UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 16 settembre 2026

PERSONALISMO E POPULISMO
di Franco Astengo


 
Gli inciampi del Pd e Movimento 5Stelle    
 
Scusandomi dell’insistenza torno ad analizzare la situazione politica italiana sul versante del centro-sinistra così come può essere possibile leggerla al momento della riapertura dei lavori parlamentari e in conclusione delle diverse “feste” di partito e di giornale. L’intento di questo modesto intervento è soltanto quello di rappresentare un punto di collegamento tra diversi soggetti che possono impegnarsi per presentare una visione “diversa” da quella del “campo largo” proponendosi, per quanto possibile, di rappresentarla anche a livello elettorale all’interno di una coalizione di centro-sinistra che necessariamente dovrà costituirsi come unitariamente “pluralista” (affrontando in questo mondo la rappresentanza delle forze di sinistra poste su di un piano non corrispondente alla possibile soluzione di governo e anche quella delle forze centriste e/o civico-centriste).
Proprio ieri, 15 settembre, si è votato al Senato la nuova legge elettorale che poi dovrà tornare alla Camera per la ratifica conclusiva: si sta ancora discutendo sulla delicata questione del numero delle firme necessarie per presentare una lista fuori da quelle già inserite nei gruppi parlamentari di questa legislatura mentre sembrano abbandonate (se mai si non portate avanti in passato) le battaglie sulle liste bloccate e sull’indicazione della leadership di coalizione.
Insomma: ai profili di incostituzionalità (pure presenti) dovrà pensarci la Corte e sarà necessario impegnarci per provocare il suo pronunciamento in anticipo sulla data delle elezioni.
Nel frattempo proprio il tema della leadership della coalizione sta causando un dibattito che sta mettendo in difficoltà il centro-sinistra e soprattutto causando smarrimento al nostro elettorato.



Si sta evidenziando un impasto tra personalismo e populismo di cui il presidente del M5S appare la sintesi emblematica nel tentativo di recupero di una certa identità originaria del movimento (che stando a notizie di stampa il fondatore starebbe per porre in discussione anche sul piano elettorale) e l’ansia di ritornare a posizioni perdute esprimendo una volontà di rivalsa che sicuramente non si addice a un frangente delicato come quello che stiamo attraversando. Dal canto suo la segretaria del PD pare intenzionata a impostare lo scontro su di un suo personale duello all’arma bianca con la presidente del Consiglio uscente: un confronto che alla fine si svolgerebbe del tutto sull’onda dell’immagine e non certo sul piano di quella radicalizzazione dei contenuti e di necessario radicamento sociale che pure la situazione, in particolare quella internazionale, richiederebbe.
Qualche settimana fa si erano levate voci ragionevoli indicanti i pericoli insiti nello scontro attraverso le primarie e nel relativo personalismo.
Egualmente appare a scartamento ridotto il necessario livello di contrasto verso l’operazione “Futuro Nazionale”.
Invece servirebbe una sinistra capace di preparare la competizione elettorale politica definendola già una “contesa costituzionale” e non una semplice gara per assegnarsi la governabilità. In questo senso mi permetto di ritenere che un atteggiamento del genere rappresenterebbe la migliore esplicitazione di quel “fronte antifascista” che dovrebbe essere rapidamente costruito almeno come componente della coalizione. La destra di governo ha mutato il senso della futura competizione, se si poteva pensare almeno fino al referendum sulla magistratura, ad un confronto racchiuso nel perimetro costituzionale adesso ci troviamo di fronte alla necessità di affermare – addirittura- la sopravvivenza dello “Stato di diritto”.



