PAURA DEI LIBRI?di
Zaccaria Gallo
“Una vita continuamente negata dagli altri”. Federica Montseny
e Virgilia D’Andrea.
Alfredo
Cospito, lo ricordiamo, è in prigione per reati politici (odiosi) ed è sottoposto
al regime speciale del 41 bis, lo stesso che si utilizza per i mafiosi (ma non
è un mafioso). Il 41 bis non significa un carcere crudele, significa un regime
che deve impedire al condannato di avere contatti con la criminalità esterna,
con i suoi compagni di lotta e/o di criminalità. Due anni fa, Cospito chiese di
poter acquistare, a spese sue naturalmente, tre libri e un CD. Questa richiesta
gli fu negata. Il Tribunale di sorveglianza che aveva dato la sua approvazione
iniziale ha fatto ricorso. La Casa Circondariale, il DAP e il Ministro di
Giustizia hanno fatto ricorso, a loro volta, in Cassazione per opporsi alla
concessione dei tre libri e del CD. I libri richiesti sono L’incubo di Hill
House di Shirley Jackson, Ghost story di Peter Straub, Dio gioca
a dadi con il mondo e il CD del gruppo Punk di Brighton, le Lambrine Girls,
dal titolo Who let the dog out. (una dura denuncia contro le ingiustizie sociali che
continuano a dilaniare un mondo sempre più caotico e in cui la musica si fa
strumento politico per esprimere il proprio essere presenti e coscienti). E i
libri? Due storie gotiche e un libro sulla storia della meccanica quantistica.
Spese voluttuarie? Paura per eventuali messaggi dall’interno del carcere
all’esterno? Ma allora anche John Lennon di Imagine: il brano per
eccellenza sulla pace, che invita a immaginare un mondo senza confini né
religioni che dividono? O Bob Dylan di
Blowin’ in the Wind, la canzone simbolo degli
anni ’60 contro l’ingiustizia e la guerra e ancora Rage Against the Machine con Killing in the Name, feroce
critica al razzismo e all’abuso di potere poliziesco? E De André, Guccini,
Tenco, Jannacci e tanti altri? Ecco!
Non intendo indagare sui motivi reconditi
alla base di questa storia. Li lascio alla immaginazione di chi legge le prime
righe che ho scritto. Invece mi sento spinto a parlare di qualcosa che,
comunque, con questo fatto ha un diretto rapporto: la paura dei libri e dell’anarchismo.
Si può avere paura dei libri, ma non dei
libri come oggetti, naturalmente, ma di quello che possono produrre dentro di
noi. Alcuni libri ci leggono mentre li leggiamo; ci spingono a rivedere cose
che serbavamo nel silenzio: sogni, desideri, errori, tormenti, verità, che
avevamo rimosso con cura. A volte, si teme di incominciare a leggere un libro
perché si intuisce che ci potrebbe trasformare, altre volte perché ci rammenta
qualcuno, oppure perché racchiude una parte di noi che non siamo pronti a
conoscere, e così avviene anche per la società per come è costruita e per come
deve operare. Franz Kafka scriveva che un libro deve essere “una scure per il
mare ghiacciato dentro di noi”. Ma una scure è sempre una scure, fa paura
quando è usata, non soltanto per tagliare il legno. Ci sono anche paure più
intime: la paura di non comprendere abbastanza, di restare soli con le proprie
impressioni o persino di essere toccati, troppo profondamente, tanto che certi
libri possono divenire quasi pericolosi perché aprono una porta che poi non si
riesce più a chiudere. Quando si insinua quella paura, sappiamo bene che è un
segnale: il libro ha dentro qualcosa che determina inquietudine, non perché
annienti qualcosa, ma perché invece tocca qualcosa di vivo. Il potere ha avuto
paura dei libri, praticamente in ogni epoca, perché un libro può fare qualcosa
che il potere governa con fatica, perché può dar vita a un pensiero interiore
libero. Una armata si vede, una rivolta, un dissenso, si argina, si reprime, ma
un’idea, un’idea, letta in silenzio da una persona sola, può oltrepassare
frontiere, barriere, censure. Per questo i regimi totalitari hanno spesso
proibito, bruciato o controllato i libri. Nei roghi nazisti vennero annientate
opere ritenute pericolose perché in grado di condizionare coscienze e
immaginazione. Nell’Unione Sovietica molti letterati, romanzieri, poeti, furono
censurati o perseguitati e ancora oggi in moltissimi paesi del mondo alcuni
