UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 25 ottobre 2020

UOMINI E NO

Carlo Cafiero

“I veri rivoluzionari non hanno interessi personali, affari da difendere o amici potenti. In loro tutto si muove solo per il cambiamento, per ottenere la giustizia sociale, il miglioramento del mondo. Lo stesso dicasi per i giornalisti. Per questo i veri giornalisti e i veri rivoluzionari sono così rari e molto più diffusi i fanatici e i sudditi”.
Marzia Borzi

MEDICI NO, MILITARI SÌ
di Antonio Mazzeo
 


Assumere più personale sanitario?
No, meglio le forze armate contro il Covid-19  
 
In un post del 22 ottobre 2020, il medico ed ex europarlamentare Vittorio Agnoletto, uno degli esperti più accreditati nel campo delle politiche sanitarie pubbliche, ci fa sapere di una riunione organizzata a Roma tra alcuni Ministeri e le Regioni per valutare l’opportunità di lanciare un bando della Protezione Civile per l’assunzione di 2.000 persone per potenziare l’esecuzione dei tamponi. Giustamente Agnoletto rileva e lamenta come “nessuno abbia ragionato su queste assunzioni e su quelle di medici e infermieri assolutamente necessarie (ed in numero ben maggiore di 2.000) qualche mese fa per prepararsi all’autunno”.
Probabilmente le innumerevoli omissioni e inefficienze a cui abbiamo assistito in questi mesi e che hanno seriamente minato gli interventi di prevenzione e contenimento della seconda ondata della pandemia da Covid-19 non sono casuali, ma al contrario potrebbero rispondere alla volontà di accelerare il processo di ristrutturazione autoritaria della sfera pubblica e di ipermilitarizzazione della società e del sistema sanitario nazionale.
Mentre nella capitale si discute ancora se, come e quando bandire un concorso per ampliare il numero del personale sanitario preposto ai tamponi, il Ministero della Salute ha formalizzato un accordo con il Ministero della Difesa per attivare sin dalla prossima settimana su tutto il territorio nazionale “200 Drive-through” con 1.400 militari interforze per effettuare 30.000 tamponi al giorno.
L’intervento, riproducendo perfettamente le logiche di funzionamento militare, è stato battezzato dallo Stato Maggiore della difesa “Operazione Igea”.  “I team delle 200 Drive-through-Difesa (DTD) saranno composti da 1 medico, 2 infermieri, 2 autisti e 2 Carabinieri o personale del corpo della Polizia di Stato, ed assicureranno il corretto svolgimento delle attività e il mantenimento dell’ordine pubblico, attivandosi con preavviso di 24-48 ore dal momento in cui il Ministero della Salute indicherà le località”, riferisce il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. “La Difesa è in campo dall’inizio di questa emergenza e ha messo a disposizione da subito tutte le sue capacità e mezzi. Anche in questa fase, gli uomini e le donne di tutte le Forze Armate continueranno ad operare al servizio dei cittadini con impegno e determinazione”.
 “La Sanità Militare - ha aggiunto Guerini - ha dimostrato in questi mesi la sua importanza e il valore strategico e questo ulteriore supporto, in collaborazione con il Ministero della Salute, consentirà di poter garantire un controllo ancora più capillare sul territorio”. Senza giri di parole, salute, ordine pubblico e controllo del territorio diventano sinonimi, proprio come ai tempi delle dittature in Sud America negli anni ’70 e ‘80 del secolo scorso.
Sempre il Ministero della Difesa, nella nota del 21 ottobre, annuncia che entro la fine del mese, “al fine di incrementare anche le capacità di analisi dei tamponi, saranno 12 i laboratori della Difesa che verranno messi a disposizione, in grado di eseguire circa 19.000 test settimanali, oltre a quelli già disponibili oggi presso l’ospedale militare Celio di Roma, l’Istituto di Medicina Aerospaziale dell’Aeronautica Militare (IMAS) di Roma, il Centro Medico Ospedaliero (COM) di Milano e il Dipartimento di medicina legale (DMML) di Padova”.
Diventeranno così operativi i laboratori presso il Centro Ospedaliero Militare di Taranto, l’infermeria presidiaria della Marina Militare di Augusta (Siracusa) e presso i presidi medici di La Spezia, Cagliari, Messina, Ancona, Napoli e Milano.
Forze armate super-efficienti dunque e onnicomprensive: dai controlli ultrasicuritari di porti, aeroporti, stazioni ferroviarie, piazze e strade ai blitz anti-assembramento degli studenti agli ingressi di scuole e asili, agli screening di massa che già in tanti chiedono che diventino obbligatori per tutte e tutti.
Complottismo o livore antimilitarista il nostro? Proprio no. Ci preoccupano l’enfasi pro-militari e il clima emergenziale che si respira in ogni settore istituzionale. Per martedì 27 ottobre, ad esempio, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa per trattare il tema - al primo punto dell’ordine del giorno - delle “conseguenze dell’emergenza sanitaria sugli equilibri strategici e di sicurezza globali, con particolare riferimento alla NATO e all’Unione Europea”.
Proprio in questi giorni a Bruxelles è in corso il vertice dei ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica. Tra le questioni chiave affrontate nei lavori c’è proprio quella della lotta al Covid-19. “Questa pandemia continua a rappresentare per noi una sfida”, ha dichiarato il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, nel suo intervento. “Quando giungerà la seconda ondata di Covid-19, le nostre forze militari saranno in grado di rispondere meglio. La NATO sostiene questi sforzi, noi li coordiniamo, aiutiamo a trasportare l’attrezzatura medica e i pazienti e a realizzare gli ospedali da campo. Sono molti gli esempi di come i nostri militari stanno aiutando gli sforzi dei civili a far fronte a questa pandemia. Abbiamo pure stabilito un Piano Operativo. Abbiamo realizzato un apposito deposito per far fronte agli interventi. E tutto ciò può ulteriormente rafforzare gli sforzi della NATO e dei nostri militari in supporto dei servizi sanitari civili”. L’Alleanza Atlantica über alles, un gradino più in alto dell’OMS e della stessa comunità politica internazionale.
 

