UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 27 ottobre 2026

L’INDUSTRIA DELLA PAURA
di Angelo Gaccione


Illustrazione di Laura Lobetti-Bodoni

Hanno martellato per una settimana intera su giornali, radio e televisioni per creare un clima di paura; vi si sono impegnati personaggi di ogni tipo e persino uomini e donne delle istituzioni. Hanno dipinto Milano come in preda al cataclisma credendo di spaventarla, come se la città non avesse visto di peggio; non avesse subìto il terrore delle stragi e delle bombe. E invece la città non è caduta nel tranello. Sabato era una giornata luminosa con un cielo particolarmente azzurro: così bello quando è bello, così splendido, così in pace come scrive Manzoni nel diciassettesimo capitolo de I promessi sposi, ed io volevo vedere con i miei occhi se il tam tam della paura, dell’industria della paura, avesse avuto effetto. E invece no. La linea gialla della Metropolitana era attiva come le altre e Piazza del Duomo era, come sempre, gremita di turisti, famiglie, coppie, musicanti. I blindati della polizia e le tute dei militari non avevano scoraggiato nessuno e la vita ferveva. Ferveva in Galleria, e quasi per niente in via della Spiga come in via Monte Napoleone. Faceva un certo effetto vedere molte delle vetrine degli opulenti negozi della moda sigillati da tavole di compensato. Il cielo era in pace e non c’erano guastatori in giro, stonavano un paio di elicotteri che vigilavano dall’alto; ma vigilavano sul nulla. Ho approfittato per scattare delle foto alle targhe commemorative dei patrioti Francesco Restelli e Cesare Correnti, e a quella dei bambini ebrei cacciati dalla scuola di via della Spiga con l’introduzione delle leggi razziali in Italia. Come per un segno del destino ho scoperto una targa sulla parete interna di un palazzo (Proprietà Visconti Uno) che alla pace rende onore. È in versione latina con la traduzione italiana in basso: “Spiga, nome di pace. / Chiunque ama comporre il grato nome della pace / qui, dove la spiga verdeggia / trova gli auspici della pace”. Ed è stata davvero di buon auspicio. In via Monte Napoleone la lapide al patriota Emilio Morosini sulla facciata della casa dove aveva abitato, e quelle che ricordano i capi dell’insurrezione contro gli austriaci, quella dove visse Cattaneo con le lettere sempre più sbiadite e illeggibili, come quella di Tommaso Grossi, oramai divenuta una pietra bianca e vuota. È anche questa indifferenza colpevole, questa mancanza di cura, che alimenta la rabbia. Per non guastarmi il sangue decido di sbucare in Piazza San Babila: tutto tranquillo anche lì. Mando un messaggio rassicurante ad un amico a Pisa che voleva sapere notizie su questo inesistente pomeriggio di paura, e mi dirigo verso Piazza dei Mercanti. 


Atelier Teatro

Altra piacevole sorpresa: mi trovo davanti ad un rudimentale palco, ad una tela che funge da sipario e ad un pacifico pubblico seduto sui gradini della Loggia e su degli sgabelli di colore rosso. Aspettano la recita di Atelier Teatro che sta tenendo un festival di teatro popolare nelle piazze della città. Lo farà fino al 22 novembre: ecco un ottimo modo per creare rapporti, relazioni pacifiche, divertimento sano, contro coloro che pretendono di blindarla la città. Mi viene in mente una frase dello scrittore svedese Stig Dagerman: “Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà”. Prendo posto anch’io: ci sono dei bambini ed io mi trovo sempre bene in loro compagnia; ci godiamo una esilarante Canovacci di commedia. Un purpurri, una mescolanza, un ibrido nato da un Seminario Internazionale di Commedia dell’Arte ed ora ci viene restituito. Gli attori provengono da città diverse, lo scopriremo alla fine quando si presenteranno al pubblico individualmente; il pretesto è L’opera da tre soldi di Brecht, ma la commedia dell’arte improvvisa e mescola. Tante le allusioni a Milano, ai suoi luoghi, ai suoi eventi. Non potevano, ovviamente, mancare quelle al sabato nero dei disordini e dei saccheggi. Con molta ironia verso il potere, come si conviene.

