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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
domenica 2 agosto 2026
CEUTA
Questa posta in gioco ha un'ovvia applicazione a Ceuta e Melilla. La coalizione abramitica dell'amministrazione Trump, costruita attorno alla comune opposizione all'Iran e a incentivi economici condivisi, ha creato una relazione triangolare operativa tra Washington, Gerusalemme e Rabat. La voce di Israele in questo triangolo ha un peso sproporzionato. Quando i funzionari israeliani segnalano un allineamento con gli interessi strategici di un partner, tale segnale viene recepito con forza da una Casa Bianca che ha posto l'espansione degli Accordi di Abramo al centro della sua visione di politica estera. La rivendicazione territoriale del Marocco sulle enclavi non è semplicemente una disputa bilaterale con la Spagna; sta diventando sempre più una cartina di tornasole per capire se l'amministrazione Trump premierà i suoi partner più collaborativi rispetto ai membri NATO più ostinati.
La Spagna ha riconosciuto uno Stato palestinese nel 2024, pur mantenendo contemporaneamente enclave europee in territorio africano che precedono di quattro secoli l'attuale Israele. Questa contraddizione è significativa e merita di essere ribadita ripetutamente nei forum internazionali.
MEMORIA
di Franco Astengo
2 Agosto per non dimenticare.
Allo scopo di accrescere la
consapevolezza del tentativo in atto di rovesciare la democrazia repubblicana
in una forma di governo autoritario è bene coltivare la nostra memoria attorno
ai grandi fatti che hanno segnato la Storia cercando di comprenderne le
origini, la natura, gli scopi di chi ne è stato protagonista.
Correva l’anno 1980 e anche in quell’anno fu
messa alla prova la democrazia.
Un anno che si che si concluse con una brusca
sterzata all’indietro con i 35 giorni alla Fiat e la marcia dei cosiddetti
“quarantamila”. In quel 1980 si mise in
evidenza, almeno agli occhi degli osservatori più attenti ma inascoltati, non
tanto il “ritorno” al terrorismo fascista (che pure si era verificato) ma
l’esigenza di una “teoria politica del terrorismo” che, almeno da Piazza della
Fontana in avanti, aveva rappresentato uno degli elementi costitutivi della
gestione del potere nel nostro Paese. Furono
svolti alcuni tentativi di analisi in quella direzione, di collegamento tra il
terrorismo stragista di evidente matrice “nera”, i servizi segreti, la
massoneria occulta della quale la Loggia P2 appariva come l’espressione più
evidente.
Nell’anno successivo
il 17 febbraio 1981 Gherardo Colombo e Giuliano Turone scoprirono gli elenchi
di Castiglion Fibocchi: oltre agli elenchi degli affiliati si trovarono anche
le prove del collegamento tra P2 e Mafia che si realizzava attraverso logge
coperte siciliane provviste anche di diramazioni nel Ponente Ligure: tanto per
ricordare che, quanto alla mafia al nord, nessuno ha scoperto nulla di nuovo. Altri denunciarono il fatto che, in quella direzione, non
si fosse mai svolta una valutazione di fondo: il Centro di Riforma dello Stato,
diretto da Pietro Ingrao, convocò un convegno su questo tema, proprio ad
Arezzo; alcuni coraggiosi tentarono analisi anche in sede locale. Intanto che le indagini sulla strage marcavano il passo
qualcuno, rispose che sarebbe stata sufficiente la riforma dei servizi segreti
e che una collocazione diversa della sinistra nel quadro politico (c’erano già
stati il “governo delle astensioni” e la “solidarietà nazionale”) avrebbe
rappresentato un’ulteriore garanzia per il successo dell’operazione di riforma
che tendeva a cambiare il modo di agire di interi pezzi dello stato e che,
comunque, il terrorismo nero, cui si era accompagnato quel tipo di attività dei
servizi di sicurezza fosse ormai in declino, se non addirittura in via di
estinzione.
