UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 2 agosto 2021

FIRENZE. MA QUANTE ITALIE…
di Ilaria Clara Urciuoli



Forte di Belvedere: in mostra le nostre tante Italiae.
 
Centosessant’anni di storia fanno dell’Italia una nazione ancora molto giovane ed è anche in virtù di questo passato unitario di così breve corso che differenze e particolarità spiccano rendendo difficile pensare a una sola Italia. E ciò è ancora più evidente se si considerano insieme le due dimensioni fondamentali di questo viaggio: quella diatopica (in cui a variare è il luogo geografico) e quella diacronica (che ci permette di muoverci lungo l’asse temporale).
Questa è la premessa della mostra fotografica nata da un’iniziativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e visitabile fino al 10 ottobre al Forte di Belvedere di Firenze, che stigmatizza questo concetto nel suo titolo Italiae. Tante Italie, dunque, viste attraverso lo sguardo e la sensibilità di tanti fotografi, oltre 75 a partire dagli Alinari per arrivare ai maestri contemporanei, che hanno reso eterni frammenti della nostra realtà composita tanto in termini di paesaggi, che di opere, che di volti. Queste sono, infatti, le tre sezioni in cui è articolata l’esposizione, che inizia con paesaggi montuosi accostati a viste aperte in cui la terra è presenza marginale mentre il soggetto dominante è il mare; e ancora greggi, ritratte quasi come un fronte umano data l’importanza che queste rivestivano per i pastori, coesistono con immagini di una Venezia violata dallo sguardo poco pudico di una enorme nave da crociera che si affaccia là dove un vicolo spunterebbe sulla poetica laguna.



Se nell’osservare i paesaggi colpiscono le possibilità offerte da dualismi come città-campagna, mare-montagna, natura-azione umana, nella sezione Opere è il tempo la chiave della nostra riflessione. La fabbrica nella quale i maccheroni erano stesi al sole ci restituisce l’immagine delle odierne certificazioni HCCP e dei controlli sulla produzione nel comparto alimentare, e mentre il liutaio ci induce alla malinconia di lavori sempre più rari, i colori brillanti del centro biomedico ci spingono verso la fiducia nel futuro.
Infine, è attraverso i volti che ognuna delle realtà descritte acquista maggiore forza nelle rughe incise sui visi dei nostri nonni o nella spensieratezza riflessa negli occhi di fanciulle, nello sguardo malinconico di una donna che si confronta con il riflesso di una immortale statua o nel giovane D’Annunzio colto in una posa quasi spontanea.



Ogni foto in questo percorso (che dell’Italia è arrivato a San Pietroburgo prima di approdare poi in altri stati) ha la profondità di un universo di cui essa è rappresentante e di cui il fotografo è osservatore attivo, capace di restituirci una realtà resa eterna nella densità dello scatto. E allora il consiglio è di lasciare fuori il tempo, respirare piano e rallentare il battito, godersi queste presenze del nostro passato e della nostra contemporaneità, del nostro essere, comprendere come noi siamo queste realtà, riscoprire quel valore collettivo che è la nostra identità nazionale, perché attraverso le fotografie esposte ritroviamo temi che hanno trasformato le nostre storie in Storia – la questione meridionale, la tutela del lavoro, la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale, l’alfabetizzazione, l’immigrazione e l’integrazione, la tutela delle minoranze, la lotta per i diritti delle donne.
A noi, dunque, la sfida del creare una e più nuove Italiae di cui domani essere orgogliosi.

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada



 
Le stagioni

Qualcuno ha eccepito, forse giustamente, che si sviluppa prima l’agricoltura e, poi, la pastorizia. Ai fini della mia ricerca, non è problema decisivo. Sicuramente la comunicazione verbale è opera dei pastori, molto probabilmente Indo-europei, che inventarono un codice fonico (l’alfabeto) per rappresentare, inizialmente, i processi di riproduzione animale. In un secondo momento, servì per identificare tutto il reale. I greci, per indicare: capisco, comprendo, coniarono: νο-έω, a seguito di questo ragionamento: in conseguenza (εω) del grembo pronunciato (quando la creatura è dentro: νο), poi, con degli stereotipi coniarono il deverbale νο-ός/νος: intelletto.
I latini, più precisi e concreti, utilizzarono una perifrasi più circonstanziata per indicare: capisco, comprendo e coniarono intellego (int-el-lego), che si può rendere così: a seguito del flusso gravidico (lego) che man mano determina la spinta in avanti: io capisco, io comprendo (quanto avviene durante i nove mesi). Con una logica più stringente, dal participio passato intellectus, che indica chi ha capito, dedussero il deverbale: intellectus intellectus: l’intelletto.
Fatta questa doverosa premessa, il pastore latino e quello greco, ai fini della riproduzione degli animali, avevano avuto bisogno di codificare χρόνος e tempus temporis. Con χρόνος i greci dissero: è quello che si ricava dentro il passare per poter formare la creatura. I latini furono un po’ più precisi: finché l’essere resta in grembo per la completa formazione, per poi nascere. Ai fini della riproduzione dei vegetali, attività propria del contadino, fu necessario strutturare e specificare il tempo dal punto di vista climatico.



