UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 23 luglio 2026

VIOLENZA DI STATO   
di Franco Astengo



La violenza di Stato non è semplicemente un virus importato dagli USA e il suo inizio, nell’Italia Repubblicana, non data a partire dal massacro della scuola Diaz (Genova 2001). Tralasciamo la storia del terrorismo (dal 1969 in avanti) irta di complicità, depistaggi, violazione della legalità e sorvoliamo anche sui diversi tentativi di colpo di stato e su Gladio. Ci siamo concentrati invece sulla repressione delle lotte operaie e contadine attuata nell’immediato dopoguerra. Riassumendo e limitandoci agli eventi più importanti e tralasciando anche i tanti interventi polizieschi in ogni occasione di sciopero operaio nella difesa dei posti di lavoro nella fase di riconversione dell’industria bellica protrattasi dal 1945 al 1960 e anche oltre: Mentre le sinistre erano impegnate nella elaborazione della Costituzione Repubblicana le lotte operaie e contadine rivolte a reclamare migliori condizioni di vita in situazioni veramente tragiche dal punto di vista dei diritti fondamentali e della stessa sopravvivenza materiale furono compiute alcune stragi che non possono essere dimenticate:



Portella della Ginestra 1° maggio 1947: fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra in provincia di Palermo il 1° maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti. I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona risiedono, oltre alla dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi, dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo  nelle elezioni del 1947.



Melissa. La strage di Melissa o eccidio di Fragalà fu un episodio del 29 ottobre 1949 verificatosi a Melissa  nel quale persero la vita Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro. Nell'ottobre del 1949 i contadini calabresi marciarono sui latifondi per chiedere con forza il rispetto dei provvedimenti emanati nel dopoguerra dal ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo e la concessione di parte delle terre lasciate incolte dalla maggioranza dei proprietari terrieri. Interi paesi parteciparono a questa mobilitazione che vide circa 14 mila contadini dei comuni orientali delle province di Cosenza e Catanzaro scendere in pianura. Chi a piedi, chi a cavallo, con donne e bambini e gli attrezzi da lavoro, quando giunsero sui latifondi segnarono i confini della terra e la divisero, iniziando i lavori di preparazione della semina. Irritati per questa ondata di occupazioni alcuni parlamentari calabresi della Democrazia Cristiana si recarono a Roma per chiedere un intervento della polizia al Ministro dell'Interno Mario Scelba. I reparti della Celere si recarono quindi in Calabria  e uno di loro si stabilì a Melissa (oggi provincia di Crotone) presso la proprietà del possidente del luogo, barone Berlingeri, del quale i contadini avevano occupato il fondo detto Fragalà. Questo fondo era stato assegnato dalla legislazione napoleonica del 1811 per metà al Comune, ma la famiglia Berlingeri, nel tempo, lo aveva occupato abusivamente per intero. La mattina del 30 ottobre 1949 la polizia entrò nella tenuta e cercò di scacciare i contadini occupanti con la forza.



Montescaglioso: 21 marzo 1950, data impressa nella memoria storica di tutto il Vastese: Nicola Mattia e Cosmo Mangiocco furono uccisi dai colpi di un appuntato dei carabinieri davanti al municipio. Tornavano, insieme a tanti concittadini, dallo sciopero alla rovescia: al grido di pane e lavoro costruivano la strada di collegamento con la Statale Trignina sopperendo ai ritardi del governo dell'epoca. Un evento drammatico che ebbe risonanza in tutta Italia e che diede vita a imponenti manifestazioni di protesta da Nord a Sud.



Modena: 9 gennaio 1950. Verso le dieci del mattino del 9 gennaio una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite, le quali erano circondate di carabinieri armati. All'improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in attesa dell'arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave. Dopo circa trenta minuti, in via Santa Caterina l'operaio Roberto Rovatti, che portava al collo una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili. Infine, giunse in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio Garagnani. Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un'automobile, i manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a piedi l'incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla fabbrica. Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa, e attentato alle libere istituzioni. Il bilancio di quegli anni, tra il 1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione poliziesca è il seguente: furono condannati 15.249 operai in gran parte iscritti al PCI o al PSI per un totale di 7.598 anni di carcere.
Si è ormai persa la memoria dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in condizioni oggi inimmaginabili nel periodo della riconversione dell’industria bellica, dell’attuazione della debole riforma agraria, della ricostruzione del Paese dalle macerie della guerra. Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con grande dignità “di classe”. I partiti della sinistra storica e la CGIL, seppero rappresentare sul piano politico e sociale proprio quei lutti, quei sacrifici, quelle indescrivibili privazioni in una Italia povera, senza strade e ferrovie, con le case materiali bombardate e distrutte dando a essa voce e rappresentanza.



5 luglio 1960. La strage di Reggio Emilia è stato un fatto di sangue avvenuto il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell'ordine. Nei giorni successivi si registrarono altre uccisioni in Sicilia. Quelle stragi furono l'apice di un periodo di alta tensione in tutta l'Italia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI (partito rappresentativo dei reduci della Repubblica di Salò e diretto progenitore dell’attuale Fratelli d’Italia), e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, già medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d'indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare. L'allora presidente del Consiglio, Fernando Tambroni,
diede libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo aprendo la strada al governo Fanfani “delle convergenze parallele” e successivamente al centro-sinistra. Al momento del varo del primo governo organico di centro-sinistra Nenni titolò su l’Avanti “Da oggi l’Italia è più libera”. È il caso di ricordare su quanti lutti e sacrifici della classe operaia, dei contadini, delle donne e degli uomini che trassero fuori l’Italia dalle macerie del dopoguerra fosse costruito quel più libera: si apriva la fase del boom economico che avrebbe portato al 1968 e ad un cambio di marcia, non meno tragico, della violenza di Stato.

