UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 28 dicembre 2015

PARENTELA ED EMIGRAZIONE
Mutamenti e continuità in una comunità Calabrese
di Antonio Cugliari

Contadini in Calabria
Quando venne fondata l’Università calabrese di Arcavacata (Rende - Cosenza) gli obiettivi erano alquanto ambiziosi. La nuova Università doveva uscire dal chiuso della ricerca accademica per calarsi nello studio del tessuto della regione, onde contribuire al suo risveglio e farla uscire dal secolare sottosviluppo. Sollecitato dal Centro Studi “La Comune”, molto attivo in Acri in quegli anni, il Dipartimento di Sociologia, diretto dal professore Giovanni Arrighi, diede incarico alla sociologa Fortunata Piselli di svolgere un’accurata indagine in un paese della Calabria; venne scelto Acri in provincia di Cosenza considerato come uno spaccato dell’intero Meridione ed indicato con lo pseudonimo di Altopiano. Lo studio dura circa tre anni -dall’autunno del 1975 all’estate del 1978  - nasce così “Parentela ed emigrazione” pubblicato dall’Einaudi nel 1981. La ricerca analizza i “flussi migratori” dal 1950 in poi, ed usando tecniche antropologiche nuove, mette a nudo come questi processi determinano trasformazioni e sconvolgimenti nel tessuto sociale di una comunità come Acri. Fino agli anni Cinquanta “Altopiano” è ancora una società isolata fuori dal contesto nazionale dell’economia e della cultura. Prevalgono rapporti precapitalistici di sfruttamento e di condizionamento; per mantenersi in piedi una comunità siffatta, i rapporti familiari devono essere per forza rigidamente gerarchici con una netta differenziazione tra figli legittimi e proietti. Negli anni Cinquanta nelle famiglie dei possidenti, essendo la proprietà della terra l’unica forma di reddito e di ricchezza, la terra non poteva essere frazionata tra i figli, pena l’indebolimento economico della famiglia. Vigeva, quindi, il maggiorascato, cioè ereditava e si sposava solo il primogenito, da qui la piaga dei proietti nati dalle relazioni degli esclusi con le donne dei ceti subalterni. 

Contadini nel Salento
Contrariamente ai possidenti, nelle famiglie contadine la proprietà, quando esisteva, veniva frazionata in parti uguali fra tutti i discendenti. Si comprende facilmente come in una società così strutturata, l’emigrazione agisca come fattore di riequilibrio dei contrasti sociali nascenti. Negli anni Cinquanta, come alla fine dell’Ottocento, l’emigrazione avviene nelle Americhe, e per gli alti costi del viaggio via mare, ad emigrare sono i figli delle famiglie benestanti sostenuti dal parentato. Emigrano gli esclusi dal patrimonio o chi ha ambizioni da realizzare. Negli anni Sessanta si assiste ad una nuova forma di emigrazione: il Nord d’Italia e d’Europa in pieno boom economico necessitano di nuova forza-lavoro per il funzionamento dell’industria. L’emigrazione in questa fase coinvolge gli strati che negli anni Cinquanta erano stati esclusi: emigrano in massa i figli dei contadini, dei fittavoli, dei braccianti. Il latifondo, privato dalle braccia che lo manteneva in vita, entra in crisi ed al suo posto prende corpo la piccola proprietà contadina, acquistata con le rimesse degli emigranti. Pertanto, se negli anni Cinquanta resistevano ancora strutture arcaiche precapitalistiche, con l’emigrazione degli anni Sessanta “Altopiano” entra a pieno titolo nel mercato italiano ed europeo. 

Contadino calabrese con asino
Negli anni Settanta entra in crisi anche la piccola proprietà contadina, vuoi per il continuo frazionamento della terra, vuoi perché le rimesse degli operai si orientano verso nuove forme più redditizie d’investimento, come la conquista di un posto di lavoro negli Enti Forestali, nell’impiego pubblico e soprattutto nella speculazione edilizia. Cambia, quindi, la vecchia struttura produttiva legata alla terra e crescono le classi medie del lavoro burocratico e le forme assistenziali esercitate dai partiti politici alla ricerca del voto clientelare. Scomparsi quasi tutti i vecchi mestieri e i lavori artigianali, la parentela subisce una profonda trasformazione: da struttura condizionante diventa oggetto di manipolazione politica. Scrive la Piselli: “Le famiglie che vogliono mantenere il potere inseriscono i propri rappresentanti nei partiti politici, in modo di condizionarne le scelte ed orientarle verso gli interessi del nucleo di appartenenza”. L’indagine di Fortunata Piselli si ferma a questo stadio, ma l’acuta sociologa aveva compreso che “Altopiano” (Acri) stava per entrare in una crisi grave per la mancanza di investimenti produttivi capaci di produrre ricchezza e non solo di consumarla.


LIBRI
I RACCONTI DI GIORELLO
di Giuseppe O. Longo

Il 16 dicembre 2015 si è svolta a Milano, al Circolo Filologico Milanese, una presentazione incrociata di due libri: Il fantasma e il desiderio di Giulio Giorello, presentato da Giuseppe O. Longo, e Antidecalogo, di Giuseppe O. Longo, presentato da Giulio Giorello. Qui si riporta la presentazione fatta da Longo del libro di Giorello.

