UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 13 giugno 2026

IL FRONTE COSTITUZIONALE ANTIFASCISTA
di Franco Astengo
 

Nelle settimane successive all'esito del referendum del 22/23 marzo scorsi è comparso un elemento di novità nell'articolata compagine della sinistra italiana. Questa novità è stata introdotta dal documento approvato dal CPN di Rifondazione Comunista che nella sua riunione del 12 aprile ha licenziato un testo dal titolo: Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista.
Il documento prende le mosse proprio dall'esito referendario: ed è la prima volta, occorre notarlo, che si cerca di fornire un qualche sbocco politico alla volontà di radicamento costituzionale che si è espresso in questo referendum.
 In altre occasioni (pensiamo al referendum del 2016 e anche a quello del 2006) ciò non era avvenuto per colpevole trascuratezza da parte delle forze politiche che si erano limitate a ritirare il dividendo di una apparente vittoria mentre il sistema "scivolava" nel populismo e nella disaffezione. Accanto a questo elemento di riaggancio costituzionale nel documento del PRC si trova un giudizio che chiede di valutare la necessità di superare quella che viene definita "visione dogmatica che non tenga conto dei mutamenti di fase": in effetti sul piano generale stiamo assistendo a qualcosa di più di un mutamento di fase. Infatti si sta verificando una radicale cesura storica posta prima di tutto proprio sul piano delle dinamiche internazionali segnate dal rischio di una esplosione globale della tragedia della guerra. Tra pace e guerra si situa una frattura evidente che necessita di una radicalità di scelta netta che non può lasciare spazio a nessuna ambiguità di sorta.



Egualmente radicale appare il punto di contrasto verso il tentativo di imporre il dominio della tecnocrazia. Un dominio della tecnocrazia attraverso il quale si pensa di mandare definitivamente in crisi l'impianto storico delle cosiddette democrazie liberali e aprire una definitiva "stagione delle autocrazie". Le democrazie liberali si trovano oggi attanagliate nella loro essenza costitutiva basata sulla divisione di classe. La divisione di classe ne giustifica l'esistenza ma oggi si tratta di fare i conti con l'acutezza e la complessità delle contraddizioni raccolte e intrecciate proprio attorno alla storica e mai superata "contraddizione principale".
Quella contraddizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che si trova in maniera inedita connessa alla transizione ecologica, a quella digitale, alla differenza di genere generando una scansione delle priorità politiche ben diversa dal passato. Insomma si impone un "Che fare?" oggi, in un mondo che a molti sembra irriconoscibile rispetto alle letture del passato. Nelle argomentazioni adottate dai suoi estensori il documento di cui stiamo trattando pone un punto di discussione che andrebbe valutato con grande attenzione in tutte le sedi.
Riassumendo: emerge la priorità di bloccare il progetto autoritario della destra partendo, nel "caso italiano" (dal senso rovesciato rispetto a quello che gli attribuivamo negli anni'60'70) dall'applicazione costituzionale del resto reclamata dai 15 milioni di "NO" espressi nel referendum.
Si propone la continuità dei Comitati per il NO attorno al legame comune rappresentato dai valori morali della Resistenza: ed in questo senso ci si ritrova oggettivamente anche a rivendicare una sorta di "lascito" da parte delle forze storiche della sinistra italiana.



Si evidenzia un altro punto decisivo che sembra il caso di riportare per intero: "Non avrebbe senso rinchiudersi in uno spazio incompatibile lasciando ad altri il compito di essere destinatari del bisogno politico di cacciare le destre dal governo". Una frase che non deve rimanere uno slogan semplicistico se si riuscirà ad espletare due condizioni:
1) Nel documento si distingue tra alleanza di governo e progetto di alternativa. Questo punto richiede, per concretizzarsi, una doppia riflessione: quella riguardante la natura reazionaria di una parte considerevole del capitalismo italiano non solo orientato dal neo-liberismo ma anche da logiche di tipo bellicista che hanno un grande peso sul governo economico e politico; quella sulla qualità progettuale di una politica delle alleanze a sinistra, dei possibili confini che è necessario allargare ben oltre le sigle correnti, della natura del centro politico di questo paese e del suo riflettersi in un bipolarismo che appare sempre più definito elettoralmente ma  che si situa però in un ambito di sfrangiamento sociale, di chiusure pseudo-sovraniste e corporative (compresa quella sui migranti), di  una disaffezione politica che si sta ancora traducendo in vaste "zone grige" non soltanto segnate dalla non partecipazione al voto ma da una ben più vasta dimensione di marginalità sociale e politica, di "individualismo competitivo" :tutti fenomeni che avvelenano la qualità morale, sociale, politica della società moderna;
2) La definizione di un perimetro che segni la "pars costruens": la parte cioè del progetto, tanto per intenderci. Una "pars costruens" che ha bisogno di nutrirsi sia di una visione utopica (che deve essere rivendicata nel senso dell'obiettivo del socialismo) sia di una parte programmaticamente adeguata per incalzare positivamente, prima di tutto attraverso il conflitto sociale, un eventuale governo che sorgesse come credo si debba auspicare da un esito elettorale diverso da quello tragico di una conferma della maggioranza di destra.



