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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
martedì 26 maggio 2026
TRATTATI
di
Alessandro Pascolini - Università di Padova
Il Trattato
di non Proliferazione verso il crepuscolo?
Si è chiusa il 22 maggio sera a New York la
cruciale undicesima Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione
nucleare (NPT) iniziata il 27 aprile scorso. Dopo settimane di difficili
negoziati e dibattiti, i rappresentanti di circa 190 paesi mondiali non sono
riusciti a raggiungere il consenso su un documento finale che riaffermasse gli
impegni condivisi raggiunti nelle Conferenze di revisione del 1995, 2000 e 2010
— apparentemente a causa di riferimenti al programma nucleare iraniano che gli
Stati Uniti insistevano a includere nel documento. Il Trattato NPT è il
fondamentale strumento internazionale per regolare le problematiche
dell’energia nucleare: vieta a nuovi paesi l’accesso di alle armi nucleari,
impone il disarmo nucleare e promuove le applicazioni nucleari pacifiche.
Entrato in vigore nel 1970, è quasi universale, mancando solo Corea del Nord,
India, Israele, Pakistan e Sud Sudan. Dato il ruolo cruciale del trattato per
la sicurezza globale, ogni cinque anni si tiene una conferenza per “esaminare
il funzionamento del trattato al fine di accertare se le finalità del suo
preambolo e le sue disposizioni si stiano realizzando” e per proporre
suggerimenti per rafforzare il controllo dell’energia nucleare militare e
civile. Per l'estrema sensibilità politica delle conferenze di riesame e la
complessità dei lavori da svolgere, la comunità internazionale si impegna nei
tre anni che precedono una Conferenza in lavori di preparazione, con un
comitato preparatorio articolato in tre sessioni.
I lavori dell’undicesima Conferenza si annunciavano difficili già per il fallimento dei lavori di tutte le tre sessioni del comitato preparatorio, concluse senza un documento concordato, ma soprattutto per la complessa situazione politica attuale e la crescente conflittualità internazionale. Dopo numerose revisioni di un progetto di dichiarazione finale, già giudicato debole in partenza dai sostenitori del disarmo, il vietnamita Do Hung Viet, presidente della conferenza, con “profonda delusione”, ha rinunciato a presentare il testo per l’adozione, dichiarando: “ho presentato quattro versioni del progetto di documento finale, tutte accuratamente riviste seguendo i desideri degli Stati parte. Nonostante tutti i nostri sforzi, comprendo che la Conferenza non è in grado di raggiungere un accordo sul contenuto del suo stesso lavoro”. Il presidente Viet ha effettivamente perseguito con intelligenza un accordo su una bozza di documento finale relativamente breve (sette sole pagine), concentrata sui principi piuttosto che su specifici eventi e posizioni, e ha anche aggirato una serie di delicate questioni chiave — tra cui la sfida nucleare nordcoreana, gli attacchi agli impianti nucleari ucraini e iraniani e il crescente disagio riguardo alle pratiche di deterrenza nucleare estesa agli alleati — nel tentativo di raggiungere il consenso sulle questioni fondamentali. Tuttavia, ciò non è stato sufficiente per raggiungere un accordo tra le numerose divergenti posizioni degli stati parte.
Secondo osservatori indipendenti, i cinque paesi nucleari
del NPT (Cina, Francia, Russia, UK e USA) hanno utilizzato congiuntamente
tattiche di intimidazione diplomatica aggressiva contro gli stati non dotati di
armi nucleari per impedire la definizione di misure concrete e urgenti per
scongiurare una nuova corsa agli armamenti nucleari e rassicurare gli stati non
nucleari che non saranno attaccati o minacciati da stati dotati di armi
nucleari. Gli stati parti hanno così mancato l’occasione di utilizzare la
conferenza per affrontare la vertiginosa serie di pericoli nucleari, incluso il
deficit nella diplomazia per il disarmo nucleare. Per la prima volta dal 1972 non
esistono limiti concordati sulle dimensioni degli arsenali nucleari russi e
statunitensi, i più grandi del mondo. In assenza di nuovi vincoli bilaterali o
multilaterali, esiste un serio rischio di una pericolosa corsa globale agli
armamenti nucleari nei prossimi anni. È la terza volta consecutiva che la
conferenza di revisione non riesce ad adottare un testo, bloccata dalla Russia
nel 2022 e dagli Stati Uniti nel 2015. Nonostante questo nuovo fallimento, il
trattato continua a esistere, ma con un rischio crescente di erosione della sua
legittimità e fiducia, che potrebbe portare alcuni stati non nucleari a
chiedersi se la non proliferazione sia veramente la migliore soluzione per la
loro sicurezza. Il presidente Du Hung Viet aveva avvertito: “un ulteriore
fallimento potrebbe inficiare la stessa credibilità del Trattato di
non-proliferazione”.