Di fronte a questa sconcertante analisi che pure, a sinistra, ebbe piena cittadinanza, si replicò - pur nel rischio di rimanere profeti inascoltati - al riguardo della necessità di vedere lo stragismo attraverso una nuova lente, da parte di una sinistra istituzionalmente matura e capace di vedere lo spessore del meccanismo statuale, che riproduceva abilmente se stesso attraverso l’espansione dei corpi separati, aggiungendo come, almeno da Piazza della Fontana in avanti, analizzando i passaggi procedurali si poteva ben vedere come vi fosse stata una gestione politica dei procedimenti. La sinistra, all’epoca, sulla base di queste analisi avrebbe dovuto elaborare un’idea di riforma dello Stato non attraverso una serie di “elemosine riformistiche”, ma realizzando, non tanto e non solo una magari ottima serie di proposte di legge, ma lavorando a realizzare una trasformazione radicale del quadro politico. Al centro, insomma, doveva ritornare, secondo questa ipotesi, il tema della “volontà politica”. Ciò non avvenne, per molteplici ragioni tra le quali l’ignavia di molti esponenti politici e l’evidente complicità di altri.
Non dispongo qui lo
spazio per analizzare l’intero corso della storia d’Italia.
Quel che è certo che abbiamo
assistito - da quel fatidico 2 agosto 1980 - al realizzarsi progressivo di quel
meccanismo di autoritarismo, negazione della democrazia, affermazione di poteri
occulti contenuti proprio nel documento sulla “Rinascita Nazionale” elaborato
nel 1975. Oggi quel documento pare trovare
piena e compiuta applicazione: nella realtà economico sociale, dell’informazione,
nell’architettura delle istituzioni al riguardo delle quali si sta progettando
il passaggio compiuto al presidenzialismo. Eppure
anche oggi molti sembrano ricalcare quelle scelte di ignavia compiute nel
lontano 1980 da altri protagonisti pensando a una dinamica “normale” di un
quadro politico segnato da un “bipolarismo temperato”.
Non è così: sarà
quella della forma di governo imperniato sulla democrazia repubblicana la vera
posta in palio delle elezioni che si svolgeranno a qualche punto del prossimo
2027. Saranno elezioni imperniato su di un attacco diretto alla Presidenza
della Repubblica nella sua forma più alta di espressione della garanzia
costituzionale. In vista di quella scadenza richiamare l’importanza e la
necessità di una svolta nelle forme politiche fin qui mantenute dalle forze di
opposizione appare operazione che dovrebbe risultare superflua: eppure la sensazione
che ci si stia muovendo a un livello culturale, politico, morale al di sotto
delle esigenze imposte dalla qualità dello scontro continua ad inquietarci.
Memoria, quindi,
assolutamente memoria e analisi, analisi di ciò che è stato allora rispetto
alla realtà del nostro sistema politico e di ciò che sta avvenendo adesso in un
quadro di limitazione dell’agibilità democratica.
Una limitazione
dell’agibilità democratica che pare proprio rispettare alla lettera gli
intendimenti di quella massoneria occulta e di quei servizi deviati cui abbiamo
fatto cenno: un progetto che si inquadra in un contesto internazionale torbido
non soltanto per i pericoli di guerra. Vale la pena ogni volta che si scende
alla stazione di Bologna, fermarsi a leggere i nomi scolpiti nella lapide che
ricorda quel tragico giorno: un utile esercizio della memoria di un momento
fondamentale nella storia d’Italia, non soltanto di tragedia per le famiglie
delle vittime ma di dramma per la qualità della nostra democrazia.
CONTRO CUBA
di Eros Barone
L’aggressione contro Cuba e la
desistenza geopolitica*
[Seconda e ultima parte]
3.- Scelte possibili e
inaccettabili, scelta necessaria e dirompente
A questo punto sorge,
inevitabile, una domanda: quali sono le scelte che si presentano al gruppo
dirigente cubano? O, per essere più precisi, quali sono le scelte che sono
state lasciate ad esso? La prima è, come si è detto, accettare di negoziare in
condizioni giugulatorie. Questo è ciò che raccomandano i borghesi liberali ben
intenzionati: coloro che desiderano che Cuba si impegni nel dialogo e negozi
con gli Stati Uniti. Ma negoziare con un Impero che ti punta la pistola alla
tempia non è un dialogo; può essere soltanto una resa condizionata. Cuba ha
dimostrato la volontà di dialogare in più occasioni, ma sempre da una posizione
di dignità: sedersi a negoziare oggi senza prima rompere il blocco energetico e
finanziario significa accettare l’inaccettabile. Il risultato sarebbe una
omologazione che equivarrebbe al graduale affossamento del progetto
rivoluzionario, così come è accaduto nell’Europa orientale dopo la caduta del
‘Muro’, ma con l’incombente presenza dell’Impero a soli 145 chilometri di distanza.