Al riguardo dei temi scabrosi dal punto di vista del programma (una stesura dettagliata non è consigliata come dovrebbero insegnarci i maestri di tutte le sconfitte dalle elezioni del 2006 in avanti) certamente servono alcuni punti distintivi comuni. Mancano però fantasia e visione: parliamo di proposte politiche e non di decreti-legge. Enuncio soltanto un caso, forse il più complicato: quello della guerra in Europa. Anche in questa occasione dovrebbe aiutarci la lettura della storia. Si tratta di combattere i nazionalismi e fornire garanzie alle popolazioni Una soluzione proponibile potrebbe essere quella coreana, Pam Mun Jon 38° parallelo. Tutto fermo con la baracca per le trattative costruita sulla linea di confine (quasi come la zattera sul Niemen).
Concludo con le parole del compianto Felice Besostri (intervento del 2013): Servono non solo la legge elettorale ma anche le regole sui conflitti di interesse, sul voto di scambio, sulle concentrazioni nei media (compresi i social n.d.r) e sul finanziamento della politica.
In sostanza: il tema costituzionale-istituzionale, della forma dell’agire politico non sarà secondario quando dovremo affrontare l’arduo cimento delle urne (compreso il ruolo dei partiti e il rapporto rappresentanza/governabilità già così sbilanciato dal maggioritario e dalla riduzione del numero dei parlamentari).

RICCHI E INCOMPETENTI
di Arnaud Bertrand



Se vuoi davvero capire a che punto è il mondo e verso dove è diretto, probabilmente non c’è nulla di più significativo dello studio PISA dell’OCSE: un test globale somministrato ogni tre anni a ben 760.000 quindicenni in 91 paesi. Nessun altro rapporto al mondo, redatto da qualsiasi istituzione, riesce a cogliere meglio se i paesi stiano costruendo o dilapidando il proprio futuro. I risultati più recenti del PISA sono stati pubblicati proprio ieri (oecd.org/en/publication) e sono davvero affascinanti, ma per certi versi piuttosto deprimenti. Perché deprimenti? Perché, purtroppo, i dati mostrano che il mondo sta diventando meno intelligente: dal 2012 circa i punteggi in scienze, lettura e matematica sono in costante calo nei paesi OCSE. Il punteggio relativo alla lettura è particolarmente preoccupante: è letteralmente crollato, perdendo 28 punti dal 2015; secondo il rapporto, ciò equivale a una perdita di quasi un anno e mezzo di istruzione scolastica. A peggiorare le cose, l’abilità di lettura che ha subito il calo maggiore a livello generale è proprio quella di cui abbiamo più disperatamente bisogno: la capacità di valutare criticamente ciò che si legge, incrociare le fonti e distinguere il segnale dal rumore. Purtroppo, in media, i quindicenni di tutto il mondo sono sempre meno capaci di rallentare e riflettere davvero su ciò che stanno leggendo. È interessante notare, tuttavia, che analizzando i dettagli questo grande “impoverimento intellettuale” non è uniforme: si concentra prevalentemente nei ricchi paesi occidentali, mentre molti paesi in via di sviluppo stanno effettivamente diventando molto più competenti. Ad esempio, paesi ricchi come Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia sono in caduta libera, mentre nazioni come Cambogia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti stanno registrando notevoli progressi. Va chiarito che ciò non significa che i paesi in via di sviluppo siano ora “più intelligenti” di quelli ricchi: a parte una notevole eccezione, non è ancora così. Tuttavia, stanno recuperando terreno rapidamente, sia perché i paesi ricchi stanno diventando meno competenti, sia perché loro stessi stanno migliorando. L’unica eccezione è, come prevedibile, la più “intelligente” di tutte, e con un ampio margine: la Cina. 



Gioca praticamente in un campionato a sé: basta guardare la classifica nella tabella (sono stati testati solo gli studenti di Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang: 4 regioni che contano 200 milioni di abitanti). I risultati della Cina in matematica sono davvero impressionanti: secondo il rapporto, il livello più alto – il livello 5, che segna linizio della fascia dei “migliori” (top performers) – parte da un punteggio di 607. Lo studente cinese “medio” ottiene 612 punti: i ragazzi cinesi “normali” si collocano a un livello considerato d’élite nel resto del mondo. Di fatto – e questo è probabilmente il dato più curioso dell’intero rapporto – se si osserva la colonna relativa alla “percentuale di studenti con scarse prestazioni in scienze, lettura e matematica”, la Cina si ferma all’1,8%. Ciò significa che solo l’1,8% degli studenti cinesi rientra nella categoria delle scarse prestazioni in tutte e tre le materie: una cifra quasi trascurabile, paragonabile a un errore di arrotondamento. Persino Singapore, seconda in classifica e generalmente considerata un modello di eccellenza nellistruzione, si attesta al 6,8%: un dato quasi quattro volte peggiore. La Francia, il mio Paese, è al 21,3%: quasi dodici volte peggio. Tutto ciò, per inciso, sfata il mito comune secondo cui esisterebbero ragazzi geneticamente irrecuperabili e impossibili da istruire: la Cina dimostra che, con il sistema giusto, praticamente ogni studente può raggiungere un livello di competenza adeguato.


