UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 27 maggio 2022

CASA DELLA CULTURA



Via Borgogna n.3 Milano (MM Linea 1 Fermata San Babila)

Domenica 29 maggio 2022 ore 18

SICUREZZA E DISARMO.

La guerra fuori dalla storia.

In occasione della pubblicazione del libro

Scritti contro la guerra

di Angelo Gaccione (Tralerighe Libri)



Insieme all’autore partecipano:

Moni Ovadia (regista e attore)

Raniero La Valle (giornalista ed ex parlamentare)

Giuseppe O. Pozzi (psicanalista e docente universitario)

Marco Tarquinio (direttore del quotidiano Avvenire)

POLVERE ALLA POLVERE


Vignetta di Claudio Fantozzi


UN RICORDO DI CESARE SANGALLI
di Matteo Borgia*


Cesare alla Marcia Perugia-Assisi 2018

Conoscevo Cesare da tanto tempo, ma ho avuto modo di frequentarlo da vicino solo di recente. A una riunione del nascente Coordinamento pacifista foggiano, dopo un suo e un mio intervento si presentò, e cominciò a raccontarmi la sua storia. Lì per lì rimasi un po’ interdetto, non faccio fatica a nasconderlo: era un vulcano, e a sentirlo sembrava non ci fosse nulla che riguardasse la guerra o i diritti umani che lui non conoscesse o su cui non avesse una teoria o una proposta alternativa. Poi si doveva organizzare la marcia per la Pace Emmaus-Amendola, e lui mi chiamò perché dovevamo preparare la compilation musicale per il corteo. All’inizio andammo avanti con i messaggi via chat, poi passammo ai vocali, infine mi chiamò al telefono. E fu un fiume in piena. Scoprimmo di avere gusti musicali affini. Scoprimmo di avere un percorso di impegno politico e sociale parallelo. Scoprimmo di avere molte altre somiglianze, il giornalismo, l’attivismo pacifista negli anni Ottanta, Gianni Rivera... Scoprimmo di avere tanti ricordi condivisi. Alla fine scoprimmo che probabilmente tutto dipendeva dal fatto che avevamo la stessa età, banalmente. È stato un feeling brevissimo ma molto intenso, anche grazie a lui, che su tutto, ma proprio su tutto, aveva tanto da dire. Posso dire, però che i suoi interventi erano sempre molto argomentati, informati. Intelligenti, nel senso filosofico del termine, legati cioè all’intendere umano. Perché lui cercava di capire le cose e si adoperava per farle capire, con un punto di vista originale, quasi mai inquadrato nello schema conformista prevalente. In questo, era anche un po’ rompiscatole, ma a fin di bene. Era partigiano, nel senso gramsciano del termine, perché non riusciva a essere indifferente. Era missionario, perché sentiva su di sé il compito di diffondere i suoi ideali di giustizia e fratellanza. Era un uomo di fede: credeva in Dio, ma credeva anche nell’Umanità, nella sua capacità di redimersi, di lottare per la Pace: sembra un ossimoro, ma per Cesare era un canone di vita, il suo motto era “peace & love”, Pace e Amore. L’ha scritto nelle “parole legate” alla marcia del 10 aprile, è l’ultimo saluto che ha scritto nell’ultimo messaggio in cui ci spiegava il senso dell’intervento che avrebbe fatto alla presentazione del libro, durante il quale ci ha lasciato. Era un ribelle, un autentico mister NO. Nella chat del Coordinamento ha lasciato una specie di testamento spirituale, si è auto-definito “No Tav, No Triv, No Olimpiadi, No Ponte di Messina (!!!!), no inceneritori, no rigassificatori, No Grandi Opere inutili” e ancora “No Grandi Centri commerciali, No nuove autostrade, no consumo di territorio”. Posso aggiungere, per averci parlato, che era no global, no green pass, no vax imposti, no mafia, no illegalità, no proibizionismo. Insomma era uno spirito libero. Alzi la mano chi non ha pensato almeno una volta che Cesare era sì, proprio logorroico, anche un po’ rompiscatole. Alzi la mano chi, dopo averlo sentito almeno un paio di volte, non abbia cominciato ad ammirare la sua coerenza, quel suo schierarsi sempre e comunque dalla parte dei più deboli, degli oppressi, dei rinnegati, dei discriminati, dei bisognosi. Ha informato tutta la sua vita, fino alla fine, ai suoi ideali, senza mai curarsi delle conseguenze che quel suo schierarsi avrebbero avuto sulla sua persona. Alla fine ha ceduto il suo corpo, non il suo spirito. Ci siamo incontrati tardi, Cesare, avremmo dovuto condividere ancora tante battaglie, tante lotte e tante belle chiacchierate. È stato comunque un onore e un privilegio conoscerti, e sono più che certo che il seme che hai lasciato su questa Terra continuerà a germogliare. Adesso cerca di convincere gli Angeli e i Santi ad adoperarsi verso gli uomini come hai fatto qui con i potenti, e sono certo che vedremo aumentare i miracoli in misura esponenziale. Addio, fratello e compagno, Peace and Love.
 