La seconda scelta è la resistenza eroica ma solitaria, un percorso che Cuba
segue da decenni. Ma quale prospettiva può avere una resistenza, sia pure
eroica, senza una retroguardia? La terza possibilità è quella a cui punta
l’Impero: l’implosione. Un esito prodotto dalla sofferenza accumulata ed
esasperato dalle forze di opposizione finanziate dall’Impero; un esito che
consentirebbe un intervento umanitario o una transizione concordata, sempre
però in vista del ripristino di un rapporto di subordinazione neocoloniale. La
quarta scelta - l’unica che potrebbe cambiare veramente la situazione - non
dipende da Cuba. Dipende da coloro che, dichiarando di sostenere Cuba, decidono
di passare dalle parole ai fatti, inviando il petrolio necessario, dispiegando
delle navi, scortando le forniture e rompendo il blocco finanziario con misure
concrete. La quarta scelta pone un’alternativa drastica, che non lascia spazio
né alle declamazioni pseudo-solidaristiche né alle tergiversazioni
opportunistiche: o è azione o è complicità.
Eppure, in mezzo a questo
desolante panorama vi è un fattore antagonistico che l’analisi geopolitica
classica tende a sottovalutare. Cuba ha qualcosa che nessun blocco è in grado
di annientare: ha i popoli del mondo più di quanto abbia gli Stati. La
solidarietà degli Stati è fragile, perché dipende dai governi, dai cicli
elettorali e dalle alleanze che cambiano; la solidarietà tra i popoli è più
lenta e più difficile da organizzare, ma quando viene attivata, non può essere
sanzionata dal FMI o circoscritta dalla NATO. Non vi è nessun altro paese al
mondo che possa far valere una rete di movimenti di solidarietà così diffusi,
persistenti e radicati attraverso più generazioni, come Cuba. Questo tessuto
umano è una risorsa strategica che nessun bilancio convenzionale, stilato da un
punto di vista geopolitico, prende in considerazione.
4. “(…) lasciamo che acchiappi
chi vuole”: un apologo esopiano
Quando l’Impero guarda Cuba, vede
una piccola isola che esso può bloccare e soffocare quasi senza colpo ferire.
Quello che non vede o, per meglio dire, ciò che non vuole vedere è che
quest’isola è un vulcano quiescente situato in cima ad una linea di faglia
globale. Cuba non è solo la sua geografia; è la sua storia, il suo esempio, il
sogno di milioni di persone che, dovunque nel mondo, credono ancora che un
altro mondo sia possibile. Perciò, se un giorno l’Impero dimentica la Corea,
dimentica il Vietnam, dimentica l’Iran, dimentica che i popoli non si
arrendono, e osa invadere l’isola, scoprirà che per vincere le guerre non
bastano le portaerei. La guerra viene vinta dalla capacità di un popolo di dire
“no” anche a costo della vita, e quel “no” pronunciato da Cuba, moltiplicato
per milioni dentro e fuori l’isola, potrebbe attraversare con la sua eco
l’intero pianeta. Nel frattempo, continua la battaglia per la vita quotidiana,
per la luce, per il cibo, e in questa battaglia i popoli del mondo hanno
l’ultima parola. Cuba chiede azioni concrete: il petrolio necessario, le navi,
la scorta, la rottura del blocco finanziario, la protezione del suo spazio
marittimo, una forte pressione nelle organizzazioni internazionali. Questa non
è una semplice richiesta di solidarietà, è una richiesta di coerenza. Ma
l’ultima domanda non è per Cuba, poiché questa isola caraibica ha già dato la
sua risposta con 67 anni di rivoluzione. La domanda è per il mondo, per chi
pretende di volere un ordine diverso, per chi ha firmato dichiarazioni e
inviato messaggi, per coloro che hanno petrolio e navi ma non le inviano, o che
detengono voti decisivi nell’ONU che usano solo per astenersi. Da che parte
stai? Dalla parte di coloro che inviano messaggi di sostegno o dalla parte di
coloro che inviano navi e decidono di sfidare i disegni dell’imperialismo una
volta per tutte? Vorrei allora concludere queste note evocando il modo con cui
un umanista comunista, Concetto Marchesi, riferiva e commentava una favola di
Esopo. Marchesi mostrava con l’exemplum fictum della favola che la
resistenza di un popolo al dominio dell’imperialismo non si fonda sulla
debolezza dei forti, ma sulla forza dei deboli e sulla guida di un partito
rivoluzionario. Scriveva Marchesi che «in una favola disperatamente triste e
vera di Esopo ci sono due protagonisti: un uomo, il beccaio, e una moltitudine
di castrati. L’uomo afferra e sgozza, siccome è suo mestiere e suo interesse:
gli altri vedono sgozzare, e restano cheti e fiduciosi; perché la bestia del
gregge è così: sente la mano dell’uccisore quando è afferrata alla gola. L’uomo
spesso non la sente neppure allora. Narra il favolista: “I castrati erano tutti
in branco coi montoni. Entrò il beccaio e finsero di non vederlo. L’uomo ne
afferrò uno, lo trasse fuori e lo sgozzò. Gli altri vedevano e dicevano tra
loro: me, non mi tocca; te, non ti tocca: e lasciamo che acchiappi chi vuole”.
