UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 30 aprile 2023

STAFFETTA DELLA PACE

 
Care amiche e cari amici,
scrivo a tutti voi che avete offerto con entusiasmo la disponibilità a partecipare e a organizzare la Staffetta dell’Umanità del 7 maggio. Troverete il percorso diviso per tappe sul profilo Facebook “Michele Santoro”, dove potete consultare anche le risposte alle domande più comuni che ci vengono rivolte, oppure sul profilo Instagram “michelesantoro.it” e sull’app di “Servizio Pubblico”. Vi comunico il contatto telefonico per prenotare il tragitto di un chilometro. In seguito vi invieremo le coordinate GPS. Usando le coordinate potrete raggiungere facilmente il punto di partenza e di arrivo e, una volta terminato il vostro percorso, darne comunicazione al responsabile di tappa. Faccio appello al vostro senso di responsabilità pregandovi di comunicare tempestivamente eventuali problemi insorti che impediscono la vostra partecipazione. Con una bandiera arcobaleno dovrete raggiungere il vostro punto A (partenza) circa un’ora prima per muoverci tutti insieme contemporaneamente alle 12:00 e raggiungere il nostro punto B (di arrivo). Lì aspetteremo fermi l’esito della staffetta e riceveremo il via libera per andare finalmente a bere un bicchiere di vino o una birra o fare qualunque altra cosa vi renda felici. Vi abbraccio tutti, vi ricordo che non siamo una grande organizzazione, che ci siamo dati un obiettivo molto ambizioso e abbiamo bisogno dell’aiuto di ciascuno per realizzarlo. Per prenotare il tuo chilometro scrivi un messaggio su questo numero utilizzando WhatsApp: 327 27 85 264 (dalle 14:30 alle 19:30)
 
Michele Santoro 

 

ATTRAVERSO I BALCANI: DA SARAJEVO A GRAMSH
di Pierpaolo Calonaci


Un viaggio nella geografia politica della subalternità.
 
Bruce Chatwin usò icasticamente la tensione generata dall’irrequietezza per descrivere il movimento che l’anima compie verso la ricerca intangibile del viaggiare e del conoscere ciò che è altro da sé. Ne fece appunto un’“anatomia dell’irrequietezza”. In queste righe desidero riprendere l’immagine per farne lente di anatomia politica della subalternità e del dominio dove certe aree geografiche (es. i Balcani, Gerusalemme, la Palestina, la Siria, l’America Latina tutta ecc.) ne portano e ne porteranno i segni indelebili. Segni che nei Balcani si manifestano nell’architettura, nell’ordine urbano, nelle case, nelle relazioni sociali come matrice antropologica, nell’organizzazione degli spazi sociali e dei suoi bisogni ma in particolare si rifletterono,nel nome della pulizia etnica, sul corpo dei bambini bosniaci che furono letteralmente massacrati dai cecchini serbo-croati (e dal lassez-faire dell’Europa e degli Usa) affinché il loro corpo immolato servisse in futuro a ricordare che il modello culturale e politico di Tito era da cancellare. D’ora in poi subalternità con le sue briciole di felicità corrotta.
Ogni viaggio, questo in particolare dato che si dipana lungo la storia drammatica dei Balcani, porta con sé un profondo, incosciente o meno, senso di disgusto o di rifiuto degli spazi angusti in cui una certa geografia politica, e la normalizzazione politica che la governa, ci vorrebbe rinchiudere per farci arrendere all’ “è così”. A ciò si accompagna un senso di “inattualità” del viaggiare in una dimensione temporale che non sia dettata dai ritmi produttivi (sta qui la differenza col turismo); che riducono il viaggio ad una fuga velleitaria da un determinismo sociale, speculare, metaforicamente, alla protervia del domandare ad una rosa il perché del suo fiorire. Poiché un viaggio è il pensiero che si esercita attraverso una lente che reagisce contro il presentare i fenomeni sociali disponendoli a tal guisa che la “posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi è legata a una esigenza, concepita in modo un po’ puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici”. (A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura dell’Istituto Gramsci, Torino, Einaudi, 1975, Q. 11, § 15, p. 1403). Il pacifismo è irretito in questo modello analitico-meccanicista dei fenomeni sociali e ciò lo rende molto spesso incapace di analisi fondate, maldestro nel formulare quesiti e dubbi e quindi impreparato a formulare una “qualità delle domande” (Paolucci) da porre alle istituzioni legittimanti l’egemonia culturale e politica della guerra, depotenziando soprattutto l’affermazione per cui l’obbedienza non è più una virtù.



Attraversato il confine croato-bosniaco entriamo nella pianura verde che scorre lungo la Neretva: frutti e ortaggi (che nella tradizione culinaria orientale la fanno da padrone) fanno ovunque capolino sulle bancarelle che riempiono il lato stradale, siamo in settembre e il sole è caldo. La moto punta verso le montagne ad Est da cui i Balcani sono caratterizzati; gli erti profili mi conducono al ricordo di Sebrenica nella quale andai nel 2005… da quelle montagne calò sulle vite dei suoi abitanti la morte per mano dell’esercito serbo-croato grazie anche all’ipocritica tattica della “non-intromissione” che i Caschi blu olandesi, a cui la popolazione di Srebrenica fu affidata per essere protetta, misero in atto con colpevole acribia. Ci fermiamo nel piccolo paese di Pocitelj a pochi chilometri dall’ingresso in Bosnia. Come altrove vi fu pulizia etnica che il silenzio, la storia, la cultura islamica che nella piccola moschea trovano il proprio fulcro non possono che aumentarne il ricordo della sofferenza a cui la Bosnia è stata immolata. Perché il popolo bosniaco a maggioranza islamica avrebbe dovuto dimostrare che per essere accettato nel consesso occidentale, speculare all’etica religiosa che lo caratterizza, fosse all’altezza del diktat del sacrificio che quell’etica impone (medesimo leitmotiv per l’Ucraina, vedi le parole di Stoltenberg). C’erano delle donne, contadine, dallo sguardo dimesso, che all’ingresso del paese vendevano succhi di frutta del loro raccolto, ovviamente c’era quello al melograno, segno per antonomasia direi, della floridezza della cultura islamica. Alcune vendevano i propri manufatti di cotone. Stavano tutte in meticoloso silenzio. Ricordo che un vero e proprio contrasto con il lento scorrere della Neretva sopraffaceva il cuore laddove la memoria della sofferenza innocentemente versata pulsava forte d’indignazione: si può riparare nella filosofia, quale incunabolo immanentista nel grande libro della storia, per non perdere la bussola della ragione quando, come durante quel sentimento di rabbia che provammo, si intuisce che l’armonia della natura stessa diventa una ghigliottina sotto cui aspetta senza vita la vita. 



