UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 29 giugno 2020

SAGGEZZA
“Guadagna tempo, sol chi il tempo
lo spende in tempo”.
Nicolino Longo

L’OCCIDENTE E LA MORTE
di Fulvio Papi


Chiunque abbia letto i bellissimi libri di Ariès e di Vovelle sulla morte in Occidente, non troverà probabilmente nuove le mie considerazioni. Del resto, il sapere è una continua interpretazione più o meno ben riuscita. In tempi altri e lontani, ci dice una bella immagine di Ariès, il cavaliere quando sentiva avvicinarsi i segni della morte nella sua esistenza, abbandonava il suo cavallo e gli orpelli che facevano della sua vita una importante figura sociale, si inginocchiava e attendeva la fine con la serenità che si deve a un evento già scritto: appartenente al momento stesso in cui aveva aperto gli occhi sul mondo e pronunciato le prime parole dei suoi simili. Così come si comporta un ospite che conosce il tempo della natura che lo aveva accolto. Proprio come ogni altro vivente.
La morte del re era più complicata e rituale, ma anche la morte del re era pensata come un termine necessario. E, piuttosto, era la monarchia a tentare la sorte più lunga nella storia, attraverso la nuova precarietà dei figli. Il pensiero della nostra morte borghese, come sentimento dell’estrema epoca moderna, non solo è comunemente occluso personalmente ma anche socialmente, appartiene a una minuscola scena tragica che si rappresenta in un lessico smarrito, anche intenso, ma debole e fragile quanto a memoria, solo un soffio di vento maligno.
Heidegger nel ’27 scrisse la famosa proposizione “essere-verso-la-morte”. Fu un risveglio clamoroso contro lo spazio del pensiero positivo. Poi Derrida chiarì che questa lezione esistenziale resuscitava, in campo laico, l’antica ammonizione cristiana sulla nostra polvere, dimenticata come altri oggetti obsoleti nel tempo. Fu allora un ripetuto esercizio filosofico, ma resterà una riflessione esterna del tutto rispetto alle dominanti ideologie della modernità che trovano la loro verità nella vita sociale. Vinse una comune cadenza ideologica secondo cui nel “secondo mondo” che abbiamo edificato sull’uso e sulle rovine dell’origine (la magia insegnava tutt’altro), è compresa la certezza di una immunità garantita dalla conoscenza scientifica e dalla tecnica. Entrambi capaci di vincere, con la propria pratica dell’intelligenza, l’apparire del male naturale. Al contrario del male storico che si poteva anche comprendere nei necessari guasti del progresso. È appena il caso di ricordare che in questa euforia vi sono persino scienziati contemporanei tanto stolti che studiano la nostra possibile eternità.
Oggi con la pandemia che conosciamo bene, ma con la quale non abbiamo ancora vinto con la medicina che (nella sua razionale ontologia) offre l’immagine di una guerra al male, siamo costretti a rivedere, con disagio comprensibile, la nostra convinzione di essere esistenti dotati o dotabili di immunità. Tuttavia il nostro pensiero non si ferma qui, posto che si fermi. Esso si percepisce come una sapienza deplorevole e difficile che, per rendersi accettabile, deve collocarsi in un razionale rapporto tra causa ed effetto. E cioè elaborare una colpa. Così potrà più facilmente essere riportata alle regole del nostro continente intellettuale. Ci saranno di certo anche casi di inefficienza, ma il desiderio della ricerca di una causalità antropica del male, rivela la critica consolatrice del ‘capro’. È la rivalsa emotiva di una sconfitta inattesa. L’elaborazione del sospetto dell’ignoto, del caso: il ‘capro’. È uno dei punti estremi di quelle culture (ideologie) che, abbagliate dalla immanenza materiale di un dio – il denaro come rivelazione vincente della storia capitalistica – contribuiscono a trasformare fino a distruggere un mondo che impropriamente possiamo chiamare delle origini. Meglio: abbiamo sconvolto la selezione naturale. Oggi la pandemia mette sul tavolo tutti questi conti in una volta sola. Contro i quali abbiamo il privilegio di una straordinaria conoscenza scientifica. Ma, va detto, anche la grande povertà dei giocatori di questa partita decisiva che deriva dalla nostra storia, razionale solo nel senso che non ce n’è un’altra: potenza, riproduzione sociale, conflitti, povertà, culture, politiche, ideologie, religioni. Non sarebbe affatto male rivolgere a questi problemi fondamentali la nostra totale attenzione, anche se ci sentiamo già un poco sconfitti.


