UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 29 marzo 2026

FRANCESCO PRIMO ITALIANO?
di Francesca Mezzadri


 
Il libro propone una narrazione divulgativa della vita di Francesco d’Assisi presentato come figura anticipatrice di valori moderni e, in chiave suggestiva, come “primo italiano”: un simbolo identitario prima ancora che religioso. C’è davvero bisogno dell’ennesimo libro su San Francesco? La risposta, dopo la lettura, è semplice: no. Non perché la figura non meriti attenzione, ma perché il sottotitolo - “il primo italiano” - tradisce già l’impostazione: un’operazione più narrativa e commerciale che storica. Attribuire a una figura medievale un’identità nazionale moderna è un evidente anacronismo. L’idea stessa di “italianità” è il prodotto di un lungo processo culturale e politico, che arriva a maturazione ben dopo l’Unità e che ancora nell’Ottocento necessitava di essere costruito, come ricorda la celebre formula di, “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. In questo senso, il libro rinuncia a qualsiasi pretesa di rigore per inseguire una narrazione accessibile e rassicurante. Cazzullo si muove su un terreno già battuto, riproponendo un Francesco attualizzato, levigato, perfettamente compatibile con la sensibilità contemporanea. Ne esce un ritratto prevedibile: un santo “moderno”, vicino al messaggio evangelico, portatore di valori semplici e universalmente condivisibili. Più catechismo divulgativo che saggio storico, senza reali elementi di novità interpretativa. Il problema non è tanto la semplificazione, inevitabile nella divulgazione, quanto l’assenza di profondità critica. L’autore, forte di un successo editoriale consolidato, confeziona un prodotto scorrevole ma privo di reale originalità. Il risultato è un instant book che conferma una tendenza: privilegiare la vendibilità rispetto alla complessità, puntando su formule già collaudate e rassicuranti per il grande pubblico. Persino sul piano culturale, il richiamo alle origini della lingua italiana - il “Cantico delle creature” - resta sullo sfondo, senza essere davvero sviluppato, ridotto a semplice citazione simbolica più che a nodo critico, e senza inserirlo in un discorso linguistico più ampio e problematico. In definitiva, un libro che dice ciò che il lettore si aspetta già di trovare, senza mai metterlo davvero in discussione né offrire strumenti interpretativi nuovi. E forse è proprio questo il suo limite maggiore.


 

Aldo Cazzullo 
Francesco. Il primo italiano
Ed. Harper Collins Italia  
Pagg. 288,  2025

 

 

 

 

 

 

 

SCAFFALI
di Alida Airaghi


Don Angelo Casati

La poesia, l’assoluto, l’incontro, l’abbraccio
.
 
Consegno e affido spesso, pur da non credente, le mie ansie quotidiane e il mio desiderio d’infinito alla lettura domenicale delle omelie di Don Angelo Casati, presenti sul sito www.sullasoglia.eu. Perché dopo un’amicizia epistolare più che decennale, e dopo l’attenta riflessione critica sulle sue pubblicazioni, trovo nell’interpretazione delle pagine del Vangelo di questo gentile sacerdote ultranovantenne non solo l’accoglimento umile e grato della Parola, non solo uno scavo nell’interiorità umana privo di pregiudizi, ma soprattutto la capacità di rivestire singole espressioni del testo sacro di una particolare suggestione emozionale. Così scrive Chandra Candiani: “Don Angelo è un flauto, si lascia suonare da tutto e da tutti e si ascoltano racconti meravigliosi da quel vuoto di sé che è il suo cuore. Ha frasi incandescenti eppure miti, fuochi di sdegno eppure luminosi, ha ombre che fanno più vera la luce. Come fa? Con la compassione…”.
Poeta è infatti Don Casati, innamorato fruitore e produttore di poesia, che ha al suo attivo molte pubblicazioni spazianti dalle raccolte di versi a commenti evangelici, da riflessioni spirituali su vari eventi della vita a veri e propri saggi, usciti per diverse case editrici (Cittadella, Romena, Paoline, Servitium, Àncora, Il Saggiatore…). Nato a Milano nel 1931, è sacerdote dal 1954, parroco a Busto Arsizio, a Lecco, a San Giovanni in Laterano a Milano: oggi risiede nella casa parrocchiale di Via Montenapoleone, con la vista parecchio compromessa, il fisico indebolito e vacillante, la porta aperta, per quanto gli è possibile, alle fessure che ancora gli offre la vita.
L’ultimo suo libro si intitola Riaprire le sorgenti, ed è un’intervista condotta dal critico Francesco Occhetto sulla esperienza esistenziale e sacerdotale, e sul rilievo che la poesia ha assunto nella vicenda umana dell’autore. Proprio Occhetto nella sapiente prefazione al piccolo volume sottolinea che nel nostro “presente tanto obnubilato dall’incapacità di ascolto e attenzione interiore”, Don Angelo riesce “ad accendere focolai di risveglio” attraverso la sua confidenza col trascendente e il suo magistero di carità, “non forzando ma sussurrando”. Lo fa, appunto, con l’insistere sul senso ultimo della poesia, che ha il compito e l’urgenza di recuperare il sapore massimo d’ogni parola, salvandola “dall’uso letterale, meccanico, mercantilistico che se ne fa comunemente”.



