UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 14 agosto 2026

CON RUSKIN, CON LEMKIN, CON LA CULTURA
di Angelo Gaccione


J. Ruskin
 
Tutte le volte che mi trovo davanti un manufatto storico-artistico del nostro patrimonio culturale lasciato al degrado o a rischio manomissione (ma non accade solo qui da noi, situazioni disastrose ce ne sono anche in altri Paesi), mi tornano in mente le parole del grande studioso e critico d’arte londinese John Ruskin: “Prendetevi cura solerte dei vostri monumenti e non avrete nessun bisogno di restaurarli […]. Vigilate su un vecchio edificio con attenzione premurosa; proteggetelo meglio che potete e ad ogni costo, da ogni accenno di logoramento […]. E tutto questo, fatelo amorevolmente, con reverenza e continuità, e più di una generazione potrà ancora nascere e morire all’ombra di quell’edificio”. A qualcuno potranno sembrare eccessive le parole conclusive di questo passo tratto da Le sette lampade dell’architettura, ma proviamo ad immaginare, non per le generazioni future, ma per noi stessi, di svegliarci una mattina e di recarci nella piazza principale della nostra città e non trovarvi più la Basilica di San Marco, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore con il Campanile di Giotto e il Battistero di San Giovanni, la Galleria Vittorio Emanuele di Milano, Piazza del Campo senza la Torre del Mangia, il Duomo di Siena, la Cattedrale di San Martino a Lucca, Palazzo dei Priori a Perugia, la Cattedrale di Ferrara, La Fontana Pretoria a Palermo, il Teatro Rendano a Cosenza… Ho fatto solo qualche esempio, ma ogni italiano sa quanti tesori ci sono in ogni singolo luogo, in ogni più appartato borgo e paese. Che cosa accadrebbe a ciascun abitante di quel luogo deprivato da queste bellezze, da queste memorie, dal punto di vista dell’equilibrio psichico e mentale? Che cosa accadrebbe, perché no, dal punto di vista della propria salute fisica, della sua integrità corporea? Credo che chiunque abbia conservato un briciolo di umanità e di affetto per la propria patria, non potrà che inorridire. Ho più volte riferito di sfollati che al rientro nei propri luoghi di origine, dopo le devastazioni della guerra, non hanno retto allo strazio che si è prodotto nella loro anima e si sono ammalati fino a morire. Tanti hanno preferito suicidarsi, altri ancora non hanno avuto in animo di recarsi per decenni dove le bombe avevano fatto il deserto. La loro memoria era stata improvvisamente azzerata, e quel vuoto non poteva essere più colmato. Loro c’erano nati all’ombra di quegli edifici; quelle presenze tanto familiari erano diventate carne della propria carne, erano state più vive e rassicuranti di persone vive. Un lutto che sarebbe divenuto perenne e che era impossibile da sostenere.


 
In un breve capitolo del libro La mia Milano edito dalla Meravigli qualche anno fa, riferisco di un dialogo immaginario in cui la mia nipotina, allora di appena quattro anni, fingendo di parlare con una invisibile amichetta (ma che stesse in realtà parlando da sola in camera come fanno spesso i bambini, me ne accorsi solo dopo) continuava a ripetere che il Duomo non c’era più, che era sparito, che sulla piazza non era rimasto nulla… Seppure si trattasse di una semplice finzione, di un’ipotesi tanto improbabile da non doverci prestare la minima attenzione, tuttavia quelle parole, per quanto folli potessero suonare ai miei orecchi, ebbero il tremendo effetto di annichilirmi. Non potei fare a meno di ripensarci nei giorni seguenti, e non riuscivo a scacciare dalla mente l’orrore che una simile mostruosità avrebbe potuto verificarsi. Ne fui così ossessionato che decisi di scriverci un racconto. Non fu possibile: la mano e la mente erano come paralizzati e si rifiutarono. Si rifiutarono anche a distanza di molti mesi, seppure come pratica liberatoria, come rimozione di un’angoscia che era andata annidandosi vigile nella coscienza. Da allora non sono più sicuro che sia indenne per sempre, e le foto delle bombe che lo hanno colpito (come la Galleria, come la Scala), ci dicono che gli uomini non si fanno troppi scrupoli.   


Il Duomo bombardato 

Nulla più di una guerra produce distruzioni indiscriminate al patrimonio culturale e architettonico di una nazione. Una volta polverizzato e incenerito quel patrimonio è perduto per sempre. È perduto per i contemporanei ed è perduto per le generazioni future.


