UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 19 settembre 2021

LA “PASSIONE” DEGLI ULIVI
di Paolo Vincenti

 
Ulivi ricurvi, intrecciati in un abbraccio spasmodico di vita, avvinghiati alla terra con le loro radici eppure anelanti al cielo, fermi immobili nel perenne scorrere delle cose eppure in continua mutazione, sempre uguali a se stessi pure rinnovandosi e trasformandosi nell’alternarsi delle stagioni. Questo almeno erano gli ulivi, i patriarchi verdi della nostra Puglia, ideali sentinelle del tempo che passa, prima che un flagello dalle proporzioni bibliche intervenisse a falcidiarli, portandoli ad un lento ed inesorabile declino. Questo morbo è la xylella fastidiosa (nomen omen, purtroppo), che isterilisce i giganti della nostra terra, li priva della loro linfa vitale e li condanna senza appello. Assistere desolati alla moria degli ulivi, quando nemmeno le condizioni di maggiore siccità di questa “Apulia sitibonda”, come la definì Orazio, ci sono riuscite, è una esperienza straziante. 



Il paesaggio salentino sta velocemente mutando, e capita, percorrendo strade e stradine lambite dalla campagna (tutte, o quasi, nel Salento), di vedere con raccapriccio enormi zone brulle là dove verdeggiava vigoroso e intricato il fitto fogliame, ed ora regna invece un bircio marroncino per lo più sgottato dall’indifferenza dei passanti, che a questo scenario da day after stanno drammaticamente facendo l’abitudine. La perdita dei connotati larici del paesaggio nostrano, così fortemente iconizzato dagli alberi d’ulivo, come un buco nella tela del pittore, una malvoluta tabula rasa in uno scenario da paese sud asiatico spaventosamente attraversato da uno tsunami, conferisce a questa terra un aspetto alieno, quasi fosse sceso su di essa un nero sudario di morte. L’ulivo, cantato dai poeti, simbolo di pace e vittoria nell’araldica, "Hoc pinguem et placitam paci nutritor olivam", “nutriti di questa oliva pingue e alla pace gradita”, scrive Virgilio (Georgiche, Libro II, vv. 420-425), è forse la pianta più famosa nella storia dell’umanità, da quel primo albero fatto spuntare dalla Dea Athena sul suolo greco, nella mitologica disputa con il dio Nettuno, al ramoscello di olivo portato in bocca dalla colomba partita dalla biblica Arca di Noè, dopo il diluvio universale, fino agli ulivi dell’orto del Getsemani, il luogo dell'agonia e dell'arresto di Gesù Cristo. 


L’ulivo, noto già ai babilonesi, agli egizi, agli ebrei, ai fenici, agli etruschi, era conosciuto a Cnosso, nell’isola di Creta, quindi caro a quella civiltà minoica che molti studiosi hanno ritenuto antesignana della più tarda civiltà greca, e già presente negli ideogrammi della scrittura micenea nel 1400 a. C. Questa pianta sempreverde viene cantata nella poesia classica a partire da Omero che, nell’Iliade scrive: "Qual d'olivo gentil pianta, nutrita in lieto d'acque solitario loco, bella sorte e frondosa: il molle fiato l'accarezza dell'aure, e, mentre tutta del suo candido fiore si riveste, un improvviso turbine la schianta dall'ime barbe e la distende a terra;" (Omero, Iliade, Libro XVII). Ne parlano Catone il vecchio nella sua opera De agricultura e l’erudito Varrone nel suo trattato Rerum rusticarum libri tres: “Le tue rare virtù non furo ignote/ alle mense d’Orazio e di Varrone/ che non sdegnàr cantarti in loro note”, scrive D’Annunzio (Gabriele D’Annunzio, L’olio, vv.9-11). 


Mentre si assiste impotenti ad una simile agonia, vien fatto di pensare con scoramento a tutto questo e alle tante raffigurazioni pittoriche e scultoree dell’ulivo nella storia dell’arte. Quell’ulivo di cui Sofocle diceva: “una pianta che su terra d’Asia non so, né che di Pelope germini sulla vasta isola dorica”, alludendo al fatto che l’ulivo non fosse nato in Asia minore, men che meno nel Peloponneso, ma che esso, secondo la leggenda, fosse stato fatto spuntare dal suolo dalla dea Athena riconoscente alla nazione attica; e ancora: “indomita, spontanea, venerato terrore delle lance desolatrici, fiorente rigoglio di queste zolle: il glauco paterno ulivo. E mai né antica né giovane mano di nemico invasore lo stroncherà facendone sterminio, poiché lo veglia eterna la pupilla mai chiusa di Giove Morio, e, glauco, l’occhio di Atena” (Sofocle, Edipo a Colono, vv. 690-704). Non fu verace profeta Sofocle, perché né Giove, invocato come protettore degli ulivi, dal greco morìai, né la Pallade Athena “occhiazzurrina”, hanno saputo purtroppo difendere i giganti verdi, e il terrore alle lance nemiche che essi dovevano incutere (in quanto intesi come alberi della pace) è quello dei Caterpillar che li abbattono. Ma poi che la terribile pestilenza delle piante, l’invisa xylella, tragica precorritrice di quella, ancor più temuta, degli umani, ovvero il covid 19, si è abbattuta sugli ulivi, condannandoli ad una fine senza gloria, ad accelerare il processo di disfacimento è intervenuto lo stato di bisogno dei contadini, misto alla miserabile ma pur sempre umana brama di lucro, dacché è stato predisposto prima, dal cosiddetto “Piano Silletti”, con i fondi della Comunità Europea, un contributo di circa 140 euro per ogni albero abbattuto, e poi, più recentemente, stanziata la concessione di contributi per un totale di svariati milioni, per il loro reimpianto nelle zone infette. I finanziamenti per l’abbattimento delle piante hanno suscitato appetiti e dato adito a stratagemmi per aumentare il premio ristorativo, solo in parte giustificati dalla situazione di emergenza che vivono gli operatori agricoli.  Cosicché gli ulivi, da archetipi di longevità, simboli di ininterrotta armonia fra uomo e natura, oggi diventano pretesto per strappare un po’ di denari illeciti. 


