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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 1 febbraio 2026
SCAFFALI
L’importanza di questo libro sta nell’interrogarsi su
che cosa significhi essere donna e nel sottolineare il valore dell’educazione
per il conseguimento di una pari dignità tra i sessi. Rivendicare i diritti
della donna significava per l’Autrice non solo riparare un’ingiustizia, ma
proporre una rivoluzione sociale. Non a caso Virginia Woolf ne fu attenta
lettrice, mettendo acutamente in risalto come il suo pensiero non fosse mai
dogmatico, ma di giorno in giorno venisse rielaborato in nuove teorie che
prendevano corpo in base all’osservazione. Un vero e proprio metodo scientifico
che definiva il problema della posizione della donna nella società in termini del
tutto condivisibili anche ai giorni nostri, fino a proporre un’autentica rivoluzione.
La traduzione e la cura di Carlotta Cossutta, ricca di note e di riferimenti
storici, rendono agile e fluido questo libro che potrebbe forse apparire di
ardua lettura. Il linguaggio è scorrevole, le argomentazioni sono concrete e
accessibili, rendendo questo tema fondamentale per l’autocoscienza delle donne
e per una maggiore consapevolezza da parte degli uomini. Un libro che non
dovrebbe mancare nelle biblioteche private e pubbliche. Un saggio da vendere
anche negli Autogrill, secondo la giusta aspirazione della curatrice.
POETIdi Stefano Donno
La
Geometria del Sentire: Scienza e Poesia in Laura Garavaglia La
produzione poetica di Laura Garavaglia raccolta nel volume Poemas (2012-2024)
(Sial Pigmalión, 2025) si configura come un’indagine epistemologica di rara
intensità, capace di suturare la storica frattura tra il rigore della scienza e
il “sentire” lirico. L’autrice non si limita alla citazione erudita, ma abita
il linguaggio scientifico – dalla meccanica quantistica alla teoria dei gruppi
– per decodificare il reale. L’originalità linguistica risiede proprio in
questa integrazione organica: termini come “zero assoluto”, “linee d’universo”
o “algoritmo” perdono la loro asetticità specialistica per farsi metafore
vivide della condizione umana, evitando con eleganza i cliché del
sentimentalismo tradizionale. La sezione dedicata ai “grandi matematici” – da
Turing a Galois, da Ada Lovelace a Cantor – non è un semplice omaggio
biografico, ma una polifonia di voci che esplorano il confine tra genio e
abisso, tra “ragione e immaginazione”. Sotto il profilo della rilevanza
tematica, Garavaglia affronta con sguardo interstiziale i traumi della
contemporaneità: il dramma delle migrazioni (‘Yusuf’, ‘Clandestina’), la salute
mentale (‘Sindrome di Asperger’, ‘Anoressia’) e l’impatto della tecnologia (‘Skipe
online’, ‘Pensiero artificiale’). La struttura formale è volutamente
frammentata, dominata da un minimalismo che procede per “punti di precisione”,
dove il verso si fa sottile e tagliente come un’equazione risolutiva. La voce
poetica emerge con un’autenticità che riconosce nel numero la “purezza”
necessaria per fronteggiare la “paura dell’annullamento” e l’assillo del tempo.
In questa sintesi tra logos e pathos, l’opera di Garavaglia non solo dialoga
con la tradizione (da Petrarca a Sinisgalli), ma innova profondamente, offrendo
una “bussola nel labirinto della conoscenza” e confermando la sua statura nel
panorama internazionale.
“SAI” MI DICEVI “È IL CICLO DELLA VITA”.
E l’albero, d’estate
dava i fruttiper piangere le
foglie, poi, col tempo.Pensavo alle radici, a
ciò che restava del senso.Sentivo crollare la
parete, dentro.
Laura
GaravagliaPoemas Pigmalión, 2025Pagg. 204 - s.i.p.
TEATRO
di Francesca
Mezzadri
Questa nota è apparsa giovedì 29 gennaio 2026 sul Portale della rivista Sipario. Ringraziamo la direzione per averne permesso la pubblicazione su Odissea.
