UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 15 aprile 2024

PER IL CHIESE E PER L’IDRO
di Marzia Borzi


 

Brescia. Il popolo del Chiese torna in piazza contro il mega progetto del depuratore del Garda.  


Un fiume di persone ha inondato Brescia nel pomeriggio di sabato 13 aprile per partecipare alla grande manifestazione unitaria “Per la difesa del Fiume Chiese e dei laghi d’Idro e Garda. No al folle progetto dei depuratori gardesani nel bacino del Chiese”, organizzata dal Presidio 9 agosto e dalla Federazione delle associazioni che amano il fiume Chiese e il suo lago d’Idro. Un evento unitario che ha visto la presenza di 2000 partecipanti, 50 associazioni, 10 sindaci, ecologisti, volontari, tante famiglie e semplici cittadini, tutti uniti per urlare un secco No alla costruzione di una nefanda opera che devasterebbe un intero territorio e minerebbe l’ecosistema del fiume Chiese. La storia del depuratore del Garda è tristemente nota e risale al 2018 allorquando si inizia a parlare di un impianto di depurazione per il Lago di Garda, impianto che dovrebbe sostituire quello attuale costruito negli anni Settanta e che ha un unico punto di raccolta finale a Peschiera del Garda con scarico sul fiume Mincio. 



Per far fronte a questa situazione, si presenta un progetto che ha dell’incredibile: anziché provvedere alla manutenzione, al potenziamento e al miglioramento del depuratore esistente a Peschiera, peraltro costruito ai tempi con il supporto economico anche dei Comuni gardesani della Provincia di Brescia, la politica estrae dal cappello l’idea di scavalcare le colline moreniche – superando un dislivello di 150 metri – e trasferire con un mega sistema di pompaggio, anche molto dispendioso a livello energetico, tutti i reflui fognari nel fiume Chiese, corpo idrico che nulla ha a che vedere con il Garda, facendoli confluire in due nuovi maxi impianti: uno più a nord, in località Gavardo, il secondo a MontichiariCosto del progetto? 230 milioni di euro (lievitati in tempi recenti ad oltre 500) 100 milioni erogati dal ministero delle Infrastrutture, gli altri “oneri di sistema”, cioè che verranno addebitati sulle bollette degli utenti. 



La prima grossa falla all’assurdo progetto viene dal Testo Unico in materia ambientale che esclude la possibilità di trasferire i reflui da territorio ad un altro (in questo caso, dal Garda al Chiese) e impone che questi restino nel bacino di provenienza. Ne nasce dunque un lungo braccio di ferro tra associazioni ambientaliste, cittadini dei Comuni sull’asta del Chiese, e un certo tipo di Politica quella che pretende di imporre i propri interessi personali a discapito dei territori. Per far fronte a questa deriva antidemocratica nasce perciò, nel 2018, la Federazione delle associazioni che amano il Fiume Chiese e il suo lago d’Idro, un vero e proprio processo culturale partito con un obiettivo unico: riuscire a infondere in ogni comunità dei 160 chilometri dell'asta del Chiese la cultura del rispetto del deflusso ecologico, la consapevolezza che il Fiume Chiese e il lago d’Idro siano un unico corpo idrico e che, in quanto tali, vadano tutelati e gestiti con oculatezza e, dal 9 agosto 2021, in piazza Broletto a Brescia, il Presidio Nove Agosto, nato in seguito alla decisione del Governo Draghi di nominare un commissario, l’allora prefetto di Brescia Visconti, che ponesse fine ad anni di discussioni scegliendo l’opzione Gavardo Montichiari per la costruzione del Mega depuratore del Garda.

 


Ed è proprio davanti al Presidio 9 Agosto, dove da oltre 1000 giorni centinaia di persone, ininterrottamente, portano avanti una resistenza pacifica ma tenace che la grande manifestazione è arrivata dopo aver percorso da Largo Formentone il centro storico di Brescia. Dieci anche i Sindaci presenti alla manifestazione, Primi Cittadini come quelli di Idro, Gavardo, Montichiari e Remedello, (i cosiddetti Sindaci ricorrenti per i vari ricorsi presentati negli ultimi anni contro il progetto) dalle sensibilità politiche diverse ma tutti uniti nel fare fronte comune a difesa del fiume Chiese e del lago d’Idro.



«Su iniziativa e organizzazione congiunta della scrivente Federazione e del “Presidio 9 agosto” – ha dichiarato il Presidente della Federazione Gianluca Bordiga - oggi pomeriggio sabato 13 aprile 2024 a Brescia ha avuto luogo una grande Manifestazione Unitaria che aveva lo scopo di unire il grido di denuncia sempre più forte, popolare e accorato dell’intero corpo idrico del Chiese sui due gravissimi progetti di riportare nuovamente lo splendido Lago d’Idro ad essere gestito e utilizzato come se fosse un mero serbatoio, e di trasformare il corpo idrico del Chiese nello Sciacquone della sponda occidentale del lago di Garda, che vorrebbe trasferire nel fiume la sua depurazione dei reflui fognari.

