UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 27 marzo 2021

INCONTRI
Conversazione con Niccolò Nisivoccia

 
Niccolò Nisivoccia

In occasione dell’uscita del suo nuovo libro.
 
ODISSEA: Variazioni sul vuoto alterna proposizioni più articolate e distese, ad altre talmente stringate e secche nel loro dispiegarsi, da conchiudersi nello spazio di un solo rigo.  
 
NISIVOCCIA: Sì, è vero, è così. Forse però le proposizioni stringate e secche prevalgono su quelle più distese, e forse non è un caso: è un po’ come se alle proposizioni articolate e distese corrispondesse un desiderio o una funzione di pausa, di sospensione. Il verso lapidario chiama alla verticalità, all’immersione; la frase più compiuta consente di riemergere, di riprendere fiato, di riposare, prima di immersioni ulteriori. Ed è come se lo consentisse non solo al lettore ma anche a me stesso: come se anch’io avessi per primo il bisogno, di tanto in tanto, di fermarmi e di tirare il fiato. Ecco: le proposizioni distese sono meno numerose di quelle lapidarie proprio per questo, credo, perché tutto sommato non occorre riprendere fiato in continuazione…
 

N. Nisivoccia

ODISSEA: La brevità ti è congeniale ed è una cifra che oramai ti appartiene. Mi pare un’alchimia ben riuscita perché permette alle variazioni più distese di farsi pensiero filosofico, speculazione intellettuale, poesia; e a quelle brevissime e fulminanti di assumere il carattere dell’illuminazione e dell’aforisma.
 
NISIVOCCIA: Personalmente mi piace chiamare “frammenti” questi miei testi, così come quelli della mia raccolta precedente, “Sulla fragilità”. Non sono poesie vere e proprie, dal punto di vista estetico prima ancora che formale, ma direi che non si tratta neppure di aforismi o comunque di prosa. Si tratta però di testi, almeno nelle mie intenzioni, attraversati e sostenuti da una loro musicalità: e la musicalità, il ritmo mi sembrano attributi tipici della poesia più che della prosa. In alcuni casi è perfino presente la rima, per quanto spesso magari involontaria, e comunque al verso mantengo sempre almeno un’allusione, se non un’aspirazione vera e propria. Del resto il nostro modo di scrivere è inevitabilmente influenzato dai testi con i quali ci siamo formati e che amiamo, e qui non posso non confessare il mio amore nei confronti di quelli che per me rappresentano da sempre o quasi sempre dei punti di riferimento universali: Sandro Penna, Giorgio Caproni, René Char ed Edmond Jabès, tutti caratterizzati - se ci penso - da una scrittura brevissima, essenziale, a volte addirittura quasi solo nominale (per non dire oracolare, nel caso in particolare di Jabès).



ODISSEA: La parola vuoto permea l’intera parabola del tuo libro ed è presente in quasi tutte le 129 variazioni che compongono le 52 pagine. In fisica il vuoto è assenza di materia, ma qui si tratta di un vuoto così pieno che più pieno non si potrebbe, riempito com’è di visioni, emozioni profonde, sentimenti, sguardi, dettagli, memorie, lacerti di esistenze…
 
NISIVOCCIA: Giovanna Rosadini, che è non solo una grande poetessa ma anche una grande amica, mi ha fatto un’osservazione che secondo me coglie il cuore della questione evocata proprio da questa domanda: a me pare che tu, mi ha detto Giovanna, il vuoto lo intenda e lo scandagli secondo una visione molto occidentale, diversa dal vuoto come compimento tipica invece delle religioni e delle culture orientali. Come a dire che nel vuoto delle mie “Variazioni” è comunque imprescindibile la presenza dell’io. Ed è vero: premesso che non avevo né ho una tesi da dimostrare o anche solo un’ipotesi da sperimentare e verificare (da questo punto di vista rivendico la piena appartenenza alla poesia delle “Variazioni”, godendo la poesia di questo privilegio di poter permettersi l’incoerenza), al centro dei miei frammenti è sempre forte la presenza di un io, tanto in relazione a sé stesso da un lato quanto in relazione al mondo che lo circonda da un altro lato. In effetti è l’opposto del pensiero orientale, se solo pensiamo che in uno dei testi cardinali del taoismo troviamo ad esempio un pensiero come questo: L’uomo è perfetto senza io. Per quanto mi riguarda vale il contrario: l’uomo non può fare a meno del proprio io, ed è proprio questo io a fondare la nostra visione del mondo. Un io complesso, molteplice, variegato, abitato da molte stanze, ma pur sempre individuale. A me piace pensare e dire che ognuno di noi è un cosmo, una cosmologia; e che dentro ognuno di noi c’è un parlamento interiore, formato da tutte le presenze significative della nostra vita, vive o morte che siano, con le quali continuamente ci confrontiamo e facciamo i conti (qui rubo queste espressioni - “cosmologia” e “parlamento interiore” - ad Adolfo Ceretti, che è un celebre criminologo con il quale l’anno scorso ho scritto un libro a quattro mani, “Il diavolo mi accarezza i capelli”, che si sofferma molto su questi temi). Insomma: voglio dire che il nostro io è formato da tutte queste presenze, dai tanti tu con i quali dialoghiamo continuamente; ma alla fine è comunque il nostro io. E l’idea del parlamento interiore mi piace molto proprio perché trovo che restituisca molto bene l’idea della singolarità ma insieme anche della molteplicità di ciò che siamo.
 