PENSIERI OZIOSI DI UN OZIOSO
di Paolo Maria Di Stefano


Opera di Vinicio Verzieri
 
Dunque, pare ci risiamo e - sempre pare - anche alla grande, più o meno come a febbraio. Con una cosa in più: la quasi certezza che il dover stare chiusi in casa, stando anche attenti a chi si riceve e con quanti si entra in contatto, sia divenuto un imperativo categorico, poiché la ripresa del virus si dice  è dovuta in gran parte alla non obbedienza di chi ha pensato che il lavarsi le mani come l’indossare la mascherina e il rispettare le distanze sociali siano obblighi insopportabili e costituiscano l’inizio di una dittatura che certamente porterà noi e il nostro Paese a cadere in un baratro che cancellerà ogni segno di libertà e di democrazia.
Con in più il rischio di fare degli italiani un popolo riconoscibile anche dalla sporcizia, dalla scarsa igiene e dal disordine degli incontri a casa e fuori, oltre che dal rumore e dalle grida che da sempre contraddistinguono gli assembramenti umani di ogni genere e ai quali, a dire il vero, sembra essere stata applicata una specie di sordina.
Perché credo sia innegabile che una sorta di pace svogliata riempia gli spazi: non che sia diminuito il traffico, per esempio, praticamente almeno in città congestionato come un tempo: è diminuito il rumore del traffico, come se automobilisti et similia cerchino di passare inosservati.
In questo, forse, i monopattini hanno portato un contributo, come a farsi perdonare della ulteriore invasione dei marciapiedi sia quanto si muovono - i monopattini - che quando sono parcheggiati in gruppi quasi inestricabili, forse contando sulla agilità dei pedoni.