 


Una delle ragioni esistenziali della scrivente Federazione è quella di rendere consapevoli tutte le 31 Comunità dei rispettivi 31 Comuni del corpo idrico del Chiese che per respingere ogni ipotesi di sfruttamento innaturale e abnorme delle acque splendide di questo grande corpo idrico serve assolutamente la più ampia unità di queste popolazioni del fiume Chiese e del suo lago d’Idro, perché se si respinge il progetto secolare della politica di Regione Lombardia che vorrebbe piegare perennemente questo lago ad essere mortificato come se fosse un mero serbatoio, oltre a salvare definitivamente questo lago, si fa diventare anche molto più forte l'opposizione al progetto di trasferire nel fiume Chiese la depurazione gardesana, che altrimenti lo porterebbe perennemente ad essere a rischio di morte biologica e per evitare questo attuerebbero prelievi abnormi dal lago per necessità di garantire la salubrità del fiume. 



Oggi a Brescia, grazie a una partecipazione meravigliosa di oltre duemila persone venute dai 31 Comuni e molti Sindaci del corpo idrico, questo grido di opposizione a questi due concetti speculativi è stato accorato e forte, molto forte. È impossibile che le Autorità preposte a queste responsabilità non lo abbiano sentito».

ALBUM

L'intervento di 
Gianluca Bordiga








domenica 14 aprile 2024

LA DIGA
di Antonio Ricci


 
La vostra energia umana
si estroverte negli alveoli
profondi delle acque.
 
Il vostro dolore accompagna  
i nostri scolorati visi. Nel silenzio
accarezziamo le parole che si
avvicinano al vostro viaggio.
 
Le vostre acque, dentro cui
avete raccolto la forza
glorificante della luce e delle
lacrime, fluiscono sui 
nostri occhi.
 
Ci abbandoniamo alle paure
e alle vicissitudini, con i vostri lamenti,
con i nostri lamenti, ma la fatalità
del nostro destino è un misfatto 
dei saccenti esperti che ci insegnano
la storia.
 
[Aprile 2024]

TRE GRADI DI SEPARAZIONE
di Luigi Mazzella
 


Ho pensato al titolo di un film di Fred Schepisi degli anni Novanta (“Sei gradi di separazione”) quando ho pensato che solo la metà (tre) sono per gli Occidentali, i gradi di che li tengono lontani e li separano dalla verità dei fatti che avvengono sul Pianeta. I più distanti dal vero sono quelli che seguono ciecamente il mainstream del sistema informativo per così dire “ufficiale”: leggono i grandi quotidiani dei Paesi del Vecchio e del Nuovo Continente e ascoltano i servizi delle maggiori televisioni nazionali e internazionali, che sono costruiti sulle “veline” diffuse non tanto dai Governi in carica quanto dai servizi di sicurezza collegati digitalmente con la CIA (e l’M16). Sono quelli che Franco Continolo chiamerebbe, con una felice espressione ricorrente sul suo blog, i “super idioti”, abituati a “bersi” di tutto e  a ripetere pappagallescamente nei luoghi che frequentano (uffici, salotti, caffè) ciò che hanno letto e/o ascoltato (per limitarci a qualche esempio: Putin è un macellaio aggressore, Zelensky non è riuscito a impedire che i neo-nazisti dei battaglioni Azov aggredissero continuamente i filo russi e russofoni delle regioni ucraine di confine, Biden può perdere l’equilibrio fisico, inciampando di continuo ma non quello psichico e se ha tolto dai cannoni i fiori -che volevano gli hippies della sua giovinezza- lo ha fatto solo per difendere i deboli e gli oppressi e via dicendo). Un secondo livello di separazione dalla verità è costituito dai fedeli e/o dai fanatici del Verbo, religioso o politico, in cui hanno creduto per un considerevole numero di anni, acquisendo, a loro giudizio, il diritto di considerarsi esperti del cosiddetto “compromesso” vera e unica “chiave” della politica. Anche se, nei tempi più recenti, fedeli e fanatici hanno dovuto registrare delusioni a bizzeffe e cambiamenti concreti di posizioni dei loro “idoli” per allinearsi tutti al mainstream ufficiale restano convinti che per non perdere la protezione dell’ombrello statunitense (pur grondante di sangue) devono fare di necessità virtù, turarsi il naso, assistere ai massacri israeliani e accettare che Zelensky distrugga l’Ucraina come fecero Hitler e Mussolini con Germania e Italia. Il grado o livello più prossimo alla verità è costituito dai “bastian contrari” per accentuato spirito critico, dai dissenzienti da quella che definiscono la tendenza alle “sbandate” degli Statunitensi come il nostro “male quotidiano”. Questi ultimi, pochissimi e totalmente ignorati dalla massa, sono quelli che non credono, come ho già scritto numerose volte, che “la furbata” di sovrapporre il nome greco di “democrazia” a governi della res publica costituiti da assolutisti e autoritari incalliti come sono, senza neppure rendersene conto,  i fedeli delle tre religioni monoteistiche mediorientali e i fanatici delle due ideologie teutoniche (fasciste e comuniste), innestate da Hegel sul post-idealismo del supponente Platone possa ancora ingannare a lungo gli Occidentali (in primis, quelli che non portano la sveglia al collo). Solo questi ultimi  hanno capito che un cumulo crescente di notizie menzognere non riesce a coprire la realtà dei veri interessi degli Anglo-americani che vanno in direzione del tutto  opposta a quelli dei popoli colonizzati che essi fino ad oggi sono riusciti a tirarsi dietro.
Avvertimento Finale: Non costituisce un ulteriore grado di separazione dal vero o di vicinanza alla realtà ma un vero e proprio inganno quello dei leader politici, presenti in Parlamento, fintamente discordi dal mainstream di giornali e di reti televisive. Molto verosimilmente essi fungono solo da agenti provocatori della CIA e hanno il compito di raccogliere i dissenzienti in un ambito da essi controllabile (prima elettoralmente poi operativamente). 
 

