UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 28 gennaio 2021

VIAGGIO NELL’ORRORE
di Giovanna Ioli
 


 

Questa lettera di Giovanna Ioli è troppo importante perché resti confinata nell’archivio della mia posta. Ho deciso di pubblicarla su “Odissea” senza chiedere il permesso all’autrice.
So che mi perdonerà, certo come sono del suo affetto.



Caro Angelo,
la sincronicità cara a Jung si manifesta in varie forme. A volte è il sale delle amicizie scaturite nei primi sessanta secondi di un incontro. Sono quelle destinate a restare nel tempo, de lonh, ma salde. Indizi che lo confermano possono scaturire anche da un articolo, dal rendiconto di un viaggio che ha fatto scattare moti dell’anima gemelli. Anche io ho fatto il tuo stesso viaggio con gli stessi intenti, quello per amore nel buio del museo di Kafka e quello dell’orrore che ho provato nel tremendo museo di Dachau, dove lo sgomento si manifesta prima ancora di raggiungerlo. Ricordo tutti i volti di quelle donne, uomini, giovani o anziani ai quali mi sono rivolta per chiedere indicazioni. Sguardi vuoti, freddi, infastiditi. Voci, che dopo mezzo secolo dicevano di non sapere dove fosse quel museo, “come se una cosa come questa / ci fosse mai stata nella Storia”, come se non sapessero che sotto la terra dei loro giardini ci fossero sei milioni di innocenti. L’atrocità di metterci una pietra sopra. Ancora adesso, dopo tanti anni, non riesco a controllare il tremito e lo sgomento.
Fermate il mondo. Voglio scendere!
Con un abbraccio.
Giovanna

MEMORIA



“La memoria del male in quello che diciamo.
La memoria del bene in quello che noi siamo”.
Gabriella Galzio

IL PALLEGGIATORE
di Franco Toscani
 


Per le vie di Piacenza vedo spesso circolare, a piedi o in bicicletta, un signore dal bel volto sui cinquant'anni, vestito in modo trasandato, dallo sguardo spento e sofferto, disattento a tutto ciò che lo circonda. Sembra nullafacente e che nulla gli interessi, salvo una cosa: il palleggio. L’uomo, infatti, si porta sovente con sé un pallone di cuoio pesante, col quale, ovunque si trovi - preferibilmente sui marciapiedi, davanti a tutti -, palleggia a lungo, con concentrazione assoluta e bravura eccezionale.
Una volta l'ho osservato infatti palleggiare per un'ora circa, con entrambi i piedi, senza far mai cadere la palla a terra. È un'abilità tecnica straordinaria. Dopo quasi sessant'anni di calcio appassionatamente praticato e pur avendo una qualche dimestichezza col gioco della palla, confesso di non essere mai stato capace di simili prestazioni. Sono giunto forse a una decina di minuti di palleggio ininterrotto con entrambi i piedi, ma a un'ora mai. L'ho dunque sinceramente ammirato e pure un po' invidiato.
Quella volta, ricevuti i miei complimenti per la sua abilità di palleggio, non mi ha risposto, anzi non mi ha neppure degnato di uno sguardo o di un lieve sorriso, continuando tranquillamente a palleggiare. Così non ho potuto in alcun modo dialogare con lui.
Ora, senza pretendere di svelare o sciogliere l'enigma di quest'uomo - ciascuno di noi è, in varia misura e secondo varie modalità, comunque sempre un caso psichico, un enigma a sé stesso e agli altri, una compresenza di salute e malattia, di bene e di male - mi sembra certo che egli soffra di una evidente patologia psichica, che ovviamente non saprei definire con precisione. Ma non basta. Chiuso al mondo e rinchiuso in sé stesso, impossibilitato a comunicare e ad aprirsi agli altri, lo sconosciuto esprime forse anche - col suo palleggio solitario prolungato - una sfida, il disagio profondo delle forme attuali della nostra convivenza, la tensione disperata e insoddisfatta al gioco e alla libertà, ad una vita gratificante e degna, una sorta di protesta muta e tragica, anch'essa alienata e impotente, contro l'alienazione dominante, che colpisce tutti e svilisce la nostra umanità.
Se ci pensiamo a fondo, quel palleggio solitario interroga e riguarda davvero, molto da vicino, ciascuno di noi, la nostra interiorità più profonda. Ma siamo noi ancora capaci di questa interrogazione e disposti ad essa?
[Piacenza, febbraio 2017 - gennaio 2021]
 