Giulio Giorello

Nel delizioso racconto giovanile Il fantasma di Canterville (The Canterville Ghost, 1887), Oscar Wilde ci narra delle angherie cui è sottoposto un vetusto e dignitoso fantasma inglese da parte di due implacabili e cinici gemelli americani, che ai fantasmi non credono affatto e che con il loro scanzonato scetticismo portano lo spettro, che evidentemente esiste, alla disperazione.
I cinque racconti che compongono questo libro di Giorello sono improntati a un misurato razionalismo positivistico che, pur mettendoci in guardia contro le suggestioni troppo facili, tuttavia non disdegna di adottare quella che lo scrittore svizzero Peter Bichsel chiama “la sospensione dell’incredulità”, senza la quale ogni racconto viene distrutto dall’acido corrosivo dello scetticismo, impedendoci di godere di quella che è la vocazione per eccellenza dell’uomo: la narrazione. Ciascuno di noi, dalla nascita alla morte, non fa che narrare, narrarsi e farsi narrare un seguito incessante di storie, e l’esito di questo infinito narrare è la costruzione di un mondo semplificato, misto di fantasia e di realtà, più a misura d’uomo, in cui stiamo meglio che nel mondo dato, troppo complicato e impegnativo o, a volte, banalmente piatto.
In questo libro la sospensione dell’incredulità è temporanea, e l’autore - con una certa qual crudeltà - riveste subito i panni dello scettico, a mo’ del suo maestro spirituale Spinoza, protagonista del primo racconto, L’uomo di Gorcum. Se l’incredulità di Spinoza-Giorello ci riporta con i piedi per terra, rischia anche di toglierci quel sottile piacere, quel brivido di suggestione psicosensuale, quell’impalpabile godimento venato di masochismo che sempre si associa alla costruzione di un mondo fantastico e inquietante. E che importa se quel mondo non “esiste” nel senso comunemente associato a questo predicato? Anche le cose che non esistono, come nota Edmondo De Amicis nella prefazione al volume Il diavolo di Arturo Graf, hanno una forza immensa: come si spiegherebbero altrimenti i comportamenti bizzarri o addirittura insensati, ma realissimi e a volte sanguinosi, adottati dagli adepti di certe sette e religioni in base alle loro infondate credenze? Si aggiunga poi che, a quanto pare, noi siamo fatti per credere: dice infatti Giulio Giorello che “dai racconti sugli spiriti si capisce come gli uomini non vogliono narrare le cose come sono, ma come le desiderano”, restando impregiudicato il significato di quel “come sono” (poiché la realtà è inattingibile, ciò che ci appare è sempre il frutto di un compromesso tra oggetto e soggetto).
In effetti il mistero è sempre più suggestivo della sua soluzione: la spiegazione, proprio perché ha esorcizzato e smontato il mistero, ci lascia davanti alle ceneri fredde di quello che era stato un incendio affascinante. In fondo noi corteggiamo sempre l’indicibile, che è -paradossalmente- l’unica cosa di cui ci preme parlare: e se e quando l’indicibile diventa dicibile non c’interessa più, perché ormai è detto. Nei libri gialli lo scioglimento è sempre deludente e comunque inferiore alle aspettative dolcemente tormentose, specie in quelli che offrono una soluzione che si sarebbe potuta ricavare dagli indizi sapientemente disseminati dall’autore. Penso ad Agatha Christie, mentre del tutto diversi sono i romanzi di Simenon, in cui il commissario Maigret corteggia l’indicibile senza mai prendere una posizione definita e alla fine la soluzione offerta non è quasi mai la conseguenza imprescindibile di un meccanismo ben oliato, ma si ha la sensazione che sia uno dei possibili esiti di una serie di contingenze: forma aperta, che lascia al lettore una libertà interpretativa e costruttiva che somiglia molto all’atteggiamento che ci obbligano ad avere i casi della vita, semplici e indecifrabili.
La delusione che ci procura la spiegazione del mistero (che cessa di esser tale) è bene illustrata da un racconto che Giacomo Leopardi riporta nei suoi Pensieri:

Questo che segue, non è un pensiero, ma un racconto, ch’io pongo qui per isvagamento del lettore. Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio Ranieri, giovane che, se vive, e se gli uomini non vengono a capo di rendere inutili i doni ch’egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal solo nome, abitava meco nel 1831 in Firenze. Una sera di state, passando per Via buia, trovò in sul canto, presso alla piazza del Duomo, sotto una finestra terrena del palazzo che ora è de’ Riccardi, fermata molta gente, che diceva tutta spaventata: ih, la fantasima! E guardando per la finestra nella stanza, dove non era altro lume che quello che vi batteva dentro da una delle lanterne della città, vide egli stesso come un’ombra di donna, che scagliava le braccia di qua e di là, e nel resto immobile. Ma avendo pel capo altri pensieri, passò oltre, e per quella sera né per tutto il giorno vegnente non si ricordò di quell’incontro.
L’altra sera, alla stessa ora, abbattendosi a ripassare dallo stesso luogo, vi trovò raccolta più moltitudine che la sera innanzi, e udì che ripetevano collo stesso terrore: ih, la fantasima! E riguardando per entro la finestra, rivide quella stessa ombra, che pure, senza fare altro moto, scoteva le braccia. Era la finestra non molto più alta da terra che una statura d’uomo, e uno tra la moltitudine che pareva un birro, disse: s’i’ avessi qualcuno che mi sostenessi ‘n sulle spalle, i’ vi monterei, per guardare che v’è là drento. Al che soggiunse il Ranieri: se voi mi sostenete, monterò io. E dettogli da quello, montate, montò su, ponendogli i piedi in su gli omeri, e trovò presso all’inferriata della finestra, disteso in sulla spalliera di una seggiola, un grembiale nero, che agitato dal vento, faceva quell’apparenza di braccia che si scagliassero; e sopra la seggiola, appoggiata alla medesima spalliera, una rocca da filare, che pareva il capo dell’ombra: la quale rocca il Ranieri presa in mano, mostrò al popolo adunato, che con molto riso si disperse.