La Puglia e specificamente il nostro Salento furono da sempre mèta di viaggiatori e turisti stranieri, ammirati dalle incomparabili bellezze paesaggistiche offerte dal territorio. Il fenomeno del Grand Tour, fra Settecento e Ottocento, ossia il viaggio di istruzione e di formazione, ma anche di divertimento e di svago, che le élites europee intraprendevano attraverso l’Europa, vedeva protagonisti non solo i giovani rampolli delle famiglie aristocratiche, ma anche diplomatici, filosofi, collezionisti, romanzieri, poeti, artisti, per i quali il “viaggio in Italia” rappresentava un’esperienza irrinunciabile. Ciò diede origine ad una sterminata produzione di epistolari, reportages, diari di viaggio, racconti, romanzi. Così i nostri ulivi sono stati ammirati, descritti e cantati da inglesi, tedeschi, francesi, olandesi, svedesi, svizzeri, polacchi. E se ancora ai nostri giorni gli “assolati uliveti”, per dirla con Pablo Neruda (Ode all’olio) hanno portato moltissimi oriundi da ogni parte d’Italia a trasferirsi qui nel Salento, eletto a buen ritiro, ciò è stato determinato da quell’affatturante nòstos, quasi una struggente nostalgia del non vissuto, con cui essi li hanno saputi avvincere. 


L’ulivo racconta la memoria di un popolo, è simbolo identitario, oggi più che mai, perché, in quanto pianta duale, celeste e terragna, connubio di umano e divino, allegorizza il presente destino di morte e di rinascita, diviene vessillo di speranza e di riscatto: la speranza che, con le nuove cure che riuscirà a portare la scienza, attraverso un lungo processo di metamorfosi, giunga la rinascita per purificazione che riscatti anche l’umanità. E quale immagine di intensa speranza, più che mai belli e vibranti sentiamo allora quei versi di Nazim Hikmet (Alla vita) che, parafrasati da Roberto Vecchioni (Sogna, ragazzo sogna) dicono di quel contadino che a settant’anni pianterà degli ulivi convinto ancora di vederli fiorire.


Requiem per l'albero più umano ed antico



 

 

L’AFORISMA



“Gli altruisti: persone che danno
a proprio danno
anche ciò che non hanno”.
Nicolino Longo   

LA POESIA
Radici d'autunno
 


La vecchina dal foulard
vestita di nero, 
fu la bisnonna piegata 
nel campo a 
spigolare 
e zia Margherita
dalle mani nodose
nel vitigno a
vendemmiare.
Erano acini dorati
partoriti di dolore e 
di fatica
mentre l'uva fragola 
riempiva le mie mani e i sapori 
dell'infanzia.
Radici d'autunno
il tramonto si ripete nel ricordo 
della terra e alle zolle 
aride e dure 
nelle mie viscere
nutrite di
forza e di tenacia,
il cui tramonto
è sempre più vermiglio,
per allontanarsi a
ricordare, che se anche 
fosse l'ultimo 
non è costato invano.
Sono le mie radici
d'autunno 
nel solstizio d'estate.
Fu il vagito donato 
dalla goccia di vino
e dal pane dei miei avi, ma
furono donne forti.
Non ho tradito 
le radici d'autunno
seppure un'onda
mi portò a navigare 
in acque tempestose.

Laura Margherita Volante   

 

VALENZA. DANTE IN COLLINA   





sabato 18 settembre 2021

DALL’AUSTRALIA PER FIRENZE
di Diana Hall*

 
Alla Città di Firenze e alla comunità fiorentina
attraverso l’associazione Idra
.
 
Vi scrivo perché sono del tutto contraria al progetto di distruggere la bellezza di via di San Giorgio alla Costa e dell’area del Forte di Belvedere di Firenze per installarvi un trenino turistico. Sono contraria alla spoliazione del passato ottenuta ridestinando edifici conventuali al piacere unicamente di turisti ricchi. E chi altri potrebbe stare lì? Basti dire che il progetto è fallace: l’idea di un trenino turistico è un insulto ai fiorentini che per secoli hanno risalito a piedi la collina. Per un certo verso è un insulto anche ai turisti, considerati troppo pigri per camminare o non abbastanza interessati. E quand’anche così fosse, perché mettere un trenino a disposizione di chi non rivela un interesse? La novità del trenino è forse solo qualcos'altro da aggiungere all’itinerario di “cosa fare” a Firenze?
Del resto, non è che la sommità del Belvedere non sia raggiungibile senza un trenino. Per chi ha limitazioni fisiche e vuole raggiungere la zona, c’è un parcheggio taxi accanto al Ponte Vecchio, lato Oltrarno. Forse l’idea del trenino è venuta perché i turisti potrebbero gradire di mangiarsi un gelato durante il percorso! Ma, mentre ridono e chiacchierano, quanto vedrebbero dei luoghi da cui passano, per non dire… quanto ne capirebbero? Ci sono viaggiatori che vengono dall’altra parte del mondo - tipi determinati anche se con disabilità fisiche - ma con sufficiente iniziativa da trovare il modo di arrivare anche in luoghi scomodi. Questo trenino e questi nuovi tipi di alberghi sono per gente facoltosa: ma non è con un trenino che raggiungerebbero mai le loro camere. Arriverebbero con un autista privato o in taxi. Mentre i turisti di una sola giornata prenderebbero il trenino per riempire un’ora o due di intervallo noioso tra pranzo e cena. I visitatori che amano Firenze per ciò che è, invece, non lo userebbero. Chi vogliamo soddisfare?