Sul terreno di una seria indicazione programmatica si coglie l'occasione per rilanciare l'idea del "socialismo della finitudine". Siamo nel pieno di un processo di cambiamento che richiede uno sforzo di rielaborazione cui nessuna generazione è mai stata chiamata a sviluppare fin dal tempo dalla prima rivoluzione industriale e dal sorgere del capitalismo e dall’organizzarsi della classe operaia nei sindacati e nei partiti di massa. “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo, di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”.
Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e dalla programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante.
"Socialismo della finitudine" come prima proposta di contributo alla costruzione del fronte costituzionale, antifascista, democratico: il dibattito è aperto per chi intende perseguire ancora verso una indispensabile tensione unitaria sia sul piano nazionale che nelle diverse situazioni locali, tenendo ben presente che i tempi sono e saranno di ferro e di fuoco.

ORANI - SARDEGNA: DONNE E RESISTENZA




DI POCE ALLA BIBLIOTECA OSTINATA  



La Casa Editrice Eretica Edizioni, ha il piacere di segnalare la presentazione del libro di Donato Di Poce, Lo strip tease del linguaggio - Poesismi, 2026, in dialogo con Antonella Prota Giurleo, giovedì 18 giugno alle ore 18 presso la Biblioteca Ostinata di via Osti n. 5 a Milano.
 
Dalla prefazione del Prof. Gino Ruozzi: “Da parecchi anni Donato Di Poce conduce un’originale «creAttività» aforistica, coniugando amore per la poesia, per l’arte, per la vita. I suoi poesismi sono frammenti e perle di conoscenza che tentano vie di interpretazione del mondo. Nei testi di questodenudamento che tende all’essenziale colgo una sempre maggiore insofferenza verso le ipocrisie dominanti. Salendo nella coscienza artistica e nell’età, cresce anche la necessità di misurarsi con le cose che contano, tra cui la solitudine, che sembra accompagnare e segnare i giorni come «mare» in estensione e «abisso» in profondità. Gli accenti di «disperazione» si fanno più pressanti e «sanguinanti» le parole...”.   
Dalla postfazione di Marco Sbrana: “Di Poce è umanista: sta con chi perde. Non estraneo alla filosofia, nel seguente aforisma rende carne il concetto saussuriano di “soggetto parlato” contrapposto al soggetto parlante, come siamo non usufruitori del linguaggio ma, viceversa, dal linguaggio parlati, il linguaggio essendo una struttura autonoma (langue e parole). Io non mi occupo di poesia ma è la poesia che si occupa di me. Così come per questa specie di quadro di un Wittgenstein comunista (“Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose” significa che non ci sono il bicchiere e il tavolo ma c’è il bicchiere sopra il tavolo): Non esistono cose.Non esistono persone. Esistono solo relazioni.
E, in ottica politica, questo pezzo sintetizza l’impegno di Di Poce nel corso dei decenni: la costruzione di un ponte, il ponte definitivo tra l’autore e che riceve l’opera. Con una breccia nel petto nella quale penetra il mondo, Di Poce è vitalista nell’estasi del bimbo che tutto assorbe, contro ogni conformismo: L’unico modo per non essere omologato è quello di penetrare il mondo. Ed è poi la fiducia nei posteri: Ogni opera d’arte ha un tempo d’esecuzione. Un futuro di interpretazioni e un orizzonte di socializzazione.
Ma quanto di Di Poce colpisce è che non parla mai per sé a sé di sé. Lui comunica, lui è un pretesto, lui è al servizio: Vorrei che la mia scrittura fosse solo un pretesto per i sogni altrui.
E se si ha come mandato essere pretesto per altrui sogni, la vita, forse, è giustificata”.
    

