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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 28 gennaio 2021
IL PALLEGGIATORE
di Franco Toscani
Per le vie di Piacenza vedo
spesso circolare, a piedi o in bicicletta, un signore dal bel volto sui
cinquant'anni, vestito in modo trasandato, dallo sguardo spento e sofferto,
disattento a tutto ciò che lo circonda. Sembra nullafacente e che nulla gli
interessi, salvo una cosa: il palleggio. L’uomo, infatti, si porta sovente con
sé un pallone di cuoio pesante, col quale, ovunque si trovi - preferibilmente
sui marciapiedi, davanti a tutti -, palleggia a lungo, con concentrazione
assoluta e bravura eccezionale.
Una volta l'ho osservato infatti palleggiare per
un'ora circa, con entrambi i piedi, senza far mai cadere la palla a terra. È un'abilità
tecnica straordinaria. Dopo quasi sessant'anni di calcio appassionatamente
praticato e pur avendo una qualche dimestichezza col gioco della palla,
confesso di non essere mai stato capace di simili prestazioni. Sono giunto
forse a una decina di minuti di palleggio ininterrotto con entrambi i piedi, ma
a un'ora mai. L'ho dunque sinceramente ammirato e pure un po' invidiato.
Quella volta, ricevuti i miei complimenti per la sua
abilità di palleggio, non mi ha risposto, anzi non mi ha neppure degnato di uno
sguardo o di un lieve sorriso, continuando tranquillamente a palleggiare. Così
non ho potuto in alcun modo dialogare con lui.
Ora, senza pretendere di svelare o sciogliere l'enigma
di quest'uomo - ciascuno di noi è, in varia misura e secondo varie modalità,
comunque sempre un caso psichico, un enigma a sé stesso e agli altri, una
compresenza di salute e malattia, di bene e di male - mi sembra certo che egli
soffra di una evidente patologia psichica, che ovviamente non saprei definire
con precisione. Ma non basta. Chiuso al mondo e rinchiuso in sé stesso,
impossibilitato a comunicare e ad aprirsi agli altri, lo sconosciuto esprime
forse anche - col suo palleggio solitario prolungato - una sfida, il disagio
profondo delle forme attuali della nostra convivenza, la tensione disperata e
insoddisfatta al gioco e alla libertà, ad una vita gratificante e degna, una
sorta di protesta muta e tragica, anch'essa alienata e impotente, contro
l'alienazione dominante, che colpisce tutti e svilisce la nostra umanità.
Se ci pensiamo a fondo, quel palleggio solitario
interroga e riguarda davvero, molto da vicino, ciascuno di noi, la nostra
interiorità più profonda. Ma siamo noi ancora capaci di questa interrogazione e
disposti ad essa?
[Piacenza, febbraio 2017 - gennaio 2021]
IL TEMPO E IL CARCERE
di Alberto Figliolia
Il
tempo, la quarta dimensione. Il tempo infinito (forse) del cosmo e quello
finito degli esseri umani e di tutti gli altri viventi: una linea orizzontale
che si addentra nell'ignoto, ma anche un cerchio in cui il punto di partenza
coincide sempre con quello di arrivo, un eterno implacabile ritorno, in una
coazione che assume talora le vesti della dannazione. Un circolo vizioso.
Che
cosa è il tempo in carcere? Che cosa è il tempo per chi è condannato
all'ergastolo o, comunque, a pene lunghe decenni? Quale solitudine e quanta
disperazione conduce con sé questo tempo dietro le sbarre? Una figurazione
tremenda; una personificazione più che sovente maledetta. Non è un caso che il
tempo, il suo inesorabile silenzioso invisibile battito alato, accompagni tante
riflessioni delle persone detenute.
Scrivere...
Scrivere è una medicina; è catarsi, purificazione. Chi è in carcere usa la
penna più di quanto di creda, più dei tanti che vivono nel "mondo
esterno", quello dei liberi (a prescindere dalle prigioni mentali e culturali).
Scrivere aiuta a mettere ordine nel proprio caos interno, aiuta a dialogare con
quella variabile impazzita che è il tempo.
