviamo in una società patriarcale dove l’arcaica posizione dominante del maschio bianco viene ancora spacciata per qualità naturale, quindi il mestiere della guerra riguarda soprattutto il maschio suprematista, inventato e celebrato fin dall’epoca dei primi miti guerrieri».
«E perché le donne non ne sarebbero coinvolte?».
«Perché, fin dalle prime comunità, il maschio, prima cacciatore, quindi incaricato della difesa della casa e del terreno – subito circondato da paletti; quindi, spacciato indebitamente per sua “proprietà privata” e, all’istante, fonte di rivalità e conflitti, - si è assunto il compito di governare il dominio sulla “propria” comunità (chiamiamola Patria) e la sua difesa, espungendone le donne. Quindi il dominio sull’altro, sul diverso. E, tieni conto che l’altro è, soprattutto, il femminile, la donna… pensa all’arte classica, a quante celebrazioni di stupri e violenze in pittura e scultura… dal Ratto delle sabine, al Ratto di Proserpina, a quello di Europa, Apollo e Dafne… e così via…».   
«È vero… dipinti che ho sempre ammirato senza farci caso».
«Questa prevaricazione nei confronti del femminile, non significa che sarebbe necessario sostituire il dominio del maschio con un matriarcato».
«Sarebbe interessante almeno provarci… e vedere l’effetto che fa» disse lei scherzosamente.



«A questo punto, forse sarebbe meglio rendersi conto che ciascuno è anche l’altro di qualcuno. Maschile e femminile sono reciprocamente l’altro. Senza questo altro, io non sono nulla. Se lo anniento, anch’io mi distruggo… Mia cara, le creature – tutti gli esseri viventi - sono per la relazione, l’accoglienza e la collaborazione, la vita non è singolarità e prevaricazione… Pensa all’infelice affermazione: “non esiste la società, esistono solo gli individui”, celebre frase di Margaret Thatcher, primo ministro conservatore inglese, pronunciata nel 1987. Questo ti dice che è improrogabile perseguire pace e azione non violenta con incessabile ostinazione».
«In ogni caso, le uniformi hanno un fascino notevole», disse lei, rialzando il capo ed esibendo un bel sorriso sereno e colmo d’innocenza. «Certi giovanotti in uniforme sono irresistibili… molti, sai, si arruolano soltanto per indossarle, per esibirsi… tu, per esempio, staresti molto bene con una divisa!».
«Ne ho sempre fatto volentieri a meno… alle uniformi dei tuoi maschi suprematisti, preferisco i miei frusti abiti borghesi. Ai poeti non interessa un’uniforme. Poi, l’eleganza è una disposizione naturale».



«Anche i postini e i capistazione hanno le loro belle divise!... però l’esercito ha un’elegante compostezza, nelle parate, per esempio».
«Ah, le parate! Un’ingessata messa in scena, una retorica compostezza che dura finché non ti sbattono sotto i bombardamenti o nel fuoco della prima linea, nella merda della trincea, nel fango con i topi, sotto le bombe a contare le cimici e i morti finché anche tu non ne aumenti il numero. E ricordiamoci bene quanto scriveva Kurt Vonnegut; la guerra succede quando “vecchi porci mandano a morire ragazzi”».
Mi prese le mani tra le sue: «D’accordo, ma su, sdrammatizziamo!... ricordo, in certi film, la fanteria che avanza allineata contro l’artiglieria nemica, con le belle divise colorate, eleganti e tutte eguali… i soldati che cadono come birilli, uno dopo l’altro…».
«Avanti, avanti insensatamente, come zombi, senza scomporsi… ah! L’avidità delle amorali classi dirigenti, l’insipiente tracotanza degli alti comandi militari, la loro ottusa mentalità con le loro micidiali strategie e le conseguenti mattanze… disgustosi criminali che ci avvelenano le coscienze».
Enrichetta tacque, poi mi guardò perplessa.
«Però le guerre moderne sono diverse, non si mandano uomini come gregge allo sterminio».