CONFRONTI


Israele e Hamas. Le opinioni di Franco Debenedetti e Marco Vitale.  

Caro Marco,
“Israel alone” è la copertina dell’Economist del 23 Marzo. Ancora più dopo che la risoluzione dell’Onu sul cessate il fuoco a Gaza è passata grazie all’astensione di Washington. Eppure gli USA sanno bene che per estirpare il terrorismo a volte è necessario fare una guerra, e Francia e Inghilterra sanno quali “verità” bisogna avallare per essergli alleati.
Allora in USA c’era un presidente repubblicano, oggi c’è un democratico. E a novembre si vota.
un caro saluto.
Franco Debenedetti
 
[mercoledì 27 marzo 2024]

Franco Debenedetti
 
Caro Franco,
Ti scrivo questa confessione con dolore. Ho sempre partecipato con passione al grande dolore per le sofferenze del popolo ebraico sotto il nazismo, che ritengo una delle più orrende vicende della storia umana proprio per la sistematicità, scientificità e lucidità con la quale è stata condotta.
Ho sempre ammirato l’intelligenza e i grandi doni che il popolo ebraico ha donato al mondo in tanti campi, dalla musica alla matematica e alla fisica. Ho sempre apprezzato l’organizzazione dello Stato israeliano e la forza del suo esercito di resistere a tanti ingiusti attacchi dal mondo arabo. Ho compreso e tifato per Israele per la sua pronta e inevitabile reazione a Gaza. Ma ora l’incapacità del governo israeliano di trovare od anche solo cercare una via di uscita da questa guerra civile della Striscia di Gaza contro popolazioni inermi, affamate e sofferenti, sostituendola con una politica di contenimento, di diplomazia, di differenziazione tra i terroristi e il resto dei palestinesi, di distinguere tra guerre anche dure e crimini di guerra, fa fare un gigantesco salto indietro a quello che resta della nostra civiltà, e pone Israele sullo stesso piano dei terroristi. Per questo “Israel is alone”, per sua scelta. E ricordare che altri Stati, compresi gli Stati Uniti hanno commesso scelleratezze simili (ma mai così gravi, dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki) non giova a nulla e non giustifica nulla.
Ma Tu che faresti? Farei: a) una politica di contenimento e di continuazione della guerra contro i terroristi palestinesi ma con più pazienza e autocontrollo e non con la totale ferocia di cui il governo israeliano e l’esercito israeliano attuale danno prova; b)cercherei umilmente di conservare i miei alleati e di procurarmene di nuovi; c) avvierei da subito un’azione pacificatrice per la costruzione di uno stato federale come fecero le minoranze bianche intelligenti e responsabili nel Sudafrica della segregazione quando Mandela era ancora in carcere.
Oggi il governo di Netanyahu lavora contro il mondo e l’umanità e quindi contro Israele e gli ebrei che non si ribellano a questo devastante irresponsabile deriva.
Con infinita tristezza.
Marco Vitale 
[Milano, 28 marzo 2024]

 
Marco Vitale

Purtroppo hai ragione.
Netanyahu è stata una sciagura, e continua ad esserlo.
Ma si può licenziarlo adesso?
Franco 
[venerdì 29 marzo 2024]

 

