UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 7 maggio 2021

MINIMA IMMORALIA
 


La situazione dell’immane strage da Coronavirus in India ci obbliga a un paio di riflessioni. La prima è la seguente: più le megalopoli cresceranno in maniera incontrollata, più lo spazio urbano diverrà un affollato termitaio umano, più esse diventeranno vulnerabili ad ogni sorta di epidemia. Epidemie che, come ci sta dimostrando la situazione indiana, si diffonderanno in maniera pervasiva e incontrollata proprio in conseguenza di tali concentrazioni urbane.
Le città cresciute in maniera esagerata stanno già da anni pagando in termini di inquinamento, di vivibilità e di malattie, il loro gigantismo.
La seconda riflessione riguarda l’India come potenza militare e nucleare. È divenuta una delle grandi potenze globali militari facendo pagare un prezzo altissimo alla sua popolazione. Si è dotata di armi di sterminio, ma ha lasciato vasti strati della popolazione nella miseria, nell’indigenza, e nella malattia, come la pandemia ha evidenziato. Ha riempito i suoi arsenali, ma non si è preoccupata di procurarsi le bombole per l’ossigeno. Ha speso una quantità enorme di ricchezza nazionale in armamenti, ma non ha badato ad un piano pandemico. Una cecità criminale per un paese che ha quasi un miliardo e mezzo di abitanti, un inquinamento spaventoso e condizioni igieniche disastrose. È una grave ingiustizia che a bruciare nei roghi disseminati per le strade, non ci sia un solo cadavere degli esponenti delle classi dirigenti. [A. G.]

Saggi
IL LIBRO DI PIERINO SU FAUSTO GULLO  
di Vincenzo Rizzuto

Fausto Gullo durante un comizio

Ho appena finito di leggere il saggio di Giuseppe Pierino: Fausto Gullo un comunista nella storia d’Italia con prefazione di Aldo Tortorella, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2021; un corposo lavoro di scavo di oltre 280 pagine non solo sull’opera della figura politica del personaggio ma anche sulla storia d’Italia dall’avvento del fascismo alla nascita dello Stato repubblicano lungo il suo faticoso cammino attraverso le varie peripezie tra cui venne a costituirsi. Il lavoro di Pierino analizza tutto il percorso politico e umano di Gullo con una analisi capillare, larga e puntigliosa, sostenuta sempre da rimandi documentali, riportati in copiose note che spesso occupano intere pagine, rendendo così il testo di non facile lettura ai non addetti ai lavori.
Ma al lettore armato di buona volontà viene offerta una panoramica davvero completa e puntuale della grande statura del Gullo politico, del ‘Ministro dei contadini’, nonché dell’uomo nei suoi rapporti con il mondo degli umili, a cui rivolse sempre particolare attenzione con atteggiamenti di grande rispetto, una caratteristica, questa, che faceva di lui un autentico ‘signore’, scevro di qualsiasi paternalismo, che nei suoi tempi caratterizzava il costume di gran parte dei politici provenienti dalla piccola nobiltà di provincia, alla quale pure egli apparteneva.

Fausto Gullo

Pierino mette in risalto queste qualità senza cadere nel manierismo adulatore di chi scrive per erigere monumenti di cartapesta. In questo lavoro Fausto Gullo viene raccontato nelle sue infinite lotte per l’emancipazione non solo della sua terra, della sua Calabria, del suo altopiano silano, per il quale nutrì sempre ancestrale amore, ma anche nell’opera indefessa che egli portò avanti nella complessa, difficile ricostruzione della nuova Italia repubblicana. In quest’ultima battaglia la personalità di Gullo emerge in tutta la sua possanza, come statista, giurista raffinato e politico di prima grandezza, che si muove nelle piazze e nelle aule parlamentari con un carisma ed una competenza di primo piano; in questo ruolo tiene testa e si impone a personalità come Togliatti, De Gasperi, Bonomi, Salvemini, Bordiga, Croce, per citarne solo qualcuno.
E Pierino, in questo lavoro certosino, segue passo dopo passo la presenza esemplare, fattiva di Fausto Gullo nei vari momenti storici, e lo fa con maestria e singolare rigore scientifico come nessun’altra ricerca aveva fatto prima.
Gullo così, con abbondanza di documentazione bibliografica, criticamente utilizzata e offerta di volta in volta al lettore, viene colto nella coraggiosa battaglia, sia pure persa, a favore di una sola camera parlamentare, come nel coraggioso smascheramento dell’ambiguità della DC nei confronti degli ambienti fascisti, come asserirà in un suo intervento del 23 luglio del ’44.
Nello stesso modo Pierino ci presenta il personaggio nella sua incisiva opera di denuncia degli ambigui rapporti di una parte della DC e della Chiesa con gli ambienti monarchici, a favore di questi ultimi nella decisiva battaglia referendaria per la scelta dell’assetto repubblicano. 



