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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
mercoledì 8 luglio 2026
CASIRAGHY - DI POCE
Fondazione Sormani Prota Giurleo ETS - Sormano (Co) Con patrocinio del Comune di Sormano (Co)
Comunicato Stampa
Presentazione del
libro di Donato Di Poce e mostra di opere di Alberto Casiraghy.
Luogo: Casa dei
quadri Piazza Santa Maria Sormano (Como)
Titolo: L’arte di stampare sogni: Donato Di
Poce e Alberto Casiraghy
Inaugurazione:
Venerdì 17 luglio 2026 alle ore 16,30
Durata: sino a domenica 2 agosto 2026
Orari: venerdì, sabato e domenica dalle ore
16 alle 18,30
Informazioni: +39 3470312744
contatti@fondazionesormaniprota-giurleo.it Antonella
Prota-Giurleo antonellaprotagiurleo@gmail.com
La Fondazione Sormani Prota Giurleo ETS propone un incontro tra Donato Di
Poce, poeta, critico d’arte,
scrittore, fotografo, autore del libro, recentemente edito da I Quaderni del Bardo Edizioni, Alberto Casiraghy. I sogni di un
Pulcinoelefante tra Arte e Poesia, e Alberto Casiraghy, artista, poeta,
editore. L’incontro si svolgerà Venerdì 17 luglio alle 16,30; nella stessa
occasione verrà inaugurata una mostra di opere di Alberto Casiraghy, le opere
saranno esposte sino al 2 agosto.
Riportiamo qui il comunicato edito da I Quaderni del Bardo Edizioni sul
testo scritto da Donato Di Poce.
“I Quaderni del Bardo Edizioni annuncia l'uscita
di Alberto Casiraghy. I sogni di un Pulcinoelefante tra Arte e Poesia,
l’opera definitiva firmata dal critico e poeta Donato Di Poce dedicata a uno
dei personaggi più eccentrici e amati del panorama culturale italiano. Il libro
esplora l'officina creativa di Alberto Casiraghy a Osnago, definita un
"luogo magico di produzione di felicità". Casiraghy, pittore,
editore, liutaio e aforista, è il creatore delle celebri edizioni
Pulcinoelefante: libretti rari prodotti giornalmente con caratteri mobili su
carta pregiata, diventati oggetto di culto per collezionisti di tutto il mondo.
Il volume approfondisce il legame artistico e umano tra Casiraghy e Alda
Merini, un sodalizio durato diciotto anni che ha dato vita a ben 1.189 titoli,
rendendo Casiraghy il "vero editore" della poetessa dei Navigli.
Attraverso un ricco album fotografico e analisi critiche originali, Di Poce
svela un artista che vive "nel segno della polisemia e dell'empatia con il
mondo"."Alberto è un Principe innamorato della poesia e
dell’Immaginazione", commenta l'autore Donato Di Poce nel volume. "Ai
suoi libri devo eterna gratitudine: sono stati per me dei dispositivi salvavita
all'inizio del mio percorso". Il testo arriva in un momento di grande
rilancio per l’opera di Casiraghy, dopo che il Comune di Milano ha acquisito il
suo prezioso archivio di quasi undicimila titoli, ora conservato a Casa Boschi
Di Stefano”.
martedì 7 luglio 2026
LA FORESTA NON È PIÙ PIETRIFICATA
di
Alfonso Gianni
Il risiko
bancario continua a svilupparsi senza che all’orizzonte appaia una pax
bancaria. La famosa definizione di “foresta pietrificata” coniata nel 1988 da
Giuliano Amato per descrivere il sistema bancario italiano è da tempo
tramontata. Gli “alberi” non stanno fermi, anzi si muovono guardinghi e furtivi
anche al di là degli italici confini. Allo stato delle cose nessuno può dire se
al risiko bancario di questi mesi sia subentrata una pax bancaria. Anzi non
sembra affatto. Quello che è successo fin qui ha certamente delineato un
processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario
italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di
guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un
conflitto ed un altro, o tra una fase dello scontro ed un’altra del medesimo,
dimostra ancora una volta che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo,
non solo crea crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerre, ma poi
soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.