 

sabato 13 aprile 2024

IL MUSEO DEI MARTINITT E STELLINE
di Angelo Gaccione


Facciata dell'Orfanotrofio Maschile

Che abbiano un loro Museo è molto importante per la città di Milano. In fondo i Martinitt sono una delle istituzioni caritatevoli più antiche e possono vantare una lunga storia. Affondano le radici addirittura nel lontano 1532, come si può leggere nel loro gonfalone. Speriamo possa rimanere per sempre qui, al numero 57 di corso Magenta, nel cuore di Milano, a pochi passi dalla splendida basilica di Santa Maria delle Grazie. Qui lo hanno inaugurato il 19 gennaio del 2009, come è giusto che sia, perché qui c’è la sede storica dell’orfanotrofio femminile detto della Stella, rimasto attivo fino alla chiusura avvenuta nel 1971. Dunque, non siamo in un luogo qualsiasi. Io ho potuto visitarlo guidato dalla gentilissima Chiara Zeroli che non si è risparmiata in informazioni e suggerimenti, e che mi ha mostrato quanto è stato possibile in un arco di tempo non vasto, ma ragionevole. Tutto ciò che vi è custodito in termini di documenti e di memoria necessita di ben altro tempo e ci ritornerò, dal momento che l’istituzione assistenziale che ha accolto orfanelli e minori (martinitt per i ragazzi, stelline per le ragazze), ha una storia lunga e affonda le radici addirittura nel Sedicesimo secolo. Storia che, com’è naturale, si è fusa con la storia più ampia della città; una storia fatta di sostegno ad una componente umana diseredata e per molti aspetti derelitta che veniva accolta solo dopo avere ottenuto il certificato di miserabilità. In una Milano in cui poveri, mendicanti e vergognosi (quest’ultimi erano costituiti da nobili decaduti o borghesi) pullulavano, ed almeno i più fragili in assoluto (gli orfani e i minori rimasti soli e senza protezione) bisognava che fossero messi al riparo, alimentati, tolti dalla condanna ad un sicuro analfabetismo e avviati ad un mestiere che ne avrebbe garantito il riscatto. 


Facciata sul Corso Magenta

E così è avvenuto, nel corso di questa lunga parabola storica, sin da quando Gerolamo Emiliani se ne fece carico in quel lontano XVI secolo. Imparare un mestiere non era solo necessario, era indispensabile. Mestiere che voleva dire soprattutto artigianato, lavoro manuale e nel Novecento anche industria. Il lavoro per affrancare la propria vita e la propria condizione. Molto materiale presente al Museo documenta la stretta correlazione che è esistita fra evoluzione del lavoro e materiale umano transitato dalle varie sedi che i martinitt ebbero sul territorio. Era del tutto prevedibile una tale mobilità se consideriamo un arco di tempo così ampio. Gli orfani ebbero ricetto dapprima in un locale vicino alla Chiesa di San Sepolcro, poi in via del Crocifisso, in seguito in via del Giardino, quindi nell’ex monastero di San Pietro in Gessate, fino a quando non traslocarono, nel primo trentennio del Novecento, nella sede di via Pitteri a Lambrate. Una foto in bianco e nero ci mostra l’armonioso complesso ubicato in aperta campagna e circondato da una natura incontaminata e del tutto priva di insediamenti urbani.


La scuola pratica delle ragazze

Ma quali sono le origini dei due nomignoli che li hanno contrassegnati e sono giunti inalterati fino ai giorni nostri? Martinitt è il diminutivo plurale del termine dialettale milanese martinin, dunque, piccoli martini, così denominati perché avevano la sede in un edificio annesso ad un oratorio dedicato a san Martino; per la precisione a san Martino di Tours. Le Stelline, invece, devono il loro ad un altro riferimento religioso, al monastero di Santa Maria della Stella. Questi orfanotrofi avevano quasi sempre un’origine caritatevole e filantropica e accanto agli ambienti religiosi agivano di concerto esponenti dell’aristocrazia. Una forte vocazione assistenziale questa dei Martinitt, in grado non dico di eguagliare la più antica istituzione che restava comunque quella dell’Ospedale Maggiore, ma quanto meno aspirarvi. Il Museo Martinitt e Stelline ci racconta soprattutto di questa assistenza, trattandosi di due dei più noti e antichi enti assistenziali della città. Assistenza che grazie a donatori e filantropi non è mai venuta meno, e il Museo ricorda i nomi dei benemeriti alcuni dei quali sono ritratti in una ricca galleria di dipinti. Più cospicuo è stato il loro contributo, più grande è il quadro che li ritrae. Il Museo non trascura di ricordare, e perché no? di menar vanto, dei martinitt celebri e che hanno avuto successo nella vita.