Poche le annotazioni biografiche nel dialogo d’apertura: la nascita in una numerosa famiglia milanese residente vicino al Politecnico, le vacanze brianzole presso il nonno medico condotto, l’educazione cattolica e la volontaria entrata in un seminario rigidamente “incolonnante”. E poi la rivelazione del luminoso messaggio di Cristo tramite l’insegnamento di un insegnante di teologia, e la contemporanea scoperta della voce dei poeti sempre più letti, amati, imitati, fino all’identificazione di un timbro personale che ha caratterizzato tutta la sua produzione in versi.
Se gli si chiede di definire cosa sia la poesia, Don Casati risponde che essa “venera e custodisce la distanza: il suo posto è sulla soglia”; allude, rarefà, invoca immagini, lascia spazio al silenzio; è indugio, mistero, incanto, stupore, nostalgia. Perché come esseri umani abbiamo il dovere di indugiare con il pensiero su cosa siamo e su qual è il nostro destino di creature, di rispettare il mistero che circonda vita e morte, di stupirci della bellezza e grandiosità della natura, di provare nostalgia dei volti amati, delle cose perdute.



A me è dato / per grazia / carico d’anni / incantarmi”, scrive il sacerdote-poeta, “insonne cercatore di Dio… in mendicanza di luce”, che ammonisce il lettore di “stare dentro la vita… fare voto di vastità”. Dilatarsi per uscire dai confini stretti dell’ego, perché “abbiamo messo al centro del mondo l’io prevaricatore che cancella il volto dell’altro, l’io totalizzante, radice di tutti i totalitarismi politici e di tutti i fanatismi religiosi, l’io prepotente”. Allora scrivere poesia diventa una preghiera di ringraziamento, ma non devozionale, moralista, puritana; anche la poesia religiosa deve sconfinare, aprire, azzardare, ribaltare abitudini consolidate da riti ecclesiali obsoleti e claustrofobici, sempre escludenti e definitori.
Don Angelo non teme di apparire scandaloso, quando rifiuta come il suo caro amico David Maria Turoldo “una religione persa nei codici e nelle astrazioni”, e confessa: “L’aria mi era e, a volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo, esco, manca l’aria. Soffro restrizione. In cuore mio navigavano pensieri: Hanno abbassato i monti / l’hanno chiamata religione. / Hanno impoverito l’orizzonte, / l’hanno chiamata fede”.
Fede vera è affidamento discreto, anche nella malattia e nella vecchiaia (“Perdo pezzi di voce e di occhi, / di memoria e di cuore. / Dietro / alle spalle tu ti chini / e raccogli”), sapendo che anche l’ombra potrà dare senso al non senso della fine, se accettata, attesa come un abbraccio.
 
