UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 20 dicembre 2014

IN MEMORIA DI GINA  
di Angelo Gaccione   
         
Da diversi anni, a ridosso del periodo natalizio, si ripete una bella felice consuetudine. Il poeta Franco Esposito, dalla sua Stresa dove ha sede il quartier generale della rivista “Microprovincia”, una delle riviste letterarie contemporanee più longeve italiane (ha abbondantemente superato i trent’anni di vita e si compiace di essere in parte snob e in parte “irregolare”, oltre che volutamente retrò), invia ai vari amici sparsi in ogni dove, una sua poesia inedita stampata su un unico foglio ripiegato e con la versione anche manoscritta. Si tratta sempre di poesie che hanno come topoi fissi due luoghi memoriali inseparabili dalla biografia del poeta: Sibari (sullo Jonio cosentino) e Stresa (sul versante piemontese del lago Maggiore). Quest’anno ci è arrivata “L’insonnia dei merli”.  
Lo scopo è quello di formulare gli auguri, ma anche di farsi ricordare dagli amici e a sua volta ricordarli. Trovo questa consuetudine un gesto delicato, e immagino faccia piacere, almeno una volta all’anno, essere stati nel pensiero di un vecchio amico.

Gina Lagorio
Da alcuni anni, da quando Gina non c’è più, anche Simonetta e Silvia Lagorio, figlie della scrittrice, hanno dato vita a questa buona pratica. Anche loro, come augurio di Natale, preparano un agile libretto in formato quadrangolare con uno scritto breve di Gina, e lo fanno stampare dalla milanese Àncora arti grafiche, su una bella carta vergatina in 300 copie fuori commercio, che poi inviano a quanti hanno voluto bene a Gina; ne hanno apprezzato il valore di narratrice, il rigore morale e l’impegno civile di donna. Anche quest’anno il libretto è arrivato puntuale: copertina dai bordi blu notte con al centro il ritratto di Gina realizzato da Carlo Gajani, una breve nota esplicativa di Simonetta e Silvia, e, naturalmente, gli auguri. Lo scritto di Gina ha per titolo “Il regalo della musica” ed è tratto da “Inventario”. È una cronaca deliziosa e come sempre lo stile di Gina è magistrale. Verte, come il titolo stesso dichiara, su uno dei grandi amori di Gina, la musica. A questa arte sublime Gina è stata fedele fino alla fine: se ne è nutrita, ne ha scritto, l’ha concretamente e generosamente sostenuta. Le sue frequentazioni alla Scala, al Conservatorio “Giuseppe Verdi”, all’Auditorium di Largo Mahler e negli altri luoghi deputati, si saldano agli aiuti economici di sostenitrice. La sua liberalità e la sua generosità, in questo senso, meriterebbero delle pagine a parte. Ma torniamo al libretto.
In questo scritto Gina ci informa della passione per l’opera lirica da parte di sua madre; lo apprende da un’anziana amica della madre, la centenaria signora Maria, a suo tempo bibliotecaria di Cherasco. Assieme andavano a piedi fino a Bra per farsi inondare di musica; erano poco più che ragazze e quella musica era, per l’appunto, il regalo più bello, un regalo durato tutta la vita.
E un regalo durato tutta la vita è stata la musica per Gina. Sentite con quale maestria descrive la direzione di Carlos Kleiber: “Kleiber non dirige, suscita il suono -la bacchetta dei grandi interpreti è come quella delle fate che trasformano una zucca in carrozza e un ranocchio in principe- carezza l’orchestra, la tira, la frena, la scava, il corpo snello a prolungare la bacchetta, la mano sinistra ora aperta, ora dolcissima, ora dura come una sferza, le gambe scattanti in passo di danza in saltelli di letizia e in balzi seguiti da ricadute come schianti, la bella faccia aperta in un sorriso rapito”.
Leggendo questo librino di Gina, ho provato la gioiosa impressione della sua presenza; come se la sua anima fosse ancora qui con noi, più vitale e battagliera che mai.  


LENTIUS





Lentius

Lentius, profundius, suavius
era il mantra di Alexander Langer,
il più grande tra gli ecologisti
e non soltanto

Con questo quarto “lancio” di “Lentius”
si conclude la riflessione poetica di Giovanni Bianchi,
ve la offriamo come dono di natale  

Chiudete case e sigla.
La passeggiata di villa Geno
e quella di villa Olmo.

Voglio una città
di sole darsene.
Una villa con giardino
a pelo d'acqua.

Svagato sotto il gazebo
a dichiarare al cocktail 
che rivendico il diritto
d'essere infelice.

Non c’è ermo colle
a Sesto Stalingrado,
non silenzi,
solo la brulla montagnetta  
per celebrare i concerti
di Parco Nord.

Qui rapidi tramonti
e infinite transumanze
e profondissime invidie
amazzonie in bianco e nero
deserti tropicali e siberiani
            diritti nani io respiro
e tutta la brutalità dei liquidi
che ha sommerso i ruderi
delle Acciaierie
e l'imbrunire in scatola
ed anche sfuso
la fuga dei conigli 
il terrore dei runners
l'utile menzogna dei laghetti
e le rondini,
le pazze migratrici africane,
in plotoni allineati
da radura a radura
di tetto in tetto
compatte e fedeli
a secolari ripartenze.

Chi non pensa
è comunque iscritto
all'esercito
del Nuovo Re di Prussia.

