UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 23 luglio 2015

Congresso USA: salvate la terra sacra degli Apache


Due senatori americani vogliono svendere una terra sacra degli indiani Apache a una multinazionale per farci una miniera. Ma i capi della tribù si stanno ribellando e hanno ottenuto un incontro con il Congresso a Washington per fermare il progetto: facciamo capire che in tutto il mondo stiamo dalla loro parte: FIRMA ORA

Cari avaaziani,
il Governo americano sta svendendo a una multinazionale una delle terre più sacre degli Apache, l’equivalente del nostro Monte Sinai, per farci una miniera! Ma i capi della tribù, infuriati, sono riusciti ad ottenere un incontro a Washington per bloccare il progetto e noi possiamo aiutarli.
Su una terra sacra per i cristiani, i musulmani o gli ebrei tutto questo non succederebbe. Per secoli i nostri governi, incluso quello italiano, hanno abusato delle popolazioni indigene dei paesi colonizzati. Ma ora gli Apache si stanno ribellando e la protesta sta funzionando, tanto che il Congresso sta discutendo se bloccare lo scavo della miniera. L’incontro decisivo tra gli Apache e i membri del Congresso americano avverrà tra poche ore e con una mobilitazione globale possiamo mostrare che il mondo sta dalla loro parte, e mandare un messaggio a tutti i governi: il colonialismo è finito, le terre e la cultura delle popolazioni indigene non sono in vendita. Firma ora:

https://secure.avaaz.org/it/stand_with_the_apache_global_loc_dn/?bhvKTcb&v=62211
Gli Apache che vivono nella riserva di San Carlos da secoli svolgono le loro cerimonie sacre nella terra di Oak Flat. Corrisponde a quello che per cristiani, musulmani e ebrei è il Monte Sinai. Per questo 60 anni fa è stata dichiarata area protetta, e i tentativi di aprire delle miniere sono sempre falliti. Fino a quando due senatori dell’Arizona, con forti legami finanziari con le imprese minerarie, hanno infilato una autorizzazione di nascosto e all’ultimo minuto in una legge che non c’entrava niente, sulle spese militari. La multinazionale che scaverebbe la miniera dice che porterà posti di lavoro ma i politici locali rispondono che non sarebbero per la comunità che abita in quelle terre, e che il costo ambientale e sociale sarebbe altissimo. Aiutiamo gli Apache che stanno lottando per salvare questa terra sacra. Firma ora e condividi con tutti:
https://secure.avaaz.org/it/stand_with_the_apache_global_loc_dn/?bhvKTcb&v=62211
Dagli indigeni dell’Amazzonia ai Masai della Tanzania, fino all’Italia, al fianco dei movimenti per le Apuane, da sempre sosteniamo le comunità locali nella difesa del loro patrimonio culturale e naturalistico. Ora possiamo far rispettare al governo degli Stati Uniti i diritti del popolo Apache che vuole continuare come da innumerevoli generazioni a proteggere questa terra.
Con speranza e determinazione
Nick Kinbrel
 Joseph, Rewan, Alex, Emma e tutto il team di Avaaz

Maggiori informazioni (NB: nessun media italiano ha riportato la notizia, motivo in più per diffondere questa campagna)

Svendendo la terra sacra degli Apache (New York Times)
http://www.nytimes.com/2015/05/29/opinion/selling-off-apache-holy-land.html

Terza settimana di proteste contro il progetto di scavi a Superior (Arizona Daily Star)
http://tucson.com/news/state-and-regional/tribe-s-protest-of-mine-plan-near-superior-is-in/article_f551fab1-853b-5826-9037-9ddb3739e5fc.html

Gli Apache e la privatizzazione della loro terra sacra (Arizona Daily Star)
http://tucson.com/news/apache-tribe-distressed-by-privatization-of-sacred-land/article_c8f9f32c-80c0-11e4-a781-a7334409bcc3.html
Salviamo Oak Flat
http://www.apache-stronghold.com
Si riaccende la protesta contro la miniera di rame di Superior (AZ Central)
http://www.azcentral.com/story/news/arizona/politics/2015/06/17/superior-copper-mine-congress-bill-stop/28894741/

885.776 persone hanno firmato. Arriviamo a 1.000.000

 FIRMA LA PETIZIONE

Ai membri del Congresso degli Stati Uniti e al Segretario degli Interni Sally Jewell:

In quanto cittadini di tutto il mondo riteniamo che la clausola inserita nel National Defense Authorization Act, che apre allo sfruttamento minerario della National Forest in Arizona, terra sacra degli Apache di San Carlos, sia uno scandalo e che sia probabilmente collegato al sostegno elettorale dato dall'industria mineraria. In quanto firmatari di questa petizione chiediamo che questa clausola sia immediatamente cancellata o emendata e che vengano formulate delle scuse ufficiali alla popolazione Apache il cui patrimonio culturale è stato messo in vendita.

martedì 21 luglio 2015

UN PIANETA IN PASTO ALLE MULTINAZIONALI
"EXPO: NUTRIRE IL PIANETA O LE MULTINAZIONALI?"
di Vittorio Agnoletto

Vittorio Agnoletto
Pubblichiamo l’intervento di Vittorio Agnoletto al Convegno Internazionale tenutosi a Milanoil 26 e il 27 di giugno scorso, sotto il titolo “Expo: nutrire il pianeta o le multinazionali?” Segnaliamo gli scritti precedenti di Emilio Molinari, Gianni Barbaceto, Basilio Rizzo.

Un sant'uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l'Inferno». Dio condusse il sant'uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all'interno. C'era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant'uomo sentì l'acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall'aspetto livido malato. Avevano tutti l'aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po', ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant'uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze.
Dio disse: "Hai appena visto l'Inferno".
Dio e l'uomo si diressero verso la seconda porta.
Dio l'aprì. La scena che l'uomo vide era identica alla precedente.
C'era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l'acquolina.
Le persone intorno alla tavola avevano anch'esse i cucchiai dai lunghi manici.
Questa volta, però, erano ben nutrite, felici conversavano tra di loro sorridendo. Il sant'uomo disse a Dio: «Non capisco!»
“È semplice”, rispose Dio, “essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé stessi, ma permette di nutrire il proprio vicino. Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell'altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi... Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura, La differenza la portiamo dentro di noi! Mi permetto di aggiungere: "Sulla terra c'è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l'ingordigia di pochi. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo".
Mahatma Gandhi
Gandhi
Ho scelto di iniziare con questo testo perché credo che rappresenti proprio il dramma che vive il pianeta in questo momento, abbiamo cibo per sfamare tutti e abbiamo quasi un miliardo di affamati. Qual è la situazione nella quale si svolge tutto quello che abbiamo ascoltato fino ad ora? Abbiamo già avuto modo di analizzare qual è e come si è modificata la distribuzione della ricchezza nel pianeta.


Nel 2001 a Porto Alegre e a Genova noi contestavamo un mondo dove il 20% della popolazione controllava l’80% della ricchezza. Sono passati 14 anni e i dati forniti da Credit Suisse, una banca che di economia e finanza legale e non solo se ne intende, fotografano questa situazione: lo 0,7% della popolazione controlla il 44% della ricchezza, e se osserviamo le due fasce più ricche della popolazione scopriamo che l’8,6 controlla l’85,3% della ricchezza del pianeta. Ma la cosa più sconvolgente è che il 70% della popolazione possiede meno del 3% della ricchezza mondiale. Ecco perché abbiamo ragione quando con gli indignados diciamo che siamo il 999 x mille. Allora che allora appare chiaro chi si sta confrontando in questi giorni in Grecia: da una parte i poteri economici/finanziari, dall’altra parte un popolo trasformato in una massa sempre più impoverita. È sufficiente rivedere velocemente questa diapositiva per comprendere qual è la concentrazione attuale del potere economico/finanziario nel mondo: questa diapositiva illustra come è cambiato il mondo bancario in vent’anni negli Stati Uniti, per strada vediamo ancora tutte i nomi delle banche qui rappresentate, ma alla fine come potete vedere afferiscono solo a quattro grandi gruppi.


LA CONCENTRAZIONE DELLE BANCHE NEGLI USA
Vediamo ora cosa accade nel campo del cibo. Vediamo chi sono “I padroni del nostro cibo”. 


