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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 24 giugno 2026
IPAZIA
di Chicca Morone

Julius Kronberg Hypattia 1889
Una donna geniale vittima del fanatismo.
Lunedì di Quaresima del 415: viene assassinata Ipazia, matematica,
astronoma, filosofa neoplatonica, insegnante autorevole ed estremamente
rispettata, amata da cristiani e pagani, ma evidentemente odiata da qualcuno. Un
qualcuno di genere maschile, roso dall’invidia verso una donna che si permetteva
di parlare in pubblico ed era a capo della scuola neoplatonica di Alessandria:
il vescovo Cirillo, capo di quella Chiesa che aveva iniziato a trasformarsi da
perseguitata a persecutrice e non solo del paganesimo, ma anche dell’ebraismo. Il
pensiero vescovile era che una donna, la più importante intellettuale della
città, punto di riferimento non solo per i suoi studenti, ma anche per le
autorità politiche e religiose, doveva stare al suo posto, altrimenti essere
eliminata. La giovane Ipazia era un vero problema perché, non esente da influenze
teosofiche e occultistiche apprese da filosofie e religioni egizie nonché
assiro-babilonesi, era “qualcosa” di impensabile per chi - legittimato
dall’editto di Tessalonica (380D. C.) - si giudicava depositario della vera
religione.
La cultura di Ipazia era arrivata a
un tale grado di perfezione da non avere paragone con tutti i filosofi del suo
tempo, tanto da succedere nella scuola platonica ed essere disponibile per
chiunque desiderasse spiegazioni su tutte le scienze filosofiche. Ne era
testimone Socrate Scolastico, teologo suo contemporaneo.
Ci si chiede come abbia potuto accadere
un tale efferato assassinio, dato il suo carisma enorme, riconosciuto ovunque:
da ogni parte del mondo giungevano allievi desiderosi di apprendere i principi
non solo filosofici, ma anche astronomici, matematici e di ogni scibile umano. Persino
Sinesio, filosofo, poeta e oratore, futuro vescovo di Tolemaide, era giunto da
Cirene per conoscere questa donna incredibile.
Tra i suoi ammiratori il prefetto
romano Oreste, spesso alla ricerca del suo consiglio nelle questioni di
carattere pubblico, aveva cercato di mettere in guardia Ipazia essendo stato
lui stesso aggredito pubblicamente.
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| Julius Kronberg Hypattia 1889 |

Jules Gaspard Ipazia 1908
Forse, osservando la situazione nella
Alessandria dell’appena iniziato Quinto secolo, potremmo avere una spiegazione
e soprattutto un monito per questo nostro secolo agli albori. L’Impero è in declino
e Alessandria in disfacimento: mille sono le cause, non ultima la crisi di
identità con problemi interni tra cristiani legati alla tradizione e gli
innovatori, come anche tra i pagani filosofi e i tradizionalisti. Il tessuto
sociale è lacerato, i punti di riferimento della politica imperiale, svaniti;
gli dei dello Stato se ne sono andati e sono rimasti pochi richiami alla
grandezza del passato. In questo vuoto di un potere forte,
Ipazia si trova a rivestire anche un ruolo politico, protagonista del momento
più infuocato degli scontri interreligiosi tra le varie comunità di
Alessandria, decisamente cruenti all’inizio del Quattrocento. La scintilla è la trasformazione del
tempio di Dioniso in chiesa cristiana, quando emergono i resti di un tempio
segreto dedicato al culto di Mitra. Alcuni teschi lì ritrovati danno modo
di accusare i pagani di sacrifici umani e al vescovo Teofilo di indire una
processione antipagana: ovvia la reazione con inizio di guerra civile. L’imperatore
Teodosio II, filo cristiano, interviene su consiglio della sorella: ma nel chiedere
al vescovo di perdonare le offese pagane, gli concede di poter distruggere il
tempio e la famosa biblioteca.
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| Jules Gaspard Ipazia 1908 |
Ipazia, la cui filosofia non è
semplice erudizione, ma “uno stile di vita, una costante, religiosa e
disciplinata ricerca della verità”, pur restando neutrale, intravede subito
la degenerazione dei possibili sviluppi: non può ignorare il fanatismo, la
violenza e l’intolleranza di questa nuova religione che invece di costruire distrugge
templi e biblioteche continuando a provocare scontri tra ebrei, pagani e
cristiani. Un “Divide et impera” di cui
ben abbiamo contezza in questi ultimi anni. Con l’arrivo ad Alessandria del
vescovo Cirillo, si apre un nuovo periodo in cui potere politico e militare si
fondono: nasce un unico corpo di polizia, i Parabolani. Un vescovo battagliero, pronto ad
affermare il suo potere a ogni costo, e che, nell’entrare in conflitto con il
prefetto Oreste, trova ottima occasione per incolpare proprio Ipazia di impedirne
la riconciliazione.