ANDARE OLTRE LA SUPERFICIE
di
Chicca Morone
È interessante assistere
alla competizione di due persone che si affrontano per misurarsi su un
argomento comune in cui abbiano affinato la materia di loro interesse: che sia
una partita di scacchi o altro che non comporti la fisicità, poco importa
perché è sempre l’intelligenza che trionfa sul caso o sulla fortuna, salvo
situazioni particolari di improvvisa distrazione o défaillance di uno dei due
contendenti. Negli scacchi ogni giocatore ha la possibilità di scegliere
diverse mosse, compatibilmente con il pezzo che ha deciso di muovere, ma ogni
mossa comporta conseguenze ineluttabili: la necessità delimiterà sempre più la
libertà di scelta, creando la situazione finale non realizzata dal caso, ma come
risultato di leggi rigorose.
La
libertà d'azione diventa sempre più incisiva, tanto quanto le decisioni
coincidono con la natura del gioco, con lo studio delle possibilità.
Un
nostro impulso cieco, ciò che noi consideriamo libertà ne è l’esatto opposto, è
una non-libertà perché immancabilmente ci condiziona il futuro.
Il
vero individuo libero si realizza nella conoscenza sempre più approfondita di se
stesso e dello spirito che lo anima: in questo modo può davvero essere padrone
del proprio destino e non schiavo di un qualche "demone" che lo inibisca
nell’espressione completa e libera. Si tratta di scegliere la qualità della
propria vita, scandagliando a fondo le proprie caratteristiche più recondite e
soprattutto ascoltando ciò che la nostra anima cerca di farci capire attraverso
il nostro corpo, a volte con qualche piccola malattia, a volte urlandocelo con
infarti e carcinomi. Platone ci viene in aiuto anche in questo caso con il mito
di Er, a chiusura del dialogo della Repubblica: dove inizia il libero
arbitrio e quanto l’obbedienza alla connessione col divino ci obbliga in
determinate scelte? Er, valoroso soldato morto in battaglia, si risveglia poco
prima che il suo corpo mortale venga bruciato e racconta quanto ha sperimentato
nel passaggio da uno stato all’altro.
L’anima,
liberata dalla materia, si era incamminata insieme ad altre fino a giungere in
uno spiazzo davanti ai giudici, i quali avevano diviso la schiera applicando le
sentenze ai buoni sul petto e ai malvagi sulle spalle: le destinazioni erano ovviamente
diverse, chi verso l’infinito cielo e chi verso la profondità della terra, dove
ognuno prendeva coscienza delle proprie mancanze. Una volta espiate le colpe,
le anime purificate potevano scegliere il modello della prossima vita: una
libera scelta, dunque. Ma a ognuno veniva dato il proprio “daimon” con il
compito di sorvegliar che si compisse la vita prescelta: niente di diverso
dalla legge che regola ogni atto della nostra vita, simboleggiata dalla
scacchiera, quella che ci insegna a muovere l’alfiere obliquamente, la torre
lateralmente o verticalmente, quella che fa arroccare il Re in protezione
difensiva. Ahimè, l’attraversare il fiume Lete ci fa dimenticare (azione della
mente) la scelta fatta, per cui, affinché il nostro percorso di vita diventi
evolutivo, dobbiamo imparare a riunire nel cuore il pensiero con le funzioni
della mente (razionalità) e della pancia (istintualità) - cioè ricordando chi
siamo veramente. E il Daimon ci aiuta, ponendoci ostacoli e cercando di non
farci ricadere negli stessi errori.
