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UNA NUOVA ODISSEA...
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 29 marzo 2026
MUSICA
di Eliana Grasso
Napoleone tra mito e rovina nella musica di
Beethoven e Liszt.
La figura di Napoleone Bonaparte
incarna l’ideale dell’eroe moderno: geniale, ambizioso, capace di sfidare il
destino, ma inevitabilmente destinato alla caduta. Questa duplice dimensione -
grandezza e rovina - attraversa tre opere musicali profondamente legate al suo
mito: le Variazioni sul tema della Sinfonia n. 3 “Eroica”, la Sonata
“Appassionata” op. 57 e la Vallée d’Obermann. Nelle Variazioni,
Beethoven rielabora il motivo dell’“Eroica”, inizialmente dedicata a Napoleone.
Il tema si trasforma in un percorso simbolico: dall’entusiasmo rivoluzionario
alla consapevolezza tragica, riflettendo la parabola dell’eroe che da
liberatore diventa tiranno. Nelle prime battute, il basso si presenta con il
contrasto drammatico dei tre colpi del fortissimo sulla dominante; su questa
base, Beethoven sviluppa contrappunti a due, a tre e quattro voci, prima che
emerga il tema principale. Le prime variazioni seguono uno stile più
tradizionale, con una raffinata scrittura virtuosistica che interviene sia sul
tema, sia, occasionalmente, sul basso. La settima variazione introduce un
canone indipendente dal tema, con un’ironia arguta, mentre l’ottava variazione
si apre a un mondo melodico differente, ricordando l’intensità di un breve
klavierstück romantico. La nona riprende un tono brillante, segnando l’inizio
di una nuova fase del ciclo. La quattordicesima variazione, in tonalità minore,
si distingue per la ricchezza armonica e si collega direttamente alla
quindicesima, in tempo lento, caratterizzata da un’ornamentazione originale che
rielabora in chiave innovativa elementi barocchi, culminando nella splendida
fuga finale. La Sonata “Appassionata” fu composta negli anni segnati dalle
guerre napoleoniche. Alcune fonti ricordano la sua circolazione manoscritta
durante l’occupazione francese di Vienna nel 1805, riflettendo il clima
drammatico del periodo. In essa Beethoven esprime la lotta titanica dell’uomo
contro il destino, la stessa tensione che animò Napoleone. Con la Vallée
d’Obermann, Liszt trasforma l’eroismo in meditazione. L’artista romantico
diventa l’erede disilluso di Napoleone: non più conquistatore del mondo, ma
esploratore della propria anima. La grandezza si fa introspezione, e la
battaglia si sposta dall’azione alla coscienza.
MUSICA
di Bruna Panella
I concerti dell’Assunta in Vigentino
Bel
concerto, con Graziella Baroli al cembalo, Marta Fumagalli contralto e
l’Orchestra dell’Assunta diretta da Paolo Volta quello di mercoledì 25 marzo 2026
alla Chiesa di Santa Maria Assunta. La prima parte del programma era dedicata
interamente a J. S. Bach con lo splendido concerto n. 2 BWV 1053 per cembalo,
eseguito con piglio e precisione ritmica richiesti dalla scrittura bachiana di
questo estroverso mi maggiore. Come sempre il grande Bach riesce a conciliare
il rigore matematico con l’espressività dei suoi temi andando a toccare le
corde profonde dell’animo. Aspetto questo molto evidente nel movimento centrale
del concerto nella malinconica tonalità di do# minore. Il programma è
proseguito con la Cantata BWV 200 seguita da un Recitativo e Aria tratti dalla Passione
secondo Matteo BWV 244 dove il contralto Marta Fumagalli ha saputo rendere
con grande espressività e drammaticità il contesto struggente del dolore “Se le
lacrime sulle mie guance non possono nulla, oh, allora prendi anche il mio
cuore!” È stata poi eseguita una delle otto Sinfonie per archi giovanili di
Felix Mendelssohn, la terza in mi minore, composte fra il 1821 e il 1823 fra
l’età di 12 e 14 anni (!) dando prova di una incredibile maturità musicale e
mettendo in evidenza non solo la cantabilità dei suoi temi ma anche un rigore
di scrittura derivato, in età così giovane, da uno studio già molto
approfondito della composizione contrappuntistica. Non a caso sarà lui a
“riscoprire” la Passione secondo Matteo dopo anni di oblio.
