UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 18 aprile 2026

UNA LAPIDE PER DARIO FO E FRANCA RAME  
di Angelo Gaccione



Ora Dario Fo e Franca Rame
hanno anche una lapide che li accomuna; è stata murata sulla facciata del palazzo del numero 132 del Corso di Porta Romana, a due passi dall’arco ben piantato in piazza Medaglie d’Oro e dalle mura spagnole che ancora lasciano lungo la via Filippetti, fino all’imbocco con la via Ripamonti, alcune delle loro vestigia. Per noi che li abbiamo conosciuti e frequentati, viene quasi automatico denominarli come fossero una coppia inscindibile, perché tali erano, nel lavoro come nella vita. Non si nominava l’uno senza l’altra, e viceversa; e si continua a fare così, come quando erano in vita e riempivano Milano della loro vitalissima presenza, del loro teatro, del loro dissenso, del loro indefesso impegno per tutte le cause necessarie del proprio tempo. L’antifascismo, i diritti civili, l’ambiente, l’avversione alla corruzione, la difesa dei ceti popolari e subalterni, la cultura come argine alla deriva del potere ed altro ancora. In questa casa hanno vissuto, lavorato, e scritto le loro opere teatrali. Dario, vi aveva anche lo studio di pittore con un gruppo di allievi che lo aiutava; un’attività che correva a latere con quella di autore, attore, regista, e che ha svolto con lo stesso rigore e con esiti di altissimo livello espressivo e formale.



La lapide, ora che non ci sono più, ricorda a noi ed alle generazioni che verranno che è “Qui dove vissero insieme Dario Fo e Franca Rame”, e che “La città di Milano ricorda il loro straordinario impegno nel promuovere cultura al servizio della coscienza civile della Comunità locale, dell’Italia e del Mondo”. Dopo la scomparsa, la città aveva dedicato alla loro memoria la bellissima Palazzina Liberty di Largo Marinai d’Italia. In questo luogo, il futuro premio Nobel, Franca Rame e il Collettivo Teatrale “La Comune”, avevano vissuto una lunga straordinaria stagione di teatro, di cultura dal basso, di autogestione, di socialità irripetibile. Erano anni vibranti e di impegno collettivo, e la palazzina era stata sottratta al degrado e ristrutturata dalla coppia di attori con la partecipazione di tanti giovani e meno giovani che vi prestavano gratuitamente le loro braccia. Ma la casa in Porta Romana mancava di un’indicazione necessaria, e ci pensavo tutte le volte che mi affacciavo sul Corso o vi passavo davanti. Ora la lapide è lì, a pochi passi dai caduti partigiani che danno il nome alla piazza. Partigiani come si sentivano Dario e Franca, come ci sentiamo noi.

COSTRUIRE E PROTEGGERE LA PACE
di Alida Airaghi
 
Raniero La Valle

In Dio non salvi il re (Edimedia, 2024, pagine 112) Raniero La Valle dà sfogo alla sua indignata amarezza verso chi consideri inevitabile, e geneticamente innata, la disposizione umana nei riguardi della guerra, intesa come operazione bellica ma anche come conflitto ideologico e culturale, o disposizione caratteriale al confronto ostile. Il re che Dio non dovrebbe salvare è appunto Pólemos (la guerra), secondo il concetto che il filosofo greco del VI secolo a.C. Eraclito formulò nel frammento 53: “Pólemos è padre di tutte le cose; di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi”. Una vocazione ancestrale al massacro reciproco animerebbe gli esseri umani a partire dagli albori della storia, e tale convinzione viene anche oggi ripetutamente accreditata dai governi internazionali, dagli intellettuali, dai media, generando un conformismo anestetizzante nei cittadini. Recentemente, Ursula von der Leyen ha affermato che “l’illusione di una pace perpetua è andata in frantumi… il mondo è pericoloso come è stato per generazioni”, sottintendendo con ciò l’esigenza inderogabile per l’Europa di sostenere spese eccezionali per armarsi, a scapito di investimenti più proficui e benefici.
La guerra è un re sbagliato, da detronizzare perché sta diventando priorità assoluta: “non è un evento ma un’istituzione, non è una crisi ma una funzione, non è una rottura ma un cardine del sistema”. Se sovrano è il potere, che non riconosce altro potere al di sopra di sé, e ritiene di possedere tutti gli strumenti per sopravvivere e gestirsi senza dipendere da nessuno, nemmeno da un’istanza superiore, ecco che esso assume un valore sacrale. Inviolabile, insindacabile, immune, il potere sovrano finisce per attribuirsi prerogative divine, decide della vita e della morte dei sudditi, spezza i legami sociali, riduce le masse a scarti sacrificabili perché sostituibili.



