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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 12 gennaio 2026
TRUMP
di Romano
Rinaldi
I nodi
vengono al pettine.
Avendone ripetutamente scritto in tempi non
sospetti, mi sento autorizzato a tornare sull’argomento dell’attitudine alla
funzione di governo da parte dell’attuale presidente della prima potenza
militare al mondo. In effetti, nelle precedenti occasioni, mi riferivo alla
medesima persona come il rappresentante della più potente (e antica) democrazia
dei nostri tempi. Purtroppo però questa definizione non ha più ragione di
essere richiamata, soprattutto in quanto l’interesse per l’ordinamento
democratico del suo Paese e del resto del mondo, non è più tra le priorità,
come ampiamente manifestato con le azioni ed anche teorizzato col “pensiero” di
questo individuo. Mi riferisco in particolare ad una recente intervista
rilasciata al New York Times nella quale, richiesto del suo parere su quale sia
il limite alle azioni che intende intraprendere per ottenere quanto egli reputi
necessario per fare l’America di nuovo grande, l’inquilino della Capanna
Bianca, corroborato da una tribù che non solo lo imita ma cerca addirittura di
superarlo in sfrontatezza, non ha avuto esitazioni ad ammettere che l’unico
limite che egli percepisce è quello della sua stessa coscienza. Parola
estremamente impegnativa ma che nulla ha a che fare con le regole scritte o
tramandate nei secoli dall’umanità per costruire la convivenza all’interno dei
popoli e tra popoli retti da diverse regole. Comprese le disposizioni del
diritto e delle Istituzioni internazionali create per arginare le possibili
derive che hanno portato l’umanità a soffrire gli ultimi due conflitti mondiali
e che ci hanno regalato il periodo di pace in Europa più lungo della sua
storia. A mio parere quell’affermazione basta e avanza per confermare l’indole
dell’uomo, ben prima che del capo dello stato, e certificarne inappellabilmente
l’inadeguatezza a governare, non solo una democrazia ma una qualsivoglia
comunità di individui che non voglia entrare in conflitto con chiunque altri
non condivida la medesima “coscienza”. Insomma una affermazione che denota
l’incoscienza allo stato puro e squalifica chiunque sia eletto per curare gli
interessi di una molteplice comunità di individui che necessariamente non
possono condividere la stessa “coscienza” o il medesimo ombelico, che dir si
voglia. E tanti auguri per la prossima assegnazione del Premio Nobel per la
Pace!
domenica 11 gennaio 2026
NOTA A UNA GIOIOSA FATICA DI GACCIONE
di Laura Garavaglia

Angelo Gaccione
Per gentile concessione della sua autrice, pubblichiamo per i lettori di
“Odissea” la nota di lettura di Laura Garavaglia comparsa mercoledì 7 gennaio 2026 sul suo blog “Da Poeta
a Poeta”.
Il titolo dell’antologia di poesie Una gioiosa fatica di Angelo
Gaccione (La Scuola di Pitagora Editrice 2025, pagine 160 € 16) è l’ossimoro
perfetto per descrivere la sua opera: la scrittura come impegno, scavo nel
dolore e nella storia, ma che produce la gioia suprema della libertà e del
volo.
Nel libro la poesia non è mai un esercizio di stile fine a sé stesso, ma
una forma di resistenza etica. L’opera si presenta come una mappa dei
sentimenti universali che attraversa il Novecento, le sue ferite e cicatrici,
cercando incessantemente quel punto di equilibrio dove il “mite dolore” del
poeta può riscattare il dolore del mondo.
