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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 12 agosto 2026
A partire da venerdì 14 agosto il nostro giornale si prenderà
un periodo di riposo. Lettrici e lettori potranno, se lo vorranno, leggere qualcosa
di ciò che per tempo non hanno potuto o è loro sfuggito. Solo in prima pagina
di articoli interessanti ce ne sono più di 13 mila. Riprenderemo ai primi di
settembre. Auguriamo a tutti i nostri collaboratori e a quanti ci seguono e ci
sostengono, un proficuo, salutare e stimolante riposo.
UN GESTO
INTERNAZIONALISTA
di Franco Astengo
Il rifiuto della presenza del vice-presidente del Senato italiano
da parte dei sindacalisti belgi è stato un gesto internazionalista che potrà
essere giudicato politicamente inopportuno ma come gesto internazionalista deve
essere prima di tutto valutato. Tanto più che questo gesto è stato compiuto nel
corso della cerimonia di ricordo della più grande strage perpetrata nella
storia europea dallo sfruttamento dell’uomo, del suo lavoro, della sua fatica:
questa, infatti, è stata la strage di Marcinelle. Del resto è mancato
completamente un minimo di afflato internazionalista da parte dei partiti della
sinistra europea verso il governo spagnolo nell’occasione della proditoria
provocazione avvenuta a Ceuta e Melilla e rispetto alla ritorsione del governo
italiano con la chiusura di Schengen. Deve essere chiaro che la ritorsione del
governo italiano è stata dettata non certo da ragioni di sicurezza ma di
semplice intrusione negli affari interni della Spagna allo scopo di favorire
l’estrema destra di Vox.
Tutto questo si
verifica in una fase storica contrassegnata da una pericolosa ripresa del
nazionalismo, dalla crisi dell’UE e dalla presenza di fatti bellici che
avvengono proprio nel cuore del Vecchio Continente. Altro che le conferenze di
Zimmerwald e Kienthal durante la Prima guerra mondiale, o la formazione della
Brigate Internazionali in Spagna. I partiti della sinistra europea non stanno
dimostrando nessuna capacità di organizzare una iniziativa transnazionale per
la pace, nessuna idea complessiva per il tema scottante dei migranti mentre per
l’aiuto a Gaza si è dovuto attendere le iniziative del volontariato sociale. I
drammi che abbiamo definito epocali ci imporrebbero di rilanciare subito il
concetto di internazionalismo, vero fondamento della storia del movimento
operaio. L’internazionalismo da rilanciare proprio adesso che si stanno acuendo
grandi tragedie in tutti gli scenari geopolitici, mentre il Sud America sta
sprofondando, è dalla sinistra USA che vengono segnali di risveglio. Il
concetto d’internazionalismo sottende l’esistenza di un principio comune:
quello dell’impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e
all’eguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale o, anche,
sovranazionale come nel caso dell’Unione Europea
I valori di solidarietà ed eguaglianza sono connaturati con un
necessario orientamento all’universalità che deve trascendere i nazionalismi ed
estendersi a tutto il mondo in nome della solidarietà tra i popoli e le classi.
Nell’internazionalismo
socialista, il concetto si basa sul carattere universale dei principi di
emancipazione sociale e porta a individuare nell’abolizione delle società
divise in classi il presupposto per il superamento dei conflitti tra le
nazioni. L’internazionalismo deve trovare alimento nella necessità di
coordinare le diverse organizzazioni nazionali all’interno di soggetti
sovranazionali nella lotta comune contro l’organizzazione capitalistica che,
come ha ben dimostrato anche la gestione della crisi in atto, applica ovunque
la stessa logica di sfruttamento.
In questo momento manca completamente la voce della sinistra storica, mentre i movimenti al massimo si muovono meritoriamente sul difficile terreno dell’emergenza umanitaria. I gruppi presenti nel Parlamento Europeo, sia facenti capo al PSE sia alla Left, non riescono a fare della massima assise continentale il centro del dibattito politico, arrendendosi al prevalere formale della Commissione e del Consiglio permeati entrambi dell’idea del mediocre conservatorismo che anima i singoli governi, pronti a concedere ampio spazio alle paure razzistiche nell’idea di perdere voti rispetto a un Front National, alla Lega Nord, ad Afd, a Vox, a Futuro Nazionale. Lo svuotamento dei partiti, in tutte le dimensioni, rende quasi impossibile un collegamento, una presa di posizione, una iniziativa di protesta e di proposta ed è questo un allarme (l’ennesimo) che vogliamo lanciare. Un messaggio di vera preoccupazione, a nostro giudizio, necessario e ampiamente giustificato.
