UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 24 febbraio 2026

DOMANDE
di Angelo Gaccione


 
S
ul nespolo del mio cortile non vengono più né i passerotti, né lo scricciolo che mi teneva compagnia, né i merli. Le cornacchie, alle quali continuiamo a sottrarre spazio con il dissennato consumo di suolo agricolo, si sono impadronite delle piante di città e dunque anche del nespolo. Hanno divorato i piccoli pennuti, ed ora non vengono neppure loro perché non avrebbero nient’altro da divorare. Rovistano tra i rifiuti dei giardinetti dove i chioschi all’aperto vendono cibi di ogni tipo, così come fanno i cinghiali che si spingono sempre più nei centri urbani di città e paesi. Roma è stato un caso emblematico negli ultimi tempi. Cinghiali, gabbiani, volpi e cicogne si fanno vedere sempre più spesso a ridosso delle abitazioni anche nei centri del Sud, non solo lungo le strade di campagna. Gli incendi da un lato, l’uso smodato e pervasivo di prodotti chimici dall’altro, hanno alterato talmente l’habitat di queste creature, da doverlo abbandonare. Diverse specie non lo riconoscono più come territorio proprio, ma come minaccia ostile alla loro sopravvivenza. In alcuni luoghi un tempo salubri sono completamente sparite le api, in altri si sono ridotte di numero e la produzione di miele ha subìto un vistoso calo. Ce ne dovremmo allarmare, e invece non ce ne preoccupiamo. Dove finiscono gli animali a ridosso dei teatri di guerra che riescono miracolosamente a sfuggire ai rovinosi bombardamenti e agli agenti chimici che esplosivi sempre più letali diffondono? In che condizioni sopravvivono avendo dovuto forzatamente mutare contesto? Non ce lo chiediamo mai. Non lo facciamo per gli alberi e per le piante sottoposti alla stessa sorte, non lo facciamo per il brulicare di vita che il sottosuolo custodisce. 



Che colpa ne hanno loro? È una domanda che sentiamo spesso quando a subire morte e rovina sono esseri umani innocenti, ma non la formuliamo mai quando a subire la stessa sorte sono creature altrettanto innocenti che appartengono allo stesso universo dentro cui siamo immersi in simbiosi armonia. Vi siete chiesti quanti di questi esseri sono periti nel corso di quella incivile e barbara consuetudine dei botti di fine anno? Quanti sono diventati folli di paura o si sono ammalati senza rimedio?

CONFERENZA SUGLI ENTI LOCALI
di Franco Astengo


 
Una proposta di riflessione complessiva.  
 
La conferenza sugli enti locali sviluppata da Alleanza Verdi Sinistra in una "due giorni" romana ha rappresentato sicuramente un fatto positivo di ritorno alla discussione su di un tema cruciale sul quale, nel corso degli ultimi anni, la sinistra ha stentato a portare avanti una elaborazione adeguata ai cambiamenti in atto sia sul piano sociale sia -soprattutto - su quello istituzionale. Nel corso dei lavori in questione sono stati colti alcuni punti di decisivo interesse: a partire dalla risposta necessaria che le istituzioni locali sono chiamate a fornire non tanto e non solo ai vari decreti sicurezza sui quali la destra intende scavare fenomeni di criminalizzazione di diseguaglianza.
L'idea della solidarietà sociale deve accompagnarsi agli altri elementi di discussione e proposta: dallo stop al consumo di suolo, al salario minimo comunale fino alla necessità di ricostruire reti con le realtà locali costruendo un nesso tra centri di aggregazione, cultura, sedi di solidarietà sociale.
Questo intervento però intende sollecitare un innalzamento del livello proponendo al riguardo una riflessione "sistemica" sull'insieme dei livelli decentrati di governo:
1) Il primo punto riguarda la collocazione del complesso degli Enti Locali rispetto al rigurgito nazionalista che la destra sta promuovendo e che attraversa in modo pericoloso la società italiana. La risposta non può che essere quella dell'autonomia del sistema autonomistico mettendo in discussione prima di tutto il sistema della finanza locale e del fisco a livello periferico. Serve però qualcosa di più ampio cui fare riferimento per una elaborazione teorica che conduca a una forte propositività. Sarebbe il caso di pensare al ruolo del sistema degli enti locali italiano in un quadro di rilancio del progetto di federalismo europeo. Non entro qui nel merito del dettaglio progettuale: sicuramente una proiezione di questo tipo avviando una "rete" transnazionale di amministrazioni progressiste potrebbe rappresentare un primo passo;



