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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 15 aprile 2026
NON SONO PAZZI, CI CREDONO
DAVVERO
di Alex Hannaford

Purtroppo non li hanno
ancora ricoverati
Come l’esercito di destra religiosa
di Trump si sta preparando all’apocalisse.
“Mentre la
guerra in Iran sfugge pericolosamente di mano, molti nella cerchia ristretta
del presidente degli Stati Uniti la considerano una battaglia predetta dalle
profezie bibliche sulla fine dei tempi. Alex Hannaford intervista esperti di
Washington per scoprire come queste convinzioni estremiste siano ora al centro
del processo decisionale politico statunitense”. Donald Trump ha pubblicato
sulla piattaforma Truth Social un’immagine generata da uno strumento di
intelligenza artificiale in cui lui stesso appare, con una tunica bianca e
rossa, mentre posa la mano sulla fronte di un malato, al letto in ospedale,
circondato da persone che pregano o attendono qualcosa, e sullo sfondo la
bandiera americana, la Statua della Libertà, aerei da caccia, aquile e altre
figure. Si noti che poco dopo il post di cui sopra, Donald Trump ha pubblicato
un lungo post contro papa Leone XIII, accusandolo di sostenere il programma di
acquisizione di armi nucleari dell’Iran, di essersi opposto all’operazione
militare americana in Venezuela a gennaio e di aver incontrato simpatizzanti
dell’ex presidente Barack Obama.

ancora ricoverati

Trump resuscita un morto

«Non voglio un papa che critichi il presidente degli Stati Uniti, perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una maggioranza schiacciante, ovvero sto riducendo la criminalità a livelli storicamente bassi e sto creando la borsa più importante della storia», ha sottolineato il presidente americano. «Leone deve riprendersi, usare il buon senso, smettere di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico», ha scritto Trump in un post su Truth Social. Nell’inverno del 2024, Donald Trump annunciò la sua scelta di nominare Pete Hegseth, conduttore di Fox News ed ex militare pressoché sconosciuto al di fuori degli Stati Uniti, come suo segretario alla Difesa. Qualche anno prima, Hegseth aveva affermato di essere stato tra i membri della Guardia Nazionale allontanati dal servizio di sicurezza per l’insediamento del presidente Biden a causa di preoccupazioni relative a possibili legami con l’estremismo. Sul bicipite destro, Hegseth ha tatuata la scritta “Deus vult” in caratteri gotici. Originariamente un grido di battaglia della Prima Crociata e di Papa Urbano II nel 1095, questo motto latino, tradotto come “Dio lo vuole”, è stato in seguito riappropriato dagli estremisti ed è ora ampiamente utilizzato da fazioni suprematiste bianche e nazionaliste cristiane radicali come sinonimo di sentimento anti-musulmano. Hegseth ha affermato che i suoi tatuaggi, tra cui una croce, sono semplicemente “simboli cristiani”. L’autore Jeff Sharlet, esperto della destra religiosa americana, colloca personaggi come Hegseth e altre figure legate a Trump nel contesto di una corrente nazionalista cristiana militante che sta rimodellando la politica americana. Si tratta di un movimento che attualmente non manca di figure ideologiche di spicco, molte delle quali gravitano attorno al movimento MAGA.

Seduta spiritica alla Casa Bianca
Nel 2022, l’Istituto di Studi Sociali
e Politici dell’Università di Yale organizzò una conferenza di due giorni per
esplorare il ruolo che il nazionalismo cristiano avrebbe potuto svolgere nelle
elezioni di metà mandato di quell’anno e quanto rappresentasse una minaccia per
la democrazia americana. Il sociologo Philip Gorski affermò che si trattava di
“un termine che anche solo cinque anni prima non si sentiva al di fuori di
un’aula universitaria, ma che, dopo l’attacco del 6 gennaio al Campidoglio, ha
iniziato a circolare nei notiziari nazionali”. Gorski ha fatto risalire le
origini del nazionalismo cristiano bianco negli Stati Uniti alla fine del
Seicento, periodo in cui i suoi seguaci credevano che l’America fosse stata
fondata da cristiani, i quali avevano modellato le leggi e le istituzioni del
paese sui propri ideali religiosi, per contrastare le minacce percepite da
parte di persone non bianche e non cristiane. Il fenomeno si è manifestato in
periodi in cui i cristiani bianchi si sentivano minacciati da forze esterne, e
questa sensazione è stata amplificata da guerre, flussi migratori elevati o
periodi di instabilità economica. Gorski ha affermato: “Il periodo che stiamo
vivendo ora è una tempesta perfetta. Tutti e tre questi fattori scatenanti sono
presenti”. Due anni dopo, Jeff Sharlet descrisse Hegseth come un nazionalista
cristiano che credeva “assolutamente nell’idea della riunificazione di Israele
come tappa verso il Libro dell’Apocalisse nella Bibbia” e disse: “Vede la
guerra di Israele contro i palestinesi come una profezia biblica e come una
guerra che deve essere sostenuta per il bene della cristianità”. Hegseth è ora
a capo del Dipartimento della Difesa statunitense, che ha ribattezzato
“Dipartimento della Guerra”, ed è il principale artefice dell’Operazione Epic
Fury, il sanguinoso conflitto in corso in Iran. Inoltre, all’inizio di questo
mese, la Military Religious Freedom Foundation ha dichiarato di aver ricevuto
oltre 200 denunce da parte di militari statunitensi secondo cui i comandanti
avrebbero detto alle truppe che il loro dispiegamento in Iran faceva parte del
piano di Dio.