*Coordinamento Capitanata per la Pace

 

Poeti e guerra 
Voce di donna, 18 settembre 1937

 

Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.
 
Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo –
ma se ti penso all’addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.
 
Quando balena il cielo di settembre
e pare un’arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore:
che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.
 
Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire.
 
[Antonia Pozzi] 

Poeti e guerra
I REMEMBER

 
Ti ho portato sul Monte Stella
un bosco di piante verdi
e noi seduti sopra montagne di macerie
memori di vite squassate, forse di trilli
svaniti di bimbi.
 
Un rumore sordo sopra Milano
sziiiii sziiiii sziiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
una pattuglia di aerei bombardano.
 
Nelle cantine occhi impauriti
al sibilo della bomba cadente,
preghiere ammutolite, case tremanti,
la bomba più in là
domani macerie fumanti, vite distrutte.
 
Io e te con le nostre storie,
silenziosi, ognuno col proprio “remember”:
Tu, Edel אצילי ragazzo ebreo di New York
scavavi nel dramma della tua gente,
io cercavo tra i volti perduti della Resistenza
quello di mio padre.
Scavavi nel dramma della tua gente,
io cercavo tra i volti perduti della Resistenza
quello di mio padre.
 
Poi tu iniziasti un canto liberatorio
gioioso, ed io sulle orme delle tue parole,
cantai con te: alle macerie, agli alberi,
all’ erba sulla quale stavamo seduti,
alla nostra giovane età:
 
Hava naghila
Hava naghila
Hava naghila ve nis’mecha

(ripetere due volte)
Hava neranenah
Hava neranenah
Hava neranenah ve nis’mecha

(ripetere due volte)
Uru, uru achim!
Uru achim b’lev sameach
(ripetere quattro volte)

Uru achim, uru achim!
B’lev sameach.
  
Se vieni a New York chiamami
ti scrivo il mio indirizzo.


Non ci venni mai, ma sempre nel ricordo.

[Wilma Minotti Cerini]

 


 

 

giovedì 26 maggio 2022

RILEGGERE LE PAROLE DELLA DEMOCRAZIA 
di Franco Astengo
 


La discussione sulla difficoltà che incontra la forma di democrazia cosiddetta liberale che conosciamo nell’Occidente avanzato da almeno due secoli appare ormai aperta e resa incalzante dai fatti che ci stanno accadendo attorno.
Negli ultimi trent’anni si è passati dalla convinzione della “fine della storia” come concetto basato sull’idea di un successo pieno del modello rappresentativo (e della necessità della sua esportazione) all’esplicitarsi di un duro confronto con forme di rinnovata autocrazia. Un confronto che sta assumendo aspetti di violenza bellica a dimensione generalizzata e non circoscritti semplicemente in ambiti locali. Un duro confronto quello tra i due modelli di forma di governo e di esercizio del potere che pare ormai sfuggire a quei canoni interpretativi che si affermarono nella seconda metà del ‘900 prevedendo, a differenza da quanto stiamo assistendo in questa fase, il misurarsi di opposte concezioni ideologiche. Ancora una volta la libertà economica fondata sul laissez faire, si sta traducendo in forme di monopolio del potere da parte di élite accumulatrici e corporative.
Nella ricerca di una nuova radicalità dell’agire politico molti hanno considerato la democrazia rappresentativa come figlia dell’illuminismo (compresa la sua parte più direttamente rivolta al popolo come quella giacobina). Quell’illuminisno che era agito attraverso la capacità di operare da parte degli intellettuali all’interno della sfera dell’opinione pubblica interpretando i bisogni e le aspirazioni della società civile, piuttosto che suggerire una nuova originale proposta di organizzazione del potere.
A quel punto, nella storia, è sempre apparsa assente la necessità di riconoscere l'esistenza dei conflitti sociali e la conseguente esigenza di organizzarli in una cornice istituzionale capace di consentirne una soluzione pattizia.
Sembrava sufficiente la repressione fondata sul monopolio della forza.
Va considerata invece la necessità di recuperare il principio di mediazione all’interno dell’esercizio democratico al fine di contrastare l’espressione di una radicalità fondata esclusivamente su bisogni e aspirazioni.
Da molte parti ci si sta interrogando sulla necessità di recuperare un nuovo “vocabolario della democrazia”.
Nell’incalzare di una post-modernità che ci sta riportando davanti ad antichi dilemmi la proposta da portare avanti potrebbe essere quella di trovare la forza per rileggere in forma collettiva quei termini che nella storia sono comparsi come il frutto di soluzioni “mediane” affidate a chi stava cercando di interpretare politicamente proprio i termini della riflessione illuminista: Contratto Sociale, Costituzione, Rappresentanza, Partito, Diritto di Resistenza. Termini antichi da declinare in dimensioni inedite della rappresentanza politica.