Perché? Perché lei è depositaria di una
religione filosofica da cui emerge il concetto di un Dio a cui potersi
assimilare e un percorso in cui poter raggiungere la divinità non attraverso la
Santa Madre Chiesa: inaccettabile per un vescovo dalle mire di potere inesauribile,
a cui l’intera popolazione deve assoggettarsi. Un Klaus Schwab, fondatore del Word
Economic Forum e promulgatore della “Quarta rivoluzione industriale” con tanto
di pensiero unico, ante litteram.
Oggi, dopo
anni di innegabile caos in Vaticano, il papa Leone XIV sta delineando per i
fedeli una via decisamente più cristiana e affine a chi vive nella Chiesa il
proprio legame con il Divino: con l’enciclica “Magnifica Humanitas”
perfettamente esaustiva sui pericoli dell’IA, ma esplicitata con quel distacco
di chi vede dall’alto le possibilità di salvezza esistenti. La divinizzazione
di algoritmi e risposte, vette a cui noi, secondo i guru dell’informatica, “non
potremmo mai arrivare” è stata ridimensionata. In molti hanno iniziato a porsi domande più
che lecite, considerando la voce da cui giungeva più che autorevole.
In
conclusione, mi fa male pensare a una donna come Ipazia, martirizzata dalla
protervia dei Parabolani, cappeggiati da un uomo convinto di essere depositario
del volere di Dio. Ancora oggi esistono esemplari del genere, impuniti; un po’
come il vescovo Cirillo fatto santo da Leone XIII!
Piango per un’Italia
piena di risorse, il cui terreno è fertile, ammirata e ambita da chiunque la
conosca, madre di personaggi totalmente fuori dal comune (da Giordano Bruno a
Galileo, a Leonardo da Vinci, a Federico Faggin) oggi sfortunatamente in mano a
biechi affaristi, pronti a venderla per pochi denari. L’Italia che come Ipazia
viene spogliata dei suoi gioielli, stuprata e bruciata perché “eccessiva”;
un’Italia che non sa difendersi dalle invasioni islamiche quanto da quelle sioniste;
un’Italia che come Ipazia deve fare da capro espiatorio di forze occulte; un’Italia
antesignana delle campagne di vaccinazioni, persino degli animali non
esportabili, a scanso di equivoci. Un’Italia cavia a causa dell’ingordigia di
politici senza scrupoli.
IL DOVERE DI OBIETTARE
di Rosario
Undiemi
Il rimorso
ecologico e la coscienza generazionale.
Gentile Professore,
desidero condividere una riflessione
nata dalla lettura della lettera di Gianluca Rossetti pubblicata ieri sulla
prima pagina di “Odissea”, di cui ho profondamente apprezzato la capacità di
far emergere una verità complessa e dolorosa. Il fulcro del mio interesse
risiede nel potente contrasto generazionale e psicologico vissuto dal
protagonista: l’obbedienza del passato. Il ventenne di allora che, per cieco
dovere militare, si fa ingranaggio di un meccanismo devastante (l’uso di
munizioni pesanti, i bombardamenti costieri, l’inquinamento da metalli e la
distruzione di ecosistemi protetti). La consapevolezza del presente: il
sessantenne di oggi che sviluppa un vero e proprio “rimorso ecologico”, riconoscendo
lucidamente il danno inferto al territorio. Trovo straordinario come il
compimento dei sessant’anni non sia solo un traguardo anagrafico, ma diventi un
catalizzatore esistenziale: il momento in cui si avverte l’urgenza di fare i
conti con l’eredità ambientale lasciata alle nuove generazioni. Questa
confessione a distanza di tempo supera la dimensione individuale e si trasforma
in una potente presa di coscienza collettiva, costringendoci a riflettere su
come il concetto di “dovere” debba oggi includere, necessariamente, la tutela
del futuro.
VERSI SUL NAVIGLIO A PARMA
Mercoledì
1° luglio Poesia e Cinema
d’autore Sul Naviglio a Parma.
Ore 18.45 – Incontri poetici “Versi sul Naviglio 2026”.
Conversazioni sulla poesia e le recenti novità editoriali a
cura di Adriano Engelbrecht. Modera l’incontro Silvia Manzi, insieme ai
curatori dell’antologia Innesti umani (Bertoni, 2026) Luca Ariano ed Emanuela
Rizzo.
Saranno presenti i poeti dell’antologia: Antonio Perrone,
Alessandro Seri, Luca Mozzachiodi, Emanuele Marazzini, Elisa Barbieri, Paola
Maccioni, Alberto Manzoli, Mauro De Maria, Costanza Canali, Mariapia
Quintavalla, Alma Saporito, Giancarlo Baroni Poeta, Giuseppe Langella, Claudio
Bedocchi, Francesco Gallieri. La serata prosegue alle 21.30 con la
proiezione del film “Il portaborse” di Daniele Lucchetti (1991) in occasione
degli 80 anni della Repubblica Italiana e del suffragio universale del voto
alle donne. Proiezione a cura dell’Associazione Amici della Biblioteca San
Leonardo.