A piede libero
Rachel
Bitecofer, stratega politica democratica che nella sua newsletter The Cycle ha
messo in guardia contro la minaccia autoritaria dell’amministrazione Trump, mi
dice che, sebbene possa sembrare “folle a un pubblico europeo”, crede che
Hegseth “creda di essere stato scelto da Dio per intraprendere una missione
divina che preannunci la seconda venuta di Gesù”. Aggiunge: “Non tutti i
cristiani evangelici sono nazionalisti cristiani bianchi, ma tutti i
nazionalisti cristiani bianchi sono evangelici. E credono nel rapimento,
nell’apocalisse e nella Seconda Venuta”. Anche Jeffrey Sachs, analista di
politiche pubbliche ed ex consigliere senior delle Nazioni Unite, ha lanciato
l’allarme, avvertendo che la spinta ideologica alla base della guerra contro
l’Iran non è più ancorata alla tradizionale arte di governo e che
l’amministrazione sta sacrificando la stabilità globale sull’altare di una
pericolosa teologia apocalittica. Secondo Bitecofer, molti nazionalisti
cristiani sostengono anche la cosiddetta teoria della grande sostituzione, una
cospirazione suprematista bianca che sostiene falsamente l’esistenza di un
complotto globalista deliberato per indebolire il potere politico e il
predominio culturale delle popolazioni bianche attraverso l’immigrazione di
massa di persone non bianche e il calo dei tassi di natalità. Quella che un
tempo era considerata una teoria strampalata e marginale, ora viene presa sul
serio da molti che influenzano le politiche governative.
“Tutti coloro che gravitano intorno
al movimento MAGA condividono l’idea che l’America sia un paese per bianchi e
che il fatto che in futuro non avrà più una popolazione a maggioranza bianca rappresenti
una minaccia esistenziale”, afferma. “Credono che questo fenomeno non solo
debba essere fermato in termini di nuova immigrazione, ma che stia anche
de-naturalizzando le persone. Perché guardano a dati concreti e inconfutabili,
che mostrano bassi tassi di fertilità nei paesi occidentali, e sono in preda a
una sorta di vendetta contro i bianchi”.


Senza parole
Nel 2024, ho
descritto in dettaglio per The Independent come la Nuova
Riforma Apostolica e il suo “Mandato delle Sette Montagne” si fossero spostati dai
margini teologici al centro dell’establishment MAGA. Guidata da figure come il
pastore Lance Wallnau, ha al suo centro una teologia dominionista che postula
che i cristiani siano stati scelti da Dio per rivendicare le vette
dell’influenza sociale, tra cui il governo, i media e l’esercito, al fine di
trasformare l’America in una teocrazia funzionante.
Scelto personalmente da Trump come
segretario alla Difesa, Hegseth ha poi rinominato il ruolo “segretario alla
Guerra” (Pete Hegseth/ Instagram).
Il movimento è parzialmente
finanziato da Ziklag, una rete segreta di donatori, accessibile solo su invito,
ognuno con un patrimonio netto minimo di 25 milioni di dollari, che considerano
la propria ricchezza un’arma da utilizzare per contribuire alla realizzazione
della visione apostolica di Wallnau. Un’inchiesta sul gruppo condotta da
ProPublica ha rivelato una strategia articolata su più fronti, ideata per
assicurare la vittoria ai Repubblicani negli stati in bilico. Ziklag è stata
fondata dall’imprenditore Ken Eldred, il cui libro del 2009, God is At Work, insegna
come convertire le persone al cristianesimo in tutto il mondo attraverso
iniziative imprenditoriali. Operando come ente benefico esente da tasse, Ziklag
riunisce ricchi donatori cristiani per sostenere iniziative volte a plasmare la
cultura e la società in linea con le loro convinzioni religiose. Indagini
condotte da ProPublica e altre testate giornalistiche dimostrano che
l’organizzazione ha esplorato strategie per mobilitare gli elettori attraverso
reti ecclesiastiche, attività di sensibilizzazione su determinate tematiche e
iniziative rivolte alle comunità conservatrici. Tra i suoi finanziatori
figurano famiglie cristiane miliardarie con legami con aziende come Hobby Lobby
e Uline. Sebbene documenti interni mostrino che il gruppo abbia preso in
considerazione l’utilizzo della tecnologia e di messaggi mirati per influenzare
la partecipazione degli elettori e l’affluenza alle urne degli elettori
conservatori, le accuse di aver finanziato direttamente sistemi di intelligenza
artificiale per rimuovere gli elettori dalle liste elettorali non sono mai
state confermate.


