UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 16 aprile 2026

VERSO IL XXV APRILE
di Zaccaria Gallo
 

Ottavio Botecchia

Ottavio Botecchia


II
Un viso affilato dalla fatica di vivere, la pelle bruciata dalle intemperie, la camicia e i calzoni con le toppe: per i francesi, Botescià, come lo chiamavano loro, era diventato un mito della bicicletta. Prima metà degli anni venti, quelli ruggenti, con Picasso a Parigi e, con lui, Josephine Baker, il jazz, il charleston e Gertrud Stein e Festa mobile di Ernest Hemingway. Ma anche gli anni della Marcia su Roma, del delitto Matteotti e dei tanti morti in Italia durante la presa del potere di Mussolini e di Piero Gobetti, che muore proprio a Parigi e dei tanti esuli antifascisti a confrontarsi con le violenze contro di loro, organizzate dai fascisti, seguaci feroci del dittatore italiano, presenti anche al di là dei confini italiani. Lui, Botescià, è Ottavio Botecchia, primo italiano a vincere il Tour de France, per due volte di seguito, povero figlio di un carrettiere veneto, affetto da un travolgente amore per la bicicletta, scampato alla morte sul Carso, alla malaria, al gas, alla prigionia, che fa mille lavori, mette i soldi da parte e si compra la “macchina”: la bicicletta. E impara a pedalare e, quando va al Tour de France, lo fa per vincerlo. Nelle tappe più dure, deve partire alle due del mattino, pedalare per dieci o dodici ore, percorrere molte volte quattrocento chilometri su bici che pesano ventotto chili, senza assistenza tecnica, e lo fa per ben due anni e per due anni è maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Botescià! Il mito di un uomo che nello sport ha trovato il riscatto da una situazione di privazione e povertà. 



Già! Un mito di tutti e per tutti ! Ma, come metterla con quell’altro mito che i fascisti stavano costruendo per il popolo italiano? Con “mascellone” Benito? Questo sconosciuto eroe poteva diventare scomodo, non solo per la sua epica bravura sulle strade dell’Europa, ma anche perché rischiava di far capire a tutti la verità: in Italia, al di là della retorica fascista, persistevano sacche tremende di povertà, non solo al Sud, ma anche al Nord, fra il suo Veneto e il suo Friuli.In quegli anni, Ottavio studia e legge, mostra la sua adesione agli ideali di libertà del socialismo. E dice: “Io non corro per sport, né per gli evviva delle folle. E neppure per i fiori delle belle ragazze e tanto meno per la gloria. Io corro per guadagnare del denaro… corro per la mia famiglia e non temo sofferenze. Corro per la mia famiglia: è povera e farò di tutto il possibile perché non viva in miseria”. Il 3 giugno 1927 un contadino lo rinviene agonizzante su una strada di campagna: in ospedale, a Gemona, nel suo Friuli, riscontreranno diverse fratture craniche e alla clavicola destra. Rimarrà senza mai riprendere conoscenza fino al 15 giugno, giorno della sua morte. Le autorità diranno che l’exitus e le lesioni sono state la conseguenza della caduta nel corso di un allenamento. Ma la perizia medica e il referto parlano di una incompatibilità delle fratture del cranio con una semplice caduta dalla bicicletta, che invece erano più verosimilmente da attribuire a violente bastonature da corpi contundenti. Non furono riscontrate ammaccature o alcuna lesione a carico della bicicletta. 



Non è mai stato ritrovato il verbale redatto dal comandante dei carabinieri di Gemona, che dopo qualche giorno fu trasferito in Sardegna. Stranamente quel giorno 3 giugno, Bottecchia fu lasciato allenarsi da solo, cosa che non era mai accaduto e c’è da ricordare che ai funerali di Ottavio non si presentarono tutti i suoi amici ciclisti, chiaramente intimiditi dalle circostanze dell’evento. E, infine, non si può passare sotto silenzio che anche suo fratello Giovanni, era morto, un mese prima, investito, anche lui, da un’ auto di grossa cilindrata, guidata da un industriale importante della zona, mentre era a bordo della sua bici. Qualcuno si chiede ancora come davvero abbia perduto la vita, ad appena 32 anni, Ottavio Botecchia, detto dai suoi ammiratori francesi, Botescià? Noi che siamo antifascisti, la verità la intuiamo bene, perché di questi eventi è piena la storia italiana di quegli anni, e non smetteremo mai né di cercarla né di dirla. Ad alta voce! Viva la Resistenza. Viva il XXV Aprile!

IDEOLOGIA E POLITICA
di Marcello Campisani 



I
Di fondo, l'entelechia genericamente liberale si sviluppa nella libertà, quella comunitaria nell'uguaglianza. Entrambe secernono patologie politiche di diverso grado. Il liberalismo, accentuando la libertà a scapito della parità, comporta fisiologicamente un continuo stato di belligeranza ed una sistematica rincorsa dei principi giuridici. Tende a degenerare nel liberismo, dove non esistono più le ragioni dell'essere, ma esclusivamente quelle dell'avere. Le due guerre mondiali -specialità tutta occidentale- non hanno insegnato, in proposito, alcunché. Già con la dottrina Monroe, gli U.S.A. si sono attestati nella zona grigia tra liberalismo e liberismo, pretendendo di insegnare all'universo mondo come vivere, fino ad assumersi il compito di esportare, a suon di bombe, la loro presuntiva democrazia. Parafrasando Hegel, che a Jena aveva visto in Napoleone lo spirito del mondo a cavallo, io vedo in Trump la personificazione del liberismo. Se avesse con sé la maggioranza degli statunitensi saremmo addirittura nell'iper-liberismo.
In tal caso la fine della vita sulla terra sarebbe solo questione di tempo.
Come egregiamente ci ha spiegato Gunter Anders, (primo grande amore, ma più profondo e acuto filosofo, di Hannah Harendt) fascismo e nazismo, non rappresentano altro che l'herpes giovanile del liberismo.