Officine On/Off, Parco del Naviglio, Parma.
Puoi scoprire di più su LOFT - Libera Organizzazione
Forme Teatrali con tutte le info sulla rassegna.
martedì 23 giugno 2026
STARMER ADDIO
di Angelo Gaccione
Un altro guerrafondaio, il primo ministro inglese Keir Starmer,
che solo per un abuso linguistico viene definito di “sinistra”, è stato
costretto alle dimissioni. Purtroppo non si vuole imparare una verità banale e
incontrovertibile: tutti i guerrafondai, sotto qualunque sigla, partito,
bandiera si nascondono, anche se vengono definiti democratici, o tali ci
illudiamo che essi siano, non sono altro che una variante della destra. Nei
fatti ne incarnano la mentalità e il loro agire politico non può avere nulla a
che fare con gli interessi delle classi popolari e lavoratrici, con i ceti medi
impoveriti, con la stragrande maggioranza delle donne, con i difensori del
patrimonio culturale ed ambientale. Ed infatti, appena vanno al governo,
continuano la politica antipopolare delle destre: massacrano i ceti popolari e
produttivi, non toccano i grandi patrimoni e le immense scandalose ricchezze,
ma trovano in un batter d’occhi l’immensa scandalosa criminale quantità di
denaro da impiegare in spesa militare, armi, mantenimento di quell’apparato di
morte criminale chiamata Alleanza Militare (NATO) che quella ricchezza divora.
I democratici di casa nostra, che dei democratici criminali di
guerra americani non hanno imparato nulla, continuano anche loro, come se
niente fosse, su questa strada che li porterà nell’abisso. Si candidano per
battere la destra di Meloni, ma non ci dicono dove troveranno le immense
risorse che occorrono per una sanità pubblica allo sfascio, per una messa in
sicurezza di un territorio che sta lentamente collassando, per sistemare il
patrimonio di edilizia scolastica che è un colabrodo, il sistema dei trasporti
sempre più obsoleto, aumentare i salari e le pensioni da fame, ridurre le ore
di lavoro per allargare la base produttiva, far calare gli affitti nelle grandi
città, impedire che scappino all’estero centinaia di migliaia di giovani ogni
anno, convincere le nuove coppie a mettere al mondo almeno un figlio… Se
fossero davvero di sinistra, se fossero davvero democratici, se
avessero davvero a cuore il loro Paese, direbbero quello che per una persona di
sinistra è una banale ovvietà: “basta con armi, guerra e spesa militare. Da
questo momento non spenderemo un centesimo per tutto ciò che viene spacciato
per difesa perché con le armi di distruzione di massa non esiste alcuna
difesa: esistono solo morte, distruzioni e farabutti che sulla morte e le
distruzioni si arricchiscono. Spenderemo solo per la spesa sociale, culturale e
ambientale. Non daremo più un centesimo per la guerra in Ucraina, non manderemo
una sola arma italiana in giro per il mondo ad alimentare guerre, anzi,
convertiremo l’industria di guerra per produrre beni utili alla collettività e
metteremo la diplomazia al primo posto come prescrive la Costituzione.
Impiegheremo parti consistenti di Esercito, Aviazione e Marina per la difesa
dell’ambiente, per la protezione civile, per la sicurezza interna, per
contrastare l’evasione fiscale, le mafie, la delinquenza organizzata che le
nuove tecnologie hanno reso insidiose e pervasive. E se vinceremo le elezioni, come
primo atto trasformeremo il Ministero della Difesa in Ministero per la Pace con
sede ad Assisi, città mondiale della Pace”. Non lo faranno: non sentiremo da
loro queste parole, ed allora è meglio che non illudano gli elettori e lascino
schifosamente sgovernare le destre facendo da stampella, come hanno
fatto finora in Italia e al Parlamento Europeo, alle loro politiche
guerrafondaie. Noi ce ne staremo a casa perché mettere una scheda nell’urna per
continuare le politiche guerrafondaie e antipopolari non ne abbiamo proprio
voglia.
MEGLIO UNA ZUCCA CHE UNA BOMBA

Gianluca Rossetti
Ciao Angelo,
sperando che possa essere di qualche interesse, sottopongo alla tua attenzione
una breve lettera di scuse che ho di recente inviato ai due maggiori quotidiani
sardi. Mi piacerebbe poi incontrati per parlare di pacifismo e disarmo, quando
avrai voglia e tempo. Grazie, Gianluca.