IL TEMPO E IL CARCERE
di Alberto Figliolia



Il tempo, la quarta dimensione. Il tempo infinito (forse) del cosmo e quello finito degli esseri umani e di tutti gli altri viventi: una linea orizzontale che si addentra nell'ignoto, ma anche un cerchio in cui il punto di partenza coincide sempre con quello di arrivo, un eterno implacabile ritorno, in una coazione che assume talora le vesti della dannazione. Un circolo vizioso.
Che cosa è il tempo in carcere? Che cosa è il tempo per chi è condannato all'ergastolo o, comunque, a pene lunghe decenni? Quale solitudine e quanta disperazione conduce con sé questo tempo dietro le sbarre? Una figurazione tremenda; una personificazione più che sovente maledetta. Non è un caso che il tempo, il suo inesorabile silenzioso invisibile battito alato, accompagni tante riflessioni delle persone detenute.
Scrivere... Scrivere è una medicina; è catarsi, purificazione. Chi è in carcere usa la penna più di quanto di creda, più dei tanti che vivono nel "mondo esterno", quello dei liberi (a prescindere dalle prigioni mentali e culturali). Scrivere aiuta a mettere ordine nel proprio caos interno, aiuta a dialogare con quella variabile impazzita che è il tempo.
Da ventisei anni opera a Opera, dove ha luogo (anche se potremmo usare la categoria del non luogo dell'antropologo francese Marc Augé) il terzo carcere milanese, un Laboratorio di lettura e scrittura creativa, di cui è stata fondatrice Silvana Ceruti (tuttora, per l'appunto, lo anima con una nutrita e dotata pattuglia di volontari). E sono stati anni e anni di feconda poesia, ciò che ha consentito a tanti di riprendere il filo di vite perdute, di uscire dalle secche di quello che veniva percepito con dolorosa acutezza come un fallimento esistenziale, da un vuoto relazionale atroce.
L'operazione dello scrivere è mano e pensiero, scavo intimo, un ponte di idee gettato fra le rive dell'indifferenza. Ogni anno il Laboratorio produce – tanta è l'acquisizione della capacità espressiva e formale da parte dei suoi partecipanti, congiunta con la sfera motivazionale – oltre a eventuali antologie collettive o personali, un Calendario poetico-fotografico (la prefazione di questa ultima edizione è della poetessa Anna Maria Di Brina, mentre degli scatti che fanno da stupendo pendant alle poesie è artefice Margherita Lazzati): caleidoscopio di giorni, sentimenti, interpretazioni, fantasie. Il tema specifico per il 2021 è Distanze... Orizzonti... Infinito. Un intreccio, ben foriero di importanti meditazioni sui concetti di spazio e tempo (e non solo), la “nostalgia” come splendida matrice, in un momento storico assolutamente speciale e assai arduo e complicato.



«Il mistero non è un muro, ma un orizzonte» diceva Antoine de Saint-Exupéry, scrittore di professione aviatore che di orizzonti doveva averne visti molti. Niente parla della natura umana più del complesso e misterioso rapporto tra il concetto di muro, inteso come limitazione, invalicabile confine, e quello di orizzonte, quale immagine affascinante eppure spaventosa dell’illimitato e delle infinite possibilità dell’esistenza. È una difficile dicotomia su cui negli ultimi mesi, a causa dell’emergenza virus Covid-19, l’umanità intera si è trovata a riflettere, stimolata dalla reclusione forzata a casa e dall’improvvisa limitazione delle libertà personali. Cos’è per l’uomo l’orizzonte? È solo un concetto geografico o anche una dimensione psicologica ed esistenziale? Cosa significa anelare all’infinito? Cosa vuol dire coltivare libertà e spazio dall’angustia della reclusione? Sono domande antiche su cui poeti e filosofi non hanno smesso nei secoli di interrogarsi, ma che si ripropongono oggi con nuova impellenza e che imprevedibilmente hanno avvicinato l’esperienza quotidiana di intere città al vissuto carcerario, solitamente lontano e poco conosciuto. La letteratura ha avuto per molti, in questo strano tempo, un ruolo importante nell’indicare strade, suggerire cammini di resistenza. Nel suo Viaggio intorno alla mia stanza, scritto nel XVIII secolo durante un periodo di confino forzato, l’autore francese Xavier de Maistre riflette sulla finitezza umana e sull’infinito appena intuito nello spazio di cielo attraverso la sua finestra. 