Oramai i tempi sono vecchissimi
e smaniosa e barbara la fretta
tra i cornetti alla marmellata
(è zitella la fretta) nel buio
della mattina di dicembre.

Eppure tutto sembra essere rimasto
uguale. Erano anni
che non mettevo piede in quel bar:
solo un po' più zoppo
e anche le nuvole destinate
a morire una alla volta.

L'Africa?
Che ho da spartire io
con l’Africa?

Un piede nella sabbia
e un piede nella neve,
ma tutto a caso, anzi,
a casaccio.

Ragazze colorate di irrealtà
e le curve a gomito
del vivere feriale augurandoti
il gol della domenica
e stampe aquilonari.

Finiti i posti.
Chiusa la ditta.

E per favore smetti di aprire
il frigidaire della democrazia:
è vuoto da vent'anni.

Tutto nasce nell'hinterland,
a raffiche o poco a poco,
come una rubrica di lavori sporchi
con audio originale in sottofondo
e traduzione in primo piano audio.

Il pulitore di pannolini
il mungitore di ragni
l'allevatore di dromedari
il registratore di materiche schifezze.

Forse
hai sbagliato anche tu, Totonno,
questa non è l'epoca del rischio,
ma quella del riciclo.

Non bastano pile di coperte
a scacciare il freddo della memoria
e lumini senza senso.

Giovanni Bianchi





   

venerdì 19 dicembre 2014

MA COS’È QUESTO NATALE?
Questi auguri natalizi dell’artista Anne Delaby ci sono sembrati qualcosa
in più di semplici auguri privati, e perciò li propongo alla riflessione dei lettori.
Ma anche i due testi poetici di Giovanni Bianchi mi sono parsi in sintonia
con l’atmosfera di questo tempo e di questi giorni, e così li lego assieme per una
prima pagina un po’ insolita. La foto con gli auguri è di Livia Corona.   


Con questo mio scritto ti faccio i miei più sentiti Auguri di un Felice Natale
di rinascita e per un nuovo anno ricco di nuovi impulsi.
Girando per le vie del centro a Milano, mi hanno invasa una strana tristezza e un senso di vuoto.
Siamo nell’avvento; nell’avvento di un evento che ha impregnato la nostra cultura nelle sue radici più profonde, e che si sta cercando con tutti i mezzi di occultare! All’inizio di corso Venezia, invece di auguri di Natale c’è una scritta nei luminari: l’unione fa la forza! Sicuro, non fa una piega, ma cosa c’entra con Natale? A parte anonimi illuminazioni, non un accenno al Natale, nemmeno più l’albero… In un'unica boutique, quella di Dolce &Gabbana di cui addirittura occupava un’ intera vetrina, un grande presepe! Un sincero grazie agli stilisti per aver perpetrato la memoria della Nascita del bambino che divenne portatore del Cristo-Logo, a ricordare a noi uomini e donne induriti del XXI secolo di ritrovare un anima da bambino per poter varcare la soglia del paradiso!
Chiesto a dei ragazzi di una scuola superiore: cos’è per te Natale? Le risposte, in ordine: “ boh…; avere dei regali…; momenti in famiglia…; ritrovarci insieme..; mangiare e dormire…!”
Ho dovuto insistere perché alla fine una ragazza dicesse con voce annoiata. “la nascita di Gesù”!
Faccio una domanda alle coscienze, una domanda provocatoria e indignata che si vuole un appello alla coerenza: Perché festeggiate Natale?
Cos’è NATALE e perché ci si fa dei regali? Forse è il caso di ricordarlo, visto che sembra tabù e che se va avanti così tra un po’ di anni sarà non più solo fuori moda ma un reato essere cristiani!
Natale s’innesta, come d’altronde molte tradizioni, su riti antichissimi di iniziazione che avevano luogo proprio nelle notti più buie dell’anno, la nascita del “Sole di Mezzanotte”, nelle Scuole dei Misteri persiani e indiani del culto di Zoroastro, del culto di Mitra, dei Misteri egizi con il culto di Osiride, e in quelli Greci Eleusini. Era infatti noto ai Sacerdoti -allora iniziati!- che durante le  notti più buie dell’anno, e precisamente le 12 notti sante tra Natale e l’Epifania, il mondo spirituale era più vicino all’uomo, come ”se il cielo scendesse sulla terra”, ed  era il periodo più propizio all’iniziazione degli aspiranti discepoli che potevano incontrare il Cristo-Logos tanto nelle vesti di Zoroastro, che di Osiride ecc..
E’ questo periodo che scelse Gesù di Nazareth per nascere in umili vesti, e non in abiti da festa, per ricordarci la Via, la Verità e la Vita che ci riportano alla nostra essenza divina. E così per 3 anni, dal battesimo del Giordano fino alla Crocefissione, si fece da uomo portatore di Dio.
Cristo non appartiene alla chiesa! Cristo non ha portato una religione con dei dogmi, questo lo hanno fattoi romani poi! Egli è il Logos, il Verbo, il Figlio dell’uomo ossia il nostro Sé superiore!
E perché a Natale ci si fa dei regali? Sicuro per ricordare i Re magi che portarono doni per rendere omaggio al regale neonato, o i pastori che anche loro portarono i loro umili doni. Ma perché è un anniversario per ognuno di noi, per ricordare che in queste 12 notti sante -corrispondenti alle 12 gerarchie angeliche e ai 12 segni dello zodiaco- avviene  una rinascita nel cuore degli uomini di buona volontà, nasce il Cristo-Logos. Forse a Natale si diventa più buoni, forse ci sono lampi di consapevolezza che ci ricordano per alcuni istanti l’essenziale, forse le luci nel buio ci ricordano la forze dell’Amore… Questo voleva essere mio Augurio di Natale, di un Natale vissuto con il cuore, e che l’abbondanza sia per tutti!
Un caro saluto e un abbraccio
Anne



Lentius

Lentius, profundius, suavius
era il mantra di Alexander Langer,
il più grande tra gli ecologisti
e non soltanto


Non c'è nulla che basti.
Neanche tornare indietro.
(Portiamo da troppo tempo
troppe maschere.)