*
Il pacifista e disarmista Gianluca Rossetti, a distanza di oltre
quarant’anni, chiede pubblicamente scusa al popolo sardo e all’Italia intera,
per avere da giovane, tramite il servizio militare, contribuito ai danni verso
la nostra meravigliosa isola. Un gesto prezioso ed ammirevole. Oggi Gianluca è
molto attivo nelle iniziative contro la guerra e presente assiduamente ai sit-in
in Piazza del Duomo a Milano contro il massacro dei palestinesi.

Alle
cittadine e ai cittadini della Sardegna, e dell’Italia intera. Sono un 63enne desideroso di fare ammenda. Ho svolto il servizio militare di
leva nel 1983, in un reparto di artiglieria, partecipando a diverse
esercitazioni di tiro nei poligoni militari di Capo Teulada (CA), Monteromano
(VT) e Meduna Cellina (UD). A quel tempo non avevo ancora maturato alcuna
consapevolezza riguardo le implicazioni etiche e ambientali che comporta il
prestare servizio nell’esercito e provocare esplosioni di ordigni (nel mio caso
un centinaio di granate da 155 mm) e purtroppo non avevo preso nemmeno in
considerazione l’obiezione di coscienza e il servizio civile come alternative
alla leva obbligatoria. Ora, alla soglia della senescenza, e orientato verso
ideali di pace e di tutela dell’ambiente, provo un senso di rammarico e
vergogna per le azioni da me compiute in quel lontano 1983. Desidero quindi chiedere
scusa al popolo pacifista ed ecologista della Sardegna, e a tutto il popolo
italiano, per aver contribuito al gravissimo e nefasto inquinamento di quel
meraviglioso angolo di Sardegna che è Capo Teulada, nonché delle altre zone del
nostro Paese destinate a svolgere la funzione di poligono militare.
Gianluca Rossetti - Trezzano sul Naviglio - Milano
“NUOVO SLANCIO” PER
L’ALLARGAMENTO?
di Gianmarco Pisa

Foto di Elke Wetzig
Il
documento “Nuovo slancio per l’allargamento” è uno dei classici non-paper,
documenti informali redatti dai governi più influenti dell’Ue per orientare la
strategia europea sui dossier più importanti. In questo caso, il documento,
elaborato da Francia e Germania, propone un
nuovo approccio all’allargamento che consentirebbe ai Paesi candidati di
integrarsi gradualmente e in forma asimmetrica, a “geometria variabile”,
nelle istituzioni, nei processi decisionali e nel mercato unico prima di
diventarne membri a pieno titolo. Redatto in vista del vertice Ue-Balcani di
Tivat, in Montenegro, il 5 giugno, il non-paper sostiene che la politica di
allargamento necessiti di “nuovo slancio” e auspica un processo di adesione che
suppone essere più efficiente, in quanto incentrato sulle “riforme” piuttosto
che sulle “procedure”.
“L’obiettivo comune è che l’Unione
diventi veramente europea”, recita il testo, con la valutazione che l’attuale
metodologia debba essere modificata (“ottimizzata”) per consentire “un’integrazione
più rapida ed efficace nell’Ue, basata sui criteri di Copenaghen”. Il Trattato
sull’Unione europea, infatti, stabilisce le condizioni (art. 49) e i principi
(art. 6) a cui deve conformarsi qualsiasi Paese che desideri diventare membro
della Ue. Questi criteri («criteri di Copenaghen») sono stati definiti dal
Consiglio europeo di Copenaghen nel 1993: a) stabilità delle istituzioni atta a
garantire democrazia, stato di diritto, diritti umani, rispetto e tutela delle
minoranze; b) economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alla
pressione competitiva e alle forze di mercato all’interno dell’Ue; c) capacità
di assumere gli obblighi derivanti dalla adesione, compresa la capacità di
attuare le norme, gli standard e le politiche che costituiscono il corpo del
diritto comune della Ue (l’“acquis comunitario”) e l’adesione agli obiettivi
dell’unione politica, economica e monetaria.
![]() |
| Foto di Elke Wetzig |
Al netto, dunque, della retorica
circa l’Ue come spazio di “democrazia, stato di diritto, diritti umani,
rispetto e tutela delle minoranze”, il testo propone una strategia di
preparazione all’adesione che contiene un insieme di “strumenti ed elementi
costitutivi” pensati per avvicinare i Paesi candidati attraverso una integrazione,
al tempo stesso, più strutturata e più graduale, fornendo incentivi alle
riforme. “Questi elementi costitutivi devono basarsi sui progressi compiuti nel
processo di adesione e devono essere reversibili in caso di arretramento da
parte del Paese candidato nel processo di riforma e in relazione ai valori e ai
principi fondamentali dell’Unione Europea. L’obiettivo della piena adesione
rimane invariato; l’intenzione non è quella di sostituire la piena adesione alla
Ue, né di prolungarne il percorso, ma al contrario di creare incentivi che
promuovano un progresso più rapido”.