SULLA QUESTIONE RUSSO-UCRAINA
di Pompeo Maritati*



A mio avviso, oggi il nodo centrale della guerra non è più soltanto l'allargamento della NATO, ma anche il ruolo assunto dalla leadership ucraina. Ritengo che la storia giudicherà severamente molte delle scelte compiute in questi anni, perché il prezzo più alto continua a pagarlo il popolo ucraino. Già prima della sua scomparsa Henry Kissinger aveva sostenuto che spingere la NATO fino ai confini della Russia fosse un errore strategico. Una posizione che, in passato, è stata espressa anche da altri autorevoli esponenti della politica europea. La storia insegna quanto le grandi potenze siano sensibili quando percepiscono minacce ai propri confini. Basti ricordare la crisi dei missili di Cuba del 1962, quando gli Stati Uniti considerarono inaccettabile la presenza di missili sovietici a poche centinaia di chilometri dal proprio territorio. A questo si aggiunge una vicenda spesso poco discussa nel dibattito pubblico: il conflitto nel Donbass iniziato nel 2014, che ha provocato migliaia di vittime e profonde lacerazioni nella popolazione locale. Per quanto mi riguarda, una soluzione negoziata dovrebbe partire da un principio fondamentale: la NATO dovrebbe rinunciare all'ingresso dell'Ucraina nell'Alleanza e, parallelamente, la Russia dovrebbe impegnarsi a rispettarne la sovranità e a non interferire ulteriormente nei suoi affari interni. La questione del Donbass, caratterizzata da una forte presenza di popolazione russofona, dovrebbe essere affrontata attraverso un serio negoziato internazionale, non con le armi. Ho l'impressione che, oggi, la diplomazia abbia ceduto il passo agli interessi geopolitici ed economici. L'industria degli armamenti trae enormi profitti dai conflitti, mentre i cittadini europei vivono in un clima di crescente paura e insicurezza. Forse il vero problema del nostro tempo è che la pace non sembra più essere l'obiettivo prioritario. E quando la diplomazia smette di guidare la politica, sono sempre i popoli a pagarne il prezzo più alto.
 
*Presidente Associazione Italoellenica
Presidente APSEC-Lecce
www.pompeomaritati.it
www.associazioneitaloellenica.org
www.apsec-lecce.org

IL CASO ROGGERO
di Guido Salvini - ex magistrato


Mario Roggero
 
Quando la politica si fa attraverso i processi.  
 
A qualche giorno di distanza dalla sentenza della Corte di Cassazione e dall’inizio dell’esecuzione della pena per Mario Roggero si può fissare più a freddo qualche punto fermo. Ho letto la sentenza di condanna della Corte d’Assise di Appello di Asti nei suoi confronti per duplice omicidio, tentato omicidio e porto abusivo di arma che è stata confermata dalla Corte di Cassazione. Dal punto di vista tecnico e della motivazione è una sentenza del tutto convincente. Senza nulla togliere alla gravità dell’azione consumata nella gioielleria, quando Roggero aveva inseguito i rapinatori in strada sia l’attualità del pericolo sia una possibile proporzionalità tra l’azione aggressiva subita e la reazione erano del tutto cessate. Lo provano non solo le telecamere ma un particolare. Roggero aveva recuperato la pistola da un cassetto solo quando i rapinatori erano già usciti dal negozio e solo allora l’aveva impugnata. Due tempi ben distinti di cui il secondo era quello non di una difesa ma di una ritorsione non consentita. Nessuna legittima difesa quindi nemmeno in base alla riforma del 2019, voluta dalla Lega, che pur l’aveva espansa soprattutto nei casi di intrusione in una abitazione o in un esercizio commerciale. Anche l’entità della pena per due omicidi e un tentato omicidio non si espone a troppe critiche. Forse calcolando l’attenuante della provocazione in modo separato dalle attenuanti generiche avrebbe potuto essere limata di un paio d’anni, ma non di più. Senza dimenticare che Roggero avrebbe potuto chiedere, pochi lo sanno, il giudizio abbreviato. Ma non lo ha voluto fare. È di certo una scelta libera ma che esclude, in caso di condanna, una sostanziosa riduzione di pena. Per quanto concerne il comportamento del Ministro di Giustizia questi si è mosso in modo decisamente intempestivo. Quando ha evocato l’avvio di una procedura di grazia per il condannato, Roggero non era nemmeno entrato in carcere e non era stata, e non lo è tuttora, nemmeno depositata la motivazione della sentenza della Cassazione. Non c’era nemmeno una richiesta di grazia presentata dai familiari. Il suo intervento era quindi decisamente fuori luogo, ha avuto il tono del lancio di una campagna politica rivolta a ottenere il plauso di chi aveva votato i partiti per conto dei quali è divenuto Ministro.


Nordio

In realtà la procedura di grazia è un po’ più complessa rispetto al messaggio precipitoso che si percepiva dalle parole del Ministro. Innanzitutto non è di competenza del Ministro, che rappresenta una parte politica, ma un potere “sovrano” del presidente Repubblica che ha una posizione per sua natura neutrale. Il Ministro deve solo esprimere un parere favorevole o contrario che può essere disatteso dal Presidente della Repubblica tanto è vero che nel caso di Ovidio Bompressi, uno degli assassini del comm. Calabresi, il Ministro leghista Castelli trasmise un parere contrario ma il presidente Ciampi firmò ugualmente la grazia. Inoltre non è o non dovrebbe essere un provvedimento istantaneo ma invece di norma preceduto da una relazione dell’autorità carceraria sul comportamento del condannato e da un parere del Magistrato di sorveglianza che può valorizzare anche l’età, le condizioni di salute del condannato e l’avvenuto risarcimento delle vittime. Soprattutto è facilitato dalla revisione critica da parte del condannato del reato commesso. In sostanza è una cosa seria (non parlo apposta del caso Minetti per non complicare) tanto è vero che nel 2025 il presidente Mattarella ha accolto solo 72 domande di grazia o di commutazione della pena sulle 4230 richieste presentate.  Sotto quest’ultimo profilo Mario Roggero parte da una situazione non troppo favorevole perché almeno sino ad ora non sembra aver compreso la gravità del proprio comportamento e ha preferito mandare messaggi all’esterno come se fosse un innocente vittima di una ingiustizia che deve essere riparata da una parte politica. Personalmente comunque non riterrei uno scandalo se, in considerazione soprattutto dell’età del condannato, il Presidente della Repubblica, espiato un periodo di permanenza in carcere, firmasse non un provvedimento di grazia pura e semplice ma un provvedimento di commutazione della pena previsto anch’esso dall’articolo 87 della Costituzione. In sostanza stabilisse di accorciare la pena o l’applicazione di una misura meno grave quale quella degli arresti domiciliari. Ma appunto solo dopo un congruo periodo di osservazione in carcere del comportamento del condannato. E tutto questo senza inutili clamori e campagne politiche e senza in alcun modo, sfruttando il caso Roggero, cercare di allargare per legge le maglie, ancora abbastanza strette, solo all’interno delle quali è riconoscibile la legittima difesa.