Che ne faremo di tutti
questi affamati?
(Me lo chiedevo in sogno.)

Venne nel sogno
un gatto tutto nero
(Paride così non era)
di felinità egizia
dettata al computer
e tu, Sara, come felice
di un'indifferenza beatifica,
fuori da te stessa,
correvi a un tuffo.
(Il sottofondo audio
mandava suoni di ambulanze.)

È tornato il figliol prodigo.
Fa lezione al babbo.

Viaggia lieve e confusa
– eppure analcolica –
la mente per le stanze
e il cuore per divani.
L'è el dì di Mort, alegher !
(Tessa era bravo.)
Fruscia il bosco quando fruscia.
E il barbaro idioma d'oltre Manica
s'è mangiato la dolce lingua di Firenze…

"Questa insensata gara a diventare
il più ricco del cimitero".
"Insomma, stiamo prendendo
la mucca dalla parte delle balle",
sbotta il Bollini già pensoso al liceo Zucchi.


La politica che vorrei

La politica che vorrei
non è una politica di cortile.
La politica che vorrei
è la politica che non c'è.
La politica che vorrei
non è questa politica.
E se mi documentassi
non la ritroverei nei secoli brevi
e neppure in quelli lunghi.
La politica che vorrei
è soltanto la politica che vorrei.
Giovanni Bianchi


                                      


TEATRO
Ricordiamo ai nostri lettori lo spettacolo sul lavoro teatrale del nostro
collaboratore Cesare Vergati

giovedì 18 dicembre 2014


TEATRO
CHIARA PASETTI CONSIGLIA AI NOSTRI LETTORI

Fino al 21 dicembre, presso il Teatro Elfo Puccini (Milano, Corso Buenos Aires 33)
sala Fassbinder

"scende giù per toledo"
di Giuseppe Patroni Griffi
regia di Arturo Cirillo
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
musiche originali Francesco De Melis
con Arturo Cirillo
luci Mauro Marasà
produzione MARCHE TEATRO -Teatro Stabile Pubblico e Fondazione Napoli Teatro Festival
lo spettacolo è adatto esclusivamente ad un pubblico adulto

• Orari: mar-sab 21:00 / dom 16:00
• Durata: 90’ senza intervallo
Prezzi: intero € 30.50 / martedì posto unico € 20 / ridotto <25 anni - >65 anni € 16 / scuole € 12 / sostenitore € 40.50

Cirillo in una foto di scena
Il poliedrico, camaleontico e talentuoso regista e attore Arturo Cirillo (Castellammare di Stabbia, 1968), già vincitore di due Premi Ubu come miglior regia nel 2004 e come miglior attore non protagonista nel 2006, e di molti altri prestigiosi riconoscimenti, porta ora a Milano al Teatro Elfo Puccini fino a domenica la storia di Rosalinda Sprint, protagonista del romanzo del 1975 Scende giù per Toledo di Giuseppe Patroni Griffi.
Dalla scheda dello spettacolo:
«Scende giù per Toledo e va di fretta Rosalinda Sprint, è in ritardo col sarto e deve andare da Marlene Dietrich. Fra mezz’ora e quella non aspetta. Colpa della Camomilla Schulz….».
Così inizia una delle più travolgenti invenzioni letterarie, la storia di un travestito napoletano, emblema della stravaganza e fragilità di una città e dei suo mutanti abitanti. In una scrittura che Natalia Ginzburg ha definito dello stile della «natura dell'acqua, uno stile nuotato che consente di spendersi nei confronti di un personaggio, ora con ironia e ora con pietà, spostandosi a nuoto e leggermente tra l’uno e l’altro»..
Tra straniamento ed immedesimazione si disegna il personaggio di Rosalinda Sprint, «una figura maldestramente ritagliata nella carta, le forbici si sono mangiate parte del bordo intorno intorno, n’è scappata fuori una silhouette in scala ridotta» come dice l’autore. Una scrittura, quella di Patroni Griffi, tutta musicale, fisica, continuamente mobile tra la prima e la terza persona. Un flusso di parole che diventano carne, e spesso danza. Un tango disperato, un folleggiare sul baratro, un urlare per non morire.
Sorella immaginaria, e precorritrice della Jennifer di Ruccello (interpretata da Cirillo nel 2006, Le cinque rose di Jennifer) e di molti personaggi di Moscato, la Sprint attraversa gli umori, i suoni della città di Napoli, qui più che mai diventata luogo metafisico, invenzione di un posto che non c’è.


