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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 31 ottobre 2026
LA MARCIA
E, allora, ho salutato anche
io, seduto alla mia finestra quel giorno, quel giorno sulle Murge in cui ogni
essere vivente ha trovato il suo modo di partecipare a quella Marcia: gli
uomini con i loro passi e le loro bandiere, gli alberi con le loro chiome, i
fiori con i loro colori, i falchi con i loro voli e le piccole creature della
terra con la loro silenziosa presenza. Perché la Pace non è una parola pronunciata soltanto dagli uomini: è un
desiderio che appartiene ad ogni forma di vita, alla terra che ci ospita, al
cielo che ci avvolge, al mare che ci bagna, ai fiori che sbocciano e agli
animali che cercano il loro posto nel mondo e, mentre ripenso alla mia vecchia
Marcia da Perugia ad Assisi e guardo con nostalgia le immagini che mio figlio
mi ha mandato dalle Murge, sento che, in fondo una parte di me ha camminato
ancora. I miei piedi sono rimai fermi, ma il cuore ha ripreso il cammino e con
lui hanno camminato gli asfodeli con crochi e i ciclamini con le grandi querce.
I falchi e le lumache e i cardoncelli tutti insieme, ciascuno a suo modo, per
dire, a chi non vuole sentire, una cosa semplice e immensa: la Pace è un
desiderio di tutti gli esseri viventi e che nessuno dovrebbe smettere di
camminare per realizzarla.
QUANDO LA GIUSTIZIA NON OBBEDISCE
AL POTERE
di Giovanni Bonomo*

La giudice e la presidente
Il caso Siher e la lezione dimenticata della
Costituzione
Il caso Youssef Siher e il duro attacco di
Giorgia Meloni alla magistratura milanese ripropongono una questione
fondamentale per la tenuta democratica del Paese: può il potere politico
pretendere che la giustizia si pieghi alle sue aspettative? Dall’Habeas Corpus
all’articolo 13 della Costituzione, una riflessione sull’inviolabilità della
libertà personale, sull’indipendenza dei giudici e sulle sempre più
preoccupanti tentazioni autoritarie. Perché la sicurezza senza garanzie non è
giustizia, ma arbitrio e in uno Stato di diritto non è la legge a dover
obbedire al potere, bensì il potere alla legge.
C’è qualcosa di profondamente inquietante in un Paese nel quale chi governa
pretende di stabilire non soltanto quali leggi debbano essere applicate, ma
persino quali decisioni debbano assumere i giudici.
Il caso di Youssef Siher, rimesso in libertà
dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Tiziana Landoni, offre
l'ennesima occasione per misurare la distanza, ormai preoccupante, tra la
cultura costituzionale e la concezione del potere che sembra animare l’attuale
maggioranza di governo.
La magistrata, con un'ordinanza motivata di ben
37 pagine, ha escluso, allo stato degli atti, la sussistenza dei gravi indizi
di colpevolezza necessari per applicare la misura cautelare richiesta dalla
Procura, non ravvisando neppure i presupposti per convalidare il fermo. Non ha
assolto nessuno, non ha cancellato alcun reato, non ha impedito il
proseguimento delle indagini, ha semplicemente applicato la legge. Evidentemente,
per Giorgia Meloni, è già troppo. La Presidente del Consiglio ha definito
quella decisione «vergognosa», arrivando a rappresentarla come una
mortificazione del lavoro delle forze dell'ordine e degli investigatori. Ma
proprio qui si manifesta un equivoco istituzionale tanto grossolano quanto
pericoloso: la magistratura non è l'ufficio di convalida delle aspettative del
governo, né il giudice è chiamato a ratificare le conclusioni degli
investigatori. Il rispetto dovuto alle forze dell’ordine non implica l’infallibilità
delle loro valutazioni e il riconoscimento del lavoro della Procura non
comporta l'obbligo del giudice di accoglierne le richieste. Anzi, è proprio
quando un giudice dice di no all'accusa, sulla base delle prove e del diritto,
che l'indipendenza della giurisdizione dimostra concretamente la propria ragion
d'essere. Dovrebbe essere una nozione elementare per chiunque ricopra incarichi
istituzionali, a maggior ragione per chi presiede il Consiglio dei ministri.
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| La giudice e la presidente |

Y. Siher
Esiste un principio di civiltà giuridica che
precede di secoli la nostra Repubblica. Si chiama Habeas Corpus: il
potere non può privare arbitrariamente un individuo della libertà personale e
deve sottoporre la legittimità della detenzione al controllo di un giudice. Nell'ordinamento
italiano questa garanzia trova una delle sue più alte espressioni nell'articolo
13 della Costituzione: «La libertà personale è inviolabile».
Non è una dichiarazione ornamentale, da esibire
nelle cerimonie ufficiali e poi dimenticare quando diventa politicamente
scomoda, è un limite preciso, invalicabile, imposto al potere pubblico. E vale
per tutti, anche per chi manifesta contro il governo, anche per chi esprime
idee radicali, anche per chi non gode delle simpatie della maggioranza, anche per
chi si chiama Youssef Siher.