Vorrei ricordare, perché è significativo, anche una, chiamiamola così, “non notizia”. Proprio poche settimane fa la Corte d’Assise di Milano ha condannato per omicidio volontario due commercianti di etnia cinese. Un ladro si era introdotto di notte per rubare nel loro bar tabacchi scassinando la saracinesca. I proprietari, che abitavano vicino all’esercizio, se ne erano accorti, erano intervenuti, il ladro aveva cercato di fuggire ma era stato raggiunto in strada e buttato a terra e alla fine era stato ucciso dai due con più di una ventina di colpi di forbice. Anche in questo caso gli imputati avevano invocato la legittima difesa che è stata loro giustamente negata perché il fatto era avvenuto quando il ladro era ormai in fuga ed era tra l’altro, tranne gli attrezzi da scasso, disarmato. Sono stati entrambi condannati a 17 anni di reclusione. Un caso quindi sul piano tecnico abbastanza simile al caso Roggero. Eppure nessuno ne ha parlato, nessuno ha evocato la grazia e gli è stato dedicato solo qualche trafiletto sulla stampa milanese. I due imputati non erano assimilabili all’alveo culturale del sovranismo e del populismo e quindi non c’era nessun fatturato politico in vista. Quindi non valeva la pena di occuparsene.



La conclusione è semplice quanto amara. La politica, non solo a destra ma anche a sinistra, insegue appena possibile le indagini e le sentenze, giuste o sbagliate, molte indagini in verità sbagliate lo sono, solo per ottenerne un indebito vantaggio, incurante di mettere in confusione chi ascolta. È una anomalia italiana, paragonabile sul piano più mediatico-giudiziario solo all’indecente show di Garlasco, di cui non abbiamo alcuna possibilità di liberarci. È uno dei frutti malati della più che trentennale guerra tra politica e magistratura, un conflitto dove non ci sono innocenti, che da più di trent’anni affligge il nostro paese e che è destinato a continuare.

FAR WEST
di Marcello Campisani - avvocato




Posso uccidere l’on. Borghi e invocare la legittima difesa? E 
bbene, no, assolutamente no! Almeno non secondo l’attuale normativa. Ma, se passasse la sua proposta di legge, allora sì. Ecco perché: se posso inseguire ed accoppare a revolverate un disgraziato che mi ha fottuto l’orologio, senza manco dovergli pagare il funerale, e ciò nell’unanime plauso di tutti i decerebrati che hanno smarrito, o meglio non mai appreso, i sentimenti umani, molto a maggior ragione posso crivellare di colpi l’onorevole Borghi. Che cosa è mai un orologio, per quanto prezioso, ma che posso sempre ricomprare tale e quale, rispetto alla sterminata rottura di coglioni che da una vita mi procurano i vari Borghi, intossicandomi quotidianamente di corbellerie, oltraggiando l’intelligenza, l’etica, la cultura, la logica e l’umana dignità, con la loro variegata rozzezza, cialtroneria, superficialità ed arroganza? Con quel loro sapere le cose a mezzo, che è peggio che non saperle affatto. Ci sono istituti giuridici - legittima difesa e omicidio in primis - frutto di secolari esperienze e che non aspettavano certo il leghista Borghi per venire genialmente emendati. Leghisti cui dovrebbe essere precluso di parlare di diritto per i prossimi cento anni, dopo aver cercato di rifilarci quell’aborto di codice penale, patrocinato - guarda caso - da Nordio e che è un concentrato di rara imbecillità ed ignoranza. All’epoca avevo assolto Nordio, escludendo che vi avesse preso parte, poiché anche il magistrato più lassista, lo avrebbe considerato intellettualmente, oltre che giuridicamente, ripugnante.
Oggi, considerate le sue performances da Guardasigilli, temo che ne sia stato l’ispiratore. Le opinioni, per quanto vacue e sbalestrate, per quanto propugnate con l’arroganza di farne condotta di vita, per i più, restano soltanto chiacchiere. Per chi ha intelletto ed amore costituiscono invece aggressioni, corpi contundenti, ferite, fatti lesivi. Provocano irritabilità, insonnia, angoscia e, nei casi più gravi, erpete, depressione e istinti suicidiarî. Tutti attentati alla salute dai quali, grazie Borghi, ci si potrà, in un imminente domani, difendere.
Ne guadagnerà anche l’economia. Crescerà infatti il mercato delle armi. Non saranno più tollerabili i divieti, per cui il cittadino non può disporre manco di una mitraglietta, per difendersi da zingari, immigrati ed omosessuali.
Wiva Borghi. Lo abbraccerei. Anzi, se passa la sua legge, lo farò sicuramente. 
Prima di accopparlo!


 

SUL CASO ROGGERO
di Renato Papa


Saldi di fine stagione...

Le opinioni dei lettori 

Dopo aver letto lo scritto di Marcello Campisani (“Odissea” domenica 19 luglio), sono andato a vedere come stessero esattamente le cose di questo episodio che, per la verità, avevo quasi dimenticato. Roggero è stato condannato a 14 anni e 9 mesi. Non gli è stata riconosciuta l’attenuante della provocazione (per ritenuta mancanza di immediatezza tra la rapina e l’omicidio): decisione da imbecilli, perché il fatto omicidiario ha rappresentato un continuum fattuale e psicologico, rispetto alla rapina, anche se i rapinatori erano in fuga! Il Roggero aveva versato, a titolo di risarcimento, €.300.000 che non sono stati ritenuti adeguati (le parti civili erano 15 tra genitori, mogli, compagne, figli, fratelli ecc. e avevano chiesto 3.000.000 di Euro! Il Roggero è stato condannato a una provvisionale di €. 780.000!): evidentemente i giudici hanno dato molto rilievo al fatto che rapinatori professionali producessero un alto reddito e avessero legami economici, per i proventi delle rapine molto redditizie e anche sentimentali, molto forti con tutto il parentado!). La difesa ha anche puntato completamente a sproposito!) sulla legittima difesa, quanto meno putativa. I difensori del Roggero dovrebbero essere radiati per totale incapacità, per non avere chiesto il rito abbreviato, in un caso in cui l’episodio era assolutamente evidente in tutti gli aspetti fattuali e si trattava soltanto di discuterne gli aspetti giuridici. La vicenda costituisce un chiaro episodio di omicidio volontario con dolo d’impeto. Parlare di legittima difesa, anche solo putativa, è da totali ignoranti! Nella motivazione delle sentenze di primo e secondo grado viene duramente stigmatizzato il fatto che il Roggero avesse preso a calci il corpo di uno dei rapinatori che era già stato ferito a morte e per terra: ciò che dimostra quanto questi giudici non sono in grado di giudicare, perché non capiscono nulla della vita reale, dei sentimenti, delle emozioni, della naturale reattività, della adrenalina ecc. ecc. Sono i soliti magistrati col cervello da geometra e allevati in vitro! Conclusione. Io non amo i gioiellieri che sono, in larga parte, lestofanti. Ma, a parte questo, il Roggero avrebbe dovuto essere condannato alla pena minima possibile che, mese più mese meno, si sarebbe potuta aggirare intorno ai 6 anni: se quegli incapaci dei difensori avessero chiesto l’abbreviato, si parlerebbe addirittura di circa 4 anni. La morale: giudici e avvocati inadeguati, fanno danno! Il democristiano Mattarella, che ha concesso la grazia alla Minetti, invece di inalberarsi perché la procura generale ha (legittimamente) avviato la procedura per valutare se vi fossero le condizioni idonee alla concessione della grazia a Roggero, farebbe bene a concederla a tambur battente. Ecco cosa penso di questa storia tanto banale e stancante, negli uomini e nelle cose.