Siamo in mano a questi
Secondo
il Global Project Against Hate and Extremism, i legami tra Ziklag e
Project 2025 - il piano di transizione elaborato dalla Heritage Foundation per
fornire una tabella di marcia conservatrice per centralizzare il potere
esecutivo sotto Donald Trump - sono “profondi”. L’organizzazione afferma che i
due hanno “reti di sostenitori e organizzazioni alleate che si sovrappongono”. La
strategia a lungo termine, della durata di “250 anni”, promossa oggi dalla
Heritage Foundation, si presenta come la continuazione generazionale del
Progetto 2025 e sembra concepita per garantire che la rivoluzione trumpiana si
trasformi in una ristrutturazione permanente della vita americana. Questa
strategia prevede di affermare che il matrimonio tra un uomo e una donna sia la
pietra angolare della civiltà, di ricostruire la famiglia nucleare, di
sostituire il sistema di welfare e l’eredità culturale degli anni ’60 con un
modello di governo basato sulla fede e di incoraggiare alti tassi di natalità
come difesa vitale contro il declino demografico e morale, citando l’aumento
delle nascite al di fuori del matrimonio nelle comunità afroamericane come la
causa originaria di questo declino sociale nazionale.
La tabella di marcia afferma
esplicitamente: “Senza famiglie, un Paese… non dispone di un bacino di uomini
forti e coraggiosi in grado di proteggersi dagli aggressori ostili, sia in
patria che all’estero”.
La necessità di un “deposito di
uomini” fornisce il carburante umano per una politica estera che considera
l’intervento militare una necessità biblica. Bitecofer afferma che Pete Hegseth
crede che dobbiamo combattere questa guerra in Medio Oriente. Il predecessore
di Hegseth ricopriva la carica di segretario alla Difesa, e lei insiste:
“Cambiare la carica in segretario alla Guerra è stato un segnale importante.
Non è mai sembrato un gesto di facciata. Non è uno scherzo. È una posizione.
Una posizione interventista. Viviamo in una repubblica costituzionale in
collasso qui negli Stati Uniti”.


MAGAri si suicidassero...
Come ha fatto
notare Jeff Sharlet in una recente intervista al podcast della Interfaith
Alliance Foundation, il nazionalismo cristiano è ormai entrato a far parte
del mainstream. “Il loro uomo è alla Casa Bianca. Non sono loro a essere
clandestini, lo siamo noi”. Anche nelle assemblee legislative statali, il
mandato teologico di riappropriarsi dell’influenza sociale si sta traducendo in
una fredda realtà giuridica che si insinua negli angoli più privati della vita americana. Nel marzo 2026, presso il
parlamento statale del Tennessee, una sottocommissione ha esaminato un disegno
di legge che avrebbe classificato l’aborto come omicidio, esponendo le donne
alla pena di morte. Nessun legislatore ha osato chiedere un’udienza, ma il
Tennessee è solo un fronte di un’offensiva coordinata che coinvolge più stati.
Simili leggi sulla “protezione prenatale” nella Carolina del Sud e le
contestazioni sul riconoscimento della “personalità giuridica” dell’aborto in
Georgia e Louisiana hanno portato alla ribalta la prospettiva dell’esecuzione
capitale come punizione per l’aborto. Sono mosse come queste che stanno
allontanando sempre più le donne che un tempo vedevano nella nuova destra un
rifugio dal progressismo “woke”. Un recente articolo del New York Magazine
descrive una crescente frattura all’interno del movimento, illustrando come
un’ondata di giovani donne conservatrici, un tempo attratte dalla ribellione
anti-woke della nuova destra, stiano ora abbandonando il movimento, rendendosi
conto che il sessismo è diventato il suo nucleo identitario, con alcune figure
di spicco che esigono la sottomissione assoluta delle donne alla leadership. È
una conclusione sconfortante per un movimento che prometteva un ritorno alla
libertà. Il piano venticinquennale della Heritage Foundation, proprio come il
tatuaggio di Hegseth con la scritta “Dio lo vuole”, sembra sempre più una
tabella di marcia per un paese in cui l’unico modo per governare è prepararsi
alla fine del mondo.

martedì 14 aprile 2026
VERSO IL XXV APRILE
di
Zaccaria Gallo

Tullia Romagnoli
I
Tullia
Romagnoli Carrettoni. Dagli studi universitari alla Resistenza,
dall’insegnamento della Storia dell’Arte alla politica a tempo pieno, dalle
lotte in Parlamento all’ importanza internazionale della sua dedizione per i
diritti delle donne, Tullia Romagnoli è stata una personalità multiforme, con
una visione che, spesso, ha precorso i termini temporali della storia, e che fu
resa possibile proprio dal suo rifiuto della ideologia fascista, praticata in a
casa sua da suo padre, e dalla sua successiva lotta antifascista. Nata a Verona
nel 1918 in una famiglia borghese, passò la fanciullezza e la gioventù a
Milano, nell’asfittica atmosfera della adesione del suo genitore al fascismo. Diplomatasi
nel Liceo Classico, Tullia si iscrisse all’Università nella Facoltà di Lettere
e Filosofia: fu il momento in cui si accostò alle idee di libertà, che
intravide subito compresse dal regime di Mussolini, e all’impegno antifascista.
