UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 24 luglio 2026

25 LUGLIO
di Franco Astengo


Il Gran Consiglio

Ricordare in questa fase storica il 25 luglio 1943, caduta del fascismo, non può rappresentare un semplice esercizio della memoria. Il quadro istituzionale e i fatti più recenti ci indicano con grande chiarezza i pericoli che sta correndo la democrazia repubblicana in un tentativo di torsione autoritaria che la destra sta compiendo esibendo anche posizioni di forza. Dobbiamo avere chiaro che la prossima contesa elettorale non si giocherà soltanto all’interno del “perimetro costituzionale” ma addirittura attorno all’esistenza dello Stato di diritto. È questo il significato profondo di questo ricordo del giorno in cui cadde il regime e si avviò il percorso di una Repubblica Italiana “nata democratica” come ci ha ricordato Nadia Urbinati nel suo ultimo libro.



Non dimentichiamo che nel frattempo, infatti, anche su questa materia è passato il ciclone Trump, in un quadro di modifica profonda dei termini del confronto politico, spostato sull’uso della forza, l’idea della guerra come esito esaustivo della politica, gli affari delle Big-Tech considerati gli elementi del dominio, addirittura l’illusione spaziale intesa come piedistallo del potere. Torniamo in Italia: La Costituzione italiana è dichiaratamente antifascista e questo concetto va ribadito con forza non tanto e non solo perché rimane latente la tensione revisionista (della Costituzione e non solo della Storia) ma soprattutto perché esiste una rinnovata necessità di inveramento di valori. Da dove deriva, infatti, la riattualizzazione, in particolare nella situazione italiana, del confronto fascismo /antifascismo? Prima di tutto dall’emergere nel dibattito politico di alcuni punti distintivi che vanno attentamente analizzati:
1) Razzismo. È indubitabile che esista e si stia affermando una politica che non può che essere giudicata come razzista. Una politica che si esercita soprattutto nell’identificazione del “diverso” e nell’affermazione di un presunto primato per “alcuni” che poi si traduce concretamente nei tentativi, non sempre riusciti, di respingimento dei migranti ma che oltrepassa anche questo aspetto diffondendo tragicamente una cultura del superamento della legge morale e di inasprimento dei demoni derivanti delle paure soggettive.
2) Militarismo. Questo potrà apparire un punto secondario, ma non è così. Ne abbiamo avuto la riprova ascoltando determinati accenti, soprattutto provenienti dall’ambiente militare, in occasione della ricorrenza del centenario del massacro collettivo denominato “Prima Guerra Mondiale”: Abbiamo anche sentito l’espressione di idee riguardanti il ripristino della leva militare obbligatoria intesa come strumento di “educazione nazionale” per le giovani generazioni. C’è n’è da vendere per considerare pericoloso questo “militarismo” di ritorno.
3) Politiche economiche e sociali. Il rapporto tra economia, diritti sociali, welfare viene visto dalla destra in un pericoloso impasto di corporativismo e di assistenzialismo ben giustificato dallo sfrangiamento della struttura dello Stato, dalle incertezze europee e da un quadro generale di regressione verso il lobbismo inteso come fattore integrante dell'agire politico.
4) Politica dei diritti. Proprio nei giorni del ricordo dei tragici fatti del G8 di Genova 2001 due drammatici fatti di cronaca ci hanno ricordato proprio il punto qui richiamato in epigrafe: il valore dello stato diritto e della separazione dei poteri. L’esito del referendum del marzo scorso aveva fornito, in questo senso, un’indicazione chiara che ci permettiamo di affermare non è stata raccolta sufficientemente dalle forze dell’opposizione.
5) Comunicazione. Ci troviamo in una fase di vero e proprio cedimento al potere dei social (inutile ricordare il video in diretta dal Colosseo postato ieri). Non esiste purtroppo una capacitò di espressione per un’alternativa di pedagogia politica. La decostruzione degli apparati comunicativi, realizzata appunto attraverso i social, appare come la premessa indispensabile per l’apoteosi tra l’uno e la folla, il capo verso la moltitudine aclassista e omologata. C’è da notare, in questo, come si sia verificato un salto di qualità rispetto a quando, poco tempo fa, il tema della comunicazione era affrontato attraverso l’accumulo di proprietà di TV e giornali, che aveva caratterizzato l’era definita sbrigativamente come del “berlusconismo”.
5) Autoritarismo. Il tutto è condito da una crescita verticale nella presenza dell’autoritarismo nella vicenda politica italiana, con un mutamento progressivo nella stessa forma di governo cui si vuol dare il colpo definitivo con la legge elettorale attualmente in discussione. La tendenza all’autoritarismo nasce, è bene ricordarlo, fin dagli anni’80 del XX secolo quando si cominciò a parlare, scrivere e praticare di “decisionismo”. La linea era già stata tracciata allora: la complessità della domanda sociale, frutto della crescita degli anni’70, andava tagliata riducendo lo spazio tra di essa e la politica (Luhmann). Per fare questo occorreva un di più di segno del comando da realizzarsi attraverso la personalizzazione. Più o meno la ricetta degli anni’20, mutatis mutandis. Oggi il tutto appare ulteriormente esasperato, dopo i venti anni di bipolarismo temperato fondato soprattutto sull’ esibizionismo dei singoli e sull’incapacità (reciproca da parte dei due poli) di leggere l’allargarsi e il trasformarsi delle contraddizioni sociali dentro la crisi.