Anche qui la situazione non è diversa, una decina di grandi gruppi controllano completamente il mercato. Ad ognuno di questi gruppi afferiscono decine di loghi diversi, ognuno di noi quando va a fare la spesa si illude di poter scegliere, ma alla fine chi ci guadagna sono sempre loro, “i soliti noti”. Potete vedere ad esempio che l’acqua di Expo, la S.Pellegrino è una controllata Nestlè . Queste multinazionali controllano il cibo e lo trasformano anche in prodotto finanziario: nel 2003 il mercato dei futures sui generi alimentari era stimato intorno ai 13 miliardi di dollari, cinque anni dopo, durante la crisi, divenne 20 volte più elevato; il 50 % di questo aumento, secondo fonti non ufficiali, era dovuto ad investitori riconducibili più o meno direttamente a Wall Street. Per ricostruire il potere delle multinazionali durante tutta le filiera della produzione del cibo ci facciamo aiutare dalle diapositive di un utilissimo lavoro di ricerca svolto da Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Francuccio Gesualdi, che in gioventù fu allievo di don Milani alla scuola di Barbiana.
La diapositiva precedente illustrava chi controlla il mercato finale le merci. Questa diapositiva illustra chi controlla la filiera della produzione mondiale dai campi, dai semi alla nostra tavola. Come potete vedere ci sono tutte le sigle delle grandi multinazionali: Syngenta, Du Pont; Baer; Cargill, Barilla, Nestlè, Ferrero ecc.


Per forzare la produzione dei terreni l’agricoltura industrializzata ricorre ai fertilizzanti, in particolare a quelli azotati, prodotti in impianti industriali che richiedono una grande quantità di idrocarburi per produrre l’energia necessaria alla loro produzione. Potete vedere le principali aziende. Per fare un esempio delle conseguenze di questo tipo di agricoltura è sufficiente ricordare che in India, le coltivazioni di riso che ricorrono alla chimica necessitano di circa 2500 millimetri di pioggia l'anno, mentre per quelle tradizionali la dose necessaria è attorno ai 300 millimetri.


Il glifosfato è un erbicida, di proprietà intellettuale della Monsanto fino al 2001. In pochi giorni distrugge ogni pianta infestante, tranne un particolare tipo di soia, quella appunto che si vuole coltivare (Roundup Ready). L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente collocato il glifosato tra i prodotti che potrebbero provocare tumori. Il glifosato è diffusissimo non solo nell'agricoltura OGM e non solo in agricoltura ma ad esempio anche nei giardini. La Monsanto ha definito le ricerche sule quali si è basata la decisione dell'OMS “scienza spazzatura”. Proseguendo nel ciclo alimentare il mercato delle sementi è di 40 miliardi di dollari 5 multinazionali controllano il 60% del mercato: Monsanto, Du Pont; Syngenta, Bayer,Dow. Il mercato dei pesticidi vale 41 miliardi di dollari e 6 multinazionali controllano il 76% del mercato mondiale: Monsanto, Du Pont; Syngenta, Bayer,Dow e Basf come vedete 5 su 6 sono le medesime.
Dupont il 15 settembre 2014 è stata condannata dalle autorità USA ad una multa di quasi 2 milioni di $ per aver fornito rapporti non veritieri su l’erbicida Imprelia: Nel 2013 e 2014 ha speso circa 20 milioni di $ per attività lobbistica verso i partiti statunitensi. Se ora passiamo velocemente ad analizzare la situazione degli OGM possiamo vedere come alcuni prodotti sono ormai in gran parte prodotti solo OGM: la soia al 74%, il cotone al 70%, il mais al 32% e la colza al 24%. Negli Stati Uniti la Monsanto (Monsanto e Syngenta 54% mercato) organizza gruppi simili ad una polizia privata, conosciuta come 'polizia dei geni' (con riferimento ai semi e non alle capacità intellettive!), che organizzano controlli a sorpresa verso chi coltiva soia per verificare se alcune colture si sono contaminate casualmente con geni OGM. Dopo di che la Monsanto porta in tribunale i malcapitati portando al fallimento numerose aziende. Su una confezione di sementi della Monsanto in India era scritto “Attenzione: i semi sono trattati con il veleno. Non usare come alimento, mangime o come olio”; se lo dicono loro…


Se poi passiamo al commercio dei prodotti agricoli ci imbattiamo nell'ABCD le quattro multinazionali così chiamate per le loro iniziali: ADM (Archer Daniels Midland); Bunge, Cargill e Dreyfus (Luis) che si gestiscono la quasi totalità del commercio di cerali, soia e oli di semi.

La situazione non è molto diversa se analizziamo l’industria della carne. Potete vedere che le sigle sono più o meno le stesse Servono 15.415 litri di acqua per produrre 1kg di manzo, 4325 per 1 kg di pollo mentre solo 336 litri per 1 kg di fagioli.


Le due diapositive che seguono illustrano prendendo ad esempio il caffè e le banane come viene ripartita la suddivisione dei guadagni provenienti dal prezzo di vendita, il salario del lavoratore pesa per le banane solo il 6,7 % e per il caffè il 7%.





Come potete vedere anche in questo caso il controllo di gran parte del mercato è nelle mani di pochissime aziende, alcune tristemente note per il trattamento riservato ai lavoratori. Se poi diamo un occhio alla distribuzione sia a livello mondiale come in Italia ci accorgiamo che anche questa è controllata da un numero molto limitato di aziende alcune con un fatturato da capogiro pensiamo alla Walmart, azienda statunitense con un fatturato nel 2011 di 318,9 miliardi di dollari. Siamo quindi di fronte a degli oligopoli, ad un meccanismo a “clessidra”, tanti sono i lavoratori sparsi nel mondo, pochissimi sono i padroni dei semi, fertilizzanti, pesticidi, pochissimi sono i signori del commercio, e della distribuzione, mentre superato il collo di bottiglia, miliardi sono i consumatori. È evidente come qualunque ipotesi di cambiamento negli assetti di potere economico e finanziario e quindi qualunque ipotesi di cambiamento politico possa derivare solo da un’alleanza tra coloro che stanno agli estremi della clessidra: i produttori e i consumatori. Questo schema vale a livello globale ma vale anche in Italia e non solo tra produttori e consumatori di beni materiali, ma anche tra produttori e consumatori di servizi. È difficile condurre una battaglia vincente nel campo dei pubblici servizi senza un’alleanza tra i lavoratori e i cittadini che usufruiscono di tali servizi. Questo vale per la scuola e lo vediamo con le grandi mobilitazioni di questi giorni, vale nei servizi soci-assistenziali e in quelli previdenziali. Lavoratori e utenza devono riuscire a trovare obiettivi in comune tra loro per vertenze complessive. Ovviamente prodromico a questo è la capacità dei lavoratori situati in collocazioni differenti nella filiera produttiva di trovare tra loro punti di contatto, interessi comuni e piattaforme condivise, evitando di cadere nelle trappole che il capitale dissemina costruendo contrapposizioni artificiali. Questo vale a livello internazionale come a livello nazionale e locale. E’ evidente il tentativo del capitale di contrapporre vecchi e giovani, lavoratori dipendenti e partite IVA, precari ecc. Di tutto ciò abbiamo esempi quotidiani basta penare alla vicenda e al ricatto verso i precari della scuola e o le vergogne dei licenziamenti politici ad EXPO. Questa capacità di costruire alleanze e reti tra lavoratori e tra lavoratori, consumatori e cittadini utenti è fondamentale per la costruzione di qualunque coalizione sociale, Come ben sa Maurizio Landini. 