Così ne restò alla fine uno solo. Diceva al beccaio: “Come siamo stati pazzi!
Quando eravamo tutti insieme potevamo fracassarti a testate. Ora invece...”. E
naturalmente fu sgozzato anche lui”» [2].
Memorabile
è, infine, la postilla con cui Marchesi chiudeva il suo commento: «Questa
favola prova... che vanno incontro alla rovina coloro che non hanno saputo a
tempo misurare la propria forza. Già, anche Seneca, ad ammonimento dei padroni,
domandava: “E se i servi si contassero?”, dimenticando che i servi non si
contano mai da sé: a far questo hanno bisogno di un altro, non servo, ma uomo
libero che insegni loro l’addizione. Questa favola proverebbe, se mai, che due
sono le massime sorgenti del male nel mondo: l’egoismo e la stupidità» [3].
Note
[2]
C.
Marchesi, Favole esopiche, Milano
1951, p. 8.
[3] Ibidem, pp.
8-9.
sabato 1 agosto 2026
CONTRO CUBA
di Eros Barone
L’aggressione contro
Cuba e la desistenza geopolitica*
(Prima parte)
L’attuale crisi energetica che
Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle
infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con
precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo
oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco –
e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo
squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire
una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo
l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in
teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste
perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo
all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una
minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un
paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista -
debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile
per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.
1. Un naufragio con
molti spettatori.
Sennonché è necessario chiedersi
che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici
sostituiscono le azioni concrete? Che cosa significa davvero sostenere Cuba
quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il
soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello
schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che
resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi?
Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina
rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della
sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che
dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che
affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione
dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo
interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia,
Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno
adottato una posizione difensiva. Il loro sostegno a Cuba si è ridotto alla
deplorazione formale nelle assise internazionali e alla fornitura di
determinate risorse, senza sfidare strutturalmente il blocco. Non inviano il
petrolio necessario, non creano linee di credito che aggirino le sanzioni, non
scortano i rifornimenti all’isola con le loro navi. Se viene chiesto loro di
motivare un simile atteggiamento, la risposta è quella del politico opportunista:
il momento non è giusto, i costi superano i benefici, dobbiamo essere realisti.
Ma il realismo, in un contesto di natura bellica, è solo un altro modo di
muoversi verso una capitolazione precoce.
![]() |
| Si credono i padroni del mondo |
Comportandosi in tal modo, stanno
facendo un errore di calcolo strategico che la storia non mancherà di punire.
Ogniqualvolta uno Stato che ha un certo potere permette all’ordine egemonico di
distruggere un anello della catena senza costi, l’ordine, che su quella catena
si fonda, si rafforza e l’Impero si avvicina di un altro passo a sottomettere
coloro che credevano di essere al sicuro. Il messaggio che da coloro che
pretendono di essere realisti viene inviato alle proprie popolazioni e ad altri
Paesi dipendenti è quindi terribile: la solidarietà è un lusso che non possiamo
permetterci; occorre desistere; sappi che, quando arriverà il tuo turno, sarai
solo.
