UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 23 marzo 2026

VIVERE SEMPRE DI SPADA
di Jonathan Ofir


 

Il sostegno degli ebrei israeliani alla guerra di aggressione illegale contro l’Iran è pressoché totale. Un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute (4 marzo) lo ha registrato a un impressionante 93%. Naturalmente più alto a destra (97%), si attesta comunque al 93% al centro e addirittura a un travolgente 76% a sinistra. L’opposizione è a un trascurabile 3%. Ricordiamo inoltre che il 68% degli elettori ebrei israeliani alle ultime elezioni si definiva di destra, e questa percentuale sta salendo al 75% tra i nuovi elettori. Questo zelante sostegno alla guerra in Iran rivela una verità intrinseca della società israeliana, dimostrata da questa citazione del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel 2015, pronunciata in Parlamento: “Mi chiedono se vivremo per sempre di spada: sì”.
Questa affermazione era collegata alla sua dichiarazione secondo cui “in questo momento dobbiamo controllare tutto il territorio per il prossimo futuro”.
Netanyahu, quindi, lega il “vivere di spada” all’espansione territoriale. Questa è una costante nella politica israeliana: il territorio prima della sicurezza, e poi la pretesa che il mantenimento delle conquiste sia una questione di sicurezza. Quel territorio è, ovviamente, la Palestina dal fiume al mare, ma va oltre. Il mese scorso, il leader dell'opposizione centrista israeliana Yair Lapid ha confermato che le ambizioni territoriali dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto sono parte integrante del sionismo, perché “il sionismo si basa sulla Bibbia” e “il nostro atto di proprietà sulla terra d’Israele è la Bibbia”. 



Lapid era sostanzialmente d’accordo con l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, di orientamento sionista cristiano, il quale in precedenza aveva affermato che Israele avrebbe potuto semplicemente “prendersi tutto”, dal fiume al fiume, per l’appunto. Beh, sapete, il fiume Eufrate, nella sua parte meridionale, scorre a soli 16 chilometri dall’Iran, e il bacino congiunto del Tigri e dell’Eufrate, dove termina, si trova anch’esso in Iran. Quindi si potrebbe, a rigor di termini, allargare il campo di battaglia e includere l’Iran, oltre a Turchia, Siria, Libano, Giordania, Kuwait, Arabia Saudita ed Egitto. Dopotutto, non si tratta di scienza esatta. E se c'è una cosa in cui Israele eccelle, è espandersi. La giornalista israeliana di origine iraniana Orly Noy ha scritto un eccellente articolo sulla rivista +972, intitolato “Siamo in guerra, quindi esistiamo” (1° marzo). In questo articolo, la giornalista ha citato la drammatica dichiarazione di Netanyahu di giugno: “Solo otto mesi fa, in seguito al cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu dichiarò che nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente, abbiamo conseguito una vittoria storica, che durerà per generazioni”. A quanto pare, questa “vittoria storica” ​​non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni. Ma questa volta è diverso: “Questa volta, l’attacco è arrivato con un obiettivo aggiuntivo: liberare il popolo iraniano dal regime oppressivo degli ayatollah. È risaputo, infatti, che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di riversare la libertà sui popoli della regione con aerei da combattimento e bombardieri”. 



Gli israeliani sono presumibilmente favorevoli all’eliminazione di una minaccia esistenziale. Ma l’Iran non lo è. Il problema non è che il regime iraniano sia folle, ma piuttosto che agisca con calcolo nella sua sfida politica a Israele. Nel 2012, l'ex capo del Mossad Meir Dagan definì il regime iraniano “un regime molto razionale”. È Israele che ha bisogno di mascherare la propria follia con l’eroismo. Pertanto, ora si trova impegnato in una missione moralmente impeccabile: “salvare l’Iran da sé stesso”. Le sue recenti aggressioni contro l’Iran sfruttano l’associazione con il leone eroico, senza dubbio anche per fare presa sui monarchici iraniani, la cui bandiera reca questo simbolo. Il leone si alzò, il leone ruggì. Il sostegno a questa presunta guerra di liberazione includeva naturalmente il liberale (ma biblicamente massimalista) Lapid: “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF, con tutti noi al loro fianco”, scrisse. Inoltre, tra i sostenitori figurava l’ala più a sinistra dello spettro politico sionista, Yair Golan, leader dei Democratici, la fusione tra il Partito Laburista e il più a sinistra Meretz: “L’IDF e le forze di sicurezza operano con forza e professionalità. Hanno il nostro pieno appoggio”. Certo, Golan, il generale dell’esercito, l’esponente di sinistra che ha auspicato di far morire di fame la popolazione di Gaza e sperava che “7 milioni di palestinesi che vivono tra il mare e il fiume semplicemente scomparissero”, appoggia quell’operazione militare di liberazione…