 

A TRIESTE CON ASSOPACE PALESTINA



Come Assopace Palestina Trieste ODV e Salaam Ragazzi dell’Olivo ODV manifestiamo la nostra profonda indignazione, disapprovazione e rabbia davanti all'impunito genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele, sostenuto dalle arroganti politiche neo-coloniali degli Stati Uniti, presentandoci con bandiere palestinesi e cartelli Giovedì 23 luglio alle ore 18 a Trieste sulle rive all’angolo fra Riva Mandracchio e via Boccardi (luogo assegnato dalla Questura, di fronte al ristorante Marinato), mentre il panfilo dell’ambasciatore Fertitta, col suo farsesco Diplomacy Tour 250, sarà ormeggiato al molo pescatori (Stazione Marittima), lì di fronte. Invitiamo tutte e tutti a partecipare unendosi a noi per una Palestina libera, per una tregua reale a Gaza, l’invio di aiuti umanitari, l’apertura di corridoi umanitari, la liberazione di Marwan Barghouti, del pediatra di Gaza Hussam Abu Safiya e di tutte e tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine della feroce occupazione israeliana dei territori palestinesi, la fine del genocidio dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania da parte di Israele e Stati Uniti.

A GENOVA
Presidio cittadino





mercoledì 22 luglio 2026

GUERRA UCRAINA. COME USCIRNE?
di Ian Proud - ex diplomatico inglese


Ian Proud
 
Non esiste un modo funzionale per porre fine alla guerra in Ucraina.
 
Del saggio di Ian Proud, ex diplomatico britannico (non appartenente alla setta dei pataccari), che esamina le condizioni per la pace in Ucraina – una lettura obbligata e da diffondere –, sottolineerei due punti: il primo riguarda chi abbia violato la legge internazionale. Come è noto, la propaganda occidentale ha sostenuto con un certo successo – anche in Vaticano, e anche a sinistra, per quanto si possa definire sinistra quella di oggi – che il violatore è Putin. Proud ribalta il quadro: la violazione prima è avvenuta da parte della NATO che ha rifiutato ogni dialogo sull’allargamento all’Ucraina, nel quale le Nazioni Unite avrebbero potuto svolgere il ruolo decisivo. Al non riconoscimento degli interessi – in primis quello alla sicurezza – della Russia si sono poi aggiunte le provocazioni, culminate nel colpo di stato del 2014, nel non rispetto degli Accordi di Minsk, nel riarmo dell’Ucraina, nelle leggi russofobe, e nelle azioni terroristiche contro il Donbas. Il secondo punto è anche la conclusione del saggio: le chiavi della pace sono in Europa.   Naturalmente occorrono leader che vogliano prenderle in mano – e non tenerle in cassaforte – prima che sia troppo tardi. Oggi questa possibilità è affidata alle destre che in nome degli interessi nazionali contestano la guerra alla Russia. La sinistra deve fare di più; non può limitarsi a dire, come Bersani, che Putin ha torto, ma bisogna fare la pace lo stesso. Occorre riconoscere che non sono più i tempi di Prodi quando si poteva governare senza fare politica estera. Non sono neppure i tempi – non lo sono mai – delle anime belle che per non sporcarsi le mani non stanno né di qua, né di là. Oggi occorre partire dal fallimento dell’europeismo atlantista, per riprendere in mano le sorti e gli interessi dell’Europa. È un processo che comincia con il riesame delle relazioni con la Russia. [Franco Continolo]


 
 
La principale preoccupazione strategica della Russia
La neutralità ucraina va ben oltre il semplice rifiuto di un blocco militare.
Per la Russia, il conflitto in Ucraina – e ora la guerra su vasta scala – è sempre stato innanzitutto una questione di negare all'Occidente il diritto di imporre la propria volontà con la forza e la pressione economica. Nello specifico, si è trattato di impedire l'espansione della NATO fino ai confini russi, in contrasto con la posizione ripetutamente espressa dalla Russia, secondo cui tale espansione è inaccettabile. Molti sostengono che la Russia non abbia il diritto di decidere chi può o non può entrare nella NATO. In senso stretto, questo è corretto. Tuttavia, la Russia ha il diritto, in quanto nazione sovrana, di determinare quali siano i suoi interessi strategici fondamentali. Decenni fa ha stabilito che l'espansione della NATO fosse in diretto contrasto con tali interessi, al punto da essere disposta a combattere per impedirla. Naturalmente, anche l'Ucraina ha il diritto sovrano di scegliere le proprie alleanze, sebbene il rapporto della maggior parte degli ucraini con la NATO sia stato, nella migliore delle ipotesi, ambivalente. Anche se ogni ucraino avesse considerato l'adesione alla NATO una priorità assoluta – una situazione che non si è mai verificata – le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza sarebbero rimaste.