La Galleria bombardata
 
Il giurista Raphael Lemkin che durante la Seconda guerra mondiale coniò il termine genocidio è l’autore di queste parole: “La nostra intera eredità culturale è il prodotto del contributo di tutti i popoli. Qualcosa che possiamo comprendere al meglio quando ci rendiamo conto di quanto più povera sarebbe la nostra cultura se i maldefiniti popoli inferiori sottomessi dalla Germania, come per esempio gli Ebrei, non avessero avuto il permesso di creare la Bibbia o di far nascere un Einstein, uno Spinoza; se ai Polacchi non fosse stata data la possibilità di donare al Mondo un Copernico, uno Chopin, un Curie; ai Cechi un Hus, uno Dvořák; ai Greci un Platone e un Socrate; ai Russi, un Tolstoj ed uno Šostakovič”. E noi italiani quanti nomi potremmo aggiungere a questa lista se scandagliassimo nelle varie arti e discipline? Quanti i geni che hanno fatto grande il nostro Paese e il mondo intero? Alighieri, Bonarroti, Da Vinci, Giotto, Brunelleschi, Bernini, Borromini…


R. Lemkin

A
questi geni sono legate realizzazioni concrete che rendono meravigliose le città del mondo, ricchi i musei, i teatri, i conservatori, le biblioteche, le accademie, gli archivi. Il sapere che le civiltà hanno accumulato e i tanti tesori che custodiscono in luoghi deputati: strumenti di ogni tipo: artistici, musicali, tecnico-scientifici, artigianali e industriali e quant’altro da ogni branca della creatività ha preso forma. La distruzione di tutto questo patrimonio mediante la guerra costituisce a sua volta un genocidio, ed è per questo che la Convenzione ONU del 1948 dovrebbe oggi aggiungere ai diciannove articoli che lo regolano e lo definiscono, un punto irrinunciabile: dichiarare la guerra un genocidio.


Il Teatro Alla Scala bombardato

Genocidio verso il prodotto irriproducibile della creatività umana e dei suoi artefici; genocidio perché del loro godimento e del loro beneficio ne verranno private le generazioni a venire. In questo modo la guerra sarebbe messa fuori dalla storia, verrebbe “disonorata”. Disonorare la guerra, come recita il titolo di un libro a cura dell’Associazione Maschile Plurale, farebbe perdere a questa orribile criminale pratica umana ogni aura di nobiltà e di eroismo. Imprimerebbe nelle menti e nelle coscienze di giovani uomini e donne la convinzione che non esiste nessuna ragione valida per fare una guerra, considerato che l’esito finale è il genocidio: di uomini, di beni, di forme di vita animali e vegetali sensienti come noi.  




BOMBE NUCLEARI TATTICHE
Pronti per la catastrofe.



 
Se volete la prova che il mondo è governato da criminali, leggete questo scritto.
  
Il ragionamento di Colby potrebbe essere espresso così: guardate la Russia, una superpotenza nucleare ridotta (quasi) all’impotenza da una guerra logorante condotta con armi convenzionali da una piccola potenza in mano a una banda di criminali neonazi, appoggiati da un’altra superpotenza – volete che gli Stati Uniti facciano la stessa fine? La deterrenza, l’uso dell’arma nucleare solo in ultima istanza, nell’imminenza di un crollo, o in risposta ad un attacco nucleare, non dà dunque sicurezza. Ma questa può essere ottenuta prevedendo e rendendo credibile l’impiego di armi nucleari “tattiche”, bombette tipo Hiroshima, in caso di attacco o minaccia. È la logica trumpiana o vonderleyniana della “peace through strength”. È la stessa logica che smonta definitivamente il Trattato di Non-Proliferazione, giustificando l’acquisizione della bomba da parte di chiunque. Ma anche senza considerare la proliferazione del rischio di guerra nucleare, non pensate che il perseguimento della sicurezza, anziché della pace, crei un’insicurezza permanente? [Franco Continolo]
 
 
Ecco un criminale di Stato
a piede libero (E. Colby)

