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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 28 dicembre 2020
INTORNO A DINO FORMAGGIO
di
Gabriele Scaramuzza

Dino Formaggio
Hanno
potuto venir pubblicati solo ora gli Atti degli incontri su Dino
Formaggio svoltisi sei anni fa tra Padova e Praglia. In concomitanza a questi
si è potuto visitare a Teolo il Museo d’Arte Contemporanea a lui intitolato; e nello
stesso 2014 è uscito, sempre presso Antiga, L’arte. Il senso di una vita. Disegni
- acquarelli - oli - sculture di Dino Formaggio artista, a cura di Sergio
Giorato; un libro ricco di immagini e con scritti, oltre che del Sindaco di
Teolo, di Daniele Formaggio, Stefano Annibaletto, dello stesso Giorato, e mio. Gli
Atti sono stati presentati alla Casa della Cultura il 24 novembre scorso,
e saranno presenti anche in una sezione apposita di “Materiali di Estetica” 7/2020.
Atti e loro presentazioni sono stati coordinati da Adriana Zeni Formaggio.
In
questo contesto vorrei ricordare anche la conversazione su Dino Formaggio (nel decimo anniversario
della morte), tenuta nella Biblioteca del Dipartimento di Filosofia
dell’Università degli Studi di Milano (depositaria della biblioteca personale e
di testimonianze varie di Formaggio), il 15 novembre 2018. Ha introdotto Luca
Bianchi, erano presenti Adriana Zeni e Damiano Formaggio, hanno preso la parola
Laura Frigerio, Andrea Pinotti, Amedeo Vigorelli e il sottoscritto.
Contestualmente è stata inaugurata la Mostra bibliografico-documentaria,
dedicata a Formaggio; di questa ho scritto la presentazione. Tra il pubblico
c’era Maddalena Mazzocut-Mis, in sua compagnia ho visto per l’ultima volta Dino
Formaggio all’Ospedale di San Bonifacio: resteranno nel mio sempre l’immagine di
affettuosa fragilità, lo smarrimento, di quel giorno.
Tornando agli Atti, a una
paginetta di presentazione di Moreno Valdisolo, Sindaco di Teolo, segue Ricordare
Dino Formaggio di Adriana Zeni, vera e propria presentazione generale; qui
è ripreso un toccante foglietto scritto da Formaggio a 19 anni, il 7 novembre
del 1933, giorno in cui ha inizio alle scuole elementari di Motta Visconti il
suo lungo iter di insegnante. Seguono interventi di chi gli fu allievo, amico o
collaboratore. Mi soffermo innanzitutto sui due che con me sono intervenuti
alla Casa della Cultura; ma accennerò anche agli altri.
Massimo Cacciari ha tratteggiato con vivezza gli anni padovani di
Dino Formaggio, anni ricchi e complessi. Formaggio sarebbe stato contento di
vedersi riconosciuti la teoreticità del pensiero, le ragioni della distinzione
tra estetico e artistico, la connessione tra il tema hegeliano della morte
dell’arte e gli sviluppi dell’arte contemporanea. Apprezzabile, infine, quanto
Cacciari scrive di Giovanni Gentile e della sua diversità da Benedetto Croce;
Formaggio non era certo un seguace di Gentile, ma lo aveva presente. E tra
Gentile e Banfi c’era apprezzamento reciproco, sia pur in modi che la forza
delle cose ha alla fine reso problematici.
Elio Franzini ha colto bene i sapori degli anni del ritorno di
Formaggio a Milano: la “sua” città, in cui ha ritrovato e tenuto vivo un clima
culturale di anni ormai lontani: le sue radici sono qui, a queste è rimasto a
modo suo fedele. Franzini ci ha ricordato i temi di cui Formaggio si occupava
nei suoi ultimi anni; ed è scontato che parlasse del suo importante incontro
con Mikel Dufrenne. Scontato perché Franzini stesso su Dufrenne si è laureato:
relatore gli fu Giovanni Piana, ma quella fu l’occasione in cui incontrò
Formaggio, che gli fu correlatore. Non altrettanto scontato, nuovo anzi per me,
che Franzini abbia parlato del rapporto di Formaggio con Hegel. Tanto più che
da sempre lo sapevo più incline a Kant, come lui stesso ha confermato pochi
giorni fa in un’intervista in occasione della Giornata della Filosofia
(rilasciata a Tiziana De Giorgio per le pagine milanesi di “la Repubblica” del
20 novembre 2020).

Opportunamente poi Franzini accenna alla necessità di superare
“uno dei mali del nostro tempo”, cioè “la progressiva perdita del senso della
storia, che è invece parte dell’identità del presente”. Da sottolineare in
parallelo, tuttavia, è l’emergenza del presente, che in nessun modo può essere
riassorbito nei percorsi storici che conducono a esso. La filosofa eccede la
propria storia.
