UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 5 settembre 2026

PRECISAZIONE



A corredo del mio articolo di ieri dal titolo “Stampa e guerra”, è stata messa una foto in cui l’Italia compare al 49° posto nella classifica sulla libertà di stampa. Carlo Mariano Sartoris, giornalista di Torino, mi scrive per una doverosa correzione: in realtà l’Italia è precipitata al poco invidiabile 56° posto. Non ha tutti i torti Francesca Albanese di auspicare unindagine sul ruolo che la stampa italiana ha avuto sul genocidio del popolo palestinese. [a.g.]

LA CRISI CLIMATICA
di Giusto Catania*
 
Giusto Catania

Lettera ai docenti
 
Questi due mesi, dopo la nostra tradizionale grigliata di fine anno, saranno ricordati come l’estate più fresca dei prossimi trent’anni. In queste poche settimane abbiamo consolidato le nostre competenze meteorologiche, tra giornate di picco e quelle di bassa pressione. Il suono festoso della movida ha ceduto il passo alla nuova colonna sonora delle nostre notti insonni: il rumore sordo delle ventole dei condizionatori. Non è stata un’estata calda! È semplicemente iniziata una nuova era geologica sulla quale va aperta una riflessione per costruire un nuovo curriculo di educazione civica. Il riscaldamento globale, la crisi climatica, il cambio di paradigma energetico, la folle corsa dell’antropocene devono essere gli argomenti fondamentali di una scuola in cui, tra le discipline da insegnare, ci sono scienze e tecnologia. Dobbiamo decidere se essere bravi educatori oppure limitarci ad assistere, quasi divertiti, allo scioglimento di un ghiacciaio in Nepal che sembra giocare a bowling con i corpi di migliaia di persone, travolgendo, in pochi secondi, intere città. Ma tanto il Nepal è lontano! Pensavamo, oltre trent’anni fa, che fosse solo una metafora efficace quella di Serge Latouche ed invece abbiamo scoperto che veramente “siamo imbarcati su un bolide che marcia a tutta velocità senza il guidatore.”


L'Istituto Comprensivo

Mentre consegniamo il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti all’apocalisse climatica, si riducono gli investimenti sulle energie rinnovabili e tutte le volte che le grandi potenze del pianeta cercano di esportare la democrazia trovano, casualmente, solo giacimenti petroliferi.
Nel frattempo i potenti del mondo concentrano la loro attenzione sul dispiegamento violento della “terza guerra mondiale a pezzi”. Il pianeta è diventato un tavolo di risiko. L’economia di guerra è entrata nel nostro immaginario e nella quotidianità di consumatori disattenti, illusi dalla riduzione di pochi centesimi del prezzo delle ciliegie o della benzina, anzi del diesel.
Faremmo una buona scuola se lo studio della geografia non partisse dalla centralità planetaria dello stretto di Hormuz? Saremmo buoni insegnanti di Storia se non spiegassimo le ragioni del genocidio di Gaza e dell’invasione dell’Ucraina? Potremmo sentirci professionalmente appagati se insegnassimo la matematica limitandoci a sommare il numero dei bambini e delle bambine che, ogni giorno, muoiono di fame o che fuggono dalla guerra?
Che senso ha oggi insegnare a leggere e a scrivere se non riusciamo ad interpretare e a narrare la cronaca drammatica del nostro tempo, in cui la letteratura è stata stritolata dalle narrazioni farlocche che fuoriescono dal nostro telefonino, ormai diventato l’estensione tecnologica della nostra coscienza. Solo così la scuola ha un senso! Non è una affermazione particolarmente originale se penso che, quasi centocinquanta anni fa, John Dewey teorizzava la relazione tra la scuola e la società. Al bombardamento di droni e al bombardamento mediatico dobbiamo contrapporre la gentilezza del sapere, l’empatia dell’insegnamento, la passione educativa, il coraggio utopico di un altro mondo possibile, forse necessario. 