Chiara Pasetti ha incontrato Arturo Cirillo all’Elfo dopo la prima dello spettacolo: presto sulle pagine di Odissea il risultato della sua chiacchierata con lo straordinario protagonista di Scende giù per Toledo.

lunedì 15 dicembre 2014

Esplorando la California, e le sue due maggiori università:
Berkeley e Stanford
di Michela Beatrice Ferri
Michela Beatrice Ferri
Esplorando la California, e le sue due maggiori università:
Berkeley e Stanford
di Michela Beatrice Ferri

Berkeley. Mio padre si recò in California per fare visita al nostro cugino “americano”, lo zio Bruno Giordano Ferri, nel Maggio del 1981. Un trentaduenne della bassa bergamasca partiva per la California verso i primi di Maggio nei primissimi anni Ottanta: la destinazione era Cupertino, dove lo zio aveva scelto di abitare. Di quel viaggio mio padre conserva immagini fotografiche uniche, una bandiera della California che né io né mia sorella abbiamo mai aperto, e ricordi che stanno chiusi nella sua memoria. Nel 2012 mio marito, dopo un viaggio di lavoro a Philadelphia, si reca sempre per lavoro a San Josè per seguire una conferenza sull’informatica: pensai ad una coincidenza, pensai, a dire il vero, che i trentaduenni della mia famiglia sono destinati, perché trentaduenni, a vedere la California. Fino a quest’anno io, invece, rimasi prettamente “newyorkese”: proprio nella Grande Mela avevo svolto la mia prima esperienza lavorativa all’estero.
Nel 2014 ho conosciuto, finalmente, la California, abitandovi per ben due volte a distanza di sei mesi. Ironia della sorte: la mia ricerca accademica sulla storia della divulgazione della fenomenologia in Nord America parte da New York e si conclude proprio in California, tra Stanford e Berkeley per poi fare tappa a Los Angeles. Ricordo ancora che volli parlare di questa curiosa coincidenza anzitutto al professor Gabriele Scaramuzza.
Immaginate lo stupore di una giovane cresciuta imparando a memoria (ed ero ancora alle scuole elementari, ci tengo a precisare) i nomi delle località della California, del nord e del sud. Lo zio americano aveva vissuto proprio in quei luoghi in cui stavolta sarebbe toccato a me soggiornare per due volte tra il Marzo e l’Ottobre: quei luoghi della Santa Clara County, tra la Bay Area e la Silicon Valley. Così sono partita, trentenne, avanti sui tempi della famiglia, ed in compagnia di mio marito che stavolta dovette lavorare proprio in Silicon Valley.


Quest’area della California ospita le due grandi università di Stanford e di Berkeley. Della seconda ho già parlato nel mio testo intitolato “Berkeley e il Free Speech Movement”. Voglio ricordare che Berkeley è la più antica tra le dieci università della California. Qui nacque la Berkeley Software Distribution. Alcuni suoi scienziati inventarono il ciclotrone. Altri isolarono il virus della poliomielite. Qui avvenne la scoperta di alcuni elementi tra cui il Berkelio e il Californio. Ben 61 vincitori del Premio Nobel sono legati a questo ateneo.


L’altra importante università è Stanford. Il vero nome della Stanford University -che sorge nel territorio adiacente a Palo Alto- è “Leland Stanford Junior University”. Considerato anch’esso uno dei più importanti atenei a livello mondiale, aprì le porte a tutti gli effetti nel 1891. I benefattori, Jane e Leland Stanford, vollero dedicare questa università al loro figliolo, Leland Junior (14 maggio 1868, 13 marzo 1884), morto di tifo a Firenze. Nell’ambito degli studi filosofici, Stanford è nota anche per la famosa Stanford Encyclopedia of Philosophy, disponibile online. Quest’anno la celebre medaglia “Fields” -il più prestigioso premio per gli studi della matematica- è stato conferito a Maryam Mirzakhani, docente alla Stanford University. Non si deve dimenticare, inoltre, che proprio ex studenti di Stanford hanno creato società di informatica quali Apple, Google, Hewlett-Packard ed altre ancora ormai note. Mi preme, inoltre, indicare che presso l’“Hoover Institution on War, Revolution, and Peace” -che sorge all’ombra della torre del campus- sono conservate nella raccolta degli “Eric Voegelin Papers” le lettere che il rappresentante della sociologia fenomenologica -già allievo e poi amico di Edmund Husserl- Alfred Schutz, scambiò con l’amico politologo Eric Voegelin. Immaginate quale emozione si provi visitando questi due atenei, dopo anni di ricerca, sulle orme delgli autori del movimento fenomenologico, dopo che i propri studi sono cominciati dal Greco antico e dal Latino, dall’analisi grammaticale della nostra lingua, da Talete e dai primi fisici.



venerdì 12 dicembre 2014


PD E SOUBRETTE

RIMA DISDICEVOLE?

La “SINISTRA” del 25 nov. non ha -imprevedibilmente- 
suscitato reazioni (nessun insulto equivale a nessun virgulto).
Una gentile e assidua lettrice mi ha rimproverato per le
“renziane belle” che trovan lavoro atteggiandosi 
“un pochino a puttanelle”.  Mi batto il petto e apro
SPORTELLO PER CERCALAVORO
                          *
Per quali meriti finiscon sui giornali?
Opere, studi o doti naturali?
Se la mamma lei Bona fè
trova lavoro contando fino a tre.