2) Il secondo punto di riflessione dovrebbe riguardare il ruolo delle Regioni, da affrontare proprio adesso che a destra si sta cercando di concretizzare il tema dell'autonomia differenziata. Il tema della collocazione istituzionale delle Regioni riguarda una necessità di analisi del bilancio di questi ultimi anni, in particolare dall'introduzione del meccanismo di elezione diretta dei Presidenti delle giunte regionali. Il fenomeno era già in atto in precedenza e si tratta di un vero e proprio mutamento d'asse avvenuto nella natura stessa dell'Ente. Trascurando la polemica sulla mancata abolizione di alcuni ministeri che era stata "promessa" in un qualche modo all'inizio del varo della legislazione regionale, rimane il fatto che la funzione legislativa e di coordinamento ha subito nel corso degli anni una vera e propria "torsione" verso un Ente esclusivamente di nomina e di spesa (spesa tra l'altro vincolata quasi monotematicamente al comparto della sanità, con esito molto negativi). L'elezione diretta del presidente della giunta regionale ha poi forzato la direzione della macchina amministrativa regionale in funzione delle esigenze dello stesso presidente e della sua parte politica creando nicchie clientelari e alimentando fenomeni di corruzione sia nella Regioni a statuto ordinario sia in quelle a statuto speciale;
3) Il terzo punto riguarda il tema della governance dell'area vasta intermedia. È il discorso del rapporto tra "Città" e "Post-Città" in una fase in cui le esigenze di nuove e diverse aggregazioni istituzionali ma anche sociali e culturali si sta imponendo nei fatti. Il ritorno al voto diretto nelle antiche sedi provinciali potrebbe rappresentare un primo elemento di discussione accompagnato naturalmente da un discorso riguardante i compiti da assegnare a Enti che tornerebbero ad essere governati da soggetti espressione dell'elettorato di primo grado (anche qui si porrebbe comunque il punto riguardante l'elezione diretta del Presidente). Forse sarebbe il caso al riguardo del governo intermedio di area vasta (constatato il fallimento della formula "Città metropolitana") si cominciare a ripensare all'insieme del tessuto istituzionale autonomistico (anche in relazione al tema del federalismo europeo cui si è accennato) magari partendo da quella trascurata proposta avanzata dalla Società Geografica Italiana che prevedeva un solo livello intermedio tra Governo e Comuni attraverso la creazione di 36 "cantoni" o "dipartimenti" alcuni dei quali, nella loro entità geografica, che superavano le stesse realtà regionali che appaiono in alcuni casi del tutto obsolete per via dell'avvenuto mutamento dei flussi demografici, economici, turistici,, dell'appartenenza culturale;



4) l'ultimo punto, di grande delicatezza, riguarda l'elezione diretta dei Sindaci. Una riflessione sotto questo aspetto si impone almeno per i Comuni superiori ai 15.000 abitanti. All'obiezione che l'elezione diretta del Sindaco (norma che risale al 1993) abbia garantito stabilità debbono essere opposti due elementi di contrasto: il primo riguarda l'esaltazione della personalizzazione della politica che l'elezione diretta sicuramente comporta e questo è un punto che le strutture di partito nella loro evoluzione organizzativa e di rapporto sociale dovrebbero meglio considerare; il secondo la crescente disaffezione al voto che le elezioni comunali presentano di volta in volta. Ormai i comuni non si presentano più come l'Ente più vicino alle esigenze della popolazione e - di conseguenza - l'Ente che invita alla maggiore partecipazione. La scelta sciagurata compiuta dalla Legge Del Rio di abolizione della circoscrizioni nelle città al di sotto dei 100.000 abitanti anche se capoluogo di provincia ha contribuito a fornire un vero e proprio "colpo" alla già declinante partecipazione popolare cui si sta cercando di ovviare con meritevoli iniziative legate però necessariamente a una visione del tutto volontaristica e quindi anche limitata al fine di stabilire nuovi livelli di Città sul piano della solidarietà sociale e alla crescita di una emarginazione che diventa anche istituzionale.

“L’INFINITAMENTE MEDIO”
di Luigi Mazzella
 
Ennio Flaiano
 
Non ho conosciuto Ennio Flaiano, ma sono stato amico di quasi tutti i suoi amici che lo ritenevano del tutto e felicemente ateo. Tra i suoi biografi, però, c’è chi lo definisce, per asserito amor di precisione, un agnostico razionalista e ricorda la sua battuta: “Era ateo ma si era convertito per poter  bestemmiare!”. Non so se Flaiano abbia avuto la fortuna di potere studiare fuori dai seminari religiosi (certamente non è stato alunno dei Gesuiti in scuole di cosiddetta élite). Desumo che, come tutte le persone di intelligenza pari alla sua, egli ha sempre rappresentato per i fideisti un duro ostacolo da superare e solo i più “aperti” (si fa per dire) lo citano con il dovuto rispetto. 
Di recente è stato ricordato il suo aforisma: “stanco dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, lo scienziato si dedicò all’infinitamente medio ”che, com’è stato giustamente osservato, altro non è che il modello sociale vincente nella collettività umana, quello della mediocrità. Naturalmente, sull’estensione e quantità degli individui mediocri nell’età attuale, i pareri divergono, ma la domanda principale è: devono essere ricompresi tra i mediocri gli esseri umani che, improvvidamente disconoscendolo, rinunciano all’uso di ragione? Possibile che non capiscano che la razionalità è la sola qualità che li distingue dagli altri esseri viventi? Che cosa li convince a porre fiducia in ciò che viene rivelato da altri: sedicenti sacerdoti di un invisibile Dio o maestri di un superiore pensiero? Possibile che si inducono a credere, senza possibilità di verifica o con la conoscenza di prove contrarie, nella realizzabilità di astratte utopie salvifiche e benefiche e si lanciano, a spada tratta, contro chi osa pensare in maniera diversa? C’è chi ritiene che la presenza abbondante di fideisti convinti e di fanatici politici di incrollabile ideologia rappresenta, per come vanno le cose, il segno di un progressivo dissolvimento di ogni possibilità di civile convivenza in Occidente. Io sono tra essi. D’odio si muore è il titolo del mio ultimo libro e ne è protagonista proprio quell’infinitamente medio di cui scrive Ennio Flaiano. 

