CRISI ENERGETICA E RESPONSABILITÀ
di Romano
Rinaldi
Ci risiamo! A distanza di quattro anni siamo di
nuovo nel bel mezzo di una crisi energetica e riaffiorano alla mente le
considerazioni che feci allora (1) e che occorre ora rivedere alla luce delle
attuali condizioni.
Volendo
ripartire da considerazioni generali, le risorse naturali, sia energetiche sia
dei materiali, sono frutto delle scoperte e delle invenzioni di quella parte
dell’umanità che potremmo definire “produttiva”. Le crisi energetiche e di
scarsità dei materiali utili, sono viceversa di solito prodotte dalla stoltezza
delle persone al comando che, invece di occuparsi delle normali relazioni
commerciali e di scambio tra i popoli, come l’uomo usa fare dai più remoti
tempi della sua esistenza su questo pianeta, intraprendono lotte e conflitti
per accaparrarsi quelle risorse attraverso la forza, la prepotenza, l’usurpazione
e la guerra. Le crisi sono dunque da imputare a quella parte dell’umanità che
meno rappresenta il concetto di civiltà umana. Questa mia semplicissima e forse
semplicistica deduzione scaturisce dai fatti recenti di cui dobbiamo occuparci
ogni giorno, volenti o nolenti, perlopiù come spettatori dei notiziari ma
purtroppo anche come soggetti destinati a pagarne le conseguenze con le
bollette energetiche e il rifornimento di carburante. Per una buona ottantina
d’anni, in Europa e in Italia, abbiamo vissuto nella relativa tranquillità
della pressoché certa disponibilità della fornitura energetica, con piccoli
scostamenti temporanei della copertura del fabbisogno, principalmente degli
idrocarburi, di qualsiasi provenienza, e sulla lenta e progressiva introduzione
di fonti alternative rinnovabili, per gli scopi della salvaguardia ambientale. Questa
improvvisa e improvvida crisi, causata dalla scriteriata guerra (operazione
Epic Fury) scatenata dall’Israele di Netanyahu e dagli USA di Trump contro
l’Iran, a parte l’immediato impatto dovuto alla temporanea interruzione dei
flussi marittimi (stretto di Hourmuz), sta mettendo a serio rischio la
fornitura futura a seguito della distruzione di impianti di produzione in altri
Paesi del Medio Oriente che richiederanno lunghi anni per essere rimessi in
funzione.
Purtroppo
l’Italia, in questi ultimi quattro anni ha fatto pochissimi sforzi per lo
sfruttamento delle risorse energetiche naturali di cui il nostro territorio dispone
ben più della media europea e per dotarsi di un sistema di produzione
energetica più indipendente dagli idrocarburi che ci costringono a rivolgerci
all’estero. Con buona pace della tanto sbandierata sovranità nazionale.
Quest’ultimo aspetto racchiude un motivo di enorme colpevolezza da parte della
classe dirigente ovvero i detentori del potere politico e quindi del potere di
indirizzo delle scelte energetiche a medio e lungo termine. Evidentemente tutti,
ad onor del vero anche prima di questo governo, si sono accontentati del
sistema “from hand to mouth” (dalla mano alla bocca) che mi piace
richiamare di tanto in tanto. Il fatto è che quella mano e quella bocca non
sono da intendere come appartenenti alla collettività, bensì a coloro che
detengono quel potere decisionale, non so se ho reso l’idea…
Volendo
intraprendere un percorso più virtuoso, dovremmo innanzitutto considerare
l’enorme potenziale energetico rappresentato da due fonti rinnovabili, non
esauribili e non intermittenti di cui la natura è molto generosa nel nostro
territorio. Si tratta della produzione idroelettrica e della geotermia,
campi di produzione energetica in cui l’Italia vanta posizioni di assoluto
primato sia storico, sia di effettiva disponibilità ma non sembra averne
contezza. Come dicevo, sono argomenti che già trattai, per gli aspetti
“tecnici” su queste pagine quattro anni fa (1), nell’occasione di un altro
momento critico per il mercato dell’energia a cui il nostro Paese è
particolarmente sensibile per avere i costi più elevati in Europa. Dopo quattro
anni è più che mai opportuno tornare sull’argomento all’inizio di una nuova
crisi energetica. Ma stavolta val la pena affrontare l’argomento dal punto di
vista normativo e quindi più prettamente politico dato che i dettagli tecnici
forniti nel mio scritto quattro anni fa, sono tutt’ora validi e formulati in
modo semplice ma accurato per un pubblico generico; non occorre quindi ripetere
nulla. Oggi è dunque opportuno cercare di capire cosa può aver determinato la
mancanza di progettualità e di spinta al miglioramento della situazione da
parte della classe politica dirigente della Nazione che tanto aveva promesso di
fare, proprio in questo campo, a cominciare dallo sbandieratissimo “Piano
Mattei”. Ecco, Enrico Mattei fu la prima e più illustre vittima del tentativo
di affrancare l’Italia dalla dipendenza energetica dalle “7 sorelle”. Una
storia che purtroppo non ha ancora avuto un epilogo di inconfutabile verità.