C’è poi un grottesco paradosso che meriterebbe di
essere scolpito nel marmo.
Giorgia Meloni, che ha sostenuto la riforma
costituzionale della separazione delle carriere in nome di una giustizia più
equilibrata e garantista, oggi attacca una giudice proprio perché ha esercitato
la propria autonomia rispetto alle richieste del pubblico ministero. È la contraddizione
di un garantismo che sembra funzionare soltanto quando conduce alle decisioni
desiderate dal potere. Eppure gli italiani, con il referendum del marzo 2026,
hanno già respinto quella riforma costituzionale.

Il principio rimane dunque quello che dovrebbe
essere insegnato in ogni scuola, prima ancora che nelle facoltà di
giurisprudenza: il giudice non risponde al governo, non risponde alla piazza e
non risponde alle aspettative della pubblica accusa. Risponde soltanto alla
legge. Naturalmente, le decisioni giudiziarie possono essere criticate,
discusse e impugnate: nessun magistrato è infallibile e nessuna sentenza è
sottratta al confronto pubblico. Ma altra cosa è trasformare una decisione
motivata in un bersaglio politico, alimentando nell’opinione pubblica l’idea
che il giudice indipendente sia un ostacolo alla sicurezza dei cittadini. Questa
non è una discussione sul diritto, è una pericolosa confusione tra giustizia e
obbedienza. E mentre gli italiani continuano a fare i conti con il caro vita,
salari insufficienti, precarietà e difficoltà abitative, il dibattito pubblico
viene ancora una volta trascinato verso un nemico facilmente riconoscibile: lo
straniero, il manifestante, il dissidente e, naturalmente, quella «certa
magistratura» che si ostina a non assecondare il potere. È un meccanismo
politico antico: quando le risposte ai problemi sociali scarseggiano, la
ricerca del colpevole può risultare più conveniente della ricerca delle
soluzioni e la sicurezza diventa allora una parola d’ordine buona per ogni
occasione.
Ma la sicurezza, in uno Stato di diritto, non
coincide con la moltiplicazione dei decreti repressivi, con la militarizzazione
degli spazi pubblici o con l’inasprimento indiscriminato delle pene.
Uno Stato è davvero sicuro quando i cittadini
sono protetti non soltanto dalla criminalità, ma anche dall’arbitrio del
potere.
Non possiamo ignorare, infine, il significato
storico di certe ricorrenze. Il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma,
dovrebbe ricordarci quanto fragile possa diventare la democrazia quando il
potere esecutivo pretende di assorbire ogni altra funzione dello Stato. Non si
tratta di stabilire semplicistiche equivalenze storiche, ma di riconoscere i
segnali di una cultura autoritaria ogni volta che riaffiora la tentazione di
considerare le garanzie costituzionali un intralcio e il dissenso una minaccia.
La Costituzione repubblicana è nata proprio per
impedire che la forza si sostituisca al diritto e che la volontà di una
maggioranza possa trasformarsi in potere senza limiti, non appartiene a una
parte politica, non è un programma di governo, non è una concessione del
vincitore delle elezioni. È il patto fondamentale che vincola tutti,
soprattutto coloro che esercitano il potere. Ed è per questo che occorre
vigilare, senza isterismi ma senza indulgenze, su ogni tentativo di
delegittimare l’indipendenza della magistratura e di subordinare le libertà
individuali alle convenienze dell’esecutivo.
Perché la democrazia non muore soltanto quando
qualcuno abolisce formalmente la Costituzione, può cominciare a morire anche
quando chi dovrebbe rispettarla ne considera fastidiosi i limiti. La differenza
tra uno Stato di diritto e uno Stato autoritario è, in fondo, semplicissima:
nel primo è il potere a dover obbedire alla legge; nel secondo si pretende che
sia la legge a obbedire al potere. E noi, che abbiamo scelto la Repubblica e la
Costituzione, non possiamo permetterci di dimenticarlo.
*Centro
Culturale Candide
TRALALA
di Alida Airaghi
Questo e-book pubblicato da Sur nel 2020, e acquistabile a 1,99 euro, può
essere una conveniente introduzione ai libri di Hubert Selby Jr, che
descrivono in uno stile aspro e sperimentalmente alternativo l’esistenza
abbrutita tra droga, sesso e violenza dei bassifondi nella New York degradata degli anni ’60-70. Tralala è un testo sconvolgente tratto da Ultima
uscita per Brooklyn, romanzo che nel 1964 fu condannato per oscenità, ma
presto divenne un volume di culto della letteratura underground americana,
amato da artisti outsider come Allen Ginsberg e Anthony Burgess, Lou Reed e
Irvine Welsh, e infine adattato per il grande schermo nel 1989.