Se pare fior gentile in messo ai toschi
maschera col sorriso affari loschi.
Decisamente offusca il belvedere
se fa riforme col bancarottiere.

Invece dell’abbraccio con Verdini
meglio sarebbe stato far... puntini.
Ci son le foto con la castadiva
che del misfatto ride, oca giuliva.

A far vana fatica agli sportelli
di rado son renzian giovani e belli
nel far le nomine pescati a piene mani
fra quei che di natali son toscani.

Per le Europee al colmo delle liste (5 su 5)
nessuna era men che velinista.
Veneti o belgi siano ambìti tetti
a tutta birra corre la Moretti

e le primarie si fan nelle boscaglie.
Più che il cervello si misuran taglie.
Con Renzi le B.B. sono ingrassate
purtroppo, come BBB certificate.

È stata una giuria americana
(il fascin non subì della sottana).
Il tempo non passava a tesser tela
la “bella” deputata MICAELA.

Di certo non appar penelopea
magari è di natal partenopea.
Responsabile del PD per il welfare
a Roma lei si diè molto da fare.

E se “carmina non dant panem”
“CARMINATI OFFERT SALAMEM”
Fanno carriera nel PIDI carine;
politica mal fanno le bruttine?
Scenda o s’accorci l’orlo della gonna
prevale di Chanel profum di donna.


Luigi Caroli
ODISSEA E LA VISIONE URBANA                                                                                         Le risposte di Gabriele Scaramuzza     
                                                                                       
   
1.È opinione comune che a Milano, come del resto in molte città italiane grandi e piccole, a partire dagli anni Settanta del Novecento, sono stati realizzati una serie di manufatti urbani ibridi piuttosto discutibili, ed inseriti in contesti non pertinenti o assolutamente dissonanti. Mi riferisco in particolare alle “capannette scheletriche” realizzate da Gae Aulenti in Piazzale Cadorna, che dovrebbero dare l’idea di un Foro, ma che quasi nessuno capisce il senso e la funzione; ai tubi attorcigliati dello svedese Claes Oldenburg nello stesso luogo, e che non si capisce che ci facciano in un luogo come quello, a pochi passi dal Castello Sforzesco. Qual è la sua opinione in merito? 

Scaramuzza. Condivido il dissenso circa l’operato di Gae Aulenti p.za Cadorna; i tubi attorcigliati sono però l’unica cosa che mi piace, simbolo plausibile del filo e dell’ago, simbolo della moda dunque.    

2.Definito da più parti particolarmente invasivo rispetto al piccolo slargo che lo contiene (di per sé alquanto armonico), il monumento alla memoria dell’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini di Aldo Rossi in via Croce Rossa (fermata Montenapoleone della Metropolitana Gialla linea 3), appare in effetti completamente decontestualizzato e dissonante, tanto che il giornale “Odissea” ne ha suggerito la rimozione per rimontarlo in un contesto più coerente, e di creare al suo posto un’aiuola fiorita da affidare alle cure dell’Emporio Armani che si affaccia sulla piazzetta. Come giudica lei quest’idea?

Scaramuzza. Già, anche a me non piacciono il monumento a Pertini e la sua collocazione attuale. Condivido il suggerimento di “Odissea”.

3.L’architetto e urbanista Jacopo Gardella in un lungo e documentato saggio pubblicato di recente su “Odissea” nella Rubrica “La Carboneria” (www.libertariam.blogspot.it), accusa principalmente amministratori pubblici e istituzioni, di quella che lui chiama “una mancata idea di città”. L’assenza di regole certe e buone per un sano governo del territorio e la sua progettualità (che da amministratori e istituzioni dovrebbero derivare), ha prodotto il caos urbano, le speculazioni e le incoerenti e dannose realizzazioni che oggi ci ritroviamo sotto gli occhi. “Colpevoli i politici e gli amministratori pubblici, ma altrettanto colpevoli i committenti ed i finanziatori privati” scrive Gardella. E come dargli torto? Se si guarda a quello che è successo sui terreni dell’ex Fiera Campionaria con“City Life”, sull’area di Porta Garibaldi, ecc., si rimane sconcertati. Questo delirio di grattacieli incoerenti, storti e storpi, spuntati dal nulla e senza uno straccio di progettualità complessiva, rende quei luoghi artificiali, privi di anima. Ci si è illusi che un supermercato (seppure bello vasto) interrato sotto Piazza Gae Aulenti, bastasse ad animare il luogo. È vero, i grattacieli funzionano come una calamita visiva attirando l’attenzione di chi transita da quelle parti, ma appaiono come corpi separati, luoghi blindati; mentre la Stazione ferroviaria, vale a dire il nodo strategico dell’area, ha perso ogni centralità, è divenuta marginale. Lei che opinione se ne è fatta?

Scaramuzza. Condivido le opinioni di Jacopo Gardella, e sono d’accordo con quanto aggiunto da “Odissea”.

4. Se dovesse eliminare uno dei tanti controversi manufatti presenti in città, quale eliminerebbe subito e perché?  

Scaramuzza. Se ne dovessi scegliere simbolicamente uno solo, direi il monumento a Montanelli all’ingresso dei Giardini Pubblici; ma ne esistono tanti altri (ad es. le costruzioni per l’Expo davanti al Castello).



