UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 26 gennaio 2026

LETTERA DA GAZA
di Sami Abuomar



Alla Presidente Meloni, al Ministro Tajani e al Ministro Crosetto
 
Presidente Meloni, Ministro Tajani, Ministro Crosetto.
 
Scrivo a voi da Gaza perché ho vissuto molti anni in Italia e la considero una terra vicina. 
E scrivo in una notte in cui il vento a Gaza sembra parlare da solo. Non è un vento normale: è un vento che entra nelle ossa, scuote le tende come fogli di carta e costringe migliaia di persone a restare sveglie per paura che il proprio riparo venga portato via. È un rumore continuo, simile al mare in tempesta, senza sosta.
Mentre vi scrivo, famiglie intere sono fuori sotto la pioggia, nel buio, stringendo ai bambini coperte che non scaldano. Hanno paura che la tenda crolli, che il vento la strappi, che qualcosa cada dall’alto. E mentre il vento passa, il freddo brucia. 
È strano pensare che nel 2026 esistano ancora luoghi dove una tenda decide la vita o la morte.
Una tenda che d’inverno è un frigorifero e d’estate un forno.
Una tenda che non protegge da niente, neppure dalla memoria di ciò che è stato perso.
Gaza vive così da oltre due anni: bombardamenti, fame, mancanza di cure, malattie, poi ancora fame, poi ancora freddo. E oggi i numeri dell’ONU parlano chiaro: 95.000 persone in malnutrizione acuta. Bambini morti di freddo. Anziani morti di freddo. Non per un missile: per il freddo.
E allora la domanda che vi rivolgo non è tecnica, né diplomatica.
È una domanda che riguarda la coscienza, quella dimensione che nessuna carriera politica potrà mai sostituire:
Come volete che la storia vi ricordi? Il mondo vi guarda.
Ogni epoca ha avuto la sua tragedia.
Ogni epoca ha avuto il suo punto in cui era impossibile far finta di non vedere.
Noi oggi viviamo uno di quei momenti.
So che la politica è complessa.
So che gli equilibri internazionali sono fragili.
So che ogni parola pesa.
Ma pesa anche il silenzio. E il silenzio, in certi momenti, pesa molto di più.
Tra dieci, venti, cinquanta anni, quando qualcuno leggerà cosa è accaduto in questi mesi, nessuno ricorderà le sfumature diplomatiche o le frasi calibrate. Ricorderanno solo chi ha parlato e chi no. Chi ha protetto la dignità umana e chi ha preferito la prudenza alla verità.
Di Gaza resteranno i nomi dei morti.
Dei leader resterà ciò che hanno scelto di fare mentre quei morti chiedevano aiuto.
Per questo vi scrivo.
Non per ottenere una risposta, non per farvi cambiare linea politica con una lettera: sarebbe ingenuo pensarlo. Scrivo perché c’è un dovere che va oltre la politica, ed è il dovere di lasciare una traccia. Salvare le vite dal freddo, adesso e una voce che dica: questa cosa non può essere normale.
Vi chiedo di usare la vostra posizione per fare e dire almeno questo.
Per affermare che nessun popolo deve morire di freddo, fame e abbandono.
Per ricordare che la dignità non è negoziabile.
Perché, che lo vogliamo o no, la storia sta già scrivendo questo capitolo, e un giorno qualcuno lo leggerà e giudicherà.
Non dimenticherà le vittime.
E non dimenticherà nemmeno chi aveva la possibilità di dire una parola e non l’ha detta.
Con rispetto, ma senza rassegnazione. Con dolore, ma senza silenzio.
 
 

REFERENDUM  
di Marcello Campisani


Chi non paga mai sono
i politici

 
A quanti non riesco ad insegnare
- perché molto c’è da approfondire -
che un NO forte dovrà risuonare
questo posso almeno suggerire,
 
che dire potrà che fu sapiente,
per avere agito con prudenza,
chi ben sa di non sapere niente
di diritto e di giurisprudenza,
 
se al referendum voterà di no.
Ciò perché la folle aberrazione,
anche col suo voto contrastò,
di deformare la Costituzione.
 