Sono quasi 20 anni che vengo in visita a Firenze una o due volte all’anno. Ma non importa se sono a casa qui in Australia o in Italia: con la mente sono sempre a Firenze. Per me, e per quelli che la amano, Firenze è uno scrigno perfetto e ciascun pezzo, fino al più piccolo, racchiude una storia. Se il Rinascimento è iniziato lì a fine Duecento e ha continuato, per due secoli, ad aggiungere sempre maggiore bellezza strada facendo (per sua grandissima fortuna, con poche eccezioni), il Barocco le è passato accanto ed è andato a finire a Roma. Firenze è rimasta così una città rinascimentale di grandioso profilo. Ha avuto delle perdite - alcune pianificate, una guerra e un’alluvione - ma la maggior parte è rimasta in piedi e, anche se delle opere d’arte sono state rimosse dalla loro iniziale collocazione e sono state esposte nelle gallerie, chi - come me - vuole farlo può vederle e immaginarsele dove erano un tempo.
In anni lontani i fiorentini hanno creato la Firenze che per secoli ha attirato visitatori. Sono in molti ad essere colpiti dalla Sindrome di Stendhal. E quando scrivo che vivo sempre a Firenze, è vero. Quando non sono fisicamente lì, sono intenta a fare ricerche con l’obiettivo di mettere assieme un’antologia di sculture di figure femminili. Non è un libro di storia dell’arte o una raccolta di immagini. In realtà ho un elenco di sculture di donne tratte dalla storia, dalla Bibbia, dalla mitologia o da coperchi di sarcofagi, e ho passato anni e anni a cercarle, per trovare storie nascoste e scriverle. Non mi interessa celebrare un artista o descrivere uno stile, c’è già molto materiale di questo tipo studiato dagli esperti. Io guardo il soggetto di una scultura come fosse una persona, e ciò che scopro può essere sorprendente: un cammino attraverso la Firenze di altri tempi. Le mie maestre di storia sono le mie “donne scolpite”. Conoscete la storia della Beata Villana o sapete dov’è il suo sarcofago? Io lo so. Lei mi ha guidata dalla morte di Giotto, attraverso l’alluvione del 1333, il fallimento delle banche dei Bardi e dei Peruzzi, le piogge, i terremoti e la carestia degli anni 1346-47, quando le popolazioni della città e della campagna morivano di fame e si creavano così le condizioni perfette per la devastante peste del 1348, e attraverso molte altre cose ancora. La conosco, anche se è morta nel 1361.



Quando venni a Firenze l’ultima volta, a fine 2019, in cima alla mia lista c’era il convento di San Giorgio alla Costa, perché avevo scoperto che una delle donne delle mie sculture era collegata a quei luoghi. I dettagli della sua storia personale sono frammentari, ma la storia di tutta la sua parentela è ampia, anche se totalmente ignorata a Firenze, per quanto ne so. Sua madre - Alessandra di Bardo de’ Bardi (1412-1465) - fu una delle pochissime donne incluse dal ‘cartolaio’ Vespasiano da Bisticci nelle sue “Vite di Uomini Illustri”. Ho scoperto che Vespasiano aveva descritto un episodio accaduto proprio lì ad Alessandra. Quando era una giovane sposa, andata in vista al convento come sua consuetudine, mentre tornava a casa fu avvicinata da un corteggiatore minaccioso. È uno dei racconti morali di Vespasiano, ma io ero desiderosa di percepire quell’atmosfera e di cercare l’angolo dietro il quale il corteggiatore avrebbe potuto nascondersi prima di pararsi davanti a lei.
Di solito abito vicino al Duomo, ma l’amico che mi prenota il soggiorno mi disse che nel suo palazzo c’erano dei lavori e che sarebbe stato rumoroso: mi aveva trovato un altro posto, straordinariamente bello e tranquillo. Ci incontrammo vicino al Duomo, io avevo tutti i miei bagagli ma andammo a piedi e, attraversato il Ponte Vecchio, facemmo alcuni passi voltando a sinistra. Per strada, con Alessandra in mente, notai: qui è dove abitavano i Bardi! Certo, il Palazzo Bardi era stato distrutto. Non avevo idea di dove stessimo andando, mentre camminavamo parlando. Poi cominciammo a salire su per l’erta salita di via dei Magnoli. Rimasi sbalordita quando mi resi conto che stavamo dirigendoci verso quello che era il luogo in cima alla mia lista! Conoscevo già abbastanza bene la zona da sapere che via dei Magnoli si incunea come una freccia in via San Giorgio alla Costa. Ma, proprio prima di raggiungere quell’incrocio, voltammo a sinistra in una minuscola piazzetta. Dall’angolo in fondo si diramava una stradina stretta: via del Canneto.
Ero incantata, non solo dalla bellezza del luogo ma anche da quel silenzio. Eravamo a qualcosa come 400 metri dal Ponte Vecchio e non c’era suono di passi. Il capelvenere scendeva giù lungo i muri di pietra e sulle vecchie arcate che sovrastavano la strada. In tutto il tempo che sono stata lì, non è mai cambiato niente. La mattina si sentivano i rumori delle moto dei vicini diretti al lavoro. Li sentivo tornare la sera. La maggior parte dei giorni passati lì ho visto due donne passare davanti alla mia finestra una o due volte, che chiacchieravano mentre portavano a spasso i loro canini. Chi progetta di rovinare quest’ambiente, ha mai visitato via del Canneto?