Niente
di diverso dall’Angelo Custode di tradizione cristiana: uno spirito puro creato
da Dio per proteggere, guidare e illuminare ogni essere umano durante la vita
terrena. La conoscenza dell’individuo a cui è assegnato è profonda, e offre un
sostegno invisibile ma percepibile.
Nell’antico
Egitto ritroviamo entità simili, dove il Ba simboleggia l’essenza spirituale,
l’anima individuale che rappresenta la personalità, il carattere, i sentimenti,
dopo la morte libero di muoversi tra il regno dei vivi e l’Aldilà; il Ka che
viene raffigurato come “doppio” spirituale, destinato a rimanere sempre vicino
al corpo fisico (anche dopo la sepoltura) come protezione e per questo
bisognoso di essere nutrito con offerte.
Oggi,
impregnati come siamo di materialismo e arroganza abbiamo creato la cosiddetta
Intelligenza Artificiale quel meccanismo che “viene utilizzato per definire
le interfacce animate e interattive (come assistenti virtuali) progettate per
simulare la presenza umana” in grado di sostituirci, migliorando la qualità
della nostra vita, secondo gli organizzatori di questa prigione virtuale.
Dicono persino che abbia accesso alla Coscienza, come se davvero un pc provasse
sentimenti, potesse avere il concetto della divinità, sapesse dare il giusto significato
alla sfumatura di una parola se non attraverso il calcolo delle probabilità. Ma
c’è “qualcuno” per cui è importante distruggere quel legame che ci rende ben
diversi da una macchina priva di anima, ma asservita ai loro comandi.
Eppure
stiamo andando verso il baratro, dove anche i droni, impostati dall’IA,
decidono autonomamente dove colpire il nemico: una scuola di bambine iraniane?
Un colpo maestro sul futuro possibile incremento demografico... Ospedali dove
medici cercano di salvare vite? Possibilità di salvezza quasi azzerata per la
popolazione... sul tutto il silenzio tombale delle nostre istituzioni, tenute
in pugno da dinamiche economico finanziarie di satanico sapore.
domenica 24 maggio 2026
TACCUINI MILANESI
di Angelo Gaccione
Il Palazzo Stampa di Soncino
Palazzi
che occupano un’intera via ce ne sono diversi a Milano. Ma può anche capitare
che gli ingressi si distribuiscano su più vie occupando con la loro stazza
un’area considerevole, definendone la forma geometrica ed influenzando il resto
dello spazio attorno. Prendiamo per esempio il cinquecentesco Palazzo Stampa di
Soncino: l’ingresso al numero 61 si distende in lunghezza per un significativo
tratto della via Torino; poi gira nella omonima via Soncino dove c’è un secondo
ingresso, il numero 2, e la occupa per intero. La via è lunga quanto il
palazzo, 85 dei miei passi ben distesi, contando dall’imbocco di via Torino, e prosegue
ripiegando ad angolo nel vicolo di Santa Maria Valle dove c’è un ulteriore
ingresso. La vastità dello spazio originario che gli dava respiro si è ridotta
nel tempo ad un minuscolo slargo, occupato dalle abitazioni del vicolo. Un po’
più avanti c’è la stretta via Stampa: in pratica, il casato ha messo il suo
sigillo su un’intera area. L’imponente colonnato ai lati del portone ci rivela
che questo è l’ingresso principale e che dà accesso al cortile d’onore.
Trovandolo aperto, seppure protetto da un importante cancello, sono riuscito a
sbirciarvi. Le carrozze dell’epoca lo avranno varcato una infinità di volte, con
i suoi padroni e i suoi ospiti.
Da fuori si vede un pezzo di torre che sovrasta
il palazzo e si innalza su tre blocchi di grandezze diverse; la sua elevazione
raggiunge un’altezza di ben 42 metri. Alla sommità svettano due colonne che
reggono un globo terrestre su cui poggia un’aquila bicipite che a sua volta
regge una corona: si tratta dei simboli di Carlo V d’Asburgo e dei suoi vasti
domini imperiali. Il motto Plus Ultra su quelle che dovrebbero evocare
le Colonne d’Ercole, dal basso non si legge, ma ingrandendo i particolari delle
foto che ho scattato, compaiono delle lettere vergate in posizione obliqua. A
farselo costruire, questo Palazzo, era stato il marchese Massimiliano, che si
era avvalso dell’architetto della Fabbrica del Duomo, Cristoforo Lombardo. Al
tempo della loro realizzazione queste costruzioni devono avere impressionato
non poco gli abitanti di quelle che venivano chiamate contrade. Questo è a
pochi passi dal Carrobbio che a quell’epoca era un agglomerato di case di
artigiani e popolani. Il palazzo di fronte è altrettanto lungo e occupa
anch’esso tutta la via Soncino; meno blasonato e con due soli numeri civici: i
dispari 1 e 3. Due palazzi per una sola via: potenza del danaro.