«Hai ragione, tuttavia, forse è peggio. Un tempo ci si scontrava, diciamo, ad armi pari. Non sempre, ma supponiamolo, comunque tenendo conto che è la guerra sempre stata un atroce affare. Tuttavia, ci si guardava negli occhi, tu e l’avversario. Eravate due forze, abilità, intelligenza ed emozioni di due uomini che si scontravano. Oggi il nemico è diventato il bersaglio disumanizzato di una macchina in grado di cercarlo, identificarlo e sopprimerlo. Tu non lo conosci, è solo un anonimo bersaglio. Basta che tu dia un input, lo fai saltare in aria, e poi puoi andare a bere con gli amici».



«Mi ricorda un vecchio film, I predatori dell’arca perduta. Dove Indiana Jones, trovandosi di fronte un berbero con la scimitarra sguainata e mulinante, che lo invita allo scontro - con un balletto di gesti, parole e sguardi minacciosi -, estrae un revolver e lo fredda istantaneamente sul posto. Nessuna abilità, intelligenza ed emozione. Uno sparo ed è la fine».
«Questa è il progresso della tecnica, bellezza! E non è finita! Tieni anche conto che oggi anche la popolazione civile è ostaggio inerme e bersaglio bellico. Dobbiamo, dunque, aspettarci cose che gli umani non hanno mai visto». 

[Le immagini a corredo sono di Bansky]

mercoledì 30 settembre 2026

RIDICOLE PERCENTUALI
di Franco Astengo



Reggio Calabria. Non vota nessuno, ma festeggiano.
 
Non sarebbe valsa la pena profondersi a commentare l’esito delle elezioni suppletive di Reggio Calabria data la totale inconsistenza statistica del test . A farci cambiare idea stimolando un intervento è stata la smodata esultanza del centro-destra apparentemente vittorioso e per via del bizzarro commento di Paolo Mieli apparso questa mattina sulle colonne del “Corriere della Sera” là dove il “prezzemolo” dei canali TV e delle presentazioni di libri vari è arrivato a sostenere che la scarsa partecipazione al voto ha consentito di capire il reale punto di partenza dei diversi schieramenti. Allora, di fronte a questo tipo di valutazioni, è necessario chiarire alcuni punti. Premesso che sempre le elezioni suppletive hanno espresso scarsa attrattività verso elettrici ed elettori (come del resto i ballottaggi: sul cui meccanismo in un Paese dalle tenaci appartenenze e dal permanere di un sottile filo di antipolitica ci sarebbe da riflettere) il risultato del collegio di Reggio Calabria avuto in esito alle elezioni del 27-28 settembre 2026 richiede una valutazione preliminare.
Il tasso di astensione ha raggiunto un livello abnorme e si tratta di un segnale, questo sì, da non sottovalutare per l’intero sistema politico: non si vorrebbe che dopo tanto can-can mediatico al momento del voto per le elezioni politiche previste comunque per il 2027 il totale dei voti validi indicasse una ulteriore crescita di disaffezione al punto da rendere ancor di più fragile l’intero sistema. Tanto più che le forze di governo si presenteranno all’appuntamento con un bilancio complessivo di arretramento su tutti i fronti, dal ruolo internazionale dell’Italia e delle condizioni materiali di vita delle cittadine e dei cittadini e l’opposizione di centro-sinistra non sembra proprio riuscire a rendersi conto della gravità della situazione e a produrre una qualità minimamente convincente di proposta arrabattandosi in una davvero deprimente e confusa ricerca di leadership. Così emergerebbero tutte le condizioni per presentarsi sulla scena di un qualche pifferaio di Hamelin capace di cacciarci tutti quanto in un baratro (pifferaio che non sarà sicuramente il tronfio ex-generale che si sta occupando esclusivamente di questioni marginali che pensa possano rendergli elettoralmente rispetto a un target preciso: quello del maschio, bianco, atletico, magari super-tatuato pronto per qualche avventura magari balneare da dolce vita).