Secondo alcune fonti, il Pentagono starebbe elaborando una nuova strategia nucleare che dovrebbe dare maggiore enfasi all’uso di armi nucleari tattiche, offrendo così al presidente più “opzioni” in caso di un potenziale conflitto nucleare.
La strategia, riportata per la prima volta da NBC News, è in fase di elaborazione da parte del responsabile della politica del Pentagono, Elbridge Colby, che da oltre un decennio auspica lo sviluppo di ulteriori capacità da parte degli Stati Uniti per combattere una “guerra nucleare limitata”. L’idea sarebbe quella di spostare la strategia nucleare statunitense dall’obiettivo di utilizzare armi nucleari strategiche per annientare le capacità nucleari di un avversario, a una maggiore attenzione alla possibilità di impiegare armi nucleari tattiche di minore potenza in un conflitto “regionale”. “Se si vuole che la deterrenza estesa sia davvero credibile, bisogna fornire alla leadership politica del Paese capacità nucleari che il buon senso indichi come effettivamente utilizzabili”, ha dichiarato una fonte alla NBC. “Altrimenti si riducono le opzioni della nostra leadership a scelte estreme che l’avversario non troverà credibili”. Sebbene la potenziale strategia verrebbe attuata in nome della deterrenza e della prevenzione della guerra, i sostenitori del controllo degli armamenti hanno fortemente messo in guardia contro l’idea di sviluppare ulteriori armi nucleari tattiche per prepararsi a un potenziale conflitto nucleare limitato, temendo che ciò renderebbe la guerra nucleare molto più probabile e che qualsiasi scambio nucleare porterebbe probabilmente a una catastrofe globale. «Senza un netto rifiuto dell’opzione di usare per primi le armi nucleari in un conflitto, costruendo e schierando un maggior numero di armi nucleari tattiche, l’amministrazione sta segnalando la sua intenzione di usarle contro le forze nemiche e le infrastrutture industriali in caso di conflitto», ha affermato l’Arms Control Association (ACA) in risposta al servizio della NBC. 



Non abbiamo imparato nulla

L’ACA ha dichiarato di «opporsi fermamente alla decisione dell'amministrazione di costruire più armi nucleari tattiche per integrare le opzioni esistenti» e ha sottolineato che gli Stati Uniti possiedono già almeno due tipi di armi nucleari tattiche, tra cui le bombe a caduta libera B61-12, schierate in Europa, e la testata a basso potenziale W76-2 per il missile balistico lanciato da sottomarino Trident II. L’ACA ha aggiunto che la Marina statunitense sta anche «acquisendo un nuovo missile da crociera a capacità nucleare lanciato dal mare (SLCM-N) che potrebbe essere disponibile alla fine del decennio per un possibile impiego in un conflitto con la Cina». Secondo quanto riportato da Breaking Defense, il 5 agosto Colby ha annunciato che il Pentagono stava rivedendo la strategia nucleare statunitense, sottolineando ripetutamente il termine “opzioni” in un discorso che non è stato reso pubblico. Colby è stato una delle voci più autorevoli negli ambienti politici di Washington a sostenere la necessità che gli Stati Uniti si preparino a una guerra nucleare limitata. In un documento del 2015 per il Center for a New American Security (CNAS), intitolato “A Nuclear Strategy and Posture for 2030” (Strategia e strategia nucleare per il 2030), Colby ha affermato che gli Stati Uniti “dovrebbero impegnarsi in modo particolare nello sviluppo delle piattaforme e delle armi, della dottrina, della capacità di pianificazione e di altre competenze necessarie per combattere una guerra nucleare limitata in modo più efficace di avversari plausibili”. 



Resterà il nulla

Ha inoltre affermato che la forza nucleare statunitense ideale è “una forza che non solo è altamente resiliente e in grado di infliggere un colpo devastante a qualsiasi avversario in qualsiasi scenario, ma che è anche capace di condurre operazioni nucleari limitate in modo efficace e controllato, mantenendo al contempo la capacità di ricorrere a una guerra su vasta scala, se necessario”. Colby ha sostenuto una tesi simile in un articolo del 2018 pubblicato su Foreign Affairs, intitolato “Se vuoi la pace, preparati alla guerra nucleare”, apparso pochi mesi dopo aver lasciato la prima amministrazione Trump, dove aveva guidato lo sviluppo della Strategia di Difesa Nazionale del 2018. “Il compito di Washington è chiaro. Deve dimostrare a Mosca e Pechino che qualsiasi tentativo di usare la forza contro amici e alleati degli Stati Uniti fallirebbe probabilmente e comporterebbe certamente costi e rischi sproporzionati rispetto a qualsiasi vantaggio potrebbero ottenere”, ha scritto Colby. “Ciò richiede la potenza militare convenzionale, ma significa anche avere la strategia e le armi giuste per combattere una guerra nucleare limitata e uscirne vincitori”.