HOCUS POCUS 4+ ZC
di Zaccaria Gallo

Gianni Le Noci
Il 30
settembre 2019 a soli 56 anni moriva a San Giovanni Rotondo il pianista,
compositore, didatta e docente al Conservatorio di Monopoli Gianni Le Noci. Io,
quella sera, ero a Cori assieme ad autorità ed amici a festeggiare la
piantumazione in una piazza di Aprilia di un Albero per i Giusti, dedicato alla
memoria di Renata Fonte. Lo sconcerto e il dolore furono terribili. In questi
giorni mi è stato recapitato un disco, inciso dal Maestro, proprio nel 2019,
assieme al complesso degli Hocus Pocus, da lui diretto. E con nostalgia ma
anche con la sensazione di ritrovare vivo Gianni accanto a noi, l’ascolto mi ha
portato a questi pensieri.
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| Gianni Le Noci |
L’attacco profondo del pianoforte
e del sax è l’iniziale momento in cui si intesse un dialogo. L’intervento della
componente elettronica si sovrappone, lotta con la batteria e con gli altri
strumenti e proietta tutto verso una apparente disarmonica landa. Ci si deve
addentrare, improvvisando i passi e il cammino. Un senso di inquietudine può
prendere il viaggiatore. La strada del pianoforte ha condotto al bivio e il sax
offre la sua mano per orientare la scelta. Solo un attimo, un attimo di
silenzio, ma solo un attimo e il cammino può riprendere. Ha nevicato nella
notte e c’è stato poi il forte vento che ha spezzato i rami più vecchi facendoli
cadere sul sentiero. Bisogna fare attenzione a non inciampare. Fiori di neve
battono come tasti di pianoforte i rami dei cespugli; rendono magica, e al
tempo stesso misteriosa, questa foresta. La nostra foresta. Quella in cui tutti
noi ci addentriamo, tutti i giorni, in tutta la nostra vita. Stillano gocce d’acqua
dalla neve che si scioglie e cade al suolo con ritmo melodiosamente
indifferente al percorso. Nessuno sa se e quando si scioglieranno del tutto i
cristalli di cui è fatta. È sempre il sax e il suono elettronico che avvolgono
questa atmosfera in cui il pianoforte è il protagonista assoluto dell’improvvisazione.
Seppure contrabbasso e batteria integrino il loro passo a quello degli altri
strumenti, senza mai distaccarsene completamente, talvolta con l’impressione
che vogliano sovrastare. Ma è l’improvvisazione, non la mancanza di rispetto. E
così il passo procede ora più sicuro. Qualche uccello, nascosto su quegli
alberi, manda il suo saluto per dire che c’è; c’è anche la sua vita in quel
mondo bianco. E a quel cinguettio si unisce, con rauco rumore elettronico, qualcosa
che nasconde altre creature, che nell’ombra non si vedono. Ma la vita quando
c’è. C’è sempre, tutta, con i suoi suoni apparentemente disarticolati, ma
consonanti con ciascuna esistenza che, per noi esseri umani, come per ogni
essere vivente, animale, pianta, albero, pietra, stella, non è predestinato in
un ordine sicuro, ma è vincolato alla improvvisazione del caso. Ed è così che,
senza che avessero potuto prevederlo, al nostro passaggio di viaggiatori, senza
permesso di soggiorno, le lepri, forse, con il veloce passo del sax e della
batteria fuggono di qua e di là sui tasti furiosamente battuti da Gianni.
Bisogna correre per allontanarsi dagli intrusi. È un momento in cui, quasi, si
smette di ascoltare una successione di note e si ha la sensazione di assistere
alla nascita di un linguaggio. Gianni ha quella presenza assoluta con la quale
non domina la scena ma la abita, e questo lo si sente in tutti i momenti. Ogni
suono sembra nascere da un pensiero, che alle volte si frena, ma altre volte ha
una grande fretta di diventare parola e, accanto a lui, il sassofonista non
accompagna, non rincorre, dialoga; le sue frasi entrano tra quelle del
pianoforte come domande che non cercano una risposta definitiva ma altre
domande ancora.

La copertina del disco

A tratti, i due strumenti sembrano sfidarsi, poi si riconoscono,
si allontanano e tornano a incontrarsi, in un equilibrio sempre provvisorio. È
una conversazione fatta di respiri e di silenzi, di esitazioni e improvvise illuminazioni.
