UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 15 marzo 2026

ARTE
La banalità del male




 
Sette opere di Giuseppe De Vincenti in memoria della a tragedia di Cutro.
 
Ciao Angelo, in allegato i primi sette lavori del ciclo “Cutro 26/02/2023. La banalità del male”. Il progetto l’ho dovuto sospendere perché non riuscivo ad andare avanti per il troppo coinvolgimento emotivo. Spero che questi tempi dolorosi si rasserenino e poi riprenderlo in mano. Dovrei fare altri 7/8 lavori sia a matita che a pastello e concludere il ciclo con una grossa tela ad olio di un 100 x 200 cm e poi proporlo al Comune di Cutro. Aspetto tempi migliori intanto che la carneficina va avanti.
Un abbraccio e un caro saluto a te e Mirella.
A presto
Giuseppe



GALLERIA



















RISTAMPE
di Lina Mollica




Il Coniglio partigiano

 
La nuova edizione di Sono Coniglio, partigiano, pubblicata da Gondour Edizioni del Centro Studi “Silvio Pellico” (Pagine 120 € 12), riporta all’attenzione dei lettori e si propone la più ampia diffusione di un romanzo che intreccia memoria storica e racconto umano, restituendo alla stagione della Resistenza una dimensione profondamente morale. L’opera della scrittrice genovese Elisabetta Violani si colloca nel solco della narrativa civile, ma evita ogni retorica celebrativa scegliendo un punto di vista insolito e narrativamente efficace: quello di un giovane soldato tedesco – il “Coniglio” del titolo – che decide di disertare e di unirsi ai partigiani italiani. Il romanzo segue il percorso interiore del protagonista, dalla paura iniziale alla scelta etica della disobbedienza. In questa traiettoria narrativa la guerra non appare come uno sfondo epico, ma come un contesto tragico nel quale gli individui sono costretti a confrontarsi con la propria coscienza. Violani costruisce così una sorta di romanzo di formazione morale, in cui il protagonista scopre progressivamente il valore della solidarietà, dell’amicizia e della responsabilità personale. La scrittura mantiene un ritmo narrativo vivace e alterna momenti di tensione, episodi di vita quotidiana e lampi di ironia, restituendo con efficacia l’atmosfera di precarietà e di fraternità che caratterizzò la vita nelle bande partigiane.


Violani con Gaccione
alla Libreria Feltrinelli
di Viale Sabotino a Milano
(Foto: Eleonora Parodi)

Ad aprire il volume è la prefazione dello scrittore e giornalista Angelo Gaccione, da anni direttore della rivista culturale “Odissea”, pensata come voce pubblica per tutto il variegato mondo dei senza voce, luogo di intervento civile e culturale attento ai temi della memoria, dei diritti e della pace. Nel suo testo Gaccione colloca il romanzo nel più ampio orizzonte della letteratura resistenziale e ne sottolinea il valore etico. In uno dei passaggi più significativi ricorda come la Resistenza sia stata “l’epopea di un popolo – limitato se vogliamo – ma che nelle sue avanguardie e nei suoi eroi ha finito per riscattare il disonore dell’intera nazione»” La prefazione contribuisce così a mettere in luce il senso profondo della storia raccontata da Violani: la possibilità, anche nelle circostanze più estreme, di scegliere la propria parte. In appendice al volume il saggio “Antigone e la legge del cuore: la coscienza come giudice supremo. Dissenso, obiezione, diserzione: la responsabilità morale nel totalitarismo e nella guerra” del giornalista Marco Margrita, direttore delle Gondour Edizioni. Il contributo amplia il significato del romanzo collocandolo in una riflessione più ampia sul rapporto tra obbedienza e coscienza. Attraverso riferimenti alla tragedia di Sofocle e alla storia del Novecento, Margrita mette in evidenza come la scelta di opporsi a un potere ingiusto – o di disertare una guerra – rappresenti prima di tutto un gesto etico, una decisione che riguarda la responsabilità dell’individuo di fronte alla storia. Questa nuova edizione di Sono Coniglio, partigiano restituisce dunque al lettore un libro che unisce racconto e riflessione civile. Il romanzo di Violani, accompagnato dalla prefazione di Angelo Gaccione e dal saggio conclusivo di Margrita, invita a rileggere la Resistenza non soltanto come un evento storico, ma come un interrogativo ancora aperto sulla libertà, sulla coscienza individuale e sul coraggio di scegliere da che parte stare.