Tralala
è il soprannome della protagonista della vicenda narrata, una giovane
prostituta dei quartieri bassi che vive di marchette, truffe e piccoli furti, calandosi
con incoscienza in una spirale di esperienze autodistruttive che la rendono
inevitabilmente vittima di un mondo bestiale.
“Tralala
aveva 15 anni la prima volta che qualcuno se la scopò. Non ci fu vera passione.
Solo una distrazione. Se ne stava a ciondolare dal Greco con gli altri
ragazzini del quartiere. Senza niente da fare. Seduti lì a parlare. Ad ascoltare
il jukebox. Bere caffè. Scroccare sigarette. Tutto una palla micidiale. Disse
di sì. Nel parco. 3 o 4 coppie che si sceglievano un albero e un pezzo di
prato. In realtà non disse neanche di sì. Non disse niente”.
Questo
l’esordio del racconto, brutale, reso con un ritmo sincopato, fatto di periodi
brevi e volutamente privi di connotazioni emotive. Alla concisione denotativa
delle prime pagine succede in finale un flusso di scrittura ansioso e
inarrestabile, privo di punteggiatura, denso di termini slang osceni, a
indicare il precipizio infernale in cui piomba la vita sempre più torbida e
malata della protagonista.
Tralala in
apertura dell’episodio è ancora una bambina, con un fisico da donna e le tette
grosse. Inizia a fare sesso con i
ragazzi del quartiere per noia, con indifferenza, senza il progetto di intascare
soldi: “Lei qualcosa ci guadagnava sempre. La portavano al cinema. Le
compravano le sigarette. Andavano in pizzeria a mangiarsi qualcosa”. Poi
lentamente impara che concedendosi agli uomini all’aperto o nella cantina del
Wolffe Building, avrebbe ricavato di che mantenersi per una giornata.
Nel trascorrere
dei mesi, la banda di emarginati raccolta intorno al bar Greco si inserisce in
giri più loschi e fruttuosi. Tralala viene reclutata per far da palo agli
scippi, ma quando si accorge di venire ingannata dai compagni, decide di
mettersi in proprio. Inizia ad adescare marinai e militari reduci dalla guerra
di Corea, li segue negli alberghi e li deruba dopo averli fatti ubriacare,
talvolta tramortendoli con oggetti contundenti: “Vaffanculo,
va’. Gli diede una bottigliata in testa. Gli svuotò le tasche e se la squagliò.
Tolse i soldi dal portafoglio e lo buttò via. Sulla metro li contò. 50 dollari.
Niente male. Mai avuto tanti soldi tutti insieme”.
Gradualmente
Tralala prende di mira ufficiali pluridecorati, chiedendo compensi più elevati
o facendosi acquistare vestiti eleganti. Uno di loro si invaghisce di lei, e
prima di partire le lascia una lettera d’amore invitandola a raggiungerlo una
volta rientrato nella sua città. La ragazza si illude così di trovare qualcuno
che la mantenga, per non tornare allo squallore della vita precedente: “Quei marinai o soldatini sbronzi da quattro
soldi non facevano per lei. Eh no. Col cazzo proprio. Con i vestiti e le tette
che si ritrovava? Chi cazzo si credono di essere quei poveracci. Dovrei
andargli a sputare in faccia, brutti puzzoni. Merda!” In realtà non riesce a liberarsi
dall’alcol e dall’abiezione sempre più avvilente. Torna a frequentare i sordidi
bar dell’adolescenza, derisa umiliata e
malmenata dagli avventori: “quei baracci lì pieni di ladruncoli, spaccini,
papponi, travestite e aspiranti teppisti cominciarono a cacciarla via e il
linoleum diventò legno e poi si coprì di segatura e lei si ritrovò china sopra
una birra in una bettola davanti ai moli, a ringhiare e imprecare contro ogni
figliodiputtana che le aveva rovinato la vita, e se ne andava con chiunque la
guardasse o le desse un posto dove dormire”.
Le
ultime dieci pagine del racconto sono difficili da sostenere anche oggi, dopo
sessant’anni, benché la letteratura e il cinema contemporaneo ci abbiano
abituato a pesanti scene di prepotenza e trivialità. L’autore
descrive in una sorta di automatismo verbale le ultime ore di vita della protagonista, sbattuta
fuori da un bar mentre dà in escandescenze, infilata in un’automobile e portata
in un quartiere buio dove viene violentata a turno da decine di uomini, sotto
gli occhi di una fila di spettatori divertiti ed eccitati, fino a essere
ridotta a un cencio sanguinante e irriconoscibile. La profanazione indecente del
suo cadavere chiude il tragico racconto con distaccata freddezza.