Con l’instaurazione delle leggi razziali del 1938, il suo pensiero politico
subisce ulteriore maturazione, anche perché durante gli studi universitari aveva
incontrato e condiviso quei suoi anni con Giuliana Foa e Tullia Zevi. La sua
coscienza antifascista si definisce definitivamente dopo l’incontro con
Gianfilippo Carrettoni, un giovane socialista, la cui madre aveva collaborato
con Anna Kuliscioff, e il cui padre aveva perduto il posto in banca perché
oppositore del fascismo. Tullia si sposerà con Gianfilippo nel 1940 e dalla
loro unione, dopo essersi laureata in Archeologia, nascerà Ettore Carrettoni.
Dal 1942 ha inizio la sua attività clandestina, in appoggio alla Resistenza, nella
sua casa di Via Barberini a Roma. Sceglierà di entrare a far parte del Partito
d’Azione, dopo aver incontrato Ferruccio Parri. Questo segnerà il suo destino
politico successivo perché, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione, nel 1945
aderirà al Partito Socialista, entrerà nell’Unione Donne Italiane, parteciperà
a Parigi al Congresso Internazionale delle donne, si recherà dal 1952 in Unione
Sovietica, Cina, Vietnam e Messico, sarà eletta al Senato nel 1963 ed inizierà
la sua lunga battaglia parlamentare. La Scuola (che a me piace scrivere con la
maiuscola), i diritti della
emancipazione femminile nella riforma del diritto di famiglia, la eliminazione
dal codice penale del matrimonio riparatore del delitto d’onore, la
vicepresidenza di Palazzo Madama e infine nel 1979 la elezione al Parlamento
europeo: queste alcune delle tappe fondamentali della sua vita, successiva alla
Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, sempre con l’intento di “affermare l’idea dell’uguaglianza che non
lasci spazio alla omologazione culturale né tantomeno a identità totalizzanti e
antagoniste”. Si aggiunse così negli ultimi anni della sua presenza
politica (morirà nel 2015) la protezione dei diritti umani e la valorizzazione
delle differenze etniche e religiose e culturali. È evidente che, la acquisizione
di questi valori e della sua preparazione culturale e civile, non potevano non
essere che la eredità diretta del suo impegno negli anni della Resistenza nazi-fascista,
vero battesimo di una passione che l’avrebbe portata ad essere all’avanguardia
nella preparazione e nella creazione delle norme legislative che poi saranno
alla base del welfare italiano. E dalle stesse radici prenderà forma la sua
ferma denuncia della terribile notizia dei tanti desaparecidos, il
crimine che sotto l’egida della Cia stava avvenendo in Cile e in Argentina,
ponendo sotto gli occhi di tutti in Italia e in Europa la assoluta necessità di
difendere, sempre e ovunque, i diritti alla libertà di ogni essere umano e di
ogni popolo, messi in pericolo tutte le volte che il fascismo, sotto ogni veste,
stravolgeva la democrazia. E accanto a tutto questo, non si può dimenticare la
sua presenza anche sul terreno della cultura in questo nuovo millennio:
richiedeva che fosse garantito, a tutti i livelli, il giusto equilibrio fra
modernizzazione e riconoscimento del ruolo fondamentale delle testimonianze
dell’antichità nel patrimonio ambientale e a artistico del nostro paese, perché
non può esserci presente e futuro senza la precisa conoscenza del passato. Viva
la Resistenza! Viva il XXV Aprile!

LA PIETRA AL COLLO
di Romano
Rinaldi
Con la schiacciante vittoria dello sfidante di Viktor
Orban, Peter Magyar, nelle elezioni parlamentari ungheresi, si conferma una
tendenza che era più che lecito aspettarsi da parte di popolazioni evolute,
culturalmente e politicamente ed in particolare più evolute rispetto ai leader
che pretendono di rappresentarle. Questa vittoria segue diverse altre, caratterizzate
da uno stesso denominatore comune. Penso alle elezioni in Australia nel 2025 e
la inusuale riconferma del premier in carica Anthony Albanese, del partito
labourista, avvenuta dopo la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca e
successivi immediati contraccolpi della sua politica dei dazi e dello
smantellamento delle Istituzioni Internazionali. Altro esempio lampante si è
avuto con le elezioni in Canada (2025), dover il maldestro, improvvido e per
dirla tutta stupido, tentativo di annessione di quel grande Paese agli Stati
Uniti ventilato da Trump, ha convinto la maggioranza dei canadesi a non
seguirne la pressante ingerenza e votare per un governo indipendente, guidato
dal liberale Mark Carney, il quale non ha mancato di servire a Donald Trump il
piatto più indigesto, con un discorso a Davos l’anno scorso che val la pena
rileggere di tanto in tanto (1).
Per non
farla troppo lunga, voglio solo ricordare, da ultimo, il recente risultato del
nostro referendum costituzionale del mese scorso, che ha espresso chiaramente
la volontà del popolo italiano di non abbandonare i principi democratici
dettati dalla nostra Costituzione per un’avventura sovranista nel solco della
tragedia che la presidenza di Donald Trum sta portando in tutto il mondo.