Com’egli racconta, il raggio di sole che lo colpiva dall’alto di quell’apertura gli faceva sapere «che esiste una relazione tra lui e l’immensità»”. È uno stralcio dalla bella prefazione di Anna Maria Di Brina al Calendario, parole e significati che ci consentono di cominciare a penetrare nell'universo dei versi (e nello spirito e nella coscienza) delle persone detenute a Opera, le quali a un certo punto della loro vita hanno avuto (e scelto) la possibilità e la ventura di immergersi nel magico e concreto spazio-tempo della parola scritta (e letta). “Riflettere sull’orizzonte e la distanza dall’interno di un luogo di reclusione è una sfida non facile, la proposta coraggiosa di affrontare un nodo dolente, di accostarsi pericolosamente alla propria ferita, a ciò che è strutturalmente negato”.
Immergiamoci dunque nel mare magno di queste poesie, nel fulgore di inesplorate o nuove rotte di viaggio:

 
Vorrei tornare a sentire
l’odore del mosto dell’uva
dei mandorli in fiore
i frantoi che schiacciano le olive.
 
Vorrei tornare a Marsala
passeggiare sulle rive
dello Stagnone
rotolarmi dalle dune di sale
e sognare.
 
Sognare di navigare
il suo mare
e approdare
nell’ultimo suo orizzonte.
 
(G.B.D.C.)
 


L’orizzonte fa capolinea
alla mia inutile e sprecata vita
per l’odio accumulato nelle vicissitudini
del quotidiano, l’anima ormai satura
di tutto, ma all’orizzonte la distanza
infinita mi dà speranza
 
(V.S.)
 


Ho inciampato spesso e sono anche caduto
franando rovinosamente sugli innocenti
per raggiungere e impadronirmi del mio orizzonte,
per diventare orizzonte,
per inebriarmi di ipocriti orizzonti.
[...]
Il tempo tra il desiderio e il bacio,
i passi tra il timore e la mano sicura  di una madre e un padre,
il tempo determinante tra un sì e un no,
il tempo di dare ad una mano l’ordine
di impugnare la spada o di dare una carezza,
il tempo prezioso di sussurrare una preghiera
tra un orizzonte incerto
e un infinito certo.
 
(F.V.)


Sveglio nel cuore della notte
Ascolto il canto del vento
Che sussurra contro la finestra
Il lento ticchettio della pioggia
Che scivola sui vetri
Come se questi suoni
In un solo coro
Volessero parlarmi
Nel silenzio della stanza
Superando le distanze
Superando i ricordi.
 
Nel mio domani
Nasce la speranza
Cerco una traccia
Voglio misurarmi con il tempo
Dell’età non conosciuta
Guardarla in faccia
Quell’età degli anni persi
Dove non vedevo ancora
Con gli occhi dell’innocenza
Dove sono caduto
Per l’ideale
Dell’ingannevole apparenza.
 
Ora è il tempo
In cui è doveroso
Fare pace con le proprie sconfitte
[...]
Ascolto il silenzio
Urla il vento
Ho la quiete dentro.
 
(G.N.)


Viaggio nella mia vita
colpito da pensieri spogliati
in un orizzonte che bagna l’anima.
 
Cirri e cumuli volano nell’aria
sottili e leggeri coprono il cielo
come torri vaporose.
 
Nell’energia del cambiamento
si riaccendono nuove sollecitazioni
come un succedersi di sorprese.
 
Nell’orizzonte del mio cuore
ascolto una musica
che abbraccia il pensiero e mi illumina.
 
(B.Z.)
 


Quale privilegio,
per me, nutrire
la speranza!
Quale miglior custode,
per me che bramo luce
in questo labirinto!
L’infinita distanza
non ha orizzonte...
Avere fiducia ridà vita.
Celato tra le tue pagine,
aggrappato come l’ippocampo
al fluorescente corallo,
sfuggo ai predatori
che vivono in me.
Mimetizzato fra altri 366
il mio nome...
Provo a ritrovare l’uscita
da quest’ingorgo intricato
senza storia.
Confido in te, nella posizione
ove vuoi pormi,
fra gli astri della sfera celeste
[...]



(C.D.E.)
 