Il contrabbassista tiene insieme questo universo sonoro, con un rigore che non
è mai severità. La sua figura appare austera, quasi monumentale, perché è
grande e alto il suo strumento, ma ogni tanto un sorriso si affaccia verso il
batterista come per un’intensa silenziosa. In quel sorriso c’è la
consapevolezza che, anche la musica più libera, ha bisogno di una fiducia
reciproca. Il batterista, invece, sembra vivere ogni colpo come una necessità
fisica. Sul suo volto si leggono tensione, fatica, concentrazione estrema. Le
espressioni sembrano come raccontare di una sofferenza, ma è la sofferenza
fertile di chi cerca un equilibrio sempre sul punto di spezzarsi. I suoi gesti
non misurano il tempo, ne rivelano le fratture, gli strappi, le improvvise
aperture. L’improvvisazione si distende per un tempo che perde ogni misura
convenzionale: sembra non avere un inizio riconoscibile né una conclusione
prevedibile. È un
organismo che cresce, si contrae, cambia pelle. Ogni musicista modifica il
percorso degli altri, come se il brano si componesse da sé nell’istante in cui
viene suonato. E poi, a un certo punto, lo immaginiamo, Gianni Le Noci, che si
alza appena dal suo sgabello, le mani che abbandonano la tastiera e penetrano
nell’interno del pianoforte, sfiorano, pizzicano, arrestano, accarezzano le
corde. Il pianoforte cessa di essere soltanto uno strumento a tastiera e si
trasforma in una cassa di risonanza imprevedibile, un corpo da esplorare. I
suoni diventano materia, metallo, legno, vibrazione, respiro. La distinzione
tra nota e rumore perde significato e, in chi ascolta, il pensiero corre
inevitabilmente a John Cage, non per imitazione o citazione, ma per la stessa radicale
curiosità verso il suono. Le Noci sembrerebbe ricordarci che la musica non
coincide con le note scritte, bensì col tutto quello che può accadere quando un
ascolto autentico incontra la materia sonora. Il suo pianoforte non era più soltanto uno strumento, era uno spazio da
attraversare, era quel paesaggio acustico, anche innevato, come la copertina
del disco, in cui ogni vibrazione possiede dignità musicale. Quando termina il
nostro ascolto di questo disco, resta la sensazione di non aver ascoltato solo
una stupenda, bellissima esecuzione, ma di aver partecipato a un’esperienza. Più
che ricordare temi o melodie, ci portiamo assieme il ricordo di questo grande
pianista e uomo, e anche il modo che aveva di dimostrare il suo affetto e stima
verso chi lo accompagnava in quel viaggio sonoro della sua vita. Con i suoi
amici musicisti ha intessuto sempre un dialogo irripetibile che nasceva, e
viveva, da un ascolto reciproco e dalla stessa fiducia nell' imprevisto. Forse
è questa la forma più alta del jazz: non la ricerca della perfezione, ma il
coraggio di abitare l’incertezza, di trasformarla, istante dopo istante, in una
bellezza condivisa.
Il gruppo
Gianni
Lenoci pianoforte, Vittorio Gallo sassofoni, Pasquale Gadaleta contrabbasso,
Giacomo Mongelli batteria, Franco Degrassi, live electronics.
CENTENARI
di Chicca
Morone

Rodolfo Valentino
Il 23 di
agosto, cadrà il centenario di Rodolfo Valentino (23 agosto 1926 - 23 agosto 2026).
Poiché a ridosso del Ferragosto “Odissea” si prenderà un po’ di giorni di
riposo, abbiamo chiesto all’amica giornalista e scrittrice Chicca Morone di
potere anticipare questo suo scritto per i nostri lettori. A settembre, in quel
di Moncalieri, sempre su iniziativa e a cura di Chicca, il mitico attore di
Castellaneta verrà ricordato da estimatori ed autori provenienti da varie città
italiane.
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| Rodolfo Valentino |
Rodolfo
Valentino dalla luce all’ombra.
Nell’ormai lontano 1995 abbiamo festeggiato qui a
Torino il Centenario della nascita del Cinema, e non solo, con una mostra
fotografica molto particolare: erano esposte le foto che Rodolfo Valentino
(1895- 1926), aveva inviato alla madre dall’America con dediche tenerissime a
suggellare l’amore che l’attore provava per la famiglia. Un amore non sempre
ricambiato dai parenti, poco inclini a vedere nella professione di attore
un’attività lavorativa degna di tale nome: siamo a cavallo del secolo e tra ingegneri
e laureati in materie scientifiche, nati in quel Sud intellettuale, leggermente
“snob”. Il Mondo delle Idee, oltre a organizzare la mostra nella prestigiosa
sede della Borsa Valori, firmata dall’architetto Carlo Mollino, aveva
pubblicato la prima traduzione in italiano di “Day Dream’s” la raccolta di
poesie scritta dall’attore con la moglie Natasha Rambova. Ecco un estratto
dalla prefazione a cura di Antonio Miredi.
Il più
grande mito della storia del cinema è muto.
Milioni
di occhi hanno guardato ammirati Rodolfo Valentino, senza ascoltarne la voce.
Una parabola, nella sua perfezione semantica, abbraccia il mito Rodolfo
Valentino. Egli viene alla luce il 6 maggio 1895, l’anno della nascita del
cinema, e muore nel 1926, quando il cinema comincia a parlare.