lunedì 23 febbraio 2026

ACRONIMI E SIGNIFICATI RECONDITI
di Romano Rinaldi


 
La rielezione dell’attuale presidente degli USA, effettiva da poco più di un anno e della durata programmata di quattro anni, ha avuto come leitmotiv l’acronimo MAGA (Make America Great Again) dietro al quale c’è una nuova visione del ruolo degli USA nel mondo e dei mezzi per ottenerlo che ribalta praticamente tutti i principii ai quali si era finora ispirata l’egemonia americana nel mondo occidentale con implicazioni anche per tutti gli altri Paesi attratti da quel “modello” (soft power) o brutalmente sospinti, a suon di bombe, verso quell’ideale.
Il primo elemento che è stato inserito in questo nuovo modello è quello dell’isolazionismo; quindi, niente più guerre e la promessa di contribuire in men che non si dica alla fine di quelle in corso, ovunque fossero e per qualsiasi ragione (o torto). Il “deal master” (creatore di accordi) aveva la certezza di riuscire nel suo intento di mettere tutti d’accordo ricorrendo ad azioni soprattutto economiche (protezionismo) a carattere coercitivo oppure con minacce militari (in parte anche messe in atto) ed offrendo proposte che non potevano essere rifiutate (suona un po’ come la Chicago negli anni tra il 1920 e il 1930 ma questo è solo un dettaglio). Nulla di ciò si è finora verificato. Per il resto, la teoria MAGA propone un’infarcitura di soluzioni retrograde a tanti problemi.




Ad esempio; quelli dell’immigrazione, con le deportazioni di massa; dell’ambiente e delle variazioni climatiche, con il più bieco negazionismo; dell’aiuto ai paesi poveri per la salvaguardia della salute, con la cancellazione di quasi tutti i programmi; della ricerca di base in campo biomedico, con altrettanti drastici tagli ai finanziamenti ed infine con l’indebolimento di tutti gli organismi sovranazionali, a partire dall’ONU in funzione di una preminenza del diritto della forza (degli USA) a dispetto della forza del diritto, interno ed internazionale del quale questa amministrazione ha deciso di liberarsi definitivamente. Oltre naturalmente a doversi liberare di tutti i pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato che devono esistere in uno stato di diritto basato sulle regole della democrazia liberale.



Ecco dunque spiegata in poche parole in cosa consiste questa “filosofia” MAGA di cui molti governanti anche da noi, compresa la nostra Presidente del Consiglio, si riempiono la bocca, pur professando un “atlantismo” e una “difesa dei valori occidentali” che non si capisce bene su cosa dovrebbero essere fondati date queste premesse.
Bene ha fatto dunque il Premier canadese a Davos a denunciare l’impossibilità di adeguarsi a questo modello e tantomeno poter continuare “business as usual” soggiacendo alle imposizioni che l’elefante americano, sdraiato con la sua lunga schiena su tutto il confine dall’Atlantico al Pacifico tra i due Paesi, potrebbe mettere in atto con un “rotolino” verso Nord! E benissimo ha fatto il Cancelliere tedesco Merz a rimarcare, a Monaco, lo stesso principio invitando l’Unione Europa a reagire in modo fermo e consono a questa intollerabile prepotenza mettendo in atto una reazione adeguata per evitare di cadere nella trappola della destrutturazione dell’ordinamento liberal-democratico che ha garantito all’Europa gli ultimi 80 anni di pace pressoché totale. Il periodo più lungo in assoluto di prosperità e pace nella millenaria storia delle sue Nazioni. 


Merz

Questa scossa alla prepotenza americana sta finalmente cominciando a dare qualche risultato. È infatti risaputo che alla boria dell’acronimo MAGA, fa riscontro un altro acronimo col quale l’attuale presidente era noto nel suo mondo degli affari: TACO, ovvero “Trump Always Chickens Out”, tradotto: se messo alle strette, scappa come un pollo. Ecco, questo è dunque l’atteggiamento da adottare con chi non molla finché non sente del duro.