Nei dodici capitoli del volume, Raniero La Valle ribadisce con forza la necessità di sostituire la volontà di guerra con l’impegno tenace per la pace, che deve diventare obiettivo e soggetto dell’azione politica.
Nell’agosto del 2023, alla Versiliana di Marina di Pietrasanta, l’autore è stato tra i firmatari del documento programmatico “Pace Terra Dignità”, teso a dare una rappresentanza politica alla Pace da istituire, alla Terra da salvare, alla Dignità da ristabilire, facendo appello a tutti i pacifisti italiani attraverso la fondazione di un’Assemblea permanente, nominata con lo scopo di convincere l’Europa a ripudiare ogni guerra.
Perché lavorare per la pace? La Valle è esplicito: “La Pace non ha nulla al di sopra di sé, la pace è sovrana, la pace non ha scambi da fare con alcuna altra cosa al mondo, è la condizione di tutto, quella per la quale viviamo, speriamo e amiamo”.
Il primo punto del programma elettorale per l’Europa proposto dall’Assemblea esprime il deciso rifiuto della creazione di un esercito comune, erroneamente considerata (nell’attuale deriva politica) il naturale coronamento dell’unità europea. Tale esercito sarebbe integrato nella Nato con gli Stati Uniti al comando, provocando probabilmente guerre civili e il pericolo di una deflagrazione finale in una guerra mondiale già di fatto iniziata. Al contrario l’Europa dovrebbe promuovere la riforma dell’Onu e una politica attiva per il disarmo, con l’inclusione delle nazioni che formano il BRICS nel novero dei Cinque Membri Permanenti del Consiglio di sicurezza. In tal modo la leadership mondiale sarebbe direttamente rappresentativa del 47% (quasi la metà) della popolazione mondiale.



L’Onu dovrebbe essere la fucina di un costituzionalismo internazionale, che mantenga in vita e propaghi le tradizioni costituzionali già acquisite dai Paesi democratici, instituendo un ordinamento di pace tra le Nazioni e creando Istituti di garanzia, dalla sanità all’istruzione, dall’uscita dalla povertà ai diritti sociali, fino alla tutale ecologica della Terra. Sarebbe soprattutto indispensabile ratificare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, e riconvertire la mappa dei confini, superando il rapporto di competizione tra le due parti del mondo in vista di una futura cooperazione e convivenza pacifica. Oggi i confini funzionano come delimitazione di spazi chiusi e presidiati da poteri nemici, pronti a sbranarsi tra di loro. La nostra Europa sarebbe in grado, se solo volesse, di disgregare i rapporti di forza esistenti tra le grandi potenze, senza subire ogni dispotico dettato politico americano, e proponendosi più della Russia e della Cina a competere culturalmente ed economicamente con gli Stati Uniti, estranea a subalternità e vassallaggi.
Così dichiarava con forza Papa Francesco nell’agosto del 2023 dal Portogallo: “Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza; un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa popoli e persone con la loro propria cultura, senza rincorrere teorie e colonizzazioni ideologiche”.
Il libro di Raniero La Valle Dio non salvi il re è stato pubblicato due anni fa: molte cose sono cambiate da allora, decisamente in peggio. La guerra tra Russia e Ucraina non accenna a concludersi e continua a provocare morte e distruzione, il genocidio in Palestina si perpetua nell’indifferenza internazionale, l’Africa centrale è preda di massacri tribali, le migrazioni di disperati verso i paesi ricchi si consumano in stragi silenziose, mentre il delirio di onnipotenza di Donald Trump sta mettendo in scacco il mondo intero. L’appello di Pace Terra Dignità si rivelerà pura utopia?