Tutto si svolge come se una sorta
di identificazione con l’aggressore fosse all’opera, un meccanismo con cui un
soggetto sottoposto a una forza superiore interiorizza i valori e la logica di
quel potere per poter sopravvivere. Non si tratta di un tradimento consapevole
ma di un adattamento che, nel tempo, diventa costitutivo della propria
identità: è la sindrome di Stoccolma nel campo geopolitico. Qualcosa di tutto
ciò si verifica con alcuni governi progressisti latino-americani; hanno
incorporato la logica del sistema imperialistico – le sue istituzioni, i suoi
mercati, le sue regole – a tal punto che non possono più immaginare un’azione
politica che rompa con quel sistema, anche se la proclamano necessaria nel loro
discorso. Brasile e Colombia dimenticano che se essi fossero oggi una vera
retroguardia strategica, ciò non sarebbe un favore che farebbero a Cuba;
sarebbe una necessità per sé stessi. Se gli Stati Uniti continuano a
condizionare l’equilibrio nella regione – come fanno con la loro politica di
sanzioni, il loro dominio del FMI, il loro controllo dell’OSA e la loro
influenza sulle forze di destra locali – su chi potranno contare Lula e Petro
quando la marea reazionaria li colpirà? Astenendosi dall’agire con decisione,
avranno bruciato quella retroguardia di cui avranno un estremo bisogno. Il caso
del Venezuela è il più doloroso, perché rappresenta la mutilazione di un
progetto che un tempo era il pilastro della solidarietà regionale. Oggi il
Venezuela ha capitolato di fronte all’attacco terroristico sferrato dagli Stati
Uniti contro la sua dirigenza politica. Il regime di sanzioni estreme e il
rapimento di Maduro e Cilia Flores hanno raggiunto il loro obiettivo. Il
Venezuela ha abbandonato Cuba perché ha abbandonato sé stesso. Se l’Impero può
soggiogare il Venezuela, che possiede le più grandi riserve petrolifere del
mondo, che speranza ha un paese più piccolo senza quella risorsa? Ma i governi
della regione non stanno traendo la conclusione corretta. Invece di unirsi per
rompere l’assedio, si disperdono, negoziano separatamente e sono destinati a
cadere uno dopo l’altro. Alcuni dei piccoli paesi che hanno ricevuto la
solidarietà cubana – medici nei loro villaggi, insegnanti nelle loro scuole,
brigate nel mezzo dei loro disastri – stanno ora voltando le spalle. Quello che
non riescono a capire è che, voltando le spalle a Cuba, stanno contribuendo a
distruggere l’unico tessuto di solidarietà che potrebbe proteggerli quando
saranno sulla linea di tiro. È sempre stato così: tutti quelli che scelgono di
salvarsi da soli finiscono isolati e poi soggiogati.

Il vorace governo imperialista

2. Una nuova versione
del Comma 22: “Stato fallito” e sovversione interna.
Il blocco non è una sanzione; è
un meccanismo disgregante progettato per provocare un’implosione dall’interno.
Offrire aiuti umanitari, per quanto prezioso possa essere, senza rompere il
blocco finanziario ed energetico è come pensare di poter curare un tumore senza
estirparlo. L’obiettivo strategico del blocco - che nella terminologia militare
è chiamato “guerra di quarta generazione” o “regime change” per soffocamento -
è quello di impedire allo Stato, che ne è il bersaglio, di soddisfare i bisogni
fondamentali della popolazione, in modo che la popolazione stessa finisca per
ribellarsi al governo. Non vi è nulla di casuale in questa strategia: è
deliberata, è documentata, ed è stata applicata con vari gradi di intensità per
più di sei decenni. Di fatto, è una variante del paradosso del Comma 22 [1]: se ti sottometti alla logica della diplomazia
giugulatoria e ti siedi al tavolo della trattativa, hai già perso; se rifiuti
quella logica, dimostri di essere tanto irragionevole quanto pericoloso e
meriti di essere schiacciato.
Il blackout non è solo l’interruzione nell’erogazione dell’energia
elettrica; è una pedagogia della paura, una lezione che l’Impero impartisce
giorno dopo giorno. Ogni ora senza elettricità, ogni difficoltà nell’ottenere
cibo, ogni medico privo di medicine è un promemoria crudele circa il costo
della resistenza e la durata della sofferenza che questa comporta. Tutto ciò
viene spiegato dall’Impero con la narrazione dello “Stato fallito”, per cui la
colpa è sempre della vittima. E in questa inversione della causalità, per cui
la vittima diviene causa del suo male, risiede l’aspetto più perverso
dell’intera operazione: la costruzione di una narrazione che inverte la
causalità. L’impero non distrugge puramente e semplicemente, ma elabora anche il
procedimento discorsivo per far sembrare la distruzione meritata o inevitabile.