Abbiamo poi ascoltato un pregevole “Salve Regina” del compositore Giacomo Francesco Milano Franco d’Aragona, a torto poco conosciuto. Eseguito dal contralto Marta Fumagalli che ancora una volta ha messo in luce il suo timbro di voce caldo ed espressivo, ricevendo, assieme a tutta l’orchestra magnificamente diretta, ripetuti ed entusiasti applausi. Calabrese di nascita (1699 - 1780), Milano era un personaggio eclettico: diplomatico, uomo politico, musicista di talento e apprezzato cembalista, ma anche marchese di San Giorgio e di Polistena, principe di Ardore e del Sacro Romano Impero. Fu allievo a Napoli di Francesco Durante cui regalò un puledro di razza selezionato nelle sue scuderie di Polistena. Per sdebitarsi Durante gli dedicherà un suo “Salve Regina”.
LEONOR FINI SCENOGRAFA E COSTUMISTA
di Angelo Gaccione
La Galleria
d’arte “Tommaso Calabro” ha sede in un magnifico palazzo di Corso Italia al
numero 47: Casa Grondona. Il proprietario, l’industriale Felice Grondona,
produttore di veicoli ferroviari, se l’era fatta costruire dall’architetto
Enrico Terzaghi nel 1876. La facciata si presenta con uno stile sobrio e
gradevole, arricchita da finestre con cornici, timpani e balconi. Quello
centrale è sorretto da quattro colonne. Il lungo sotto-gronda mostra mensoloni che
raffigurano maschere grottesche poco raccomandabili. Il giardino interno,
subito dopo l’atrio, è un’oasi di pace e non giunge all’interno nessun rumore
del traffico sempre molto intenso sul corso. Di questo silenzio godono le
stanze della Galleria che si raggiunge salendo i pochi gradini, e che vi fa
sentire come foste in un salotto privato invitato ad ammirare la collezione di
un amico. Ogni volta che ci torno si rinnova questa sensazione. Come ora che
sono venuto per vedere i disegni e gli acquerelli di Leonor Fini: tutti
“appunti”, bozzetti e studi su carta, realizzati per scene teatrali e balletti,
che la galleria Calabro ha acquistato da un privato, un amico dell’artista di
New York.
Sono lavori realizzati a partire dalla metà degli anni Quaranta fino
agli anni Sessanta del secolo scorso e si vede la mano duttile della
scenografa, della costumista. Si tratta, infatti, di costumi per spettacoli di
altri e di sé stessa, come per esempio Le Rêve de Leonor, il balletto da
lei ideato nel 1949. Ci sono i personaggi del teatro della Commedia dell’Arte
fra questi schizzi e disegni, e c’è lei stessa, se me la ricordo bene, divenuta
sempre più magra e malata, quando la vidi a Milano per un lavoro che sulla
pittrice stava realizzando l’amico franco Alimena della International Film.
L’acquerello della madama in vestito rosso e corona in testa esposto in mostra è
lei, ne sono certo. La grande visionaria surrealista amava travestirsi anche
nella vita quotidiana ed esibire vestiti di grande originalità e pettinature
che di sicuro non passavano inosservate.