LOBBISMO E VISIONE
di Franco Astengo

Stati Generali a Villa Panphili

La maggior parte degli osservatori aveva giudicato come l’operato di questo governo durante i mesi del lockdown risultasse confuso e privo di “visione”.
Ben oltre all’utilizzo di strumenti legislativi impropri e il registrarsi dell’assenza di ruolo del Parlamento la realtà delle iniziative assunte sul piano economico-sociale sono apparse essenzialmente come il risultato del peso delle lobbies e hanno finito con il favorire un confuso assistenzialismo e un sostanziale corporativismo.
Assistenzialismo e corporativismo (oltre al clientelismo ben evidente nelle diverse partite riguardanti le nomine) rappresentano due elementi sostanziali nel DNA del M5S (se pensiamo all’impostazione data a suo tempo al “reddito di cittadinanza”).
Elementi negativi che si sono ulteriormente accentuati nella pratica di governo nel corso di questi mesi: buona parte della destinazione dei bonus, infatti, ha preso le due strade appena indicate dell’assistenza pura e semplice e del soddisfacimento degli appetiti di lobbies e corporazioni varie.
Sulla precarietà della situazione ha sicuramente pesato l’incertezza provocata dalle oscillazioni e i contrasti di giudizio espressi da parte della “comunità scientifica”; oscillazioni che proseguono nell’attualità di questa che è stata definita come “Fase 3” e che forse risulta essere la più delicata da affrontare.
Così come l’incertezza sull’esito della trattativa europea rappresenta l’incognita più pesante al riguardo del futuro prossimo del nostro Paese.
Appare molto difficile recuperare forze ed energie in grado di indicare con chiarezza proprio una “visione”.
Se si guarda alle proposte ventilate in questi giorni, durante la serie di incontri svoltisi nel lusso di Villa Pamphili (un altro segnale quello delle ville, delle auto blu e delle scorte, dell’irrecuperabile sbandamento “da potere” che ha colpito l’ex-movimento “antipolitica” che doveva abbattere “la casta”) si direbbe che si prosegua sull’assenza di progettazione e nel cedimento verso le spinte corporative. Si parla di abbattimento delle aliquote IVA per determinati generi, di taglio delle tasse, di ulteriori imprecisati bonus (addirittura 35.000 euro da elargire alle donne che vorrebbero diventare “manager”): il tutto visto dalla parte dell’aumento dei consumi individuali inteso come esclusivo fattore di rilancio dell’economia.
Un vero e proprio delirio di trionfo per l’antico “berlusconismo”: un orientamento complessivo rivolto al consumo per favorire la pubblicità televisiva a vantaggio delle proprie reti, questo era il disegno del Cavaliere, che va ricordato anche in questo momento.
Il consumismo come apparire nella lunga lotta tra etica ed estetica.
Nasce da qui l’esigenza di un modello di società e si ritorna ad antiche discussioni nella sinistra, non soltanto comunista, a protagonisti ormai dimenticati da Riccardo Lombardi, a Ugo la Malfa, Pietro Ingrao, Lucio Magri, Bruno Trentin, Enrico Berlinguer.
Invece tutti i soggetti interpellati nella maratona pubblicitaria messa su da un Presidente del Consiglio che pare avere in animo (come suoi predecessori) e unico obiettivo una Costituzione “materiale” da intendersi in senso presidenzialista della Costituzione, si sono mossi come “lobbies” separate nel solo intento di far sopravvivere i loro “punti vendita”.
Addirittura la Confindustria ha offerto il destro a una modificazione sostanziale dell’impianto parlamentare della Repubblica esponendo un modello di “democrazia negoziale”, quasi a ricercare una legittimazione istituzionale per i gruppi di pressione.
Non è emersa da nessuna parte, neppure da parte dei sindacati preoccupati soltanto dall’allungamento dei tempi della cassa integrazione, una proposta di programmazione pubblica dell’economia, di intervento pubblico sui nodi cruciali dell’industria e delle infrastrutture. Nessuno ha reclamato l’espressione di una progettualità tesa a modificare le distorsioni presenti in un sistema fragile nei suoi punti strategici.
Un sistema quello italiano che, liquidato l’intervento pubblico, l’IRI e avviato il grande pasticcio delle privatizzazioni dei settori nevralgici si è fondato su di un modello sbagliato. Modello sbagliato che si intende continuare a perseguire. Soprattutto i sindacati non hanno mostrato alcuna attenzione al tema chiave della struttura del mondo del lavoro, alla crescita fortissima dei meccanismi di sfruttamento che nella fase dell’emergenza si sono ulteriormente inaspriti, dell’impossibilità per questo sistema di produrre nuova occupazione stabile anzi dell’emergere di una nuova spinta verso ulteriori strumenti di precarizzazione.
Quando turismo, ristorazione, abbigliamento diventano i settori chiave di un paese di 60 milioni di abitanti posto in posizione strategica al centro del Mediterraneo è il caso di preoccuparci seriamente.
Fa il paio con l’assenza di programmazione industriale quella della mancanza di una politica estera con in primo piano il disastro libico.
Anzi l’assenza di politica estera rappresenta il fattore fondamentale della fragilità e della confusione del nostro sistema produttivo.
La politica estera i cui termini concreti si stanno facendo di giorno in giorno più stringenti nella necessità di scelte precise sia nello scenario europeo sia rispetto alla nuova contesa globale ormai aperta tra USA e Cina. L’esito delle elezioni USA fornirà sicuramente una indicazione di indirizzo, ma comunque le pressioni per un recupero del “ciclo atlantico” ci saranno e molto forti e ad esse si dovrà dare risposta come alle evidenti manovre di infiltrazione da parte della Cina tendente ad approfittare della situazione di crisi creata dall’emergenza sanitaria.
Un sistema politico, quello italiano, ormai compresso nell’intreccio tra corporazioni espresse da lobbies più o meno potenti, privo di programmazione economica e di politica estera e corroso da uno scontro interno tra i poteri che la Costituzione vorrebbe separati ma che la funzione di supplenza esercitata per un lungo periodo dalla Magistratura ha inquinato nella relazione tra questa e la politica, laddove vengono a galla elementi di una vera e propria “perversione di sistema”.
Un autorevole professore, ex-ministro, ex giudice della Corte Costituzionale come Sabino Cassese ha individuato 5 nodi: Il declino della membership politica; l’assenza di offerta politica; lo svuotamento del Parlamento; la prevalenza dei temi immediati su quelli importanti e strutturali; la mancanza di organi di correzione delle politiche governative.
Punti che qui in questo intervento sono esposti in maniera semplicemente indicativa perché poi da Cassese sono trattati, in un suo testo, in maniera fortemente contraddittoria: ma non è questo il punto della discussione.
Quei Cinque punti rimangono meritevoli della massima attenzione nel momento in cui ci si dovrebbe accingere a riflettere sulle prospettive di soggettività politica che sarebbe necessario porsi in opera di ricostruzione a sinistra.
Una “sinistra costituzionale”, in questa fase, capace di raccogliere le forze migliori esistenti e/o disperse forse potrebbe rappresentare un riferimento capace di tenere dentro, sia pure su di una linea di “guerra di posizione”, l’insieme delle contraddizioni emergenti e funzionare da nuovo fattore di offerta politica: una necessità quanto mai urgente.