venerdì 17 aprile 2026

LO SCONCERTO DELLA POLITICA ESTERA
di Franco Astengo



Non siamo in grado di fornire un'adeguata valutazione su di un punto che appare cruciale nella complessa attualità che stiamo vivendo: su quanto, cioè, nella coalizione di governo fosse radicata la convinzione di poter fare dell'Italia il "ponte" di collegamento tra la destra USA al potere (con le sue caratteristiche peculiari ben distinguibili al di là degli umori di Trump) e un'Unione Europea vieppiù militarizzata e "orbanizzata". Se questa linea fosse stata espressa quale orientamento di fondo dell'amministrazione italiana e non come semplice approccio propagandistico allora la definizione di "Italia priva di politica estera" sarebbe stata ben giustificata. Quel che è certo è che è necessaria una valutazione quanto gli ultimi avvenimenti (guerra all'Iran, posizione di Trump e di Israele, sconfitta di Orban: il tutto in un quadro interno post-referendum di forte difficoltà) potrebbero aver mandato all'aria tutto il castello di carte costruito dalla destra in nome di un recupero sovranista e sul come potrebbe essere orientato il quadro europeo in tutto questo trambusto. Lo sconcerto che sale dall'interno del sistema politico italiano sul tema della politica estera (oggi composta dall'intreccio tra guerra e crisi energetica con prospettive di vero e proprio "arretramento storico" nel sistema delle relazioni internazionali) non riguarda soltanto la destra di governo pro-tempore. In questo contesto che sicuramente è qui analizzato in maniera a dir poco lacunosa e che, invece, avrebbe bisogno di un ampio approfondimento la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquiescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.



Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità. Tornano così alla mente concetti che apparivano desueti quali quelli di “neutralità” o di “smilitarizzazione". Non è questa la sede per avanzare proposte immediate al riguardo di una situazione in così repentino sviluppo, ma appare proprio il caso di definire un ritorno alla riflessione su alcune concezioni di teoria politica. Potrebbe essere possibile allora avanzare una proposta di struttura politica europea fondata sulla ripresa di alcune prospettive di carattere costituzionale e al riguardo de ruolo degli organismi elettivi in un disegno di raccordo tra il lavoro dei Parlamenti Nazionali e di quello Europeo. La sinistra potrebbe tentare di muoversi per costituzionalizzare l'autonomia dell'Unione in parallelo con la nascita di uno spazio politico europeo nel quale agire in una dimensione di potestà sovranazionale. Una sovranazionalità che ritorni ad individuare un nesso con concetti come quello di campo smilitarizzato codificato in passato, tra gli altri, da Grozio, Wolff, Vattel e poi ripreso da più parti nel cuore della “guerra fredda”. Una sinistra sovranazionale che recupera la centralità del diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della propria politica e ritrovare autonomia nella contesa internazionale dominata dalle logiche cui è necessario sottrarsi pena essere travolti da una spirale distruttiva nella ricerca necessaria di una "identità europea".
A sinistra dovrebbe essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ad una adeguata soggettività politica. Il punto di ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione, come già sostenuto in passato, di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente.

COMUNICATO DI ELENA BASILE E ANGELO D’ORSI


 


