UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 2 marzo 2024

LA RESISTENZA NELLE SCUOLE   

Il partigiano Giotto
ed Elisabetta Violani

Nelle scuole di Genova non manganelli della polizia, ma informazione, cultura, bellezza.
 
 

                                                                               
Seguendo l'esortazione ricevuta dal Presidente Mattarella, il Calendario del popolo antifascista – la resistenza partigiana giorno per giorno, incontra i ragazzi nelle scuole, non con i manganelli, ma con l'autorevolezza dell'esempio di tante donne e tanti e uomini che spesso, donando la loro vita, ci hanno regalato quella libertà di cui oggi disponiamo e per la quale abbiamo tutti il dovere di lottare per non perderla. Giordano Bruschi, partigiano Giotto, racconterà alle ragazze e ai ragazzi delle scuole di Genova, e non solo, la Resistenza rappresentata, in parte, dai 366 partigiani indicati nel calendario. Lunedì 4 marzo al Liceo Cassini di Genova (dove ha studiato Giacomo Buranello), lunedì 25 marzo in collegamento on line con il Liceo Pilo Albertelli (trucidato alle Fosse Ardeatine) di Roma (dove ha studiato Enrico Fermi), venerdì 5 aprile all' Istituto Duchessa di Galliera con l'ILSREC, giovedì 11 aprile all' Istituto Nautico in Darsena, venerdì 12 aprile al Centro Civico Buranello con l'ANPI e 4 classi dell'I.C. Sampierdarena, mercoledì 17 aprile all'Istituto Montale in via Timavo, giovedì 18 aprile al Teatro Albatros con il DFL di Genova e 4 classi dell'I.C. Cornigliano, mercoledì 24 aprile alla Elementare Borsi in via Fratelli Cervi, venerdì 26 aprile ad Albisola Superiore con l'ANPI e il Comune di Albisola che doneranno ai diciottenni la Costituzione Italiana e riceveranno dal Circolo Sertoli il Calendario del popolo antifascista. Bello vero? 
Elisabetta Violani - Giuseppe Pezzoni

 

 

VOCI DI DONNA




venerdì 1 marzo 2024

TACCUINI
di Angelo Gaccione


Il chiostro delle Dame Vergini al Vettabia.


Veduta del chiostro negli anni Dieci
del Novecento
 

La lapide per Giannantonio

Sulla facciata del palazzo di via San Martino n. 5 c’è una lapide dedicata al partigiano Giannantonio Pellegrini Cislaghi. Era nato a Milano il 29 settembre del 1928 e frequentava la quinta classe ginnasiale allorché decise di partire per arruolarsi e combattere i nazifascisti. Quando lo fucilarono alle Fosse Reatine, vicino all’aeroporto, in quella tragica Pasqua del 1944, non aveva ancora compiuti 16 anni. A Rieti un cippo e una scuola intestata a suo nome ne conservano la memoria. Se poso gli occhi su un adolescente di 15 anni di oggi, magari un nipote, mi corre un brivido lungo la schiena. Una via e un palazzo che mi sono cari per il sacrificio di questo ragazzino partigiano, e perché dobbiamo al nonno Antonio e al padre Luigi Pellegrini Cislaghi, se nel giardino di questa casa si sono potuti conservare, alcuni pregevoli reperti antichi appartenuti al chiostro delle Dame Vergini della Vettabia e non solo.

Stele delle Fosse Reatine
con il nome di Giannantonio

Con la chiusura e poi con l’abbattimento del Monastero, molto andò disperso e molto fu irrimediabilmente compromesso. Un monastero che era rimasto in piedi per ben sette secoli (dal XIII, quando le religiose riuscirono a dar corso all’edificazione del conventus Virginum de Domo Nova, fino alla demolizione avvenuta nel primo ventennio del Millenovecento), e che poteva vantare uno splendido chiostro, come si può vedere nelle foto in bianco e nero disponibili. Non ne rimane nulla, se non una lastra murata sotto il balcone di un palazzo di stile eclettico di via Cosimo del Fante al numero 3 che porta la data del 31 dicembre del 1924. Poco visibile com’è, la ignorano persino i loro abitanti, sicché se non avete letto da qualche parte dell’antico monastero, difficilmente approderete in questa traversa di Corso Italia.