Parimenti il saggio di Pierino offre al lettore, con grande forza evocativa, una figura di Gullo che, come Ministro di Grazia e Giustizia, viene lasciato solo, anche dal suo Partito, sia nello scontro con la Magistratura, che tende a stravolgere lo spirito dell’amnistia nei confronti dei maggiori responsabili del fascismo, che in altre occasioni, come quella della strage di Portella della Ginestra, di fronte alla quale Gullo, senza mezzi termini, nel dibattito parlamentare parlò del bandito Giuliano come emissario della politica di Truman, tendente a fare dell’isola terra di influenza americana con la complicità di una parte della DC e della mafia, scontrandosi con Scelba, il quale, spudoratamente, sosteneva in Assemblea  che “gli omicidi siciliani non possono essere considerati un atto politico”, bensì un episodio isolato e circoscritto.
In tutte queste battaglie Gullo, come viene fuori dalla raffinata ricostruzione di Pierino, spesso, troppo spesso è lasciato solo dal Partito, in una specie di limbo, dove la sua voce, pure adamantina e sorretta da serio spessore culturale come pochi altri potevano vantare, si perdeva come in un deserto. Avvenne così anche quando egli pose all’attenzione l’affollamento delle carceri, il vergognoso furto di Stato delle matrici per la stampa della nuova moneta, in sostituzione della lira, che avrebbe colpito i grandi patrimoni.



L’isolamento intorno a lui si verificò anche quando sostenne la parità fra uomo e donna, il ripristino della giuria popolare in Assise, e manifestò la sua perplessità e scetticismo nella istituzione delle Regioni.
Pierino poi, analizzando l’acume e la capacità teorica di Gullo in materia di teoria giuridica, ne mette in luce la portata come membro del Comitato di redazione (cosiddetto dei 18), che nell’Assemblea aveva il compito di predisporre, coordinare e stendere i testi della Carta Costituzionale; in quella sede Gullo diede il meglio di se stesso precisando che la Corte Costituzionale deve giudicare non la ‘legittimità’ ma ‘l’illegittimità’ delle leggi votate dal Parlamento, perché solo così si sarebbe evitato il conflitto fra i due poteri, e si sarebbe assicurato il primato del potere legislativo; una escamotage, questa, che dimostrava ancora una volta tutta l’originalità del pensiero di Gullo come studioso e teorico del Diritto. Su tale primato di Gullo, il medesimo Pierino opportunamente riporta un giudizio di Alessandro Natta, il quale ebbe modo di asserire che “Non c’è stato fatto politico che non lo abbia visto protagonista”. Con il medesimo giudizio, di grande considerazione per la statura del nostro personaggio, si esprime il senatore Spezzano nei suoi discorsi parlamentari, dove asserirà: “Ad ogni suo intervento tutti i settori, alla Camera e alla tribuna stampa, risultavano affollati come mai”.
In queste sintetiche note preme ricordare infine che bene ha fatto Pierino a stigmatizzare, sia pure con il sorriso in bocca, il vergognoso silenzio che il ‘grande Partito’ fece cadere sulla figura dell’uomo, dello studioso e del Politico di ‘Macchia’ in vita come dopo la scomparsa.