I greci idearono (ora) ὥρα per indicare l’intero ciclo della formazione dei frutti: è ciò che serve (scorrendo) per legare (per la formazione di messi, biade e quant’altro). Questa parola indicò per i greci anche le condizioni variabili del cielo, se, poi, dedussero mete-ora e meteorologia. I latini si servirono di tempus anni, quindi di ver, aestas, autumnus, hiems. Gli italici coniarono da stag (genera il sollevamento il legare) stagione, come quelle necessarie per la maturazione dei frutti. Poi da stagione dedussero stagionare per indicare il far maturare al punto giusto.
Per quanto riguarda lo sviluppo della vita animale e vegetale, greci e latini ritennero indispensabile la presenza di (aér aeros) ήρ έρος: aria, atmosfera (da: (atmòs) τμός: vapore), delle condizioni del cielo (coeli status), per i greci del clima.
La parola clima, divenendo, ha acquisito questo significato: il complesso delle condizioni meteorologiche, che caratterizzano una regione o una località, relativamente a lunghi periodi di tempo, e che sono determinate, o quanto meno influenzate, da fattori ambientali ecc. (da vocabolario Treccani). Pertanto, elemento fondamentale per la formazione della vita è τό περιέχον: ambiente, che, per il pastore greco è riconducibile al grembo materno, meglio: alle condizioni che ci sono, durante i nove mesi, nel grembo.
La stessa cosa dissero gli italici, coniando ambiente, che si può esplicitare: è l’habitat della creatura in formazione, per cui, alterando l’ambiente, si minano non solo le condizioni di vivibilità, ma anche di formazione della vita. I latini, più concreti, per indicare ambiente, si avvalsero di circumfusus aër, dell’aria che ci circonda.



Un altro elemento importante per mantenere la vita è la salute dei viventi, per cui i greci coniarono: γιής, da cui dedussero: igiene, come salubrità, e noi: igienico, che, quindi, è ciò che favorisce salute e salubrità.   
Nel ciclo delle stagioni, in greco κύκλος: cerchio, circolo, giro, che rimanda alla circolarità del grembo, anche come tempo che si ripete, e, quindi, a tutto il tempo per fruttificare, i greci dissero che era necessario (cheimon) χειμών: inverno, che è il periodo dell’incubazione. I greci, poi, dalla radice (rig) ριγ (va a generare lo scorrere del tempo, durante l’incubazione invernale) dedussero ῥῖγ-εω: rabbrividisco, tremo (per il freddo?), pavento. Da questo verbo ricavarono: ῥῖγος: freddo, gelo, intirizzimento, brivido, rigore. Per quale motivo il contadino greco, da ριγ, da rendere: va a scorrere il generare, dedusse i significati attribuiti a ῥῖγ-εω, non si sa. Si può supporre che abbia pensato ai brividi della stagione invernale, quando il seme incuba.
Fatto sta che lo stesso calco rig-eo passò nella cultura latina e, sulla base dei significati stratificati, determinò altre catene verbali. Con rig-eo dissero: sono rigido, sono irrigidito, mi ergo diritto, con rig-esco: divento rigido, quindi: rig-idus, irrigidito, rig-or: rigore (con tutti i significati acquisiti), rigidità, assideramento. Non solo. Si svilupparono altri significati: f-rig-eo: sono freddo, divento freddo, f-rig-esco: mi raffreddo, gelo, il sostantivo frigor/frigus: freddo, fresco, frescura, gli aggettivi frigido, fresco ecc.
I greci per indicare inverno coniarono χεμα e χειμών, che i latini resero hiems hiemis, come periodo d’incubazione dei vegetali, mentre gli italici si avvalsero dell’aggettivo hibernus (d’inverno) per indicare la stagione. Da sottolineare che castra hiberna erano gli accampamenti invernali, quando le guarnigioni stavano chiuse, accampate, in attesa del bel tempo per attaccare.
Probabilmente, i greci coniarono prima: (chion) χιών: neve e poi (cheima/ cheimon) χεμα/χειμών, mentre i latini con nix nivis utilizzarono la radice greca di nevicare (nifo/neifo) νίφω/νείφω. Per quanto riguarda gelo, i greci si avvalsero di (kryos) κρύος κρύους, per definirlo: acqua che non scorre. Da ricordare che questa parola, in italiano è divenuta crio (crio-terapia). Quindi, da kryos dedussero cristallo. I latini coniarono gelu/gelum, da rendere con questa perifrasi: è flusso d’acqua che si rapprende.
La primavera rimanda al mondo greco, a: (ear earos) αρ αρος e alla forma contratta: (er eros) ρ ρος, che indica l’incipit della creazione del mondo vegetale; i latini apportarono una lieve modifica, forse per eufonia, per cui er divenne: u-er; poi, da primo vere (all’inizio della primavera) si ebbe la primavera della lingua italiana. Un nome dedotto da ρ fu certamente erba.