In Europa, la situazione sta degenerando. Il Liberalismo appare superato nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei socialisti europei. L’onorevole Pina Picierno, forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta, all’interno, dal senatore Carlo Calenda, e da qualche radicale e “+europeista”. Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice e un professore universitario, e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come Vauro Senesi giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.
Il sen. Calenda ha fatto una conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del libro di Angelo d’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la partecipazione, accanto all’autore, dell’Ambasciatrice Elena Basile, dell’’on. Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.
L’Ambasciatrice è stata linciata sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario di grado medio basso.
Il gruppo di intellettuali summenzionato ha partecipato recentemente al festival del cinema documentario “Il tempo dei nostri eroi” (Bologna, 11-12 aprile) organizzato dalla rete internazionale RT-Doc, nel quale si sono proiettati docufilm su varie aree di crisi nel mondo, in particolare sul genocidio di Gaza. Un festival promosso, tra gli altri, dal grande regista serbo Emil Kusturiça. Ebbene, l’on. Picierno ha trovato il tempo di indirizzare una lettera aperta alla presidente del Consiglio, per chiedere divieti, censure e sanzioni per i partecipanti. La trasmissione tv “Di Martedì”, in data 14 aprile, ha mandato in onda un servizio di due comici che fanno satira di parte al servizio dei potenti di un partito, che si concludeva con sberleffi all’indirizzo di privati cittadini rei di avere osato guardare documentari di autori belgi, tedeschi, turchi, slovacchi, russi sulla guerra in Ucraina e su Gaza. Come è noto molti politici difendono Israele malgrado le aggressioni e le violazioni del Diritto Internazionale, partecipano a conferenze del Governo saudita i cui rappresentanti sono stati considerati i mandanti del delitto di un giornalista Kasoggi avvenuto nel consolato saudita in Turchia e polemizzano aspramente con il Presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco per avere concesso il padiglione ai russi come agli israeliani. I doppi standard imperversano. Alcuni organi di stampa, vedi “Il Foglio”, rilanciano le accuse della Picierno e chiedono che siano applicate le sanzioni europee a liberi cittadini colpevoli di avere assistito a un festival del cinema.



Ricordiamo che la Commissione Europea, organo esecutivo e non giudiziario, ha bloccato i conti al politologo svizzero Jacques Baud senza processo, limitando duramente la sua libertà di circolazione e ha ricattato economicamente la Biennale. Le banche dei Paesi europei applicano nell’indifferenza delle destre e dei socialisti europei le sanzioni statunitensi a Francesca Albanese. La censura dei media russi decisa dalla Commissione europea è contraria ai nostri principi costituzionali. Se fossimo in guerra con la Russia, essa avrebbe dovuta essere dichiarata dal Presidente della Repubblica dopo una discussione e conseguente decisione parlamentare. I cittadini europei sono liberi, fino a prova contraria, di ascoltare propaganda ucraina, russa, NATO, cinese, statunitense, iraniana e di farsi la propria opinione. La censura è una violenza autoritaria e intimamente fascista. Le libertà di pensiero, di espressione e di stampa sono tutelate dalla Costituzione e dai Trattati europei. Ci appelliamo all’intellettualità libera, a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, perché faccia udire la propria voce di protesta, e si schieri, senza esitazione, dalla parte dello Stato di diritto. Chiediamo ai cittadini, ai politici, agli artisti, agli scrittori, a uomini e donne del cinema e del teatro, ai giornalisti di mobilitarsi per respingere ogni tentativo di silenziare o ostracizzare chi si rifiuta di piegarsi a una narrazione univoca della guerra in Ucraina e delle guerre in Medio Oriente, sulla base non di pregiudizi ideologici, bensì della documentata ricostruzione dei fatti, sorretta dalla gran parte della storiografia e dell’analisi politologica.
Ricordiamo che chi non viene colpito oggi, molto probabilmente lo sarà domani; coloro che provano a ragionare con la propria testa, se cedono ai ricatti e alle pressioni, piegandola oggi, domani la vedranno rotolare in un cesto.
 
[16 aprile 2026]
 

 

MISTICISMO, BLASFEMIA E OLTRAGGIO
di Romano Rinaldi


 

Di parole sull’argomento del fanatismo mistico-religioso di Donald Trump e del suo seguito ne ho già spese in varie occasioni, a partire da poco meno di un anno fa (1; 2; 3) ed anche recentemente (4; 5). È dunque sufficiente richiamare quanto già detto attraverso alcune delle immagini più iconiche e provare a venire a capo di qualche conclusione logica su un aspetto di questa amministrazione americana che appare piuttosto remoto da questa distanza.