Che la mia conoscenza di Formaggio affondi le radici in anni assai
lontani è noto; i sapori di allora agiscono al fondo di lunghi anni di rapporti
successivi, ne segnano il tono, le cadenze, le prese di distanza. Ed è fatale
che in nome di (ma anche in relazione a) gli albori della nostra conoscenza io
abbia sempre preso la parola su di lui. Mi ha sorretto l’utopia che si mostrasse
considerazione verso il modo della sua presenza in me e verso il mio modo di
viverlo: adolescenziale certo, e dunque ingenuo, parziale. In larga misura mi
ha condizionato, talvolta sostenendomi, talaltra in modo ingombrante; ma resta
pur un dato reale, per me e per lui; non una mera distorsione soggettiva.
Faccio del tutto mio quanto Franzini scrive: “Ciascuno
di noi porta in sé il periodo della propria formazione, anche quando crede di
negarlo, cercando un’improbabile autonomia, e in essa ritaglia alcuni momenti
simbolici, che permettono di ricostruire i tratti essenziali del proprio
pensare, quelli davvero importanti”.
Il mio primo incontro con lui si colloca, dal punto di vista dei
suoi studi, tra la Fenomenologia della
tecnica artistica e L’idea di
artisticità. La prima è uscita nel 1953 ed è la sua opera che mi resta più
cara, dato che riflette bene i sapori, il clima degli
anni in cui mi fu insegnante al Liceo. Leggo con piacere che lo stesso Franzini
(pur avendo conosciuto Formaggio in anni toto coelo diversi) dichiari
che la Fenomenologia
della tecnica artistica è “l’opera a me più cara (forse perché
fu suo tramite che lo scoprii, ancor prima di conoscerlo)”. Nei nostri Atti
è stato Giangiorgio Pasqualotto a occuparsene: segnalo
la sua rilettura della distinzione, operata da Formaggio, tra tecnica interna e
tecnica esterna, il riferimento finale alla sua amata arte giapponese. Infine
tento di rispondere alla domanda che mi ha posto: neppure io, come lui, sarei
sicuro della presenza di ascendenze platoniche in Formaggio, se non in un senso
talmente generico, e scontato, per cui Platone contiene i germi di tutto
l’ulteriore evolversi del pensiero filosofico.
L’idea di
artisticità è invece del 1962; l’ho vista nascere, risuona dei temi dei corsi
universitari che ho seguito. Negli Atti Giorgio Tinazzi, ha testimoniato
l’“onda lunga” di quest’opera, giunta fino a lambire il mondo degli studi e
delle ricerche cinematografiche, cui si è dedicato.
Franzini, infine, mi ha fatto (senza volerlo immagino) un
complimento escludendomi dalla linea di successione accademica di Formaggio: ha
perfettamente ragione. Non sottintendo alcuna sottovalutazione del termine
accademico: mi resta in mente il motto di Alexander Gottlieb Baumgarten: Je
akademischer, je besser (trascrivo nella forma, dubbia, in cui lo ricorda
Leonardo Amoroso in Il battesimo dell’estetica). Ma nel mondo accademico
mi sono sempre vissuto come “disadattato”, diciamo; e lo sono sempre a tutta
evidenza stato.
![]() |
| Formaggio mentre scolpisce |
Venendo a me, ho puntato sul tema del “fare”, che per me è tra i
tratti più caratteristici della personalità di Formaggio. “Fare” a mio avviso
non è da confondere con “azione”, termine che certo ha risvolti comuni al fare,
ma lo eccede in direzione di risvolti politici che non appartengono a Formaggio:
era uomo del fare, non uomo d’azione. Vincenzo Milanesi usa, giustamente,
termini quali “impegno civile”, “passione etico-politica”; non “azione”, a
quanto leggo.
Il saggio di Stefano Zecchi mi chiama indirettamente in causa,
laddove cita il manoscritto husserliano sull’estetica da lui tradotto e commentato
su “Aut aut” nel 1972; gentilmente mi
aveva invitato a collaborare con lui, e nello stesso numero di “Aut aut” è uscita
una mia nota su Husserl e
i primi sviluppi dell'estetica fenomenologica. A mia volta ho avuto modo di
occuparmi in seguito di quel manoscritto husserliano, e per mia fortuna mi è
stato di guida Karl Schuhmann. Con lui ho potuto pubblicarlo in una forma
filologicamente ineccepibile (per merito di Schuhmann ovviamente) sugli “Husserl
Studies” nel 1990, e con la sua approvazione l‘ho tradotto per la “Rivista di
estetica” nel 1991. È stato invece Rudolf Bernet (che ho conosciuto tramite
Franco Volpi) a farmi avere il testo della celebre lettera di Husserl a Hofmannsthal,
che ho tradotto e introdotto per Fenomenologia e scienze dell'uomo nel 1985. Sicuramente devo però a Schuhmann due
brevi lettere di Walter Benjamin a Alexander Pfänder, che grazie a Enrico
Rambaldi ho tradotto per la “Rivista di storia della filosofia” nel 1994.
Nello scritto presente in Atti riprendo il mio intervento
tenuto a Praglia il 25 ottobre del 2014, nel centesimo anniversario della
nascita di Dino Formaggio. Subito dopo di me ha preso la parola Andrea Pinotti,
mettendo le mani, e dunque il fare, al centro del suo intervento, ma insieme
riprendendo aspetti e momenti della figura di Formaggio, e del suo pensiero,
come nessuno meglio di lui ha saputo fare. Quello stesso 2014, e lo stesso
mese, ricorrevano i sessant’anni del mio incontro con Formaggio; che avvenne
nell’autunno del 1954 al Liceo Volta a Milano, allora in via Monviso. Lui aveva
quarant’anni, io quindici. In termini certamente datati potrei dire (parafrasando
quanto Benjamin dice di Wyneken) che quello fu l’anno della mia nascita alla
“vita dello spirito”.