L’elemento
centrale è dunque lo sviluppo di una strategia di preparazione all’adesione,
basata sull’integrazione graduale, che comporti anche forme di partecipazione
“parziale” all’Ue, sottoponendo i Paesi candidati ad una sorta di “stress test”
delle condizioni di adesione: avanzare o arretrare a seconda che il Paese
candidato aderisca pienamente o meno alle “riforme” e ai “valori e principi”
dell’Ue. Secondo il testo, i Paesi candidati avranno accesso a vantaggi man
mano che progrediranno nei negoziati, ma questi vantaggi potranno essere
revocati in caso di arretramento sulle “riforme” e i “valori e principi” dell’Ue.
Tra le misure vi è la possibilità
per i Paesi candidati di ottenere un accesso privilegiato al mercato unico e
legami più stretti con le istituzioni europee, incluso lo status di “osservatore”
alle riunioni dell’Ue. Le proposte includono
riunioni periodiche con la Commissione europea, una cooperazione parlamentare
più frequente e la partecipazione a discussioni separate del Consiglio
europeo e del Consiglio dell’Ue. I Paesi candidati che avranno completato i
negoziati potranno partecipare alle riunioni del Consiglio quali “osservatori”.
Il documento prevede anche la
partecipazione ad alcune riunioni del Consiglio Affari Esteri per gli Stati che
chiudono il capitolo relativo alla politica estera e di sicurezza e difesa;
propone inoltre di ampliare la cooperazione
nel campo stesso della difesa, compresa la partecipazione ai progetti Pesco,
la cooperazione rafforzata con Frontex e l’integrazione nei meccanismi di
sicurezza informatica. Ulteriore proposta riguarda la partecipazione al mercato
unico nell’ambito del “modello SEE+” per i Paesi che adottano la legislazione comune
e completano i relativi negoziati. Tali misure potranno applicarsi, ad esempio,
ai Paesi candidati dei Balcani occidentali (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro,
Macedonia del Nord, Serbia) e alla Moldavia e saranno basate “sul merito”, cioè
in funzione dei progressi compiuti nelle riforme e negli standard comunitari.
In base al non-paper, l’obiettivo
è fondamentalmente uno: superare lo stallo, che sembra configurare un vero e
proprio fallimento strategico, nel processo di allargamento dell’Unione Europea
(il processo di allargamento è fermo da
tredici anni, l’ultimo Paese ad aver aderito all’Ue è la Croazia, nell’ormai
lontano 2013, ma intanto è uscita la Gran Bretagna, nel 2020), anche
introducendo asimmetrie e meccanismi di partecipazione “a geometria variabile”.
Il meccanismo riproduce, per
alcuni aspetti, lo schema, previsto dai Trattati, della cooperazione
rafforzata, che permette ad almeno nove Stati una maggiore integrazione in ambiti
specifici anche senza la partecipazione degli altri Stati membri e senza
l’unanimità in ambito Ue. Difficile prevedere gli esiti di questo (e altri)
non-paper: opportunità per rilanciare e ridefinire il ruolo dell’Ue o segnali della
crisi istituzionale e politica che l’Unione sta attraversando?
MILANO ARTE MUSICA
Il
Festival Internazionale di Musica Antica prende il via.
Mercoledì 1° luglio alle 20.30, il prestigioso ensemble
Accademia Bizantina, ospite tra i più acclamati della storia del festival,
eseguirà le quattro Suites per Orchestra di Johann Sebastian Bach in un
palcoscenico d’eccezione, l’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo. L’appuntamento
sarà introdotto e approfondito nel corso dell’omonima conferenza, in programma
martedì 30 giugno alle 18.00 a MaMu - Magazzino Musica, condotta dal Prof.
Raffaele Mellace, musicologo e consulente scientifico del Teatro alla Scala
nonché storico collaboratore del festival.
Programma
Johann Sebastian Bach
(1685 - 1750)
Suite n° 4 in Re maggiore BWV 1069
Ouverture - Bourrée I e II - Gavotta - Minuetto I e II - Réjouissance
Suite n° 1 in Do maggiore BWV 1066
Ouverture - Corrente - Gavotta I e II - Furlana Minuetto I e II - Bourrée I e
II - Passepied I e II
Suite n° 2 in Si minore BWV 1067
Ouverture - Rondò - Sarabanda - Bourrée I e II - Polonaise e Double - Minuetto
- Badinerie
Suite n° 3 in Re maggiore BWV 10684
Ouverture - Aria - Gavotta I e II - Bourrée - Giga
Biglietti:
Concerto
inaugurale del 1° luglio
Intero: 30
euro
Ridotto: 15
euro
Punti vendita:
sul posto,
secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto. Online (con diritto di
prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
presso
Associazione Culturale La Cappella Musicale (via Vincenzo Bellini, 2)
Lunedì dalle
15.00 alle 18.00. È gradito il pagamento elettronico. Si consiglia vivamente
l’acquisto in prevendita.