ELEZIONI E DEMOCRAZIA



Il risultato delle elezioni in Serbia ed in Brasile è molto confortante.
La vittoria, per via pacifica e democratica, del Movimento degli Studenti in Serbia (eccellente modello per i nostri studenti) e la vittoria del coraggioso e tenace ottantenne in Brasile portano un messaggio comune: il neo fascismo della violenza e dei miliardari si può battere per via democratica.
La lotta per consolidare questi primi risultati sarà durissima perché i miliardari impiegheranno enormi risorse per finanziare la violenza ma, ora, sappiamo che possiamo alimentare e rianimare una nuova speranza nella democrazia.
Marco Vitale

BREVI NOTE SUL TEMPO PRESENTE
di Luigi Russo



Gino Paoli cantava: «Eravamo quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo…». Per leggere il tempo presente immaginiamo che quei quattro amici siano la storia, la filosofia, la sociologia e l’antropologia: strumenti utili per comprendere i nuovi assetti geopolitici. Cicerone ricordava che la storia è magistra vitae, un insegnamento spesso dimenticato. Sullo sfondo di molte analisi restano due concetti: multilateralismo e multipolarismo. Il primo nasce dall’idea illuminista di un ordine regolato da istituzioni condivise e cooperazione; il secondo descrive un potere distribuito tra più centri concorrenti, ciascuno con proprie razionalità strategiche. Resta aperta una domanda: in quale legge universale sarebbe stabilito che l’Occidente rappresenti il vertice di una gerarchia tra culture e società? La caduta del Muro di Berlino, nel 1989, chiuse la logica bipolare della Guerra fredda. Francis Fukuyama, con la tesi della «fine della storia», vi lesse l’avvio di una progressiva omogeneizzazione del mondo; gli si contrapposero lo scontro di civiltà di Samuel Huntington e le modernità multiple di Shmuel Eisenstadt, che riconosceva la pluralità dei percorsi con cui le società reinterpretano la modernità. Il 1989 fu anche un’occasione mancata: invece di un ordine multipolare fondato su equilibrio e dialogo, prevalse il tentativo occidentale di imporre un modello unico, sulla scia del neoliberismo di Thatcher e Reagan, che presentava il capitalismo come privo di alternative. Immanuel Wallerstein aiuta a comprendere queste dinamiche. Il sistema-mondo capitalista, sviluppatosi dal XVI secolo, si struttura in una gerarchia tra aree centrali, dotate di forza economica e tecnologica, e aree periferiche, specializzate in materie prime e lavoro a basso costo. Il colonialismo ha consolidato questa struttura, producendo dipendenze e squilibri che dovrebbero essere centrali nella comprensione dei conflitti attuali. Il tema del declino ha radici lontane. Oswald Spengler, nel Tramonto dell’Occidente, concepiva le civiltà come organismi destinati a nascere, maturare e declinare: un’immagine suggestiva, che è anche il limite della sua teoria, perché i processi storici sono attraversati dall’azione intenzionale degli individui. Resta significativa la ricorrenza delle narrazioni di crisi: dopo il tramonto dell’Europa come centro del mondo, l’Occidente fu sostenuto dall’America, fino al cosiddetto secolo americano. Anche Nietzsche, con la riflessione sul nichilismo, e Heidegger, con la critica a una razionalità tecnica priva di un orizzonte di senso, invitano a interrogarsi sui limiti della modernità: la tecnica può organizzare il mondo, ma non basta a fondare la vita. 