IN MARCIA
di Nicoletta Dosio


La lotta NO TAV si rimette in cammino lungo i sentieri della Clarea. Da giorni arrivavano scampoli di notizie su un'imminente ripresa dei lavori. Da tempo materiali si andavano ammassando oltre le reti, lungo il torrente, ai piedi dei piloni autostradali. Intanto in Valle aumentavano i controlli; gli alberghi collaborazionisti si preparavano ad ospitare le truppe, ogni mattina si sentiva il rombo dell'elicottero che saliva da Torino.
Ieri il movimento NO TAV si è ritrovato a Giaglione e si è messo in marcia. È nato il presidio permanente ai Mulini di Clarea. Le foto ci raccontano la bella giornata di sole, la costruzione delle barricate, l'allegria che accompagna la vita anche nei momenti più duri, quando si attende e si sa che il difficile sta per venire, ma si è anche consapevoli che, nonostante tutto, non si può disilludere un sogno ed abdicare al senso di responsabilità verso il futuro
Sono arrivati, di notte, come sempre. Hanno circondato il presidio, alzato barriere sui sentieri, ma non sono ancora riusciti a piegare i resistenti, alcuni saliti sugli alberi, altri sui tetti dei mulini, qualcuno incatenato ai cancelli. Le bandiere NO TAV garriscono con le rondini, al vento della Clarea.
In Valle volano incessanti le notizie, gli appuntamenti del fare concretamente, gli appelli alle realtà solidali: come sempre si deve partire insieme, con una risposta che sia di tutti e per tutti.
La rabbia è tanta: non si può che provare odio per i lobbisti che, rinchiusi nel Palazzo, continuano a presentare come pubblica utilità la devastazione sociale e ambientale legata a questa e alle altre Grandi Opere, inutili, costosissime, mortali.
Questo è il Cura Italia messo in piedi dalla folle bulimia dei nostri nemici di sempre che siedono nelle istituzioni e non rinunciano a trasformare in oro per i loro forzieri aria, acqua, suolo, salute, cultura, bellezza...e la memoria del passato, la vita del presente, la speranza del futuro di tutti.
Care compagne, cari compagni, per la prima volta non sono con voi nei luoghi della resistenza. Questi arresti domiciliari mi pesano insopportabilmente e più che mai in questi momenti, quando tutte e tutti sarebbero indispensabili, anche chi come me ha ormai poco da dare in forza fisica... ma il cuore è vivo e batte il ritmo della lotta...

I MOSCONI COCCHIERI
di Luigi Caroli


Charada italiana

A Spello, incantevole borgo umbro, il 6 giugno è saltata la tradizionale “Infiorata” a causa del virus, anche se il contagio è risultato tra i più bassi.
Il Comitato Benefico Dei Mosconi ne ha approfittato per tenere una riunione programmata da tempo. Si sono introdotti nottetempo in un saloncino della duocentesca Chiesa di Sant’Andrea nota per il Pinturicchio. Avevano deciso di aiutare un paese vicino ma ben più povero di Spello. C’erano ditte artigiane in difficoltà, piccole imprese in cassa integrazione, penuria di finanziamenti e problemi scolastici (neanche i precari ci volevano insegnare). Il più anziano, Eugenio, che tutti trattavano con deferenza, coordinava e dirigeva con polso la riunione. A illuminare - un po’ - la scena i presenti avevano sul capo una scritta luminosa col loro nome.


Eugenio, rivolgendosi a Massimo: “Sei noto per distinzione e (un po’ falsa) gentilezza. Come risolveresti il problema degli artigiani e delle piccole imprese?”.
Massimo: “Seguo solo le grosse ditte e punzecchio sindacalisti e politici di sinistra”.
Eugenio: “Ho capito. Ferruccio, tu hai guidato grossi giornali, un rimedio ce l’hai sicuramente disponibile”.
Ferruccio: “È quello che suggerisco sempre: l’austerità. Una decina d’anni di austerità e saranno in grado di mandare i figli all’Università!” 


Eugenio: “Ignazio, Ignazio, che fai? Continui a dormire? Sai certo suggerire un rimedio per i problemi finanziari. Parla!”
Ignazio: “Sono indebitati, troppo indebitati, dovevano pensarci prima”.
Eugenio: “Va bene. Anzi, male. Tocca a te Carlo. Hai certo conoscenza di aziende”.
Carlo: “Mica tanto. Non ho mai messo zampa in fabbrica. Sono anni che punzecchio quei fannulloni dei sindacalisti. È per questo che i grandi industriali mi adorano. Posso punzecchiare Conte e ordinargli: dai soldi a quei poveretti. Ma non a pioggia. Altrimenti non ci sarà la ripresa”.
Eugenio: “Sì, sì, ho capito”.


Era rimasto l’ultimo invitato, Paolo. Grande, poderoso, si era fatto bello andando dal parrucchiere. La scritta sul capo lo illuminava come una palla da biliardo.
Paolo: “So la storia di tutti gli Stati del mondo e posso mettere in difficoltà chiunque con le mie domande trabocchetto. Per aiutarli potrei insegnare la storia alle elementari. È da lì che bisogna cominciare.
Eugenio: “Sì, sì, Paolo, ho capito tutto. Sei un moscone che fa le pulci!”.


I cinque mosconi all’unisono: “E tu cos’hai fatto con noi?”.
L’allegra brigata esce dal salone e passa davanti al dipinto del Pinturicchio.
“Io avrei usato altri colori” sentenzia Paolo.
La domenica riposano e il lunedì riprendono a guidare la Nazione.


MARCHE

Terra di ginestre e girasoli
accarezzata dalla brezza che rischiara
ogni scorcio uno specchio di due rive
che si origliano fra boschi e radure…
sembran dire “O specchio delle mie brame…”
Così dietro lo sguardo di Giacomo
l’orizzonte si tinge di bianco
fra vele di pensieri e di nuvole.
Laura Margherita Volante

sabato 20 giugno 2020

ALLI BENIGNI LETTORI


Per ragioni di potenziamento tecnico di “Odissea”,
le pubblicazioni riprenderanno domenica 28 giugno.
La Redazione

venerdì 19 giugno 2020

CUBA E COVID
di Don Fitz

Nel dicembre del 1951, Ernesto "Che" Guevara decise di prendersi una pausa di nove mesi dalla scuola di medicina per fare un viaggio in moto attraverso l'Argentina, il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. Uno dei suoi obiettivi era fare esperienza pratica con la lebbra. La notte del suo ventiquattresimo compleanno, il Che si trovò così a La Colonia de San Pablo, in Perù: attraversando il fiume a nuoto, raggiunse i circa seicento lebbrosi che vivevano in capanne nella giungla, cercando di curarsi a modo loro.
Il Che non si sarebbe accontentato di studiare e simpatizzare con quei poveretti: voleva stare con loro, e capire in che modo vivevano. Il contatto con persone che erano povere e affamate e al tempo stesso malate, ha senz’altro trasformato il Che. Immaginava un nuovo tipo si medicina, con medici che avrebbero servito il maggior numero di persone con cure preventive, e promuovendo una maggiore consapevolezza circa l’importanza dell’igiene. Qualche anno dopo, il Che si unì al Movimento del 26 luglio di Fidel Castro nel ruolo appunto di medico, e fu tra gli ottantun uomini che sbarcarono a Cuba il 2 dicembre 1956, a bordo della Granma.