Con la
parola il cinema è un’altra cosa: diventa più adulto, sempre più spettacolare,
ma perde anche la sua voce interiore più poetica, più essenziale, più espressiva,
dove i contrasti di luce e ombra sono più profondi.
Il cinema
è Arte Muta.
All’ambiguità
si fa riferimento quando si spiega il mito di Rodolfo Valentino, ma è il cinema
ad essere ambiguo. Vediamo ombre che palpitano, morti che tornano a vivere
sullo schermo; il cinema manifesta un desiderio e può creare nell’animo dello
spettatore un altro desiderio, diverso, persino opposto. Il mito di Valentino è
stato attribuito anche alla morte improvvisa e precoce - l’attore al massimo
della sua fama aveva appena 31 anni - e mai morte è apparsa più provvidenziale
per l’immortalità. Una creazione nasce necessariamente dalla morte.
È con
amici poeti, giurati del Premio Internazionale “Rodolfo Valentino. Sogni ad
occhi aperti”, che abbiamo dedicato al nostro mito un pensiero in forma di
Haiku...
Lo
sceicco bianco
attraversando
il tempo
Incanta
ancora
Fabia Baldi
Tu,
messaggero
di
lontana bellezza
Amore
sempre
Giuseppe Conte
Divin Amore
che voli
nella luce
tu vivi
ancora
Giancarlo Guerreri
Bellezza muta
fu americano
il sogno?
Rudy,
ombra d’acqua
Simonetta Longo
Morendo
giovane
libero e
appassionato
ci
insegna a vivere
Mario Marchisio
È
Primavera.
L’Infinito
negli occhi,
pura
Visione
Antonio Miredi
Fine
d’estate
nel buio
si ritira
l’amato
divo.
Chicca Morone
Ed è
nella ricorrenza del Centenario della morte che proponiamo l’immagine di
Rodolfo, prossimo all’abbandono del corpo, mentre chiede al fratello Alberto che
vengano aperte le tende affinché possa vedere la luce... e nella luce diventa
un’ombra silenziosa, poi un mito celebrato ad alta voce, ovunque nel mondo!
CARMEN
A Scolacium per Armonie d’Arte Festival arriva la Carmen di Antonio Gades, il flamenco che continua a incantare il mondo. Il 13 agosto, unica data italiana del 2026, Armonie d’Arte Festival porta in Calabria uno dei capolavori assoluti e più longevi della danza internazionale.
Il Parco Archeologico Nazionale di Scolacium si prepara a diventare, per una notte, cuore pulsante dell’arte coreutica
mondiale con “Carmen in flamenco” di Antonio Gades e Carlos Saura,
la celebre creazione che è ormai una leggenda dello spettacolo culturale dal
vivo. Giovedì 13 agosto, unica data italiana del 2026,
Armonie d’Arte Festival porta in Calabria uno dei capolavori assoluti e più
longevi della danza internazionale. Un appuntamento che aggiunge un ulteriore, prestigioso tassello alla lunga
storia di qualità e valore di Armonie d’Arte, realtà festivaliera ideata e
diretta da Chiara Giordano, da ventisei anni protagonista della scena culturale
e dello spettacolo in Calabria. Icona della danza flamenca, affidata alla
stessa Compagnia Antonio Gades già nei più prestigiosi palcoscenici del mondo,
Carmen reinterpreta - ma al tempo stesso si distacca - l’opera di Bizet ed il
racconto di Mérimée, per radicarsi profondamente nella cultura andalusa. Il
flamenco, la farruca, lo zapateado e la bulería si fondono con la recitazione e
con la chitarra dal vivo in una narrazione intensa e fisica, attraversando temi
eterni quali Eros e Thanatos, amore, gelosia e libertà femminile. Nessuna
concessione a un folclore superficiale: tutto diventa linguaggio, corpo,
tensione e racconto, con una sapienza strepitosa. È un’occasione per lasciarsi
conquistare dalla forza di una storia universale, quella di Carmen, restituita
attraverso un linguaggio impattante, essenziale e profondamente umano, capace
di catturare e travolgere le platee, dagli spettatori più esperti a un pubblico
trasversale e di ogni generazione.
Nata nel 1983 dall’incontro artistico tra Antonio Gades e Carlos Saura, questa versione di Carmen continua da oltre quarant’anni a viaggiare nel mondo senza perdere nulla della propria potenza. E’ una Carmen che il tempo non ha consumato, al contrario è proprio il tempo ad averne confermato la straordinaria modernità. Una danza essenziale, viscerale, capace di raccontare sentimenti che appartengono a ogni epoca e a ogni essere umano. Perché Carmen, appunto, non è soltanto flamenco, ma è teatro, musica, gesto, silenzio, tensione, sensualità. È la straordinaria capacità di Antonio Gades di trasformare ogni movimento in racconto, facendo della danza un linguaggio immediatamente comprensibile anche quando non viene pronunciata una sola parola. E poi c’è Scolacium, con la sua storia millenaria, le sue pietre, il paesaggio di ulivi secolari, e quell’atmosfera irripetibile che rende ogni spettacolo parte di qualcosa di più grande. È qui che la Carmen di Gades troverà uno spazio capace di amplificarne il fascino, in un incontro tra patrimonio, arte e memoria che è già degli appuntamenti più attesi dell’estate calabrese e destinato a diventare una serata indimenticabile.