Le poesie sono raccolte in varie sezioni, dalla prima, Le ritrovate, a quella che chiude l’opera, Le ultime: il poeta conduce il lettore attraverso
una sorta di topografia delle emozioni. Dai primi versi giovanili, (per esempio
la brevissima e intensa poesia “Ho perso i miei tredici
petali/me li ha rubati la vita/quando rifioriranno/ avrò le ali”,
che esprimono una malinconia profonda, un momento della vita in cui ci si sente
privati di qualcosa di prezioso e vitale, eppure si intuisce che quella perdita
non è la fine, ma una metamorfosi) il poeta attraversa poi alcune città
che si fanno luoghi dell’anima, Parigi e le sponde della Senna, Monaco e
le piazze bavaresi, i vicoli di una Milano notturna, “amata e odiata”, dove i
poeti si riprendono lo spazio sottratto dai “mercanti”. In queste pagine, la
città non è solo sfondo, ma sembra prendere corpo, un corpo fatto di odori, di
“strade senza banche” e di incontri fugaci che sembrano segnare il passaggio
verso la maturità.
L’opera ha una profonda caratura morale: Gaccione affronta l’orrore del Novecento - i Gulag, i Lager - con tono deciso e super partes. Per il poeta, il
“disumano” ha un unico volto. Il suo è un richiamo alle vittime, ai “corpi
crivellati”, affinché il loro silenzio dia voce alla nostra coscienza.
L’autore mette in scena l’eterno conflitto tra il determinismo biologico,
che traspare ad esempio dalle parole di uno dei personaggi presenti nelle
poesie, Aristide Bellocchio, e la capacità umana di creare un diverso destino
grazie all’arte della scrittura. Sembra dirci che anche se è l’istinto a
governarci è la parola che ci libera, come si legge nella poesia Va’ parola mia… che richiama alla mente i famosi
versi di Luzi di Vola alta parola.
Molti altri spunti di riflessione offre questo libro, già lo si intuisce da
quanto scrive Gaccione nell’Incipit: “La poesia mi è appartenuta. Io sono appartenuto alla poesia. È
stato un rapporto cominciato presto e non si è mai interrotto”. E si comprende come abbia saputo
trasformare i propri “tredici petali” rubati in ali possenti. È un’opera che profuma
di pane buono dentro la credenza e brilla di “stelle appese al mio balcone”, capace di riportare
il lettore “più vicino al cielo”.
Un’antologia necessaria, dove ogni verso risuona e lascia un’eco profonda
nel lettore, ricordandoci quanto il valore della poesia si fa respiro e
resistenza, capace di “insinuare dubbi salutari” e indicarci ”sentieri
scivolosi” [1], come ha
scritto Attilio Bertolucci, per aiutarci a capire che l’impegno, l’onestà
intellettuale e la responsabilità del poeta costano sì fatica, ma offrono
anche, come ho scritto all’inizio, l’ineguagliabile gioia della libertà.


La copertina del libro
Nota
[1] I
poeti e la scuola: incontri con Bertolucci, Cucchi, Porta, Sereni.
A cura di Giacinto Spagnoletti, Guerini e Associati Edizioni, Milano, 1982.