ALBUM
Galleria Tommaso Calabro
Corso Italia 47 - Milano
Info@tommasocalabro.com
Tel. 02 - 49696383
Orari di apertura 11 - 19
Da martedì a sabato
I GIOCHI OLIMPICI
di Luisa Bonetti
Adesso che i Giochi Olimpici Milano Cortina sono
terminati è il momento per una riflessione sulla loro attualità e il loro
impatto emotivo. Una lunga storia questa delle Olimpiadi che si è potuta
ripercorrere nelle sale della Fondazione Rovati con la mostra I Giochi
Olimpici. Una storia lunga tremila anni. Reperti greci, etruschi, romani
accanto a memorabilia del secolo scorso e di un passato più recente si
alternano, si confrontano e si intrecciano in un continuum tra mondo
antico e mondo moderno. Le
Olimpiadi antiche, nate nel Santuario di Olimpia nel 776 a.C. in onore di Zeus,
si sono diffuse poi anche tra il popolo etrusco e romano. Dopo millenni vennero
sospese dall’imperatore Teodosio I nel 393. Come si sa le Olimpiadi moderne
furono volute da Pierre de Coubertin nel 1896 e si svolgono ogni quattro anni
in una sede differente toccando i cinque continenti e dando così un significato
preciso al concetto di universalità, non solo per la provenienza degli atleti
in gara ma anche per la copertura geografica. Nel 1926 vennero riconosciuti dal
CIO i Giochi Invernali la cui prima edizione non ufficiale si svolse a Chamonix
nel 1924. Le Paralimpiadi, sulle quali da alcuni anni si sta cercando di
attirare sempre di più l’attenzione del grande pubblico per la loro valenza
educativa, hanno una storia particolare. Tutto inizia nel 1948, in Inghilterra,
quando si organizzano dei giochi per i veterani della Seconda guerra mondiale
come terapia riabilitativa attraverso lo sport. La prima edizione estiva si
svolse a Roma nel 1960 e quella invernale nel 1976 in Svezia. I Giochi furono
sospesi solo nel 1914 e nel 1940 per le due guerre mondiali e rinviati nel 2020
a causa della pandemia. I principi dello spirito olimpico, definito Olimpismo,
sottolineano come lo sport sia indispensabile per promuovere una società
pacifica, inclusiva, e rispettosa della dignità umana, favorendo amicizia, fair
play, solidarietà. Si potrebbe obbiettare che alcuni di questi ideali non solo
trovano difficile applicazione all’interno di alcuni livelli del mondo olimpico
ma sono completamente disattesi nel mondo d’oggi. Tuttavia, la validità del
messaggio olimpico è sempre attuale e importante, soprattutto quando si vivono
tempi che sembrano portare la civiltà umana verso il baratro. La
presenza di tanti giovani visitatori alla Fondazione Rovati può accendere una
speranza sul futuro dell’umanità.
NOVITÀ LIBRARIE
Sto arrivando…
Mi chiamo Innesti Umani e
sono una ricchissima e articolata antologia poetica composta da ben 98 voci
poetiche provenienti da ogni parte d’Italia e da diverse nazioni del mondo:
tutte allineate rigidamente in ordine alfabetico. Un corpus di tutto rispetto,
ben 160 pagine. Mi hanno realizzata Luca Ariano ed Emanuela Rizzo che hanno
scritto anche una splendida nota introduttiva. La copertina si avvale di due