Il sole all’alba
lo trovo inginocchiato
come una statua greca,
mi spaventa (di) essere
nella sua luce.
 
Il nostro tempo
è trasformato
in lacrime e sofferenza:
hanno imprigionato
e sotterrato i sogni.
 
La stanza, il cancello,
un letto stretto,
dove compongo le poesie,
mentre gli sguardi
si appendono
agli sciami di nubi.
 
(C.C.)

 
Infine, dopo questo florilegio di intuizioni, impressioni e metafore, sensazioni, sentimenti e similitudini, un'amplissima citazione dalla poesia più lunga del Calendario, un piccolo “disperanzoso” poema...
 
[...]
non tocco la terraferma e non cerco contatti
vivo in acque arrugginite
sopra una logora nave
la rotta è cambiata: non vivo più per la meta
respiro per non recare dispiaceri a una madre stanca
ma vorrei tuffarmi in questo mare
di ferro e fondermi con esso
perché questo è il mio destino.
Sono tornato dalla guerra
prigioniero del mio corpo
chiedo aiuto, nessuno ascolta
c’è chi mi guarda con disgusto
chi si allontana con paura
giudicano dall’apparenza
forse non tutti crediamo
a ciò che gli occhi vedono
non si ascolta più il cuore che piange
o la storia che pesantemente portiamo sulle spalle
io sono tornato dalla guerra!
Io sono prigioniero del mio corpo, io!
[...]
Ora non faccio più paura e mi guardate
mi custodite gelosamente
e io... sono confuso
ho tanta gente vicino e sono sempre emarginato
come il marinaio che scrutava la vigliacca solitudine
i conti non tornano
vivo ma sono morto
sogno ma non dormo
mi esprimo con i pensieri ma non parlo
vedo il giorno rincorrere la notte
e la notte addormentarsi abbracciata al giorno
io guardo, ammiro e odo
niente è più come prima
la distanza si accorcia
l’aria intrisa dal profumo di ruggine
ricorda accanto a me il vuoto assordante
di un mondo piccolo
forse sbaglierò
ma io... vedo ancora l’utile nella disperazione
sorrido e tendo una mano, scruto sgranando gli occhi
all’orizzonte trovo il mare
sono libero dal mio corpo che si era fuso
con il ferro, sono libero dal mio corpo, libero
[...]
 
(M.C.).



Chiudendo con questa dolentissima e magnifica istanza di libero pensiero, un grido d'aiuto tormentoso e pur fiorito, dall'inferno interiore che agogna il paradiso della vicinanza umana, ricordiamo che il Calendario poetico-fotografico del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera è in vendita (in realtà a offerta libera: IBAN IT29H0306909606100000133795) ordinandolo direttamente all'editore (www.lavitafelice.it). Il ricavato della vendita aiuterà le varie attività, in primis quelle di sostegno, del Laboratorio stesso.
Per emozionarsi. Per pensare.
Un messaggio in bottiglia fra le onde dell'oceano, che approderà infine, un giorno, a una sponda. Perché i naufraghi possano salvarsi. Perché ciascuno di noi è un naufrago nell'incessante risacca dei giorni.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 27 gennaio 2021