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| La copertina del libro |
L’autrice della Nota
Presidente de La Casa Poesia di Como
![]() |
| Laura Garavaglia legge poesie in Corea (Seul, ottobre 2025) |
BUFFONI E L’IDENTITÀ QUEERdi Federico MiglioratiIl termine “queer”, portato alla ribalta dai movimenti che
promuovono la tutela della diversità di genere e richiamato in più occasioni
tra gli altri da Michela Murgia, sta per “strano”, “insolito”. Ciò che devia
dalla consuetudine, dalla normalità (posto che si possa definire una qualche
forma di normalità nell’ambito umano). Ed è proprio su di esso che Franco
Buffoni, poeta, scrittore, traduttore di lungo corso che non ha mai fatto
mistero della propria omosessualità, dedica un interessante e variegato volume
dal titolo: Aureole e tigri dal mondo queer. Racconti di un’altra letteratura,
recentemente licenziato da “Il ramo e la foglia edizioni”, piccola realtà
editoriale romana diretta dai bravi Roberto Maggiani e Giuliano Brenna. E di
cosa parla in particolare Buffoni nelle pagine? Di scelte personali e di arte,
di storia e di filosofia, di poesia e di quotidianità, di astronomia e di
microbiologia, il tutto in maniera cordiale e diretta, senza fronzoli, per
chiarirci quanto l’essere queer, un’identità figlia di plurime identità, non
rappresenti alcun “errore” della natura, come qualcuno ancora oggi sostiene, né
sia un peccato perché da che mondo è mondo questa condizione ha vissuto
un’alterna fortuna. Certo, se non ci fosse stato l’ebreo-cristiano Saulo, che
nelle lettere greche non fa mistero di considerare la sodomia, il “reato
immaginario” come per molti anni fu considerato diventando un elemento di grave
trasgressione al volere divino tanto da condurre nel corso dei secoli alle
persecuzioni contro le relazioni omoerotiche (dall’editto di Costantino alle
leggi liberticide di Diocleziano), ebbene senza Saulo certamente il corso della
storia avrebbe registrato una maggiore tolleranza verso le minoranze sessuali
ma tant’è. Buffoni chiarisce bene cosa ciò abbia rappresentato non rinunciando
a penetrare nella propria esistenza per riflettere su questo o quel tema: dei
tre momenti tragici vissuti o lambiti (il dramma dell’Aids che lo ha privato di
molti amici, un tumore ai polmoni fortunatamente debellato, l’esperienza
pandemica che tutti ci ha coinvolto) dà atto alla scienza di avergli garantito
la salvezza. E quale nesso ci sarà mai tra questi aspetti e il mondo queer? Esiste:
la natura, ci spiega il poeta romano, dà una straordinaria prova di essere
queer, insolita, portandoci a rivoluzionare spesso le nostre idee. Fuori da
ogni conformismo e dogmatismo letterario siamo invitati a percepire nelle opere
di Leopardi, Saba e D’Annunzio risvolti omoerotici più o meno evidenti: se il
primo, nel rapporto con Antonio Ranieri, non ha mai fatto mistero di andare
oltre la pur intensa amicizia, nel poeta triestino non c’è solo il romanzo “Ernesto”,
che raccoglie le confessioni sull’iniziazione omosessuale del letterato, a fornirci
spunti di verità. E nel caso del Vate c’è la relazione intessuta con il
danzatore e cineasta Alberto Spadolini “Spadò” a emergere, in una vicenda
personale, quella dell’illustre ospite del Vittoriale, che ha connotato di
tinte queer soprattutto la fase iniziale e quella conclusiva dell’autore de “La
pioggia nel pineto”. Ce n’è anche per due calibri da novanta della musica
classica, osservati nelle loro amicizie pruriginose, “nascoste” dal velo di
un’epoca ipocrita in cui non potevano emergere: è il caso di Chopin da una
parte, e di Čajkovskij dall’altra. Variegato ed elaborato il
testo su Pasolini, che da adolescente in epoca fascista fu “costretto” a
conoscere il mondo attraverso il filtro della propria condizione sessuale. Sul
lato femminile viene narrata l’avvincente storia di Adrienne Rich, scrittrice del
Maryland “lanciata” da Auden, impegnata in convinte battaglie pacifiste e
contro le discriminazioni sessuali: è lei che, secondo Buffoni, incarna al
meglio l’immagine del lesbismo quale ineluttabile esito del femminismo. I
racconti contenuti nella raccolta sono, dunque, non solo un vivace e
sfaccettato quadro d’insieme nel tempo e nello spazio, nella verità spesso
dimenticata quando non occultata, ma, come scrive lo stesso autore nel risvolto
di copertina, puntano a far che si che “qualche giovane possa trarre motivo di
orgoglio e rinnovata dignità”. Queer è bello, insomma.