LIBRI
di
Anna Rutigliano

Alida Airaghi
Il Decalogo di Alida
Airaghi
Nella
recente opera della poetessa Alida Airaghi Decalogo, Omaggio a Krzysztof Kieślowsky
(Ignazio Pappalardo Editore, Settembre 2025), l’impianto anulare della
scrittura poetica, in cui un riflesso violaceo di brace tra la cenere sparsa
apre la silloge (versi finali del primo componimento / primo comandamento:
Non avrai altro Dio all’infuori di me) e la conclude, costituendone l’epilogo
dal titolo Riflesso, insieme alla complessità delle tematiche etico-esistenziali,
complementari alle questioni teologico-religiose ed evocate per mezzo dei versi
stessi, le conferiscono, a mio avviso, un’aura di genialità e abilità scrittoria
uniche e singolari. L’originalità della Airaghi risiede, infatti, nella
sapiente ed ingegnosa coniugazione dell’immagine filmica, priva di effetti
spettacolari, ma esteticamente intrisa di luci e ombre caravaggesche, ad
esaltarne il dramma umano, tratto saliente e non sempre decifrabile della
regia-sceneggiatura di Kieślowsky/Piesiewicz, con
la parola poetica, profondamente enigmatica ma, al contempo, autentica correlata,
infine, alla parola biblica di tradizione dogmatica ebraico-cristiana. La rivisitazione/interpretazione,
in chiave poetica del Dekalog di Kieślowsky /Piesiewicz, mediometraggio in
dieci episodi, trasmesso in televisione alla fine degli anni ottanta
(attualmente fruibile sulle piattaforme mainstream), della durata di circa
un’ora ciascuno, ispirato ai Dieci Comandamenti del patto d’alleanza fra
Dio e Mosè sul Monte Sinai, trova corrispondenza simmetrica, all’interno
dell’opera di A. Airaghi, negli inserti di alcuni versetti del Salmo, “incisi”
in corsivo. Ciascuna collocazione biblica, poi, si arricchisce semanticamente della
visione personale della scrittrice, sensibilmente affine a quella del regista
polacco, entrambi i quali tentano di porvi soluzioni che smorzino L’inferno
etico dell’esistenza (argomento discusso nell’ottavo episodio Non
dire falsa testimonianza della pellicola di Kieślovsky, nell’ora di lezione
universitaria di filosofia,) originatosi dall’interazione di religiosa sacralità,
scienza esatta e morale. Esemplari a tal proposito sono i versi biblici del
quinto comandamento Non Uccidere: Tu non ucciderai…o della vita tua
chiederò conto e sarai sottoposto a giudizio. La Airaghi interviene con un
chiasmo ossimorico potente (vittoria istantanea esultante eterna
irrimediabile sconfitta) che decreta, per il ragazzo assassino, una sorte più
ignobile, dal punto di vista etico-sociale, rispetto a quella inflitta all’ebete
e grasso conducente del taxi, colpevole di nulla: grottesco il trionfo
omicida si affaccia alla mente… il ragazzo assassino pagherà la sua
colpa all’ordine sociale trasgredito. Non la corda che ha usato per strozzare,
ma un’altra lo attende più pesante: il suo corpo bambino penderà irrigidito,
burattino innocente come mai era stato.

La questione del libero arbitrio
dell’individuo, della sua incapacità di compiere una scelta moralmente giusta,
nonostante gli imperativi religiosi, che da millenni accompagnano il travagliato
percorso interiore e storico dell’umanità, costituisce, dunque, il filo
conduttore delle esistenze che si intrecciano nel condominio di undici piani, del
complesso periferico residenziale del quartiere di Śródmieście, nella Varsavia
cupa e fredda post caduta del Muro di Berlino, catturate con sguardo pietistico
e mai di biasimo, dall’obiettivo cinematografico di Kieślowsky.