I greci per indicare estate coniarono (theros therous) θέρος θέρους, nome dedotto da θέρομαι: mi scaldo, sono scaldato. Con la parola theros, i greci dissero: quando cresce la temperatura e i frutti (cereali) formati sono maturi. Il contadino greco sicuramente pensava ai cereali perché dedusse: (therismos) θερισμός: tempo della mietitura, (theristés) θεριστής: mietitore, (theristerion) θεριστήριον: falce. I latini per indicare questa parola si avvalsero di un calco greco: αθω: accendo, ardo e di uno stampino: tas tatis, che qui si può rendere: è ciò che fa nascere (la calura). Quindi, i latini con estate indicarono genericamente il periodo del caldo.
I greci per indicare autunno si avvalsero di πώρα, ad indicare ciò che nasce a seguito di tutte le altre stagioni, come periodo di fruttificazione degli alberi. I latini si avvalsero di autumnus ad indicare il periodo della maturazione dei frutti che pendono: quelli verso i quali, una volta maturi, mi protendo.
Molto probabilmente l’aggettivo mat-urus rimanda ad una radice greca μαθ (genera il rimanere il crescere, a voler dire qui: quando il frutto non cresce più), che, in greco, aveva dato luogo a μανθάνω: vengo a conoscere, imparo, apprendo, a μάθημα: scienza, disciplina (mat-eria come disciplina scolastica), a matematico, mentre nella cultura della Magna-Grecia generò mastro. Il concetto di maturo include in sé e l’idea di frutto portato a termine e l’idea di perfetta commestibilità di quel frutto. Il contadino latino ragionò così: quando il frutto, legato alla pianta, non cresce più, per recuperare in qualità, ha completato il suo ciclo e può essere gustato.
Oltre il maturo c’è lo sfatto. Nel mio dialetto per indicare maturo si usa fatto, mentre con l’iterativo fatt’ fatt’ si indica il frutto stramaturo. I latini, infatti, con factus indicarono la creatura che, completata, nasce. Inoltre, la maturità diventa per l’uomo metafora di un periodo della vita, in cui la formazione e crescita della persona raggiunge livelli qualitativi ottimali.
 

IL PENSIERO DEL GIORNO



“Al tempo di Mao Tze Tung si diceva: 
la Cina è vicina!
Ora: la Cina è vaccina…”.
Laura Margherita Volante 

PROVERBIALE



“Quando il maiale pende, il porcile è vuoto”.
Nicolino Longo

domenica 1 agosto 2021

SERBIA. CHRISTIAN ECCHER SCRIVE
A DRAGHI E SPERANZA

 
Christian Eccher

Al Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana Mario Draghi
Al Ministro della Salute Roberto Speranza.
 