La lapide sotto il balcone
in via Cosimo del Fante n. 3

Sarebbe accaduto lo stesso anche a me se non avessi letto la monografia di Luigi Pellegrini Cislaghi e aver scoperto la sua casa di via San Martino. Non sanno indicare l’area nemmeno gli addetti al santuario di San Celso che si affaccia sul corso, ma loro possono almeno andar fieri del nutrito gruppo di capolavori che si ritrovano, realizzati da pittori del calibro di Giovan Battista Crespi detto il Cerano, di Camillo e Giulio Cesare Procaccini, di Carlo Francesco Nuvolone, di Antonio Campi, del Bergognone, di Callisto Piazza, di Giovan Battista della Cerva, di Paris Bordon, giusto per citarne alcuni.

Particolare del chiostro 
prima della demolizione 

Anche le acque del Vettabia che scorrevano a ridosso del monastero e che lo contrassegnavano, non sono più visibili da tempo, coperte dal cemento come gran parte dei corsi d’acqua che facevano di Milano e dei suoi confini, una ricca città d’acqua con un importante porto, già in epoche remote.


La campanella


Fausto e Salvia


Non avremmo né la campana del Lazzaretto, né la colonna della bifora del primo piano del Monastero, né la stele funeraria con epigrafe e ritratti dei giovani sposi Fausto e Salvia risalenti al I secolo dopo Cristo, men che meno capitelli, medaglioni, serraglie o le tre campate del chiostro e la cappella, senza la passione e la costanza del benemerito Antonio Pellegrini Cislaghi. Il collezionista ha accolto queste vestigia acquistandole con il suo denaro e ha conferito loro la dignità e l’importanza che meritavano, inserendole nell’atrio e nel giardino di via San Martino, consapevole che una parte considerevole della storia della sua Milano è sedimentata in questi manufatti.



Manufatti carichi di valore storico-artistico, di sentimento spirituale, di memoria; tutti elementi utili a comporre il substrato essenziale di una civiltà degna di questo nome. Esserne coscienti ed averne cura per esserne degni, questo è il lascito di Luigi Pellegrini Cislaghi a noi posteri; è stato il suo atto d’amore per la sua città, per la nostra città. E allora come non accogliere l’invito con cui chiude la sua ricerca e il suo studio, quando afferma che “Il nostro chiostro dovrebbe trovare qui raccolte tutte le pubblicazioni passate, presenti e future che lo riguardano, affinché, riunite le sue reliquie materiali  con la sua completa bibliografia, i futuri studiosi e, primi fra essi, i posteri dell’Autore, possano sempre averne con facilità e senza dover ricorrere alle pubbliche biblioteche, quel gaudio intellettuale che li indurrà a conservare il tutto per trasmetterlo nei secoli come sacro retaggio familiare alle future generazioni”? Finiva di scrivere queste parole nel 1944 Pellegrini Cislaghi, e temeva la barbarie della guerra e dei bombardamenti; quella guerra che devastò Milano in maniera pesante. Chissà con quale trepidazione vergava queste parole: “Possa la bufera della guerra immane non cancellare ogni cosa, né rendere inattuabile questo nostro desiderio augurale”.
 
La copertina del volume

P
er fortuna le bombe del 1943 risparmiarono questo prezioso lascito intellettuale, ma ci mancò poche che una di esse, caduta non molto lontano, trasformasse tutto in polvere. I discendenti dell’autore ne hanno avuto cura e quanto è stato realizzato con sacrificio e amore è ora patrimonio della città e di quanti lo hanno a cuore. Le ricerche posteriori degli studiosi hanno arricchito, integrato, precisato - dov’era necessario - il suo lavoro, e le pubblicazioni a disposizione dei cultori si sono moltiplicate. La Fondazione Pellegrini Cislaghi continua l’opera di Antonio e di Luigi attraverso il passaggio di testimone che vede ora impegnato l'avvocato Giorgio, che ha tra l’altro introdotto la bella e ricca monografia dal titolo Il monastero delle Dame Vergini al Vettabia. Un monumento di Milano salvato (edito dalla Fondazione nel 2017), e la cui lettura mi ha tanto appassionato.  
 