ODISSEA E LA VISIONENE URBANA
L’indignazione di un poeta sullo scempio urbano


Ogni qual volta mi è stato possibile parlare di architettura con i miei amici, il mio sdegno per Milano mi ha fatto soffrire: io amo Milano. Dagli anni ’50 in poi la ricostruzione dell’intero Paese ha avuto incredibilmente efficacia anche nei piccoli centri urbani. Bellezza e prosperità. Ma dagli anni ’70 in poi un virus politico Chiamato C.A.F. (Craxi Andreotti Forlani) ha infettato tutta la nostra politica sino a creare una Babilonia Generale. Neanche Milano si è salvata, nonostante il potente “Corriere della Sera” che ha fatto e fa “il bel tempo e anche il cattivo”; purtroppo la città ha tollerato lo scempio urbano di Milano. I politicanti che hanno governato l’Italia e Milano, di qualsiasi partito, non sono stati Statisti come coloro che hanno scritto la COSTITUZIONE ITALIANA, ma degli affaristi di ogni risma. A me sembra che Milano abbia la vocazione all’orrendo: basta dare le spalle a Palazzo Marino e guardare cosa hanno fatto alla Scala nell’ultima ristrutturazione. Le bruttezze di quei grattaminchia nei pressi della stazione Garibaldi spiegano tutto. Cari amici di Odissea: io non mi rassegno ma non è facile andare avanti. 

Calogero Di Giuseppe

giovedì 11 dicembre 2014

CAGLIARI MANIFESTAZIONE IL 13 DICEMBRE


Manifestazione sabato 13 dicembre, Cagliari ore 10 concentramento in piazza Darsena (fronte palazzo Enel, via Roma lato mare) Prosegue la mobilitazione del 13 settembre a Capo Frasca
PER:
*liberare la Sardegna dall’occupazione militare
*bandire le esercitazioni militari
*chiudere le basi della guerra
*bonificare le aree contaminate, usate da oltre mezzo secolo come pattumiera bellica
          
Comitato Gettiamo le Basi, informazioni



1) In allegato riepilogo della questione Cagliari “porto militare a rischio nucleare” come da classifica governativa vigente. Il doc risale al 2005, è stato riproposto quasi invariato nel corso degli anni data la stazionarietà della situazione. Unica novità: alcune interrogazioni al sindaco Zedda, non sappiamo se e quali risposte abbia dato il primo cittadino.

2) 15 dicembre, presidio mensile N° 37 alla sede della Rappresentanza del Governo -ore 10 Piazza Carmine (CA) - per esigere cge il Governo assuma le sue responsabilità, l’obbligo di porre fine e riparo al disastro ambientale e sanitario causato dalle devastanti attività militari, adotti con urgenza le misure sintetizzate nello slogan portante dei sit in mensili, l’acronimo
  SERRAI (CHIUDERE)
Sospensione delle attività dei poligoni dove si sono registrate le patologie di guerra;
Evacuazione dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Teulada, Decimo-Capo Frasca Quirra    
Ripristino ambientale, bonifica seria e credibile delle aree contaminate a terra e a mare
Risarcimento alle famiglie degli uccisi, ai malati, agli esposti, Risarcimento al popolo sardo del danno inferto all’isola.
Annichilimento, ripudio della guerra e delle sue basi illegalmente concentrate in Sardegna in misura iniqua
Impiego delle risorse a fini di pace.





Cagliari porto militare a rischio nucleare
La farsa infinita: i pinocchi, i ghiri, le allodole

                                 
Febbraio 2000, “il manifesto” dà notizia che 11 città italiane, all’insaputa del Parlamento e della cittadinanza, sono classificate “porto a rischio nucleare”, condannate ad accogliere unità militari straniere a propulsione e armamento atomico. Cagliari è tra queste (la nuclearizzazione di La Maddalena è nota da decenni). Conferma il Governo incalzato da parlamentari di tutti gli schieramenti politici e dalle città/regioni coinvolte (i parlamentari sardi, come sempre, tacciono, tace la Regione Sardegna e tace il Comune). Conferma il Prefetto di Cagliari incalzato dalle richieste di associazioni di base di rendere noto il Piano di Emergenza nucleare come impone la normativa europea recepita con il dl 230/1990.
Gettiamo le Basi si avventura nell’impresa di scuotere dal letargo classe politica e istituzioni. Ottiene un risultato.
Giugno, il sindaco Delogu (oggi senatore del PDL), riferisce in aula la “rassicurante” conferma del Prefetto: Cagliari è porto nucleare, però le unità nucleari non sostano in molo ma in rada. Sapere che i mostri atomici transitano e sostano a distanza di un centinaio di metri dal molo tranquillizza pienamente Sindaco e Consiglio. Nessuno si pone il problema, rimarcato peraltro dalle autorità militari, che la sosta in banchine dotate di fonti di elettricità comporta lo spegnimento del reattore mentre invece la sosta in rada avviene a reattore nucleare acceso, quindi in condizioni di peggiore insicurezza. Azzerate le già scarse preoccupazioni e la curiosità superficiale del Comune, cala il silenzio sull'inquietante presenza delle centrali atomiche galleggianti delle forze armate straniere. 
Dicembre, inchiesta dell’Unione Sarda (19,20/12): il Prefetto conferma di nuovo, la Marina Militare smentisce il Prefetto.

