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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 29 ottobre 2026
I POETI LAVORANO DI NOTTE
Il 31 ottobre, alle ore 21:00, il flash mob itinerante “I poeti lavorano di
notte” è a cura di Gilberta Crispino, Donatella Massimilla, del collettivo
Poetry is my Passion e dei residenti C.A.S.T. Per il collettivo Poetry is my
Passion, coordinato da Antje Stehn, partecipano Zoe Aselli, Davide Ancona,
Michela Bellin, Barbara Bonazzi, Milena Contini, Cindy Delfini, Annitta di
Mineo, Angelo Gaccione, Antonio Laneve, Ana Maria Pedroso Guerrero, Maria Pia
Quintavalle, Barbara Rabita, Teresa Scroccarello, Antje Stehn, Tito Truglia e
Ana Vincent. Le iniziative del 30 e 31 ottobre e del 1° novembre si svolgono
fra Spazio Alda Merini, Ex Fornace e Ponte Alda Merini; dal 2 novembre al 13
dicembre il programma prosegue allo Spazio Alda Merini.
“Se fossi un
oggetto, sarei una casa. La mia casa. Mi chiedo sempre cosa provi, quando è vuota e
leggera, o quando è pesante e abitata dai nostri respiri. Ascolterei le voci,
le litigate, i rumori della vita che si depositano a strati sulle pareti. Le
case non sono fatte solo di mattoni, ma dei frammenti delle nostre anime e del
disordine che ci portiamo dentro. Le stanze ricordano le risate di quando
eravamo piccoli e conservano le ombre di quello che non ci siamo mai detti. La
casa sono io. E forse, in fondo, tutto quello che ho sempre cercato, era solo
il coraggio di entrarci davvero”.
Joachim Trier
IN RICORDO DI
GERMANA MARINI
di Corrado Colombo
“My Infinity”: a
Somasca la poesia ricorda Germana Marini
Raffaella Lamberti
vince la prima edizione della manifestazione: una serata fra versi, musica e
arte a Casa San Girolamo Ca’ Miani.
A Somasca di Vercurago, in provincia di Lecco, accanto al santuario di San Girolamo, Casa San Girolamo Ca’ Miani ha ospitato giovedì 22 ottobre 2026 “My Infinity”, la manifestazione dedicata alla scrittrice e poetessa Germana Marini, scomparsa nel 2022. Un luogo di grande spiritualità, capace di accogliere momenti poetici e riflessivi, dove versi, musica e arte hanno dato voce al ricordo. In questa cornice, la poesia è diventata occasione di incontro e di ascolto, un modo per custodire una memoria e condividerla.

Scognamiglio con i collaboratori

A ideare, organizzare e condurre la serata è stato Samuele Santacroce, affiancato dalla madrina Giovanna Rigato, modella e giornalista. Intorno al ricordo di Germana Marini hanno trovato spazio voci e sensibilità diverse, accomunate dal desiderio di condividere la scrittura e di riconoscere alla poesia un posto nella vita della comunità. Dopo un’ampia selezione, quattro autori sono approdati alla finale: Ada Crippa, Sergio Ragaini, Raffaella Lamberti ed Elisa Oneto. Quattro percorsi chiamati a confrontarsi attraverso i versi, offrendo all’incontro il valore della scoperta e dell’ascolto. A conquistare il riconoscimento conclusivo è stata Raffaella Lamberti, vincitrice di questa prima edizione. A valutare i finalisti una giuria composta da Irene Riva, Corrado Binda e Corrado Colombo, regista, scrittore e maestro, nel ruolo di presidente. Il momento del premio ha dato un esito al concorso, inserendosi però in una serata il cui significato andava oltre la proclamazione: offrire occasioni di espressione e far circolare la parola poetica. Le letture sono state accompagnate dagli intermezzi musicali di Angelo Lamanna, in un’alternanza fra voce e musica. Le opere dell’artista Fabrizio Martinelli, utilizzate come scenografia, hanno aggiunto una presenza visiva al dialogo fra le arti. Parole, suoni e immagini hanno così condiviso lo stesso spazio, contribuendo alla costruzione dell’omaggio. Ospite d’onore Aristide Milani, poeta e storico lecchese, la cui presenza ha richiamato il legame dell’iniziativa con la cultura del territorio. Un legame fatto di persone, esperienze e passioni che trovano occasioni come questa per incontrarsi e riconoscersi. Al centro è rimasta Germana Marini. Dedicarle una manifestazione poetica significa dare continuità alla sua passione per la scrittura, affidando ad altre voci il compito di mantenere aperto quello spazio di espressione. Il ricordo prende così forma in un gesto concreto: leggere, ascoltare, condividere. È da qui che parte il cammino di “My Infinity”. Dalla possibilità che una poesia pronunciata davanti agli altri crei un legame, susciti una domanda, lasci qualcosa da portare con sé. A Somasca, l’omaggio a Germana Marini ha trovato questa forma: una serata in cui la memoria ha incontrato le parole di oggi.