Il poeta in una suggestiva immagine

ODISSEA: C’è, in questo tuo lessico scarno ed essenziale, come un tentativo di restituire alle cose tutta la loro leggerezza; un’essenza vera spogliata da ogni orpello. Una specie di folata di vento, un flatus vocis, fragile e vacillante come è in fondo la vita di ogni essere umano.
 
NISIVOCCIA: Forse è proprio qui, in questa leggerezza, in questa essenza spogliata da orpelli, il senso del vuoto a cui faccio riferimento: al vuoto, voglio dire, inteso come condizione esistenziale. Certo: rimane ferma, per me, quella presenza imprescindibile dell’io di cui parlavo. Ma sono altrettanto contrario all’idea secondo cui tutto debba sempre per forza rientrare dentro un sentiero già tracciato o seguire una rotta predeterminata e secondo cui, in ultima analisi, tutto debba sempre per forza avere un significato e rispondere a un senso preciso e compiuto. Se vogliamo anche questa è una concezione abbastanza occidentale delle cose: ma in questo caso mi sento molto poco vicino a questa concezione, proprio perché mi sembra contenere in sé delle preclusioni, o delle limitazioni. Una scrittrice meravigliosa come Clarice Lispector ha scritto: Non voglio avere la limitazione terribile di chi vive soltanto di quanto può avere senso. Ed è un pensiero che sottoscrivo in pieno. La stessa Lispector aggiungeva che è solo nel momento in cui ci abbandoniamo e ci affidiamo al Nulla insensato, che può accadere il miracolo: sentire in bocca, come fosse un elemento, il sapore del tutto.

 
ODISSEA: Mi ha molto colpito anche l’andamento interrogante di Variazioni sul vuoto: una interrogazione densa ed esistenzialmente preziosa. Introspezione e sguardo all’oggettività mi sembrano in continuo dialogo.
 
NISIVOCCIA: Credo c’entri quello che dicevo ora sul vuoto come condizione esistenziale, alla quale riconoscere un senso in sé stessa. Nel vuoto, per definizione, c’è spazio per tutto: per noi stessi in tutte le nostre infinite possibilità di essere, anche in tutte le nostre inevitabili mancanze e contraddizioni, in tutti i nostri inevitabili inciampi, in tutte le nostre deviazioni, in tutti i nostri smarrimenti, i nostri tormenti; e c’è spazio per tutto ciò che il mondo e la vita ci offrono, in tutte le loro possibili svolte e declinazioni. C’è lo spazio per il nostro bisogno di silenzio, in certi casi, come di parole che lo riempiano, in altri casi; per il nostro bisogno di solitudine, a volte, come di compagnia e di comunione, altre volte; c’è spazio per le assenze come per le presenze; per il senso del sacro, inteso come distanza, che spetta a noi di colmare, fra noi e ciò che forse sta sopra di noi, così come per il terreno o per il profano.


ODISSEA: La poesia si fa spesso saggezza, e può concentrarsi in un solo felicissimo rigo come in questo: “Abitare la luce dei giorni, renderle quotidiano onore”.
 
NISIVOCCIA: Sei gentile Angelo, e tutte le tue considerazioni sui miei frammenti, come questa, mi lusingano. Sono il frutto di un’attenzione che di per sé manifesta una grande generosità. Io credo che chi scrive poesia debba guardarsi bene dal voler elargire saggezza, come se il solo fatto di scrivere autorizzasse a pensare di aver qualcosa da insegnare. No: chi scrive può al massimo interrogare sé stesso. E mi sembra già moltissimo. Dicevo del vuoto come spazio per accogliere tutto ciò che il mondo ci offre. E cos’altro è la luce, la luce dei giorni, se non il primo degli elementi incarnati del mondo ai quali abbiamo solo da aprirci? Come una stanza di cui apriamo le finestre. Io credo che in una semplice giornata di sole sia contenuta più verità che in qualunque pensiero astratto: ed ecco, se parliamo di saggezza, questa è forse l’unica verità che riesco a darmi.


 
ODISSEA: Ogni pagina contiene rigidamente una triade di variazioni senza mai derogare; c’è, credo, in questa scelta, una ratio ben precisa. Puoi spiegarla ai nostri lettori? Vorrei inoltre chiederti una definizione personale di questo libro, e di svelarci l’equilibrio che lo sorregge.
 