In quest’ottica il mondo intero, tutt’ora incapace di scrollarsi di dosso lo sbigottimento creato dalle imposizioni dei dazi capestro voluta dal Presidente degli Stati Uniti d’America (POTUS), dovrebbe accogliere con una notevole soddisfazione la recentissima decisione della Suprema Corte degli Stati Uniti d’America (SCOTUS) di dichiararli illeciti. E tutti dobbiamo anche ritenerci molto fortunati in quanto la nomina dei 9 giudici della Corte (a fine mandato solo per fine vita o dimissioni) è prerogativa del presidente in carica e Trump si è trovato nella fortunata posizione di poterne nominare ben tre, trovandone già altri tre di nomina repubblicana (Bush Senior e Junior) e solo tre di nomina democratica (Biden e Obama). Nel confronto tra i poteri dello Stato, SCOTUS ha prevalso su POTUS, persino in un sistema in cui è normale una certa soggezione (per nomina) dei giudici al potere politico. 


Carney

La professionalità ha dunque prevalso nei confronti dell’obbedienza. Una bella lezione al nostro Governo che straparla di giudici politicizzati, soprattutto riferendosi a presunte maggioritarie tendenze sinistrose e vorrebbe introdurre norme di nomina più dipendenti dal governo in carica, per la stessa ammissione del Ministro Guardasigilli, proponente della riforma che sarà presto sottoposta a referendum popolare.



Tornando alle relazioni tra UE e USA, il fatto che nel nome di un revanscismo nazionalista ci siano governanti europei che, ammiccando al movimento MAGA, non riescono a capire cosa stanno mettendo in gioco a nome e per conto delle popolazioni che dovrebbero guidare con saggezza e lungimiranza verso un miglioramento delle loro condizioni, è a dir poco disarmante. E finché si tratta di un piccolo Paese come l’Ungheria (9,6 milioni di abitanti, poco più di due volte quelli di Roma e provincia), uscita da poco dal regime totalitario comunista dell’ex Unione Sovietica ed ora ondeggiante verso un altro regime, questa volta di stampo neonazista (come capita nella fisica: il principio dell’azione e reazione…), non c’è tanto da meravigliarsi. Bisogna aspettare una maturazione. Ma se si tratta dell’Italia, il Paese che ha fondato e poi sofferto tutte le sanguinose conseguenze di quel tipo di regime, per poi riscattare la propria identità tra le Nazioni-guida fondatrici della UE fornendo un grande contributo intellettuale, normativo, legislativo, politico e morale a questa titanica impresa, no non si può facilmente capire quanto sia arretrata la mentalità di chi non ha capito cosa si debba fare per la salvaguardia degli interessi del popolo di tutta la Nazione. Ovvero tutta la popolazione che ha il diritto di essere rappresentata da chi li governa nel rispetto della Costituzione alla quale questi rappresentanti hanno giurato fedeltà. Il loro dovere è quello di assecondare le legittime aspirazioni di tutti al miglioramento delle condizioni di vita e convivenza civile nel Paese, secondo appunto i dettami della Costituzione. Questo è il solo “populismo” che i governanti hanno il dovere di rispettare. 



Viceversa, non hanno alcun diritto di esibirsi in una forsennata rincorsa del populismo tout court che si esprime coi sentimenti della pancia da parte ahimè della meno dotata porzione della popolazione. Una porzione che si presenta solitamente come una minoranza molto rumorosa e prepotente e che per questo riesce ad orientare il consenso.
Ecco, dunque, quando si sente la nostra Presidente del Consiglio affermare di essere in sintonia con i principi propugnati dalla presente amministrazione americana attraverso il movimento MAGA, vengono i brividi, soprattutto perché questi principi vengono presentati come la continuazione di un rapporto nel solco dell’atlantismo e della difesa dei “valori occidentali” come se nulla fosse cambiato nell’ultimo anno. Se non è pura mistificazione in malafede, si tratta di una imperdonabile ingenuità. Nell’un caso o nell’altro non è un buon servizio all’Italia né all’Unione Europea e soprattutto va in senso contrario all’auspicabile evoluzione degli ordinamenti UE in senso federalista coi quali potremmo finalmente ambire al completo riscatto dalla barbarie in cui ci hanno precipitato un centinaio di anni fa, coinvolgendo il mondo intero, il regime fascista italiano e il conseguente nazismo tedesco, quest’ultimo il frutto della tipica esasperazione teutonica per il “lavoro fatto alla perfezione”!

UN CORO DI INDIFFERENZA
di Vittorio Melandri


 

(Che lo scempio della Costituzione, chiamato “separazione delle carriere”, o forse meglio “delle corriere”, sta amplificando). 