La materia è tanto complicata
che parlar di carriere giudiziarie
è già, di per sé, una cantonata,
perché si tratta di funzioni varie.
 
Mai dire di sì ad un cambiamento,
perché chi cambia la Costituzione, 
senza che chiaro sia il miglioramento,
di solito ne vuol l’abrogazione.

REFERENDUM
di Luigi Mazzella
 


Breve vademecum 
 
Caro Direttore e cari lettori non dite che repetita stufant. Sul tema della separazione delle carriere ho immaginato questa facile esemplificazione.
 
Tizio partecipa a un concorso (di primo grado: dopo la laurea) bandito dalla Amministrazione centrale dello Stato e lo vince: diventa impiegato pubblico e assegnato a svolgere un’attività chiaramente amministrativa.
Caio fa una scelta più ambiziosa: partecipa a un concorso per pochi posti di difensore in giudizio e consulente legale dello Stato che prevede una prova di primo (procuratore) e una di secondo grado (avvocato). I due concorsi sono banditi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quando Caio li vince: è assegnato, prima come procuratore, poi come avvocato a svolgere attività di difesa e consulenza legale delle Amministrazioni dello Stato, in materia civile (compresa la costituzione di parte civile nei processi penali) o amministrativa. E ciò: o presso l’Avvocatura Generale o presso una delle Avvocature Distrettuali. 
Livio e Sempronio sono due amici, entrambi laureati in Giurisprudenza  
che scelgono sceglie anche essi, come Tizio, di fare un concorso di primo grado (dopo la laurea) bandito dal Ministro della Giustizia per entrare in Magistratura. Entrambi, con molti altri candidati, lo vincono.
Livio è assegnato al ramo dei giudici con il compito di decidere chi, nella lite, abbia ragione e chi torto.
Sempronio ha il compito degli avvocati dell’accusa, con la funzione di rappresentare l’interesse alla punizione dei rei proprio della sua amministrazione, deputata alla cura del settore della “giustizia”. Or dunque, sul piano dei compiti e delle conseguenti responsabilità, la situazione dei nostri quattro personaggi è la seguente:
Tizio che svolge un’attività amministrativa deve garantire il buon funzionamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Essendo un dipendente pubblico, il suo Ministro può essere tenuto, con l’istituto dell’interpellanza parlamentare a dare spiegazioni alle Camere elette circa l’atteggiamento tenuto da un suo organo su un determinato fatto o una determinata situazione, se ritenuto illegittimo, non corretto, poco ortodosso!  
Caiocome procuratore o avvocato dello Stato si trova in analoga situazione, con la sola differenza che a rispondere al Parlamento per il suo operato è il Presidente del Consiglio dei Ministri, nel cui ambito è collocata l’Avvocatura dello Stato.
Livio che è assegnato a funzioni giudicanti è soggetto soltanto alla legge (ovviamente come da lui interpretata) ed in nome dell’indipendenza e dell’autonomia, necessarie per il suo delicato compito, non v’è autorità che possa essere chiamata a rispondere del suo operato. Si tratta, in altri termini, di una manifestazione palese di autocrazia assoluta ritenuta essenziale e riconosciuta anche da ogni democrazia. 
Sempronio, assegnato a compiti di mera “accusa” deve fare i conti con il fatto che tale collocazione lo pone fuori dell’ordine giurisdizionale: egli non ha il compito, come il giudice, di dicere ius (da cui giurisdizione: iuris dictio) ma solo quello di rappresentare l’esigenza di buona amministrazione che i rei siano sottoposti a giudizio penale e, se del caso, condannati. Svolgendo compiti latamente “amministrativi”, il Ministro della Giustizia che gli corrisponde lo stipendio, dovrebbe rispondere in Parlamento per un suo operato “aberrante” ed invece non è così. Allo stato, il Pubblico Ministero gode, senza alcuna comprensibile e accettabile giustificazione della stessa “autocrazia” del giudice (id est: non risponde per niente ed a nessuno anche degli errori più madornali), del tutto assurda in un ordinamento democratico, siede in udienza nell’alto scranno dei giudici (laddove dovrebbe trovare posto, invece, nella parte bassa dell’emiciclo, accanto a tutti gli altri avvocati portatori di istanze da sottoporre a giudizio), non si riesce a tenere il conto dei suoi “svarioni” in questi anni di deformata democrazia italiana (in nessun altro ordinamento civile l’accusa ha la stessa posizione autocratica).
Et de hoc satis, anche se non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e l’odio di cui si nutrono abbondantemente religiosi devoti e politici fanatici, invasati delle due ideologie contrapposte e ugualmente aberranti, trasformerà una occasione utile per migliorare una Costituzione (che non è affatto la migliore del mondo, come hanno sempre pensato i “trinariciuti”) in una rissa da trivio tra persone che non intendono ritirare il cervello dall’ammasso in cui l
hanno depositato!

