UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 25 gennaio 2026

LA PAROLA COME DESTINO
di Francesca Mezzadri


A. Gaccione. Gennaio -2026
(Foto: Azzurra)

Con Una gioiosa fatica 1964-2022 (La Scuola di Pitagora, 2025 pagine 160 € 16), Angelo Gaccione raccoglie sessant’anni di poesia e coscienza civile. A curarla è Giuseppe Langella, con ouverture di Franco Loi, introduzione di Tiziano Rossi e postfazione di Fulvio Papi: un quartetto che già annuncia l’altezza del progetto. Il libro è un poema della condizione umana, costruito come un cammino morale in dodici stazioni - dalla memoria alla ribellione, dalla pietà alla gioia, fino al mistero. Gaccione restituisce alla parola la sua antica funzione: dare voce all’uomo e alla sua coscienza. La lingua è limpida, necessaria, sempre nutrita di pietà. Nelle Ritrovate parla la giovinezza, nelle Illuminate la testimonianza, nelle Milanesi la città ferita e viva. Ogni sezione è un modo di stare nel mondo, un gesto di resistenza poetica. Tra tutte, spiccano Le Sacre, dove la spiritualità si fa terrestre: pane, vino, amicizia, terra. Qui si colloca la poesia “La classe morta”, composta a Parma, che vibra di una forza rara. La città ducale, silenziosa d’agosto, diventa teatro di un gesto di pietà universale: il poeta siede sui gradini del Battistero e, davanti al Cristo di Antelami, parla ai bambini di Beslan. Il marmo rosa del Battistero, il chiarore del cielo emiliano, l’eco del silenzio cittadino: tutto si fa preghiera. Parma, con la sua misura e il suo pudore, sembra offrire al poeta la lingua più adatta alla compassione. Non è un caso che Gaccione scelga qui di unire il dolore del mondo alla bellezza dell’arte: la poesia nasce dalla pietà, ma si eleva nella luce di una città che da secoli accoglie la bellezza come forma di fede.


Parma: Duomo e Battistero

La classe morta
 
Oh, no! Voi non eravate la classe morta di Kantor;
voi eravate il germoglio non la spiga matura.
Quel limpido luminoso settembre
alla Scuola Numero Uno¹
non è apparso nessun dio benigno
ad annunziarvi la lieta novella.
È venuto invece l’uomo nero e ha gridato:
“Io sono il pane della morte²… mangiate!”
Ma voi non volevate di quel pane.
Misere ombre di Beslan, ombre dell’Ossezia del Nord,
ombre di altre ombre… cosa può l’ombra di un poeta
seduto sui gradini del Battistero in una deserta città d’agosto?
Spargo sul sagrato per voi gli ultimi grani di sale
e davanti al Cristo di Antelami³ mi ripeto:
“Non svegliarle, non svegliarle mai più,
fa’ che non vi sia resurrezione.”
 
“La classe morta” è forse il vertice morale dell’opera: un lamento senza retorica, che unisce pietà e misura classica. Parma ne diventa cornice e complice, città di silenzio e luce, dove la poesia trova la sua voce più umana. E, come scrive Gaccione: “Finché lascerete in piedi l’ultima rovina, noi saremo là a ricordarvi che siamo stati dalla parte della vita: voi no”.

 
La copertina del libro

Note
1 Fra l’1 e il 3 settembre 2004 nella Scuola Numero Uno di Beslan nell’Ossezia del Nord, un gruppo armato di separatisti ceceni vi fa irruzione sequestrando tutto il personale compreso gli scolari. L’assalto dei corpi speciali russi si trasforma in una strage: i morti saranno più di 300, oltre 700 i feriti, 186 bambini perderanno la vita.
 