Franco Buffoni Aureole e tigri dal mondo queer. Racconti di un’altra letteratura.Il ramo e la foglia edizioniPagg. 162 € 16,00
Franco Buffoni
LIBRI
di Francesca Pilato
La terribile attualità del
viaggio di Polissena
«La passerella ondeggiò. Mi
fermai per ristabilire l’equilibrio. […] C’era spazio sufficiente sulla cengia
o avrei dovuto stringermi alla parete e avanzare strisciandoci contro la
schiena? Un tremore mi risaliva le gambe, l’inizio della vertigine».
È nel movimento incerto
verso una meta ignota che la voce narrante dà inizio ai suoi ricordi. La Grande Guerra «scoppiata un anno prima,
mi aveva risucchiata e poi deposta in un luogo sconosciuto, come fossi il
guscio vuoto di un mollusco sulla spiaggia». Eppure, benché il dolce “mondo
di ieri” sia ormai irrimediabilmente alle spalle, l’internamento della giovane
farmacista triestina Polissena Das nella cava piemontese a nord del lago
Maggiore si accende fin dalle prime pagine con i vividi colori di un intenso
Bildungsroman. Accolta autorevolmente da Leon, «il vecchio che ascolta
la radio» e che genialmente trattiene ogni sera i bambini della cava con le
storie del favoloso zio Ulli, Polissena, da giovane colta e tenace qual è, può
osservare e agire oltre le dure regole della convivenza tra profughi. In
un abile intreccio di voci, idiomi e
registri (merito dell’autrice far vivere anche linguisticamente la varietà sociale
degli internati), e se pur nel breve
tempo concesso loro dall’incalzante memoir, nello scorrere dei cinque
mesi trascorsi nella cava, il lettore va incontro a personaggi indimenticabili: l’irriverente
Giulio, ex professore di filosofia di dichiarata fede socialista, «la bambina
alta» (non indicata altrimenti che con
questo attributo), la Polesana,
la giovane prostituta che si rosicchia le unghie fino allo stremo e che sarà
curata da Polissena con un flacone
d’aloe conservato provvidenzialmente nella sua borsa di farmacista. Nella
solidarietà femminile scevra da moralismi espressa in questa circostanza si
riconosce una volta di più la natura coraggiosa della giovane triestina, che
fin dalle prime pagine del memoir rivela le profonde ragioni del suo
pensare e del suo agire. Se pur costretta a una lunga sosta nella cava
piemontese, Polissena mai si discosterà da un imprescindibile imperativo
morale: ricongiungersi con la nipote Giustina, orfana della sorella Aurelia e
affidata a balia a una famiglia trentina trasferita chissà dove.
«Siamo tutti quanti da qualche
parte ormai e nessuno è più dove dovrebbe essere» le dirà l’amica di scuola
Ersilia durante un fortunoso incontro alla Croce Rossa austriaca di Rovereto.
Dalla notte di Natale del 1915,
infatti, grazie a un evento inaspettato, Polissena sarà sospinta verso nuove
peregrinazioni. Con gli abiti imbottiti dai ciuffi di lana che il passaggio di
un gregge ha lasciato tra i rovi di un vallone sotto la cava (occasione che fa
nascere prove di solidarietà tra i profughi, la polesana e la madre della
bambina alta si passano «la lana dalla latta al graticcio» perché, come
commenta il professore socialista Giulio, «bisogna lavorare insieme per
capirsi»), la giovane farmacista triestina vivrà le incertezze e i pericoli
di un percorso al limite della clandestinità. Lascio ai lettori l’avventuroso compito di seguirla nell’accidentata
mappa dei suoi spostamenti (il confine svizzero, Ascona, la frontiera con
l’Austria e ancora, a ritroso, il ritorno a Trento e alla Valle dell’Adige),
per infine soffermarmi su un luogo cruciale non tanto sul versante dei fatti
(l’avvicinamento o il ritrovamento della nipote) quanto sull’inquieto crinale
della conoscenza di sé. In un’atmosfera non troppo dissimile dal Doppio