 

DUBITO ERGO SUM
A Sabaudia con Lidia Sella 





domenica 25 gennaio 2026

LA PAROLA COME DESTINO
di Francesca Mezzadri


A. Gaccione. Gennaio -2026
(Foto: Azzurra)

Con Una gioiosa fatica 1964-2022 (La Scuola di Pitagora, 2025 pagine 160 € 16), Angelo Gaccione raccoglie sessant’anni di poesia e coscienza civile. A curarla è Giuseppe Langella, con ouverture di Franco Loi, introduzione di Tiziano Rossi e postfazione di Fulvio Papi: un quartetto che già annuncia l’altezza del progetto. Il libro è un poema della condizione umana, costruito come un cammino morale in dodici stazioni - dalla memoria alla ribellione, dalla pietà alla gioia, fino al mistero. Gaccione restituisce alla parola la sua antica funzione: dare voce all’uomo e alla sua coscienza. La lingua è limpida, necessaria, sempre nutrita di pietà. Nelle Ritrovate parla la giovinezza, nelle Illuminate la testimonianza, nelle Milanesi la città ferita e viva. Ogni sezione è un modo di stare nel mondo, un gesto di resistenza poetica. Tra tutte, spiccano Le Sacre, dove la spiritualità si fa terrestre: pane, vino, amicizia, terra. Qui si colloca la poesia “La classe morta”, composta a Parma, che vibra di una forza rara. La città ducale, silenziosa d’agosto, diventa teatro di un gesto di pietà universale: il poeta siede sui gradini del Battistero e, davanti al Cristo di Antelami, parla ai bambini di Beslan. Il marmo rosa del Battistero, il chiarore del cielo emiliano, l’eco del silenzio cittadino: tutto si fa preghiera. Parma, con la sua misura e il suo pudore, sembra offrire al poeta la lingua più adatta alla compassione. Non è un caso che Gaccione scelga qui di unire il dolore del mondo alla bellezza dell’arte: la poesia nasce dalla pietà, ma si eleva nella luce di una città che da secoli accoglie la bellezza come forma di fede.


Parma: Duomo e Battistero

La classe morta
 
Oh, no! Voi non eravate la classe morta di Kantor;
voi eravate il germoglio non la spiga matura.
Quel limpido luminoso settembre
alla Scuola Numero Uno¹
non è apparso nessun dio benigno
ad annunziarvi la lieta novella.
È venuto invece l’uomo nero e ha gridato:
“Io sono il pane della morte²… mangiate!”
Ma voi non volevate di quel pane.
Misere ombre di Beslan, ombre dell’Ossezia del Nord,
ombre di altre ombre… cosa può l’ombra di un poeta
seduto sui gradini del Battistero in una deserta città d’agosto?
Spargo sul sagrato per voi gli ultimi grani di sale
e davanti al Cristo di Antelami³ mi ripeto:
“Non svegliarle, non svegliarle mai più,
fa’ che non vi sia resurrezione.”
 