Torniamo al cibo.
Quello che abbiamo visto in queste diapositive è ciò che sta dietro a molti dei prodotti che vengono pubblicizzati ad Expo e che vengono venduti nei ristoranti lì collocati. Alcune di queste aziende sono presenti in forze con i loro loghi, alcune sono addirittura sponsor. Non è difficile capire come vi sia un legame stretto tra tutto ciò e il TTIP, ossia un accordo commerciale che consegna il potere alle multinazionali. E non è certo il primo caso. Il NAFTA l'accordo di libero mercato entrato in vigore nel 1994 tra Canada, Messico e Stati Uniti per la maggior parte dei contadini poveri è stata una batosta: il prezzo del mais delle multinazionali statunitensi era nettamente inferiore, 1,3 milioni di messicani sono stati costretti a lasciare le loro terre, i salari sono precipitati e per esempio dove a causa dell’emigrazione sono rimaste solo donne e bambini, i nuclei familiari sotto il livello di povertà sono cresciuti del 50 %. È risaputo che la produzione alimentare odierna sarebbe sufficiente per sfamare 12 miliardi di persone, eppure, anche se siamo meno di 7 miliardi, vi sono 850 milioni di persone che soffrono la fame e le ragioni stanno nei meccanismi del mercato, nel ruolo di multinazionali che non esitano distruggere il cibo quando tale atto è utile per far crescere i prezzi e i profitti. L’enciclica di Francesco "LAUDATO SI" è molto chiara denuncia l’attuale situazione ma già nel 1992, l'allora Papa Giovanni Paolo II, aveva parlato del "paradosso dell'abbondanza": da una parte, cibo a sufficienza; dall'altro, la persistenza di fame. Il paradosso continua. Nulla è cambiato.
Il 2015 è l'anno nel quale si concludono gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio lanciati dall’ONU e nel quale vengono lanciati gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile, destinati, stante la situazione attuale, anch’essi ad un sicuro insuccesso. In questo campo fortissimi e di lunga data sono gli intrecci tra multinazionali e potere politico. Ad esempio John Block, segretario dell'agricoltura degli Stati Uniti
sotto la presidenza Reagan sosteneva. “() l'idea che i Paesi in via di sviluppo debbano riuscire a sfamarsi da soli è un anacronismo di un'epoca ormai lontana. Potrebbero garantirsi meglio la sicurezza alimentare affidandosi ai prodotti agricoli statunitensi, che sono disponibili nella maggioranza dei casi a prezzi inferiori”.



Un’idea in netto contrasto con la logica della sovranità alimentare. Pochi anni dopo Block entrerà a far parte dell'esecutivo della John Deere e diventando presidente della Food Distributors International, multinazionali, delle macchine agricole e della grande distribuzione. Non c’è solo la denutrizione. C’è anche quella che viene definita la “fame nascosta”, quando nella nutrizione vi è una carenza di minerali e/o vitamine di quelli che vengono definiti micronutrienti. Ci si riferisce a questo con il termine “cibo spazzatura” (junk food o trashfood), ossia prodotti ad alto contenuto calorico ma di scarso valore nutrizionale. Ed è questo il cibo dei poveri il cibo dei fast food che può ad esempio condurre all'obesità, che in tal caso non è certo un esempio di buna salute. Secondo i dati ufficiali sono circa 2 miliardi le persone che soffrono di malnutrizione o di fame nascosta. Questo è uno dei problemi nel quale ci si imbatte anche nelle mense scolastiche o quando c’è un’alimentazione a base di merendine ecc. Con una simile alimentazione si abbassa la spesa ma anche la qualità dell’alimentazione. Ma non sembra questa una delle principali preoccupazioni del nostro governo, considerato che è stato l’unico ad opporsi in sede OMS ad un documento che invitava i Paesi a limitare la presenza di zuccheri nell’alimentazione per bambini. Da difendere prima dei bambini c’erano gli affari della multinazionale di casa dei dolci che non a caso ha inondato con la sua presenza EXPO. Ma le aziende non si fermano davanti a nulla, nemmeno nella pubblicità. A Natale, Oscar Farinetti, ha messo sul mercato le bottiglie “Bolla ciao” e “Barolo Resistenza”. È partita una petizione per chiedere a Eataly di ritirarle dalla commercializzazione; consideriamo blasfemo l'uso in chiave commerciale di questi nomi che fanno riferimento a momenti fondativi della convivenza repubblicana e della storia italiana piegandoli violentemente alle ragioni del mercato. Credo che non ci sia nulla da aggiungere a quanto detto recentemente da Stedile a proposito di EXPO: “Certamente non si risolverà il problema della fame, realizzando esposizioni per migliorare l'immagine delle imprese che causano la fame.” Ed infatti la “Carta di Milano” e il documento sulla “FOOD POLICY” proposta dal Comune di Milano non mettono in discussione nulla di tutto questo. Sono documenti vuoti che hanno rubato il linguaggio ai movimenti ma ne hanno ignorato le ragioni. La “Carta di Milano” non parla del diritto all’acqua per ogni essere vivente, non critica gli OGM e la proprietà dei semi, non parla del Land Grabbing ossia dell’accaparramento della terra da parte di stati e multinazionali quegli stessi che invece espongono tranquillamente ad EXPO. Dal 2007-2008 più di 20 compagnie italiane hanno acquistato centinaia di migliaia di ettari di terreno agricolo in giro per il mondo, principalmente in Africa per cominciare i test per produrre biomasse. La domanda mondiale di biocarburanti non tende a diminuire, e le previsioni dicono che nel 2020, salirà fino a 172 miliardi di litri. Con questo andamento crescente, saranno necessari ulteriori 40 milioni di ettari di terreno da convertire in coltura di biocarburanti. L'Europa è il motore centrale di land grab, perché importa gran parte delle materie prime che utilizza per la produzione di biocarburanti. La “Carta di Milano” non parla della finanziarizzazione della filiera agroalimentare, non spiega che c’è chi si augura che i prezzi salgano perché in tal modo guadagna, non parla delle sovvenzioni dell’Unione Europea alle multinazionali dell’agrobusiness col risultato che, attraverso una concorrenza sleale, obbligano migliaia di piccole aziende europee a chiudere e condannano alla miseria milioni di contadini africani. Sono documenti centrati principalmente sulla lotta allo spreco consumato nella vita quotidiana dai singoli cittadini. Obiettivo giusto ma non certo l’unico, né il principale.

SI È PERSA UN’OCCASIONE


Con questa iniziativa che segue quella del 7 febbraio, abbiamo osato sfidare il reato di lesa maestà che sembra colpire tutti coloro che osano criticare EXPO. Si rischia di essere incriminati per alto tradimento, accusati di mettere a rischio l'immagine del Paese, quindi gli interessi economici delle “nostre” aziende ed infine, se hai delle simpatie di sinistra, di attentare alla stabilità della giunta milanese. “Tutti pazzi per EXPO” è il grido che unisce il mondo scientifico, le università, le numerosissime fondazioni e gran parte della mitica società civile milanese. Trionfa il pensiero unico, nessuno vuole rimanere fuori dalla torta o almeno dal cono di luce che lo potrebbe sfiorare. Il testimone passa da una mano all'altra senza alcun imbarazzo tra chi tutela interessi economici di qualche multinazionale e chi ha nel proprio DNA la storia del pensiero critico milanese e nazionale.
Le istituzioni di qualunque colore beatificano l'evento che con le sue proprietà taumaturgiche risolverà le difficoltà dell'economia lombarda e dei cittadini milanesi. Ma la realtà ci racconta una storia diversa. In EXPO si trovano opere belle e brutte, come in ogni fiera, ma nulla che abbia a che fare con l'impegnativo titolo “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Si denuncia la drammatica situazione attuale ma poi si dà spazio ad alcuni tra i maggiori responsabili che hanno creato quella stessa situazione. Si dice: c'è un miliardo di persone che soffre la fame e ci si affida alla McDonald's o Eataly due facce della medesima medaglia, cibo globalizzato e di scarso nutrimento per le masse, cibo d'eccellenza per l'élite; si ripete che 1,5 miliardi di esseri umani non hanno accesso all'acqua, ma ci si consegna alla Nestlè posta sotto accusa dall'UNICEF per le politiche commerciali aggressive per le forniture di latte in polvere ai neonati. Si scrive la “Carta di Milano” ma si dimentica l'accaparramento delle terre, la privatizzazione dell'acqua e dei semi, le sovvenzioni alle grandi aziende dell'agro-business. Che poi qualcuno con EXPO riesca a mangiare di più è vero. Lo raccontano le quotidiane iniziative della magistratura: ma forse non si pensava a costoro quando si è scelto il titolo di EXPO. Ancora una volta è emerso l'inestricabile intreccio tra politica, imprenditoria corrotta, affaristi di ogni sorta e l'immancabile presenza della criminalità mafiosa.