mercoledì 28 ottobre 2026
LA GUERRA È LA SOMMA DI
TUTTI I CRIMINI
di Angelo Gaccione
Nel
lontano 2003 diressi, per un solo numero, quello di maggio-giugno, il
bimestrale milanese “Qui Porta Romana” legato al Centro Umanista che si
occupava fondamentalmente di progetti concreti in favore di alcune aree
africane. Lo rivoluzionai completamente facendone un bimestrale nazionale.
Firmai molti articoli come ‘Il direttore’, con la lettera ‘G’, qualche breve
spigolatura senza firma e altri con i cognomi di alcuni celebri illuministi:
Voltaire, Diderot, D’Alembert. Quel numero, ferocemente antiguerra, creò
problemi con i proprietari della testata e con gli sponsor e così dopo l’estate
fondai “Odissea”. Capitatomi in questi giorni tra le mani quel lontano
esemplare, ho deciso di riprendere quei testi perché non hanno mai derogato dal
rigoroso impegno contro guerra e guerrafondai. Ecco i primi, i più brevi, qui
di seguito.
Riflessioni sulle guerre
Secondo il drammaturgo austriaco
Arthur Schnitzler le guerre sono possibili a causa della furfanteria dei
potenti, la stupidità della diplomazia, la mancanza di fantasia dei popoli. C’è
una parte di verità in questa triade, ma è una verità incompleta. Le guerre
persisteranno fin tanto che la civiltà tollererà due anacronismi storici come
gli Stati sovrani e gli eserciti. Con il loro relativo apparato di morte fatto
di generali, fabbriche d’armi e dunque bombe, missili sempre stupidi, armi di
sterminio di ogni sorta, clan di scienziati dalla candida coscienza
rispettosamente cristiana che lavorano alacremente per la morte e la
distruzione, grassi mercanti (capitalisti, comunisti, ebrei o musulmani poco
importa), che sulla morte lucrano. Senza rimuovere queste mortifere escrescenze
dal corpo sociale, dobbiamo rassegnarci a criminali come Bush e Saddam, e a
vedere molte altre Bosnie e molti altri Iraq: ci piaccia o meno.
Spigolature
Ci si è meravigliati del
saccheggio e delle devastazioni seguiti alla caduta del criminale regime di
Saddam Hussein. Un popolo ridotto alla fame pensate che possa aver rispetto
delle opere d’arte e del galateo? Si ignora forse, da buoni farisei, che la
guerra essendo la somma di tutti i crimini, violenze e brutture, riveli la
parte più bestiale e feroce di quel mammifero chiamato uomo?