Nel tempo dell’intelligenza artificiale dobbiamo insegnare a riconoscere l’umanità, costruire la pace, ripristinare lo spirito di comunità, praticare la giustizia sociale. Questa è una funzione propria della scuola ed assume una valenza salvifica per la democrazia. Il mondo governato dagli algoritmi è un sistema senza frizione, senza resistenza, senza opposizione.
In questi ultimi giorni di agosto abbiamo imparato una parola nuova, exclave, e scoperto che un pezzo di Europa continua ad abitare nel continente africano. La memoria del nostro passato coloniale si è improvvisamente risvegliata sulle coste di Ceuta e il nostro sguardo è stato obnubilato dall’invasione dei barbari.
Non abbiamo riconosciuto l’umanità nello sguardo disperato dei “dannati della terra”; immemori del nostro passato, quando i dannati della terra erano gli italiani, e irresponsabili sul nostro futuro che si presenta regressivo, al cospetto di una drammatica crisi demografica che porterà il Paese, nel 2050, ad avere una popolazione di poco superiore ai 50 milioni.
Oggi letà media in Italia è di poco inferiore ai 49 anni, tra le più alte al mondo, e gli over 65 superano il 24% della popolazione, mentre i giovani sotto i 20 anni sono fermi al 17%.



Solo la migrazione salverà il Paese dal declino economico, dal crollo del sistema pensionistico e dei salari, dal collasso del welfare, dalla chiusura degli ospedali e delle scuole nelle piccole isole, nei comuni montani e nei quartieri periferici. Questo potrebbe essere un argomento sufficiente perfino per i cinici, per i razzisti, per i nazionalisti, per quelli pronti a sventolare il tricolore quando le italiane di seconda generazione, i figli degli immigrati, le ragazze musulmane, i giovani con la pelle nera trionfano nel nuoto, nella pallavolo, nel salto in lungo e nel mezzofondo.
È la metafora di un Paese che, come nello sport, sarà salvato solo dai ragazzini, soprattutto dai ragazzini migranti che, a dispetto di quello che dice il nostro ministro dell’istruzione, stanno già salvando la scuola italiana dallo spopolamento. Ma noi, che ci occupiamo di scuola, potremmo anche considerare secondari gli argomenti demografici, le ragioni economiche, la tutela dei livelli occupazionali. Per noi, che siamo la carne e il sangue della più importante istituzione culturale della Repubblica, il diritto inalienabile alla mobilità umana è parte fondamentale della Storia, della Geografia, delle storia delle religioni, delle grandi scoperte scientifiche e tecnologiche; per noi la libertà di movimento dei popoli ha trasformato positivamente la Storia dell’Arte e la Musica; le contaminazioni culturali e linguistiche hanno attraversato il Mediterraneo, rimescolato le antiche civiltà, accorciato le distanze tra i popoli. Altrimenti che senso ha insegnare Inglese e Francese!



L’estate è stata molto fredda anche per otto donne, vittime di femminicidio. Nel mezzo di questa sequenza crescente di violenza qualche nostalgico delle squadracce nazi-fasciste (ahimè tornano perfino in Italia e in Germania) inventa la tradizione del patriarcato mediterraneo e la scuola viene imbavagliata, impedendole di svolgere la funzione di prevenzione contro la violenza di genere, attraverso una corretta educazione sessuo-affettiva.
A Palermo, come è noto, la mafia uccide sempre d’estate, oppure, come accaduto in questa fresca estate del 2026, Cosa nostra si riorganizza, ricomincia a sparare coi kalashnikov intimidendo commercianti e cittadini. L’estate della nostra città, inoltre, sarà ricordata come quella in cui una bambina di quattro anni è morta per una malattia che sembrava scomparsa perfino dall’enciclopedia medica, vittima della propaganda anti-scientifica e della disinformazione complottista.
Forse il momento più fertile, di questa fresca estate, ci viene consegnato dall’Odissea di Christopher Nolan che, oltre aver fatto emergere inaspettati cultori della storia e della cultura greca e improbabili critici cinematografici, ha riportato il dibattito sulla centralità dell’umanità, sui disastri della guerra e sulla meraviglia immaginifica del viaggio. Una lezione importante, soprattutto per noi che facciamo scuola, perché come scrive Costantinos Kavafis: “Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.