La struttura delle relazioni sociali che immediatamente dopo la morte di Tito furono fatte ruotare attorno al perno del terrore e dell’odio (a cui la paura della cecità derivata dallo scontro fra la religione cristiana e quella islamica aggiungeva la dirimenza dell’idea del “noi siamo nella verità”) riflettevano gli effetti di una manipolazione e una propaganda degli Stati interessati che per decenni smantellò l’ideale multiculturale che sotto Tito si compì affinché giungesse il tempo della guerra fratricida, “della guerra di tutti contro tutti” come i Bosniaci sogliono chiamarla. Pocitelj possedeva un silenzio di parole mute che aspettano riposte ai perché di quanto successo lì e altrove (di cui l’immenso e valoroso lavoro del Tribunale internazionale per i crimini in ex-Jugoslava ha dato risposte giuridiche e penali senza peraltro scardinare nulla delle cause della guerra). Un silenzio davanti all’umano bisogno, che lì è stato tranciato recisamente, di realizzare praticamente le categorie che della vita ne dovrebbero essere solide fondamenta (coscienza, azione, lotta, elevazione spirituale, solidarietà). Un silenzio segno dello sradicamento dell’egemonia totalitarista della guerra. È lo sradicamento della vita da sé stessa, direbbe Simone Weil, che si ripiega e si cristallizza. È la sventura che, differentemente dalla riflessione weiliana su questa parola, niente ha a che fare col destino o col fato ma è una variabile dipendente della riproduzione del dominio. Credo che oggi vivano a Pocitelj in pochissimi poiché la maggior parte delle case, tutte rifatte, sono state acquistate da alcune catene di turismo per farne altrettante residenze per coloro - noi borghesi occidentali - che allora, cioè dal profilarsi della concreta possibilità della guerra, preferimmo voltare la faccia (d’altronde Ponzio Pilato è il tipo di uomo occidentale). 



Il sangue, il dolore, le cicatrici si “cancellano” con il profitto: considero concreta l’affermazione per cui turismo equivale a terrorismo giacché esso si serve di un sistema di significati e significanti che dissimulano lo sviluppo in senso alle leggi economiche neoliberiste dietro il denominatore comune di civiltà. Il risultato è ovvio per chi vuol vedere: Pocitelj è stato rianimato svuotandosi di vita reale. Nell’architettura delle case è entrato l’uso della malta che esse non conoscevano; i tetti con le travi in legno e le molte finestre (caratteristica tipicamente turca) sono stati comunque rispettati. La moschea è visitabile e i segni del suo bombardamento sono stati sistemati per assicurane stabilità e consentirne di svolgere la funzione sociale. Il senso genuino, popolare, quando è rispettato, della fede, quando cioè non è mistificato col fine di rendere passiva la vita (il senso oppiaceo che Marx denunciò), risorge sotto qualsiasi condizione.
Proseguiamo per Mostar, distante appena 30 chilometri; percorso che si dipana lungo gole e montagne dove l’acqua scorre blu intensa. La guerra nei Balcani si è potuta svolgere sostanzialmente senza nessun inciampo (fino ad un certo punto) da parte della Serbia che non ne voleva l’indipendenza sfruttando al meglio l’orografia appunto. Se storicamente da un lato questa caratteristica ha fatto sempre percepire all’Occidente che i Balcani ne fossero separati e in certo senso antagonisti (o peggio nemici) quale luogo foriero solo di spine al fianco degli interessi colonialisti degli imperi di allora (e degli Stati di adesso pur con forme, parole e istanze assai diverse), dall’altro quella li ha preservati e tutt’oggi non sono stati ancora ingoiati dall’industrialismo del Grande Fratello (si pensi che in Albania non vi è alcun McDonald’s… ma solo lì…). 



Laddove quindi la Serbia, che tutt’ora non ha abbandonato la sua idea di essere anacronisticamente la garante dell’unità slava che la Russia fino al 1989 ha garantito (guardare alla querelle in atto contro il Kosovo), non è riuscita a ricondurre all’ovile culturale la Bosnia, ci sono riusciti la UE e gli Usa, imponendole quell’identità culturale, di segno economicista, tanto estranea alla sua storia quanto però efficace sul piano del consenso internazionale e della subalternità tramite una data idea di “pace” che non è altro il dover riconoscere l’egemonia di stati forti sulla proprie istanze di autonomia politica. Per inciso, la dirimente differenza tra “l’indipendenza” della Bosnia rispetto al percorso di Slovenia e Croazia risiede nel fatto che queste due entità possiedono una prossimità culturale nonché vera e propria affinità religiosa verso i confinanti Stati europei (senza insinuare che il loro percorso verso l’indipendenza non sia stato a spese di sangue e sofferenze); prossimità che la Bosnia non ha mai avuto. Essa è stata considerata la pecora nera. Perché la guerra di Bosnia, di cui Sarajevo, che racconterò nel prosieguo del racconto, ne è stato l’emblema insieme a Srebrenica (senza dimenticare le altre città ovviamente), è stata una guerra soprattutto e anche religiosa.

FERMATE L’OLTRAGGIO!



Piombino, partono i test sul corpo vivo della città.
 