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada
 


La scuola


Il significato delle parole viene dedotto da una perifrasi, fatta con i simboli del codice (alfabeto), attinente al processo di riproduzione, di cui ne inquadra un aspetto. Pertanto, essendo le perifrasi vaghe e generiche, è possibile ricavare più significati da un simbolo fonico-grafico. Sfogliando il vocabolario greco, talvolta, anche quello latino, un solo lemma rimanda a più significati. Inoltre, ci sono parole che, inizialmente, il pastore non coniò, perché non ne avvertiva il bisogno. Il simbolo σχολή significò: tempo libero, riposo, ozio, lentezza, pigrizia, occupazione intellettuale, scuola, anche: conferenza, studio, tregua, finanche: corpo di soldati, da cui, probabilmente, le scolte. Tutti questi concetti furono desunti da una perifrasi che si può rendere così: passa il mancare, fa lo sciogliere dal generare il legare.
Alcuni pensarono al periodo di gestazione come attesa (senza nulla fare) dell’evento, ad indicare un periodo (le rigide giornate invernali) di inattività, altri pensarono alla metafora del travaglio come guerra (corpo di soldati), altri alla stasi (come tregua) che precede il travaglio, altri pensarono che, durante la gestazione (il mancare), le cogitazioni erano continue (occupazione intellettuale).
Quando, poi, si sentì la necessità di definire il concetto di scuola, perché le realtà sociali della Grecia avevano capito l’importanza della formazione dei piccoli, si scoperse in σχολή il simbolo adatto per indicare il bambino, che passa il mancare (che non sa), dal legare, che rappresenta un fare, per cui, facendo e osservando come si fa, s’impara. La scuola necessita di una guida: il pedagogo, come persona preposta all’educazione del bimbo. Pertanto, il simbolo di σχολή, al di là dei significati originari, passò ad indicare, in Grecia, a Roma, nel mondo, in tutti i tempi, la particolare istituzione che tutti conosciamo.



A scuola si insegna, si istruisce: (didasco) διδάσκω. Il grembo materno consente al pastore di identificare tutto il reale. La creazione dell’essere è un’opera, una grande opera, da cui si evincono tante cose: le tecniche per portare a termine un lavoro, i processi/sequenze, i materiali, il tempo necessario, ecc.; inoltre, chi possiede un’arte (un artigiano) ha la possibilità di insegnare agli apprendisti. Pertanto, διδάσκω è da tradurre: è ciò che consegue dal generare il legare, che consente, per divenire, la creazione dell’essere, dal crescere il mancare (ciò che non c’è). Questa sibillina perifrasi vuole significare, attraverso la metafora del grembo che realizza un’opera, che insegnare è mostrare come si fa. Il compito di insegnare quello che è importante trasmettere è demandato al (didascalos) διδάσκαλος (maestro), che si avvale della (didaxis) διδάξις (insegnamento), che fa le sue didascalie, che è didascalico, che svolge la sua attività nella scuola: (didascaleion) διδασκαλεον. In chi ha già insegnato o in ciò che è stato insegnato (didaktos) διδακτός si riverbera chi ha imparato, talvolta anche da solo: autodidatta, ma il διδακτός (colui che ha insegnato) è didattico, che è il modo di chi si adopera per tramettere al meglio le conoscenze importanti e necessarie. Il bravo didatta, dissero i greci, prepara la costruzione dei saperi, in quanto sa quanto è importante essere propedeutici, da (propaideuo) προπαιδεύω: istruisco prima, nel senso che c’è sempre un’istruzione preliminare e preparatoria, ed ha un metodo, in greco: (methodos) μεθ-όδος: ricerca, modo d’investigare, anche: stratagemma. In realtà con metodo indicarono gli espedienti (stratagemmi) per insegnare e per imparare: trovare la via (odòs) δός opportuna per crescere e far crescere nei saperi, utilizzando al meglio le conoscenze scientifiche pregresse.