A teatro con
amore. Milano e i suoi teatri di Angelo Gaccione (Effigi,
pagine 288, euro 19), attraversa trentasei anni di vita teatrale milanese colta
con la passione dello spettatore partecipe. Le note critiche raccolte dal 1982
al 2018, compongono un racconto plurale dove la città, i suoi teatri e la sua
drammaturgia diventano specchio dei mutamenti culturali e civili del Paese.
Come osserva Pasetti nella prefazione, Gaccione non scrive da drammaturgo che
giudica, ma da osservatore che ascolta: una doppia identità che conferisce alle
sue pagine una limpida onestà di sguardo. Milano emerge come crocevia di
poetiche e tensioni etiche. Nelle recensioni confluiscono regie che interrogano
il presente – dalla lettura perturbante di De Capitani del Sogno shakespeariano
alla forza civile di Morte accidentale di un anarchico di Fo – a
esperienze di teatro-vita come quelle della Comuna Baires, capaci di rompere la
distanza tra scena e comunità. In questo arco di tempo la città diventa un
organismo vivo, che assorbe e rilancia linguaggi, sostenendo tanto la
tradizione quanto le espressioni più radicali. Uno dei meriti del volume, è il
suo valore documentario: molte delle opere recensite, delle compagnie e dei
teatri non esistono più se non in queste pagine. Il libro diventa così un
archivio di ciò che Milano ha prodotto e perduto, ma soprattutto delle energie
che l’hanno attraversata. La prefazione non si limita a constatare: quando
evoca l’arcano teatrale, richiamando Flaubert, riconosce a Gaccione la
capacità di percepire quel nucleo misterioso che rende il teatro qualcosa di
irriducibile alla sola analisi. Il tono partecipe della prefazione restituisce
una verità centrale: la critica di Gaccione nasce da un’etica, non da un
mestiere. Un’etica che si traduce nel sostegno ai giovani, nella difesa delle
esperienze marginali, nella convinzione che la scena sia ancora un luogo di
comunità e responsabilità.
Ciò che resta
al lettore contemporaneo è dunque un invito: guardare il teatro non come
intrattenimento, ma come pratica di memoria e di vigilanza sul presente. Perché
– lo mostrano queste pagine e le letture che le accompagnano – il teatro
continua a essere uno dei pochi spazi in cui la complessità non solo
sopravvive, ma prende forma.
Questa nota è apparsa giovedì 29 gennaio 2026 sul Portale della rivista Sipario. Ringraziamo la direzione per averne permesso la pubblicazione su Odissea.
AUTUNNO A OCCIDENTE
di Rino Lorusso
“Il vecchio mondo sta morendo.
Quello nuovo tarda a comparire.
E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.
Antonio Gramsci - Quaderni dal carcere
Tempo di funghi velenosi
di muffe in camicia grigia
che divorano alberi marci
e licheni che gozzovigliano
sulla scorza della malattia
Tempo di grugni che rivoltano
il sottobosco della morta coscienza
foglie umidicce che odorano di sterco
e ricci di putride castagne
con aculei assetati di sangue
Tempo di cinghialoni feroci
che grufolano senza freni
e s’ingozzano di cadaveri
Tempo di grugniti rabbiosi
spacciati per discorsi
È il tempo della bestia silenziosa
a lungo covata nell’oscuro ventre
che mostra i canini in branco
e latra finalmente libera
l’istinto di azzannare
Tempo della bava alla bocca
che annega ogni pensiero
È il tempo della parola
coronata di spine bugiarde
crocifissa al legnoso nonsenso
Tempo di fogne che tracimano
feccioso e nauseabondo
Si guarda e respira il mondo
È spurgo guerrier
ch’entro ci rugge
È il tempo del nostro peggio
Tempo di mostri
Tempo di resistere
all’inverno delle anime
ormai alle porte.