LIBRI AL MACERO
Caro
Professore,
Le scrivo per esprimerLe la mia
totale vicinanza ed empatia di fronte alla toccante riflessione che ha
condiviso nel Suo articolo. Il “nodo alla gola” di cui parla, nascendo dalle
parole di Franco Toscani, è una sensazione che condivido profondamente. La Sua
testimonianza - il ricordo delle colonne di libri a casa di Carlo Bo e la
preziosa cartolina di Salvatore Quasimodo riemersa dalla Sua “Carboneria” -
descrive con straordinaria poesia e verità cosa sia davvero una biblioteca
personale: non un accumulo di oggetti, ma una vita intera, fatta di incontri,
affetti e memoria. Il drammatico interrogativo “Tutto al macero?” tocca
oggi un punto ancora più fragile e attuale. Viviamo in un’epoca dominata dalle
nuove tecnologie, dove il digitale tende a smaterializzare tutto e a rendere,
dal punto di vista pratico, il libro cartaceo quasi un retaggio del passato o
un ingombro da smaltire. È vero che la tecnologia offre immediatezza, ma è
altrettanto vero che non potrà mai sostituire per tutti la dimensione fisica
della pagina, il profumo della carta e la storia tangibile che ogni volume
custodisce. Il rischio reale di questa transizione è che si finisca per
considerare “da macero” non solo i libri, ma l’Umanità e le memorie che essi
rappresentano. Anche senza la pretesa di poter risolvere un problema così vasto
e complesso, sentivo il bisogno di farLe sapere che il Suo pensiero è
condiviso. Custodire la sensibilità per il libro cartaceo e continuare a porsi
queste domande è già, di per sé, un modo per non cedere all’indifferenza di
questo tempo.
La ringrazio di cuore per la
bellezza e la sincerità dei Suoi scritti.
Con stima e profonda vicinanza,
Rosario Undiemi
LIBRI IN PERICOLO
La nota sul
rischio di tanti libri al macero che ho pubblicato lunedì 26 ha rivelato un
problema molto più ampio e drammatico. Come si può vedere da queste voci. (A.
G)
È una riflessione
che condivido, anche noi custodiamo un'infinità di libri preziosi. Ma che cosa
succederà quando non ci saremo più?
Maria Cristina Pianta - Milano
Carissimo Angelo,
l’avevo letta stamattina su “Odissea” con tanta malinconia. Coraggio. I libri
sono attorno a te, a me, a noi e anche loro lottano per sopravvivere. Intanto
donano a noi le parole che aiutano noi a sopravvivere. Come le stelle.
Zaccaria Gallo - Bisceglie
Ho lo stesso problema,
molti libri al macero perché neppure la Nazionale (di Firenze) ne vuole
di libri… problema di spazio, di personale che dovrebbe catalogare, di
personale che dovrebbe ritirare i libri a domicilio. Per fortuna un professore
di Storia dell’Unical si sta incaricando di trasferire nelle sue ampie stanze
il frutto della raccolta di libri di una vita di mio marito, bibliofilo. Ho
svuotato già molto, con mio grande dispiacere, ma non conosco la mia
destinazione: 60 mq a Firenze, un bilocale, penso. Giusto una piccola libreria
dove ricoverare i libri più cari. La parte che riguarda il cinema, comprese
enciclopedia del cinema, dvd, testi vari verrà portata ad Acri dato che Paolo,
il nipote di Mario, avrebbe intenzione di far riattivare il cinema di San Domenico
e per questo vi sono stati incontri con il sindaco. Avevo offerto alla
Nazionale la storia di Milano della Treccani, una ventina di volumi, e di
Venezia, 14 volumi, ma quando ho chiesto quale fosse la modalità di consegna,
tutto si è arenato.
Tata Marchi - Castrolibero e Firenze
Bellissimo
articolo caro Angelo. Io la settimana scorsa ho regalato due casse di libri
alla Circoscrizione. Spero che gli anziani (come me) siano contenti di leggerli.
Certo, regalare libri per me è sempre una sofferenza. Ma non ho altra scelta.
Maria Spinelli - Verona
Caro Angelo,
commovente quello che scrivi. L’ho copiato e messo in un luogo da utilizzare.
Grazie per quello che hai scritto.
Maurizio Nocera - Lecce
Molta tristezza.