MEMORIA E SUBALTERNITÀ AL PRESENTE
di Franco Astengo



Stiamo vivendo il Giorno della Memoria in una fase di grande intensità mediatica dal punto di vista dell’espressione dei ricordi. Un’intensità forse destinata a compensare il vuoto di relazioni sociali che stiamo attraversando in questo momento storico. La nostra mente, infatti, è sempre più impegnata a recuperare le tragedie di tempi che ci apparivano completamente perduti e che oggi ritroviamo addirittura attuali. In questo sovrapporsi di ricordi e di sensazioni più o meno trascorse emergono anche particolari spunti di riflessione che ci inducono verso sentieri che possiamo considerare inesplorati.
Dalle pagine de “La Lettura” del Corriere della Sera del 24 gennaio lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua svolge questa affermazione: “che troppa memoria può essere, talvolta, una trappola” e David Grossman: “che è necessario ricordare il futuro oltre che il passato.
In sostanza: l’eccesso di memoria può bloccare la visione del futuro. Il ’900, un secolo troppo denso per essere ricordato per intero. Il secolo passato ci ha lasciato questa “damnatio memoriae”. Un ’900 nel corso del quale l’accelerazione nella capacità di esprimersi del pensiero umano si è spinta a livelli vertiginosi, quasi annullando il rapporto tra la memoria e il tempo, a confondere ieri e oggi. La comunicazione si è trasformata in “struttura sociale” impedendo il “solidificarsi” di un pensiero sull’accadimento dei fatti e, di conseguenza, rendendo aleatoria la formulazione di giudizi.
È saltata la capacità dei più di tener conto della complessità nel rapporto tra pensiero e azione. Una complessità imposta dall’entrata in scena delle grandi masse come fattore dell’evoluzione della storia e della tecnologia come elemento determinante della costruzione del pensiero filosofico e necessariamente del modificarsi dell’impianto sociale. Così abbiamo finito con l’accettare il prevalere di un pensiero “mordi e fuggi”.
La memoria se semplicisticamente attivata dalla quotidianità dell’effimero dettata dalla tecnica del marketing (economico, politico, del consumo, imposto dai social) potrebbe bloccare la ricerca del futuro e il passato tornare a ripetersi. Le forme del ripresentarsi del ciclo storico sono infinite.
Si tratta, allora, di provare riflettere su come determinati aspetti di ciò che è già tragicamente avvenuto tornino a presentarsi all’interno di una società di massa sicuramente profondamente modificatasi nella sua essenza.
Alcuni elementi in questo senso devono essere visti, analizzati, sottolineati senza colpevoli sottovalutazioni o peggio strumentalizzazioni opportunistiche.
In una società dominata dall’incertezza si levano forti imperativi rivolti alla soggettività, alla valorizzazione dell’individualismo, alla raccolta degli eguali dentro il nostro recinto. Un recinto magari contornato da muri.
Un recinto che segna il confine di una “diversità” che si pensa di attribuire agli altri.
È questo il senso profondo dei pericoli dell’abbandonarci esclusivamente a un ritorno all’indietro del nostro ricordo. Nel ’900 si era imposta l’idea di un’opera di purificazione permanente con lo scopo di liberare il “corpus” del genio umano di tutti gli elementi di squilibrio, dal razziale al sociale.
Soffocarsi nella memoria potrebbe così portare all’oblio della nostra capacità di capire ciò che incombe e ci inquieta, mentre tutto oscilla paurosamente verso la subalternità al presente.
Ritorno a Grossman: la memoria come atto di “ricordo per il futuro”, attivando dei nuovi processi di creazione e di nuova dimensione politica.
Senza distruggerlo nella perdita di una coscienza collettiva il passato può essere visto come obiettivo per dare forma a pensieri e a sentimenti che ci portino a considerare ciò che può ancora essere, che è necessario che possa accadere, senza inseguire sogni perduti.

LA GIORNATA DELLA MEMORIA

 
Istituita in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti (Legge 20 luglio 2000, n. 211
).
 
Art. 1.  La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.
 
Eventi a Milano, 27 Gennaio 2021:
 
9.30: Posa della corona all’Albergo Regina, famigerata sede del comando nazista (settembre 1943 - aprile 1945).
11.30: Collegamento in streaming con le scuole per conoscere e ricordare; testimonianze.
Posa corona al monumento dei deportati al Parco Nord.
Teatro Alla Scala: concerto organizzato da ANPI e ANED, h. 19 in collegamento streaming:
https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2020-2021/concerti/concerti-straordinari/concerto-giorno-della-memoria.html
 
ANPI Crescenzago mette a disposizione sulle pagine del proprio sito e di Face book:
il 27 gennaio visione del film: La memoria che resta di Francesca La Mantia, prodotto da ANPI Crescenzago con la collaborazione di altre sezioni Anpi.
Video e documentazione, che si ritengono utili contributi per ricordare, approfondire, riflettere e rinnovare il nostro impegno antinazista, antifascista, antirazzista, contro ogni discriminazione e violenza.
[A cura di Giuseppe Natale]

ALLI BENIGNI LETTORI


Eugenio Borgna

Cari lettori e care lettrici, siete stati veramente tanti a mandarci apprezzamenti personali e giudizi positivi su Eugenio Borgna e sul suo scritto apparso su “Odissea” venerdì 22 gennaio. Vi ringraziamo sentitamente sia a nome di “Odissea”, sia a nome di Borgna.

NON LASCIAMOLE SOLE


Val Clarea

Un appello dalla Val Susa che non possiamo lasciar cadere.
 