PRIMA DELL’ESTATE E DEL
TUONO
di Federico Migliorati
L’esperienza
poetica del torinese Luca Pizzolitto, educatore di professione, curatore di una
collana per Italic Pequod, data da oltre vent’anni e questo tempo, di frequentazione
del mondo culturale e dello studio, gli ha consentito di approcciare il valore
precipuo della parola da colto osservatore dell’esistenza, di sé, dell’uomo. Lo
notiamo dall’ultima raccolta, impreziosita dall’ottima introduzione di un altro
poeta insigne, Gianfranco Lauretano, che già nel titolo (ch’è un omaggio alla
grandezza di Giancarlo Pontiggia) reca gli elementi pregnanti compulsati nei
testi al suo interno. Nelle quattro sezioni in cui si articola il libro si
respirano assenze, si percepiscono ferite, si stagliano immagini accecanti: l’autore
è attento, come pochi scrittori in versi della sua generazione, alla parchezza,
al sapiente dosaggio dei termini, siano essi riconducibili a una realtà di
fatto quanto al gioco, anche questo delicato e preciso, della metafora. Il “pane
spezzato” riporta immediatamente alla mente quel Pierluigi Cappello che, come nel
poeta torinese, ha macinato sguardi profondi senza mai cadere nella retorica
spiccia da social: è il pane caldo spezzato, l’attesa di Dio, ciò che viene
portato all’attenzione, talvolta un dolore sordo e percussivo che si nutre, nonostante
tutto e tutti, di una bellezza semplice, quotidiana, intrisa di senso etico ed
estetico. Nel fuoco, nel tuono, nel riverbero di ogni pur claudicante esistenza
a permanere, vivo e vero è sempre l’amore, un amore che si eterna, che lenisce,
che, ad onta dell’umano travaglio, supera ogni nequizia. E se David Maria
Turoldo lascia aperta la porta del monastero, in attesa che Qualcuno prima o
poi giunga, Pizzolitto si rivolge a un interlocutore indefinito
bussi alla porta che non ha nome,
vesti d’oriente la materia scura
del mondo
e più avanti ecco, insopprimibile,
la necessità di infinito
Nel fluire del verso ad accendere
l’attenzione è il tema della morte, oggetto costante, oseremmo dire quasi
ossessivo, che tuttavia subisce una sorta di catarsi, di palingenesi, tramite
le quali esorcizzarla come fossimo davanti a un elemento apotropaico.
è la bianchezza terribile della morte
è la forma inesatta del cielo
e purtuttavia anche di fronte al
dramma
cerco dimora nel lontano,
ciò che è vita dopo il naufragio
“Lo sguardo
lanciato ai mondi esteriori e interiori, che si riflettono incessantemente,
intrecciano senza indugio morte e rinascita, voce e silenzio, viandanza e sosta”
scrive Lauretano per il quale “in queste poesie la parola si fa corpo e viceversa,
il deserto scende nel viaggio interiore verso una luce già presente, e la
salvezza, anche se lontana, rimane necessaria e invocata. La poesia, qui, è
spazio sacro di resistenza e ripresa”. E se questo rappresenta la poesia, non v’è
dubbio che dobbiamo rifarci all’ultimo verso della raccolta per cogliere, come
nel Dante che chiude l’Inferno, la necessità primigenia e fondamentale di
uscire a riveder le stelle, qui nell’accezione di un “tempo sacro dell’abbandono”
dove
tutto grida, tutto
tende alla luce
In diversi passaggi
si percepisce l’eco dei Romantici inglesi, con quell’impasto di spleen, sofferenza,
nostalgia, paesaggi scenografici costellati di antiche rovine, intese tanto in
senso metaforico, quelle dell’anima, quanto nella loro accezione concreta
Spoglio il sepolcro
nell’aurora dissacrata
dal buio, si
torcono le pareti, l’erba tagliata
con cura, l’abito a
lutto del cielo – stringi al petto
l’eco vuota d’abisso lo spazio risorto del padre
qui dove tutto tace
e splende, tra le rovine.
E pure, in una
poesia ricchissima di immagini e di icone come quella di Pizzolitto a spiccare
sono due colori: il bianco e il rosso. Il primo è simbolo della purezza, della
neve che rappresenta
l’inganno, il grido
rubato
ma anche la
virginale parola che muta, ma mai muore, la luce abbagliante che dà vita; il
secondo rimanda inevitabilmente al fuoco, termine che torna sovente quale elemento
di rinnovamento e di sacrificio insieme
il fuoco sacro
della gioia
e ancora
ecco la fiamma che
spinge e divora
ecco la notte del
tempo sospeso
la bianca veste di
Cristo
così come
la polvere rossa
delle ringhiere
Infine l’abbacinante
persistenza della divinità, chiamata a gran voce, una voce tuttavia laica,
deferente e compassionevole insieme, che chiede “pietà Signore”, che scorge
il velo sacro del mattino
in attesa, come l’Argo
di Ulisse, di un ritorno che sia nuovamente felicità e passato da riprendere.