Una medicina rivoluzionaria


Dopo la vittoria che il 1° gennaio 1959 rovesciò il governo di Fulgencio Batista, il sogno del Che di un'assistenza medica gratuita per tutti venne incluso nella nuova costituzione cubana in quanto diritto umano. La comprensione dei fallimenti dei sistemi sociali così fondamentalmente scollegati tra di loro, portò il governo rivoluzionario a costruire ospedali e cliniche in zone dell'isola scarsamente servite, con la stessa convinzione con cui venivano affrontati i problemi dell'alfabetizzazione, del razzismo, della povertà e dell’edilizia popolare. Con l’obiettivo di servire al meglio la comunità dei pazienti, Cuba ha rinnovato le sue cliniche sia nel 1964 che nel 1974; e nel 1984 introdusse direttamente nei quartieri delle équipes di medici e infermieri in grado di essere operativi nei cosiddetti consultorios.
Mentre gli Stati Uniti diventavano sempre più bellicosi, nel 1960 i cubani organizzarono dei Comitati di difesa della rivoluzione per difendere appunto il loro Paese. Per esempio in caso di uragano questi comitati avevano il compito di trasferire in ripari elevati le persone anziane, o i disabili, gli ammalati gravi o affetti di disturbi mentali. In questo modo l'assistenza sanitaria che sarebbe stata materia di Politica Interna, si intrecciava con il campo degli Affari Esteri, un aspetto che ha caratterizzato tutta la storia di Cuba.
Poiché la rivoluzione in campo sanitario promossa da Cuba si basava sull'estensione dell'assistenza medica ben oltre le grandi città per raggiungere le comunità rurali che ne avevano più bisogno, non fu difficile estendere tale assistenza ad altre nazioni. Il governo rivoluzionario fu in grado di inviare medici in Cile dopo il terremoto del 1960 e una brigata di dottori e infermieri nel 1963 in Algeria, in lotta per l'indipendenza dalla Francia. Queste azioni hanno posto le basi per l'aiuto sanitario a livello internazionale, che è cresciuto nel corso dei decenni successivi e che ora comprende anche l'aiuto per la cura della pandemia COVID-19.

Alla fine degli anni ’80 e all'inizio degli anni ’90, due catastrofi hanno minacciato l'esistenza stessa del Paese. Da notare che nel 1986 era morta la prima vittima dell'AIDS, mentre nel dicembre 1991 si era verificato il crollo dell'Unione Sovietica, ponendo fine al sussidio annuale verso Cuba di 5 miliardi di dollari e creando perturbazioni nel commercio internazionale che oltre ad aggravare l'epidemia di AIDS avrebbero causato il collasso dell'economia cubana. Si profilava cioè una tipica tempesta perfetta: il tasso d’infezione da HIV per la regione caraibica era secondo solo all'Africa del sud, dove oltre 300.000 cubani si erano trovati a combattere durante le guerre in Angola. L'embargo sull'isola ebbe l’effetto di ridurre la disponibilità di farmaci (compresi quelli per l'HIV/AIDS), limitando le possibilità di fornitura ai farmaci esistenti che erano scandalosamente costosi, e sconvolgendo le infrastrutture finanziarie utilizzate per l'acquisto dei farmaci. Bisognosa di fondi, Cuba spalancò le porte al turismo, incoraggiando tra l’altro il sesso in cambio di denaro.
Il governo fu costretto a ridurre i servizi in tutti i settori tranne due: l'istruzione e l'assistenza sanitaria. I suoi istituti di ricerca svilupparono il test diagnostico per l'HIV di Cuba nel 1987 rendendo possibile completare oltre dodici milioni di test entro il 1993. Nel 1990, quando la comunità gay era diventata la principale vittima dell'HIV dell'isola, l'omofobia venne attivamente contrastata nelle scuole. I preservativi erano forniti gratuitamente negli studi medici e, nonostante i costi, anche i farmaci antiretrovirali.

Lo sforzo congiunto e ben pianificato di Cuba per affrontare l'HIV/AIDS ha dato i suoi frutti. All'inizio degli anni ’90, nello stesso periodo in cui Cuba aveva circa 200 casi di AIDS, New York City (con circa la stessa popolazione) ne aveva 43.000. (Nota 1) Nonostante avesse solo una piccola parte della ricchezza e delle risorse degli Stati Uniti, Cuba aveva superato gli effetti devastanti del blocco degli Stati Uniti e aveva attuato un programma di cura contro l'AIDS superiore a quello del Paese che cercava di distruggerlo. Durante questo periodo così particolare, i cubani hanno registrato un arco di vita più lunga e un tasso di mortalità infantile più basso rispetto agli Stati Uniti. Cuba è diventata una fonte d’ispirazione per chiunque si occupasse di cura in tutto il mondo, dimostrando che le possibilità di prosperare seppure in situazioni avverse, non sono in contrasto con un sistema sanitario coerente e che mette la vita umana al primo posto.


Il COVID-19 colpisce Cuba


Il superamento delle crisi dell'HIV/AIDS in un periodo così particolare, ha senz’altro preparato Cuba al COVID-19. Consapevole dell'intensità della pandemia, Cuba sapeva di avere due responsabilità strettamente collegate: innanzitutto prendersi cura di se stessa nel miglior modo possibile, e condividere le proprie competenze a livello internazionale.
Il governo non esitò ad assumersi un compito che si rivelò molto difficile in un'economia di mercato, modificando le attrezzature delle fabbriche nazionalizzate (che normalmente producevano uniformi scolastiche) per produrre mascherine in grande quantità. Questa conversione ha reso possibile un'ampia fornitura a Cuba entro la metà di aprile 2020, mentre gli Stati Uniti, con la loro enorme capacità produttiva, soffriva ancora di enormi carenze. Le discussioni ai più alti livelli del Ministero della Sanità Pubblica cubano hanno delineato la politica nazionale. Sarebbero stati necessari test massicci per determinare chi fosse stato contagiato. Le persone infette avrebbero dovuto essere messe subito in quarantena, assicurando al tempo stesso che avessero cibo e altri beni di prima necessità. Contemporaneamente si sarebbe svolto il più capillare tracciamento, per individuare l’eventualità di altre infezioni, con il personale medico incaricato di andare porta a porta per controllare lo stato di salute di ogni cittadino, mentre il personale del Consultorio avrebbe prestato la massima attenzione a coloro che risultavano particolarmente esposti al rischio a livello di quartiere.
Entro il 2 marzo, Cuba aveva istituito il Novel Coronavirus Plan for Prevention and Control. (Nota 2) E in soli quattro giorni, il piano era stato ampliato per includere la rilevazione della temperatura e l'eventuale isolamento dei viaggiatori eventualmente infetti in arrivo nell’isola. Il che si verificò prima della diagnosi del primo caso di COVID-19 a Cuba, in data 11 marzo. Cuba ha registrato la sua prima morte accertata per COVID-19 il 22 marzo, quando i casi confermati erano 35, quasi 1000 i pazienti in osservazione negli ospedali, e più di 30.000 le persone sotto sorveglianza a domicilio. Dal giorno successivo è partito il divieto d’ingresso agli stranieri non residenti, nonostante l’importanza del turismo per le casse del Paese. (Nota 3)