Scritto questo allora verifichiamo qualche cifra.
Collegio Calabria UO-5 (Reggio Calabria)
Iscritti nelle liste: 345.486
Voti Validi: 75.181 pari al 21,76%
Astenuti, bianche e nulle: 270.305 pari al 78,24%
Roscioli (centro-destra) 38.359 voti pari all’11.10% degli aventi diritto.
Benedetto (campo largo al gran completo) 27.511 voti pari al 7,96% degli aventi diritto.
Giannetta (Futuro Nazionale) 8.226 voti pari al 2,40% degli aventi diritto.
Toscano (DSP) 1.085 voti pari al 0,31% degli aventi diritto.
Sembrano cifre eloquenti, purtuttavia proviamo a sviluppare una impropria (impropria perché l’elezione del 2022 era legata al contesto nazionale) comparazione con il risultato delle elezioni politiche del 2022.
Iscritti nelle liste 295.188 (era previsto il voto all’estero)
Voti Validi 138.354 pari al 46,86%
Astenuti bianche nulle 156.834 pari al 53,14%
Cannizzaro (centro-destra) 65.916 pari al 22,33% degli aventi diritto.
Battaglia (centro-sinistra) 29.041 pari al 9,83% degli aventi diritto.
Foti (M5S) 28.154 pari al 9,53% degli aventi diritto.
Latella (Riformisti) 6.091 pari al 2,06% del totale degli aventi diritto.
Seguono altre liste: per la comparazione si può prendere a paragone la lista di Italia Sovrana e Popolare omologa a quella di Democrazia Sovrana e Popolare. Candidato Massara 2.002 voti pari al 0,67% sul totale degli aventi diritto.
In sostanza tra le politiche 2022 e le suppletive 2026 (pur con tutte le remore del caso circa l’espressione di un giudizio complessivamente valido) si sono persi 63.173 voti validi.
Il centro destra ha perso 27.557 suffragi pari all’11,23% sul totale degli aventi diritto.
La somma del “campo larghissimo” (con l’inesattezza nel computo del voto di Azione che era presente nella lista riformista del 2022) ha perso 35.775 voti pari al 13,63% sul totale degli aventi diritto.
Questi sono i dati sui quali i partiti dovrebbero riflettere in un’ottica sistemica e non di appoggio per una ricerca forzata della governabilità che sembra essere l’assillo su cui ci si sta muovendo circa la ricerca della nuova formula elettorale che sta per essere discussa in seconda lettura (e quindi definitiva) al Senato.

IL DISCORSO DI PAPA LEONE XIV
 


Non è casuale che il Papa abbia fatto a Metz e non a Parigi il discorso politicamente più importante della visita in Francia. Egli si rivolge infatti agli europei, non ai francesi, e l’ammonimento è chiarissimo: signori, avete smarrito la strada indicata da Schuman.
  
Incontro “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”.    
Centro Congressi “Robert Schuman” di Metz.
 
Signor Presidente,
Signor Cardinale,
Distinte Autorità civili e religiose, 
Signore e Signori,
sono molto felice di trovarmi qui, in questa città storica, crocevia nel cuore del continente, per un incontro dal titolo evocativo: Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità. Vi ringrazio per le gentili parole che mi sono state appena rivolte. Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. È da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita. Oggi vogliamo intraprendere, con il pensiero, un viaggio che comincia dalle radici dell’Europa per arrivare al suo presente e guardare verso il futuro. Ci chiediamo in che modo Robert Schuman sia stato plasmato dalla storia di questa terra, della quale era figlio, e come abbia contribuito in modo fondamentale a plasmare l’Europa moderna, fino a esserne considerato un “Padre fondatore”. 