Di quegli anni mi resta una cocente nostalgia, non troppi altri
immagino ne conservino oggi i sapori che permangono in me. Non solo per quanto
devo a Formaggio, ma anche per quanto nella mia vita è stato segnato da lui: la
sua presenza si continua oltre la sua morte. Certo, quei sapori si sono
fatalmente affievoliti negli anni che seguirono, tra Pavia e Padova. Ma sono
sempre stati vivi in me, riaffiorati con più intensità anzi, involontariamente
o meno, in varie occasioni. Esempio ne è la visita in anni recenti a Milano a
una mostra di Van Gogh, sicuramente l’artista in cui si riconosceva di più.
Dino
Formaggio
Estetica
e Filosofia
Atti
delle giornate di Studio
per
il centenario della nascita 1914-2014
Antiga
Edizioni, 2020
Crocetta
del Montello (Treviso)
Pagg.
112, € 12.
Libri
Colibrì e “l’uomo nuovo”
di
Fulvio Papi

Sandro Veronesi
Il
romanzo di Sandro Veronesi Il colibrì (ed. La nave di Teseo) contraddice
certamente quella “fine della letteratura” sostenuta da critici di diversa
formazione culturale, ma tutti di notevole livello, lontani, di principio, da
quella recensione che fa parte, magari a titolo diverso, della catena
pubblicitaria. L’opera del nostro autore costruisce un testo letterario del
nostro tempo senza le artificiose accentuazioni di un realismo disperato e
diffuso, ma con una contestualizzazione semantica, morale, ambientale ed
emotiva che appartiene all’abitudine più diffusa, quando si parla senza farci
caso. Il livello simbolico ha sempre una sua omogeneità rappresentativa che,
ovviamente, è declinata nei suoi timbri soggettivi.
Gli
ultimi decenni che abbiamo vissuto hanno visto il declino (e una parziale
nostalgia) della cosiddetta “critica impressionistica”, un’opera di diverso stile,
ma sempre letterariamente pregevole, che nasceva da un creativo ascolto del
romanzo; abbiamo assistito alla fine (spesso autocritica) della pratica
“scientifica” strutturale (derivata dalla linguistica), quasi un oggettivo
inconscio rispetto a un dominante desiderio di senso.
Oggi,
mi pare, la critica abbia tesaurizzato varie esperienze, abbandonando la
presunzione della teoria e lasciando ognuno nella artigianale abilità, molta o
poca che sia. Non c’è altro da tentare.
Il
Colibrì. Marco Carrera, è il personaggio centrale intorno al quale ruotano
nella giostra della vita eventi, sentimenti più o meno chiari, ombre più o meno
fuggevoli, desideri difficili o inattesi, luoghi privi di novità; un medico
oculista. Da ragazzo di statura troppo bassa per la sua età, e poi riportato
alla corretta proporzione tramite la cura di uno specialista di Milano. Prima
ragione del venire a galla lo screzio dei genitori di Marco, Letizia e Probo, a
lungo oscurato nella vita matrimoniale da tattiche opportune che quietano le
differenze, e quindi le identità, delle due nature.
Marco
Carrera “colibrì”, anche alla fine quando è visibile il suo transito nel mondo
e si può notare che l’architetto, come il minuscolo uccello sul ramo, ha
consumato il suo tempo in un movimento che non contraddice, anzi conferma una
propria continuativa stabilità.
Semplificando
si potrebbe dire che il romanzo è la storia di Marco poiché si dipana per circa
mezzo secolo. Ma l’autore conosce bene il difetto di sottintendere una
temporalità lineare che enumera secondo il proprio stile fatti, pensieri,
eventi, sensazioni, identità che costituiscono il tessuto di senso e l’accadere
di una vicenda personale.
Lo
storico di grandi venture può far conto di questo stile, il narratore di
dolorose, fragili e inaspettate vicende di soggettività deve sapere che il
tempo, in questo caso è qualitativo e plurale, memoria e progetto, nostalgia e
speranza, verità fattuale e messa in scena, tutte ricche possibilità di una
scrittura confidenziale. E infatti nel romanzo è proprio così.
La
narrazione procede per tratti che hanno date differenti. La metafora del fiume
che scorre appartiene allo sguardo di chi suppone di guardare il fiume. Ma
Marco, oculista non aggiornato scientificamente, ma non privo di altro sapere,
sa che lo sguardo è un corpo: tanti sguardi tanti corpi, ma nessuno sulla riva
con l’occhiata superiore di Dio, privo di ogni qualità che non sia lo sguardo
superiore del cielo.
Forse
è proprio questa considerazione che invita a una ostilità nei confronti del sapere
psicoanalitico imputato (ancora) di atteggiamenti causali e quindi sospetto
della conoscenza che deriva da un certo dominio.
