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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
lunedì 22 giugno 2026
SULLA POESIA CIVILE
di Eros Barone

Eros Barone
Partirei da quella che è la domanda più
indecifrabile che un critico letterario possa formulare: che cos’è la poesia?
Qualcuno – un poeta tra i maggiori della seconda metà del Novecento – ha
fornito una risposta che è molto chiara nella sua semplicità: la poesia è
progetto di sé e del mondo, ossia programma di resistenza alla morte. Senza
questa continua spinta al confronto con la soglia dell’essere, non c’è né può
esserci poesia. Tuttavia essa non si esaurisce nella semplice
riflessione sul confine (poiché altrimenti il dato consolatorio prevarrebbe), e
anzi deve farsi carico più radicalmente della sfida al limite, deve incarnare
un disegno finalizzato a intuire una trama etico-civile nell’ordine caotico
dell’esistente. A questo assioma aggiungerei un altro fondamentale assioma:
poiché tutto è politica (anche se la politica non è tutto), non vi è poesia che
non sia, perlomeno in sede di interpretazione critica, anche poesia civile,
mentre la poesia civile in forma esplicita, per così dire esiodea, corre sempre
il rischio della non-poesia. In ogni caso,
se oggi vi è la necessità di trasformare la letteratura in prassi,
allontanandola dall’intrattenimento e accentuandone la dimensione didattica e
pedagogica, il rischio va corso e i poeti non possono limitarsi, nemmeno “per
voto”, ad “appendere le loro cetre ai salici”. La
congiuntura nazionale e internazionale che stiamo vivendo e soffrendo ci impone
semmai di spostare in avanti l’orizzonte del confronto, rivolgendoci
prevalentemente ai giovani e a coloro che verranno.
Emerge allora il dovere etico sottostante al lavoro letterario: un
dovere che si incarna nel principio erasmiano secondo cui lectio transit in mores. Si tratta, in
altri termini, di ripartire da una definizione di civiltà che nasce di
fronte a scelte sempre più nette, quando si deve uscire da Troia portando o il
padre, o il bambino, o tutti e due, mentre qualcosa dovrà di necessità venir
perduto. La congiuntura attuale richiede quindi l’intervento di un
intellettuale simile ad Enea, che tenti di connettere passato e futuro, sapendo
bene che nel presente c’è tanta ruina, sapendo che non appartiene al presente
la verità. Da parte sua, il critico non può chiudersi, ipocriticamente, nella
fortezza dell’iper-specialismo, ma deve avere la capacità di articolare giudizi
di valore e di elaborare un progetto a tutto tondo, che è quanto dire dotato di
carica etica, politica ed estetica. Del resto, il presupposto fondante della
poesia civile è che il linguaggio poetico non si concluda in sé stesso ma sia
teso alla liberazione del lettore, al superamento dello stato di cose
esistente: che abbia dunque un forte potere contestativo su cui tanto più
occorrerà insistere in una fase dominata dai linguaggi manipolatori della
comunicazione di massa, dalla vanificazione dei significati e dal dominio di
una società che va incontro a una vera e propria «liquidazione della
letteratura».
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| Eros Barone |

Edoardo Sanguineti
Come Edoardo Sanguineti ha spesso
ribadito, formulando una sorta di “degnità”, a parer mio, inoppugnabile, «ogni
linguaggio…è un’ideologia, un pensiero che si fa verbo, un sistema di
classificazioni e di progettazioni che si incarna nella concreta comunicazione
simbolica» [1].
È questa degnità, è questa verità basilare che i detentori del potere
culturale ufficiale si sono costantemente impegnati a negare anche in Italia.