Hubert Selby Jr. (New York 1928-Los Angeles 2004),
cresciuto in una famiglia operaia e arruolatosi giovanissimo nella marina
mercantile americana in Germania, contrasse la tubercolosi e dovette
trascorrere anni tra ospedali e varie operazioni, diventando dipendente da
morfina, dalla cui schiavitù non riuscì per molto tempo a liberarsi. Dopo aver
intrapreso i lavori più umili, spesso costretto a letto per le malattie
polmonari che non gli davano tregua, diventò scrittore per caso, su
incoraggiamento di amici che lo spinsero a proporre alcuni testi a importanti
riviste newyorkesi. La sua prosa diretta e autentica si misurava con
l’esistenza degli emarginati con cui aveva condiviso tragiche esperienze di
droga e violenza negli anni giovanili. L’incontro con la moglie Suzanne regalò
più stabilità alla sua vita: trasferitosi con lei a Los Angeles, si costruì un
baluardo familiare di quattro figli e undici nipoti. Oltre a Ultima uscita
per Brooklyn, altri suoi famosi romanzi furono The room, The Demon e
Requiem per un sogno.
Hubert Selby Jr
Tralala
Sur ed. - Roma 2020
Traduzione di Martina Testadi
POETI STRANIERI
Anemone
di Gottfried
Benn
Scuotitore -:
Anemone,
la terra è
fredda, deserta,
lì il tuo
serto sussurra
una parola di
fede e luce.
In quella terra
senza bontà,
epifania solo
del potere,
fu seminato in
silenzio
il tuo tenero
fiore.
Scuotitore -: Anemone,
tu sostieni la
fede, la luce,
che un tempo
l’estate intreccia
come serto d’ampi
boccioli.
(Trad. di Anna
Rutigliano)
L’AVANGUARDIA PERMANENTE
di Ettore Fobo

Ettore Fobo

Il fuoco della rivolta
Il 27 ottobre 2026, nella cornice
del Castello Sforzesco, ho partecipato a una giornata culturale della Famiglia Artistica
Milanese, istituzione che dal 1873 attraversa la storia artistica della città,
intrecciando la propria vicenda con alcune delle esperienze più significative
della modernità.
Il titolo
completo del mio intervento era Dalla Scapigliatura al Mitorealismo del
Sottosuolo: la Famiglia Artistica Milanese come luogo delle avanguardie
attraverso tre secoli. Un titolo che potrebbe suggerire un percorso storico,
una ricostruzione genealogica, forse persino una celebrazione. Ma il mio
intento era diverso. Guardare al passato significa, inevitabilmente, rivolgere
lo sguardo verso qualcosa che ci sfugge. La storia non è un museo di forme
immobili, né una successione ordinata di monumenti da venerare. È una
costellazione di possibilità incompiute, di energie disperse, di fratture che
continuano a interrogare il presente. Ho evocato la Scapigliatura di Emilio
Praga, Arrigo Boito e Tranquillo Cremona, il Futurismo di Boccioni, Russolo,
Carrà e Sant’Elia. Non per rivendicare una discendenza diretta, né per
stabilire improbabili equivalenze estetiche, ma per riconoscere una tensione
comune: la necessità di infrangere i confini tra le arti, di mettere in crisi
le convenzioni, di destabilizzare le forme consolidate della rappresentazione. E
qui emerge un paradosso. Non ho tenuto una conferenza sull’avanguardia. Ho
cercato, piuttosto, di fare avanguardia. Perché l’avanguardia, quando è
autentica, non coincide necessariamente con la proclamazione di un programma. È
un accadimento, un gesto di insubordinazione dei linguaggi, una metamorfosi
delle possibilità espressive. Il Mitorealismo del Sottosuolo, movimento che ho
fondato e il cui primo manifesto è stato presentato pubblicamente nel febbraio
2020, si muove in questa direzione. Il suo metodo conoscitivo è l’ibridazione:
poesia, musica, pittura, videoarte e performance non devono semplicemente
accompagnarsi, ma contaminarsi reciprocamente, modificando ciascuna la
percezione dell’altra.
Soprattutto, nel nostro laboratorio sono le opere a produrre la teoria, non il contrario. Durante l’intervento ho letto testi tratti dall’antologia collettiva Fiori del Caos, pubblicata nel 2023 da Kipple Officina Libraria: poesie di Sandro Battisti, Lukha B. Kremo, Ksenja Laginja, Mattia Canovaro e una mia composizione. Ho presentato inoltre Non importa se i ghiacciai, poema di Matteo Gennari dal quale Gaia Schirò e Gabriel Volpi hanno tratto un album musicale omonimo. La parola poetica ha poi ceduto il passo all’immagine in movimento, con la proiezione del microfilm mitorealista Nerone distrugge Roma, seguita dall’ascolto della voce di Carmelo Bene. Infine, la lettura della mia poesia Working Class Hero, dalla raccolta L’Aspro di Lettere: una parola che non cerca conciliazione, ma combustione. Non una semplice esposizione di principi, dunque, ma il tentativo di metterli in atto davanti al pubblico. Forse è proprio questo il senso più profondo di una giornata dedicata alla memoria artistica milanese: non limitarsi a custodire ciò che è stato, ma liberarne le possibilità ancora inesplorate. Il passato ci sfugge proprio mentre tentiamo di afferrarlo. Ma il suo movimento può ancora attraversarci, trasformarci, incendiare il presente. E allora l’avanguardia non è soltanto ciò che ci precede nella storia. È ciò che, nonostante tutto, resta ancora da inventare.