 


 
Angelo Casati

Riaprire le sorgenti

In dialogo con Francesco Occhetto  

Ed. Sapino, 2026

Pagine 96 € 13

 

 

 

BIBLIOTECA
di Giuseppe Carlo Airaghi




 
Canti non identificati di Angelo Airò Farulla (ChiareVoci edizioni, 2026, pagine 208) è un libro che si presenta come un attraversamento poetico tra visione cosmica e cronaca terrestre. Mescola metafisica, lessico scientifico e immaginario ufologico in una struttura volutamente discontinua.
Il testo centrale, Canto all’equatore, assume la forma di un poema di viaggio che dialoga con la tradizione epico-visionaria italiana, ma la trasporta in un paesaggio contaminato: mari di idrocarburi, microplastiche e residui del progresso convivono con mitologie scientifiche. La lingua alterna registri alti e inserti tecnico-scientifici. Con la sezione Cronache il tono diventa più documentario, raccogliendo episodi legati all’immaginario ufologico del Novecento italiano, trattato come una vera mitologia collettiva. L’ignoto e il bisogno umano di nominare il mistero diventano strumenti di indagine sulla realtà. Nelle sezioni successive, tra Addenda e Apocrifi, la scrittura si moltiplica in registri e maschere con invocazione religiosa, speculazione cosmologica e riflessione sull’epoca digitale. Il lessico scientifico convive con elementi liturgici, creando un cortocircuito linguistico che è la cifra dell’opera.
In controluce emerge una forte componente ecologica e antropologica: il mondo inquinato e i resti della civiltà diventano tracce di una presenza umana destinata a estinguersi, ma ancora capace di produrre canto.
Il libro si configura così come un poema-costellazione: un insieme di frammenti che orbitano attorno a grandi temi offrendo un’esperienza poetica stratificata, sospesa tra tradizione e nervosismi linguistici contemporanei.

FRESCHI DI STAMPA
di Antonella Casaburi



 
Si intitola proprio così, Un uomo che sapeva vedere (Ronzani editore, 2026, pagine 376) l’autobiografia a quattro mani dedicata a un personaggio straordinario sul piano sia professionale che umano e morale, curata da Vincenzo Guarracino. “Stilista del tessuto”, come era stato definito, Giuseppe Menta, uomo di talento e straordinarie doti artistiche, capace di intuire oltre il visibile per trovare forme di bellezza sempre nuova, è tutto in un aneddoto, raccontato dalla moglie Engracia: “Una volta, dopo avere preparato per suo figlio Giovanni il panino da portare a scuola, era rimasto incantato delle macchie di unto del tovagliolo che l’avvolgeva, e ne aveva colto lo spunto per fare poi dei disegni spontanei e meravigliosi”. Con questa capacità, Menta (Cremona 1937- Como 2024) ha realizzato un patrimonio di immagini per tessuti, ammirato e utilizzato da aziende (Bordogna, Max Mara, Pinto) e sarti dell’alta moda (Yves Saint Laurent, Versace, Armani), che resta per le generazioni avvenire, oltre al fatto di aver dato vita dal 1974 ad una propria azienda, dalle connotazioni pionieristiche, varando un marchio ecologico “MentaVesteNatura”, improntato sulla produzione di stoffe dai colori naturali non inquinanti. Fedele al principio espresso nelle parole di un autore a lui molto caro, ossia Cesare Pavese, che il bello della vita è saper “cominciare, sempre, ad ogni istante”, negli ultimi anni si era dedicato anche alla creazione di gioielli che aveva riscosso successo e consensi, oltre che alla ideazione e realizzazione di “progetti “ di opere pittoriche, “capricci”, sperimentando forme nuove e impensate di eterea leggerezza e freschezza rappresentativa, in una maniera che si accosta a certe intuizioni di Joseph Beuys: saggiando le potenzialità del colore di farsi forma e materia lasciandolo lievitare e accumulare su supporti riflettenti e vibratili, al di fuori di qualsiasi intento decorativo e di ogni riferimento figurale e naturalistico.

 

ATTRAVERSO LEI
di Chicca Morone
 

Le memorie ancestrali si riconducono a informazioni, istinti o paure tramandate biologicamente dai nostri avi; di cui, cioè, non abbiamo fatto esperienza diretta. In effetti siamo un coacervo di elementi che, interagendo con l’ambiente circostante, definiscono le nostre qualità e caratterizzano il procedere delle nostre vite. Attraverso lei (Youcanprint Ed.) è un romanzo ispirato, non a caso, in Giulia Jordan da una qualche Musa, con l’intenzione di avvicinarci alla consapevolezza del nostro passato e futuro perfettamente presenti nella Coscienza che avvolge i nostri corpi, mettendoci in comunicazione con coloro che vivono la nostra realtà e non solo. Il tutto avviene in modo molto più profondo di quanto immaginiamo: a ognuna di noi è lecito, in alcune situazioni, poter investigare nel nostro inconscio e riunire le istanze che ci hanno rese tali... questo è il significato di quanto scritto dall’autrice, una donna impegnata nell’analizzare e preservare un femminile dimenticato.

