LETTERA A UN MINISTRO DELLO STATO
di
Hermann Hesse

Hermann Hesse
Questa è la lettera che Hermann Hesse scrisse nel 1917 a un
Ministro dello Stato tedesco. Sono parole di un’attualità e di una verità drammatiche e ancora
vive. Concedetevi il lusso di leggerla: queste parole sono nutrimento per
l’anima umana che sta soffrendo. [Patrizia Gioia]

Agosto 1917. Questa
sera, dopo un’intensa giornata di lavoro, ho pregato mia moglie di eseguire per
me una sonata di Beethoven. E le voci di quella musica, voci angeliche, mi
hanno distolto dalle preoccupazioni e dalle cure, riportandomi nel mondo vero,
il mondo dell’unica realtà che possediamo, da cui ci provengono gioie e dolori,
nel quale e per il quale viviamo. Ho
poi letto qualche riga nel libro in cui si trova il sermone della montagna, e
che contiene l’alto, antichissimo, fondamentale comandamento: «Non uccidere!». Ma non ho trovato pace, non riuscivo
né a dormire né a leggere ancora. Ero pieno di inquietudine e di angoscia e,
mentre riflettevo cercandone la causa, all’improvviso mi sono ricordato, signor
ministro, di certe frasi di un suo discorso che ho letto in questi giorni. Il suo discorso era ben congegnato,
anche se non particolarmente nuovo, rilevante o stimolante. Lei ha detto, in
sostanza, quello che si afferma, da un pezzo in qua, in tutti i discorsi di
tutti gli uomini di Stato; e cioè che così, in via generale, non si desidera
nulla più ardentemente della pace, di una nuova armonia e di un fruttuoso
operare per il futuro dei popoli, che non ci si vuole arricchire né si vuole
soddisfare una brama di sangue, e che d’altro canto «l’ora delle trattative»
non è ancora suonata, sicché per il momento non resta che continuare a battersi
da valorosi. Suppergiù, e questo il discorso che ogni ministro di ogni nazione in
guerra potrebbe pronunciare, e forse pronuncerà domani o dopodomani. Il fatto che questo discorso oggi non
mi lasci dormire, sebbene ne abbia già letto abbastanza spesso di assai simili,
tutti con la stessa mesta conclusione, senza che ciò mi abbia poi impedito di
dormire della grossa, lo si deve, adesso lo so con certezza, alla sonata di
Beethoven: a essa e a quell’antico libro nel quale, dopo averla ascoltata, ho
letto qualche riga, libro in cui si trovano i meravigliosi comandamenti del
Sinai e le sublimi parole del Salvatore.
La musica di Beethoven e le parole della Bibbia per me dicevano esattamente
la stessa cosa, era acqua di un’unica fonte, quell’unica fonte da cui sgorga il
bene agli uomini. Ed ecco che all’improvviso mi sono reso conto che il suo
discorso, signor ministro, al pari dei discorsi degli uomini di Stato suoi
colleghi in Germania e altrove, non sgorgava da quella fonte, e che in esso
manca proprio quanto può rendere importanti e degne le parole degli uomini. A
esso fa difetto l’amore, fa difetto l’umanità.
Il suo discorso testimonia un
profondo sentimento di preoccupazione e responsabilità per il suo popolo, per
l’onore della sua nazione. Ma in esso non trova espressione alcun sentimento
per l’umanità. Insomma, esso significa alcune decine di migliaia di nuove
vittime umane. Lei forse definirà sentimentalismo il mio richiamarmi a
Beethoven. Le parole di Gesù e della Bibbia, almeno pubblicamente, lei invece
le considererà con un certo rispetto. Ma se lei crede anche solo a uno degli
ideali in nome dei quali fa la guerra, si tratti della libertà delle nazioni o
dei mari, del progresso politico o dei diritti dei piccoli popoli, se lei,
dicevo, in cuor suo crede anche in uno solo di questi ideali, in uno di questi
concetti non egoistici, rileggendo il suo discorso non potrà non riconoscere
che esso non è stato al servizio dell’ideale in questione, che anzi non serve
nessunissimo ideale. II suo discorso non è espressione e risultato di una fede,
di un sentimento, di un’umana necessità ma, purtroppo, è solo espressione e
risultato di uno stato di confusione perfettamente comprensibile, perché nulla
può essere, oggi, più difficile che ammettere una certa delusione per i
risultati del conflitto e cercare la via più diretta che porti alla pace.