TEATRO
Amore è stufo,
di Lodovica San Guedoro
Personaggi
Alfredo,
scrittore fallito
Drammaturgo,
esperto di Drammaturgia di un grande teatro di Stato, colpevole di aver
rifiutato uno dopo l’altro diversi pezzi di Alfredo.
Lo stesso prato, la stessa
locanda. È pomeriggio avanzato. A sinistra della casa, verso il fondo, è
apparsa un’amaca, da cui sporge la coda di un pavone. L’occupante
non si vede. Da sinistra entra Alfredo. Si trascina dietro come una preda di
guerra il drammaturgo.
ALFREDO: Non resta che
eseguire la condanna.
DRAMMATURGO: Pietà! Pietà!
ALFREDO: Nessuna! Tu sei
completamente in mio potere, un agnello consegnato al mio vorace arbitrio, da
quando il tuo cuore si è messo a battere per me.
DRAMMATURGO: Pietà! Ti
prego! Pietà!
ALFREDO: I miei voti più
ardenti, i miei più pazzi desideri, i miei più sfrenati lamenti, un’astuzia
suprema, una demoniaca essenza di benevola sapienza, li ha finalmente esauditi.
L’amore ti ha dato quel tanto di vita che ti è servita per soffrire e io ne ho
goduto, ne ho goduto, sì. Ora son sazio. Preparati, dunque, a morire nel
peggior dei modi... con strazio.
DRAMMATURGO: (supplicandolo
in modo struggente) Ma prima un bacio, un bacio solo, ti prego, e poi
sopporterò anche il supplizio!
ALFREDO: (arrivato al
centro del prato, mollandolo) Non posso accontentarti in tutto... Avrai il
supplizio, ma il bacio è riservato a un altro.
DRAMMATURGO: (afferrandosi
il cuore) Oh, crudele! A chi l'hai destinato? Chi è il giovane amante che
mi umilia? Gianduia?
ALFREDO: (duro e
glaciale) Non ti riguarda! Non vorresti mica aver rivali, con quella faccia
d’avvoltoio lesso?!
DRAMMATURGO: (disperato)
Ahimè, sono sicuro che è con lui che mi tradisci!
ALFREDO: Beh, e se mi
andasse? Quella freschezza, quella giovinezza, quelle forme salde...
DRAMMATURGO: Non posso
sentirlo!
ALFREDO: Oh, le sue
labbra, che cielo!
DRAMMATURGO: (soffrendo
come un cane) Taci!
ALFREDO: Oh, il suo
petto...
DRAMMATURGO: Taci, per
amor di Dio!
ALFREDO: ...che dolcezza!
DRAMMATURGO: (spezzandosi)
No, no!
ALFREDO: Sì, sì, invece,
che incanto! E le gambe poi... che inferno! Stanotte, dopo la tua esecuzione,
credo che rivedrò tutto. Oh, che paradiso un fringuelletto giovane così!
DRAMMATURGO: (la faccia
quasi a terra) Oh, come soffro, oh, come soffro... Lui, il fortunato, lui,
il vittorioso, lui... E io schiacciato sotto il tacco...
ALFREDO: Rasserénati: tra
poco niente avrà più importanza per te! Tutto sarà uguale e indifferente...
DRAMMATURGO: (tornando
su) Sono rassegnato, ormai... Ma come vuoi uccidermi?
ALFREDO: Vedrai, sarai
bravo: a poco a poco. Durerà un po’, il tempo di un atto unico a teatro.
Se lo trascina dietro.
DRAMMATURGO: E dove
andiamo?
ALFREDO: Nel boschetto, e
lì c’è un punto ameno, dove la terra è morbida, assai morbida e lieve. E la
fossa è già scavata, e tu ti adagerai sul fondo e dirai le tue preghiere con le
mani sul petto, e io ti coprirò dolcemente... Vedrai la terra volarti addosso,
planare su di te, nascondendo gambe e braccia, crescere ai lati e riempire
gli sgraditi vuoti, cingerti, abbracciarti amorosamente... E se poi sentirai
oppressione al petto e ti verrà voglia di gridare, io sarò là e ti guarderò
fidente e, quando ti entrerà la terra nelle nari, potrai aprir la bocca e
respirare ancora un po’ con quella...
DRAMMATURGO: Ma è
orribile! Mi vuoi seppellire vivo?!
ALFREDO: Consólati, a me è
successo tante volte, a te capiterà una volta sola! Andiamo! Quando sarai
completamente avvolto, potrai urlare, urlare forte, ma non ne uscirà suono...
come negli incubi... Parlo da esperto.