Opera di Vinicio Verzieri
 
Il “quasi silenzio” è in qualche modo la sola cosa che ha segnato un momento - più lungo del previsto - del quale la prima clausura si è nutrita, forse anche perché la voglia di far rumore si è come vergognata di sé, apparendo stonata alle circostanze correnti. Non che le strida, le proteste, le critiche siano scomparse. Ma certamente si sono come assopite, non ostante le grida dei negazionisti e della opposizione ai quali non è rimasto che il discutibile piacere di criticare l’azione del Governo: la cosa più facile del mondo anche e soprattutto per l’assoluta mancanza di alternative e di suggerimenti concreti e praticabili, oltre che per l’evidente procedere a tentoni.
Sull’argomento potrebbe scriversi un trattato, voluminoso quanto denso di argomentazioni tutte più o meno valide. Basti pensare che tutti promettono vaccini quasi miracolosi, ma per la prima volta a Milano non si è riusciti - sembra - a disporre neppure dei normali vaccini antinfluenzali, che pure un effetto sia pur limitato sembra possano averlo e che sono stati oggetto di rutilanti inviti a prenotarsi e comunque a ricorrere alle farmacie, almeno, ed ai medici di famiglia.
Io, qui, vorrei fare solo qualche annotazione, neppure determinante.


Caterina Peduto

La prima: alla fine del febbraio scorso, le sere di Milano ammutolirono; tacque la tromba jazz di Caterina Peduto, insegnante di musica, laureata con lode, profonda conoscitrice dello strumento, della sua storia e delle sue possibilità, capace di raccogliere attorno a sé un pubblico appassionato ed attento e di chiudere la serata in piazza Scala, a Brera, negli altri luoghi simbolo della città tra gli applausi, così aprendo ogni notte dovunque fosse possibile.
La tromba volava nella sera incipiente, non di rado anche accompagnata dal danzare di qualcuno degli ascoltatori, quelli più nostalgici.
Poi, più nulla.
Il che quasi in automatico così come ha segnato il nascere della pandemia segnerà la sua fine, dando una risposta certa a chi non sa né se e neppure quando il virus sparirà, se non altro che perché glielo racconterà il suono di quella tromba.  
Perché tutti attendiamo che la pandemia scompaia, come è nella natura di tutti i prodotti: proprio perché anch’essa un prodotto, ha un ciclo vitale ed è destinata a morire. È una certezza, e quindi anche una luce di ottimismo, seppure nessuno sia in grado di fare previsioni più precise.
Ma disporre di una certezza con i tempi che corrono è molto, e questa è l’unica alla quale possiamo aggrapparci: il virus perderà la sua forza e morirà. E le sere di Milano di nuovo saranno aperte dal suono della tromba jazz. Non conosciamo la data del prossimo concerto, ma una data ci sarà e la cosa più certa sarà proprio l’esibizione del Maestro Peduto.


Caterina Peduto

Sì, Maestro,
anche se quasi nessuno la chiamerà mai così e, anzi, più di qualcuno sosterrà che, essendo la strumentista una signora, il titolo di “maestra” sarebbe più appropriato. Che è poi lo stesso che sostenere che un giudice donna debba essere chiamata “giudicia”, così come puristi di chiara fama della lingua di Dante insistono perché un sindaco donna venga appellata “sindaca”: che sarà anche vero, ma quanto è brutto!

***

MUSICA

Caterina Peduto

Caterina Peduto, oggi in arte Katia Grey, fin da piccola ha avuto una spiccata sensibilità per la musica, sensibilità che con il tempo è andata sempre più crescendo e maturando, attraverso l’approccio e lo studio di diversi strumenti musicali. Durante gli anni del liceo ha suonato il basso in diversi gruppi musicali, nel contempo frequentava una scuola privata per lo studio del clarinetto, e strada facendo scopre che la sua vera passione è suonare la tromba. lo strumento tra i tanti che alla fine l’ha ammaliata e conquistata. Dopo essersi laureata in “Relazioni Internazionali e Diplomatiche” presso l’Università Orientale di Napoli, arriva ad un bivio e a questo punto con molta determinazione decide di riprendere il percorso musicale interrotto e seguire la strada per la musica, sognando di diventare una brava trombettista. Comincia così un nuovo percorso di studi musicali, si trasferisce a Torino, dove si iscrive presso Centro di Formazione Musicale di Torino, e successivamente al Conservatorio, e tra studio, lavoro e intense lezioni private di strumento con il maestro trombettista Gianni Bosso, consegue il Diploma Triennale in Tromba Jazz. In quegli anni collabora con l’orchestra TJFO, diretta dal sassofonista Valerio Signetto e con l’Orchestravagante, diretta dal pianista Antonino Salerno, con le quali ha avuto opportunità di esibirsi in svariati eventi e concerti. Instancabile nello studio e desiderosa di ampliare i suoi orizzonti musico-culturali, si iscrive all’Università Statale di Milano e il 31 Marzo 2020 consegue la Laurea Magistrale in Scienze della musica e dello spettacolo, riportando la votazione di 110 con aggiunta della lode. Con il padre Angelo Grey, artista-cantante, notoriamente conosciuto per la sua lunga carriera artistica e per il suo inconfondibile timbro vocale, ha formato un duo, che si è esibito in svariati concerti nella zona di Capaccio e paesi limitrofi.