Separare la “poesia” dalle idee, la “magia” dell’espressione dalla sua stessa
‘Weltanschauung’, ha sempre costituito la tecnica privilegiata per normalizzare
la poesia in generale e proscrivere la poesia civile in particolare. La
dialettica dei distinti è sempre stata il toccasana per neutralizzare i rischi
di una seria dialettica degli opposti, anche nelle cose della letteratura,
anche in quella sorta di club per ‘happy few’ che è la poesia. Riproponendo non
implicitamente ma ‘ex professo’ l’ineludibile e indissolubile rapporto tra il
linguaggio e l’ideologia, la poesia civile è allora la voce che ricorda come la realtà
storico-sociale – che non è l’impero dei segni ma piuttosto il segno degli
imperi – stia all’origine del testo poetico, che a sua volta vi apre la propria
strada. In tale prospettiva il contesto, dunque,
non solo non è irrilevante, ma è segno che si incastona nel testo modificandone
la natura, poiché la letteratura vive in un continuo porre una meta che la
oltrepassa. Ed è proprio in questo slittamento dall’impero dei segni al
segno degli imperi che sta la cifra di quel significato transitivo della
scrittura che si può definire come la “destinazione esplicitamente estramurale”
della poesia civile. Se d’altronde, a
partire da un certo momento storico, la poesia sembra essersi trasmutata da un
“genere letterario” in una varietà psicoterapeutica, spetta proprio alla poesia
civile il compito di riaffermare che la poesia è un’arma, sia pure povera, e
che la fede in tale arma è necessaria per comprendere la realtà e scalfirne la
superficie: un’arma povera per mezzo della quale si riafferma un’esigenza di
controllo, comprensione e direzione dell’esistenza umana, molto più che non un
semplice desiderio di felicità. Se infatti lo scopo della poesia è la
comprensione della condizione umana, spetta alla poesia civile, ‘pars pro
toto’, il compito di mostrare che questa comprensione non si dà se non
all’interno di una “lotta di interessi”, laddove tale lotta non è semplicemente
una ideologia politica, ma è, più radicalmente, la compiuta attualizzazione
delle “armi pietose” cantate da Tasso nell’‘incipit’ della Gerusalemme liberata. Insomma, in conflitto con tutte le forme di
estetismo tardonovecentesco, dal vitalismo al formalismo, la poesia civile ci ricorda
che la poesia in generale è l’interprete privilegiata delle tensioni più serie
della nostra società, oltre che la nutrice della prosa.
Dopodiché, individuare la radice
machiavelliana dell’ossimoro “armi pietose” non
è semplicemente il frutto di un’indagine sulle fonti: più radicalmente è un
lume acceso sul modo di intendere la residua funzione dell’intellettuale
nella società. Il principio etico-politico che «quella guerra è giusta che l’è
necessaria, e quelle armi sono pietose, dove non si spera in altro che in elle» [2] indica quale sia l’uso
corretto delle armi letterarie per intervenire nella società. Orbene, se la
letteratura vuole tornare ad essere strumento di comprensione del mondo,
secondo il principio erasmiano per cui lectio
transit in mores, non basterà descrivere il paesaggio con serpente che è
l’Italia del terzo decennio degli anni Duemila. Se la tradizione non è
semplicemente ripetizione o celebrazione, bensì trasmissione e traduzione, sarà
necessario opporsi all’amnesia sociale con ogni forza, nel segno dei classici,
anche quelli più apparentemente inattuali, come Tommaso Campanella e come
Vittorio Alfieri. Del primo basterà citare l’impegno programmatico a combattere
la triade di comportamenti che, così nel Seicento come nel mondo attuale, vanno
per la maggiore: «Io nacqui
a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia». Del secondo, di
cui, in piena consonanza con il primo, non sarà mai abbastanza valorizzato il
trattato Della tirannide, dell’Alfieri, dico, merita di essere
riproposta, come segnacolo in vessillo, la sfida dell’alterità e della
distanza: «Mi trovan duro? / Anch’io lo so: /
pensar li fo. / Taccia ho d’oscuro? / Mi schiarirà / poi libertà».
Dal canto suo, Sartre ha scritto che la
letteratura si fa nel linguaggio ma non è mai data nel linguaggio: essa è un
rapporto fra gli uomini ed un appello alla loro libertà. Fatte salve nella loro
connessione ideale le considerazioni che precedono, ritengo pertanto di poter
concludere questa introduzione rispondendo affermativamente e congiuntamente
alla domanda che è la chiave d’oro di questo convegno: sì, abbiamo bisogno oggi
di una poesia civile, perché abbiamo bisogno sempre della poesia.


D. Bisutti e E. Barone
Note
1. Cfr. E. Sanguineti, Ghirigori,
Genova 1988, p. 47.
2. Cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cap.
XXVI.
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| D. Bisutti e E. Barone |
LA CASA OCCUPATA GORIZIA
di Angelo Gaccione
Quel che è certo è che non passa inosservata; che
ci passiate davanti a piedi o che vi transitiate comodamente seduti sopra un
tram, quella piccola casa colorata posta a spigolo tra la via Vigevano e il viale Gorizia tra i Navigli e Porta Genova, è talmente un ammasso vivace di colore e
di immagini fra le più contraddittorie, che vi attraggono anche se non
vorreste. La ricoprono quasi per intero incorniciando finestre, balcone,
ingressi. L’ingresso che dà sulla via Vigevano esibisce un disegno che possiamo
definire surrealista pop. La figura di un uomo a dimensione gigantesca, nuda,
si erge in verticale dal basso in alto; abbraccia un vaso che tiene stretto al
petto da cui si dirama il fusto a foglie larghe di una pianta che termina,
quasi fin sotto la grondaia, con la faccia di una donna. La testa minuscola
dell’uomo è coperta dal vaso e non è identificabile, ma quella finale generata
come un fiore dalla pianta è quasi una maschera che ci guarda immobile ed
enigmatica. Da qualche tempo il lato sinistro di questo ingresso è ricoperto da
tessere di mosaico di colore blu e rosso molto suggestive: si distribuiscono
per tutto il piano terra, e quando vi batte il sole riflette riverberi
cangianti. Che sia frequentato da artisti e da creativi è facile immaginarlo,
ed anche all’interno le pareti hanno i loro bei graffiti e i loro disegni.