Anch’io, da quando Anna se ne è andata, mi chiedo spesso, dove andranno i
nostri libri? Un po’ ai miei figli ma la maggior parte?
Roberto Marelli - Milano
ACCOSTARE LA VISIONE
ALL’IDEA
di Giorgio Bolla

Andrea Zanzotto
I (miei) zanzottiani Animi
Poeta
della Trasfigurazione, in Lui laico simbolo evangelico. In questa penetrazione
cosmica Goethe sembra il Suo referente, il Suo avvicinamento.
1.- “L’acqua di Dolle” da Dietro
il Paesaggio: … l’acqua di Dolle/che portò dieci colline al paese/...
ora viene quest’acqua ch'io sospiro/perché traspare dalle tue/membra gemelle; …
La carnalità dell’acqua, acqua
tra fronde e verde, materia del sogno per arrivare alla Memoria.
2.- “Fuisse I” da Vocativo:
Pace per voi per me/buona gente senza più dialetto/senza pallide grandini/di
ieri, senza luce di vendemmie,/pace propone e supremo torpore/l’alone dei prati
la cinta/originaria dei colli la rosa/dispersa il sole/che morde tra le
tombe./Ah la cicuta e il poco/formicolio, non più, colà sepolto./Ah l’acqua
troppo tenue che mi cola/oltre la gola e gli occhi e di là di là s'invischia/in
tiepidi miseri specchi/su cui l’ortica insuperbisce…
Il Passato concluso, che non
lascia nulla al Presente nemmeno attraverso la Nemesi di Mnemosine.
3.- “Oltranza Oltraggio” da La
Beltà: Salti saltabecchi friggendo puro-pura/nel vuoto spinto
outré/tutto sommato/tutto/sei più in là/ti vedo nel fondo della mia
serachiusascura …
Disianza, Oltranza. E dunque
Oltraggio è lo sforzo di immaginare, vedendo, un Dio.
4.- “Tavoli, giornali, alba
pratalia II (ma poi alba pratalia)” da Fosfeni: Oh logos che ti fai
ritrovare/ … - come al gettare amo e filo nella neve/ … Logos, Piccolo come
questo Trattino e solo casualmente/qui sotto corpo di trattino//piccolo come
tutte le dimenticanze che/sembrano grandi – e lo sono – e sono lo spazio/e lo
spazio in cui tu fai trattini e
trattini/fai le aste/un’intera pagina di !!!! un sonno, un mondo/!!!!!!!! un
!!! !!! forse virgolettato d’aste…
La risalita al Logos
trasfigurando la Natura, delle cose e degli uomini. Identificare il Filo è il
compito, forse nel sonno.
![]() |
| Andrea Zanzotto |
martedì 27 ottobre 2026
L’INDUSTRIA DELLA PAURA
di Angelo Gaccione

Illustrazione di Laura Lobetti-Bodoni
Hanno martellato per una settimana intera su giornali, radio e
televisioni per creare un clima di paura; vi si sono impegnati personaggi di
ogni tipo e persino uomini e donne delle istituzioni. Hanno dipinto Milano come
in preda al cataclisma credendo di spaventarla, come se la città non avesse
visto di peggio; non avesse subìto il terrore delle stragi e delle bombe. E
invece la città non è caduta nel tranello. Sabato era una giornata luminosa con
un cielo particolarmente azzurro: così bello quando è bello, così splendido, così in pace come scrive Manzoni nel diciassettesimo capitolo
de I promessi sposi, ed io volevo vedere con i miei occhi se il tam
tam della paura, dell’industria della paura, avesse avuto effetto. E invece
no. La linea gialla della Metropolitana era attiva come le altre e Piazza del
Duomo era, come sempre, gremita di turisti, famiglie, coppie, musicanti. I
blindati della polizia e le tute dei militari non avevano scoraggiato nessuno e la
vita ferveva. Ferveva in Galleria, e quasi per niente in via della Spiga come
in via Monte Napoleone. Faceva un certo effetto vedere molte delle vetrine degli