C’è stato addirittura chi, qualche tempo fa, aveva scritto di “pericolose incrostazioni insite nel paradigma “fascismo /Antifascismo”, e adesso c’è anche chi ritiene che la definizione "antifascismo" possa essere considerata divisiva. È il caso allora di ribadire con grande forza, proprio nella ricorrenza del 25 luglio 1943 (e ancor di più questo dovrà essere fatto tra 55 giorni quando saremo chiamati a ricordare l’8 settembre) che non è questione di mode sociologiche e/o storiografiche: il valore dell’Antifascismo rimane e va esaltato quale fattore di definizione politica e come elemento d’identità indispensabile tale da consentirci sia sul piano storico sia su quello politico di stare agganciati a spirito e lettera della già tanto martoriata Costituzione Repubblicana. La Costituzione non va difesa ma affermata nei suoi principi fondamentali (come ha dimostrato il già ricordato recente esito referendario) e nella lettera dei suoi articoli, uno per uno, senza pensare (come è stato fatto in passato sbagliando) che la seconda parte, in fondo, sia separata dalla prima. La forma parlamentare, il ruolo del Presidente della Repubblica, l’esito elettorale legato alla rappresentanza non considerando la governabilità il fine esaustivo dell’azione politica, la divisione dei poteri tra esecutivo, legislativo, giudiziario rimangono gli intoccabili pilastri di fondo della nostra democrazia.



PASSERI, GABBIANI E FORMICHE
di Angelo Gaccione



I
passeri si avventurano fin sopra il tavolo del terrazzo, e becchettano dalla tovaglia le briciole perché qualcuna rimane sempre. Se ne metto di proposito, perché gradisco la loro compagnia, arrivano a frotte e zampettano prima guardinghi, poi sempre più sfacciati, temerari, tanto oramai sono talmente abituati agli “umani” (concedetemi almeno qui una parola così impegnativa e controversa) che non li temono più. E davvero non so se tutta questa fiducia è meritata. Si posano con disinvoltura sul palmo aperto della mano che ho riempito di briciole sminuzzando del pane, e beccano tranquilli anche se faccio qualche movimento brusco con l’altra mano che tengo posata sul bracciolo della sedia. Cinguettano o stanno in silenziosa attesa sulla balaustra prima di spiccare il volo sul tavolo e poi sulla mano dove custodisco il cibo. Sotto, in strada, c’è l’infernale rumore dei motori. Il traffico non si ferma mai nemmeno in un posto come questo, e se anche la benzina la portassero a diecimila euro al litro, statene certi che continuerebbero a scorrazzare su due e quattro ruote come se niente fosse. 