Partono i test. Sul corpo vivo di una città, Piombino, e del prezioso territorio circostante. Nottetempo, fra giovedì 4 e venerdì 5 maggio, è annunciato l'arrivo della prima metaniera, ad affiancare la nave rigassificatrice Golar Tundra, già temerariamente ormeggiata dal 19 marzo nel porto turistico che serve l'Elba, l'arcipelago toscano, la Corsica e la Sardegna. La metaniera avrà in pancia circa 170.000 metri cubi di gas liquefatto: metano compresso 600 volte, portato a una temperatura intorno a -162° Celsius. Proviene dal democraticissimo Egitto. Sarà scaricato in due fasi per i test sulla nave rigassificatrice: "I test - leggiamo - dureranno una ventina di giorni e serviranno per testare gli impianti per la rigassificazione e i sistemi di bordo. Dopo aver effettuato la prima operazione di scarico, che durerà circa 48 ore, la metaniera sarà disormeggiata e lascerà il porto di Piombino, poi tornerà dopo una decina di giorni per scaricare il rimanente gas che servirà a completare i test di performance. Il rigassificatore dovrebbe essere pronto per avviare la fase commerciale nella seconda metà di maggio".
Mercoledì 3 maggio mattina, a partire dalle 9.30, data di convocazione del Consiglio regionale della Toscana, Idra sarà ancora una volta davanti al portone del Palazzo del Pegaso, in Via Cavour 2-4. Ad aspettare che il presidente della Giunta Eugenio Giani osservi gli impegni ripetutamente presi, e mai onorati, di incontro con la delegazione nazionale autrice della memoria tecnica depositata da Idra per Pec in conferenza di servizi il 17 ottobre 2022. A proporre alla Giunta di ritirare il consenso all'avallo della scelta del commissario Giani, tuttora presidente della Giunta, di esporre la popolazione di Piombino, dell'isola d'Elba e della costa tirrenica fra San Vincenzo e Follonica a una prova certa di angoscia a fronte del ragionevolissimo timore di danni, più o meno gravi, temuti sul piano della sicurezza, oltre che su quello economico ed ecologico, per le caratteristiche delle operazioni in programma all'interno dell'insediamento industriale collocato nel porto, quando ancora risulta incompiuta l'analisi della documentazione presentata al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, e irriverentemente contro la volontà espressa da ampi strati della cittadinanza e dall'intera Amministrazione comunale. A proporre al Consiglio regionale un risveglio di consapevolezza del grave vulnus che produrrebbe l'attivazione delle procedure di test alla credibilità delle istituzioni che si fregiano del titolo di rappresentanze democratiche, depositarie di un potere del popolo qui manifestamente conculcato. A sottolineare l'esecrabile parentela che lega l'atto di forza improvvidamente programmato con la politica di sostegno alla perpetuazione di fatto dei massacri nell'Europa orientale attraverso la fornitura di armamenti a flusso continuo, in assenza di iniziative efficaci di intermediazione, interposizione e pacificazione. Si attende intanto l’esito della petizione presentata sulla vicenda a gennaio al Parlamento europeo.
 
Associazione di volontariato Idra

 

PRIMO MAGGIO DI LOTTA




A PESARO CONTRO I BIOLABORATORI




MILANO. BIBLIOTECA SORMANI
Il 41 bis tra mafia e conflitto sociale.


Cliccare sulla locandina per ingrandire


  

GENOVA IN VERSI




A PIACENZA SUL MERCATO DELLE ARMI




sabato 29 aprile 2023

LA GUERRA PARTIGIANA IN VALLE CAMONICA
di Marco Vitale


Si è svolto a Sellero, il 21 aprile scorso, un incontro promosso da Ecomuseo della Resistenza, Federazione Volontari per la Libertà, Associazione Fiamme Verdi, A.N.P.I Sezione di Valsaviore e Alta Valle Camonica, Comune di Sellero. Proponiamo ai nostri lettori la prolusione tenuta da Marco Vitale.
 
È questa unità d’intenti, di propositi, di azione che fu propria della Resistenza che noi vogliamo celebrare in questo nostro incontro. Ho detto celebrare e non commemorare. Il nostro incontro non è una commemorazione. Le commemorazioni interessano i morti, le cose morte, e noi invece vogliamo esaltare qualcosa che in noi è vivo e deve essere vivo nell’Italia di oggi. E vivi sono nei nostri cuori e nel loro insegnamento i compagni che hanno affermato col supremo sacrificio la loro fede.
(Lionello Levi Sandri. Discorso tenuto il 22 settembre 1984 al Convegno dei candidati partigiani)
 
La guerra partigiana bresciana è stata assai importante, illustrata da personaggi di valore, ben documentata da studi storici seri ed affidabili. Nel suo ambito le vicende della Val Camonica e dei suoi protagonisti occupano un ruolo di primo piano. Basti pensare al feroce assalto fascista del 3 luglio 1944 a Cevo (Valsaviore), che lasciò ottocento abitanti su mille senza tetto. O pensare all’eroica Corteno dove, secondo i fascisti, anche i muli sono partigiani e dove opera il gruppo di Antonio Schivardi 34 anni, insegnante “primo tra i primi in ogni combattimento, in ogni audacia”, come reca la motivazione della medaglia d’oro al valore militare decretata alla memoria. O ricordare che nel settembre 1944 Pontedilegno fu liberata dai partigiani e venne amministrata, con il metodo democratico, dopo aver allontanato il podestà fascista. E lo stesso avvenne in altri comuni dell’Alta Val Camonica, come Vezza d’Oglio, Vione, Corteno e altre località e comuni dove operava la 54° Brigata Garibaldi come in Valsaviore, Cimbergo, Paspardo. E penso soprattutto alle due battaglie del Mortirolo, la prima del 22 febbraio 1944 e la seconda che inizia il 10 aprile 1945. Le battaglie del Mortirolo furono gli unici scontri campali della Resistenza. Sul passo del Mortirolo le Fiamme Verdi avevano creato una postazione stabile, ben protetta e ben guidata da Lionello Levi Sandri, capitano e combattente coraggioso, ma anche finissimo giurista. Ebreo per parte di padre, per lunghi anni apprezzato ed amato professore al Liceo Arnaldo, espulso dalla scuola a causa delle leggi antiebraiche. Il Distretto Culturale di Valle Camonica ha dedicato un saggio importante alla famiglia Levi Sandri in un bel libro intitolato “Storie di ebrei in Val Camonica tra fughe e Resistenza” (Compagnia della Stampa, 2016). Io avrò occasione di collaborare con Lionello Levi Sandri, presidente del Consiglio di Stato nel corso degli anni ’80.