foto di Giuseppe Pandelli, la prefazione è del botanico Piero Medagli e la postfazione di Giorgio Triani. È un libro
necessario e di forte presa di coscienza da parte di poeti e poetesse sul
rischio che la nostra “casa comune”, il luogo che ci tiene in vita e ci
sostenta, sta correndo, minacciato nelle sue componenti necessarie: l’acqua, il
suolo, l’aria, senza le quali ogni essere senziente (uomini, animali, piante),
non potrebbe sopravvivere. Stiamo allegramente devastando il territorio e
manomettendo il suo paesaggio, la sua bellezza. Veri e propri criminali
ambientali e Governi e Stati guerrafondai (la guerra è terrorismo e distruzione
generale) stanno accelerando questo processo fino all’implosione finale. Le
voci di questi poeti sono un monito e insieme una celebrazione della natura e
del suo perfetto equilibrio. Abbiamo poco tempo per invertire la rotta; abbiamo
poco tempo per rinsavire. Procuratevi questo libro e fatene buon uso;
diffondetelo, regalatelo, è un’opera di resistenza contro la barbarie che
avanza. Il libro sarà presentato alla Biblioteca Bizzozzero di Parma venerdì 22
maggio alle ore 18. Seguiranno presentazioni a Milano, Bologna e Napoli e si
sta cercando di organizzare un’anteprima nazionale al Salone del Libro di
Torino. [Angelo Gaccione]
Autori
Vari
Innesti Umani
A cura di Luca Ariano ed Emanuela Rizzo
Poesia Edizioni - 2026
Pagg. 160 € 16,50
Gli Autori
Cinzia Abelli, Amedeo Anelli, Luca
Ariano, Elisa Barbieri, Giancarlo Baroni, Rosanna Bazzano, Claudio Bedocchi,
Marilyne Bertoncini, Alberto Bertoni, Nial Shankar Bhawani, Gisella Blanco,
Maria Borio, Costanza Canali, Salvatore Cantone, Roberto Cescon, Chen
Hsiu-Chen, Paolo Consigli, Mariela Cordero, Marco Corsi, Ivan Crico, Andrea De
Alberti, Sabrina De Canio, Carmine De Falco, Mauro De Maria, Mario De Santis, Gabriel Del Sarto, Tania Di Malta, Sergio
Daniele Donati, Gabriela Fantato, Sara Ferraglia, Mauro Ferrari, Rosanna
Frattaruolo, Tiziano Fratus, Luo Fu (Kitty Hsu), Angelo Gaccione, Guido Mattia
Gallerani, Arianna Galli, Francesco Gallieri, Bruno Galluccio, Elizabeth Guyon
Spennato, Federico Italiano, Arjan Kalço, Izabella Teresa Kostka, Giuliano
Ladolfi, Giuseppe Langella, Gianfranco Lauretano, Vincenzo Lauria, Giuseppe
Andrea Liberti, Lin Lu, Eugenio Lucrezi, Paola Maccioni, Alberto Manzoli,
Franco Manzoni, Gian Ruggero Manzoni, Emanuele Marazzini, Stefano Massari, Nico
Mauro, Max Mazzoli, Marco Melillo, Marco Mittica, Bruno Mohorovich, Luca
Mozzachiodi, Niccolò Nisivoccia, Alberto Padovani, Alfredo Panetta, Marlene
Pasini, Marco Pelliccioli, Antonio Perrone, Cetta Petrollo, Fabio Pusterla,
Rossella Pretto, Maria Pia Quintavalla, Claudio Recalcati, Rossella Renzi,
Alfredo Rienzi, Salvatore Ritrovato,
Emanuela Rizzo, Tina Rizzo De Giovanni, Serena Rossi, Sergio Rotino, Enea
Roversi, Fabiana Russo, Alma Saporito, Nadia Scappini, Evaristo Seghetta,
Alessandro Seri, Massimo Silvotti, Giancarlo Sissa, Sofia Skleida, Rossella
Tempesta, Francesco Terracciano, Italo Testa, Dang Than, Lucilla Trapazzo,
Ferdinando Tricarico, Adam Vaccaro, Maria Luisa Vezzali, Chi-Chu Yang.