La trasformazione in corso segna la perdita del monopolio interpretativo dell’Occidente: non esiste un unico percorso storico lineare destinato a essere universalizzato. Zygmunt Bauman ha descritto la liquidità delle società contemporanee come dissoluzione delle strutture solide della modernità, un processo oggi evidente soprattutto in Europa e Nord America. Come ricordava Franco Ferrarotti riprendendo Thorstein Veblen, le vittorie storiche producono spesso effetti di ritorno inattesi: l’egemonia occidentale è nata dalla modernità, e le contraddizioni della modernità contribuiscono oggi al suo logoramento. Marchi globali, musica e consumi di massa sembrano testimoniare l’universalizzazione del modello occidentale; spesso, però, vengono reinterpretati e adattati ai contesti locali, perdendo parte del significato originario. Anche la nozione di Occidente va ridefinita. Costruzione storico-culturale che attraversa il mondo greco, l’eredità romana e cristiana e la modernità europea, ha finito per indicare un tempo, quello della modernità. Ma sviluppo tecnologico, capitalismo e innovazione si sono diffusi su scala globale: assistiamo alla fine della pretesa che il modello occidentale sia l’esito naturale e inevitabile della storia. Siamo in mezzo al guado, e il guado è il tempo presente, con le sue contraddizioni e possibilità. Riconoscere che non esistono culture superiori, che la modernità è plurale e che l’Occidente è una forma tra le altre non significa arrendersi o subire come le élite globaliste e finanziarie vogliono farci credere. È piuttosto una condizione per abitare responsabilmente un mondo senza un centro unico, che chiede più dialogo, più ascolto e più giustizia.

SCIOPERO GENERALE CONTRO GUERRA E CAROVITA
A Milano il 30 ottobre 2026 ore 10 in Piazza Duca d’Aosta




 

PER LA PALESTINA
500 giorni in piazza contro lo sterminio.




VERITÀ E MENZOGNA
di Chicca Morone
 


Scendere da un aereo e trovarti davanti a un plotone di presunti infermieri vestiti di tute bianche, armati di termometri è qualcosa che rimane impresso nella mente come sinonimo di ansia e menzogna: era febbraio 2020 e si stava preparando la rappresentazione di una tragedia molto umana di cui siamo stati tutti vittime. La temperatura del corpo poteva indicare la presenza del virus Sars Covid 2 e la macchina bellica era stata avviata. Anni di follia e di violenza, poi improvvisamente l’attenzione si è spostata sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e il virus si è “attenuato”. Sugli schermi è comparso ancora l’ineffabile Mario Draghi - già ci aveva edotti sull’importanza della vaccinazione per non morire e non mettere a rischio la vita degli altri, bufala contraddetta dalla stessa AIFA - asserendo che l’invasore sarebbe stato sconfitto in poche settimane, visto che la famosa Armata Rossa stava combattendo con poche armi e totalmente sprovvista di tecnologia... inutile qualsiasi commento.
Come aveva previsto il premio Nobel Luc Montagnier “La menzogna prende l’ascensore mentre la verità sale faticosamente le scale, ma alla fine emerge” e, anche nel caso di questa tragica guerra, la terribile realtà sta palesandosi in tutta la sua chiarezza; come l’asserzione che il vaccino fosse sicuro ed efficace, soprattutto non sperimentale. Siamo stati tutti cavie, consenzienti e raggirati dall’aver firmato il consenso informato. Da notare che, con la sentenza della Corte Costituzionale 199/2025 a carattere definitivo - con cui è stata confermata la legittimità di tutti i provvedimenti presi dal governo in quel periodo - oggi i colpevoli di tale scempio possono dichiarare innocentemente che “Tachipirina e vigile attesa era una c****ta mostruosa” senza andare in giudizio.  
Ciò che continua a essere il motivo conduttore di questa nostra realtà è quindi la violenza, la volontà di destabilizzare, di creare scontri per evitare che noi tutti viviamo in pace nella nostra terra, secondo le nostre leggi e le nostre usanze.
Dalla contrapposizione tra i cosiddetti no-vax e vaccinati, “putiniani” ed europeisti, cristiani e islamici, palestinesi e sionisti per non parlare degli Stati Uniti, da sempre esportatori della democrazia nelle terre ricche di petrolio... esiste una continua dinamica di “l’un contro l’altro armati” nel caos più completo.
La domanda è “a chi giova questa situazione?”
È utile ai soliti noti, quelli il cui progetto di globalismo è fallito miseramente e che insistono per volerci far sparire dalla faccia della terra. Cioè a coloro che guadagnano dalla vendita delle armi, dei medicinali necessari per curarci dalla marea di malattie sorte in questi ultimi anni; utile a chi specula in borsa e ha precedenti notizie di attacchi terroristici; a chi organizza l’immigrazione clandestina e sfrutta le “risorse” gestendole contro i privati cittadini che pagano le tasse e vorrebbero essere tutelati, non repressi, dallo Stato.