L'Istituto Comprensivo

La grande lezione dell’Odissea è racchiusa in questo dualismo: possiamo scegliere di contemplare il presente, vivere in questa eterna e disperante quotidianità, oppure lanciarsi alla ricerca di Itaca, immaginando che compito principale della scuola sia migliorare il mondo, trasformare la società, costruire il futuro delle nuove generazioni. Sempre in testa dobbiamo avere la nostra Itaca ma la nostra metà avrà senso solo se saremo in grado di crescere nell’esperienza del viaggio. Il viaggio è faticoso, ricco di difficoltà da superare e di paure da sconfiggere.
Oggi si ricomincia: bisogna affrontare questo viaggio con l’allegria delle difficoltà e con la leggerezza dei valori forti, con lo sguardo proiettato al futuro e coi piedi ben piantanti sul presente del nostro quartiere.
Se siamo bravi educatori non lo scopriremo subito, forse non lo sapremo mai.
Tuttavia se riusciremo ad essere bravi educatori, il nostro impegno e la qualità dei nostri insegnamenti rimarranno scolpiti, per i prossimi decenni, nella memoria delle nostre studentesse e dei nostri studenti. E potranno segnare il futuro di ragazze e ragazzi, figli di un quartiere socialmente periferico e culturalmente povero, ai quali la scuola potrà cambiare la vita.
Questa continua ad essere la nostra bussola, buon viaggio!
 
* Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo Statale Giuliana Saladino di Palermo

FILI DI RINASCITA II
A cura di Zaccaria Gallo


Tiziana Tandoi 
Artemisia

Artemisia

Musica. Le luci si abbassano il coro rimane immobile. Entra Artemisia.
Ha fra le mani due tele che riproducono due suoi quadri.

Devo ringraziare la peste, le sue piaghe e il suo muco, e il mio respiro che  rantola. Così adesso ho ammazzato il tempo, e ce l’ho qui con me. Niente passato. Niente presente. La resa dei conti. Artemisia, diceva mio padre, tu hai talento, ma sei una femmina, e le femmine non sono buone per l’arte. Del resto, i tuoi fratelli sono dei cani, i loro pennelli sono l’esercizio di un pappagallo. Orazio, un grand’uomo lui, artista già noto quando io succhiavo al seno, il mio mentore e il mio boia. Artemisia Gentileschi, eccomi qui. Con le dita intrise di “maniera”, con tutte le mie tele, quelle blasfeme e quelle sacre, fatta artista nella bottega di mio padre e dalle frequentazioni dei suoi avventori. Ma le opere migliori nascono dal dolore, dalla lacerazione. La mia è nata dalla carne, il figlio naturale delle mie viscere violate.                     