 

 

MESSAGGIO DEL VESCOVO NASSIF  


 
Vescovo siriaco del Sud del Libano.
 
Buonasera, permettetemi di condividere con voi il mio dolore. L’esercito israeliano ha appena ordinato ai villaggi libanesi in una vasta regione lungo il confine di evacuare e andarsene. I sacerdoti dei principali villaggi cristiani di questa regione, come Qlaia, Marjeayoun, Rmeich, Debel, Kawkaba, Alma el-Charb e Ain Ebel, si sono rifiutati di andarsene, così come molti altri cristiani. Hanno suonato le campane delle chiese per dichiarare il loro rifiuto. Ieri, il fratello del mio amico, padre Maroun Ghafari, parroco di Alma el-Chaeb, un pastore che lavorava nei campi, è stato preso di mira: è morto sul colpo. Mezz’ora fa, il parroco di Qlaia, il mio amato collega padre Pierre al-Rai, è stato preso di mira ed è appena stato assassinato. È diventato un martire per la Chiesa e per il Libano. In questi villaggi, non c’è nulla che possa minacciare la sicurezza di Israele. Siamo cristiani su questa terra da 2000 anni. È una terra benedetta, calpestata da Cristo e dalla sua Santa Madre. Non lasceremo la nostra terra libanese nel Libano meridionale.
Chiedo umilmente le vostre preghiere per i miei fratelli sacerdoti in questi villaggi cristiani del Libano meridionale. Che San Charbel sia con la sua Chiesa. Che la Vergine Maria ci protegga con i suoi Angeli. Mi sento onorato dal coraggio di questi cristiani e del loro clero.
Cordiali saluti, vescovo Nassif.

 

UNA VIA PER PINELLI









SPAZIO MICENE




BOSSI È MORTO




domenica 22 marzo 2026

FROTTOLE
di Angelo Gaccione


Bartolomeo Tromboncino


Per dolor mi bagno il viso / e sospir m’esce dal core; / né trovo pace né riposo / nel servire a questo amore. / Crudel sorte e duro affanno, / che m’ha posto in tal tormento; / se pietà non trovo in lei, / moro certo in tal lamento.  A leggerli così questi versi vi farebbero dire senza esitazione che si tratta di versi amorosi. Versi di un poeta della tradizione petrarchesca tutto sospiri e tutto affanni. Non sbagliereste. Si tratta di versi, naturalmente, ed il suo autore è il veronese Bartolomeo Tromboncino. Lo si può trovare identificato anche con le varianti venete di Trombencin e Trombonzin: di lui conosciamo più o meno l’anno di nascita (1470 circa), ma restano incerti il luogo dove si è spento (più probabilmente Venezia) e l’anno di morte: dopo il 1535 dicono genericamente le fonti. Tromboncino era prevalentemente un liutista e compositore e con questo mestiere si guadagnava da vivere. I versi gli servivano per essere messi in musica e cantati. A volte se li scrive, a volte li prende dai poeti dei secoli precedenti: Petrarca in particolare. I versi che avete letti in apertura di questo scritto appartengono al genere musicale letterario delle frottole. Le frottole anticiparono il madrigale cinquecentesco, e Tromboncino ne fu un assiduo creatore.