Il collocamento del Tesoro del
15% di Mps, la terza tranche del processo di privatizzazione, nel novembre del
2024 ha dato inizio alle danze. Il ministro Giorgetti si fregava le mani
perché, a dir suo, si profilava così un terzo polo bancario italiano. Che la
questione dell’italianità sia in realtà una coperta troppo corta e per giunta
tirata di qua e di là, a seconda delle convenienze, è un'altra delle evidenze che
tutta questa storia trascina con sé. Infatti è stato lo stesso Giorgetti, al
fine di impedire la scalata di Unicredit a Banco Bpm – con la scusa di un
“pericolo russo” che la prima avrebbe portato con sé per il suo noto attivismo
dalle parti dell’Europa orientale e nella stessa Russia – a permettere a Crédit
Agricole di salire nel capitale della banca milanese fino al 23%, per poi
arrivare al 29,9% dal momento che vi è già l’autorizzazione della Bce.
Il nuovo quadro pare delinearsi
attorno a questi poli. Il primo gruppo sarà costituito da Banca Intesa. Se le
sue mire su Mps vanno in porto potrà contare su più di 3mila filiali, grazie ai
625 sportelli che la banca senese porta in dote. Il livello della
capitalizzazione borsistica salirebbe di parecchio spingendo Banca Intesa al
secondo posto tra le banche della Unione europea con un valore di quasi 130
miliardi di euro, preceduta solo dalla spagnola Santander.
Il secondo polo nascerebbe sotto
l’egida di Unipol, la quale riceverà 635 sportelli da Banca Intesa a un prezzo
probabilmente non di molto superiore ai 3 miliardi. Insieme a questi l’ex
“banca rossa” acquisirà il marchio Monte dei Paschi e soprattutto 2 milioni di
clienti, nonché una raccolta di oltre 50 miliardi. A questo punto l’intenzione
di Unipol è di fondere questo veicolo con Bper di cui possiede già circa il
30%.
Il terzo polo sarebbe quindi
costituto da Unicredit, la quale però difficilmente resterà ferma. Le eventuali
varianti rispetto al quadro fin qui prospettato derivano proprio dalle possibili
iniziative che il gruppo guidato da Andrea Orcel potrà assumere. La via
potrebbe essere quella già tracciata in passato, ma che venne ostruita dal
governo Meloni (per via del già richiamato “pericolo russo”). Ovvero una nuova
offerta su Banco Bpm, la cui integrazione la porterebbe a ridosso di Banca
Intesa. Più fruttifero e concreto è un maggiore impegno sul fronte tedesco, dove
Unicredit è già arrivata al 42,5% di Commerz-bank, malgrado la formale
opposizione del governo tedesco. Un segnale cui tutti prestano la massima
attenzione, perché potrebbe significare un “liberi tutti” in ambito Ue, con
buona pace per la retorica nazionalista.
Resta complicata la situazione di
Bpm. Da un lato la sua proposta di fusione alla pari con Mps è apparsa subito debole,
incapace di contrastare l’offerta di 30 miliardi avanzata da Banca Intesa.
Dall’altro lato anche un rinnovato tentativo di Unicredit nei suoi confronti è
reso più complicato dalla rafforzata presenza dei francesi di Crédit Agricole
che non vogliono cedere posizioni.
Quale sarà la sorte del boccone
più prelibato: il Leone di Trieste, ovvero Generali? Gli assalti non sono una
novità, ma ora è diverso, dal momento che Banca Intesa entra in Generali
attraverso Mps con una quota del 13%, potendo, se lo volesse, arrivare al 20%. Se
i desideri di Carlo Messina dovessero andare in porto prenderebbe vita un
campione bancario assicurativo europeo.
Il modello che si profila
vincente è quindi quello banco-assicurativo, che associa le operazioni bancarie
classiche alla vendita di prodotti assicurativi, poggiando sulle reti digitali
e una strategica diffusione degli sportelli. Alla base del risiko non vi è solo la ricerca del too big too fail, ma la convinzione tutt’altro che infondata che il
l’insicurezza per il proprio futuro che si è diffusa in tutti i paesi e lo
smantellamento del welfare, cioè dei sistemi di protezione pubblica, spingono
le persone a risolvere tramite private assicurazioni i problemi di una loro pur
relativa tranquillità. E il capitale ne approfitta, visto che è un mestiere che
sa fare molto bene dopo secoli di storia.