Da tempo mi angoscia il coro di indifferenza che dotti e meno dotti, si affannano ad intonare in memoria dell’eterno “fascismo”. Quello che da sempre affonda le sue radici in quel terreno reso sempre fertile dalla violenza, dalla sopraffazione sul più debole, dal vigliacco servaggio offerto a chi è creduto più forte. Quel fascismo che in italiano si è saputo codificare una volta per tutte, quello subito denunciato da Gobetti e Matteotti, e che lo stesso Mussolini dichiarava di non aver inventato, bensì estratto dall’anima degli italiani. Il coro degli indifferenti, canta beato pensando che quel fascismo sia stato cambiato per sempre dal sangue versato, e compone versi che descrivono i cambiamenti, che indicano i fascisti vestiti di nuovo, come se fascisti non fossero più. In Italia è bastato che una legge elettorale suicida e demenziale, favorisse un’abile “Underdog”, perché riemergesse dal profondo, vestito di nuovo ma intatto nella sua sostanza. Le frasi non sono libri, ma i libri sono pur fatti di frasi, e assumo l'arbitrio, sulle tracce di Italo Calvino di estendere ad una frase di Gobetti, il significato che lui attribuisce ai libri classici. Per cui si può purtroppo dire classica, la frase di Gobetti, “fascismo come autobiografia degli italiani”, perché... non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

REFERENDUM          
di Marcello Campisani



Diciamola così fuori dai denti:
di che cosa si sono lamentati
da sempre i destrorsi governanti?
In che cosa si sono prodigati,
 
per aver giustizia ed uguaglianza?
Forse ridando ai ladri conclamati,
senza provar nessuna ripugnanza,
i vitalizi e pure gli arretrati?
 
Vietando che si possa protestare?
Col salario minimo impugnato
contro chi lo cerca d'attuare?
Col massimo invece illimitato?
 
Dicendo di politich'inquinato
nonchè traditor d'ogni diritto
il giudice che si sia adeguato
non al detto, ma bensì allo scritto?
 
Avvisando i peggio delinquenti
che stanno per assere arrestati?
O, perché più non siano sorprendenti,
delle perquisizioni preavvisati?
 
Come può mai passarvi per la mente
che la riforma costituzionale
la giustizia voglia più efficiente
se le si fa mancare l'essenziale?
 
Han la Corte dei conti soggiogata
per poter sprecare impunemente
e, se non formalmente eliminata,
quei giudici non contano più niente,
 
“avendoli svuotati d'un volere,
subordinati ad un Procuratore
soggetto al politico potere,
fatti fuori così senza clamore.“
 
I regnanti si fecero ammazzare
per non firmare la Costituzione.
Non mi pare il caso di scherzare
coi tentativi di manomissione.

INEDITO
di Maria Pia Quintavalla
 



Con tutti io mi confesso,
come se fossi un’anima in ascolto
un’asse nella stanza a fare da trave -
Con tutti io ripeto
l’ansia di sapere se in un orecchio suono,
lei mi potrà sentire, e intorno
nuvole, balletti di unicorni nascono
come un’erba come se
fossi un’anima capace di lenire
in frazioni le domande
che un tempo non contrario
furono già a fuoco, ma in tutte
l’eco della sua voce in solitaria,
sposta a me i confini,
li demanda altrove.

 

domenica 22 febbraio 2026

RIFLESSIONI SULLE ARTI
di Pierfrancesco Sacerdoti


Bernini. Sant'Andrea al Quirinale

Per una teoria dei contrasti.


Il bello è convenienza, la grazia un contrasto,
cioè una certa sconvenienza, o almeno
un certo straordinario nella convenienza”.
Giacomo Leopardi - Zibaldone
   
 
Molto stimolante l’incontro di poesia che si è appena svolto a casa nostra (serata del 17 gennaio 2018). Erano presenti e hanno letto le loro poesie: mia mamma Marjorie Tomkins, Antje Stehn, Alessandro Castagna, Santo Zanolli, Federico Bock. In particolare mi ha colpito una riflessione di Alessandro: nella poesia c’è bisogno di contrasti, di qualcosa che scuota il lettore. Una delle sue poesie era esemplare come dimostrazione di questo principio. Non so se sia un principio valido in assoluto, ma mi viene da estenderlo anche alle altre arti, riprendendo una conversazione che ho avuto più tardi con mia mamma. In scultura questo vale ad esempio per Michelangelo, per Bernini (nelle fontane soprattutto), per Rodin (neo-michelangiolesco), per Somaini (neo-michelangiolesco anch’egli): idea del corpo che si libera dalla materia, contrasto tra peso del corpo e levità dello spirito. 


Ritratto di Michelangelo

Nel caso di Michelangelo (forse il primo ad applicare questo principio in modo evidente, ma volendo il tema esiste già in nuce nel rapporto scultura-architettura nel Romanico) questo si lega a un pensiero religioso-spirituale-filosofico, che dà più sostanza e significato e potenza a una scelta che comunque trovo sia efficace anche su un piano squisitamente formale. In fondo questo discorso è riflesso della natura e della vita, che non possono esistere senza contrasti: la roccia aspra che si alterna alle colline morbide coperte di vegetazione, il mare che lambisce le scogliere, i nostri corpi in cui convivono parti dure (le unghie, i denti, le ossa) con altre morbide, le nostre vite con l’alternanza o addirittura la convivenza tormentata di sentimenti, stati d’animo, idee opposte, contrastanti, contraddittorie. Momenti di noia ed eccitazione, gioia e tristezza, esaltazione e depressione possono convivere nella stessa persona a distanza di ore, giorni, settimane, un po’ come avviene nel tempo meteorologico. 