NISIVOCCIA: Beh, direi che le “Variazioni” sono qualcosa di molto simile a quello che era la mia raccolta precedente: un aggirarsi, quasi un peregrinare intorno a questo centro - il vuoto - cercando di intercettarne tutte le possibili declinazioni e diramazioni, o almeno quante più possibile. Esattamente come la mia raccolta precedente si aggirava intorno alla parola “fragilità”. E del resto è comune alle due parole, “vuoto” e “fragilità”, questa loro capacità polisemica, questa ampiezza semantica ed evocativa, questa capacità di assumere significati diversi o sfumature nuove nelle infinite aree tematiche nelle quali la vita a sua volta si declina e si realizza: la vita stessa nella sua dimensione interna e relazionale, la psicoanalisi e la psichiatria, la politica, la letteratura, l’arte, la storia, la religione, la filosofia. Ma soprattutto mi fa piacere spiegare la suddivisione in triadi di ogni pagina, e mi fa piacere perché quella suddivisione è il frutto di una scelta di Angelo Scandurra, l’editore da cui le “Variazioni” sono state pubblicate (e che aveva pubblicato anche “Sulla fragilità”). Angelo è morto nei primi giorni di gennaio, improvvisamente, e la sua morte per me è stata una cosa molto grave e di una tristezza infinita, perché la sua era una presenza molto importante nella mia vita. Angelo era non solo un editore raffinatissimo ma anche un grande poeta. E soprattutto, soprattutto, era un animo nobile e puro. Come poeta, a ricordarlo basterebbe un’opera per tutte: quella “Quadreria dei poeti passanti”, pubblicata da Bompiani nel 2009, nella quale - attraverso una serie di brevi poemi in prosa così densi da sfiorare l’inafferrabilità e l’inesplicabilità - riesce a restituire il senso di inafferrabilità della vita stessa e l’idea secondo cui la vita può essere vissuta solo rispettando appunto questa imperscrutabilità, cercando di coglierne semmai tutte le possibili dolcezze nascoste nei suoi angoli. E come editore basti dire che nel suo catalogo sono presenti autori quali Roversi, Rigoni Stern, Sciascia, Consolo, Sgalambro. Ora la mia speranza è che tutto questo possa comunque proseguire: tutta l’attività editoriale svolta da Angelo negli ultimi anni doveva già moltissimo alla bravura, alla sensibilità e alla disponibilità di Vasco, uno dei suoi due amatissimi figli, e la speranza è che proprio Vasco possa e voglia raccogliere quell’eredità.



La copertina del libro

 

Niccolò Nisivoccia
Variazioni sul vuoto
Le Farfalle Ed. 2020
Pagg. 52 € 10,00
 
[Intervista a cura di Angelo Gaccione]

venerdì 26 marzo 2021

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada



Comunione


In greco (koinòs) κοινός: di tutti, universale, comune (inizialmente: comune a tutti, successivamente: in comune), nel processo formativo dell’essere, rimanda allo stare in grembo, che è di tutti e che si manifesta con il segno gravidico. Da koinòs si ebbe cenobio (vita comunitaria) e cenobita. Bisogna, però, ricordare che, dall’aggettivo di che trattasi, si formò il verbo (koinòo) κοινόω: rendo comune, rendo noto, comunico. Si spiega facilmente il significato di: rendo comune; invece, per giustificare i significati di: rendo noto, comunico, bisogna pensare al grembo più o meno pronunciato, che dà all’esterno notizie dello stato della creatura. Da questo si desume che la parola, talvolta, non solo dice, ma mostra quel che avviene nei processi di natura, acquisendo una forza espressiva deittica.
I latini coniarono, dapprima, omnis omne: ogni, ognuno (di ognuno), un aggettivo similare a koinòs, attraverso questa perifrasi: è ciò che riguarda la creatura che rimane nel grembo per acquisire quanto le manca. Da tale simbolo verbale dedussero: riguarda ogni creatura.
Gli italici coniarono comune, come omologo di koinòs, nel senso di ciò che tutti hanno, che appartiene a tutti (il destino comune o il senso comune, come buon senso), in quanto in comune, ma, anche, ciò che è molto diffuso tra la gente. Inoltre, come da koinòo i greci dedussero comunicare, gli italici dedussero lo stesso concetto da comune.



I latini, coniando communis commune (con-munis): comune a, patrimonio comune, rappresentarono un altro aspetto del processo di riproduzione: la madre che, legando a sé la creatura, condivide con lei il cibo, che fa crescere entrambe. Madre e figlio hanno tutto in comune e l’espressione in commune si rende: spartire a metà. Il sostantivo neutro commune si traduce bene comune, da condividere in due, tra tanti (una comunità), con tutti i componenti di uno Stato, tra tutti gli umani. Pertanto, da communis fu dedotta communitas: comunanza, che indica il gruppo di persone che hanno un bene in comune, e, per traslato, condizione comune, una sorte comune.
Il significato di communis si coglie meglio esaminando la parola con/m-unio con/m-unionis, che è ciò che consegue, nel perdurare (decodifica del simbolo: m) l’unione durante la gestazione (con). L’unione simbiotica vera e propria tra madre e figlio dura fino al parto, per cui durante la gestazione dividono e condividono il nutrimento e, in questo periodo, la creatura si sostanzia e si transustanzia della madre. La communio dei latini indica l’uso in comune di un bene, escludendo, in senso stretto, il concetto di proprietà, in quanto di un determinato bene spetta solamente la fruizione.
Il concetto di comunione, come legame tra madre e figlio, fu espresso dai greci, meglio dai cristiani, quando coniarono eucaristia, che è parola omofona. Infatti, i greci per indicare: grazia, nel senso, anche, di grande dono, usarono il sostantivo (eu-khàreia) εὐ-χάρεια εὐ-χάρειας, che contestualizza lo stato d’animo di riconoscenza (gratitudine) della creatura, che ha ottenuto la vita, perché la madre l’ha legata a sé. Da questo sostantivo fu dedotto il verbo (eu-kharistèo) εὐ-χάριστέω: sono grato, sono riconoscente, quindi, da εὐ-χάριστέω fu dedotto il nome: εὐ-χάριστία (eu-kharistìa): ringraziamento, riconoscenza, gratitudine, che è altra cosa da (eukh-aristìa) εὐχ-αριστία, parola formata dalla radice (euk) εὐχ (da tradurre: dall’ho il passare, cioè: durante la gestazione) e dal sostantivo: ἄριστον: pranzo. Da questo nuovo contesto fu dedotta: εὐχ-άριστία, che è il nutrimento della creatura, anzi: il buon nutrimento, dato alla sua creatura dalla madre, con cui la sostanzia, che si fa figlio, in altri termini, si transustanzia. Infatti, la trasformazione di ἄριστον: pranzo in άριστία indica un altro passaggio logico: quel pranzo, meglio quel cibo dall’ho il passare diventa carne della creatura, che è in formazione.