MILANO ARTE MUSICA

Ensemble Cantissimo
Prosegue
Milano Arte Musica, il festival internazionale di musica antica promosso dall’Associazione
Culturale La Cappella Musicale che fino al 27 agosto porta in alcune delle più significative
chiese e sale da concerto della città i migliori interpreti internazionali del
repertorio antico. Il prossimo appuntamento del viaggio “alle radici degli
affetti”, che connota la XX edizione del festival, è nuovamente nella Basilica
di Santa Maria della Passione, giovedì 9 luglio alle 20.30, per Heinrich
Isaac: Imprints. Il concerto porta la firma dell’Ensemble Cantissimo,
formazione vocale d’eccellenza svizzero-tedesca guidata dall’organista Markus
Utz, e propone un percorso attorno all’eredità di uno dei pionieri della
polifonia, il compositore fiammingo Heinrich Isaac. Il programma fonde in un
unico racconto sonoro canto gregoriano, polifonia rinascimentale e
improvvisazione contemporanea. Nei giochi acustici offerti dai monumentali
spazi della basilica, questi elementi si rispecchiano e si riscrivono grazie al
sassofono di Sandro Compagnon, giovane ma già pluripremiato musicista francese.
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| Ensemble Cantissimo |

Raffaele Mellace
Scrive il musicologo Raffaele Mellace: «Ci
immette di prepotenza nel rito il programma monografico dedicato a uno dei
maestri più luminosi del contrappunto rinascimentale. Heinrich (Henricus o
Arrigo, com’era chiamato nell’Europa cosmopolita a cavallo tra Quattro e
Cinquecento) Isaac era nato nello stesso torno d’anni di Leonardo da Vinci, di
cui è lecito immaginarlo coetaneo, nelle Fiandre o in Brabante, circostanza
che, secondo gli usi coevi, non contraddice la qualifica di “tedesco” che gli
veniva attribuita in Italia. Dagli anni Ottanta del Quattrocento lo troviamo
impegnato in un pendolo transalpino tra Impero e Italia, tra gli Asburgo d’Austria
e Firenze. A Innsbruck è al servizio del duca Sigismondo, a Firenze è cantore
al Battistero di S. Giovanni, membro della confraternita di S. Barbara alla Ss.
Annunziata detta “dei fiamminghi” e al servizio dei Medici, di Lorenzo e dei
figli Piero e Giovanni, quest’ultimo poi papa Leone X. Sposato a una
fiorentina, con la cacciata dei Medici da Firenze Isaac viene assunto come
compositore nella Cappella da poco istituita a Vienna dall’imperatore
Massimiliano I. Con il nuovo secolo, e la maturità, si moltiplicheranno i
viaggi e gli incontri, tra la Dieta imperiale di Costanza, l’abbazia di
Novacella in Alto Adige, le corti di Innsbruck, Ferrara e Firenze, dove, forte
dell’appoggio di Leone X, ottenuta la nomina a canonico del Duomo, il
compositore si spegnerà nel 1517, un mese prima che Leonardo parta per la
Francia.
Isaac appartiene, con Josquin e Obrecht,
alla terza generazione di musicisti franco-fiamminghi. Questa collocazione
comporta da un lato il portato fondamentale della tradizione fiamminga, in cui
la complessità della polifonia, dalla tendenziale uguaglianza delle linee
vocali, esalta il carattere autonomo della musica, che assurge a pensiero,
pensiero puro. Dall’altro, all’altezza di Isaac, cioè di un autore attivo dagli
anni Settanta/Ottanta del Quattrocento, si verifica un’apertura decisiva di
quell’arte del Nord verso l’Italia: un dialogo con la civiltà musicale al di
qua delle Alpi che avrà conseguenze di lunga durata su quest’ultima, che per
conto suo offrirà il contributo della cultura dell’umanesimo, con la sua
inedita centralità della parola che viene a equilibrare, in una dimensione per
dir così verticale, quella orizzontale della polifonia fiamminga.