Somaini al lavoro

Per l’idea dell’arte che mima la vita sono debitore a Giancarlo Consonni, che parla per esempio di affabilità od ostilità delle architetture e degli spazi urbani come se fossero persone. E l’arte nasce come imitazione e descrizione della natura: dalla pittura, alla scultura, alla musica, all’architettura. Tornando alle arti trovo particolarmente interessante il lavoro di Francesco Somaini, sia quando crea contrasti all’interno dell’opera stessa (opaco-lucido, scabro-liscio) sia tra scultura e architettura (per esempio nella scala di Casa Bassetti in via Gesù) sia nelle più tarde proposte di scultura a scala urbana, in cui la scultura assorbe l’architettura (approccio diametralmente opposto a quello delle archistar del decostruttivismo e dintorni, che salvo alcuni casi come il Guggenheim di Bilbao, in cui vi è distinzione e contrasto tra la carrozzeria scultorea e le parti squadrate e modulari, tendono a un generale aspetto organico e/o aggressivo dell’insieme). In pittura questo discorso è forse più difficile da sostenere, in quanto ci si muove nelle due dimensioni su una superficie tendenzialmente liscia e omogenea. 


Somaini. Assalonne III

Forse i primi segnali di una tendenza di questo tipo si possono riconoscere nelle opere di Caravaggio, soprattutto quelle più tarde, in cui convivono parti perfettamente rifinite con altre grezze o appena abbozzate, con effetti che talvolta farebbero pensare all’intervento di artisti diversi sulla stessa tela, o di riprese di dipinti iniziati anni prima quando lavorava in modo diverso e rifinito-virtuosistico, con tecnica precisa e dettagliata (come nel Riposo durante la fuga in Egitto). In alcuni casi l’elemento grezzo fa pensare addirittura a errori, come nell’estremità inferiore della croce di bambù che sfuma nel panneggio rosso in modo del tutto innaturale, contrastando con la perfetta rifinitura e cura dei dettagli di tutto il resto del dipinto. 


Caravaggio. S. G. Battista

Maddalena D’Alfonso sostiene che sia voluto, quasi una firma dell’artista, e questo andrebbe a sostegno della teoria che vado qui sostenendo. In Caravaggio e in altri pittori successivi (Rembrandt, Velasquez, Goya…) il contrasto è anche nell’alternanza dei chiaroscuri, delle luci forti alternate a ombre profonde. L’esito è di grande drammaticità, e riflette lo spirito del tempo. Tornando a scultura e architettura un esempio sommo è quello della sovrapposizione della scultura (ad esempio putti, raggi, nuvole, ecc.) alle parti architettoniche negli interni di Bernini, applicando un metodo “dell’invasione” (più che della contaminazione) parente ma diverso della tecnica del non finito che discende da Michelangelo, e che Bernini usa nelle fontane, nel contrasto tra finte rocce e figure. 


Autoritratto di Borromini 

In Borromini tutto è architettura, ma anche qui c’è il gusto per l’accostamento di forme e repertori decorativi in conflitto tra loro, quasi appartenenti a modi opposti. Ma subentrano altri procedimenti, come la deformazione degli ordini architettonici e la plasticità complessiva. Essi deviano però dal nostro discorso, che trovo sia più coerentemente sviluppato da Bernini, che cerca la sintesi delle arti ma senza fusione, con una sovrapposizione di elementi architettonici e scultorei che interferiscono ma restano separati, creando appunto meravigliosi effetti plastici e cromatici che si trovano ad esempio in Sant’Andrea al Quirinale. 


Burri

Perché questo principio si diffonda in ambito pittorico bisogna aspettare sostanzialmente gli anni del secondo dopoguerra, con le opere soprattutto di Fontana e Burri, che scavalcano il limite tra pittura e scultura e arrivano talvolta a esiti quasi architettonici (Gibellina per Burri, le opere degli anni ‘60 per Fontana). Qui il contrasto è tra parti grezze e lisce, e tra materiali e colori diversi, fino a un’accentuazione decisa della tridimensionalità. In musica, ambito in cui mi sento meno competente, il principio del contrasto vige già in età barocca nell’uso delle dissonanze o nei concerti, dove i movimenti veloci (primo e terzo) e quello lento centrale contrastano e si esaltano reciprocamente. Questa regola è portata all’estremo da Vivaldi, che gioca sul contrasto tra lentezza sensuale e velocità isterica. In architettura, dopo l’esperienza del barocco, per arrivare a esiti di analoga efficacia bisogna aspettare il liberty: esemplare il caso di Sommaruga, che fa del contrasto uno dei pilastri della sua poetica: da palazzo Castiglioni, alle ville di Sarnico, al complesso di Campo dei Fiori, la salda composizione dell’insieme, coerente e controllata, entra in dialettica con forti contrasti cromatici e chiaroscurali. Sia nelle masse architettoniche, sia nei repertori scultorei, sia nella finitura e nel colore delle superfici, sia nell’uso e finitura dei materiali, che negli esiti possono essere accostati alle opere di Wagner o alle sinfonie di Mahler. 