2 Riferimento al Vangelo di Giovanni, discorso di Gesù a Cafarnao (vv. 6,48) “… Io sono il pane della vita…
 
3 Benedetto Antelami: Deposizione dalla croce (1178), rilievo marmoreo nel Duomo di Parma.

  

IL RACCONTO
di Francesca Mezzadri 


 
Diecimila lire
 
Ai vetri della cabina telefonica cominciarono a bussare con nocche impazienti, poi con qualcosa di più duro, forse un anello. Il rumore arrivava ovattato, come se fosse già sott’acqua. Un vecchio col cappello inzuppato aprì la porticina senza chiedere permesso e infilò la testa tra i fili appiccicosi.
«Scusi, signorina… è un quarto d’ora che telefona.»
Lei sollevò gli occhi arrossati, gli regalò un sorriso stanco, tutto sbagliato, un sorriso che non chiedeva scusa ma tregua. Lo supplicò piano, con un cenno. Il vecchio borbottò qualcosa e si ritrasse, lasciando entrare una folata d’aria fredda che sapeva di pioggia e benzina.
«Ti prego,» disse nel ricevitore, stringendolo come fosse caldo. «Non so dove andare a dormire.»
Dall’altra parte c’era già il vuoto. Il clic secco della cornetta posata in fretta. Sua sorella aveva sempre avuto quel modo lì di chiudere le conversazioni: deciso, pulito, come una porta sbattuta alle spalle. Prima di lei era stata la patronessa, voce piatta, senza rabbia: quattro posti di lavoro, quattro licenziamenti. Come se fosse un conto fatto a matita su un quaderno di scuola. E prima ancora il padrone dell’alberghetto, gentile come si è gentili con chi non conta: o paga stasera o niente camera.
Don Michele non aveva voluto parlarle. Forse domani. Forse. Diecimila lire le avrebbe anche potute dare, ma non bastavano. Ne servivano almeno centomila per non finire di nuovo in strada, per restare invisibile almeno una notte.
Uscì dalla cabina. Il viale era una ferita lunga e scura. Le luci del luna park, più in là, tremavano nella pioggia come luci malate: giostre ferme, cavalli di legno col muso abbassato, la ruota panoramica immobile contro il cielo basso di Milano. Quella zona era terra di nessuno, un confine tra il divertimento stanco e i palazzi che crescevano senza anima.
La pioggia le incollava i capelli biondi alla fronte. Stringeva il paltoncino rosso, troppo allegro per quella notte, e la borsa nera, vuota come le sue bugie. Dette troppe volte. Camminò qualche passo, poi si fermò. Nessuno aveva diecimila lire da darle. Nessuno aveva nemmeno il tempo di guardarla davvero.
Ogni tanto passavano macchine che rallentavano alla svolta. I fari la misuravano, la soppesavano, poi scivolavano via. Milano faceva così: guardava e dimenticava nello stesso istante.
Si rosicchiò l’unghia del mignolo. Era un gesto piccolo, preciso. Poteva farlo senza sporcarsi le dita. Da tempo non aveva più rossetto. In tutto il giorno aveva bevuto due caffè, entrambi annacquati, entrambi bevuti in piedi. Lo stomaco le faceva male ma non osava chiamarla fame.
Una macchina si fermò. Motore acceso, tergicristalli lenti. Un uomo abbassò il finestrino.
«Passaggio?»
Per un attimo pensò di no. Pensò a come aveva giurato di smettere. A come ci aveva creduto, per qualche settimana. Poi sentì la pioggia infilarsi nel colletto e il freddo salire dalle scarpe.
«Sì», disse.
Salì accanto a lui. Il sedile era caldo. Troppo. Guardò avanti, non l’uomo. Milano scorreva fuori, nera e indifferente. Non ci riusciva, pensò. Non ancora. Forse con quelle diecimila lire… forse. Ma i forse, a Milano, non pagavano mai una stanza.

 

 

  