Il comunismo, per converso, fonda su una irreprensibile teoria, le cui radici affondano nel pentalogo pitagorico e di poi nella predicazione di Cristo che con Pitagora ha moltissimo in comune. L'insegnamento evangelico, nella sua proiezione laicale, sfocerà, in forme cruente e contraddittorie, nella rivoluzione francese. Verrà di poi, nei suoi cardini essenziali, codificato nel codice napoleonico. Codice che, a fuochi finiti e a guerra perduta, rivoluzionerà comunque l'economia e sconvolgerà, con la sua ventata di giustizia, l'assetto sociale, avendo abolito la legge del maggiorasco e con essa il perpetuarsi del latifondo. Quest'ultimo veniva integralmente ereditato dal figlio primogenito, lasciando ai cadetti l'opzione della carriera militare o di una vita debosciata ed alle sorelle il matrimonio o il convento. La parità dei diritti dei figli legittimi comportò il frazionamento di quella che era da sempre rimasta null'altro che una riserva di caccia, dando luogo alla coltivazione dei terreni suddivisi, rivoluzionando così la primaria fase della catena economica, quella data dai frutti della terra. Napoleone stesso ne andava più orgoglioso che delle sue quaranta battaglie, forse consapevole che solo il diritto e null'altro può salvare il mondo.



La stessa nostra Costituzione è, nei suoi capisaldi, di matrice comunista. L'articolo tre, che ne costituisce il baricentro, è opera di Lelio Basso, giurista di eccelsa caratura morale e culturale e tanto comunista da aver presieduto il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Il comunismo peraltro, malgrado l'ineccepibile teoria, spesso degenera in spietate dittature. In tal caso è simile al nazismo. Stalin ne costituisce l'esempio più eclatante ed abominevole, avendo annientato le libertà e massacrato, a milioni, i suoi stessi cittadini. Lasciò peraltro intonsa la teoria, limitandosi ad aggirarla, tanto che non cancellò, né alterò l'ottima Costituzione sovietica.
Gli bastò dire che la stessa non si applica ai nemici della rivoluzione, mandando così a crepare nei campi di lavoro forzato, i famigerati gulag siberiani, i cittadini ostili o... superflui.
Il comunismo tuttavia, per quanto degenerato, non ha l'analoga esigenza nazi-fascista di inventarsi dei nemici. Soprattutto non esterni. Quelli interni gli possono bastare. La marxiana lotta di classe vive infatti del dualismo hegeliano servo/padrone. Non dispone perciò di un sistema da esportare con la forza e quindi non ha mire espansionistiche. Ogni proletariato deve affrancarsi da sé. Anche per tale ragione, l'attribuire alla Russia di Putin, che è già più vasta di qualche continente, tanto di doversi avvalere di ben 11 fusi orari, non può che essere una menzogna, dettata dalla necessità di disporre sempre di un nemico, dipinto come pericolo imminente, quale elemento indispensabile a trasformare i cittadini in sudditi.



Da simili degenerazioni è sempre rimasto immune il comunismo italiano, casomai aggredito e mai aggressore, e contro cui vennero addirittura organizzate formazioni para-militari segrete, come le tre su cui non mi soffermo, rispettivamente presiedute da Licio Gelli, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, tutte pronte ad intervenire militarmente, agli ordini degli USA, in caso di vittoria elettorale del partito comunista. 
Di fatto, la martellante propaganda destrorsa è riuscita a far identificare il termine comunismo con quello di stalinismo, nell'identica accezione negativa.
Basti ricordare, come l'ex ministro (ahimè della cultura) Gennaro Sangiuliano, richiesto di proclamarsi anti-fascista, sfidò il proprio interlocutore di dichiararsi lui, per primo, anti-comunista, così identificando, nella sua ignoranza, i due ismi. Nella sostanza, comunista italiano equivale a cristiano italiano, avendo analogo fondamento teorico. Vertici comunisti furono infatti personaggi di alta caratura morale, quali l'irreprensibile Enrico Berlinguer e Palmiro Togliatti. Quest'ultimo approvò, pro bono pacis, (e fece male, lo stesso De Gasperi era contrario) quell'obbrobrio giuridico che è l'art.7 , che ha costituzionalizzato i Patti Lateranensi e che, essendo in contrasto con i principi fondamentali, andrebbe da un governo finalmente laico, espunto dalla Carta costituzionale, con la quale è in stridente contraddizione.



Palmiro Togliatti concesse, come primo atto da presidente del Consiglio, l'amnistia ai reati di fascismo, alla fine della guerra. Subì un attentato che stava per provocare, stante il clima politico e la forte indignazione popolare, una guerra civile e si prodigò, dal letto d'ospedale, in tutti i modi, riuscendo a scongiurarla, anche per merito dell'entusiasmo per la bella impresa di Gino Bartali, che in quel giorno vinse prodigiosamente il tour de France.                                       
Recatosi in Russia, dai compagni sovietici, fu tanto poco gradito a Stalin da rischiare la pelle.

 

IL VIZIETTO DEI MILIONARI   
di Chicca Morone
 

Sant’Agostino: “È stato l’orgoglio che ha trasformato gli angeli in diavoli; è l’umiltà che rende gli uomini uguali agli angeli”. Chiunque voglia iniziare il percorso di ricerca nell’interiorità e spiritualità umana non ha che addentrarsi nel mondo dei Miti: lì si possono trovare tutte le dinamiche che spingono i comportamenti di uomini e donne, gli uni verso gli altri e ancor di più verso sé stessi. Il “legame” tra l’umano e il divino, che va ben oltre la semplice religione, viene considerato nelle sue mille sfaccettature perché considera la sua origine che dalla natura “viene incontro all’uomo, manifestandosi in tutta la pienezza e dando così una forma alla stessa esperienza umana” come ci racconta Walter Otto ne Il volto degli dèi. Ognuno di noi, a seconda del proprio bagaglio cromosomico, interpreta sul palcoscenico della vita il suo personaggio, che, ovviamente, è auspicabile cambi con il passare degli anni, in funzione di quanto appreso dalle esperienze vissute. Nascere in una famiglia dedita all’acquisizione di beni materiali per un’anima sensibile e predisposta alla creatività artistica comporta qualche problema: difficile sentirsi accolto e percepito nella propria interezza (con la possibilità di sviluppare persino sensi di inadeguatezza) se i genitori, nel focalizzare l’attenzione sui propri investimenti emotivi e pratici, dedicano alla prole fantasie errate, spesso derivanti da frustrazioni non superate. Eppure è proprio nel non identificarsi nelle ambizioni della famiglia che ognuno di noi può trovare la propria strada; anche se maggiori sono le costrizioni subite, in modo proporzionale il contrapposi farà emerge la forza creativa e liberatoria. A questo proposito se rileggiamo il De Republica di Platone possiamo dedurre dal mito di Er quanto la nostra nascita sia predeterminata da una scelta in base alle possibilità che ci vengono concesse e quanto il “Daimon” che segue il nostro cammino abbia la sua funzione deterministica. I nostri genitori ci donano il bagaglio cromosomico, perfettamente adatto a realizzare quello che abbiamo scelto in base alle possibilità che le nostre esperienze precedenti ci hanno forgiato: saranno improntate da un comportamento etico o meno e in base a queste linee ci aiuteranno nella nostra fase evolutiva. Proprio ultimamente, con l’emergere dei dati sul deep state e gli orrori della cricca capitanata da Jeffrey Epstein c’è da chiedersi che coraggio abbiano avuto queste anime nello scegliere un karma così pesante... almeno quanto Giuda Iscariota passato alla storia non proprio per qualità rifulgenti!                             
 