 
Cosa ci dice tutto questo sul mondo e sulla sua direzione? Oltre al fatto che, se il futuro appartiene a chi sa pensare, la Cina è nella posizione ideale per conquistarlo? Credo che il quadro generale sia questo: la traiettoria di un Paese non è mai qualcosa di inevitabile. Quindici anni fa la Finlandia era il fiore all’occhiello dell’istruzione mondiale; oggi è in caduta libera (si veda l’ultimo grafico). La Cambogia occupava l’ultimo posto in tutte le classifiche, mentre ora registra i miglioramenti più significativi mai rilevati dallo studio. A cambiare non sono stati i ragazzi: si tratta sempre di studenti finlandesi (la Finlandia ha uno dei tassi di immigrazione più bassi dell’Occidente) e di studenti cambogiani. Inoltre, non conta molto – o quantomeno conta meno – se un Paese sia ricco o meno. Per esempio, nel Sud-est asiatico, sia la Malesia che l’Indonesia – le due maggiori economie dell’ASEAN dopo Singapore – stanno ottenendo risultati molto scarsi; al contrario, la Thailandia e il Vietnam, pur essendo più poveri, vantano studenti con una preparazione migliore e punteggi in costante miglioramento. Ecco dunque la conclusione fondamentale: i ragazzi non cambiano, possiedono tutti un potenziale – sempre – come dimostrato dal caso della Cina (con quel dato dell’1,8%). Ciò che cambia è il modo in cui gli adulti decidono di valorizzare quel potenziale. È una constatazione che infonde speranza – poiché significa che qualsiasi Paese può scegliere di invertire la rotta in qualsiasi momento – ma che al contempo rattrista, visti i risultati: significa infatti che molti Paesi stanno scegliendo di deludere le aspettative dei propri giovani.

martedì 15 settembre 2026

IPERPOLITICA
di Franco Astengo


 
L’attualità sembra improvvisamente dominata dalla necessità di “regolamentare” e “fronteggiare” l’ipotesi distruttiva introdotta dall’esasperazione dell’innovazione tecnologica. Questo fatto potrà avvenire soltanto per mano pubblica? Si potrà così rappresentare la nuova frontiera della funzione dello Stato? Quale tipo di democrazia si dovrà costruire per attuare questo compito che, almeno per alcuni, dovrebbe segnare per l’umanità la possibilità stessa di continuare ad esistere?
Così dopo interi decenni di crollo delle ideologie, crisi dei partiti e «morte della politica», ecco che finalmente la politica è tornata. O almeno così sembra: in effetti, mai come oggi la società sembra spaccarsi in due su tutte le questioni di attualità, dai vaccini alla guerra in Ucraina, dall’Unione Europea a Gaza e si profila addirittura una nuova segmentazione del potere a livello mondiale con l’Oriente unito al Sud (con una prevalenza di governi autocratici ) versus l’area Nord-Occidentale (anche qui con i sistema politici pericolosamente inclinati verso il “metodo” illiberale).