Le ultime giornate di vandalismo a Torino, Milano, Bologna, Brescia, Padova ecc. hanno un’unica matrice che, partita come rivolta studentesca, ha deragliato in una sorta di danneggiamenti a strutture urbane, distruzione di vetrine di negozi di super lusso con relativo saccheggiamento di borse, cinture, felpe e oggetti vari tutti rigidamente firmati, da portare al mercato “Balon” il prossimo sabato: sempre che gli incappucciati non siano nuovamente impegnati in qualche espressione di “disagio sociale”. Anche supermercati e negozi di alimentari hanno subito violenza, restando senza scorte a causa della giustificatissima protesta dei trasportatori; ma il peggior sopruso è stato perpetrato sui cittadini scesi in piazza per manifestare per la pace e contro il caro vita, coinvolti in un intensificarsi progressivo di azioni aggressive e conflittuali - da cui erano estranei - anche da parte delle forze dell’ordine: il diritto di palesare il proprio dissenso è previsto dalla Costituzione, non ovviamente in modo violento. Un video girato durante il 17 ottobre mostra un ragazzino in tenuta d’assalto con due splendidi occhi azzurri che spuntano dal bavero sollevato: si rivolta contro l’adulto che lo sta riprendendo e che stupisce alla sua età e statura. Si, ha dodici anni ed è noto nel suo quartiere per l’aggressività e il comportamento tipico da “maranza”. Il giorno dopo il padre marocchino manda on line un filmato nel quale si scusa vergognandosi, non giustificando il figlio; così come incredula è la madre del quattordicenne, svegliata dal sonno alle 3 del mattino e chiamata in questura per l’arresto del figlio.
Gli spazi vandalizzati generano una percezione di insicurezza in tutti noi, come il pericolo del contagio durante la pandemia, il fantasma della guerra nucleare, il rincaro delle materie prime, il crollo del potere di acquisto della nostra moneta, l’invasione islamica con imam che chiariscono molto bene le loro intenzioni.
Noi come ci difendiamo?
Evitando di reagire approfondendo le reali cause di tale situazione: lasciando che il gas fornito dal Nord Stream venga acquistato da Trump e ci venga rivenduto con i “giusti rincari”; sovvenzionando l’Ucraina pur sapendo che l’attentato al gasdotto è stato compiuto da un loro commando; inviando a Zelensky armi da lui rivendute al mercato nero; avallando i pacchetti di sanzioni contro la Russia ed evitando accuratamente di prendere posizione sui vari genocidi tutt’ora in atto. Permettendo un tribunale che giudichi secondo la Sharia a Padova e costruendo un’enorme struttura a Torino che prevede non solo la Moschea, ma il complesso di islamizzazione in un quartiere ad alta intensità straniera. Qualche mente illuminata asserisce che i poliziotti debbano imparare l’arabo, ma dell’integrazione almeno linguistica per avere la cittadinanza italiana non se ne parla.
Non ci vuole il generale Vannacci per chiarire ai nostri governanti che vogliamo essere tutelati da uomini che non permettono alle loro donne di avere gli stessi diritti che abbiamo noi e che ci spiegano quanto cambierà l’ordinamento della nostra società quando saranno in maggioranza e ci dovremo adattare alle loro leggi.