In alto, invece, ci sono i volteggi dei gabbiani che garriscono e planano sulle cime delle palme del lungomare. Il loro biancore è più splendente delle rare nuvole che stazionano qua e là sfilacciate nell’azzurro. Loro sì, assolutamente silenziose, e inviterebbero a meditare. Sono tutti filiformi i passerotti che vengono sulla mano: da ragazzo mi hanno insegnato che la femmina è più grassottella. Beccano ingordi e voraci e sembrano non saziarsi mai. D’improvviso mi compaiono davanti agli occhi i bimbi affamati della guerra; quelli che allungano un misero recipiente di plastica o di latta per farsi versare un mestolo di couscous; quelli che lo raccolgono con le mani per terra tra il fango e i detriti, e mi chiedo per quale ragione si debba venire al mondo. I passeri sono più fortunati. Ma anche tra loro c’è conflitto: si scontrano per accaparrarsi le briciole e ad uno viene impedito di avvicinarsi. È una amara scoperta per chi li ha sempre ritenuti innocenti. Lungo il bordo del pavimento una fila di formiche, incredibilmente numerosa, si è materializzata dal nulla. Briciole anche lì? Li avrà guidati il loro fiuto sopraffino, e del resto hanno antenne più sensibili di un radar. Le chiamano formiche fantasma: si materializzano come un fantasma, e come un fantasma spariscono.  

MILANO ARTE MUSICA

 
Leila Schayegh

Martedì 28 luglio 2026, ore 20.30 presso la Chiesa di Santa Maria della Sanità di via Durini, 20 - Milano
 
 A solo violino: La Strada per Bach
Leila Schayeghviolino barocco
 
 

Tra grandi ensemble e solisti di punta, martedì 28 luglio spazio al violino di Leila Schayegh, interprete tra le più autorevoli e premiate del repertorio barocco. Il concerto, in programma alle 20.30 nella Chiesa di Santa Maria della Sanità, propone il tema A violino solo: La strada per Bach, presentando un filo conduttore non casuale: un vero percorso verso la nascita del grande repertorio per violino solo, che culmina in Johann Sebastian Bach. I brani in programma raccontano l’evoluzione del linguaggio violinistico tra Seicento e primo Settecento, quando il violino passa da strumento essenzialmente melodico a voce capace di sostenere da sola un discorso complesso, quasi “polifonico”. Dalle forme libere e sperimentali come fantasia e preludio, si attraversano strutture sempre più articolate come passacaglia e sonata, fino a giungere alla piena maturità della Sonata BWV 1004, in cui Bach raccoglie, sintetizza e supera l’intera tradizione precedente.