«Siamo felici – dichiara la direttrice artistica Chiara Giordano – che
Armonie d’Arte Festival, al Parco Archeologico Nazionale di Scolacium da 26
anni con programmazioni di altissimo profilo, contribuendo oggettivamente e
senza rischio di presunzione a scrivere la storia dello spettacolo in questa
regione, possa offrire ai calabresi e ai tanti turisti un appuntamento di così assoluto
rilievo con l’arte e la cultura internazionale di ogni tempo. Un appuntamento
che sentiamo pienamente nel segno del claim che promuoviamo con convinzione: #LaCalabriaCheValeIlViaggio».
Uno spettacolo, dunque, che non ha bisogno di ulteriori esegesi e didascalie,
ma tutto da vivere, lasciandosi attraversare dalla musica, seguendo il ritmo
dei piedi sul palcoscenico, ascoltando il silenzio tra un gesto e l’altro e
lasciandosi trascinare dentro una storia che continua a bruciare con la stessa
intensità, e scoprire perché la Carmen di Antonio Gades continui a incantare il
pubblico di tutto il mondo.
Tutte le
informazioni su
www.armoniedarte.com
e sui canali
social ufficiali del Festival
BEL CANTO
XVI Concorso Lirico Salvatore Licitra
Nella memoria del grande tenore
Salvatore Licitra, un’occasione preziosa per tutti i giovani cantanti di farsi
ascoltare da una giuria internazionale, verificare il proprio percorso, essere
selezionati per nuove produzioni liriche.
13- 15 novembre 2026
Villa Ghirlanda Silva
Cinisello Balsamo (Milano)
Scadenza iscrizioni:
6 Novembre 2026
Iscriviti online qui
Quota di iscrizione: 100 €
Limite di età: 40
Premi
1° classificato: euro 2.000
2° classificato: euro 1.000
3° classificato euro 500
Premio “Salvatore Licitra”: euro 500,00 al miglior
candidato che non abbia ancora compiuto 26 anni il 13/11/2026.
Giuria
Augusto Techera
Direttore della Produzione Artistica del Teatro de la Maestranza di Siviglia
Cristina Ferrari
Direttore e Direttore artistico della Fondazione Teatri di Piacenza
Simone Macrì
Coordinatore della Direzione Artistica della Fondazione Teatro Carlo Felice di
Genova
Matteo Beltrami
Direttore d’orchestra
Inés Tartiere
Agente lirica e fondatrice di Tartiere Artists’ Management
Marco Impallomeni
Agente lirico e fondatore di Impallomeni Artists' Management
Rachel O'Brien
Direttrice artistica Equivoci Musicali e Concorso Lirico Salvatore Licitra
Informazioni:
Tel: 3498523022
Email: direzione@equivocimusicali.com
Sito web:https://www.equivocimusicali.com/concorso-licitra.html
martedì 11 agosto 2026
ALTRO CHE CHAT!
di Franco Astengo
Cala ancora la produzione
industriale
Mentre il
circo massmediologico che segue l’analogo spettacolo circense offerto dal bel
mondo della politica italiana appare del tutto concentrato sulle chat di tal Delmastro
o sulle mascherine di tal Conte, il “Corriere della Sera” (che un tempo era il
quotidiano dell’Assolombarda) relega nel settore “economia” (pagina 30) con un
fondino laterale la notizia più importante della giornata “Cala ancora la
produzione industriale”. Nel mese di giugno 2026 la produzione industriale è
calata dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% su base annua. I dati scomposti
fanno ancora crescere la preoccupazione: infatti se aumenta la produzione di
energia dello 0,8% su base mensile e dell’1,7% su base annua, calano i beni di
consumo (-0,7%), i beni intermedi (-0,9%) e soprattutto i beni strumentali con
un secco -2,1 tra giugno e maggio.
Su base annua cresce la
produzione di autoveicoli e - in misura minore -quella farmaceutica e alimentare.