Occupata verso la fine degli anni Ottanta del secolo scorso, questa che è a tutti nota come Casa Occupata Gorizia, si è giovata della mano di artisti come Atomo e Swarz. Ha resistito alla speculazione e ad ogni tentativo di addomesticare e irreggimentare la città, e sin dal suo nascere ha visto l’apporto di gruppi di lavoratori, donne, militanti, artisti, musicisti, che l’hanno difesa, usata come luogo di vita e di rapporti. E continuano ad usarla rendendola viva con tante iniziative aperte alla città. Negli anni l’immobile è diventato un Centro sociale autogestito e ospita vari progetti: Elicriso con lo spaccio popolare aperto una volta alla settimana, il mercatino di prodotti provenienti dall’agricoltura biologica, un gruppo di acquisto solidale (GAS) a sostegno dei produttori locali, concerti ed eventi di musica punk e underground, il progetto artistico della Cueva No Art Gallery. Si possono anche consultare i libri della piccola biblioteca e reperire pubblicazioni rare del fumetto radicale internazionale.
Datare l’edificio con precisione non è possibile, ma la sua funzione nel corso
del tempo era stata quella di Casa Cantoniera per il controllo delle acque del
Naviglio. Vi risiedeva l’ingegnere addetto a questa incombenza con la sua
famiglia. Una gigantesca e vetusta stufa in ghisa presente nel piano interrato,
deve aver svolto bene il suo compito di effondere calore agli ambienti; a
giudicare di quanto si vada giù di livello, i mattoni rossi e lo spessore dei
muri interni, dovevano garantire una discreta difesa dall’umido che le acque e
la nebbia producono nei mesi invernali.
domenica 21 giugno 2026
LA GUERRA SI DEVE ABOLIRE
di Valeria Di Felice
Diario di un sogno possibile
Ci sono
sogni che sanno alimentarsi con la forza della determinazione e la fiducia
nella possibilità di costruire un mondo migliore. Ci sono sogni che non si
risolvono nella retorica di un pacifismo fatto di slogan, ma che trovano
concretezza in scelte coraggiose e azioni quotidiane. Quando l’amore per
l’altro sa tradursi in impegno verso i meno fortunati e contro le ingiustizie,
ogni atto diventa una testimonianza di responsabilità civile, il tassello di un
cambiamento che sa aggiungersi al mosaico umano di tutti coloro che
appartengono a un’unica grande visione: quella della dignità.
Ed è proprio partendo da questa
considerazione che Diario di un sogno possibile (Feltrinelli Kids 2023,
con la curatela di Simonetta Gola e le illustrazioni di Marcella Onzo) di Gino
Strada (Sesto San Giovanni 1948 - Honfleur 2021), invita i ragazzi - e non solo - a immergersi nel senso più autentico del volontariato appellandosi - come
scrive la curatrice del libro Simonetta Gola - a una questione urgente: “che la
guerra è una malattia da cui l’umanità deve e può guarire e che la cura è un
diritto che spetta a ognuno di noi”.
Questo libro non è solo il
racconto autobiografico di alcune esperienze - tra le più significative - della
vita di Gino Strada, fondatore di Emergency, ma è anche un manifesto concreto,
convincente, lucido che rivela l’inutilità e l’assurdità della guerra - qualsiasi guerra - e la sofferenza innominabile delle sue vittime: “la guerra è
essa stessa terrorismo legittimato, ingiustizia assoluta, violazione
irrimediabile di ogni diritto”. Rievocando le parole di Erasmo da Rotterdam (“la
guerra piace a chi non la conosce”) o le parole di Albert Einstein (“la guerra
non si può umanizzare, si può solo abolire”), Gino Strada rifugge l’etichetta
di pacifista per abbracciare il senso di una lotta radicale “contro la guerra”,
al costo di sembrare una utopia: “L’abolizione della guerra è un progetto
indispensabile e urgente se vogliamo che l’avventura umana continui”.