ARIDITÀ
Francesca Mezzadri



Un racconto di Francesca Mezzadri

All’inizio mi aveva detto che cercava una donna colta. Non aveva parlato di passione o di romanticismo. Aveva parlato di conversazioni, di libri, di vita condivisa. Era un modo elegante di dire che desiderava una compagna con cui attraversare il tempo. Io scrivevo. Articoli, pezzi sparsi sui giornali, quelle pagine che si leggono in pochi minuti ma che richiedono ore di lavoro. La scrittura, come sanno tutti quelli che la praticano, paga poco. Ma dà una specie di libertà interiore che è difficile spiegare. Lui aveva vent’anni più di me e un mondo già costruito attorno a sé. Sicurezza, relazioni, abitudini consolidate. Io avevo l’età in cui si pensa ancora che due esistenze possano incontrarsi e diventare qualcosa di nuovo. All’inizio non vedevo le crepe. O forse le vedevo ma le chiamavo dettagli. Il primo dettaglio erano i caffè. Ogni volta che entravamo in un bar, il gesto era sempre lo stesso. La tazzina arrivava, lui sorrideva appena, e io tiravo fuori il portafoglio. Succedeva una volta, due, dieci. All’inizio pensavo fosse distrazione. Poi ho capito che non lo era. I caffè li pagavo io. Sempre.
Al ristorante invece la regola cambiava: si divideva tutto esattamente a metà. Con una precisione quasi matematica. Anche quando il posto era stato scelto da lui, anche quando il conto per me significava una settimana di spese. Io lo guardavo mentre faceva i suoi calcoli tranquilli. Non c’era cattiveria nel suo gesto. Solo una naturalezza disarmante. Come se fosse la cosa più logica del mondo. Nel frattempo lui amava portarmi con sé nelle sue serate. Ambienti eleganti, tavoli lunghi, conversazioni importanti. Io sedevo accanto a lui, ascoltavo, parlavo quando qualcuno mi rivolgeva la parola.
Sentivo gli sguardi posarsi su di me.
Una donna più giovane, curata, interessante. Una presenza che lo accompagnava bene.
Solo che essere quella presenza ha un prezzo. La parrucchiera, la manicure, i vestiti giusti. Piccole spese che, sommate, diventano una montagna per chi vive di articoli pagati poco e tardi. A volte tornavo a casa e facevo conti silenziosi. Non per avarizia, ma per sopravvivenza. All’inizio lui mi aveva detto che avrebbe potuto aiutarmi nel lavoro. Conosceva persone, diceva. Avrebbe fatto qualche telefonata, aperto qualche porta. Non era una promessa esplicita, piuttosto una possibilità suggerita con naturalezza.
Quelle porte però non si sono mai aperte. Con il tempo ho capito che forse non esistevano nemmeno. E poi c’era il freddo.
Non quello delle parole, perché lui era gentile. Educato. Persino premuroso, a modo suo. Era un freddo più sottile, come una stanza ben arredata ma senza fuoco nel camino.
Tra noi l’intimità era rara, quasi assente. Non per imbarazzo o difficoltà, ma per una specie di trattenimento profondo. Come se ogni gesto, ogni impulso dovesse essere controllato, contenuto, conservato.
A volte mi sembrava che risparmiasse perfino la vita. Così ho iniziato a farmi delle domande. Perché restavo?
Non per il denaro, perché non ce n’era.
Non per il lavoro, perché non era cambiato nulla.
Non per la passione, perché quella si era dissolta in una forma di quiete senza calore.
Forse restavo per abitudine.
Forse perché, con i miei problemi di salute, era rassicurante sapere che qualcuno poteva accompagnarmi a una visita. Anche se quella visita la pagavo da sola.
Ma un giorno mi è venuto in mente un pensiero molto semplice.
Le relazioni non sono contabilità.
Non dovrebbero essere una sequenza di conti divisi, di gesti trattenuti, di promesse sospese. Una relazione dovrebbe essere il luogo dove qualcosa circola liberamente: il tempo, il desiderio, la generosità.
Se tutto resta fermo, se tutto viene trattenuto, alla fine si resta seduti accanto a qualcuno senza essere davvero insieme.
E allora ho capito che la domanda non era più se quella storia potesse migliorare.
La domanda era un’altra.
Quanto costa restare dove ci si sente poco scelti?
La risposta, sorprendentemente, non aveva nulla a che fare con il denaro.