Le organizzazioni politiche sono sempre più deboli, i sindacati inesistenti, i partiti evaporati, e la percentuale dei votanti sembrerebbe calare salvo il “richiamo della foresta” del riconoscimento identitario come è avvenuto in Sassonia. Dalla post-politica siamo insomma passati all’iperpolitica: un fenomeno, grandemente alimentato dai continui litigi online, in cui a dominare sono moralismo dilagante, apparenza senza sostanza e incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva. Questa è la tesi dello storico Anton Jäger che nel suo Iperpolitica, politicizzazione senza politica tenta di fornire una chiave per capire un presente in cui il dibattito su qualsiasi istanza riguardante la società, la cultura o l’economia si esaurisce perlopiù in controversie buone per le piattaforme social, senza che a tanta animosità corrisponda alcun effetto sui processi decisionali. Un segnale della crisi delle democrazie liberali e dello scivolamento delle relative forme di governo verso la semplificazione autoritaria? Dunque la crisi delle democrazie liberali.


Anton Jager

La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e dei populismi, è stata ben riassunta in un’intervista rilasciata tempo addietro dall’autocrate russo Putin al “Financial Times” nella quale, l’ex-agente del KGB, ne dichiarava la fine a favore delle cosiddette (semplifichiamo per economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata (e apparentemente sconfitta) in Ungheria e ipotizzata in Italia attraverso l’ipotesi del premierato eletto dal popolo, poi accantonato e oggi ripreso con la formula dell’indicazione della leadership delle coalizioni (tutto questo figlio del maggioritario coartante una complessità politico-sociale e dell’idea che la sera dei risultati elettorali si dovrebbe sapere chi governerà nei prossimi 5 anni).
Un interrogativo pesante quello della “qualità” costituzionale della forma di stato e di governo che si proprio alla vigilia di un “horribilis” anno elettorale che riguarderà i paesi-chiave in Europa.



Commenta il politologo Yascha Mounk autore di Il popolo vs. la democrazia (Feltrinelli) “Il liberalismo inteso come libertà dell’individuo e di scegliere come essere governato va difeso a oltranza. C’è invece una battaglia da fare contro il falso capitalismo mascherato da liberalismo economico che produce ineguaglianza e ingiustizia.
Sembra quasi di rintracciare, nella replica di Mounk, accenni nell’idea di passaggio dalla “democrazia repubblicana” (dalla Costituzione intesa come punto di non ritorno all’antico stato amministrativo liberale) alla “democrazia progressiva” che fu al centro della proposta della sinistra italiana negli anni difficili del consolidamento democratico post- fascismo.
Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un eccesso di semplificazione e allora si rende necessario andare meglio nel merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria crisi della democrazia occidentale.


Yascha Mounk

Questa era la terza fase della democrazia: la prima fase era quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della “democrazia del pubblico” con i leader che prevalgono sui partiti e il rapporto di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della Tivù generalista scalza le ideologie. La terza fase è quella (definizione di Ilvo Diamanti) “ibrida” realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La semplificazione “tranchant” imposta dall’uso di Internet nel dibattito politico ha poi fatto prevalere la semplicità delle “impressioni diritte” fra le quali la logica della paura, quella che determina nazionalismo e razzismo, ha finito con l’assumere una dimensione addirittura egemonica aprendo la porta alla fase definibile della “democrazia recitativa” rivolta a una società prevalentemente percorsa dall’individualismo competitivo. In base all’analisi di questi cambiamenti può prefigurarsi una deformazione della democrazia, nel senso di uno smarrimento dei tratti identitari, pur conservando intatte le forme della democrazia novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale. Il risultato è quello di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento.
Si aprirebbero (anzi si sono già aperti) varchi per avventure autoritarie ben interpretate da Trump e Netanyahu, e per lo strapotere delle lobbie in quadro di tecnocrazia dominante. Si verificherebbe, in sostanza, l’affermarsi di tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista, quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo carismatico. Si otterrebbe così il risultato di una sorta di riunificazione tra rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica.