Fu grazie alla guerra partigiana che la medaglia d’argento al valore militare che decora il gonfalone del Comune di Brescia poté essere motivata con queste parole: ‘Nella lotta di liberazione la Città di Brescia prodigava con generosa larghezza il sangue dei suoi figli migliori e con il fiero e tenace contegno degli abitanti della città e della provincia sosteneva validamente la resistenza contro l’invasore. Memorabili e duri gli scontri combattuti nelle valli, e mirabili tra tutti quelli del passo del Mortirolo e quelli delle valli Trompia e Sabbia. Nei giorni della insurrezione generale, liberatasi con fulminea azione dall’occupazione nemica, la popolazione bresciana osava chiudere le sue strade alle colonne tedesche in ritirata e con sanguinosi combattimenti causava gravi danni al nemico e provocava la cattura di migliaia di prigionieri’.
 
Le cifre della Resistenza bresciana sono queste:
3 medaglie d’oro al valore militare
26 medaglie d’argento al valore militare
21 medaglie di bronzo al valore militare
19 croci di guerra
I caduti nelle formazioni partigiane e nei campi di concentramento furono 1312.
 


E dietro a queste crude cifre ci sono tante storie umanamente e intellettualmente coinvolgenti, in gran parte testimoniate dalle lettere di commiato dei condannati a morte, come Astolfo Lunardi (53 anni) condannato insieme a Ermanno Margheriti (24 anni) e fucilati insieme, come padre e figlio. Come Luigi Ercoli di Bienno, 26 anni, uno dei primi organizzatori del movimento partigiano in Val Camonica. Fu sottoposto a durissime torture e poi inviato ad un campo di concentramento vicino a Mauthausen dove muore il 15 gennaio 1945. La sua ultima lettera inviata dal carcere bresciano a un amico è tra le più drammatiche e forti della Resistenza bresciana. In essa descrive dettagliatamente le torture subite e definisce gli obiettivi di tante sofferenze con queste parole: “Ora mi scorrono le lacrime. Le prime da che sono qua. Piango e non so il perché. Forse è l’essere qua inattivo per quella libertà. Ma se Iddio ci guarda dovrà pur concordare che Dio, Patria, Famiglia, devono essere accompagnate da Fede, Libertà e Pace, sei cose che noi vogliamo ed avremo. Costi quello che costi.
E poi a Brescia ci sono i carcerati nella cella dei “politici”, la cella 101, dove su una parete qualcuno ha scritto: “Quando nel mondo l’ingiustizia impera, la patria degli onesti è la galera”. Qui sono passati in tanti, tra i quali Luigi Ercoli del quale ho già detto. Edoardo Ziletti, nelle sue memorie dal carcere, così descrive gli ospiti della cella 101 di quell’amarissimo autunno 1944:
E rivedo anche te, amico Boni, disteso sulla branda, inseguire teoremi di fisica e proposizioni filosofiche, in attesa paziente di tempi più umani; e il tumultuoso Vitale e il pacifico Lorandi e l’allegro Marconi e il flemmatico Leonardi, la bella compagnia cui è venuto ad aggiungersi il giovane Botticelli coi segni delle percosse sul viso… E Don Vender? L’avete visto guizzare, in pantaloni e maniche di camicia, per i corridoi, da un usciolo all’altro a portare cibo, biglietti, parole di incoraggiamento e di conforto? Se lo beccavano, chi l’avrebbe salvato? Non ho mai visto un uomo così pieno di fede e di coraggio come lui, allora.



In realtà quello che Don Vender faceva anche in carcere, e cioè assistere gli antifascisti e i partigiani arrestati, era quello che molti facevano fuori dal carcere, senza pensare che, secondo le ordinanze dei tedeschi, queste attività erano passibili di pena di morte. Il periodo dal 25 luglio 1943 (caduta del fascismo) e dall’8 settembre 1943 (armistizio del governo Badoglio con gli Angloamericani con immediata occupazione tedesca dell’Italia del Nord), sino al 25 aprile 1945, fu un periodo tumultuoso, intenso e doloroso. In ogni città e valle del Nord si andò organizzando la Resistenza partigiana per la liberazione dell’Italia dai tedeschi e dai fascisti della repubblica sociale di Salò. Mio padre, liberale crociano e antifascista da sempre, collaborò nell’organizzazione della Resistenza partigiana nel bresciano e riceverà una croce di guerra per questa attività. Fu anche lui carcerato a Brescia con Boni e Vender, ma non fu processato perché durante il grande bombardamento del 13 luglio 1944 riuscì, con altri, a fuggire. Noi eravamo rifugiati in una casetta che mio padre, con grande lungimiranza, aveva acquistato ed attrezzato sino dal 1938.