 
Scrive Raffaele Mellace: «La raccolta dei «Sei Solo. / a / Violino / senza / Basso / accompagnato», cioè le sonate e partite trasmesse dal manoscritto autografo redatto nel 1720 da Bach, all’epoca Kapellmeister e Direttore della Musica di Camera presso la Corte di Cöthen, rappresenta sicuramente il vertice repertorio per violino solo. Vertice insuperabile, montagna asperrima, insormontabile, senza confronti per complessità e valore estetico. E tuttavia quelle pagine originalissime non nascevano dal nulla. Con quella raccolta Bach capitalizzava una fiorente tradizione violinistica proposta dal concerto odierno, che disegna una sorta di percorso ascensionale, di freccia puntata verso quel manoscritto bachiano oggi custodito a Berlino.
Si individua di solito il precedente diretto dei Sei solo bachiani nella raccolta di sei Suites per violino solo pubblicate a Dresda nel 1696, quando Bach era ancora ragazzo, dal violinista Johann Paul Westhoff (1656-1705), attivo nella Corte sassone, poi in quella di Weimar durante il primo soggiorno bachiano (a Weimar Westhoff vi morì nel 1705; Bach vi era giunto due anni prima). Ma vale senz’altro la pena di disegnare un contesto più ampio di virtuosi del violino, a cominciare da due figure poco note come Stefan Nau e Thomas Baltzar. Il primo, francese di Orléans, venne ingaggiato a caro prezzo come compositore per il complesso di archi della Corte inglese, di cui divenne la spalla. A Londra venne coinvolto anche in spettacoli coreutici e fu maestro di danza della principessa di Heidelberg, come recita il manoscritto, custodito a Berlino come quello della raccolta bachiana, della Fantasia in programma: rara pagina superstite, e di grande impegno, del suo autore. Anche Thomas Baltzar, tedesco del Nord, di Lubecca, approdò in Inghilterra, un decennio dopo la morte di Nau, importandovi una tecnica violinistica avanzata, che aveva nella scordatura uno dei propri caposaldi. Alcuni assoli di Baltzar vennero pubblicati postumi nella raccolta The Division Violin di John Playford nel 1684, l’anno prima della nascita di Bach.
Ci si avvicina alla Germania, e cronologicamente a Bach, con la Passacaglia in sol minore di Heinrich Ignaz Franz von Biber, che corona le Mysterien- (o Rosenkranz) Sonaten, la raccolta manoscritta, realizzata verso il 1674, di quindici sonate «in onore dei santi quindici misteri» del Rosario, uno dei lasciti più singolari e affascinanti della splendida civiltà strumentale del barocco, testimoniata da un’unica, accurata copia manoscritta oggi a Monaco di Baviera. La raccolta andrà fatta risalire al soggiorno di Biber a Salisburgo come valet de chambre (diventerà poi il maestro di Cappella). L’ingresso nel 1674 dell’arcivescovo Maximilian Gandolph nella locale Confraternita del Rosario dovette ispirare il progetto devozionale della raccolta, esplicitato dalle incisioni ad apertura di ciascuna sonata: esauriti i misteri del Rosario, un bambino accompagnato dall’Angelo custode presiede alla Passacaglia, che si discosta dai lavori che la precedono per l’organico, che perde il continuo, e l’astensione dalla scordatura, ma ne condivide l’ispirazione devota, l’ambizione virtuosistica (in assenza di scordatura, incentrata nella corda doppia) e lo sfruttamento sistematico dell’artificio della variazione, magica sintesi di permanenza e mutamento, sfida allo scorrere del tempo nel proporre l’immanenza di un elemento costante (il tetracordo discendente Sol – Fa – Mi bemolle – Re, che verrà riproposto e variato ben 65 volte) pur nel caleidoscopio delle trasformazioni, voce fedele a se stessa eppure disponibile a meravigliose, inaspettate metamorfosi.
Ancor più vicino a Bach, anzi di lui più giovane d’un paio d’anni, è un altro virtuoso: Johann Georg Pisendel, attivo alla Corte di Dresda, della cui celebre orchestra diverrà Konzertmeister, dal 1712. Formatosi prima con Giuseppe Torelli ad Ansbach, solista nel Collegium musicum di Lipsia, e infine allievo di Vivaldi a Venezia, Pisendel fa sintesi delle scuole violinistiche italiana e francese. Proprio all’epoca del soggiorno veneziano del 1716 dovrebbe risalire la sua unica Sonata à Violino solo senza Basso.
E proprio Pisendel si è ipotizzato essere il destinatario della raccolta dell’amico Bach. Raccolta che sposa l’intento di sviluppare l’abilità tecnica di uno strumento cui Bach era molto legato, essendo stato lo strumento del padre, e da lui stesso praticato a Weimar; lo studio della fisicità del suono, la ricerca di una “voce” specifica da prestare alla sonorità del violino e delle potenzialità riservate alla voce di un unico strumento; l’ambizione di realizzare una composizione grandiosa che sfrutti le potenzialità sonore disponibili nel proprio tempo. La raccolta ha il suo cuore nella Ciaccona che corona la II Partita, pagina monstre, che supera di gran lunga, per dimensioni e impegno costruttivo, tutte le altre, proiettando la serie di danze a lei anteposte verso una meta che le trascende, ed eguagliandone di fatto la durata complessiva. Su un solidissimo riferimento matematico: il modulo base di 4 battute (4+4 in realtà: il basso di ciaccona armonizzato e quasi celato da Bach nella scrittura) è infatti moltiplicato inesorabilmente fino all’estensione davvero impegnativa, sul piano dell’invenzione quanto su quello dell’esecuzione, di 256 battute. Unica serie di variazioni nella produzione cameristica bachiana, la Ciaccona si configura anche come un centro d’energia che in tre secoli ha spinto innumerevoli musicisti, anche tra i più illustri, a reinventarla per mezzi sonori diversi dal violino solo, lo strumento meraviglioso per cui Bach l’ha concepita.»