Un’altra
questione sulla quale è bene venire in chiaro, né più né meno di come ha
operato l’autore a livello della sua composizione, è questa: il libro si può
dividere in due parti. Una prevalente, è “realistica”, un’altra, quella finale
quando Marco diviene il nonno di una prodigiosa bambina. Quivi appare una
narrazione ostentatamente aperta alle risonanze mitiche. La trasformazione del
mondo secondo i valori positivi che costituiscono il disegno del nostro
paradiso terrestre.
Potrei
perfino dire che tramite la miracolosa bambina (che dirò più a lungo) l’opera
accoglie in primo piano il pensiero dell’autore, la sua “lezione di morale”. Date
queste informazioni “scolastiche” cercherò di ridurre il romanzo al modo in cui
un lettore (peggio, un ascoltatore) vuole prestare attenzione (la parola
“attenzione” è però teorica e merita riguardo) alla narrazione di una storia,
inventando i destini.
È
un tradimento del romanzo da parte del critico che un poco assomiglia al
tradimento di un traduttore rispetto al testo di un’altra lingua. Tuttavia il
comprendere (che non è la “filosofia”) finisce nell’essere sempre una cosa
diversa, deformazione compresa, dall’ascoltare solo l’onda estetica.
Per
tutta la sua infanzia Marco Carrera non si era accorto di nulla. Non si era
accorto dei contrasti tra sua madre e suo padre, dell’ostile insufficienza di
lei, degli esasperati silenzi di lui […] lei, Letizia, architetta, tutta
pensiero e rivoluzione, lui ingegnere tutto calcoli e manualità, lei
risucchiata dall’ambiente dell’architettura
radicale, lui probo, il migliore esecutore di plastici del centro Italia – e
per ciò non si era accorto che sotto il moscio benessere nel quale lui (Marco)
e i suoi fratelli (Giacomo e Irene) venivano allevati “la loro unione era
fallita”.
L’importante
di questa sorte è il rapporto forzatamente tollerabile tra finzione, tattica,
desiderio e silenzio; una opposizione borghesemente alterata, come mondo
giusto, quale superamento dell’adolescenza nell’età più matura o tra fantasia e
obiettiva regola sociale, tra felicità e consuetudine. Potremmo anche dire che
questa antinomia che domina l’esistenza, ben nota in altre narrazioni dell’800,
domina il più largo tratto del romanzo.
Una
sera del 1981 mette sulla scena il capitolo forse più importante della
costruzione del romanzo, quello dove vi sono i semi di future fioriture.
L’appuntamento
in un ristorante più lontano dal luogo di vacanza è tra Probo e Letizia (poco
pensiero) e la vedova di un antico amico di Probo, ucciso in un incidente
stradale che diviene il motivo centrale della chiacchiera. Probo fa un calcolo
delle probabilità relative alla possibilità dell’incidente, Letizia ascolta con
una attenzione, per l’ultima volta affettiva, questo gioco razionale
dell’esistenza. È il commiato del matrimonio fallito.
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| Sandro Veronesi |

Sandro Veronesi
Altrove,
con facili “inganni” Marco e Luisa trovano, dopo gli anni dell’amorosa
adolescenza, la felicità di un amore come perfetto scambio di identità.
Giacomo,
anch’egli da tempo innamorato di Luisa, scopre la sua definitiva esclusione.
Irene, con la distruttiva certezza di non poter giocare la recitazione di una
vita, la sola che conosce il fragilissimo e ostile rapporto tra i genitori,
rifiuta la vita (gesto che il fratello Marco le aveva sottratto anni avanti). È
la sera degli indifferenti, necessari e sbagliati addii.
In
breve, ma un breve fatale, i genitori hanno segnato con la loro ostilità, oltre
che il proprio cammino, anche quello dei figli. Giacomo se ne va in America a
cercare una (vana) possibilità di vita, di Irene sappiamo la fine. Colibrì
dovrà giustificare la sua centralità romanzesca.
Irene
(anche se non si dice) cadrà nel tranello del nobile matrimonio borghese
surrogato dalla abitazione nella più libera città d’Europa, Parigi.
Sarà
un suo debole conformismo a lasciare Marco, o sarà Marco a distinguere la
passione della giovinezza con il maturo sentimento matrimoniale? Nulla andrà
veramente perduto: terranno, con varie pause di senso e intelletto, una
corrispondenza impossibile a riassumere che assomiglia a un’ombra tenace di una
vita pure accaduta, ma con il segno perseverante della dissipazione.
La
scrittura, una volta di più, manifesta la verità e la libertà che l’approccio
individuale impedisce perché, involontariamente, resuscita tutta la ragnatela
delle obbligazioni borghesi. Il loro patto, a non giungere mai allo scambio del
senso, è più saggio di quanto noi non si possa pensare.
Quella
relazione, nel suo possibile alone amoroso, può essere l’ingresso alla
quotidianità reciproca, educata, fragile ma sempre sottintesa a una cauta
rassegnazione a un immaginato o reale possibile abbandono.
La
vita di Marco riprende con la figura di nonno – padre di Adele che la moglie
inferma e il secondo marito pilota, non possono custodire. Marco e Adele danno una
forma inattesa alla vita, le due temporalità si fondono in un effetto non privo
di gioia.