Secco calo per la produzione tessile. La maggior produzione di energia è
giustificata dal fatto che l’Italia rimane il maggior produttore siderurgico da
forno elettrico : alle prese con la vicenda ILVA di Taranto, nell’incertezza
del ruolo dello Stato e del possibile spacchettamento degli impianti tra Novi e
Cornigliano, la produzione siderurgica che ci ostiniamo a considerare
strategica soffre oltre alla volatilità dei prezzi energetici ovviamente anche
del contesto geopolitico e della transizione dei meccanismi di regolazione del
carbonio. Appare stabile l’andamento della produzione di alluminio che si basa
essenzialmente sul riciclo da cui deriva interamente la produzione in Italia
(con un tasso di recupero del 92% per le lattine) destinata soprattutto agli
imballaggi: questo elemento (oltre alla criticità relativa al costo
dell’energia comune agli altri settori industriali) a una serrata concorrenza
internazionale per l’acquisizione dei rottami da riciclare. Al riguardo della
produzione elettromeccanica, concentrata quasi esclusivamente al Nord e molto
dipendente dalla produzione tedesca : dai dati 2025 , l’elettrotecnica e
l’elettronica mostrano andamenti in
controtendenza rispetto alla media del manifatturiero italiano. Con riferimento
alla produzione industriale, il comparto segna +2,2%,
con fatturato totale che registra un leggero aumento (+0,9%)
ma rispetto alla media manifatturiera il saldo è -3,7%. “Nella
media dell’industria manifatturiera la contrazione del fatturato è evidente sia
sul mercato interno che su quello estero” commentava la
federazione di categoria in una nota stampa. A fronte di una sostanziale
stabilità per la domanda interna, i settori hanno visto in crescita la domanda
internazionale (+2%).
Nel dettaglio, l’industria elettrotecnica mostra una dinamica equilibrata tra mercato interno (+2,7%) ed estero (+1,5%). Diversa la situazione per l’elettronica, che evidenzia una marcata divergenza: da un lato un forte calo sul mercato domestico (-17,8%), dall’altro una crescita maggiormente sostenuta sull’estero (+5,4%). Rispetto all’andamento occupazionale nel settore industriale i dati ISTAT aggiornati a giugno 2026 ci indica un calo dello 0,2% (tasso di vacanza dell’1,5% a differenza dei servizi -0,1% e - 1,7%). Per il Pil le conseguenze immediate sono limitate, perché la produzione industriale rappresenta soltanto una parte dell’attività economica e il risultato trimestrale era già confluito nella prima stima dei conti nazionali. Nel secondo trimestre il Pil italiano è cresciuto dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025, dopo il progresso congiunturale dello 0,3% ottenuto nel primo trimestre. Servizi, costruzioni, investimenti e consumi hanno consentito all’economia di avanzare anche in presenza di una manifattura discontinua. La frenata industriale rende però meno agevole la partenza del terzo trimestre. Se a luglio non ci sarà un recupero, la produzione media estiva dovrà confrontarsi con il livello più basso raggiunto a giugno.
Un singolo mese non permette di ricalcolare la crescita
annua, ma riduce il contributo che l’industria può offrire a un’economia già
caratterizzata da incrementi contenuti. Tutto questo si verifica mentre il
governo sta lavorando alla manovra e l’ambizione del Ministero sembra essere
quella di aggredire la procedura di deficit. Operazione stretta tra vicenda
SAFE e la necessità di restituzione della parte a prestito del PNRR (122
miliardi su 194). Certo che avviare una stretta da austerity nell’anno elettorale
non appare consigliabile… con le conseguenze che ne deriveranno. Dovrebbe
essere questo il vero tarlo del centrodestra altro che Vannacci e Delmastro.
In
conclusione vale la pena di ripetere alcune osservazioni già svolta in passato:
c’è un virus che non abbandona il corpo cronicamente debilitato dell'economia
italiana. Si chiama recessione e, anche se i valori delle analisi statistiche
non lo accertano formalmente, in realtà agisce sotto traccia e continua a
proliferare. L’Italia è un paese senza progetto, tale e quale l’Unione Europea.
Vale allora la pena ritornare su questi (decisivi) argomenti con alcune
osservazioni.
La situazione italiana può essere, ancora una volta schematizzata in relazione alla nostra storia industriale dal dopoguerra in avanti. Il punto di partenza non può che essere quello degli anni ’70: la fase di avvio dello “scambio politico”, attraverso l’operazione “privatizzazioni” realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica. Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti, l’IRI trasformata in S.p.a. L’esito più grave della fase dello “scambio politico” infatti, si realizzò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti: Tangentopoli, la caduta del muro di Berlino, il trattato di Maastricht, il crollo del sistema dei partiti travolto dalla formula elettorale maggioritaria.
Da aggiungere il fenomeno dell’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione. Il tema dell’intervento pubblico in economia e della programmazione (i vecchi cavalli di battaglia dei socialisti stoppati dal “tintinnar di sciabole”) sicuramente non faranno parte del dibattito delle apparentemente inevitabili e sciagurate primarie del centrosinistra.