Robert Schuman, che ha conosciuto confini in continua evoluzione, ha contribuito a gettare le basi di un’Europa consapevole dell’urgenza di abbattere i muri che la laceravano. La sua formazione cristiana gli ha trasmesso il valore dell’uguaglianza, senza distinzione di razza o classe sociale, e gli ha insegnato la dignità del lavoro. La successione di diverse sovranità nazionali gli ha impresso l’importanza del diritto internazionale e il valore della parola data. Cresciuto in un contesto in cui l’orgoglio e lo spirito di vendetta sembravano prevalere, Schuman si è impegnato per la pace e la fratellanza tra i popoli che, dopo essersi a lungo combattuti, riconoscevano finalmente di aver bisogno l’uno dell’altro. Quali sono dunque gli insegnamenti di Robert Schuman per l’Europa e il mondo di oggi? Innanzitutto, un profondo desiderio di pace. Purtroppo oggi la guerra è riapparsa, anche in Europa: una nuova «inutile strage», che ogni giorno causa innumerevoli vittime civili. E ancora oggi, come nel 1950, le parole contenute nella Dichiarazione Schuman rimangono attuali: «Il contributo che un’Europa organizzata e vivente può dare alla civiltà è indispensabile per mantenere relazioni pacifiche». È necessario impegnarsi in un dialogo paziente, mostrare coraggio nella negoziazione ed essere pronti a sacrificare alcune posizioni per il bene superiore della pace.



Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo. Al contrario, le parole di Schuman sono quanto mai attuali: «La pace mondiale non può essere salvaguardata senza sforzi creativi proporzionati ai pericoli che la minacciano». Tuttavia, bisogna guardarsi dall’illusione del riarmo. «Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui» (Messaggio per la LIX Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2026). Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo “sforzi creativi” per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di “arginare l’emorragia della guerra” e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire. L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi; dove si mettono in comune le risorse per fare in modo che «ogni guerra [...] diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile». 



L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore. Il diritto internazionale e il multilateralismo sottolineano l’eguaglianza effettiva degli Stati nelle loro relazioni reciproche e costituiscono il miglior antidoto alla volontà di dominio, che è all’origine di ogni conflitto. Oggi, le relazioni umane e tra gli Stati si fanno sempre più barbare. Il valore della parola data è disprezzato; ci si vanta piuttosto della menzogna e dell’inganno. L’Europa può porre fine a questa spirale grazie al rispetto per l’altro che ha saputo coltivare e preservare, poiché ha ampiamente dimostrato negli ultimi ottant’anni che è possibile far valere opinioni, rivendicazioni e interessi divergenti, incontrandosi invece di scontrarsi.
Schuman ci ricorda che bisogna sempre dimostrare realismo e coraggio: «L’Europa - affermava - non si farà in un colpo solo, né in una costruzione complessiva: si farà attraverso realizzazioni concrete che creano prima di tutto una solidarietà di fatto». Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di “avere tutto, subito” non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. È con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o  dimenticato.

 

UCRAINA: CHI STA UCCIDENDO LA PACE?
di Giovanni Bonomo


 
A proposito di chi continua a evocare la “Resistenza ucraina” quasi sovrapponendola, con una disinvoltura storica che trovo sorprendente, alla Resistenza europea contro il nazifascismo, forse qualche distinzione gioverebbe. Le parole contano, e la storia, quando viene usata come argomento politico, conta ancora di più. L’Ucraina sta certamente resistendo a un’invasione russa, ma non siamo di fronte a una Resistenza partigiana nel senso storico italiano del termine: siamo davanti a uno Stato sovrano, con un esercito regolare, che combatte una guerra contro l’esercito regolare di un altro Stato.
Confondere i due piani significa trasformare l’analogia storica in propaganda. Ferruccio Parri, uno dei massimi dirigenti della Resistenza italiana, divenne nel giugno 1945 presidente del primo governo nominato dopo la Liberazione (non, come talvolta si legge, il primo presidente del Consiglio della Repubblica, che sarebbe nata soltanto l’anno successivo). Ve lo immaginate un Ferruccio Parri che rubacchia o rivende le armi della Resistenza? La domanda è volutamente urticante ma serve a ricordare quanto sia rischioso trasferire automaticamente il patrimonio morale della Resistenza italiana su una guerra contemporanea nella quale entrano in gioco Stati, eserciti regolari, alleanze militari, industrie della difesa, interessi geopolitici e quantità enormi di denaro pubblico.