All’interno della produzione di Isaac, di
particolare rilievo per il progetto che esprime il concerto odierno è il
fondamentale Choralis Constantinus. Si tratta di una raccolta in tre
volumi di ben 375 mottetti per tutte le domeniche e le principali festività
dell’anno liturgico, commissione del capitolo del Duomo di Costanza
(sicuramente rispetto al II libro – che, curiosità, nel 1909 venne ripubblicato
in edizione critica da Anton Webern a Vienna, mentre I e III potrebbero essere
legati al servizio presso la cappella imperiale). Come si accennava, Isaac
aveva accompagnato l’imperatore Massimiliano I alla Dieta imperiale di Costanza
tra il 1505 e il 1508: una visita che dovette impressionare i canonici, che
appunto il 14 aprile 1508 gli commissionarono un impegno tanto colossale, che
Isaac onorò entro il novembre 1509 ma che, tuttavia, con l’abbandono della
confessione cattolica a Costanza, e dunque dei suoi riti, non poté godere d’una
fortuna liturgica di lungo periodo, nonostante l’uscita a stampa, a Norimberga,
nel 1550/55.
Il concerto associa Isaac a una figura
assai più marginale, l’organista e organaro tedesco Hans Buchner, di trent’anni
più giovane ma in relazione con il collega maggiore, che incrociò sicuramente a
Costanza, dove Buchner s’insediò nel 1506 come organista del duomo, carica che
conservò finché la Riforma non si propagò alla città, nel 1526. Con una sua
pagina, uno di una decina di introitus giunti fino a noi, si apre il
nostro concerto.
Il concerto odierno declina questo
(doppio) ritratto di musicista lungo l’asse di alcune celebrazioni liturgiche,
ricostruite in nuce, in una sorta di trittico. Ci si concentra in particolare
sulle due feste primaverili, strettamente connesse, di Pasqua e Pentecoste, con
una terza anta del trittico dedicata alla devozione mariana. Nei tre pannelli
di avvicendano, a mo’ di campione, diversi exempla della varietà di
sezioni previste dal proprium della liturgia di ciascuna festa, i cui
testi richiamano specificamente quest’ultima. Particolarmente rappresentata la
sezione dell’introitus, vocale o realizzata all’organo, cui spetta il
compito decisivo di stabilire immediatamente i riferimenti biblico-teologici e
dunque il tono della festa cui la liturgia è intonata».
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| Raffaele Mellace |

Markus Utz
Giovedì 9 luglio 2026, ore 20.30
Basilica di Santa Maria della Passione
Via Conservatorio, 16
Heinrich Isaac: Imprints
Ensemble Cantissimo
Sandro Compagnon,
sassofono
Markus Utz,
organo e direzione artistica
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| Markus Utz |

Sandro Compagnon
Gli autori
Hans Buchner, Heinrich Isaac, Johannes Schremm,
Sandro Compagnon.
Organico
soprano
- Iris-Anna Deckert
alto - Jonathan Kionke
tenore
- Philipp Claßen
basso - Roland Faust
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| Sandro Compagnon |
PALAZZO MARINO IN MUSICA
Domenica 12 luglio 2026, ore 11.00 I Madrigalisti Estensi:
Valentina Ferrarese, mezzosoprano, Andrea Rigano, violoncello
barocco, Giulio Petrella, tiorbaMichele
Gaddi, clavicembalo
e direzione presentano Le
nuove musichea alla XV edizione di Palazzo Marino in
Musica, omaggiando la monodia accompagnata di fine Cinquecento, inizio Seicento.
Questo
programma esplora tale trasformazione concentrandosi sulla Corte Estense, prima
a Ferrara e poi nel Ducato di Modena e Reggio. Quasi tutte le musiche provengono dal fondo della
Biblioteca Estense Universitaria di Modena, testimone di una
dinastia legata al mecenatismo musicale.
Il concerto ripercorre l’evoluzione della monodia nelle sue
declinazioni sacre e profane, vocali e strumentali. Si apre con l’anonimo Deh
piangi, anima mia, ponte verso
il canto a voce sola. Il teatro del melodramma è evocato da Monteverdi (In
un fiorito prato da L’Orfeo) e Cavalli (Delizie
e contenti da Giasone). L’intimità della cantata emerge
con Benedetto
Ferrari e Vincenzo De Grandis,
mentre il sacro trova spazio con Pietro degli Antonii e Antonio Maria Pacchioni.
La rivoluzione monodica plasmò anche il linguaggio strumentale, come mostrano
le pagine di Bellerofonte Castaldi,
Bernardo Pasquini e
la Sonata
I a violoncello solo di Domenico
Gabrielli.
Accanto ad autori celebri, il programma riporta alla luce un
patrimonio
sommerso, con diverse
musiche in prima esecuzione moderna: un affresco vivido della vita musicale
estense, dove la monodia si fa linguaggio universale, capace di cantare, commuovere e raccontare.