 I greci, per indicare ciò che è pubblico, in modo manifesto, si avvalsero dell’immagine del grembo, coniando (faneròs) φανερός, che rimanda a (fàino) φαίνω: faccio apparire, faccio vedere, mostro, verbo che, senza ombra di dubbio, richiama ciò che fa la gravida. D’altra parte, per indicare ciò che appartiene al popolo, ciò che è pubblico, usarono il neutro (demòsion) δημόσιον, che è ciò che è del popolo, in greco, appunto: demo.
Publicus dei latini è, senz’altro, l’omologo di faneròs, nel senso di visibile a tutti, per, poi, diventare ciò che è di tutti, che appartiene a tutti, diventando res pubblica, dove res rei (dallo scorrere genera il legare) è da intendere come bene cui tutti concorrono a formare. Il legame tra madre e figlio fa crescere la res. Il legare è anche la metafora della fatica per far crescere i beni. Pertanto, in res pubblica si rinvengono questi concetti essenziali: 1) cade sotto gli occhi di tutti, per cui gli atti dello Stato devono essere trasparenti; 2) è bene comune, in quanto la res pubblica è realizzata con il concorso di tutti.  Allora la res pubblica è la metafora del grembo, dove si riesce a realizzare qualcosa di grandioso: la creatura, ma, in questo caso, con il concorso di tutti, per cui tutti traggono dei vantaggi. Quindi, questi sono i germi che promanano da res pubblica, da cui scaturisce anche la superiorità della res pubblica sulle res privatae.
I greci per indicare ciò che è privato, che interessa il privato cittadino, si avvalsero di (oikéios) οἰκεῖος, ad indicare tutti gli atti in favore della propria casa, della propria famiglia e di (ìdios) ἴδιος: privato, proprio, personale, che indicano l’impegno, la fatica per sopperire ai bisogni, a produrre ciò che manca, a costituire un patrimonio proprio. Infatti, da ìdios fu dedotto (idìoma) ἰδίωμα, che acquisì anche il significato di: proprietà.
I latini coniarono prima privus: il singolo, da cui dedussero privatus, individuale, personale, privato, proprio. Quindi, le res privatae attengono agli interessi dei singoli, a quelli della singola persona, a quello che è mio proprio. Da ricordare che proprius è da collegare a πρίαμαι: compero, ma, nel linguaggio del pastore, il proprio indica, espressamente, ciò che contribuisco a far nascere. Quindi, il privato opera per sé e quanto produce è suo ed è giusto che sia suo.
 Il legare per sé, che è il lavorare per sé, fa capire che il legame sociale, che è del civis, è molto importante, perché porta alla salvaguardia dei suoi beni, appetiti, talvolta, dai violenti e dagli ingiusti, per cui il consociarsi, come res publica, diventa bene prioritario.   
 

 

 

 

  

RETI SOCIALI E PANDEMIA
di Romano Rinaldi



 
Virale e informatica
 
Recentemente, in un breve saggio sull’argomento “Democrazia, populismo e reti sociali” (1), accennavo alla necessità di dover quanto prima porre rimedio al fenomeno dell’uso improprio delle reti sociali, per evitare che si trasformino in strumenti di dittatura piuttosto che in strumenti di esercizio della libertà di pensiero e di opinione. Nell’ultima decina d’anni o poco più, in nome della crescita (di utenti e di fatturato, soprattutto pubblicitario), le reti sociali si sono attrezzate con dispositivi (algoritmi) e metodi di intelligenza artificiale (AI in inglese) in grado di favorire l'allargamento della base di utenti senza alcuna preoccupazione per i contenuti che vengono diffusi dalle loro “piattaforme”, tranne che per un lieve controllo di routine da parte dei “click workers” (una categoria e un lavoro che meriterebbero un discorso a parte). Questo ha di fatto incoraggiato o perlomeno ha mancato di scoraggiare l'uso dei “social media” per la diffusione di: disinformazione (fake news), persino da parte di governi e imprese, di complottismo, estremismo, negazionismo (virus, vaccini, missioni lunari e campi di sterminio, non fa differenza), polarizzazione politica, ecc., ecc. Tutti temi alquanto controversi ma che sollecitano comportamenti di emulazione e che, è inutile negare, hanno un forte ascendente su una consistente fetta della popolazione anche attraverso l’uso di sofisticati metodi informatici di psicologia di massa (AI).
Questi fenomeni si accompagnano bene all'uso che ne fa il populismo estremo (di destra o di sinistra) in politica, come ci ha eloquentemente dimostrato il caso della passata presidenza degli Stati Uniti d'America, finita “col botto” del 6 Gennaio 2021, quando l’ex Presidente ha chiamato a raccolta una moltitudine di seguaci attraverso la prediletta rete sociale, per poi fomentare l’irruzione nei palazzi del Campidoglio di Washington dove si stavano svolgendo le procedure per l’approvazione del risultato elettorale da parte del Parlamento. Questo fatto ha molto scosso l’opinione pubblica in tutto il mondo e, in seguito a questo, i gestori delle reti sociali decisero di interdire immediatamente e a tempo indeterminato, l’uso delle loro piattaforme all’ex Presidente per evitare ulteriori “guai” e un potenziale grave danno alla Democrazia e, di riflesso, anche ai loro stessi interessi economici.