SCAFFALI
di Giuseppe Carlo Airaghi
 
 
Rino Lorusso
 
Versi fatti con i piedi raccoglie novantacinque poesie, generalmente in verso libero. Undici liriche, invece, seguono un preciso schema metrico: ottava rima (“Cento giorni da pecora”, “Il peggiore dei primati”), sesta rima (“Datore di lavoro”), sonetto giambico in endecasillabi sdruccioli (“Andavo a piedi e ingiambai”), esperimento di sonetto in settenari monorima (“A furia di strisciare” I e II), endecasillabi in rima baciata (“Prima occupazione”), limerick (“Zerocrazia”), quartine di settenari a rima alternata (“La setta dei poeti estinti”), quartine di quaternari monorima (“Lo sostengo”) e infine un’ode in endecasillabi (“Ode ad An Post per il francobollo del Che”).
Il messaggio centrale poggia su un ribaltamento completo di valori, non a caso il provocatorio sottotitolo è Poeterodossia. La realtà viene letta al contrario nel disperato tentativo di attribuirle un senso, poiché, così com’è, sembra il trionfo del teatro dell’assurdo. In alcuni componimenti la critica sociale si radicalizza fino al punto di divenire vera e propria invettiva. Il bersaglio principale è costituito dalla triade valoriale Dio-patria-famiglia, fatta propria dalle forze della conservazione, siano esse politiche, religiose o sociali, che impediscono il progresso civile dell’essere umano. È, dunque, contro questi valori, da sempre funzionali alla cultura fascista, che l’opera si scaglia, ribaltandoli. È importante sottolineare la parola cultura, perché non è tanto il fascismo politico che terrorizza l’autore, quanto quello culturale. Già qualche decennio fa Pasolini denunciava il pericolo dell’omologazione rappresentato dalla televisione: oggi potremmo aggiornarlo traslandolo alle reti sociali.
È una società bieca e triste, spesso grottesca (“La sala ricevimenti nel pineto”), popolata da analfabeti funzionali, servili e ignoranti, quella che viene dipinta nei testi, investita da una satira politicamente scorretta e volutamente blasfema, soprattutto nei confronti di chi i valori suddetti li manipola per i propri fini e di un popolo, regredito allo stadio infantile, che ha ancora bisogno di un padre, eterno o mortale fa lo stesso. Le poesie sono spietate e non hanno peli sulla lingua, come traspare già dalla dedica poetica che le precede. Sono un atto di ribellione, come dev’essere l’atto poetico secondo Michael Hartnett, e sono fatte con i piedi, perché il mondo che ci circonda, e che ci dicono basato su una presunta razionalità, ci costringe a vivere una vita “inautentica”, come sosteneva Heidegger, passive “deiezioni” (parola sul cui doppio significato si gioca “Elisir d’eterna giovinezza”), scagliati dal caso nel mondo e incagliati nell’angoscia, smarriti: oggetti tra gli oggetti. E allora potremmo provare a ricostruirlo poeticamente, il mondo, partendo dai piedi (ovvia l’allusione al piede come unità ritmica della poesia greca e latina che, in maniera simbolica, struttura metricamente “Andavo a piedi e ingiambai”). Ripensarlo non con la testa, ma con i tanto bistrattati piedi, che qui assumono una valenza assolutamente positiva. Persino l’amore, tra tutte le declinazioni presenti nella silloge, viene rappresentato con metafore pedatorie (“L’amore secondo George Best”). Tutto passa attraverso i piedi in queste poesie, per essere calciato via o per essere accarezzato come fa il fantasista col pallone. Ragione e sentimento vanno a piedi, come facevano gli antichi greci, che, quando “ingiambavano”, “ingiambavano” bene. Secondo l’autore bisogna rifondare la società adottando il punto di vista del santo bestemmiatore (vedi poesia omonima), rifarla al contrario. Forse così ci riesce meglio visto che quella che abbiamo ci è venuta male.


 
Rino Lorusso
Versi fatti con i piedi
Chiarevoci Edizioni 2026
Pagg. 178 € 13,00

L’OSSIMORO PASOLINI


Gaccione Conversa con Donato Di Poce in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro.

D: In che cosa si differenzia questo tuo saggio rispetto a quanto la critica - una critica sterminata - ha indagato sul personaggio Pasolini?

R: L’opera si distacca dalle commemorazioni di circostanza e dai gossip mediatici sulla sua morte e sulla sua omosessualità, per offrire un’interpretazione militante e “corsara”, che definisce Pasolini come autore lucido e fertile del suo tempo, profeta e veggente dei nostri tempi bui devastati dal capitalismo imperialista e dalla fine delle democrazie, testimone del suo tempo e della sua disperata vitalità. Il saggio è un viaggio completo nella “galassia di CreAttività” pasoliniana, suddiviso in sezioni tematiche che non tralasciano alcun aspetto: dalla poesia dialettale (La meglio gioventù) alla narrativa delle borgate (Ragazzi di vita), dalla fondazione della rivista Officina all’analisi del “Cinema di poesia” e del “Teatro di Parola”, fino all’opera-testamento Petrolio, definito dall’autore il “Poema delle stragi”.


D: Il titolo stesso del tuo saggio insiste sull’ossimoro Pasolini. Puoi spiegare in poche battute ai lettori il senso di questa tua indovinata definizione? 