Nello stesso giorno la Protezione Civile di Cuba è stata allertata per rispondere rapidamente al COVID-19 e il Consiglio di Difesa dell'Avana ha deciso che c'era un grave problema nel quartiere Vedado della città di Cuba, noto per la sua enorme popolazione di visitatori stranieri non turisti, con maggiori probabilità di essere stati esposti al virus. Entro il 3 aprile il quartiere è stato chiuso. Come ha testimoniato Merriam Ansara, "chiunque abbia la necessità di entrare o uscire deve dimostrare di essere stato testato e di essere libero da COVID-19". La Protezione Civile si è assicurata che i negozi fossero riforniti e che tutte le persone vulnerabili ricevessero regolari controlli medici. (Nota 4)

Vedado ha avuto otto casi confermati, parecchi per un’area così piccola. I funzionari della sanità cubana hanno fatto in modo che il virus restasse nella fase di "diffusione locale", quando può essere rintracciato mentre passa da una persona all'altra. Hanno cercato di evitare che entrasse nella fase di "diffusione nella comunità", quando diventa più difficile rintracciarlo perché fuori controllo. Mentre gli Stati Uniti erano disperati per la mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI) e per una tale scarsità di tamponi da rendere necessaria la specifica richiesta da parte dei cittadini, invece che una somministrazione di routine da parte del personale sanitario, Cuba aveva abbastanza kits di test utili alla più rapida identificazione delle persone che avevano contratto il virus.

Durante la fine di marzo e l'inizio di aprile, anche gli ospedali cubani stavano cambiando i protocolli, per ridurre al minimo il contagio. Alcuni medici dell'Avana sono stati ricoverati all'ospedale di Salvador Allende per quindici giorni, e obbligati a pernottare in un'area destinata al personale medico. Poi sono stati trasferiti in una zona separata dai pazienti dove hanno vissuto per altri quindici giorni e sono stati sottoposti a test prima di tornare a casa. Sono rimasti a casa senza uscire per altri quindici giorni e sono stati esaminati prima di poter riprendere il lavoro. Questo periodo di quarantacinque giorni di isolamento ha impedito al personale medico di portare malattie all’interno delle comunità di appartenenza, magari nei loro quotidiani spostamenti da e per il lavoro.


Il sistema medico si estende dal consultorio
a tutte le famiglie di Cuba


Gli studenti del terzo, quarto e quinto anno di medicina sono stati assegnati dai medici del consultorio, con l’incarico di recarsi ogni giorno in determinate case. Tra i loro compiti c’è la raccolta di dati di indagine da parte dei residenti, o le frequenti visite agli anziani, ai neonati e a coloro che hanno problemi respiratori. I dati raccolti in queste sessioni di medicina preventiva, vengono poi esaminati da coloro che occupano le più alte cariche decisionali del Paese. Quando gli studenti portano i loro dati, i medici usano una penna rossa per contrassegnare i punti caldi in cui è necessaria un'assistenza supplementare. I medici del quartiere si incontrano regolarmente nelle cliniche per discutere di ciò che ogni medico sta facendo, di ciò che sta scoprendo, delle nuove procedure che il Ministero della Sanità Pubblica cubano sta adottando e di come l'intenso lavoro sta interessando tutto il personale medico.

In questo modo, ogni cittadino cubano e ogni operatore sanitario, da quelli degli uffici medici di quartiere a quelli degli istituti di ricerca ai più alti livelli, partecipa alla definizione della politica sanitaria. Cuba conta attualmente 89.000 medici, 84.000 infermieri e 9.000 studenti che dovrebbero laurearsi in medicina nel 2020. Il popolo cubano non tollererebbe che chi sta al governo nel loro Paese ignorasse i consigli dei medici, sparando sciocchezze e incoraggiando una politica basata su ciò che sarebbe più redditizio per le imprese.
Il governo cubano ha approvato la distribuzione gratuita di un certo farmaco omeopatico, il PrevengHo-Vir, ai residenti dell'Avana e della provincia di Pinar del Rio. (Nota 5) Susana Hurlich è stata tra coloro che anno ricevuto questo trattamento. L'8 aprile, il Dott. Yaisen, uno dei tre medici del consultorio operativo a due isolati da casa sua, si è presentata alla porta con una bottiglietta di PrevengHo-Vir e le ha spiegato come usarlo. Le istruzioni avvertono che rinforza il sistema immunitario ma non è un sostituto dell'Interferone Alfa 2B, né un vaccino. Secondo Hurlich la cosa che conta "per quanto riguarda il sistema sanitario di Cuba è che, invece che operare su due distinti livelli, come spesso accade in altri Paesi, con la ‘medicina classica’ da un lato e la ‘medicina alternativa’ dall'altro, Cuba ha UN SOLO sistema sanitario che li comprende entrambi Quando si studia per diventare medico, si impara anche a conoscere la medicina omeopatica in tutte le sue forme". (Nota 6)