L’immagine di Trump vestito da Papa apparve sul suo social poco dopo la morte di Papa Francesco e all’inizio del Conclave che elesse Papa Leone XIV (1). Poi ci fu l’intermezzo con la proposta della ricostruzione di Gaza in forma di “Gaza Riviera” e la statua d’oro dell’ideatore a decorare il viale principale.
Recentemente è apparsa, sul medesimo social, la rivelazione pubblica di una pratica che era finora passata in sordina: il ricevimento nello studio ovale dei rappresentanti delle sette evangeliche più estremiste che notoriamente portano consenso e voti a Trump, per riunioni di preghiera e atti mistici di obbedienza e adulazione (5).
Il fatto è che queste modalità espressive del pensiero, contrariamente a come possano essere lette dall’esterno, non implicano alcuna ironia in chi le ha prodotte e diffuse anzi, sono proprio il prodotto di intime convinzioni e non di allucinazioni come potrebbe apparire a una persona normale.
L’apoteosi è stata raggiunta lunedì 13 Aprile 2026 con un deciso salto di qualità dall’irriverenza alla blasfemia più sfacciata rappresentata dall’immagine di Trump nelle vesti del Messia in persona. Con questa immagine, poi rimossa non si sa bene perché, Trump intendeva dare enfasi al suo attacco al pontificato di Leone XIV con un commento sulla debolezza del Papa nell’affrontare i problemi del tempo affermando di non essere affatto contento, soprattutto per quanto riguarda la politica estera (sic) del Papa.



A seguito di questo scomposto, fuori luogo e sconsiderato attacco al Pontefice, anche la nostra Presidente del Consiglio, pur con colpevole enorme ritardo, si è finalmente accorta dell’enormità in senso negativo dell’indole di questo individuo che sta tenendo tutto il mondo sospeso alle sue più stravaganti e destabilizzanti decisioni e azioni in una scriteriata guerra che sta per sfuggire al controllo di tutti, il suo in primis, dopo averla scatenata.
Personalmente spero vivamente che questo scontro col Pontefice segni il punto di svolta per un inesorabile e rapido declino del trumpismo e tutto ciò che rappresenta. Il delirio di onnipotenza di Trump, supportato nella sua mente (malata o sana, lo dirà la Storia) dall’intima percezione di essere colui che può dispensare vita o morte a chiunque e ciascuno su questa Terra, potendo obliterare civiltà millenarie in una notte, è uno dei principii che muovono le sue parole e azioni. Del resto l’ha dichiarato lui stesso, il suo limite risiede nella sua “morale e nella sua volontà” (sic). Quale possa essere quella morale lo dimostrano le centinaia di foto in cui compare negli “Epstein Files”. Quanto alla volontà, ha dato prova di poterla cambiare alla velocità di un batter d’occhi.




Anche se questo ennesimo colpo di testa potrebbe essere facilmente derubricato come prova della sua instabilità mentale, Donald Trump e la sua cerchia di fedelissimi dovrebbero essere messi di fronte alle loro responsabilità senza attenuanti di sorta. Il mondo civile ha tutto il diritto e gli strumenti per portare questi individui a rispondere delle loro azioni, così come si è verificato a Norimberga in un passato non tanto remoto e per volere dei vincitori dell’ultima Guerra Mondiale, guarda caso, gli Stati Uniti d’America in primis. È ampiamente giunto il momento perché intervenga la Corte Penale Internazionale ad emettere una sentenza nei confronti di Trump per aver scatenato questa insensata guerra contro l’Iran insieme e su consiglio di Netanhyau, il quale peraltro è già stato incriminato dalla medesima Corte per quanto ha fatto (e sta facendo) a Gaza, sempre con l’appoggio incondizionato di Donald Trump.
 
(1) Rinaldi – Odissea – 6 Maggio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/05/minima-immoralia-di-romano-rinaldi.html?m=1
 
(2) Rinaldi – Odissea – 18 Luglio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/07/confronti-di-romano-rinaldi-religione.html?m=1
 
(3) Rinaldi – Odissea – 26 Luglio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/07/come-volevasi-dimostrare-di-romano.html?m=1
 
(4) Rinaldi – Odissea – 12 Gennaio 2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/01/il-gangster-di-romano-rinaldi-i-nodi.html
 
(5) Rinaldi – Odissea – 11 Marzo 2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/fanatismo-integralismo-e-guerra-di.html?m=1

GOBETTI AL CIRCOLO CALDARA



La vita (brevissima) e il pensiero (acutissimo) di Piero Gobetti a 100 anni dalla sua morte. Liberale, rivoluzionario, antifascista, intransigente, curioso e profondo intellettuale, editore di riviste e libri. Dai 16 ai 25 anni - quando morì esule in Francia dopo aver subito le violenze squadriste dei fascisti e aver dovuto abbandonare l’Italia - riuscì, fra i primi e fra i pochi, a mettere perfettamente a fuoco la portata e la pericolosità del fenomeno mussoliniano. 