Non si può non credere che nel molto riso del popolo vi fosse, oltre al sollievo, anche una punta di frustrazione!
Nei suoi racconti, Giorello esita tra il razionalismo alla Spinoza e la nostalgia della credulità (come in Le foglie della Sibilla, titolo che richiama un distico del XXXIII canto del Paradiso): perché, come nota l’autore nel Prologo, forse non siamo noi che diamo vita ai nostri fantasmi, bensì da loro prendiamo vita, cedendo -sottilmente- al desiderio di desiderare di credere in essi. Su questo desiderio del second’ordine si basa l’adesione, sia pure provvisoria, che ci suscitano i racconti dei grandi maestri anglosassoni: Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) e Montague Rhodes James (1862-1936), che l’autore prende a maestro e donno. Altrettanto magistrali sono peraltro i racconti di fantasmi dovuti alla penna di Henry James (1843-1916), tra cui memorabile per la sua impalpabile evanescenza Il giro di vite (The Turn of the Screw, 1898), e di Edith Wharton (1862-1937).
Se, come annuncia il titolo, i fantasmi -questi ectoplasmi diafani ed elusivi, queste apparizioni quasi sempre serotine o notturne e quasi sempre drappeggiate in bianchi sudari- se gli spettri sono, sotto una forma o l’altra, i protagonisti dei cinque racconti del libro, è anche vero che non tutti i fantasmi che vi appaiono (è il caso di dirlo) ne hanno i connotati classici. Alcuni si rivelano volgari impostori (L’uomo di Gorcum), altri conservano il loro statuto di spiriti capaci di influire sulla realtà materiale tramite l’equivalente fantasmatico ma concretamente marmoreo di una ghiandola pineale a forma di spada (L’angelo geloso), oppure si materiano in effigi granguignolesche (La testa di moro), o scaturiscono dalle profondità abissali di deliri matematici che a volte sono più pericolosi e gravidi di conseguenze nefaste per l’equilibrio mentale che non i vaneggiamenti delle cantafavole (Le foglie della Sibilla), o infine rivelano una natura tutt’altro che spettrale e si dimostrano capaci e vogliosi di fornicare e di uccidere (Fuoco nella pianura).
Gli aspetti ironici, parodistici e addirittura comici irrompono nei punti dove la tensione narrativa rischierebbe di trascinare il lettore all’interno di una credulità troppo corriva, agevolata dalla suggestione di certe atmosfere e di certi ambienti (la locanda del Tapiro Rosso dove alloggia l’io narrante delle Foglie della Sibilla o il Palazzo stregato, pregno di lascivia, di Fuoco nella pianura). Insomma, l’autore è sempre pronto a invitarci a una seduta spiritica salvo poi rivelarci che si tratta in effetti di una bevuta in compagnia.
Può tuttavia sorgere il dubbio se i fantasmi siano, come ho affermato sopra, i veri protagonisti del libro: un’altra interpretazione possibile è che il vero protagonista sia il corpo. A volte si tratta di un miserevole nano che corre per la campagna all’imbrunire su un paio di trampoli per piegare l’incredulità di Spinoza (L’uomo di Gorcum), oppure di una creatura mostruosa, un vero e proprio sgorbio dalla testa gigantesca issata su un corpicciuolo rachitico e nascosto da un saio (Fuoco nella pianura); a volte si tratta invece del corpo di una donna non più giovanissima, ma ancora formosa e desiderabile, che si abbandona ad amori servili (La testa di moro). Nell’ultimo racconto (Fuoco nella pianura) il corpo diventa primo attore indiscusso, presentandosi nelle forme della bella archivista, obbligata a portare una seducente giarrettiera dal nastro rosso e colta in momenti di solitaria intimità e nudità; nella figura di donna che compare in un quadro, nuda e accovacciata in mezzo alla campagna, in una posa quanto mai provocante; e infine nell’arciere, l’orrendo gnomo macrocefalo coperto dal saio, di cui ho detto e che si rivelerà un turpe stupratore e assassino.
Del resto non stupisce che il corpo sia comunque e sempre il protagonista, poiché noi siamo il nostro corpo: nasciamo, cresciamo, godiamo, soffriamo e moriamo con e nel corpo, che resta il baluardo ultimo della nostra identità (non è un caso che le prospettive aperte dal post-umano siano più meno tutte variazioni sul tema del corpo e delle sue trasformazioni). Nell’Angelo geloso si narra della morte dello scrittore Peter George, il cui corpo è trafitto dalla spada di marmo dell’angelo, e nelle Foglie della Sibilla è il corpo del matematico Corrado Bozzolo che viene ritrovato in mare, straziato dagli scogli, smangiato dai pesci e squarciato da qualche altra entità cui, ovviamente, ci rifiutiamo di credere.
Queste aperture sugli aspetti raccapriccianti e cruenti legati alla corporeità fanno pensare a Edgar Allan Poe (1809-1849) e soprattutto allo scrittore che forse più d’ogni altro ha descritto l’orrore che da un istante all’altro potrebbe scaturire dalla realtà in apparenza innocua che ci circonda: Howard Phillips Lovecraft (1890-1937). Ma non si possono trascurare altri interpreti delle infinite variazioni sul tema del corpo: Ernesto Teodoro Amedeo Hoffmann (1776-1822), con i suoi racconti di meravigliosi automi, in particolare bambole meccaniche talmente perfette da ingannare i giovanotti che di loro s’innamorano perdutamente (ma Hoffmann di solito spiega l’arcano o vi allude, palesando i trucchi della meccanica onirica e tenebrosa che sta dietro le sue creature artificiali); Mary Wollstonecraft Shelley (1797-1851), che nel suo straordinario romanzo gotico Frankenstein, o il moderno Prometeo (nelle varie edizioni del 1818, 1823, 1831) imposta il tema del corpo e della vita secondo le teorie scientifiche allora dominanti, basate sull’elettricità come motore dei fenomeni vitali: tanto celebre fu questo romanzo da entrare nell’immaginario collettivo e da spingere la (pseudo)cultura popolare a usare il nome del protagonista, il barone Victor Frankenstein, per qualificare in negativo certi prodotti della tecnologia attuale.
Anche la robotica attuale si misura ovviamente con il corpo, e mi preme qui accennare al concetto di perturbante, introdotto da Ernst Jentsch (1867-1919) e analizzato a fondo da Sigmund Freud nel suo trattato Das Unheimliche (1919). Il perturbante è, detto assai rozzamente, ciò che caratterizza il nostro atteggiamento di fronte a certi oggetti o situazioni che sono insieme familiari ed estranei: come davanti a una figura ambigua, che si offre a due interpretazioni percettive diverse, tra le quali non si sa scegliere. Il tema del perturbante è stato introdotto in robotica nel 1970 dallo studioso giapponese Masahiro Mori, il quale ha sostenuto, plausibilmente, che al crescere della somiglianza che un robot umanoide presenta con un essere umano, la nostra “simpatia” per il robot aumenta. Ma se la somiglianza supera un certo livello, entriamo in uno stato di confusione, poiché da una parte vediamo che si tratta di qualcosa che ci somiglia e al quale dunque siamo portati ad attribuire caratteristiche umane, dall’altra sappiamo che si tratta di un artefatto, al quale dunque non possiamo attribuire caratteristiche umane. A questo punto la nostra simpatia subisce un calo improvviso e questa caduta è stata chiamata da Mori avvallamento del perturbante (Uncanny Valley in inglese). Se poi la somiglianza continua a crescere, l’avvallamento si supera e la simpatia torna a crescere. Resta da vedere se queste idee si possano applicare ai fantasmi, agli spettri e alle apparizioni.