 
 
PROGRAMMA
 
Stefan Nau  
(1600 ca.-1647)
Fantasia

Thomas Baltzar
(1631-1663)
Preludio

Heinrich Ignaz Franz von Biber     
(1644-1704)                                      
(Rosenkranz - Sonaten XVI)
Passacaglia in sol minore per violino solo
 
Johann Georg Pisendel            
(1687-1755)                                       
Sonata à violino solo senza basso in La minore
Largo - Allegro - Giga e Variazioni
 
Johann Sebastian Bach            
(1685- 1750)                                     
Partita per violino solo in Re minore BWV 1004
Allemanda - Corrente - Sarabanda - Giga  Ciaccona

BIOGRAFIA



Nata e cresciuta in Svizzera, Leila Schayegh ha iniziato i suoi studi sul violino moderno prima di passare agli strumenti storici, una scelta dalla quale non è mai più tornata indietro. Oggi è considerata una delle principali violiniste della scena della musica antica, capace di affascinare il pubblico con una grande espressività ed energia, sia sul palco sia fuori scena. Il suo repertorio spazia dagli esordi della letteratura violinistica attorno al 1600, quando il violino veniva tenuto più in basso, appoggiato al petto, fino al tardo periodo romantico. Accanto al repertorio fondamentale di Bach, Vivaldi, Mozart, Brahms e dei loro contemporanei, promuove opere ingiustamente oscurate da nomi oggi più celebri.
Nel 2017 ha pubblicato un acclamato CD dedicato alle sonate di Carlo Farina e, nel 2020, ha completato con La Cetra Basel l’incisione integrale dei concerti di Jean-Marie Leclair, accolta con grande entusiasmo dalla critica. Le sue registrazioni delle Sonate e Partite per violino solo di Bach (2021) e delle Sonate del Rosario di Biber (2026) hanno ricevuto elogi altrettanto significativi.
Le registrazioni di Schayegh hanno ottenuto regolarmente importanti riconoscimenti, tra cui diversi premi Diapason de l’Année, il Diapason d’Or, l’Editor’s Choice della rivista Gramophone e l’inserimento nella Bestenliste (Lista delle migliori registrazioni) della Critica Discografica Tedesca. Nel 2024 le è stato conferito lo Swiss Music Prize per la sua attività musicale innovativa e di altissimo livello. Leila Schayegh è molto richiesta dai maggiori festival internazionali ed è regolarmente invitata come primo violino ospite sia da ensemble specializzati nella musica antica sia da orchestre moderne. Si esibisce in Nord e Sud America, Australia, Europa e Asia. Tra i progetti più recenti figurano collaborazioni con Tafelmusik (Canada), la Juilliard School di New York, l’Australian Brandenburg Orchestra, il Freiburger Barockorchester e la Bayerischer Rundfunk, solo per citarne alcuni.
Inoltre, Schayegh collabora regolarmente con musicisti di grande prestigio come Christoph Prégardien, Andreas Scholl, Václav Luks, Jörg Halubek, Joerg-Andreas Boetticher e Amandine Beyer. Nel 2019 ha fondato il proprio ensemble, La Centifolia, con il quale ama interpretare un’ampia varietà di musica da camera dal 1600 al 1900, da Farina a Schoenberg.
Dal 2010 Leila Schayegh è professoressa presso la Schola Cantorum Basiliensis, dove trasmette le proprie conoscenze ed esperienze alle nuove generazioni di musicisti. Succedendo a Chiara Banchini, dirige una classe di violino con notazione antica, promuovendo una grande espressività interpretativa fondata su un’approfondita conoscenza delle fonti storiche.
 
