CAPITALISMO, STATO E FOSSE COMUNI
di Pierpaolo Calonaci

Lutto a Crans Montana
A quanti,
la maggioranza, vogliono la testa di qualcuno, scambiano cioè la parte con il
tutto, barattando l’impegno di indagare e capire i fatti sociali nella loro
sostanza con il populismo di un tagliagole o con la falsa democrazia di un
tribunale, si può citare questa frase, che in un solo colpo dice chi sia il
colpevole e il movente, attribuita a Josh Zepess: “il capitalismo ha bisogno
dell’imperialismo all’estero, del fascismo a casa e della democrazia di fronte
alle telecamere” (l’avrebbe potuta scrivere la stupenda Rosa Luxemburg).
E dello Stato che ne impiega
l’“acqua” (del capitalismo a guida finanziaria, versione iperaccelerata
dell’accumulazione capitalistica) per fare ruotare, come in un mulino, le pale
dell’egemonia affinché produca l’effetto corrusco della propria
consustanzialità - identità cioè, tra la natura predatoria del capitalismo
finanziario e la sostanza del monopolio della violenza simbolica e materiale -
dove la “riproduzione sociale del dominio” venga legittimata senza sosta
e produca infatuazione, ovvero quel tipo di “rispetto pubblico delle verità
ufficiali nelle quali si ritiene che l'intera società debba riconoscersi”
(P. Bourdieu, Sullo Stato).
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| Lutto a Crans Montana |

Pierre Bordieu
La metonimia del fiore
rappresenta la gioventù. Quella condizione esistenziale in cui ogni spirito
umano esperisce, in nuce, la volontà di ribellarsi, di rivoluzionare l'ordine
costituito, di illuminare le ombre del mondo con nuove e inaspettate luci. I
giovani sono i portatori - se non vengono meticolosamente civilizzati dalla
famiglia, dalla scuola o dalla chiesa - di sempre nuovi illuminismi; capaci di
luce vera e fragile, da proteggere, da curare (in senso filosofico, non
iatrocratico). I soli capaci di illuminare il buio e le ombre che il regime
democratico del “è così” instaura attraverso le pratiche istituzionali
della normalizzazione tetragona e onnivora.
Una condizione, quella del fiore
della gioventù, che fa a pugni, dunque, con le
vulgate “democratiche” di quel regime, farcite di populismo, totalmente
depoliticizzate; rappresentanti di una vita che è nichilismo nel senso
deteriore del termine.
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| Pierre Bordieu |
Per mettere a fuoco meglio la
centralità della vita spirituale della gioventù per una società che voglia
ancora prosperare in termini umani e spirituali, ricorro alla poetica della reverie
che Gaston Bachelard definì quale “stato della coscienza” e quale modello
conoscitivo che la condizione umana dovrebbe intraprendere per immaginare,
fantasticare, per creare le proprie idee e le innumerevoli forme con cui dirle.
La reverie quale istanza con cui godere liberamente di sé - “è
proprio nelle reveries che siamo degli essere liberi “sosteneva
l’epistemologo. Un’entità di cui dotarsi per guardare alle cose del mondo
rompendo con la consuetudine rassicurante delle prospettive anossiche,
partorite da quelle “verità” utilitaristiche/positiviste (e statuali) che
conducono dritto dritto ad un'esistenza minacciata e dominata dal “lassez
faire, lassez passer”, di norme neoliberiste in cui la vita è merce,
oggetto, un simulacro di felicità senza eudemonia, di libertà senza desiderio
di libertà, di lavoro senza dignità e coscienza.
Ciò che
ogni giovane attende, si aspetta, sono strumenti con cui orientarsi, non realtà
cui adeguarsi. Nel fascismo, l’infanzia fu trasformata in incubo; già nella sua
aurora, la vita individuale dovette essere essenzializzata da tali rapporti
sociali dove la violenza e l'odio furono, tramite l’invenzione del concetto di
arditezza, il collante di appartenenza e identità ad uno Stato tramite cui
guerra, nazionalismo, colonialismo, superiorità razziale e sterminio del
“diverso” non avrebbero potuto funzionare. L’impunità di tutto questo
dispositivo fu la logica conseguenza. I bambini sanno le relazioni ma,
non possedendo le idee e le forme con cui pronunciarle, non sanno
difendersi. Sta qui la differenza ontologica tra infanzia e gioventù. Mentre
oggi, la gioventù viene annientata da uno Stato che promuove l'impunità dell'accumulazione
del profitto, della competizione senza limiti, della produttività (plusvalore)
oltre ogni ragionevolezza. Basta andare in qualsiasi scuola o ateneo e
constatare quanta “massa deviante” da psicologizzare e normalizzare
quell’accumulazione legittimata e legittimante produca. È il diktat del New
Public Management. Cui seguirono (era il 9 giugno 1999) le Dichiarazioni di
Bologna, di Lisbona e Parigi sottoscritte dai ministri dell’Istruzione dei vari
paesi dell’Unione, dove in modo inequivocabile emerge la struttura di
trasformazione e rimodellamento dell’istruzione superiore e accademica proposte
per l’Europa. Questa logica impone di “abbracciare (sic!) le finalità di
servizi organizzati secondo regole di mercato, obbligati ad accettare e
conformarsi alle sfide della competizione”. Secondo gli imperativi di una
visione neoliberista a cui non sfugga alcun frammento di realtà.
Ecco il pericolo cui sono esposti
i giovani, e tutti. Un incubo scientemente prodotto con cui sterminare il fiore
della gioventù. Dunque, ciò che è stato definitivamente reciso, in quel
Auschwitz in Svizzera, è la sostanza spirituale della condizione giovanile: “Spirito
si chiama il primo ritrovamento di sé, la prima sdivinizzazione del
divino” (M. Stirner, L’unico e le sue proprietà). Non può esserci nessun
futuro, nessuna speranza dopo che questa condizione è stata uccisa e sepolta
nelle innumerevoli fosse comuni scavate dallo Stato e dall’economia
neoliberista. Le altre, per la cronaca,
sono quelle in cui sono sepolti i corpi dei lavoratori, dei migranti, delle
donne.
Il punto di non ritorno è stato
varcato.

Max Stirner
Si parve licet componere
magnis, uno Stato che ha dei tratti troppo pericolosamente simili a quelli
del suo predecessore fascista; medesimo volto tracotante e sarcastico, dunque.
Dipinto dalla funzione di amministrare il terrore che dall’odierno caos
finanziario informa individui e una data organizzazione sociale, nella speranza
di salvare la faccia democratica. E quella delle istituzioni e della politica
che vi crede per fede ma contro il popolo.
La Costituzione italiana ammette
la resistenza armata; anzi, la invoca quando il popolo è schiacciato dal tacco
dell’oppressore. E ora, che l’oppressore è questa forma dello Stato, con la sua
perversa idea di democrazia che vive e opera con l’unico scopo di servire
l’impunità della deregolamentazione, contro chi è lecito sollevarsi?
Un’oppressione che ha, nella barbarie del processo di razionalizzazione
economica, il suo fulcro. Oggi, entrare in qualsiasi luogo fisico (mai neutro,
un cantiere edile, un qualsiasi luogo di lavoro oppure uno spazio domestico o
il varcare un confine totalmente inventato con un barcone ecc.), può diventare
una fossa comune a ragione dell'assenza di quelle regole che lo Stato avrebbe
dovuto assicurare; e che parimenti - ecco la sua violenza simbolica - non
implementa per dissimulare rapporti di forza e d’interessi tali che ne
minerebbero il capitale simbolico.
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| Max Stirner |




