IL RACCONTO
di Claudio Zanini
Dialogo sulla guerra
La mia giovane amica Enrichetta,
con un certo fervore, mi disse: «Purtroppo, la guerra si è costretti a farla
per difendere i confini della propria patria, mio caro».
«Non del tutto, cara,» replicai
«l’amore per il proprio paese, per la cosiddetta patria, non è la ragione
primaria della guerra; è altrettanto decisivo l’amore per l’oscuro fascino
della violenza, per la competizione estrema, per la bramosia del dominio
sull’altro».
«Hai detto amore… è vero!
Mi fai venire in mente che qualcuno dei miei amici confessa che ama la guerra…
la ama come fosse una donna … essa possiede una fascinazione oscura cui, in
certe condizioni è impossibile resistere… Esserne pervasi significa trovarsi in
una situazione straordinaria d’assoluta libertà poiché tutte le convenzioni, i
principi, le regole svaniscono».
«In ciascuno dei tuoi
amici e in noi stessi, mescolata alla pulsione di vita agisce, radicata nella
natura umana, la pulsione di morte;
un’innata aggressività, un bisogno di odio e distruzione: così Freud… A questa
figura del nostro daimon, aggiunge
James Hillman, tutto sarebbe permesso… l’esercizio irrazionale della violenza
che ti rende invincibile. Che ti assicura il totale dominio sull’altro, che ti convince della tua potenza,
della tua invincibilità. Un delirio febbrile d’onnipotenza, un’insensata prova
del fuoco… accompagnata dal mito affascinante dell’eroe virile e della bella
morte, da Omero fino ai nostri giorni. Terribile!».
«In effetti, tutti gli
eroi guerrieri sono maschi molto virili, a parte Giovanna d’Arco e
qualcun’altra» replicò lei.
«Certo, la guerra è
un’abitudine arcaica e virile. Le donne hanno altre qualità, saperi e
inclinazioni!... la guerra è cosa nostra, mia cara. Il confronto con la morte
che ti darebbe la sensazione di espandere quasi senza limiti la vitalità, il
sentirsi vivi, attimo dopo attimo; dove giovani corpi, agendo, sono dominanti e
nessun pensiero razionale li turba né ne ostacola la frenesia. Marinetti, poeta
futurista diceva che la guerra è la “sola igiene del mondo”. Questa delirante e
folle retorica è espressione della cosiddetta virilità guerriera»
«Poi, non dimenticare
l’inebriante sensazione d’essere circondato da compagni che hanno la stessa tua
uniforme…» osservò.
«È vero, uniformi un tempo
colorate, eleganti, ricche d’ornamenti; una volta c’era il fascino della
divisa, evidente segno identitario… Sei insieme ad altri giovani, compagni che
seguono il tuo medesimo addestramento e lavaggio del cervello, cui fin da
piccoli è stato instillato l’odio per l’altro, per il “nemico”».
«A proposito, ricordo che
in un film sulla guerra del Viet Nam, durante l’addestramento, i soldati
portavano un elmetto con la scritta: “Born to kill”».
«Esatto, brava! “Nato per
uccidere”. Lo cita Stanley Kubrick nel film Full metal jacket… è
il motto di un gruppo coeso, costituito per uccidere! Branco dove l’emulazione
e il confronto non permettono tentennamenti o passi indietro, la responsabilità
individuale si dissolve… Solo dopo - e se ne sei uscito vivo e integro -,
quando il delirio si è consumato, prendi atto dell’immane tragedia che hai
vissuto. Misera creatura, bipede implume, ti rendi conto del fatuo e mortale
impulso da cui ti sei lasciato trascinare; ne scopri che il risultato di lutti
e rovine è irrimediabile e, nella tua coscienza, diventa ferita sanguinante e
immedicabile. Anche tu sei mostruosamente cambiato. Ma questo viene dopo… post festum».
«Quindi?... se questo fa
parte della condizione umana, è irrevocabile? Siamo condannati dunque a un
eterno ritorno all’orrore?».
«Penso che niente sia
irrevocabile…».
«Allora, la pace
perpetua?... non mi pare che i governi del mondo possano decidere insieme, a
tavolino di abolire la guerra e ogni conflitto, affidandosi a sentimenti
d’amore e solidarietà».
«Sarebbe necessario
elaborare un’educazione delle relazioni affettive, una morale e una cultura che
operino, da un lato, sulle pulsioni inconsce e primarie ma, soprattutto,
mettano in luce ingiustizie e diseguaglianze drammaticamente vigenti. Tra
l’altro, dobbiamo tener conto che viviamo in una società patriarcale dove
l’arcaica posizione dominante del maschio bianco viene ancora spacciata per
qualità naturale, quindi il mestiere della
guerra riguarda soprattutto il maschio suprematista, inventato e celebrato fin
dall’epoca dei primi miti guerrieri».
«E
perché le donne non ne sarebbero coinvolte?».