INVIATE DAI LETTORI




lunedì 26 ottobre 2026

DALLA PARTE DEI GIOVANI EUROPEI
di Antonio Montagnese 


 
Il Governo Italiano si è riunito e dopo uno studio approfondito e accurata analisi ha deliberato una nuova via per le nuove generazioni in cerca di futuro: quella delle carceri, ma solo dopo essere stati severamente malmenati.
Nel caso in cui i giovani invece chiedessero la ragione per cui sono stati derubati del loro futuro, dovrebbero essere bastonati a sangue.
Le nuove generazioni di tutta Europa hanno preso consapevolezza che sono stati depredati del loro futuro ad opera di una classe politica incompetente e incapace di intuire e costruire politiche innovative. Una classe politica sottomessa ai voleri predatori dei padroni: finanzieri e imprenditori.
Nel momento in cui la NATO, sospinta dai comitati di affari americani, spostava verso Est la sfera di influenza, non c’è stata in Europa una classe politica capace di comprendere che avrebbero scatenato una nuova guerra, scivolando all’indietro verso gli anni bui della storia.
Una classe politica capace avrebbe dovuto invece coinvolgere gli stati dell’est Europa facendoli aderire all’Unione Europea, Russia compresa. L’ingresso nell’Unione Europea era una aspirazione delle nuove generazioni degli stati dell’Est, desiderosi di entrare in Europa, vista come spazio di libertà, democrazia, uguaglianza e giustizia sociale. L’Avvicinamento all’Unione Europea avrebbe rappresentato l’avvio di un processo democratico degli stati dell’Est Europa, che peraltro rappresentava una legittima aspirazione delle nuove generazioni, desiderosi di liberarsi dalle politiche repressive.



L’Avvio di un processo europeo inclusivo avrebbe evitato la guerra con i conseguenti risvolti economici che oggi conosciamo nell’intero continente europeo. L’Europa invece ha deciso di seguire la Nato e i comitati di affari americani, muovendo guerra ai giovani dell’Est, desiderosi di uno spazio pacifico e di libertà, rappresentato fino ad allora dall’Europa.
Ma le grandi intuizioni politiche potevano essere realizzate da menti dotati di pensiero e non invece da piccoli cervelli mai visitati e illuminati dall’intelligenza. Era necessario impedire e non fomentare lo scontro per evitare una guerra sanguinosa che ha anche dissanguato l’Europa dalla ricchezza che avrebbe potuto e dovuto impiegare per costruire il futuro delle nuove generazioni, avendo cosi anche a disposizione le risorse energetiche provenienti a basso costo dall’Est. L’Europa avrebbe dovuto aprirsi e offrire uno spazio di libertà e diplomazia. L’Europa avrebbe dovuto cogliere le aspirazioni provenienti dai giovani dell’Est, costruendo un continente di cultura democratica, un luogo di libertà e giustizia sociale, non invece un fortino armato con le armi dei pupi americani. L’Europa si è dissanguata in una guerra folle perché guidata dalla pochezza di una classe politica mediocre, ricattata o ricattabile, incapace di tenere la schiena dritta nei confronti dell’America e i suoi compagni di merenda come gli Israeliani, ma anzi preoccupata di mostrarsi remissiva e accondiscendente verso i comitati di affari. In questa nuova e avvilente realtà Europea, le contestazioni dei giovani che si verificano in Francia, Spagna, Grecia, Albania, Italia, Svizzera, rappresentano davvero l’unica novità. I vecchi incompetenti non dovrebbero reprimere i giovani per spezzare il momento nuovo e dinamico che sta realizzando. I giovani dovrebbero essere liberi per esprimersi e lavorare per realizzare le loro legittime aspirazioni, come la pace, la protezione dell’ambiente e una maggiore giustizia sociale, un mondo migliore, rispetto a quello realizzato dalla miseria politica attuale.