  

FIABE
di Davide Chindamo
 

G. Migneco: Pescatore

Il tonno e la mosca
 
C’era una volta, nei pressi delle tonnare di Favignana, isoletta regina delle Egadi, un giovane pescatore impavido e audace. Era cresciuto al fianco del Rais, il capo supremo dei tonnaroti, che gli aveva insegnato come si usava la tonnara fissa: si trattava di un monumentale sistema di reti calato a pochi chilometri dalla costa che andava a creare un vero e proprio “labirinto sommerso”, nel quale finivano centinaia di tonni durante la stagione riproduttiva; una volta catturati nella “camera della morte”, dei neri vascelli si avvicinavano e arpionavano le prede più grosse, su indicazione del Rais, in vedetta dalla sua muciara, e le mettevano sui parascarmi deputati. E dato che quel ragazzo era come un figlio, il Rais se lo portava eccezionalmente sulla sua muciara, e gli faceva capire il comportamento dei tonni rossi.
Ma una mattina, all’alba, il Rais e il giovane pescatore uscirono per controllare le reti e contare il numero di tonni “cascati” nel “labirinto sommerso”, e videro che ce n’era uno soltanto nella trappola: sfidava i pescatori, li guardava e usciva dal labirinto. Così fece il giorno seguente, e quello dopo ancora, continuando questa sfida per circa una settimana: entrava nella tonnara, seguiva il solito sentiero fino alla “camera della morte” e miracolosamente, come se conoscesse delle scorciatoie, sbrogliava la matassa e sbeffeggiava i due spettatori. Inoltre, tutte le volte che i due si affacciavano dalla muciara, una mosca fastidiosissima e petulante si posava sulla prua: “Che insolente, quel tonno! Non ha rispetto per nessuno, e nemmeno per se stesso. Dovrebbe farsi catturare: è la legge della natura. Ognuno di noi ha il suo compito: il suo è quello di essere la vostra preda”. E come se non bastasse, la mosca rivendicava il suo valore: “Io sì che sono corretta: torno sempre, anche se vengo cacciata, proprio per ricordare a tutti, anche al tonno, che prima o poi dobbiamo morire. E lo faccio nel migliore dei modi”. 


G. Migneco: Pescatore

Passavano i mesi, e di pesci non se ne vedeva più. Sembrava che quel maledetto tonno avesse rivelato il trucco per scappare dal “labirinto sommerso” o addirittura aveva detto come evitarlo. Il Rais, stanco, e anche un po’ rattristito, decise di ritirarsi: si ammalò dal dolore, e rimase chiuso in casa per molto tempo a venire. Il giovane, invece, caparbio e temerario, non si arrese: fece credere al tonno che aveva vinto e smontò completamente la trappola; lanciò in acqua le sue reti e le sue esche, e alzò bandiera bianca. Il tonno, furbo ma non così tanto, si convinse di aver battuto i pescatori e diffuse la notizia al resto del banco. La mosca, che nel frattempo era rimasta come sempre al suo posto, iniziò a inveire contro il pescatore, accusandolo di non fare bene il proprio mestiere e di venire meno ai suoi doveri. Il pescatore, però, paziente come tutti i veri pescatori, fece sfogare la mosca e la lasciò ai suoi deliri, tornando a casa.
Il mattino seguente, il sole albeggiava su Favignana e il mare sembrava infuocato. Il pescatore andò a chiamare il Rais e gli diede un binocolo. Lo salutò, e raggiunse il mare con la muciara del vecchio maestro. Iniziò a cacciare tutti i pesci più piccoli nel tratto di mare attorno all’antica tonnara, privando il gigante di ogni sostentamento, compresi i piccoli crostacei e i piccoli molluschi. Il giovane pescatore fece così per settimane, e intanto la mosca continuava a polemizzare: “Devi pescare quel tonno! Non accontentarti degli altri pesci più piccoli! Devi ascoltarmi, so quello che ti dico.”
Dopo un mese, il giovane pescatore andò a trovare il Rais, e gli disse che era arrivato il momento di tornare insieme sulla muciara per la loro ultima impresa. Il Rais accettò con malinconia, e non con poca fatica presero il largo. Arrivati nel cuore del mare, dove le onde non esistono e tutto sembra un sogno, fermarono la muciara. La mosca, immancabile, non aveva smesso di ronzare loro attorno, con i soliti moniti e le solite polemiche. “Mio caro Maestro”, disse il giovane pescatore, “è arrivato il momento”: con uno straccio sporco frustò la mosca, che stecchita rimase sulla tolda, e con una schicchera la gettò in mare; non appena l’insetto toccò il pelo dell’acqua, il grosso tonno balzò fuori dagli abissi e la ingoiò in un solo boccone. Fu proprio in quell’istante che il Rais, ferito ma non spezzato, scagliò l’arpione contro il tonno e lo infilzò come non aveva mai fatto prima d’ora, e lo trainò a bordo.
Molte persone sono come il tonno, che pensano di essere scaltre o furbe, e si prendono gioco dell’avversario, ma falliscono per una inezia e dimostrano la loro piccolezza; e altrettante persone, invece, sono come la mosca, che vivono unicamente con lo scopo di sindacare e pontificare, vittime di un narcisismo patologico e di manie di protagonismo. Purtroppo, alla fine, ci sono pochi Rais e pescatori, che con la pazienza e la virtù hanno mantenuto vivo il ciclo naturale delle cose.