Ma
la vita prende incroci e forme che le pacifiche transizioni di una ragione
felice esclude dalla propria immaginazione. L’angoscia, oscura, rimossa, quasi
ignorata, è sempre nell’angolo nero dell’esistenza.
Adele
è una ragazza sportiva e con altri amici abili scalatrice di rocce impervie.
Tuttavia la sua vita termina a 22 anni, a causa dell’imprevedibile rottura di
una corda, nel silenzio della montagna. È la seconda volta (la prima con il
suicidio della sorella) che il nulla aggressivo della morte assale la vita del
solitario colibrì.
Marco
ha sotto gli occhi la conclusione priva di pietà. Eppure non può nemmeno sapere
che il suo autore ha come riserva finale un happy end. La vicenda? Adele lascia
a Marco la sua bambina straordinaria. Il padre, le circostanze, l’amore, il
desiderio, tutto tace in un sorridente silenzio.
È
la vita nella sua semplicità, senza procedere dal gruppo di famiglia, che
riappare come richiamo all’essere dell’ormai smarrito colibrì. La nuova venuta,
crescendo mostra i caratteri di una “vita nuova”, di una sintesi magica: gli occhi
orientali a mandorla, i capelli crespi del mezzogiorno, gli occhi di
quell’azzurro che, per esempio, nell’estremo Nord della Finlandia, accompagnano
il viaggiatore incredulo che attraversa decine e decine di luoghi, uno dopo
l’altro.
Il
suo nome è giapponese e significa “uomo nuovo”. Marco, colpito dalla dis-grazia
di Adele, convince se stesso, che finché sarà possibile, porterà la bambina
sempre con sé. La bambina mostra abilità straordinarie in ogni attività che
intraprende.
L’amico
psichiatra che spesso l’aveva assistito, gli regala una amaca nella quale Marco
colloca la bambina portandola con sé ovunque desidera andare. Sino al punto di
portarla in una bisca dove, contrariamente al presagio di un amico che, fin dai
tempi della giovinezza, era noto come (un milanese) menagramo, vince una cifra
spropositata. Ma se ne va senza prendere nemmeno una moneta del tesoro vinto al
gioco. Se l’andare al gioco d’azzardo è la terapia di una virtuosa rimozione di
un vizio giovanile, il disprezzo del denaro è una certezza morale.
Come
lo sono certamente le pagine pungenti in cui l’uomo nuovo (che è una donna)
rovescia le forme dominanti del nostro mondo (l’elenco magistrale è
dell’autore, ma, nel complesso epocale, il senso è noto a tutti noi). Quasi ad
indicare un nuovo inizio. O una nostalgia di un'altra epoca quando gli oggetti
della casa (preziosi per Marco) sono la storia dell’abitare, e fanno di un
locale il famoso “luogo” di Marc Augé. E guardando in prospettiva il nostro
Colibrì non possiamo pensarlo simile a un timido eroe del nostro tempo?
E
qui mi pare che lo scrittore sia parlando, attraverso la bambina prodigiosa, di
un proprio pensiero. Un gran finale che non oblia la morte razionale del
Colibrì. Ora, mi fermo, perché o l’ora, mentre l’abitudine filosofica forse
potrebbe eccedere. “Bello” è una parola fondamentale dell’estetica del
Settecento. Ma la adopero per concludere la mia partecipazione al libro di
Sandro Veronesi.

LE BUONE PRATICHE
“Credo che nella realtà storica che
stiamo vivendo, questo fatto accaduto in questi giorni, per cui un
rompighiaccio cinese con il suo equipaggio, predispone una specie di pista di
atterraggio, per un aereo e elicottero americano, per la salvezza
definitiva di un ricercatore australiano disperso e ritrovato nell’Antartide, è
un elemento di speranza e di fiducia nella nostra comune umanità. Ricordo che i
rapporti diplomatici tra Australia e Cina non sono dei migliori, insieme alla
persistente animosità americana nei confronti dei cinesi, espressione diretta
di quella dichiarazione scritta, del Pentagono, per cui quest’ultima insieme
alla Russia, è considerata “nemica”.
Considero un altro segno di speranza, il tentativo di diversi Gruppi e
Associazioni di vari Paesi, di costituire un Parlamento di Cittadinanza
Planetaria. Segno che i problemi e le difficoltà riguardano tutti e non ci
devono essere specificità nazionali particolari. Voglio essere insistente: una
guerra nucleare riguarderebbe solo gli Stati che la fanno?”
Giuseppe Bruzzone
giovedì 24 dicembre 2020
LA BALLATA DI NATALE
di
Angelo Gaccione
Con
questa ballata “Odissea” formula gli auguri più cari
a tutti i nostri lettori.
***
(Coro
di voci bianche e orchestra)
Larallallà
larallalà
ecco
il Natale che arriva già
larallallà
larallalà
ecco
il Natale, eccolo qua
(Voce
solista)
I
Anche
quest’anno è arrivato Natale
ecco
lo senti che bussa alla porta
vai
ad aprire e chiedi che vuole
chiedi
che sorte ci toccherà.