 
La necessità di soluzioni negoziate
L'unica via d'uscita in tali circostanze sarebbe stata che Ucraina e Russia negoziassero una soluzione che tenesse conto delle preoccupazioni di entrambe le parti, come richiesto dalla Carta delle Nazioni Unite. Su questa base, Russia e Ucraina hanno tenuto colloqui sulle aspirazioni ucraine di adesione alla NATO in diverse occasioni dopo l'ascesa al potere di Putin. In ogni fase, la Russia ha espresso le sue ferme obiezioni. Quando il presidente Putin incontrò il presidente ucraino Yushchenko nel febbraio 2008, descrisse la potenziale escalation militare tra Russia e Ucraina in uno scenario di adesione alla NATO come "orribile da dire e terrificante da pensare". Le aspirazioni ucraine di adesione alla NATO erano in gran parte svanite durante la presidenza di Yanukovych. L'espansione della NATO era guidata principalmente dalle potenze occidentali, soprattutto dagli Stati Uniti, il che significava che ciò che l'Ucraina stessa voleva o non voleva diventava in gran parte secondario. Anche il presidente Poroshenko inizialmente si mostrò molto cauto riguardo all'adesione alla NATO, sottolineando che la maggioranza dei cittadini non la favoriva. Non menzionò la NATO durante il suo discorso di insediamento. Fu solo alla fine di novembre 2014 – quasi tre mesi dopo aver partecipato al vertice NATO in Galles e con la sua campagna militare nel Donbass che si stava ritorcendo contro di lui, trascinando la Russia ancora più a fondo nel conflitto – che dichiarò che l'Ucraina stava "riprendendo con decisione il suo percorso politico verso l'integrazione nel sistema di sicurezza euro-atlantico". Un mese dopo, Poroshenko firmò la legge che abrogava lo status di non allineamento dell'Ucraina del 2010, dando il via a un programma quinquennale o sessennale per l'adeguamento del Paese agli standard NATO e promettendo un referendum sull'adesione. Zelensky fu eletto con una schiacciante maggioranza nel 2019 con un programma incentrato sulla pace con la Russia. Anche lui indicò che qualsiasi futura richiesta di adesione alla NATO avrebbe richiesto un referendum. Ad oggi, nessun referendum è mai stato condotto in Ucraina sull'adesione alla NATO, sebbene una significativa maggioranza della popolazione che vive nelle zone non occupate dell'Ucraina probabilmente la sosterrebbe oggi.


 
L'abbandono della diplomazia bilaterale 
Prima del 2014, Ucraina e Russia cercavano regolarmente di risolvere le proprie divergenze attraverso il dialogo e la diplomazia. Dal 2014 in poi, tuttavia, l'Occidente ha adottato la posizione secondo cui, finché fosse stato in grado di sostenere una leadership ucraina favorevole all'integrazione nella NATO, le preferenze del popolo ucraino sarebbero passate in secondo piano. Tale posizione è rimasta invariata. In questo senso, l'Ucraina ha di fatto subordinato il proprio diritto sovrano di scelta agli interessi strategici occidentali. Pur mantenendo l'apparenza di un presidente democraticamente eletto – sebbene Zelensky non si sia sottoposto a elezioni da oltre sette anni – ci si aspetta che i leader ucraini eletti seguano le direttive occidentali sulla specifica questione della NATO. Anche ammettendo che l'Ucraina sia una nazione pienamente sovrana che compie scelte indipendentemente dall'influenza occidentale, dal 2014 non le è stato permesso di risolvere il suo disaccordo con la Russia attraverso il dialogo e la diplomazia. La strategia di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa è stata quella di negare alla Russia qualsiasi voce legittima in merito e di esigere un'incondizionata ritirata. Questo approccio nega la legittimità delle preoccupazioni della Russia riguardo all'espansione della NATO – espresse costantemente durante la presidenza di Putin. Nega inoltre la validità dell'argomentazione secondo cui l'espansione della NATO ha acuito le tensioni e contribuito alla guerra.


 

Le Nazioni Unite e l'ordine basato sulle regole
Nessun Paese può privare la Russia del diritto di perseguire i propri interessi. La Carta delle Nazioni Unite esorta ripetutamente gli Stati a risolvere le controversie internazionali con mezzi pacifici, in modo tale da non mettere in pericolo la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia. La strategia dell'Occidente è stata quella di negare alla Russia il diritto sovrano di esprimere le proprie preoccupazioni e di risolverle attraverso la diplomazia. Così facendo, l'Occidente ha scelto di operare al di fuori dello spirito della Carta delle Nazioni Unite, subordinando gli interessi sovrani sia dell'Ucraina che della Russia al fine di promuovere l'espansione della NATO. La NATO non gode di personalità giuridica. È un insieme di Stati sovrani che hanno scelto di allineare i propri interessi nazionali all'istituzione come condizione di adesione. Come le istituzioni dell'UE, la NATO è un'entità burocratica con un proprio interesse istituzionale alla sopravvivenza e alla crescita e con un leader che non è stato sottoposto a voto popolare. Non possiede sovranità. Eppure ha acquisito o assunto la sovranità dei suoi membri. La sua politica ha di fatto permesso agli Stati membri di fare pressione sulla Russia affinché accettasse il loro obiettivo collettivo di espansione in Ucraina, nonostante le obiezioni esplicite della Russia. La NATO si è posta in una posizione analoga a quella dell'ONU nel definire le regole del gioco. A differenza dell'ONU, tuttavia, la NATO non dispone di un meccanismo specifico per la risoluzione pacifica delle controversie con le nazioni che dissentono fondamentalmente dai suoi scopi o dai suoi piani di espansione. Il sistema giuridico internazionale fondato sulle Nazioni Unite è stato quindi messo da parte a favore di quello che le potenze occidentali definiscono "ordineinternazionale basato sulle regole", un'espressione che, in pratica, spesso significa "le nostre regole, non le vostre". Per inciso, non avevo mai sentito usare l'espressione "ordine internazionale basato sulle regole" al Ministero degli Esteri britannico prima dell'inizio della crisi ucraina. È emersa come una frase coniata all'interno di un nuovo lessico per descrivere le regole che gli altri Stati dovrebbero rispettare.
 


La natura della guerra
La guerra in Ucraina non è mai stata principalmente una questione di conquista territoriale. È stata una battaglia tra due sistemi: un sistema delle Nazioni Unite favorito dalla Russia, in cui le controversie devono essere risolte attraverso la diplomazia, e un sistema incentrato sulla NATO, in cui la Russia non ha avuto voce in capitolo e ci si aspettava che accettasse le condizioni della NATO. A questo proposito, la Russia non considera l'attuale Presidente dell'Ucraina un attore indipendente, bensì una figura di rappresentanza di un sistema allineato alla NATO: un uomo eletto con un programma di pace che si è poi allineato alle preferenze occidentali, a discapito degli interessi dei cittadini che lo hanno eletto e che, a causa della guerra, non hanno più diritto di voto. È indubbio che, inizialmente, l'obiettivo della Russia fosse quello di rimuovere il governo Zelensky e insediarne uno che adottasse una posizione meno conflittuale nei confronti della Russia. Tale tentativo è fallito, intrappolando entrambe le parti in oltre quattro anni di sanguinosa guerra, in cui il fronte si è spostato solo lentamente. Sarebbe tuttavia un errore affermare che si tratti di una guerra motivata dalla conquista territoriale, sebbene il fallimento della bozza di Accordo di Istanbul nell'aprile 2022 abbia portato la Russia ad avanzare rivendicazioni su altre quattro regioni. Per la Russia, la guerra è diventata una lotta esistenziale per impedire l'espansione del blocco NATO fino ai suoi confini e per resistere all'imposizione di un sistema di potere contrario al quadro delle Nazioni Unite.