ALBUM



Il lato turrito 


Giorgio Pellegrini Cislaghi
presidente della Fondazione 


Veduta del chiostro di Palazzo
Pellegrini Cislaghi 




Arcate del chiostro


Fregio sull'arcata


Graffito raffigurante il chiostro






GACCIONE A MONTICHIARI

La locandina dell'incontro






MONTICHIARI. MUSEO LECHI

Gaccione firma il suo libro

Sabato 2 marzo 2024 alle ore 16 presso il Museo Lechi, Corso Martiri della Libertà n. 33 di Montichiari


Veduta del Museo Lechi 
Montichiari

i giornalisti Marzia Borzi e Federico Migliorati 

Marzia Borzi


Federico Migliorati

conversano con Angelo Gaccione sul suo libro La mia Milano (Meravigli ed.)

La copertina del libro



UN PAESE SENZA TESI POLITICHE DIVERSE
di Luigi Mazzella


 
In un Paese in cui risulta pressoché assente il pensiero libero (quello costantemente o frequentemente volto alla ricerca di soluzioni esclusivamente razionali ai problemi concreti della gente) la vita collettiva risente del peso di credenze fantasiose di natura religiosa o politica. In un tale contesto, il bipolarismo espresso da due coalizioni in lizza ha un senso fino a quando quelle credenze utopiche appaiono tali da risultare volte a  perseguire mete  antitetiche (pur se della stessa natura fantasiosa); diventa incomprensibile quando le posizioni politiche delle due coalizioni combaciano a causa della dipendenza di entrambi gli schieramenti (detti solo fittiziamente di destra e di sinistra) dagli indirizzi imposti da una potenza terza (nel caso specifico: dagli Stati Uniti d’America) e dalle misure economiche di un’Unione che, per bocca dei suoi Commissari (sostanziali Viceré dell’epoca coloniale britannica),  assolve al compito di impedire ogni crescita europea potenzialmente dannosa per gli interessi anglo-americani; e ciò, secondo una clausola del Trattato di pace della seconda guerra mondiale. Perché la cosiddetta "alternativa" non ha più senso, con l’omologazione sostanziale delle proposte politiche? Perché esse si diversificano per aspetti del tutto irrilevanti:
a) Sul piano economico interno, in nome di un non dichiarato ma evidente “pauperismo” si limitano a prevedere un bonus invece di un sussidio, un reddito di inclusione in luogo di quello di cittadinanza; una “flat-tax per poveri” invece di un puntuto cuneo fiscale e così via.
b) Sul piano della politica estera scompaiono persino le sfumature diverse: armi e sostegni all’Ucraina; distinguo ed equilibrismi sottili sui massacri di Netanyahu, fedeltà alla NATO perinde ac cadaver (secondo la formula di Ignazio de Loyola), Europeismo acefalo senza se e senza ma.
Domanda: Perché un tale inutile conflitto tra forze politiche che vogliono sostanzialmente le stesse cose merita una sconfessione della ragione così eclatante come quella insita nelle leggi elettorali denominate Porcellum, Rosatellum e altri nomi di pari idiozia?
Con l’attribuzione di un premio dato non ad una maggioranza (50+1) ma alla minoranza più numerosa che raggiunga un del tutto irragionevole e sostanzialmente arbitrario X per cento comunque inferiore alla metà dei votanti, si fa un pessimo servizio al Paese.
E ciò, anche perché in ciascuno dei raggruppamenti finisce con il prevalere la forza politica più ideologizzata: il che significa, dopo la riduzione sempre più accentuata e progressiva del peso del credo cattolico, l’estrema destra fascista o l’estrema sinistra comunista con le rispettive utopie catastrofiche di Hitler e di Stalin. Conclusione: Un ritorno alle regole di tutte le altre (pur cosiddette) democrazie, ci solleverebbe almeno dalla paura di un ripetersi degli effetti della legge Acerbo di disgraziata memoria.

