UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 3 ottobre 2026

CONFLITTO RUSSO-UCRAINO
di Juliia Mendel



Per gli ucraini, una pace infelice è meglio di una guerra che peggiora.
 
È tempo di parlare di vittoria nella guerra tra Russia e Ucraina. Politici e media usano regolarmente questa parola, eppure ha perso ogni significato. In Ucraina, è in corso una battaglia politica per stabilire quale narrazione della vittoria verrà accettata dal popolo. Per alcuni, una bambina di dieci anni che balla con una protesi alla gamba è la dimostrazione vivente dell’indistruttibilità dell’Ucraina. Ma un numero crescente di ucraini non ne può più di questa storia. L’incessante predicazione della “resilienza”, mentre la situazione sul campo non fa che peggiorare, ha esaurito la loro pazienza. Molti ora affermano che Kiev dovrebbe mostrarsi più aperta a una pace di compromesso per evitare ferite e orribili traumi che segnerebbero i bambini ucraini per il resto della loro vita. Al di fuori del mondo degli slogan politici, l’indistruttibilità produce corpi spezzati e una generazione mutilata. “L’unico modo per porre fine alle sofferenze di tutti gli ucraini è una pace il prima possibile”, mi ha detto Sofia Stuzhuk, madre di cinque figli e blogger ucraina con diversi milioni di follower. “E tutti gli ucraini di buon senso lo capiscono”. L’opposizione pubblica alla controversa mobilitazione forzata ha raggiunto il culmine. Nonostante ciò che si possa sentire da voci occidentali apparentemente filo-ucraine, i comuni ucraini con scarse risorse spesso considerano l’evasione e la resistenza come segni di dignità e onore. I centri di mobilitazione sono diventati sinonimo di tortura, morti inspiegabili di coscritti e corruzione dilagante. Eppure un ex consigliere presidenziale statunitense, Keith Kellogg, invoca la mobilitazione delle donne. Sua figlia, Meaghan Mobbs, ha scatenato un’ondata di indignazione quando ha pubblicato questo messaggio su un uomo ucraino annegato in un fiume mentre fuggiva dagli ufficiali della mobilitazione: “È morto da codardo. Avrebbe potuto morire da eroe”. 


Gli attacchi russi si sono intensificati e ampliati al punto che Kiev, lontana dal fronte, ora sembra una città quasi in prima linea. Questo allarmante sviluppo giunge dopo la tanto pubblicizzata operazione di “pressione” di 40 giorni del presidente Volodymyr Zelensky, che, di fatto, è ancora in corso e ha prevedibilmente portato a una contro-escalation da parte di Mosca. Le forze russe stanno distruggendo ferrovie e altre catene logistiche, bloccando le esportazioni agricole, devastando ciò che restava dell’industria metallurgica e del sistema energetico, e prendendo di mira distributori di benzina e magazzini per rifornirsi di beni di prima necessità. Con l’avvicinarsi di un rigido inverno, si profila una catastrofe umanitaria. Nel frattempo, scandali di corruzione hanno travolto il governo Zelensky e la situazione finanziaria si sta rapidamente deteriorando. Da questi sviluppi si traggono conclusioni contrastanti. Alcuni vorrebbero raddoppiare la posta in gioco con le tattiche che hanno prodotto questi risultati, mentre altri vedono in un’urgente soluzione diplomatica alla guerra l’unica via d’uscita. Zelensky appartiene al primo gruppo. Promette “vendetta” dopo ogni attacco, anche se ogni nuovo scambio di colpi sottrae più risorse alla popolazione e all’economia ucraina di quante ne sottragga alla Russia. Online, però, sempre più voci ucraine invocano una pace realistica e mettono in discussione la concezione di “vittoria” di Zelensky.
Nel 2022, vincere significava riappropriarsi di tutto il territorio. I funzionari parlarono persino di riconquistare la penisola di Crimea occupata dai russi. All’epoca, i cittadini ucraini discutevano su cosa avrebbero preferito recuperare per primo: la soleggiata località turistica subtropicale sul Mar Nero o il cuore industriale situato nella regione orientale del Donbass. 



Ora, però, l’atmosfera è completamente cambiata. Persino un sondaggio condotto dal Kyiv International Institute of Sociology, un’organizzazione privata considerata vicina alla leadership ucraina, ha rilevato che il 61% degli ucraini sosterrebbe un accordo di pace globale che includa compromessi territoriali. Per alcuni, questo equivale ancora a una resa o a un disfattismo. Ma con gli attacchi russi che si fanno sempre più devastanti e le perdite ucraine in aumento, è difficile ignorare la necessità di una pace di questo tipo.
I finanziamenti occidentali a una guerra di logoramento, anno dopo anno, sono diventati un affare redditizio per le case produttrici di armi e per i politici che controllano i bilanci pubblici. Ma a cinque anni dall’inizio della guerra, questi aiuti non hanno fornito agli ucraini una vera protezione né hanno dato all’economia una base minimamente solida. Se la situazione dovesse continuare così, l’Ucraina - un paese in cui un terzo del bilancio proviene da aiuti esteri - sarà in grado di continuare a fornire i servizi essenziali, per non parlare di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia? Nonostante si parli tanto di “economia di guerra” russa, Mosca spende ancora solo circa il 7% del PIL per la difesa, contro il 44% di Kiev, e il suo rapporto debito/PIL è praticamente lo stesso di prima della guerra. La Russia ha inoltre un numero di uomini in età di mobilitazione da due a quattro volte superiore.
La guerra di logoramento ha sempre favorito la Russia storicamente. Sebbene il suo esercito possa perdere battaglie, la capacità dei russi di resistere alla fatica conferisce un vantaggio significativo ai governi russi, incluso l’attuale sistema del presidente Vladimir Putin. La Russia è in grado di sacrificare vite e risorse per tutto il tempo necessario, ed è pronta a farlo anche adesso.
L’Ucraina è giunta al punto in cui l’unica vittoria in cui valga la pena credere richiede di accettare una pace negativa, anziché protrarre o intensificare una guerra orribile. Quantomeno, la prima opzione offrirebbe all’Ucraina la possibilità di sopravvivere come paese indipendente. Per contro, la rotta attuale - caratterizzata da corruzione dilagante, crisi fiscale, attacchi russi in escalation e una popolazione esausta e demoralizzata - rischia probabilmente di far perdere all’Ucraina non solo la guerra, ma anche la propria indipendenza e il proprio futuro.