Escono a destra.
LEONE XIV: “QUESTA
GUERRA DEVE FINIRE”
di Chicca Morone
“Nella
psicosomatica, i problemi ai polmoni e all'apparato respiratorio sono
tradizionalmente collegati al rapporto con lo spazio vitale, alla libertà
personale e a emozioni represse come la tristezza profonda, il lutto, l'ansia o
la rabbia”. Qualcuno può mettere in dubbio che il Santo Padre
possa essere stato immune all’aria respirata in Vaticano, una volta eletto al
soglio pontificio? La scelta del nome, cioè il prosecutore di Colui che aveva
predetto le infiltrazioni sataniche nella Chiesa per più di 100 anni, non ha
certamente suscitato l’entusiasmo dei modernisti che avevano sostenuto Jorge
Bergoglio. Il fango immediatamente sollevato non ha inzaccherato il bianco
abito, rimasto immacolato e fortemente simbolico fin dal primo viaggio in
pellegrinaggio a Iznik (Nicea) in occasione del millesettecentesimo anno dal
Concilio ecumenico e dell’incontro a Costantinopoli con il Patriarca ecumenico
Bartolomeo. Guarigione, quindi, sembra essere il motivo conduttore di questo
momento storico: guarigione del Santo Padre, dell’Uomo, della Chiesa, delle
Istituzioni, degli Stati, della Terra. Il percorso di guarigione della Chiesa
ha comportato per il Santo Padre prendere atto della situazione in cui si
trovava il Vaticano, dalla rendicontazione interna delle casse dello Ior alla questione della pedofilia, incurante del
terremoto causato dalla denuncia del Male che ha corroso dall’interno la
Chiesa. Nonostante sapesse di avere un male al polmone non ha rinunciato alla
sua missione evangelica a Parigi, dove ha celebrato messa a Place de la
Concorde purificando il luogo dal sangue di Luigi XVI e Maria Antonietta lì
ghigliottinati insieme alle numerose vittime dell’eroica Rivoluzione. Non estranea
a una certa logica la scelta della data dell’operazione: 13 ottobre, giorno del
Miracolo del Sole di Fatima, alla presenza in sala operatoria del capo della
gendarmeria vaticana, uno dei fedelissimi da cui è circondato.
La possibilità di “rimodulare il
pontificato” secondo il Segretario di Stato Parolin, è sfumata velocemente,
visto che il Santo Padre si è rimesso al lavoro pochi giorni dopo l’intervento,
deludendo i nemici soprattutto alla luce della chiamata avuta con il presidente
Vladimir Putin. Non credo a una coincidenza il fatto che chi è stato ed è a
conoscenza del terzo segreto di Fatima sappia quanto Russia e Ucraina siano al
centro del contenuto e temano fortemente il coinvolgimento del Vaticano nel
processo di pace. Infatti una prima mossa è avvenuta a fine agosto con l’invio
di monsignor Richard Gallagher - praticamente il Ministro degli Esteri della
Santa Sede - in un momento in cui tutti abbiamo temuto il peggio alle
dichiarazioni del Ministro russo Sergej Lavrov in risposta al via libera di
Londra a Parigi e Kiev per la produzione del missile Scalp in Ucraina. Così,
incontrando i giornalisti a Mosca il monsignore aveva asserito: “Questa
guerra deve finire e non può essere risolta con le armi” ribadendo anche
che il Vaticano intendeva offrire sostegno diplomatico e uno spazio per cercare
una pace negoziata.
Innegabile appare quindi il
legame tra questa terra martoriata e il terzo segreto di Fatima: i testimoni
che hanno conosciuto la parte censurata dello scritto, tutti hanno fatto
riferimento al ruolo centrale dell’Ucraina per la comprensione delle parole di
Maria. Padre Malachi Martin, già segretario del cardinal Augustin Bea, prelato che ebbe il privilegio di conoscere quel segreto, testimoniò che la
Madonna aveva chiesto di rivelarlo entro il 1960: Papa Giovanni XXIII, per
motivi molto personali, disattese quanto scritto.
L’annuncio dell’apostasia della
Chiesa, a partire dai suoi vertici, non era argomento su cui scherzare perché
le profezie, trascritte dai ragazzini dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, si
erano avverate tutte puntualmente. Inoltre già nel 1884 Leone XIII aveva
preconizzato l’infiltrazione satanica nella Chiesa per più di 100 anni.