 

 

 

MUSICA AL BAGATTI VALSECCHI

 
Si è aperta al Museo Bagatti Valsecchi una piccola stagione di concerti dedicati alla musica antica organizzata in collaborazione con l’Associazione culturale “Omaggio al clavicembalo”. Iniziativa lodevole dati i -mala tempora- che ha visto una buona risposta di pubblico con tutti i posti disponibili in sala occupati, con osservanza stretta delle norme anticovid e mascherina obbligatoria anche per i musicisti.
 
Domenica 11 ottobre alle 16, primo concerto del cembalista Ruggero Laganà dal titolo: “Grandi compositori francesi del ’700”  con musiche di J. Ph. Rameau, di A. Forqueray e di F. Couperin.
Uno sguardo mirato sulla musica “a corte”, ambiente protetto in cui ha potuto svilupparsi un genere musicale assolutamente peculiare che è stato quello del “portrait”, ritratto in musica con titoli spesso fantasiosi che evocano non solo personaggi ma anche animali oppure stati d’animo, aspetti del carattere, sentimenti, idee, oggetti e luoghi.   
Musica di grande raffinatezza che sa esaltare il timbro e la sonorità di uno strumento, il clavicembalo, al vertice della sua evoluzione costruttiva. Estrema espressività unita spesso a grande sonorità e innovazione di scrittura musicale.
Qualità tutte messe in risalto dal cembalista e compositore Ruggero Laganà,  insegnante di strumenti antichi del Conservatorio G. Verdi di Milano.

 
Domenica 18 ottobre il secondo appuntamento dal titolo “…anche la musica racconta…” con musiche di G. Frescobaldi, D. Castello, G. B. Fontana e J. Van Eick, interpreti Andrea Florit al flauto barocco, Bruna Panella al cembalo e Franco Dragoni voce recitante e curatore dei testi.


La proposta aveva lo scopo di avvicinare il pubblico a un repertorio a torto ritenuto di difficile ascolto. In realtà, facendo luce sul mondo degli “affetti” così ben spiegato dai celebri “Avvertimenti” di Frescobaldi, si offre una chiave d’ascolto diversa che permette di seguire il discorso seguendo le cangianti atmosfere della scrittura musicale. I suoi preziosi consigli hanno lo scopo di coinvolgere esecutore ed ascoltatore in conseguenza, in un linguaggio che segue il mondo degli “affetti”, nel repentino cambiamento di atmosfera, di ritmo, di andamento. Il tutto deve essere espresso in modo chiaro, con grande libertà di tempo e con tutto ciò che serve per trasmettere il mondo degli affetti a chi ascolta.
La scelta dell’esecuzione delle “Cento partite su Passacagli” va in questa direzione. Al suo interno sono stati inseriti brevi brani per flauto solo tratti dal “Giardino delle delizie “di J. Van Eick, fra gli altri una imitazione del canto degli uccelli del parco di Utrecht dove ha trovato ispirazione il compositore per il suo “Giardino”.