Da
ventisei anni opera a Opera, dove ha luogo (anche se potremmo usare la categoria
del non luogo dell'antropologo francese Marc Augé) il terzo carcere milanese,
un Laboratorio di lettura e scrittura creativa, di cui è stata fondatrice
Silvana Ceruti (tuttora, per l'appunto, lo anima con una nutrita e dotata
pattuglia di volontari). E sono stati anni e anni di feconda poesia, ciò che ha
consentito a tanti di riprendere il filo di vite perdute, di uscire dalle
secche di quello che veniva percepito con dolorosa acutezza come un fallimento
esistenziale, da un vuoto relazionale atroce.
L'operazione
dello scrivere è mano e pensiero, scavo intimo, un ponte
di idee gettato fra le rive dell'indifferenza. Ogni anno il Laboratorio produce
– tanta è l'acquisizione della capacità espressiva e formale da parte dei suoi
partecipanti, congiunta con la sfera motivazionale – oltre a eventuali antologie
collettive o personali, un Calendario poetico-fotografico (la prefazione di
questa ultima edizione è della poetessa Anna Maria Di Brina, mentre degli
scatti che fanno da stupendo pendant alle poesie è artefice Margherita
Lazzati): caleidoscopio di giorni, sentimenti, interpretazioni, fantasie. Il
tema specifico per il 2021 è Distanze... Orizzonti... Infinito. Un
intreccio, ben foriero di importanti meditazioni sui concetti di spazio e tempo
(e non solo), la “nostalgia” come splendida matrice, in un momento storico
assolutamente speciale e assai arduo e complicato.
«Il
mistero non è un muro, ma un orizzonte» diceva Antoine de Saint-Exupéry,
scrittore di professione aviatore che di orizzonti doveva averne visti molti.
Niente parla della natura umana più del complesso e misterioso rapporto tra il
concetto di muro, inteso come limitazione, invalicabile confine, e quello di
orizzonte, quale immagine affascinante eppure spaventosa dell’illimitato e
delle infinite possibilità dell’esistenza. È una difficile dicotomia su cui
negli ultimi mesi, a causa dell’emergenza virus Covid-19, l’umanità intera si è
trovata a riflettere, stimolata dalla reclusione forzata a casa e
dall’improvvisa limitazione delle libertà personali. Cos’è per l’uomo
l’orizzonte? È solo un concetto geografico o anche una dimensione psicologica
ed esistenziale? Cosa significa anelare all’infinito? Cosa vuol dire coltivare
libertà e spazio dall’angustia della reclusione? Sono domande antiche su cui
poeti e filosofi non hanno smesso nei secoli di interrogarsi, ma che si
ripropongono oggi con nuova impellenza e che imprevedibilmente hanno avvicinato
l’esperienza quotidiana di intere città al vissuto carcerario, solitamente
lontano e poco conosciuto. La letteratura ha avuto per molti, in questo strano
tempo, un ruolo importante nell’indicare strade, suggerire cammini di
resistenza. Nel suo Viaggio intorno alla mia stanza, scritto nel XVIII secolo durante un periodo di confino
forzato, l’autore francese Xavier de Maistre riflette sulla finitezza umana e
sull’infinito appena intuito nello spazio di cielo attraverso la sua finestra.
Com’egli racconta, il raggio di sole che lo colpiva dall’alto di quell’apertura
gli faceva sapere «che esiste una relazione tra lui e l’immensità»”. È uno
stralcio dalla bella prefazione di Anna Maria Di Brina al Calendario, parole e
significati che ci consentono di cominciare a penetrare nell'universo dei versi
(e nello spirito e nella coscienza) delle persone detenute a Opera, le quali a
un certo punto della loro vita hanno avuto (e scelto) la possibilità e la
ventura di immergersi nel magico e concreto spazio-tempo della parola scritta
(e letta). “Riflettere sull’orizzonte e la distanza dall’interno di un luogo di
reclusione è una sfida non facile, la proposta coraggiosa di affrontare un nodo
dolente, di accostarsi pericolosamente alla propria ferita, a ciò che è
strutturalmente negato”.
Immergiamoci
dunque nel mare magno di queste poesie, nel fulgore di inesplorate o nuove rotte
di viaggio:
Vorrei
tornare a sentire
l’odore
del mosto dell’uva
dei
mandorli in fiore
i
frantoi che schiacciano le olive.