Non mi ci volle molto a disfare i bagagli e ad andare a fare una rapida visita alla cappella di San Giorgio, che era nel mezzo di un restauro. Non è la cappella conventuale come appariva agli occhi di Alessandra di Bardo de’ Bardi. Per lei c’erano Giotto e Baldovinetti. Ogni giorno, quando abitavo lì vicino, se le porte erano aperte vi entravo. Una volta o due ho incontrato un altro visitatore. Un giorno c’erano degli americani e, mentre parlavamo, ebbi il piacere di richiamare la loro attenzione verso un punto in alto, quasi nascosto dalle impalcature, dove c’è il bellissimo coro delle suore. Del convento, però, non c’era mai nessuno. Solo musica. Nessun numero di contatto telefonico. Bene - pensai - tornerò nel 2020. Ci starò di più e vedrò come trovare informazioni sulle suore del vecchio convento. E magari, se si può, vedrò di visitarlo. A farci visita, invece, è stato il Covid. E mi vengono in mente il 1348 e Villana.
Comunque, per me lo spirito di Alessandra era ancora lì. Ne potevo seguire i passi. Potevo fissare il consunto scalino di pietra di ingresso alla cappella. Nei musei che visitavo, potevo vedere le opere d’arte che lei aveva visto.
Per quella che è la mia esperienza, questa è quasi l’unica parte del centro di Firenze non ancora travolta dal presente. Silenziosa. Magica. Ripida da salire, certo. Ma mi fa sentire un nodo inestricabile nell’animo. I fiorentini dovrebbero lottare per la difesa del patrimonio che la loro città ha ereditato. Qualcuno lo sta facendo. Ma dovrebbero farlo tutti. Questa idea di un trenino e della distruzione del passato per il piacere di chi viene da altri mondi è sbagliata: un tale progetto non dovrebbe neppure esistere. Ai fiorentini è stato trasmesso un tesoro di cui prendersi cura, e invece loro hanno lasciato che diventasse una merce! Tanto tempo fa i fiorentini capivano che la bellezza era destinata ai loro occhi. Cito un brano del 1494, riportato dal successivo storico Ferdinando Leopoldo del Migliore.
“A lato vedasi in una Nicchia una Santa Maria Maddalena di legno alta: forse più di vivo di tutto rilievo, Opera del nostro celebre Donatello, talmente ben fatta, in mostrarsi in quel Corpo estenuato dalla penitenza, scoperto ogni muscolo, che sembra, per usare le proprie parole del Vasari, una perfetta notomia benissimo intesa per tutto. Se ne invaghi Carlo VIII e ne profferiva gran prezzo; onde, chi ne fece ricordo, disse, che piuttosto la gli si farebbe donate, stimandosi di tal valore, che il danaro non v’arrivasse, se egli non fosse partito di Firenze, poco, o nulla, amico della Repubblica, o ver che in Consiglio, dove tutte le cose appartenenti al Comune si discorrevano, non fosse prevaluta l’openione di chi diceva, non doversi spogliar la Città delle cose rare, per farsene spettatori di meraviglia i Popoli in altri paese, con scapito notabile di quelle gran lode dovuta a Firenze, Madre seconda d’ingegni cosi ottimamente raffinati, sotto ogni facultà a discipline”.



Se questo trenino e la spoliazione dei conventi e di altre strutture in via San Giorgio alla Costa dovessero andare avanti, allora sarebbe assurdo sostenere che sono i turisti a rovinare la città perché gettano i sacchetti dei panini per terra. Almeno questi si possono raccogliere! La maggioranza dei visitatori comunque non lo fa, o non si vedrebbero più neppure le pietre del selciato! Il fatto è che i fiorentini e l’amministrazione comunale tratterebbero il loro patrimonio molto peggio. Un patrimonio non è una semplice eredità. È qualcosa che è stato consegnato dalle generazioni precedenti, per tradizione, per diritto di nascita, ma che implica anche la responsabilità di valorizzarlo e preservarlo. Un patrimonio non è la stessa cosa di un’eredità. Un patrimonio non è un oggetto o un contenitore di denaro con cui chi lo riceve può fare ciò che vuole.
La notte scorsa ho sognato Firenze. Quando mi sono svegliata, mi sembrava un sogno strano, niente di particolare, solo un po’ strano. Penso di aver fatto quel sogno perché sapevo che oggi avrei scritto questa lettera. Nel sogno ero in Piazza Santa Croce, e una mano invisibile stava gettando molliche di pane ai piccioni. I piccioni arrivavano sempre più numerosi, finché si è formato un mare di ali che sbattevano.  Ora capisco il mio sogno. Chi dava da mangiare ai piccioni erano i fiorentini, e gli uccelli insaziabili erano i turisti di passaggio, appagati soltanto da una sbrigativa gratificazione. Attenzione! Quando i buoni bocconi saranno finiti, i piccioni andranno da qualche altra parte ma la mano che ha gettato loro il cibo resterà vuota.
I fiorentini hanno la responsabilità di garantire che Firenze esista per le generazioni future, rispettata e non danneggiata dalle loro stesse mani.
  
*Ricercatrice di storia medievale e rinascimentale di Firenze 

IL PAPA E LA GLOBALIZZAZIONE
di Vincenzo Valtriani

 
Riflessioni sul libro Movimientos popolares
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In questo libro, frutto delle richieste che sono quelle, dei lavoratori precari, famiglie senza tetto, contadini senza terra, ambulanti, lavatori di vetri ai semafori, artigiani di strada, rappresentanti del mondo dei poveri, gli esclusi,  tutti quegli che non hanno diritti, Papa Francesco nella presentazione di questo lavoro fa una grande accusa ai grandi dirigenti, le grandi potenze, e la élite che domina il mercato globale.
Questo popolo, Los Movimientos Popolares,dice Francesco, che è stato definito “poeta sociale” formato da uomini della periferia,  si è posto al centro di un risveglio facendo sentire la sua voce. Con il suo bagaglio di lotte diseguali, e il sogno di resistenza, è uscito alla luce e si è posto alla presenza di Dio, della chiesa e dei popoli. Una realtà molte volte ignorata che grazie al protagonismo e alla tenacia è diventata una testimone di una sofferenza derivata, dalla ingiustizia, dalla privazione e ha trovato il coraggio, come Gesù, docile e umile di cuore, di ribellarsi, in maniera pacifica, “a manos desnuda”, contro di loro. I poveri diventano, scrive il Pontefice, non solo i destinatari delle preoccupazioni della chiesa ma ne sono la parte attiva anelando a un “viver bien” e non a una “buena vida” che è una forma egoistica di concepire la vita. Nel vivere bene prevale la solidarietà e la chiesa ha scelto di accompagnarli in questo percorso. Questa rete di movimenti transnazionali, transculturali di diverse culture religiose, rappresenta una realtà storica tangibile in un mondo poliedrico fondato da un incontro di diverso paradigma sociale, e nella cultura dell’incontro che vede nell’altro il diverso in sé. In questo testo c’è un continuo richiamo a chi dirige il destino di questo mondo ad attuare una politica più umana, più giusta e a mitigare le condizioni ostili dei poveri che vivono su questa terra.