venerdì 23 ottobre 2020

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada
 

Antiveduto Gramatica
"Le tre Virtù teologali

Le virtù teologali

I greci dal verbo medio πείθομαι: mi lascio persuadere, mi fido dedussero πίστις (pistis): promessa, garanzia, fede. Coniando πίστις, i greci elaborarono la seguente, ben articolata, perifrasi: il crescere va a fare il tendere, che genera il legame, causa della graduale formazione dell’essere. Il pastore greco e quello latino avevano delle certezze per quanto riguarda il processo formativo dell’essere. Dopo il flusso gravidico, che è il primo abbozzo di crescita del grembo, avviene il legame tra madre e creatura, che si forma, divenendo in modo sequenziale (con precisione, occorre dire: mancando), fino al mancare finale, che è la nascita.
L’iniziale crescita disordinata e confusa, in cui non si viene a capo di nulla, che i greci definirono caos, porta ad una certezza: la madre non abbandonerà quel minuscolo essere, lo legherà a sé, lo nutrirà secondo i bisogni, favorendone la formazione fino alla nascita.
Allo stesso modo dei greci, i latini, dal verbo semideponente fido is, fisus sum, fidere, dedussero: pongo la fiducia, faccio assegnamento, mi fido, in quanto ragionò così: quando sono in difficoltà (quando manco), mi rivolgo a…, che è persona affidabile.
Per indicare la pistis dei greci, da fido dedussero: fid-es fidei: fede, promessa, parola data, garanzia. Con la radice fid, i latini dissero: va nascere il mancare, che rappresenta la graduale formazione dell’essere, poiché è avvenuto il legame, per come stabilito, promesso, garantito.
La fede, che, per il cristiano, precede la speranza e la carità, lo era anche per il pastore latino. Senza quella verità di fede, il contadino non avrebbe seminato e, poi, sperato.
La fede, quindi, è certezza che, nel bisogno, nelle situazioni più amare, c’è una persona, cui sono legata, che non verrà mai meno, che è l’ancora di salvezza. Pertanto, si definisce fidato chi mantiene la parola data, in quanto nel mondo agro-pastorale il rispetto della parola è dell’uomo perbene e di quello d’onore. Disattendere un impegno preso, significava perdere l’onore, che era il valore fra i più preziosi.
È fedele la persona sulla quale posso contare sempre e comunque. Quindi, fede è anche sinonimo di certezza di mantenimento della parola data. Così si spiega la denominazione di fede data all’anello, così si spiega, in italiano, il fidanzamento, che, nel dialetto di Amendolara, è indicato con la perifrasi: dare la parola. Così si spiega la fede in Dio da parte del cristiano, che è come l’abbandono del bimbo nelle braccia della mamma e che indica fiducia cieca, piena nella parola rivelata da Dio, che si è sempre manifestato Provvidente.
Dimenticare i concreti, attraverso cui si esplicita il significato di fede, significa precludersi la possibilità di coglierne l’essenza.
Se la fede è certezza del mantenimento della parola data, la fiducia, che è ciò che genera la fede, è la consapevolezza che le prove, anche le più aspre, si possono superare, non solo fidando negli altri, ma soprattutto in sé stessi. Senza autostima, ogni difficoltà può travolgerci. D’altra parte, avere fiducia negli altri facilita e migliora i rapporti interpersonali.
C’è da dire che i latini, prima di coniare l’astratto fid-es, coniarono il concreto fid-us: fido, fidato, sicuro, che è colui che soccorre nel bisogno, mentre da fides dedussero fid-elis, che è colui che mantiene la parola data. Per quanto è rassicurante il fido tanto turba il pensiero di trattare con l’infido, che, solitamente, è poco affidabile, sleale, ma non è alieno dai tradimenti! Brutta genia è la categoria dei perfidi, persone che operano in malafede, false e traditrici, ostinate e pervicaci, contro ogni evidenza, a difendere il loro scorretto operare.
Da fido i latini dedussero il fidente, il confidente e la confidenza, il diffidente e la diffidenza. Gli italici pensarono che, se uno è di fiducia, posso confidargli i segreti o posso affidargli tutto, mentre se dimostra di non rispettare la parola data, gli impegni presi lo diffido.