Sfortunatamente
per il nostro Paese, la guida della nostra Presidente del Consiglio dei
ministri non sembra essersi accorta di avere imboccato una strada molto
sdrucciolevole con le gomme praticamente lisce. Senza voler andare a
ritroso ai fatti del 6 gennaio 2021 di Capitol Hill, si può cominciare con gli
efferati episodi criminali di Minneapolis, mai denunciati dalla nostra
“premier” per quello che sono stati per tutto il mondo civile. A seguire,
l’avallo della più improbabile, sfacciata e ridicola delle proposte, fatta da
un ricercato internazionale per crimini di guerra (Benjamin Netanhyau), di
assegnare il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump. Mettiamoci pure la terza,
solo per armonia del numero: la partecipazione dell’Italia in una forma che vuole
essere e non essere allo stesso tempo, al cosiddetto “Board of Peace”,
un’accozzaglia di malandrini mondiali che, al seguito del loro idolo, Donald
Trump, vorrebbero sostituire la forza del denaro e della potenza militare a
quella del Diritto Internazionale e delle Istituzioni che ne sono a
salvaguardia. Poi ci sarebbero casi anche molto più gravi, come i massacri a
Gaza, l’intervento in Venezuela e fino all’ultima guerra, non condivisa ma non
condannata…!
Tornando
alle elezioni ungheresi, nonostante la pesante ingerenza dell’amministrazione
americana addirittura col personale intervento del Vicepresidente J.D. Vance
nella campagna elettorale per Viktor Orban, la stessa campana ha suonato
un’altra volta. Perdipiù, non è che abbia vinto un’opposizione, bensì sempre un
partito di destra. Ecco, se la nostra Presidente del Consiglio si ostinerà a
mantenere una linea pro-Trump, avrà definitivamente dimostrato di essere
rimasta quell’“underdog” da cui si vanta di essersi affrancata. Viceversa, si è
messa e ha purtroppo messo tutti noi, al servizio ossequioso del perdente in
assoluto, colui che dove tocca, anziché trasformare in oro, come vorrebbe far
credere, porta guerre, dazi, distruzione dei rapporti tra alleati, usurpazioni
di poteri in casa propria e altrui, cancellazione dei diritti dei cittadini e
degli Stati, comportamenti erratici e imprevedibili con conseguenze planetarie,
arricchimenti personali in spregio alle regole del capitalismo… e si potrebbe
continuare fino alla noia.
Temo
fortemente che quel cappio usato da Trump come metodo di trattava negli
“accordi” di cui parlavo recentemente (2) non solo si stringerà attorno al
collo più leggiadro, ma avrà una grossa pietra all’altro capo…!
(1) https://www.cbc.ca/news/politics/mark-carney-speech-davos-rules-based-order-9.7053350
(2) Rinaldi – ODISSEA - 28/3/26
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/un-cappio-al-collo-di-romano-rinaldi-i.html
NESSUN ACCORDO MILITARE CON ISRAELE!
Copiate e inviate questo ed
inviatelo agli indirizzi email che vedete alla fine.
Oggetto:
Diffida e richiesta di mancato
rinnovo del Memorandum Italia-Israele
Alla cortese attenzione
del Ministro degli Affari Esteri,
del Ministro della Difesa e
del Presidente del Consiglio
Con la presente, chi scrive
intende dissociarsi in modo espresso e netto da ogni ipotesi di rinnovo tacito
o formale del Memorandum d'intesa tra Italia e Israele in materia di
cooperazione nel settore della difesa, in scadenza il 13 aprile 2026.
Si chiede pertanto che il Governo
italiano proceda senza indugio alla rinuncia formale dell'accordo e a ogni atto
necessario per impedirne il rinnovo, assumendosene in via esclusiva la piena
responsabilità politica, istituzionale e giuridica, anche in relazione alle
conseguenze che tale scelta potrà produrre sul piano interno e internazionale.
L'accordo, firmato nel 2003 e
ratificato nel 2005, disciplina forme di cooperazione tecnica ed operativa,
incluse attività di scambio, addestramento e collaborazione militare. Proprio
per la sua natura e per il contesto attuale, il suo rinnovo non può essere
considerato un atto neutro né automatico.
Alla luce delle gravi critiche già
sollevate da giuristi, associazioni e numerosi cittadini, e considerando le più
recenti evoluzioni dello scenario in Palestina, Libano e nel resto del Medio
Oriente, riteniamo che ogni scelta di rinnovo debba essere imputata unicamente
al Governo italiano, quale soggetto titolare del potere di decisione e della
relativa responsabilità.
Si chiede quindi:
la denuncia formale del
Memorandum;
il mancato rinnovo alla data del
13 aprile 2026;
la comunicazione pubblica e
trasparente della decisione;
l’assunzione esplicita di
responsabilità da parte del Governo per eventuali effetti derivanti dal
rinnovo.
Con la presente si ribadisce
dunque una ferma e inequivoca dissociazione da qualunque rinnovo del Memorandum
e si intende attribuire al solo Governo ogni responsabilità per l'eventuale
prosecuzione dell’intesa.