Andreani. Casa via Serbelloni 

La lezione di Sommaruga sarà raccolta da Arata e poi, con esiti più estremi e affascinanti, da Andreani. Di quest’ultimo l’opera più rappresentativa per illustrare il nostro discorso è la casa di via Serbelloni: michelangiolescamente il volume puro di intonaco rosa (anima-cristallo) emerge dalla massa lapidea dello scabro basamento (carne-roccia). Evoluzione del tema svolto da Sommaruga nella facciata principale di Palazzo Castiglioni. 


Sommaruga. Palazzo Castiglioni 

Saltando il razionalismo, dove pure la legge dei contrasti si trova tanto in Le Corbusier (rapporto cartesiano-organico, razionale-carnale) quanto, in modo più sottile, nel Mies degli anni 1929-1931 (rapporto tra la griglia modulare della struttura e la disposizione libera delle pareti divisorie), arriviamo a Scarpa e Luigi Moretti, maestri nel gestire la dialettica tra regola ed eccezione, tra trasparenza e opacità, tra materiali contrastanti, ecc. 


Scarpa. Negozio Olivetti

Due opere esemplari per illustrare la teoria dei contrasti: il negozio Olivetti a Venezia e il complesso di corso Italia a Milano. In pittura: teoria dei complementari e dei contrasti simultanei, tra impressionismo e puntinismo: qui siamo a una scala più piccola ma l’esito è quello di una maggiore luminosità della pittura. 


Moretti. Complesso Corso Italia 

In architettura: efficacia dell’alternanza tra spazi ampi e alti, e piccoli e bassi, grandi sale e spazi di servizio e/o distribuzione. Si vede nei palazzi antichi come nei teatri, e ritorna in Kahn e Siza. La mancanza di contrasto genera caduta e assenza di tensione, l’opera manca di personalità, diventa equivalente e banale. Processo che nasce forse nel Rinascimento, con la volontà di creare regole universali che poi diventano accademiche (in pittura, in scultura, in architettura). Oggi è il minimalismo (in architettura) a mostrare la corda: abbinare piani di marmo, vetro, specchio, legno lucidato è diventato lo “stile internazionale” dei negozi di alta moda: finisce che sono tutti uguali. Sarebbe interessante approfondire il tema e vedere se esiste una letteratura sull’argomento.

Immagini nel testo

  1. Gian Lorenzo Bernini, Sant’Andrea al Quirinale. Foto Richard Mortel-Flickr.
  2. Francesco Somaini, Verticale Assalonne III. Foto Renagrisa-Flickr.
  3. Caravaggio, San Giovanni Battista. Foto Rawpixel.
  4. Giuseppe Sommaruga, Palazzo Castiglioni. Foto Melancholia~itwiki.
  5. Aldo Andreani, casa in via Serbelloni a Milano. Foto Maurizio Montagna-Abitare.
  6. Carlo Scarpa, negozio Olivetti a Venezia. Foto SEIER+SEIER.
  7. Luigi Moretti, complesso in corso Italia a Milano. Foto Diego Terna-Flickr.

 

*Dedico questo testo alla memoria di Giancarlo Consonni 
[Milano, 18 gennaio 2018. Revisioni: Oleggio, 14 gennaio 2026; Milano, 13 febbraio 2026]

RACCONTI
di Francesca Mezzadri 


Johann Lerchenwald
 
Il sole sanguina di Lodovica San Guedoro
 
Il sole sanguina”, dedicato alla memoria di Johann Lerchenwald, si colloca in una zona liminare tra confessione, elegia e riflessione meta-letteraria. Un racconto del lutto ma anche la messa in scena di una coscienza che tenta di ricomporsi attraverso l’atto stesso della scrittura. In questo senso, il testo appare come un documento interiore prima ancora che narrativo.
La voce narrante si presenta immediatamente con una dichiarazione identitaria forte: “Ero una maga”. La metafora della magia non è vezzo lirico, ma chiave strutturale dell’opera. La scrittura viene concepita come atto alchemico: mescolare sentimento e pensiero, attimo ed eterno, passato e futuro. L’autrice tematizza così la propria poetica mentre ne denuncia l’apparente smarrimento. La magia è perduta, la formula dimenticata; e tuttavia l’intero testo dimostra che quella formula continua ad agire. Il paradosso è fecondo: la scrittrice che si dice paralizzata produce una prosa densissima, controllata, coerente nella sua tensione.
Il racconto è un attraversamento delle fasi del lutto senza mai ridursi a schema clinico. Non c’è linearità, ma onde successive di memoria, rimpianto, senso di colpa, esaltazione del passato e paura del presente. Il tempo è frantumato. “Le mie nozioni sono imprecise, la mia cognizione del tempo è confusa”: la dichiarazione esplicita coincide con l’organizzazione del discorso. Il passato irrompe con vividezza sensoriale - Roma, i capelli lunghi, i volti bagnati di lacrime - mentre il presente è una zona opaca, quasi anestetizzata. Si delinea una dissociazione sottile tra l’io che ricorda e l’io che sopravvive.