 
La natura della NATO e la dinamica dell'escalation
La NATO è un blocco militare originariamente creato per contrastare l'Unione Sovietica. Oggi, il suo obiettivo principale rimane la Russia, l'unica grande potenza militare che confina direttamente con l'alleanza. L'affermazione che la NATO sia puramente difensiva diventa più difficile da sostenere se si considera che rappresenta circa il 53% della spesa globale per la difesa, una percentuale che crescerà significativamente con il riarmo delle nazioni europee. Entro il prossimo decennio, la NATO potrebbe arrivare a rappresentare i due terzi della spesa globale per la difesa. Eppure si definisce un'alleanza difensiva. La crisi ucraina è iniziata perché la Russia ha concluso che l'alleanza NATO cercava di determinare chi governasse l'Ucraina interferendo nel suo sistema politico e sostenendo un cambio di governo che avrebbe insediato un regime filo-NATO. Nel 2014, la Russia ha risposto annettendo la Crimea – in parte per garantire la sicurezza della base navale di Sebastopoli sul Mar Nero – e sostenendo i separatisti nel Donbass. Ciò ha permesso ai leader occidentali di rafforzare la narrazione secondo cui la NATO doveva espandersi di fronte a una Russia revanscista. La mossa della Russia sulla Crimea è stata presentata sia come misura difensiva sia come correzione della decisione amministrativa di epoca sovietica di trasferire la penisola all'Ucraina. Prima del 2014, vi sono poche prove che la Russia avesse mire imperialistiche attive sulla Crimea, che i cittadini russi potevano visitare senza visto. Per anni, la Russia ha fornito supporto militare ai separatisti nel Donbass in risposta alle operazioni militari ucraine e per proteggere la popolazione russofona. Vi sono tuttavia poche prove che la Russia abbia seriamente preso in considerazione l'annessione della regione fino all'incirca all'inizio della guerra su vasta scala. Il punto cruciale è che ogni escalation ha permesso ai leader e ai commentatori occidentali di rafforzare la narrazione secondo cui l'Ucraina aveva bisogno di protezione dalla Russia e che la migliore forma di protezione fosse l'adesione alla NATO. Ciò ha creato un circolo vizioso in cui entrambe le parti attribuiscono ogni deterioramento all'altra, mentre l'assenza di un dialogo costante tra Russia e NATO impedisce qualsiasi risoluzione significativa della controversia.


 

Perché il conflitto rimane irrisolto
La guerra in Ucraina non è attualmente risolvibile attraverso i meccanismi esistenti. La Russia non abbandonerà le sue obiezioni di lunga data all'espansione della NATO. La NATO continua a sostenere che l'espansione sia l'unico modo affidabile per proteggere l'Ucraina. La leadership ucraina amplifica la posizione della NATO e ha mostrato scarso interesse per un dialogo realistico con la Russia. I leader occidentali continuano a chiedere alla Russia di adottare un cessate il fuoco. Eppure un cessate il fuoco da solo non sarà mai accettabile per la Russia, perché, pur ponendo fine ai combattimenti, lascerebbe irrisolta la preoccupazione di fondo per l'espansione della NATO, mentre l'Ucraina si riarma e cerca di integrarsi più profondamente in un'Europa militarizzata.


 
Intrappolati nel ciclo narrativo della NATO
Per ora, la guerra rimane intrappolata in un ciclo narrativo guidato dalla NATO che impedisce qualsiasi possibilità di risoluzione pacifica. Uno dei principali argomenti di questa narrazione è che Putin non voglia la pace e che, pertanto, dovremmo evitare qualsiasi dialogo con lui, perché non avrebbe senso parlare con chi non la desidera. Tuttavia, questa è una menzogna bella e buona, perché la pace sarà possibile solo attraverso la diplomazia. Negare la diplomazia significa quindi negare la possibilità di pace. Poiché la pace richiederebbe un confronto con la causa principale della guerra – il ruolo della NATO come agente destabilizzante – nessun leader europeo di rilievo è disposto ad accettare alcuna concessione sulla NATO. Pertanto, la migliore strategia per sviare il discorso è affermare che Putin non voglia la pace. Tuttavia, le condizioni di pace poste da Putin sono state chiarite in modo inequivocabile: neutralità dell'Ucraina, riconoscimento della situazione attuale a Donetsk e diritti linguistici. Non vi è alcuna prova a sostegno dell'affermazione che egli rifiuterebbe la diplomazia con i leader europei. Putin ha avuto colloqui di pace diretti con Donald Trump in Alaska e i due si sono sentiti telefonicamente molte volte. I leader della NATO e dell'Europa hanno ripetutamente affermato di non vedere alcun valore nei colloqui diretti con Putin perché lui non vuole la pace. Eppure Putin ha sempre dichiarato di essere pronto a negoziare direttamente. Zelensky ha fatto diversi tentativi, peraltro plateali, di suggerire colloqui di pace, ma non in un modo che lasciasse intendere una reale volontà di portarli a termine. Ad esempio, nella sua recente lettera ha infierito su Putin, minimizzando l'incontro e minimizzandone l'importanza. Zelensky è stato uno dei più espliciti nell'affermare che Putin dovrebbe essere costretto a negoziare, nonostante Putin abbia sempre dichiarato di essere pronto a farlo, senza bisogno di alcuna coercizione. Pertanto, non può esserci pace senza diplomazia, ed è chiaro che i leader della NATO e dell'Europa hanno respinto la diplomazia perché richiederebbe un confronto con le cause profonde della guerra.



