NOTA A UNA GIOIOSA FATICA DI GACCIONE
di Laura Garavaglia

Angelo Gaccione
Per gentile concessione della sua autrice, pubblichiamo per i lettori di
“Odissea” la nota di lettura di Laura Garavaglia comparsa mercoledì 7 gennaio 2026 sul suo blog “Da Poeta
a Poeta”.
Il titolo dell’antologia di poesie Una gioiosa fatica di Angelo
Gaccione (La Scuola di Pitagora Editrice 2025, pagine 160 € 16) è l’ossimoro
perfetto per descrivere la sua opera: la scrittura come impegno, scavo nel
dolore e nella storia, ma che produce la gioia suprema della libertà e del
volo.
Nel libro la poesia non è mai un esercizio di stile fine a sé stesso, ma
una forma di resistenza etica. L’opera si presenta come una mappa dei
sentimenti universali che attraversa il Novecento, le sue ferite e cicatrici,
cercando incessantemente quel punto di equilibrio dove il “mite dolore” del
poeta può riscattare il dolore del mondo.
Le poesie sono raccolte in varie sezioni, dalla prima, Le ritrovate, a quella che chiude l’opera, Le ultime: il poeta conduce il lettore attraverso
una sorta di topografia delle emozioni. Dai primi versi giovanili, (per esempio
la brevissima e intensa poesia “Ho perso i miei tredici
petali/me li ha rubati la vita/quando rifioriranno/ avrò le ali”,
che esprimono una malinconia profonda, un momento della vita in cui ci si sente
privati di qualcosa di prezioso e vitale, eppure si intuisce che quella perdita
non è la fine, ma una metamorfosi) il poeta attraversa poi alcune città
che si fanno luoghi dell’anima, Parigi e le sponde della Senna, Monaco e
le piazze bavaresi, i vicoli di una Milano notturna, “amata e odiata”, dove i
poeti si riprendono lo spazio sottratto dai “mercanti”. In queste pagine, la
città non è solo sfondo, ma sembra prendere corpo, un corpo fatto di odori, di
“strade senza banche” e di incontri fugaci che sembrano segnare il passaggio
verso la maturità.
L’opera ha una profonda caratura morale: Gaccione affronta l’orrore del Novecento - i Gulag, i Lager - con tono deciso e super partes. Per il poeta, il
“disumano” ha un unico volto. Il suo è un richiamo alle vittime, ai “corpi
crivellati”, affinché il loro silenzio dia voce alla nostra coscienza.
L’autore mette in scena l’eterno conflitto tra il determinismo biologico,
che traspare ad esempio dalle parole di uno dei personaggi presenti nelle
poesie, Aristide Bellocchio, e la capacità umana di creare un diverso destino
grazie all’arte della scrittura. Sembra dirci che anche se è l’istinto a
governarci è la parola che ci libera, come si legge nella poesia Va’ parola mia… che richiama alla mente i famosi
versi di Luzi di Vola alta parola.
Molti altri spunti di riflessione offre questo libro, già lo si intuisce da
quanto scrive Gaccione nell’Incipit: “La poesia mi è appartenuta. Io sono appartenuto alla poesia. È
stato un rapporto cominciato presto e non si è mai interrotto”. E si comprende come abbia saputo
trasformare i propri “tredici petali” rubati in ali possenti. È un’opera che profuma
di pane buono dentro la credenza e brilla di “stelle appese al mio balcone”, capace di riportare
il lettore “più vicino al cielo”.
Un’antologia necessaria, dove ogni verso risuona e lascia un’eco profonda
nel lettore, ricordandoci quanto il valore della poesia si fa respiro e
resistenza, capace di “insinuare dubbi salutari” e indicarci ”sentieri
scivolosi” [1], come ha
scritto Attilio Bertolucci, per aiutarci a capire che l’impegno, l’onestà
intellettuale e la responsabilità del poeta costano sì fatica, ma offrono
anche, come ho scritto all’inizio, l’ineguagliabile gioia della libertà.


La copertina del libro
Nota
[1] I
poeti e la scuola: incontri con Bertolucci, Cucchi, Porta, Sereni.
A cura di Giacinto Spagnoletti, Guerini e Associati Edizioni, Milano, 1982.
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| La copertina del libro |
L’autrice della Nota
Presidente de La Casa Poesia di Como
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| Laura Garavaglia legge poesie in Corea (Seul, ottobre 2025) |




