Partendo dagli ideali antifascisti
e partigiani della sua famiglia di operai nel fermento della ricostruzione del
dopoguerra a Sesto San Giovanni, le vicende si soffermano sulla sua formazione
come chirurgo d’urgenza e soprattutto su quel percorso interiore che portò Gino
Strada a maturare una coscienza sempre più critica verso ogni forma di
sopraffazione e di guerra, trasformando la sua esperienza medica in missione
civile e umanitaria.

Gino Strada
Il libro ricorda le missioni a
partire dagli anni Ottanta prima a seguito della Croce Rossa Internazionale e
poi, dal 1994, di Emergency: Quetta, in Pakistan, a Kabul, in Afghanistan, e
ancora Ruanda, Perù, Somalia, Bosnia, Etiopia e molti altri. Missioni in
diversi Paesi del mondo ma accomunati dalla stessa emergenza: sanitaria e
umanitaria.
Tuttavia, se da un lato c’è
l’indifferenza di molti - soprattutto della compagine politica o delle lobby
economiche e finanziarie - di fronte alle ingiustizie e alle atrocità verso i
civili, dall’altro lato c’è il coraggio di molti a non accettare passivamente nessuna
condizione di violenza.
Una delle domande che più
ricorrono in questo libro è: “Una corsia pediatrica in un ospedale per feriti
di guerra? Che cosa c’entrano i bambini con la guerra?”. Solo a Kabul
all’inizio degli anni Novanta dei 12.000 feriti registrati nell’ospedale del
quartiere di Karte-seh il 34% erano bambini. E ancora sui registri
dell’ospedale di Lashkar-gah del 2009, il 41% dei feriti ricoverati aveva meno
di 14 anni. L’assurdità più imperdonabile della guerra è proprio questa violenza
– deliberata o non – sui bambini, l’espressione più autentica dell’innocenza. Il
bombardamento americano del 20 ottobre 1944 sulla scuola elementare Francesco
Crispi, nel quartiere di Gorla, che uccise 184 bambini; e poi i giocattoli
farfalla o mine PFM-1 di fabbricazione sovietica - un congegno di “esplosione
vigliacca” che serve per mutilare i bambini; e ancora tutto ciò che deriva
dalla guerra - la fame, la sete, la mancanza di cure, le ferite psicologiche:
sono alcune delle evidenze di una crudeltà che non guarda in faccia nessuno e
che tende ad autolegittimarsi con la retorica della guerra giusta o necessaria.
Una follia purtroppo trasversale a gran parte delle parti politiche, dei
governi o delle élite belligeranti.

Gino Strada non solo restituisce
al lettore preziosi dettagli su vicende vissute in prima persona, ma invita con
la semplicità di “ragioni molto concrete”, a una riflessione profonda sui
contesti di guerra, fondendo il rigore dell’osservazione alla sensibilità
umana.
Interrogarsi sulla brutalità
della guerra significa inevitabilmente difendere il valore della dignità umana e
di quei diritti inalienabili che appartengono a ogni individuo,
indipendentemente dalla sua origine e dal contesto in cui vive.
L’impegno medico e di assistenza
umanitaria di Gino Strada si associa senza esitazione anche all’impegno
politico, nel desiderio di sensibilizzare l’opinione pubblica alla causa di
Emergency e soprattutto di restituire un volto antiretorico alle ragioni della
guerra. Negli anni Novanta, raccogliendo l’invito di Maurizio Costanzo a
parlarne, la televisione diventa uno strumento “per suscitare una reazione di
civiltà”, portando a una ondata di indignazione collettiva e anche ad alcuni
passi concreti, come un provvedimento per sospendere la produzione e il
commercio di mine antiuomo (approvato il 29 ottobre 1997).
Il libro si conclude con una
parte dedicata agli anni della pandemia, situazione che ha messo ancora più in
luce le diseguaglianze nell’accesso alle cure e nella pratica dei diritti
umani, considerata “il migliore antidoto, la migliore prevenzione alla guerra”.
Diario di un sogno possibile è un
invito schietto, sincero, chiaro a difendere la dignità umana dalla propaganda
del potere. Partendo dal corpo come entità fisica di cui prendersi cura, Gino
Strada trasforma la medicina in una incisione nella pelle di un mondo possibile
in cui si fa più piccolo il cono d’ombra dell’ingiustizia, della violenza, dell’indifferenza.
Come scrive Simonetta Gola: “la guerra e l’assenza - o il declino - di un
diritto fondamentale erano per Gino manifestazioni diverse dello stesso
problema: l’accettazione della disuguaglianza come regola del nostro tempo.
Rifiutava l’idea di un mondo diviso tra sommersi e salvati e trovava ripugnante
che esseri umani potessero essere considerati sacrificabili a qualche altare,
ideologico o economico che fosse”.