Chi non ha sicuramente avuto problemi di inserimento nelle dinamiche della propria famiglia è Bill Gates. Risulta che già nel 1913, Frederick Taylor Gates (1853-1929) creò la Rockefeller Foundation: il primo strumento in cui, sotto la voce beneficenza (naturalmente esentasse), i milionari americani attuano ancora oggi la forma di “ingegneria sociale” e di politica che impongono ai governi. Tale filantropica istituzione nel 1923 finanziò tre filoni: le cattedre di Medicina (e sappiamo quanto anche oggi la ricerca sia totalmente in mano alle case farmaceutiche); quelle di Scienze Sociali (attraverso cui controllare l’opinione pubblica); l’eugenetica, il cui solo nome mette qualche dubbio sul fatto che siano soltanto i “migliori” ad avere il diritto di vivere e che ci sia qualcuno che decida la sterilizzazione dei “peggiori”. Tutto questo già applicato negli Stati Uniti molto prima che la Germania esprimesse come massimo statista Adolf Hitler, il quale in Mein Kampf, pubblicato nel 1924, aveva citato con lode tale ideologia. 
Proprio su questo argomento il mito può venirci incontro con il termine di “hybris”, la tracotanza di alcuni personaggi.
 


Tantalo, che osò rubare agli Dei il nettare divino, l’ambrosia (amrita anche in sanscrito significa nettare dell’immortalità); Prometeo, che portò agli umani il fuoco; Icaro, che voleva volare con ali costruite da lui stesso; Fetonte, convinto di saper reggere il carro solare e precipitato nell’Eridano; Aracne, che osò gareggiare con Atena nell’abilità di tessitrice… tutti personaggi che hanno sfidato gli dèi, incorrendo nel castigo di Dike, la giustizia, la detentrice della legge che impone all’umano il riconoscimento di una Essenza al di sopra di lui, alla quale soggiacere.
Non sarà pronta una punizione esemplare per coloro che, dichiarando di essere il popolo eletto, l’esercito più morale al mondo, non riconoscono la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) e che dopo aver compiuto indisturbati il genocidio a Gaza, si lanciano in un demenziale attacco all’Iran, ma soprattutto bombardano Beirut proprio mentre ci sono tentativi di pace in Pakistan? È la Terza guerra mondiale in cui vogliono trascinarci? Nessuno riesce a fermare questa compagine criminale?

FORME DI RESISTENZA




mercoledì 15 aprile 2026

ADDIO A CARLO MONGUZZI



Serata speciale alla nostra presenza quotidiana in piazza Duomo per il popolo palestinese. Carlo Monguzzi non è più tra noi fisicamente ma c'è con lo spirito e per ora abbiamo voluto salutarlo così. Quindi alle 18.50 prima di finire la ns quotidiana presenza, ci siamo sistemati davanti al Duomo con lo striscione e la scritta "Ciao Carlo" in silenzio con le bandiere al vento della sua e nostra amata Palestina. Ricordiamo che era sua la mozione per sospendere il gemellaggio Milano-Tel Aviv.

NON SONO PAZZI, CI CREDONO DAVVERO 
di Alex Hannaford  
 

Purtroppo non li hanno
ancora ricoverati

Come l’esercito di destra religiosa di Trump si sta preparando all’apocalisse.
 
Mentre la guerra in Iran sfugge pericolosamente di mano, molti nella cerchia ristretta del presidente degli Stati Uniti la considerano una battaglia predetta dalle profezie bibliche sulla fine dei tempi. Alex Hannaford intervista esperti di Washington per scoprire come queste convinzioni estremiste siano ora al centro del processo decisionale politico statunitense”. Donald Trump ha pubblicato sulla piattaforma Truth Social un’immagine generata da uno strumento di intelligenza artificiale in cui lui stesso appare, con una tunica bianca e rossa, mentre posa la mano sulla fronte di un malato, al letto in ospedale, circondato da persone che pregano o attendono qualcosa, e sullo sfondo la bandiera americana, la Statua della Libertà, aerei da caccia, aquile e altre figure. Si noti che poco dopo il post di cui sopra, Donald Trump ha pubblicato un lungo post contro papa Leone XIII, accusandolo di sostenere il programma di acquisizione di armi nucleari dell’Iran, di essersi opposto all’operazione militare americana in Venezuela a gennaio e di aver incontrato simpatizzanti dell’ex presidente Barack Obama.