 

INFORMAZIONI
Associazione Culturale La Cappella Musicale
via Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel 02.76317176 | 3392697178       
e-mail mail@lacappellamusicale.com  
sito www.milanoartemusica.com 


BIGLIETTI
Intero: 18,00 €
Ridotto (Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto!
Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
Punti vendita:
online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì dalle 10.30 alle 13.30
Si consiglia l’acquisto in prevendita 
È gradito il pagamento elettronico  



Santa Maria Della Sanità al tramonto

SEDE
Chiesa di Santa Maria della Sanità
Via Durini, 20
MM San Babila, bus 61, 84

giovedì 23 luglio 2026

VIOLENZA DI STATO   
di Franco Astengo



La violenza di Stato non è semplicemente un virus importato dagli USA e il suo inizio, nell’Italia Repubblicana, non data a partire dal massacro della scuola Diaz (Genova 2001). Tralasciamo la storia del terrorismo (dal 1969 in avanti) irta di complicità, depistaggi, violazione della legalità e sorvoliamo anche sui diversi tentativi di colpo di stato e su Gladio. Ci siamo concentrati invece sulla repressione delle lotte operaie e contadine attuata nell’immediato dopoguerra. Riassumendo e limitandoci agli eventi più importanti e tralasciando anche i tanti interventi polizieschi in ogni occasione di sciopero operaio nella difesa dei posti di lavoro nella fase di riconversione dell’industria bellica protrattasi dal 1945 al 1960 e anche oltre: Mentre le sinistre erano impegnate nella elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi che non possono essere dimenticate:



Portella della Ginestra 1° maggio 1947: fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra in provincia di Palermo il 1° maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi, dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo  nelle elezioni del 1947.



Melissa. La strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa  nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria  e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza.



Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo sciopero alla rovescia: al grido di pane e lavoro costruivano la strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti manifestazioni di protesta da Nord a Sud.



Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave. Dopo circa trenta minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili. Infine, giunse in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio Garagnani. Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un'automobile, i manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a piedi l'incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla fabbrica. Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa, e attentato alle libere istituzioni. Il bilancio di quegli anni, tra il 1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 operai in gran parte iscritti al PCI o al PSI per un totale di 7.598 anni di carcere.
Si è ormai persa la memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in condizioni oggi inimmaginabili nel periodo della riconversione dell’industria bellica, dell’attuazione della debole riforma agraria, della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra. Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con grande dignità “di classe”. I partiti della sinistra storica e la CGIL, seppero rappresentare sul piano politico e sociale proprio quei lutti, quei sacrifici, quelle indescrivibili privazioni in una Italia povera, senza strade e ferrovie, con le case materiali bombardate e distrutte dando a essa voce e rappresentanza.



5 luglio 1960. La strage di Reggio Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell'ordine. Nei giorni successivi si registrarono altre uccisioni in Sicilia. Quelle stragi furono l'apice di un periodo di alta tensione in tutta l'Italia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI (partito rappresentativo dei reduci della Repubblica di Salò e diretto progenitore dell’attuale Fratelli d’Italia), e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare. L'allora presidente del Consiglio, Fernando Tambroni,
diede libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al centro-sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro-sinistra Nenni titolò su l’Avanti “Da oggi l’Italia è più libera”. È il caso di ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalle macerie del dopoguerra fosse costruito quel più libera: si apriva la fase del boom economico che avrebbe portato al 1968 e ad un cambio di marcia, non meno tragico, della violenza di Stato.