opulenti negozi della moda sigillati da tavole di compensato. Il cielo era in
pace e non c’erano guastatori in giro, stonavano un paio di elicotteri che vigilavano
dall’alto; ma vigilavano sul nulla. Ho approfittato per scattare delle foto
alle targhe commemorative dei patrioti Francesco Restelli e Cesare Correnti, e a
quella dei bambini ebrei cacciati dalla scuola di via della Spiga con l’introduzione
delle leggi razziali in Italia. Come per un segno del destino ho scoperto una
targa sulla parete interna di un palazzo (Proprietà Visconti Uno) che alla pace
rende onore. È in versione latina con la traduzione italiana in basso: “Spiga,
nome di pace. / Chiunque ama comporre il grato nome della pace / qui, dove la
spiga verdeggia / trova gli auspici della pace”. Ed è stata davvero di buon
auspicio. In via Monte Napoleone la lapide al patriota Emilio Morosini sulla facciata
della casa dove aveva abitato, e quelle che ricordano i capi dell’insurrezione
contro gli austriaci, quella dove visse Cattaneo con le lettere sempre più
sbiadite e illeggibili, come quella di Tommaso Grossi, oramai divenuta una
pietra bianca e vuota. È anche questa indifferenza colpevole, questa mancanza
di cura, che alimenta la rabbia. Per non guastarmi il sangue decido di sbucare
in Piazza San Babila: tutto tranquillo anche lì. Mando un messaggio
rassicurante ad un amico a Pisa che voleva sapere notizie su questo inesistente pomeriggio
di paura, e mi dirigo verso Piazza dei Mercanti.


Atelier Teatro

Altra piacevole sorpresa: mi
trovo davanti ad un rudimentale palco, ad una tela che funge da sipario e ad un pacifico pubblico
seduto sui gradini della Loggia e su degli sgabelli di colore rosso. Aspettano la recita di
Atelier Teatro che sta tenendo un festival di teatro popolare nelle piazze
della città. Lo farà fino al 22 novembre: ecco un ottimo modo per creare
rapporti, relazioni pacifiche, divertimento sano, contro coloro che pretendono
di blindarla la città. Mi viene in mente una frase dello scrittore svedese Stig Dagerman:
“Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”.
Prendo posto anch’io: ci sono dei bambini ed io mi trovo sempre bene in loro
compagnia; ci godiamo una esilarante Canovacci di commedia. Un purpurri,
una mescolanza, un ibrido nato da un Seminario Internazionale di Commedia dell’Arte
ed ora ci viene restituito. Gli attori provengono da città diverse, lo
scopriremo alla fine quando si presenteranno al pubblico individualmente; il
pretesto è L’opera da tre soldi di Brecht, ma la commedia dell’arte
improvvisa e mescola. Tante le allusioni a Milano, ai suoi luoghi, ai suoi
eventi. Non potevano, ovviamente, mancare quelle al sabato nero dei disordini e dei saccheggi. Con
molta ironia verso il potere, come si conviene.
ELEZIONI E DEMOCRAZIA
Il risultato delle elezioni in Serbia ed in Brasile è molto
confortante.
La vittoria, per via pacifica e
democratica, del Movimento degli Studenti in Serbia (eccellente modello per i
nostri studenti) e la vittoria del coraggioso e tenace ottantenne in Brasile
portano un messaggio comune: il neo fascismo della violenza e dei miliardari si
può battere per via democratica.
La lotta per consolidare questi primi
risultati sarà durissima perché i miliardari impiegheranno enormi risorse per
finanziare la violenza ma, ora, sappiamo che possiamo alimentare e rianimare
una nuova speranza nella democrazia.