“La classe morta” è forse il vertice morale dell’opera: un lamento senza retorica, che unisce pietà e misura classica. Parma ne diventa cornice e complice, città di silenzio e luce, dove la poesia trova la sua voce più umana. E, come scrive Gaccione: “Finché lascerete in piedi l’ultima rovina, noi saremo là a ricordarvi che siamo stati dalla parte della vita: voi no”.

 
La copertina del libro

Note
1 Fra l’1 e il 3 settembre 2004 nella Scuola Numero Uno di Beslan nell’Ossezia del Nord, un gruppo armato di separatisti ceceni vi fa irruzione sequestrando tutto il personale compreso gli scolari. L’assalto dei corpi speciali russi si trasforma in una strage: i morti saranno più di 300, oltre 700 i feriti, 186 bambini perderanno la vita.
 
2 Riferimento al Vangelo di Giovanni, discorso di Gesù a Cafarnao (vv. 6,48) “… Io sono il pane della vita…
 
3 Benedetto Antelami: Deposizione dalla croce (1178), rilievo marmoreo nel Duomo di Parma.

  

IL RACCONTO
di Francesca Mezzadri 


 
Diecimila lire
 
Ai vetri della cabina telefonica cominciarono a bussare con nocche impazienti, poi con qualcosa di più duro, forse un anello. Il rumore arrivava ovattato, come se fosse già sott’acqua. Un vecchio col cappello inzuppato aprì la porticina senza chiedere permesso e infilò la testa tra i fili appiccicosi.
«Scusi, signorina… è un quarto d’ora che telefona.»
Lei sollevò gli occhi arrossati, gli regalò un sorriso stanco, tutto sbagliato, un sorriso che non chiedeva scusa ma tregua. Lo supplicò piano, con un cenno. Il vecchio borbottò qualcosa e si ritrasse, lasciando entrare una folata d’aria fredda che sapeva di pioggia e benzina.
«Ti prego,» disse nel ricevitore, stringendolo come fosse caldo. «Non so dove andare a dormire.»
Dall’altra parte c’era già il vuoto. Il clic secco della cornetta posata in fretta. Sua sorella aveva sempre avuto quel modo lì di chiudere le conversazioni: deciso, pulito, come una porta sbattuta alle spalle. Prima di lei era stata la patronessa, voce piatta, senza rabbia: quattro posti di lavoro, quattro licenziamenti. Come se fosse un conto fatto a matita su un quaderno di scuola. E prima ancora il padrone dell’alberghetto, gentile come si è gentili con chi non conta: o paga stasera o niente camera.
Don Michele non aveva voluto parlarle. Forse domani. Forse. Diecimila lire le avrebbe anche potute dare, ma non bastavano. Ne servivano almeno centomila per non finire di nuovo in strada, per restare invisibile almeno una notte.
Uscì dalla cabina. Il viale era una ferita lunga e scura. Le luci del luna park, più in là, tremavano nella pioggia come luci malate: giostre ferme, cavalli di legno col muso abbassato, la ruota panoramica immobile contro il cielo basso di Milano. Quella zona era terra di nessuno, un confine tra il divertimento stanco e i palazzi che crescevano senza anima.
La pioggia le incollava i capelli biondi alla fronte. Stringeva il paltoncino rosso, troppo allegro per quella notte, e la borsa nera, vuota come le sue bugie. Dette troppe volte. Camminò qualche passo, poi si fermò. Nessuno aveva diecimila lire da darle. Nessuno aveva nemmeno il tempo di guardarla davvero.
Ogni tanto passavano macchine che rallentavano alla svolta. I fari la misuravano, la soppesavano, poi scivolavano via. Milano faceva così: guardava e dimenticava nello stesso istante.
Si rosicchiò l’unghia del mignolo. Era un gesto piccolo, preciso. Poteva farlo senza sporcarsi le dita. Da tempo non aveva più rossetto. In tutto il giorno aveva bevuto due caffè, entrambi annacquati, entrambi bevuti in piedi. Lo stomaco le faceva male ma non osava chiamarla fame.
Una macchina si fermò. Motore acceso, tergicristalli lenti. Un uomo abbassò il finestrino.
«Passaggio?»
Per un attimo pensò di no. Pensò a come aveva giurato di smettere. A come ci aveva creduto, per qualche settimana. Poi sentì la pioggia infilarsi nel colletto e il freddo salire dalle scarpe.
«Sì», disse.
Salì accanto a lui. Il sedile era caldo. Troppo. Guardò avanti, non l’uomo. Milano scorreva fuori, nera e indifferente. Non ci riusciva, pensò. Non ancora. Forse con quelle diecimila lire… forse. Ma i forse, a Milano, non pagavano mai una stanza.