 

RESISTENZA E CLASSE OPERAIA
di Franco Astengo



Gli scioperi cominciati il 1° marzo 1944 dovranno essere ricordati in ogni occasione come uno dei punti più alti di coscienza e mobilitazione politica raggiunti dalla classe operaia italiana. In particolare in questo momento storico di grande difficoltà per la democrazia repubblicana, con la destra al potere che intende stravolgere la Costituzione all'interno di un quadro generale di enorme pericolo per la pace e la convivenza dei popoli. In quelle giornate si dimostrarono:
a) il frutto di un lungo lavoro di tenace organizzazione portato avanti durante il ventennio fascista, soprattutto per opera del Partito Comunista clandestino. In questo periodo si è molto discusso sul centenario di fondazione del Partito, sulle ragioni e i torti espressi nel congresso di Livorno (quello che è stato definito della “dannazione”), sui successivi sviluppi. È stata raccontata soprattutto la storia dei gruppi dirigenti, del legame con l’Unione Sovietica, delle contraddizioni che ne derivarono per una storia durata 70 anni attraversata dal più grande partito comunista d’occidente e da uno dei grandi partiti di massa nella storia italiana. Un partito di massa pilastro di quel “sistema dei partiti” che ricostruì il Paese dalle macerie della guerra, affermando prima di ogni altra cosa una Costituzione Democratica.
Nell’esplicitare questa “narrazione” e nel discutere anche dei risvolti più propriamente teorici e politici viene quasi sempre tenuto in ombra un aspetto che, invece, alla prova dei fatti è risultato decisivo.



Il Partito Comunista, nel ventennio, non è stato soltanto il partito dei “rivoluzionari di professione”, dell’emigrazione (che pure fu massiccia e non soltanto da parte del gruppo dirigente), delle varie “svolte”: nelle fabbriche, nelle grandi concentrazioni industriali, il Partito aveva continuato a vivere anche nell’attività delle persone semplici, degli operai che continuavano, rischiando, a testimoniarne l’esistenza. Basta leggere certi numeri dell’Unità clandestina quasi esclusivamente compilata pubblicando gli elenchi dei sottoscrittori, oppure guardare ai risultati del plebiscito fascista del 1929, e ancora avanti. Del resto anche i tanti discussi appelli “ai fratelli in camicia nera” o all’invito all’ingresso nei sindacati fascisti avevano senso perché c’era chi faticosamente continuava a tessere la tela, magari non conoscendo neppure appieno cosa stava accadendo intorno. Come era già avvenuto in precedenti occasioni (marzo, novembre 1943) gli scioperi avviati il 1° marzo 1944 in gran parte delle grandi fabbriche del Nord dimostrarono che quel lungo faticoso lavoro, costato sacrifici, galera e sangue, aveva dato i suoi frutti. Oggi, a distanza di tanti anni, non possiamo dimenticarlo e non possiamo regalare tutto alla “damnatio memoria”. In quel momento Togliatti stava rientrando in Italia e stava per lanciare “il Partito Nuovo” ma senza la presenza fisica di quella classe operaia tanto evocata quel Partito, così come lo abbiamo conosciuto nel dopoguerra non ci sarebbe stato;
b) Gli scioperi iniziati il 1° marzo 1944 rappresentarono, inoltre, il momento evidente di saldatura tra la Resistenza della montagna e quella delle Città: furono il punto d’incontro di una capacità di intervento, non solo militare ma soprattutto politico fornendo una funzione “nazionale” alla classe che resisteva. Fu questo un altro dei pilastri che portò nel dopoguerra a far sì che le sinistre costruissero assieme alle altre forze politiche la Costituzione. Soprattutto però, in quel momento, della saldatura tra le diverse realtà della Resistenza che fu costruito per davvero un “blocco storico”. Fu pagato un prezzo altissimo: penso a Savona e ai deportati a Mauthausen, ma si trattò di un momento determinante per costruire il domani.