Vorrei
tornare a Marsala
passeggiare
sulle rive
dello
Stagnone
rotolarmi
dalle dune di sale
e
sognare.
Sognare
di navigare
il
suo mare
e
approdare
nell’ultimo
suo orizzonte.
(G.B.D.C.)
L’orizzonte
fa capolinea
alla
mia inutile e sprecata vita
per
l’odio accumulato nelle vicissitudini
del
quotidiano, l’anima ormai satura
di
tutto, ma all’orizzonte la distanza
infinita
mi dà speranza
(V.S.)
Ho
inciampato spesso e sono anche caduto
franando
rovinosamente sugli innocenti
per
raggiungere e impadronirmi del mio orizzonte,
per
diventare orizzonte,
per
inebriarmi di ipocriti orizzonti.
[...]
Il
tempo tra il desiderio e il bacio,
i
passi tra il timore e la mano sicura di
una madre e un padre,
il
tempo determinante tra un sì e un no,
il
tempo di dare ad una mano l’ordine
di
impugnare la spada o di dare una carezza,
il
tempo prezioso di sussurrare una preghiera
tra
un orizzonte incerto
e un
infinito certo.
(F.V.)
Sveglio
nel cuore della notte
Ascolto
il canto del vento
Che
sussurra contro la finestra
Il
lento ticchettio della pioggia
Che
scivola sui vetri
Come
se questi suoni
In
un solo coro
Volessero
parlarmi
Nel
silenzio della stanza
Superando
le distanze
Superando
i ricordi.
Nel
mio domani
Nasce
la speranza
Cerco
una traccia
Voglio
misurarmi con il tempo
Dell’età
non conosciuta
Guardarla
in faccia
Quell’età
degli anni persi
Dove
non vedevo ancora
Con
gli occhi dell’innocenza
Dove
sono caduto
Per
l’ideale
Dell’ingannevole
apparenza.
Ora
è il tempo
In
cui è doveroso
Fare
pace con le proprie sconfitte
[...]
Ascolto
il silenzio
Urla
il vento
Ho
la quiete dentro.
(G.N.)
Viaggio
nella mia vita
colpito
da pensieri spogliati
in
un orizzonte che bagna l’anima.
Cirri
e cumuli volano nell’aria
sottili
e leggeri coprono il cielo
come
torri vaporose.
Nell’energia
del cambiamento
si
riaccendono nuove sollecitazioni
come
un succedersi di sorprese.
Nell’orizzonte
del mio cuore
ascolto
una musica
che
abbraccia il pensiero e mi illumina.
(B.Z.)
Quale
privilegio,
per
me, nutrire
la
speranza!
Quale
miglior custode,
per
me che bramo luce
in
questo labirinto!
L’infinita
distanza
non
ha orizzonte...
Avere
fiducia ridà vita.
Celato
tra le tue pagine,
aggrappato
come l’ippocampo
al
fluorescente corallo,
sfuggo
ai predatori
che
vivono in me.
Mimetizzato
fra altri 366
il
mio nome...
Provo
a ritrovare l’uscita
da
quest’ingorgo intricato
senza
storia.
Confido
in te, nella posizione
ove
vuoi pormi,
fra
gli astri della sfera celeste
[...]
(C.D.E.)
Il
sole all’alba
lo
trovo inginocchiato
come
una statua greca,
mi
spaventa (di) essere
nella
sua luce.
Il
nostro tempo
è
trasformato
in
lacrime e sofferenza:
hanno
imprigionato
e
sotterrato i sogni.
La
stanza, il cancello,
un
letto stretto,
dove
compongo le poesie,
mentre
gli sguardi
si
appendono
agli
sciami di nubi.
(C.C.)
Infine,
dopo questo florilegio di intuizioni, impressioni e metafore, sensazioni,
sentimenti e similitudini, un'amplissima citazione dalla poesia più lunga del
Calendario, un piccolo “disperanzoso” poema...
[...]
non
tocco la terraferma e non cerco contatti
vivo
in acque arrugginite
sopra
una logora nave
la
rotta è cambiata: non vivo più per la meta
respiro
per non recare dispiaceri a una madre stanca
ma
vorrei tuffarmi in questo mare
di
ferro e fondermi con esso
perché
questo è il mio destino.