A questa ‘damnatio memoriae’ forse contribuì non poco la forte convinzione del politico calabrese secondo cui nessun avanzamento civile è possibile senza la reale partecipazione delle masse, precisando a tal proposito che il Partito da ‘strumentale’ non doveva diventare ‘fine a sé stesso’, come stava purtroppo già avvenendo. Su tale problematica intervenne anche con un articolo, che inviò a ‘Rinascita’ per essere pubblicato, ma il ‘grande’ Amendola lo censurò e il pezzo non uscì; Gullo non ne fece un dramma, e con il suo solito equilibrio e saggezza tirò innanzi fino alla fine.
A conclusione di questa sintesi sulla pregevole opera di Pierino, mi piace concludere con un ricordo personale su Gullo: egli, chiudendo con il suo impegno politico nella sede della Federazione del partito di corso Mazzini a Cosenza, salutò la grande folla dicendo: “Cari compagni, Il socialismo è come un treno in corsa che non si ferma mai, anche se c’è sempre chi scende e chi sale”.
Un messaggio di speranza, questo, rivolto al futuro dell’Italia rinata dalla guerra e dalla Resistenza, a cui l’uomo, lo studioso e il politico Gullo aveva partecipato generosamente dando il meglio di sé stesso.
Un grazie a Giuseppe Pierino per avere riportato all’attenzione soprattutto dei giovani una così importante figura, che ancora oggi può e deve essere esempio di libertà di pensiero e di azione nella difesa della democrazia e della civiltà.
 

                 

 

CHI E QUANDO HA ACCECATO LA GUARDIA?
 


MARIO SERVUM VOCAT MATTHAEUS
QUOD PRESS NOSSE DISSIMULAT
 
Fuori critica, dentro incide (come idiota, se la ride)
è la novella geometria d’Euclide.
AIFA aggiorna il protocollo?
Al cimiter si va a rotta di collo.
 
Commissari senza scrupoli politicastri
non fan che cercar scuse ai lor disastri.
Sorvolan sugli error dei presidenti
che strappan chiaro color con morsi e denti.
 
Colpa maggiore è dei giornaloni
non aman dir le vere situazioni.
 
Luigi Caroli  
  
*Accecando la guardia (a partire dal 15 gennaio)
Fontana & co hanno “imbellettato” le regioni che amministrano.
Molti politici e quasi tutti i giornalisti continuano a dire e a scrivere
solenni fesserie.Hanno parecchie vittime sulla coscienza e dovrebbero vergognarsene.
 

 

 

IL PENSIERO DEL GIORNO



Accumulo di ricchezza,
povertà di vita.
Nicolino Longo

 

martedì 4 maggio 2021

Narrativa
L’INSUBORDINATO
di Angelo Gaccione

Graziano Mantiloni
 
Ogni qual volta si affronta un libro di narrativa bisogna tenere a mente le parole del padre della psicanalisi Sigmund Freud: “L’arte è il regno intermedio fra la realtà che frustra i desideri e la fantasia che li appaga”. Basta sostituire al sostantivo generico arte, quello più specifico di narrativa. Non sfugge a questa verità il recentissimo romanzo dello scrittore grossetano Graziano Mantiloni: L’insubordinato. Per un autore come Mantiloni, disarmista convinto come me, come me amico di Cassola di cui cura persino un sito, la fantasia non poteva non virare verso un esito di aperta insubordinazione. È una insubordinazione doverosa quella del protagonista del romanzo di Mantiloni: si chiama Ludovico Tassini, è un giovane soldato di 28 anni di origine toscana e di professione fa il sarto. Il gesto gli costerà la vita, ma non lo degraderà a bestia disumana, anzi, il rifiuto di sparare ad un commilitone, così come gli era stato ordinato da un superiore, lo rende ai nostri occhi ammirevole e ne proviamo simpatia. Tassini era stato scelto a caso, come a caso erano stati scelti i soldati da fucilare, a seguito di una decimazione per punirli di aver ripiegato in ritirata durante un rovinoso assalto nemico. Avevano osato mettersi in salvo per sfuggire alla carneficina. Era il 1° ottobre del 1917 e l’uomo, sposato appena da tre anni, pagherà con la morte l’ardire di aver buttato il fucile per terra affermando che non avrebbe “sparato a un fratello”, come ci informa una pagina di diario del fotografo milanese Arnaldo Foti. Ma andiamo con ordine. Nel romanzo Ludovico Tassini in realtà è un “resuscitato”, un personaggio “fantasma” di cui non si sa nulla. Tutto ruota intorno alla sua figura, ma lui non c’è, non può agire. “Torna in vita” grazie alla caparbia determinazione di Ludovica Venturini, insegnante sessantenne che, all’indomani della morte della nonna Emma Luini, rovistando fra le sue umili “cose”, si imbatte in un pacchetto legato con lo spago. Un ritaglio di una foto di un giovane militare sullo sfondo di un panorama montano innevato e alcune cartoline firmate Ludovico, il nome del padre che sua nonna non aveva mai conosciuto, compaiono sorprendentemente da quell’involto. Erano del bisnonno di cui Ludovica portava il nome, l’uomo che la guerra aveva cancellato e sul cui conto non possedeva né ricordi, né aneddoti. La nonna non gliene aveva mai parlato e lei, ora che non c’era più, si era pentita di non averle fatte tutte le domande che ora le venivano in mente davanti a quelle cartoline e a quella foto del giovane militare così amorevolmente custodite. Nessun dubbio che fosse il suo bisnonno, ma perché di lui non si parlava mai? Com’era possibile che quella vita fosse definitivamente evaporata? Da questo momento in poi Ludovica inizia la sua indagine, determinata com’è a seguire ogni minimo indizio che possa metterla sulle tracce del misterioso antenato. Provvidenzialmente torna a fare irruzione nella vita di Ludovica Venturini un vecchio collega di scuola: il docente di matematica e fisica Lorenzo Mencioni con cui in passato c’era stata una fugace relazione fisica, più che sentimentale. Mencioni sarà determinante per le indagini di Ludovica e nonostante la sua impacciata timidezza, (anzi, forse proprio per questo), e la sua devozione a una donna che non ha mai dimenticato, il lettore riesce a simpatizzare molto di più con lui che con la contorta psicologia un po’ nevrotica di Ludovica.