È stato da quegli scioperi, da quelle deportazioni, che scaturì la ragione della legittimazione del 25 aprile: quando all’indomani si poté subito riprendere in mano democraticamente il nostro destino senza delegare tutto agli Alleati e recedere dalla nostra capacità di governo. Ecco: la capacità di governo della Resistenza, il far sì che fossero i CLN a nominare subito, il giorno stesso della Liberazione, Prefetti e Sindaci ebbe la sua origine da quei giorni drammatici del marzo 1944. Non possiamo dimenticare, ma nemmeno come fu preparato quel passaggio attraverso il tenace, spesso misconosciuto antifascismo praticato nelle fabbriche nella lunga notte che il Regime aveva rappresentato nella storia d’Italia.

TAV A FIRENZE: ALTRO CHE CREPE!



Dopo il caso del cantiere Esselunga, crateri nella sicurezza e nella legalità, sono quelli che si scoprono nei progetti Alta Velocità e nei ‘controlli’ delle autorità pubbliche.
 
Se lo scopo della legislazione in materia di sicurezza ferroviaria è garantire la progettazione seria e corretta di opere colossali come la TAV perché siano calate nel territorio che le ospitano tenendo contro delle sue caratteristiche, criticità e vulnerabilità, quello che sta avvenendo da almeno sette mesi a Firenze sotto gli occhi indifferenti delle autorità centrali (governo e prefettura) e locali (Comune, Città metropolitana e Regione) è quanto meno preoccupante. Si considera infatti legale e legittimo scavare chilometri di tunnel sotto la città madre del Rinascimento, vantato ‘patrimonio mondiale dell’Umanità’, senza aver coinvolto nella progettazione - e quindi nella tutela e nella prevenzione - l’organo tecnico per eccellenza, chiamato ad accorrere quando i deficit di prevenzione producono disastri, il Comando dei Vigili del Fuoco. Proprio come è successo per 60 km di tunnel monotubo TAV fra Vaglia e Bologna! Lo si fa in un territorio colpito decine di volte nella storia anche recente da piene e esondazioni, nel bel mezzo di un ‘cambiamento climatico’ magari invocato come paravento grottesco di responsabilità amministrative, o come pretesto di misure dubbie e discutibili, quanto a efficacia, per il contenimento delle emissioni di CO2. È stata presto dimenticata anche l’ultima esondazione dei torrenti minori, il Mugnone e il Terzolle, avvenuta poco più di trent’anni fa proprio nell’area TAV nella quale si sta scavando – perpendicolarmente alle linee di scorrimento delle falda - la grande buca della stazione ‘Foster’. Come non bastasse, l’unico intervento targato TAV fin qui concluso, il cosiddetto ‘scavalco’ di Castello, accusa difetti costruttivi così rilevanti da avere attirato l’attenzione della Corte dei Conti della Toscana: la galleria-artificiale-colabrodo da saldare ai 6.444 metri del sotto-attraversamento fra Campo di Marte e Castello è da tempo in condizioni di degrado, avendo intercettato non si sa se la falda o cos’altro. Per quanto si è appreso da Rfi, si procederà a sistemare le cose solo a ‘grande opera’ finita. Ma nel frattempo si attendono gli esiti degli accertamenti sul manufatto promessi a ottobre dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana quando Idra ha risollevato il caso in un’audizione presso l’Osservatorio Ambientale presieduto dal Direttore generale di Palazzo Vecchio. Ciliegia sulla torta, da informazioni ricevute dal presidente della Commissione che ha negato il collaudo tecnico-amministrativo dell’opera, evidenze di lacune nella progettazione esecutiva della galleria TAV di Castello sarebbero ben descritte e documentate nel verbale di accertamento redatto nell’ambito delle attività di quella Commissione. Documento al quale Idra ha chiesto accesso a Rfi, che non lo accorda. Ciò che più fa specie, non si ha notizia che alcuna delle autorità amministrative di controllo informate da Idra dei fatti (Comune, Città metropolitana, Regione, Autorità Nazionale Anticorruzione) abbiano richiesto o ottenuto a loro volta accesso a quel documento. Ecco perché Idra, dopo aver denunciato lunedì 19 febbraio davanti a Palazzo Vecchio i crateri nel progetto e nei controlli sortendo solo un’innocua e disinformata parodia di discussione in Consiglio comunale, torna a proporre per strada un’iniziativa di informazione diretta alla cittadinanza, nel fragoroso silenzio dei grandi media indipendenti. “A meno che non si sia provveduto silenziosamente ad attività che abbiano colmato la grave lacuna indicata - ha scritto per posta certificata l’associazione al Prefetto e al Ministro dell’Interno, ma anche alla Presidente del Consiglio e ai responsabili dei dicasteri Infrastrutture, Ambiente, Lavoro e Giustizia - la nostra modesta cultura civica e giuridica ci fa ritenere di essere autorizzati a considerare inaccettabile un siffatto improvvido comportamento da parte delle Autorità pubbliche cui è affidato il compito delicato di garantire la sicurezza e la vita della comunità, Esprimiamo quindi - insieme alle nostre vive rimostranze - rammarico e indignazione. Rinnoviamo l’istanza all’interlocuzione fin qui vanamente avanzata. Chiediamo siano attivati gli interventi urgenti necessari a ripristinare condizioni di legalità e sicurezza nella città di Firenze”.
Associazione di volontariato Idra
idrafir@gmail.com
055. 760.27.73 - 334. 904.36.02