Netanyahu, Trump, Putin

Da dove partire, allora, per modificare questo tipo di pericolosa prospettiva?
Non si deve avere timore, a questo proposito, di rialzare anche qualche bandiera lasciata cadere nel fango dalla borghesia, purché si abbia saldo l’orizzonte che abbiamo davanti: in questo senso dovrà verificarsi anche il recupero di un’ideologia prefigurante una visione del mondo che si contrapponga all’ideologia dominante dell’individualismo, del corporativismo, del governo separato completamente dalle istanza sociali. Agire in questo modo all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile, circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”.
Da questi punti di principio risaltano poi gli elementi concreti di contrasto alla deriva in atto; il rifiuto della personalizzazione esasperata partendo da una capacità complessiva di governo nell’insieme del delicato sistema dei media; la difesa della centralità dei Parlamenti; la fondatezza di un pluralismo politico basato sulla capacità di lettura e d’interpretazione della complessità delle fratture sociali contrastando la deriva hobbesiana verso “l’autonomia del politico”. Purtroppo in questo principio di terzo millennio anche le donne e gli uomini con uno spiccato senso civico stanno agendo individualmente allontanandosi dai partiti, dai sindacati, dalle organizzazioni politiche perfino dalle Chiese. Questo fenomeno ha segnato gli ultimi vent’anni, incidendo più a sinistra che a destra. Le rivolte dell’antipolitica innescata dalla crisi dei subprime del 2007, da “Occupy Wall Street” alle primavere arabe del Nordafrica e in Medioriente, fino alle marce per il cambiamento climatico, hanno scosso il sistema come del resto è avvenuto anche in Italia dopo una vorticosa fase segnata dalla volatilità elettorale e dalla crescita dell’astensionismo causato dalle delusioni inferte dal populismo (uno vale uno, democrazia diretta, pieni poteri).


Niklas Luhmann

L’esito complessivo di questa fase è che tutto questo “mouvement” non ha cambiato in profondità il sistema, anzi lo ha isolato in una sorta di “distacco sociale” di cui soffrono in evidenza le forze progressiste mentre il pendolo si sta spostando, come abbiamo già avuto modo di analizzare, verso una politica fondata su due teoremi fondamentali: “la riduzione nel rapporto politica/ società” di origine luhmanniana e l’esaltazione del concetto “amico-nemico” elaborato da Carl Schimtt. Così si sta verificando la “reductio ad unum” delle grandi contraddizioni: da quella “principale” di natura marxiana a quelle post-materialiste ecologica, digitale, di genere tutte comprese e schiacciate dentro la logica del “dominio tecnocratico”.

LA CUCINA È ARTE
di Angelo Gaccione


 
[A Mirella per il suo compleanno]
 
La cucina è arte e come tale dovremmo considerarla. Soffermiamoci intanto sulla parola arte che ha bisogno di essere chiarita. Il termine deriva dal latino ars e indica abilità, perizia tecnica. È un concetto non molto lontano dal significato che vi attribuisce la parola greca téchne. In effetti, per poter realizzare qualcosa, qualsiasi cosa, dobbiamo avere una buona manualità, la tecnica, che si acquisisce nel corso del tempo e con un continuo e rigoroso esercizio. Ovviamente, è necessario seguire delle regole consolidate e delle procedure da cui non si può derogare; così com’è altrettanto necessario diventare padroni degli strumenti di cui ci si deve servire. Ma che cos’è sul piano della realizzazione pratica l’arte? Potremmo dire che è il prodotto finito, il risultato del perfetto impiego degli elementi che abbiamo appena considerato. Non dovremmo mai dimenticare l’aspetto artigianale della creatività, né trascurare, come scrive Cédric Perrin su “Diacronie. Studi di Storia Contemporanea”, che il termine Artigiano designa letteralmente l’uomo dell’arte, colui che padroneggia le tecniche del proprio mestiere”. All’abilità, perché la perfezione diventi arte, si devono accompagnare l’intuito e l’immaginazione. Ricordiamoci che per molte realizzazioni non esiste un disegno aprioristico e che sono l’intuito e l’immaginazione a dar corpo e forma, man mano che si procede, a ciò che ne risulterà. Nel campo della scrittura, per esempio, l’autore può fissare uno schema di massima da seguire, ma non ha in mente tutta l’opera; l’esito, quello che ne risulterà, può rivelarsi completamente diverso dai postulati di partenza. E per la cucina? All’incirca un decennio fa, o poco più, ho vergato questa definizione apparentando la sua creatività e quella della pasticceria: “La cucina, come la pasticceria, è un’arte raffinata che implica molte conoscenze e abilità; è quasi un procedimento alchemico: crea dal nulla ciò che non c’è”. Tutti hanno a disposizione gli stessi ingredienti, ma non tutti sanno tirarne fuori una pietanza perfetta. Come chi scrive: tutti hanno a disposizione l’intero alfabeto, ma pochi sanno farlo diventare arte, materia viva.   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRE GIORNI PER LA PACE
Con Silvano Piccardi, Deborah Morese, Luigi Lia.