CINEMA
di Zaccaria Gallo
Barate e Regina
A Murton, a circa sei miglia da Sunderland, nel Nord Est della Gran Bretagna, una grande ruota nera si erge a memoria della ex miniera di carbone del villaggio. Il carbone e i posti di lavoro sono ormai un lontano ricordo, ma questo villaggio è diventato famoso perché, in un pub abbandonato sulla strada principale, noto con il nome di Victoria, il regista Ken Loach, per sei settimane di riprese, ha girato, nel 2023, il suo ultimo film: The Old Oak. È il nome del pub che rappresenta, nel film, il ritrovo dei minatori abitanti del villaggio, ormai diventato uno dei luoghi impoveriti della contea di Durham. I vecchi operai in pensione ricordano ancora il disastro della miniera di carbone di Easington nel 1951: quel giorno morirono ottantatre persone. E ricordano l’arrivo nel loro villaggio di molti profughi siriani fuggiti dal loro paese, a causa della guerra. Il pub del film di Loach è interessante, perché rappresenta il declino delle vecchie comunità minerarie inglesi e il rapporto tra abitanti locali e rifugiati siriani. Il governo britannico, di fronte all’arrivo dei profughi nell’isola britannica, aveva avviato un programma di ricollocamento, sistemandoli in aree economicamente depresse del Nord, dove gli alloggi costavano poco ed erano disponibili, per essere state abbandonate. Una storia che, come vedremo, si affianca ad altra bellissima storia, accaduta secoli prima. Lo sceneggiatore Paul Laverty, assieme a Ken Loach, narra nel film quello che nella comunità inglese avviene dopo l’arrivo dei siriani.
Il pub The Old Oak è uno dei luoghi di ritrovo dei vecchi abitanti del villaggio e, attraverso intense discussioni, diventa simbolo della possibilità di unire due comunità traumatizzate, quella inglese e quella siriana, grazie e soprattutto alla storia d’amore che si creerà tra il protagonista inglese, proprietario del pub e barista, Ballantyne, e Yara, giovane rifugiata siriana. Insieme cercheranno di creare una mensa comunitaria nel retro del pub e fare in modo di far incontrare persone con culture, fedi religiose e politiche diverse, piuttosto che tenerle divise. Ballantyne (un vigile del fuoco, e non un vero attore) è un uomo molto più anziano di Yara, segnato dalla solitudine e dalla depressione per il crollo della sua comunità; Yara è invece giovane e cerca di ricostruire la sua vita dopo la guerra. Tra loro nasce soprattutto fiducia, comprensione reciproca, un forte legame umano. Yara restituisce a Ballantyne, un senso di utilità alla sua vita e una speranza, e lui le offre protezione e accoglienza in un ambiente ostile. Il loro rapporto rappresenta il cuore morale del film: sono due persone ferite.
Appartengono a due comunità umane, ferite entrambe, che portano due dolori, costrette ad affrontarsi e a riconoscere che, come è detto nel film: quando la gente che soffre e mangia insieme, poi rimane insieme per sempre. Infatti in quel momento, due comunità si fondono in una sola comunità, quella umana, senza distinzioni o barriere. Possono riempirci di leggi, di divieti, di vincoli, di barriere, di confini, ma quando il dolore è dolore comune e condiviso, e sappiamo cosa voglia dire aver paura e provare la stessa rabbia, allora per tutti il fondo di noi stessi è uguale e si può tentare di cambiare il corso della storia. E può nascere quel sentimento che è il motore di una vita personale e comunitaria: il sentimento di amicizia e amore. Tra Ballantyne e Yara si crea una tenerezza emotiva che porterà entrambi a capire il valore imprescindibile della solidarietà e del legame spirituale, spesso molto più forte di un amore fisico. La cosa sorprendente è che a questa bellissima storia, fa da meraviglioso pendant un’altra storia, questa accaduta veramente, e che sembra, a parti invertite, precedere di secoli quella dell’Old Oak.

Ken Loach

Filippo Maria Pontani sul Domenicale del Sole 24 Ore del 23 marzo 2025 ricorda che a South Shields, vicino alla foce del fiume Tyne e al Vallo Adriano, e a qualche chilometro dall’ Old Oak di Loach, molti anni prima era stata ritrovata una stele funeraria romana, in cui apparivano due scritte, una in latino e l’altra in aramaico palmireno, lingua parlata in Siria. Quella in latino dice: “La Regina liberata e moglie di Barate di Palmira” e quella in aramaico dice: “Regina liberata di Barate, ahimè”. Vi prego di far risuonare nella vostra attenzione d’anima quell’ahimè, che da solo dice più di tante parole. Dunque, un uomo, un siriano nel nord dell’Inghilterra, all’epoca della presenza romana nell’isola britannica, conosce, si innamora e sposa una donna celta, Regina, che purtroppo muore giovanissima. Barate, probabilmente, era un mercante siriano che seguiva l’esercito romano lungo il Vallo di Adriano e Regina fu inizialmente sua schiava. Tra i due nacque quell’amore che è ad di sopra di ogni confine e barriera e lui certamente la rese libera e la sposò, per poi perderla, ahimè, con immenso dolore. Barate le dedicò una tomba costosissima e raffinata e questa stele, che rappresenta Regina, seduta con in mano gli strumenti per filare la lana e uno scrigno di gioielli, vestita con un abito che mescola stile romano con quello britannico locale.