R: Il volume analizza l’intera produzione (poetica, critica, cinematografica e teatrale) pasoliniana sotto la lente dell’ossimoro: Pasolini fu marxista ma inseguiva la religione, adorava la tradizione (Dante, Pascoli) ma praticava uno sperimentalismo linguistico rivoluzionario, era poeta sublime (Le ceneri di Gramsci ma anche regista “sacrale” (Il Vangelo secondo Matteo) e giornalista spietato (Scritti Corsari). Il libro smonta con passione critica “l’errore e la cattiveria” degli esegeti che scambiarono questa “molteplicità espressiva” per doppiezza, dimostrando come Pasolini usasse gli opposti come unica via per cercare la verità. 

D: Che cosa la critica accademica ha trascurato di questo intellettuale e in cosa consiste la sua diversità rispetto alle altre figure dell’impegno militante?

R: Non abbiamo ancora fatto i conti con P. P. Pasolini. Abbiamo fatto scempio dei suoi tre corpi: quello fisico, quello mentale e quello poetico. Tre corpi controcorrente che davano fastidio perché troppo autonomi e troppo liberi. La critica che pur ha avuto pregevoli letture (Scalia, Siti, Siciliano, Muraca, D’Elia, Casi, Ferretti) si dimentica spesso che Pasolini è stato innanzitutto un grandissimo poeta (e come disse Moravia tra i pochi del secolo) e critico letterario e che il suo capolavoro Le ceneri di Gramsci basterebbe da solo a decretargli l’immortalità. Io scoprii giovanissimo questa raccolta e ne fui fulminato! Un poeta che parlava di realtà e temi civili e storici in terza rima dantesca… pazzesco!


D: La morte del poeta viene sempre più letta come un vero e proprio delitto politico, maturato in un contesto ben preciso. Qual è la tua opinione in merito?

R: La mia convinzione è affermativa… sono convinto che gli anno fatto fare la stessa fine di Mattei. Due uomini troppo liberi, troppo indipendenti. due lampi di verità. A entrambi ho dedicato una lunga poesia presente nel libro dal titolo “Lampi di verità”. Faccio notare solo che fino a quando Pasolini si limitava a fare il cineasta, il poeta e il regista cinematografico non dava fastidio a nessuno, ma poi cominciò a scrivere Petrolio il romanzo delle stragi, e sul Corriere della Sera articoli di fuoco contro la borghesia e il potere. Cito a futura memoria il suo testo j’accuse: Io So.

D: Il tuo libro finisce con uno splendido calligramma a forma di croce dedicato a Pasolini: Ce ne vuoi parlare?

R: Certo, la poesia è un omaggio sia alla poetica di Pasolini che al suo sperimentalismo linguistico espletato in Poesia in forma di rosa. Trattandosi di una poesia visiva, rimando graficamente al testo ‘Poema della Croce’ presente nella mia raccolta.


La locandina della prossima presentazione


 

 

  

 

 

 

  

POETI
di Alberto Figliolia



Max Hamlet
Sterminatori

Sterminatori
 
Bombardavano le colline
potenti sordi rombi sibili
le chiese nei boschi crollavano
i villaggi abbandonati
macerie s’adagiavano fra i castagni secolari
cascine e campi ardevano
la città migliaia di occhiaie
grida e grida e grida e grida e grida e grida e grida
 
Le fiamme si fondevano con il cielo al tramonto
osservavamo lo spettacolo dai terrazzi
fra i vetri in frantumi
pezzi di muscoli per ogni dove
e qualche brandello di cuore
i tram fermi nelle strade
smemorate visioni di scheletri carbonizzati inutili
carcasse di legno e ferro
nessuno a far più la fila per il pane e per l’acqua
i piedi nudi della gente in fuga
chiazze e rivoli di sangue
come piccoli laghi e fiumi
senza ritegno senza sbocco
 
Un aereo lo stesso aereo sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e mitragliava sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e mitragliava sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e mitragliava sembrava non finire mai il suo carburante noi vedevamo gli occhi del pilota era un gigante dalle sclere rosse e malate era un gigante dalle sclere rosse e malate era un gigante dalle sclere rosse e malate
 