L'autrice

Francesca Mezzadri


BIBLIOTECA
di Chicca Morone



 
Carme ipogeo
 
Mario Marchisio (Torino, 1953) è laureato in legge, con studi letterari e teologici capillari; presenta la raccolta Carme ipogeo (Landolfi Ed. 2025 € 12) un’opera che va considerata da molti punti di vista, non solo per come si presenta attraverso una copertina/saio bianco su cui spicca l’immagine della sua poesia-testimone chiave di quello che vuole comunicare. Non è difficile interpretare ordalia come una “pittura” nel suo insieme, creata dal gesto grafico: i primi 2 versi descrittivi di una realtà immanente, ma nel terzo incomincia a emergere la parte inquietante: il sole irride l’asfalto e il demoniaco appare stringendo al collo il guinzaglio. Fin qui il rigo è aderente: non c’è spinta al movimento da parte dell’autore. L’ordalia è storicamente e a tutti gli effetti il giudizio di Dio richiesto in vertenze giuridiche che non si potevano o non si volevano regolare con mezzi umani. Era praticato dai popoli germanici dell’Alto Medioevo in varie forme: duello, prova del fuoco, dell’acqua, della croce, ecc. L’ordalia è, nella mentalità primitiva, il diritto fuso con la religione, nel quale la divinità stessa - invocata direttamente dall’imputato o dal sacerdote - emette la sentenza attraverso una prova: se riesce favorevole testimonia la sua innocenza, in caso contrario afferma inappellabilmente la sua reità. In tutti questi casi l’ordalia compie la medesima funzione dell’oracolo. Nella seconda parte della poesia, inizia il movimento, la creazione, il salto dall’inconscio verso la realtà, dove il titolo della poesia prende il suo significato, perché lo svelarsi dell’ordalia non resta sospeso nel vuoto, ma si condensa nella materia cerebrale, non un semplice miraggio.
Così nell’avvicinarsi del grande salto l’autore tiene gli occhi ben aperti perché vuole essere attivo e non subire incoscientemente il destino. Ecco che la scrittura prende un altro modo di comunicare: il rigo non è più aderente perché il bisogno di affrontare l’evento con dignità gli impone saggezza. Il canto è sepolcrale perché l’ipogeo (hypógheios) è un luogo sotterraneo, scavato nella terra dove morte e nascita hanno il loro inizio e fine. È un luogo che viene vissuto dall’autore con curiosità: tutte le lettere che si allungano sotto il rigo sono ampie e tondeggianti e possono contenere il concetto dell’Oltre senza annichilirsi, anche se il sostrato può essere lugubre. Avevo inteso/Che non era soltanto/Un lungo attendere la morte /Vivere/ Tenevo appeso/Alla cintura il giorno, alla memoria/Labile/Quasi me stesso e il mondo. (Guado, pag.76).
Ma ritornando al gesto grafico, è maschile nel penetrare l’ambiente, femminile nel percepirne i colori, le sfumature: determinato e rapido nella scelta dei mezzi, creativo nel trovare situazioni diverse a problemi simili. Da un intellettuale pragmatico come Marchisio è strano veder uscire tra le sue poesie figure angeliche; ma considerata l’ampiezza della sua cultura, angeli e demoni navigano felicemente tra un verso e l’altro. Il sangue domina la prima sezione della raccolta, sangue sparso dai violenti, sangue che si rinsecchisce nelle vene dopo che il cadavere si raffredda, sangue auspicato dalla creatura che opera costantemente per il male degli uomini: il diavolo. Lucifero, Arcano dei Tarocchi, in persona e in effigie, Satana.  Satana gode come un pazzo nel constatare come l’ipocrisia umana, mentre si firma per la pace, prepara massacri sempre più terribili. È un diavolo in doppiopetto, politico oggi si direbbe da premio Nobel, quello che partecipa alla conferenza di Ginevra e, come succede anche oggi e sempre succederà, l’inchiostro con cui si firmano i trattati ha la composizione chimica del sangue.
E dico: la guerra è finita, finita per sempre/Solo il Giappone si ostina, ma certo/ Prevarrà la ragione, il buon senso. Che gioia/Nel sentirli tutti d’accordo, avvinti!/Con l’occhio interno contemplo lo sfacelo/D’Hiroshima e anche l’altro. 
(Satana in Svizzera, Agosto 1945).
Perché possedere una copia della raccolta e soprattutto perché leggerla, rileggerla, assaporarla lentamente. Perché riserva sorprese interessanti a più livelli. Perché è un susseguirsi di immagini intime che ci appartengono. Perché è un viaggio nell’inconscio dove ogni pagina è una scheggia di uno specchio spezzato. Perché è un testo che ci offre variazioni sul tema della vita morte uniche, senza suscitare angoscia o inquietudine.