Non c'è traccia delle decine di migliaia di posti di lavoro che EXPO avrebbe lasciato in eredità a Milano, mentre sono evidenti i diritti calpestati quando a decidere il licenziamento di centinaia di lavoratori, senza fornire alcuna motivazione, sono prefettura e questura. La disoccupazione giovanile raggiunge cifre mai viste, ma migliaia di giovani vengono fatti lavorare gratuitamente in EXPO con l'illusione di rafforzare in tal modo il proprio curriculum. Quale sarà il destino futuro dell'attuale sito di EXPO non si sa, il rischio è che alla fine prevalgano appetiti speculativi. Non viene comunicato quanti sono i visitatori, quasi fosse un segreto di stato. Il timore sui risultati economici è legittimo; se tutto andasse bene suonerebbero le fanfare a Palazzo Chigi, al Pirellone e a Palazzo Marino. Non si tratta di “gufare”, il rischio è che a nove mesi dall'inaugurazione, con il sorgere del nuovo anno, ci si ritrovi con un pesante debito sulle spalle dei cittadini milanesi, lombardi e di tutto il Paese. Senza che l'EXPO per altro abbia nutrito nessuno in giro per il Pianeta. Per queste ragioni pensiamo che si sia persa un’occasione fondamentale in particolare, vista la sua collocazione politica, da parte della giunta milanese. C’era l’opportunità di fare di Milano il centro di una discussione di proposte in grado di confrontarsi con il destino dell’umanità, di raccogliere le sfide più alte del pianeta, fatte d’ingiustizie inaccettabili e di sofferenze inenarrabili ma almeno in parte evitabili. Nulla di tutto questo, con sofferenza ne prendiamo atto. È per tutte queste ragioni che abbiamo scelto di organizzare iniziative come questa, di portare al livello più alto possibile le nostre critiche ad EXPO stando ben attenti a non essere utilizzati come specchietti per le allodole, per giustificare qualcosa che è una via di mezzo tra Dysneland e una grande fiera. Dove tutto è mercato.




EUROPA ED IMMIGRAZIONE
di Fulvio Papi

Qualche giorno fa ho letto un gradevole e documentato libro di Beda Romano (“Misto Europa. Immigrati e nuove società: un viaggio nel Vecchio Continente, Longanesi) sulle emigrazioni in Europa. L’opera è stata pubblicata nel 2008, e, nonostante siano passati pochi anni, il lavoro per molti aspetti è inevitabilmente invecchiato nei confronti della situazione attuale. A livello di un pubblico generico, minoritario, ma attento alle vicende contemporanee la conoscenza dei fatti è molto vaga. A livello di politica è stata adottata faticosamente una linea di condotta simile a quella dei signori medioevali che, alla voce della diffusione della peste, chiudevano le porte dei loro castelli. Quanto alle forme di comunicazione più diffuse, salvo rare eccezioni, il pubblico può fruire di discorsi superficiali e generici che alimentano più pregiudizi che conoscenze. Ora, a livello europeo pare ora questa distinzione: siamo obbligati a ospitare i rifugiati politici per ragioni umanitarie, gli altri emigrati per “ragioni economiche” vanno respinti. La distinzione è così difficile da apparire pressoché impossibile, non solo per accertamenti seri, ma per il modo stesso in cui vengono presentate le due specie diverse. Chi è un rifugiato politico, e chi è uno che cerca di sfuggire a una situazione di vita che è al margine o al rischio della sopravvivenza? Adoperare parole differenti è facile e, forse anche, considerate le reazioni delle popolazioni europee, consolatorio, ma, come quasi tutti hanno imparato la celebre espressione di Nicolai Hartmann, diremo che, questa sicurezza semantica (purtroppo) si infrange contro la “durezza del reale”.
L’immigrato “economico”, quello che cerca in Europa un posto di lavoro, pare una lingua in declino, dato che sono certamente diffuse notizie sulla scarsità di lavoro che credo endemica per le trasformazioni della produzione e i rapporti di circolazione e di scambio delle merci nel marcato mondiale. Le notizie di tutti i giorni ci dicono che il “viaggio” dei migranti è, contemporaneamente, costoso per le loro risorse misere, e molto pericoloso per i mezzi di trasporto navali del tutto inadatte. Il Mediterraneo è diventato così un sepolcro per migliaia di persone che il giudizio morale (escludiamo i razzisti da strapaese) dice “uguali a noi”. In realtà sono assolutamente diversi, perché “noi”, male che vada e per ora, abbiamo a che fare con modeste contrazioni dei consumi, essi invece devono affrontare il rischio della vita che deriva da una paura superiore al rischio medesimo.
Non sottovaluterei questa componente psicologica della paura che, se è difficile da decifrare analiticamente, è certamente il sentimento dominante che sarebbe necessario eliminare o almeno ridurre. La speranza che non ha futuro ed è tutta conclusa nel presente, diviene solo speranza di salvezza della vita. La paura ha forti indici di adattabilità (Hobbes ha scritto pagine a questo riguardo) ma anche, talora, mostra una forza imprevista. Senza voler forzare paragoni, per lo più molto approssimativi, non è forse quasi luogo ricordare che le grandi emigrazioni guerresche dall’Asia verso l’Europa avevano all’origine l’esaurimento nel proprio territorio delle risorse necessarie per la propria riproduzione.
La paura e il senso di totale insicurezza, per lo meno per quanto riguarda il Nord Africa, erano obiettivi che era necessario avere chiari e porvi, possibilmente rimedio, senza interpretare la situazione con un pensiero politico e militare tipicamente occidentali ma già noto per i suoi fallimenti in altri luoghi del mondo.  
La paura dei migranti che temo in aumento, se non si trovano soluzioni valide in loco, ha provocato una parallela paura nei paesi europei che la razionalizzazione dell’accoglienza non riesce a quietare perché viene interpretata come una misura contingente che non toglie i timori per il futuro. Gli europei temono di essere nelle condizioni di perdere lo “status” di esistenza materiale e simbolica (qui non ne discuto il senso) che è stato selezionato dalla loro storia. Dire che tra non molti anni i musulmani in Europa potranno essere oltre i trenta milioni è una forte ragione di ansia che si converte in aggressività. Non sarebbe affatto al stessa cosa se si dicesse che i trenta milioni saranno valdesi o ortodossi. L’Islam è un continente religioso molto forte, ma anche relativamente disomogeneo, spesso rigido nella conservazione delle proprie credenze e dei propri culti, ma con margini di compatibilità (la tolleranza illuminista), in altri casi è aggressivo e criminale: oggi con una forza militare che si avvale di un embrionale sistema statale e di cellule terroristiche autonome disperse nei vari paesi. L’Occidente che ha sbagliato, su pregiudizi ideologici incredibili a livello di una media cultura, e con interessi economici molto contingenti, tutta la sua politica mediorientale da decenni non ha saputo evitare si creasse la situazione che oggi ci investe. Probabilmente non era facile, ma come rischio è veramente e tragicamente reale rispetto alle volgari menzogne sull’armamento atomico di Saddam Hussein. L’Europa, nel suo insieme, pare invece estranea a un evento straordinario che ornai ha in casa propria. Come si fa a difendersi?  È questa la domanda cui gli Europei non hanno mai saputo rispondere, concependosi come un mercato, e non come una confederazione politica. In politica (come nella vita) non c’è sbaglio che alla lunga non abbia il suo costo. Vedremo quale, purtroppo, dovrà essere. Anche a voler evitare il triste ruolo di Cassandra, è bene cercare di leggere nel futuro, e non meravigliarsi troppo tardi della propria opulenta pigrizia con retoriche un poco infantili. Del resto l’infantilizzazione egoista delle nostre società, spesso provocata dalle stesse microtecnologie, non è affatto una novità, con i suoi spiriti individualistici e proprietari. Sulla vicenda dell’emigrazione e dei rapporti con gli “altri” abbiamo già una storia. Quando Putnam disse che dobbiamo costruirci un altro “noi” e Le Goff  sostenne che il secolo XXI sarà il secolo del meticciato (l’Ottocento quello della nazione-stato, il Novecento quello della guerra) i due grandi intellettuali adoperavano categorie di alto livello che tuttavia dovevano scontare le difficoltà e le numerose varianti della empiria storica.
Ricordo il tempo in cui si sosteneva (giustamente) che il lavoro dell’emigrazione avrebbe sostenuto la possibilità di future pensioni, il problema religioso-urbanistico dei luoghi di culto, i problemi pedagogici delle classi scolastiche con molti bambini emigrati. C’erano sempre i razzisti “economici” (più che del sangue), ma il fenomeno sembrava mostrare indici fattuali e culturali di assorbimento se pure con molti problemi. Si discuteva, allora, se il sistema multiculturale dell’Inghilterra o quello dell’assimilazione della Francia, fosse il migliore. Entrambi mostravano invece guasti molto simili. Invece in Germania la forte presenza turca non dava problemi particolari: si puntava persino a pensare al superamento di una Leitkultur. Persino la finanza islamica aveva trovato artifici che aggiravano la proibizione del Corano di usufruire di interessi. La situazione riguardo all’Islam non è più questa e costringe i paesi europei a decisioni molto più complicate in equilibrio tra la sua tradizione e la necessaria difesa. Ma l’interrogazione dovrebbe investire l’Africa nel suo insieme. Nel Sud Africa la fine dell’apartheid ha garantito alla popolazione nera diritti civili, ma ha ripetuto, dal punto di vista economico la tradizionale differenza sociale. Sappiamo in Africa di borghesie locali, spesso militari, con alti profitti, alleate alle multinazionali, mentre iniziative umanitarie chiedono a noi 9 euro al mese per evitare a molti bambini la tragedia della fame. E il petrolio venduto alla Cina? E le monoculture nell’agricoltura che hanno dissestato equilibri secolari di esistenza sociale che si potevano incrementare? Cerchiamo almeno i nomi corretti per spiegare l’insieme dei fenomeni che abbiamo descritto, senza pigrizie intellettuali o morali. Il tempo “quo ante” temo sia un’illusione. L’Europa, dopo i riusciti suicidi della sua storia possibile del 1914 e del 1939, è ora a una prova che la sua cultura per lo più sublimava ad altri livelli del sapere. Ora è un’altra esperienza.