Donato Di Poce, ama definirsi autoironicamente, “un ex poeta che gioca a scacchi per spaventare i critici”. Nato a Sora - FR - nel 1958, residente dal 1982 a Milano. Poeta, Critico d’Arte, Scrittore di Poesismi, Fotografo, Studioso del Rinascimento, Street Art e dell’Architettura Contemporanea. Artista poliedrico, innovativo ed ironico, dotato di grande umanità, e CreAttività. Ha al suo attivo 61 libri pubblicati (tradotti anche in Inglese, Arabo, Rumeno, Esperanto e Spagnolo), 20 ebook e 40 libri d’arte Pulcinoelefante. Dal 1998 è teorico, promotore e collezionista di Taccuini d’Artista. Ha realizzato ©L’Archivio Internazionale Taccuini D’artista e Poetry Box di Donato Di Poce, progetto espositivo itinerante.
www.ereticaedizioni.it 

venerdì 12 giugno 2026

L’IMPUNITÀ DI ISRAELE



59 anni fa, l’8 giugno 1967, in acque internazionali al largo di Gaza, la nave da ricognizione americana Liberty fu attaccata per alcune ore da aerei e motosiluranti israeliani con l’evidente obiettivo di affondarla. L’impresa fallì perché in extremis il radiotelegrafista di bordo riuscì a mandare una richiesta di aiuto, che mise in moto i soccorsi, un primo SOS fu di fatto ignorato dai comandi americani. Il bilancio fu comunque pesante: 207 vittime tra morti e feriti. La cosa più sorprendente e grave è che i soccorsi non furono seguiti da alcuna rappresaglia, e che per ordine del presidente Johnson tutto fu messo a tacere. L’ipotesi più verosimile per spiegare la complicità dei vertici americani, è che dell’affondamento della nave avrebbe dovuto essere incolpato l’Egitto, contro il quale si sarebbe quindi diretta la rappresaglia americana, era in corso la guerra dei Sei Giorni. Jeffrey St. Clair racconta tutta la storia in un capitolo del libro citato nell’introduzione che segue. Nell’introduzione si parla di una cena con lo scrittore Gore Vidal, vissuto per lunghi anni a Ravello. Mi pare da sottolineare la sua profezia. Alle parole di St. Clair e di Vidal, aggiungerei il giudizio su Lyndon Johnson: un traditore e un autentico criminale, sotto la cui presidenza sono stati assassinati John F. Kennedy, il fratello Robert, Martin Luther King e Malcolm X [Franco Continolo]


 
 
Nell’autunno del 2003, io e Alexander Cockburn eravamo a Los Angeles per un lungo fine settimana, poco dopo l’uscita del nostro libro, The Politics of Antisemitism. Poche librerie lo misero in vendita, nemmeno la ormai chiusa Midnight Special di Santa Monica, un locale dove ci eravamo esibiti diverse volte davanti a un pubblico entusiasta. Mentre il cameriere stappava la terza bottiglia di Barolo italiano, Alex frugò nella sua borsa di pelle e porse a Vidal una copia del nostro libro, un volume che Cockburn aveva definito “così incendiario che abbiamo dovuto fondare una nostra casa editrice per farlo stampare”. Questo sembrò suscitare l’interesse di Gore, che sfogliò le pagine del nostro piccolo volume di saggi su come il termine “antisemitismo” sia stato distorto e usato per stigmatizzare e mettere a tacere i critici di Israele e del suo trattamento dei palestinesi.


“E non mi avete invitato a contribuire?”, chiese. “Dopotutto, ero un antisemita sfegatato, secondo quella vecchia capra di Abe Foxman. Immaginate la mentalità puerile di chi considera questa una battuta spiritosa!”.
 
“Il prossimo volume è interamente tuo, Gore”, gli propose Alex.


Gore Vidal
 

Mentre scorreva le pagine, Vidal si fermò a metà e mi lanciò un’occhiata.
 
“Sei tu? Sei proprio tu, Jeffrey St. Clair?”.
 
Lo sguardo era penetrante e rimasi immobile per un attimo, un po’ preoccupato di poter diventare oggetto della furia implacabile di Vidal, scatenata da qualche ignota trasgressione contro la lingua inglese.
 
“Sì, questo è Jeffrey Gore”, intervenne Alex. “Il sosia di John Irving”. 

Non sono sicuro che Alex sapesse chi fosse l’autore di Il mondo secondo Garp e L’hotel New Hampshire (anche se avrebbe sicuramente apprezzato Liberare gli orsi), dato che i romanzieri americani contemporanei di livello medio non erano certo in cima alla sua lista di letture. Vidal sollevò il nostro libro e puntò ripetutamente l’indice sul capitolo sulla USS Liberty, che avevo scritto io.


J. St. Clair

«Bene, signor St. Clair, vedo che lei è uno dei pochi, dei pochissimi, ad aver riscoperto il destino della Liberty. Spero davvero che lei abbia reso giustizia a quegli uomini, a quei marinai. Il loro paese non l’ha certo fatto. Pensi solo che Israele è l’unico paese che può attaccare una nave da guerra americana e venire ricompensato l’anno successivo con cannoni, missili, aerei da combattimento e denaro».
 