 
Con queste radici e in questa atmosfera familiare potete, forse, capire come anche un ragazzo tra gli 8 e 10 anni potesse essere molto consapevole e partecipe della situazione. Io porto la apparentemente strana testimonianza che, in quegli anni, anche un ragazzo tra gli 8 e 10 anni poteva capire perfettamente cosa stesse succedendo e sentirsi partecipe degli eventi. Ma quelli erano anni in cui si cresceva in fretta. In quei due anni incontrai, al seguito di mio padre, parecchi antifascisti militanti e parecchi partigiani. La nostra casetta era molto isolata e si trovava ai piedi delle montagne che segnano il passaggio dalla Franciacorta alla Val Camonica. Da lì partivano i sentieri di montagna che da un lato salivano a Polaveno e si connettevano con la Val Trompia e dall’altro quelli che si connettevano con la Val Camonica e con la Svizzera. La maggioranza dei combattenti che si fermavano a casa nostra erano in transito ma c’erano anche dei partigiani stanziali insieme ai quali ascoltavamo i messaggi di Radio Londra. Era affascinante per me stare con i grandi che mi chiamavano “bocia” e ascoltare insieme a loro i messaggi criptati che erano di grande importanza per gli aviolanci. “La scuola è cominciata” voleva dire: siamo pronti al lancio; “il vulcano si è spento”, non abbiamo potuto lanciare; “andate in cerca di funghi”, scenderanno dei paracadutisti.  Ma il messaggio che non ho mai dimenticato per la gioia che esso suscitò nei grandi fu il messaggio: “Attenzione! Per Alberico le foglie spuntano” voleva dire che gli anglo-americani si erano convinti a lanciare materiale utile sul Mortirolo, dove le Fiamme Verdi si erano radicate. E ricordo, a contrario, il senso di demoralizzazione e di tristezza quando, nell’autunno 1944, giunse il proclama indirizzato dagli Alleati ai combattenti della Resistenza che diceva: “Patrioti, la campagna estiva è finita ed ha inizio la campagna invernale. Il sopravvenire della pioggia e del fango inevitabilmente significa un rallentamento del ritmo della battaglia. Quindi le istruzioni sono come segue:
cesserete per il momento operazioni organizzate su vasta scala;
conserverete le vostre munizioni e vi terrete pronti per nuovi ordini;
ascolterete il più possibile il programma Italia combatte” trasmesso da questo Quartier Generale, in modo da essere al corrente di nuovi ordini e cambiamenti di situazione.


Teresio Olivelli
 

Il messaggio fu inteso come un ordine di smobilitazione. E comunque gli aviolanci furono sospesi. Ma nessuno realmente smobilitò ed anzi qualcuno incominciò a pensare alla ricostruzione, come Teresio Olivelli. Il 12 gennaio 1945 muore nel campo di lavori forzati di Hersbruck Teresio Olivelli, medaglia d’oro della Resistenza e che era entrato a far parte della resistenza a Brescia pur non essendo bresciano e che tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944 svolse tra Milano e Brescia un’attività prodigiosa, prima di essere arrestato il 27 aprile 1944. È lui l’autore della Preghiera del Ribelle, la più bella composizione poetica della Resistenza. È lui, insieme al compagno Sertori, entrambi membri del Collegio Universitario Ghislieri di Pavia, del quali Olivelli fu giovanissimo rettore, il principale progettatore e animatore della rivista Il Ribelle, la più importante rivista della Resistenza, il cui primo numero uscì a Brescia nel marzo 1944. Se ne stamparono 15 mila copie e fu distribuito oltre che a Brescia, a Pavia, Cremona, Bergamo, Val Camonica, Val Sabbia, Lago d’Orta.
 


Nel corso del 1944 si andò organizzando il movimento delle Fiamme Verdi, certamente la più originale formazione partigiana bresciana, nata una notte di dicembre del 1943 a Brescia, in casa Piotti, via Aleardi 11 e che avrà il comando operativo e il quartiere generale in Cividate Camuno nella canonica di Don Carlo Comensoli un prete coraggioso. Il regolamento delle Fiamme Verdi è molto chiaro ed evidenzia le caratteristiche del movimento:
Le Fiamme Verdi continuano la gloriosa tradizione dei battaglioni alpini italiani che non hanno conosciuto sconfitta. Le Fiamme Verdi appartengono al Corpo Volontari della Libertà e fanno parte, come unità guerrigliera, dell’Esercito italiano di Liberazione. Essere una Fiamma Verde è un onore e un impegno totale. La Fiamma Verde rispetta la proprietà altrui, lenisce la miseria, denuncia ai superiori l’ingiustizia e disciplinatamente, se gli sia comandato, la punisce.
C’è anche il giuramento da fare, la mano sul Vangelo:
Giuro di combattere finché i tedeschi e fascisti non siano cacciati definitivamente dal suolo della Patria, finché l’Italia non abbia unità, libertà, dignità. Giuro di non far tregua coi vili, i rinnegati, le spie; di mantenere il segreto e di non venire mai meno alla disciplina. Qualora venissi meno al mio giuramento, invoco su di me la vendetta dei fratelli italiani e la giustizia di Dio.



Le Fiamme Verdi sono un movimento di chiara ed esplicita ispirazione cattolica, ma non si identificano con nessun partito come è chiaramente confermato nel messaggio di congedo che il Generale Masini, comandante delle Fiamme Verdi, invierà il 28 aprile 1945:
La grande ora è venuta. Le bandiere della libertà sono ora tutte spiegate al vento. Dai monti e dalle valli sono scese alle città le nostre belle divisioni. Si sono aperte la strada combattendo e le loro verdi fiamme hanno annunciato al popolo l’ora della liberazione. Ed è anche venuto il momento per noi conclusivo, quello che noi abbiamo voluto come unica meta, quello oltre il quale ognuno riprende la sua strada. Il nostro compito di soldati è terminato. Comincia domani il compito di ciascuno come cittadino, secondo le aspirazioni e le tendenze politiche che lo indirizzano. Una sola cosa abbiamo da rivendicare: la volontà di mantenere all’Italia la libertà che i patrioti le hanno riconsacrato col sangue e l’amore per questa nostra Patria sfortunata ed eroica.
 