A MARCONIA



Sabato 18 Aprile, alle ore 18:30, nella sede dell’Associazione Culturale Ce.C.A.M., in Piazza Elettra, a Marconia, sarà presentato il libro Diarium Artis. La musa senza veli di Maria Di Tursi. Dopo i saluti di Antonio De Sensi (Assessore alla cultura del Comune di Pisticci) e Giovanni Di Lena (Presidente del Ce.C.A.M.), Antonietta Di Benedetto (Docente di Lettere) dialogherà con l’Autrice. Da Omero a Shakespeare, da Raffaello a Dalì, da Mozart a Freddie Mercury, passando per Dante, Caravaggio, Byron, Rimbaud, Van Gogh, Picasso, Frida, Camus, Jim Morrison, Kurt Cobain, Franco Battiato… Un diario scritto da una Musa misteriosa, in cui si ripercorrono le vite e le opere di oltre quaranta artisti fino ai giorni nostri. Un romanzo avvincente, una narrazione esplosiva, in cui si intrecciano miti, amori vissuti, racconti di resistenza, fenomeno geologici e teorie cosmologiche. La Storia dell’Arte e dei suoi amanti, come non l’avete mai letta. Un sorprendente viaggio nella natura umana. 

 

BIBLIOTECA OSTINATA
Le ceramiche giapponesi.



    

giovedì 16 aprile 2026

VERSO IL XXV APRILE
di Zaccaria Gallo
 

Ottavio Botecchia

Ottavio Botecchia


II
Un viso affilato dalla fatica di vivere, la pelle bruciata dalle intemperie, la camicia e i calzoni con le toppe: per i francesi, Botescià, come lo chiamavano loro, era diventato un mito della bicicletta. Prima metà degli anni venti, quelli ruggenti, con Picasso a Parigi e, con lui, Josephine Baker, il jazz, il charleston e Gertrud Stein e Festa mobile di Ernest Hemingway. Ma anche gli anni della Marcia su Roma, del delitto Matteotti e dei tanti morti in Italia durante la presa del potere di Mussolini e di Piero Gobetti, che muore proprio a Parigi e dei tanti esuli antifascisti a confrontarsi con le violenze contro di loro, organizzate dai fascisti, seguaci feroci del dittatore italiano, presenti anche al di là dei confini italiani. Lui, Botescià, è Ottavio Botecchia, primo italiano a vincere il Tour de France, per due volte di seguito, povero figlio di un carrettiere veneto, affetto da un travolgente amore per la bicicletta, scampato alla morte sul Carso, alla malaria, al gas, alla prigionia, che fa mille lavori, mette i soldi da parte e si compra la “macchina”: la bicicletta. E impara a pedalare e, quando va al Tour de France, lo fa per vincerlo. Nelle tappe più dure, deve partire alle due del mattino, pedalare per dieci o dodici ore, percorrere molte volte quattrocento chilometri su bici che pesano ventotto chili, senza assistenza tecnica, e lo fa per ben due anni e per due anni è maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Botescià! Il mito di un uomo che nello sport ha trovato il riscatto da una situazione di privazione e povertà. 



Già! Un mito di tutti e per tutti ! Ma, come metterla con quell’altro mito che i fascisti stavano costruendo per il popolo italiano? Con “mascellone” Benito? Questo sconosciuto eroe poteva diventare scomodo, non solo per la sua epica bravura sulle strade dell’Europa, ma anche perché rischiava di far capire a tutti la verità: in Italia, al di là della retorica fascista, persistevano sacche tremende di povertà, non solo al Sud, ma anche al Nord, fra il suo Veneto e il suo Friuli.In quegli anni, Ottavio studia e legge, mostra la sua adesione agli ideali di libertà del socialismo. E dice: “Io non corro per sport, né per gli evviva delle folle. E neppure per i fiori delle belle ragazze e tanto meno per la gloria. Io corro per guadagnare del denaro… corro per la mia famiglia e non temo sofferenze. Corro per la mia famiglia: è povera e farò di tutto il possibile perché non viva in miseria”. Il 3 giugno 1927 un contadino lo rinviene agonizzante su una strada di campagna: in ospedale, a Gemona, nel suo Friuli, riscontreranno diverse fratture craniche e alla clavicola destra. Rimarrà senza mai riprendere conoscenza fino al 15 giugno, giorno della sua morte. Le autorità diranno che l’exitus e le lesioni sono state la conseguenza della caduta nel corso di un allenamento. Ma la perizia medica e il referto parlano di una incompatibilità delle fratture del cranio con una semplice caduta dalla bicicletta, che invece erano più verosimilmente da attribuire a violente bastonature da corpi contundenti. Non furono riscontrate ammaccature o alcuna lesione a carico della bicicletta. 