Gentilissimo Presidente Draghi, Stimatissimo Ministro Speranza,
mi chiamo Christian Eccher e vivo a Novi Sad, in Serbia, dove insegno Cultura italiana all’Università. Sono uno dei tanti che, dopo essersi laureato e addottorato (con una tesi sulla letteratura degli italiani d'Istria dal 1945 a oggi, un argomento molto scomodo che mi avrebbe procurato notevoli problemi nel mondo accademico se non mi avesse seguito il professor Tullio De Mauro) ha scelto di lasciare l'Italia per trovare ricetto altrove. I miei studi e i miei interessi mi hanno portato in questo paese, problematico, per certi aspetti esotico, isolato, ma ricco perché a cavallo fra Oriente e Occidente. Per un quotidiano serbo di opposizione, “Danas”, ho scritto e scrivo reportage da zone di frontiera simili ai Balcani: il Caucaso, l'Asia Centrale e alcune zone sconosciute della Russia (la Calmucchia, il Tatarstan). Decisamente e insistentemente alla Frontiera, fra culture, religioni, storia.
Nel febbraio scorso ho ricevuto due dosi di vaccino cinese “Sinopharm” e di questo sono estremamente grato al Governo della Repubblica di Serbia. Nonostante ci fosse possibilità di scelta, ho seguito il consiglio di medici autorevoli, come il dottor Rade Panić, che mi hanno invitato a non perdere tempo e prendere il primo vaccino disponibile. Si trattava, infatti, non solo di proteggere me stesso, ma anche coloro che mi stavano accanto. Ho ritenuto, inoltre, che fosse necessario dare un segno inequivocabile ai miei studenti e a tutti coloro che leggono e seguono la mia attività giornalistica: i vaccini servono e proteggono la vita. I virus, così come tutte le altre malattie, ci fan capire che l'umanità è unica, non divisa e non divisibile secondo criteri geopolitici: in Italia il vaccino inglese o americano, in Asia Centrale quello russo o cinese... È tempo di superare ogni divisione e di promuovere il “discorso di specie” di cui parlava più di 50 anni fa il filosofo Sartre.


Mario Draghi

Sono stato uno dei primi vaccinati in Europa (non mi riferisco all'Unione Europea ma a tutto il continente) e adesso mi trovo in un vuoto burocratico che fa risaltare tutte le contraddizioni in cui viviamo: non posso ottenere il Green Pass nel mio paese, in Italia risulto non vaccinato; posso però andare tranquillamente in Ungheria, uno Stato membro dell'UE, dato che il governo di Budapest riconosce il vaccino “Sinopharm”. Ritengo che una simile situazione sia estremamente pericolosa, e questo per due motivi:
1. Il fatto di non riconoscere “Sinopharm” e “Sputnik V” crea disillusione nei confronti dell'UE da parte di tutti i popoli dell'"Altra Europa”, quella che, almeno fino al crollo del muro di Berlino, non apparteneva al blocco capitalista. Se a questo aggiungiamo lo sfruttamente che anche l'Italia mette in pratica in questi paesi, il quadro diventa davvero triste: ricordo che molte aziende italiane si trasferiscono in Serbia e non solo per utilizzare (sfruttare) la manodopera basso costo che questi stessi paesi offrono. L'ultimo, eclatante caso è quello della ditta Geox, che ha chiuso il proprio stabilimento nella città di Vranje e ha lasciato più di 1000 persone senza lavoro, dopo aver usufruito delle sovvenzioni statali erogate dallo Stato serbo. Se a quegli stessi lavoratori, che hanno ricevuto vaccini cinesi e russi, viene negata anche la possibilità di muoversi e di raggiungere l'Italia per scopi di lavoro o turistici (per chi se lo può permettere), si rischia di fomentare odio e risentimento nei confronti della UE che rinforzerà governi autoritari e antieuropeisti come quello ungherese.
 
2. La divisione fra vaccini “buoni” e “cattivi” rischia di dar ulteriore forza alle idee dei cosiddetti “no vax”. Ciò non vuol dire che l’Italia debba riconoscere altri vaccini rispetto a quelli già approvati, ma coloro che vivono all’estero, italiani e stranieri, hanno il diritto di essere trattati come chi abbia ricevuto uno dei vaccini approvati dall’EMA. Il livello di anticorpi nel sangue è un ottimo indicatore dell’efficacia di un vaccino nel proteggere dal virus.
La mia richiesta è quella di semplificare il più possibile la burocrazia legata all'ingresso in Italia per coloro che si siano vaccinati all’estero. Invito anche il Presidente Draghi, la cui autorità etica e politica è riconosciuta in tutto il mondo, a fare pressioni sulla Commissione Europea perché si arrivi al più presto a un riconoscimento di tutti i vaccini usati all'interno dell'UE, vale a dire anche dello “Sputnik V” e di “Sinopharm”.
Nel frattempo, e in attesa di una riposta, io continuerò a credere nella Scienza di ogni paese. In futuro, riceverò la terza dose di vaccino e i medici serbi mi hanno già annunciato che, dopo due dosi di “Sinopharm”, l'ideale è farne una di “Pfizer”. Ne sono contentissimo, perché anche a livello vaccinale mi sentirò a casa: esattamente a cavallo fra Oriente e Occidente.
 