    
Papa Francesco (quarto tempo)


Lo spiazzamento
La "Laudato Si’" è un'enciclica così circolarmente compiuta che ogni volta che la sfoglio mi si ripresenta il problema di quale entrata scegliere e di quale uscita. Ho scelto questa volta il passo al n. 16 che evidenzia "l'intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta". Si tratta infatti di una chiave francamente inedita che guarda all'ecologia con un'ottica che mette al primo posto il punto di vista di un'enciclica sociale. Questa forse la novità sistemica più grande di tutto l'impianto, perché finora l'ecologia faceva parte di quella branca delle scienze e degli interessi economici e politici che guardano alla sostenibilità e all'impatto ambientale con l'ottica di una classe media globale cresciuta corposamente nei Trenta Gloriosi e oggi impoverita dalla crisi finanziaria. Come a dire che ecologia e consumo sfrenato hanno finito, non da ieri, per entrare in rotta di collisione. E invece con papa Francesco l'ottica muta radicalmente. Avviene per il radicamento e la passione evangelica (il Nazareno avverte che i poveri li avremo sempre con noi) e così facendo si sottrae al ricatto del pensiero unico, della supposta neutralità della scienza, delle nuove ideologie palesi e occulte e dei loro cascami.
Devo ripetere che la citazione che mi è tornata immediatamente in mente è quella adottata da Alexander Langer: "Quando sentiamo che gli uomini hanno fame, il problema non è mangiare di meno, ma pensare di più".
Senza ovviamente incorrere negli anatemi sull'eccesso diagnostico che papa Francesco non lesina nei suoi interventi. Torna anche in memoria l'immagine di papa Bergoglio sulla Chiesa come ospedale da campo, e l'osservazione che è inutile fare diagnosi a chi sta morendo. Dove l'urgenza di intervenire concretamente non deve ridurre l'ansia di sviscerare il problema.
Già nella "Evangelii gaudium" il criterio erano i poveri. E adesso siamo in grado di intendere come questa presenza di un soggetto storico derelitto e della sua attenzione sia da considerare l'ottica irrinunciabile del Papa argentino. È qui che nasce, a ben vedere, contro la cultura dello scarto, l'ecologia integrale. Così integrale da mettere da subito in primo piano l'importanza dei processi partecipativi. E se guardi al mondo globalizzato e sfigurato dall'avidità e dall'uso insensato delle tecnologie, puoi anche capire come ad uno sguardo mistico, ma non inutilmente devoto, Dio possa apparire "non cattolico".
Perché Dio agisce in tutti gli uomini (è anche il lascito del Concilio Ecumenico Vaticano II) e appare più interessato a un'ecologia integrale, legata al bene comune, che ad approcci catechistici e creazionistici. Forse, a pensarci bene, anche questa enciclica si installa nei lavori in corso di congedo dal Novecento. Perché congedarsi dal Novecento significa non smettere di cercare, oltre i confini del narcisismo consumistico, nuovi soggetti sociali. Sottrarsi al dinamismo e alla velocità della competizione universale. Andare oltre le mappe di quelli che si limitano a cambiare le regole senza pensare all'antropologia e ai problemi delle squadre destinate a scendere in campo. E in quale campo poi? Tutto questo riesce a dire questo Papa restando, senza risparmiarci curve e controcurve, nel solco della grande Tradizione. Assegnando confini ben più ardui e ben più in là anche ai garruli rottamatori che avessero in animo di ridurre la portata delle riforme e dei riformismi necessari. Perché è più resistente del previsto il muro di gomma che circonda gli sforzi di chi si sente veramente intenzionato a un'ecologia integrale. La durezza del potere e l'avvolgimento del consumo possono rivelarsi impermeabili al messaggio di papa Francesco. Perché il dominio finanziario è diventato tanta parte del potere demoniaco del potere. Obbligando a una critica che non può risparmiare le ragioni e le condizioni dello sviluppo e che non può pensare lo sviluppo medesimo senza il contributo di una critica adeguata. Di più, non è pensabile il percorso di questa umanità in cammino e neppure gli esiti di questa politica senza un approccio insieme disincantato e finalmente umanistico. (Tutti modi maldestri per approcciare l'espressione ecologia integrale.) Quanto alle capacità onnivore e includenti del consumo, si ponga mente alla circostanza che anche il pensionato resta in servizio attivo come consumatore una volta uscito dal lavoro. Con l'obbligo dunque di riflettere seriamente sulla durata e sull’invasività del consumo rispetto al lavoro nelle società postmoderne. È questa una delle zone di riflessione meno frequentate per chi ha giustamente generalizzato l'espressione baumaniana "società liquida".

Un pensiero ecologico cresciuto
La fede nel suo Dio di papa Francesco la ritroviamo al n. 6: "Si dimentica che "l'uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L'uomo non crea se stesso. E egli è spirito e volontà, ma è anche natura"."
E va subito detto che c'è oramai un pensiero ecologico che è cresciuto nelle encicliche degli ultimi papi. Né soltanto in essi, se papa Francesco trova subito il destro per citare il patriarca Bartolomeo, che più volte si è espresso invitandoci a riconoscere i peccati contro la creazione. "Che gli esseri umani distruggano la diversità biologica nella creazione di Dio; che gli esseri umani compromettano l'integrità della terra e contribuiscano al cambiamento climatico, spogliando la terra delle sue foreste naturali o distruggendo le sue zone umide; che gli esseri umani inquinino le acque, il suolo, l'aria: tutti questi sono peccati"(n. 8).
I buoni cattolici tradizionalisti fedeli alla confessione sono avvertiti: è cambiata l'agenda dei peccati; meno sesso e più attenzione alla natura. Francesco d'Assisi interviene a questo punto: "Credo che Francesco sia l'esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e  autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano o lavorano nel campo dell'ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un'attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati"(n. 34).
Pienamente arruolato, e senza fatica. Ma con una valenza sistemica ulteriore: "La sua testimonianza ci mostra anche che l'ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l'essenza dell'umano"(n. 11).
Compassione, misericordia per il mondo: questa è l'ecologia, ossia il mettersi dalla parte di Dio e di lì riorientare lo sguardo. Qui è fondato anche tutto lo stile dell'enciclica e il metodo con il quale è redatta: i temi non vengono mai chiusi o abbandonati, ma anzi costantemente ripresi e arricchiti. Un cammino, a ben osservare, da discepolo attento di Ignazio di Loyola, interessato a un discernimento che coinvolge tutto il creato e le creature. Una visione del mondo cioè che si astiene dall'essere una narrazione ideologica. E credo che il Paolo VI dell’"Octogesima Adveniens" resterebbe stupito di questa ripresa di autorità e di audience dell'attuale dottrina sociale della chiesa.

Ecologia implica il senso del limite
Ma sprechi, sfregi e indifferenza sono all'ordine del giorno. Dice Francesco: "La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile"(n.25).
La supponenza e un titanismo che rasenta il bullismo tecnologico creano mostri apertamente grotteschi: "In questo modo, sembra che ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un'altra creata da noi"(n. 34).
E qui può riprendere le mosse e la rincorsa la critica continua che Francesco ha messo in campo contro le emozioni artificiali (n.47) selezionate dai media e da Internet.
Laddove la realtà è invece quella assai più tragica prodotta dagli squilibri attuali e dalla "morte prematura di molti poveri"(n.48).
Per questo "oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull'ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri"(n.49).
Né mancano le esemplificazioni tratte dalla quotidianità, là dove si osserva che il cibo che si butta è sottratto alla mensa dei poveri. Molteplici sono dunque le condizioni e gli elementi che concorrono alla creazione del"debito ecologico": un debito che separa e quindi congiunge il Nord e il Sud del mondo.