La copertina del libro
Chiude il libro di Giorello un sostanzioso Epilogo, intitolato Spettri scarni e altro, in cui si propone, come rimedio sovrano contro le visioni e gli incubi notturni, la birra, il porto e il whiskey. Protagonista indiscusso di queste ultime pagine è Montague Rhodes James, che l’autore assume come... spirito guida nel suo percorso attraverso le strade inquietanti che serpeggiano dai cimiteri campestri delle brughiere inglesi o irlandesi alle mura dei castelli danesi. A proposito: se lo spettro del defunto Re non è visto solo da Amleto, ma anche da altri, si tratta di un’allucinazione collettiva oppure di una prova di realtà? A suffragare la seconda ipotesi stanno le rivelazioni del fantasma sulle circostanze della propria morte, benché si possa far credito agli spettri di possedere cognizioni che non richiedono l’attributo della realtà. In fondo se, come predica Berkeley, esse est percipi, ogni apparizione esiste in quanto tale, e, ignorando le sottigliezze filosofiche, il fantasma dell’opera shakespeariana agisce senza bisogno di esistere nel senso usuale, e banale, del termine.
Citando il racconto Una vista dalla collina di James, Giorello accenna alla possibilità che certi strumenti ottici consentano di scorgere oggetti che a occhio nudo non si vedono: allora esistono o non esistono, questi oggetti? Non può non venire in mente la tecnologia della realtà aumentata, in cui la visione offerta da occhiali speciali giustappone alcune informazioni supplementari agli oggetti contemplati: una mirabile conferma di quanto sosteneva Borges, cioè che il mondo è arricchito dalle finzioni. Un mondo consistente nei soli oggetti concreti sarebbe ben misero e ciò consente all’autore di motivare la propria giudiziosa posizione di scettico moderato, che rifugge dagli opposti estremismi del vero credente e dello scettico integrale. Se per i suoi preconcetti lo scettico integrale si nega le gioie e i brividi che offrono le infinite sfumature possibili della realtà, il vero credente sviluppa l’ossessione delle prove inconfutabili, magari basate su misurazioni di campi elettrici e magnetici e su registrazioni video e audio, e, procedendo da preconcetti opposti a quelli dello scettico integrale, ma altrettanto incrollabili, elimina ogni sorridente ironia dalla realtà in cui vuole credere e si rintana in una inospite caverna fattuale, attrezzata con le inossidabili apparecchiature dei cacciatori di fantasmi. Che cosa poi sia la realtà resta uno di quei misteri che, come dice George Steiner, rendono la vita degna di essere vissuta... L’ultimo grido della moda, propugnato dai corifei della filosofia digitale, afferma che l’essenza del reale è l’informazione: non bosoni e fermioni, non quarks e leptoni, bensì sciami di bit animati da un’incessante computazione. In questa visione l’Universo è un Grande Computer e Dio, smettendo i panni antiquati del Grande Architetto e del Grande Orologiaio, diventa il Grande Programmatore.
Adottando l’informazione come principio primo, forse si potrebbe affrontare il problema dell’immortalità dell’anima individuale in modo nuovo: a meno che non finiscano in un buco nero, i bit non si distruggono e quindi l’anima (necessariamente composta di bit) sopravvivrebbe alla morte del corpo (altro aggregato di bit) e vagherebbe negli spazi siderali stimolata dalla computazione di fondo, fino a trovare, per una felice o infelice combinazione, un corpo in cui reincarnarsi: un corpo da animare proprio nel momento dell’incontro tra ovulo e spermatozoo. Chissà se questa versione vagamente platonica dell’immortalità dell’anima sarebbe stata accettata anche da Spinoza?
[Gorizia 25-26 dicembre 2015]