Luca Pizzolitto
Prima
dell’estate e del tuono
PeQuod, Ancona 2025
Pagg. 71 € 15
LA POESIA
Laura
Margherita Volante
Sorgente di
vita
Il sole sorge
ogni giorno,
la Terra
un contenitore di morti e non di vita.
Ma la vita
spacca le zolle in un filo d’erba
e la
roccia in una stella alpina e
la fonte
purificante,
fra gorgoglii
di sassi levigati dal fango,
scorre via in
acque argentine.
La sorgente
chiama fra eco di valli e di monti
chi scende al
richiamo a dissetare l’anima
e a bagnarsi
la fronte come il sacro gesto
battesimale.
La catarsi
rigeneratrice offre il soffice stelo al vento,
che sparge
soffi di speranza.
La sorgente
canta la sua nenia anche quando la Terra
le restituirà
solo i suoi morti.
sabato 31 gennaio 2026
LO SMARRIMENTO DELLA POLITICA
di
Franco Astengo
Tra etica ed estetica
La
presentazione del numero di “Critica Marxista” dedicato ad Aldo Tortorella,
svoltasi il 29 gennaio a Genova, non ha fornito semplicemente un’occasione di
incontro tra personalità politiche che hanno attraversato le temperie del ’900
in particolare sulla frontiera del PCI e neppure ha costituito soltanto l’occasione
per ascoltare relazioni brillanti ed impegnate (Roberto Speciale, Mattia Gambilonghi Marco Doria, Vincenzo Vita). Relazioni misurate ad esplorare
soprattutto l’insieme del (disastrato) rapporto tra politica e cultura; quella
connessione che aveva rappresentato la “stella polare” dell’agire politico di
Tortorella come dell’insieme di una intera generazione di dirigenti e militanti
della sinistra italiana. Se vogliamo inquadrare seriamente il senso complessivo
del dibattito svolto allora dobbiamo usare la categoria dello “smarrimento
della politica” ed entrare nel merito dello sforzo compiuto per ricercare le
cause profonde: cause profonde la cui analisi potrebbe rappresentare un vero
contributo per una ricostruzione di senso che appare difficile ma necessaria ed
urgente.
Abbiamo registrato,
infatti, lo scompaginarsi di tutte le categorie e di ogni individuazione di
“frattura sociale”, in un affastellarsi di contraddizioni al riguardo delle
quali è mancata una capacità di lettura e di proposta politica.
In Italia, lo
scioglimento dei grandi partiti di massa su cui si era appoggiata la fase della
ricostruzione post-bellica, ha reso particolarmente accentuato il divario tra
esercizio dell’autonomia del politico ed evolversi delle dinamiche sociali. A
questa considerazione si può aggiungere che, nel tempo, è mancato il rimprovero
più severo che poteva essere rivolto ai protagonisti di quei “fraintendimenti
dell’etica marxiana” che avevano dato origine agli inveramenti statuali del ’900:
quello del tradimento dell’Utopia.
Dimenticando che U-topos
significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però è soltanto perché non lo si è
trovato e, dunque, bisognerebbe continuare a cercarlo, senza far sfoggio di
ottimismo ma anche al di fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo. Forse
è il caso di esaminare più a fondo la materialità del crollo di molte parti
dell’“involucro politico” dentro al quale abbiamo vissuto le nostre esistenze
di militanti. “L’agire politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia
ufficiale, si è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e
l’estetica. Da un lato oggi, almeno nel dilaniato Occidente capitalistico,
appare, infatti, egemone il rapporto tra l’estetica e la politica. L’estetica
intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella dimensione
pubblica. Una “forma del politico” laddove anche la più stridente contraddizione
rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere oggetto soltanto di un
processo di una gigantesca “rivoluzione passiva”. Un’estetica
il cui obiettivo è quello dell’anestetizzazione del “dolore sociale”. Una
“anestetizzazione del dolore sociale” mantenuta, nel caso di reazioni impreviste,
attraverso la repressione immediata delle eventuali insorgenze (individuali e
collettive). Il confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire
tra l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che designa le regole
della condotta umana relativamente alla sfera del dovere, di ciò che è
giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è ingiusto e/o illecito. È soltanto attraverso
il filtro dell’etica che può essere consentito di guardare alla politica attraverso
un costante confronto critico.