DIFESA CIVILE




lunedì 14 settembre 2026

PROVE DI GUERRA ATOMICA
di Lodovica San Guedoro


Lodovica San Guedoro

Anche in Germania come in Polonia fanno le prove.
 
Monaco di Baviera. Organetti di Barberia e altri suoni meno grati.


Stamattina le dolci e svagate melodie di un organetto di Barberia, come ne I ragazzi della via Paal! L’ho visto attraversare la Volkartstrasse, sulla cassa dondolava uno sgargiante pappagallo! Mi sono avvicinata, incuriosita: era di pezza. E accanto aveva un bel sacchetto profondo di velluto per le monete…  Sul davanti della cassa, mentre il suonatore riprendeva a girare la manovella, ho letto: Bacigalupo Berlin. Abbiamo insegnato la musica a tutta l’Europa! E adesso? Prego, non divaghiamo. Tornata a casa, l’organetto ha continuato a cullarmi e con me tutto il quartiere. Mai gli altri anni si era attardato tanto. Pensate che sta suonando anche adesso, adesso che dovrei in verità scrivere di un altro tipo di melodia: quella che si è fatta sentire giovedì 10 settembre mentre mi lavavo la faccia. Sembra, questo organetto, venuto quasi per esorcizzare il mio spavento di tre giorni fa…
Il suono era inusitato: una vibrazione sorda e bassa che si prolungava in modo inquietante… Sulle prime ho pensato alla suoneria di un qualche nuovo dispositivo installato da quello del quarto piano. Ma allora perché non la disattivava, visto che era in casa, a giudicare dai suoi inconfondibili colpi di tallone, eredità di un glorioso passato? Li udivo immediatamente sotto di me. Doveva essere andato in bagno, dove si trovava il dispositivo… Trasalendo per un successivo dubbio interiore, mi sono diretta verso la stanza grande. E non era certo il pianoforte ad emettere l’allarmante suono, come avrebbe potuto, se ci fossimo trovati in un racconto di Hoffmann, bensì quell’oggetto che si agitava convulsamente sulla tastiera: lo smartphone! Lo schermetto era persino illuminato da una luce rossastra! Afferratolo, ho letto con la vista annebbiata: Bundesweiter Warntag! Test di allarme nucleare! ho perciò pensato subito, come le altre volte. E, come le altre volte, mi sono sentita atterrita, minacciata, sconvolta, anche se l’esplosione atomica non era ancora avvenuta, non era ancora un fatto corporeo e tangibile, ma solo un’ipotesi, per così dire, di lavoro. Maledetti, come vi permettete di distruggermi così i nervi, di sconvolgere ancora la mia anima già martoriata e sconvolta dal dolore per la perdita di mio marito, ho gridato dentro di me con tutto il furore, preparate spudoratamente la guerra e vorreste anche apparire previdenti governanti che hanno a cuore la sicurezza della popolazione! Da quando mio marito è morto non parlo quasi più ad alta voce, ma talvolta grido senza potermi controllare.  Che l’Intelligenza Artificiale, da me interrogata in proposito, mi abbia successivamente tranquillizzata, non mi ha tranquillizzata affatto. Non le credo. Del resto non credo a nessuno. Non credo che questa allerta generale in Germania non si riferisca alla guerra. Il sistema di allarme via smartphone non è nato per la guerra ma per i disastri naturali (alluvioni, tempeste o ondate di calore estremo), gli incidenti civili (incendi in grandi stabilimenti chimici con emissione di fumi tossici), i guasti infrastrutturali (blackout elettrici prolungati o contaminazione dell’acqua potabile), sosteneva la suddetta Intelligenza. Mi voleva persino spiegare come si differenziano i suoni delle sirene, come si distingue cioè quello di prova da quello di pericolo reale! Se fossi stata masochista, l’avrei devotamente pregata di farlo… Ieri intanto una conoscente anziana, ma sveglia, incontrata per la strada, dopo essere smontata dalla bicicletta, mi ha detto pressappoco che lo scoppio della guerra è previsto per il ’29 e che dove abita lei i ricchi si stanno vendendo le ville per espatriare e che lei prega l’Universo che scongiuri la guerra. Capirai, con quello che gliene importa all’Universo di noi! Io mi sento immersa più che mai nelle dicerie; come ho scritto sopra, non credo a nessuno; non mi fido di nessuno. So solo che niente e nessuno può scongiurare le insensatezze. La mente umana è troppo lunatica, imponderabile, labile, e troppo precari sono i suoi possessi. Le sue passioni sono invece incontrollabili. Schopenhauer non diceva che le donne sono brutte perché hanno i fianchi larghi e le gambe corte? Se anche un grande filosofo, una mente universale, è capace di ragionare in modo così ridicolmente fazioso, capriccioso e inattendibile, figuriamoci miliardi di sciocchini senza arte né parte!