Per imparare, occorre la diatriba (διατριβή), sinonimo di σχολή, una sorta di maieutica socratica, cioè: lo studio, la conversazione serrata anche per acquisire conoscenze scientifiche, ma anche: perdita di tempo, ritardo, passatempo, divertimento. Occorre anche la (spoudé) σπουδή, che indicò cura, interesse, diligenza, zelo e, infine, per i latini, lo studio (studium), come amore per/predilezione; la σπουδή dei greci divenne sia la passione (da πάθος nel senso di: partecipazione) sia lo zelo (ζλος), l’ardore della cultura italica, di cui si avvale colui che cerca di ottenere e/o di realizzare qualcosa che desidera intensamente. Mi piace soffermarmi sul significato assegnato a cura dal pastore latino: l’attenzione ai bisogni della gestante. Prendersi cura indica, come primo significato, accudire la gravida, venendo incontro ai suoi bisogni. È ciò che deve fare un docente nei riguardi di un alunno.
Se c’è uno che insegna, c’è anche chi impara, in greco (manthano) μανθάνω: imparo, osservo, studio. Dalla radice (math) μαθ (genera il crescere il rimanere) furono coniati: (matema matematos) μάθημα μαθήματος: studio, scienza, disciplina, quindi: (matemata) μαθήματα: scienze matematiche e matematico. Nella lingua italiana da μαθ fu dedotta materia come disciplina d’insegnamento. Inoltre, sempre da questa radice, gli italici dedussero μαθtro (mastro), attraverso questo ragionamento: se c’è uno che impara, si deve dedurre che c’è uno che insegna. Il mastro, nelle zone della Magna-Grecia, è l’artigiano che, nella sua bottega, trasmette la sua arte ai discepoli, da disco: imparo, identifica gli apprendisti.
I latini, con una perifrasi di questo tipo: fa dallo scorrere il passare da dentro il legare, coniarono prehendo: prendo (la creatura che nasce), afferro, poi dedussero che il legare del grembo, come divenire, determinava la comprensione di quanto avveniva, ma anche apprendo come far proprio/a (quella creatura), per cui, in italiano, si ebbe apprendimento, come possesso (ciò che è rimasto legato/impresso) dell’arte e delle arti per realizzare la creatura in grembo.
L’omologo del didatta/didascalo, in latino, fu magister, dedotto dalla radice (mag) μαγ (dal generare il rimanere) di (masso) μάσσω: impasto (da lievitazione). Il magister è colui che sa, che sa ottenere di più, è il competente nelle singole attività, che sovraintende, per cui c’è il magister populi, equitum, militiae, navigandi, morum, artium, magister ludi (maestro di scuola elementare, che sa dare, anche attraverso il gioco, quello di cui il bambino necessita), c’è, inoltre, il maestro tuttologo: est omnium rerum magister usus.