POETI
di Alida Airaghi
 
Davide Ricchiuti

Davide Ricchiuti (Benevento, 1980), poeta e narratore, scrive e conduce podcast letterari (tra questi, il più conosciuto è Sei tu, sono io, è la vita) e dirige la rivista letteraria “Pro.Vocazione”. Deadline è la sua prima pubblicazione in versi, uscita quest’anno presso le edizioni Transeuropa (pagine 52, € 15) resoconto poetico di una conversione biografica, culturale e sociale messa in atto dall’autore con un intento ricostitutivo della propria esistenza. Il volume è diviso in due sezioni, Lasciare e Andare, a indicare la cesura temporale che ha segnato l’abbandono di una forma di vita (metropolitana e ipertecnologica, di sudditanza lavorativa) per iniziare coraggiosamente un percorso inesplorato, libero da vincoli abitativi e professionali. Letti insieme, i due verbi suonano come il “lasciar andare”, il wu-wei monito della mistica orientale che suggerisce di abbandonarsi a una casualità non programmata nell’esplorazione del reale.
Copywriter in una società di comunicazione nella Milano degli affari e del successo, il protagonista di questo diario in versi viveva una quotidianità digitale, in totale connessione con dispositivi pervasivi, tra ansie da notifica e algoritmi dispotici, scrivendo testi per agenzie su ordinazione, espropriato non solo del suo tempo ma addirittura del proprio corpo, in una fisicità atrofizzata, nella totale assenza di rapporti umani vivificanti e nell’obbedienza a stereotipi ideologici non condivisi: “Languivo segregato / nella reperibilità della rete”.
Giustificava la propria stordita abulia con la necessità di mantenersi (“Lo stipendio mi ha dato la scusa / per dimenticare la vita”), adattandosi a sopravvivere in un monolocale, “un cubo grigio” in cui “uno squarcio su un cortile interno / senza visuale” era l’unico “momento di luce”.
La crisi sopraggiunge con un malessere che funziona da campanello d’allarme, a imporgli un totale cambiamento esistenziale. Saluta i colleghi schiavizzati, tagli i fili di computer e stampante “radici morte di rovi” sotto la scrivania, si licenzia e abbandona la “metropoli del dolore”: “cancello chiuso per sempre”.
Lascia, quindi, e va. Raccoglie i pochi risparmi e prende il treno per una destinazione nuova, scegliendo una “terra di gemme, / di lombrichi e di ghiande”, per stabilirsi quasi da nomade in un accampamento tra betulle e ulivi in Molise. “Con mani ancora sporche di tastiera / appoggio la pelle nuda sull’argilla / e dimentico l’asfalto che mi assilla, / l’urgenza di arrivare, / ottenere capitale, / deadline da rispettare”. Opta per un’esistenza orizzontale, vicina al suolo, ai sassi, all’erba, all’acqua del Biferno. Non più al settimo piano di un casamento, ma disteso sotto una tenda da campeggio respira aria libera, pulita, in un querceto silenzioso, animato solo dal fruscio delle foglie, dai trilli degli uccelli che si richiamano tra loro. Capre e volpi gli fanno compagnia, nel villaggio vicino la gente cammina a passi lenti, parla poco, non si affanna nella prevaricazione reciproca. Con fatica il poeta impara a dissodare il terreno, a spaccare la legna, ad accendere fuochi, a raccogliere sterpaglia da ammassare per l’inverno. Scordati i risvegli tra fumi e suoni del traffico, le corse per arrivare in ufficio, la dipendenza dallo smartphone, ora soltanto una bruma leggera e fresca lo invita a iniziare ogni giornata con una più sana consapevolezza di sé e un maggiore rispetto per l’ambiente circostante.
La Deadline di Davide Ricchiuti è Naturale, non rispecchia l’artificiosità mortifera di quella imposta dai ritmi industriali della metropoli. Si definisce invece come ricerca consapevole di armonia interiore, di un tempo e di una parola poetica felicemente ritrovati.

SCAFFALI
di Adam Vaccaro


 