Allo Stato cubano si impedisce di
importare cibo, medicine, carburante e pezzi di ricambio; si impedisce di
accedere al credito; lo si sottopone ad una guerra mediatica; lo si punisce se
commercia con chiunque: ebbene, quello Stato dovrà, per definizione, affrontare
enormi difficoltà nel normale funzionamento. Poi, quando quelle difficoltà si
manifestano – ‘blackout’, carenza, migrazione – i corifei dell’Impero e i suoi
portavoce locali gridano che è uno “Stato fallito” e che il socialismo non
funziona. Tuttavia, la categoria di “Stato fallito” non è descrittiva, ma
performativa. Qualificare Cuba come “Stato fallito” non serve a descrivere una
realtà, ma a costruire una realtà che giustifichi l’abbandono e, alla fine,
l’intervento. Sennonché uno Stato veramente fallito non sopporta 65 anni di
blocco e non ha un tasso di mortalità infantile inferiore a quello degli Stati
Uniti; non forma i medici che salvano vite in tutto il mondo; non mantiene un
sistema educativo universale, non sviluppa una propria ricerca scientifica
capace di mettere a punto vaccini efficaci, e non esprime una cultura incisiva.
Quello che l’Impero chiama uno “Stato fallito” è, in realtà, uno Stato aggredito
che si rifiuta di inginocchiarsi di fronte al Leviatano imperialista. Questa è,
precisamente, la ragione della furia dell’Impero: Cuba non fallisce ma resiste,
e questa resistenza è, per chi si crede padrone del mondo, intollerabile.
Note
*
Il presente articolo, nei primi tre paragrafi, nasce dalla rielaborazione di un
ampio articolo di Josué Veloz Serrade, intitolato Cuba,
at the crossroads of hypocritical multilateralism e
reperibile nella Rete al seguente indirizzo: https://mltoday.com/cuba-at-the-crossroads-of-hypocritical-multilateralism/.
Nella rielaborazione ho tralasciato le interessanti osservazioni
psicoanalitiche di derivazione lacaniana svolte dall’autore, che i lettori
interessati potranno recuperare dalla versione inglese. Il quarto paragrafo è
invece la trascrizione di un passo della relazione di Eros Barone, “Popolo”
e “moltitudine” nel pensiero politico di Concetto Marchesi, in Concetto
Marchesi – Un umanista comunista, Atti del convegno nazionale di studi –
Gallarate, 25 ottobre 1997, a cura di Claude Pottier, Casorate Sempione
(Varese) 1998, p. 119.
[1] Il paradosso del Comma 22, formulato nel
romanzo Catch 22 di Joseph
Heller con lo scopo di satireggiare le petizioni di principio presenti nei
regolamenti militari, nasce dalla seguente autoriflessione: “Chi è pazzo può
chiedere di essere esentato dalle missioni di volo” (Comma 21), ma “Chi chiede
di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo” (Comma 22).
FAUCI… SPALANCATE
di Chicca
Morone

Fauci fa scena muta
È trascorso da poco l’anniversario della morte di
Giuseppe De Donno, un medico ex primario di Pneumologia dell’Ospedale Carlo
Poma di Mantova, uno dei maggiori sostenitori della terapia anti-COVID-19
basata sulle trasfusioni di plasma iperimmune. Un professionista serio,
coraggioso e umile che ha salvato le vite dei malati giunti nel suo ospedale
con una cura semplice e poco costosa. Aveva dichiarato che pur di salvare un
paziente sarebbe andato tranquillamente in carcere. Come cattolico praticante il
suo suicidio per impiccagione ha lasciato tutti noi molto perplessi: un medico
non ha che l’imbarazzo della scelta per togliersi la vita, senza lasciare un’immagine
così straziante del proprio corpo.
A cinque
anni di distanza da quella fine di luglio 2021, l’interrogazione in Senato, a
Capitol Hill, di Antony Fauci sembra un appuntamento con la Verità. Una verità
agghiacciante e assurda emersa nella sua interezza già da molto tempo, ma
ratificata ora dall’intervento, tra gli altri, del senatore Josh Hawley poco
disposto ad ascoltare la difesa di un personaggio a capo di una conclamata truffa
globale.