giovedì 13 agosto 2026

LE FONTANE ARTISTICHE DI LOANO
di Angelo Gaccione


 
Le fontane restano una delle forme più belle e gentili dell’arredo urbano: come gli alberi, come i giardini, come le aiuole. Le nostre città ne hanno di bellissime, com’è a tutti noto. Riescono ad essere belle anche quando le amministrazioni comunali le mortificano piazzandole agli incroci come rotatorie. Sedersi davanti ad una fontana a guardarne i giochi d’acqua e gli spruzzi è uno spettacolo riposante, rilassante. Apprendo da una mia interessata lettura che la fontana cinquecentesca che fa bella mostra di sé in Piazza Italia vicino al Palazzo Doria, ora sede del Comune della cittadina ligure di Loano, un tempo faceva parte di un vero e proprio viale delle fontane. E così mi sono preso la briga di andare a vedere e a compierlo questo percorso che, ovviamente, non esiste più, e ad immaginarmi con la fantasia quanto doveva essere bello e “sonoro”, privo del rumore ossessivo che ci assedia ai giorni nostri senza requie. 



Nei secoli passati i nobili facevano a gara per abbellire lo spazio dei loro possedimenti, e i Doria, signori genovesi, lo fecero anche in questo loro feudo. Si chiama Fontana Giovanna e a farla costruire fu appunto un Doria, Andrea II, figlio di Gianandrea, ammiraglio e principe di Melfi e di Zenobia del Carretto. Un dono all’amatissima moglie Giovanna Colonna discendente della potente famiglia patrizia romana.



In tempi a noi più vicini, Loano ha voluto arricchire la città di una serie di fontane artistiche e si è rivolto ad alcuni nomi celebri. Il lungomare di Corso Roma ne contiene tre: Conversazione alla fonte di Bruno Chersicla che ha posizionato sedute frontalmente sull’orlo due figure, un uomo e una donna, che sembrano intente a una conversazione. Sono in pietra carsica, alte un paio di metri, e se ti siedi sul bordo hai l’impressione che anche tu stia partecipando al colloquio.


 
Un po’ più avanti c’è la fontana realizzata da Ugo Nespolo dal titolo: In cima al mondo. In alto, in cima, appunto, lo “stelo” della scultura in bronzo laccato regge una sfera simbolo del mondo, su cui un bimbo in piedi allunga lo sguardo verso il mare che gli sta davanti, verso l’orizzonte.
 


Lungo lo stesso percorso ci si imbatte nella fontana di Walter Valentini: Le misure, il cielo. Come il titolo suggerisce, la sua scultura in bronzo a forma di mezzaluna, o di un disco interrotto e che non ha completato la sua circonferenza, è adagiata al centro della vasca. Dalla base zampillano flutti d’acqua, mentre il disco porta inciso delle linee che dovrebbero alludere alle misurazioni dell’universo. Non so se a chi guarda tutto questo risulti evidente o evochi altro. Io vi ho sostato davanti per un certo tempo, ma senza pormi il problema del suo significato profondo.
 


 
Per trovare la fontana del Nettuno, sempre di Chersicla, bisogna arrivare fino al porto turistico, mentre per la fontana di Fulvio Filidei: Vibrazioni ritmiche loanesi, dovete spingervi quasi ai confini con Pietra Ligure. Pessima idea. Una fontana non è un arco di trionfo, non è una torre e non è nemmeno una stele, per poterla mettere all’ingresso di una cittadina per piccola che possa essere. Il luogo dove viene posizionata è di fondamentale importanza e deve essere facilmente visibile, fruibile, per usare una parola tanto abusata e tanto di moda. Solo un cocciuto calabrese come me poteva prendersi la briga di andarla a scovare in un pomeriggio afoso, con 40 gradi di temperatura e con un sole che picchiava di brutto. Ho dovuto percorrere un tratto lunghissimo della trafficata via Aurelia, e man mano che proseguivo chiedevo lumi ai rari passanti che procedevano come me a piedi provenienti dalla direzione opposta alla mia. 



Nessuno conosceva questa fontana, tutti i miei interlocutori ne ignoravano l’esistenza. Con somma sorpresa persino chi abitava il gruppo di case poco oltre da dove poi l’ho individuata. È naturale, la via Aurelia è una strada ad intenso traffico e bisogna tenere gli occhi aperti; in alcuni tratti può risultare pericolosa. Chi vi transita a piedi bada a tutt’altro, figuriamoci chi vi transita in macchina e moto. Non è stata una scelta felice collocarla in un non luogo come questo, anche se i contenuti ed i rimandi potevano avere una giustificazione. Si ispira ad alcuni elementi essenziali del paesaggio loanese: dalle onde marine al riferimento montano; dalla cupola – certamente della chiesa di San Giovanni Battista – alle forme stilizzate delle case. C’è anche il ponte che unisce i due settori della città: il Borgo murato e il Borgo Castello. Si tratta del Ponte di San Sebastiano, ma non si intuisce subito; la scultura non può che procedere per allusioni. 