Il tempo ripreso in John Picchione
 
I libri si distinguono tra rispettabili impegni e ricerche, e libri-Opera, che raccolgono il senso di una vita, animata, spesa e restituita nel mondo in cui si è vissuti. Senso che dunque è materia, corpo e carne del tempo di cui si fa voce. Quando tale ricchezza di interazioni, tra singolarità e molteplicità, si coagula come in questo libro di John Picchione (Esplorazioni del tempo. Narrativa italiana, Scienza, Tecnologia e Società. Dalla tarda modernità alla contemporaneità, Mimesis, 2026) di cui cerco qui di offrire un sintetico richiamo, quel senso e quel tempo diventano luoghi di arricchimento del processo vitale collettivo, proiettato oltre gli stessi contemporanei dell’Autore. È un’opera impossibile senza il coinvolgimento e l’attraversamento di ambiti e linguaggi interdisciplinari, di cui si dà conto già nel sottotitolo, richiamando ricerche scientifiche, sia tecnologiche che sociali. Una tensione alla totalità, che fa di questa un’Opera non un Hortus conclusus nel letterario, ma una azione aperta, tesa a dire e a restituire la scrittura-letteratura nella complessità del Mondo. Col che il senso del tempo ripreso è tale e reale solo se è condiviso. Sempre nel sottotitolo, viene specificata la focalizzazione della sua ricerca nella narrativa. Ne consegue che, in primis, il libro si articola in un ricco attraversamento di tutte le forme narrative generate dal e nel ’900, secolo di esplosioni di immani tragedie e inventive, generate dal sempre più furioso sviluppo capitalistico. Il libro, pertanto, esplora le varie forme di narrativa, che vanno da quelle delle esaltazioni futuriste, alle opere collocate sul versante delle mancanze, sofferenze invisibili o drammatiche, del cosiddetto Disagio della civiltà. Disagio, esperienza e fonte di pensiero critico, senza il quale la libertà trionfante narrata dalla ideologia del capitalismo di magnifiche sorti e progressive (splendido rovesciamento satirico del genio leopardiano), rimane illusione e strumento di sudditanza passiva, rispetto al dominio in atto. Da qui, i saggi preziosi che ne conseguono riguardano Autori quali Pirandello e Svevo, Pavese e Buzzati, fino a quelli del secondo Novecento, come Mastronardi e Volponi, ma anche autori contemporanei di questa fase del capitalismo globalizzato e digitale, quali Tabucchi, Nove, Accardo e altri. 



Un attraversamento che perviene al “Tempo bloccato” (p. 235), consono alle cieche hybris e grottesche pretese di fine della storia, narrate ad esempio dalle “storie-interviste di Aldo Nove” (ibidem). La narrazione che ne deriva è della alienata esaltazione individualistica, che perde ogni contatto e coscienza della realtà, con l’incapacità di progetto di un altro orizzonte storicosociale, di uno stato di libera oscillazione in un universo liquido (quale disegnato da Bauman), del quale non si vede il limite, se non in deliri di superpoteri capaci di uscita da un chiuso e insieme infinito, innumerevoli personaggi che hanno animato decenni di cinema, con Supermen capaci di andare oltre la sua favolosa “Distopia e tempo cosmico” (p. 289). L’unica possibile uscita e ripresa del tempo, cioè della realtà e di sé, è data dalla capacità di condivisione, pertugio di una liberazione effettiva, di presa di coscienza critica, di resistenza e liberazione con il progetto di un’altra storia antropologica e sociale: “Il ricongiungimento col reale si afferma… tramite l’incontro con l’Altro…vissuto senza dissidio e separatezza, all’insegna del legame e della solidarietà.”, in quanto “L’Altro è riconosciuto come parte costitutiva della propria identità e della propria realtà” (ibidem). L’ultimo capitolo (da p, 255 a p. 294) è dedicato al giovane Aldo Nove, e serve a Picchione per ribadire in chiusura i nodi e le sintesi dolorose più attuali della contemporaneità, anche se già evidenziate attraverso gli Autori precedentemente citati: “L’accelerazione di tutti i ritmi di vita, i mutamenti apportati dalle nuove tecnologie… la precarietà del lavoro… hanno creato la percezione” di “esperienze… costituite da episodi senza scopo, slegati tra loro”, in cui “le cose cambiano, ma non si sviluppano, non vanno da nessuna parte” (p. 294)… “una prospettiva” della “tarda modernità… contraddistinta dalla frammentazione… in cui, da una parte, nella dimensione collettiva, si è smarrita la finalità della Storia e, dall’altra, nella dimensione individuale, la volatilità e l’assenza di direzione regnano... Il capitalismo contemporaneo con la sua accelerazione di ogni espressione di vita, espone a forme inedite di alienazione che sconvolgono i rapporti umani con lo spazio e con il tempo” (ibidem).
Il ramificato percorso del libro si misura con tale condizione, nella coscienza della sua chiusura distopica, eppure non arresa alla sua chiusura antiumana, continuando a porre sollecitazioni attive e domande, attraverso i personaggi dei testi esaminati, come quella posta da un professore, nel romanzo Il professore di Viggiù (2018) di Aldo Nove: “E come se ne esce da questa waste land culturale e sociale?” (p. 290), domanda aperta, necessaria quanto (im)possibile, ma eticamente imposta alla nostra responsabilità storica e antropologica. In chiusura, voglio sottolineare la dimensione quantitativa e qualitativa dell’Opera, citando il suo corredo di una corposa bibliografia, da pagina 295 a pagina 306. Un libro da leggere e rileggere, senza una sequenza ordinata, ma con scelte sollecitate dai vari capitoli della sua tensione totalizzante.

 

      

venerdì 2 ottobre 2026

LA NOTIZIA BOMBA



Questa è davvero una notizia bomba, almeno per i non addetti ai lavori o all’analisi di borsa: il più importante costruttore al mondo di macchine per la fabbricazione di “chip” - i microprocessori, le memorie miniaturizzate dei computer -, di alta gamma, è, come è noto, europeo, l’olandese ASML, un ramo della vecchia Philips diventato, a sua volta un albero gigantesco, ma in Europa non vende niente. Quale prova più eloquente del fallimento di cinquant’anni di politiche neoliberistiche, e trenta di riconversione bellica dell’europeismo al servizio dell’imperialismo americano? Capite adesso perché Draghi è (politicamente) un idiota, per essersi prestato ai giochi della revanscista tedesca che presiede la Commissione? Si tratta di un fatto che aiuta anche a capire perché Alastair Crooke ritiene che le élites europee agiscano ormai per disperazione - ai disperati non resta che la guerra. L’avvertimento della Russia è altrettanto chiaro, viene di nuovo da Lavrov, citato da Crooke, e dall’ambasciata russa a Bruxelles: attenzione, europei, perché se volete la guerra (diretta) l’avrete, ma ricordate che sarà brevissima. [Franco Continolo]