Los Movimentos Populares rappresenta una grande alternativa sociale, un grido profondo, un segno di contraddizione, una speranza che tutto può cambiare. Il suo desiderio è quello di non uniformarsi alla tirannia del denaro ma con il suo esempio, con la sua sofferenza si può resistere e attuare con coraggio un nuovo pensiero di vita. Questo movimento è una luce di speranza nell’oscurità della notte. C’è un pensiero inedito nella storia dell’umanità che descrive attraverso un’espressione sintetica: “màs que como un època de cambio, como un cambio de època” che bisogna far nostro. Invece oggi c’è una crisi della democrazia liberale conseguenza della trasformazione umana e antropologica scaturita dalla globalizzazione dell’indifferenza, dice il Santo Pontefice che ha generato un nuovo: idolo la cultura del disprezzo favorendo l’uso delle armi che un noto storico ha definito “la etad de la rabia.” La paura è il mezzo con cui si manipola il cammino della civiltà, l’agente creatore della xenofobia e del razzismo ormai esteso anche nel civile mondo occidentale. Los Movimientos Populares, possono rappresentare una fonte di energia popolare per far rinascere la nostra democrazia che oggi si presenta, claudicante e minacciata. Una riserva di “pasiòn cìvil” capace di rigenerare una nuova via di aggregazione sociale, che affronti la solitudine mostrando una coscienza più positiva dell’altra. Un antidoto al populismo e alla politica spettacolo che riesca a creare la speranza, attraverso la sua lotta, la sua esperienza e la sua organizzazione di cittadini, che un nuovo mondo è possibile dove viene annullata l’oscurità dell’esclusione ove “crecèran àrboles grandes, surgirìan  bosques tupidos de esperanza par oxigenar esto mundo”. Il Movimiento Populare come la forza del nostro, sia la risposta alla cultura dell’io, che mira solamente a soddisfare il proprio interesse prospettando invece il sogno di un mondo più umano e diverso.



L’aumento della disuguaglianza, globalizzata e trasversale, non si presenta solo come economica ma sociale, cognitiva, relazionale e intergenerazionale e sarà la sfida più grave con la quale l’umanità dovrà misurarsi nei prossimi anni. Un’economia più di sfruttamento che etica, privilegiando l’interesse e la competenza, provocando un accumulo di ricchezza e di potere a chi già le possiede lasciando, così, fuori dalla porta milioni di uomini e di donne. L’oggi per questi esseri è una condanna alla povertà, alla privazione, alla mancanza di lavoro ma soprattutto alla mancanza del domani. Un inferno al quale dobbiamo porre fine, invoca Francesco. In questa via il Movimientos Popolares rappresenta una resistenza attiva e popolare a questo sistema che esclude e degrada, un sistema idrolitico che trova le sue radici nella rivalità, nell’invidia, nell’oppressione che non sono fattori di crescita, a cui bisogna invece contrapporre la concordia, la gratitudine e l’uguaglianza che sono fattori di crescita. Il diritto alle tre “T” sottolinea il Pontefice: techo, trabaco, tierra che sono i fattori fondamentali all’esistenza, rappresentano il prerequisito indispensabile alla democrazia non solo formale ma reale nella quale tutti gli uomini, indipendentemente dal suo reddito o della sua posizione nella scala sociale, sono protagonisti attivi, attori responsabili del proprio destino. Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, si trasforma in una formalità perché lascia fuori il popolo dal proprio destino.



Per la dottrina sociale della Chiesa le tre” T” dovranno diventare un diritto sacro. Negli ultimi anni è cambiato il concetto del lavoro e non è molto chiaro, c’è la convinzione da tempo che in un mondo postindustriale che non c’è futuro per una società nella quale solamente esiste “il dar para tener” o “il dar por deber”.
Los Movimientos Popolares rappresentano la via di uscita, testimonianza concreta che è possibile contrastare la cultura del rifiuto che considera gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani come inutili e spesse volte dannosi nel processo produttivo, con una nuova forma di lavoro basata sulla solidarietà e la dimensione comunitaria in una economia artigianale e popolare.
Los Movimientos Popolares hanno il diritto di alzare la voce, anche se umile, per reclamare un salario degno per la sicurezza sociale, e di una copertura pensionistica. In una fase di disorientamento e di paralisi, los Movimientos Popolares può vincere la politica dei falsi profeti che sfruttano la paura e la disperazione e che predicano il benessere egoista e una sicurezza illusoria.
Francesco conclude questa sua presentazione del libro con la speranza di un nuovo umanismo che ponga fine all’analfabetismo, all’ingiustizia, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
È una presentazione la Sua, in cui mette in primo piano la causa che procura tanto disagio all’umanità la disuguaglianza derivata dalla povertà. In un mondo in cui un terzo dell’umanità è privo delle necessità fondamentali per vivere, l’acqua, il lavoro, la casa, la salute, il cibo, l’istruzione, la libertà, la impossibilita di costruire il proprio futuro, io trovo anacronistico parlare di macroeconomia, una disciplina per pochi eletti ma che governano il mondo,  che poi è finanza spietata che serve ad arricchire sempre di più chi è già ricco e impoverire maggiormente chi non ha nulla, l’alta finanza riesce a fare anche questo, e non parlare del “piccolo è bello” della “decrescita felice”, fattore economico che va verso la soddisfazione delle cose più semplici dell’esistenza: l’amore, la felicità, il sorriso, l’amicizia, la solidarietà che sono frutto di una vita semplice ma degna di essere vissuta. Il gigantismo di cui la macroeconomia, basata sul liberalismo più sfrenato, è la sua massima espressione che serve a soddisfare ulteriormente le esigenze di chi ha già tutto, mentre il piccolo è bello, va verso le necessità di chi ha poco o nulla. Bisogna dire No a questa globalizzazione che è riuscita solamente a universale la povertà, per esigere l’altra che ha come scopo, come dice Papa Francesco, l’universalità del “viver bien” che non è un precetto cristiano ma di tutta l’umanità.