La nostra tradizione ci dice, però, che i rapporti tra etica e politica non possono essere soltanto necessariamente conflittuali, perché l’etica può ricevere una incarnazione teorica nello Stato (Hegel) o nella classe oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme, cioè, che apparivano allora mature del divenire storico. Come abbiamo visto l’esito del ’900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ’900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).
Estensione dei
diritti nel senso di allargamento delle libertà o ricerca dell’uguaglianza nel
nome dell’Utopia? Proprio attorno a questo interrogativo conserviamo il lascito
più pregnante che ci ha lasciato proprio Aldo Tortorella.
Le risposte non
possono star dentro al vecchio recinto della ricerca sulla priorità delle
contraddizioni ma nella ripresa del confronto tra etica ed estetica. Ricostruire,
perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica intesa come idea
portante dell’esistenza di criteri morali cui dovrebbe ispirarsi l’azione
pubblica, l’agire politico, quella “democrazia pubblica” che riguarda la
conduzione della vita dei cittadini. Una riconnessione, in sostanza, che deve
avvenire tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra
proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di una
filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci appare non solo
egemone ma addirittura dominante in una notte nella quale “tutte le vacche
sembrano nere” anche perché attorno a noi spirano venti di guerra.
“SIPARIO” E LA BIBLIOTECA DELLO SPETTACOLO
di Angelo Gaccione

Mario Mattia Giorgetti
“Sipario”
è senza dubbio la più longeva rivista di teatro italiana. Era stata fondata a
Genova nel lontano 1946 e quest’anno compirà il suo 80° anno di vita. Come
avviene per molti organi di stampa, spesso con il cambio del direttore o del
gruppo editoriale, la redazione diventa mobile e si sposta. Lo stesso è
avvenuto per “Sipario” nel corso degli anni: Milano, Roma, Lecco e poi
definitivamente Milano con alcuni cambi di sede. Dal 1984, e sotto la direzione
dell’attuale direttore, il drammaturgo e regista Mario Mattia Giorgetti, la
rivista è rimasta in pianta stabile a Milano. Oggi la sua redazione si trova in
quello che per i milanesi è più noto come il quartiere Isola.
![]() |
| Mario Mattia Giorgetti |

La lapide del poeta Luciano Beretta

Il quartiere Isola, per me, era il pittore albanese Ibraim Kodra che andavamo a trovare in Piazzale Lagosta tutte le volte che il poeta calabrese-arberesche Franco Esposito, veniva da Stresa a Milano. Ma è stato anche il quartiere delle mie tante esplorazioni milanesi. Tra gli altri scoprii che vi era nato il poeta dialettale Luciano Beretta; in via Guglielmo Pepe, come informa la targa di marmo affissa sulla facciata di un bel palazzo liberty di piazza Garigliano numero 3. Il testo in lingua meneghina ce ne dà ragione: “Son nassuu in Guglielmo Pepe al numer vot, son passaa in via Garigliano al numer trii…”. Ma la targa è più esplicita: “Queste strade che come la via Gluck, si snodavano un tempo fra campi e cascinali, devono a Luciano Beretta, poeta milanese (1928 - 1994) di essere entrate nel novero dei percorsi del cuore e della nostalgia”.

La lapide di Mario Madè
Ahimè, io lo sono un inguaribile nostalgico e sentimentale! E non
ho potuto fare a meno di andare a rintracciare sulla parasta del palazzo al
numero 6 della piazza, anche la targa dell’apprendista della Breda, il partigiano
Mario Madè. Il giovanissimo garibaldino deportato nel campo di sterminio
nazista di Gusen (Mauthausen), vi morì il 1° aprile del 1945. Aveva appena 17
anni.