sogno dello scrittore austriaco Arthur Schnitzler, Polissena vivrà per
qualche tempo in una magione padronale nei pressi di Trento. Affidata dai
proprietari ai Finfer, una generosa coppia di contadini custodi, Villa
Freude è presto scelta come residenza da un colonnello austriaco e dai suoi
uomini. Una imprevista contiguità abitativa che induce l’Oberst, quasi in veste
di nuovo padrone di casa, a meglio conoscere la giovane «ospite di Frau
Finfer». Abile nel non cedere alla tentazione del mélo, l’autrice
illumina per la prima volta Polissena con la luce di un pudico turbamento
erotico simile forse alla trasparenza degli occhi di giada del ‘gatto’ del
manico in avorio del suo ombrello, prezioso regalo materno da cui mai si
separa. Nei brevi incontri con l’Oberst, tra i ceppi del camino della grande
sala da pranzo e le carte da gioco su cui ogni sera il colonnello «passa(o)
un po’ di tempo a fare solitari, […] come fosse l’unica cosa che avesse
(i) da fare nella vita», Fräulein Doktor rivela con fiducia e semplicità qual è «il suo
scopo preciso», la ricerca della nipote «scomparsa durante il viaggio di
trasferimento da Rovereto al campo di Mittendorf». Separati
bruscamente dalle oscure ragioni della guerra (“domani mi trasferiscono a est”
le dirà l’Oberst chiudendole la mano tra le sue), Polissena continuerà la sua quête in
dolorosa solitudine. Né varrà il suo servizio presso la Croce Rossa austriaca
per venire a capo dell’intricata vicenda (così come viene delusa la speranza di
avere notizie del colonnello di Villa Freude). La fine del conflitto è
anche la fine di un tanto agognato ricongiungimento familiare? Polissena, e
l’autrice con lei, ci riservano un coup de thêatre che
travalica lo scioglimento di un semplice nodo narrativo: fortunosamente
ritrovata nel 1924, la nipote Giustina - abbandonata agli inizi della guerra
nella stazione di Rovereto - è ora Adelia Cattoi, accolta affettuosamente da
una solida famiglia contadina sulle Alpi di Trento.
Venuta correttamente a conoscenza della sua origine di borghese triestina, dopo qualche giorno trascorso in solitudine nella sua stanza, Giustina/Adelia, «una mattina si presentò in cucina e disse semplicemente: siete voi la me mama, che questa gente de Trieste la conosco miga». Nella tragedia della guerra, purtroppo ancora di atroce attualità, le parole di Adelia trafiggono l’oscurità del mondo con la nitida luce della solidarietà e dell’amore. Ma se nel 1926 il bildungsroman di Polissena si conclude con la serenità affettuosa di Giustina/ Adelia, ben differente sarà il timbro del secondo, breve memoir. Nell’incipit, una data e un luogo: 1944. Trieste. Una sera di gennaio. Nella apoteca dove Polissena sta preparando un elettuario di bacche di ginepro giunge all’improvviso Ersilia, l’antica compagna di scuola fugacemente incontrata durante la Grande Guerra. L’incontro tra amiche si tinge subito con i tragici colori del presente: per Ersilia c’è lo sgomento per la sorte del marito quasi certamente internato in un “campo di lavoro” nazista, per Polissena/ Lissi (questo il suo nome familiare) c’è l’amara consapevolezza - non scevra da rimorsi - di quanto ha sofferto e perduto negli anni della giovinezza segnati anch’essi dalla follia bellica. Tuttavia, a conclusione, la tenacia della farmacista triestina, la sua indomabile volontà di dignità e verità riemergono nitide nella semplicità di una scelta: «Scelsi uno dei vecchi registri dei tempi dell’Impero rimasto in bianco perché dopo l’annessione all’Italia era cambiato tutto. Sedetti alla scrivania, lo aprii e cominciai a scrivere sulla prima riga in altro: “Estate 1915. Arrivo in Piemonte».