 

Gli orfani in divisa da lavoro

Fra questi vanno ricordati l’editore Angelo Rizzoli, fondatore dell’omonima casa editrice, Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica che tuttora produce occhiali noti nel mondo, Edoardo Bianchi, fondatore dell’omonima azienda produttrice di biciclette, ma non so più se, come tante altre imprese italiane, sia finita di proprietà di qualche marchio estero. Di sicuro si è sempre fatta onore la banda musicale dei martinitt. Il corpo musicale che prenderà il nome di “Banda de I Martinitt” nasce nel 1861 e rimarrà in attività per oltre centosessant’anni. Terminerà infatti la sua avventura nel 2023. Ma i martinitt si erano fatto onore anche durante l’insurrezione popolare delle Cinque Giornate del 1848. Leggiamo assieme questa richiesta del Governo Provvisorio indirizzata al direttore dell’orfanotrofio maschile il 24 marzo del 1848. Siamo praticamente a due giorni dalla conclusione dei moti.   


Lo sport

Al sig. Direttore dell’Orfanotrofio Maschile 
È pregata sig. Direttore di porre tosto a disposizione del Comitato di Guerra ventiquattro fra i più intelligenti dei suoi alunni allo intento che servano di messi in città per diffondere gli ordini dello stesso Comitato. 
[24 marzo 1848] 
Pel Governo Provisorio 
F. avv. Guerrieri 
P. Fregelli 
P. Litta

 
La musica

Non furono impiegati direttamente durante le giornate degli scontri, ma nei giorni successivi. Richieste di un loro impiego ce ne saranno più di una, anche nei mesi successivi, il 31 luglio e il 1° agosto. Sappiamo che il martinin Angelo Guzzi lascia l’Istituto e si arruola; sappiamo che gli orfani Gaetano Baroffio e Agostino Giudici saranno aggregati al Corpo Topografico Militare; sappiamo di come l’ex martinin Giovanni Bellezza si fosse distinto durante gli scontri di Porta Vercellina; di come l’Istituto mettesse a disposizione la sua infermeria per medicare e curare i feriti e come anche le fascine fossero impiegate per le barricate di Porta Tosa (l’attuale Porta Vittoria). Ma sappiamo anche delle perquisizioni avvenute nella sede dell’Istituto e come fosse tenuto in sospetto dalle autorità militari austriache. Mantenere in vita, valorizzare di più e proteggere questo Museo è di grande importanza per la storia della nostra città e non solo. Tutti i documenti e le fotografie dell’archivio storico sono divenuti accessibili al pubblico attraverso installazioni multimediali e interattive che illustrano il percorso educativo e formativo degli orfani ospitati nei due istituti, dal loro ingresso fino al reinserimento nella società”. Se infine decidete di avvalervi di una “visita guidata, a integrazione e corredo del percorso multimediale” verrete coinvolti in un affascinante percorso attraverso “tutte le sfaccettature della vita presso gli istituti Martinitt e Stelline. Un percorso dal forte impatto emozionale che consente di ripercorrere la storia di Milano, rivelandone l’originaria vocazione benefica e assistenziale”. Non verrete a conoscenza solo della vita degli orfani Martinitt e Stelline attraverso i documenti che ne danno conto anno dopo anno, ma vi sarà possibile addirittura “partecipare alla simulazione di una lezione scolastica, conoscere le principali letture di svago dell’epoca, scoprire gli ambiti della formazione al lavoro che molto cambiarono nel corso del tempo, assecondando lo sviluppo industriale ed economico di Milano”. Compreso i benefattori che con la loro liberalità e munificenza, hanno permesso agli Istituti di assolvere il loro compito di assistenza, di cura, di promozione umana e sociale.


La Banda dei Martinitt nel 1946

*
I Martinitt e le Cinque Giornate



Qual è stato il contributo dei martinitt alle Cinque Giornate di Milano del 1848? Una lunga tradizione, diventata leggenda, racconta degli orfani che durante gli scontri corrono da una barricata all’altra portando i messaggi che le vedette dall’alto dei campanili lasciano cadere. Ma qual è la verità storica? Cosa raccontano i documenti d’archivio? Il testo del documento trascritto da un filmato audio disponibile su Youtube e caricato sul canale del Museo offre un quadro preciso su quanto è stato scritto, a volte in modo impreciso e con una certa esagerazione, in merito al ruolo di staffette dei minori durante gli scontri. Lo riporto integralmente a beneficio degli appassionati di cose milanesi come me.