GIÙ LE ZAMPE

 

No alla vendita ai privati dell’edificio storico ex Comune di Crescenzago, vincolato dalla Soprintendenza, sede delle sezioni Anpi, Legambiente e della Storica Banda Musicale di Crescenzago.
  
A pochi giorni dalle elezioni comunali, in cui si parla di città del futuro, di verde e di qualità della vita, ecco come la realtà sta facendo svegliare dai sogni non pochi abitanti del Municipio 2. Sta infatti per essere aperta, in un ufficio notarile di Milano, la busta che contiene l’offerta per la vendita a un privato per oltre 700 mila euro dello storico Palazzo che in piazza Costantino a Milano ospitava il Comune di Crescenzago, autonomo fino al 1923, e da tempi pure storici sede delle sezioni di Anpi, Legambiente e della Banda musicale di Crescenzago una delle due bande storiche rimaste in Lombardia. Il tutto con buona pace della delibera del Consiglio Comunale di Milano (n.34/2015), che aveva stabilito l’indisponibilità alla vendita del palazzo, per procedere alla permuta con altro bene che non fosse di interesse storico e pubblico. Da tempo le associazioni scrivevano all’assessore al bilancio Tasca e al sindaco Sala affinché venisse rispettata e attuata la delibera, per poi apprendere, a fine luglio, quando evidentemente anche gli impegni presi vanno in vacanza, che il palazzo era all’asta. E pochi giorni fa si è saputo che ci sarebbe un compratore privato. Anpi, Legambiente e la Banda Musicale di Crescenzago , non solo non vogliono essere sfrattate, ma si sono da tempo proposte, assieme ad altre 7 associazioni presenti da molti anni sul territorio, riunite in Casa Crescenzago (associazione di associazioni) di gestite l’intero immobile come casa della musica, della cultura e dell’impegno sociale, prefigurando anche un museo locale sulla storia di Crescenzago, quartiere che, fra la Chiesa Rossa  e la Martesana, ha radici in età romana e medievale, con un ruolo di primo piano nel Risorgimento e nella Resistenza.
In questo mese di settembre però, all’ombra dei manifesti elettorali, si sta per compiere un doppio torto alla cittadinanza attiva e all’ambiente. Oltre alla vendita del palazzo storico, che andrebbe a questo punto bloccata, l’altro è rappresentato dalla cantierizzazione dell’area di Via Meucci per conto di Uniabita, aderente alla Lega Coop Lombardia. Da anni con diverse manifestazioni e raccolte di firme, le associazioni avevano chiesto al Comune di adibirla a verde costituendo una piazza, richiesta votata a suo tempo anche dal Consiglio di Zona (ora Municipio 2) e divenuta oggetto di un premiato progetto. Anche in questo caso però l’alternativa della permuta si è persa per strada.
“Ora, se qualcuno ai vertici amministrativi non si ferma a pensare, invece di trattare noi associazioni storiche come sudditi, si procureranno danni considerevoli al quartiere”, dice Giuseppe Natale, presidente dell’Anpi Crescenzago responsabile legale di Casa Crescenzago. “Il carico urbanistico non può sopportare altre costruzioni. Si manderà completamente in tilt il traffico, già intenso e inquinante, comprendente anche TIR costretti a transitare sull'unica strada di accesso e di uscita di Crescenzago. Il livello di inquinamento si aggraverà ulteriormente. Ci mobiliteremo e useremo tutti i mezzi legali per impedire l’ennesimo scempio nel nostro quartiere, a tutela della salute dei cittadini e dei preziosi beni storici e ambientali di Crescenzago”.
[Casa Crescenzago]                                                            
 
Per informazioni: tel. 3476502062
casa.crescenzago@libero.it
anpi.crescenzago@libero.it

 

NIGUARDA PER LA RESISTENZA



Situato all'ingresso del quartiere di Niguarda a Milano, sulla via Majorana che conduce al Pronto Soccorso dell'Ospedale Maggiore di Niguarda, con i suoi 40 metri di lunghezza e 5 di altezza è il più grande murale antifascista d'Europa.
È un'opera voluta dalla sezione ANPI Martiri Niguardesi e realizzata dai ragazzi dei Volkswriterz, autori di molti murales antifascisti, nell'ormai lontano 2014. Racconta la storia degli abitanti del nostro quartiere che parteciparono alla resistenza. Raffigurati dalla folla dietro la barricata di via Graziano Imperatore, scena tratta da una foto dei giorni successivi al 25 aprile 1945. Sulla parte sinistra del murale le due staffette Stellina Vecchio e Gina Galeotti Bianchi (Lia), che perderà la vita a pochi metri dal murale durante l'insurrezione il 24 aprile 1945 (un giorno prima del resto della città).
Dopo l'inaugurazione fu imbrattato per ben 9 volte con svastiche, croci celtiche e insulti opera di neofascisti in scorribande sempre nel cuore della notte. Ogni volta gli abitanti lo hanno restaurato in poche ore.
Sabato 18 Seettembre dopo 7 anni di vita è giunto il tempo di restaurare il murale "Niguarda Antifascista" rinfrescandone i colori danneggiati dalle intemperie.
Nel pomeriggio siete invitati per assistere ai lavori degli autori del murale, i Volks Writerz. O magari se ve la sentite per dare una mano...

Per contatti
anpiniguarda@gmail.com
tel. 02 66108241

giovedì 16 settembre 2021

A SPASSO PER ASCOLI PICENO 
di Petronilla Pacetti

 
La città delle cento torri.  
 