Anna
Lina Molteni
Polissena
Das. In viaggio verso il golem
Ronzani
editore 2025. Euro 19,00
AUTORI
di
Marco Sbrana

Edouard Levé
Nota
critica su Autoritratto di Édouard Levé
Da
adolescente pensavo che La vita, istruzioni per l’uso mi avrebbe aiutato
a vivere e Suicidio, istruzioni per l’uso a morire. Ho trascorso tre
anni e tre mesi all’estero. Preferisco guardare a sinistra. Ho un amico che
gode nel tradire. La fine di un viaggio mi lascia lo stesso amaro in bocca
della fine di un romanzo. Dimentico ciò che non mi piace. Forse, senza saperlo,
ho parlato con qualcuno che ha ucciso qualcuno. Guardo sempre nei vicoli
ciechi. Quel che c’è alla fine della vita non mi spaventa. Non ascolto mai
davvero ciò che mi dicono.
(Autoritratto,
E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 5)
Indagine
del fenomeno
Édouard
Levé è nato nel 1965 ed è morto suicida, appena dopo aver dato alle stampe Suicidio,
nel 2007. Autoritratto, (Quodlibet, Macerata) è uscito in Italia nel
2025. Il significato di “scoperta” non pertiene tanto alla filosofia quanto
alla scienza, e va da sé. Nondimeno, si può parlare di evoluzione? È una
domanda. Levé dà risposta affermativa perché propone, con Autoritratto,
una forma di autobiografia che si fa carico del pensiero novecentesco in fatto
di scrittura, di possibilità e impossibilità della stessa. Vedremo come Levé
performa le idee di Jacques Derrida, Maurice Blanchot e Roland Barthes.
Non
sono bello. Non sono brutto. Sotto certe angolature, abbronzato e con una
camicia scura, a volte mi trovo bello. Mi vedo più spesso brutto che bello. I
momenti in cui mi vedo bello non coincidono con quelli in cui vorrei esserlo.
Mi vedo più brutto di profilo che di faccia. Mi piacciono i miei occhi, le mie
mani, la mia fronte, il mio culo, le mie braccia, la mia pelle, non mi
piacciono le mie cosce, i miei polpacci, il mio mento, le mie orecchie, la
curva della mia nuca, le mie narici viste da sotto, non so cosa pensare del mio
pene. Ho la faccia storta. La parte sinistra del mio viso non somiglia alla
destra. Amo la mia voce al risveglio dopo una serata alcolica o quando ho
l’influenza. Non ho bisogno di niente.
(Autoritratto,
E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 8)
![]() |
| Edouard Levé |
Autoritratto
si
presenta come un quadro impressionista. Pochi tratti, poche pennellate, accenni
e mai una volta che un dato sia esaustivo, mai che un dato si faccia carico di
una spiegazione che renda conto del tutto. Nell’estratto sopra riportato,
notiamo come la brevissima (auto)indagine estetica sia un’asettica elencazione
di “mi piace” e “non mi piace”. La narrazione è abolita. Non c’è una narrazione
che il lettore è chiamato a ricostruire, Levé dissemina indizi che un lettore
furbo può mettere in fila. Autoritratto è un modello di autobiografia
diverso da quello di gran parte della buona e della cattiva letteratura. Céline
- genio del Novecento - proponeva un itinerario; oggi lo fanno Ernaux, Carrère,
Knausgard, oltre a coloro che del trauma fanno merce e si impegnano in una
successione storytellare che possa neutralizzare ogni forma di domanda
proveniente dal o posta al libro.
Levé
si muove in un territorio diverso, che avvicina il testo non diremo alla
“dimostrazione di una tesi”, ma quantomeno alla sua incarnazione.
E
così, analogamente ai due brani qui presentati, procede il testo. Elenco di
osservazioni quantistiche, che non sfociano mai in qualcosa che ecceda
l’abbozzo. La trama è quindi assente, e risulta assente anche un protagonista
che muova, un narratore che faccia da cicerone tra tutti questi dati. Autoritratto,
così facendo, ha la crudeltà di una cartella clinica. Mera elencazione.