Bruciavano i tronchi antichi
e le case giacevano in doloroso silenzio
nel crudele rimbombo quasi un rimorso
fuggivano tutti
mentre osservavamo l’ultimo bagliore dell’orizzonte
e il pilota gigante dalle sclere rosse e malate sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare
 
e cecchini vino caldo nelle vene colpivano senza mai fallire un bersaglio colpivano senza mai fallire un bersaglio vino caldo nelle vene e stupri nella testa stupri nella testa stupri nella testa stupri nella testa
 
Senza ritegno senza sbocco
come piccoli laghi e fiumi
chiazze e rivoli di sangue
i piedi nudi della gente in fuga
nessuno a far più la fila per il pane e per l’acqua
carcasse di legno e ferro
smemorate visioni di scheletri carbonizzati inutili
i tram fermi nelle strade
e qualche brandello di cuore
pezzi di muscoli per ogni dove
fra i vetri in frantumi
osservavamo lo spettacolo dai terrazzi
le fiamme si fondevano con il cielo al tramonto
 
Nota
Nuova versione del 23 gennaio 2026, prima stesura in Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

OMBRE DELL’IGNOTO 
di Laura Margherita Volante 



 
Ciò che siamo stati 
è un miraggio fra i 
ricordi
di foto sbiadite dal 
tempo 
dai contorni sempre più 
chiari.
Momenti conviviali e porte 
aperte.
Era ciò che eravamo:
la solitudine usciva
dalla porta per il 
campanello
per chi entrava
col sorriso di chi
apriva.
Ciò che siamo 
diventati
ombre dell’ignoto.
Un ginepraio di perché 
nel buio dell’inquietudine 
assuefatta...
Il sipario del pensiero
chiuso
è ciò che siamo.

 

TEATRO
A Bari con L’Occhio del Ciclone “La strategia del potere”





 

sabato 24 gennaio 2026

PRIVATIZZAZIONE DIRITTO INTERNAZIONALE?  
di Romano Rinaldi


Ottimo pasto...

Dopo aver dimostrato l’assoluta noncuranza riguardo le norme del diritto internazionale, compresa l’inviolabilità territoriale di altre Nazioni nel caso del Venezuela e con le continue minacce all’inviolabilità territoriale di un Paese alleato, la Danimarca e il suo territorio di competenza, la Groenlandia, quale può essere la credibilità degli USA come garante di un eventuale trattato per la cessazione delle ostilità della Russia nei confronti dell’Ucraina (o viceversa)? Per quanto riguarda poi la questione Israelo-Palestinese le cose sono ancor più complicate per il fatto che da una parte c’è una Nazione organizzata e molto potente sia economicamente che militarmente e dall’altra una popolazione che ancora aspira ad uno Stato e addirittura ad un territorio che coincida con quello Stato. Insomma, per quanto uno si sforzi di vedere dove sia il buono nell’iniziativa della creazione di un “Consiglio di Amministrazione” per la soluzione della quesitone Palestinese e la ricostruzione di Gaza, non si possono che avere seri dubbi su questo cosiddetto “Board of Peace” al quale si ha diritto di partecipare versando un contributo di un miliardo di dollari nelle mani dell’organizzatore, nientepopodimeno che il Presidente degli USA il quale sarà il presidente di questo C.d.A. vita natural durante. L’invito è esteso ad almeno un’ottantina di Paesi compresa la Santa Sede.
Sembra il tentativo di privatizzare un pezzetto del diritto internazionale, dopo averne apertamente violato le norme che si erano condivise fin dai tempi della “Società delle Nazioni”. E forse non si tratta nemmeno di una privatizzazione ma più semplicemente di una privazione del diritto internazionale.
C’è dunque da meravigliarsi se un buon numero di paesi retti da solide democrazie hanno già declinato l’invito a far parte di questa “élite”?
Per quanto riguarda la partecipazione dell’Italia, una clausola dell’articolo 11 della nostra meravigliosa Carta Costituzionale, ben interpretato da chi di dovere, sembra poter salvare la faccia al Governo e potrebbe costituire un buon viatico per suggerire di apportare sostanziali modifiche al progetto e magari farlo rientrare tra gli obiettivi di una riformata ONU che al momento sta perdendo credibilità e funzionalità in tutti o quasi i suoi campi d’azione. Insomma, prima di creare un nuovo organismo multinazionale fondato su principi perlomeno fumosi se non truffaldini, da parte di persone e Paesi che hanno dato ampia prova di incostanza, prepotenza, avidità di ricchezza e di potere, mire egemoniche imperiali e chi più ne ha più ne metta, non sarebbe meglio porre mano alle vetuste regole dell’ONU che hanno ormai dato ampia prova di non reggere alle necessita di un mondo che si muove a velocità impensabile rispetto ai tempi in cui fu fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite? Insomma il tipico caso di pensarci un momento prima di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