Il racconto della vita di Yashodara, giovane indiana andata in sposa a sedici anni al cugino Siddharta, si riflette perfettamente nello svolgersi dell’esistenza di Shaula, artista dalla magnifica sensibilità: seguendo con coraggio la voce quasi impercettibile che si manifesta in regressioni, dapprima guidate, poi sempre più spesso spontanee, la donna viene sorretta in un viaggio interiore oltre la mente, realizzando il qui e ora attraverso l’amore.
Chi di noi non ha letto Siddhartha di Herman Hesse? La vita del principe indiano che rinunciò alla sua vita agiata per cercare la verità sulla sofferenza umana, resta un caposaldo letterario del secolo scorso, un romanzo che ha avvicinato migliaia di persone a una vaga conoscenza del buddismo: un percorso di trasformazione interiore per raggiungere l’illuminazione e lo stato di Buddha.
Così la vita di Yashodara, specchiata in quella di Shaula, ci propone tra le pagine del romanzo di Giulia Jordan una via tutt’altro che di negazione: entrambe sono ben conscie del loro essere e soprattutto del loro compito nelle reciproche esistenze.
La principessa indiana, privata del rapporto fisico con il figlio, resisterà alla tempesta emotiva; la protagonista durante uno dei soggiorni in India viene risvegliata ad antiche memorie e vorrà affrontare la terapia per conoscersi attraverso le immagini che emergono dall’inconscio. La fusione tra le due donne è totale e descritta in modo che solo chi ha provato simili condizioni può esprimere “Shaula la seguiva, ma non poteva toccarla. Sentiva tutto: il dolore, lo smarrimento, la stanchezza. Ogni gesto raccontava una storia che non era scritta da nessuna parte. Solo nei corpi. Solo nella memoria muta del sangue”.
Non c’è bisogno di scomodare Rudolf Steiner per sapere che “il sangue è un succo molto peculiare”: è l’espressione del corpo eterico individualizzato attraverso cui nasce ciò che si esprime nell’Io. Il sangue è l’espressione dell’Io, un Io che si esprime contemporaneamente nelle due donne; dall’intensità che emerge dal testo, oserei aggiungere la terza donna, Giulia Jordan. Non stupisce la confessione dell’autrice quando dichiara essere stata proprio la lettura di Siddharta e spingerla nella ricerca spirituale: la figura di Yashodara, negata nella sua interezza o così mal interpretata, ricordava molto le parole diffamatorie su Maria Maddalena o sulla Madonna stessa. Il recupero delle tradizioni iniziatiche femminili ha caratterizzato e caratterizza tutt’ora la sua ricerca sia in ambito letterario, sia come conduttrice di gruppi di persone interessate alla conoscenza di se stesse.

 

POETI STRANIERI

 

Nasrin Siege

Nasrin Siege è nata 1950 a Teheran, è un’autrice di libri per bambini e ragazzi, poetessa, raccoglitrice di fiabe, psicologa e operatrice della cooperazione allo sviluppo. Si è trasferita in Germania all’età di otto anni. Dal 1983 al 2016 ha vissuto in Tanzania, Zambia, Madagascar ed Etiopia. Dal 2016 vive nuovamente in Germania. Nel 1996 ha fondato l’associazione “Hilfe für Afrika e.V.” ed è autrice presso la Biblioteca delle Generazioni del Museo Storico di Francoforte. Nel 2022 è stata insignita della Croce al Merito della Repubblica Federale di Germania. Tra gli altri riconoscimenti ricevuti figurano il Two Wings Award (Austria, 2006) e il Premio per la letteratura per l’infanzia conferito dalla Delegata per gli stranieri del Senato di Berlino (1993).



 

Per la libertà  
 
All’uccello assomigli:
voli,
canti,
ti scagli
contro i muri
di chi è velato di nero.
Ancora
e ancora
finché crollano.
 