 

 

  

SCAFFALI
di Giuseppe Carlo Airaghi
 
 
Rino Lorusso
 
Versi fatti con i piedi raccoglie novantacinque poesie, generalmente in verso libero. Undici liriche, invece, seguono un preciso schema metrico: ottava rima (“Cento giorni da pecora”, “Il peggiore dei primati”), sesta rima (“Datore di lavoro”), sonetto giambico in endecasillabi sdruccioli (“Andavo a piedi e ingiambai”), esperimento di sonetto in settenari monorima (“A furia di strisciare” I e II), endecasillabi in rima baciata (“Prima occupazione”), limerick (“Zerocrazia”), quartine di settenari a rima alternata (“La setta dei poeti estinti”), quartine di quaternari monorima (“Lo sostengo”) e infine un’ode in endecasillabi (“Ode ad An Post per il francobollo del Che”).
Il messaggio centrale poggia su un ribaltamento completo di valori, non a caso il provocatorio sottotitolo è Poeterodossia. La realtà viene letta al contrario nel disperato tentativo di attribuirle un senso, poiché, così com’è, sembra il trionfo del teatro dell’assurdo. In alcuni componimenti la critica sociale si radicalizza fino al punto di divenire vera e propria invettiva. Il bersaglio principale è costituito dalla triade valoriale Dio-patria-famiglia, fatta propria dalle forze della conservazione, siano esse politiche, religiose o sociali, che impediscono il progresso civile dell’essere umano. È, dunque, contro questi valori, da sempre funzionali alla cultura fascista, che l’opera si scaglia, ribaltandoli. È importante sottolineare la parola cultura, perché non è tanto il fascismo politico che terrorizza l’autore, quanto quello culturale. Già qualche decennio fa Pasolini denunciava il pericolo dell’omologazione rappresentato dalla televisione: oggi potremmo aggiornarlo traslandolo alle reti sociali.
È una società bieca e triste, spesso grottesca (“La sala ricevimenti nel pineto”), popolata da analfabeti funzionali, servili e ignoranti, quella che viene dipinta nei testi, investita da una satira politicamente scorretta e volutamente blasfema, soprattutto nei confronti di chi i valori suddetti li manipola per i propri fini e di un popolo, regredito allo stadio infantile, che ha ancora bisogno di un padre, eterno o mortale fa lo stesso. Le poesie sono spietate e non hanno peli sulla lingua, come traspare già dalla dedica poetica che le precede. Sono un atto di ribellione, come dev’essere l’atto poetico secondo Michael Hartnett, e sono fatte con i piedi, perché il mondo che ci circonda, e che ci dicono basato su una presunta razionalità, ci costringe a vivere una vita “inautentica”, come sosteneva Heidegger, passive “deiezioni” (parola sul cui doppio significato si gioca “Elisir d’eterna giovinezza”), scagliati dal caso nel mondo e incagliati nell’angoscia, smarriti: oggetti tra gli oggetti. E allora potremmo provare a ricostruirlo poeticamente, il mondo, partendo dai piedi (ovvia l’allusione al piede come unità ritmica della poesia greca e latina che, in maniera simbolica, struttura metricamente “Andavo a piedi e ingiambai”). Ripensarlo non con la testa, ma con i tanto bistrattati piedi, che qui assumono una valenza assolutamente positiva. Persino l’amore, tra tutte le declinazioni presenti nella silloge, viene rappresentato con metafore pedatorie (“L’amore secondo George Best”). Tutto passa attraverso i piedi in queste poesie, per essere calciato via o per essere accarezzato come fa il fantasista col pallone. Ragione e sentimento vanno a piedi, come facevano gli antichi greci, che, quando “ingiambavano”, “ingiambavano” bene. Secondo l’autore bisogna rifondare la società adottando il punto di vista del santo bestemmiatore (vedi poesia omonima), rifarla al contrario. Forse così ci riesce meglio visto che quella che abbiamo ci è venuta male.