 
L'Istituto dei Martinitt negli anni '30

Il primo documento che troviamo è una lettera del 24 marzo 1848 indirizzata “Al signor Direttore dell’Orfanotrofio Maschile” e così recita.
“È pregata, Signor Direttore di porre tosto a disposizione del Comitato di Guerra ventiquattro fra i più intelligenti dei suoi alunni, allo intento che servano di messi in città per diffondere gli ordini dello stesso Comitato.
24 marzo 1848”
 
Il 24 marzo 1848 il Governo Provvisorio richiedeva al direttore dell’Orfanotrofio maschile 24 orfani fra i più intelligenti da porre a disposizione del Comitato di Guerra, richiesta che venne reiterata anche il giorno seguente e altre volte in seguito. Siamo al 24 di marzo, gli scontri in città sono terminati da due giorni e i martinitt, per idea del patriota Enrico Cernuschi, iniziano a essere utilizzati come staffette per diffondere gli ordini del governo e di vari comitati, come quello di sussistenza, il comitato di sicurezza pubblica e il comando della guardia nazionale.
Vi fu poi chi come gli orfani Gaetano Baroffio e Agostino Giudici venne impiegato presso il corpo topografico militare e chi, come Angelo Guzzi, decise di lasciare l’istituto per arruolarsi. Durante le Cinque Giornate, precisamente nei combattimenti di porta Vercellina, ebbe modo di distinguersi anche un ex martinitt, quel Giovanni Bellezza divenuto poi famoso come cesellatore.
Il tempo che i martinitt dedicavano agli incarichi menzionati era naturalmente tempo sottratto agli studi o al lavoro in bottega. Veniva dunque meno anche la mercede, che, secondo il regolamento dell’orfanotrofio, spettava per un quarto all’orfano e per tre quarti alle casse dell’Istituto. Dopo qualche settimana il rettore dell’orfanotrofio si rivolse pertanto al governo provvisorio affinché fosse concesso il rientro degli orfani alle loro occupazioni e una retribuzione per l’opera da loro prestata. Entrambe le richieste vennero soddisfatte. Il ritorno alla normalità però non fu semplice: i ruoli svolti e il clima di quei giorni avevano contribuito a rendere gli orfani insofferenti verso la disciplina. Lo stesso rettore, a tal proposito, annotava con sconforto: le misure da lui prese “non erano valse a distruggere le idee che col cangiarsi del governo abbiano perduto forza le discipline vigenti e che i superiori non abbiano più diritto a volerle osservare”. Alla fine comunque l’ordine tornò senza che fosse necessario ricorrere a misure estreme come l’espulsione dei martinitt più turbolenti.



Se gli orfani non furono mandati tra le barricate durante i giorni più accesi della rivoluzione l’Istituto fece comunque la sua parte in quel frangente.
Dalla documentazione d’archivio sappiamo che fin dai primi giorni dell’insurrezione l’orfanotrofio aveva messo a disposizione la sua infermeria e il suo personale sanitario per approntare un’ambulanza. Lì furono medicati alcuni combattenti rimasti feriti negli scontri di Porta Tosa, durante i quali peraltro vennero utilizzate le fascine dell’Istituto per fare le barricate.
Le carte attestano inoltre che presso il luogo pio furono accolti alcuni bambini rimasti orfani in seguito alla perdita dei genitori durante gli scontri e che il cortile dello stabile di San Pietro venne utilizzato per lo svolgimento delle esercitazioni militari di una squadra della guardia civile.
La direzione dell’orfanotrofio aveva chiesto che anche gli orfani più grandi potessero essere addestrati negli esercizi militari e la congregazione provinciale aveva dato il suo benestare. Ma la guardia nazionale interpellata per la fornitura di armi e strutture non fu in grado di esaudire l’istanza.
Ulteriori richieste di martinitt vennero inoltrate alla direzione dell’orfanotrofio maschile dal Governo Provvisorio di Lombardia il 31 luglio e il primo agosto, ormai alla vigilia dell’armistizio tra Piemonte e Austria e al termine dell’esperienza rivoluzionaria iniziata con le Cinque Giornate.
Pochi giorni più tardi cinquantasette martinitt furono concessi al municipio della città “onde servire da guide ai militari che debbono recarsi ai vari negozi per provvedersi di vettovaglie e per altre mansioni”.
 

La facciata del Collegio nel 1932

L’ultimo documento relativo ai fatti del 1848 risale all’aprile dell’anno seguente e sottolinea bene il mutato clima politico: il sospetto, l’ostilità con le quali le autorità austriache guardarono, da allora in poi, l’orfanotrofio maschile, per l’atteggiamento collaborativo mostrato verso il governo provvisorio. Il rettore racconta di come le autorità militari austriache abbiano perquisito per due volte l’Istituto, alla ricerca di armi. Una ricerca vana, che porterà solo al sequestro di quattro vecchi tamburi che gli orfani utilizzavano per le rappresentazioni teatrali e conservati nella stanza dell’economo.
Dopo questa incursione i documenti non fanno più menzione di altre iniziative ostili da parte dell’autorità militare austriaca.
Si chiudeva un’epoca, se ne apriva un’altra, e da lì a 13 anni ci sarebbe stata l’Italia, l’Italia unita.
 