 
In qualità di unico fornitore al mondo di sistemi di litografia EUV, ASML è la più grande azienda europea per capitalizzazione di mercato, con un valore attuale di circa 660 miliardi di dollari. Tuttavia, quest’anno ha realizzato profitti quasi nulli in Europa, in calo rispetto all’1% del totale registrato nel 2025 e al 5% nel 2024. Il motivo? Nel 2026 i produttori europei di chip non hanno acquistato alcuna apparecchiatura per litografia da ASML; l’azienda sta quindi sollecitando le autorità dell’UE a contribuire a creare domanda per i chip europei. “Non stiamo vendendo assolutamente nulla in Europa”, ha dichiarato Frank Heemskerk, vicepresidente esecutivo per gli affari pubblici di ASML, intervenendo a una tavola rotonda presso il centro politico e culturale olandese De Balie. “Perché l’Europa non sta investendo e perché non vengono costruiti stabilimenti per la produzione di chip nel continente. È una situazione davvero preoccupante. [...] La nostra quota di ricavi in ​​Europa è dello 0%, mentre in passato era dell’1%”. 
In effetti, l’Europa ha rappresentato l’1% dei ricavi di ASML nel 2025, il 5% nel 2024, il 4% nel 2023 e il 2% nel 2022, secondo le presentazioni aziendali rivolte agli investitori. Tuttavia, nei primi due trimestri del 2026, l’Europa ha generato lo 0% dei ricavi di ASML, stando ai rapporti sugli utili dell’azienda.
“Semplicemente non c’è domanda qui per questo tipo di macchinari altamente specializzati”, ha affermato Heemskerk. “È questo il problema. Quindi, oltre a cercare di attrarre investimenti di capitale sul fronte dell’offerta, dovremmo fare molto di più per creare domanda. [...] Noi di ASML stiamo compiendo sforzi enormi e siamo in contatto con Ursula von der Leyen, sostenendo la necessità di sfruttare il potere di mercato e il dinamismo che, in fin dei conti, esistono in Europa in diversi settori”.
Finora, l’Unione Europea si è concentrata soprattutto sul sovvenzionare la costruzione di nuovi stabilimenti (una strategia che, tra l’altro, non è servita ad attrarre Intel). Tuttavia, ASML esorta i governi europei a contribuire ad aggregare e garantire la domanda di chip di produzione europea; ciò incoraggerebbe i principali utilizzatori europei di chip ad approvvigionarsi localmente, offrendo ai produttori di semiconduttori una motivazione economica per costruire o espandere stabilimenti (fab) in Europa.
“Dobbiamo assicurarci che alcuni di questi acquirenti - i clienti dei nostri clienti - tornino a dialogare più strettamente con i produttori europei. In settori come l’intelligenza artificiale applicata all’industria, ad esempio, vi sono ancora numerose opportunità che l’Europa può cogliere. Ma è necessario organizzarsi in modo collettivo”.



Nuovi stabilimenti sono in fase di costruzione...
Intel gestisce l’imponente stabilimento Fab 34 vicino a Leixlip, in Irlanda, e ha recentemente annunciato l’intenzione di investire 5 miliardi di euro nella struttura per espandere la produzione di CPU basate sulle tecnologie di processo Intel 4 e Intel 3. Sebbene questo nuovo investimento impallidisca di fronte ai piani di Intel di investire circa 80 miliardi di euro nel complesso di stabilimenti di Magdeburgo, in Germania - dove i soli primi due impianti rappresentano una spesa superiore ai 30 miliardi di euro - esso testimonia comunque l’impegno dell’azienda verso il polo irlandese. Inoltre, ESMC - iniziativa sostenuta da TSMC, Bosch, Infineon e NXP - sta costruendo un nuovo stabilimento vicino a Dresda con un investimento di circa 15 miliardi di euro. L’impianto sarà in grado di produrre chip utilizzando tecnologie di processo basate su transistor FinFET di classe 12nm/16nm e transistor planari a 22nm/28nm, impiegate in un’ampia gamma di applicazioni nel settore automotive. Gli stessi nodi tecnologici trovano impiego anche in svariate applicazioni di elettronica di consumo e di edge computing.
Infineon ha inoltre inaugurato a Dresda, nel luglio 2026, il suo nuovo stabilimento “Smart Power Fab” da 5 miliardi di euro: si è trattato del più grande investimento singolo nella storia dell’azienda, che ha di fatto raddoppiato la capacità produttiva del sito. Lo stabilimento da 300 mm produce semiconduttori di potenza, nonché chip analogici e a segnale misto destinati ad applicazioni nei settori automotive, industriale, delle energie rinnovabili e dei data center per l’IA. Infine, ma non per importanza, lo scorso marzo GlobalFoundries ha dato ufficialmente il via ai lavori perun’importante espansione e ammodernamento della Fab 1 di Dresda, al fine di incrementare la capacità produttiva per le sue tecnologie di processo specializzate, tra cui la FD-SOI a 22 nm (22FDX), la memoria non volatile integrata (eNVM) e il nodo BCD (bipolar-CMOS-DMOS) per i circuiti integrati di gestione dell’alimentazione. In una certa misura, tale potenziamento è stato reso necessario dalle difficoltà incontrate da GlobalFoundries durante la realizzazione dello stabilimento congiunto da 10,4 miliardi di euro con STMicroelectronics nella regione di Grenoble, in Francia. Grazie ai numerosi progetti per stabilimenti di semiconduttori in corso in Europa, ASML continuerà a vendere i propri macchinari alle aziende dell’UE ancora per molti anni; l’industria dei semiconduttori nel blocco europeo è tutt’altro che in declino. Naturalmente, un aspetto rilevante è che tutti questi impianti produttivi vengono realizzati da multinazionali (talvolta in collaborazione con aziende locali), ma si tratta più di una tendenza globale che di una criticità significativa.
 