Frans Hals
Giovane suonatore di liuto
 
Alla corte mantovana di Francesco Gonzaga e sotto la benevolenza di Isabella d’Este e del suo cenacolo intellettuale, i versi e le musiche di Tromboncino poterono prosperare. Purtroppo, per una tragica beffa del destino, l’autore degli accorati versi amorosi “Fa bona guardia, Amore”, ammazzerà la sua amata musa, la moglie Antonia, sorpresa con l’amante. Questa lunga digressione mi è stata suggerita da un recente concerto in cui frottole, madrigali, chanson e fantasie rinascimentali sono stati protagonisti in un luogo molto pertinente, il Castello Sforzesco di Milano. Ma perché si è dato il nome di frottola a questa forma musicale? Per noi la parola rimanda a qualcosa di negativo: alla bugia, alla fandonia, allo scherzo, al paradosso. Leggendo i versi con il sentimento e lo sguardo di un uomo contemporaneo, noi ne avvertiamo l’esagerazione, poco inclini come siamo all’esaltato romanticismo di secoli così lontani. Le tragiche e sanguinarie vicende del teatro shakespeariano insegnano. Ma forse ne erano consapevoli anche loro, dal momento che il corteggiamento e la seduzione presuppongono una robusta dose di frottole, di bugie, di inganni, di scherzi, di esagerazioni. E allora meglio non prenderlo troppo sul serio l’amore.
 

 

 

LE SORGENTI EROTICHE DELL’ARTE
di Franco Toscani


Thomas Mann
 
Thomas Mann e l’eros di Michelangelo.
 
Qual è la fonte della produzione artistica? Per avvicinarci a una risposta, partiamo da un breve e folgorante scritto di Thomas Mann, Die Erotik Michelangelo's (L'eros di Michelangelo), pubblicato per la prima volta nel 1950 sulla rivista zurighese "Du" e poi accolto in Altes und Neues (Cose vecchie e nuove, 1953). Si tratta di una recensione alle poesie di Michelangelo Buonarroti, pubblicate a Celerina (Svizzera) nel 1950 in un'edizione bilingue, italo-tedesca, a cura di Hans Mühlestein; è un libro la cui passionalità erotica scuote profondamente Mann, che proprio in quei giorni del luglio 1950, quando lo legge, è investito dalla disperata passione senile (lo scrittore ha allora 75 anni) per un giovane di cui si era invaghito in un albergo a Zürich.



Come testimoniano i Diari 1949-1950, tornano dunque, a distanza di quasi quarant'anni, gli sconvolgimenti interiori e i turbamenti sessuali vissuti sulla pelle da Ascenbach in Morte a Venezia (1912). Torna un erotismo indomito, la perdizione in due begli occhi giovanili, la sensualità della malattia d'amore e, insieme a tutto ciò, la rinuncia amorosa, la sublimazione nella scrittura, il rinvio al nesso ineludibile tra amore e creazione, il movimento e sconvolgimento platonico interpretante la perdizione nel bello come tensione allo spirito e al divino.
Il libro michelangiolesco curato da Mühlestein commuove lo scrittore tedesco per la "sconvolgente schiettezza" e la "potenza sentimentale spesso disperata", per le confessioni e gli sfoghi della grande anima italiana che si dibatte tra bellezza e amarezza, amore e dolore, speranza e disillusione, delizia e tormento, desiderio e miseria. Alla base delle poesie di Michelangelo vi è una incredibile "ricchezza di passione, segno di una gigantesca e tormentata vitalità".



Mann s'interroga sulla sorgente della malinconia dell'artista: "Da che cosa deriva la costante malinconia di un creatore cui il cielo ha concesso una sovrumana potenza artistica? Credo che la chiave di questo mistero sia una sensualità straordinaria e opprimente, che insieme, però, anela di continuo alla purezza, allo spirito, al divino, e interpreta sempre sé stessa come un'aspirazione trascendente".
Nelle sue poesie, che si estendono per decenni e che sono quasi tutte canti d'amore, Michelangelo arde sempre d'amore e continua ad essere affascinato, anche in età molto avanzata, dai bei visi: "Il desiderio che lo spinge è l'amore, un innamoramento senza fine, lungo quanto la sua vita, volto alla figura umana, alla bellezza vivente, al fascino che emana dall'uomo: una tenace forza d'amore, una disposizione al beato tormento di essa, quali si ritrovano in altre vigorose nature dotate di sensibilità e di resistenza sensuale, ad esempio in Goethe e in Tolstoj".