G. Mantiloni

Un romanzo non si racconta, com’è ovvio. Posso però accennarvi di un paio di sedute spiritiche, di un viaggio sulle Dolomiti fino al monte Castellazzo dove verrà individuato lo sfondo della fotografia che ritraeva il bisnonno, e di un altro a Milano dove miracolosamente Ludovica verrà in possesso di rotoli di pellicole di un prezioso archivio fotografico. Le tessere del puzzle vanno a ricomporsi fino all’esito finale; fino al recupero delle fotocopie di un libro conservato in una biblioteca anch’essa di Milano: autore Arnaldo Foti, fotografo. È lui che ha lasciato tracce nel suo diario di guerra di Ludovico Tassini e della dinamica della sua morte per mano del capitano Del Tagliente, ed è lui l’autore della foto che la nonna di Ludovica aveva fino alla morte custodito. Un gesto eroico quello di Tassini, e Ludovica può andarne fiera. Ma cosa avremmo fatto noi al suo posto? Il romanzo di Mantiloni ci interroga indirettamente anche su questo: avremmo obbedito agli ordini e ucciso degli innocenti o ci saremmo rifiutati rischiando l’insubordinazione e la morte come Tassini? Non dimentichiamo che nel corso della Prima guerra mondiale (il periodo della vicenda di Tassini) furono comminate 750 condanne a morte per insubordinazione, senza contare quelle eseguite senza alcun processo (come prescrivevano le ordinanze militari), e senza contare gli atti di autolesionismo. Il numero dei soldati che si auto-mutilavano usando mezzi e metodi fra i più invalidanti, e persino ricorrendo al gesto estremo del suicidio, è stato molto alto. Incutere paura con la decimazione era il solo modo per le autorità militari di impedire renitenza, ammutinamento e fughe. Fughe da quella che in diverse occasioni ho definito la Grande macelleria.
Il lettore apprenderà che la rimozione della memoria del giovane fante (il suo nome non iscritto neppure nell’elenco dei caduti o dei dispersi) era stata una scelta deliberata. La damnatio memorie doveva occultare il rifiuto di un comando ingiusto e l’ingiusto assassinio che ne era seguito. Ora che tutto era riemerso come da un gorgo profondo, la sua memoria poteva essere riabilitata se non nello spazio pubblico, almeno in quello privato di Ludovica. 
Naturalmente non è il semplice accumulo dei fatti a rendere attraente una storia narrata, ma il modo come il narratore la conduce, l’abilità descrittiva, il clima sentimentale e poetico che sa creare e così via. Mantiloni ha una buona mano e il romanzo si serve di tutta questa perizia creativa. Un solo avvertimento: se vi capita di venire a Milano non cercate né piazza Sperandio né largo Sperandio (la doppia connotazione è una svista dell’autore, un peccato veniale) perché semplicemente non esistono. Ma come ho detto aprendo questa nota, la fantasia dell’autore non si piega ai ricatti della realtà.