Lo scrittore bambino

Particolarmente significativa è la dinamica della colpa. L’episodio dell’infermiera e delle visite mancate non è narrato come fatto esterno, ma come ferita ancora aperta. La protagonista si difende, ma nello stesso tempo si autoaccusa. L’espressione “io io” segnala uno sdoppiamento: un io che soffre e un io che si osserva soffrire. È qui che il testo raggiunge una delle sue punte più intense: il lutto non è solo perdita dell’altro, ma collasso dell’identità condivisa. “Più preciso sarebbe dire di me stessa tutta.” L’amato non è complemento, ma metà ontologica. La morte dell’altro coincide con un’esperienza di disintegrazione del sé.
Eppure, accanto alla disperazione, permane una tensione eroica. L’alleanza giovanile - “In due contro il mondo” - assume toni quasi mitici. Draghi trafitti, vie smarrite e ritrovate: il lessico è epico, ma non retorico. È la mitologia privata di una coppia che ha costruito la propria identità nell’opposizione e nella fedeltà reciproca. Il ricordo non è idealizzazione ingenua; è riaffermazione di un patto. La memoria diventa spazio sacro in cui l’altro continua a esistere.
La scrittura di San Guedoro si muove su un registro alto, volutamente inattuale. Non c’è compiacimento minimalista né ironia difensiva. L’autrice assume il rischio dell’enfasi e lo governa con una lingua ritmica, scandita da ripetizioni (“profondo, profondo, profondo”), da accumulazioni e da immagini cosmiche (cielo, oceano, abisso). Tale scelta stilistica rispecchia la psicologia della narratrice: una personalità assoluta, incapace di mezze misure. L’intensità non è ornamento, ma struttura caratteriale.


Il matrimonio

La paura del mondo contemporaneo - “la gentilezza se ne è andata” - è la percezione di un impoverimento relazionale dopo la perdita dell’unico interlocutore totale. La realtà esterna appare immiserita perché non più filtrata dallo sguardo condiviso. In termini psicologici, potremmo parlare di una crisi dell’oggetto interno: l’amato interiorizzato fatica a stabilizzarsi come presenza consolatoria. Da qui l’angoscia, la sensazione di non-esistenza, la tentazione dell’abisso. 
E tuttavia il testo non cede al nichilismo. Il verbo modale “devo” - ripetuto con forza - introduce una dimensione etica. Scrivere diventa necessità salvifica, non scelta estetica. La scrittura come atto di resistenza alla dissoluzione. È qui che la metafora della magia si chiarisce: l’irrazionale non è fuga dalla realtà, ma tentativo di ricomporla su un piano simbolico. Se la vita biologica ha imposto una frattura irreparabile, la parola tenta una sutura.


L'autrice del racconto

In questo senso Il sole sanguina si configura come elegia attiva. Non si limita a piangere; costruisce. Trasforma la memoria in architettura verbale. Il sole che sanguina è immagine di un cosmo ferito, ma ancora luminoso. La sofferenza non annulla la grandezza dell’esperienza vissuta; la rende, anzi, più nitida.
Dal punto di vista accademico, il testo può essere letto come esempio di autobiografismo trasfigurato: la dimensione privata è elevata a paradigma universale del lutto amoroso. Ma ciò che lo distingue è la radicalità emotiva non mediata da distacco ironico. San Guedoro si espone senza protezioni, e proprio questa esposizione costituisce la forza del brano.
In conclusione, Il sole sanguina è un atto di fedeltà: alla memoria dell’amato, alla propria vocazione di “maga”, alla convinzione che la scrittura possa ancora operare una trasformazione. È un testo che abita la ferita e, nel farlo, restituisce dignità al dolore. La malinconia che lo attraversa è energia trattenuta, in attesa di nuova forma.

 

 

A TINA MODOTTI
di Alberto Figliolia



Tina Modotti
 
La vita è una malattia
dalla quale si guarisce
con la morte…”
 
Questo, Tina, pensavi
nel duro inverno staliniano
quando sui vetri striati di ghiaccio
disegnavi con le dita gelate
il volto dei taglienti soli
di Mexico City e le indie di Oaxaca
che tenevano il tuo grande cuore
nelle mani screpolate,
stremate da sangui di fatica?
 
Tina dagli occhi neri
come un cielo notturno
di vento e nuvole
(ma astri d'amore anche nelle tenebre),
come il sangue di Julio Antonio:
tu sapevi della sua condanna?
e della tua?
 
Nel tuo corpo...
un sogno di luce,
ardite armonie,
le infinite lingue delle tue città
e fotografie di pure linee,
il botto astratto di uno sparo rivoluzionario,
l'assurdità della Storia
e il gioco del divenire,
l’arte della dimenticanza,
il perdono,
la passione.
 
Quante volte hai cessato d’essere
quando in Spagna sparavano
nella schiena dei compagni, Tina?
Allora il cuore ti moriva,
rosa d’oscuro plasma?
 
Non generasti... dalla tua malinconia
sarebbero nati splendidi fiori
di nuova umanità, Tina,
morta in un taxi sopra le rovine
azteche già morte
e quelle del mondo che sognasti
e non nacque, Tina. 

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