È dunque chiaro che, oltre all’opinione pubblica, anche i proprietari e gestori di queste piattaforme, stanno acquisendo la consapevolezza che siamo tutti chiamati (soprattutto loro stessi) a fare le spese di un uso improprio (per usare un eufemismo) di questo potentissimo e libero sistema di comunicazione. A maggior ragione in tempi di pandemia da Covid-19 (2), l’uso improprio delle reti sociali può causare, oltre a perdite economiche rilevanti per l’incremento delle spese sanitarie, persino l’aumento di morti premature con numeri impressionanti. Non è dunque un caso che si siano verificate ultimamente alcune defezioni, per motivi di coscienza, di programmatori coinvolti direttamente nella predisposizione delle reti sociali ad attività che sfociano in questo tipo di aberrazioni.
Le parole-chiave di questo pandemonio informatico che si accompagna alla pandemia dal Covid-19 e la coadiuva comprendono: no-vax, big pharma, negazionismo (3), complottismo, ecc., oltre a tanti acronimi che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi anni. Ma la parola d'ordine che ha favorito questa situazione è stata una sola, molto semplice e apparentemente insindacabile: il profitto. Purtroppo in questo caso la massimizzazione del profitto, oltre ad essere arrivata al suo limite, si scontra con la verità dell'informazione, con la democrazia, con la libertà, e persino con la salute pubblica e questo pone problemi non di poco conto. Dato che modelli informatici (algoritmi) e l'uso delle attuali capacità della AI hanno sortito questo effetto, la sfida deve essere ora il ripristino, con gli stessi mezzi, di una accettabile fruizione da parte di tutta la popolazione mondiale dei potentissimi mezzi di comunicazione e di informazione ma possibilmente senza distorsioni. O perlomeno col minimo disturbo possibile della convivenza civile nel rispetto delle leggi, delle Costituzioni e degli ordinamenti dei paesi democratici, dove questi mezzi non hanno, per principio, limitazioni. Pena l'esclusione di questo principio, insieme con la proibizione degli stessi mezzi, come già avviene in paesi dove vigono regimi totalitari.



La soluzione può partire da una semplice operazione di controllo automatico della veridicità delle informazioni (fact checking) per essere poi estesa a funzioni di AI applicate a parole, frasi e immagini ricorrenti e di inequivocabile significato. Ma spetta ai proprietari e gestori delle reti sociali l’onere di escogitare gli antidoti necessari per fermare questo tipo di pandemia. In pratica, così come vige la responsabilità in capo a un Editore per la diffusione delle notizie, deve essere previsto lo stesso principio per i proprietari delle piattaforme e per gli utenti stessi, i quali hanno a disposizione un mezzo che consente la creazione di una vastissima platea di soggetti verso i quali possono impunemente diffondere il loro “pensiero” o addirittura impartire ordini (più o meno velati) per compiere azioni contrarie al potere legalmente costituito, vedi appunto gli eventi del 6 Gennaio 2021 a Washington.
Contestualmente devono essere creati organi di controllo delle attività di diffusione via web su larga scala, sia da parte dei responsabili delle piattaforme (che sono appunto responsabili), sia da parte dell’Autorità di controllo della legalità (Forze dell’ordine, Magistratura), per scoraggiare eventuali comportamenti, degli utenti e dei “provider”, lesivi dei principi stabiliti per la convivenza secondo le leggi vigenti.
Una volta riguadagnato il senso di libertà e di enorme potenzialità (positiva) che aveva animato l’origine dei social network, l’uso di questi mezzi potrà essere rivolto al miglioramento dello stato sociale e mentale del genere umano ed essere indirizzato alla soluzione di problemi di vasta proporzione come l’equilibrio ecologico, la crescita sostenibile, i cambiamenti climatici. In una parola, un Rinascimento digitale.
 