Cordiali saluti,
[Nome e cognome]
Come inviare questa mail
Inserisci i tuoi dati nel campo
firma in fondo:
Nome e cognome (obbligatorio)
Organizzazione (facoltativo)
Recapiti (es. email e/o telefono)
Invia la mail ai seguenti destinatari
sg.segreteria@esteri.it
caposegreteria.ministro@interno.it
sgd@sgd.difesa.it
uscm@palazzochigi.it
lunedì 13 aprile 2026
PER PEPPINO IMPASTATO
di
Anna Rutigliano

Peppino Impastato
Il
fonogramma dell’allora procuratore capo Gaetano Martorana, così recitava quella
notte tra l’8 ed il 9 Maggio del 1978, dinanzi al ritrovamento dei resti umani
di Peppino Impastato, dopo l’esplosione dinamitarda sui binari: “persona allo stato ignota,
ma presumibilmente identificata in tale Impastato Giuseppe si recava a bordo
della propria autovettura all'altezza del km. 30+180 della strada ferrata
Trapani-Palermo per ivi collocare un ordigno dinamitardo che, esplodendo,
dilaniava lo stesso attentatore”.
Sono trascorsi 24 anni dalla
sentenza della Corte d’Assise di Palermo che condannava all’ergastolo Gaetano
Badalamenti, lo “zu Tano seduto” del programma satirico radiofonico di
controinformazione e di denuncia antimafia,
Onda Pazza, quale mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, anche se di
anni ne sono stati scontati soltanto due, in quanto il colpevole è deceduto
nell’Aprile del 2004 e altrettanti ne trascorsero da quel 9 Maggio del 1978, lo
stesso giorno dell’uccisione di Aldo Moro in via Caetani a Roma, perché fosse finalmente
restituita dignità, dopo anni di depistaggi, inchieste e occultamento delle
prove per collusione delle forze dell’ordine con lo Stato mafioso, ad un
intellettuale politico e attivista, dal destino già segnato, per essersi
opposto coraggiosamente agli pseudo valori di legalità e di rispetto della
propria famiglia, intrallazzata con le cosche mafiose di Cinisi e dintorni e
coinvolta con i traffici di droga provenienti dagli Stati Uniti, disonorando soprattutto
suo padre Luigi: il tutto reso possibile grazie alla tenacia di mamma Felicia e
di suo fratello più piccolo, Giovanni, nonché dei compagni militanti di Peppino.
![]() |
| Peppino Impastato |
Accade così che nelle pagine del
libro-memoria Mio Fratello, tutta una vita con Peppino, di Giovanni
Impastato, (Libreria Pienogiorno), si respiri pienamente quella curiosità e
voglia di ricerca, impartita sin dalla tenera età, dall’educazione amorevole
dello zio Matteo, divoratore di giornali e appassionato di lettura, dispensatore
di libri essenziali nella formazione del pensiero soggettivo e critico di ogni
individuo, mosso dall’amore per la sapienza trasmessa al nipote Peppino. Leggiamo
a pag. 198 il prezioso monito di zio Matteo: “La banalità e la superficialità
sono nemici della vostra crescita, nun vi duviti mai firmari, guardatevi sempre
attorno, non accontentatevi di quello che molti tentano di farvi credere in
maniera sbagliata. Bisogna essere critici, propositivi e costruttivi. Chistu pò
succediri sulu cu u studiu e la conoscenza”. Peppino in seguito, non solo si iscriverà alla
facoltà di Filosofia di Palermo ma comporrà anche alcune poesie d’amore,
probabilmente indirizzate ad una certa Anna, tanto da apparire agli occhi
ingenui di suo fratello Giovanni, un ragazzo vivace, serio, intelligente e protettivo, lo spirito
audace della casa, ribelle alle condizioni dettate dall’esterno, contraddistinto
dall’instancabile ricerca della verità nel profondo anche quando pericolosa e
scomoda, immerso a capofitto nella vita politica e sociale ma non nella
leggerezza della vita.
Del rapporto fraterno di Peppino e Giovanni ho trovato singolare l’intesa di complicità che si instaura fra i due, nonostante la differenza d’età di 5 anni e quel sentimento di paura che accompagna sin dalle prime pagine il piccolo Giovanni, allorquando decidono in totale simbiosi di adottare la strategia del silenzio, una sorta di tacito accordo essenziale ai due giovanissimi investigatori, tutte le volte che si rendono testimoni dei loschi soggiorni degli amici latitanti del papà Luigi e dello zio Cesare Manzella, capo della mafia di Cinisi, per discutere di affari a cui né i “picciriddi” né le donne di casa hanno libero accesso. Ogni movimento, ogni ritrovamento, come la scoperta della botola segreta, nascondiglio e via di fuga dei latitanti, ogni parola detta e taciuta dagli adulti, ogni sguardo triste di mamma Felicia, ogni espressione di preoccupazione della zia Fara, ogni individuo che si aggira presso la tenuta di zio Cesare ed in casa Impastato, rappresentano un pezzo del grande puzzle che Peppino vuole comporre a tutti i costi, per confermare a se stesso quanto la mafia sia prepotentemente radicata tanto nel modus vivendi delle famiglie siciliane quanto all’interno delle istituzioni socio-politiche dell’Italia dell’epoca, intaccando i principi e valori di Libertà di pensiero e di rispetto e quanto, inoltre, sia direttamente proporzionale e forte in lui la convinzione di doverla combattere in prima linea, di dover estirpare il male mafioso fondato sulla schiavitù e sulla corruzione di pensiero, specialmente dopo l’assassinio al tritolo dello zio Cesare. L’omicidio dello zio Cesare, infatti, rappresenta un punto ulteriore di svolta nelle indagini del giovane Peppino che culminano sia nella cacciata di casa da parte del papà Luigi che lo reputa fin troppo comunista, disonorando in tal modo la famiglia, sia nella fondazione del giornale politico “L’idea” e di “Radio Aut” così come nella conduzione del programma radiofonico “Onda Pazza” in cui Peppino denuncia e deride impavidamente mafiosi e politici locali definendo la mafia “Una montagna di merda”.