Se una giovane donna finisse in galera in Turchia, oppure in Cina, per aver partecipato a una manifestazione di protesta, diventerebbe la testimonial di chissà quali roboanti campagne. A Dana Lauriola per questo ‘crimine’ (che crimine non sarebbe, se è vero che protestare è un diritto sancito dalla Costituzione) hanno dato due anni e le rendono persino difficile l’incontro di là dal vetro con i suoi cari! E nel più totale ottundimento su tutti i fronti causa-Covid. È normale?
Dana non è la sola, l’altro giorno si è concluso il secondo round del cosiddetto ‘processore’ per una trentina di imputati e per complessivi 46 anni di reclusione. Il crimine è essersi opposti (in gruppetti, a mani nude, “armati" solo di bandiere) a quel capolavoro di documentata insostenibilità che è la TAV, alla possanza di un’occupazione militare che nel corso degli anni ha trasformato la bella Val Clarea in orrendo cantiere, presidiato dall’esercito notte e giorno a spese di tutti noi - un pezzetto di Kashmir a neanche due ore da Torino… è normale? 
E tutto questo punitivo macchinario, questa offesa per l’ambiente e dei più elementari diritti, per scavare un buco dentro le viscere di una montagna notoriamente pregna di materiale amiantifero, oltre alla provata presenza di uranio. Un disastro sanitario annunciato anzi, ripetutamente denunciato, dettagliato nei minimi particolari, da anni - e semplicemente criminalizzato. È normale?
Facciamolo nostro questo appello. E appena si riaprono le ‘frontiere’, troviamo il tempo di fare un salto in Val di Susa. Se non altro per ammirare con i nostri occhi lo scempio in avanzato stadio di compimento, nell’ottundimento generale.
Parallelo Palestina
 

La "Sacra di San Michele"
in Val di Susa

APPELLO



Questo è un appello accorato che chiediamo di far girare il più possibile.


Non possiamo rimanere in silenzio!
Dana, Fabiola, Stefania e Manuela, detenute nel carcere di Torino, da ieri hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza contro le disumane condizioni vissute nel penitenziario. Tutto è nato due giorni fa, quando a decine di parenti, in modo arbitrario, sono state negate le visite in quanto, in zona arancione, non sarebbe possibile incontrare gente proveniente da fuori comune. I e le parenti non sono stati solo respinti ma colpevolizzati per aver cambiato comune e minacciati di sanzione. Questo accade dopo due mesi durante i quali i colloqui in presenza erano stati annullati, sostituiti da 5 videochiamate di mezz’ora, quindi senza garantire le 6h di colloquio previste da normativa. Poi finalmente il ministero sblocca la possibilità di visitare detenuti, i parenti si accalcano ai cancelli del carcere per prenotare ma gli uffici sono aperti ad intermittenza e senza indicazioni di orario: per prenotare devi “tentare la sorte” recandoti continuamente al carcere e sperando sia aperto.
Noi in questa bolgia siamo riusciti a prenotare solo 2 colloqui su gennaio ma anche ai genitori di Dana, residenti fuori Torino, brutalmente viene impedito il colloquio.
Questo regolamento è sconosciuto! Non è pubblicato da nessuna parte, nessuno lo comunica e lo si scopre a piccole dosi di giorno in giorno.
Uno stillicidio senza controllo che sta massacrando i diritti dei detenuti e dei loro cari. Dana, Fabiola, Stefania e Manuela hanno perciò cominciato la loro protesta pacifica e determinata, chiedendo alla direzione del carcere 5 cose molto chiare e basilari: 
1. Ripristino delle videochiamate per i detenuti che non possono fare i colloqui in presenza;
2. per chi può svolgere i colloqui in presenza, dato che sono ridotti, poter completare le 6h mensili previste dalla legge, con videochiamate;
3. ripristinare il servizio di prenotazione visite via mail;
4. togliere la chiamata all'avvocato dalle 6h di colloqui parentali previste dalla legge;
5. essere inseriti nel piano vaccinazioni dal quale i detenuti, al momento, sono completamente esclusi, inoltre uno screening della salute delle persone detenute.
 
In queste ore stiamo contattando la garante delle detenute, le associazioni che si occupano dei diritti umani e chiunque sia sensibile al tema.
Fai girare questo appello, non possiamo lasciarle sole!
Società della cura
Movimento NO TAV

 

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