Una domanda impertinente
Una domanda perfino impertinente può nascere a questo punto: c'è una retorica della povera gente chi si distende in tutta la letteratura cattolica postconciliare? La risposta del Papa è perentoria: "Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi"(n.53). E che quindi andrebbe rafforzata la consapevolezza che siamo una sola famiglia umana e che non c'è nemmeno spazio per la globalizzazione dell'indifferenza. Possiamo d'altra parte ripercorrere nei decenni immediatamente alle spalle un pensiero teologico "diffuso", e sempre meno disciplinarmente e scolasticamente separato dagli altri saperi "laici". Annota puntualmente papa Francesco: "Per quanto riguarda le questioni sociali, questo lo si può constatare nello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, chiamata ad arricchirsi sempre di più a partire dalle nuove sfide"(n.63).
E poi l'affondo insieme storico, politico e mistico: "Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi "ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario"."(n.65)
Dove il creato non cessa di affermare il primato della persona perché "noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data"(n. 67).
Canta infatti il salmo che il Signore gioisce nelle sue opere (cfr Sal 104,31), al punto che tutto l'Antico Testamento narra la tenerezza di Dio, smentendo tutte quelle interpretazioni che contrapponevano un Dio padrone a un Dio di misericordia rivelatosi soltanto nel Secondo Testamento. Non a caso per la tradizione giudeo-cristiana, dire "creazione" è più che dire natura, "perché ha a che vedere con un progetto dall'amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato"(n. 76).
Allo stesso tempo tuttavia,"il pensiero ebraico-cristiano ha demitizzato la natura. Senza smettere di ammirarla per il suo splendore e la sua immensità, non le ha più attribuito un carattere divino"(n.78).
Si tratta cioè di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. Sapendo di trafficare con "un mondo fragile, con un essere umano al quale Dio ne affida la cura".
Una condizione storica che interpella la nostra intelligenza per riconoscere come dovremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere. Un Dio che assomiglia molto a quello illustrato da Simone Weil. Un Dio cioè che "ha voluto limitare se stesso creando un mondo bisognoso di sviluppo"(n. 80). Non a caso la permanenza e lo sviluppo di ogni essere "è la continuazione dell'azione creatrice". E a completare il quadro una affermazione davvero scolpita nella pietra: "Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi"(n. 83).
Infatti leggiamo poco più avanti:"Ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua"(n.84).
Mi fermo, per non togliere al lettore dell'enciclica il gusto insieme della lettura e della continua scoperta. E concludo con un'osservazione davvero moderata: questo Papa che guarda alla globalizzazione, all’ecologia e al tutto dal punto di vista dei poveri, parla tuttavia a tutti: ceti medi -impoveriti o arricchiti- ricchi e poveri, centristi ed estremisti. Non so fino a quando. Ma intanto è un grande vantaggio. E quindi, ancora una volta: Laudato Si’.




domenica 19 luglio 2015

MINIMA IMMORALIA
SUI DESTINI DELLA NAZIONE
di Angelo Gaccione


La nostra è ormai una nazione irrecuperabile; tentare di migliorarla appare sempre più un’impresa disperata e molti la danno per perduta. I tempi per una nostra “ragionevole” rivoluzione morale che ne rovesci i postulati, sono sempre più stretti. È molto probabile che arriverà prima la natura con la sua spietata capacità selettiva. Tutti i segni ci dicono che sta lavorando in questo senso, e forse ben poco rimarrà in piedi. Ho pietà solo per gli animali e per le piante: di queste innocenti creature ho davvero pena. Ma col tempo si riprenderanno il loro posto e torneranno a star meglio, senza la nostra disgustosa bieca presenza. Come dovrebbe essere ormai a tutti noto, la natura non ha bisogno della nostra nociva presenza. Da tempo siamo divenuti i suoi becchini, ma la nostra ecatombe sarà lei a celebrarla. 

sabato 18 luglio 2015

CAFONARIA 3
di Angelo Gaccione


Negli ultimi tempi sempre più malvolentieri prendo la Metropolitana. Il motivo è il diffondersi di una particolare forma di cafoneria. Bipedi italiani e stranieri di ogni sesso, si piazzano davanti alle porte di uscita e creano un muro che si è costretti a fendere con piglio piuttosto deciso, per poter scendere. Di volontà propria non si spostano, e se li fissi in attesa sperando che muovano un passo, stai fresco! restano lì impalati come ebeti. “Devo passarle sopra la testa?”, ho detto giorni fa ad una signora che mi si era parata davanti; “guardi che senza di lei il Metrò non parte” ho concluso ironico. Non è necessaria una intelligenza particolarmente spiccata per capire che basterebbe posizionarsi ai lati delle aperture e aspettare che i passeggeri scendano per potere poi comodamente entrare. A Milano non è così, e un branco di pecore vi si affolla davanti. A volte penso che in fatto di intelligenza e di comportamento, sia avvenuto un cortocircuito nell’evoluzione umana: dal gorilla all’uomo e dall’uomo alla capra. Con il dovuto rispetto per la capra.
ANCORA SULL’EXPO
di Basilio Rizzo*

Dopo gli interventi di Emilio Molinari e di Gianni Barbacetto,
pubblichiamo quello di Basilio Rizzo, presidente del Consiglio Comunale 
di Milano