Un cordiale saluto,
Christian Eccher
christian.eccher@gmail.com

COVID-19: L’ONDA E LA RISACCA 
di Romano Rinaldi

 
Come tutti oramai purtroppo ben sappiamo, dal Febbraio 2020 abbiamo subìto un susseguirsi di ondate di contagi da Covid-19 e ci apprestiamo a sostenere l’urto della quarta ondata. Ma non tutti hanno notato l’effetto di risacca che queste onde lunghe provocano in termini di accettazione o rifiuto della situazione di pandemia e conseguenti comportamenti individuali e di massa, di fronte alla ripetizione di situazioni di emergenza snervanti sia a livello personale, sia a livello sociale, economico e politico. Chiaramente, coloro che accettano pragmaticamente la situazione del momento e si sforzano di adottare comportamenti razionali di fronte all’emergenza, così come nei periodi di relativa tranquillità, fanno parte di quella “maggioranza silenziosa” che non fa notizia. Viceversa, ogniqualvolta ci troviamo a ridosso di un’ondata dopo la quale ci sentiamo un po’ come naufraghi scampati alla furia degli elementi, ecco che compare il moto di riflusso, la risacca appunto, da parte di coloro che visceralmente affrontano la situazione di relativa calma con moti e proteste apparentemente volti ad esorcizzare l’arrivo di una ulteriore ondata che può ricacciare la testa di molti sott’acqua. Siamo dunque di fronte a due diversi comportamenti individuali e sociali sui quali invito a fare le dovute considerazioni gli esperti di un settore al quale io non potrei essere più lontano, essendo il mio campo quello dei minerali e delle rocce, notoriamente non passibili di emozioni di sorta, né a livello individuale né collettivo. L’osservazione della natura mi porta tuttavia a questo parallelo di onda e risacca e agli effetti che questi movimenti del mare provocano sulle coste e le sue immediate vicinanze. Vediamo bene infatti quello che l’onda produce sulle sporgenze costiere, sia naturali che artificiali. Tutti abbiamo visto, almeno in foto, un’onda che si abbatte su un molo frangiflutti e la potenza che esprime l’onda che lo sovrasta e spazza via tutto quanto si trova sul suo percorso. Meno però ci rendiamo conto dell’effetto di erosione che si scatena alla base del manufatto mentre l’onda si ritira. Questo effetto di risacca appunto, è altrettanto dirompente sulla struttura anche se meno visibile, in quanto ne erode le fondazioni e tende a trascinare, quasi a risucchiare, nel suo moto di ritorno, tutto quanto l’onda ha trovato ad ostacolare il suo impeto quando si è abbattuta sul molo. Questo semplice paragone mi porta a vedere gli episodi di rifiuto della necessità di affrontare le incombenti ondate di contagio, invero da parte di una minoranza, ma molto più rumorosa di quella maggioranza silenziosa cui accennavo prima, come il comportamento dell’onda di ritorno che, ancorché esecrabile, può almeno trovare una spiegazione nel mio ragionamento.
Qui però è necessario fermare il paragone naturalistico e rientrare nel campo del raziocinio. Se in effetti il comportamento di un’onda, come quello di pietre e sassi che ne vengono colpiti, fanno parte dell’ineluttabilità della natura, così come del resto il comportamento del virus SARS-Cov-2, i nostri comportamenti di fronte agli eventi naturali non ci rendono necessariamente succubi di tali eventi, anzi. Così come il molo, costruito a difesa del porto è il risultato di un’opera dettata dal nostro ragionamento, altrettanto non può essere considerata l’attività di erosione di quell’opera se intrapresa da individui che dobbiamo ritenere altrettanto raziocinanti quanto quelli che ne hanno portato la realizzazione. Ad ognuno di noi con un minimo di buon senso non è difficile trarre da queste poche parole qualche conclusione. A circa un anno di distanza da un mio primo tentativo di ragionamento sul negazionismo Covid* mi trovo dunque a riprendere il discorso da un’altra angolazione, con la speranza che sia anche più efficace, convincente e a completamento degli argomenti affrontati allora con un caro amico e collega che opera in campo medico.
 