[L’autore ringrazia Chiara Zeroli, Cristina Cenedella, Patrizia Varnier, per il prezioso contributo]

STRAGI. DA USTICA A BOLOGNA
di Massimo Pamio



Guerra fredda e stragi roventi nel Belpaese a sovranità limitata e indipendenza annientata. Il tema insoluto è sempre attuale. Alla voce: collusioni politiche e ricatti incrociati. Dalla terraferma al mare. In questa inchiesta esplosiva contenuta nel libro, Gianni Lannes (giornalista investigativo free lance di origini francesi con un’esperienza quarantennale in prima linea), mette a fuoco la concreta relazione tra le due stragi; individua la logica in una quantità straordinaria di documenti, dichiarazioni, scavi giornalistici, menzogne politiche, contraddizioni giudiziarie, e offre al lettore un’ipotesi plausibile sul perché l’Italia sia stata vittima nel 1980 di due stragi di guerra contro civili inermi in tempo di pace.
Due eventi intrecciati sottoposto a immediati depistaggio e insabbiamento rituale: Ustica, messaggio non recepito; Bologna, messaggio acquisito. L’autore concentra l’attenzione sulle questioni internazionali di cui l’Italia è insieme vittima e protagonista, tra sudditanza atlantica e affarismo arabo; un’altra storia ignota della Repubblica tricolore, un tentativo di fare luce sulle ombre presenti del nostro futuro. Non è stato un incidente: alcuni superstiti morirono in attesa dei soccorsi. Perché la martoriata verità, coperta dall’omertà internazionale e dai segreti di Stati alleati, è indicibile ancora dopo 43 anni? Petroldollari: un gigantesco affare nucleare di caratura mondiale!
 
Gianni Lannes 
Ustica e Bologna
Edizioni Mondo Nuovo
Pagg. 400 € 28

  

POETI ALLO SPAZIO BROGGI
Cessate il fuoco ora!



 
Versi di: Bonazzi, Cantelmo, Di Mineo, Di Leo, Gaccione, Iacovella, Rusconi, Tomkins, Stehn.
 
Musiche di: Mico Argiro
 
Mercoledì 17 aprile 2024 ore 18,30
Spazio Broggi via Broggi n. 5
Porta Venezia – Milano
 
Metropolitana MM rossa linea 1 fermata Lima.

ARCHIVIO “PRIMO MORONI” 




venerdì 12 aprile 2024

INTORNO A TREBLINKA 
di Gabriele Scaramuzza

 
Vasilij Grossman
 
Vasilij Grossman non ha bisogno di presentazioni, la sua fama è vasta, e più che giustificata. È noto anche che come corrispondente di guerra per “Stella Rossa” è stato presente fin quasi alla fine alla battaglia di Stalingrado, e ha seguito poi l’Armata Rossa fino a Berlino. Ha risentito non poco del suo essere ebreo non solo per la madre trucidata dai nazisti al loro primo ingresso a Berdičev, in Ucraina, con tanti altri parenti e conoscenti; ma anche per il vero e proprio ostracismo che ha subito sotto Stalin e oltre, e che colpì tanti suoi scritti, tra cui Vita e destino e Il libro nero, da lui curato con Il’ja Erenburg.
Ucraina senza ebrei testimonia l’agghiacciate stupore con cui Grossman constata verso la fine del 1943 l’eccidio degli ebrei in Ucraina: “Qui hanno ucciso un popolo, hanno ucciso le case, le famiglie, i libri e una fede, hanno ucciso l’albero della vita […]. Hanno ucciso la morale di un popolo, i suoi usi quotidiani, le barzellette tramandate dai vecchi ai figli, hanno ucciso i ricordi, le canzoni tristi, la poesia di una vita allegra e amara insieme, hanno devastato case, famiglie e cimiteri”.
Come ha potuto succedere? Che cosa rende il genocidio degli ebrei “diverso dagli altri eccidi che i tedeschi hanno compiuto ai danni di centinaia di migliaia di persone nell’Europa occupata? Una differenza c’è. Francesi, danesi, serbi, ucraini, russi e cechi, i fascisti li giustiziano se violano norme e leggi fasciste […] Gli ebrei, invece, li uccidono solo perché sono ebrei. Per loro non c’è ebreo che abbia il diritto di vivere. Essere ebreo è il crimine sommo, ed è un crimine che si punisce con la morte”. Questo anche perché “gli ebrei non hanno leggi che li proteggano, né eserciti che li difendano e sono quindi un bersaglio formidabile per l’ira dei deboli e dei vinti”. Non hanno uno stato o, meglio, non l’avevano quando Grossman scriveva, nel 1943, Ucraina senza ebrei. Fa riflettere tuttavia che, da quando esiste Israele, esistono nazioni e società che si sono assegnate come compito di distruggerlo. La sua esistenza ancora oggi viene contrastata, è tuttora precaria, data per incerta e controvertibile, per illegittima soprattutto.      
Eppure i tedeschi, sottolinea Grossman, “non sono una nazione di assassini e criminali”. Criminale se mai è il sentirsi una nazione eccezionale, al di sopra di tutte le altre – per chi si sente tale, e sono ben lungi dall’esserlo tutti per fortuna. Inaccettabile è l’arroganza, il senso di superiorità, il disprezzo verso gli altri, il nazionalismo. Cose che furono purtroppo tipiche anche di certo Wagner: un uomo di una volontà così ferrea e indomabile che ci si chiede da cosa venga il suo conclamato amore per la schopenhaueriana noluntas, e per il buddismo. La sua vita, il suon accanito dogmatismo dicono tutt’altro. 