Trump resuscita un morto

«Non voglio un papa che critichi il presidente degli Stati Uniti, perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una maggioranza schiacciante, ovvero sto riducendo la criminalità a livelli storicamente bassi e sto creando la borsa più importante della storia», ha sottolineato il presidente americano. «Leone deve riprendersi, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico», ha scritto Trump in un post su Truth Social. Nell’inverno del 2024, Donald Trump annunciò la sua scelta di nominare Pete Hegseth, conduttore di Fox News ed ex militare pressoché sconosciuto al di fuori degli Stati Uniti, come suo segretario alla Difesa. Qualche anno prima, Hegseth aveva affermato di essere stato tra i membri della Guardia Nazionale allontanati dal servizio di sicurezza per l’insediamento del presidente Biden a causa di preoccupazioni relative a possibili legami con l’estremismo. Sul bicipite destro, Hegseth ha tatuata la scritta “Deus vult” in caratteri gotici. Originariamente un grido di battaglia della Prima Crociata e di Papa Urbano II nel 1095, questo motto latino, tradotto come “Dio lo vuole”, è stato in seguito riappropriato dagli estremisti ed è ora ampiamente utilizzato da fazioni suprematiste bianche e nazionaliste cristiane radicali come sinonimo di sentimento anti-musulmano. Hegseth ha affermato che i suoi tatuaggi, tra cui una croce, sono semplicemente “simboli cristiani”. L’autore Jeff Sharlet, esperto della destra religiosa americana, colloca personaggi come Hegseth e altre figure legate a Trump nel contesto di una corrente nazionalista cristiana militante che sta rimodellando la politica americana. Si tratta di un movimento che attualmente non manca di figure ideologiche di spicco, molte delle quali gravitano attorno al movimento MAGA.


Seduta spiritica alla Casa Bianca

Nel 2022, l’Istituto di Studi Sociali e Politici dell’Università di Yale organizzò una conferenza di due giorni per esplorare il ruolo che il nazionalismo cristiano avrebbe potuto svolgere nelle elezioni di metà mandato di quell’anno e quanto rappresentasse una minaccia per la democrazia americana. Il sociologo Philip Gorski affermò che si trattava di “un termine che anche solo cinque anni prima non si sentiva al di fuori di un’aula universitaria, ma che, dopo l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio, ha iniziato a circolare nei notiziari nazionali”. Gorski ha fatto risalire le origini del nazionalismo cristiano bianco negli Stati Uniti alla fine del Seicento, periodo in cui i suoi seguaci credevano che l’America fosse stata fondata da cristiani, i quali avevano modellato le leggi e le istituzioni del paese sui propri ideali religiosi, per contrastare le minacce percepite da parte di persone non bianche e non cristiane. Il fenomeno si è manifestato in periodi in cui i cristiani bianchi si sentivano minacciati da forze esterne, e questa sensazione è stata amplificata da guerre, flussi migratori elevati o periodi di instabilità economica. Gorski ha affermato: “Il periodo che stiamo vivendo ora è una tempesta perfetta. Tutti e tre questi fattori scatenanti sono presenti”. Due anni dopo, Jeff Sharlet descrisse Hegseth come un nazionalista cristiano che credeva “assolutamente nell’idea della riunificazione di Israele come tappa verso il Libro dell’Apocalisse nella Bibbia” e disse: “Vede la guerra di Israele contro i palestinesi come una profezia biblica e come una guerra che deve essere sostenuta per il bene della cristianità”. Hegseth è ora a capo del Dipartimento della Difesa statunitense, che ha ribattezzato “Dipartimento della Guerra”, ed è il principale artefice dell’Operazione Epic Fury, il sanguinoso conflitto in corso in Iran. Inoltre, all’inizio di questo mese, la Military Religious Freedom Foundation ha dichiarato di aver ricevuto oltre 200 denunce da parte di militari statunitensi secondo cui i comandanti avrebbero detto alle truppe che il loro dispiegamento in Iran faceva parte del piano di Dio.


 
A piede libero

Rachel Bitecofer, stratega politica democratica che nella sua newsletter The Cycle ha messo in guardia contro la minaccia autoritaria dell’amministrazione Trump, mi dice che, sebbene possa sembrare “folle a un pubblico europeo”, crede che Hegseth “creda di essere stato scelto da Dio per intraprendere una missione divina che preannunci la seconda venuta di Gesù”. Aggiunge: “Non tutti i cristiani evangelici sono nazionalisti cristiani bianchi, ma tutti i nazionalisti cristiani bianchi sono evangelici. E credono nel rapimento, nell’apocalisse e nella Seconda Venuta”. Anche Jeffrey Sachs, analista di politiche pubbliche ed ex consigliere senior delle Nazioni Unite, ha lanciato l’allarme, avvertendo che la spinta ideologica alla base della guerra contro l’Iran non è più ancorata alla tradizionale arte di governo e che l’amministrazione sta sacrificando la stabilità globale sull’altare di una pericolosa teologia apocalittica. Secondo Bitecofer, molti nazionalisti cristiani sostengono anche la cosiddetta teoria della grande sostituzione, una cospirazione suprematista bianca che sostiene falsamente l’esistenza di un complotto globalista deliberato per indebolire il potere politico e il predominio culturale delle popolazioni bianche attraverso l’immigrazione di massa di persone non bianche e il calo dei tassi di natalità. Quella che un tempo era considerata una teoria strampalata e marginale, ora viene presa sul serio da molti che influenzano le politiche governative.
“Tutti coloro che gravitano intorno al movimento MAGA condividono l’idea che l’America sia un paese per bianchi e che il fatto che in futuro non avrà più una popolazione a maggioranza bianca rappresenti una minaccia esistenziale”, afferma. “Credono che questo fenomeno non solo debba essere fermato in termini di nuova immigrazione, ma che stia anche de-naturalizzando le persone. Perché guardano a dati concreti e inconfutabili, che mostrano bassi tassi di fertilità nei paesi occidentali, e sono in preda a una sorta di vendetta contro i bianchi”.