I biglietti d’ingresso sono gratuiti con
prenotazione: a partire dalle ore 9.30 del giovedì precedente ogni concerto è
possibile prenotarli online sul sito www.palazzomarinoinmusica.it oppure
ritirare quelli cartacei disponibili presso la biglietteria delle Gallerie
d’Italia - Milano.
La rassegna
Palazzo Marino in Musica è realizzata in collaborazione con il Comune di
Milano ed è organizzata da EquiVoci Musicali.
Le Istituzioni coinvolte nel 2026 come partner sono Comune di Milano, MM
Spa, la Centrale dell’Acqua di Milano, Aquaflor, Gallerie d’Italia - Milano,
museo di Intesa Sanpaolo e il Conservatorio “G. Verdi” di Milano.
La rassegna è
sostenuta da Intesa Sanpaolo.
Sponsor tecnico Fazioli e Serazio pianoforti.
Direzione
Artistica: Davide Santi e Rachel O’Brien
Organizzazione: EquiVoci Musicali
Social Media Manager: Gledis Gjuzi
Ufficio Stampa: Andrea Zaniboni
Tel. 349 8523022 | ufficiostampa@palazzomarinoinmusica.it
www.palazzomarinoinmusica.it
Facebook, Instagram, YouTube: Palazzo
Marino in Musica
TEATRO CIVILE A
SOVERATO
Ad Armonie D’Arte doppio
appuntamento.

Annalisa Insardà

Dopo la straordinaria inaugurazione con
il blasonato quartetto di Joe Lovano e Antonio Faraò, che ha confermato
ancora una volta il prestigio internazionale di Armonie d'Arte ideato e diretto
da Chiara Giordano, la programmazione continua a Soverato con due intensi
appuntamenti di teatro civile e d'autore, affinché emozione e riflessione si intreccino
per raccontare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo. Nel segno
del tema guida dell'edizione 2026, “Approdi”, Armonie d'Arte
Festival & network continua infatti a interrogarsi sul significato più
profondo dell'arrivare, dell'essere accolti, del riconoscimento dell'altro,
trasformando il teatro in uno spazio di partecipazione etica e di intensa
esperienza umana. Due spettacoli di grande valore artistico, ospitati in luoghi
suggestivi della città, affidati ad artisti di assoluto rilievo nazionale,
accompagneranno il pubblico in un viaggio emotivo capace di unire poesia,
memoria, ironia e impegno.
Il primo appuntamento è in
programma venerdì 10 luglio alle ore 22.00 presso l'Orto Botanico di
Soverato con “K R 7 0 M 1 6 - Naufrago senza nome”, scritto,
diretto e interpretato da Saverio La Ruina, affiancato da Cecilia Foti e Dario
De Luca.
Tra le voci più autorevoli del
teatro italiano contemporaneo, pluripremiato con importanti riconoscimenti
nazionali, La Ruina affronta uno dei temi simbolo del nostro presente: le
migrazioni, il Mediterraneo, la memoria di chi perde il nome insieme alla vita.
Lo fa con quella cifra stilistica che da sempre caratterizza il suo teatro: una
scrittura intensa ma mai retorica, capace di alternare profondità e leggerezza,
ironia e struggimento, conducendo lo spettatore dentro una dimensione sospesa
tra realtà e visione.
"Naufrago senza nome"
non racconta soltanto una tragedia collettiva: restituisce dignità alle
esistenze sommerse, invita a riflettere sul valore della memoria e sulla
responsabilità del ricordare, dando voce a chi non può più raccontare la
propria storia.
Lo spettacolo dialoga profondamente, come già evidenziato in apertura, con il
tema degli "Approdi" : ogni desiderio di approdo, ogni ricerca
di una vita migliore, ogni viaggio dettato dalla necessità rappresenta una
delle esperienze più antiche e universali dell'umanità.
Lo spettacolo dialoga profondamente, come già evidenziato in apertura, con il
tema degli "Approdi" : ogni desiderio di approdo, ogni ricerca
di una vita migliore, ogni viaggio dettato dalla necessità rappresenta una
delle esperienze più antiche e universali dell'umanità.
