POESIA COME COSTRUZIONE DI CIVILTÀ
di Francesco Macciò

Francesco Macciò
Dalla parola poetica alla
coscienza civile.
Testo predisposto per la tavola
rotonda Abbiamo bisogno oggi di una poesia civile?
nell’ambito dell’incontro di studi e letture
poetiche promosso dal Festival Internazionale di Poesia
di Genova e curato da Donatella Bisutti, Biblioteca Universitaria di Genova, 16
giugno 2026.
Ogni poesia
è, in ultima analisi, poesia civile, se si accoglie il termine nella sua
accezione più alta e, con un deliberato slittamento di significato, si fa
derivare dalla civitas,
comunità dei cittadini, l’idea odierna di civiltà come progresso culturale e
umano. Più propriamente, tuttavia, restringendo il campo semantico all’ambito
letterario, questa forma espressiva si riconosce nella sua vocazione corale e
nella chiarezza con cui affronta questioni di interesse collettivo, quali la
giustizia e l’ingiustizia, la libertà, la guerra e la pace, i diritti umani, la
politica, la memoria storica, i problemi sociali. In questa linea
interpretativa, essa riveste un ruolo decisivo non solo nella vita
della comunità, ma anche perché offre una via
d’uscita dall’autoreferenzialità che affligge tanta poesia contemporanea, quando
si ripiega su un minimalismo incapace di oltrepassare l’orizzonte
dell’esperienza individuale. Lo scopo - ammesso che alla poesia possa attribuirsene
uno - non consiste soltanto nell’espressione dell’interiorità, ma nell’interrogare
criticamente il mondo, metterne in luce le contraddizioni e suscitare una più
vigile coscienza della sfera collettiva dell’esistenza. Come in ogni autentica
poesia, anche nella poesia civile l’io trascende sé stesso, sottraendosi alle
secche dell’individualismo, per farsi voce di tutti: una coralità che si
manifesta apertamente nel confronto con la storia e con il destino dell’uomo.
L’approdo a una parola
essenziale, essenziale quanto il colpo di fucile del cecchino austriaco,
consente a Ungaretti di restituire, con un’immediatezza pari a quella della
documentazione fotografica e delle altre testimonianze dirette, ma con la forza
di un linguaggio poetico forgiato nell’esperienza estrema della trincea, tutta
la drammaticità della guerra. La bocca digrignata del compagno massacrato,
illuminata dal plenilunio, basta da sola a rendere visibile l’indicibile,
trasformando una vicenda personale in memoria universale, con un’evidenza che
ancora oggi non cessa di porci di fronte a quell’orrore (si veda Veglia,
in L’allegria).

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Ungaretti
Risalendo agli albori della
civiltà occidentale, la tematica civile trova in Archiloco,
intorno alla metà del VII secolo a. C., una delle sue prime attestazioni
nell’elegia del naufragio. Si tratta di un componimento molto diverso
dall’elegia moderna: non un lamento soggettivo, ma una riflessione sul dolore e
sulla condizione umana. Il poeta parte da un evento concreto - il naufragio -
per ricavarne un insegnamento che va oltre la vicenda individuale. Il messaggio
non è quello di reprimere il dolore, ma di governarlo attraverso la
consapevolezza della mutevolezza della sorte e della necessità, per l’uomo, di
affrontarla con dignità. Il frammento si colloca così all’origine di quella
sapienza etica che attraverserà tutta la letteratura greca: la misura, il
dominio di sé, la capacità di resistere ai rovesci della fortuna senza perdere
la propria umanità. Archiloco si rivolge all’amico Pericle con queste parole: «Gli dèi, caro
Pericle, hanno posto come rimedio ai mali più difficili la salda
sopportazione».
La dimensione civile può trovare
piena espressione anche nella lirica. In Orazio, ad esempio, oltre alla
tensione etica che attraversa le Satire,
essa assume nelle Odi una marcata
connotazione politico-celebrativa, strettamente connessa al progetto ideologico
del principato augusteo. Emblematico è il celebre Nunc est bibendum (Odi,
I, 37), nel quale la vittoria di Azio è esaltata non soltanto come un successo
militare, ma come l’evento fondativo del nuovo ordine inaugurato da Augusto.
Nella rappresentazione oraziana, Cleopatra cessa di essere una semplice
avversaria di Roma per assurgere a simbolo dell'alterità orientale e del
disordine che il principato si propone di ricondurre entro la restaurata pax Romana. Il componimento diviene
così non soltanto celebrazione del vincitore, ma anche strumento di costruzione
dell’immaginario politico e civile, contribuendo a legittimare il nuovo assetto
inaugurato da Augusto.
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Archiloco
In altri contesti la poesia
civile sconfina nel tono aspro e veemente dell’invettiva, trovando in Dante una
delle sue più alte espressioni. Basti ricordare i celebri incipit
accomunati dal medesimo grido di dolore e di indignazione: «Ahi serva Italia,
di dolore ostello»; «Ahi Pisa, vituperio delle genti»; «Ahi Genovesi, uomini
diversi». L’attacco interiettivo “Ahi” non è soltanto un artificio retorico, ma
il segno di una partecipazione alle sorti della comunità. L’invettiva dantesca
nasce infatti da una profonda tensione etica: la denuncia della corruzione
politica, della discordia civile e del degrado morale si accompagna
costantemente all’aspirazione a un ordine fondato sulla giustizia. La
parola si fa pertanto giudizio e monito, fino a configurarsi come coscienza critica
del proprio tempo.
Le cose, del resto, non sono oggi
molto cambiate, se pensiamo alla “serva Italia” ancora evocabile nel contesto
della politica contemporanea, o a un poeta come Giorgio
Caproni, profondo conoscitore e cultore di Dante, che nel secolo scorso si scaglia con un’arringa
sarcastica contro la partitocrazia e la degenerazione della vita politica:
«Guardateli bene in faccia. / Guardateli. / Alla televisione, / magari, invece
/ di guardar la partita. / Son loro, i “governanti”. / Le nostre “guide”. / I “tutori”
/ - eletti - / della nostra vita. / Guardateli. / Ripugnanti» (Show, in
Res amissa). Mutano i contesti storici e i registri espressivi, ma non la
funzione della parola poetica: come in Dante, anche in Caproni essa si fa
invettiva, denuncia e monito.