Michelangelo esalta nelle sue liriche la grazia della beatitudine, il fascino di un bel volto, degli occhi, dello sguardo che, secondo la modalità tipica dell'eros platonico, "porta con sé fin dall'inizio qualcosa di spirituale, di sensibilmente sovrasensibile", che sulla terra si chiama amore e che si innalza verso la luce celeste. È un amore nobile, che "eleva lo spirito al cielo, il terrestre al divino"; è un amore che, come in Morte a Venezia, fa anche morire per il bello. Quella di Michelangelo è una poesia che non si stanca di indicarci l'enorme felicità che la bellezza ci dona e l'enorme dolore che essa ci infligge.



Mann valorizza pure i pensieri sull'arte di Michelangelo, arte che è strettamente collegata e trova la sua scaturigine nell'amore e nel senso della bellezza; arte che è consolatrice nel garantire gloria imperitura alle opere dell'artista; così, il disegno che Michelangelo ha fatto di uno dei suoi amori, Vittoria Colonna, ci fa comprendere la spiritualità dell'eros michelangiolesco, spiritualità "radicata in una sensualità fortissima". I versi di questo titano testimoniano anche della durezza e miseria della sua vecchiaia, ci rammentano come amaramente si conclude la nostra esistenza, ma furono sempre l'amore, l'entusiasmo erotico, il desiderio e l'attrazione della bellezza la molla, la fonte ispiratrice della sua attività artistica. Michelangelo ha conosciuto e incarnato nella sua stessa vita l'intima unione tra la passione amorosa, la dedizione alla bellezza e la creazione artistica. Così, insistendo sulle sorgenti erotiche dell'arte, Mann conclude il suo saggio su Die Erotik Michelangelo's.
                         

 

 

 

L’ARTE DI LEGARE LE PERSONE
di Francesca Mezzadri



L’arte di legare le persone di Paolo Milone (Einaudi, 2022 pag. 160) raccoglie quarant’anni di esperienza nei reparti psichiatrici ospedalieri e propone una riflessione concreta sulla cura della sofferenza mentale. Il titolo richiama il contenimento, gesto estremo che talvolta si rende necessario per evitare danni immediati, ma indica anche il legame terapeutico che sostiene ogni relazione clinica. Dopo la chiusura dei manicomi, il sistema sanitario ha affidato al territorio e alle famiglie responsabilità complesse, spesso senza risorse adeguate e continuità assistenziale. In questo contesto il reparto diventa luogo di emergenza, decisioni rapide e solitudini professionali. Con una scrittura in seconda persona, l’autore si rivolge direttamente ai pazienti e costruisce ritratti segnati da crisi dissociative, gesti autolesivi, terapie farmacologiche e percorsi psicoterapeutici che si intrecciano nel tempo. Il contenimento non è difeso né negato, ma descritto come extrema ratio entro situazioni limite, quando la priorità è proteggere l’incolumità e contenere il caos. Emergono il peso della responsabilità medica e la fatica di scegliere tra rischi diversi. Milone invita a riconoscere che la malattia mentale coinvolge il cervello, con una dimensione biologica e chimica, senza ridurre la persona alla diagnosi. Farmaci e psicoterapia vengono pensati come strumenti complementari, lontani da contrapposizioni ideologiche. Il risultato è una testimonianza sobria e partecipe, che restituisce dignità alla sofferenza psichica e sollecita uno sguardo più consapevole, capace di tenere insieme tutela, libertà e responsabilità collettiva. Di fronte ai casi più gravi il libro rifiuta semplificazioni morali e ricorda che ogni intervento nasce da un incontro fragile, dove ascolto e limite devono convivere. Così la pratica quotidiana diventa racconto etico, capace di interrogare anche la società sulle proprie paure e sulle responsabilità condivise.
 

TEATRO
di Giancarlo Sammito


Carlos Gardel

Il tango di Carlos Gardel al Teatro della Memoria di Milano.
 