E dove loro un tempo stavano
fiori luminosi
in selvaggia meraviglia
sbocceranno.
Essere liberi…
 
[Trad. dal tedesco Antje Stehn]
 

LA POESIA
di Renzo Vidale


 


Sulla lastra di bronzo
 
Sulla lastra di bronzo con incisi i nomi
si abbatte un’ultima raffica di pioggia,
poi all’improvviso la luce del sole
Illumina la scritta
 
“Militari austroungarici
caduti nella guerra 15-18.
Resti di n. 140 salme
sepolti in questo cimitero”
 
La lista è lunga da scorrere:
molti quelli di anni venti
che non risalirono per le valli
con poco o nessun orgoglio discese.
 
Ora che il temporale è finito,
nell’aria tersa dietro il campanile
appare il monte Grappa.
Fuori, nel viale alberato,
passa una comitiva
di ciclisti incerati.
Nella mente per un po’
resta il fuscìo delle biciclette.

POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano
 

La poesia An Neuffer (im März 1794) del 1794, composta da J. C. F. Hölderlin e indirizzata al suo fidato compagno di studi del collegio dello Stift di Tūbingen, nonché amico di carteggio di una intera vita, Christian Ludwig Neuffer, fu pubblicata, nel medesimo anno, sulla rivista Einsiedlerinn aus den Alpen ad opera dello stesso Neuffer. Essa esprime, da un lato, quanto valore assumesse, per il giovane e rivoluzionario poeta tedesco, l’idea autentica di Amicizia, dell’amico sempre pronto ad ascoltare sinceramente e sostenere le fragilità della propria coscienza esistenziale, dall’altro, invece, sancisce l’idea dell’Un-Tutto ( Εν και Ραν), di matrice spinoziana, in cui l’essere umano è parte integrante del mondo naturale, una idea che Höldrlin condivise, durante i propri studi intellettuali giovanili, con Hegel e Schelling, prendendo netta distanza dal dogmatismo postkantiano del rigido collegio teologico protestante di Tübingen, tanto da abbandonarlo per recarsi nel fervido mondo intellettuale di  Jena.


 


A Neuffer (Marzo 1794)
 
Da me fa ancor ritorno la dolce Primavera
e non invecchia ancora il mio infantile cuore,
dagli occhi scorre ancora la rugiada d’amore,
in me vive tuttora gioia mista a dolore.
 
L’azzurro cielo sempre assieme al verde prato
per me son dolce incanto,
mi basta per salvarmi
giovin mite Natura
ed il calice santo.
 
Tranquilli! È questa vita, sì degna di dolore,
finchè splende per noi miseri il celestiale Sole e
sulla nostra Anima immagini si librano
di un tempo assai migliore.
Ah! E finchè un occhio amico
con noi pure si duole.
 
[Hölderlin - Trad. Anna Rutigliano]

POETI
di Adam Vaccaro



Adam Vaccaro

L’inarrivabile
 
Possa anche tu rinascere sentendo
il cuore che sanguina nell’esperienza
inarrivabile dell’attimo di vita trafitta
dalla punta dell’odio o dell’amore – ché
saprai in quel momento tutto l’oro caro
riacceso che nessun libro ti potrà mai
far toccare con le immagini dorate
delle sue dita tese a dire l’essenza
nel cuore di Bellezza e Verità.
 
[5 febbraio 2026]