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| La Ruina, Foti, De Luca |
Il secondo appuntamento sarà invece domenica 12 luglio alle ore 22.00, al Teatro del Borgo di Soverato, con la prima assoluta della nuova produzione originale di Armonie d'Arte dal titolo forte Non chiamatele streghe, interpretato da Annalisa Insardà, su testo di Ilaria Castellazzi, con il supporto drammaturgico di Chiara Giordano, coreografie di Filippo Stabile per la Compagnia Create Danza, regia condivisa di Chiara Giordano e Filippo Stabile.
Uno spettacolo che intreccia parola, musica e danza, su celebri pagine del melodramma italiano, dando voce ad iconiche figure femminili della tradizione operistica che si fanno testimoni anche di altre donne della storia o della letteratura, donne celebri e donne dimenticate, che l'immaginario collettivo ha troppo spesso ridotto a stereotipi, paure o colpe, e che reclamano il diritto a essere ascoltate nella loro complessità.
Ne nasce un racconto potente, poetico e profondamente contemporaneo, che invita il pubblico a rileggere secoli di narrazioni da una prospettiva nuova.
Anche in questo caso il dialogo con il tema "Approdi" è immediato: l'approdo autentico al pieno rispetto della donna, nella società come nelle relazioni private, rappresenta ancora oggi un traguardo non definitivamente raggiunto. L'arte diventa allora occasione di consapevolezza, confronto e cambiamento, affidando all'emozione il compito di aprire nuove possibilità di pensiero.
Armonie d'Arte conferma così la propria identità di festival e network che supera i confini della semplice programmazione artistica per diventare un laboratorio culturale in cui musica, teatro, danza e pensiero filosofico e sociale dialogano con le grandi questioni del presente, costruendo occasioni di incontro tra artisti, intellettuali e comunità.
Per favorire una partecipazione ancora più ampia, il festival promuove inoltre una speciale iniziativa dedicata alle associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle donne, nell'accoglienza dei migranti, nell'inclusione sociale e nella formazione delle comunità straniere, riservando condizioni agevolate per l'acquisto dei biglietti.
Informazioni, programma completo e biglietti sono disponibili sul sito ufficiale www.armoniedarte.com e sui canali social.
Per informazioni sulle agevolazioni dedicate alle associazioni: 329 0724473.
lunedì 6 luglio 2026
CHI PIANTA E CHI DISTRUGGE
Oggi
abbiamo deciso di mettere una semplice immagine in prima pagina, la foto di un
olivo che sta crescendo. A nostro avviso vale più di un editoriale e chiunque
la può comprendere nel suo significato profondo. A piantarlo nel parco Pertini
del quartiere Bonola di Milano, è stato un nostro amico, il presidente del
Comitato di quel quartiere, Francesco Saverio Lanza, che da anni si batte per
migliorarne la vita, la socialità, l’integrità e la miglioria contro la speculazione
e il degrado. Francesco è attivo da sempre a Milano, politicamente e
socialmente: da quando giovanissimi ci trovammo a dover guadagnarci da vivere,
per mantenerci agli studi, presso l’Hotel Cavalieri di piazza Missori. A quel
tempo riuscimmo a fare inserire, primi in Italia, con la
contrattazione aziendale, la mezz’ora del pasto all’interno delle ore di lavoro
riducendo di fatto le ore lavorate. E non solo. In piazza contro il genocidio
dei palestinesi, in piazza per l’antifascismo, in piazza per il suo quartiere…
Lanza è un irriducibile come lo siamo noi indifferente all’età, ma è anche un
acuto uomo di pensiero e un lettore assiduo. “Odissea” gli va a genio per il
suo spirito libero e libertario, e a noi va a genio chi pianta un albero di
olivo, mentre i folli criminali al potere non fanno che attizzare guerre e
distruzioni, nella fallace idiota convinzione di essere risparmiati dall’immane
rovina che stanno preparando. [A.
G.]