Solidarietà globale al tempo di COVID-19


Un modello, insomma, molto efficace. La componente forse più notevole dell'internazionalismo medico di Cuba durante la crisi del COVID-19 è stata quella di usare la sua esperienza decennale per creare un esempio di come un paese può affrontare il virus con un piano al tempo stesso sollecito e competente. I funzionari della sanità pubblica di tutto il mondo hanno tratto ispirazione dall’esempio di Cuba.
Per quanto riguarda il trasferimento di conoscenze, è noto che gran parte del mondo è andato nel panico quando i virus che causarono l'Ebola, principalmente attivi nell'Africa subsahariana, sono aumentati drammaticamente nell'autunno del 2014. Più di 20.000 persone sono state rapidamente infettate, più di 8.000 sono morte, mentre cresceva la preoccupazione che il numero dei morti potesse superare le centinaia di migliaia. Gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare; altri Paesi hanno promesso denaro. Cuba è stata la prima nazione a rispondere con ciò di cui c'era più bisogno: ha inviato 103 infermiere e 62 medici volontari in Sierra Leone. Mentre molti governi non sapevano come rispondere alla malattia, Cuba ha formato volontari di altre nazioni presso l'Istituto di medicina tropicale Pedro Kourí dell'Avana. Cuba ha insegnato a 13.000 africani, 66.000 latinoamericani e 620 caraibici come curare l'Ebola evitando il contagio. Condividere la comprensione su come organizzare un sistema sanitario è il più alto livello di trasferimento di conoscenze.

Il Venezuela ha cercato di replicare aspetti fondamentali del modello sanitario cubano a livello nazionale, e ciò è stato molto utile nella lotta contro il COVID-19. Nel 2018, i residenti di Altos de Lidice hanno organizzato sette consigli comunali, tra cui uno per la salute della comunità. Un residente ha messo a disposizione dell'iniziativa del Sistema Sanitario Comunale uno spazio nella sua casa, affinché il dottor Gutierrez potesse avere un ufficio. Egli coordina la raccolta dei dati per identificare i residenti a rischio e visita tutti i residenti nelle loro case per spiegare come evitare l'infezione da COVID-19. L'infermiera Del Valle Marquez è una Chavista che ha aiutato a realizzare il Barrio Adentro quando sono arrivati i primi medici cubani. Ricorda che i residenti non avevano mai visto un medico all'interno della loro comunità, ma quando i cubani sono arrivati "abbiamo aperto le nostre porte ai dottori, ed essi hanno vissuto con noi, hanno mangiato con noi, hanno lavorato insieme a noi". (Nota 7)

Storie come questa permeano il Venezuela. Come risultato della costruzione di un sistema di tipo cubano, l’emittente TeleSUR ha riferito che entro l'11 aprile 2020, il governo venezuelano ha condotto 181.335 test di reazione a catena della polimerasi in tempo per ridurre il tasso di infezione in America Latina. Il Venezuela ha avuto solo sei infezioni per milione di cittadini, mentre il vicino Brasile ne ha avute 104 per milione. (Nota 8)

All’epoca della presidenza di Rafael Correa, oltre mille medici cubani costituivano la spina dorsale del suo sistema sanitario in Ecuador. Subito dopo la vittoria di Lenin Moreno che prese il posto di Correa nel 2017, i medici cubani vennero immediatamente espulsi, e la medicina pubblica precipitò nel caos. Moreno seguì le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale di tagliare il bilancio sanitario dell'Ecuador del 36%, lasciandolo senza professionisti della sanità, senza DPI e, soprattutto, senza un sistema sanitario organizzato in modo coerente. Risultato: mentre il Venezuela e Cuba hanno avuto 27 decessi COVID-19, la città più grande dell'Ecuador, Guayaquil, ha registrato circa 7.600 casi di decessi. (Nota 9)


Sul piano internazionale, la reputazione della medicina cubana è indiscussa e proprio per questa dimensione di internazionalismo, che è tra le qualità più riconosciute. Un chiaro esempio fu il devastante terremoto che ha scosso Haiti nel 2010. Al personale medico inviato da Cuba venne richiesto di vivere tra gli haitiani ed è rimasto lì per mesi o anche anni dopo il terremoto. I medici statunitensi, invece, si sono ben guardati dal condividere gli umili dormitori dove erano ricoverate le vittime haitiane e ogni notte tornavano nei loro hotel di lusso, oltre a limitare i loro soggiorni entro il limite delle poche settimane. John Kirk ha coniato il termine "turismo catastrofico" per descrivere il modo in cui molti Paesi ricchi rispondono alle crisi sanitarie nei Paesi poveri.

L'impegno che il personale medico cubano è in grado di offrire a livello internazionale, non è altro che la naturale conseguenza dello sforzo fatto dal sistema sanitario cubano a livello nazionale nell’arco di ben tre decenni, per capire il modo migliore di rafforzare i legami tra i professionisti del caregiving e quanti erano bisognosi delle loro cure. Nel 2008, Cuba ha inviato oltre 120.000 operatori sanitari in 154 Paesi, i suoi medici hanno curato oltre 70 milioni di persone nel mondo e quasi 2 milioni di persone devono la loro vita ai servizi medici cubani nel loro Paese.

L'Associated Press ha riferito che quando il COVID-19 si era già diffuso in tutto il mondo, Cuba aveva 37.000 operatori sanitari in 67 Paesi. E ciò non gli ha impedito di inviare altri medici in Suriname, Giamaica, Dominica, Belize, Saint Vincent e Grenadine, Saint Kitts e Nevis, Venezuela e Nicaragua. (Nota 10) Il 16 aprile, Granma ha riferito che "21 brigate di operatori sanitari sono state dispiegate per unirsi agli sforzi nazionali e locali in 20 Paesi" (Nota 11). Lo stesso giorno, Cuba ha inviato duecento operatori sanitari in Qatar. (Nota 12)

Quando l'Italia settentrionale è diventata l'epicentro dei casi COVID-19, una delle città più colpite è stata Crema, nella regione Lombardia. Il pronto soccorso del suo ospedale era pieno di gente. Il 26 marzo, Cuba ha inviato 52 medici e infermieri che hanno allestito un ospedale da campo con 3 posti letto in terapia intensiva e 32 altri posti letto con ossigeno. Ecco come una nazione caraibica così piccola e povera è riuscita ad aiutare una grande potenza europea.
Un simile sforzo ha avuto un notevole peso anche per Cuba. Il 17 aprile, 30 dei suoi medici inviati all'estero sono risultati positivi al COVID-19. (Nota 13)