TRA LE RIGHE
di Cataldo Russo



 
 
 
Presentato Nella biblioteca di Settimo Milanese sabato 7 dicembre 2026 la raccolta poetica ‘Ndrangheta di Alfredo Panetta- Passigli Editori (2025)
 
La poesia scritta in vernacolo calabrese è relativamente giovane se la confrontiamo con quella di altre regioni. Le prime opere in vernacolo calabrese risalgono al XV secolo con i poeti Antonio Sergentino Roda, vescovo di Rossano, che nel 1438 tradusse in dialetto alcuni brani dei Vangeli di Luca e Marco, di Joanne Maurello che sul finire del ‘400  scrisse il Lamento funebre in onore di don Enrico d’Aragona, marchese di Gerace e suo amato signore, morto prematuramente.
È però nella seconda metà del ‘600 che il vernacolo fa ingresso nella letteratura calabrese a pieno titolo grazie al sacerdote e poeta apriglianese don Domenico Piro, meglio noto come Duonnu Pantu, che scrisse due tra i poemi più dissacratori di tutta la storia della letteratura italiana, Cazzeide e Cunneide, in vernacolo apriglianese. È nell'Ottocento che la letteratura vernacolare calabrese compie quel salto di qualità che la fa uscire dalla “clandestinità” e dalla dimensione localistica  e bozzettistica grazie a poeti come Padula, Ammirà, Pelaggi, Michele Pane, Bruzzano, Giunta.
Un altro salto importante la poesia vernacolare calabrese lo compie negli anni ’60 e ’70 del Novecento trasformandosi in uno strumento di indagine esistenziale, sociale e di recupero identitario. In questo periodo, il dialetto non è più solo la lingua del folclore, ma è una lingua poetica ricca, utilizzata per esprimere l'ansia, la rabbia, la memoria, la bellezza e la nostalgia di una Calabria in rapida trasformazione. 
È in questa tradizione che si inserisce la poesia di Alfredo Panetta.
Di un poeta nato nell’estremo Sud, Locri in provincia di Reggio Calabria ed emigrato a Milano, che usa il dialetto del suo paese come strumento per dare corpo e sostanza ai suoi sentimenti, alle sue passioni e ai moti dell’anima, ci si aspetta una poesia dove il temi dominanti siano il rimpianto, lo sradicamento, l’abbandono, la nostalgia, l’ansia del ritorno e anche una punta di ribellione. Non è così  o, meglio, questi temi sono presenti nella florida produzione poetica di Panetta ma sono declinati in modo tale che delusione, rabbia, rimpianto  risultino stemperati  dalla forza del ricordo, dalla capacità di vedere le cose con l’occhio di chi sa guardare  a distanza e oltre le apparenze. 
C’è nei versi dialettali di Panetta, il sudore del lavoro, il profumo della terra vangata dai contadini,  degli alberi e dei frutti della sua Calabria, ma c’è anche la delusione nel constatare che sua Regione sia finita in mano a persone che ne minano e compromettono la serenità, la bellezza, l’integrazione, la cultura millennaria. Panetta è anche un poeta civile e  non si tira indietro quando si tratta di denunciare  nei suoi versi il  cancro della ‘ndrangheta che rischia di mandare in metastasi l’intero tessuto della regione.
La scelta di usare il dialetto è una scelta consapevole perché Panetta conosce bene  le grandi potenzialità che il dialetto ha in quanto  esso si porta dietro la sedimentazione di culture millennarie come quelle dei Bruzi, degli Enotri, dei Greci, dei Romani, dei  Bizantini, dei Saraceni, dei Francesi, e degli Spagnoli, tanto per elencarne alcune. Panetta, quindi,  sceglie scientemente la sua lingua madre, il locrese,  perché è consapevole della forza espressiva e del grande ritmo e musicalità che ha. Il suo verso si irrobustisce, quindi, della sedimentazione di tutte le antiche civiltà che hanno attraversato la Calabria, terra di conquiste, prima fra tutte quella greca. Ma si alimenta soprattutto della saggezza del mondo contadino, sempre presente nei suoi versi. Panetta ha pubblicato 5 raccolte di poesia: Petri ‘i limiti (Pietre di confine, Moretti& Vitali, 2005); Na foliant’èfalacchi (Un nido nel fango, Edizioni CFR 2011); Diricati chi si movinu (Radici mobili, Ed. La Vita Felice 2015); Thra sipali e sònnura (Tra nidi e sogni, Puntoacapo 2018); Ponti sdarrupatu (Il crollo del ponte, Passigli 2021). Panetta è vincitore di numerosi premi letterari ed è molto apprezzato nel panorama poetico milanese.
Se in Ponti sdarrupatu  ci parla di ferro che arrugginisce, di cemento che si sfarina e si scioglie, di pilastri e ponti che cadono e di vite perdute a causa dell’ingordigia umana, in quest’ultima raccolta, ‘Ndrangheta, il poeta pone la sua attenzione sul male che la presenza ndranghetista porta con sé.  E lo fa senza retorica e senza infingimenti attraverso i suoi versi liberi, dal tono espressionistico e metaforico molto forte. Il ritmo dei versi è qualche volta risentito, amareggiato, intenso, ma mai ridondante e demagogico. La sua poesia colpisce anche per la ricchezza di figure retoriche e i molteplici riferimenti a fatti reali.
Numerose le persone che hanno partecipato attivamente alla presentazione del libro nella sala della biblioteca di Settimo Milanese ponendo domande cui il poeta ha risposto in maniera pertinente e d esaustivo. Hanno dialogato con lui lo scrittore e poeta Cataldo Russo e la giornalista e poetessa Carla Ghisani.