SULLA QUESTIONE RUSSO-UCRAINA
di Pompeo Maritati*



A mio avviso, oggi il nodo centrale della guerra non è più soltanto l'allargamento della NATO, ma anche il ruolo assunto dalla leadership ucraina. Ritengo che la storia giudicherà severamente molte delle scelte compiute in questi anni, perché il prezzo più alto continua a pagarlo il popolo ucraino. Già prima della sua scomparsa Henry Kissinger aveva sostenuto che spingere la NATO fino ai confini della Russia fosse un errore strategico. Una posizione che, in passato, è stata espressa anche da altri autorevoli esponenti della politica europea. La storia insegna quanto le grandi potenze siano sensibili quando percepiscono minacce ai propri confini. Basti ricordare la crisi dei missili di Cuba del 1962, quando gli Stati Uniti considerarono inaccettabile la presenza di missili sovietici a poche centinaia di chilometri dal proprio territorio. A questo si aggiunge una vicenda spesso poco discussa nel dibattito pubblico: il conflitto nel Donbass iniziato nel 2014, che ha provocato migliaia di vittime e profonde lacerazioni nella popolazione locale. Per quanto mi riguarda, una soluzione negoziata dovrebbe partire da un principio fondamentale: la NATO dovrebbe rinunciare all'ingresso dell'Ucraina nell'Alleanza e, parallelamente, la Russia dovrebbe impegnarsi a rispettarne la sovranità e a non interferire ulteriormente nei suoi affari interni. La questione del Donbass, caratterizzata da una forte presenza di popolazione russofona, dovrebbe essere affrontata attraverso un serio negoziato internazionale, non con le armi. Ho l'impressione che, oggi, la diplomazia abbia ceduto il passo agli interessi geopolitici ed economici. L'industria degli armamenti trae enormi profitti dai conflitti, mentre i cittadini europei vivono in un clima di crescente paura e insicurezza. Forse il vero problema del nostro tempo è che la pace non sembra più essere l'obiettivo prioritario. E quando la diplomazia smette di guidare la politica, sono sempre i popoli a pagarne il prezzo più alto.
 
*Presidente Associazione Italoellenica
Presidente APSEC-Lecce
www.pompeomaritati.it
www.associazioneitaloellenica.org
www.apsec-lecce.org

IL CASO ROGGERO
di Guido Salvini - ex magistrato


Mario Roggero
 
Quando la politica si fa attraverso i processi.  
 
A qualche giorno di distanza dalla sentenza della Corte di Cassazione e dall’inizio dell’esecuzione della pena per Mario Roggero si può fissare più a freddo qualche punto fermo. Ho letto la sentenza di condanna della Corte d’Assise di Appello di Asti nei suoi confronti per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo di arma che è stata confermata dalla Corte di Cassazione. Dal punto di vista tecnico e della motivazione è una sentenza del tutto convincente. Senza nulla togliere alla gravità dell’azione consumata nella gioielleria, quando Roggero aveva inseguito i rapinatori in strada sia l’attualità del pericolo sia una possibile proporzionalità tra l’azione aggressiva subita e la reazione erano del tutto cessate. Lo provano non solo le telecamere ma un particolare. Roggero aveva recuperato la pistola da un cassetto solo quando i rapinatori erano già usciti dal negozio e solo allora l’aveva impugnata. Due tempi ben distinti di cui il secondo era quello non di una difesa ma di una ritorsione non consentita. Nessuna legittima difesa quindi nemmeno in base alla riforma del 2019, voluta dalla Lega, che pur l’aveva espansa soprattutto nei casi di intrusione in una abitazione o in un esercizio commerciale. Anche l’entità della pena per due omicidi e un tentato omicidio non si espone a troppe critiche. Forse calcolando l’attenuante della provocazione in modo separato dalle attenuanti generiche avrebbe potuto essere limata di un paio d’anni, ma non di più. Senza dimenticare che Roggero avrebbe potuto chiedere, pochi lo sanno, il giudizio abbreviato. Ma non lo ha voluto fare. È di certo una scelta libera ma che esclude, in caso di condanna, una sostanziosa riduzione di pena. Per quanto concerne il comportamento del Ministro di Giustizia questi si è mosso in modo decisamente intempestivo. Quando ha evocato l’avvio di una procedura di grazia per il condannato, Roggero non era nemmeno entrato in carcere e non era stata, e non lo è tuttora, nemmeno depositata la motivazione della sentenza della Cassazione. Non c’era nemmeno una richiesta di grazia presentata dai familiari. Il suo intervento era quindi decisamente fuori luogo, ha avuto il tono del lancio di una campagna politica rivolta a ottenere il plauso di chi aveva votato i partiti per conto dei quali è divenuto Ministro.