CAPITALISMO, STATO E FOSSE COMUNI
di Pierpaolo Calonaci


Lutto a Crans Montana
 
A quanti, la maggioranza, vogliono la testa di qualcuno, scambiano cioè la parte con il tutto, barattando l’impegno di indagare e capire i fatti sociali nella loro sostanza con il populismo di un tagliagole o con la falsa democrazia di un tribunale, si può citare questa frase, che in un solo colpo dice chi sia il colpevole e il movente, attribuita a Josh Zepess: “il capitalismo ha bisogno dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa e della democrazia di fronte alle telecamere” (l’avrebbe potuta scrivere la stupenda Rosa Luxemburg).
E dello Stato che ne impiega l’“acqua” (del capitalismo a guida finanziaria, versione iperaccelerata dell’accumulazione capitalistica) per fare ruotare, come in un mulino, le pale dell’egemonia affinché produca l’effetto corrusco della propria consustanzialità - identità cioè, tra la natura predatoria del capitalismo finanziario e la sostanza del monopolio della violenza simbolica e materiale - dove la “riproduzione sociale del dominio” venga legittimata senza sosta e produca infatuazione, ovvero quel tipo di “rispetto pubblico delle verità ufficiali nelle quali si ritiene che l'intera società debba riconoscersi” (P. Bourdieu, Sullo Stato).


Pierre Bordieu

La metonimia del fiore rappresenta la gioventù. Quella condizione esistenziale in cui ogni spirito umano esperisce, in nuce, la volontà di ribellarsi, di rivoluzionare l'ordine costituito, di illuminare le ombre del mondo con nuove e inaspettate luci. I giovani sono i portatori - se non vengono meticolosamente civilizzati dalla famiglia, dalla scuola o dalla chiesa - di sempre nuovi illuminismi; capaci di luce vera e fragile, da proteggere, da curare (in senso filosofico, non iatrocratico). I soli capaci di illuminare il buio e le ombre che il regime democratico del “è così” instaura attraverso le pratiche istituzionali della normalizzazione tetragona e onnivora.
Una condizione, quella del fiore della gioventù, che fa a pugni, dunque, con le  vulgate “democratiche” di quel regime, farcite di populismo, totalmente depoliticizzate; rappresentanti di una vita che è nichilismo nel senso deteriore del termine.



Per mettere a fuoco meglio la centralità della vita spirituale della gioventù per una società che voglia ancora prosperare in termini umani e spirituali, ricorro alla poetica della reverie che Gaston Bachelard definì quale “stato della coscienza” e quale modello conoscitivo che la condizione umana dovrebbe intraprendere per immaginare, fantasticare, per creare le proprie idee e le innumerevoli forme con cui dirle. La reverie quale istanza con cui godere liberamente di sé - “è proprio nelle reveries che siamo degli essere liberi “sosteneva l’epistemologo. Un’entità di cui dotarsi per guardare alle cose del mondo rompendo con la consuetudine rassicurante delle prospettive anossiche, partorite da quelle “verità” utilitaristiche/positiviste (e statuali) che conducono dritto dritto ad un'esistenza minacciata e dominata dal “lassez faire, lassez passer, di norme neoliberiste in cui la vita è merce, oggetto, un simulacro di felicità senza eudemonia, di libertà senza desiderio di libertà, di lavoro senza dignità e coscienza.