(Scopre il quadro di Giuditta e Oloferne, con rabbia, e getta per terra il telo con disprezzo)
Mi mancava la prospettiva, la prospettiva era tutto, la profondità. Cos’era un paesaggio senza la fuga dell’orizzonte? E un volto senza dimensione?
La mia prospettiva si chiamava Agostino Tassi, e lo vedete lì, soffocato dal suo sangue, sgozzato, come si fa con una bestia da pasto. Mio padre me lo mise a maestro, a casa nostra, uomo di fascino e di mondo. Nella sua famiglia tutti eccentrici procacciatori di pane, le sorelle puttane, i fratelli delinquenti. Lui no, lui era artista, a lui era permesso tutto nel nome del talento. Con la mia amica Tuzia già ci provava da un po’, ma con me, pensava, sarebbe stato più facile. Io dipingevo, in piedi. Lui entrò misurando i passi sul pavimento, quasi nervoso. Voleva qualcosa e stava cercando in breve il modo per averla. La luce entrava di sghembo, mi disse: guarda Artemisia! Guarda dalla finestra, adesso, la fuliggine dell’aria che diventa pasta e fa sparire in fondo le case. Lo schiocco della chiave nella porta mi distolse e la prospettiva all’improvviso cambiò. Lui era così vicino, il puzzo fetido del fiato mescolato alla colonia da poco versata sul collo mi davano la nausea. In un attimo mi fu sopra, io buttata sul letto, le sue mani a impedirmi di urlare. Bestia! Mi riempì la bocca con un fazzoletto, aveva dieci mani quel verme, una stretta in gola, una sui miei seni affondava nella carne bianca. Vigliacco. Lo graffiai e gli strappai i capelli. Quando mi liberai presi un coltello: ti voglio ammazzare! gli urlai, ti voglio ammazzare! e glielo tirai contro. Ma si spostò di fretta e il coltello fece un tonfo di metallo sulle assi di legno. Eccolo lì il coltello (indica Oloferne), infilato netto alla sua gola, mozzata con disgusto e spregio. Il mio pennello intriso del sangue della mia verginità ha disegnato la sua morte, e la luce! Con la luce ho annientato la sua prospettiva. La mia forza, l’unica cosa illuminata. Dietro, l’olio nero che s’ingolfa del suo corpo assorbe il suo sangue lercio. L’ho ucciso nel solo modo possibile, l’ho ucciso nell’impeto della creazione. Di arte è vissuto e nell’arte ha trovato la mia vendetta. Nella mia Giuditta altera e senza rimorso ho fatto giustizia. La verità, la verità, la maledetta verità! Io ero la vittima, diciotto anni, avevo il gusto del latte, sul mio corpo il destino doveva ancora abbozzare la sua ira, e quell’esimio pittore mi ha marchiato col segno duro e indelebile della sua prospettiva, oh così a fondo, così in fondo, fino alle radici dell’utero. Ah! Ma ti hanno condannato, cosa di poco conto si sa, non è un gran reato violentare una donna, ma la mia di condanna… guardala, Agostino Tassi, questa ti resterà a fuoco e la tua natura di verme perverso l’ho trasmessa ai posteri, resterà appesa ai muri l’onta vile della tua bestialità. Il tribunale è stato clemente con te, ma io ti ho imprigionato per l’eternità in questa tela, in questo mio figlio primogenito che di te porta solo la rabbia”.
(Riduzione da Artemisia di Anna Banti)


 
Lisa Tarantini
 Desdemona

Desdemona
Entra Desdemona. (Ha fra le mani un fazzoletto ricamato. Lo agiterà continuamente durante lo spettacolo).
Eccomi! Guardatemi. Sono sicura che quando dirò il mio nome voi vi ricorderete di me. Io sono Desdemona, la moglie, la compagna di Otello, il Moro. Credevate che fossi morta a Venezia? Invece sono morta a Milano, a Roma, Palermo, a Parigi, a Bari, in queste nostre città del Sud. Ogni volta con un nome diverso. Io sono tutte voi. La mia storia è vecchia di più di 400 anni, eppure ogni giorno qualcuno la riscrive. Mi chiedono ancora: “Che cosa hai fatto? Niente! Ho amato un uomo. Ho scelto liberamente di sposarlo. Ho creduto che l'amore fosse fiducia. È bastato questo. Fu questa mano a donargli il cuore. E ripeteva: il fazzoletto! il fazzoletto!
Lui ha deciso che il dubbio valeva più della mia voce. Ha ascoltato le menzogne più delle mie parole. Ha preferito il sospetto alla verità. Ricordo quando gli dissi: “Il mio nobile signore…”. Continuavo a chiamarlo così, anche mentre il suo sguardo non riconosceva più il mio volto. E lui ripeteva: “Pensa ai tuoi peccati.
Quali peccati? Essere libera?  Essere fedele? Essere una donna? Ho cercato di spiegare, di difendermi, di farmi credere. Ma ci sono momenti in cui una donna capisce che non è più davanti all’uomo che ama. È davanti all’idea che quell’uomo si è costruito di lei e, contro quell’idea, nessuna parola basta.
 Uccidimi domani.  Stanotte lasciami vivere. Glielo chiesi.
Perché – mi chiese – perché? Vuoi lottare?”
Non perché sperassi di convincerlo, ma perché chi sta per morire cerca ancora un frammento di umanità.
Mezz’ora… mezz’ora soltanto. Il tempo di una preghiera.
Non me lo concesse.
È troppo tardi!”  mi gridò.
Mi tolse il respiro, perché pensava che il mio corpo gli appartenesse. Perché credeva che la mia vita fosse sua quanto il mio amore. Io non sono morta per gelosia.  Sono morta perché qualcuno ha creduto di avere il diritto di decidere se dovevo vivere. Da allora sono passati secoli. Cambiano le case, cambiano i vestiti, cambiano i nomi. Le domande invece sono sempre le stesse: “Perché non te ne sei andata? Perché non l’hai lasciato? Perché non hai capito prima?” E quasi mai ci si chiede: “Perché lui ha pensato di poter uccidere?”.
Io sono Desdemona. E ogni volta che una donna viene uccisa da chi diceva di amarla, qualcuno sussurra che la mia tragedia appartiene al passato. Non è vero. Il mio letto è diventato tanti letti. La mia stanza, tante stanze, di tante case. Il mio ultimo respiro, quell’ultimo respiro di troppe donne. Se ascoltate bene, nel silenzio che segue l’omicidio di una donna, sentirete ancora la mia voce. Che non chiede vendetta. Chiede che l’amore non venga mai più confuso con il possesso. Chiede che nessuna donna debba morire per dimostrare la propria innocenza. E chiede che finalmente la sua parola basti”.
(Scaglia con rabbia il fazzoletto). Musica.