Di riflesso, ad ogni comandamento,
seguono le poesie della Airaghi, i cui incipit violano il comandamento stesso,
come nel caso del settimo comandamento Non rubare, i cui versi
d’apertura (Cosa rubano ai bambini i ladri di bambini? Sogni senza lupi
cattivi… le storie della nonna, la mano della mamma), sono rivolti
al pubblico lettore, sotto forma di quesito, per il quale non esiste risposta
alcuna per via del secolare perpetuarsi dell’azione del rubare, esplicitato nei
versi anaforici finali del componimento: ladro chi ruba e chi tiene il
sacco, ladro chi froda e chi si approfitta…chi lucra, ricatta, annusa le prede.
La sfera etica, d’altra parte, è
saldamente connessa al tema dell’innocenza e alla sua salvaguardia,
rappresentando una questione altrettanto costante del Dekalog di Kieślowsky/Piesiewicz,
omaggiato dal Decalogo di Alida Airaghi. A partire dal primo episodio/comandamento
Non avrai altro Dio all’infuori di me, in cui il piccolo Pawel,
appassionato di matematica, quanto il suo papà, docente universitario, prova
terribile tristezza per un cane morto assiderato, giacente sul laghetto di
ghiaccio.
Nulla può l’elaboratore elettronico
di casa, altamente preciso, pronto ai calcoli (nell’episodio televisivo, si
osserva sul display del Computer, a chiare lettere, la scritta “I am ready…”)
ma non ai sogni, incapace di rispondere all’innocente interrogativo, affidato
magistralmente da Kieślowsky al piccolo Pawel, dagli occhi celeste candido, sul
perché esista la morte e su cosa sia l’anima, lui, così dispiaciuto per
l’animale e che tanto sogna un saluto dalla sua mamma che più non c’è e con la
quale si riconcilierà, in seguito ad un tragico incidente sul laghetto
ghiacciato, fuori da ogni previsione matematica paterna e del calcolatore: (La
macchina non decreta inizio e fine, se pure è pronta a tutto, disponibile a
coniare parole, miniare icone, simulare coscienza e volontà: non sa sognare,
non sa desiderare…Il ghiaccio del laghetto così compatto può creparsi sotto il peso di una piuma?).
Ma è nell’ottavo
episodio/comandamento Non dire falsa testimonianza, che religione,
filosofia etica ed innocenza si incastrano saldamente sino a deciderne le sorti
di Elzbieta, rinomata giornalista ebrea emigrata a New York, scampata ai lager
nazisti nel lontano 1943, dunque a morte sicura, per volere di Dio o per falsa
testimonianza di Zofia, di fede cattolica? Nello scorrere della pellicola del Dekalog,
apprendiamo che Zofia, l’insegnante di filosofia, sarebbe stata la signora che
avrebbe dovuto salvare la piccola Elzbieta, falsificandole il certificato di
battesimo, per sfuggire alle persecuzioni naziste. Il rifiuto dell’ultimo minuto, da parte di
Zofia, di aiutare la piccola Elzbieta, è frutto del suo non voler contravvenire
alla fede cattolica, a cui appartiene, o alla sua scelta etica di sacrificare
una vita per salvarne altre? (così leggiamo nei versi della Airaghi: Destinato
a salvare il generoso non avrà gratitudine da colui che ha salvato. Gli basti
il pregio del soccorso offerto al vinto, allo sconfitto. Lui applaudito
magnanimo, l’altro costretto al quotidiano inferno della riconoscenza). Il
caso (?) vuole che le due donne si riconcilino e si perdonino vicendevolmente a
distanza di anni.
Le prospettive filmico-poetiche
del Dekalog Kieślowsky/Piesiewicz e del Decalogo di Alida Airaghi
assurgono a straordinario capolavoro intellettuale, nella misura in cui la
riflessione etico-religiosa è inserita nell’attuale contesto della società
ipertecnologica e consumistica, caricandosi, da un lato di anelante
spiritualità, necessaria, dall’altro, di attaccamento materiale dell’individuo
moderno, nelle sue fragilità e imperfezioni, all’ordinario, quale prodigiosa manifestazione
del divino (o del caso/del destino?).