Organico
violino e direzione Alessandro
Tampieri
violini
I Sara Meloni, Maria Grokhotova, Lavinia Soncini
violini
II Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Heriberto Delgado
alti Darya
Filippenko, Nicola Sangaletti
violoncelli Angela
Lobato Del Castillo, Paolo Ballanti
violone Nicola
Dal Maso
flauto traverso
Marco Brolli
oboe
I Elisabeth Baumer
oboe
II Gioacchino Comparetto
oboe
III Rei Ishizaka
fagotto Alessandro
Nasello
tromba
I Simone Amelli
tromba
II Manolo Nardi
tromba
III Marcello Trinchero
timpani Danilo
Grassi
clavicembalo Nicola
Procaccini
violini
I Sara Meloni, Maria Grokhotova, Lavinia Soncini
violini
II Ana Liz Ojeda, Mauro Massa, Heriberto Delgado
alti Darya
Filippenko, Nicola Sangaletti
violoncelli Angela
Lobato Del Castillo, Paolo Ballanti
violone Nicola
Dal Maso
flauto traverso
Marco Brolli
oboe
I Elisabeth Baumer
oboe
II Gioacchino Comparetto
oboe
III Rei Ishizaka
fagotto Alessandro
Nasello
tromba
I Simone Amelli
tromba
II Manolo Nardi
tromba
III Marcello Trinchero
timpani Danilo
Grassi
clavicembalo Nicola
Procaccini
Alessandro Tambieri
Violinista, violista, ma anche
sporadicamente chitarrista e liutista al basso continuo, ha iniziato gli studi
musicali nella propria città natale, Ravenna, entrando a far parte giovanissimo
di Accademia Bizantina. Ha poi svolto attività concertistica come solista,
camerista, in orchestra sinfonica e d’opera (Filarmonica e Teatro alla Scala)
dedicandosi a tutto il repertorio, con un particolare riguardo alla musica
contemporanea e stringendo collaborazioni con Luciano Berio e Azio Corghi.
L’identificazione nel linguaggio musicale
sei-settecentesco e una spiccata attitudine all’improvvisazione, lo hanno poi
portato a dedicarsi prevalentemente a tale repertorio come violinista. Ha
collaborato e collabora con Il Giardino Armonico, Divino Sospiro (Lisbona),
Academia Montis Regalis, L’Arpeggiata, Artaserse (Philippe Jaroussky),
Imaginarium e Suonar Parlante. Si esibisce regolarmente nelle più prestigiose
stagioni e festival di musica antica europei e americani. Ha effettuato
registrazioni per Teldec, Decca, Naive, Harmonia Mundi, Hyperion, Virgin e per
le principali radio europee e nordamericane. Insegna al Conservatorio “G.
Rossini” di Pesaro. Suona un violino costruito nel 2014 da Marco Minnozzi. Le
registrazioni dei concerti per viola d’amore e per archi di Vivaldi e dei
Concerti per violino VII “Per Il Castello” sempre di Vivaldi, con Accademia
Bizantina e Ottavio Dantone, su etichetta Naïve, hanno ricevuto un’accoglienza
molto calorosa sia dalla critica specializzata che dal pubblico.
Dal 2011 è Concertmaster di Accademia Bizantina di
cui, assieme a Ottavio Dantone, ne cura la direzione artistica.
Accademia Bizantina
Accademia Bizantina (AB) nasce a
Ravenna nel 1984.
La musica di Accademia parte dall’origine (“AB”),
dalle regole del linguaggio stilistico barocco: le indaga senza aggiungere,
eliminare o trasformare, affidandosi ai suoni di strumenti antichi. Questo
distintivo metodo interpretativo ha avuto inizio con l’arrivo in AB, nel 1996,
del suo direttore Ottavio Dantone, profondo conoscitore dei codici espressivi
barocchi. Il suo sistema, forgiato dall’esperienza e da uno studio filologico
costante, ha permesso ad AB di diventare un’orchestra pronta ad accostarsi con
consapevole onestà a qualsiasi repertorio. Poter restituire al pubblico
l’intenzione autentica del compositore è un valore inestimabile che è valso ad
AB riconoscimenti e collaborazioni nazionali e internazionali. Ogni esecuzione
di Accademia Bizantina, che dal 2011 può contare anche sul carismatico
concertmaster Alessandro Tampieri, è un inaspettato viaggio nel tempo, un
inimitabile equilibrio tra tecnica, abilità, rigore, cultura interpretativa,
intuito e accuratezza stilistica. Dal 2013 Accademia Bizantina può chiamare
casa la cittadina di Bagnacavallo (RA), che ospita la sede operativa
dell’orchestra e il cui Teatro Goldoni è luogo di numerose registrazioni ed
eventi. Accademia Bizantina ha inciso per Decca, Harmonia Mundi, Deutsche
Grammophon, Naïve, Alpha, Onyx, HDB Sonus. Ha ricevuto prestigiosi
riconoscimenti come il Diapason d’Or, Midem, Choc di Classica, Opus Klassik,
Grammy Music Award, Premio Abbiati della critica e Gramophone Awards.