Marco Vitale
BREVI NOTE SUL TEMPO
PRESENTE
di Luigi Russo
Gino Paoli
cantava: «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…». Per
leggere il tempo presente immaginiamo che quei quattro amici siano la storia,
la filosofia, la sociologia e l’antropologia: strumenti utili per comprendere i
nuovi assetti geopolitici. Cicerone ricordava che la storia è magistra vitae,
un insegnamento spesso dimenticato. Sullo sfondo di molte analisi restano due
concetti: multilateralismo e multipolarismo. Il primo nasce dall’idea
illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise e cooperazione; il
secondo descrive un potere distribuito tra più centri concorrenti, ciascuno con
proprie razionalità strategiche. Resta aperta una domanda: in quale legge universale
sarebbe stabilito che l’Occidente rappresenti il vertice di una gerarchia tra
culture e società? La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, chiuse la logica
bipolare della Guerra fredda. Francis Fukuyama, con la tesi della «fine della
storia», vi lesse l’avvio di una progressiva omogeneizzazione del mondo; gli si
contrapposero lo scontro di civiltà di Samuel Huntington e le modernità
multiple di Shmuel Eisenstadt, che riconosceva la pluralità dei percorsi con
cui le società reinterpretano la modernità. Il 1989 fu anche un’occasione
mancata: invece di un ordine multipolare fondato su equilibrio e dialogo,
prevalse il tentativo occidentale di imporre un modello unico, sulla scia del
neoliberismo di Thatcher e Reagan, che presentava il capitalismo come privo di
alternative. Immanuel Wallerstein aiuta a comprendere queste dinamiche. Il
sistema-mondo capitalista, sviluppatosi dal XVI secolo, si struttura in una
gerarchia tra aree centrali, dotate di forza economica e tecnologica, e aree
periferiche, specializzate in materie prime e lavoro a basso costo. Il
colonialismo ha consolidato questa struttura, producendo dipendenze e squilibri
che dovrebbero essere centrali nella comprensione dei conflitti attuali. Il
tema del declino ha radici lontane. Oswald Spengler, nel Tramonto
dell’Occidente, concepiva le civiltà come organismi destinati a nascere,
maturare e declinare: un’immagine suggestiva, che è anche il limite della sua
teoria, perché i processi storici sono attraversati dall’azione intenzionale
degli individui. Resta significativa la ricorrenza delle narrazioni di crisi:
dopo il tramonto dell’Europa come centro del mondo, l’Occidente fu sostenuto
dall’America, fino al cosiddetto secolo americano. Anche Nietzsche, con la
riflessione sul nichilismo, e Heidegger, con la critica a una razionalità
tecnica priva di un orizzonte di senso, invitano a interrogarsi sui limiti
della modernità: la tecnica può organizzare il mondo, ma non basta a fondare la
vita.
La trasformazione in corso segna la perdita del monopolio interpretativo
dell’Occidente: non esiste un unico percorso storico lineare destinato a essere
universalizzato. Zygmunt Bauman ha descritto la liquidità delle società
contemporanee come dissoluzione delle strutture solide della modernità, un
processo oggi evidente soprattutto in Europa e Nord America. Come ricordava
Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche producono
spesso effetti di ritorno inattesi: l’egemonia occidentale è nata dalla
modernità, e le contraddizioni della modernità contribuiscono oggi al suo
logoramento. Marchi globali, musica e consumi di massa sembrano testimoniare
l’universalizzazione del modello occidentale; spesso, però, vengono
reinterpretati e adattati ai contesti locali, perdendo parte del significato
originario. Anche la nozione di Occidente va ridefinita. Costruzione
storico-culturale che attraversa il mondo greco, l’eredità romana e cristiana e
la modernità europea, ha finito per indicare un tempo, quello della modernità.
Ma sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione si sono diffusi su scala
globale: assistiamo alla fine della pretesa che il modello occidentale sia
l’esito naturale e inevitabile della storia. Siamo in mezzo al guado, e il guado
è il tempo presente, con le sue contraddizioni e possibilità. Riconoscere che
non esistono culture superiori, che la modernità è plurale e che l’Occidente è
una forma tra le altre non significa arrendersi o subire come le élite
globaliste e finanziarie vogliono farci credere. È piuttosto una condizione per
abitare responsabilmente un mondo senza un centro unico, che chiede più
dialogo, più ascolto e più giustizia.
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