Senza parole

Nel 2024, ho descritto in dettaglio per The Independent come la Nuova Riforma Apostolica e il suo “Mandato delle Sette Montagne” si fossero spostati dai margini teologici al centro dell’establishment MAGA. Guidata da figure come il pastore Lance Wallnau, ha al suo centro una teologia dominionista che postula che i cristiani siano stati scelti da Dio per rivendicare le vette dell’influenza sociale, tra cui il governo, i media e l’esercito, al fine di trasformare l’America in una teocrazia funzionante. 
Scelto personalmente da Trump come segretario alla Difesa, Hegseth ha poi rinominato il ruolo “segretario alla Guerra” (Pete Hegseth/ Instagram). 
Il movimento è parzialmente finanziato da Ziklag, una rete segreta di donatori, accessibile solo su invito, ognuno con un patrimonio netto minimo di 25 milioni di dollari, che considerano la propria ricchezza un’arma da utilizzare per contribuire alla realizzazione della visione apostolica di Wallnau. Un’inchiesta sul gruppo condotta da ProPublica ha rivelato una strategia articolata su più fronti, ideata per assicurare la vittoria ai Repubblicani negli stati in bilico. Ziklag è stata fondata dall’imprenditore Ken Eldred, il cui libro del 2009, God is At Work, insegna come convertire le persone al cristianesimo in tutto il mondo attraverso iniziative imprenditoriali. Operando come ente benefico esente da tasse, Ziklag riunisce ricchi donatori cristiani per sostenere iniziative volte a plasmare la cultura e la società in linea con le loro convinzioni religiose. Indagini condotte da ProPublica e altre testate giornalistiche dimostrano che l’organizzazione ha esplorato strategie per mobilitare gli elettori attraverso reti ecclesiastiche, attività di sensibilizzazione su determinate tematiche e iniziative rivolte alle comunità conservatrici. Tra i suoi finanziatori figurano famiglie cristiane miliardarie con legami con aziende come Hobby Lobby e Uline. Sebbene documenti interni mostrino che il gruppo abbia preso in considerazione l’utilizzo della tecnologia e di messaggi mirati per influenzare la partecipazione degli elettori e l’affluenza alle urne degli elettori conservatori, le accuse di aver finanziato direttamente sistemi di intelligenza artificiale per rimuovere gli elettori dalle liste elettorali non sono mai state confermate.


 
Siamo in mano a questi

Secondo il Global Project Against Hate and Extremism, i legami tra Ziklag e Project 2025 - il piano di transizione elaborato dalla Heritage Foundation per fornire una tabella di marcia conservatrice per centralizzare il potere esecutivo sotto Donald Trump - sono “profondi”. L’organizzazione afferma che i due hanno “reti di sostenitori e organizzazioni alleate che si sovrappongono”. La strategia a lungo termine, della durata di “250 anni”, promossa oggi dalla Heritage Foundation, si presenta come la continuazione generazionale del Progetto 2025 e sembra concepita per garantire che la rivoluzione trumpiana si trasformi in una ristrutturazione permanente della vita americana. Questa strategia prevede di affermare che il matrimonio tra un uomo e una donna sia la pietra angolare della civiltà, di ricostruire la famiglia nucleare, di sostituire il sistema di welfare e l’eredità culturale degli anni ’60 con un modello di governo basato sulla fede e di incoraggiare alti tassi di natalità come difesa vitale contro il declino demografico e morale, citando l’aumento delle nascite al di fuori del matrimonio nelle comunità afroamericane come la causa originaria di questo declino sociale nazionale.
La tabella di marcia afferma esplicitamente: “Senza famiglie, un Paese… non dispone di un bacino di uomini forti e coraggiosi in grado di proteggersi dagli aggressori ostili, sia in patria che all’estero”.
La necessità di un “deposito di uomini” fornisce il carburante umano per una politica estera che considera l’intervento militare una necessità biblica. Bitecofer afferma che Pete Hegseth crede che dobbiamo combattere questa guerra in Medio Oriente. Il predecessore di Hegseth ricopriva la carica di segretario alla Difesa, e lei insiste: “Cambiare la carica in segretario alla Guerra è stato un segnale importante. Non è mai sembrato un gesto di facciata. Non è uno scherzo. È una posizione. Una posizione interventista. Viviamo in una repubblica costituzionale in collasso qui negli Stati Uniti”.


 
MAGAri si suicidassero...

Come ha fatto notare Jeff Sharlet in una recente intervista al podcast della Interfaith Alliance Foundation, il nazionalismo cristiano è ormai entrato a far parte del mainstream. “Il loro uomo è alla Casa Bianca. Non sono loro a essere clandestini, lo siamo noi”. Anche nelle assemblee legislative statali, il mandato teologico di riappropriarsi dell’influenza sociale si sta traducendo in una fredda realtà giuridica che si insinua negli angoli più privati ​​
della vita americana. Nel marzo 2026, presso il parlamento statale del Tennessee, una sottocommissione ha esaminato un disegno di legge che avrebbe classificato l’aborto come omicidio, esponendo le donne alla pena di morte. Nessun legislatore ha osato chiedere un’udienza, ma il Tennessee è solo un fronte di un’offensiva coordinata che coinvolge più stati. Simili leggi sulla “protezione prenatale” nella Carolina del Sud e le contestazioni sul riconoscimento della “personalità giuridica” dell’aborto in Georgia e Louisiana hanno portato alla ribalta la prospettiva dell’esecuzione capitale come punizione per l’aborto. Sono mosse come queste che stanno allontanando sempre più le donne che un tempo vedevano nella nuova destra un rifugio dal progressismo “woke”. Un recente articolo del New York Magazine descrive una crescente frattura all’interno del movimento, illustrando come un’ondata di giovani donne conservatrici, un tempo attratte dalla ribellione anti-woke della nuova destra, stiano ora abbandonando il movimento, rendendosi conto che il sessismo è diventato il suo nucleo identitario, con alcune figure di spicco che esigono la sottomissione assoluta delle donne alla leadership. È una conclusione sconfortante per un movimento che prometteva un ritorno alla libertà. Il piano venticinquennale della Heritage Foundation, proprio come il tatuaggio di Hegseth con la scritta “Dio lo vuole”, sembra sempre più una tabella di marcia per un paese in cui l’unico modo per governare è prepararsi alla fine del mondo.