Per capire il processo formativo di magister da parte dei latini, occorre ripercorrere tutti i passaggi. Dalla radice μαγ (è ciò che si genera dal rimanere in grembo) aggiungendo is, in cui il sigma è da leggere δ con il significato, probabilmente, di legare, i latini dedussero più/di più, in quanto pensarono che il flusso gravidico, quando lega con la madre, fa sviluppare l’essere in formazione. Poi, pensarono ad una persona, che non solo fa crescere, ma che realizza, con l’inventiva e in modo sequenziale, la creatura, diventando maestro di una grandissima arte. Pertanto, il magister è colui che sa ottenere di più, che possiede l’arte a lui demandata e che, quindi, riesce a trasmetterla. A questo punto, bisogna aggiungere che la vera maestra, che possiede la maestria (in dialetto, si realizza in chi ha ottima capacità manipolativa: mastriid’) è la massaia (da μάσσω), che dal chicco del grano riesce a formare il pane fragrante! Mi piace ribadire che i latini, da μαγ, ricavarono: magnus, maior, maximus.
La parola professore, oggi molto qualificante, non dice nulla di ciò che è inerente all’attività dell’insegnare. Infatti, dalla radice fat (fa generare il tendere, quando il grembo è evidente: di fronte a fatti incontestabili) fu coniato il deponente fateor: ammetto, riconosco, poi: confiteor (ammetto, confesso) confessus (che ha confessato) e confessione, poi, profiteor: mi qualifico pubblicamente per, da chi si è professato pubblicamente ricavarono: professione, nel senso iniziale di pubblica ammissione e/o dichiarazione, e professor: pubblico maestro.
Il magister docet, da doc-eo: insegno, istruisco, mostro, informo, indico. Doceo compendia διδάσκω; infatti, il pastore latino asserisce: quando lego, faccio, costruisco, realizzo qualcosa, mostro come si fa, insegno. Per indicare questo concetto usa questa perifrasi: è ciò che consegue (eo), quando la creatura si lega alla madre: l’inizio del processo di creazione/realizzazione. Da questo verbo furono dedotti: docente, docenza, dotto (colui che è dotto), edotto, dottore, dottrina, indottrinare ecc. Il docente è dotto, spazia per teoria (ha la sua dottrina) e pratica in un determinato ambito operativo; in quanto tale, è capace di trasmettere ai discenti competenze teoriche, con valenza scientifica, e abilità operative per eseguire bene quanto proposto. Inoltre, da doc fu dedotto: documentum: prova, esempio, modello, testimonianza, per cui il bravo docente comprova, fa gli esempi, si avvale di modelli, si documenta e, quindi, documenta le sue affermazioni.



Il pastore greco aveva coniato il verbo medio (theaomai) θεάομαι: osservo, contemplo, da cui aveva dedotto il verbo (theoreo) θεωρέω: osservo, medito, esamino, paragono, giudico, quindi: teoria e teorico, in quanto nell’osservazione dei processi di natura si deducono le giuste sequenze, ma anche ciò che è sempre uguale, che ha valore di scienza: la dottrina/teoria.
Da doceo fu, sicuramente, dedotto docile, in latino: che si può istruire, che si lascia ammaestrare. Il bravo docente rende docili i suoi studenti, perché, dando al momento opportuno quello che serve (conoscenze puntuali ed esempi pratici), con il suo modo di essere e di fare, è capace di legarli, di avvincerli. Nel mio dialetto, per rendere docile un bambino, si dice: hai, nel senso di devi, accuccivuia’ (dare lo zuccherino, le caramelle, che una volta erano i cocciarelli).
Un sinonimo di doceo è in-struo: innalzo, fabbrico, ordino, istruisco, dedotto da struo: elevo, erigo, in cui l’arte muraria diventa metafora della costruzione dei saperi. Certamente, il docente non può e non deve essere un istruttore, che mostra come si fa la costruzione, ma deve essere consapevole che i saperi vanno costruiti in sequenza e che, senza il possesso delle conoscenze e senza strutture salde, ogni costruzione si sfalda. Inoltre, non si può sottacere che da instruo fu dedotto instrumentum: mezzo, strumento, da intendere nell’accezione la più ampia possibile. Gli strumenti per costruire sono indispensabili!
Gli italici coniarono insegnare, che, probabilmente, rimanda a doceo, perché signare significò, oltre a marcare, noto, osservo, considero (faccio notare quello che si è realizzato e, quindi, come si fa), oppure, ma è poco plausibile, può indicare: esplicitare il segno, ad indicare l’interpretazione dei segni, di tutti i segni, per conoscerne il significato. Pertanto, l’alunno cui si insegna non è un soggetto passivo in cui si imprimono conoscenze, in cui si lascia il segno, ma un essere attivo che apprende, osservando il reale e conservando il frutto delle esperienze. Il deverbale di insegnare è insegnamento, che è ciò che mi resta dalle riflessioni su quanto ho osservato o su quanto mi è stato proposto di osservare.
I latini per indicare imparo, coniarono disco, che è il risultato della seguente perifrasi: è ciò che consegue dal mancare l’andare a legare, che indica che, dal grembo, c’è la possibilità di discere (imparare), osservando come si realizza la creatura. Nel discente c’è anche la voglia di apprendere (legare), in quanto si rende conto che manca dell’arte per la quale prova interesse. Ciò vuol dire che senza motivazioni non c’è apprendimento, per cui il maestro stimola ad apprendere, infondendo fiducia (accrescendo l’autostima).