28 aprile 1945
Il Generale Masini
Comandante le Fiamme Verdi
 
Piero Calamandrei

Un giorno, ricordando Don Vender, il prete dell’argine, già cappellano militare delle Fiamme Verdi, Mino Martinazzoli concluse dicendo: “La lezione di questi uomini, di questi preti, certamente ha prodotto un seme che non può esser diventato infecondo. Il problema vero che abbiamo è quello di essere dei buoni cittadini, capaci per questo, di approntare una buona terra che lo riscaldi e torni a farlo fiorire”. Le nostre generazioni (intendo quella di Martinazzoli e la mia) hanno avuto grandi maestri. Ma non siamo stati bravi allievi. Ne abbiamo fatto mediocre uso. Per questo la Resistenza non finisce il 25 aprile 1945, ma deve riprendere e continuare in difesa della Libertà (non solo nostra) e della nostra Costituzione che sono il frutto migliore di quella stagione, ma che sono ora in forte pericolo e si stanno sgretolando. L’unica cosa seria che possiamo fare è di trasmettere, con grande umiltà, ai giovani gli insegnamenti e gli esempi che noi abbiamo ricevuto. Così, con Luciano Costa, possiamo trasmettere un bellissimo insegnamento di Don Vender: “Animo, Animo”. E insieme quello che un altro grande maestro, Piero Calamandrei, indirizzò ai giovani, in occasione di un altro 25 aprile: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”.




PER ALFIO PANNEGA


Alfio Pannega

Per il XIII anniversario della scomparsa.

Viterbo. Il 30 aprile ricorre l’anniversario della scomparsa di Alfio Pannega, che ci ha lasciato nel 2010 ma il cui ricordo è ancora luminosamente vivo in chi lo ha conosciuto e gli è stato amico e compagno di lotte contro la guerra e il fascismo, contro il razzismo e l'oppressione di classe, per i diritti umani di tutti gli esseri umani, in difesa dell'intero mondo vivente, nella solidarietà e nella condivisione di tutto il bene e tutti i beni. Perché Alfio era un militante antifascista e nonviolento, antirazzista ed internazionalista, comunista e libertario. E se Alfio fosse vivo oggi sarebbe sulle barricate contro la guerra che fa strage di innumerevoli esseri umani inermi e innocenti e minaccia di distruzione l’umanità intera. Se Alfio fosse vivo oggi sarebbe sulle barricate contro il razzismo dei governi europei che fa strage di innocenti nel Mediterraneo. Se Alfio fosse vivo oggi sarebbe sulle barricate contro il fascismo che è tornato al governo del nostro sventurato paese.
Ma Alfio è vivo se noi ne proseguiamo la lotta. Siamo noi che dobbiamo fare oggi quello che Alfio, il nostro compagno antifascista e nonviolento Alfio, il nostro compagno antirazzista ed internazionalista Alfio, il nostro compagno comunista e libertario Alfio, farebbe senza esitazione se fosse qui con noi.
Oppresse e oppressi di tutti i paesi, unitevi.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Opporsi a tutte le guerre, a tutti gli eserciti, a tutte le armi.
Salvare le vite è il primo dovere.
Chi salva una vita salva il mondo.

Centro di ricerca per la pace, i diritti umani
e la difesa della biosfera di Viterbo


 

NOTE MILANESI

Gandhi

C’è frase una frase di Gandhi che così recita: “Sii il cambiamento che vorresti al di fuori di te”. Frase scelta dall’Amsa, l’Azienda municipale addetta alla raccolta dei rifiuti urbani, che l’aveva fatta stampigliare sui contenitori di raccolta per piccoli volumi, posizionati sulle strade, di cui alcuni esemplari si trovano, ancora, in un viale vicino a Porta Romana. Personalmente non ne sono scandalizzato. Certo, ben altra è la finalità della frase, in origine. Ma ha comunque, così come utilizzata, davanti a una deriva dell’educazione, del rispetto reciproco per il nostro vivere comune, la giudico positiva. Recentemente ho saputo di un’altra iniziativa, stavolta si tratta di un gruppo privato di cui non so nulla, che ha creato una linea di abbigliamento in cotone naturale per promuovere e finanziare la diffusione del concetto di “nonviolenza” presso i minori. C’è un sito di un negozio virtuale dal nome suggestivo: Gatto Stizzito (www.gattostizzito.com/shop) ma altri riferimenti sicuramente si troveranno all’interno dello stesso. Interessante è la spiegazione del logo, ripreso da un loro volantino che mi è capitato tra le mani: “(...) Esso è un gatto stizzito, ed è risaputo che il gatto prima di attaccare assume una posizione con la schiena inarcata, questo vuol essere il nostro insegnamento. Possiamo arrivare ad inarcare la schiena, dopodiché, sfogata la fisiologica aggressività, è utile tornare nella nostra umana condizione di individui interessati al bene comune. Al bene della nostra società (spero quella di tutti, nda) e di ogni individuo che la compone)”. Questo capita a Milano, piccole cose, in un contesto mondiale di possibile guerra nucleare. Sentiamo dirigenti di Stato, in generale, (con le stellette) che parlano di “vittoria” dimenticando la sicura morte dei propri cittadini, per i quali si vuole “vincere”!