martedì 14 aprile 2026

VERSO IL XXV APRILE
di Zaccaria Gallo
 
Tullia Romagnoli

I
Tullia Romagnoli Carrettoni. Dagli studi universitari alla Resistenza, dall’insegnamento della Storia dell’Arte alla politica a tempo pieno, dalle lotte in Parlamento all’ importanza internazionale della sua dedizione per i diritti delle donne, Tullia Romagnoli è stata una personalità multiforme, con una visione che, spesso, ha precorso i termini temporali della storia, e che fu resa possibile proprio dal suo rifiuto della ideologia fascista, praticata in a casa sua da suo padre, e dalla sua successiva lotta antifascista. Nata a Verona nel 1918 in una famiglia borghese, passò la fanciullezza e la gioventù a Milano, nell’asfittica atmosfera della adesione del suo genitore al fascismo. Diplomatasi nel Liceo Classico, Tullia si iscrisse all’Università nella Facoltà di Lettere e Filosofia: fu il momento in cui si accostò alle idee di libertà, che intravide subito compresse dal regime di Mussolini, e all’impegno antifascista. Con l’instaurazione delle leggi razziali del 1938, il suo pensiero politico subisce ulteriore maturazione, anche perché durante gli studi universitari aveva incontrato e condiviso quei suoi anni con Giuliana Foa e Tullia Zevi. La sua coscienza antifascista si definisce definitivamente dopo l’incontro con Gianfilippo Carrettoni, un giovane socialista, la cui madre aveva collaborato con Anna Kuliscioff, e il cui padre aveva perduto il posto in banca perché oppositore del fascismo. Tullia si sposerà con Gianfilippo nel 1940 e dalla loro unione, dopo essersi laureata in Archeologia, nascerà Ettore Carrettoni. Dal 1942 ha inizio la sua attività clandestina, in appoggio alla Resistenza, nella sua casa di Via Barberini a Roma. Sceglierà di entrare a far parte del Partito d’Azione, dopo aver incontrato Ferruccio Parri. Questo segnerà il suo destino politico successivo perché, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, nel 1945 aderirà al Partito Socialista, entrerà nell’Unione Donne Italiane, parteciperà a Parigi al Congresso Internazionale delle donne, si recherà dal 1952 in Unione Sovietica, Cina, Vietnam e Messico, sarà eletta al Senato nel 1963 ed inizierà la sua lunga battaglia parlamentare. La Scuola (che a me piace scrivere con la maiuscola),  i diritti della emancipazione femminile nella riforma del diritto di famiglia, la eliminazione dal codice penale del matrimonio riparatore del delitto d’onore, la vicepresidenza di Palazzo Madama e infine nel 1979 la elezione al Parlamento europeo: queste alcune delle tappe fondamentali della sua vita, successiva alla Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, sempre con l’intento di “affermare l’idea dell’uguaglianza che non lasci spazio alla omologazione culturale né tantomeno a identità totalizzanti e antagoniste”. Si aggiunse così negli ultimi anni della sua presenza politica (morirà nel 2015) la protezione dei diritti umani e la valorizzazione delle differenze etniche e religiose e culturali. È evidente che, la acquisizione di questi valori e della sua preparazione culturale e civile, non potevano non essere che la eredità diretta del suo impegno negli anni della Resistenza nazi-fascista, vero battesimo di una passione che l’avrebbe portata ad essere all’avanguardia nella preparazione e nella creazione delle norme legislative che poi saranno alla base del welfare italiano. E dalle stesse radici prenderà forma la sua ferma denuncia della terribile notizia dei tanti desaparecidos, il crimine che sotto l’egida della Cia stava avvenendo in Cile e in Argentina, ponendo sotto gli occhi di tutti in Italia e in Europa la assoluta necessità di difendere, sempre e ovunque, i diritti alla libertà di ogni essere umano e di ogni popolo, messi in pericolo tutte le volte che il fascismo, sotto ogni veste, stravolgeva la democrazia. E accanto a tutto questo, non si può dimenticare la sua presenza anche sul terreno della cultura in questo nuovo millennio: richiedeva che fosse garantito, a tutti i livelli, il giusto equilibrio fra modernizzazione e riconoscimento del ruolo fondamentale delle testimonianze dell’antichità nel patrimonio ambientale e a artistico del nostro paese, perché non può esserci presente e futuro senza la precisa conoscenza del passato. Viva la Resistenza! Viva il XXV Aprile! 

LA PIETRA AL COLLO
di Romano Rinaldi
 

Con la schiacciante vittoria dello sfidante di Viktor Orban, Peter Magyar, nelle elezioni parlamentari ungheresi, si conferma una tendenza che era più che lecito aspettarsi da parte di popolazioni evolute, culturalmente e politicamente ed in particolare più evolute rispetto ai leader che pretendono di rappresentarle. Questa vittoria segue diverse altre, caratterizzate da uno stesso denominatore comune. Penso alle elezioni in Australia nel 2025 e la inusuale riconferma del premier in carica Anthony Albanese, del partito labourista, avvenuta dopo la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca e successivi immediati contraccolpi della sua politica dei dazi e dello smantellamento delle Istituzioni Internazionali. Altro esempio lampante si è avuto con le elezioni in Canada (2025), dover il maldestro, improvvido e per dirla tutta stupido, tentativo di annessione di quel grande Paese agli Stati Uniti ventilato da Trump, ha convinto la maggioranza dei canadesi a non seguirne la pressante ingerenza e votare per un governo indipendente, guidato dal liberale Mark Carney, il quale non ha mancato di servire a Donald Trump il piatto più indigesto, con un discorso a Davos l’anno scorso che val la pena rileggere di tanto in tanto (1).
Per non farla troppo lunga, voglio solo ricordare, da ultimo, il recente risultato del nostro referendum costituzionale del mese scorso, che ha espresso chiaramente la volontà del popolo italiano di non abbandonare i principi democratici dettati dalla nostra Costituzione per un’avventura sovranista nel solco della tragedia che la presidenza di Donald Trum sta portando in tutto il mondo.  
Sfortunatamente per il nostro Paese, la guida della nostra Presidente del Consiglio dei ministri non sembra essersi accorta di avere imboccato una strada molto sdrucciolevole con le gomme praticamente lisce. Senza voler andare a ritroso ai fatti del 6 gennaio 2021 di Capitol Hill, si può cominciare con gli efferati episodi criminali di Minneapolis, mai denunciati dalla nostra “premier” per quello che sono stati per tutto il mondo civile. A seguire, l’avallo della più improbabile, sfacciata e ridicola delle proposte, fatta da un ricercato internazionale per crimini di guerra (Benjamin Netanhyau), di assegnare il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump. Mettiamoci pure la terza, solo per armonia del numero: la partecipazione dell’Italia in una forma che vuole essere e non essere allo stesso tempo, al cosiddetto “Board of Peace”, un’accozzaglia di malandrini mondiali che, al seguito del loro idolo, Donald Trump, vorrebbero sostituire la forza del denaro e della potenza militare a quella del Diritto Internazionale e delle Istituzioni che ne sono a salvaguardia. Poi ci sarebbero casi anche molto più gravi, come i massacri a Gaza, l’intervento in Venezuela e fino all’ultima guerra, non condivisa ma non condannata…!
Tornando alle elezioni ungheresi, nonostante la pesante ingerenza dell’amministrazione americana addirittura col personale intervento del Vicepresidente J.D. Vance nella campagna elettorale per Viktor Orban, la stessa campana ha suonato un’altra volta. Perdipiù, non è che abbia vinto un’opposizione, bensì sempre un partito di destra. Ecco, se la nostra Presidente del Consiglio si ostinerà a mantenere una linea pro-Trump, avrà definitivamente dimostrato di essere rimasta quell’“underdog” da cui si vanta di essersi affrancata. Viceversa, si è messa e ha purtroppo messo tutti noi, al servizio ossequioso del perdente in assoluto, colui che dove tocca, anziché trasformare in oro, come vorrebbe far credere, porta guerre, dazi, distruzione dei rapporti tra alleati, usurpazioni di poteri in casa propria e altrui, cancellazione dei diritti dei cittadini e degli Stati, comportamenti erratici e imprevedibili con conseguenze planetarie, arricchimenti personali in spregio alle regole del capitalismo… e si potrebbe continuare fino alla noia.
Temo fortemente che quel cappio usato da Trump come metodo di trattava negli “accordi” di cui parlavo recentemente (2) non solo si stringerà attorno al collo più leggiadro, ma avrà una grossa pietra all’altro capo…!   
 