Sono
tornato dalla guerra
prigioniero
del mio corpo
chiedo
aiuto, nessuno ascolta
c’è
chi mi guarda con disgusto
chi
si allontana con paura
giudicano
dall’apparenza
forse
non tutti crediamo
a
ciò che gli occhi vedono
non
si ascolta più il cuore che piange
o
la storia che pesantemente portiamo sulle spalle
io
sono tornato dalla guerra!
Io
sono prigioniero del mio corpo, io!
[...]
Ora
non faccio più paura e mi guardate
mi
custodite gelosamente
e
io... sono confuso
ho
tanta gente vicino e sono sempre emarginato
come
il marinaio che scrutava la vigliacca solitudine
i
conti non tornano
vivo
ma sono morto
sogno
ma non dormo
mi
esprimo con i pensieri ma non parlo
vedo
il giorno rincorrere la notte
e
la notte addormentarsi abbracciata al giorno
io
guardo, ammiro e odo
niente
è più come prima
la
distanza si accorcia
l’aria
intrisa dal profumo di ruggine
ricorda
accanto a me il vuoto assordante
di
un mondo piccolo
forse
sbaglierò
ma
io... vedo ancora l’utile nella disperazione
sorrido
e tendo una mano, scruto sgranando gli occhi
all’orizzonte
trovo il mare
sono
libero dal mio corpo che si era fuso
con
il ferro, sono libero dal mio corpo, libero
[...]
(M.C.).
Chiudendo con questa dolentissima e magnifica istanza di libero
pensiero, un grido d'aiuto tormentoso e pur fiorito, dall'inferno interiore che
agogna il paradiso della vicinanza umana, ricordiamo che il Calendario
poetico-fotografico del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa
di reclusione di Milano-Opera è in vendita (in realtà a offerta libera: IBAN IT29H0306909606100000133795) ordinandolo
direttamente all'editore (www.lavitafelice.it). Il ricavato della vendita
aiuterà le varie attività, in primis quelle di sostegno, del Laboratorio
stesso.
Per emozionarsi. Per pensare.
Un messaggio in bottiglia fra le onde dell'oceano, che approderà
infine, un giorno, a una sponda. Perché i naufraghi possano salvarsi. Perché
ciascuno di noi è un naufrago nell'incessante risacca dei giorni.
mercoledì 27 gennaio 2021
MEMORIA E SUBALTERNITÀ AL PRESENTE
di
Franco Astengo
Stiamo
vivendo il Giorno della Memoria in una fase di grande intensità mediatica dal
punto di vista dell’espressione dei ricordi. Un’intensità forse destinata a
compensare il vuoto di relazioni sociali che stiamo attraversando in questo
momento storico. La nostra mente, infatti, è sempre più impegnata a recuperare
le tragedie di tempi che ci apparivano completamente perduti e che oggi
ritroviamo addirittura attuali. In questo sovrapporsi di ricordi e di sensazioni
più o meno trascorse emergono anche particolari spunti di riflessione che ci
inducono verso sentieri che possiamo considerare inesplorati.
Dalle
pagine de “La Lettura” del Corriere della Sera del 24 gennaio lo scrittore
israeliano Abraham Yehoshua svolge questa affermazione: “che troppa memoria
può essere, talvolta, una trappola” e David Grossman: “che è necessario
ricordare il futuro oltre che il passato”.
In
sostanza: l’eccesso di memoria può bloccare la visione del futuro. Il ’900, un
secolo troppo denso per essere ricordato per intero. Il secolo passato ci ha
lasciato questa “damnatio memoriae”. Un ’900 nel corso del quale l’accelerazione
nella capacità di esprimersi del pensiero umano si è spinta a livelli
vertiginosi, quasi annullando il rapporto tra la memoria e il tempo, a
confondere ieri e oggi. La comunicazione si è trasformata in “struttura sociale”
impedendo il “solidificarsi” di un pensiero sull’accadimento dei fatti e, di
conseguenza, rendendo aleatoria la formulazione di giudizi.