Perché le dimensioni dell’intervento occidentale sono ormai gigantesche. La NATO ha dichiarato al vertice di Ankara del luglio 2026 che gli Alleati europei e il Canada finanziano ormai la maggior parte dell’assistenza di sicurezza all’Ucraina e che, per il 2026, gli Alleati hanno promesso 70 miliardi di euro in equipaggiamenti militari, assistenza e addestramento. A ciò si aggiunge l’Ukraine Facility dell’Unione Europea, nata con una dotazione iniziale di 50 miliardi di euro per il periodo 2024-2027, fra prestiti e sovvenzioni, accompagnata da meccanismi di controllo e da condizioni legate anche alle riforme e alla lotta alla corruzione. Parliamo infatti di corruzione. Nel 2025-2026 le stesse autorità anticorruzione ucraine hanno portato alla luce indagini di enorme rilievo: l’operazione “Midas”, in particolare, ha riguardato un presunto sistema di tangenti da circa 100 milioni di dollari nel settore energetico e ha coinvolto figure vicine ai vertici politici. 



Zelensky non risulta personalmente coinvolto nell’inchiesta citata da Reuters. Il fatto che siano proprio le istituzioni ucraine a condurre queste indagini dimostra, correttamente, che esistono organismi che combattono la corruzione, ma dimostra anche che il problema non può essere semplicemente cancellato dal racconto pubblico perché disturba la narrazione edificante della “Resistenza”. Non vi sono elementi sufficienti per sostenere che gli armamenti occidentali vengano sistematicamente rivenduti sul mercato nero, ma gli organismi di controllo statunitensi hanno documentato problemi e rischi nella tracciabilità del materiale militare trasferito all’Ucraina. Il Dipartimento della Difesa americano ha rilevato un netto miglioramento dei controlli: la conformità inventariale per alcune categorie sottoposte a monitoraggio rafforzato è passata dal 40% all’88%, pur permanendo criticità nei trasferimenti effettuati attraverso Paesi terzi. 



Possiamo discutere all’infinito se quella in Ucraina sia anche, sul piano geopolitico, una guerra per procura fra Russia e Occidente. Sta di fatto che, da quasi cinque anni, l’Europa - e con essa l’Italia - investe enormi risorse nel sostegno militare a un conflitto, mentre la nostra Costituzione, all’art. 11, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
La domanda che pongo è allora questa: quanto capitale politico, diplomatico ed economico stiamo investendo, invece, nella pace? Chi pone questo interrogativo viene spesso liquidato con una parola ormai buona per tutte le stagioni: filo-putiniano. Pazienza, preferisco il rischio di un’etichetta al conforto di un pensiero per procura. Perché il vero interrogativo non dovrebbe essere se siamo “con Putin” o “con Zelensky”, con la NATO o contro la NATO, dovrebbe essere molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: chi sta davvero lavorando per mettere fine alla guerra? chi sta invece uccidendo ogni tentativo di pace?

DIFESA CIVILE DISARMATA



57.136 consegnate al Senato: “Un’altra difesa è possibile” apre la fase due, ora la parola al Parlamento.
Le Reti promotrici hanno depositato al Senato 57.136 firme (54.751 digitali e 2.385 cartacee), ben oltre il quorum di 50.000. Ora si apre un doppio binario: advocacy e pressione istituzionale perché il Parlamento discuta e voti la proposta, e rilancio informativo per portare la difesa civile, non armata e nonviolenta in tutti i territori.

 

 

LA FRASE DEL GIORNO



“Le piante sono il vestito della terra.
I fiori ne sono la musica”.
Francesco Saverio Lanza

MILANO IN BICI PER LA PALESTINA




ROBERTO MARELLI
Al Museo Martinitt e Stelline di Milano






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