Giovanni, frattanto, dopo aver letto il libro Il giorno della Civetta di Sciascia, prezioso dono regalatogli da Peppino, il quale, sulle orme di zio Matteo, desidera inculcare nel fratello minore, una coscienza politica, un pensiero libero e svincolato da condizionamenti, tanto più se di origine mafiosa, sostiene energicamente il lavoro di sensibilizzazione culturale avviato da Peppino e dai suoi compagni militanti nel territorio di Cinisi e della limitrofa Terrasini, organizzando incontri e riunioni di natura intellettuale, in cui cinema, arte e letteratura trovino ragion d’essere, lui Giovanni, meno pragmatico, consapevole di non essere pronto per il grande salto nella lotta di classe, al pari di Peppino: “Io, il borghese consapevole che non ha ancora deciso di fare il salto” (pag. 218), ma in seconda fila per ricordare a Peppino sempre di stare attento, di non rischiare troppo eppur collaborativo con la sua 128 gialla per coinvolgere quanti più giovani possibili nel nuovo attivissimo circolo Musica e Cultura da poco costituitosi. Dopo la morte di papà Luigi, investito da un’auto in tarda notte, dopo la chiusura della sua pizzeria, in verità ammazzato su mandato dai suoi amici mafiosi, Peppino rifiuta categoricamente la stretta di mano di Don Tano al funerale: “Itivinni, nun siti degni di strìnciri a me manu” (pag. 256). Il “vaccaro boia” è l’ appellativo conferito a Badalamenti da mamma Felicia.
Con quella morte la famiglia Impastato si trova a vivere momenti di intensa paura e angoscia, si sentono privi della protezione del papà, paura che invece non intacca l’attivismo politico di Peppino portandolo a candidarsi alle elezioni comunali nel Maggio del ’78 per il partito di Democrazia Proletaria. Peppino vuole e deve combattere su due fronti: quello della lotta politica umile e giusta, non armata e pacifica per la collettività e quello della sua lotta segreta familiare antimafia. Così, rivolgendosi a suo fratello, Peppino, in piena campagna elettorale, afferma soddisfatto: “Come vedi, Giovanni, la promessa che io ho fatto quindici anni fa è stata mantenuta, credo sia il caso di iniziare fin da ora a mantenerne qualche altra, magari per altri quindici anni ancora. Ci vediamo domani e ne parliamo con calma” (pag. 259).
Peppino, il “dissacratore
pasoliniano”, non tornerà mai più da quella sera, ma rivivrà per sempre,
ostinatamente nei lunghi anni a venire per volere di mamma Felicia, del
fratello Giovanni, dei compagni militanti e di tutte quelle persone ed
istituzioni che hanno creduto, vedi i giudici Falcone e Borsellino fondamentali
nelle inchieste sul mafioso Gaetano Badalamenti, e che ancora credono che la
giustizia sociale sia una responsabilità davanti al mondo, per usare le parole
di Giovanni Impastato, perché Peppino risorge ogni giorno e tutte le volte che fra
i banchi di scuola, in famiglia e nei rapporti socio-economici e politici si
rispetti la dignità di ciascun individuo senza prevaricazioni, senza
atteggiamenti arroganti e disonesti ma volti a costruire la Pace. Per questo anche noi, come il fratello Giovanni Impastato, tutta la vita con Peppino.
LA FAMIGLIA CHE VIVE
NEL BOSCO
di Antonio Vox
La
questione della “famiglia del bosco”, dopo un breve fuoco di paglia
mediatico, è scomparsa dalle cronache. Evidentemente non interessa più a
nessuno, visto che tutti i media sembrano coinvolti nelle vicende
internazionali di guerra dove la piccola Italia non ha voce in capitolo.
Eppure quella vicenda della
famiglia è la spia di un disagio sociale diffuso di cui il sistema politico,
già indaffarato in campagna elettorale, non si vuole occupare. Eppure in
quella vicenda ci sono delle vittime.
Sul “Gazzettino di Gela” del
6 aprile è apparso un breve ma significativo articolo di Grazio Trufolo,
Segretario Nazionale del PLI (Partito Liberale Italiano) così
sintetizzato nell’incipit: “L’allontanamento dalla famiglia deve essere una
misura da usare solo in casi estremi”.
Il Segretario così si esprime nel
corpo dell’articolo: “i figli minorenni possono essere allontanati dal
proprio nucleo familiare esclusivamente in presenza accertata di violenza o
grave pericolo per la loro incolumità fisica e psicologica”. Sembra una
banalità tanto il concetto appare radicato nella società: il nucleo
familiare è il granulo più piccolo ma essenziale ed esistenziale di
ogni comunità civile. Eppure, è successo proprio il contrario.
