FABULA
di
Anna Rutigliano
Benché favola
e fiaba siano due termini accomunati dalla medesima radice etimologica
di fabŭla, a sua volta derivante dal verbo latino fari, col significato
di parlare, raccontare e le cui tracce, sono attualmente riscontrabili in
alcune lingue neolatine, come per il verbo portoghese falar (parlare) o
quello spagnolo di hablar (parlare) o ancora, nel termine di infante (colui/ colei che non parla) per la lingua italiana, per citare
alcuni esempi, entrambi hanno dato adito, nel tempo, a due generi letterari
dalle caratteristiche ben distinte, tanto sul piano contenutistico quanto su
quello linguistico-strutturale: da un lato, la favola, popolata da animali
antropomorfi, a ritrarne vizi e virtù sociali e composta in versi o prosa
brevi, dall’altro, la fiaba, animata da elementi magici e fantastici secondo
una struttura prosastica più discorsiva ed estesa e dal lieto fine. In
particolar modo, le ricerche del Prof. P. Gallo, risalenti agli anni 2001/2002,
in collaborazione con i docenti Stefan Nienhaus e Barbara Sasse del Dipartimento
di Germanistica dell’Università di Bari, in merito alla favola nell’epoca della
cosiddetta Aufklärung tedesca (L’Illuminismo tedesco), periodo di suo
massimo splendore, sono state poste in evidenza nel saggio Fabula docet,
poesia e pedagogia nella favola tedesca dell’Illuminismo, Edizioni B.A. Graphis
2002 (pgg.132), curato dallo stesso Prof. Gallo, al quale ho voluto
rendere omaggio, avendo avuto la possibilità di seguire, in presenza, il suo seminario
circa la favola tedesca proprio in quegli anni ed il cui studio rappresenta, al
cospetto di cinque lustri ormai trascorsi, un lavoro, da custodire, di
inestimabile ed intramontabile valore intellettuale.
La tradizione favolistica con
intento didascalico, ispirata ai modelli classici greco-romani di Esopo e Fedro
e, successivamente, riformulata con lirismo poetico dal francese La Fontaine, persiste
ancora quale valido archetipo nelle Fabeln und Erzählungen (Favole e
racconti) di C.F. Gellert, oggetto della ricerca del Prof. P. Gallo, a cui
dedica la prima sezione del saggio in questione. Qualcosa di nuovo va,
tuttavia, plasmandosi e delineandosi nella coscienza borghese della Germania
del ‘700, ed è nell’innovazione di natura socio-pedagogica che risiede
l’originalità dello scrittore e favolista C.F. Gellert, il quale fu anche
docente di poetica e filosofia morale presso l’università di Lipsia,
annoverando fra i suoi studenti, intellettuali del calibro di Goethe e Lessing.
Il solido legame fra poesia ed etica illuministica tedesca, incentrata sulla
razionalità non esasperata, ma dai contorni pietistici, propri della Empfindsamkeit
(delicatezza d’animo), in cui Gellert si rispecchiava, emerge, in modo
singolare, nella favola Der Fuchs und die Elster (La volpe e lagazza),
pubblicata nel 1746, nella prima raccolta delle Fabeln und Erzählungen
presso l’editore Johann Wandler di Lipsia.
Nell’impianto tradizionale della struttura
della favola, alla narratio, al racconto della gazza, portatrice di
verità (Die Wahrheit, rief sie, breit ich aus = La verità, rispose lei,
diffondo), a cui la volpe si rivolge, osservandola in tutta la sua
saccenteria, per sfidarla pragmaticamente, tanto che la gazza dimostrerà, con
un paradosso, che la sua scaltra interlocutrice sia dotata di una quinta zampa,
la coda, (Ihr Schwanz, das sei Ihr fünfter Fuß = la sua coda è la quinta
zampa), segue l’epimythion, la morale finale. Il narratore sembra
rivestire il ruolo di regista di una performance teatrale, in cui i
protagonisti recitano e, per mezzo dell’ars poetica oraziana del miscere
utile dulci, conclude, con divertente ironia, la parte finale della favola,
affidandole una vera e propria polemica filosofica, sulla base della componente
religiosa pietistica gellertiana, in contrasto con il razionalismo radicale del
tempo: Wie freue ich mich, daß es bei Tieren Auch große Geister giebt, die
alles demonstrieren! Mir hats der
Fuchs für ganz gewiß erzählt, Je minder sie verstehen, sprach dieses schlaue
Vieh, um desto mehr beweisen sie. (mi
rallegra sapere che anche fra gli animali vi siano grandi spiriti in grado di
dimostrare tutto! Me lo ha raccontato per certo la volpe. Quanto meno intendono
tanto più dimostrano, disse quel sagace animale).
Nelle riflessioni linguistiche del
prof. Gallo, sui versi gellertiani della favola in questione, l’uso del tempo
presente, ai righi n.15-16 della narratio (Und macht ein sehr gehlert
Gesicht = e fa una espressione da dotta), rispetto all’utilizzo del tempo
Präteritum dei versi n.13-14 precedenti (So lief die Elster auch den Ast bald auf,
bald nieder, und strich an einem Zweig den Schnabel hin und wieder= così
la gazza saltellò sul ramo, ora su ora giù, forbendosi di continuo il becco ad
un ramoscello), rafforza l’idea che la caricatura della gazza, nelle
sembianze del sapiente dotto (so wie ein weiser Arzt= come un medico saggio)
o viceversa, del dotto dalle movenze di una presuntuosa e stupida gazza (der
bald vor, bald rückwärts geht = andando avanti e indietro), rappresenti una
esplicita satira sociale, da parte dell’autore, nei confronti di quei
ciarlatani ed impostori che alla fiera annuale del villaggio si arrogano
falsamente il diritto di porre rimedio ai mali tanto fisici quanto interiori.

Pasquale Gallo