…Ma c’è un aspetto critico
Sebbene i progetti per la realizzazione di impianti di produzione (fab) in Europa comportino investimenti ingenti, essi impallidiscono al confronto con quelli in corso a Taiwan, in Corea del Sud, negli Stati Uniti e in Giappone, dove si stanno investendo decine o addirittura centinaia di miliardi di dollari in nuovi stabilimenti per la produzione di semiconduttori. Ciò che forse conta di più per ASML è che nessuno dei progetti europei in corso riguarda impianti all’avanguardia destinati a utilizzare scanner litografici EUV (Extreme Ultraviolet) e, in prospettiva, High-NA EUV. Le apparecchiature utilizzate oggi dagli stabilimenti europei - e quelle che verranno impiegate nei nuovi impianti - sono tecnologie consolidate, dal costo decisamente inferiore rispetto agli avanzati scanner EUV o DUV a immersione. Questo aspetto rappresenta probabilmente una preoccupazione per ASML, dato che l'azienda è naturalmente interessata a vendere le proprie apparecchiature più sofisticate e costose. Un’altra criticità risiede nel fatto che anche i chip avanzati prodotti in Irlanda o presso la ESMC vengono successivamente spediti in altre regioni per la fase di packaging; ciò significa che le aziende europee hanno perso, in gran parte, la capacità di realizzare chip sofisticati interamente in Europa. Di conseguenza, al momento, non vi è un reale interesse strategico, per le autorità europee, nel creare una domanda di chip “Made in Europe”, dato che tali componenti spesso non vengono assemblati, prodotti o nemmeno sviluppati nel continente. Non è dato sapere se la situazione cambierà in futuro, ma al momento non vi sono segnali in tal senso.

SVIZZERA E DISERTORI
di Nino Di Paolo



Attraversare Como è sempre un’impresa, sia che tu arrivi da Milano con l’autostrada o dalla statale dei Giovi, sia che venga da Erba o da Cantù, da qualunque parte arrivi poi ti tocca l’attraversamento e lì, quasi sempre, ti impantani. E se, per qualche motivo, devi passare di là, nella Confederazione, e non ci passi utilizzando l’autostrada ma la dogana di Ponte Chiasso, in pochi metri il mondo si ribalta. Tempo e spazio si dilatano. Certo, sull’autostrada in direzione Italia vedi le code di autotreni fermi in dogana ma già nell’attraversare il paese di Chiasso tutto, magicamente, si dirada. Ancor più salendo a Balerna e poi a Mendrisio, dove incontri anche filari di vite che producono Merlot e Cabernet. Questo ho sperimentato dovendo accompagnare più volte un familiare al suo luogo di lavoro in quanto impossibilitato a guidare a causa di un infortunio ad un arto. E, un giorno di fine agosto, su più muri, ho potuto vedere un cartello, ben stampato e ben incorniciato, che troverete sotto il titolo di qursto scritto.
Ora, lungi da me fingere di non sapere che la Svizzera non corrisponde ad alcuno degli angelici sette cieli; pure lei le sue belle magagne ce le ha avute e ce le ha (oltre a un buon numero di peccati capitali) però, avere coscienza di ciò che, di buono, ha conquistato e mantiene è un valore aggiunto dei suoi cittadini. Poi, dove mi trovavo oggi, ho visto questo qui sotto.



Dunque, anche gli abitanti di qui, i produttori del “Vino Nobile di Montepulciano” hanno la stessa coscienza dei ticinesi. E così, penso, in ogni parte del mondo, dove la si può esprimere e dove no. Perché verso gli obiettori, i renitenti, i disertori di ogni parte del mondo abbiamo un debito di riconoscenza. Obiettori, renitenti e disertori alle armi e a tutto ciò che le fa funzionare.

ANCORA A PARMA PER “INNESTI UMANI”




IL RACCONTO
di Lodovica San Guedoro



Addio, Asmir
 
Ciao, Asmir, addio, Asmir, sei stato un’immagine della vita. Ciao, Asmir, addio, Asmir, la mia casa è vuota. Non suonerai più al citofono, non apparirai più sulla mia soglia, non appenderai più la tua giacca nell’armadio. Non ti laverai più le mani nel mio bagno.
Il mio cuore è vuoto, lo avevi occupato tutto tu, ora che te ne sei andato per sempre, la mia anima è deserta. Avevi sospeso il tempo, adesso le ore e i giorni corrono inarrestabili, il rumore della corsa mi assorda le orecchie. Mi avevi fatta diventare giovane, ora torno ad essere vecchia. Eri una scala d’oro verso il futuro, eri una promessa di rigenerazione, con te non sentivo più la paura della morte. Tu me l’avevi tolta, le avevi gettato un incantesimo addosso, una rete di luce splendente. Tu mi davi il coraggio, la spavalderia, quando c’eri tu non sentivo strisciare verso di me l’orribile passo. Riuscivi, magico fanciullo, a fare quello che niente e nessuno poteva: non avevo incertezza del futuro, non ne avevo paura. Quanta felicità sapesti donarmi. Il mistico, magico miracolo s’è infranto. Il cuore è spezzato ed è scesa la notte. Una sera, ormai lontana, ti avevo baciato, ti avevo baciato io per prima, sotto un lampione, sentendo che eri uno sconosciuto, e, a dispetto di questo, ti avevo baciato. Premevo le mie labbra su quelle di una creatura ignota e misteriosa, che era un uomo, sì, ma anche un fauno, ed eri tu, posavo le labbra su quelle di una creatura fantastica, uscita da un sogno o scesa dal cielo e venuta a me dopo essere passata per le selve, ed eri tu, un ragazzo bosniaco… Sentivo il fresco respiro e l’ombra delle selve alitarti intorno… Ora l’amore mi ha abbandonata, ora il dolce fauno è tornato nelle selve. Sei crudele, Asmir. Amore, venuto dalle stelle, amore adorabile, sei sceso in un vaso umano troppo stretto. Era fatale. Fin dal primo momento avrei dovuto saperlo, ma a che sarebbe servito? Ti avrei amato lo stesso, perdutamente. 