«Perché,
fin dalle prime comunità, il maschio, prima cacciatore, quindi incaricato della
difesa della casa e del terreno – subito circondato da paletti; quindi,
spacciato indebitamente per sua “proprietà privata” e, all’istante, fonte di
rivalità e conflitti, - si è assunto il compito di governare il dominio sulla
“propria” comunità (chiamiamola Patria)
e la sua difesa, espungendone le donne. Quindi il dominio sull’altro, sul
diverso. E, tieni conto che l’altro
è, soprattutto, il femminile, la donna… pensa all’arte classica, a quante
celebrazioni di stupri e violenze in pittura e scultura… dal Ratto delle sabine, al Ratto di Proserpina, a quello di Europa,
Apollo e Dafne… e così via…».
«È vero… dipinti che ho
sempre ammirato senza farci caso».
«Questa prevaricazione nei
confronti del femminile, non significa che sarebbe necessario sostituire il
dominio del maschio con un matriarcato».
«Sarebbe interessante
almeno provarci… e vedere l’effetto che fa» disse lei scherzosamente.
«A questo punto, forse
sarebbe meglio rendersi conto che ciascuno è anche l’altro di qualcuno. Maschile e femminile sono reciprocamente l’altro. Senza questo altro, io non sono nulla. Se lo anniento, anch’io mi distruggo… Mia
cara, le creature – tutti gli esseri viventi - sono per la relazione,
l’accoglienza e la collaborazione, la vita non è singolarità e prevaricazione…
Pensa all’infelice affermazione: “non esiste la società, esistono solo gli
individui”, celebre frase di Margaret Thatcher, primo ministro conservatore
inglese, pronunciata nel 1987. Questo ti dice che è improrogabile perseguire
pace e azione non violenta con incessabile ostinazione».
«In
ogni caso, le uniformi hanno un fascino notevole», disse lei, rialzando il capo
ed esibendo un bel sorriso sereno e colmo d’innocenza. «Certi giovanotti in
uniforme sono irresistibili… molti, sai, si arruolano soltanto per indossarle,
per esibirsi… tu, per esempio, staresti molto bene con una divisa!».
«Ne
ho sempre fatto volentieri a meno… alle uniformi dei tuoi maschi suprematisti,
preferisco i miei frusti abiti borghesi. Ai poeti non interessa un’uniforme.
Poi, l’eleganza è una disposizione naturale».
«Anche
i postini e i capistazione hanno le loro belle divise!... però l’esercito ha
un’elegante compostezza, nelle parate, per esempio».
«Ah,
le parate! Un’ingessata messa in scena, una retorica compostezza che dura
finché non ti sbattono sotto i bombardamenti o nel fuoco della prima linea,
nella merda della trincea, nel fango con i topi, sotto le bombe a contare le
cimici e i morti finché anche tu non ne aumenti il numero. E ricordiamoci bene
quanto scriveva Kurt Vonnegut; la guerra succede quando
“vecchi porci mandano a morire ragazzi”».
Mi
prese le mani tra le sue: «D’accordo, ma su, sdrammatizziamo!... ricordo, in
certi film, la fanteria che avanza allineata contro l’artiglieria nemica, con
le belle divise colorate, eleganti e tutte eguali… i soldati che cadono come
birilli, uno dopo l’altro…».
«Avanti, avanti insensatamente,
come zombi, senza scomporsi… ah! L’avidità delle amorali classi dirigenti,
l’insipiente tracotanza degli alti comandi militari, la loro ottusa mentalità
con le loro micidiali strategie e le conseguenti mattanze… disgustosi criminali
che ci avvelenano le coscienze».
Enrichetta tacque, poi mi
guardò perplessa.
«Però le guerre moderne
sono diverse, non si mandano uomini come gregge allo sterminio».
«Hai ragione, tuttavia,
forse è peggio. Un tempo ci si scontrava, diciamo, ad armi pari. Non sempre, ma
supponiamolo, comunque tenendo conto che è la guerra sempre stata un atroce
affare. Tuttavia, ci si guardava negli occhi, tu e l’avversario. Eravate due
forze, abilità, intelligenza ed emozioni di due uomini che si scontravano. Oggi
il nemico è diventato il bersaglio disumanizzato di una macchina in grado di
cercarlo, identificarlo e sopprimerlo. Tu non lo conosci, è solo un anonimo
bersaglio. Basta che tu dia un input, lo fai saltare in aria, e poi puoi andare
a bere con gli amici».
«Mi ricorda un vecchio
film, I predatori dell’arca perduta. Dove Indiana Jones, trovandosi di
fronte un berbero con la scimitarra sguainata e mulinante, che lo invita allo
scontro - con un balletto di gesti, parole e sguardi minacciosi -, estrae un
revolver e lo fredda istantaneamente sul posto. Nessuna abilità, intelligenza
ed emozione. Uno sparo ed è la fine».
«Questa è il progresso
della tecnica, bellezza! E non è finita! Tieni anche conto che oggi anche la
popolazione civile è ostaggio inerme e bersaglio bellico. Dobbiamo, dunque,
aspettarci cose che gli umani non hanno mai visto».
[Le immagini a corredo sono di Bansky]