[Ex Cattedra di Mineralogia, Università di Perugia]
 
Riferimenti
1. R. Rinaldi (2021) 
https://libertariam.blogspot.com/2021/01/democrazia-populismo-e-reti-sociali.html
2., R. Rinaldi (2020) https://www.facebook.com/aboutumbria/videos/532691754282081/
3. R. Rinaldi, R. Donato (2020)
https://www.researchgate.net/publication/344340748

 

 

giovedì 25 marzo 2021

SANITÀ. UNA LETTERA DI ELIO VELTRI



Caro Angelo, l’istituzione del servizio sanitario nazionale voluta dai socialisti e da Aldo Aniasi, ministro due volte, è stata una delle riforme di struttura più importanti del paese. Ma in Lombardia è diventata terreno di affari e corruzioni. Ne ho parlato nel libro: Milano degli scandali 1991, scritto con Gianni Barbacetto nel capitolo “Le cliniche d’oro”. Il libro a Milano non aveva trovato un editore: nessuno aveva voluto pubblicarlo. Allora andai da Vito Laterza che oltre ad essere un editore noto era anche un grande intellettuale e lo pubblicò dopo essermi impegnato a trovare un grande prefatore come Stefano Rodotà. Ricordo la prima presentazione del libro nella sede dei giornalisti di viale Venezia con la partecipazione di Giampaolo Pansa e Ugo Finetti e le urla dei presenti al grido di ladri, ladri! e poi le recensioni su tutti i giornali nazionali che conservo ancora. Milano era considerata la capitale morale del paese e quel libro dimostrava, raccontando storie finite al palazzo di giustizia, che l’Italia si somigliava un po’ tutta. Successivamente le cose sono peggiorate per l’arrivo delle mafie dal sud. Tutto questo senza volere togliere i meriti che Milano aveva e ha anche oggi. Elio Veltri


RETE DELLE CITTÀ IN COMUNE

 
Vaccini. Un appello di oltre 100 amministratori e amministratrici locali al Presidente della Repubblica per lo Stop ai brevetti sui vaccini.
 
Sono 100 gli amministratori e le amministratrici locali, rappresentanti ed esponenti di liste della sinistra diffusa e di cittadinanza, che raccogliendo l’iniziativa della “Rete delle città in Comune”, hanno inviato una lettera aperta al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella affinché l’Italia si schieri per lo stop ai brevetti sui vaccini.
“Ci lascia sgomenti - scrivono i firmatari del documento - l’aver appreso che l’11 marzo scorso il nostro paese si sia espresso in sede di OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) contro la sospensione della proprietà intellettuale sui vaccini anti Covid. Questa decisione non è solo poco solidale verso altri paesi ma è contraria all’urgente interesse nazionale di accesso rapido alle forniture e alla produzione dei vaccini senza sottostare a “giochi al rialzo dei prezzi” tipici del mercato privato”. Da qui l’appello - sottoscritto da numerosi sindaci, tra cui quello di Napoli Luigi De Magistris, dai candidati della sinistra alle prossime elezioni amministrative di Roma e Milano: Paolo Berdini e Gabriele Mariani, da - fra i tanti - consiglieri e consigliere comunali delle liste di sinistra di Milano, Bologna, Firenze, Torino, Palermo, Ancona, Napoli, Padova - al Presidente della Repubblica: “A fronte di questa situazione senza precedenti e gravissima, ci rivolgiamo al suo alto Ufficio affinché - quale capo dello Stato - faccia sentire la Sua autorevole voce - pur nel rispetto delle prerogative politiche e istituzionali di altri organi costituzionali - affinché venga compiuto ogni sforzo al fine di mutare l’atteggiamento italiano - e della UE - sulla questione della proprietà dei brevetti per i vaccini anti-Covid19 e prodotti farmaceutici affini in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio e in sede di Organizzazione Mondiale della Sanità, nonché in ogni altra sede internazionale ed europea. Nonché a valutare ogni aspetto della legislazione nazionale affinché questo obbiettivo venga perseguito e raggiunto dal nostro paese”.
“Solo così - proseguono - avremo una produzione nazionale effettivamente sostenibile di vaccini e farmaci affini, solo così si sosterrà la lotta globale alla pandemia dalla quale nessun paese e nessun continente si salva da solo (tanto meno singole regioni o aree del paese, che con fughe in avanti metterebbero a rischio l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine e l’unità della nazione), solo così avremo “imparato la lezione” della pandemia e cioè la necessità di creare un mondo diverso dal precedente pre-pandemia, cioè più giusto, più solidale, più efficace, migliore”. “Non si tratta quindi solo di una necessità solidaristica verso i paesi poveri - concludono dalla Rete delle Città in Comune - ma di una necessità perché la lotta alla pandemia o è globale o non è. La nostra Costituzione consente che si possano porre limiti ai diritti di proprietà per salvaguardare il pubblico interesse: si pensi all’art.32 (diritto alla salute e accesso alle cure), art.41 (necessità di utilità sociale dell’impresa), art.42 (utilizzo in situazioni eccezionali della proprietà privata anche produttiva).
E per questo ci siamo rivolti a Lei”.
La campagna di sottoscrizione dell’appello, rivolta ad amministratori locali,   prosegue e per aderire scrivere a:
appellovaccini@gmail.com
La Rete delle Città in Comune

TOPI…



Gli scrittori ormai sono rassegnati.
Gli unici a divorare i loro scritti
sono... i topi di biblioteca.
Il Petragallensis

L’AFORISMA


Opera di Vinicio Verzieri

Una strada è storta quando, pur se dritta,
ti porta alla morte
.
Il Sannicolensis

Poeti
LA MIA PREGHIERA

 
La mia preghiera è silenziosa
come il vento
che s'è fermato alla montagna
La mia preghiera è silenziosa
come l'onda
che s'alza al cielo
La mia preghiera è silenziosa
come il fuoco
che si spegne sulla terra bruciata
La mia preghiera è silenziosa
come la parola che muta s'avvolge nel pensiero
La mia preghiera silenziosa è
il soave canto rivolto a Dio
di guarigione e di libertà.
Laura Margherita Volante