Non è mai stato ritrovato il verbale redatto dal comandante dei carabinieri di Gemona, che dopo qualche giorno fu trasferito in Sardegna. Stranamente quel giorno 3 giugno, Bottecchia fu lasciato allenarsi da solo, cosa che non era mai accaduto e c’è da ricordare che ai funerali di Ottavio non si presentarono tutti i suoi amici ciclisti, chiaramente intimiditi dalle circostanze dell’evento. E, infine, non si può passare sotto silenzio che anche suo fratello Giovanni, era morto, un mese prima, investito, anche lui, da un’ auto di grossa cilindrata, guidata da un industriale importante della zona, mentre era a bordo della sua bici. Qualcuno si chiede ancora come davvero abbia perduto la vita, ad appena 32 anni, Ottavio Botecchia, detto dai suoi ammiratori francesi, Botescià? Noi che siamo antifascisti, la verità la intuiamo bene, perché di questi eventi è piena la storia italiana di quegli anni, e non smetteremo mai né di cercarla né di dirla. Ad alta voce! Viva la Resistenza. Viva il XXV Aprile!

IDEOLOGIA E POLITICA
di Marcello Campisani 



I
Di fondo, l'entelechia genericamente liberale si sviluppa nella libertà, quella comunitaria nell'uguaglianza. Entrambe secernono patologie politiche di diverso grado. Il liberalismo, accentuando la libertà a scapito della parità, comporta fisiologicamente un continuo stato di belligeranza ed una sistematica rincorsa dei principi giuridici. Tende a degenerare nel liberismo, dove non esistono più le ragioni dell'essere, ma esclusivamente quelle dell'avere. Le due guerre mondiali -specialità tutta occidentale- non hanno insegnato, in proposito, alcunché. Già con la dottrina Monroe, gli U.S.A. si sono attestati nella zona grigia tra liberalismo e liberismo, pretendendo di insegnare all'universo mondo come vivere, fino ad assumersi il compito di esportare, a suon di bombe, la loro presuntiva democrazia. Parafrasando Hegel, che a Jena aveva visto in Napoleone lo spirito del mondo a cavallo, io vedo in Trump la personificazione del liberismo. Se avesse con sé la maggioranza degli statunitensi saremmo addirittura nell'iper-liberismo.
In tal caso la fine della vita sulla terra sarebbe solo questione di tempo.
Come egregiamente ci ha spiegato Gunter Anders, (primo grande amore, ma più profondo e acuto filosofo, di Hannah Harendt) fascismo e nazismo, non rappresentano altro che l'herpes giovanile del liberismo.



Il comunismo, per converso, fonda su una irreprensibile teoria, le cui radici affondano nel pentalogo pitagorico e di poi nella predicazione di Cristo che con Pitagora ha moltissimo in comune. L'insegnamento evangelico, nella sua proiezione laicale, sfocerà, in forme cruente e contraddittorie, nella rivoluzione francese. Verrà di poi, nei suoi cardini essenziali, codificato nel codice napoleonico. Codice che, a fuochi finiti e a guerra perduta, rivoluzionerà comunque l'economia e sconvolgerà, con la sua ventata di giustizia, l'assetto sociale, avendo abolito la legge del maggiorasco e con essa il perpetuarsi del latifondo. Quest'ultimo veniva integralmente ereditato dal figlio primogenito, lasciando ai cadetti l'opzione della carriera militare o di una vita debosciata ed alle sorelle il matrimonio o il convento. La parità dei diritti dei figli legittimi comportò il frazionamento di quella che era da sempre rimasta null'altro che una riserva di caccia, dando luogo alla coltivazione dei terreni suddivisi, rivoluzionando così la primaria fase della catena economica, quella data dai frutti della terra. Napoleone stesso ne andava più orgoglioso che delle sue quaranta battaglie, forse consapevole che solo il diritto e null'altro può salvare il mondo.