La sconfitta della Russia come strumento per evitare la diplomazia
Questo ha posto un'enorme enfasi sulla necessità per i leader europei di sbandierare i segnali di successo della strategia occidentale, in particolare la prova che la Russia sta perdendo e che alla fine perderà. Nessuna di queste strategie comunicative è minimamente accurata, ma contribuiscono a mantenere la posizione di non voler intraprendere alcuna azione diplomatica. La prima strategia è quella secondo cui l'Ucraina starebbe ribaltando le sorti del conflitto. Non c'è nulla che suggerisca che ciò sia vero. Persino l'ex Capo di Stato Maggiore della Difesa ucraino, ora Ambasciatore a Londra Valerii Zaluzhnyi, ha recentemente ammesso che la guerra è bloccata in una fase di logoramento, dipendente da quale Paese dimostrerà maggiore resistenza – in un contesto in cui la Russia dispone di più truppe, più denaro, più energia e una solida base industriale per sostenere la guerra. L'Ucraina soffre di una cronica carenza di manodopera e sta arruolando i suoi cittadini con metodi sempre più violenti. Dipende totalmente dall'Occidente per gli aiuti finanziari e per una parte significativa del suo fabbisogno militare. Dipende dall'energia e gran parte della sua industria pesante è stata indebolita. Nella migliore delle ipotesi, la guerra è bloccata in una morsa in cui la Russia, non volendo impegnare ulteriori truppe attraverso una mobilitazione generale, cerca di dissanguare l'Ucraina di uomini e di privare l'Europa delle risorse economiche necessarie a sostenere il conflitto. L'Ucraina non vincerà questa guerra sul campo di battaglia, e la maggior parte delle persone, compresi molti ucraini, lo accetta. Eppure i principali media occidentali continuano a diffondere regolarmente questa tesi. La seconda affermazione è che l'economia russa stia per implodere. Anche in questo caso, nulla lo dimostra. La Russia ha indubbiamente subito problemi di approvvigionamento di carburante a causa degli attacchi ucraini alle sue infrastrutture di raffinazione del petrolio. Ciò sta causando disagi alla popolazione e influenzando l'opinione dei russi sulla guerra. Tuttavia, questo non significa che l'economia russa sia in crisi. Continua a registrare significativi surplus di esportazioni, ha una disoccupazione praticamente nulla, l'industria lavora a pieno regime e ingenti riserve auree per far fronte a eventuali shock esterni. L'Ucraina, d'altro canto, è diventata uno stato economicamente fallito, totalmente dipendente dal sostegno occidentale in un momento in cui la stessa Europa è in declino industriale ed economico. A questo proposito, si ricollegano le ripetute richieste di ulteriori sanzioni contro la Russia per inasprire la crisi economica. Come ho ripetuto innumerevoli volte, l'Occidente ha superato da tempo il punto di rendimenti marginali decrescenti delle sanzioni. Ogni nuovo pacchetto di sanzioni serve solo a rafforzare la determinazione di Putin e a impedire qualsiasi possibilità di compromesso da parte della Russia. In relazione a ciò, Zelensky ora invoca attacchi missilistici in profondità all'interno della Russia come sanzioni a lungo raggio, concepite per costringere Putin al tavolo delle trattative. Attacchi in profondità all'interno della Russia sembrano solo provocare una risposta uguale o addirittura più forte da parte russa – un altro punto ammesso da Zaluzhnyi – che l'Occidente interpreterà poi come prova che Putin non vuole la pace e che, pertanto, non dovremmo impegnarci in un dialogo diplomatico con lui. Dato che i leader europei si rifiutano di impegnarsi in un dialogo diplomatico, è ipocrita parlare di costringere Putin a un tavolo negoziale che chiaramente non esiste. Ancora una volta, si tratta di un'altra strategia di comunicazione per impedire la possibilità di un dialogo diretto.


 
L'affermazione che la Russia attaccherà l'Europa
Questa è l'ennesima argomentazione opportunistica che giustifica ingenti investimenti nel complesso industriale della difesa europeo e ucraino a scapito dello sviluppo economico produttivo e della spesa sociale in quei paesi. È chiaramente assurdo suggerire che, dopo aver condotto una lenta guerra di logoramento in Ucraina per quattro anni e mezzo, la Russia abbia in qualche modo la volontà e le risorse per attaccare l'Europa. In primo luogo, ciò presuppone che la Russia possa sottomettere l'intera Ucraina, evitando così di dover combattere su due fronti separati, il che è palesemente irrealistico visti i progressi compiuti finora nel Donbass. Altrettanto importante, sposta l'attenzione sul ruolo della Russia come potenza imperialista intenzionata alla conquista, distogliendola dalla causa principale della guerra in Ucraina, ovvero la NATO stessa. La Russia ha combattuto contro l'Ucraina fino allo stremo proprio per evitare di avere la NATO alle porte. Perché, quindi, attaccare il più grande blocco militare del mondo, dal quale ha deciso di mantenere le distanze?



Il popolo russo si sta rivoltando contro Putin?
Infine, c'è l'affermazione secondo cui il popolo russo si sta rivoltando contro Putin e presto lo estrometterà dal potere, quindi è necessario mantenere alta la pressione. Per lungo tempo, la politica occidentale si è basata su un approccio del tipo "far bollire la rana", in cui una pressione sempre crescente su Putin avrebbe alla fine provocato una sorta di crollo del suo governo e portato a un cambio di potere più favorevole a buone relazioni con l'Occidente. Anche se non ci sono prove che un'Ucraina che combatte da sola possa ottenere una vittoria militare diretta contro la Russia, affermare che la legittimità di Putin stia crollando blocca qualsiasi ipotesi di dialogo diretto, perché se Putin sarà presto fuori dai giochi, allora aspettiamo che se ne vada. L'aspetto più preoccupante di questa linea è il presupposto che qualsiasi futuro successore di Putin sarebbe più favorevole all'Occidente. In primo luogo, ci sono poche prove che Putin voglia vivere in uno stato di ostilità permanente con l'Europa. È stato straordinariamente cauto nel condurre la guerra. Militarmente avrebbe potuto fare diversi passi avanti, anche con attacchi in Europa o l'uso di armi nucleari tattiche, che ha attivamente evitato. A mio avviso, nonostante molti falchi in Russia chiedano un'escalation più decisa, Putin è mosso dal desiderio di normalizzare un giorno le relazioni con l'Europa ed è determinato a evitare qualsiasi cosa che possa approfondire il già profondo divario tra Russia e Occidente. Il punto è che è profondamente errato credere che un eventuale cambio di leadership in Russia possa indurre un ripensamento sulla minaccia rappresentata dalla NATO per la Russia. Si presume che un crollo del governo di Putin porterebbe all'adesione dell'Ucraina alla NATO e creerebbe la sensazione che l'Occidente abbia finalmente prevalso. Eppure è incredibilmente ingenuo credere che, considerando il tesoro e le centinaia di migliaia di vite russe perse in Ucraina, un futuro leader russo si opporrebbe all'espansione della NATO con la stessa fierezza, se non di più. In questa visione occidentale si presume un liberalismo, ovvero che un futuro leader russo possa essere più moderato. La realtà è che potrebbe adottare una linea molto più dura.
 