AMAZON
di Franco Astengo


Lo sciopero in Amazon ha suscitato un forte livello di discussione.
Un dibattito che non potrà essere tralasciato o ridotto come episodico.
Serve un confronto intellettuale e politico continuo attorno ad alcuni temi decisivi come quello dell’estendersi dei termini di sfruttamento sulle nuove contraddizioni sociali. Le nuove contraddizioni sociali portate avanti da un combinato disposto come quello formato dall’innovazione tecnologica e dalle nuove forme di disponibilità lavorative determinate dall’arretramento nelle condizioni materiali di cittadinanza. Si è formata una inedita articolazione sociale che un tempo avremmo potuto considerare come “esercito di riserva”.
Nella giornata di ieri, 23 marzo, mi è capitato di sperimentare un livello possibile di questo dibattito: dopo aver scritto una brevissima nota nel merito ho ricevuto una mail da parte del compagno Michele Mezza e sulla base di quel confronto si è offerta l'occasione per proseguire.
Al proposito dell’alimentarsi del dibattito mi permetto così di mettere a confronto due posizioni come quella personalmente espressa e che facilmente può essere interpretata come una visione di tipo “classico” riconducibile comunque alla lotta di classe e quella espressa  appunto dal compagno Michele Mezza nella quale si pone l’accento sul modificarsi degli strumenti analitici in materia puntando sul tema della “riunificazione proprietaria” che Amazon esprime  attraverso l’innovazione tecnologica su “calcolanti” e “calcolati”.
Si tratterebbe, cioè, di una sorta di “assemblaggio di bisogni” che finisce con il riunificare, in una sorta di blocco storico alla rovescia, operatori e utenti all’interno di una comune logica di subalternità al dominio.
Il punto, quindi (se ho capito bene) sarebbe quello del proporre una “sottrazione sociale” a questo forma di dominio introducendo - appunto - il tema di una nuova capacità di distinzione tra operatori e utenti oggi accomunati dalla sudditanza all’algoritmo che induce bisogni e loro soddisfazione. Debbo confermare che si tratta proprio di quel terreno di rilettura della teoria delle fratture che è indispensabile riprendere al più presto. Ne scrive, (mi auguro di averlo interpretato correttamente) anche Vincenzo Vita sul “il Manifesto” di oggi allorquando, in chiusura del suo intervento, propone il boicottaggio di Amazon almeno fino a quando non interverranno elementi di sufficiente regolamentazione del servizio.
Il tema sembra essere quello della regolazione di un modello indotto di “individualismo del consumo” da affrontare attraverso una “visione socialmente regolata” nell’uso delle nuove tecnologie (in particolare nel rapporto con i progressi dell’intelligenza artificiale) posta versus l’idea di un recupero di forme nuove della concezione di classe.
Una concezione di classe attraverso la quale far leva per la costruzione di un adeguato blocco di riferimento capace di riprendere antiche istanze di lotta (insomma una ripresa di temi da “rivoluzione industriale”).
Francamente non credo che questa contrapposizione esista.
Infatti non si ravvede, nel concreto, una contrapposizione tra un'idea di sfruttamento del lavoro distinto dallo sfruttamento del consumo.
È necessario invece cercare di produrre un discorso di visione e di proposta per un orizzonte sociale alternativo nel quale si principi una forma di “regolazione del consumo” e di ripresa della richiesta di diritti.
Regolazione del consumo e diritti sociali come endiadi all’interno di una proposta di battaglia ideale e propriamente politica di trasformazione sociale.
Le forme di sfruttamento innestate dalla modernità potranno essere contenute e limitate (come si vede una sorta di “programma minimo”) se si riuscirà ad impostare, sul piano più specificatamente politico, un’idea di “società sobria”, di “senso del limite”, di quello che, da qualche tempo, mi sono permesso di definire “socialismo della finitudine”.
Forse sarebbe il caso di discuterne quando si parla di una nuova soggettività politica della sinistra che - appunto - per costruirsi ha sicuramente bisogno di rianalizzare il quadro delle fratture sociali e delle contraddizioni che esse stanno producendo.
Scusandomi delle ingenuità sicuramente contenute in questo testo, unisco di seguito i contenuti delle due note di riferimento dai cui testi sono partito per cercare di sviluppare (per quanto possibile) un ragionamento.



 
 
La nota pubblicata da “il Manifesto”
“Lo sciopero (riuscito) dei supersfruttati di Amazon porta due punti alla nostra riflessione:
1) lo sciopero è stato mondiale: lo sfruttamento porta naturalmente all'idea dell'internazionalismo;
2) si discute molto della "diversità" nell'evidenziarsi delle "fratture" chiedendo un aggiornamento della teoria che le ha, a suo tempo, individuate (Rokkan). Ma anche in questo caso il substrato teorico rimane quello - appunto - dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, elemento base per qualsivoglia ragionamento teorico.
Franco Astengo"