Lodovica San Guedoro

Ti sei rivelato in tutta la tua debolezza, un uomo debole che può avere sentimenti solo quando è in uno stato onirico, quando sfugge dalla sua gabbia, quando sfugge dalla sua vita, e quando ritorna in sé, li perde. Ma ti amo sempre. Mi sentivo la forza di sfidare il tuo amore, di reggerne il peso, per averne tutta la dolcezza; sopportavo di farmi ferire da te, per amarti, vedi quanto ti amavo! E tu non sai se mi hai mai amato… Tu sei stato innamorato di me solo un attimo: una cosa assurda, una cosa incomprensibile! Perché non hai voluto amarmi, perché non hai voluto? Non ne avevi la forza? Ti avrei amato io per due, se tu avessi accettato! Se potessi tornare indietro, di giorno in giorno, se il mio piede potesse calcare il tempo a ritroso fino al giorno che ti conobbi, il primo giorno della mia vita! Non voglio dimenticarti, Asmir, ho il terrore di dimenticarti. Se accadesse, vorrebbe dire che sarei già morta. I miei giorni ora sono un’agonia, una tristezza grande mi striscia nel cuore, una tristezza che porta il tuo nome: Asmir. Un nome bosniaco, un nome barbaro, che conteneva le cifre di tutto l’universo. Un nome che udivo con stupore uscire dalle mie labbra o risuonare, chiunque lo pronunciasse. E anche ora è così, è immutato. Sei veramente esistito? Dimmi se sei esistito o eri solo un’illusione, uno scherzo di luce, un sortilegio beffardo delle nuvole, un riflesso del mare o del cielo, della natura impassibile e cieca, che gioca come il gatto col topo. Amore innocente, amore puro, incanto e promessa di vita, Asmir, ti perdonavo tutto, perché eri un ragazzo, perché eri fresco come l’aurora, perché eri bello, eri buono, e non lo sapevi, non sapevi che tesoro portavi in te, eri un adolescente, eri più giovane di tuo figlio, eri la mia giovinezza. Che amore pieno di incanto è stato il tuo!

giovedì 1 ottobre 2026

PIANTARE ALBERI
di Fabio Mariotti



Cittadine e cittadini della provincia di Brescia uniti per un territorio più fresco e sano.


Le nostre estati sono sempre più torride. La pianura, le valli e le aree urbane del bresciano stanno subendo in modo drammatico gli effetti del cambiamento climatico, con ondate di calore senza precedenti, lunghi periodi di siccità e una progressiva perdita di umidità del suolo. Chilometri di asfalto stradale tagliano il nostro territorio, assorbendo calore durante il giorno e trasformandosi in veri e propri “radiatori” che surriscaldano l’aria circostante. Non possiamo più restare a guardare il nostro territorio inaridirsi. Esiste una soluzione naturale, scientificamente provata ed efficace: l’ombra e la forza degli alberi. Chiediamo alla Provincia di Brescia e a tutti i Comuni del territorio di unire le forze per avviare un piano straordinario di forestazione diffusa e micro-ombreggiamento stradale. Chiediamo di censire e piantumare ogni zona libera idonea e, in particolare, di creare filari alberati lungo le strade provinciali e comunali laddove lo spazio lo consenta. Piantare alberi lungo le nostre vie di comunicazione non è solo una scelta estetica, ma una necessità vitale per:
Abbassare le temperature: L’ombra delle chiome riduce la temperatura dell’asfalto anche di 10-15 °C, rinfrescando l’aria attraverso la traspirazione.
Pulire l’aria che respiriamo: Gli alberi posizionati lungo le strade catturano la CO2 e bloccano il particolato fine (PM10 e PM2.5) emesso dai veicoli.
Proteggere il suolo: Le radici contrastano il dissesto idrogeologico, consolidano i terreni e favoriscono l’assorbimento dell’acqua piovana nel sottosuolo.



Le nostre richieste concrete alle amministrazioni:
Mappatura immediata: Avviare un censimento delle aree libere e dei margini stradali provinciali (SP) e comunali idonei alla piantumazione, nel pieno rispetto delle distanze di sicurezza stradale.
Scelta di specie resilienti e autoctone: Utilizzare alberi nativi adatti al nostro clima (come aceri campestri, frassini, bagolari o querce), resistenti alla siccità e con apparati radicali profondi che non danneggino la carreggiata.
Fondi dedicati: Intercettare in modo coordinato i finanziamenti europei, i bandi ministeriali e le risorse regionali per la forestazione urbana e la resilienza climatica, riducendo l’impatto sulle casse locali.
Patti di cittadinanza per la cura: Coinvolgere le associazioni ambientaliste locali, gli agricoltori e i cittadini in patti di collaborazione per garantire l’irrigazione d’emergenza e la cura delle giovani piante nei primi tre anni di vita.
Il futuro della nostra provincia si decide adesso. Vogliamo strade più fresche, un’aria più pulita e un territorio protetto dall’inaridimento.
Firma questa petizione per chiedere alla Provincia di Brescia e ai nostri Sindaci un impegno concreto per il verde pubblico
!


 
Firma l’appello
https://www.change.org/p/pi%C3%B9-alberi-e-ombra-sulle-strade-bresciane-piano-straordinario-contro-caldo-e-siccit%C3%A0/psf/promote_or_share

SCAFFALI
di Claudia Pinelli


 
Il romanzo di Russo che racconta l’Italia.
 