 
 
Superata l’Ucraina, l’Armata Rossa, muovendosi verso la Germania, attraversa la Polonia, e lì incontra Treblinka, cui Grossman dedica L’inferno di Treblinka (Adelphi, 2010), che fu portato a testimonianza al processo di Norimberga. A Treblinka fu comandante per qualche mese tra il ‘42 e il ‘43, dopo esserlo stato a Sobibor (in seguito passò anche per la Risiera di San Sabba, sempre agli ordini di Hitler), Franz Stangl – intervistato poi da Gitta Sereny nel terribilmente toccante In quelle tenebre.
Per contrasto, e per far meglio risaltare quanto resta agghiacciante di quel campo di sterminio, Grossman scrive La Madonna di Treblinka (ed è noto quanto dalla Madonna Sistina, qui rimessa in gioco, abbia attratto la cultura russa, Dostoevskij in particolare): “La madre allatta il figlio, mentre la folla erige muri, stende il filo spinato, costruisce baracche… E all’interno di silenziosi palazzi si progettano camere a gas, forni crematori…. È venuto il tempo dei lupi, gli uomini vivono la vita delle bestie feroci. In questo tempo la giovane madre partorì e allevò il bambino”.  
Il tema dell’umano è onnipresente nelle opere di Grossman, ma in nessun luogo assume tanto autonomo risalto quanto nel racconto La Madonna Sistina. È un simbolo terreno questa Madonna; paradossalmente scrive Grossman: “Ho l’impressione che questa Madonna sia l’espressione più atea della vita, dell’umano senza la presenza del divino”. Rinvia a un mondo da cui Dio è scomparso, come a Treblinka; come ai “terribili anni di carestia, ai figli dei bottegai e degli artigiani ebrei durante il pogrom di Kisinëv, ai bambini dei minatori quando l’urlo della sirena annunciava al villaggio impazzito un’esplosione in miniera”, come alla “triste fatica delle operaie in fabbrica”. Molto cambia nella storia, ma “un solo fatto resta immutabile: si tratta sempre di un destino triste…”. Nei loro sguardi la Madre e il Figlio recano impresso l’orrore e la distruzione, li conoscono, eppure non se ne lasciano sommergere: “la forza della vita, la forza dell’umanità è enorme, e neppure la violenza più feroce e sistematica è in grado di sottometterla, può soltanto ucciderla. Ecco la ragione della serenità che appare sui volti della madre e del figlio: sono invincibili. Anche nelle epoche più terribili la distruzione della vita non significa la sua sconfitta”.  
[A proposito della versione italiana di La Madonna a Treblinka, stupisce che nel secondo risvolto di copertina si sostenga che proprio a Treblinka Grossman avrebbe scoperto che la madre era stata trucidata dai nazisti, e che si citi Vita e destino solo nella edizione di Jaca Book, senza neppure accennare a quella di Adelphi].
Dopo che ho scritto, nel mio Smarrimento e scrittura, il capitolo “Vasilij Grossman: terrore e utopia”, non poco altro è uscito su questo grande scrittore; tra cui segnalerei, di Giovanni Maddalena, Il pensiero di Vasilij Grossman, edito a Torino nel 2023 da Rosenberg & Sellier. Un testo assai significativo; anche se non l’ho ancora potuto rileggere con la distensione che merita.
 
 
 
Vasilij Grossman
Ucraina senza ebrei,
a cura di Claudia Zonghetti
Adelphi, Milano 2023, pp. 80, € 5.
 
Vasilij Grossman
La Madonna di Treblinka
trad. di M. A. Curletto
prefazione di Marzio Pieri
con un saggio di Maurizio Cecchetti
Medusa, Milano 2023, pp. 71, € 11.

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