 
Rino Lorusso
Versi fatti con i piedi
Chiarevoci Edizioni 2026
Pagg. 178 € 13,00

L’OSSIMORO PASOLINI


Gaccione Conversa con Donato Di Poce in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro.

D: In che cosa si differenzia questo tuo saggio rispetto a quanto la critica - una critica sterminata - ha indagato sul personaggio Pasolini?

R: L’opera si distacca dalle commemorazioni di circostanza e dai gossip mediatici sulla sua morte e sulla sua omosessualità, per offrire un’interpretazione militante e “corsara”, che definisce Pasolini come autore lucido e fertile del suo tempo, profeta e veggente dei nostri tempi bui devastati dal capitalismo imperialista e dalla fine delle democrazie, testimone del suo tempo e della sua disperata vitalità. Il saggio è un viaggio completo nella “galassia di CreAttività” pasoliniana, suddiviso in sezioni tematiche che non tralasciano alcun aspetto: dalla poesia dialettale (La meglio gioventù) alla narrativa delle borgate (Ragazzi di vita), dalla fondazione della rivista Officina all’analisi del “Cinema di poesia” e del “Teatro di Parola”, fino all’opera-testamento Petrolio, definito dall’autore il “Poema delle stragi”.


D: Il titolo stesso del tuo saggio insiste sull’ossimoro Pasolini. Puoi spiegare in poche battute ai lettori il senso di questa tua indovinata definizione? 

R: Il volume analizza l’intera produzione (poetica, critica, cinematografica e teatrale) pasoliniana sotto la lente dell’ossimoro: Pasolini fu marxista ma inseguiva la religione, adorava la tradizione (Dante, Pascoli) ma praticava uno sperimentalismo linguistico rivoluzionario, era poeta sublime (Le ceneri di Gramsci ma anche regista “sacrale” (Il Vangelo secondo Matteo) e giornalista spietato (Scritti Corsari). Il libro smonta con passione critica “l’errore e la cattiveria” degli esegeti che scambiarono questa “molteplicità espressiva” per doppiezza, dimostrando come Pasolini usasse gli opposti come unica via per cercare la verità. 

D: Che cosa la critica accademica ha trascurato di questo intellettuale e in cosa consiste la sua diversità rispetto alle altre figure dell’impegno militante?

R: Non abbiamo ancora fatto i conti con P. P. Pasolini. Abbiamo fatto scempio dei suoi tre corpi: quello fisico, quello mentale e quello poetico. Tre corpi controcorrente che davano fastidio perché troppo autonomi e troppo liberi. La critica che pur ha avuto pregevoli letture (Scalia, Siti, Siciliano, Muraca, D’Elia, Casi, Ferretti) si dimentica spesso che Pasolini è stato innanzitutto un grandissimo poeta (e come disse Moravia tra i pochi del secolo) e critico letterario e che il suo capolavoro Le ceneri di Gramsci basterebbe da solo a decretargli l’immortalità. Io scoprii giovanissimo questa raccolta e ne fui fulminato! Un poeta che parlava di realtà e temi civili e storici in terza rima dantesca… pazzesco!


D: La morte del poeta viene sempre più letta come un vero e proprio delitto politico, maturato in un contesto ben preciso. Qual è la tua opinione in merito?