(Coro
di voci bianche e orchestra)
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale che arriva già
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale, eccolo qua
(Voce
solista)
II
Anche
quest’anno la neve è caduta
e
un po’ più grigia e un poco più sporca
alza
il bicchiere e brinda alla vita
all’ultimo
sorso che ci darà.
(Coro
di voci bianche e orchestra)
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale che arriva già
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale, eccolo qua
(Voce
solista)
III
Tutto
il giardino è coperto di fiocchi
la
città dorme il sonno dei giusti
siamo
in attesa che qualcosa rinasca
chissà
che seme germoglierà.
(Coro
di voci bianche e orchestra)
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale che arriva già
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale, eccolo qua
(Voce
solista)
IV
Il
pettirosso è venuto sul melo
nel
becco porta una bacca di mirto
il
suo regalo per l’ultima notte
è
il dolce canto che ci darà.
(Coro
di voci bianche e orchestra)
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale che arriva già
Larallallà
larallallà
ecco
il Natale, eccolo qua
(Assieme
voce solista coro e orchestra)
V
Ecco
si è accesa la stella che guida
e
che le tenebre cancellerà
squarcerà
il buio di questo mondo
per
l’ultima notte che nascerà…
(Voce
solista con coro di voci bianche e orchestra)
Larallallà
larallalà
l’ultima
notte eccola qua
larallallà
larallalà
è
l’ultima volta che nascerà…
(Chiude
a finire un gruppo di zampogne)
[Milano, 23 dicembre 2020]
RESTIAMO UMANI

Don Andrea Gallo
Con questa riflessione inedita, ricordiamo don
Andrea Gallo,
prete di strada, partigiano, e amico di “Odissea”.
La solidarietà va
coltivata con pazienza, perché diventi un’attitudine costante e significativa
della nostra condotta quotidiana.
Le parole di Gesù sono sovversive, indomabili, rivoluzionarie: soffocano nelle
sagrestie e respirano sul marciapiede.
Noi siamo gli altri, e gli altri sono noi. Non c’è differenza alcuna tra
individui, facciamo tutti parte della stessa famiglia umana.
Quando incontriamo un omosessuale, una prostituta o un peccatore, sovente noi
cristiani abbiamo già il dito puntato contro, esprimiamo a priori un giudizio
negativo, ma quello che è peggio è che nella nostra testa scatta il meccanismo
della conversione: vieni da noi, se ti converti, sarai salvo. No! Com'è
possibile ragionare ancora così? L’ansia di convertire e fare proseliti non
l’aveva neppure Gesù, che infatti non ha certo inseguito il giovane ricco
imponendogli di convertirsi. Lo ha lasciato libero.
Quando noi cristiani, compresi alcuni vescovi, mossi dagli alti princìpi del
Vangelo, interveniamo nelle questioni spinose della società con la
predicazione, è un diritto legittimo. Però attenzione: senza avanzare il
diritto di dettare un’etica pubblica per tutti i cittadini.
Se la Chiesa si dichiara cristiana e cattolica, cioè universale, dovrà essere
una Chiesa povera. Nel senso che la sua opzione preferenziale dovrà essere,
anzitutto, dare voce ai poveri.

Don Andrea Gallo
Comunità San Benedetto al Porto
(Genova)
SCIENZA E GUERRA
di
Alessandro Pascolini*
Padova. Noi viviamo in un’epoca caratterizzata dallo stretto connubio
di scienza, tecnologia e applicazioni militari. Si tratta di un fenomeno
recente, originato dal coinvolgimento diretto di scienziati e tecnici nella
conduzione delle guerre del secolo scorso. L'istituzionalizzazione del ruolo
delle comunità scientifiche nell’ambito degli sforzi bellici dei vari paesi ha
creato enormi concentrazioni di potere attorno alla tecnologia militare ed è
alla base del continuo sviluppo qualitativo della corsa agli armamenti, con
delicati problemi etici, difficili da affrontare.
Scienza e guerra prima del ’900
L’“arte della guerra” si è sviluppata, fino a tempi recenti,
in larghissima parte all’interno dello stesso ambiente militare e sono rari i
momenti significativi dell'incontro fra uomini di scienza e ambiente militare.
Archimede è il simbolo iconico dello scienziato che mette a frutto la sua
razionalità e competenza nell'impegno bellico. La leggenda tramanda di sue
fantastiche invenzioni: in realtà egli sviluppò un sistema difensivo altamente
efficace basato sull’ottimizzazione, costruzione e coordinamento delle armi del
suo tempo, che permise a Siracusa di resistere per due anni all'attacco romano.