La copertina del libro

Graziano Mantiloni
L’insubordinato
Youcanprint Ed. 2021
Pagg. 170 € 14,00
Con una nota di Federico Migliorati

 

 

  

lunedì 3 maggio 2021

SPIGOLATURE
di Angelo Gaccione
 

La fontana prima

La fontana di via Andegari
 
Domenica 25 Aprile, Festa della Liberazione, Milano mi ha stupito. Positivamente stupito. E anche questo è Milano, per nostra fortuna. Meno di due anni fa avevo scritto una nota sulle fontane della città, un Taccuino da inserire nel libro La mia Milano, e che avrebbe dovuto vedere la luce da lì a poco, se il disastro del coronavirus non lo avesse impedito. Fra le tante, mi ero occupato di quella di via Andegari, centralissima e appartata com’è, su un fianco della via Manzoni. Ne scrivevo infastidito e deluso perché soffocata da una marea di motorini che impudentemente vi parcheggiavano intorno, nell’indifferenza di vigili e amministrazione comunale. “Sono passati decine di sindaci e di assessori, sono cambiati consiglieri e mutate amministrazioni, ma non si è trovato uno che abbia avuto la sensibilità di rimediare a questo sconcio”, scrivevo. 


La fontana ora

Domenica, invece, passeggiando per quelle vie mi sono felicemente imbattuto in una piacevole ed appagante visione. La Fontana dei Tritoni realizzata dall’architetto Alessandro Milani nel 1928 e le sculture di Salvatore Saponaro con le armoniche forme classicheggianti, mi si sono presentate in tutta la loro bellezza. Linde, pulite, con il parterre lastricato in pietre dai colori tenui e piacevoli, e soprattutto i sedili anch’essi in pietra disposti tutt’intorno che ne delimitano lo spazio. Niente motorini, monopattini e biciclette ad imbruttirla, nessun parcheggio disordinato, e un tratto della breve via saggiamente ad un unico senso di marcia. Il silenzio che vi regnava invitava a sedervisi di fronte e a gustarla al piacevole gocciolare dei fili d’acqua dalla conchiglia barocca. Era domenica e le auto erano rare; vedremo l’effetto in settimana. Ma intanto ora è sgombra da ogni intrusione, e appena giungerete all’incrocio del quadrivio, vi apparirà davanti come una inaspettata sorpresa.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’opinione
COVID E ANTICOVID
di Paolo Vincenti


Nei tempi nefasti che viviamo, l’emergenza covid ha contrastato e soverchiato ogni altra esigenza, politica, sociale, economica. I valori di riferimento prima del verificarsi della terribile epidemia, già centrifugati nel frullatore ideologico, sono stati messi da parte, come sospesi, cristallizzati in una sorta di bolla spazio-temporale in cui viviamo da quasi un anno e mezzo. La ragione scientista, positivista, salutista, ha portato il nuovo verbo a chi già vagava in cerca di senso, ha indicato la via ai naviganti nel mare magnum della confusione e della transizione. I due governi che si sono avvicendati dal fatidico marzo 2020, hanno utilizzato la leva del covid 19 come grimaldello per forzare la Costituzione e dare un nuovo impianto legislativo (prevalentemente attraverso decretazione d’urgenza) al Paese. La lotta al coronavirus è il logos e suoi ministri e ministre sono gli epidemiologi, i profeti che lo spiegano e divulgano attraverso i media. L’esegesi va in onda nei teatri televisivi, radiofonici e virtuali a tutte le ore del giorno e i conduttori si fanno intermediari del verbo portato alle masse. Anche il dibattito politico si è annacquato da quando è nata l’emergenza e il regolare e naturale incontro-scontro fra maggioranza ed opposizione è diventato allestimento, una disarmante messa in scena, utile solo a dare una parvenza di dialettica interna che è in realtà narcotizzata nella soporifera liturgia celebrata dai sacerdoti del pensiero unico scientifico, i tele-infettivologi. Attraverso una affabulazione elargita mediaticamente ai teleutenti, la casta anticovid dei vari Crisanti-Burioni-Bassetti-Galli- Viola-Garattini ecc., questa oligarchia di “dotti medici e sapienti”, viene percepita dal popolo come quella dei salvatori della patria, ed il Governo, che si affida totalmente al logos da essi disvelato, intercettando la primaria esigenza del popolo alla salute, pur avendo instaurato di fatto una “dittatura sanitaria” (dettata ovviamente dalle superiori ragioni epidemiologiche), resta percepito, nell’immaginario collettivo, come un governo pienamente democratico. Tuttavia, la drammatica dicotomia fra sanità ed economia in questi ultimi tempi ha iniziato a farsi sentire e non poteva essere diversamente. Timidi segnali di protesta nel Paese sono offerti dalle categorie economiche più martoriate dalla dittatura sanitaria (commercianti-ristoratori e albergatori in primis, operatori turistici, titolari di partita iva) che iniziano ascendere in piazza e ad alzare la voce. Si poteva fare di più o meglio per affrontare l’emergenza di quello che ha fatto non solo il governo italiano ma buona parte dei governi dei paesi occidentali? Molto probabilmente, anzi quasi sicuramente, no. E comunque nessuno, men che mai chi scrive queste note, possiede una soluzione. Sconforta però constatare come i governi Conte e Draghi (molto di più il primo) che si sono trovati in così funeste contingenze, ripiegandosi su un presente difficilissimo da gestire, senza alcuna capacità programmatica, stiano condannando una nazione, ed in particolare la generazione dei cosiddetti millennials, a non avere un futuro. Ma che fanno i giovani e i pensatori inattuali? Essi dovrebbero rivendicare l’art.25 dei diritti paradossali, ossia quello all’indignazione, come sostiene Arturo Schwarz in “Manuale dei Diritti fondamentali e desiderabili” (2016). Invece, i primi sono presi dalla ricerca di un lavoro che, più che mai a causa del coronavirus, non troveranno, e i secondi, tacitati dalla contingente narrazione mainstream dell’anticovid, sono occupati ad andar dietro ai loro sogni che non si realizzeranno.
 