R: La mia convinzione è affermativa… sono convinto che gli anno fatto fare la stessa fine di Mattei. Due uomini troppo liberi, troppo indipendenti. due lampi di verità. A entrambi ho dedicato una lunga poesia presente nel libro dal titolo “Lampi di verità”. Faccio notare solo che fino a quando Pasolini si limitava a fare il cineasta, il poeta e il regista cinematografico non dava fastidio a nessuno, ma poi cominciò a scrivere Petrolio il romanzo delle stragi, e sul Corriere della Sera articoli di fuoco contro la borghesia e il potere. Cito a futura memoria il suo testo j’accuse: Io So.

D: Il tuo libro finisce con uno splendido calligramma a forma di croce dedicato a Pasolini: Ce ne vuoi parlare?

R: Certo, la poesia è un omaggio sia alla poetica di Pasolini che al suo sperimentalismo linguistico espletato in Poesia in forma di rosa. Trattandosi di una poesia visiva, rimando graficamente al testo ‘Poema della Croce’ presente nella mia raccolta.


La locandina della prossima presentazione


 

 

  

 

 

 

  

POETI
di Alberto Figliolia



Max Hamlet
Sterminatori

Sterminatori
 
Bombardavano le colline
potenti sordi rombi sibili
le chiese nei boschi crollavano
i villaggi abbandonati
macerie s’adagiavano fra i castagni secolari
cascine e campi ardevano
la città migliaia di occhiaie
grida e grida e grida e grida e grida e grida e grida
 
Le fiamme si fondevano con il cielo al tramonto
osservavamo lo spettacolo dai terrazzi
fra i vetri in frantumi
pezzi di muscoli per ogni dove
e qualche brandello di cuore
i tram fermi nelle strade
smemorate visioni di scheletri carbonizzati inutili
carcasse di legno e ferro
nessuno a far più la fila per il pane e per l’acqua
i piedi nudi della gente in fuga
chiazze e rivoli di sangue
come piccoli laghi e fiumi
senza ritegno senza sbocco
 
Un aereo lo stesso aereo sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e mitragliava sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e mitragliava sorvolava e sganciava sorvolava e cannoneggiava sorvolava e mitragliava sembrava non finire mai il suo carburante noi vedevamo gli occhi del pilota era un gigante dalle sclere rosse e malate era un gigante dalle sclere rosse e malate era un gigante dalle sclere rosse e malate
 
Bruciavano i tronchi antichi
e le case giacevano in doloroso silenzio
nel crudele rimbombo quasi un rimorso
fuggivano tutti
mentre osservavamo l’ultimo bagliore dell’orizzonte
e il pilota gigante dalle sclere rosse e malate sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare sorvolare sganciare cannoneggiare mitragliare
 
e cecchini vino caldo nelle vene colpivano senza mai fallire un bersaglio colpivano senza mai fallire un bersaglio vino caldo nelle vene e stupri nella testa stupri nella testa stupri nella testa stupri nella testa
 
Senza ritegno senza sbocco
come piccoli laghi e fiumi
chiazze e rivoli di sangue
i piedi nudi della gente in fuga
nessuno a far più la fila per il pane e per l’acqua
carcasse di legno e ferro
smemorate visioni di scheletri carbonizzati inutili
i tram fermi nelle strade
e qualche brandello di cuore
pezzi di muscoli per ogni dove
fra i vetri in frantumi
osservavamo lo spettacolo dai terrazzi
le fiamme si fondevano con il cielo al tramonto
 
Nota
Nuova versione del 23 gennaio 2026, prima stesura in Visioni o dell’anarchico girovagare, Rayuela Edizioni, 2017)

OMBRE DELL’IGNOTO 
di Laura Margherita Volante 



 
Ciò che siamo stati 
è un miraggio fra i 
ricordi
di foto sbiadite dal 
tempo 
dai contorni sempre più 
chiari.
Momenti conviviali e porte 
aperte.
Era ciò che eravamo:
la solitudine usciva
dalla porta per il 
campanello
per chi entrava
col sorriso di chi
apriva.
Ciò che siamo 
diventati
ombre dell’ignoto.
Un ginepraio di perché 
nel buio dell’inquietudine 
assuefatta...
Il sipario del pensiero
chiuso
è ciò che siamo.

 

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