Mi viene un solo aggettivo per commentare questa avvincente lettura del romanzo satirico-grottesco di Cataldo Russo dal titolo: Millantatori e sanguisughe pubblicato dalle edizioni Puntacapo (pagine 206): sorprendente. Ogni pagina è stata inaspettata e piacevolissima per la modalità narrativa, i passaggi temporali e la capacità immaginifica, insieme alle descrizioni così vere di momenti della nostra storia recente, arricchite da escamotage da vero romanziere. Ho apprezzato l’utilizzo di figure animali che ben incarnano personalità e modalità, e il protagonista catapultato nelle diverse realtà, che arriva ad avere un nome diverso ma mantiene un'integrità nella sua semplicità, cercando di sopravvivere a ibernazioni e pavoni senza diventare altro da sé, tra sogno e incubo, distopie e potere. Devo dire che mi ha colpito molto: i dialoghi rendono benissimo e le ambientazioni sono fantasiose, specchio di una realtà che ha superato ogni fantasia, tra Alice nel paese delle meraviglie e La fattoria degli animali. Solo il titolo non mi ha convinta: lo trovo un po’ troppo concreto rispetto a un romanzo così immaginifico, dalla scrittura così brillante, vivace e mai scontata. Millantatori e sanguisughe è un romanzo satirico-grottesco che ripercorre quasi quarant’anni di storia italiana. Quarant’anni scanditi per lo più da scandali, malapolitica, furbizie di ogni genere, ruberie e perdita di valori. Quarant’anni che non hanno minato solo le istituzioni e le strutture economiche e civili del paese, ma hanno soprattutto devastato e inaridito le coscienze degli italiani che sono andati incontro quasi a una mutazione antropologica. Il romanzo inizia nel 1986 quando il protagonista delle vicende, l’operaio Antonio Schifino, si risveglia miracolosamente dopo essere rimasto congelato per 10 lunghi anni in un grande freezer del mercato all’ingrosso del pesce di Milano, e termina nel 2022, svelandoci l’inganno dell’Eden della Pacchia.  

IL RACCONTO
di Claudio Zanini
 

Dialogo sulla guerra
 
La mia giovane amica Enrichetta, con un certo fervore, mi disse: «Purtroppo, la guerra si è costretti a farla per difendere i confini della propria patria, mio caro».  
«Non del tutto, cara,» replicai «l’amore per il proprio paese, per la cosiddetta patria, non è la ragione primaria della guerra; è altrettanto decisivo l’amore per l’oscuro fascino della violenza, per la competizione estrema, per la bramosia del dominio sull’altro».
«Hai detto amore… è vero! Mi fai venire in mente che qualcuno dei miei amici confessa che ama la guerra… la ama come fosse una donna … essa possiede una fascinazione oscura cui, in certe condizioni è impossibile resistere… Esserne pervasi significa trovarsi in una situazione straordinaria d’assoluta libertà poiché tutte le convenzioni, i principi, le regole svaniscono».
«In ciascuno dei tuoi amici e in noi stessi, mescolata alla pulsione di vita agisce, radicata nella natura umana, la pulsione di morte; un’innata aggressività, un bisogno di odio e distruzione: così Freud… A questa figura del nostro daimon, aggiunge James Hillman, tutto sarebbe permesso… l’esercizio irrazionale della violenza che ti rende invincibile. Che ti assicura il totale dominio sull’altro, che ti convince della tua potenza, della tua invincibilità. Un delirio febbrile d’onnipotenza, un’insensata prova del fuoco… accompagnata dal mito affascinante dell’eroe virile e della bella morte, da Omero fino ai nostri giorni. Terribile!».



«In effetti, tutti gli eroi guerrieri sono maschi molto virili, a parte Giovanna d’Arco e qualcun’altra» replicò lei.
«Certo, la guerra è un’abitudine arcaica e virile. Le donne hanno altre qualità, saperi e inclinazioni!... la guerra è cosa nostra, mia cara. Il confronto con la morte che ti darebbe la sensazione di espandere quasi senza limiti la vitalità, il sentirsi vivi, attimo dopo attimo; dove giovani corpi, agendo, sono dominanti e nessun pensiero razionale li turba né ne ostacola la frenesia. Marinetti, poeta futurista diceva che la guerra è la “sola igiene del mondo”. Questa delirante e folle retorica è espressione della cosiddetta virilità guerriera»
«Poi, non dimenticare l’inebriante sensazione d’essere circondato da compagni che hanno la stessa tua uniforme…» osservò.



«È vero, uniformi un tempo colorate, eleganti, ricche d’ornamenti; una volta c’era il fascino della divisa, evidente segno identitario… Sei insieme ad altri giovani, compagni che seguono il tuo medesimo addestramento e lavaggio del cervello, cui fin da piccoli è stato instillato l’odio per l’altro, per il “nemico”».
«A proposito, ricordo che in un film sulla guerra del Viet Nam, durante l’addestramento, i soldati portavano un elmetto con la scritta: “Born to kill”».
«Esatto, brava! “Nato per uccidere”. Lo cita Stanley Kubrick nel film Full metal jacket… è il motto di un gruppo coeso, costituito per uccidere! Branco dove l’emulazione e il confronto non permettono tentennamenti o passi indietro, la responsabilità individuale si dissolve… Solo dopo - e se ne sei uscito vivo e integro -, quando il delirio si è consumato, prendi atto dell’immane tragedia che hai vissuto. Misera creatura, bipede implume, ti rendi conto del fatuo e mortale impulso da cui ti sei lasciato trascinare; ne scopri che il risultato di lutti e rovine è irrimediabile e, nella tua coscienza, diventa ferita sanguinante e immedicabile. Anche tu sei mostruosamente cambiato. Ma questo viene dopo… post festum».
«Quindi?... se questo fa parte della condizione umana, è irrevocabile? Siamo condannati dunque a un eterno ritorno all’orrore?».
«Penso che niente sia irrevocabile…».
«Allora, la pace perpetua?... non mi pare che i governi del mondo possano decidere insieme, a tavolino di abolire la guerra e ogni conflitto, affidandosi a sentimenti d’amore e solidarietà».