Il centro storico di Ascoli Piceno è un luogo splendido che consigliamo a tutti di visitare a piedi degustando intanto un cartoccio di un'altra opera d'arte: le olive ascolane, magari accompagnate (o seguite, a seconda dei gusti), dalla meravigliosa crema fritta, anch'essa leccornia tipica della cucina del territorio. Qui convivono praticamente tutti i diversi stili della storia dell'arte, al punto che Jean Paul Sartre, che certo non era portato per facili complimenti, l’ha equiparata a un libro di storia dell’arte; e possiamo certamente dire che Ascoli Piceno, come sosteneva la mia insegnante di lettere del ginnasio, è "uno scrigno di tesori". D'altronde parliamo di una città più antica di Roma (di cui è stata una provincia non troppo accomodante) con tracce perfino dell'età paleolitica, con origini egeoanatolitiche come dimostrerebbe il suo stesso nome, con quella radice AS presente in altre zone del mondo mediterraneo, con riferimento all'idea di insediamento urbano. Ascoli è stata edificata in travertino ed è conosciuta come la città delle cento torri, perché verso la metà del Trecento ne aveva circa duecento; e qui troviamo anche bellissime strutture religiose e palazzi nobiliari che fanno riferimento a una eccezionale varietà di stili: Gotico, Romanico, Rinascimentale, Barocco…, come ha scritto Guido Piovene, negli anni Sessanta. 



Parte integrante della sua straordinaria bellezza, infatti, è rappresentata dai magnifici palazzi, pubblici e privati, che arricchiscono la preziosità del centro storico facendo di questo luogo un vero gioiello; e collocati dentro una rete di stradine che qui vengono denominate “rue”. Dunque. mentre degustiamo dal nostro cartoccio le irresistibili leccornie che contiene, continuiamo la nostra passeggiata iniziata percorrendo via delle Stelle, che corrisponde all'antico camminamento della città e permette di costeggiare il fiume Tronto; a cominciare dalla Porta di Borgo Solestà con il suo ponte romano, che corrisponde all'attuale quartiere di Porta Cappuccina. E questa camminata, inoltre, ci offre anche la possibilità di contemplare il borgo medievale che da qui vediamo praticamente intatto, come doveva essere quando Ascoli era un libero Comune. 



Il sentiero, il cui fondo è cosparso di sassi antichi e levigati, si dipana, silenzioso e appartato, in mezzo alla natura, per quasi tutto l’itinerario, a fianco dei resti delle mura. In dialetto questo percorso viene indicato con l’espressione “Rrète li mierghie”, letteralmente “Dietro ai merli”, che si riferisce ai merli “a coda di rondine”, di tradizione ghibellina, che sormontavano le mura, costeggiate dalla strada antica; queste strutture, che oggi non ci sono più, costruite per difendere la città negli anni di guerra.  in tempo di pace venivano utilizzate per stendere, in modo che asciugassero al sole, i lavori degli artigiani: lane, sete e broccati preparati dai tintori, così come le pelli lavorate dai conciatori, attività tipica di questo territorio. Ora, al posto delle mura, troviamo, come parapetto, un muretto da cui possiamo ammirare lo scorrere del fiume, in basso, e la vegetazione, cresciuta liberamente sulle sue sponde, alte sull’acqua. Dalla parte opposta possiamo vedere un agglomerato di piccoli edifici (o di loro resti) caratteristici del Medioevo, sia abitazioni che botteghe e torri, legate al periodo comunale di Ascoli. 



Da questa posizione possiamo scorgere squarci di un panorama suggestivo e, con la sensazione di essere fuori dal tempo, vediamo di fronte a noi tante costruzioni in travertino, materiale con cui è stata edificata la città; e tetti, ingressi di case e porte di botteghe un tempo piene di vita e di attività, che testimoniano un passato ricco e fiorente. Sull’altra riva lo sguardo, passando sopra la folta vegetazione cresciuta quasi selvaggiamente, che incastona il letto dove scorre il Tronto, può spaziare liberamente e arrivare fino all’incantevole veduta del Ponte Romano, costruito anch’esso con il travertino, nel periodo augusteo. Questo viaggio affascinante ci porta alla fine all'ex c
hiesa di Santa Maria delle Stelle, da cui la strada prende il nome e che, dopo un tormentato percorso, divenne una struttura privata che, ristrutturata, è oggi un laboratorio tecnico-artistico a disposizione dei cittadini. Da qui, dopo una breve sosta nella serenità del luogo, torniamo indietro lentamente; e, ripercorrendo la stessa strada all’inverso, possiamo riaprire il nostro cartoccio chiuso ovviamente per la visita alla chiesa/atelier e continuare il nostro piacevole spuntino mentre godiamo di nuovo della splendida vista sulla città medievale dal lungofiume. 



Per raggiungere poi nuovamente Borgo Solestà, e il suo ponte romano, che ci porta all’inevitabile ingresso per chi arrivava qui nei tempi antichi: piazza Ventidio Basso, uno dei luoghi più interessanti e affascinanti di Ascoli, in passato sede di un attivissimo mercato legato all’artigianato tessile locale e alle sue relative attività commerciali; dunque, un punto fondante della vita cittadina. Si tratta di uno spazio impreziosito da chiese magnifiche, come Ss. Vincenzo e Anastasio, con la sua particolare facciata, suddivisa in sessantaquattro riquadri (unica in Ascoli, ma caratteristica della scuola architettonica umbra ed abruzzese, nel Medioevo), e la   torre svettante al di sopra. Avanzando da qui, accanto alla trecentesca (con molti apporti successivi, però) chiesa di S. Pietro Martire, che fa da sfondo, su via delle Torri, incontriamo il teatro dei Filarmonici; l'altro teatro storico, il Ventidio Basso, lo incontreremo più tardi sul nostro percorso.  