Altri casi interessanti sono la scuola d’Alessandria, la stagione degli
ingegneri militari del rinascimento, il contributo di scienziati alla
navigazione oceanica e alla guerra navale, la razionalizzazione dell’impiego
dell’artiglieria sulla base della meccanica newtoniana e la chimica per la
produzione di esplosivi. Dal III al I secolo a.C. Alessandria d’Egitto divenne
un importante centro di ricerca scientifica in moltissimi campi, compresa una
vera scuola di tecnologia militare. Va notato che le applicazioni militari
erano di fatto l’unico campo pratico non disonorevole per un uomo greco di
cultura, e per Ctesibio, Filone ed Erone esse costituirono un possibile campo
di verifica sperimentale dei risultati della scienza matematica e meccanica che
andavano sviluppando. Nel Quattrocento e Cinquecento gli ingegneri-artisti
italiani del rinascimento si trovarono di fronte agli sconvolgimenti dovuti
all’impiego delle armi da fuoco, che non solo modificava la guerra, ma imponeva
lo sviluppo di concetti balistici e trasformava completamente le
fortificazioni. D'altra parte, l'osservazione degli effetti delle armi da fuoco
fece concentrare l'attenzione degli studiosi sui fenomeni del moto, dando avvio
allo studio della dinamica e a ricerche importanti per lo sviluppo della
fisica, fino a Galileo e alla rivoluzione scientifica. La crescente necessità
di polvere da sparo nelle guerre europee dell'evo moderno spinse i chimici al miglioramento
della produzione di esplosivi; nel confronto con problemi concreti i fondamenti della chimica evolsero progressivamente alla
chimica quantitativa della "rivoluzione chimica" su basi atomistiche.
Le grandi battaglie campali del ’700, con crescente coinvolgimento di
artiglierie mobili, attirarono l’attenzione di matematici per determinare le
traiettorie effettive dei proiettili in funzione delle caratteristiche delle
armi e della resistenza dell’aria. Alla fine del secolo, grandi matematici parteciparono
ai progetti scientifici, militari e politici elaborati durante le varie fasi
della Rivoluzione francese, unificando le unità di misura nel nuovo sistema
metrico decimale, organizzando l’esercito rivoluzionario, curando la produzione
di armi e svolgendo al contempo ricerche di matematica pura e applicata e
riorganizzando gli studi superiori.
La meccanizzazione della guerra
Dalla metà dell’ ’800 le forze armate diventano professionali
e meccanizzate. Industrie private sono protagoniste dei progressi nella
tecnologia militare, in una straordinaria espansione produttiva. La ricerca
applicata nella grande industria introdusse il segreto industriale e la
pianificazione, pratiche nuove che ridussero la tradizionale libertà degli
scienziati, rendendo “invisibili” i loro stessi contributi. La Prima guerra
mondiale fu la prima grande guerra industriale: la produzione e la logistica
contarono più di ogni altro aspetto del conflitto, che si ridusse a una guerra
di logoramento. Eserciti enormi richiedevano rifornimenti di ogni tipo su una
scala precedentemente inimmaginabile, imponendo la conversione della capacità
industriale, il riorientamento della vita civile, e la concentrazione di tutte
le risorse per la guerra totale. Tutte le tecnologie e le scienze furono
impegnate per sviluppare ulteriormente le armi esistenti e per crearne di
nuove, fra cui aerei, sommergibili con siluri e carri armati. Importanza
centrale ebbe per tutti i paesi la chimica: le nuove armi richiedevano
munizioni in quantità sbalorditive, imponendo di ottimizzare la produzione e
sviluppare nuove tecniche. Dalla produzione di esplosivi si passò all'impiego
di vere armi chimiche, gas tossici per aver ragione anche di nemici ben
trincerati. Lo sviluppo di indumenti protettivi e tecniche di decontaminazione
ridussero l’efficacia delle armi chimiche; le vittime comunque superarono il
milione e trecentomila. Fritz Haber, ricevendo il premio Nobel 1918 per lo
sviluppo dei fertilizzanti nitrati, rivendicò anche lo sviluppo di armi
chimiche “una forma superiore di uccidere”. Fra le due guerre scienziati
elaborarono in laboratori segreti una nuova categoria di armi particolarmente
atroci: le armi biologiche, sviluppate anche con crudeli esperimenti umani dai
giapponesi e rese operative dagli anglo-americani con la produzione di
proiettili all’antrace (fortunatamente non impiegati).
La scienza nella Seconda guerra mondiale e nella
guerra fredda
Nella Seconda guerra mondiale la scienza ha svolto un ruolo
cruciale, con molti dei nuovi sviluppi (radar, aerei a reazione, elicotteri,
razzi, missili Cruise e balistici, bomba atomica) realizzati nel corso della
guerra. Tutte le discipline scientifiche furono impegnate, dalla matematica
alla medicina, con la mobilitazione di tutti i talenti scientifici e tecnici;
la ricerca militare si diffuse nelle università, che vennero a ricevere
cospicui finanziamenti, ma subirono di fatto un riorientamento dei loro
programmi di ricerca. Lo sviluppo dell'arma atomica presenta aspetti
significativi del nuovo rapporto fra scienza e tecnologia militare: la proposta
della nuova arma venne dagli stessi scienziati, l’intera comunità dei fisici
nucleari si impegnò nei programmi nucleari dei rispettivi paesi, e la
realizzazione effettiva dell’arma richiese che i fisici teorici e sperimentali
unissero le forze con chimici, ingegneri e tecnici in un piano industriale di
enorme dimensione. Il lavoro coordinato di scienziati e tecnici di differenti
discipline nei grandi progetti i della Seconda guerra mondiale ha creato un
nuovo stile di lavoro scientifico alla base dei vasti programmi di ricerca del
dopo guerra. La Seconda guerra mondiale evolse senza soluzione di continuità
nella guerra fredda fra l’Occidente e l’Unione Sovietica, per cui la ricerca
militare nei settori più avanzati venne non solo mantenuta ma ulteriormente
accelerata. Con la realizzazione delle bombe a fusione, le armi nucleari
divennero sempre più potenti, compatte e versatili e lo sviluppo di missili di
varia gittata con sistemi di guida di crescente accuratezza rese ogni punto
della terra esposto a un attacco devastante da parte russa o americana. Gli
stessi missili balistici intercontinentali servirono per la conquista dello
spazio e la sua simultanea militarizzazione. Le enormi potenzialità offerte dai
satelliti artificiali promossero una salda alleanza tra scienza e industria a
creare gli attuali sistemi spaziali per comunicare, acquisire informazioni,
dirigere le operazioni di combattimento e guidare veicoli terrestri, aerei e
navali in tutto il mondo. Affidabili e quasi istantanee, le telecomunicazioni
globali hanno trasformato la catena di comando militare, con enormi
potenzialità per i comandanti sul campo.