ATTACCO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE
di Alessandro Pascolini - Università di Padova
La crociata di Marco Rubio contro la Corte penale
internazionale
Il 13 luglio scorso, il Dipartimento di Stato ha lanciato
formalmente una campagna "radicale" per "smantellare le minacce
della Corte criminale internazionale alla sovranità americana". Lo stesso
giorno, il segretario di Stato Marco Rubio ha pubblicato su The Wall Street
Journal un articolo dal titolo "Perché stiamo smantellando la Corte
criminale internazionale", a inquadrare la nuova crociata in una
"dimensione civilizzatrice: gli stati sovrani contro il globalismo."
Per Rubio, la Corte penale internazionale (International Criminal Court - ICC)
rappresenta una minaccia intollerabile per la sovranità degli Stati Uniti:
rivendica l'autorità di perseguire e persino incarcerare militari e funzionari
americani che operano per conto degli interessi nazionali dell'America. In
particolare "si auto-investe come giudice finale della politica militare
degli Stati Uniti e dell’intero sistema giudiziario americano. (...) Nell’assalto
contro l’autogoverno americano. La Corte penale internazionale è sostenuta e
guidata da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra,
globalisti compiaciuti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro
inimicizia verso gli Stati Uniti." Il Segretario di Stato allarga la
visuale dall'interferenza della ICC nell'esame dei crimini di guerra a una
minaccia globale: "l'ingerenza della ICC nelle operazioni militari e di
polizia americane non è solo un grave abuso dell'autorità che si attribuisce.
Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente.
Le nostre decisioni e il nostro popolo sarebbero alla mercé della ICC e dei
suoi collaboratori nella 'comunità internazionale'. Accettare la ICC significa
cedere il controllo del nostro destino nazionale." Alla base della
contestazione della ICC emerge l'insofferenza dell'attuale governo americano
per ogni regola internazionale e per gli organi costituiti al loro sostegno.
Non sorprende che Rubio chiuda il suo articolo con l'affermazione:
"Ricorrendo a tutti gli strumenti di cui dispone il nostro governo e operando
al fianco di ogni alleato con cui possiamo fare fronte comune, smantelleremo la
Corte penale internazionale, mattone dopo mattone, se necessario."
La Corte penale internazionale
La Corte penale internazionale con sede a L'Aia è l’unica
giurisdizione internazionale permanente per crimini internazionali compiuti da
individui. La sua competenza è limitata ai crimini più seri che riguardano la
comunità mondiale nel suo insieme, cioè il genocidio, i crimini contro
l'umanità, i crimini di guerra (cosiddetti crimina iuris gentium) e di
aggressione. La Corte ha una competenza complementare a quella dei singoli
stati, ossia può intervenire se e solo se gli stati non possono (o non
vogliono) agire per punire crimini internazionali. La ICC non va confusa con la
Corte internazionale di giustizia, che è parte della struttura dell’ONU e che
si occupa di dirimere i conflitti tra gli stati. La Corte penale internazionale
venne creata a seguito della decisione dell'Assemblea generale dell'ONU, nella
sua sessione del 2001, di convocare una conferenza diplomatica di
plenipotenziari finalizzata appunto a definire un trattato istitutivo. La
conferenza si svolse a Roma dal 15 giugno al 17 luglio 1998 e produsse lo
statuto della ICC (Statuto di Roma) approvato con i voti favorevoli di 120
stati, contro sette voti contrari e ventuno astensioni.
Lo Statuto entrò in vigore nel 2002, a seguito della
sessantesima ratifica, dando così origine alla Corte stessa. Le parti della ICC
sono 126; altri 32 paesi hanno firmato ma non ratificato il trattato. Non ne
fanno parte, in particolare, Cina, Corea del Nord, India, Israele, Russia,
Stati Uniti e molti paesi arabi. Alcuni paesi si sono in seguito ritirati,
essenzialmente quando la corte prese in esame esponenti del regime al potere, come
Afghanistan, Burundi e Filippine; nel corso di quest'anno hanno iniziato le
procedure per lasciare la ICC Niger (18 giugno), Burkina Faso e Mali (24
giugno). I processi in corso riguardano i presunti colpevoli di crimini
commessi nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica
Centrafricana, in Uganda, nel Darfur (Sudan), in Kenya, in Libia, in Costa
d'Avorio, in Mali, in Georgia, in Burundi, in Ucraina e infine per l'attacco di
Hamas in Israele e di Israele nella striscia di Gaza. Il 26 gennaio 2026, la
Sezione preliminare I della ICC ha deferito l'Italia all’Assemblea degli stati
parti per il mancato rispetto dell’obbligo di cooperare con la Corte stessa, a
seguito del rilascio del cittadino libico Usāma al-Maṣrī Nağīm, oggetto di mandato di cattura con l'accusa di crimini contro
l'umanità e di crimini di guerra, e al suo rimpatrio in Libia con volo di
stato. La questione sarà trattata dalla 26ª sessione dell’Assemblea, prevista
il prossimo dicembre.