Giulio Giorello
Il fantasma e il desiderio
Mondadori, Milano, 2015
pagg. 120, € 18,00
ALLI BENIGNI LETTORI
Troverete nella Rubrica “Officina” gli scritti di Gabriele Scaramuzza
sul nuovo libro di Fulvio Papi “Il poeta, l’impero, la morte” e di Giuseppe O. Longo al libro di racconti di Giulio Giorello “Il fantasma e il desiderio”, mentre nella Rubrica “La Biblioteca di Odissea” troverete una nota di Angelo Gaccione sul libro della poetessa Pierangela Rossi “Carte del tempo”.
Buona lettura a tutti.

sabato 26 dicembre 2015

LAVAGGIO DEI CERVELLI




Una Frontex 2 contro migranti e cittadini europei “sospetti”
di Antonio Mazzeo


Dopo l’operazione Triton e il varo della forza navale EUNAVFOR MED, l’Unione europea pensa a nuovi strumenti militari per “garantire una gestione forte e condivisa delle frontiere esterne” e fare la guerra ai migranti nel Mediterraneo. Il 15 dicembre la Commissione europea ha infatti deciso di potenziare il mandato e le risorse finanziarie di Frontex, l’agenzia di vigilanza e controllo dei confini Ue ed istituire una Guardia costiera e frontaliera europea che sovrintenda con piena autonomia alla gestione delle operazioni anti-migrazioni.
“È giunto il momento di passare a un sistema di gestione delle frontiere realmente integrato”, ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans. “La Guardia costiera e di frontiera europea riunirà l’agenzia europea per la guardia costiera e di frontiera istituita da Frontex e le autorità degli Stati membri responsabili della gestione delle frontiere, che continueranno a occuparsi delle attività giornaliere di gestione delle frontiere esterne. Il sistema proposto avrà la possibilità di attingere a una squadra di persone e a un parco di attrezzature di riserva e permetterà di individuare in tempo reale eventuali carenze, che potranno così essere risolte rapidamente, migliorando anche la nostra capacità collettiva di intervenire in modo efficace in situazioni di crisi. Ciò contribuirà a gestire più efficacemente la migrazione, a rafforzare la sicurezza interna dell’Unione europea e a salvaguardare il principio della libera circolazione delle persone”.
Le misure adottate dalla Commissione comporteranno la riorganizzazione istituzionale di Frontex e uno smisurato ampliamento delle sue funzioni e dei suoi costi. “I limiti di Frontex, hanno impedito sino ad oggi un suo efficace intervento per porre rimedio alle situazioni create dalle crisi dei rifugiati”, ha spiegato il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. “L’agenzia Ue non può acquisire le proprie risorse, non ha un proprio staff operativo e fa riferimento sui contributi degli Stati membri; non è in grado di svolgere le proprie operazioni di gestione delle frontiere senza la richiesta prioritaria di uno Stato membro e non ha un esplicito mandato per condurre operazioni di ricerca e soccorso. Con la nuova agenzia si potrà fare molto di più”.
A specificare compiti e mezzi di Frontex 2 è Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza. “La nuova agenzia per la guardia costiera e di confine verificherà che le regole di gestione integrata delle frontiere siano rispettate, potrà agire autonomamente per prevenire situazioni di crisi e intervenire subito sulle frontiere esterne con azioni urgenti sul campo. Altre misure proposte consentiranno la velocizzazione del rimpatrio dei migranti irregolari: ci sarà uno speciale ufficio rimpatri che collaborerà con gli stati membri finanziando o co-finanziando le operazioni per rimandare indietro gli irregolari”.
L’istituzione di una Guardia costiera e di frontiera europea era stata anticipata il 9 settembre 2015 da Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione, ma il colpo di acceleratore alla riforma delle agenzie Ue anti-migranti è stato giustificato dallo stesso presidente della Commissione europea con la necessità di “dare una risposta ai recenti attentati di Parigi ed alla crescente minaccia posta dai terroristi combattenti stranieri”.