Come richiedere il libro
POESIA
EDIZIONI
Via dello
Zucchero, 12 - 06132 Perugia
ordini@bertonieditore.com
info@bertonieditore.com
Telefono: 329 -
8881111
Acquistabile
direttamente alle librerie e su Amazon
Il libro è
distribuito dalle Messaggerie Italiane
FRANCESCO PRIMO ITALIANO?
di Francesca Mezzadri
Il libro propone una narrazione divulgativa della vita di Francesco
d’Assisi presentato come figura anticipatrice di valori moderni e, in chiave
suggestiva, come “primo italiano”: un simbolo identitario prima ancora che
religioso. C’è davvero bisogno dell’ennesimo libro
su San Francesco? La risposta, dopo la lettura, è semplice: no. Non perché la
figura non meriti attenzione, ma perché il sottotitolo - “il primo italiano” -
tradisce già l’impostazione: un’operazione più narrativa e commerciale che
storica. Attribuire a una figura medievale
un’identità nazionale moderna è un evidente anacronismo. L’idea stessa di
“italianità” è il prodotto di un lungo processo culturale e politico, che
arriva a maturazione ben dopo l’Unità e che ancora nell’Ottocento necessitava
di essere costruito, come ricorda la celebre formula di, “fatta l’Italia,
bisogna fare gli italiani”. In questo senso, il libro rinuncia a qualsiasi
pretesa di rigore per inseguire una narrazione accessibile e rassicurante. Cazzullo
si muove su un terreno già battuto, riproponendo un Francesco attualizzato,
levigato, perfettamente compatibile con la sensibilità contemporanea. Ne esce un
ritratto prevedibile: un santo “moderno”, vicino al messaggio evangelico,
portatore di valori semplici e universalmente condivisibili. Più catechismo
divulgativo che saggio storico, senza reali elementi di novità interpretativa. Il
problema non è tanto la semplificazione, inevitabile nella divulgazione, quanto
l’assenza di profondità critica. L’autore, forte di un successo editoriale
consolidato, confeziona un prodotto scorrevole ma privo di reale originalità.
Il risultato è un instant book che conferma una tendenza: privilegiare la
vendibilità rispetto alla complessità, puntando su formule già collaudate e
rassicuranti per il grande pubblico. Persino sul piano culturale, il richiamo alle origini della lingua italiana
- il “Cantico delle creature” - resta sullo sfondo, senza essere davvero
sviluppato, ridotto a semplice citazione simbolica più che a nodo critico, e
senza inserirlo in un discorso linguistico più ampio e problematico. In definitiva, un libro che dice ciò
che il lettore si aspetta già di trovare, senza mai metterlo davvero in
discussione né offrire strumenti interpretativi nuovi. E forse è proprio questo
il suo limite maggiore.
Aldo Cazzullo
Francesco. Il primo italiano
Ed. Harper Collins Italia
Pagg. 288, 2025
SCAFFALI
di Alida Airaghi

Don Angelo Casati
La poesia, l’assoluto,
l’incontro, l’abbraccio.
Consegno e
affido spesso, pur da non credente, le mie ansie quotidiane e il mio desiderio
d’infinito alla lettura domenicale delle omelie di Don Angelo Casati, presenti
sul sito www.sullasoglia.eu. Perché
dopo un’amicizia epistolare più che decennale, e dopo l’attenta riflessione
critica sulle sue pubblicazioni, trovo nell’interpretazione delle pagine del
Vangelo di questo gentile sacerdote ultranovantenne non solo l’accoglimento
umile e grato della Parola, non solo uno scavo nell’interiorità umana privo di
pregiudizi, ma soprattutto la capacità di rivestire singole espressioni del
testo sacro di una particolare suggestione emozionale. Così scrive Chandra
Candiani: “Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si
ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha
frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che
fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”.
Poeta è infatti Don Casati,
innamorato fruitore e produttore di poesia, che ha al suo attivo molte
pubblicazioni spazianti dalle raccolte di versi a commenti evangelici, da
riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti
per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il
Saggiatore…). Nato a Milano nel 1931, è sacerdote dal 1954, parroco a Busto
Arsizio, a Lecco, a San Giovanni in Laterano a Milano: oggi risiede nella casa
parrocchiale di Via Montenapoleone, con la vista parecchio compromessa, il
fisico indebolito e vacillante, la porta aperta, per quanto gli è possibile, alle fessure che ancora gli offre la vita.