 

 

TUTTO AL MACERO?
di Angelo Gaccione
 

Cartolina postale di Salvatore Quasimodo

L’infausta vicenda che ha colpito la mia biblioteca personale ha spinto diversi lettori a scrivermi allarmati. Comprendo benissimo le loro preoccupazioni dal momento che nel corso della mia vita non ho fatto che leggere libri, discutere di libri, occuparmi di libri, scrivere di libri. Una vita fatta di libri. Di conseguenza ne ho accumulati tanti e, come scriveva Petrarca all’amico Anchiseo, “ne possiedo più del necessario”. In una lunga vita di scrittura, la lettura diviene anch’essa una pratica quotidiana ineliminabile e si finisce per occupare con i libri ogni spazio possibile. Carlo Bo li aveva stipati dappertutto e quando mi ricevette in via Maria Teresa, le sedie su cui sedemmo erano sovrastate da colonne di libri e l’intera stanza ne era colma; come ogni spazio possibile della sua abitazione, e dovevi prestare attenzione a dove poggiavi i piedi, a come muovevi un arto, per evitare che tutto rovinasse a terra. Faceva a gara con l’amico Giovanni Spadolini: una gara a chi ne possedeva di più. Ho raccontato quella vicenda in uno scritto sulla rivista fiorentina “Nuova Antologia” un po’ di anni fa. Non è improbabile che il personaggio del racconto “Il libro della staffa”, il professore che morirà seppellito dai suoi libri per il cedimento dei pavimenti di Sonata in due movimenti, io l’abbia concepito pensando all’appartamento milanese di Carlo Bo. Ma lui aveva la casa paterna di via XX Settembre a Sestri Levante e i locali dell’Università di Urbino di cui era rettore, per ricoverare le sue sterminate creature. Ma noi? Tanti, fra quelli che mi hanno scritto, si trovano nella mia medesima condizione: avere accumulato una quantità esagerata di libri e ora si domandano che ne sarà di loro. “(…) Poni degli interrogativi sui libri che sono anche i miei. A cui aggiungo: quando morirò dove finiranno i libri che tengo anche in cantina (due librerie), oltre alle tre che ho in casa? So che anche le biblioteche non accolgono più libri di persone scomparse… Tutto al macero? Un’umanità al macero e da macero?” così mi scrive il saggista Franco Toscani. Ho un nodo alla gola mentre leggo le sue parole; sposto un volume da un ripiano e mi rianimo: dalla mia Carboneria affiora la stampa di una cartolina postale che il poeta Salvatore Quasimodo ha spedito all’amica Lina Angioletti il 7 aprile 1960 da Atene. L’anno prima gli era stato assegnato il Premio Nobel. Ecco il testo vergato a mano con bella grafia: “Qui, Salvatore – festeggiato come nei trionfi, ma triste per la legge dei contrari. Qualcuno si ricordi di mio padre felice! Salvatore e che vi abbraccia”. Quando Lina mi ha consegnato questa stampa? Perché me ne aveva voluto far dono? Forse perché non finisse al macero, forse perché sapeva che si sarebbe trovata bene dove l’ho a lungo custodita. 