“Ti
sei arricchito mentre gli americani morivano... usando dipendenti federali e
soldi dei contribuenti per candidarti a premi in denaro espliciti per te
personalmente” ma la risposta non è stata particolarmente apprezzata, in
quanto appellarsi al quinto emendamento, cioè restare in silenzio per non
autoincriminarsi, risulta in antitesi con la grazia ricevuta dal presidente Joe
Biden a fine mandato. Si è quindi attivata una questione squisitamente legale
sulla opportunità di ricorrere a una simile difesa, in quanto l’immunità
derivante dalla grazia renderebbe nulla l’autoincriminazione. Resta di fatto
che i documenti desecretati dalla commissione recano pesanti accuse nei
confronti di Fauci a causa delle divergenze tra valutazioni private e
dichiarazioni pubbliche: il “diario” rintracciato dal ministro della Salute Robert
Kennedy jr. mostrano il doppio registro delle consapevolezze sulla non
immunizzazione del vaccino e la divulgazione al pubblico di certezze nettamente
in contrasto con quanto era a lui noto. Emergono anche altre questioni poco
costruttive che potrebbero portare a un eventuale voto del Senato su una
procedura per oltraggio al Congresso, nonché possibili contenziosi sulla
validità della grazia preventiva, da parte del presidente Biden manifestamente
non “compos sui” a mandato scaduto e con la firma digitale. Più
di cento domande a cui ha risposto meccanicamente “Mi appello al quinto
emendamento...” risultando persino ridicolo nel ripetere la frase quando
le domande erano “Che giorno è oggi?” oppure “Di che colore ha la
cravatta, oggi?” o ancora “Di che colore è il tappeto di fronte a te?”.
Sempre
durante l’interrogazione è stata fatta emergere la sua posizione all’inizio
della pandemia, quando aveva dichiarato di essere certo dell’origine naturale
del virus e che, a seguito di un doppio salto carpiato di specie, supponeva fosse
passato dai pipistrelli al pangolino e agli uomini, in modo del tutto naturale.
Peccato che privatamente - insieme ad altri illustri scienziati - si dichiarava
convinto della ingegnerizzazione del virus nel laboratorio di Whan, soprattutto
per via di quello che viene chiamato guadagno di funzione ossia una
trasformazione di questi microrganismi, che può avvenire esclusivamente in
laboratorio.
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| Fauci fa scena muta |
La realtà
è molto grave in quanto la responsabilità di Fauci nel finanziamento del
laboratorio è emersa nella sua interezza: l’Istituto Governativo per le
Malattie Infettive da lui guidato, aveva finanziato con circa 600.000 dollari
dei contribuenti la EcoHealsth Alliance la quale, a sua volta, aveva fatto da
intermediaria per lo studio del Coronavirus nei pipistrelli nel biological
laboratory di Whan.
Dai suoi
diari emerge anche la responsabilità diretta in una serie di misure come il
distanziamento sociale, il lockdown, mascherine e altro, risultati disastrosi
dal punto di vista del benessere fisico, mentale, economico e sociale, ma
imposti nonostante l’accertata inutilità: non erano quindi obblighi politici ma
“suggerimenti” a personaggi influenti su cui si vantava di avere ascendente.
Negli
Stati Uniti tutto questo è possibile, mentre da noi la situazione è insostenibile,
come dichiara Daniele Giovanardi, già direttore del pronto soccorso del
Policlinico di Modena, e atleta abituato a “saltare gli ostacoli” in gioventù,
ad abbatterli nella vita di tutti i giorni. È stato uno dei primi combattenti
per la Verità, di fronte alle terapie folkloristiche imposte dal ministro
Speranza.
È
giustamente indignato alla notizia che il Ministro della Salute Orazio Schillaci
ha nominato Matteo Bassetti come consulente per i piani pandemici, dopo aver designato,
poi silurato i colleghi Paolo Bellavite, ricercatore e il pediatra Eugenio Serravalle;
senza aver mai convocato medici alieni da conflitti d’interesse. Ben noto ci
risulta quel Matteo Bassetti (indimenticabile è la sua auto definizione di sex
symbol) che per anni ha identificato Fauci con la Scienza e la Scienza con
Fauci: con quello che sta emergendo sarebbero per lo meno opportune le
dimissioni del Ministro e dei vari compagni di merenda...
Non
stupirebbe che il Presidente Mattarella dopo aver conferito ad Anthony Fauci l’onorificenza
di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nel
maggio 2021 e ultimamente concesso la grazia alla redenta Nicole Minetti,
pensasse a qualche premio con effetti speciali all’ex ministro Roberto Speranza,
in attesa di un degno riconoscimento non solo pecuniario per l’impegno
sostenuto nella campagna vaccinale, i cui risultati sono sempre più evidenti.
È proprio
vero, gli ingordi hanno sempre le fauci spalancate...