Caproni
Non è questa la sede per
ripercorrere la storia della poesia civile nelle sue molteplici articolazioni:
dalla commedia in versi di Aristofane alla satira, che da Marziale, Persio e
Giovenale giunge fino a Parini e oltre, nel tentativo di «raddrizzare il legno
storto» di cui siamo fatti, sino ai grandi poemi epici, da Omero a Virgilio e,
in età moderna, a Foscolo, nei quali la riflessione sul destino comune assume assetti
differenti ma ugualmente rilevanti. Mi limiterò, pertanto, a richiamare ancora
un paio di esempi di particolare interesse.
In Botta e risposta III, un testo di
Satura, la tensione civile si esprime non attraverso l’enfasi dell’oratoria, ma nello stile dimesso, colloquiale e
solo apparentemente prosastico dell’ultimo Montale. Tale
scelta stilistica conferisce al componimento una particolare efficacia critica,
poiché la denuncia si affida a una parola
scarna, priva di ornamenti retorici, che proprio per questo acquista una forza
esemplare. Scaturiti dall’esperienza storica dell’Italia del
secondo Novecento, questi versi conservano ancora oggi una sorprendente
attualità, perché richiamano alla necessità di resistere tanto ai vincitori
quanto ai vinti che, riemergendo dalle «stalle di Augia», rialzano il capo e
mostrano il loro vero volto, e di non lasciarsi ingannare da quel «peggio» che
si traveste da «meglio»: «Resistere
al vincitore / merita plausi e coccarde, / resistere ai vinti quand’essi / si
destano e sono i peggiori, / resistere al peggio che simula / il meglio vuol
dire essere salvi / dall’infamia».


Montale
In una recente poesia di Mauro
Macario, autore che interpreta con lucida radicalità le derive della
contemporaneità, le distopie di una società sull’orlo dell’abisso prendono
forma in un linguaggio asciutto e tagliente. Ne emerge una riflessione amara,
nella quale l’utopia di cambiare il mondo attraverso l’impegno civile si
infrange contro il disincanto, la consapevolezza di una sconfitta storica e il tramonto
delle grandi speranze collettive: «Credevamo di cambiare il mondo / con i
sit-in di protesta / noi pacifisti / in fondo Gandhi ce l’aveva fatta / ma a
noi non è andata così» (Pioggia a Big Sur, in Il culto del disordine).
Come mostrano anche questi scarni e sommari
esempi, la poesia civile, se è davvero poesia, sottrae la scrittura poetica
alla marginalità in cui è stata confinata - o nella quale rischia di richiudersi - quando non riesce a parlare a tutti di ciò che
riguarda tutti. In tale prospettiva, essa non è soltanto necessaria, ma, grazie
alla forza espressiva e all’immediatezza che le sono proprie, può metterci in
guardia dai rischi e dalle storture del presente e contribuire
a mantenere viva una coscienza critica in un tempo segnato dal progressivo appiattimento
degli strumenti di conoscenza e interpretazione della realtà.
