Secondo il documento pubblicato dalla Commissione europea il 15 dicembre, la nuova guardia di frontiera avrà una “squadra di riserva rapida di guardie costiere” e potrà contare su almeno 1.500 esperti, il cui dispiegamento in una zona a rischio migranti potrà essere effettuato entro tre giorni. “Essi costituiranno la Forza Europea di Pronto Intervento rischierabile a ridosso delle frontiere in situazioni di crisi”, scrivono i commissari di Bruxelles. “Per la prima volta l’agenzia potrà procurarsi le attrezzature autonomamente e attingere a un parco di attrezzature tecniche messo a disposizione dagli Stati membri”. Entro il 2020 la nuova agenzia potrà contare su un migliaio di dipendenti a tempo indeterminato, un numero due volte maggiore di quanto è impiegato attualmente da Frontex.
Sarà attivato inoltre un Centro di monitoraggio ed analisi dei rischi per controllare i flussi migratori verso l’Unione europea e al suo interno e “svolgere valutazioni obbligatorie della vulnerabilità, volte a individuare i punti deboli ed a porvi rimedio”. L’agenzia includerà la “criminalità transfrontaliera” e il “terrorismo” nelle analisi dei rischi e collaborerà con altre agenzie dell’Unione e le maggiori organizzazioni internazionali nella “prevenzione del terrorismo”. Funzionari di collegamento verranno distaccati negli Stati membri per garantire una presenza dove si riterrà che le frontiere siano a rischio pressione migratoria. “L’agenzia potrà valutare la capacità operativa, le attrezzature tecniche e le risorse di cui dispongono gli Stati membri per fronteggiare le sfide alle loro frontiere esterne e potrà imporre agli Stati membri di adottare misure entro un termine prestabilito”.
Il documento della Commissione europea fa esplicito riferimento al diritto d’intervento sovranazionale della nuova superagenzia Ue. “Gli Stati membri potranno richiedere operazioni congiunte e interventi rapidi alle frontiere, nonché il dispiegamento di squadre della guardia costiera e di frontiera europea a sostegno di tali operazioni”, spiega Bruxelles. “In caso di persistenza delle carenze o di ritardo o inadeguatezza dell’azione nazionale qualora uno Stato membro sia sottoposto a una forte pressione migratoria che rappresenti una minaccia per lo spazio Schengen, la Commissione potrà adottare una decisione di esecuzione per stabilire che la situazione in un particolare tratto delle frontiere esterne richiede un intervento urgente a livello europeo. Ciò permetterà all’Agenzia di intervenire, dispiegando le squadre della guardia costiera europea, per assicurare l’azione sul campo anche quando uno Stato membro non può o non vuole prendere le misure necessarie”. Frontex 2 potrà pure inviare funzionari di collegamento ed avviare operazioni congiunte con Paesi terzi confinanti, anche sul loro territorio. Le attività di controllo delle frontiere effettuate sino ad oggi dalle Guardie costiere nazionali saranno poste gerarchicamente sotto il comando-gestione della nuova Guardia costiera e di frontiera europea; congiuntamente anche i mandati dell’Agenzia europea di controllo della pesca e dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima “saranno allineati” a quello della neonata istituzione. “Le tre agenzie saranno in grado di avviare operazioni di sorveglianza congiunte, ad esempio utilizzando sistemi aerei a pilotaggio remoto (droni) nel Mar Mediterraneo”, scrive la Commissione Ue. Nell’ambito della nuova agenzia sarà istituito pure un Ufficio europeo dei rimpatri che “permetterà di dispiegare squadre europee di intervento per il rimpatrio, composte da personale di scorta e di sorveglianza nonché da specialisti in materia di rimpatrio, che lavoreranno con efficacia per rimpatriare i cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare”. Bruxelles ha previsto inoltre di introdurre “controlli sistematici” - basati sul raffronto con le banche dati esistenti - dei cittadini Ue che entreranno o usciranno dall’Unione. “Per accrescere la sicurezza nello spazio Schengen, si propone una modifica mirata del codice frontiere Schengen volta a introdurre controlli sistematici obbligatori dei cittadini dell’Ue alle frontiere esterne terrestri, marittime ed aeree”, riporta il paper del 15 dicembre. “Saranno introdotti controlli obbligatori dei cittadini dell’Ue basati sul raffronto con banche dati, quali il sistema d’informazione Schengen, la banca dati dell’Interpol sui documenti di viaggio rubati e smarriti e i pertinenti sistemi nazionali, al fine di verificare che le persone in arrivo non rappresentino una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza interna”. La Commissione Ue propone inoltre di rafforzare l’obbligo di verificare gli identificatori biometrici nei passaporti dei cittadini europei “in caso di dubbi sull’autenticità del passaporto o sulla legittimità del titolare”. La valutazione dei rischi sarà comunicata alla nuova superagenzia di controllo delle frontiere, “che potrà giudicare il modo in cui è applicata l’eccezione nella sua valutazione della vulnerabilità”. Sempre secondo la Commissione, i controlli sistematici nelle banche dati saranno eseguiti secondo un sistema cosiddetto Hit/no hit, sulla base cioè di valutazioni meramente soggettive dei funzionari di Frontex 2 sulla presunta pericolosità sociale del cittadino Ue. “Se la persona controllata non rappresenta un rischio, il controllo non viene registrato e i suoi dati non subiscono un ulteriore trattamento”, conclude la Commissione. L’ennesimo colpo di piccone allo stato di diritto e alle libertà individuali nel nome dell’Europa lager e fortezza armata.
Gli auguri di Renato Seregni e Saj Retona
ai lettori di “Odissea”
Renato Seregni con la sua mascotte
L’Arte
Deve servire a migliorare la società       
Perché consente di vedere la realtà
Con occhi diversi.
Non secchio da riempire,
Ma fuoco da accendere. 
Saj Retona 
Foto di Livia Corona
Come il Natale per la vita.
Renato Seregni              

     
QUANDO L’ENERGIA SEMBRA CHE ASSUMA TINTE VERDI 

La pianta del Miscanthus, erbacea perenne nativa delle regioni tropicali e sub-tropicali, è nota in Europa dagli anni Trenta, inizialmente per la sua bellezza poi per il suo potenziale impiego nell’ambito dell’energia pulita.