(1) https://www.cbc.ca/news/politics/mark-carney-speech-davos-rules-based-order-9.7053350
 
(2) Rinaldi – ODISSEA - 28/3/26
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/un-cappio-al-collo-di-romano-rinaldi-i.html

NESSUN ACCORDO MILITARE CON ISRAELE!



Copiate e inviate questo ed inviatelo agli indirizzi email che vedete alla fine.
 
Oggetto:
Diffida e richiesta di mancato rinnovo del Memorandum Italia-Israele
 
Alla cortese attenzione
del Ministro degli Affari Esteri,
del Ministro della Difesa e
del Presidente del Consiglio
 
Con la presente, chi scrive intende dissociarsi in modo espresso e netto da ogni ipotesi di rinnovo tacito o formale del Memorandum d'intesa tra Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore della difesa, in scadenza il 13 aprile 2026.
Si chiede pertanto che il Governo italiano proceda senza indugio alla rinuncia formale dell'accordo e a ogni atto necessario per impedirne il rinnovo, assumendosene in via esclusiva la piena responsabilità politica, istituzionale e giuridica, anche in relazione alle conseguenze che tale scelta potrà produrre sul piano interno e internazionale.
L'accordo, firmato nel 2003 e ratificato nel 2005, disciplina forme di cooperazione tecnica ed operativa, incluse attività di scambio, addestramento e collaborazione militare. Proprio per la sua natura e per il contesto attuale, il suo rinnovo non può essere considerato un atto neutro né automatico.
Alla luce delle gravi critiche già sollevate da giuristi, associazioni e numerosi cittadini, e considerando le più recenti evoluzioni dello scenario in Palestina, Libano e nel resto del Medio Oriente, riteniamo che ogni scelta di rinnovo debba essere imputata unicamente al Governo italiano, quale soggetto titolare del potere di decisione e della relativa responsabilità.
 
Si chiede quindi:
la denuncia formale del Memorandum;
il mancato rinnovo alla data del 13 aprile 2026;
la comunicazione pubblica e trasparente della decisione;
l’assunzione esplicita di responsabilità da parte del Governo per eventuali effetti derivanti dal rinnovo.
Con la presente si ribadisce dunque una ferma e inequivoca dissociazione da qualunque rinnovo del Memorandum e si intende attribuire al solo Governo ogni responsabilità per l'eventuale prosecuzione dell’intesa.
Cordiali saluti,
 
[Nome e cognome]
 
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sgd@sgd.difesa.it
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lunedì 13 aprile 2026

PER PEPPINO IMPASTATO
di Anna Rutigliano
 

Peppino Impastato

Il fonogramma dell’allora procuratore capo Gaetano Martorana, così recitava quella notte tra l’8 ed il 9 Maggio del 1978, dinanzi al ritrovamento dei resti umani di Peppino Impastato, dopo l’esplosione dinamitarda sui binari: “persona allo stato ignota, ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo, dilaniava lo stesso attentatore”.
Sono trascorsi 24 anni dalla sentenza della Corte d’Assise di Palermo che condannava all’ergastolo Gaetano Badalamenti, lo “zu Tano seduto” del programma satirico radiofonico di controinformazione e  di denuncia antimafia, Onda Pazza, quale mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, anche se di anni ne sono stati scontati soltanto due, in quanto il colpevole è deceduto nell’Aprile del 2004 e altrettanti ne trascorsero da quel 9 Maggio del 1978, lo stesso giorno dell’uccisione di Aldo Moro in via Caetani a Roma, perché fosse finalmente restituita dignità, dopo anni di depistaggi, inchieste e occultamento delle prove per collusione delle forze dell’ordine con lo Stato mafioso, ad un intellettuale politico e attivista, dal destino già segnato, per essersi opposto coraggiosamente agli pseudo valori di legalità e di rispetto della propria famiglia, intrallazzata con le cosche mafiose di Cinisi e dintorni e coinvolta con i traffici di droga provenienti dagli Stati Uniti, disonorando soprattutto suo padre Luigi: il tutto reso possibile grazie alla tenacia di mamma Felicia e di suo fratello più piccolo, Giovanni, nonché dei compagni militanti di Peppino.