Pochi minuti dopo, il cameriere si avvicinò al nostro tavolo e disse: «Signor Vidal, la sua auto la sta aspettando».
Gore si alzò dalla sedia con una certa difficoltà, mi strinse la spalla, fece un cenno con la testa ad Alex, afferrò il bastone e uscì zoppicando dal ristorante.
 
«Credi che lo recensirà adesso?» chiesi.
 
«Recensirlo? Probabilmente non se lo ricorderà nemmeno», ribatté Alex, scrutando l’ingente conto che ci era stato lasciato da pagare. Non ci furono recensioni. Né da Gore Vidal, né da nessun altro. Ciononostante, The Politics of Antisemitism ha venduto più di 10.000 copie, continua a vendere e, ahimè, sembra che non passerà mai di moda. Non male per una piccola casa editrice senza una vera e propria stampa solo il passaparola e il sito web di CounterPunch alle spalle.

 
Cinque anni dopo, chiamai Vidal per approvare le mie modifiche all’introduzione di A Bush and Botox World, il libro del regista e giornalista Saul Landau, che stavamo pubblicando quella primavera. Dopo essermi presentato, Vidal rispose bruscamente: “Lei è Mr. Liberty, vero?”.
Confessai di essere proprio lui, pensando che “Mr. Liberty” fosse un po’ meglio che essere il sosia di John Irving.
 
«Beh, Jeffrey, te la sei cavata bene. Davvero bene. Ma non illuderti che il tuo racconto di questa atrocità possa fare la minima differenza. Ricordati le mie parole. Tra dieci o quindici anni saremo trascinati ancora più a fondo nel fango di quanto non lo siamo ora. Ci annegheremo dentro. Faust ha fatto un patto migliore».
 

Ora, 59 anni dopo che Israele ha commesso un atto di guerra senza risposta contro gli Stati Uniti, gli Stati Uniti si ritrovano incatenati a Israele in una guerra contro l’Iran, una guerra dalla quale Trump non può tirarsi fuori senza il consenso di Israele: una guerra che Israele ha brutalmente ampliato attraversando sia il fiume Litani in Libano che la Linea Gialla a Gaza, sprofondando gli Stati Uniti sempre più in un fango intrattabile. Gore Vidal aveva ragione. Aveva quasi sempre ragione.

A SOSTEGNO DI AGORÀ





A ROVATO




A BRUGHERIO 







CIRCOLO CALDARA 




BIBLIOTECA CASSINA ANNA 


Cliccare sulla locandina per ingrandire

 

giovedì 11 giugno 2026

DRAGHI E PALADINI
di Chicca Morone


La firma dell'Armistizio

Sono passati 34 anni da quel 2 giugno 1992. Troppi anni da un vero e proprio tradimento della Repubblica italiana pur sempre confezionata dagli angloamericani a Cassibile l’8 settembre 1943: l’immagine del generale Castellano che cede la sovranità del nostro Paese agli alleati - pur non avendone il diritto - è qualcosa che fa male, ma non quanto il Britannia che salpa dal porto di Civitavecchia. La firma a Cassibile veniva dopo il colpo di stato ordinato dal re Vittorio Emanuele III con l’arresto del presidente del Consiglio, Benito Mussolini il 25 luglio del 1943: il primo di una lunga serie di colpi di Stato. L’episodio del Britannia è una delle logiche conseguenze di quella firma. “Britannia” significa tradimento non solo contro la festa della Repubblica, ma tradimento contro gli italiani tutti, perché i rappresentanti della classe politica e industriale italiana hanno consegnato i gioielli della nostra industria pubblica alle banche angloamericane, cioè nelle ben note mani di usurai e affaristi spietati. Gran cerimoniere della svendita, Mario Draghi, per nulla turbato di svalutare le partecipazioni statali italiane in modo che banche come JP Morgan e Goldman Sachs, fossero particolarmente soddisfatte: per i molti che quella notte si trovavano a bordo della nave fu un vero e proprio trampolino di lancio. Draghi disse in tale occasione che si “stava per passare dalle parole ai fatti 



Ce ne siamo accorti, perché il progetto datava sicuramente molti anni precedenti. Forse non è sbagliato fare riferimento al Club di Roma, fondato da Aurelio Peccei, una sorta di cenacolo di pensatori dediti ad analizzare i cambiamenti della società contemporanea, da cui poterono emergere le linee guida per radicali cambiamenti nel nostro paese. Da quarta potenza economica e industriale mondiale negli anni Ottanta, prima della nascita dell’Europa di Maastricht, a oggi il panorama è desolante. Prodromi di una visione globalista, iniziarono a emergere leggi e normative volte a snaturare l’Italia attraverso una destrutturazione non solo economica e finanziaria ma soprattutto con una apatia spirituale senza i precedenti riferimenti della civiltà cristiana su cui si sono rette la cultura e le radici di questo Paese per quasi due millenni. Il vaticinio di Leone XIII si stava avverando. 