Sempre padre Malachi Martin in
un’intervista ad Art Bell aveva detto: “Il ruolo della Russia nella visione
di Fatima è molto importante: la salvezza per il mondo, la cura per i mali del
mondo inizierà in Ucraina e Russia. Guarita dai suoi errori, aiuterà il mondo
intero a guarire dai propri peccati”. Tutto questo spiegherebbe la
battaglia anche spirituale che si sta combattendo in quelle terre, non solo ricche
di materie prime nel sottosuolo, ma dove è macroscopico lo scontro religioso. Le
varie brigate Azov - e non solo - con insegne naziste contrastate e combattute
dall’Armata Rossa, benedetta dal Patriarca della Chiesa ortodossa russa,
indicano qualcosa? Può essere perché l’avanzata del Male, dell’Anticristo e del
caos, così visibile in tutta l’Europa, ha iniziato una battuta d’arresto già lo
scorso agosto, quando il capo della CIA, John Ratkliffe, è volato
improvvisamente a Mosca; inoltre proprio in questi giorni i colloqui dei leader
di Finlandia e Norvegia con Putin fanno sperare in un ridimensionamento della
follia bellicista. Governati da personaggi assatanati di denaro e potere che
cercano di trascinarci in un conflitto mondiale, stiamo dimostrando quanto poco
la popolazione sia d’accordo su una politica avulsa dalla realtà effettiva;
quanto molti di noi desiderino la pace, il poter professare la nostra religione
senza nascondere i simboli della cristianità per non offendere i proseliti di
altri credo, in un clima di solidarietà e crescita.
Abbiamo bisogno di politici seri
che siano interessati al benessere del popolo, non alla difesa delle proprie
poltrone e alla conquista di seggi, divorati da quel narcisismo davvero
imbarazzante.
È utopia? Probabile, ma se non si
inizia a immaginare si rischia di non essere in grado di costruire un futuro
meno violento di quello che si sta prospettando per noi tutti, convinti
dell’ineluttabilità della vittoria del Male sul Bene.
venerdì 30 ottobre 2026
OPPOSITORI DELLE INGIUSTIZIE
di Roberta De Monticelli
Come i lettori sanno, il fermo di Youssef Siher si è concluso con il suo rilascio non avendo commesso alcun reato.
Colpevole di dissenso verso una società sempre più ingiusta e criminale, questo
sì. La filosofa Roberta De Monticelli, subito dopo il fermo di questo giovane
oppositore, aveva scritto una ironica lettera indirizzata alla Procura della
Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha fatto il giro dei social
raggiungendo una marea di persone. La parte che qui pubblichiamo non ha perso
nulla della sua validità e della sua necessità. Come lei, anche noi coltiviamo
pensieri facinorosi nei
confronti di tutto ciò che riteniamo ingiusto e disumano, e come lei continueremo
a batterci per cambiare le cose, fino a quando ci rimarrà un alito di vita.
[“Odissea”].

Roberta De Monticelli
Io sottoscritta, circondata da migliaia
di facinorosi pensieri in stato d’arresto, confesso che al pari di Youssef
Siher “dichiaro guerra a questo presente infame”, e protesto “contro ‘caro
vita’, ‘stipendi bassi’ ‘affitti alti’ ‘sanità scadente’ ‘sicurezza nelle
strade assente’ ‘governo assente’”, come il Suo Fermo imputa a lui e ai suoi
preguaci. Dichiaro inoltre che anche io ho “contatti con ambienti antagonisti”,
in particolare “il movimento BDS”, di cui condivido in pieno il criminoso
intento di boicottare, disinvestire e sanzionare le attività israeliane nei e
contro i Territori Occupati, “a sostegno della causa palestinese”. E scrivo
addirittura di tanto in tanto su un pericoloso “quotidiano comunista” che
questa scritta porta sul frontespizio. Sono quotidianamente impegnata in
pensieri tanto universali quanto “anti-Occidentali”, soprattutto “con l’obiettivo
di contrastare l’islamofobia e il razzismo”: arrossisco a dirlo! Anche io
considero “il nuovo decreto-legge approvato ‘come un pugno autoritario contro chi dissente,
di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo’”, e temo in questo di
essere in sintonia con il noto pregiudicato Prof. Gustavo Zagrebelski. Confesso
inoltre che innumerevoli volte ho anche io seguito (anticipatamente!) i
consigli di Youssef per aiutare a organizzare le manifestazioni, “dalla
riunione iniziale tra amici, conoscenti e compagni fino alla marcia verso un
punto di ritrovo prestabilito”. E addirittura ho fatto proprio come lui
“suggerisce: … di coinvolgere i passanti e gli abitanti, per ampliare la
partecipazione”. Confesso anche il vergognoso reato di aver indossato “occhiali
protettivi, kefiah e guanti”. E infine, mi trema la voce a dirlo, ascolto quasi
quotidianamente sulle onde malfamate di Radio 3 un programma che si chiama Rivoluzione,
condotto
dal noto stratega rivoluzionario Stefano Feltri, il cui tentativo di camuffare
la sua illecita sobillazione delle menti con il titolo tradotto in inglese non
sarà certamente sfuggito, gentile Pubblico Ministero, alla sua panottica e
poliglotta attenzione.