È
saltata la capacità dei più di tener conto della complessità nel rapporto tra
pensiero e azione. Una complessità imposta dall’entrata in scena delle grandi
masse come fattore dell’evoluzione della storia e della tecnologia come elemento
determinante della costruzione del pensiero filosofico e necessariamente del
modificarsi dell’impianto sociale. Così abbiamo finito con l’accettare il
prevalere di un pensiero “mordi e fuggi”.
La
memoria se semplicisticamente attivata dalla quotidianità dell’effimero dettata
dalla tecnica del marketing (economico, politico, del consumo, imposto dai
social) potrebbe bloccare la ricerca del futuro e il passato tornare a
ripetersi. Le forme del ripresentarsi del ciclo storico sono infinite.
Si
tratta, allora, di provare riflettere su come determinati aspetti di ciò che è
già tragicamente avvenuto tornino a presentarsi all’interno di una società di
massa sicuramente profondamente modificatasi nella sua essenza.
Alcuni
elementi in questo senso devono essere visti, analizzati, sottolineati senza
colpevoli sottovalutazioni o peggio strumentalizzazioni opportunistiche.
In
una società dominata dall’incertezza si levano forti imperativi rivolti alla
soggettività, alla valorizzazione dell’individualismo, alla raccolta degli
eguali dentro il nostro recinto. Un recinto magari contornato da muri.
Un
recinto che segna il confine di una “diversità” che si pensa di attribuire agli
altri.
È
questo il senso profondo dei pericoli dell’abbandonarci esclusivamente a un
ritorno all’indietro del nostro ricordo. Nel ’900 si era imposta l’idea di
un’opera di purificazione permanente con lo scopo di liberare il “corpus” del
genio umano di tutti gli elementi di squilibrio, dal razziale al sociale.
Soffocarsi
nella memoria potrebbe così portare all’oblio della nostra capacità di capire
ciò che incombe e ci inquieta, mentre tutto oscilla paurosamente verso la
subalternità al presente.
Ritorno
a Grossman: la memoria come atto di “ricordo per il futuro”, attivando dei
nuovi processi di creazione e di nuova dimensione politica.
Senza
distruggerlo nella perdita di una coscienza collettiva il passato può essere
visto come obiettivo per dare forma a pensieri e a sentimenti che ci portino a
considerare ciò che può ancora essere, che è necessario che possa accadere,
senza inseguire sogni perduti.
LA GIORNATA DELLA MEMORIA
Istituita
in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei
deportati militari e politici italiani nei campi nazisti (Legge
20 luglio 2000, n. 211).
Art. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27
gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della
Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del
popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini
ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte,
nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al
progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite
e protetto i perseguitati.
Art. 2. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1,
sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione
dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e
grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e
politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro
dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro
Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.
Eventi a Milano, 27 Gennaio 2021:
9.30: Posa della corona all’Albergo Regina, famigerata sede del comando
nazista (settembre 1943 - aprile 1945).
11.30: Collegamento in streaming con le scuole per conoscere e
ricordare; testimonianze.
Posa corona al monumento dei deportati
al Parco Nord.
Teatro Alla Scala: concerto
organizzato da ANPI e ANED, h. 19
in collegamento streaming:
https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2020-2021/concerti/concerti-straordinari/concerto-giorno-della-memoria.html
ANPI
Crescenzago mette a disposizione
sulle pagine del proprio sito e di Face book:
il 27 gennaio visione del film: La memoria che resta di Francesca La Mantia, prodotto da ANPI
Crescenzago con la collaborazione di altre sezioni Anpi.
Video e documentazione, che si
ritengono utili contributi per ricordare, approfondire, riflettere e rinnovare
il nostro impegno antinazista, antifascista, antirazzista, contro ogni
discriminazione e violenza.
[A cura di Giuseppe Natale]
NON LASCIAMOLE SOLE

Val Clarea
Un appello dalla Val Susa che non possiamo lasciar
cadere.
Se una giovane donna
finisse in galera in Turchia, oppure in Cina, per aver partecipato a una
manifestazione di protesta, diventerebbe la testimonial di chissà quali
roboanti campagne. A Dana Lauriola per questo ‘crimine’ (che crimine non
sarebbe, se è vero che protestare è un diritto sancito dalla Costituzione)
hanno dato due anni e le rendono persino difficile l’incontro di là dal vetro
con i suoi cari! E nel più totale ottundimento su tutti i fronti
causa-Covid. È normale?