Particolarmente significative le collaborazioni intraprese con i violinisti
Viktoria Mullova e Giuliano Carmignola, il controtenore Andreas Scholl e la
contralto Delphine Galou. Nell’anno 2021 si è classificata prima orchestra in
Europa e seconda al mondo ai Gramophone Awards. Dal 2024 è orchestra in
residenza all’Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, dove prosegue e
approfondisce la sua esplorazione del repertorio barocco. Accademia
Bizantina ha suonato nei più prestigiosi Teatri e Festival del mondo quali:
Carnegie Hall e Lincoln Center (New York), Wigmore Hall e Barbican Centre
(Londra), Théâtre des Champs Elysées (Parigi) e Opéra Royal (Versailles);
Concertgebouw (Amsterdam), Bozar (Bruxelles), Pierre Boulez Saal / Staatsoper
(Berlino), Kölner Philharmonie, Elbphilharmonie Hamburg, NCPA Pechino, Shanghai
Concert Hall, Walt Disney Hall (Los Angeles), Theater an der Wien (Vienna),
CNDM Madrid e Auditorium Parco della Musica di Roma.
lunedì 22 giugno 2026
SULLA POESIA CIVILE
di Eros Barone

Eros Barone
Partirei da quella che è la domanda più
indecifrabile che un critico letterario possa formulare: che cos’è la poesia?
Qualcuno – un poeta tra i maggiori della seconda metà del Novecento – ha
fornito una risposta che è molto chiara nella sua semplicità: la poesia è
progetto di sé e del mondo, ossia programma di resistenza alla morte. Senza
questa continua spinta al confronto con la soglia dell’essere, non c’è né può
esserci poesia. Tuttavia essa non si esaurisce nella semplice
riflessione sul confine (poiché altrimenti il dato consolatorio prevarrebbe), e
anzi deve farsi carico più radicalmente della sfida al limite, deve incarnare
un disegno finalizzato a intuire una trama etico-civile nell’ordine caotico
dell’esistente. A questo assioma aggiungerei un altro fondamentale assioma:
poiché tutto è politica (anche se la politica non è tutto), non vi è poesia che
non sia, perlomeno in sede di interpretazione critica, anche poesia civile,
mentre la poesia civile in forma esplicita, per così dire esiodea, corre sempre
il rischio della non-poesia. In ogni caso,
se oggi vi è la necessità di trasformare la letteratura in prassi,
allontanandola dall’intrattenimento e accentuandone la dimensione didattica e
pedagogica, il rischio va corso e i poeti non possono limitarsi, nemmeno “per
voto”, ad “appendere le loro cetre ai salici”. La
congiuntura nazionale e internazionale che stiamo vivendo e soffrendo ci impone
semmai di spostare in avanti l’orizzonte del confronto, rivolgendoci
prevalentemente ai giovani e a coloro che verranno.
Emerge allora il dovere etico sottostante al lavoro letterario: un
dovere che si incarna nel principio erasmiano secondo cui lectio transit in mores. Si tratta, in
altri termini, di ripartire da una definizione di civiltà che nasce di
fronte a scelte sempre più nette, quando si deve uscire da Troia portando o il
padre, o il bambino, o tutti e due, mentre qualcosa dovrà di necessità venir
perduto. La congiuntura attuale richiede quindi l’intervento di un
intellettuale simile ad Enea, che tenti di connettere passato e futuro, sapendo
bene che nel presente c’è tanta ruina, sapendo che non appartiene al presente
la verità. Da parte sua, il critico non può chiudersi, ipocriticamente, nella
fortezza dell’iper-specialismo, ma deve avere la capacità di articolare giudizi
di valore e di elaborare un progetto a tutto tondo, che è quanto dire dotato di
carica etica, politica ed estetica. Del resto, il presupposto fondante della
poesia civile è che il linguaggio poetico non si concluda in sé stesso ma sia
teso alla liberazione del lettore, al superamento dello stato di cose
esistente: che abbia dunque un forte potere contestativo su cui tanto più
occorrerà insistere in una fase dominata dai linguaggi manipolatori della
comunicazione di massa, dalla vanificazione dei significati e dal dominio di
una società che va incontro a una vera e propria «liquidazione della
letteratura».
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| Eros Barone |

Edoardo Sanguineti
Come Edoardo Sanguineti ha spesso
ribadito, formulando una sorta di “degnità”, a parer mio, inoppugnabile, «ogni
linguaggio…è un’ideologia, un pensiero che si fa verbo, un sistema di
classificazioni e di progettazioni che si incarna nella concreta comunicazione
simbolica» [1].