Niente creatività senza rischi”, diceva un personaggio in Tangos - l’esilio di Gardel, il film del 1985 diretto da Fernando Solanas, che trattava dei diritti politici degli argentini a Parigi alla fine degli anni Settanta e delle profonde contraddizioni nella loro integrazione culturale in relazione alla storia e allo spirito del tango. Rischi che anche Carlos Gardel seppe prendersi con dedizione viscerale e audacia, ci suggerisce Tango che passione, Carlos Gardel alle origini del tango, lo spettacolo sospeso tra il teatro di varietà e la seducente lezione di musica e storia, in una avvincente sintesi di riporti biografici, passione, canzone e poesia. La musica dal vivo di Gianpietro Marazza (fisarmonica) e Sandro Gelmetti (pianoforte) è inframmezzata a stralci di film dello stesso Carlos Gardel e ai tanghi eseguiti in scena dalla coppia Adriana Pulejo, che è anche cantante, e Francesco Monte. Tutti elementi che fanno di memoria e rimpianto, amori perduti, struggente nostalgia - tematiche portanti nello spirito del tango - una avvincente, allegra alchimia scenica tenuta dalla voce narrante e dalle qualità attoriali di Alberto Grasso. Così il racconto della vita di Carlos Gardel e delle sue gesta, messo in scena lo scorso 15 marzo sul palco del benemerito Teatro della Memoria, invita a scoprire racconti nel racconto e nuovi dettagli. Ad esempio con la storia della famiglia di Astor Piazzolla che ospita a casa Gardel, ghiotto della pasta con le sarde preparata con palermitana maestria dalla mamma dell’appena tredicenne Astor, o quella della controversia sugli autentici luogo e data di nascita di Charles Gardès o Carlos Gardel, o dell’incidente sulla pista dell’aeroporto di Medellín, in Colombia, dove l’attore e compositore francese naturalizzato argentino, che elevò alla fama mondiale lespressione artistica nata nei sobborghi di Buenos Aires e Montevideo, perse prematuramente la vita.


Foto di scena







A PUNTU STRITTU
di Mariacristina Pianta


 
 
Mi ha colpito la nota critica alla raccolta poetica dal titolo La casa senza tempo di Alessandro Quasimodo, che sottolinea come l'uso del dialetto siciliano favorisca la conoscenza precisa di un contesto specifico. Tutto scorre in una dimensione apparentemente fuori dal tempo e dallo spazio, ma, se riflettiamo, ogni elemento è calato invece nella realtà. L’adesione alla vita quotidiana si coglie nell'utilizzo della lingua madre, che si presta ad esprimere un mondo amato e familiare. Le parole si trasformano nelle immagini di luoghi, oggetti, persone e animali. Ed ecco davanti a noi il lattaio che recitava Rosa fresca aulentissima, un testo che riporta alla corte di Federico II, alla stesura delle leggi melfitane e agli strumenti di seduzione adottati dagli uomini per soddisfare i loro desideri. Ed era un piacere ascoltare quei versi imparati a memoria. Purtroppo attualmente è difficile percepire l’attenzione ai singoli termini e alle espressioni utilizzate. Una sorta di uniformità mediocre domina incontrastata; dai giovani e agli adulti gli strumenti informatici sono preminenti; manca un approccio personale anche nella gestione del quotidiano. Ma soffermiamoci sulla silloge di Angela Passarello A puntu strittu a puntu largu (Edizioni del Verri, Milano, 2024, pagine 114). Come non ricordare la maestra sarta, tutta indaffarata a imbastire, spingendo col ditale e a insegnare l’arte del cucito? In quel a puntu strittu a puntu largu si concentra un lavoro complesso che richiede impegno e cura. Percepisco la metafora della nostra esistenza: un itinerario che alterna varie fasi per raggiungere determinati obiettivi. La bellezza di tante scene è però insidiata dalla natura umana, sovente, prepotente e malvagia: il padrone molesta l’affascinante sottoposta, della bambina scomparsa resta solo il “vestitino rosa” appeso al ramo secco “al confine del vento”. Sembra quasi di trovarsi fuori dal mondo, solo abitato dal vento, testimone di tanto dolore. Il vento, inoltre, diviene un simbolo della forza della natura che mette in luce la fragilità umana. Anche gli animali soffrono: le lumache destinate alla mensa degli uomini, le mucche, il maiale, i capretti uccisi con violenza per allietare le nostre tavole imbandite. Le tradizioni si impongono per continuare un modello di comportamento radicato da secoli. Ma l’autrice riesce sempre a comunicare un messaggio positivo, suscitando il desiderio di riscoprire quei valori che la natura ci insegna, accettando tante contraddizioni con la clausola di rispettare la terra che ci ha cresciuti. Di notevole valore le scelte lessicali e sintattiche, aderenti al contesto, la metrica rigorosa e il ritmo ben calibrato.
 

 

 

 

Privacy Policy