libri vengono proibiti o sconsigliati nelle scuole o nelle biblioteche o anche
nelle carceri. Il potere, per essere esercitato e sopravvivere, soprattutto
quando esige ubbidienza assoluta, predilige la semplificazione delle cose e dei
rapporti tra gli uomini nella società da esso governato: noi- loro, giusto o
sbagliato, amico-nemico e così via. Un libro, invece, ha anche la capacità di
cercare di comprendere le ragioni del nemico, di farti sorgere dubbi sulle
parole ufficiali che ti vengono somministrate, farti immaginare possibile una vita diversa dalla
tua sotto un regime oppressivo, può farti diventare meno manipolabile ed è per
questo che certe pagine che, all’apparenza, sembrano innocue, invece sono
potentissime: educano a pensare, a sentire, a ricordare, e una persona che
pensa davvero, non potrà mai appartenere completamente ad alcun potere. Persino
la poesia può essere pericolosa, può incutere paura, a volte più di un discorso
politico. La storia della umanità è dunque piena di libri e poesie e testi
teatrali e cinematografici “pericolosissimi”, nel senso che abbiamo detto
sopra. Ci sono, ad esempio moltissimi testi letterari che sono stati prodotti,
in varie epoche, da tutti quegli scrittori che, da esiliati, hanno ritratto
attraverso le loro memorie l’angoscia sociale della guerra e della perdita della
libertà in vari modi, in varie forme. Tutti questi autori, e tra loro gli
scrittori anarchici, narrano le loro storie, facendocele vedere con la
prospettiva di chi è stato esiliato dal tempo e dallo spazio, di chi è stato
negato e ha bisogno di essere visibile.
Tra questi autori vorrei ricordare Federica
Montseny, con il suo libro I miei primi
quarant’anni, e Virgilia D’Andrea con le sue poesie. Federica Monteseny, a
ottant’anni, dal suo esilio in Francia convertirà la sua esperienza
inletteratura. La memoria è sempre stata letta come una forma di conoscenza e,
quindi, la letteratura che si basa su di essa è forma di conoscenza, di studio
e esplorazione della “realtà”, di meditazione sul passato e, di conseguenza,
sul presente. Anche se un testo dovesse concentrarsi sull’io, non
sarebbe mai un io personale, bensì un io collettivo e diventare protagonista
della Storia. Le memorie, soprattutto di chi ha sofferto la guerra, l’esilio,
il dolore delle perdite, la restrizione della libertà, in quest’ottica,
diventano le memorie di un intero popolo e del contesto conflittuale che le ha
generate. Memorie anche necessarie, per esaminare la storia ufficiale in
profondità, scoprire le verità e le manipolazioni, che sempre si nascondono
quando è costruita dai vincitori. Se esiste un filo conduttore che lega parole a
memoria, in questi casi il filo ha un solo nome: resistenza. Le memorie di Federica
Montseny, come quelle di tanti altri repubblicani spagnoli, sono una forma di
resistenza, che non si concluse con la caduta di Madrid o di Barcellona. Nelle sue memorie Federica Montseny adopera parole dure,
realistiche e senza schermi protettivi, perché nascono dalla insanabile
separazione tra un sistema oppressivo e il mondo esterno, e perché,
paradossalmente, prende atto che l’unica realtà possibile, per questi modi
separati di intendere la vita degli esseri umani, è la loro identificazione in un
contesto “politico” che è: l’anarchismo. Ricordarla, oggi, nonostante tutto, è
legittimato dal diritto di parola concesso a chi come lei è stato difensore
della libertà, contro coloro che si imponevano con la forza. Nel 1936, militante
nella organizzazione anarco-sindacalista Confederazione Nacional del Trabajo
(CNT), Federica entra a far parte del governo di Francisco Largo Caballero e le
viene assegnato il ministero della Sanità e della Assistenza Sociale. Ed è, con
quelle idee, che propone di istituire Case di accoglienza per l’infanzia
abbandonata, di emettere norme per liberare le donne dallo sfruttamento della
prostituzione, di coinvolgere, nella società, persone con handicap, di eliminare
l’aborto clandestino, legalizzando il diritto all’aborto assistito. Federica
Montseny rimase in carica fino al maggio del 1937.