ANCORA SULLA POESIA CIVILE

Casiraghy per Odissea
Caro Angelo, Ti ringrazio per l’articolo sulla poesia
civile e per i commenti che lo hanno accompagnato, i quali hanno
inevitabilmente toccato anche questioni più generali della poesia. In
particolare, è emersa questa idea, che condivido: «i valori specificamente
poetici non possono essere separati dai valori morali, sociali, politici,
conoscitivi, esistenziali». E vorrei svilupparla un poco. Ogni creatore vive
delle proprie esperienze personali. Ma, nell’atto creativo, tali esperienze non
sono più semplicemente biografiche o quotidiane: diventano universali,
archetipiche. Sono le sofferenze dell’“inconscio collettivo”, per usare la
terminologia di Jung, oppure le “sofferenze trascendentali”, per dirla con
Schelling. Sono la memoria di tutte le generazioni di creatori che ci hanno
preceduto. Entrambi avevano compreso qualcosa di essenziale sulla natura
dell’arte. Spero che questa catena di osservazioni venga proseguita da qualcun
altro, come spesso accade in questo giornale, aprendo la strada a discussioni
feconde.
Julia
Pikalova

LA COMUNITÀ NELLA MACHINA DEL DEBITO
di
Francesco Siciliano Mangone
Appena
qualche mese fa, per Asterios è uscito di Velio Abati La guerra d’Argo e
altre cronache ultimo suo lavoro questo, dedicato al teatro; passione per
altro non secondaria nel suo progetto di scrittura. Anche se di primo acchito il titolo sembra indicare
una riproposizione della cultura antica, il teatro classico greco, vuole semmai
suggerire un sottile legame con la concezione del teatro “epico” di Brecht dove
questo è azione collettiva di corpi che si espongono. In cui la narrazione si
sporge fino a farsi riscrittura del reale, così che i corpi esposti si dispongono
a divenire altro: “comunità in azione” per uno svelamento, oltre la solitudine
della lettera (costretti, come si è, nel nostro tempo, a una vita contemplativa
segnata dal debito divenuto costrizione economica e strategia per una
subordinazione epistemica… farne, cioè, una colpa spirituale.
La scrittura in movimento del
Nostro si spinge a farsi sceneggiatura, nell’intenzione “motore”, non solo
“forma”, ma gesto politico che cambia, modifica. Ai contenuti dell’oralità si
aggiungono ulteriori sensi cinetici (l’esatto contrario dell’attuale virtualità
algoritmica) così da moltiplicare il tempo/spazio dell’attore che indica
e del fruitore costretto a decidere coinvolti insieme dalla drammaturgia
dei testi in un montaggio che è fatto di quadri cangianti con gli attanti che si
connettono e si scambiano. Come ne: L’ultimo giorno di vacanza, dove in conclusione
del dramma, le tre attrici dopo aver ripulito il palcoscenico da rovine, oggetti
sparsi, uscendo dalla parte degli spettatori, una delle tre, dal fondo della
sala, esclama, quale fosse uno spettatore stizzito: “Qualcuno si ricordi di
spegnerla”, riferito alla radio che, nella trama della pièce, è causa e
strumento di contraffazione ideologica. In questo modo, tutti i soggetti coinvolti
vivono una finzione che ripete ogni volta un inizio a stimolare la mente,
a compiere un’operazione di cominciamento, di stupore, ultimare una scelta sostanziale
e operare una sorta di prima “decolonizzazione dell’immaginario”.
Fin dall’inizio della raccolta,
proprio a margine della prima pièce Una sera di primavera (2013), nella
Nota al testo, l’autore scrive: “È qui la sofferenza per lo sperpero della
devastazione di energie e di vite umane consumate intorno a noi, ad opera di
altri uomini”. In questo contesto concettuale si muove il teatro di
Velio Abati. Ponendosi, quindi, l’obiettivo di emancipare il suo pubblico da un
inganno che si perpetua giorno dopo giorno, e bisogna farlo con Brecht, usando un’immagine
straniante (Verfremdung), una machina (come si direbbe nel teatro cinquecentesco)
questa volta per scoperchiare l’inganno con cui il sistema di potere dominante
presenta la realtà come orpello. Ecco allora l’uso o l’abuso dell’artificio strumentale
dei media nel mutare l’informazione facendone una manipolazione ideologica e
acconciare un pubblico servile, come ne L’ultimo giorno di vacanza (2012/2023), di cui appena detto, in cui una radio locale si mette a
disposizione di un politico da poco eletto, per sostenere e promuovere una
campagna di speculazione edilizia (pronta una cordata berlusconiana, forse) in
un presunto casolare abbandonato ma, in verità, abitato da tre donne (ninfe
forse (?), a protezione dei boschi) in luoghi ancestrali ricchi di diversità
biologica.