sabato 28 marzo 2026

UN CAPPIO AL COLLO
di Romano Rinaldi
 


I miei recenti ragionamenti sulla “politica internazionale” (1) riguardo le guerre ereditate e soprattutto promosse dalla presente amministrazione americana, potrebbero sembrare incompleti non facendo riferimento a motivazioni addotte o presunte, per le attività belliche recentemente intraprese contro l’Iran. Le motivazioni israeliane sono arcinote ed esplicitate dallo stesso Netanyahu già da molti anni. Si tratta della pretesa di espansione territoriale (lo “spazio vitale”: ricorda qualcosa?) tesa ad occupare tutta l’area “biblica” di Israele senza alcuna considerazione riguardo le popolazioni che in quell’area vivono da migliaia di anni e comunque ben prima che venisse istituito lo Stato di Israele, sotto l’egida dell’ONU, su una porzione del territorio di Palestina. Oltre ad assicurarsi che Stati ostili limitrofi siano inoffensivi o resi tali mediante azioni di guerra. Viceversa, le motivazioni addotte da Trump inizialmente riguardavano la crudele repressione del dissenso operata sul suo popolo dal regime teocratico in Iran e il dichiarato intento di rovesciare quel regime per sostituirlo con un governo più “democratico”. Questo evidente bluff ripeteva lo schema Venezuela per filo e per segno ed in effetti si è puntualmente ripetuto anche il seguito, con la teocrazia saldamente al suo posto con tutte le sue milizie di controllo della popolazione e l’esercito a salvaguardia del sistema. Così come per il Venezuela è subito emersa la vera posta in gioco ma di dimensioni talmente enormi da non potersi paragonare. L’Iran rappresenta infatti un produttore di idrocarburi tra i più importanti al mondo con destinazione della produzione in gran parte verso il continente asiatico. Questo sarebbe dunque l’obiettivo finale: mettere sotto controllo la produzione e la distribuzione di questa enorme risorsa energetica a carattere globale. Un’operazione di una vastità e ambizione che supera di gran lunga qualunque immaginazione persino di un megalomane patologico come Trump. 


Isola Kharg

Se non fosse che, la simbiosi con Netanyahu gli ha fatto intravedere una possibilità di riuscita, perlomeno nella primissima fase dell’operazione con l’eliminazione fisica della guida suprema Ali Khamenei. Alla quale, nella sua immaginazione, Trump sperava sarebbe seguita una rivolta popolare in grado di rovesciare il regime nel suo insieme. Evidentemente una pia speranza basata sul nulla, non certo su qualche analisi che avrebbe facilmente potuto fornire lo stesso alleato israeliano. Trump è noto e se ne vanta molto, per essere un “deal maker” un creatore di accordi (tra lui e il malcapitato interlocutore). Il fatto è che il suo metodo è quello tradizionalmente adottato nei sistemi malavitosi e consiste nel mettere un cappio (metaforico) attorno al collo dell’interlocutore in virtù della forza che può dispiegare e minacciarlo di qualsiasi nefasta conseguenza finché non soggiace alle sue richieste. Mutatis mutandis, è esattamente lo stesso metodo adottato nei confronti degli alleati coi dazi sugli scambi commerciali, così come i tentativi di annessione del Canada, della Groenlandia e presto di Cuba.
Nel caso dell’Iran però il boccone è molto grosso e la resistenza del regime con la capacità di contrattaccare sui Paesi del Golfo produttori di risorse energetiche altrettanto imponenti ma stavolta dirette soprattutto verso l’occidente, sta creando una situazione “imprevista” che sta dando parecchio filo da torcere al “deal maker”. Una situazione probabilmente prevista e forse anche propiziata dall’astuzia dell’alleato israeliano che deve appoggiarsi alla potenza di fuoco delle forze armate americane per perseguire il suo obiettivo di stroncare la potenza militare del nemico.



Ecco, dunque, che si profila uno scambio di collo per quel cappio che sta roteando, ormai mosso da moto proprio, sui cieli del Medio Oriente. Per questo motivo Trump sta chiamando a gran voce tutti gli (ex) alleati NATO a fornire altri possibili bersagli per il cappio, cercando disperatamente di salvare il suo collo. Dimenticando quante ne ha dette e fatte per rendere tutti questi Paesi non solo diffidenti ma più che legittimamente contrari alle sue ambizioni e metodi per soddisfarle.
Volendo restringere il campo degli alleati NATO a chi non ha ancora espresso chiaramente una posizione contraria al modus operandi di questa amministrazione americana, anzi ostenta una pericolosa prossimità con Trump, c’è da essere molto preoccupati per il nostro Paese (o Nazione che dir si voglia!). Non vorrei che, gira-gira, il cappio finisse intorno al collo più leggiadro di tutto il cucuzzaro!



N.B.: L’assonanza con le parole “leggi” e “ladro” è puramente casuale. 
(1) R. Rinaldi “Odissea” 25/3/2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/politica-internazionale-di-romano.html?m=1

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