 
Ciò che ogni giovane attende, si aspetta, sono strumenti con cui orientarsi, non realtà cui adeguarsi. Nel fascismo, l’infanzia fu trasformata in incubo; già nella sua aurora, la vita individuale dovette essere essenzializzata da tali rapporti sociali dove la violenza e l'odio furono, tramite l’invenzione del concetto di arditezza, il collante di appartenenza e identità ad uno Stato tramite cui guerra, nazionalismo, colonialismo, superiorità razziale e sterminio del “diverso” non avrebbero potuto funzionare. L’impunità di tutto questo dispositivo fu la logica conseguenza. I bambini sanno le relazioni ma, non possedendo le idee e le forme con cui pronunciarle, non sanno difendersi. Sta qui la differenza ontologica tra infanzia e gioventù. Mentre oggi, la gioventù viene annientata da uno Stato che promuove l'impunità dell'accumulazione del profitto, della competizione senza limiti, della produttività (plusvalore) oltre ogni ragionevolezza. Basta andare in qualsiasi scuola o ateneo e constatare quanta “massa deviante” da psicologizzare e normalizzare quell’accumulazione legittimata e legittimante produca. È il diktat del New Public Management. Cui seguirono (era il 9 giugno 1999) le Dichiarazioni di Bologna, di Lisbona e Parigi sottoscritte dai ministri dell’Istruzione dei vari paesi dell’Unione, dove in modo inequivocabile emerge la struttura di trasformazione e rimodellamento dell’istruzione superiore e accademica proposte per l’Europa. Questa logica impone di “abbracciare (sic!) le finalità di servizi organizzati secondo regole di mercato, obbligati ad accettare e conformarsi alle sfide della competizione”. Secondo gli imperativi di una visione neoliberista a cui non sfugga alcun frammento di realtà. 
Ecco il pericolo cui sono esposti i giovani, e tutti. Un incubo scientemente prodotto con cui sterminare il fiore della gioventù. Dunque, ciò che è stato definitivamente reciso, in quel Auschwitz in Svizzera, è la sostanza spirituale della condizione giovanile: “Spirito si chiama il primo ritrovamento di sé, la prima sdivinizzazione del divino” (M. Stirner, L’unico e le sue proprietà). Non può esserci nessun futuro, nessuna speranza dopo che questa condizione è stata uccisa e sepolta nelle innumerevoli fosse comuni scavate dallo Stato e dall’economia neoliberista.  Le altre, per la cronaca, sono quelle in cui sono sepolti i corpi dei lavoratori, dei migranti, delle donne.
Il punto di non ritorno è stato varcato.


Max Stirner
 
Si parve licet componere magnis, uno Stato che ha dei tratti troppo pericolosamente simili a quelli del suo predecessore fascista; medesimo volto tracotante e sarcastico, dunque. Dipinto dalla funzione di amministrare il terrore che dall’odierno caos finanziario informa individui e una data organizzazione sociale, nella speranza di salvare la faccia democratica. E quella delle istituzioni e della politica che vi crede per fede ma contro il popolo.
La Costituzione italiana ammette la resistenza armata; anzi, la invoca quando il popolo è schiacciato dal tacco dell’oppressore. E ora, che l’oppressore è questa forma dello Stato, con la sua perversa idea di democrazia che vive e opera con l’unico scopo di servire l’impunità della deregolamentazione, contro chi è lecito sollevarsi? Un’oppressione che ha, nella barbarie del processo di razionalizzazione economica, il suo fulcro. Oggi, entrare in qualsiasi luogo fisico (mai neutro, un cantiere edile, un qualsiasi luogo di lavoro oppure uno spazio domestico o il varcare un confine totalmente inventato con un barcone ecc.), può diventare una fossa comune a ragione dell'assenza di quelle regole che lo Stato avrebbe dovuto assicurare; e che parimenti - ecco la sua violenza simbolica - non implementa per dissimulare rapporti di forza e d’interessi tali che ne minerebbero il capitale simbolico. 



Il ricorso al mantra dei discorsi ufficiali e linguaggi pietistici (di “vicinanza” alle famiglie colpite, di costituirsi parte civile, se non di vera e propria teatralizzazione della realtà, buona solo per darla in bocca alla complicità della stampa) in caso di drammatici eventi serve a difendere la propria egemonia corrotta e criminale. Lo Stato può così impunemente partorire le verità ufficiali a cui tutti e tutto si conformano, senza che nessuno osi dubitare della sua bontà. Così, peraltro, quel locale notturno svizzero si allontana velocemente dal divenire, per chi lo vuole indagare con strumenti critici e scientifici, un modello interpretativo, un pattern del funzionamento dello Stato “democratico” e delle sue criminali connivenze con l’economia finanziaria dell’accumulazione del capitale.
Cartina di tornasole di questa “naturale” alleanza Stato-accumulazione capitalistica, la si può esperire quando si parla di sicurezza (non quella identitaria di stampo reazionario-fascista, accarezzata anche da gran parte del pensiero della cosiddetta sinistra): sicurezza di sapere che si torna a casa con le proprie gambe, e con la propria dignità umana di lavoratori e lavoratrici, asciutta, forte, collettiva, consapevole, non disfatta e arresa.
Forse da oggi dovremmo rivedere se esistano le condizioni oggettive per parlare di democrazia. 
Occorre avere il coraggio politico di guardare altrove. Di togliersi questa macula servile che innerva il concetto di cittadinanza. E osare nel costruire ciò che non c’è. O, quantomeno, migliorare la qualità delle domande da porre allo Stato e alle sue istituzioni. E magari iniziare un lavoro collettivo e individuale autocritico per evitare di rimanere impigliati “in un pensiero pensato da quello Stato che crediamo invece di pensare”, davanti al quale il marxista Bordieu suggerisce di applicare un dubbio radicale, iperbolico.