Gennaio 2001. In risposta alla nuova ondata di lettere promossa da Gettiamo le Basi per richiedere, ai sensi di legge, il Piano di Emergenza e Protezione Civile contro il rischio nucleare, il Prefetto smente la Marina  e ammette le negligenze: "Il piano di Emergenza in parola è in fase di totale riesame ed aggiornamento (...) Successivamente al completamento dell'iter di approvazione si procederà ad enucleare le notizie da comunicare alla popolazione civile potenzialmente interessata da emergenza radiologica";
Ottobre, cambio dei ruoli e inversione delle parti: il Prefetto smentisce se stesso, nega che il porto militare di Cagliari sia a rischio nucleare. Il Comando della Marina militare  si auto-smentisce  e smentiscee il Prefetto, informa che Cagliari è interessata da un Piano Miliare di Emergenza per la sosta di unità navali a propulsione nucleare (Videolina  "Rapporto S" ottobre/novembre).
Nel cronico letargo delle istituzioni e delle forze politiche la lotta dal basso per denuclearizzare Cagliari va avanti, s’intreccia alla lotta contro la base atomica Usa di La Maddalena e alla lotta delle altre città classificate “porto militare a rischio nucleare”.
Febbraio 2005. In tutta Italia parte una nuova ondata di richieste ai Prefetti delle 11 città nuclearizzate dalle Forze Armate. 
Aprile. I Prefetti della penisola rispondono con la “fotocopia” della nota del gennaio 2001 rilasciata dai Prefetti di Cagliari e Sassari (competente per La Maddalena). Il Prefetto di Cagliari invece si mantiene alla versione dell’autunno 2001 e scrive: “Si ribadisce che l'esclusione dalla rada di Cagliari di punti di approdo impiegabili per la sosta di unità a propulsione nucleare, è attuale e, conseguentemente, non sussiste la necessità di alcuna pianificazione di emergenza” (21-4-05).
Maggio. Incalzato dalle lotte del popolo sardo il Prefetto di Sassari rende pubblico il Piano di Emergenza nucleare per le popolazioni coinvolte dalla base atomica Usa di La Maddalena. Il Piano, incredibilmente messo in vendita al “modico” prezzo di € 36, è subito ribattezzato “il libro delle barzellette” e respinto con indignazione al mittente da Comuni e Province di Sassari e Gallura.
Sapere che non esiste piano che tenga di fronte al rischio atomico non scuote Cagliari e tantomeno i big politici sardi dal loro letargo.
Giugno. In risposta all’interrogazione del deputato Mauro Bulgarelli (non sardo e allora non eletto in Sardegna) il Ministro smentisce il Prefetto  di Cagliari, ribadisce le affermazioni rese al Parlamento nel 2000: Cagliari è porto militare a rischio nucleare. Il Prefetto accetta la smentita, si auto-smentisce e scarica sulla Marina la responsabilità del “disguido informativo”.
Agosto, Prefetto, Marina e Ministro compiono il miracolo di far coincidere le loro contraddittorie “verità”.
La verità unificata ripropone la versione prefettizia iniziale: è vero che Cagliari è porto nucleare, però, momentaneamente, dal 2005 al 2006, non può ospitare i gioielli militari atomici per “ragioni logistico-operative”; il Piano di tutela della cittadinanza, come la tela di Penelope, è in fase di completamento; la sosta è prevista in un punto segreto lontano dal molo e dalle rotte commerciali. Poco importa se nel golfo non esiste un punto “protetto” lontano dalle rotte civili, poco importa se la sosta in rada con il reattore in funzione comporta rischi maggiori di contaminazione e incidenti. Nessuno coglie le inquietanti implicazioni delle “spiegazioni” delle Autorità competenti: se è vero che le unità militari a propulsione e armamento atomico, limitatamente al periodo 2005-06,  non entreranno né in porto né in rada perché mancano le strutture logistico-operative, ne consegue che sono in atto o sono previsti gli interventi per dotare Cagliari delle strutture adeguate ad “assolvere gli obblighi che derivano da accordi internazionali”. Un mini pezzetto di classe politica entrato in scena all’ultima con gran battage mediatico amplifica le “rassicurazioni”, inneggia al clima di cordialità, “rispetto per la popolazione e le istituzioni democratiche” denotato dai vertici militari e invita la popolazione a stare buona. 2011… tutto tace sul fronte del porto turistico-nucleare.

Comitato sardo “Gettiamo le basi”

mercoledì 10 dicembre 2014


ODISSEA E LA VISIONE URBANA
Continua il dibattito aperto da “Odissea”
con il questionario-intervista, ospitando
l’intervento di Pier Luigi Amietta  

Casermoni urbani a Milano
1. È opinione comune che a Milano, come del resto in molte città italiane grandi e piccole, a partire dagli anni Settanta del Novecento, sono stati realizzati una serie di manufatti urbani ibridi piuttosto discutibili, ed inseriti in contesti non pertinenti o assolutamente dissonanti. Mi riferisco in particolare alle “capannette scheletriche” realizzate da Gae Aulenti in Piazzale Cadorna, che dovrebbero dare l’idea di un Foro, ma che quasi nessuno capisce il senso e la funzione; ai tubi attorcigliati dello svedese Claes Oldenburg nello stesso luogo, e che non si capisce che ci facciano in un luogo come quello, a pochi passi dal Castello Sforzesco. Qual è la sua opinione in merito?