Portare il mondo a Cuba


L'altra faccia di Cuba che invia personale medico in tutto il mondo sono le persone che ha portato sull'isola, sia studenti che pazienti. Quando i medici cubani erano nella Repubblica del Congo nel 1966, non hanno potuto fare a meno di notare la quantità di giovani intenti a studiare alla luce dei lampioni di notte e li hanno invitati a continuare i loro studi all'Avana. Lo stesso è successo per un gruppo ancor più numeroso di studenti africani durante le guerre d'Angola del 1975-88 e poi ancora per un gran numero di studenti latinoamericani, interessati agli studi di medicina dopo gli uragani Mitch e Georges. Il numero di studenti ospiti di Cuba per studiare è aumentato ulteriormente nel 1999, quando si è inaugurata la Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM). Nel 2020, l'ELAM ha formato 30.000 medici provenienti da oltre cento Paesi.
E non solo, Cuba gode di un’ottima reputazione per essere riuscita ad ospitare pazienti stranieri bisognosi di cure. Dopo la fusione nucleare di Chernobyl del 1986, 25.000 pazienti, per lo più bambini, sono venuti sull'isola per curarsi, e alcuni di loro sono rimasti per mesi o anni. Cuba ha aperto le sue porte, letti d'ospedale e un campo estivo per giovani.
Il 12 marzo, mentre la nave da crociera britannica MS Braemar stava per avvicinarsi alle Bahamas, una nazione del Commonwealth britannico, quasi cinquanta persone, sia tra i passeggeri che membri dell’equipaggio, avevano il COVID-19, oppure mostravano di averne i sintomi. Poiché la Braemar batteva bandiera bahamiana e poteva quindi considerarsi sotto la giurisdizione del Commonwealth, sarebbe stato logico sbarcare i passeggeri a bordo per le cure e tornare nel Regno Unito. Ma il Ministero dei Trasporti delle Bahamas si è opposto, negando l’autorizzazione ad attraccare e la possibilità di sbarco in tutti i porti delle Bahamas. (Nota 14). Nei cinque giorni successivi, anche gli Stati Uniti, le Barbados (altra nazione del Commonwealth) e diversi altri paesi caraibici hanno respinto la nave. Il solo Paese che ha permesso l'attracco degli oltre mille membri dell'equipaggio e dei passeggeri della Braemar è stato Cuba, in data 18 marzo. A coloro che si sentivano troppo male per volare sono state offerte le migliori cure negli ospedali cubani. La maggior parte dei degenti si è recata in autobus all'aeroporto internazionale José Martí per i voli di ritorno nel Regno Unito. Prima di partire, i membri dell'equipaggio della Braemar hanno esposto uno striscione con la scritta "Ti amo Cuba!" (Nota 15) La passeggera Anthea Guthrie ha postato sulla sua pagina Facebook: "Ci hanno fatto sentire non solo tollerati, ma persino benvenuti". (Nota 16)


Medicina per tutti


Nel 1981 ci fu un'epidemia particolarmente grave di febbre dengue trasmessa dalle zanzare, che ogni tanto colpisce l'isola. In quell’occasione, molti ebbero modo di apprezzare per la prima volta l'altissimo livello degli istituti di ricerca cubani, che per curare con successo la dengue avevano trovato l'Interferone Alpha 2B. Come sottolinea Helen Yaffe, "l'interferone di Cuba ha dimostrato la sua efficacia e sicurezza nella terapia di malattie virali come l'epatite B e C, l'herpes zoster, l'HIV-AIDS e la dengue " (Nota 17). L'efficacia del farmaco è durata per decenni e, nel 2020, è diventata di vitale importanza come potenziale cura per la COVID-19. Ciò che è soprattutto rimasto è il desiderio di Cuba di sviluppare una molteplicità di farmaci e di condividerli con altre nazioni.
Cuba si è resa disponibile a collaborare allo sviluppo di determinati farmaci con paesi come la Cina, il Venezuela e il Brasile. La collaborazione con il Brasile ha portato a vaccini contro la meningite a un costo di 95 centesimi piuttosto che 15-20 dollari a dose. Infine, Cuba insegna ad altri paesi a produrre farmaci da soli, in modo da rendersi indipendente dai paesi più ricchi per il fabbisogno di farmaci.
Per affrontare efficacemente la malattia, la ricerca sui farmaci persegue tre obiettivi: test per determinare le persone infette; trattamenti per aiutare a prevenire o curare l’insorgere di problemi; e vaccini per prevenire le infezioni. Non appena sono stati disponibili i test rapidi di reazione a catena della polimerasi, Cuba ha iniziato a usarli ampiamente in tutta l'isola. Cuba ha sviluppato sia l'Interferone Alpha 2B (una proteina ricombinante) che il PrevengHo-Vir (un farmaco omeopatico). TeleSuR ha riferito che entro il 27 marzo, oltre quarantacinque paesi avevano richiesto l'Interferone di Cuba per contenere e quindi eliminare il virus. (Nota 18)

Il Centro d’Ingegneria Genetica e di Biotecnologia di Cuba sta in effetti cercando di sviluppare un vaccino contro il COVID-19. Il Dr. Gerardo Guillén, direttore della Ricerca Biomedica, ha confermato che il suo team sta collaborando con i ricercatori cinesi di Yongzhou, provincia di Hunan, per creare un vaccino che stimoli il sistema immunitario e che possa essere preso attraverso il naso, che è la via di trasmissione del COVID-19. Qualunque cosa Cuba sviluppi, è certo che sarà condivisa a basso costo con altri Paesi, a differenza dei farmaci statunitensi che sono brevettati a spese dei contribuenti, sebbene siano poi i giganti della farmaceutica a trarre il massimo profitto da chi ne ha bisogno.


Paesi che non hanno imparato a condividere


Le missioni di solidarietà cubane sono la prova di una preoccupazione reale, che spesso manca nei sistemi sanitari di altri Paesi. Le associazioni mediche in Venezuela, Brasile e altri Paesi sono spesso ostili ai medici cubani. Ma quando si trovano in difficoltà, non riescono a trovare abbastanza medici propri disponibili a viaggiare in condizioni pericolose o a recarsi in zone povere e rurali, magari in groppa a un asino o in canoa, come farebbero i medici cubani.
Quando sono stato in Perù nel 2010, ho visitato il Policlinico di Pisco. Il suo direttore cubano, Leopoldo García Mejías, mi ha spiegato che l'allora presidente Alan García non voleva altri medici cubani e che se volevano rimanere in Perù dovevano starsene zitti. Cuba sa bene che deve adattare ogni missione medica al clima politico.
Il caso dell’Honduras rappresenta tra tutti un caso eccezionale. Cuba ha iniziato a prestare assistenza medica in Honduras nel 1998. Durante i primi diciotto mesi degli sforzi di Cuba in Honduras, il tasso di mortalità infantile del Paese è sceso da 80,3 a 30,9 decessi ogni 1.000 nati vivi. Ma gli umori politici a un certo punto sono cambiati e, nel 2005, il ministro della Sanità honduregno Merlin Fernández ha deciso di cacciare via i medici cubani. Il che ha suscitato una tale opposizione che il governo ha dovuto modificare le sue decisioni e ha permesso ai cubani di restare.