LA POESIA
di Tania Chimenti



Da una notte insonne, da un caldo estenuante, il pensiero di un giglio di mare.

*

Come il giglio dopo l’ustione espone
al sole dell’incendio che arde il biancore della carne.
E seppure stanco
a volte potrebbe adagiarsi all’ombra
delle dune, intinge al rogo la sua
devozione.

CARCERE DI SAN VITTORE A MILANO
Processo Hydra. Le date per chi vuole assistere al processo contro la mafia.




 

POESIA CIVILE A CORSICO
Laboratorio creativo condotto da Annitta Di Mineo.





venerdì 4 settembre 2026

STAMPA E GUERRA
di Angelo Gaccione



È stupefacente come da un lato l’opinione pubblica, le associazioni, i partiti, i sindacati, gli ambienti medici, artistici, letterari, scientifici ed intellettuali in genere, le Università, le categorie sociali che dovrebbero essere le più avvertite e consapevoli, la comunità intera di chi lavora ed è responsabile dei beni culturali nelle sue varie articolazioni (direttori di musei, accademie, biblioteche, teatri, conservatori, cineteche, fondazioni e quant’altro) resti inebetita, silente, indifferente, davanti al vicinissimo pericolo di una guerra nucleare in Europa, e dall’altra la categoria dei giornalisti e degli “operatori” dell’informazione (vi ricordate le parole di Hegel? “La lettura del giornale è la preghiera concreta del mattino dell’uomo moderno. Essa ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico”)
si è trasformata nella più bieca categoria al servizio delle menzogne del potere, del governo e della guerra. Non è possibile aprire gli organi del 99% della stampa italiana senza provarne disgusto. Come è stato possibile che una categoria intera si asservisse ai mercanti di morte e divenisse il megafono della guerra? Come è possibile che tutti questi uomini e donne, non tutti stupidi, abbiano deciso di mortificare la loro intelligenza e mettersi al servizio della menzogna soffiando sul fuoco di una guerra nucleare ben sapendo che saranno distrutti essi stessi assieme ai loro familiari e ai loro beni? È un pensiero che non mi dà requie e che la ragione non riesce ad accettare. Eppure, basterebbe che si recassero su uno dei teatri di guerra disponibili e costatassero gli orrori con i loro occhi; vedessero le carneficine, i cadaveri insepolti spesso sbranati da bestie, le case polverizzate, i beni artistici inceneriti, vecchi, malati e bambini folli di terrore rimasti senza riparo, senza cure, senza ricordi; molti di loro orfani, costretti a milioni a diventare profughi in terre straniere e lontane, in terre spesso ostili, per avere una prova di che cosa può accadere a loro stessi e alle loro famiglie. Ma continuano a pubblicare le veline dei governi e dei mercanti di armi: non si pongono alcun dubbio, non avanzano alcuna critica, non fanno controinchieste come il loro mestiere richiederebbe. Spacciatori di notizie false, questo sono diventati i giornali del mio Paese perché vogliono l’Europa in guerra, ne vogliono vedere la fine. E l’Ordine dei Giornalisti resta anch’esso inebetito, silente, indifferente. Ho una tessera di giornalista da 45 anni e da giovane mi ero illuso che la stampa, come teorizzava una nobile tradizione che annovera personalità come Edmund Burke, Locke, Montesquieu e persino un presidente americano come Jefferson, facesse la guardia agli altri poteri, li tenesse d’occhio, ne denunciasse i misfatti. La strage di Piazza Fontana mi disilluse subito e non ero ancora diventato maggiorenne; ma poi mi riconciliai con una parte di essa, quella che fece con i mezzi che poteva, una decisa e appassionata contro-inchiesta sugli stragisti e chi li manovrava. Senza quel tipo di stampa, avrei avuto orrore a mescolarmi a quella cloaca. Ora che giovane non lo sono più, questa stampa asservita ai governi e coinvolta direttamente nella politica di guerra che la cricca al vertice delle istituzioni europee sta irresponsabilmente perseguendo, mi suscita insieme disgusto, disprezzo, terrore.