Dana non è la sola, l’altro giorno si è concluso il
secondo round del cosiddetto ‘processore’ per una trentina di imputati e
per complessivi 46 anni di reclusione. Il crimine è essersi opposti (in
gruppetti, a mani nude, “armati" solo di bandiere) a quel capolavoro di
documentata insostenibilità che è la TAV, alla possanza di un’occupazione
militare che nel corso degli anni ha trasformato la bella Val Clarea in orrendo
cantiere, presidiato dall’esercito notte e giorno a spese di tutti noi - un
pezzetto di Kashmir a neanche due ore da Torino… è normale?
E tutto questo punitivo macchinario, questa offesa per
l’ambiente e dei più elementari diritti, per scavare un buco dentro le viscere
di una montagna notoriamente pregna di materiale amiantifero, oltre alla
provata presenza di uranio. Un disastro sanitario annunciato anzi,
ripetutamente denunciato, dettagliato nei minimi particolari, da anni - e
semplicemente criminalizzato. È normale?
Facciamolo nostro questo appello. E appena si riaprono
le ‘frontiere’, troviamo il tempo di fare un salto in Val di Susa. Se non altro
per ammirare con i nostri occhi lo scempio in avanzato stadio di compimento,
nell’ottundimento generale.
Parallelo Palestina


La "Sacra di San Michele"
in Val di Susa
APPELLO

in Val di Susa
Questo è un appello accorato che chiediamo di far
girare il più possibile.
Non possiamo rimanere in silenzio!
Dana, Fabiola, Stefania e Manuela, detenute nel
carcere di Torino, da ieri hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza
contro le disumane condizioni vissute nel penitenziario. Tutto è nato due
giorni fa, quando a decine di parenti, in modo arbitrario, sono state negate le
visite in quanto, in zona arancione, non sarebbe possibile incontrare gente
proveniente da fuori comune. I e le parenti non sono stati solo respinti ma
colpevolizzati per aver cambiato comune e minacciati di sanzione. Questo accade
dopo due mesi durante i quali i colloqui in presenza erano stati
annullati, sostituiti da 5 videochiamate di mezz’ora, quindi senza
garantire le 6h di colloquio previste da normativa. Poi finalmente il ministero
sblocca la possibilità di visitare detenuti, i parenti si accalcano ai cancelli
del carcere per prenotare ma gli uffici sono aperti ad intermittenza e senza
indicazioni di orario: per prenotare devi “tentare la sorte” recandoti
continuamente al carcere e sperando sia aperto.
Noi in questa bolgia siamo riusciti a prenotare solo 2
colloqui su gennaio ma anche ai genitori di Dana, residenti fuori Torino,
brutalmente viene impedito il colloquio.
Questo regolamento è sconosciuto! Non è pubblicato da
nessuna parte, nessuno lo comunica e lo si scopre a piccole dosi di giorno in
giorno.
Uno stillicidio senza controllo che sta massacrando i
diritti dei detenuti e dei loro cari. Dana, Fabiola, Stefania e Manuela hanno
perciò cominciato la loro protesta pacifica e determinata, chiedendo alla
direzione del carcere 5 cose molto chiare e basilari:
1. Ripristino delle videochiamate per i
detenuti che non possono fare i colloqui in presenza;
2. per chi può svolgere i colloqui in
presenza, dato che sono ridotti, poter completare le 6h mensili previste dalla
legge, con videochiamate;
3. ripristinare il servizio di
prenotazione visite via mail;
4. togliere la chiamata all'avvocato dalle 6h di
colloqui parentali previste dalla legge;
5. essere inseriti nel piano
vaccinazioni dal quale i detenuti, al momento, sono completamente esclusi,
inoltre uno screening della salute delle persone detenute.
In queste ore stiamo contattando la garante delle
detenute, le associazioni che si occupano dei diritti umani e chiunque sia
sensibile al tema.
Fai girare questo appello, non possiamo lasciarle
sole!
Società della cura
Movimento NO TAV
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