Pur senza
voler infierire, per carità di Patria, è inoltre opportuno ricordare le
roboanti dichiarazioni sull’azzeramento delle accise dei carburanti fatte in
campagna elettorale, in uno famoso sketch della nostra attuale Presidente del
Consiglio, alla pompa della benzina.
È chiaro
che siamo di fronte a una totale delusione delle aspettative della popolazione,
in questi quattro anni di governo, riguardo alle legittime aspirazioni per
ottenere condizioni di mercato dell’energia almeno in linea con la media
europea, senza le quali è impossibile dotare il Paese di una prospettiva economica
che ci consenta di guardare al futuro con qualche po' di fiducia. Si tratta di
costi dell’energia che ricadono su tutti, cittadini e imprese (industria,
artigianato, servizi ecc., ecc.) e quindi con ricadute perversamente doppie in
un Paese la cui economia è sostanzialmente retta dalle piccole e medie imprese
a conduzione familiare.
Lo
sfruttamento per la collettività del calore da fonti geotermali in Italia, testimoniato
già oltre un millennio prima di Cristo, ha grande sviluppo a partire dall’epoca
Romana, non è quindi una novità! Dal sito web dell’ENEL si ricava questa
premessa: “L’ Italia ha un potenziale di energia geotermica stimato tra 500 milioni
e 10 miliardi di tonnellate di petrolio equivalente, sufficiente a coprire il
fabbisogno energetico nazionale. Vale a dire, tra i 5.800 e i 116mila terawattora
(TWh) di energia, a fronte di un fabbisogno annuo di poco superiore ai 300
terawattora. Attualmente, l’energia geotermica contribuisce a circa 1,6-1,8%
della produzione elettrica nazionale.”
Dunque, a fronte di una pressoché illimitata
disponibilità, si sfrutta meno del 2% di questa risorsa naturale. Perché?
Questa domanda rimarrà purtroppo inevasa perché non di mia competenza tentare
una qualsiasi risposta. Ciò non toglie che sia una domanda legittima che mette
la classe dirigente di fronte alle sue responsabilità. Tocca a lorsignori dare
quella risposta e darla in fretta ma soprattutto impegnarsi ad offrire
soluzioni per il superamento di questa palese illogicità. Una riprova di questa
colpevolezza sta anche nel costo stimato dello sfruttamento di questa risorsa (Tabella
1) che si attesta alla metà della media dei costi per la produzione da idrocarburi
e persino dal nucleare e dall’idroelettrico.

Costi produzione energia elettrica
Passando a quest’ultima fonte energetica
naturale anch’essa ben sfruttata in Italia da moltissimo tempo, la prima
considerazione consiste nel fatto che l'Italia produce circa 30.000 GWh di
energia idroelettrica all'anno, coprendo circa il 15% del fabbisogno elettrico nazionale
e rappresentando la principale fonte rinnovabile storica del Paese, con almeno
il 50% della produzione da fonti rinnovabili. Questi sono impianti storici
ampiamente ammortizzati nel tempo e con costi di manutenzione bassissimi in
confronto con centrali termiche.
Già
quattro anni fa facevo questa semplice considerazione. Quale perverso
meccanismo è in atto in Italia perché possa verificarsi che il prezzo
dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili (in totale oltre il 40%)
venga di continuo adeguato al costo di produzione mediante combustibili fossili
e quindi segua le bizze del mercato degli idrocarburi sul quale l’Italia non ha
alcun controllo? Ecco dunque la seconda domanda da porre alla nostra classe
dirigente. Ma forse è troppo occupata a formulare e riformulare decreti e
decretini “sicurezza” ad elevato profilo anticostituzionale, o a perseguire
anche peggiori tentativi (fortunatamente falliti, finora) di manomissione della
nostra Carta Costituzionale, allo scopo di distrarre la popolazione dai veri
problemi che affliggono l’economia della Nazione, impoveriscono la popolazione
e perpetuano la sudditanza del Paese evidentemente retto da persone non
all’altezza del compito al quale li ha chiamati il voto popolare.
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