Un esempio disastroso e senz’altro degno di nota, di un Paese che ha rifiutato un'offerta di aiuti cubani, è quello che si verificò successivamente all'uragano Katrina nel 2005, quando c’erano 1.586 operatori sanitari cubani pronti ad andare a New Orleans. Il presidente George W. Bush, rifiutò tuttavia l'offerta: come se per i cittadini statunitensi fosse stato meglio morire, piuttosto che riconoscere la qualità degli aiuti cubani.

Ma anche se il governo degli Stati Uniti non è in grado di apprezzare gli studenti che studiano all'ELAM, ciò che essi imparano rivela senz’altro utile, quanto tornano a casa. Nel 1988, Kathryn Hall-Trujillo di Albuquerque, New Mexico, ha fondato il Birthing Project USA, con il proposito di formare personale in grado di relazionarsi con le donne afroamericane e a restare in relazione con loro durante il primo anno di vita del neonato. È grata per la collaborazione del Progetto Nascita con Cuba e per il sostegno ricevuto da molti studenti dell'ELAM. Nel 2018, mi ha detto: "Siamo un luogo di ritorno a casa per gli studenti dell'ELAM: il lavoro con noi rappresenta un’opportunità per mettere in pratica ciò che imparano all'ELAM".


Il medico cubano Julio López Benítez ha ricordato nel 2017 che quando Cuba ha rinnovato le sue cliniche nel 1974, il modello di riferimento è stato completamente rivoluzionato: invece di quello vecchio, in cui erano i pazienti a recarsi in clinica, il nuovo modello prevedeva che fossero le cliniche a recarsi dai pazienti. Analogamente, osservando ciò che stava succedendo nel suo quartiere del Bronx meridionale durante il COVID-19, la Dott.ssa Melissa Barber, laureata all’ELAM, si è resa conto che, mentre la maggior parte degli Stati Uniti diceva alla gente di rivolgersi alle varie agenzie, ciò di cui la gente ha bisogno è un approccio comunitario e personale addestrato a dialogare con la gente. La dottoressa Barber lavora in una coalizione con la South Bronx Unite, le Mamas di Mott Haven e molte associazioni locali di inquilini. Come a Cuba, stanno cercando di identificare le persone vulnerabili all’interno della comunità, tra cui "gli anziani, le persone che hanno neonati e bambini piccoli, le persone che sono costrette a casa, le persone che hanno molteplici patologie e che possono essere realmente suscettibili a un virus come questo.” (Nota 19)

Una volta identificati coloro che hanno bisogno di aiuto, cercano le risorse adatte per aiutarli, come generi alimentari, DPI, farmaci e cure. In breve, l'approccio della coalizione è quello di andare a domicilio per assicurarsi che le persone non cadano nel vuoto. Al contrario, la politica degli Stati Uniti a livello nazionale è che ogni Stato e ogni comune farà quello che è in grado di fare, il che significa che invece di avere qualche crepa in cui qualcuno potrà rischiare di cadere, si creano voragini con enormi quantità di persone che sbandano da tutte le parti. Ciò di cui hanno bisogno i Paesi con economie di mercato sono azioni come quelle del South Bronx Unite sull’esempio di Cuba, realizzate su scala nazionale.

E questo era esattamente ciò che Che Guevara aveva immaginato nel 1951. Decenni prima che il COVID-19 cominciasse a saltare di persona in persona, la visione del Che si propagava da un dottore all’altro. O forse erano in molti a condividere le sue stesse visioni e con tale raggio di apertura che, dal 1959 in poi, Cuba esportò la medicina rivoluzionaria ovunque fosse possibile. Ovviamente, non è stato il Che a progettare il complesso funzionamento interno dell'attuale sistema medico cubano. Ma fu senz’altro aiutato da un buon numero di guaritori tradizionali che intrecciarono ulteriori ipotesi di cura in un tessuto che ora si allarga a tutti i continenti. In determinati momenti della storia, migliaia o milioni di persone riescono a visualizzare immagini simili di un futuro diverso. Se le loro idee si diffondono abbastanza ampiamente nel momento in cui le strutture sociali si stanno disintegrando, ecco che un'idea rivoluzionaria può diventare concretamente possibile nella costruzione di un mondo nuovo.

Note


Nancy Scheper-Hughes, “AIDS, Public Policy, and Human Rights in Cuba,” Lancet 342, no. 8877 (1993), 965–67.
Pascual Serrano, “Cuba en Tiempos de Coronavirus,” cuartopoder, March 21, 2020.
Helen Yaffe, “Cuban Medical Science in the Service of Humanity,” CounterPunch, April 10, 2020.
Merriam Ansara, “John Lennon in Quarantine: A Letter From Havana,” CounterPunch, April 9, 2020.
Heidy Ramírez Vázquez, “Medicamento Homeopático a Ciudadanos en Cuba
Infomed al Día, April 12, 2020.
Resumen-English, April 9, 2020.
Venezuela Analysis, April 11, 2020.
teleSUR, April 14, 2020.
MintPress News, April 13, 2020.
Associated Press, April 3, 2020.
Granma, April 16, 2020.
Ángel Guerra Cabrera, “Cuba: El Interferón Salva Vidas” 
La Jornada, April 16, 2020.
Farooque Chowdhury, “Undaunted Cuba Defies the Empire and Extends Hands of Solidarity to Continents,” Countercurrents, April 17, 2020.
Democracy Now!, March 24, 2020.
Kornbluh, “Cuba’s Welcome to a Covid-19-Stricken Cruise Ship.”
Links International Journal of Socialist Renewal, March 14, 2020.
teleSUR, March 27, 2020.
Indypendent,  April 11, 2020.

[Pubblicato sul numero di giugno 2020 del mensile Usa
Monthly Review. Trad. it. di Daniela Bezzi]







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