Una gigantesca conchiglia fissata ad una delle estremità del ponte, completa il tutto. La suggestione maggiore questa fontana la offre con il calare del buio, ci dicono. Luci e flusso d’acqua si dovrebbero combinare armoniosamente assieme. Io l’ho trovata priva di acqua e non funzionante, e credo che col buio saranno i fari delle macchine provenienti dai due sensi di marcia, a farla da padrone. L’aiuola intorno presenta escrementi di cani, e l’artista non sarebbe contento di questo trattamento.


 
La Fontana delle ore di Sandro Lorenzini impreziosisce via Stella. È una fontana colorata e originalissima composta da simboli e da corpi geometrici. Gli spruzzi d’acqua che vi fuoriescono scandiscono un ritmo che qualcuno ha paragonato allo scorrere del tempo. “Suggestivo orologio ad acqua”, ho anche letto da qualche parte; ho chiesto lumi ai signori della farmacia lì accanto, ma non sono riuscito a ricavare granché. Però a mezzogiorno e a mezzanotte l’acqua esce contemporaneamente da tutti i dodici corpi a colonnine (mi scuso se non riesco a trovare dei termini più pertinenti) di altezze diseguali, e vi assicuro che l’effetto non è niente male. In cima ad ogni “colonnina” l’artista ha posizionato un oggetto, o forse sarebbe meglio dire un simbolo: c’è una mano aperta, ci sono il sole e la luna, un pesce, una stella, una nuvola, una fiamma, un uovo, una gallina, un fiore, un vaso e anche un cuore.


 
Come tutte le opere d’arte esposte all’esterno, le fontane corrono gravi rischi. Non sono solo quelli legati alle condizioni atmosferiche, allo scorrere del tempo, al variare delle stagioni, all’inquinamento. Spesso sono soggette ad atti vandalici deliberati e a veri e propri sfregi. Sta alla nostra sensibilità e alla nostra consapevolezza averne cura e preservarle, per tramandare questa bellezza alle generazioni che verranno. Non è solo un obbligo civile, è soprattutto un atto di nobiltà.

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

LA POTENZA DEL BUONARROTI
di Davide Chindamo



Michelangelo o l’eternità della potenza.


Sono anni che non torno a Firenze, la mia città ideale. Mi ci riporta una conferenza, voluta dalla Società delle Belle Arti presso la Casa di Dante. Sebbene siano i miracoli dell’architettura fiorentina ad ammutolirmi, è un urlo violento a devastarmi. Un urlo del tutto inspiegabile, un pirandelliano “lievissimo inciampo impreveduto”. Un urlo che non si avverte a primo impatto, ma che dura da più di cinquecento anni. Perché, prima di avviarmi al consueto patibolo emotivo, mi concedo il lusso di visitare Casa Buonarroti: dopo tanti anni di studio appassionato sullo scultore di Caprese, non ho ancora respirato la sua dimora nei pressi di Santa Croce. Entro, scambio due parole con la gentile signorina della biglietteria. Respiro le scorie del genio, e penso al privilegio di quelle mura, di quei pavimenti. Di colpo, un urlo mi abbarbaglia. Lo seguo con timore, ma con il fascino che hanno gli eventi che inquietano. Salgo le scale con il mio assistente, un ragazzo bellissimo, così affascinante e sinuoso da sembrare dipinto da Raffaello, e questo grido si affievolisce. Sono sorpreso, e mi accosto al giovane. Cosa fare? Probabilmente mi sto ammattendo. Ad un tratto, la voce titanica mi chiama di nuovo. Mi trovo al primo piano, di fronte ad una dozzina di ritratti michelangioleschi, quando capisco che il suono proviene dalla stanza adiacente. Il ragazzo mi precede, e straluna. Sembra abbacinato. Non so se sia il filtro della mia paura o effettivamente si trova di fronte a qualcosa di prodigioso. “Professore, è qui!”. Allora lo sente anche lui! Non sono matto! Gigantesco, sotto una teca spessa, sembra tremare. Enorme e febbrile, vuole rompere le catene del marmo. Non si placa, è irrequieto. Capisco che l’urlo che sentivo sotto, al piano terra, arriva dal bassorilievo della Battaglia dei Centauri. Quale strano miracolo può dare voce alla pietra e permetterle di osare così tanto? Non so rispondere alla domanda. So solo che una volta di fronte all’opera del diciassettenne Michelangelo non posso più fuggire. La volontà, quella ferrea volontà che sempre mi supporta, adesso si sgretola in una sterile intenzione. Mi governano i volti, i corpi e gli strazi dei centauri. Mi comanda Ercole, che tende il suo braccio ad un cielo disfatto, come farà poi Cristo giudice nel Giudizio universale. Riesco solo ad avvicinarmi, e poi ancora, e poi ancora un pochino, fino a toccare il vetro con la punta del naso. Lascio addirittura l’impronta e sorrido, come un bambino che inciampa sul ciottolo della strada ma non cade. Seguo le pieghe del marmo, la formidabile forza del gesto. La fatica della lotta mi dirige, come un burattinaio. E quella matassa di braccia, di gambe e di busti che si avvinghiano, mi stritola del tutto. C’è uno strano ordine in quel disordine; è così perfetto, quel dramma, che mi sento rinascere nel viluppo. Sento, come davanti al Mosè, l’eternità della potenza del Buonarroti. Adesso è tutto finito, l’urlo è latente. Eppure, credo di essere ancora lì con lui, nel giardino di San Marco voluto dal Magnifico, mentre gli reggo lo scalpello e lo ascolto sfidare il “freddo sasso”.