Bombe e armi nucleari sul suolo italiano

Lo sviluppo delle nuove armi richiese un’enorme capacità di calcolo e promosse la creazione dei calcolatori elettronici e dell’informatica, il cui sviluppo non può essere separato dall’elaborazione della strategia della guerra fredda. Anche lo sviluppo delle reti di calcolatori e la loro integrazione in Internet nasce in ambito militare con protocolli informatici rispondenti alle esigenze della ricerca militare. A partire dalla guerra del Vietnam, ricerche avanzate sono state dedicate alla guerra convenzionale. Le munizioni guidate con precisione e le bombe “intelligenti” hanno utilizzato microelettronica avanzata, sensori elettronici, laser e computer per avvicinarsi all’efficienza ideale e alla precisione assoluta. Quando nel corso della guerra fredda si venne a costituire una situazione di reciproca deterrenza fra URSS e USA, basata sulla capacità di mutua rappresaglia a un possibile attacco nucleare, si rese necessaria una prassi di controllo degli armamenti garantita da precisi accordi fra le due potenze. Questa fase dei rapporti fra le due superpotenze aprì nuovi campi alla ricerca scientifica per individuare gli strumenti di verifica del rispetto dei trattati, la concreta fattibilità delle loro condizioni, nonché metodi per la distruzione di armi proibite. Questo campo di ricerca si è andato consolidando in una vera disciplina scientifica, con corsi universitari, centri di ricerca e riviste specializzate.
Scienza e guerra oggi
La speranza che la fine della guerra fredda aprisse finalmente
la via del disarmo e della pace si scontrò rapidamente con la realtà di guerre
nazionalistiche, terrorismo internazionale e nuovi confronti strategici, ora
trilaterali fra Cina, Russia e USA. Sostenuta dalla scienza, la guerra ora si
sta estendendo in un nuovo dominio, il mondo cibernetico, l’infrastruttura
digitale informativo-comunicativa globalmente interconnessa, diventata un
supporto indispensabile per la società civile, l’economia e la sicurezza
nazionale. Un aspetto cruciale delle attuali attività militari comprende armi e
procedure per il controllo del cyberspace come supporto di operazioni militari,
tattiche o strategiche, per infliggere danni alle infrastrutture informative
degli avversari. Il confronto strategico attuale fra le tre superpotenze è
essenzialmente una competizione per raggiungere la superiorità scientifica nei
campi più avanzati: calcolatori avanzati, capacità di analisi di enormi masse
di dati, intelligenza artificiale, sistemi d’arma autonomi letali, robotica,
armi a energia diretta, volo ipersonico, biotecnologie e la tecnologia
quantistica. L’intelligenza artificiale potrebbe essere accoppiata alle
tecnologie di comunicazione 5G per creare campi di battaglia automatizzati o
con la biotecnologia per creare interfacce cervello umano-computer per
potenziare la cognizione umana e controllare col pensiero macchinari e armi.
Molte tecnologie emergenti pongono serie considerazioni etiche. Ad esempio, l’uso
di sistemi autonomi letali sarebbe intrinsecamente immorale mancando un
operatore umano a selezionare i bersagli e a deciderne l’uccisione.
Preoccupazioni etiche pongono anche le applicazioni della biotecnologia che
comportino modifiche degli esseri umani o permettano attacchi genetici mirati.
Problemi etici sono comparsi spesso nello sviluppo di nuove armi e norme
umanitarie internazionali hanno bandito armi eccessivamente dannose o indiscriminate.
Sono stati anche promossi codici di condotta per i ricercatori in campi
critici, per aumentare la consapevolezza e la responsabilità degli scienziati e
ridurre il rischio che la ricerca possa essere utilizzata per nuove armi.
Tuttavia, la produzione di linee guida concrete per gli scienziati si è
rivelata difficile e spesso non ha prodotto alcuna azione concreta, anche
perché stiamo passando da specifiche ricerche militari a una fase di
integrazione della ricerca tecnologica generale con i fini specifici dello
sviluppo militare, in tecnologie “duali” dove è difficile una demarcazione fra
interessi civili e applicazioni militari.
[*Università di Padova]
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