«Sarebbe necessario elaborare un’educazione delle relazioni affettive, una morale e una cultura che operino, da un lato, sulle pulsioni inconsce e primarie ma, soprattutto, mettano in luce ingiustizie e diseguaglianze drammaticamente vigenti. Tra l’altro, dobbiamo tener conto che viviamo in una società patriarcale dove l’arcaica posizione dominante del maschio bianco viene ancora spacciata per qualità naturale, quindi il mestiere della guerra riguarda soprattutto il maschio suprematista, inventato e celebrato fin dall’epoca dei primi miti guerrieri».
«E perché le donne non ne sarebbero coinvolte?».
«Perché, fin dalle prime comunità, il maschio, prima cacciatore, quindi incaricato della difesa della casa e del terreno – subito circondato da paletti; quindi, spacciato indebitamente per sua “proprietà privata” e, all’istante, fonte di rivalità e conflitti, - si è assunto il compito di governare il dominio sulla “propria” comunità (chiamiamola Patria) e la sua difesa, espungendone le donne. Quindi il dominio sull’altro, sul diverso. E, tieni conto che l’altro è, soprattutto, il femminile, la donna… pensa all’arte classica, a quante celebrazioni di stupri e violenze in pittura e scultura… dal Ratto delle sabine, al Ratto di Proserpina, a quello di Europa, Apollo e Dafne… e così via…».   
«È vero… dipinti che ho sempre ammirato senza farci caso».
«Questa prevaricazione nei confronti del femminile, non significa che sarebbe necessario sostituire il dominio del maschio con un matriarcato».
«Sarebbe interessante almeno provarci… e vedere l’effetto che fa» disse lei scherzosamente.



«A questo punto, forse sarebbe meglio rendersi conto che ciascuno è anche l’altro di qualcuno. Maschile e femminile sono reciprocamente l’altro. Senza questo altro, io non sono nulla. Se lo anniento, anch’io mi distruggo… Mia cara, le creature – tutti gli esseri viventi - sono per la relazione, l’accoglienza e la collaborazione, la vita non è singolarità e prevaricazione… Pensa all’infelice affermazione: “non esiste la società, esistono solo gli individui”, celebre frase di Margaret Thatcher, primo ministro conservatore inglese, pronunciata nel 1987. Questo ti dice che è improrogabile perseguire pace e azione non violenta con incessabile ostinazione».
«In ogni caso, le uniformi hanno un fascino notevole», disse lei, rialzando il capo ed esibendo un bel sorriso sereno e colmo d’innocenza. «Certi giovanotti in uniforme sono irresistibili… molti, sai, si arruolano soltanto per indossarle, per esibirsi… tu, per esempio, staresti molto bene con una divisa!».
«Ne ho sempre fatto volentieri a meno… alle uniformi dei tuoi maschi suprematisti, preferisco i miei frusti abiti borghesi. Ai poeti non interessa un’uniforme. Poi, l’eleganza è una disposizione naturale».



«Anche i postini e i capistazione hanno le loro belle divise!... però l’esercito ha un’elegante compostezza, nelle parate, per esempio».
«Ah, le parate! Un’ingessata messa in scena, una retorica compostezza che dura finché non ti sbattono sotto i bombardamenti o nel fuoco della prima linea, nella merda della trincea, nel fango con i topi, sotto le bombe a contare le cimici e i morti finché anche tu non ne aumenti il numero. E ricordiamoci bene quanto scriveva Kurt Vonnegut; la guerra succede quando “vecchi porci mandano a morire ragazzi”».
Mi prese le mani tra le sue: «D’accordo, ma su, sdrammatizziamo!... ricordo, in certi film, la fanteria che avanza allineata contro l’artiglieria nemica, con le belle divise colorate, eleganti e tutte eguali… i soldati che cadono come birilli, uno dopo l’altro…».
«Avanti, avanti insensatamente, come zombi, senza scomporsi… ah! L’avidità delle amorali classi dirigenti, l’insipiente tracotanza degli alti comandi militari, la loro ottusa mentalità con le loro micidiali strategie e le conseguenti mattanze… disgustosi criminali che ci avvelenano le coscienze».
Enrichetta tacque, poi mi guardò perplessa.
«Però le guerre moderne sono diverse, non si mandano uomini come gregge allo sterminio».



«Hai ragione, tuttavia, forse è peggio. Un tempo ci si scontrava, diciamo, ad armi pari. Non sempre, ma supponiamolo, comunque tenendo conto che è la guerra sempre stata un atroce affare. Tuttavia, ci si guardava negli occhi, tu e l’avversario. Eravate due forze, abilità, intelligenza ed emozioni di due uomini che si scontravano. Oggi il nemico è diventato il bersaglio disumanizzato di una macchina in grado di cercarlo, identificarlo e sopprimerlo. Tu non lo conosci, è solo un anonimo bersaglio. Basta che tu dia un input, lo fai saltare in aria, e poi puoi andare a bere con gli amici».



«Mi ricorda un vecchio film, I predatori dell’arca perduta. Dove Indiana Jones, trovandosi di fronte un berbero con la scimitarra sguainata e mulinante, che lo invita allo scontro - con un balletto di gesti, parole e sguardi minacciosi -, estrae un revolver e lo fredda istantaneamente sul posto. Nessuna abilità, intelligenza ed emozione. Uno sparo ed è la fine».
«Questa è il progresso della tecnica, bellezza! E non è finita! Tieni anche conto che oggi anche la popolazione civile è ostaggio inerme e bersaglio bellico. Dobbiamo, dunque, aspettarci cose che gli umani non hanno mai visto». 

[Le immagini a corredo sono di Bansky]
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