Sintesi della strategia narrativa
In sintesi, il costante bombardamento mediatico occidentale sulla conduzione della guerra in Ucraina è volto a impedire qualsiasi possibilità di dialogo diretto con la Russia nell'interesse della pace. In una situazione di stallo di fatto, con la Russia che detiene le risorse strategiche in attesa, ci troviamo in una posizione senza via d'uscita dal conflitto. La posizione politica occidentale ha fatto sì che i paesi europei abbiano subordinato la propria sovranità a organismi sovranazionali come la NATO e l'UE, e non sono in grado, a livello bilaterale, di sbloccare la situazione di stallo che governa tali organizzazioni, guidate da funzionari non eletti con un potere smisurato nel decidere le politiche. L'ironia sta nel fatto che la base di fondo della guerra è, e rimane, la rivendicazione russa secondo cui l'espansione della NATO minaccia la sua sovranità. Per tornare al punto centrale della discussione, la NATO non solo ha soppiantato l'ONU nel decidere le regole che la Russia deve accettare incondizionatamente, ma si è anche arrogata la sovranità dei suoi Stati membri, impedendo quel tipo di dialogo bilaterale tra Stati previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. La soluzione più ovvia per porre fine alla guerra sarebbe sciogliere la NATO e tornare alle norme di impegno diplomatico stabilite dall'ONU. Ma questo semplicemente non accadrà, perché la NATO stessa ha il potere di vincolare la sovranità dei suoi membri a una ragion d'essere dettata dalla burocrazia, piuttosto che da funzionari eletti. Pur credendo che la rimozione della NATO risolverebbe il problema, ritengo che sia praticamente e politicamente impossibile nell'Europa moderna, con i leader globalisti che abbiamo al potere, sia a livello nazionale che sovranazionale.


 

Come finirà la guerra?
Ad oggi, non esiste una via d'uscita praticabile dalla guerra in Ucraina. I leader occidentali si sono vincolati a sostenere Zelensky a qualunque costo, e Putin non è disposto a cedere. C'è una resistenza assoluta a una soluzione diplomatica e una vittoria militare netta appare improbabile. La Russia probabilmente cercherà di neutralizzare il resto di Donetsk, anche se ciò potrebbe richiedere ancora del tempo. Se non ci saranno cambiamenti da parte europea, c'è la possibilità che la Russia cerchi di occupare Odessa, forse. Ma questo richiederebbe molto più tempo. Non è affatto chiaro che l'Occidente cambierebbe il suo approccio narrativo, anche se la Russia compisse ulteriori, seppur lenti, progressi. La risposta sarebbe quasi certamente che la lentezza dei progressi russi è un segno di debolezza e della forza della determinazione ucraina ed europea. E anche maggiori conquiste da parte della Russia potrebbero non consentire una via d'uscita negoziata se Zelensky e i leader europei continuassero a rifiutare il dialogo. Rischiamo quindi di trovarci letteralmente in una guerra senza fine, in cui si compiono pochi progressi militari a un costo enorme in termini di uomini e materiali per Russia, Ucraina ed Europa, ma senza i mezzi diplomatici per uscirne. Per questo motivo ritengo che la guerra finirà per resistenza popolare, non per manovre politiche dei leader occidentali o per una vittoria militare decisiva. Il punto debole maggiore sarà l'Ucraina stessa, con la stanchezza per la guerra ormai opprimente e la crescente ribellione contro le brutali tattiche di reclutamento forzato impiegate per rafforzare la precaria situazione degli effettivi militari del paese. Prevedo pertanto un evento scatenante all'interno dell'Ucraina, o l'assassinio di Zelensky – che ora trascorre deliberatamente gran parte del suo tempo fuori dal paese – o, più probabilmente, un colpo di stato interno. Un colpo di stato potrebbe avvenire a seguito di una rivolta popolare contro la continuazione della guerra e il suo prolungato mandato. Oppure potrebbe trattarsi di un colpo di stato di palazzo. Esiste il rischio di una presa di potere ultranazionalista dello stato ucraino. Considerate le accuse secondo cui gli etno-nazionalisti ucraini avrebbero un ruolo sproporzionato nella politica bellica, ritengo che i pragmatisti all'interno dell'élite politica ucraina cercheranno di destituirlo, molto probabilmente attraverso un impeachment a seguito di scandali di corruzione. Sul fronte europeo, prevedo che il malcontento popolare nei confronti della politica bellica delle istituzioni UE e NATO porterà a profondi cambiamenti politici nelle principali potenze: Francia, Germania e Regno Unito. Ci sarà una campagna mediatica concertata per impedire le vittorie di AfD, Raggruppamento Nazionale e Riforma, sebbene io ritenga che alla fine si rivelerà infruttuosa. Una delle principali conseguenze della guerra in Ucraina è stata la privazione del diritto dei cittadini comuni di scegliere il proprio futuro. Ciò potrebbe in ultima analisi portare alla lenta erosione della NATO e dell'UE. Ma, ammesso che Zelensky non venga rimosso dall'incarico entro il 2027, prevedo che il crollo del sostegno occidentale alla guerra infinita in Ucraina inizierà a manifestarsi dopo le elezioni presidenziali francesi, in cui Marine Le Pen è considerata una delle favorite. La Francia di Le Pen non vorrà che l'Ucraina entri nell'UE a causa della perdita dei benefici finanziari che ne deriverebbero. Prevedo che non vorrà prolungare ulteriormente la guerra in Ucraina, dato l'importante costo economico indiretto per la Francia derivante dal declino dell'Europa che essa ha innescato. Ci sarà un'enorme campagna legale e mediatica per impedire la vittoria di Le Pen, proprio come accadrà in Germania nel 2029. Persino in Gran Bretagna, le élite politiche stanno già cercando di annullare l'esito del voto sulla Brexit e di riassorbirci nella struttura sovranazionale bellicista dell'Europa. Ma la semplice verità è questa: l'unico modo per porre fine alla guerra in Ucraina è sbarazzarsi di Zelensky e delle élite globaliste di Londra, Berlino, Bruxelles e Parigi. Non esiste semplicemente un altro modo efficace per porvi fine, dato che la NATO e l'UE hanno usurpato la sovranità dei propri membri, si rifiutano di dialogare con la Russia e non vedono alcun interesse per i propri cittadini nel processo di pace.

 

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