L’energia pulita è un tema estremamente chiacchierato, oggetto di discussioni infervorate tanto sul piano ecologico quanto su quello economico. La questione energetica, ormai sulla bocca di tutti, è duplice: da una parte si smania a causa dell’esaurimento delle tanto acclamate fonti fossili e dall’altra l’aumento eco-omicida dei gas serra emessi non promette nulla di buono. Il dilemma quindi sta nella risoluzione di un rapporto inversamente proporzionale, dove centrale è l’esigenza di produrre tanto a basso tasso di inquinamento.
L’armistizio alla lotta tra i due eco-giganti potrebbe essere garantito dall’assunzione di un economia ecologica come modello, inaugurando un approccio alternativo che valorizzi le risorse naturali e rivaluti il capitale di produzione di queste ultime.
A tal proposito, risulta interessante, per quanto concerne le biomasse, l’impiego del Mischantus vegetale o erba elefantina, una pianta erbacea perenne autoctona delle regioni tropicali e subtropicali dell'Africa e del sud-asiatico, utilizzabile per la produzione ecocompatibile dell’etanolo. Se l’Europa scoprì questa pianta negli anni Trenta del secolo breve per la bellezza delle sua fioritura, adibendola a ornamento, a partire dal 1980 è stata dimostrata la sua grandezza anche in ambito economico, svelandone l’efficacia come fonte di energia alternativa, nella fatti specie come biocarburante. Infatti assecondando il detto “tanta resa, poca spesa”, l’erba elefantina, in cambio di un esteso terreno argilloso, dotato di un buon approvvigionamento di acqua, promette una forte crescita sulla base di un minimo investimento monetario e di tecniche di coltivazione, rivelandosi per l’industria automobilistica ed edile una pregiata risorsa rinnovabile.
Sul piano produttivo dunque si dà il via ad un match tra petrolio e Mischantus, in quanto la potenzialità produttiva della pianta sembra avere chance di vincita pari, se non superiori, a quelle del petrolio; infatti, il Miscanthus produce circa 200 quintali di sostanza secca per ettaro, l’equivalente di 70-80 quintali di petrolio oppure 12-15mila litri di gasolio. Ma non è finita qui, questa erba perenne stabile e produttiva, oltre a non pretendere troppe attenzioni, si mostra anche vorace di CO2, assorbendone enormi quantità.
In Europa i paesi ecologicamente virtuosi che abbracciano la sua coltivazione a scopo produttivo, favorendo uno sviluppo sostenibile, si aggirano intorno ad una dozzina, tra i quali si annoverano la Germania, la Danimarca, la Svizzera, il Regno Unito, la Polonia, l’Austria e per ultima, dal 2006, la Francia.
Dal 2011 anche l’Italia, grazie alla Società Agricola a responsabilità limitata AgriWatt, ha dimostrato una certa sensibilità ecologica. Infatti AgriWatt si occupa della ricerca e della sperimentazione di colture agroenergetiche, scegliendo come raggio d’azione la zona del Medio Campidano, in Sardegna, inverando il suo progetto, relativo allo sviluppo di sistemi energetici sostenibili, con la messa a coltura dell’erba elefantina.
Carolina Frabasile
Attrazione per i visitatori, supplizio per gli orsi
Un orso malese in gabbia nello stato di Sabah in Malesia. 
Questo non è divertente! 


Imprigionati in minuscole gabbie, senza acqua, gli orsi malesi vivono un vero inferno per il piacere dei visitatori del parco Hot Springs di Tawau in Malesia. Scriviamo al governo dello stato di Sabah per ottenere la liberazione, le cure e la reintroduzione nella natura di questi animali maltrattati.
L’orso malese, conosciuto anche come orso del sole, è una specie protetta a Sabah, nella parte malese del Borneo. Non può essere tenuto come animale da compagnia.
Nonostante questo, due orsi malesi sono apparentemente tenuti in cattività, da anni, nel parco dei divertimenti di Hot Springs nella città di Tawau. Questi animali non hanno nemmeno accesso all’acqua per bere. Si rigirano tutto il giorno dentro gabbie separate. Lo stress fisico e psicologico che vivono è immenso. Un visitatore ha registrato le immagini del loro tormento in un video.
Aderire alla petizione per liberare gli orsi malesi di Sabah.
La nostra petizione è indirizzata direttamente al ministro del turismo e dell’ambiente di Sabah per chiedere che gli orsi  imprigionati siano liberati immediatamente e vengano presi in cura del Centro di Conservazione degli Orsi del Borneo di Sabah (Bornean Sun Bear Conservation Centre – BSBCC). L’obiettivo è di poterli un giorno reintrodurre in natura. La pressione ed il sostegno internazionali sono fondamentali per permettere a questi animali di poter un giorno vivere in piena libertà nella foresta. Grazie per la diffusione che farete di questa azione!
Salviamo La Foresta
Fermare la palma da olio, salvare gli oranghi


Care amiche e cari amici di Salviamo la Foresta,
Foreste tagliate, scimmie nasiche orfane e oranghi quasi morti di stenti: la compagnia indonesiana Bumitama Gunajaya Agro BGA in Borneo lascia dietro di se il marchio della desolazione. Lo stiamo denunciando dal 2013.
A metà novembre 2015 abbiamo ricevuto una lettera da parte della BGA che ci chiedeva di ritirare la petizione dalla nostra pagina web. Il problema della distruzione della foresta che stavamo descrivendo era risolto. Gli standard della Tavola Rotonda della Palma da Olio Sostenibile, RSPO, sarebbero rispettati e per questo la BGA dimostrerebbe “l’intenzione” di fare le cose in modo adeguato.
Però, secondo le notizie che ci arrivano dal Borneo, la BGA starebbe contravvenendo ai criteri della RSPO e la compagnia deve affrontare un’ulteriore denuncia. Per questo, Salviamo la Foresta continua ad appoggiare la popolazione locale per fermare la proliferazione della palma da olio e la deforestazione conseguente. Continuiamo a raccogliere firme per appoggiare la petizione indirizzata ai politici responsabili e alle imprese locali coinvolte.
Salviamo la Foresta

giovedì 24 dicembre 2015

AUGURI!

PANE PER I TUOI DENTI…
Il pittore Giuseppe Denti con queste due “pagnotte” (augurandovi pane e companatico) formula gli auguri di buone feste a tutti i lettori di “Odissea”. 
Lo fa anche Attilio Mangano con questa poesia sul Natale, nella vana speranza che le armi tacciano. Ma taceranno le armi se non chiuderemo le fabbriche di morte e non cambieremo strada nei rapporti di politica internazionale? Lasciamo per un momento (ma solo per un momento) questi tristi pensieri, e abbandoniamoci agli auguri positivi e poetici delle parole e delle splendide immagini fotografiche di Paolo Maria Di Stefano. Ci regala una Milano come raramente l’abbiamo vista: struggente e magica per gli occhi, soffocata dall’inquinamento per i polmoni. Ma oggi è Natale.