Giuseppe Bruzzone

giovedì 27 aprile 2023

NON BANALIZZIAMO IL “PIANO MATTEI”
di Franco Astengo

 
La presidente del governo in carica ha più volte richiamato la necessità di varare un "Piano Mattei" rivolto ai paesi africani per agevolare la possibilità dell'Italia di fronteggiare il fabbisogno energetico in forme diverse rispetto a quanto avvenuto nel corso degli ultimi anni: la guerra in corso dopo l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia ha accelerato questo tipo di esigenza. Per non banalizzare il richiamo al presidente dell'ENI e oltrepassare anche il riferimento alla sua tragica fine sarebbe il caso di richiamare - sia pure in forme schematica - all'interno di quale quadro economico - politico Mattei avesse agito: anche in questo caso oltrepassando il rituale scenario dello scontro con le "Sette Sorelle" cui si fa normalmente riferimento in questi casi di richiamo più o meno storico.
Allora cerchiamo di andare per ordine:
1) Alla vigilia della seconda guerra mondiale l'Italia era classificata al settimo posto al mondo per il valore aggiunto della produzione manifatturiera calcolata in dollari correnti e pari a 1.798.000.000- il 2,7% del totale - alle spalle e a enorme distanza di USA, Germania, URSS, Inghilterra ma anche, in misura minore a Giappone e Francia;
2) Nel 1937 i punti di debolezza dell'Italia si misuravano nel numero degli addetti all'industria e negli HP di potenza installata; nei limiti dell'organizzazione aziendale mentre il livello della tecnologia non era molto distante da quello dei 6 paesi citati (in particolare nella produzione di energia elettrica, in quella di fibre tessili artificiali, in alcuni settori della chimica e della meccanica);
3) Al termine della seconda guerra mondiale il sistema economico nazionale si configurava come poco più di un ammasso informe di giacimenti minerari, di aree agricole, di impianti industriali, di reti di trasporto, di comunicazione, di distribuzione. Il patrimonio industriale aveva subito danni ragguardevoli dov'era meno consistente, nell'area centromeridionale: quivi tuttavia erano ubicati i più grandi stabilimenti del settore siderurgico ed alcuni del settore chimico;
4) Posto 100 l'indice del 1938 la produzione manifatturiera era precipitata al 29,1 e quella agricola al 67.3. Per la ricostruzione furono decisivi due fattori: lo schieramento dalla parte degli USA (con l'accettazione del Piano Marshall) e l'intervento pubblico in economia, prima di tutto per la ricostruzione della rete infrastrutturale.


In questo quadro la disoccupazione fu una scelta strategica. Le conseguenze furono il rallentamento della ripresa industriale, la riduzione dei salari, il blocco della domanda interna. La cosa che evidenzia il carattere di classe di questa scelta riguarda il fatto che accanto alla stretta creditizia, come misura complementare per ridurre la spesa pubblica e quindi tenere a freno il finanziamento monetario del deficit, vi fu il drastico aumento del prezzo del pane e dei prezzi amministrati. Il pane era ancora uno di quei beni che rimaneva razionato. La politica liberista del governo aveva dunque fatto pagare costi salatissimi sia al proletariato industriale del Nord, sia al bracciantato del Mezzogiorno.
Agli elevati profitti stavano di fronte salari bassi e pesantissime condizioni di lavoro: condizioni miserrime per milioni di persone cui si accompagnava una fortissima emigrazione verso i Paesi europei (pensiamo allo scambio carbone /manodopera con il Belgio e la trasmigrazione di interi paesi del Sud in Germania o in Svizzera), le Americhe e l’Australia.
La ricostruzione poteva considerarsi ultimata nel 1954, quando la produzione industriale aveva superato ormai dell’81% la produzione del 1938, ma le condizioni reali di vita di gran parte del Paese iniziarono a migliorare soltanto con l’avvio della modernizzazione della grande industria, avvenuta grazie all’innovazione tecnologica che aveva fornito grande vantaggio alle esportazioni.
Toccò all’industria di Stato ricoprire il ruolo di capofila sia sul terreno dell’innovazione tecnologica, sia rispetto alle esportazioni, nella siderurgia, nella chimica e nell’industria petrolifera, con la vicenda legata all’ENI di Mattei fino alla sua misteriosa scomparsa.
Ma se aumentò complessivamente la produttività e con essa i profitti, i salari rimasero comunque indietro e scarsi furono i progressi dell’occupazione: nel 1955 risultavano ancora ben 2.161.000 disoccupati.
In una fase di sviluppo caratterizzata da alti profitti e da bassi salari, il padronato portò avanti una dura politica di attacco ai sindacati.



5) Nell'ottobre 1955 da più parti si tentò di compilare un bilancio di quella fase: fu annunciato lo "schema Vanoni" per lo sviluppo del reddito e dell'occupazione, fu organizzato il Primo Convegno degli Amici del Mondo dedicato alla "lotta contro i monopoli" e Palmiro Togliatti in un saggio dedicato alla scomparsa di Alcide De Gasperi (pubblicato da Rinascita in due parti) usò per la prima volta la categoria di "restaurazione capitalistica" che poi ebbe una considerevole fortuna;
6) Il caso più importante e clamoroso nel quadro di questo processo di restaurazione capitalistica fu quello dell'Eni di Enrico Mattei. L'Eni sorse nel 1953 dopo la mancata liquidazione dell'Agip, come holding che riuniva varie società statali del settore energetico con un fondo di dotazione di 30 miliardi e con "il compito di promuovere, anche con partecipazione diretta, iniziative riguardanti tutti i settori collegati al petrolio e al gas naturale in Italia e all'estero, con il diritto esclusivo di ricerca e di sfruttamento del metano nella Valle Padana. La sua crescita fu rapidissima e prorompente. Gli investimenti aumentarono del 700 per cento tra il 1954 e il 1962. L'impegno della holding si estese ad alcuni settori collaterali (raffinazione oli minerali, produzione gomma sintetica, fertilizzanti) con una politica molto aggressiva sul mercato. Mattei si era mosso cercando di procurarsi petrolio greggio direttamente dagli stati produttori, oltrepassando le multinazionali (le famose "Seven Sisters") al punto da arrivare ad un accordo con l'Iran (1957) basato su di un rapporto del 25% alla sua società e al 75% allo stato iraniano. Caduto il primo ministro Mossadeq che aveva accettato quell'accordo (mentre le già ricordate multinazionali pretendevano il 50%) Mattei fu violentemente attaccato fino ad arrivare al misterioso incidente che ne provocò la morte nel 1962. Mattei rappresentò, in sostanza, un punto di riferimento fondamentale in quel discorso di restaurazione e modernizzazione capitalistica di cui stiamo accennando.
7) Un tentativo effettivamente volto a riformare quel quadro fu tentato con la nascita del primo governo organico di centro-sinistra attraverso un progetto di attuazione del concetto di programmazione economica tentato dal ministro socialista Antonio Giolitti. La novità del Piano Giolitti, rispetto a precedenti documenti, risiedeva nel tentativo di giungere al momento della definizione delle decisioni di riforma o di investimento che dovevano incidere non nel medio periodo ma nell’immediato. I rapporti con il sistema delle imprese venivano affrontati sulla base di una premessa molto chiaramente formulata: “Il problema di programmazione si compie in un’economia mista, nella quale coesistono centri di decisione pubblici e privati, ciascuno dei quali è dotato di una propria sfera di autonomia. Il programma non investe ovviamente la sfera di autonomia dei vari centri se non nella misura in cui coordinamenti e vincoli si rivelano necessari per la realizzazione delle sue finalità.