L’ultimo suo libro si intitola Riaprire
le sorgenti, ed è un’intervista condotta dal critico Francesco Occhetto
sulla esperienza esistenziale e sacerdotale, e sul rilievo che la poesia ha
assunto nella vicenda umana dell’autore. Proprio Occhetto nella sapiente
prefazione al piccolo volume sottolinea che nel nostro “presente tanto
obnubilato dall’incapacità di ascolto e attenzione interiore”, Don Angelo
riesce “ad accendere focolai di risveglio” attraverso la sua confidenza col
trascendente e il suo magistero di carità, “non forzando ma sussurrando”. Lo
fa, appunto, con l’insistere sul senso ultimo della poesia, che ha il compito e
l’urgenza di recuperare il sapore massimo d’ogni parola, salvandola “dall’uso
letterale, meccanico, mercantilistico che se ne fa comunemente”.
![]() |
| Don Angelo Casati |
Poche le annotazioni biografiche nel
dialogo d’apertura: la nascita in una numerosa famiglia milanese residente vicino
al Politecnico, le vacanze brianzole presso il nonno medico condotto,
l’educazione cattolica e la volontaria entrata in un seminario rigidamente
“incolonnante”. E poi la rivelazione del luminoso messaggio di Cristo tramite
l’insegnamento di un insegnante di teologia, e la contemporanea scoperta della
voce dei poeti sempre più letti, amati, imitati, fino all’identificazione di un
timbro personale che ha caratterizzato tutta la sua produzione in versi.
Se gli si chiede di definire cosa
sia la poesia, Don Casati risponde che essa “venera e custodisce la distanza:
il suo posto è sulla soglia”; allude, rarefà, invoca immagini, lascia spazio al
silenzio; è indugio, mistero, incanto, stupore, nostalgia. Perché come esseri
umani abbiamo il dovere di indugiare con il pensiero su cosa siamo e su qual è
il nostro destino di creature, di rispettare il mistero che circonda vita e
morte, di stupirci della bellezza e grandiosità della natura, di provare
nostalgia dei volti amati, delle cose perdute.
“A me è dato / per grazia /
carico d’anni / incantarmi”, scrive il sacerdote-poeta, “insonne cercatore
di Dio… in mendicanza di luce”, che ammonisce il lettore di “stare dentro la
vita… fare voto di vastità”. Dilatarsi per uscire dai confini stretti dell’ego,
perché “abbiamo messo al centro del mondo l’io prevaricatore che cancella il
volto dell’altro, l’io totalizzante, radice di tutti i totalitarismi politici e
di tutti i fanatismi religiosi, l’io prepotente”. Allora scrivere poesia diventa
una preghiera di ringraziamento, ma non devozionale, moralista, puritana; anche
la poesia religiosa deve sconfinare, aprire, azzardare, ribaltare abitudini
consolidate da riti ecclesiali obsoleti e claustrofobici, sempre escludenti e
definitori.
Don Angelo non teme di apparire
scandaloso, quando rifiuta come il suo caro amico David Maria Turoldo “una
religione persa nei codici e nelle astrazioni”, e confessa: “L’aria mi era e, a
volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei
cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo,
esco, manca l’aria. Soffro restrizione. In cuore mio navigavano pensieri: Hanno
abbassato i monti / l’hanno chiamata religione. / Hanno impoverito l’orizzonte,
/ l’hanno chiamata fede”.
Fede vera è affidamento discreto,
anche nella malattia e nella vecchiaia (“Perdo pezzi di voce e di occhi, /
di memoria e di cuore. / Dietro / alle spalle tu ti chini / e raccogli”), sapendo
che anche l’ombra potrà dare senso al non senso della fine, se accettata,
attesa come un abbraccio.
Angelo Casati
Riaprire le sorgenti
In dialogo con Francesco Occhetto
Ed. Sapino, 2026
Pagine 96 € 13






















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