In attesa degli agenti che la mia denuncia la obbligherà, come spero, a
mandarmi alla porta, conterrò agli arresti domiciliari i miei facinorosi
pensieri.
In fede,
Roberta De Monticelli
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| Roberta De Monticelli |
LA MEMORIA DELLA
“MARCIA SU ROMA”
di Franco Astengo
104 anni fa si svolse
la “marcia su Roma”: una memoria da non smarrire oggi quando l’Italia si trova
dentro alle contraddizioni di un sistema politico fragile, ormai ai minimi
storici dal punto di vista della capacità d’espressione di una aggregazione collettiva
con soggetti politici che sommati tutti assieme non arrivano al 40%
dell’elettorato, non se ne rendono conto e lasciano spazio a possibili avventure.
Un sistema all’interno del quale emergono seri tentativi di scalata per mutarne
la natura costituzionale attraverso una torsione di stampo populistico,
personalistico, autoritario: è questo l’orientamento della destra attraverso la
nuova legge elettorale ed il tema che sarà al centro della prossima contesa
politica in occasione delle future elezioni legislative generali. La “marcia su
Roma” ha rappresentato un momento di snodo fondamentale nella storia d’Italia,
una data nella quale si registrò il crollo definitivo della vecchia Italia
liberale e l’avvento al potere del fascismo: un vero e proprio momento di
“eversione delle classi dirigenti” come lo definì Antonio Gramsci. Su quel
apparentemente lontano avvenimento è necessario alimentare una memoria storica su
ciò che il fascismo è stato ed ha rappresentato nella storia d'Italia, al fine
di evitare per quanto possibile quei fenomeni di pericoloso revisionismo che
pure si stanno manifestando con intensità, in particolare negli ultimi tempi. Il
mantenere la memoria intorno ai fatti e all’esito politico del 28 ottobre 1922
significa anche interrogarsi sul perché la nostra Costituzione non può essere
modificata in punti nei quali perderebbe il suo carattere antifascista: ad
esempio nell’affermazione della centralità del Parlamento. Uno de padri
costituenti, Giuseppe Dossetti, metteva in luce la rilevanza dell'evento
globale che l'aveva ispirata: " In realtà, la Costituzione Italiana è nata
ed è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della seconda
guerra mondiale”. L’aver condotto l’Italia nella spirale mortale della guerra
rimane la responsabilità più grande del regime fascista ma si tratta di una
responsabilità che discende direttamente dal modo con il quale il fascismo
assunse il potere, e di conseguenza dalla marcia su Roma e non come molti altri
pretendono dall’emanazione delle “leggi fascistissime” promulgate nel gennaio
1925 in conclusione della crisi innestata dal delitto Matteotti o addirittura
dall’emanazione delle leggi razziali nel 1938: il fascismo fin dall’inizio è
stato feroce interprete della repressione della democrazia. Proprio la
consapevolezza di questo fatto portò l’insieme dell’Assemblea Costituente a
superare, almeno in misura considerevole, le concezioni di parte e le esplicitazioni
delle ideologie contrapposte, ricercando tutti a cercare, di là da ogni
interesse e strategia particolare un consenso comune. Il mantenere la memoria
della “marcia su Roma” serve soprattutto a ricordarci come il presupposto
politico della Costituzione Italiana sia rappresentato ancora e sempre
dall'antifascismo.
Su questo punto
occorre essere chiari.
La Costituzione
italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perché è stata
scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario
per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo
e della guerra. I costituenti sentirono il bisogno e seppero farlo, di
rovesciare completamente le categorie che avevano caratterizzato il fascismo.
Come il fascismo era
alimentato da uno spirito di fazione e assumeva la discriminazione come propria
categoria fondante (sino all'estrema abiezione delle leggi razziali), così i
costituenti hanno assunto l'eguaglianza e l’universalità dei diritti dell'uomo
come fondamento del loro ordinamento.
Come il fascismo
aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria
(monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura
istituzionale fondata sulla massima distribuzione, articolazione e diffusione
dei poteri. Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e
sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro
invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.
Come il fascismo
aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto
internazionale e alla convivenza con la guerra, così i costituenti hanno negato
in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto
internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l'istituzione della
guerra. I principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a
quelli proclamati o praticati dal fascismo.
L’osservare fin qui
spirito e lettera della Costituzione ha reso impossibile ogni forma di
"dittatura della maggioranza": spirito e lettera della Costituzione
fin qui difesi in occasioni cruciali dal voto popolare. Dobbiamo continuare a
respingere questi attacchi e queste pericolose tentazioni e, proprio per queste
ragioni, non smarrire mai il senso della memoria storica: anche ricordando un
evento funesto e drammatico come quello della Marcia su Roma e cercando di far
comprendere appieno la posta in gioco nelle elezioni del 2027 (situazione non
ben compresa anche dagli stessi partiti d’opposizione fermi in sterili diatribe
per posizioni di potere).
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