FESTA LIBERTARIA
A San Lorenzo a Merse  





A TORINO, AL PALAZZO SAN DANIELE




giovedì 3 settembre 2026

RUMORE
di Angelo Gaccione


 
Tra i mali che affliggono la nostra contemporaneità, il rumore è divenuto uno dei più insidiosi e pervasivi. Praticamente non ce ne si può difendere da quando sono stati inventati i motori, gli elettrodomestici e apparecchi di ogni tipo. Non ci si può difendere negli spazi pubblici, e non ci si può difendere ogni volta che mettiamo piede in un locale. A identica sorte siamo condannati da quando sono stati inventati i condominî. Ascensori, radio, televisori, aspirapolveri, lucidatrici, stereo, lavatrici, porte sbattute senza criterio e ciabattare ad ogni ora del giorno, scarichi del bagno, discussioni ad alta voce…
Mia madre ha sempre odiato i condominî e, per sua e nostra fortuna, abbiamo abitato case modeste, ma libere da questi inconvenienti. Poi ne ebbe una di sua proprietà, persino con un minuscolo e amato giardino a cui rimasi affezionato anch’io e che ogni tanto mi ritorna in sogno. Rumori molesti che assediano le grandi città e rumori molesti che assediano i centri minori: non parliamo dei cosiddetti luoghi di villeggiatura; luoghi che dovrebbero essere di riposo, di tranquillità, di silenzio, ed invece si trasformano in universi caotici ed infernali. Nel luogo dove vivo il rombo degli aerei, a cui viene permesso di sorvolare le parti centrali della città, si mescola a quello delle ambulanze, delle linee metropolitane, degli autobus, delle moto di grossa cilindrata, dei fuoristrada più adatti alle savane, alle steppe, al safari nella giungla. La globalizzazione dell’informazione veicola sul Web anche gli ultimi angoli di mondo che erano rimasti intatti; mostra i piccoli borghi dove la vita scorreva lenta e tranquilla, e una fiumana vi si riversa puntuale invadendo ogni anfratto e portandovi il delirio e il caos. Di giorno e di notte. Viene da sorridere pensando al filosofo Arthur Schopenhauer che inveiva contro “l’insopportabile” schiocco della frusta dei cocchieri che lui paragonava alla trafittura di una lama. Nel suo celebre saggio Sul rumore lo definisce “assassinio del pensiero”. Chissà che cosa ne avrebbe detto oggi che le carrozze non esistono più, e allo schiocco della frusta si è sostituita l’accelerata rompi timpani delle moto da farti rimbalzare il cuore in gola in piena notte…
Il rumore è continuo ma l’ascolto è raro, ho letto da qualche parte. Potrebbe essere la perfetta epigrafe per questo tempo.
 

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