Scrisse diverse opere, brevi
romanzi o saggi sull’anarchismo o su altre tematiche sociali e politiche. Per anarchismo, intendeva, che la radice dei mali sociali risiede
nel capitalismo, nell’autorità e nelle disuguaglianze che ne derivano. Tuttavia,
è pur vero che, la vita ai margini di un sistema inaccettabile e del suo
ambiente esterno, non ammette altro stile di vita se non quello
contraddittorio; la linea di divisione stessa è contraddittoria, perché non permette
un distacco completo, e quindi il poter essere al di fuori di esso. Ecco
perché, essere in una società, avendo le idee che aveva Federica, a volte,
significava vivere in modo contraddittorio. Federica dovette quindi accettare
un incarico di governo, dopo molte esitazioni e controversie, perché le
circostanze lo imponevano. Queste circostanze chiamavano anche a combattere in
guerra, difendere la legittimità della Repubblica contro il fascismo. Tutto andrà in fumo con l’inizio della guerra civile, con le
violenze nazi-fasciste, con l’arrivo al potere di Franco. Andrà in esilio in
Francia, assieme a centinaia di migliaia di esuli spagnoli e, da lì, nonostante
il regime di Vichy, continuerà a lottare per la libertà. Arrestata dalla
polizia francese, nonostante il governo spagnolo la rivolesse indietro per
processarla e condannarla a morte, per fortuna non sarà estradata (anche forse
perché era in cinta di una terza bimba).
Federica non tornerà mai più in
Spagna, ma scriverà questo suo libro, per lasciare una testimonianza altissima
di come un’idea anarchica, libera da pregiudizi e ignoranza, contenga valori
importantissimi: il desiderio di una società più giusta e a misura d’uomo. E in
carcere ci andò, molti anni prima, l’altra figura storica dell’anarchismo: Virgilia
D’Andrea. Una vita breve, intensa, ricolma di passioni politiche e d’amore (per
il suo compagno Alessandro Borghi), di tragedie, convegni, comizi, ingiustizie,
fughe, persecuzioni e libri (primo fra tutti Tormento e poi Torce di notte) e poesia. Il 13 marzo del 1923, un
solerte funzionario della questura di Milano la denuncia per vilipendio e istigazione
all’odio di classe. Orfana, in tenera età, a sei anni era stata collocata in un
collegio di suore. L’educazione era rigida, ma Virgilia si appassionò presto
alla lettura e, l’incontro con la poesia di Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci e
Ada Negri, la influenzarono, sia dal punto di vista letterario che etico. Scoprirà
la parola “anarchico” nel 1900, quando Gaetano Bresci uccide, in un attentato,
il Re Umberto I. Mentre le suore obbligano lei e le altre orfanelle del
convento a pregare per il Re, Virgilia non può dimenticare che, a Milano, il generale
Bava Beccaris, mandato dal Re, aveva fatto uccidere i cittadini (ottantuno
morti e 450 feriti) scesi in piazza contro le condizioni di lavoro e l’aumento
del prezzo del pane. Virgilia sentirà un moto di forte simpatia per il giovane
anarchico, piuttosto che verso uno stato macchiato del sangue di esseri umani
innocenti e affamati.
Andata via dal convento, seguirà la strada che il cuore
le aveva indicato, fino ad essere arrestata e imprigionata con l’accusa di
cospirazione contro lo Stato nel 1920. Uscita dal carcere riprenderà
immediatamente la propria attività politica, fino in Francia e poi nell’America
del Nord (morirà a New York il 12 maggio 1933), spendendo le sue ultime energie,
nella lotta contro il fascismo. Si era servita anche della letteratura come
un’arma, “lanciando i suoi versi come una sfida ai prepotenti” disse di lei
Enrico Malatesta nella prefazione di Tormento.
Nemmeno il suo arresto aveva spezzato la volontà di lotta. E così torniamo al
tema iniziale di questo scritto. Virgilia D’Andrea aveva messo nelle sue poesie
qualcosa che il potere temeva molto. Scriveva di ferite sociali, di dignità
umana calpestata con la violenza: era, la sua, una appassionata ribellione
morale, in favore degli ultimi. Così, quando una poesia riesce a trasformare il
dolore individuale in coscienza collettiva, la poesia non è più solo
letteratura. La società può averne paura, perché certe poesie infrangono l’abitudine
e l’indifferenza, forzano a vedere ciò che normalmente si evita di vedere: la miseria,
l’ingiustizia, l’ipocrisia, la violenza nascosta dietro le convenzioni della rispettabilità
e il potere può temerla, perché una poesia così fatta, se entra dove la
propaganda spesso non arriva, nell’anima delle persone, esorta senza obbligare,
non lascia la memoria, si ridice sottovoce, diviene una sorta di libertà
segreta. La voce di Virginia D’Andrea aveva qualcosa di particolarmente
difficile da vanificare: non parlava dall’alto, ma da dentro la sofferenza
umana e politica del suo tempo.