Gli italici da fid dedussero sfida, che è la metafora del duello (vita o morte), che ingaggia la creatura, nel mancare finale, che è la nascita. Infine, sempre, nella civiltà italica, fu coniata fida, che è ciò che si genera dall’andare a nascere il mancare, per cui alcuni indicarono i terreni riservati al pascolo, mentre altri indicarono i terreni coltivati, sottratti al pascolo.
Per il cristiano ci sono le virtù teologali: fede, speranza e carità, parole coniate prima della diffusione del Cristianesimo.
I greci per indicare il seminare si avvalsero di σπείρω (speiro), mentre per indicare spero, il pastore si avvalse del verbo medio ἔλπομαι, che si può tradurre così: quando noto l’abbozzo del segno della gravida, ho per me la speranza. Da ἔλπομαι fu dedotta ἐλπίς ἐλπίδος, che è il tempo dell’attesa perché la creatura nasca.
Nel momento in cui quell’essere minuscolo, sprovvisto di tutto, si lega alla madre, ho motivo di sperare che completerà la sua formazione e che nascerà. Anche i latini si avvalsero della stessa metafora. Essi coniarono prima spes spei e, poi, spero speras. La traduzione di spes potrebbe essere la seguente: il mancare, che è ciò che nascerà, è conseguente al legare. Ciò che desidero si realizzi, di cui sento forte bisogno, perché mi manca, ha superato una prova importante: si è legata alla madre, per cui è possibile che ciò che auspico si realizzi. La speranza è dell’ottimista, che considera che un passaggio non facile è stato superato e non pensa minimamente alle insidie angoscianti del travaglio. Per capire quanto è importante l’energia, la carica vitale che dà la speranza, basta pensare al disperato, che non vede luce per i suoi passi e che una nuova alba possa spuntare.
I latini coniarono la radice car, da scrivere con caratteri greci χαρ, la cui lettura fu molto diversa da quella fatta dai greci, quando, per esempio, coniarono (caris caritos) χάρις χάριτος: grazia, bellezza, gioia. Il tema car si può decodificare: genera lo scorrere il passare, che contestualizza il periodo dell’incubazione, per cui, aggiungendo -us: colui che lego, si ebbe carus: diletto, amato, caro. I latini dissero che la creatura in grembo è cara alla gestante, meglio: alla madre. Dall’aggettivo caro dedussero il sostantivo caritas: predilezione, amore, che è tutt’uno con il significato dato dai cristiani: la madre non solo nutre fisicamente la sua creatura, ma distilla il suo amore. Pertanto, fare la carità è espressione coniata dagli italici, ad indicare che uno degli atti d’amore della madre è dare sé stessa alla propria creatura, nutrendola. Quindi, la creatura in grembo diventa la metafora di tutti i bisognosi, che, senza quel dono, non potrebbero sopravvivere.
Gli italici dedussero da carus il carico e caricare. Quel peso non solo è lieve, per colei che se ne carica, ma se ne incarica, assume quel compito come precipuo, che diventa la sua carica. Sarebbe bello scoprire attraverso quali vie gli inglesi coniarono: i car!
L’omologo di carità, in greco, è elemosina (ἐλεημοςύνη), che, se pur diversa come formulazione, rimanda allo stesso contesto del processo di riproduzione della vita. Il pastore greco, coniando (eleeo) ἐλεέω, derivò: ho pietà, in quanto pensò che, dopo la crescita del flusso gravidico, la creatura non avrebbe avuto futuro. La pietà fece escogitare uno stratagemma risolutivo: il legame con la madre. Quindi, il modo per rendere concreto questo sentimento di pietà fu l’elemosina, che, nella metafora del grembo, così come facendo la carità, è la donazione totale di sé da parte della madre.
La parola, inoltre, recepisce le tradizioni culturali, per cui, ad Amendolara, la sera della Vigilia di Natale, alcune donne, in un passato non lontano, per voto e solo per voto, passavano di casa in casa, ripetendo la formula: a ghimosin’ allu Bammin’ (l’elemosina al Bambin Gesù), ad indicare che, anche se non siamo bisognosi, lo siamo stati. Questa è forte testimonianza del sentimento di solidarietà dei greci e dei latini, che trovò viva concettualizzazione in elemosina e carità.