Basilio Rizzo

Il nostro Convegno si pone, ovviamente, in continuità a quello del febbraio scorso a Palazzo Marino. Oggi, come allora, non vuol essere solo una riflessione fine a se stessa, ma un’azione politica. Allora ci ponevamo con forza il compito di recuperare il valore del tema dichiarato di Expo 2015 “nutrire il pianeta, energia per la vita” a fronte di una evidente deriva verso un evento affaristico/commerciale. Oggi, a quasi un terzo di evento svolto, vogliamo evitare che i guasti di quella scelta gravino anche sul futuro della città. Non ci siamo in passato auto-confinati, né abbiamo permesso che ci confinassero nella etichetta “no-expo”, limitativa e fuorviante; figuriamoci oggi che l’evento c’è. Di certo però continuiamo a rivendicare, con più forza di prima, il nostro no al sistema economico, politico e sociale dei “grandi eventi” che destina ingenti risorse pubbliche in direzioni lontane dai reali bisogni del paese.
Continuiamo a dire no ad una insinuante narrazione che affronta i nodi del problema epocale del cibo ed all’acqua non, riferendoli alle scelte di politica economica, alle relazioni internazionali diseguali, al potere delle multinazionali, alla finanziarizzazione dei prodotti alimentari, alle ricette del Fondo Monetario Internazionale, ma ad una sorta di auspicio del pentimento e della redenzione della parte ricca ed obesa del mondo che rinuncia di sua spontanea volontà allo spreco, in favore degli affamati e degli assetati del pianeta.
Expo 2015 è costruita su quelle fondamenta sbagliate.
E tuttavia non senza alcune crepe, alcune contraddizioni che compaiono e che sarebbe un errore non cogliere perché sono il segno della forza delle nostre ragioni. Perché sviliremmo il ruolo del vasto e variegato mondo dei movimenti -quello che vorremmo fosse unito e che rispettiamo in tutte le sue articolazioni- che ha scavato nelle coscienze, ha costruito saperi, valori e passioni, ed ha convinto ed ha lasciato inequivocabilmente il segno. A partire dal linguaggio. Non più solo nei nostri convegni si parla di sovranità alimentare, di nuova agricoltura, di ruolo dei contadini, di tutela della biodiversità, di rapina delle terre. Ho ascoltato (da presidente del Consiglio mi tocca, ogni tanto, andare a queste iniziative) l’elogio del “buen vivir” nel discorso con cui il Presidente del Senato, Grasso, salutava nella giornata dell'Ecuador, in Expo, il Presidente Correa.
Abbiamo sentito ieri il Presidente Morales. Ci sono state le parole di Papa Francesco inviate alla cerimonia di apertura di Expo lo scorso 1° maggio. Ci sono le parole di Carlin Petrini e la proposta per ottobre di “invasione” dei contadini del mondo.
Il Vaticano dice “il nostro padiglione sarà la spina nel fianco di Expo”. E se si visita il Paglione Zero, la narrazione non mi pare sia distante dalla nostra. Il guaio è che il modo con cui si svolge Expo non ruota attorno alla missione di trasmettere la forza del messaggio “nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Al netto degli sforzi lodevoli delle Associazioni di Cascina Triulza, di qualche padiglione ben ispirato e poco altro, visitando il sito, questo limite si avverte nettamente. Prevale la logica dell’evento in sé, del giro turistico tra gli stand (siano essi dei paesi o delle aziende), del pellegrinaggio etno-gastronomico.
A febbraio avevamo descritto la storia di Expo fin dalla fase di candidatura come il paradigma del sistema “grandi eventi” che nei suoi canoni, nei suoi criteri, nelle sue pratiche aveva ben presto preso il posto del fascino visionario del tema “nutrire il pianeta”; avevamo invocato il cambio di rotta come nostro obiettivo: non è stato così. Ma allora bisogna trarne alcune conseguenze logiche, prima ancora che politiche. Se l’impiego di ingenti risorse pubbliche è stato giustificato dalla prospettiva di importanti ricadute economiche, dalla creazione di rilevanti occasioni di lavoro, da vantaggi proiettati stabilmente nel tempo per le attività produttive del territorio, vantaggi che sarebbero stati sostenuti da un flusso imponente di visitatori e spenditori in città…  se quello, non noi, ma loro  hanno scelto come metro, bisogna accettarne le relative misurazioni.
Non mi pare che esse siano confortanti. Anzi: si legge di delusione e sconforto fra molti operatori in città, di risultati inferiori alle attese. Ed è inaccettabile, quasi una provocazione, che non si forniscano dati ufficiali e certificati sugli ingressi. E’ bene dire qui ed ora, a scanso di equivoci, che nessuno di noi spera che l’Expo sia un flop economico. Speriamo sinceramente che alla fine i conti tornino perché siamo perfettamente consapevoli che le conseguenze di un buco graverebbero sui bilanci degli enti locali, e dunque a pagare, sarebbero ancora i cittadini…
Peraltro avendo un io ruolo di amministratore quando chiedo dati ed informazioni lo faccio per potere contribuire a correggere in corsa eventuali errori o manchevolezze, non per il gusto di denigrare.
E qui è stato detto, apro una parentesi, io faccio, non per la mia persona, il presidente del Consiglio, è incredibile, intollerabile che non mi vengano dati, pur avendoli richiesti, non dico i dati delle persone che sono entrate a Expo (che sanno all'unità) ma neppure i dati di quanti hanno preso il biglietto e hanno superato i tornelli della metropolitana, anche quelli sono conosciuti all'unita, ATM dice di averli, ATM dice di averli che li ha dati all'assessore; ripeto io che rappresento tutti i consiglieri comunali non riesco avere questi dati, mi hanno scritto ieri, perché sapevano che c'era il convegno, che me li daranno dopo la prima settimana di luglio, la giunta comunicherà  i viaggi tra maggio e giugno sulla linea metropolitana.
Noi non abbiamo mai pensato che il successo di Expo 2 dovesse essere correlato al numero di visitatori o alle cifre del bilancio consuntivo.
Quando riaffermiamo che consideriamo prioritario il tema originario di Expo, consegue, per noi, che il successo è determinato dall’ampiezza e dalla profondità con cui sono trasmessi (e recepiti da chi è venuto a visitare l’esposizione) i valori di “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Conta il suo impatto culturale ed ideale, le relazioni che si sono sapute instaurare. Conta se si amplia la condivisione dei valori di equità sociale, dei diritti d’accesso all’acqua, al cibo, all’energia per tutti. Se si fanno progressi nell’ingresso, nelle legislazioni degli stati e nelle relazioni fra gli stati di norme sulla tutela dei beni comuni, e così via. Questi sono i valori che per noi contano di gran lunga di più. E si ci lamentiamo è perché non hanno abbastanza forza in questa Expo. Se però veniamo portati sul terreno delle convenienze economiche e si sostengono quelle priorità, come fanno loro, ecco che da questo convegno avanziamo un semplice ma stringente richiesta: sia programmata da subito, perché possa essere operativa immediatamente dopo il 31 ottobre, la predisposizione di una relazione accurata ed esaustiva sul bilancio economico di Expo che confronti previsioni e risultati. Senza omissioni e senza occultamenti. Sia affidata ad un comitato di esperti, autorevoli a prova di opinione pubblica, estranei alle società ed ai soggetti decisori di Expo 2015. Chiediamo che questa relazione sia disponibile entro il primo trimestre 2016, per sottrarre, con dati certi ed inoppugnabili, la verità dei fatti alle possibili speculazioni elettorali.

E veniamo al post-Expo. Anche qui l’ottica con cui lo si inquadra è determinante.
Dentro il canone “Grandi Eventi” la via è obbligata: insediare progetti che assicurino la massima resa finanziaria e chiudere così l’avventura speculativa, aperta con l’acquisto delle aree. (Non aggiungo altro alle cose dette da Barbacetto e ha detto ieri Piero basso). E la mossa successiva, sono pronto a scommettere, è quella di chiudere il cerchio pilotando abilmente la scelta sulla destinazione delle aree. Così che esse giungano nelle mani di interlocutori graditi, sperando nel soccorso dei nostri soldi, dei soldi dei depositi postali dei cittadini (ovvero la Cassa Depositi e Prestiti) che sarebbero usati per coprire le follie di amministratori pubblici infedeli al loro mandato.
Nel sistema “grandi eventi” decidono i pochi, “i mitici commissari” sciolti da ogni forma di controllo democratico ed istituzionale. Per noi devono decidere “i molti, i più”: i cittadini.
Quindi: ben un soggetto pubblico autorevole ed indipendente raccolga progetti credibili e sostenibili (non tarpati e strozzati dai debiti contratti per mala gestione) ma la scelta definitiva sia affidata ai cittadini, che con la saggezza collettiva sanno far bene e sanno evitare costose follie. Avrebbero mai i cittadini pensato al colossale spreco delle vie d’acqua? I commissari sì. Abbiamo la fortuna che nel 2016 si vota. Perché nella stessa domenica i cittadini non devono poter scegliere anche quale sarà l’eredità dell’Expo, visto che le risorse sono prevalentemente pubbliche ed in ogni caso spetta al popolo, come ci ricordava il presidente Morales,  decidere del proprio territorio?
Nel merito di cosa insediare su quelle aree, noi riproponiamo con forza un postulato generale: a qualunque insediamento si pensi esso deve essere in concreta, riconoscibile continuità con il tema dell'Expo ed esserne l’eredità. Sembrerebbe un’ovvietà, in realtà sarà, se ci riusciremo, una dura conquista. Lo diciamo da sempre, e siamo scesi da anni anche nei particolari. Chiedevamo (e chiediamo) un’azione politica nazionale ed internazionale forte perché sull’onda di Expo, Milano sia candidata ad essere la sede di una nascente Autorità Mondiale dell’Acqua, bene comune e diritto naturale dell’umanità. Il Presidente Prodi ne fu a suo tempo autorevole propositore e sostenitore. La politica ad alto livello in questi anni non ha fatto granché per coltivarla… più attenta alla nomina di questo o quel commissario o sub-commissario, a qualche casella nell’organigramma dei CdA. Noi continuiamo a riproporla: anche nelle varianti possibili e propedeutiche di oggi, di insediamento di agenzie internazionali permanenti sui beni comuni cibo e acqua. Fondazioni che a ciò siano dedicate, Associazioni, in una parola Milano operi per conquistarsi stabilmente il ruolo di capitale del mondo su questi temi. E’ del tutto evidente che una presenza in via permanente di delegazioni, di studiosi, di congressisti, di ospiti, oltre al prestigio garantirebbe alla nostra città, ricadute economiche ben più realistiche di altre opzioni per l’utilizzo delle aree. In questo quadro (ed è incredibile che ciò non sia stato pensato per tempo!) andrebbe coltivata una riprogettazione urbanistica a partire da categorie di riuso e riconversione intelligente dell’esistente o di sue parti. Siano essi alcuni padiglioni o l’utilizzo dell’avanzata infrastrutturazione tecnologica della piastra. Altro che abbattere indiscriminatamente e ricostruire! Una simile scelta potrebbe fra l’altro, indurre alcuni paesi a mantenere una presenza nel sito ove davvero prendesse corpo l’affermarsi di una centralità duratura di Milano a livello internazionale sui temi dell’Expo.
In ogni caso, e lo diciamo per tempo, va garantito nel sito il  mantenimento senza interruzioni di spazi attivi e vitali al di là del 31 ottobre è indispensabile e va predisposto per tempo. Con progetti, affidamenti, iniziative per evitare il rischio abbandono o degrado del sito (e, aggiungo, conseguente ricorso a costi ingenti di guardiania e controllo: affare assai appetito da soliti noti!).
Fra le ipotesi di riuso e di sviluppo, in feconda continuità con i temi dell’esposizione, pensiamo a spazi e strutture per una piattaforma logistica che favorisca l’incontro tra i produttori agricoli di prossimità e gli utenti/consumatori del territorio. Anche noi abbiamo la nostra sovranità alimentare da curare.
Avevamo affrontato a febbraio, mentre stava muovendo i primi passi, l’ipotesi di insediamento nell’area di un polo Universitario. Poiché il progetto si è consolidato -almeno a livello di pubbliche dichiarazioni-, e sottolineo a livello di pubbliche relazioni, è bene ritornarci, chiarendo: bene l’Università ma occorrerà un progetto unitario che comprenda anche una definizione correlata e simultanea del destino delle aree di Città Studi che verrebbero liberate. Non credo siano proponibili soluzioni che suonino come uno stop a velleità speculative, in un luogo per altro ormai troppo “scoperto”, ma che ne creano, sottotraccia, simili appetiti altrove, in Città Studi situazioni speculative. L’insediamento universitario dovrebbe assumere (e quindi progettarsi con questo taglio) come ruolo di luogo di incontro di studenti e studiosi, di apertura al territorio ed a relazioni internazionali ad ampio spettro, corollario e stimolo a quella prospettiva di fare di Milano il centro di organismi internazionali sul tema dell’acqua e del cibo (e di riflesso dell’ambiente, dell’energia, della ricerca scientifica). Onestamente, e dico questo con molta chiarezza, non so se il pur affascinante, e, speriamo, realizzabile in Italia progetto di acceleratore di elettroni di cui si parla, abbia quelle caratteristiche. Il gestore dell’operazione: chi sarebbe? Quale il ruolo degli enti locali e dei cittadini? E le risorse? Quali sarebbero le interazioni con i privati?
Voglio tuttavia tornare a dire, dopo questi punti fermi, che ritengo sia giusto confrontarsi su una proposta articolata di campus universitario, anche pensando al corollario di residenze universitarie, di servizi offerti agli studenti, di spazi in cui convivono ricerca ed attività produttive. Tutti aspetti assai interessanti per una città che ormai ha nelle sue Università e nelle attività della conoscenza, della scienza e della tecnologia un riferimento per il suo sviluppo non secondario rispetto ad altri più celebrati (finanza, moda, design).
E non scherzo quando dico finanza, perché sapete, alla presentazione della relazione annuale del presidente della Consob, che ha detto, tra le ipotesi dell'utilizzo della area post Expo un'agenzia europea per le informazioni finanziarie sulle piccole e medie imprese potrebbe rappresentare la risposta ottimale la città di Milano ed il sito di Expo in particolare rappresentano il luogo ideale per insediare le agenzie.
Ritorno sulle aree e quello che tutti ormai chiamano il “peccato originale” (il copyright è nostro), ancorché i decisori di allora scelsero consapevolmente di peccare (come ha ricordato Barbacetto) ed hanno continuato a vivere nel peccato rimandando in là il problema del futuro delle aree. Sperando in tempi migliori che però non sono arrivati. Mentre cresceva l’attenzione della magistratura su tutto quanto riguardava Expo.