TAV A FIRENZE



Le dichiarazioni di Giani ignorano i problemi e non tranquillizzano.
 
Le dichiarazioni del Presidente Eugenio Giani non rassicurano, anzi preoccupano il Comitato No Tunnel TAV e i cittadini che vivono nelle vicinanze del Passante TAV. La richiesta di uno stop ai lavori viene anche dalla constatazione che questo progetto creerà un mostro urbanistico e dei trasporti con due stazioni scollegate tra loro: “la scelta di seguire sotto terra la cintura ferroviaria ha introdotto vincoli al progetto e per contro non sembra averne minimizzato i disagi per i “fiorentini”. Sono parole dell’analisi costi benefici stilata nel 2019, i “vincoli” di cui si parla sono dovuti soprattutto alla creazione di un sistema che cancella la “centralità di Santa Maria Novella”, frammenta il sistema, è un danno per Firenze, un beneficio solo per chi da Firenze transita. Se i binari del Passante fossero sistemati in superficie si manterrebbe la razionalità del sistema e si potrebbe scegliere una stazione passante per i treni AV tra quelle esistenti, con rischi zero e costi assai inferiori. Perché Giani questo non lo vuol nemmeno ricordare? Ma lo stop ai lavori viene anche nel constatare i problemi che emergono adesso. Già dopo 400 metri di marcia la TBM, la macchina che scava, ha dimostrato che danni agli edifici ci sono e ci saranno. Questo ha messo in ansia molti cittadini che vivono nelle zone interessate dagli scavi, forse ansia eccessiva, ma su questo proprio Giani dovrebbe fare un esame di coscienza per la pessima comunicazione fatta su questo progetto: si sono dette e si dicono gravi inesattezze, si è fatta e si fa una propaganda di negazione dei problemi anche adesso che emergono.
Le persone non si fidano.
Diversi cittadini si son messi in contatto con il Comitato e sono disorientati non tanto dall’assenza delle istituzioni (Regione e Comune), ma dal fatto che queste hanno nascosto i problemi. Il Comitato si è sforzato di tranquillizzare cercando di far capire che, se non ci saranno “cigni neri”, i problemi dovrebbero essere tali da non pregiudicare la sicurezza degli edifici.
Ma adesso stanno esplodendo anche altre contraddizioni non da poco, come le interferenze con la tramvia che risulterebbe danneggiata dallo scavo dei tunnel. Il presidente di Tram SpA ha parlato di 18 millimetri di subsidenze previsti in viale Lavagnini, ma forse a Bartaloni è stato mostrato il progetto redatto nel 2009; se volesse controllare la revisione fatta nel 2022 a cura di Infrarail vedrebbe che le previsioni sono salite a 50 o 60 millimetri. Se 18 mm sono incompatibili con la tramvia come lo saranno 50 o 60?
Le dichiarazioni tranquillizzanti di Giani forse sono più dirette a sé stesso che non ai giornalisti, sempre che si accorga del disastro della pianificazione delle infrastrutture che sta emergendo a Firenze.
 
Comitato No Tunnel TAV Firenze
Tel. 338 3092948

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