Nordio

In realtà la procedura di grazia è un po’ più complessa rispetto al messaggio precipitoso che si percepiva dalle parole del Ministro. Innanzitutto non è di competenza del Ministro, che rappresenta una parte politica, ma un potere “sovrano” del presidente Repubblica che ha una posizione per sua natura neutrale. Il Ministro deve solo esprimere un parere favorevole o contrario che può essere disatteso dal Presidente della Repubblica tanto è vero che nel caso di Ovidio Bompressi, uno degli assassini del comm. Calabresi, il Ministro leghista Castelli trasmise un parere contrario ma il presidente Ciampi firmò ugualmente la grazia. Inoltre non è o non dovrebbe essere un provvedimento istantaneo ma invece di norma preceduto da una relazione dell’autorità carceraria sul comportamento del condannato e da un parere del Magistrato di sorveglianza che può valorizzare anche l’età, le condizioni di salute del condannato e l’avvenuto risarcimento delle vittime. Soprattutto è facilitato dalla revisione critica da parte del condannato del reato commesso. In sostanza è una cosa seria (non parlo apposta del caso Minetti per non complicare) tanto è vero che nel 2025 il presidente Mattarella ha accolto solo 72 domande di grazia o di commutazione della pena sulle 4230 richieste presentate.  Sotto quest’ultimo profilo Mario Roggero parte da una situazione non troppo favorevole perché almeno sino ad ora non sembra aver compreso la gravità del proprio comportamento e ha preferito mandare messaggi all’esterno come se fosse un innocente vittima di una ingiustizia che deve essere riparata da una parte politica. Personalmente comunque non riterrei uno scandalo se, in considerazione soprattutto dell’età del condannato, il Presidente della Repubblica, espiato un periodo di permanenza in carcere, firmasse non un provvedimento di grazia pura e semplice ma un provvedimento di commutazione della pena previsto anch’esso dall’articolo 87 della Costituzione. In sostanza stabilisse di accorciare la pena o l’applicazione di una misura meno grave quale quella degli arresti domiciliari. Ma appunto solo dopo un congruo periodo di osservazione in carcere del comportamento del condannato. E tutto questo senza inutili clamori e campagne politiche e senza in alcun modo, sfruttando il caso Roggero, cercare di allargare per legge le maglie, ancora abbastanza strette, solo all’interno delle quali è riconoscibile la legittima difesa.



Vorrei ricordare, perché è significativo, anche una, chiamiamola così, “non notizia”. Proprio poche settimane fa la Corte d’Assise di Milano ha condannato per omicidio volontario due commercianti di etnia cinese. Un ladro si era introdotto di notte per rubare nel loro bar tabacchi scassinando la saracinesca. I proprietari, che abitavano vicino all’esercizio, se ne erano accorti, erano intervenuti, il ladro aveva cercato di fuggire ma era stato raggiunto in strada e buttato a terra e alla fine era stato ucciso dai due con più di una ventina di colpi di forbice. Anche in questo caso gli imputati avevano invocato la legittima difesa che è stata loro giustamente negata perché il fatto era avvenuto quando il ladro era ormai in fuga ed era tra l’altro, tranne gli attrezzi da scasso, disarmato. Sono stati entrambi condannati a 17 anni di reclusione. Un caso quindi sul piano tecnico abbastanza simile al caso Roggero. Eppure nessuno ne ha parlato, nessuno ha evocato la grazia e gli è stato dedicato solo qualche trafiletto sulla stampa milanese. I due imputati non erano assimilabili all’alveo culturale del sovranismo e del populismo e quindi non c’era nessun fatturato politico in vista. Quindi non valeva la pena di occuparsene.



La conclusione è semplice quanto amara. La politica, non solo a destra ma anche a sinistra, insegue appena possibile le indagini e le sentenze, giuste o sbagliate, molte indagini in verità sbagliate lo sono, solo per ottenerne un indebito vantaggio, incurante di mettere in confusione chi ascolta. È una anomalia italiana, paragonabile sul piano più mediatico-giudiziario solo all’indecente show di Garlasco, di cui non abbiamo alcuna possibilità di liberarci. È uno dei frutti malati della più che trentennale guerra tra politica e magistratura, un conflitto dove non ci sono innocenti, che da più di trent’anni affligge il nostro paese e che è destinato a continuare.

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