D’altro canto, uno stato di confusione, si tratti pure di quello di dieci
governi, non è cosa che possa durare a lungo. Sulle perplessità l’hanno vinta
le necessità, e prima o poi per lei e i suoi colleghi in campo avverso diverrà
necessario e ineluttabile confessare lo stato di confusione e mettervi fine
mediante appropriate risoluzioni. Perché dei risultati della guerra oggi, e
anzi già da un pezzo, tutti i belligeranti sono delusi. Chiunque abbia
riportato qua o là una vittoria, indipendentemente dal numero di prigionieri
che si sono fatti o sono caduti in mano al nemico, dai territori che si sono
occupati o ai quali si è dovuto rinunciare, il risultato non è stato quello che
ci si attende da una guerra. Non si è avuta nessuna soluzione, nessun chiarimento,
nessuna decisione; e ancora non se ne vedono. Per nascondere provvisoriamente,
a lei stesso e al suo popolo, questa situazione di grave imbarazzo, per
procrastinare almeno momentaneamente cospicue e importanti decisioni (che
costano sempre sacrifici), lei ha pronunciato il suo discorso, e per lo stesso
motivo pronunciano i loro gli altri uomini di Stato. Perfettamente
comprensibile. È più facile per un rivoluzionario o anche per uno scrittore
riconoscere, in una situazione internazionale, il risvolto umano e trarne le
debite conseguenze di quanto non lo sia per uno statista responsabile. È più
facile per noi, che non dobbiamo sentirci personalmente responsabili della
spaventosa depressione in cui precipita un popolo quando s’avveda di non aver
raggiunto i propri obiettivi bellici, e che centinaia di migliaia di esseri
umani e «valori» per miliardi sono stati forse sacrificati invano.
Ma non è solo per questo che a
lei risulta più difficile riconoscere il disorientamento e promuovere, mediante
le decisioni del caso, la fine del conflitto: no, per lei è più difficile anche
perché ascolta troppo poca musica, legge troppo poco la Bibbia e i grandi
poeti. Quest’affermazione la farà sorridere; e magari dirà che lei nella sua
vita privata con Beethoven e tutto quanto c’è di bello e di nobile ha rapporti
intimissimi, ed effettivamente è così. Pure desidererei con tutto il cuore che
in questi giorni le capitasse per caso di ascoltare una nobile musica e
all’improvviso di tornare a udire le voci che provengono da quella sacra fonte!
E desidererei con tutto il cuore che in questi giorni, in un momento di
tranquillità, leggesse una parabola di Gesù, un verso di Goethe, un detto di
Lao Tze. Il momento in cui lo facesse, potrebbe essere di importanza
incommensurabile per il mondo. Potrebbe darsi che lei trovasse la liberazione
interiore. Potrebbe darsi che all’improvviso i suoi occhi e le sue orecchie si
aprissero. I suoi occhi e le sue orecchie, signor ministro, da anni sono
rivolti a obiettivi teorici, non però alla realtà; da lungo tempo - e del resto
era necessario che fosse così - sono abituati a non percepire, ma anzi a
trascurare, a negare a sé stessi molti aspetti della realtà. Capisce quel che
voglio dire? Certo che lo capisce! Sì, la voce di un grande poeta, la voce
della Bibbia, l’eterna, chiara voce dell’umanità che l’arte fa risuonare alle
nostre orecchie potrebbe forse renderla, per un momento almeno, davvero vedente
e udente. Ah, e che cosa non vedrebbe e non udrebbe! Non più dati sulla carenza
di mano d’opera e sul prezzo del carbone, non più questioni di tonnellaggi e
alleanze, di prestiti, chiamate alle armi e tutte quelle cose che a lungo per
lei sono state le uniche realtà. Al loro posto, lei vedrebbe il pianeta, il
nostro antico, paziente pianeta, e lo scorgerebbe ricoperto di cadaveri di
moribondi, sconvolto e distrutto, bruciato e violentato. Vedrebbe soldati che
giacciono per giorni nella terra di nessuno, incapaci di allontanare, con le
mani maciullate, le mosche dalle piaghe di cui muoiono. Udrebbe le voci dei
feriti, le grida degli impazziti, i lamenti e le proteste delle madri e dei
padri, dei fratelli e delle sorelle, sentirebbe il popolo gridare per la fame.
E se tornasse a udire ciò che per mesi e anni si è rifiutato di udire, forse
considererebbe sotto un’altra luce i suoi obiettivi bellici, i suoi ideali e le
sue teorie, li verificherebbe, tenterebbe di pesarne l’effettivo valore mettendo
sull’altro piatto della bilancia la miseria di un unico mese, di un solo giorno
di guerra.
Ah, se in qualche modo si potesse
averla, quest’ora di musica, questo ritorno alla vera realtà! Io so che lei
udrebbe la voce dell’umanità, io so che lei si chiuderebbe a piangere. E il
giorno successivo andrebbe a compiere il suo dovere nei confronti dell’umanità.
Getterebbe via un paio di milioni o di miliardi, non le peserebbe quella cosa
da nulla che è una piccola rinuncia al prestigio, farebbe a meno di mille cose
(tutte quelle cose, le uniche, per le quali lei in realtà ancora combatte), e
se necessario anche della sua poltrona di ministro, e farebbe ciò che
l’umanità, in preda a un’indicibile ansia e tormento, da lei spera e implora;
lei per primo tra gli uomini di Stato maledirebbe questa sciagurata guerra, lei
per primo tra i responsabili darebbe espressione a quel che tutti segretamente
già sentono, e cioè che un mezzo anno, un solo mese di guerra, costa più di
quanto non valga tutto quanto può portare. E allora noi non dimenticheremmo più
il suo nome, signor ministro, e la sua azione sarebbe di maggior valore, per
l’umanità, di tutti gli atti di coloro che mai abbiano condotto e vinto una
guerra.