La copertina del libro
Non è un caso che la Airaghi citi
ad esergo dell’opera, i versi tratti dal poema Gerontion di T. S. Eliot e
che a sua volta si richiama ai versi 12:3409 del Vangelo secondo Matteo: Signs
are taken as wonders (I segni sono scambiati per meraviglie). Il
riferimento al secondo episodio/comandamento del Decalogo in cui l’insetto
affogato nel bicchiere si arrampica sul vetro, un semaforo da rosso si fa
verde, segnale di ripartenza, potrebbe esser segno di rinascita del malato
terminale in ospedale che può sperare di vivere ancora. Esattamente
all’opposto, la boccettina di inchiostro blu, che si riversa sulla scrivania
del papà di Pawel, nel primo episodio/comandamento, rappresenterebbe presagio
di morte.
Sia Kieślowsky che la Airaghi non
offrono soluzioni etiche per lo spettatore / lettore, semmai riflessioni: abbiamo
la conferma ulteriore, attraverso l’arte, che, qualunque azione dell’essere
umano, possa essere il frutto sia del libero arbitrio, sia della manifestazione
del divino imperscrutabile, sia dell’irrazionalità del caso. E come il
testimone silenzioso e triste, che compare nella pellicola del Dekalog Krzysztof
Kieślowsky, così l’angelo fallito o involontario demone del Decalogo di
Alida Airaghi è ombra dei nostri piedi, inclemente memoria, imprescindibile,
anche quando la nostra fede è in bilico.

DA POETA A POETA
Norbert
Conrad Kaser, morto a trentuno anni, è stato il più importante poeta italiano
del Novecento in lingua tedesca. Ribelle, anticonvenzionale, critico verso la
società sudtirolese del tempo, una vita tormentata. Emarginato, alcoolista. Ha
precorso la beat generation. Scriveva: “Ich
bin mude von den ordentlichen leuten”
(“sono stanco della gente perbene”); “der
tod ist ein beamter” (“la
morte è un impiegato”); “zorn wachst mir in den bauch” (“il rancore mi cresce nel
ventre”). A lui, dedico un mio
ricordo in versi, dopo aver letto la sua Poesia, così moderna, così umana. [Zaccaria Gallo]
A
Norbert C. Kaser
di Zaccaria Gallo
Che
ribellarci è dolce,
come il fumo e il vino,
che t’accorciarono la vita,
illuminata da fiaccole e musica.
Nella grande oscurità
– fuoco a distruggere
padri, bestie, masi –
il commiato – Das Scheiden –
Grigia la campagna,
grigi i laghi alpestri,
per angoli bui & nascosti -
sempre queste & -
Fuori dal convento,
i sabati della passione
fra il fascino dei boschi,
che l’uomo non corrompe
e tu, solo,
con la tua tessera di partito,
infrecciato santo,
fra bestemmie e puttane,
a far vivere invece bambini nelle
fiabe…
… annodato al letto
dell’ospedale,
il tuo fegato bevitore,
i neuroni annegati,
nell’alcool & nella poesia.
[Maggio 2026 - inedita]
SETTE
di Antonio Ricci
Hanno raccolto nel cuore
le voci
calde e umane dei contadini,
nelle
campagne dove l’aratro
scriveva
sulla pianura la genesi
dell’appartenenza
alla terra
rigogliosa,
accolta dalle loro
mani
lavorative.
Nell’anima
si accomuna
il cammino
della memoria
della
dignità, pagate
con il
martirio e il sacrificio
a
beneficio dell’umana sapienza,
con la
consapevolezza di tramandare
di
generazione in generazione
la vita
donata alla libertà.
I sette
fratelli Cervi hanno cantato
i suoni
della rivolta, apprestandosi
alla
Resistenza.
In
silenzio ha singhiozzato
il
cuore di Lei, la mamma.
Nei suoi
occhi magnetizzati dal
dolore,
lucidi di lacrime,
solcava
la sofferenza della
mancanza.
La
famiglia tutta unita
ha incontrato
la morte
non per
diventare leggenda
ma
stelle che segnano la via
dell’avvenire.
[Maggio 2026]
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