Quanta analogia con quanto descritto poi nel film di Loach! Infatti, questa storia colpisce molto, perché mostra che già 1800 anni fa il nord dell’Inghilterra era multiculturale per la presenza di britanni celtici, di soldati e mercanti romani, di soldati e mercanti siriani, che parlavano lingue diverse, avevano culture e storie diverse, ma che questo non impediva che ci si potesse innamorare e contrarre matrimoni misti e mettere al mondo figli tutti con i medesimi diritti e doveri. Quello che era accaduto secoli prima collega simbolicamente la storia di Barate e Regina a quella di Ballantyne e Yara dell’Old Oach di Ken Loach, perché avviene tutto nella stessa regione, con gli stessi temi della migrazione, dell’incontro tra popolazioni diverse e della possibilità di una integrazione effettiva. Storia bellissima che oggi ci rammenta che l’incontro tra culture diverse non è un’eccezione moderna ma qualcosa che accompagna da sempre la storia Europea e che anche letterariamente è piena di una grandissima ricchezza.

Nouri Al Jarah

Il siriano Nouri Al Jarah, nato a Damasco nel 1956, fuggito dal suo paese d’origine negli anni Ottanta, da allora vive in esilio a Londra, è considerato uno dei maggiori poeti arabi contemporanei ed è l’autore di libro tradotto in decine di lingue: Esodo dall’abisso del Mediterraneo. Nelle sue liriche racconta la tragedia dei profughi e dei naufraghi siriani che fuggono alla ricerca di un luogo di pace e di accoglienza, dove ricominciare una vita, e ci mostra il suo impegno a riflettere sui rapporti tra mito greco e latino classico con l’Oriente. Per questo non poteva non imbattersi nella storia di Barate e Regina. Scriverà L’Elegia di Barate alla sua amata Regina nella raccolta Il serpente (pubblicato in Italia da emuse Ed. nel gennaio del 2025). Con lingua mirabile, la poesia si manifesta in ogni verso e il poeta celebra il trionfo dell’amore, come sentimento umano che trascende i confini (tutti i confini, di spazio, di tempo, di luogo), le differenze etniche e religiose, per sopravvivere nella storia di ogni essere umano. Messaggio intenso e vivo dell’incontro tra Occidente e Oriente, di pace e possibilità di convivenza.
La vicenda artistica
di Ballantyne e Yara si lega così alla vicenda umana di Barate e Regina e parla
a chi crede che un mondo migliore si possa sempre costruire, anche oltre la
morte di uno dei protagonisti (ahimè!), come ci ricordano alcuni dei versi di
Nouri Al Jarah: “Il portatore di nubi
guidò il mio passo / dal blu dell’estate al tetro inverno!
/ Le figlie della rugiada, le fanciulle della nebbia / che adagiarono Baal nel
mio campo / mi lasciarono qui disorientato! / Il cielo versò la
prima pioggia: gli astri fecero / sbocciare l’artemisia che riempì l’aria di
fragranza. / Ti portai alla sorgente dei due fiumi, / ti feci vagare nel sole
dei miei giorni. / Perché accettasti i miei voti quando poi / avresti lasciato
che la terra sottraesse a me / l’ultima cosa che uno straniero possa mai avere
sulla terra?”.