 

 

POESIE PER L’ESTATE
di Tania Chimenti


Disegno di Alberto Casiraghy
 
Agosto
Il sole è un malato terminale:
ha il respiro corto,
una bottiglia che sfiata
accartocciata senza grazia.
La domenica del ragù,
partenze in melodia d’alloro.
 
Agosto.
Si slarga l’estate,
i patii si svestono.
Pesi da buttare:
processione di sacchetti
sulle recinzioni.
Qualcuno si libera
del vecchio divano —
la struttura ancora tiene,
legno massello.
 
Le cose non lamentano l’abbandono.
Restano lì,
appoggiate al cancello.

 

  

LA POESIA DI SALVO BASSO
di Renato Pennisi
 

Salvo Basso

I testi riportati in questo libro appartengono all’ultima agenda su cui Salvo Basso aveva annotato alcune delle sue ultime poesie. Sono testi composti nel 2001, anno della diagnosi della malattia. Uno zibaldone di appunti, numeri telefonici, riflessioni, scadenze, amarezze, speranze, disegni, poesie e versi appena abbozzati. Sono testi composti in italiano e nel dialetto di Scordia, un dialetto scabro, affilato, concreto, in coerenza con la bifronte vocazione della scrittura di Basso, in cui tutto appare doppio, frammisto, in un movimento convulso e arroventato, ed anche a tratti irresistibilmente giocoso, tra Dui soggetti, il poeta e la poesia. Salvo Basso ha voluto raccontare il proprio approssimarsi passo passo verso l’ultimo limite terreno con il dispiacere di non potere continuare a scrivere, ma con l’impegno che lo avrebbe fatto anche nell’aldilà. La scrittura era per lui pure il filo invisibile che lo legava ai suoi familiari e ai suoi molti amici.
L’agenda contiene lo schizzo appena abbozzato di ciò che sembra proprio la copertina di un libro, un piccolo rettangolo con all’interno la parola Picca, cioè poco, come poco era il tempo che rimaneva, che è sembrato un auspicio e un suggerimento, forse anche un incoraggiamento, per questo libro che viene pubblicato a quasi un quarto di secolo dalla scomparsa dell’autore. Ho tradotto le sue poesie siciliane sempre pensando a come avrebbe potuto fare lui.
Salvo e i suoi amici, con la presunzione e l’entusiasmo dei giovani, volevano cambiare il mondo. Salvo con lo strumento della politica, e io, vicino a lui, con lo strumento del diritto e l’ideale del rispetto per la Legge. Ma alla fine della storia non mi sento di affermare, in tutta sincerità, che abbiamo fatto fiasco. Il mondo non lo abbiamo cambiato, ma neppure lo abbiamo subito. Non del tutto, perlomeno.



Salvo Basso
Picca
Nous editrice 2026
Pagine 80, € 15
A cura di Renato Pennisi, introd. di Giovanni Tesio
                                                                                
 
 
Due testi di Salvo Basso
  
Vogghiu scriviri u mo megghiu
libbru.
Macari di ddabbanna
(si nun ccia rrinesciu
 prima).
 
[Voglio scrivere il mio migliore libro. / Pure dall’aldilà / se non ci riesco prima].
 