Questo ha dato alle sue parole la resistenza:
si possono censurare i libri, ma è più difficile cancellare una frase che
qualcuno ha sentito vera e che invita a riflettere. Virgilia, per esempio, scrive
la lirica dal titolo “Io non sono vinta!”, durante la detenzione nelle carceri
di Milano. È una poesia di resistenza morale, che scaturisce da un corpo imprigionato.
Ma la volontà e l’ideale restano liberi e i versi iniziali sono già un
manifesto: “No non sono vinta!” Questa negazione possiede una forza immediata, quasi
teatrale: è però profondamente politica ed è, non solo, un’affermazione
personale. È una fiera affermazione contro il potere che tenta di spezzarla; il
carcere appare come uno spazio fisico di oppressione, la cella, i ferri ritorti,
ma la coscienza non viene piegata. L’immaginazione e il sogno frangono
simbolicamente le catene per la libertà, non solo quella che c’è al di fuori,
all’esterno, ma anche quella interiore e morale, sostenuta dalla fede nella
giustizia, nella dignità umana, nella possibilità di poter vivere in un mondo
diverso. Il dolore è visto come una forza e la sofferenza non demolisce il
soggetto poetico, lo fa più forte. Questo è un principio molto moderno, quasi
vitale. Ricorda in parte Giacomo Leopardi per il confronto diretto col dolore, Antonio
Gramsci per l’idea della resistenza morale in carcere, Ada Negri per il tono
sociale e umano. Non è una poesia contemplativa. È una poesia che combatte. Dice:
“Potete incarcerarmi, ma non mi cancellerete”. Per questo, il testo è
sopravvissuto, come simbolo antifascista e libertario, e colpisce ancora oggi,
perché parla di qualche cosa che supera il contesto anarchico del 1920 e invita
a resistere alla umiliazione che ogni potere assoluto vuole infliggere agli
esseri umani, invitandoli sempre a conservare se stessi e a non identificarsi
mai con la sconfitta. È una poesia sulla dignità umana.
Non sono vinta!
No, non sono
vinta.
Vibra, in me, più forte,
l’ardente fede ne l’angusta cella,
l’onda del sogno, che il mio cor
flagella.
No, non sono morta. Ma più pur e alati,
getta la penna, nei tumulti, i versi,
ed essi vanno, azzurri e fascinati,
verso il nitore di bei cieli tersi.
Quando da sola l’anima cammina,
e insidie e frodi il mondo le congiura
e nel fosco de l’ombra essa indovina
che v’è l’agguato bieco e la sventura,
e passa, e lotta e resistente avanza,
senza sgomento, verso l’alte cime
ed aspra diventa la distanza
e più le sembra il sogno suo sublime:
quando… pur triste… e fragile parvenza
inchioda, il mondo, ad ascoltar la voce,
che dalla cupa e turbinosa essenza
urla il martirio dell’ingiusta croce,
allor s’è fatto di granito il core.
E non cede, non muta e non dispera:
canto è di sogno che, giammai, non muore.
Fonte ingemmata di bellezza vera.
Oh! Ben lo so, che se cantato avessi
le vostre glorie e le dorate sale…
se nel tumulto della vita avessi
anch’io venduto o spento l’ideale
certo mi avreste aperto intero il mondo,
rose m’avreste sparse sul cammino,
rete di sogno memore e profondo …
Forse… l’alloro… in fondo al mio destino.
Ma ho cantato di cenci… e ho calpestato
tenero, il fior, de le languenti dame;
ma ho scoperto i solai e ho profanato
l’aria col tanfo dell’occulta fame.
Ma ho cantato di stanchi e di perduti,
di desolati nei singhiozzi proni,
ho pianto sopra i morti ed i caduti,
e merito la gogna… e le prigioni.
Stringete, dunque, ancor ferri e catene!
Le azzurre strofe mie battono l’ala
verso le lotte de le grandi arene…
Le raccoglie la teppa e le immortala”.
[Carceri di
Milano, 28 ottobre 1920]




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