TEMPI FORMIDABILI
di Maria Antonietta Montella


 

Questo è un racconto di una carriera lavorativa partita dal basso: dalla mia posizione di immigrata assunta in una grande impresa del Nord. Mai avrei immaginato di ritrovarmi in una delle più grandi aziende di comunicazione, in una direzione strategica che tuttavia nasce e muore praticamente con me. I miei ricordi in questa stupenda prigione che sembra una gabbia si sfogliano come un mazzo di carte. Ho incontrato grandi e piccoli personaggi - alcuni di sicuro, altri di discreto, altri ancora di incerto talento - che hanno lasciato un segno dentro di me. Li ho visti senza paraocchi, impietosamente, non ho risparmiato impressioni neppure de visu, quando ne ho avuto l’occasione.
Sono arrivata a Milano per un pesce d’aprile, fresca di laurea in sociologia ed esperienza didattica, avevo ventidue anni. Avrei visto un po’ il mondo e me ne sarei tornata nella mia terra, in Toscana a fare l’insegnante - era quello che in fondo volevo fare. Lo stage me lo avrebbe permesso.
Ci sono rimasta 40 anni, pazzesco. Dopo lo stage e l’avventura come copy fino alla maternità, sono diventata molto determinata a rimanere a Milano. Al rientro, dopo la pausa per la nascita del figlio, insoddisfatta della mia posizione - la nuova direzione pensava non ritornassi e mi avevano inserito ultima in un nuovo gruppo - mi sono inventata un nuovo lavoro. Ho sfruttato l’esperienza universitaria fatta durante il corso di Cinema e spettacolo tenuto dal mio professore, Pio Baldelli. Erano gli anni ’70, Baldelli era un mito come esperto di Comunicazione e come direttore responsabile di Lotta Continua. Così ho creato, su suggerimento della nuova diarchia direttiva che mi aveva messo alla prova, l’ufficio cinema che mancava alla nostra direzione.
Lì, ho fatto di tutto. Ho scritto sceneggiature televisive, diretto video commerciali, creato e prodotto filmati per eventi e road show.
Ho fatto l’executive producer, la regista, il direttore creativo, la problem solver - in un corso ad hoc per dirigenti ho preso il massimo dei punteggi - la facilitatrice di rapporti tra la mia azienda e le agenzie.
Quando sono diventata responsabile di tutta la comunicazione pubblicitaria della Casa Editrice, la maggior parte dei miei colleghi se l’aspettava.
Bene, diciamo che su una quarantina di persone - tanti eravamo a quel tempo - il rapporto di quanti non hanno amato essere scavalcati da una pari era di uno su quattro. Da questi quattro totali - eccetto una, ma non per motivi di riconoscimento - non ho mai avuto in seguito problemi. Come responsabile ho fatto anche la tutor per quattro studenti (uno all’anno) del Master di Comunicazione: un percorso di formazione superiore con probabile inserimento in azienda dove era necessario essere seguiti, oltre che dai docenti, da manager delle aziende che facevano capo alla galassia Fininvest.
Ho fatto risparmiare tanti soldi alla mia azienda. Una volta mi sono divertita a quantificarli con il mio gestore del personale: la cifra si aggirava intorno ai 130 mila euro l’anno, di risparmio vero. Non male, eh?



Durante questa lunga avventura ho visto fare, e ho fatto, cose che i nati nel terzo millennio non possono lontanamente immaginare. Testi battuti tramite pulsanti di metallo su nastri rossi e blu, errori sbianchettati col pennello. Illustratori dipingere con bottigliette di vetro dalla punta di spugna piene di inchiostro colorato, le indispensabili Ecoline. Grafici spennellare cartoncini di una speciale colla rimovibile e dall’odore stordente, la Cow, e appoggiarvi sopra con estrema precisione striscioline di parole. Montatori - oggi si chiamano editor, all’americana - tagliare metri di pellicola alla moviola - ma anche centimetri - e riattaccarla con lo scotch.
Sono passata dalla pellicola al digitale. Sono stata testimone dei primordi di nuove tecniche video, di effetti speciali che prima inventavamo con accrocchi manuali. Prima del Mirage e dei suoi figli che hanno reso tutto facile. Fin troppo. Quarant’anni. Volati via in un soffio. Come la vita.

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