La targa di "Sipario"
La targa che indica la sede del celebre mensile dello spettacolo è
al numero civico di via Garigliano 8. Oltre alla redazione, c’è il centro di
lettura della Fondazione dedicata al drammaturgo Carlo Terron e la
fornitissima Biblioteca Internazionale dello Spettacolo. Un patrimonio di oltre
10 mila volumi, una collezione specializzata costituita da libri rari,
documenti, saggi e testi teatrali, compresi spartiti storici del Teatro alla
Scala, articoli di giornali e quant’altro attiene al mondo della scena e dello
spettacolo dal vivo, sono a disposizione degli studiosi e degli appassionati di
teatro. Entrare nella sede di “Sipario” è come entrare in un piccolo universo
fatato, affollato di un disordine visivamente fascinoso che riesce ad
incantare. I miei occhi non riuscivano a saziarsi e vagavano da un punto
all’altro, da una maschera all’altra. Ce ne sono ben 40 esposte in una specie
di mostra stabile. Sono su cartoncini e raffigurano, a colori, i tanti
personaggi della Commedia dell’Arte che ci hanno tanto deliziati.

ALBUM
J'ACCUSE
di Marcello Campisani
Carissimi
amici di sinistra
considero la colpa tutta vostra,
se abbiamo Meloni ch'amministra,
facendo dell'Italia la sua giostra.
Nel mentre che state a chiacchierare,
vincono fascisti e delinquenti
perché si sono dati assai da fare,
coalizzati ad esser fetenti
e dettando al Nordio nazionale,
di massimo squallore accreditato,
quel
nuovissimo codice penale
che va annichilendo il magistrato.
Non vi assolverà lo blaterale
che sono degli inetti scalzacani,
cosa ch'un probo destro già sa fare,
come lo fa Marcello Veneziani.
Io dico che, nel vostro mondo porco,
che vinca la destra vi conviene
che fa, pur per voi, il lavoro sporco
di cui beneficiate come iene
che raspollano resti di carogne.
Non fateci promesse meloniane
c'han superato tutte le vergogne,
ma di restituir giustizia e pane,
raddoppiando giudici e P.M.
o la giustizia resterà stantia,
anche più vecchia di Matusalemme,
cioè nell'attuale parodia.
Siete certo, formalmente, onesti;
peraltro, per chi vi sta a guardare,
apparite dei ceffi più modesti
che non hanno coraggio di rubare.
Voi che, col fottuto perbenismo,
non ci dite che erano delitti,
persino sotto il trucido fascismo
i delinquenziali oggi diritti.
Di tutti gli scempi del Governo
non avremmo nemmeno cognizione,
senza marcotravaglio, padreterno
della giornalista informazione.
Non vi agitate perché vi sta bene:
beneficiate d'assicurazione,
-una vergogna che però conviene-
contro la mancata rielezione
del cui premio noi siamo oberati.
Quel vitalizio che avevate tolto
l'hanno rimesso pur con gli arretrati.
E voi partecipate del maltolto!
Siete pure voi
parlamentari
ed, al pari degli altri, ingaglioffiti
pieni di privilegi e di denari,
senza manco votarne gli spartiti.
Al posto vostro mi darei da fare
per applicare la Costituzione,
non limitandomi a rimproverare
chi vuole bombardarla col cannone.
Potreste nel frattempo rinunciare,
tanto per apparir meno indecenti,
allo stipendio di parlamentare,
bastandovi gli apporti concorrenti.
Non risulta ch'abbiate presentato
un disegno di legge che prevede
che quelli che lavoran per lo Stato
proporzionata abbiano mercede,
secondo i vari gradi militari
dove nessuno se la passa male,
ma non ci son nemmeno milionari,
andando da sergente a generale.
E' l'istinto che ci porta a odiare
non il ladro che fa il suo mestiere,
bensì la guardia che lo lascia fare,
che quindi tradisce il suo dovere.
Delitto non c'è che sia più odioso,
e pertanto giustamente odiato,
di quel comportamente ignominioso
che è l'infedeltà dell'avvocato.
Consimili le trucide passioni
dei rivoluzionari movimenti,
che spiegano, ben bene, le intenzioni
d'accoppare, per primi, i conniventi.
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