Prima vogliamo raggiungere Piazza Arringo, percorrendo tutta via delle Torri e fermandoci a piazza San'Agostino, dove ci incanta la chiesa omonima con il suo stile romanico-gotico, la particolarità dell'inversione della pianta che mostra un insolito asse (XV secolo), la facciata rinascimentale e, all’interno, apporti barocchi, ora in parte eliminati. Di fronte le due torri gemelle del XII sec., uniche rimaste, ora inglobate nel palazzo Merli; vicino si trova il Museo di Storia naturale “Antonio Orsini”, che è inserito nel polo permanente dei Musei della Cartiera papale, il cui percorso storico è inestricabilmente legato al territorio. Percorriamo via della fortezza e via Dino Angelini e, a questo punto, dovremo necessariamente fare una meritata sosta per riposarci e rinfrancarci con una bibita e, soprattutto, con gli irresistibili dolci tipici: il frustingo (con fichi secchi), le castagnole all'anisetta, la cicerchiata (con miele e anisetta), i ravioli dolci (con castagne o ricotta) e la tipica zuppa inglese (qui chiamata “Pizza dolce”. E, alla fine, naturalmente, un buon caffè. Poi, recuperate forze, energie e motivazioni, eccoci in piazza Arringo (o dell'Arengo), la più importante di Ascoli, quella che forse ne rappresenta meglio la storia di libero comune; qui, in effetti, si tenevano le assemblee (arringhi, arenghi o arringhe) dei cittadini che si riunivano per discutere e decidere. 



In questa zona si trovano anche alcune delle più interessanti costruzioni della città: il palazzo dell’Arengo (fine del XII secolo), che ospita la Pinacoteca Civica; il duomo di Sant’Emidio (la cattedrale, dedicata al patrono), edificato su un edificio romano, come il contiguo battistero di San Giovanni; il palazzo Vescovile, con il Museo Diocesano; palazzo Panichi, dove è collocato il Museo Archeologico. Poi imbocchiamo corso Trento e Trieste lasciandoci, a sinistra, via dei Tibaldeschi con la sua pavimentazione in lastroni e, a destra, via della Giudea, in una posizione strategica nel centro cittadino e caratterizzata dalla presenza di negozi e locali storici; e con una gradevole passeggiata, costeggiando e ammirando alcuni dei palazzi più belli della città possiamo arrivare a via del Trivio, vicino Piazza del Popolo; qui troviamo il teatro Ventidio Basso. Entriamo a vedere il Chiostro Maggiore di San Francesco, che è parte, con il Chiostro Minore, del complesso architettonico dell’omonima chiesa. Ogni giorno feriale, in questo luogo si tiene il mercato delle erbe; di conseguenza il posto viene chiamato Piazza della Verdura o Piazza delle erbe. 



La sera precedente la Quintana di agosto, dallo spazio antistante il Chiostro, dalla parte di Via del Trivio, muove uno dei cortei storici della rievocazione che raggiunge il sagrato della cattedrale dove ha luogo la cerimonia dell'Offerta dei Ceri. Costeggiando la chiesa, a sinistra, e sbucando così nel luogo più famoso della città, possiamo ammirare la facciata in tutto il suo splendore romanico-gotico, al centro dello scenografico panorama di piazza del Popolo, cuore della città dal Rinascimento in poi, così come lo era stata anticamente Piazza Ventidio Basso. Le sue perfette proporzioni, inquadrate dalle magnifiche costruzioni che la delimitano, rappresentano e concretizzano i canoni degli architetti rinascimentali che si ispiravano all'opera di Vitruvio; uno scenario indimenticabile che incanta chiunque abbia la fortuna di vederlo almeno una volta. Qui sorge anche il medievale Palazzo dei Capitani del Popolo, con la sua merlata torre gentilizia. Il pavimento della piazza è ricoperto con lastre di travertino che hanno subito un processo di lucidatura che lo rende particolarmente lucente e assume, in caso di pioggia, un singolarissimo effetto riflettente. 



Nelle vicinanze si trova la fonte dei leoni (ormai invecchiati), ma conosciuta come fontana dei cani, che hanno facilità ad abbeverarsi, per via dell’altezza.
In piazza del Popolo, salotto della città, è molto conosciuto lo storico Caffè Meletti, in un raro stile liberty marchigiano, che può vantarsi di aver avuto fra i suoi frequentatori Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Ernest Hemingway, Giani Stuparich, Pietro Mascagni, Beniamino Gigli e Mario Del Monaco, Licini e Guttuso; e ancora: Piovene, Soldati, Eduardo De Filippo, Saragat e Pertini. In questo locale, dalla cui terrazza si può ammirare tutta la piazza, diverse volte sono state girate scene di film poi diventati famosi; e si beve l’anisetta, un liquore a base di anice preparato secondo la ricetta messa a punto da Silvio Meletti, nella seconda metà dell’Ottocento; la specificità del celebre locale ascolano è l'anisetta con la mosca, un chicco di caffè tostato nel bicchiere. Si racconta che piacesse molto a Trilussa che, in effetti, ha scritto “Quante favole e sonetti m'ha ispirato la Meletti”. Fuori dal centro troviamo un altro luogo interessante e panoramico: il Colle dell’Annunziata con il Teatro Romano, sede di molti spettacoli e, forse, anticamente punto di raccolta per le province che combatterono la guerra sociale contro Roma. Qui è il Parco della Rimembranza dove possiamo ammirare il convento dell’Annunziata (XV-XVI) al cui interno troviamo un affresco di Cola dell’Amatrice, uno degli artisti che hanno frequentato questa città, come Carlo Crivelli, che qui ha vissuto a lungo ed è morto. Al di sopra la fortezza Pia (1560).
Ogni anno in Ascoli si celebra la giostra medievale della Quintana con tornei cavallereschi, in due date durante l'estate. Ogni manifestazione è completata da uno straordinario corteo di personaggi in costumi d'epoca; un’esperienza molto suggestiva che è arricchita anche da altri spettacoli, come quello costituito dagli sbandieratori.



Questa città (e la sua provincia), così bella e ricca di arte, di storia, di cultura, è, inoltre, medaglia d'oro della resistenza; infatti il 12 settembre 1943, all'arrivo dei tedeschi, i militari e la popolazione di tutto il territorio ascolano insorsero e il 3 ottobre i partigiani, tra i primi e venuti anche da altre parti d'Italia, si batterono coraggiosamente sul Colle San Marco contro i nazisti, meglio armati e organizzati, con molte vittime tra i giovani volontari che combattevano per la libertà, l’unica guerra accettabile.
  

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