Inoltre, gli italici coniarono im-paro, che rimanda alla radice par, largamente usata da greci, latini ed italici, che è estremamente generica e rimanda a: fa generare lo scorrere, che indica un qualcosa che avviene durante i nove mesi. Pertanto, con imparare si indicò, anche qui, osservare ciò che avviene. L’apprendimento è frutto di un interesse, di intelligenza (capire cosa e come si fa) e di capacità applicativa. A scuola è molto importante stimolare ad imparare, per cui l’apprendimento diventa un bisogno ed una conquista. A questo punto, voglio ricordare che nel mio dialetto imparare è usato anche nel senso di: insegnare: la mia maestra m’impara tutto.
Infine, in un gruppo di ragazzi facilmente s’innesca la competizione, che il bravo maestro non alimenta, perché la gara determina la vittoria di uno o di pochissimi, causando frustrante sconfitta in tutti gli altri.
I greci da zelo, cura, ardore dedussero (zelotès) ζηλωτής, che è colui che mette impegno nel fare, ma è anche imitatore, mentre i latini coniarono aemulus, che è colui che prende a modello chi sa fare meglio. Essere emulo di significa voler prendere a modello una persona geniale, quella che ha realizzato la creatura, determinando una spinta a crescere con l’ausilio dell’altro, da cui devo apprendere, come dal maestro.



Il maestro ha tanti altri compiti: saper esaminare, saper valutare, che, inizialmente, erano sinonimi. I latini da σμα, che è la forma dorica di σμα: segno (della gravida), ricavarono ekσμen examinis: esame e, poi, esamino. Il pastore, per esaminare, aveva dei parametri, ai quali era necessario ed indispensabile attenersi. La valutazione consegue all’esame che si è fatto. I greci da δοκέω, con il significato di stimo, dedussero: (docimo) δόκιμος, nel senso di saggiato, idoneo a, che è l’essenza della vera docimologia: saggiare se è idoneo. Pertanto, la scuola, a fine percorso, potrebbe indicare le idoneità che lo studente ha conseguito.
Si evita di parlare di misure correttive, che nel mondo antico erano particolarmente dure e traumatizzanti. Uno dei modi, per i greci, per indicare punizione è δίκη, che rimanda a giustizia, quella del grembo: chi sbaglia viene legato. I latini per indicare pena e punire si avvalsero di (poiné) ποινή, che indica la condizione della creatura nel grembo: legata e ristretta. Il verbo educare fu coniato dai latini, ma il vero significato fu attribuito dagli italici, che, per educare, si avvalevano dei castighi. Educare rimanda alla radice duc, alla greca: δυχ (lego durante il passare, che è la gestazione). I latini diedero al verbo educare il significato prevalente di nutrire, crescere, in quanto il legame tra madre e creatura fa crescere l’essere in formazione (infatti Foscolo poté dire: “le fontane versando acque lustrali/educavano amaranti e viole”), mentre gli italici pensarono a legare con funzione correttiva. Il significato di castigo, oggi, è del tutto improponibile, in quanto rimanda alla radice (stig) στιγ, che dette luogo a (stizo) στίζω: imprimo segni, marchio, bollo e a στιγμή: puntura, marchiatura.
Tutta l’attività scolastica (insegnamento-apprendimento) deve mirare a dare competenze e abilità, ma soprattutto a fare cultura, che è la metafora dell’attività agricola; da cultus (coltivato), participio passato di colo (coltivo), nascono: il colto (colui che ha colt0 e, quindi, conosce tutto il processo), il cultore, la coltivazione (coltura/cultura), che attiene a dissodare il terreno, seminare, curare i germogli perché possano fruttificare, secondo la loro natura. Nel curare, nel coltivare con dedizione la pianticella-uomo si coglie il frutto, che è la cultura: obiettivo finale del fare scuola. Dal seme della mela si forma, attraverso un complesso processo, il frutto della mela, che è qualcosa del tutto diverso dalle singole componenti e dalle varie fasi sequenziali.

COW BOY

 

Vignetta di Claudio Fantozzi

CURTO E LA CRITICA
Una antologia a più voci sul libro del poeta perugino.




CURCIO AL CSA VITTORIA




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