domenica 2 maggio 2021

LEGGO PERCHÉ…
di Angelo Gaccione

 
L’articolo di Carmine Scavello pubblicato venerdì 30 aprile sulla prima pagina di “Odissea”, mi ha fatto ricordare di questa specie di manifesto che avevo scritto diversi anni fa. Diffuso in vari modi e in vari ambiti, lo era stato anche sotto forma di manifesto cartaceo e come tale fatto anche circolare.
 
La Giornata Mondiale del libro
 
Se leggi perché è la Giornata Mondiale del libro, e dunque ti è stato imposto da chi lo ha deciso per te, sei un pessimo lettore e un uomo (o donna) senza carattere e spina dorsale.
 
Se leggi perché lo hanno deciso i festival, le fiere, i premi letterari, o altri baracconi pubblicitari, che considerano i libri alla stessa stregua di una merce qualsiasi, sei un lettore pessimo e sei vittima della società dello spettacolo e di Carosello.
 
Se leggi i best-seller e quelli strombazzati dai giornali e dai rotocalchi, sei un pessimo lettore e non hai capacità di scelta.
 
Se leggi senza oculatezza, fai torto ai libri buoni. Ricordati che un buon libro spesso non ha padrini.
 
Ricorda che i libri di squalità, sommergono quelli di qualità, dunque devi diffidarne e tenertene alla larga. Se leggi questo genere di libri la tua lettura è inutile e non ne ricaverai alcunché.
 
Leggi ricordando sempre che chi scrive non è mai al di sopra delle parti; che è un uomo schierato, cioè sta da una parte, soprattutto quanti sostengono di non stare da nessuna parte. Dunque sta a te scegliere da che parte stare: se con i poteri o contro di essi; con chi si ribella o con gli oppressori.
 
Leggi ricordando che un libro deve essere la quintessenza del suo autore. Come Vittorio Alfieri devi avere in mente che fra autore e libro deve esserci coerenza etica, altrimenti il suo libro è falso.
 
Se chi scrive è moralmente indegno, anche il suo libro ne risentirà, per importante che sia. Si può perdonare a un libro di essere eticamente indegno, ma mai al suo autore.
 
Leggi libri pericolosi, liberi, esigenti, ricchi di senso, solo da questi imparerai e ti apriranno la mente. Sono pochi, ma ci sono, sta a noi cercarli fra la massa di spazzatura che invade il mercato.
 
E ricorda soprattutto che si legge per non dimenticare la barbarie; per sforzarci di cambiare noi stessi e il mondo; per porre “un argine al male”. E questo costa fatica, come la libertà.

 

IL PENSIERO DEL GIORNO



Ogni giornale è un fiume di notizie,
la cui sorgente, l’editore; i cui affluenti,
i collaboratori; la cui foce, i lettori.
Nicolino Longo

DOGMI



Il dogma non unisce nemmeno più i credenti,
ognuno ha il suo senza negoziazione.
Laura Margherita Volante

 

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