giovedì 22 ottobre 2020

IN MEMORIA DI ROBERTO CARUSI
di Daniela Airoldi Bianchi*

Roberto Carusi
 
Seguendo le orme di Don Milani - figura importante per il mondo del cosiddetto cristianesimo del dissenso, di cui Carusi faceva in qualche modo parte - Roberto aveva preferito alla carriera universitaria il dedicarsi agli studenti della scuola dell’obbligo. E per 40 anni insegnò, con una passione e una competenza rara, in tutte le periferie di Milano: Quarto Oggiaro, Comasina, Via Padova. È stata una figura caleidoscopica, impossibile da racchiudere in un’unica vocazione: scrittore, intellettuale finissimo, è stato uomo di teatro fin dal 1973 - partecipò alla fondazione del Teatro Tascabile di Bergamo con Renzo Vescovi - fu e poi accanto a Padre David Maria Turoldo curando molti allestimenti teatrali delle opere turoldiane. Con il Teatro Officina iniziò a collaborare come drammaturgo curando spettacoli dedicati a Padre David - da: Lo scandalo della speranza (1997) fino a I volti della povertà (2011) - e a Papa Giovanni XXIII - da Come gli uccelli dell’aria (2004) fino a E venne un uomo chiamato Giovanni (2014). Recensore per la rubrica Teatro del mensile “Rocca” di Assisi, aveva per il teatro una passione pari a quella per la poesia (fu fra i fondatori de La casa della Poesia, al Parco Trotter). Ha insegnato teatro per trent’anni al centro anziani di via Mozart e collaborato, spesso dando la propria voce, con la Compagnia marionettistica Carlo Colla. Instancabile animatore del quartiere dove abitava lo si trovava impegnato ovunque: dal doposcuola della Parrocchia di S. Gabriele alla presentazione di libri al bar Ligera di via Padova, dalla biblioteca rionale alle riunioni del Municipio 2. In ottobre è stato ospite al Pio Albergo Trivulzio per un percorso di riabilitazione motoria a seguito di un lungo allettamento ospedaliero e si è scoperto ricoverato in un padiglione dedicato proprio a Turoldo. Salvo che girando per i corridoi e le sale non trovava - con sua grande costernazione - nessuna targa, nessuna scritta che spiegasse chi fosse Turoldo. Ha posto il tema ad una dottoressa che lo aveva in cura e insieme hanno creato delle targhe con foto di Padre Turoldo e una breve descrizione della sua testimonianza, ora affisse sui muri di quel Padiglione. Questo è l’ultimo atto che Roberto ha fatto nella sua vita, dedita alla memoria di David Maria Turoldo: il giorno dopo si è spento.
Non c’è retorica alcuna nel dire una verità che tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo possono testimoniare: mai un conflitto con nessuno e un sorriso, sempre, per tutti. Roberto era così: un galantuomo d’altri tempi, che ha vissuto la sua vita con grazia lieve e limpido rigore.
 
[*Responsabile progetti del Teatro Officina di Milano]

MERITI



“L’onestà non è un merito, 
ma la più elementare premessa
dei comportamenti di una 
persona perbene”.
Laura Margherita Volante

VIRUS


“Un virus ha dichiarato la Terza guerra 
mondiale all’Umanità.
Di fronte al suo impetuoso e rapido assalto, 
tutto il mondo è diventato una Caporetto”.
Nicolino Longo

BENI PREZIOSI



“La collana mia più bella, e infinitamente più preziosa
di quelle in diamanti, perle e lapislazzuli,
sono, e saranno sempre, le braccia di mia figlia
attorno al mio collo”.
Alina Madalina Moga

mercoledì 21 ottobre 2020

URGENTE


I funerali di Roberto Carusi si svolgeranno
domani 22 ottobre alle ore 14,45
nella chiesa di San Gabriele Arcangelo
Via Termopili n. 7 a Milano.

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