Il Tribunale per i
Minorenni dell’Aquila, nel Novembre 2025, ha disposto, per una famiglia
che viveva nel bosco di Palmoli (CH), la sospensione della
responsabilità genitoriale di entrambi i genitori. I tre figli, minori,
sono stati affidati, accompagnati dalla madre, ai servizi sociali.
Le motivazioni? Eccole: Le
condizioni di vita dei minori ritenute fragili e inadeguate, tra cui la
mancanza di scolarizzazione e di assistenza pediatrica; oltre che di una
adeguata socializzazione. Il tutto con la formula usuale del “superiore
interesse dei minori”, una bambina di 8 anni e due gemelli di 6. Basterebbe
fare un giro per l’Italia per sospendere la responsabilità genitoriale ad una caterva
di famiglie italiane “costrette”, da disagi economici ed esclusione
sociale, ad una vita di stenti.
La domanda è, dunque:
quelle carenze non avrebbero potuto essere risolte senza la sospensione della
responsabilità genitoriale? Senza penalizzare il nucleo familiare? La questione, però, si complica: nel marzo
2026, il Tribunale dispone l’allontanamento della madre dai figli, per comportamenti
non collaborativi.
La domanda è, dunque: di quale
collaborazione si tratta? O si tratta di differenti visioni sulla “gestione
dei figli?”.
Nell’Aprile 2026, alcuni esperti
hanno depositato una relazione al Tribunale parlando di traumi per i bambini e
invocando il ripristino del nucleo familiare. Per intanto, i
bambini hanno trascorso la Pasqua senza i genitori.
Non si vuol qui entrare in questioni
giudiziarie o di valutazione sociale sia perché si entrerebbe in un
ginepraio di norme e sensazioni, di procedure e convincimenti, di burocrazia e
senso della libertà, di presunzione d’esperti e tradizioni; sia perché è
appagante godere di un rifiuto strutturale dei dibattiti di facile radicalizzazione
e senza costrutto.
Qui ci si deve chiedere fin
dove può arrivare l’invadenza dello Stato nel sospendere il ruolo
del genitore e quella della assistenza sociale, nel surrogare tale
ruolo. Non è questione di giurisprudenza nella quale si è
dichiaratamente ignoranti; è questione di visione di vita e di cultura.
Lo Stato dovrebbe
risolvere, senza peraltro generare drammi, ansie e frustrazioni, situazioni che
non rispettino la obbligatorietà scolastica e un adeguato regime
igienico sanitario; l’assistenza sociale dovrebbe supportare,
senza pretendere di surrogare il ruolo genitoriale, individui, famiglie e
comunità in situazioni di disagio, emarginazione e bisogno.
Arrivare a disgregare una
famiglia è questione di tutt’altra natura.
Pertanto, è facile concordare con
il citato Trufolo quando sostiene che questa è una misura da applicare solo in casi
estremi.
Nel caso in esame, non sembra che
si sia operato con giudizio ed equilibrio.
Sembra, invece, che abbia
influito una visione soggettiva di carattere totalitario, basata su tesi
dottrinali che hanno il difetto di essere solo tesi figlie di una visione
della vita, forse tecnica ma certamente soggettiva.
Ora, se il minore è bene che
cresca in spazi e in ambienti che “garantiscano sviluppo,
socializzazione, salute e integrità della propria identità”; allora lo
Stato civile e l’Assistenza Sociale hanno il dovere di costruire questi
spazi per accogliere i minori ma non certo per escludere i genitori,
in generale gli adulti. Quegli spazi non sono aridi; sono spazi umani prima che
tecnici; quegli spazi costruiscono le identità; in quegli spazi convivono tutte
le età; e sono queste che costituiscono la ricchezza dello spazio e il virtuoso
procedere della maturità. Infatti, il dilagante riduzionismo del XII secolo
che esalta il tecnicismo, (quell’approccio metodologico e filosofico che
mira a comprendere sistemi complessi scomponendoli nelle loro componenti più
elementari, basandosi sull'idea che il “tutto” sia la somma delle sue
parti) crede di poter scomporre la vita a piacimento della dottrina in
voga. Poi, però, non riesce più a ricomporre il sistema integrato. Così non si
fa scienza ma si perde di certo la visione olistica. La famiglia è un
sistema olistico integrato.
Ora, la professionalità
del Giudice, dell’Assistente Sociale o di chi costruisce dottrine è, per
definizione, tecnica, specialistica; difficilmente olistica.
Ecco che si rientra nelle domande
già fatte: dove deve fermarsi la invadenza dello Stato? Dove si
esaurisce il ruolo dello Stato? È questa invadenza
che crea disagi e frustrazione, sentimenti anti sistema e conflitti sociali,
minacce via social, lotta di partiti: caos labirintico senza uscite. È
questa invadenza che compagina le carte e genera dibattiti surreali come quello
che tratta di chi siano i figli: dello Stato o della famiglia?
Sembra proprio che la famiglia che vive nel bosco, fra le
tante famiglie italiane disagiate, abbia vinto un premio speciale.
La Natura
propone una netta soluzione: equilibrio, che si controlla non generando
inutili tensioni. La cultura di cui siamo portatori non contempla
l’annichilimento della famiglia.
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