Momenti d’augurio
di Paolo Maria Di Stefano

Per questo Natale, Alessandra ha portato in dono augurale il ricordo di un cielo trionfante di colori sopra la Scala, e lo ha fatto proprio mentre lo smog e la nebbia sembrano riconquistare anche in città spazi che pensavamo perduti. Un regalo importante soprattutto per chi non vive a Milano e   crede vera la leggenda del bigio vincente, della caligine e della nebbia perenni. “Il grigio” -ha ricordato- “è come una tela in attesa di esser riempita di colori: la casa della creatività.”
Ed ha aggiunto: “Se non ci fosse il grigio, una buona parte del lavoro del nostro studio e del Cantiere sarebbe impossibile. Noi progettiamo idee e creatività. Dunque, l’evidenziare quanto c’è nel grigio, che non è il nulla, bensì attesa. E l’arte, in ogni sua manifestazione, è soprattutto questo. L’opera è viva nella materia: il pittore, lo scultore, l’architetto, il musicista, lo scrittore, il poeta l’artista in genere è colui che la avverte e la rende visibile. La Pietà Rondanini del Castello Sforzesco significa proprio questo: Michelangelo ha intuito in quel blocco la presenza della figura, e l’ha voluta così proprio perché si comprendesse che è lì dall’inizio dei secoli e perché si dubitasse della opportunità di farla uscire dalla pietra dandole contorni definiti. Sarebbe stato toglierle l’eternità.”
Quando Alessandra parte per la tangente, parla l’architetto, e non sempre per me è facile seguirla, nonostante la sua infinita pazienza. E poi, quel suo sorriso annunzia ulteriori complicazioni.

“Guarda questo cielo: ti pare sia grigio?”

Cielo di Milano da Via Verdi
“Beh…”
“E ti ricordi come era mutevole? E come cambiava velocemente, quasi per non restar prigioniero.” incalza Alessandra.

Tramonto su Milano da Via Verdi
“Nel cielo c’è tutta Milano. Non ti dice niente? Le case…e la tecnologia…e i simboli del lavoro… O anche la speranza soltanto, e la serenità e l’ombra delle preoccupazioni. Guarda il cielo sopra San Giuseppe…”

Cielo di Milano da Via Verdi

“A proposito:… Ma tu lo sai come è nata Milano?...”

Stento a capire, ma parlare con Ale mi piace e mi piace seguirla nel suo volare in rotte impensabili per lidi a me sconosciuti. Fin dal giorno in cui, bambina, riempiva la mano di sole e la portava alla bocca: “mangio il sole”, sorrideva. Ovviamente, non so come e quando Milano sia nata. Ho letto ipotesi diverse, tutte a mio parere abbastanza incerte, nessuna delle quali convincente. 

“Lo sai -chiede- che Milano è comparsa proprio in questi cieli, in un tempo colorato d’azzurro? Nessuno lo ha mai pensato; tutti hanno sempre cercato una data e un luogo di fondazione e si sono nutriti di ipotesi di avvenimenti dei quali non esiste conferma. Perché -domanda, sapendo che non avrà risposta, almeno da me- nessuno ha mai pensato al cielo?”

“?”

“Il cielo è il campo dal quale germoglia ogni cosa; il cielo è da sempre. Tutto nasce nel cielo. Qualche volta si proietta sulla terra. Dipende… Milano era nel cielo…un’idea del Cantiere, abbozzata appena, progettata per consentire l’esercizio della libera creatività a chi fosse capace di guardare oltre le cose della terra: c’era già Roma, e molte altre erano le città -alcune bellissime- prima che l’dea di Milano divenisse concreta. E l’idea del Cantiere era che Milano fosse diversa, significasse qualcosa di più di un insieme urbano ormai tradizionale. Non soltanto offrire rifugio e sicurezza e soddisfazione agli abitanti: soprattutto, esprimere la volontà di elaborare l’idea del Cantiere, completarla portando in Cantiere la realtà della vita terrena.”

Cielo di Milano da Via Cusani


Prosegue: “È per questo che ogni cosa in città sembra tendere al cielo: per riportarla là dove ha avuto origine e mostrare come il progetto è stato realizzato…”
 
Piazza Gae Aulenti
Suggestivo. Alessandra sa di cosa parla, e come essere convincente. La ragione di vita di Milano è superare il reale caduco e ricostruire nell’infinito e per l’eternità l’immagine nobile della natura umana e del lavoro degli uomini. Per questo, è diversa da ogni altra, non ostenta le proprie bellezze, a costo di rinchiuderle quasi a proteggerle. E per questo, io credo, non ha mai preteso la qualifica di città fiorita: per non ostentare la bellezza e la varietà dei fiori che ha sottratto al cielo per colorare il proprio angolo di terra. Disegna, Milano, le stagioni, e decora la sua casa con tutti i mezzi a disposizione. La pioggia, soprattutto, diviene insieme tavolozza e pennello e spatola, a fugare grigiore e tristezza e fastidio in una con il mostrare aspetti non usuali della vita della città.

Pozzanghera in Piazza Mercanti
Anche per questo, per offrire una città nascosta, Milano utilizza tutto ciò che riflette e in qualche modo distorcendo la pietra ricrea l’immagine a misura di ogni sensibilità.
E quale augurio migliore di quello di riuscire a leggere la città?

Guglie del Duomo riflesse nell'acqua
Che è l’augurio che noi tutti porgiamo agli amici, milanesi e non: riuscire ad ascoltare ed a fare tesoro delle parole segrete di questa città.

Gatto di Livia (Foto: Livia Corona)


NATALE

Da un anno lo preparano
Il Natale con ricerche di mercato
Dal Natale passato
Lo prevedono

Il panettone
Il discorso del Papa
Il film kolossal
La beneficenza
È tutto programmato

E prevedono anche che qualcuno
Venga  fuori gridando non vale
È tutto truccato

Per lui hanno pronto
Il Natale dell’arrabbiato

Per un giorno faranno la pace
Giusto in tempo per caricare le armi.
Attilio Mangano  




  

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