Accade così che nelle pagine del libro-memoria Mio Fratello, tutta una vita con Peppino, di Giovanni Impastato, (Libreria Pienogiorno), si respiri pienamente quella curiosità e voglia di ricerca, impartita sin dalla tenera età, dall’educazione amorevole dello zio Matteo, divoratore di giornali e appassionato di lettura, dispensatore di libri essenziali nella formazione del pensiero soggettivo e critico di ogni individuo, mosso dall’amore per la sapienza trasmessa al nipote Peppino. Leggiamo a pag. 198 il prezioso monito di zio Matteo: “La banalità e la superficialità sono nemici della vostra crescita, nun vi duviti mai firmari, guardatevi sempre attorno, non accontentatevi di quello che molti tentano di farvi credere in maniera sbagliata. Bisogna essere critici, propositivi e costruttivi. Chistu pò succediri sulu cu u studiu e la conoscenza”. Peppino in seguito, non solo si iscriverà alla facoltà di Filosofia di Palermo ma comporrà anche alcune poesie d’amore, probabilmente indirizzate ad una certa Anna, tanto da apparire agli occhi ingenui di suo fratello Giovanni, un ragazzo  vivace, serio, intelligente e protettivo, lo spirito audace della casa, ribelle alle condizioni dettate dall’esterno, contraddistinto dall’instancabile ricerca della verità nel profondo anche quando pericolosa e scomoda, immerso a capofitto nella vita politica e sociale ma non nella leggerezza della vita. 



Del rapporto fraterno di Peppino e Giovanni ho trovato singolare l’intesa di complicità che si instaura fra i due, nonostante la differenza d’età di 5 anni e quel sentimento di paura che accompagna sin dalle prime pagine il piccolo Giovanni, allorquando decidono in totale simbiosi di adottare la strategia del silenzio, una sorta di tacito accordo essenziale ai due giovanissimi investigatori, tutte le volte che si rendono testimoni dei loschi soggiorni degli amici latitanti del papà Luigi e dello zio Cesare Manzella, capo della mafia di Cinisi, per discutere di affari a cui né i “picciriddi” né le donne di casa hanno libero accesso. Ogni movimento, ogni ritrovamento, come la scoperta della botola segreta, nascondiglio e via di fuga dei latitanti, ogni parola detta e taciuta dagli adulti, ogni sguardo triste di mamma Felicia, ogni espressione di preoccupazione della zia Fara, ogni individuo che si aggira presso la tenuta di zio Cesare ed in casa Impastato, rappresentano un pezzo del grande puzzle che Peppino vuole comporre a tutti i costi, per confermare a se stesso quanto la mafia sia prepotentemente radicata tanto nel modus vivendi delle famiglie siciliane quanto all’interno delle istituzioni socio-politiche dell’Italia dell’epoca, intaccando i principi e valori di Libertà di pensiero e di rispetto e quanto, inoltre, sia direttamente proporzionale e forte in lui la convinzione di doverla combattere in prima linea, di dover estirpare il male mafioso fondato sulla schiavitù e sulla corruzione di pensiero, specialmente dopo l’assassinio al tritolo dello zio Cesare. L’omicidio dello zio Cesare, infatti, rappresenta un punto ulteriore di svolta nelle indagini del giovane Peppino che culminano sia nella cacciata di casa da parte del papà Luigi che lo reputa fin troppo comunista, disonorando in tal modo la famiglia,  sia nella fondazione del giornale politico “L’idea” e di “Radio Aut” così come nella conduzione del programma radiofonico “Onda Pazza” in cui Peppino denuncia e deride impavidamente mafiosi e politici locali definendo la mafia “Una montagna di merda”. 



Giovanni, frattanto, dopo aver letto il libro Il giorno della Civetta di Sciascia, prezioso dono regalatogli da Peppino, il quale, sulle orme di zio Matteo, desidera inculcare nel fratello minore, una coscienza politica, un pensiero libero e svincolato da condizionamenti, tanto più se di origine mafiosa, sostiene energicamente il lavoro di sensibilizzazione culturale avviato da Peppino e dai suoi compagni militanti nel territorio di Cinisi e della limitrofa Terrasini, organizzando incontri e riunioni di natura intellettuale, in cui cinema, arte e letteratura trovino ragion d’essere, lui Giovanni, meno pragmatico, consapevole di non essere pronto per il grande salto nella lotta di classe, al pari di Peppino: “Io, il borghese consapevole che non ha ancora deciso di fare il salto” (pag. 218), ma in seconda fila per ricordare a Peppino sempre di stare attento, di non rischiare troppo eppur collaborativo con la sua 128 gialla per coinvolgere quanti più giovani possibili nel nuovo attivissimo circolo Musica e Cultura da poco costituitosi. Dopo la morte di papà Luigi, investito da un’auto in tarda notte, dopo la chiusura della sua pizzeria, in verità ammazzato su mandato dai suoi amici mafiosi, Peppino rifiuta categoricamente la stretta di mano di Don Tano al funerale: “Itivinni, nun siti degni di strìnciri a me manu” (pag. 256). Il “vaccaro boia” è l’ appellativo conferito a Badalamenti da mamma Felicia. 




Con quella morte la famiglia Impastato si trova a vivere momenti di intensa paura e angoscia, si sentono privi della protezione del papà, paura che invece non intacca l’attivismo politico di Peppino portandolo a candidarsi alle elezioni comunali nel Maggio del ’78 per il partito di Democrazia Proletaria. Peppino vuole e deve combattere su due fronti: quello della lotta politica umile e giusta, non armata e pacifica per la collettività e quello della sua lotta segreta familiare antimafia. Così, rivolgendosi a suo fratello, Peppino, in piena campagna elettorale, afferma soddisfatto: “Come vedi, Giovanni, la promessa che io ho fatto quindici anni fa è stata mantenuta, credo sia il caso di iniziare fin da ora a mantenerne qualche altra, magari per altri quindici anni ancora. Ci vediamo domani e ne parliamo con calma” (pag. 259).




Peppino, il “dissacratore pasoliniano”, non tornerà mai più da quella sera, ma rivivrà per sempre, ostinatamente nei lunghi anni a venire per volere di mamma Felicia, del fratello Giovanni, dei compagni militanti e di tutte quelle persone ed istituzioni che hanno creduto, vedi i giudici Falcone e Borsellino fondamentali nelle inchieste sul mafioso Gaetano Badalamenti, e che ancora credono che la giustizia sociale sia una responsabilità davanti al mondo, per usare le parole di Giovanni Impastato, perché Peppino risorge ogni giorno e tutte le volte che fra i banchi di scuola, in famiglia e nei rapporti socio-economici e politici si rispetti la dignità di ciascun individuo senza prevaricazioni, senza atteggiamenti arroganti e disonesti ma volti a costruire la Pace. Per questo anche noi, come il fratello Giovanni Impastato, tutta la vita con Peppino.

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