L’EREDITARIETÀ
di Chicca
Morone
Che l’intelligenza si erediti dalla madre in parte
è vero, ma non in modo esclusivo: il ruolo della madre è fondamentale poiché i
geni legati alle capacità cognitive sono concentrati nel cromosoma X. Bisogna
sottolineare però che il patrimonio genetico del padre e l’ambiente circostante
non siano assolutamente da sottovalutare. Se le donne posseggono due cromosomi
X significa raddoppiare le possibilità che sia la madre a trasmettere i geni
legati alle capacità intellettive, specie quelle legate alla corteccia
cerebrale; non sono però esclusi dalla trasmissione i cromosomi X paterni, i
quali andrebbero a influenzare maggiormente aree cerebrali diverse, come il sistema
limbico e l’intelligenza emotiva. Una certa attenzione è stata riferita ai
cosiddetti “geni condizionati” che a seconda del genitore da cui vengono
ereditati si attivano o disattivano in base a criteri non decodificabili a
priori: la Natura ci insegna che è libera di agire secondo leggi proprie con
buona pace dell’Intelligenza Artificiale a cui qualcuno attribuisce la facoltà
di avere risposte per qualsiasi fenomeno. In
quanto al ruolo dell’ambiente in cui veniamo al mondo, mi sembra ovvio che
influenzi parecchio, non solo per la stagione che comporta una maggiore o
minore esposizione alla luce e alla percezione del risveglio delle forze che
emergono dal sottosuolo. La nascita in una famiglia da cui siamo accolti con
amore, ci insegna presto la sensazione di benessere nel ricevere e di
conseguenza nel saper dare: purtroppo il difficile ruolo di genitore sul quale
sono stati fatti grossi investimenti per sminuirne l’importanza, ha creato oggi
molti giovani lontani dal nucleo fondamentale per la crescita emotiva,
imponendo valori fittizi. D’altra parte, non mi pare di aver mai sentito pronunciare
la parola “morale” da un solo rappresentante del Word Economic Forum, quella congrega
di persone che fino a poco tempo fa spargeva perle di saggezza attraverso
personaggi come Klaus Schwab, Bill Gates, Jacques Attali e tutti gli altri,
anche capi di governo, i cui nomi compaiono abbondantemente nei file di Jeffrey
Epstein.
Che il forte legame anche solo con uno dei due
genitori stia alla base di una particolare crescita psicofisica del figlio è un
concetto perfettamente esplicitato dalle parole di Sigmund Freud “Un uomo
che è stato l’indiscusso favorito di sua madre mantiene per tutta la vita
l’atteggiamento interiore di un conquistatore, quella fiducia nel successo che
di frequente porta al successo effettivo”.
Ma esiste anche la situazione capovolta, cioè
un figlio che interviene positivamente nella vita della propria madre. È il
caso di un uomo famoso come Johannes Keplero in difesa di Katharina accusata di stregoneria:
la donna, rimasta vedova da giovane e con conoscenza delle erbe medicinali, non
salì sul rogo solo per l’intervento del prestigioso figlio, astronomo imperiale
in carica, tra le cui carte ci è pervenuta tutta la documentazione. La disputa
- durata sei anni - tra Katharina e la vicina di casa (che l’aveva accusata di
averla avvelenata con una pozione) era iniziata nel 1615, nella cittadina
tedesca di Leonberg: ingigantita, pare a causa del carattere determinato e poco
accomodante della donna, aveva finito per coinvolgere anche l’Inquisizione.
Johannes, convinto luterano, ma incline alla tolleranza sia verso l’altro corno
protestante calvinista sia verso i papisti, ne aveva ereditato il legame con la
Natura, ma non la reattività impulsiva. Consultando l’oroscopo della madre,
aveva tratto la convinzione che gli astri non influiscano sulla realtà umana, e
tantomeno offrano indicazioni sulle caratteristiche della personalità; la cui
formazione, dopo matura riflessione circa le incongruenze tra oroscopi e
accadimenti, per Keplero divenne chiaro dipendesse non dalle stelle ma dall’ambiente,
dall’educazione, nonché dall’ereditarietà familiare.
Le madri
di personaggi noti non sempre sono state costruttive nella crescita della vera
identità del proprio figlio: la laurea in ingegneria di Carlo Emilio Gadda
rappresenta quanto di più lontano dall’impronta creativa dello scrittore,
almeno quanto gli studi giuridici di Franz Kafka. Spesso la proiezione dei
nostri incompiuti si abbatte sulle nostre creature, anche se pensiamo di essere
in perfetta buonafede, convinte di volere “il loro bene”.
È da considerare
il fatto che veniamo al mondo con un programma in previsione della
realizzazione delle caratteristiche personali e, per quanto i cromosomi stiano
alla base del nostro essere, siamo sempre noi, con il nostro libero arbitrio e
le reazioni agli accadimenti della nostra vita, a costruirci il destino.
SULLA POESIA CIVILE
di Adam Vaccaro

Il dir. Claudio Pozzani apre l'incontro
In occasione
della 32° edizione del Festival Internazionale di Poesia di Genova 2026, un
confronto sulla poesia civile si è tenuto alla Biblioteca dell’Università.
Questa è la riflessione di Vaccaro.