R. –Non posso rispondere come urbanista né come architetto, ciò che non sono, ma solo come “amante”, nel senso letterale del termine, di questa città, dove sono nato.  Nel volgere di quindici lustri, l’ho vista prima rinascere dalle macerie della guerra, poi espandersi in periferie anonime a tal punto da deprimere ogni tentativo di amorevole conservazione (e tali dunque, se non da incoraggiarne, certo da non scoraggiarne il degrado). Oggi, ma non da oggi, vedo quei “manufatti urbani” soltanto come pretenziosi conati pseudo-creativi -affidati quasi sempre ad architetti oltremarini od oltremontani, sempre più costosi che talentosi- che non costituiscono più soltanto stravaganze, frutto di sporadici esercizi architettonici ai margini del tessuto urbanistico della città, ma che si insediano con arroganza nel bel mezzo del centro storico urbano. L’aggettivo “ibridi” rende perfettamente, ma eufemisticamente, l’idea del problema e i casi citati ne esemplificano ineccepibilmente la mortificante realtà: una realtà che incastra in un contesto di antica palese armonia una moderna ermetica allegoria; che mostra, in tutta la forza etimologica del termine, l’ignoranza delle ragioni storiche che avevano dato vita a palazzi o mantenuto in vita per secoli vie e piazze, accanto ai quali o nelle quali essi conficcano i loro edifici tronfi e falsamente monumentali.

2.Definito da più parti particolarmente invasivo rispetto al piccolo slargo che lo contiene (di per sé alquanto armonico), il monumento alla memoria dell’ex presidente della Repubblica Sandro Pertini di Aldo Rossi in via Croce Rossa (fermata Montenapoleone della Metropolitana Gialla linea 3), appare in effetti completamente decontestualizzato e dissonante, tanto che il giornale “Odissea” ne ha suggerito la rimozione per rimontarlo in un contesto più coerente, e di creare al suo posto un’aiuola fiorita da affidare alle cure dell’Emporio Armani che si affaccia sulla piazzetta. Come giudica lei quest’idea?

R. -Premesso che al “monumento a Pertini” si potrebbe dare qualsiasi significato tranne che onorifico, è fin troppo evidente che esso costituisce un ottuso “tappo” che ottura la Via Croce Rossa, ostruisce il passaggio tra alcune delle più signorili vie milanesi – Via Manzoni e Via Monte di Pietà, e impedisce la visuale di Via Borgonuovo, chiamata un tempo non casualmente “Contrada dei nobili”. Non posso condividere l’idea di collocarlo in “un contesto più coerente”, perché non riesco a immaginarlo, nemmeno in una discarica cui sottrarrebbe metri cubi di spazio prezioso per la spazzatura; posso soltanto auspicarne lo smantellamento, il più prossimo e il più completo possibile.

3.L’architetto e urbanista Jacopo Gardella in un lungo e documentato saggio pubblicato di recente su “Odissea” nella Rubrica “La Carboneria” (www.libertariam.blogspot.it), accusa principalmente amministratori pubblici e istituzioni, di quella che lui chiama “una mancata idea di città”. L’assenza di regole certe e buone per un sano governo del territorio e la sua progettualità (che da amministratori e istituzioni dovrebbero derivare), ha prodotto il caos urbano, le speculazioni e le incoerenti e dannose realizzazioni che oggi ci ritroviamo sotto gli occhi. “Colpevoli i politici e gli amministratori pubblici, ma altrettanto colpevoli i committenti ed i finanziatori privati” scrive Gardella. E come dargli torto? Se si guarda a quello che è successo sui terreni dell’ex Fiera Campionaria con“City Life”, sull’area di Porta Garibaldi, ecc., si rimane sconcertati. Questo delirio di grattacieli incoerenti, storti e storpi, spuntati dal nulla e senza uno straccio di progettualità complessiva, rende quei luoghi artificiali, privi di anima. Ci si è illusi che un supermercato (seppure bello vasto) interrato sotto Piazza Gae Aulenti, bastasse ad animare il luogo. È vero, i grattacieli funzionano come una calamita visiva attirando l’attenzione di chi transita da quelle parti, ma appaiono come corpi separati, luoghi blindati; mentre la Stazione ferroviaria, vale a dire il nodo strategico dell’area, ha perso ogni centralità, è divenuta marginale. Lei che opinione se ne è fatta?

R. -Esattamente uguale a quella di Jacopo Gardella. Quell’ammasso incoerente di vetro e di cemento, cominciato con il nuovo Palazzo della Regione, afferma un’idea arrogante di “nuova Milano”, riuscendo solo a brutalizzare la vecchia, restando chiuso in se stesso con gelida tracotanza e ignorando del tutto lo spazio circostante, verso il quale non tende e non comunica. Altro che “City Life”.

4. Se dovesse eliminare uno dei tanti controversi manufatti presenti in città, quale eliminerebbe subito e perché?

R. –Comincerei dal monumento a Pertini, per le ragioni già dette. Subito dopo verrebbero quelli già da indicati con la prima domanda: la “tettoia” di Gae Aulenti di Piazza Cadorna e “la Guggia” di Oldenburg, compreso quella specie di enorme bidet per comunità disinibite che lo affianca e che dev’essere stato giudicato splendido -non c’è limite all’imbecillità-  visto che è stato copiato anche dal nuovo Palazzo della Regione, sul lato Via Galvani prospiciente Viale Restelli. L’elenco degli altri sarebbe, ahimè, ormai troppo lungo.

  
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