È questa degnità, è questa verità basilare che i detentori del potere
culturale ufficiale si sono costantemente impegnati a negare anche in Italia.
Separare la “poesia” dalle idee, la “magia” dell’espressione dalla sua stessa
‘Weltanschauung’, ha sempre costituito la tecnica privilegiata per normalizzare
la poesia in generale e proscrivere la poesia civile in particolare. La
dialettica dei distinti è sempre stata il toccasana per neutralizzare i rischi
di una seria dialettica degli opposti, anche nelle cose della letteratura,
anche in quella sorta di club per ‘happy few’ che è la poesia. Riproponendo non
implicitamente ma ‘ex professo’ l’ineludibile e indissolubile rapporto tra il
linguaggio e l’ideologia, la poesia civile è allora la voce che ricorda come la realtà
storico-sociale – che non è l’impero dei segni ma piuttosto il segno degli
imperi – stia all’origine del testo poetico, che a sua volta vi apre la propria
strada. In tale prospettiva il contesto, dunque,
non solo non è irrilevante, ma è segno che si incastona nel testo modificandone
la natura, poiché la letteratura vive in un continuo porre una meta che la
oltrepassa. Ed è proprio in questo slittamento dall’impero dei segni al
segno degli imperi che sta la cifra di quel significato transitivo della
scrittura che si può definire come la “destinazione esplicitamente estramurale”
della poesia civile. Se d’altronde, a
partire da un certo momento storico, la poesia sembra essersi trasmutata da un
“genere letterario” in una varietà psicoterapeutica, spetta proprio alla poesia
civile il compito di riaffermare che la poesia è un’arma, sia pure povera, e
che la fede in tale arma è necessaria per comprendere la realtà e scalfirne la
superficie: un’arma povera per mezzo della quale si riafferma un’esigenza di
controllo, comprensione e direzione dell’esistenza umana, molto più che non un
semplice desiderio di felicità. Se infatti lo scopo della poesia è la
comprensione della condizione umana, spetta alla poesia civile, ‘pars pro
toto’, il compito di mostrare che questa comprensione non si dà se non
all’interno di una “lotta di interessi”, laddove tale lotta non è semplicemente
una ideologia politica, ma è, più radicalmente, la compiuta attualizzazione
delle “armi pietose” cantate da Tasso nell’‘incipit’ della Gerusalemme liberata. Insomma, in conflitto con tutte le forme di
estetismo tardonovecentesco, dal vitalismo al formalismo, la poesia civile ci ricorda
che la poesia in generale è l’interprete privilegiata delle tensioni più serie
della nostra società, oltre che la nutrice della prosa.
Dopodiché, individuare la radice
machiavelliana dell’ossimoro “armi pietose” non
è semplicemente il frutto di un’indagine sulle fonti: più radicalmente è un
lume acceso sul modo di intendere la residua funzione dell’intellettuale
nella società. Il principio etico-politico che «quella guerra è giusta che l’è
necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in altro che in elle» [2] indica quale sia l’uso
corretto delle armi letterarie per intervenire nella società. Orbene, se la
letteratura vuole tornare ad essere strumento di comprensione del mondo,
secondo il principio erasmiano per cui lectio
transit in mores, non basterà descrivere il paesaggio con serpente che è
l’Italia del terzo decennio degli anni Duemila. Se la tradizione non è
semplicemente ripetizione o celebrazione, bensì trasmissione e traduzione, sarà
necessario opporsi all’amnesia sociale con ogni forza, nel segno dei classici,
anche quelli più apparentemente inattuali, come Tommaso Campanella e come
Vittorio Alfieri. Del primo basterà citare l’impegno programmatico a combattere
la triade di comportamenti che, così nel Seicento come nel mondo attuale, vanno
per la maggiore: «Io nacqui
a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Del secondo, di
cui, in piena consonanza con il primo, non sarà mai abbastanza valorizzato il
trattato Della tirannide, dell’Alfieri, dico, merita di essere
riproposta, come segnacolo in vessillo, la sfida dell’alterità e della
distanza: «Mi trovan duro? / Anch’io lo so: /
pensar li fo. / Taccia ho d’oscuro? / Mi schiarirà / poi libertà».
Dal canto suo, Sartre ha scritto che la
letteratura si fa nel linguaggio ma non è mai data nel linguaggio: essa è un
rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà. Fatte salve nella loro
connessione ideale le considerazioni che precedono, ritengo pertanto di poter
concludere questa introduzione rispondendo affermativamente e congiuntamente
alla domanda che è la chiave d’oro di questo convegno: sì, abbiamo bisogno oggi
di una poesia civile, perché abbiamo bisogno sempre della poesia.


D. Bisutti e E. Barone
Note
1. Cfr. E. Sanguineti, Ghirigori,
Genova 1988, p. 47.
2. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cap.
XXVI.
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