 

L’ANALFABETA POLITICO
di Bertolt Brecht 


Bertolt Brecht

Testo inviato da Franco Toscani

Il peggior analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non ascolta, non parla
né partecipa agli avvenimenti politici.
Non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce,
della farina, dell’affitto, delle scarpe
e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
Un analfabeta politico è tanto animale
che si inorgoglisce e gonfia il petto
nel dire che odia la politica.
Non sa l’imbecille che
dalla sua ignoranza politica proviene
la prostituta, il minore abbandonato,
il rapinatore ed il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico disonesto,
ingannatore e corrotto,
leccapiedi delle imprese nazionali e
multinazionali.



COMMENTO AL CARDINALE
di Rosario Undiemi



Carissimo Prof. Gaccione,
ti scrivo con un sincero senso di apprezzamento e condivisione dopo aver letto l’articolo che ci hai proposto sul tuo blog, incentrato sulle parole del cardinale Domenico Battaglia: «Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano». Ho trovato questo testo di una potenza straordinaria, capace di scuotere le coscienze nel profondo del nostro tempo. Vorrei condividere con te una breve riflessione che la sua lettura ha generato in me, come piccolo segno di riscontro e di gratitudine per gli spunti culturali e civili che ci dona sempre: uno specchio per la coscienza universale: la forza dirompente di questo passaggio sta nel superare ogni steccato dogmatico. Il Vangelo cessa di essere un testo confinato alla sola dimensione della fede e si erge a criterio universale di umanità. È uno specchio che non ammette sconti e ci costringe a misurare il nostro reale tasso di civiltà. Il limite etico contro ogni barbarie: la denuncia di don Mimmo colpisce dritto al cuore le contraddizioni di oggi. Ci ricorda con forza che se un progetto schiaccia l’innocente, se una legge non protegge il debole o se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, ci troviamo di fronte a qualcosa di profondamente disumano, incompatibile con la giustizia. Il coraggio della cura: rilanciare queste parole oggi significa raccogliere un testimone prezioso. Non basta l’indignazione di facciata; occorre praticare il coraggio della cura, della giustizia e della pace, opponendosi a ogni logica di indifferenza. Ti ringrazio di cuore per aver acceso questa luce e per offrirci sempre occasioni di pensiero così alte e necessarie.

SULLE BIBLIOTECHE DI CONDOMINIO


Maurizio Nocera

Un pensiero del saggista e poeta Maurizio Nocera.

Lecce. Meraviglioso. Dopo il disastro dello smantellamento delle biblioteche e la chiusura di migliaia di librerie in tutta Italia, queste delle “biblioteche di condominio” è la giusta risposta che Umberto Eco e tutti gli amanti del libro si aspettavano. Che in tutto il mondo “crescano e si consolidino le biblioteche di condominio. Milano è la capofila. Grazie Angelo.

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