SASSI SEPOLTI
di Adam Vaccaro
Troppo spesso la terra che ci ha dato i natali e che
ci vide partecipi, ci delude dolorosamente e crea nei nostri cuori una piaga.
Questi versi amari e indignati di Vaccaro nascono da quella piaga.
E furono
fiori e canti illusi di anni attesi
a
ridare vita a un paese di sassi – custodi
sepolti
di sangue rappreso ma era troppo
presto
o troppo tardi per destarli immersi
in
quel sonno nero d’asfalto sulla strada
E tu che avevi intessuto ori perle e avori
semenze adorne a questi sassi ed ancora
rimani anco tu di pietra innanzi alla loro
somma zero che solo nel cuore si fa diga
al suo spiro nullo dove ora volteggia l’ala
polvere d’ira funesta tra fiamme incauste
di aliti cretini che non hanno saputo dirsi
di quali avorio e oro essi fossero gli orditi
[inedita,
25 maggio 2026]
POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano
Chiaro di luna, questo chiaro di
luna estivo di Emily Brontë, (titolo originale: Moonlight,
summer moonlight), appartenente all’antologia poetica d’esordio delle
sorelle Brontë, i Poems di Currer, Ellis e Acton Bell, è stata pubblicata a Londra nel 1846 sotto
pseudonimi maschili, al fine di evitare pregiudizi di genere riservati alle
scrittrici in epoca vittoriana).
Chiaro di luna, questo chiaro di
luna estivo
Chiaro di luna, questo chiaro di
luna estivo,
così delicato, cheto e grazioso;
l’ora solenne della mezzanotte
sospira ovunque dolci pensieri
ma più dove gli alberi slanciano
i loro rami, mossi dal vento,
o, chini, offrendo
riparo dal cielo.
E lì, in quell’ombra silvestre,
un’incantevole forma si posa;
verde erba e fiori roridi
come garbate onde le cingono il
capo.
[Trad. di Anna Rutigliano]
MILANO ARTE MUSICA

Il Quartetto Vanvitelli
Il
concerto di Ferragosto
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| Il Quartetto Vanvitelli |
Dopo
il successo del concerto di giovedì 30 luglio con l’Ensemble Aurora di Enrico
Gatti, culmine di un intenso luglio di appuntamenti, il
festival e lo staff di Milano Arte Musica prendono una breve pausa.
Ci ritroveremo molto presto però: l’appuntamento è per Ferragosto,
con il sempre atteso concerto omonimo, affidato quest’anno al brillante Quartetto
Vanvitelli, che ci porterà nella Roma di inizio Settecento
per Una musical tenzone barocca tra Domenico
Scarlatti e Georg Friedrich Händel. Il concerto si terrà sabato 15 a partire
della 16.00 nello splendido Santuario di Santa Maria dei
Miracoli presso San
Celso (Corso Italia, 37). Nel
frattempo, la biglietteria di Milano Arte Musica presso gli uffici dell’Associazione rimarrà
chiusa i prossimi lunedì 3, mercoledì 5 e lunedì 10 agosto.
Il punto vendita tornerà attivo a partire da mercoledì 12 nei consueti
orari (10.30 - 13.30). Nei giorni di chiusura biglietteria è possibile
continuare ad acquistare tramite il circuito Vivaticket.
Nel ringraziarvi per la partecipazione sempre crescente e l’affetto con cui
continuate a sostenere Milano Arte Musica, vi auguriamo una buona estate e
vi aspettiamo presto!
Nel ringraziarvi per la partecipazione sempre crescente e l’affetto con cui
continuate a sostenere Milano Arte Musica, vi auguriamo una buona estate e
vi aspettiamo presto!

Scarlatti
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| Scarlatti |

Haendel

Programma
Domenico Scarlatti
(1685 - 1757)
Sonata in Re minore K89
Allegro - Grave - Allegro
George
Friedrich Händel
(1685 - 1759)
Sonata in Re maggiore Op. I n.
13
Affettuoso - Allegro - Larghetto - Allegro
Domenico
Scarlatti
Sonata in Sol maggiore K91
Grave - Allegro - Grave - Allegro
George
Friedrich Händel
Sonata in La maggiore HWV
361
Andante - Allegro - Adagio - Allegro
Domenico
Scarlatti
Sonata in Re minore K90
Grave - Allegro - Largo - Allegro
George
Friedrich Händel
Sonata in Sol minore HWV 364a
Andante Larghetto - Allegro - Adagio - Allegro
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