L'opposizione americana
La posizione di Washington fu di totale ostilità alla ICC,
sin dall'inizio. Come ricorda Rubio nel suo articolo, entrambi i maggiori
partiti americani si opposero "alla prospettiva di conferire a un
tribunale globale lontano il potere di perseguire penalmente e incarcerare i
nostri stessi cittadini. Il presidente Clinton si rifiutò di sottoporre lo
Statuto di Roma al Senato per la ratifica, a causa delle sue 'preoccupazioni
riguardo a significative lacune del Trattato'. Due anni dopo, una maggioranza
qualificata bipartisan del Senato approvò l’American Servicemembers’ Protection
Act, autorizzando il Presidente a 'utilizzare tutti i mezzi necessari' - compreso l’uso della forza militare - per impedire alla ICC di trattenere o
arrestare cittadini americani." La prima amministrazione Trump impose un
divieto di viaggio al procuratore dell'Aja, Fatou Bensouda, e ai membri del suo
staff, e vietò ai cittadini statunitensi di fornire consulenza come esperti
alla Corte. Il presidente Biden sospese le sanzioni, pur non mutando l'ostile atteggiamento
americano. Non appena insediatasi, la seconda amministrazione Trump ha ripreso
la sua precedente politica di decisa contrapposizione nei confronti della ICC.
Il 6 febbraio 2025 il Presidente ha emanato un ordine esecutivo che vieta
l'ingresso negli USA ad alti funzionari e dipendenti della Corte coinvolti
nelle indagini sui crimini commessi in Afghanistan e in Palestina, e li
sottopone a pesanti sanzioni economiche.
Il piano di Rubio
La campagna annunciata prevede una risposta a livello dell'intero
governo "per disabilitare sistematicamente la capacità della ICC di
operare, colpire militari o funzionari americani, o altrimenti minacciare la
sovranità americana". Il documento del Dipartimento di stato elenca
un'ampia gamma di azioni "in fase di valutazione:
• Contatti diplomatici da parte del Segretario di stato,
degli ambasciatori e di altri membri della leadership senior con le nazioni
straniere, per evidenziare gli abusi della ICC e i rischi che essa comporta per
gli americani e per altre nazioni, esortandole a ritirarsi dalla ICC.
• Le nazioni che collaborano con le forze dell'ordine
americane e con l'esercito statunitense, o che beneficiano dell'ombrello di
sicurezza statunitense, sono chiamate a respingere la presunta autorità della
ICC di perseguire funzionari e militari americani.
• Maggiore controllo nei confronti delle nazioni che si
rifiutano di respingere la falsa autorità della ICC pur continuando ad
affidarsi all'assistenza degli Stati Uniti.
• Contatti diplomatici volti a esortare altre nazioni che,
come l'America, non sono parte dello Statuto di Roma, a utilizzare le proprie
reti diplomatiche per intraprendere azioni simili insieme a noi.
• Revoca dei visti e divieti di viaggio per il personale
della ICC.
• Inasprimento delle sanzioni contro la ICC e le
organizzazioni ad essa affiliate." Si tratta evidentemente di una
mobilitazione generale, di altissima priorità per la diplomazia americana,
senza esclusione di colpi. Il 25 luglio scorso, il portavoce del Dipartimento di
stato ha annunciato il primo successo della campagna, con il ritiro dalla ICC
del Venezuela. "Gli Stati Uniti accolgono con favore la decisione della
Presidente ad interim Delcy Rodríguez e del Venezuela di ritirarsi dalla ICC,
nonché la collaborazione del nuovo governo venezuelano agli sforzi guidati
dagli Stati Uniti per smantellare la corrotta e inutile ICC."
Al Venezuela è seguito, il 27 luglio, l'annuncio di ritiro del Ciad, in quale, in un post del ministero degli esteri, aveva già esplicitamente riconosciuto nei giorni precedenti le pressioni americane per il recesso, in particolare nel colloquio telefonico della settimana scorsa tra il ministro degli esteri ciadiano, Abdoulaye Sabre Fadoul, e il sottosegretario di stato per gli Affari africani, Frank W. Garcia Jr. La decisione del governo di N’Djamena probabilmente è anche dovuta ai timori che si possa indagare sul ruolo di personalità del Ciad nel vicino conflitto in Sudan, una delle guerre più violente e delle crisi umanitarie più gravi del pianeta. Questi due successi di Rubio sono stati in fondo 'facili', ma la forza di pressione e ricatto americana è tale che gli stati e le organizzazioni che operano in difesa dei diritti umani devono impegnarsi immediatamente a sostegno della Corte e del suo operato, al fine di evitare che siano smantellati "mattone per mattone". Questo perché se non si puniscono i criminali che violano le leggi, le leggi stesse vengono a perdere valore e, in questo caso, tutta l'architettura del diritto umanitario, laboriosamente costruita, viene posta a rischio.
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