E. Mattei

Il Piano Giolitti continuava facendo notare la scarsa esperienza del Ministero delle Partecipazioni Statali di orientare i programmi delle maggiori imprese pubbliche; si proponeva quindi, la revisione della struttura organizzativa delle imprese a partecipazione Statale, sulla base di grandi gruppi integrati come l’Iri e l’Eni, e inoltre veniva proposto il rafforzamento del controllo del Governo sulle imprese a partecipazione dello Stato. 
Anche il Ministro Giolitti, nella relazione che illustrava il suo Piano, parlava di Mezzogiorno; egli concentrava la maggior parte delle risorse dello Stato, per garantire la massima industrializzazione nelle aree maggiormente suscettibili di sviluppo. La maggior parte degli investimenti arrivavano al Sud del paese, attraverso progetti finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno.
I comunisti discussero della linea del centro sinistra rispetto alla programmazione economica in un convegno rimasto celebre e svolto nel marzo 1962 presso l’Istituto Gramsci.
La compattezza della cultura marxista cominciava ad incrinarsi, interrogata da correnti di pensiero che non vi avevano mai avuto cittadinanza (l’esistenzialismo, i francofortesi, la psicoanalisi). In questo contesto era maturata l’esigenza di una rinnovata riflessione sui principi teorici, le strategie politiche, le strutture organizzative e gli stessi referenti sociali su cui il Pci aveva fondato il proprio radicamento nel primo quindicennio repubblicano. Di tale esigenza fu espressione il convegno del Gramsci, segnato da un memorabile scontro tra Giorgio Amendola da una parte e Bruno Trentin, Vittorio Foa e Lucio Magri dall’altra.

A LANCIANO TEATRO FENAROLI




mercoledì 26 aprile 2023

NATO… MALE
di Luigi Mazzella 

 

Si ode a destra 
uno squillo di tromba 
a sinistra risponde uno squillo

 
I
partiti favorevoli alla politica della NATO, all’accettazione dell’egemonia in essa degli Stati uniti, alla guerra a Russia, Cina (e chi più ne ha più ne metta fino a comprendere il mondo intero) coprono, in Italia, la totalità degli schieramenti politici. Neppure gli ex democristiani, di dichiarata fede cattolica, seguono più il pacifismo del Papa e si accodano, invece, alla Curia romana e all’interesse dello IOR di finanziare l’industria delle armi. Solo il Movimento Cinque Stelle mostra un certo distacco dal coro dei “guerrieri”, limitando, però, la presa di distanza al solo invio delle armi a Zelenski, e confermando implicitamente. sul piano ideologico, la preferenza dei neo nazisti Azov rispetto a quelli Wagner. Giuseppe Conte sa bene che c’è un forte e crescente astensionismo dal voto che, unito a un dissenso non manifestato per fedeltà di partito, potrebbe anche significare che la stragrande maggioranza degli  Italiani non condivide  l’ansia della pulzella della Garbatella e del suo accigliato Ministro della Difesa, Guido Crosetto, né di dare missili al capo ucraino né di fare il solletico alla Cina, inviando la portaerei Morosini nel mare che lambisce Taiwan, definendolo “Mediterraneo allargato” e quindi in buona sostanza “mare nostrum” (come faceva il suo Vate politico). Il leader succeduto a Beppe Grillo (nel disinteresse sempre più palese di quest’ultimo per l’attività politica) ha lanciato l’idea di promuovere un referendum per sapere se veramente gli Italiani accettano l’idea di vedere nuovamente il loro Paese devastato dai missili, probabilmente, questa volta, a testata nucleare. È bastata questa proposta per scatenare la reazione risentita di Stefano Bonaccini, neo Presidente del Partito Democratico. Egli è intervenuto in sostanziale sostegno del governo di Giorgia Meloni, proclamando enfaticamente che “la politica estera non si fa con i referendum”, ma, si deve arguire, "con le spie, con i diplomatici di carriera (entusiasti e nostalgici dell’era di Di Maio) e i generali (agli ordini di Crosetto)". A che serve, avrebbe fatto intendere il poco bonario Bonaccini, interrogare il popolo… se la risposta è tanto scontata per gli Italiani (“non vogliamo subire distruzioni per effetto di missili russi o cinesi”) quanto inutile per il governo in carica (che come Don Abbondio non può darsi il coraggio che non ha, anche perché i bravi di Joe Biden hanno taciuto che il “loro Don Rodrigo” comincia ad apparire inadeguato al suo “ruolo di comando” agli stessi americani che vogliono sostituirlo). Intanto nel sonno soporoso dei cittadini, nell’assordante silenzio del sistema mass-mediatico al completo, nella inconcludenza verbale e scritta degli intellettuali appartenenti alla stessa area culturale dei “fratelli coltelli” fascisti e comunisti (miscuglio di religiosità monoteistica e di idealismo teutonico) potrebbe succedere qualcosa e gli scongiuri, con tutto il rispetto per la Signora Presidente, diverrebbero obbligatori. La pulzella della Garbatella potrebbe anche essere indotta a pensare (a causa delle reminiscenze a lei più care) che starebbe per scoccare “sul quadrante della Storia” l’ora del destino dell’Italia ma gli abitanti dello Stivale hanno appreso, a loro spese, quanto quell’orologio sia infido e pericoloso!

 

 

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