Il passaggio era stato deciso già allora da una paziente strategia tesa a scardinare dall’interno il nostro stato, ma personaggi come Andreotti, Craxi, Moro e altri che si erano formati alla scuola di Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi e loro stessi padri costituenti potevano essere solo un intralcio ai progetti dell’anglosfera. Come falciare una simile compagine di politici non disposti ad obbedire ciecamente agli ordini dell’oltreoceano? Mani Pulite è stato il coniglio estratto dal cappello... Con la conseguente Seconda Repubblica abbiamo avuto l’azzeramento completo della nostra sovranità territoriale e giuridica perché i politici emersi hanno fatto e stanno facendo di tutto, tranne che tutelare gli interessi dei cittadini. 



D’altra parte Beppe Grillo non si trovava forse sul Britannia quel famoso 2 giugno 1992? Non è nell’Ambasciata americana a Roma che il comico ha festeggiato il successo del partito pentastellato? Vanno di moda i comici quando la regia ha colori oscuri...
Siamo nelle mani di personaggi senza scrupoli che non guardano in faccia a nessuno per il proprio tornaconto e non si vergognano, raccontando frottole senza senso. Ascoltare il discorso di Mario Draghi da poco insignito del premio Carlo Magno ad Aquisgrana fa venire i brividi. D’altra parte la coerenza non è la sua qualità principale: allievo dell’economista Federico Caffè (sparito in circostanze misteriose nell’aprile 1987) aveva discusso la tesi di laurea venendo alla conclusione che non vi fossero le condizioni per una moneta unica europea, definendola una “sciocchezza” dal punto di vista economico. Poi, però ne è diventato uno dei maggiori fautori: forse l’imprimatur del nome “Euro”, il venticello che spira saltuariamente all’aurora, ha portato nella sua mente idee innovative... oppure è stato altro!



Il Premio Carlo Magno, un premio che ben lo accomuna agli ultimi tre colleghi: nel 2023 a Volodymyr Zelens’kyj, ex-attore comico e presidente dell’Ucraina dal 2019; nel 2024 a Pinchas Goldschmidt, Rabbino Capo, Presidente della Conferenza dei Rabbini d’Europa (CER) e le comunità ebraiche in Europa; nel 2025 a Ursula von der Leyen, nata Albrecht, politica tedesca, membro della CDU e presidente della Commissione europea dal 2019. Contrariamente ai suddetti colleghi, che hanno studiato il Talmud, Mario Draghi è cresciuto con un’educazione gesuita e forte devozione a Sant’Ignazio di Loyola: forse è proprio l’impronta pragmatica di combattente di questo Maestro ad avergli fatto sottolineare l’importanza di creare al più presto una difesa comune integrata e un mercato unico davvero forte, a suo avviso per una reale necessità di sopravvivenza. D’altra parte non può sfuggire il parallelo con la Chanson de Roland in cui Carlo Magno viene preso dall’angoscia di un sogno profetico in cui il nipote Orlando muore a Roncisvalle, così come al suo mandato da Presidente del Consiglio non ha fatto seguito la Presidenza della Repubblica. 



Ma nell’ultimo capitolo del poema medievale, ahimè, compare l’arcangelo Gabriele e ordina all’imperatore, ormai vecchio e stanco, di mobilitare le sue armate per difendere le terre cristiane... l’idea della mobilitazione - non più nascosta - di un esercito per difenderci da un nemico che ha dimostrato in mille modi di non essere interessato a rispondere alle continue provocazioni, è veramente insopportabile. Non sarebbe ora che l’Italia, al di là dei suoi governanti (marionette di burattinai stranieri) si dichiarasse neutrale e non partecipasse davvero a questa giostra demenziale portatrice di morte e dolore ovunque? Una proposta di legge di iniziativa popolare è stata lanciata da Marco Rizzo e Francesco Toscano per modificare l’articolo 11 della Costituzione e sancire la neutralità permanente dell’Italia. Potremmo così uscire dalle logiche NATO, ridurre le spese militari, riaprire il commercio energetico con la Russia e negoziare liberamente con Cina e India.

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