L’unica
speranza del lettore è questa: che Levé affermi o, insomma, alluda
all’impossibilità gestaltica di ridurre il Tutto alla somma delle parti. Ma
tale speranza viene delusa, perché Levé condivide con i grandi narratori
dell’autofinzione (non con quelli che riescono a mercificare financo lo stupro)
il principio etico della domanda. I libri non hanno la risposta a niente. Né,
tantomeno, consolano. La consolazione, sembra dire Levé, è ben più inutile
della spietatezza di un catalogo.
Catalogo
qual è in effetti Autoritratto.
Di
seguito, un altro estratto:
Ho
amici asiatici. Non mangio gelati. Non riempio la casa di cianfrusaglie. Nei
ristoranti poco frequentati conto i clienti e mi dispero sul destino dei
ristoratori. Non sopporto lo slang inglese tradotto in francese, le trovate
stilistiche, spesso improprie, provengono dalla lontana giovinezza del
traduttore o dalla sua idea di parlata del popolo. Apprezzo la semplicità dei
templi protestanti. Ammiro le cerimonie religiose americane con i pastori che
si lanciano in prediche simili al canto e alla trance, è come se finalmente la
vita entrasse in quell’evento morboso e privo di desiderio che è la messa.
(Autoritratto,
E. Levé, Quodlibet, Macerata, 2025, p. 63)
Teoria
incarnata
Chiusa
la pur breve nota fenomenologica “pura”, possiamo notare i nessi con la
filosofia (post)strutturalista.
Cosa
fa Levé? Non dà forma a un Io ma accumula tracce. Tale è l’Io, e non altro. Non
esiste una verità predeterminata sul soggetto ma, così Derrida, esso si
determina gradualmente, scrivendosi, nel processo di accumulazione di tracce.
L’Io,
in questo magma senza teleologia, non si dà mai davvero. Lo abbiamo (ci
vorrebbero decine di virgolette) “dimostrato” poc’anzi: se l’Io di Levé fosse
costituito, esso darebbe necessariamente vita non fosse altro che a un accenno
di narrazione. Levé non accede al suo Io. Levé ha impressioni sparse. Una mente
franta che cerca di costituirsi ma non ha un’origine e non percorre un
sentiero. L’autobiografia, che dovrebbe essere, tra i generi, il più
confortante per l’autore, è in realtà - secondo il pensiero di Blanchot - la
dimostrazione che non si può pervenire al “vero” Io. Che resta un insieme di
frammenti a cui sì, si può dare un ordine a posteriori, come in Autoritratto,
ma in modo del tutto arbitrario. In modo del tutto bugiardo.
Schegge,
perché l’Io stabile è un’illusione e, soprattutto, non precede le tracce che lo
compongono, bensì le segue.
Questa
è una tesi di Roland Barthes, che ha compiuto - ben prima di Levé -
un’operazione analoga con Barthes di Roland Barthes. L’Io originario
come depositario del senso è una bugia che anche la letteratura, grazie a Joyce
e Beckett, ha smascherato. Il soggetto si costituisce a posteriori. Il
linguaggio, le relazioni tra segni, e solo retroattivamente quello che
chiamiamo Io. La posizione di Barthes si integra a quanto abbiamo detto di Levé.
Se Levé credesse nella stabilità dell’Io, ma diciamola grezza, se Levé credesse
in un’anima, Autoritratto non avrebbe la forma che ha. Chi è Io? Non di
sicuro una sorta di ectoplasma che precede la prima parola e segue l’ultima. La
concezione di Io che Levé performa è quella di un Io costituito dal linguaggio,
un essere che non parla ma subisce i significanti. E cos’è Autoritratto se
non proprio una lista di significanti alla fine della quale, forse, se si vuole
(e non è necessario) si può estrapolare quello che solo per comodità diciamo
Io?