La e-mail inviata ieri da Michele Mezza  
“Lo sciopero di ieri, che anch’io ho celebrato e declamato, segna l’ennesima evidenza di una radicale inadeguatezza degli strumenti analitici e delle categorie sociali con cui continuiamo a pensare di immettere il dentifricio in un tubetto da cui è clamorosamente è irrimediabilmente fuoriuscito (…)
Tu parli dello sfruttamento, che è una costante del lavoro salariato, ma il nodo del conflitto in Amazon riguarda più che la gestione la programmazione e la pianificazione del processo produttivo. Ossia la fase in cui dalla riproduzione in vitro del flusso produttivo, determinato dalla domanda di tipologia di prodotti che Amazon condiziona abbondantemente rendendo largamente prevedibile cosa vendere e cosa dovrà consegnare, si passa all’esecuzione nei capannoni e sui camioncini del ciclo di produzione. In questo passaggio il comando di Amazon si realizza mediante l’estrazione di dati psicomotricità dagli acquirenti e dai lavoratori. Ad ognuno per l’obbiettivo che si pone Amazon : automatizzare sia le motivazione d’acquisto che le mansioni del ciclo logistico. È questo il momento in cui si afferma e si riproduce il potere di Amazon: pianificare il passaggio da lavoro vivo a lavoro morto, e potremmo dire da consumo vivo a consumo morto. Questo è lo stadio del capitalismo della sorveglianza, come scrive Shoshanna Zuboff, dove la proprietà esclusiva di dati e algoritmo determina il dominio dei calcolanti sui calcolati, di cui, fra i molti indotti, per altro momentaneo in attesa di una prossima robotizzazione, c’è anche l’effetto Tempi Moderni di Charlot. Ora, a mio parere, diventa essenziale piuttosto che cercare di riprodurre le vecchie partite sul cottimo di capire come afferrare e ribaltare questo modello di convergenza fra lavoro e su ciò che Amazon governa attraverso la sua proprietà degli algoritmi e la sua capacità di ricavare dall’altra delle sue attività, che non dimentichino è la principale fonte di profitto, ossia il monopolio dei servizi di memoria e cloud, la materia prima per prefabbricare desideri e lavoro.
Michele Mezza”

mercoledì 24 marzo 2021

VACCINI E ANZIANI
di Emilio Molinari
 


Ho 81 anni, sono invalido al 100% ho patologie cardiovascolari molto gravi e pure oncologiche, tanto per non farmi mancare nulla. Non mi hanno ancora vaccinato e non mi hanno mai contattato. Non sono estraneo alla politica e ai media e quindi mi sono trattenuto da proteste. Mi sembrava di cercare una soluzione per me. Inoltre non sono nei social. Aspetto.
Aspetto cosa? Aspetto il vaccino o aspetto il Covid? Chi arriva primo?
Due giorni fa è morto un caro amico di 88 anni, Carlo Rossi, una persona amata da molti a Milano. Un poliziotto pistolero gli uccise il figlio e lui con la moglie Adele non hanno mai smesso l'impegno civile. Carlo aspettava il vaccino. È arrivato prima il Covid e la morte.
Quanti morti per ogni ritardo e silenzio della Regione Lombardia?
Di queste morti non c'è un conto e non c'è rendiconto di responsabilità. Solo oggi è arrivata un po' di indignazione dei media. Gli amici mi dicono: vai al primo pomeriggio al vecchio ospedale militare di via Forze Armate, ti metti in fila, diventi un “riservista” e se avanzano dei vaccini te lo fanno.
Normale? No non è normale che degli ultraottantenni malandati si mettano in fila, in piedi, al freddo, per accedere agli “avanzi”, come all'ortomercato per la frutta avanzata. Non è accettabile.
Come chiamiamo questi morti? È dall'inizio della pandemia che aleggia nell'aria una parola e una cultura impronunciabile: eugenetica.
Gira nell'aria e la Moratti la sfiora con l'idea che la priorità deve essere data a chi è produttivo, a chi contribuisce al PIL.
E un ultraottantenne è solo un costo.
Ora accedere agli avanzi è diventato ufficiale: c'è una nuova lista e un nuovo termine: riservisti. Lo hanno detto oggi alla tivù. Fai un'altra richiesta, ti iscrivono alla lista dei riservisti e speri di essere chiamato? E come si fa a iscriversi a questa lista?
E chi mi chiamerà prima?
La lista del diritto o quella riservista?
Intanto ogni morto è un risparmio in pensioni e sanità e una generazione se ne va. Prima nelle RSA e adesso con i ritardi.
Come lo chiamiamo?
È tutta colpa della Regione?
È colpa della Regione, certo. Ma il sindaco dove è?
Il sindaco, nessuno lo ricorda, è la massima autorità sanitaria cittadina. È possibile che in un anno di pandemia, non abbia organizzato un Registro degli ultraottantenni, delle loro patologie e il registro dei soggetti a rischi per patologie gravi. Impossibile? Difficile?
Un semplice registro chiedendo supporto ai medici di famiglia.
Non c'è. Non so se altre città lo hanno fatto. Di certo che il sindaco di Milano non si è né visto o sentito in un anno di questa pandemia.
Pensava ad altro il sindaco verde. Pensava dove coprire di cemento e vetro ogni angolo libero della città.
Nemmeno con una telefonata ai suoi vecchi.
Non ridete, ma io e mia moglie, che non abbiamo figli e nipoti aspettavamo almeno questa. Ci contavamo.
Aspettiamo il vaccino, ma non sarò un riservista.
 
*Ex Consigliere Comunale.
Ex Consigliere Regionale ed ex parlamentare
 

 

 

 

  

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