La stessa nostra Costituzione è, nei suoi capisaldi, di matrice comunista. L'articolo tre, che ne costituisce il baricentro, è opera di Lelio Basso, giurista di eccelsa caratura morale e culturale e tanto comunista da aver presieduto il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria). Il comunismo peraltro, malgrado l'ineccepibile teoria, spesso degenera in spietate dittature. In tal caso è simile al nazismo. Stalin ne costituisce l'esempio più eclatante ed abominevole, avendo annientato le libertà e massacrato, a milioni, i suoi stessi cittadini. Lasciò peraltro intonsa la teoria, limitandosi ad aggirarla, tanto che non cancellò, né alterò l'ottima Costituzione sovietica.
Gli bastò dire che la stessa non si applica ai nemici della rivoluzione, mandando così a crepare nei campi di lavoro forzato, i famigerati gulag siberiani, i cittadini ostili o... superflui.
Il comunismo tuttavia, per quanto degenerato, non ha l'analoga esigenza nazi-fascista di inventarsi dei nemici. Soprattutto non esterni. Quelli interni gli possono bastare. La marxiana lotta di classe vive infatti del dualismo hegeliano servo/padrone. Non dispone perciò di un sistema da esportare con la forza e quindi non ha mire espansionistiche. Ogni proletariato deve affrancarsi da sé. Anche per tale ragione, l'attribuire alla Russia di Putin, che è già più vasta di qualche continente, tanto di doversi avvalere di ben 11 fusi orari, non può che essere una menzogna, dettata dalla necessità di disporre sempre di un nemico, dipinto come pericolo imminente, quale elemento indispensabile a trasformare i cittadini in sudditi.



Da simili degenerazioni è sempre rimasto immune il comunismo italiano, casomai aggredito e mai aggressore, e contro cui vennero addirittura organizzate formazioni para-militari segrete, come le tre su cui non mi soffermo, rispettivamente presiedute da Licio Gelli, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, tutte pronte ad intervenire militarmente, agli ordini degli USA, in caso di vittoria elettorale del partito comunista. 
Di fatto, la martellante propaganda destrorsa è riuscita a far identificare il termine comunismo con quello di stalinismo, nell'identica accezione negativa.
Basti ricordare, come l'ex ministro (ahimè della cultura) Gennaro Sangiuliano, richiesto di proclamarsi anti-fascista, sfidò il proprio interlocutore di dichiararsi lui, per primo, anti-comunista, così identificando, nella sua ignoranza, i due ismi. Nella sostanza, comunista italiano equivale a cristiano italiano, avendo analogo fondamento teorico. Vertici comunisti furono infatti personaggi di alta caratura morale, quali l'irreprensibile Enrico Berlinguer e Palmiro Togliatti. Quest'ultimo approvò, pro bono pacis, (e fece male, lo stesso De Gasperi era contrario) quell'obbrobrio giuridico che è l'art.7 , che ha costituzionalizzato i Patti Lateranensi e che, essendo in contrasto con i principi fondamentali, andrebbe da un governo finalmente laico, espunto dalla Carta costituzionale, con la quale è in stridente contraddizione.



Palmiro Togliatti concesse, come primo atto da presidente del Consiglio, l'amnistia ai reati di fascismo, alla fine della guerra. Subì un attentato che stava per provocare, stante il clima politico e la forte indignazione popolare, una guerra civile e si prodigò, dal letto d'ospedale, in tutti i modi, riuscendo a scongiurarla, anche per merito dell'entusiasmo per la bella impresa di Gino Bartali, che in quel giorno vinse prodigiosamente il tour de France.                                       
Recatosi in Russia, dai compagni sovietici, fu tanto poco gradito a Stalin da rischiare la pelle.

 

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