Saturo
di consapevolezza teorica e anticonformista, Autoritratto, nella
paratassi, nell’elencazione da referto medico, è una lista della spesa. Forse
Levé aspirava proprio a quel grado di (apparente) insignificanza. Il pessimismo
che emerge dalla lettura delle sue opere può farci pensare che non ritenesse
troppo distanti per “importanza” una lista della spesa e una lista di
impressioni su di sé.
Pessimista,
sì, ma infine non solo preso da forze retroattive, perché Autoritratto riesce
come un invito ad abbandonare, nella scrittura di sé, il narcisismo che
inquina, consola e vende.
Bibliografia
utile
(I
paragrafi teorici inerenti a Derrida, Blanchot e Barthes sono sintesi che
risultano da letture varie dell’autore e non citano testi specifici)
La
scrittura e la differenza, J. Derrida, Einaudi, Torino, 2002
Lo
spazio letterario,
M. Blanchot, Il Saggiatore, Milano, 2018
Saggi
critici R.
Barthes, Einaudi, Torino, 2002
SCAFFALI
di Franca
Toscano
Un romanzo
contro i pregiudizi
Dei danni
prodotti alla vita pubblica dell’Occidente dai cinque irrazionalismi. Luigi
Mazzella ha scritto abbastanza su “Odissea”. Oggi segnaliamo il fatto che su
una linea di pensiero molto affine, Hedy Belfort, scrittrice canadese, estende
l’analisi degli effetti perversi raggiunti dalla diffusione delle concezioni
dei cinque malfattori dell’umanità (per usare, allargandolo, il linguaggio
Spinoziano) alla vita privata degli Occidentali in un romanzo intitolato Romanzo
di una cortigiana anonima, pubblicato da “Effigi”. In altre parole, la
scrittrice affronta molti temi nella stessa “ottica” di assoluta libertà
filosofica insieme a parti puramente narrative. Tra i tanti
argomenti trattati v’è quello della pretesa delle tre religioni monoteiste
mediorientali di definire (tanto dispregiativamente quanto
inopinatamente) “bestiale” il sesso praticato in modo tale da
soddisfare il piacere fisico, escludendo la finalità di avere prole. Sessualità
orale, anale, masturbatoria o omosessuale renderebbero, con frequenza sempre
maggiore, molto “problematica” l’adesione alla logica del fine riproduttivo,
fatta propria dai tre monoteismi mediorientali. A suo giudizio, invece, la
separazione tra sessualità e riproduzione sarebbe una prerogativa di tutti gli
esseri viventi. Se nel mondo animale alcune specie praticano la sessualità
senza riprodursi, altre si riproducono senza sessualità, altri organismi
dispongono di organi sia maschili che femminili e tuttavia copulano con i loro
simili ciò sottolinea che il piacere “nasce” esclusivamente dalle
ghiandole. Il danno prodotto dalla visione
prevalentemente procreativa del rapporto sessuale, imposta dai monoteismi
mediorientali, impedirebbe l’indipendenza degli esseri femminili, la socialità
e, soprattutto, la gioiosa poli-sessualità.
La
Belfort nel suo assunto è in minoranza. La gran parte degli Occidentali si
accanisce nell’attribuire agli atti sessuali la funzione “utilitaristica”
esaltata dalle religioni monoteiste. La scrittrice canadese, totalmente
libera da condizionamenti di fede, ravvisa, nell’intento delle tre
religioni monoteiste il bisogno di considerare fondamentale il sovraffollamento
del Pianeta come mezzo per accrescere l’esercito dei propri seguaci per
combattere e sterminare gli infedeli aderenti alle altre due; e sottolinea, che
per raggiungere tale utilitaristico e distruttivo risultato, si sono
“mischiati” due concetti irriducibili tra di loro: l’amore e il sesso. Con
buona pace dell’odio espresso dalla preoccupante crescita dei femminicidi.
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