NON SOLO PANTOMIMA
di Luigi Mazzella


G. B. Shaw
 
Appare abbastanza verosimile che l’Occidente e il mondo intero stiano eseguendo (e vivendo intensamente) una rappresentazione scenica parlata o muta (con foto o senza = pantomima) il cui finale è stato già scritto in modo non molto dissimile da quello da me descritto a voi e su “Odissea”, raccontandovi il mio primo sogno: Groenlandia agli Stati Uniti d’America: Donbass o intera Ucrania alla Russia, Taiwan e isole collegate alla Repubblica popolare cinese. I veri e importanti protagonisti dello show sono e saranno unicamente tutti i detentori (tali per tacito “riconoscimento reciproco”) di armi nucleari. L’Iran che vorrebbe porsi al loro livello ha, in realtà una prospettiva di collocazione ancora molto dubbia, pur avendo l’atomica e grandi riserve petrolifere. Russia e America dovranno accordarsi su essa e ciò avverrà probabilmente quando gli ayatollah, integralisti islamici particolarmente sanguinari, restituiranno quel Paese al mondo appena più civile e meno invasato, (e comunque invaso da monoteisti meno fondamentalisti), com’è augurabile che avvenga anche per tutti gli Stati in cui ancora imperversano i principi religiosi mediorientali, penetrati, purtroppo, in ogni parte del globo. Intanto, mentre si pongono, coram populo e con i necessari effetti teatrali (anche di dubbio e cattivo gusto), le basi per un assetto geopolitico che garantisca un duraturo e (augurabilmente)  definitivo periodo di pace, gli “attorucoli” di scarso talento  bocciati senza possibili esami di riparazione e scartati, quindi,  per entrare anch’essi nell’esecuzione della pièce, si agitano spasmodicamente e smaniano, impotenti e frustrati, con escandescenze da trivio (Macron per la Francia con i suoi tre missili nucleari, Ursula Albrecht Von der Leyen per la Germania con ansia convulsa di riarmo, Starmer per la Gran Bretagna con la consapevolezza di non essere Winston Churchill) o con scodinzolamenti di sottomissione (Meloni per l’Italia dopo aver messo a museruola a Crosetto). I “potenti” autori del ventilato (o sospettato) patto hanno, invece, la cosiddetta “calma dei forti”.
Mentre, però, gli Stati Uniti d’America con Trump fingono di intervenire (nel pur scontato) dibattito con repliche polemiche, diffuse mediaticamente al solo fine di dare l’impressione di trattarsi di un work in progress, Russia e Repubblica Popolare Cinese attendono, sia pure in modo e con vicissitudine interne radicalmente diverse, l’evolversi degli eventi. Ipotesi verosimile è che sul palcoscenico della pièce appariranno anche i fantasmi di due “caduti” sul campo: l’Unione Europea e la NATO. 
Domanda: Rimpianti? Rimorsi? Pentimenti? Accettazione? Reazioni scomposte e violente?
Niente di tutto ciò! Al “pecorilismo” il mondo è stato abituato per millenni da capi religiosi (soprattutto monoteisti e assolutisti) e/o politici (autoritari) che hanno sempre parlato di “gregge”, di “fedeli” et similia. Rimedio ben noto ai potenti: Basterà lasciare ai singoli una libertà di parola che sarà “tamquam non esset”, come è sempre stato nei millenni di vita umana!

 

Privacy Policy