Quando le aree, ricordava Piero Basso, sono state offerte al mercato con un’asta pubblica (e ci dicevano: dobbiamo crederci, era l'agosto del 2014 con una conferenza stampa in agosto, in una città praticamente deserta) ad un valore che aveva in pancia la cifra per rientrare dal debito (315 milioni di euro) ovviamente non si è presentato nessuno. Squagliatisi i privati (che però io penso solo in momentanea ritirata, pronti alla zampata finale se dovesse tornare la soluzione classicamente immobiliaristica…), con la spada di Damocle della Corte dei Conti incombente c’è chi non dorme sonni tranquilli.
Paradossalmente, ma non troppo, un forte intervento pubblico, scelta che noi condividiamo, ma nelle forme che dirò, è anche per qualcuno dei vecchi registi l’ultima speranza per completare la ”stangata”.
Ecco perché l’ovvietà di dire che la regia sulla destinazione delle aree deve essere pubblica non può bastare.
Il “pubblico” possono essere la Società Expo e la società Arexpo nella configurazione che hanno oggi?
Il “pubblico” può essere il “bancomat” alla rovescia che eroga alle banche quanto è servito a remunerare in anticipo le proprietà originarie dell’area? Non credo proprio.
Il pubblico a cui noi pensiamo sono innanzitutto le istituzioni elettive, il Comune in primo luogo: che recuperata una sovranità integrale -e non limitata dai paletti del debito- sul destino delle aree, potrà elaborare progetti in sintonia con il tema e nell’interesse della collettività. Ma sono, come ho detto,  soprattutto i cittadini tutti che devono poter dire una parola definitiva scegliendo sulle opzioni compatibili in campo. Se arriveranno nuove risorse pubbliche, esse non dovranno servire a far uscire lautamente pagati i “privati” (nel caso Fondazione Fiera che si auto-pensa disinvoltamente privata o pubblica a seconda delle convenienze e che è il prototipo delle propaggini affaristiche dell’intreccio tra filiere di potere della politica ed attività economiche), ma queste risorse dovranno finanziare la reale virata verso l’interesse collettivo. L'avevo detto a febbraio, con una soluzione alla greca. Rinegoziando il debito, facendo ovviamente chiarezza sulle opacità del passato e lasciando che facciano il loro corso -se ne sarà il caso- altre istituzioni (Corte di Conti o la Magistratura) sul peccato “originale” e sulle sue reiterazioni.
Spero che i primi ha convenire con noi siano i soggetti governativi diretti e indiretti, Cassa Depositi e Prestiti, che si dice pronti a scendere in campo, il ministro Martina ha detto diteci che cosa fatte ed interviene la CDP, così come penso la pensino i primi autorevoli propositori dell’opzione Università.
Ho concluso lo stretto merito del mio intervento ma mi permetto di suggerire brevemente altri tre punti di riflessione non correlati ma compresi nella questione Expo.
Nel mondo intero si parla di lotta alla corruzione come piaga da estirpare e dunque la necessità di rimuovere le condizioni che la promuovono o comunque la consentono. Nella realtà dei grandi eventi, è scoppiato clamoroso il caso Fifa Blatter, per l’assegnazione dei mondiali di calcio. Posso sommessamente dire: a quando un’occhiata alle modalità di assegnazione delle Esposizioni Universali, a quel festoso intreccio di stati, sponsor, casta del  BIE favori clientelari etc? E’ accettabile ed ha una logica il fatto che nella legislazione speciale grandi Eventi si giunga al paradosso che il Commissario Expo, quando (era dicembre 2014) era del tutto chiaro che neanche un metro di metropolitana sarebbe stata pronta per l’evento, abbia potuto decidere, surrogando o meglio cancellando i poteri del Consiglio Comunale, su un’opera quale M4 che metterà a dura prova i bilanci del Comune stesso per il prossimo decennio? In quale altro paese, mi rivolgo ai gentili ospiti stranieri ciò sarebbe stato possibile?
Occorre sanare la pericolosa, gravissima ferita inferta alla democrazia con le modalità di indagine sui lavoratori potenziali sull’area, emersa nelle ultime settimane. Non sono accettabili vere e proprie violazioni dei diritti costituzionali, disinvolti utilizzi di deroghe correlate alla natura di “obiettivo sensibile” attribuita al sito Expo. Non è solo, anche se è importante (e ringraziamo la CGIL ed il compagno Lareno che  ha seguito il problema), come diritto soggettivo al lavoro, è  molto di più e dunque occorre ripristinare al più presto la legalità. Abbiamo appreso che sostanzialmente ci sono fascicoli sulle persone senza che le persone lo sappiano. Chi ha male operato faccia i necessari passi indietro, spieghi se può, e si scusi come deve.

Come vedete molto c’è ancora da fare, e molto dobbiamo vigilare. Ci sforzeremo di farlo.
Privacy Policy