Identità
espressiva e degrado della Polis
Cercherò di motivare perché sono grato
a Donatella Bisutti e agli organizzatori del Festival, del rilievo e dello
spazio dati al tema di questa Tavola
rotonda, profondamente interconnesso alla mia ricerca poetica, riassunta
peraltro nell’Antologia critica dell’anno scorso, Percorsi di Adiacenza. È stato un percorso interdisciplinare, entro
una visione dantesca e leopardiana, di molteplicità dei linguaggi che impedisce
alla poesia di chiudersi in un parnaso.
Talché G. Vico arrivava a parlare di fisica o chimica poetica, di una poesia che
può cioè essere attributo di ogni attività umana, se ha forma e sostanza libere
da ogni mercificazione, e si articola in una tensione di Apertura, Diversità e Complessità che supera divisioni tra ambiti e
discipline, quali le due culture, e sintetizzabile nell’immagine dell’Uomo vitruviano di Leonardo.
Come si
innerva allora tale tensione alla totalità nel tema di questa Tavola Rotonda? Per
me attraverso due poli di sensi complessi: da un lato, le dinamiche dell’identità
individuale, dall’altro quelle della collettività che definiscono la Polis. L'identità del singolo, senza interazioni,
nel e col, corpo sociale tende a
degradare in deliri individualistici o si deprime, come già intuiva Epicuro
analizzando i corpuscoli elementari da lui chiamati clinàmen. Nei quali il grado di energia può crescere o decrescere,
in relazione a qualità e quantità di scambi con gli altri. L’identità può essere
dunque concepita in termini molto diversi, di apertura o di chiusura, con sensi
retrivi o come radice di pensiero critico della falsificazione ontologica della fase storica attuale, del
neoliberismo che concepisce un universo liquido di entità singole indistinte,
autonome, falsamente libere e separate.
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| Il dir. Claudio Pozzani apre l'incontro |

In a piedi Barbara Garassino
al microfono Claudio Pozzani

al microfono Claudio Pozzani
È noto che l’avvento dell’ideologia neoliberista fu incisa da M. Thatcher con l’apodittica, “La società non esiste, esistono solo gli individui”, diktat che nega il soggetto come essere sociale e il valore etico-conoscitivo dell’alveo socioculturale. Viene cioè negato il processo complesso di costruzione autopoietica di una identità, con scambi dialettici positivi/negativi entro una collettività, cosicché l’identità soggettiva, per me, o è collettiva o non è. Ma se una dinamica ontologica è negata, ripiega in forme insane, cui ahimè assistiamo, e acutizzate in una caoslandia, autoritaria e distopica, generata da estreme concentrazioni di ricchezze. Sintetizzando, il ponte di scambi e arricchimenti reciproci tra identità individuale e collettiva è crollato, sostituito da Avatar socio-tecnologici, socialmedia e la mitica IA (Intelligenza o Idiozia artificiale?), battute a parte, sono prodigi che, senza una adeguata cultura critica, diventano dipendenze patologiche e strumenti di poteri elitari invisibili che ne hanno il controllo, riducendo a maschera ideologica la stessa democrazia.

Donatella Bisutti e Adam Vaccaro
Ma è da
qui che nasce il bisogno e la risposta alla domanda di questa decisiva Tavola rotonda, di un’arte, una cultura
e una poesia che aprano a un’altra visione, di esseri umani che vogliono
rimanere umani, ai quali non bastano i propri orticelli individuali. È un
bisogno connesso a genesi conoscitiva della realtà e al suo possibile oltre,
non in cieli iperuranici, ma qui, in questo giardino pur devastato della Terra.
Può
allora la poesia incarnare una paideia
di prassi e pensiero critico, di etica ed emotività reattivi al degrado antropologico
del contesto contemporaneo?
Credo che oggi sia doveroso
tentarlo, sia pure lungo un crinale molto difficile, contrario sia a fondamentalismi
ideologici, sia a ogni pretesa di disimpegno. Credo che nel contesto attuale
diventino ancora più preziose e necessarie le testimonianze e le voci che
esaltano la Re-sponsabilità etica di restituire
le ricchezze ricevute di virtute e
canoscenza.
Con un senso civile che in tal
modo diventa anche critica politica, non rispetto al politichese, ma a una polis, sempre più dominata da visioni
teocratiche, tecnocratiche e imperialistiche, fonti di guerre incessanti, fino
a far temere sbocchi apocalittici. Ed entro tali orizzonti, realistici o meno, che
fare? Farsi squallidi e illusori affari propri, o farsi corpi di coscienza
critica, con una parola poetica leopardiana, materiale e lirica? Che può innervarsi in ogni forma, tema o
registro, entro una visione di umanità da salvare. Credo che la risposta imponga
una scelta, che per me è premessa necessaria come l’aria. Che, tradotto, è fame
di comunità.

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