Nota: A questo punto, a parte meriterebbe
una riflessione sullo spazio costante che Abati riserva alla presenza femminile
sulle questioni che riguardano il tema etico della memoria e del bios/oikos (della
modalità olistica d’abitare la terra, della sua conservazione e di una
evoluzione di soggettività collettive armoniose, in un processo nichilistico che
conduce invece a una umanità reificata, estranea a se stessa). Difatti, nelle
sei opere presentate, in quattro di queste, primeggiano figure del mondo
femminile, quasi a indicare un ritorno di un matriarcato culturale. Personalità
potenti depositarie di profonda densità e identità, costruite su elementi della
vita concreta dei viventi incastonate, di volta in volta, in tempi storici
precisi, che modellano comportamenti e circostanze.
Oltre le due già citate pièce, in
altre due, Rosa, Una storia e Antigone vive, entrambe scritti
inediti; la prima delle due, quasi un monologo, con una pronipote che dismesso
per un attimo il suo cellullare, interroga la bisnonna Rosa, fonte di sapienza
genealogica, intenta a lavorare all’uncinetto; qua, gli strumenti del lavoro
connettono due tempi materiali che formano alla vita, allargando il discorso verrebbe:
strumentalità di cui l’umano dispone, e all’inverso in cui l’umano rimane ancillare
allo strumento. (A questo punto varrebbe la discussione sull’imperio della I.A.
e l’immensa quantità di speculazione finanziare che le gira intorno, a farne
una immensa bolla speculativa). Un dialogo che diventa racconto e apprendimento
intenso per Franca la giovane discendente.
In Antigone vive,
Velio Abati compie una sovrapposizione tra l’azione tragica di Antigone (ineccepibile
figura epica e potenza narrante) per stigmatizzare l’eccidio dei Martiri
d’Istia, compiuto dai nazifascisti della famigerata Repubblica Sociale Italiana
nel 1944. Undici giovani fucilati presso Maiano Lavacchio (Gr) perché non si
presentarono alla chiamata alle armi, rei d’essere renitenti alla leva. Questione
di una attualità sorprendente, per una preparazione alla guerra che sta impegnando
in una azione sorprendentemente folle e autodistruttiva l’élite politica e di
comando del nostro Paese e dell’U.E. (nata, per altro, come strumento di
pacificazione mondiale).
Infine, La Guerra d’Argo,
l’opera centrale del lavoro di Abati, che dà, non solo il titolo alla raccolta,
ma ne rappresenta il piano ontologico all’interno del quale si sciolgono tutte
le circostanze narrate nel libro, ma allo stesso tempo si propone come
definizione d’una civiltà calante, nel suo tramonto (non è un caso che occidente
è il punto astrale dove il sole cala). L’Occidente, questa nostra civiltà che
continua ad ordire caos, separazioni e partizioni dopo una cinica stagione di “globalizzazione”,
colpevole di imporre la sua supremazia attraverso il reiterato rapporto neocoloniale
di credito/colpa. In questo dramma (presentato per la prima volta nel 2023),
l’autore traspone la vicenda dolorosa dello strangolamento di un popolo, le
classi più deboli, la Grecia del 2015, ad opera dall’Unione Europea, con
capofila la Germania in compagnia di FMI, BM e BCE, allestendola nella performance
della classicità del teatro antico, sull’identico default storico della
città di Argo, imposto questa volta dalla città di Atene, capofila dell’Unione
Ellenica - vicenda incastonata nella storica Guerra del Peloponneso di
Tucidide. Il tempo in questo caso è sempre paradossale (sempre prossimo a
negarsi), così che la guerra del Peloponneso, la morosità di Argo si ripete nel
vissuto dei contemporanei della Grecia di Tsipras.
Lo spazio del teatro di Velio
Abati è sempre la rappresentazione d’una comunità solidale o che tende ad
esserlo, questo ricorda le prime società tribali nella loro composizione mentre
si ponevano nella “ripetizione” di eventi sacri o quella dei contadini riuniti
nell’aia con rituali propiziatori o ancora dei cittadini della sorgente polis
nella cavea greca. Sempre una riunione di corpi senzienti/essenziali. Ora a
noi, gli attuali lettori fruitori, considerare/colmare il vuoto veritativo che tutt’ora
incombe sulle nostre vite con lo strangolamento esercitato dalla tecnica del
debito/colpa, quale fosse una maledizione trascendente, per sua natura
indefinibile.
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