***
 
Uno pensa: mi dicono
che ho tre mesi di vita.
E allora mi organizzo
per bene quello che devo
fare – come dire, sempre meglio
che morire all’improvviso
senza avere tempo
di salutare, dire, pensare,
organizzare…
 
Invece il tempo
dell’attesa della morte
è solo paralizzato.
Nessun saluto
nessuna organizzazione
nessuna consolazione.

mercoledì 12 agosto 2026

“ODISSEA” SI RIPOSA



A partire da venerdì 14 agosto il nostro giornale si prenderà un periodo di riposo. Lettrici e lettori potranno, se lo vorranno, leggere qualcosa di ciò che per tempo non hanno potuto o è loro sfuggito. Solo in prima pagina di articoli interessanti ce ne sono più di 13 mila. Riprenderemo ai primi di settembre. Auguriamo a tutti i nostri collaboratori e a quanti ci seguono e ci sostengono, un proficuo, salutare e stimolante riposo.

UN GESTO INTERNAZIONALISTA
di Franco Astengo


 
Il rifiuto della presenza del vice-presidente del Senato italiano da parte dei sindacalisti belgi è stato un gesto internazionalista che potrà essere giudicato politicamente inopportuno ma come gesto internazionalista deve essere prima di tutto valutato. Tanto più che questo gesto è stato compiuto nel corso della cerimonia di ricordo della più grande strage perpetrata nella storia europea dallo sfruttamento dell’uomo, del suo lavoro, della sua fatica: questa, infatti, è stata la strage di Marcinelle. Del resto è mancato completamente un minimo di afflato internazionalista da parte dei partiti della sinistra europea verso il governo spagnolo nell’occasione della proditoria provocazione avvenuta a Ceuta e Melilla e rispetto alla ritorsione del governo italiano con la chiusura di Schengen. Deve essere chiaro che la ritorsione del governo italiano è stata dettata non certo da ragioni di sicurezza ma di semplice intrusione negli affari interni della Spagna allo scopo di favorire l’estrema destra di Vox.



Tutto questo si verifica in una fase storica contrassegnata da una pericolosa ripresa del nazionalismo, dalla crisi dell’UE e dalla presenza di fatti bellici che avvengono proprio nel cuore del Vecchio Continente. Altro che le conferenze di Zimmerwald e Kienthal durante la Prima guerra mondiale, o la formazione della Brigate Internazionali in Spagna. I partiti della sinistra europea non stanno dimostrando nessuna capacità di organizzare una iniziativa transnazionale per la pace, nessuna idea complessiva per il tema scottante dei migranti mentre per l’aiuto a Gaza si è dovuto attendere le iniziative del volontariato sociale. I drammi che abbiamo definito epocali ci imporrebbero di rilanciare subito il concetto di internazionalismo, vero fondamento della storia del movimento operaio. L’internazionalismo da rilanciare proprio adesso che si stanno acuendo grandi tragedie in tutti gli scenari geopolitici, mentre il Sud America sta sprofondando, è dalla sinistra USA che vengono segnali di risveglio. Il concetto d’internazionalismo sottende l’esistenza di un principio comune: quello dell’impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’eguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale o, anche, sovranazionale come nel caso dell’Unione Europea



I valori di solidarietà ed eguaglianza sono connaturati con un necessario orientamento all’universalità che deve trascendere i nazionalismi ed estendersi a tutto il mondo in nome della solidarietà tra i popoli e le classi.
Nell’internazionalismo socialista, il concetto si basa sul carattere universale dei principi di emancipazione sociale e porta a individuare nell’abolizione delle società divise in classi il presupposto per il superamento dei conflitti tra le nazioni. L’internazionalismo deve trovare alimento nella necessità di coordinare le diverse organizzazioni nazionali all’interno di soggetti sovranazionali nella lotta comune contro l’organizzazione capitalistica che, come ha ben dimostrato anche la gestione della crisi in atto, applica ovunque la stessa logica di sfruttamento. 



In questo momento manca completamente la voce della sinistra storica, mentre i movimenti al massimo si muovono meritoriamente sul difficile terreno dell’emergenza umanitaria. I gruppi presenti nel Parlamento Europeo, sia facenti capo al PSE sia alla Left, non riescono a fare della massima assise continentale il centro del dibattito politico, arrendendosi al prevalere formale della Commissione e del Consiglio permeati entrambi dell’idea del mediocre conservatorismo che anima i singoli governi, pronti a concedere ampio spazio alle paure razzistiche nell’idea di perdere voti rispetto a un Front National, alla Lega Nord, ad Afd, a Vox, a Futuro Nazionale. Lo svuotamento dei partiti, in tutte le dimensioni, rende quasi impossibile un collegamento, una presa di posizione, una iniziativa di protesta e di proposta ed è questo un allarme (l’ennesimo) che vogliamo lanciare. Un messaggio di vera preoccupazione, a nostro giudizio, necessario e ampiamente giustificato.

 

 

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