*R. Rinaldi e R.F. Donato (2020).
Il negazionismo Covid: moda o preoccupante patologia?
DOI: 10.13140/RG.2.2.12582.34885

ECOLOGIA - PACE - AMBIENTE


Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale  CDMPI c/o Casa per la Pace ‘La Filanda’  Casalecchio di Reno (Bologna)

                                 
Una mostra di manifesti per tutti
 
Perché.
La crisi ambientale che investe il pianeta Terra si va aggravando di anno in anno. Lo vediamo e, soprattutto, lo ‘sentiamo’ tutti: dai cambiamenti del clima causati dall’effetto serra (e conseguenti catastrofi ambientali) all’inquinamento di aria, acqua e suolo. Dalla riduzione progressiva di risorse idriche e alimentari all’aumento della pressione demografica.
La causa di tutto ciò è l’uomo. E dall’uomo, di conseguenza, bisogna ripartire per risolvere il problema. Soprattutto dalle giovani generazioni. Per questo la mostra è rivolta a tutti e, in particolare, alle scuole che, con le informazioni fornite dai manifesti stessi, dagli insegnanti e da apposite schede-guida, possono tentare una sintesi sul problema ambientale e, nello stesso tempo, offrire aperture verso una ricerca più approfondita.
 
Dove 
Sala polivalente degli impianti sportivi di Tolè
(Vergato - Bologna)
 
Quando
Da mercoledì 18 a domenica 29 agosto 2021
Dal lunedì al venerdì: ore 16 – 19. 
Sabato e domenica: ore 10 – 12 / 16-19
 
Inaugurazione: mercoledì 18, ore 17
Per informazioni:
vittoriopallotti@libero.it
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LUCCA PER MEI


                                  


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IL PENSIERO DEL GIORNO



“Discoteca: locale ove si balla e sballa”.
Nicolino Longo

IL SAPUTONE
di Paolo Vincenti

Nato Frascà
Trombettista
 
Fra gli implumi terrestri, il saputone è uno dei più fastidiosi. Credo che nessuno possa sopportare in cuor suo il saccente, il “tuttosalle”, come veniva definito in passato quello che vuole saperla sempre più lunga di noi e spiegarci tutto. Nessuno lo sopporta, anche se il nostro atteggiamento nei suoi riguardi cambia in base ai caratteri: chi è più paziente, tollerante, disposto all’ascolto, riesce a sorbirsi la broscia che il saccente gli fa inghiottire, chi invece è più intollerante e meno disposto al martirio, non si fa scrupolo di liquidarlo su due piedi appena lo incontra o di mandarlo a cagare, come ogni rompiscatole meriterebbe. I tediosi appesantiscono ogni discussione con il racconto delle loro eroiche gesta, avvelenano il miele di un incontro conviviale con il fiele della loro saccenteria. Ché, il più delle volte, la loro non è cultura, ma solo arido nozionismo. A causa del loro difetto, in qualsiasi consesso, campeggiano sugli altri, parlano solo loro, sfiancano gli astanti con tante panzane che, a fine serata, li trovi assisi su quel desco di annoiati, trionfanti e ancora schiumanti nell’orgasmo della propria logorrea. I convitati invece giacciono sulle seggiole riversi, tramortiti dalla gragnola di colpi inferti senza pietà dal cazzone. Succede infatti che chi è davvero colto sia anche schivo, non riesca a farsi avanti, sicché il sapientone continua con la sua sicumera a martellare i coglioni di quei pochi che non sono riusciti a svignarsela per tempo. Chi è davvero colto conosce la dote della discrezione e sarà impossibile vederlo abbassarsi al livello del sapientone. Chi molto sa, poco mostra, e non sgomita per farsi largo, non giustappone l’apparire all’essere, non scalmana per dimostrare. È certo, l’arte del conversare non è prerogativa di tutti, certe volte nemmeno degli uomini saggi e misurati, figurarsi dei pedanti. Ci vuole mestiere, garbo e raffinatezza, nel condurre una conversazione mantenendola nei confini di una “impegnata leggerezza”, del buon gusto. E difatti sono stati scritti vari trattati in materia. Quando per somma ingiuria della sorte, incontro qualcuno di questi maledetti logorroici in qualche luogo di convegno sociale, come il bar, l’edicola, il supermercato, cerco di darmela a gambe, ma spesso quel cane rabbioso mi rincorre e mi assale e allora non c’è modo di svincolarmi dalla sua filippica. Che inopportuni parolai. Quando non sono fluviali, inarrestabili, sono sentenziosi. Comunque sono da evitare.

 

 

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