POETI TRADOTTI
di Anna Rutigliano


 
Dal celestiale al reale, dall’iperbolicità all’autenticità: la “Dark Lady” del Bardo di Stratford-upon-Avon in tutta la sua unica e imperfetta bellezza.
 
Gli occhi della mia amata
Sonetto 130 di W. Shakespeare
 
Gli occhi della mia amata non sono come il sole;
il corallo è molto più rosso del rosso delle sue labbra;
se bianca è la neve, grigiastri allora i suoi seni;
se setosi son i capelli, nere setole le spuntano in testa.
Ho visto rose damascate, rosse e bianche,
ma non ne vedo di simili sulle sue gote;
e in alcuni profumi c’è maggior delizia
che in quella del suo alito.
Io amo la sua voce, eppur so bene
che la musica ha un suono molto più piacevole;
ammetto di non aver mai visto una dea camminare;
(quando la mia amata si muove, sembra calpesti il suolo).
Ma, per il cielo, credo che la mia amata sia talmente unica
quanto ogni altra donna falsamente decantata.

(My mistress’ eyes di W. Shakespeare)    

SCAFFALI
di Rosella Simone 




Farfalle nel tempio
 
Scrivere dopo Auschwitz è un atto di barbarie”, scriveva Theodor W. Adorno e non aveva ancora visto la insopportabile crudeltà espressa dai discendenti delle vittime di Auschwitz nei confronti delle popolazioni di Gaze e della Cisgiordania, come se il dolore procurato infettasse le vittime che se ne devono liberare scaricandolo su altre vittime. Poi, è arrivato Paul Celan a confutare Adorno, sostenendo la necessità di tenere viva la lacerazione della memoria, e ha scritto un dolore così potente da spezzare i muri del silenzio. Né Adorno né Celan potevano immaginare il martirio della Palestina, del Rojava, del Congo, del Sudan e altri ancora, e neanche la volgarità esaltata come strategia politica ma, noi che siamo venuti dopo di loro e dopo la Seconda Guerra Mondiale, noi che questo tempo stiamo vivendo, ci troviamo spesso a pensare con Adorno, che il tempo della poesia sia definitivamente finito, che la bellezza e le parole non possano più avere un senso autentico d’amore e di civiltà. La questione rimane viva e palpitante, anche se non ci sono né Adorno né Celan, e smuove le coscienze. Siamo ancora umani o siamo prodotti di scarto, eccedenze di mercato. La poesia e la bellezza possono ancora visitare il nostro tempo? Esiste il tempo delle farfalle? Possono le loro ali delicate e cangianti riverberare nella sensibilità di noi contemporanei assordati dalla tv, dai social e sconfitti dall’IA? Antonio Ricci in Farfalle nel Tempio (80 pagine, euro 13, edizioni La vita felice) ci crede e ci offre 80 liriche accompagnate da disegni di artisti in sintonia con i testi. Il libro, in preziosa carta avoriata ottenuta da pura cellulosa e cartoncini riciclati, è diviso in due parti, nella prima, come scrive nella prefazione Giovanni Ribaldone, “ci “troviamo sensazioni ed emozioni umane che tutti possiamo provare in particolari momenti della nostra vita o in certe situazioni” quando “al buio delle stelle, i suoni ascoltano il silenzio della luna” o quando “Tolgo la pelle al mio dolore” e “Le parole, in punta di piedi, cuciono la luce dentro le palpebre chiuse”. Anche Antonio, almeno mi pare, dubita del poetare quando scrive,” La poesia desidera la bellezza delle parole”, un desiderare che non può evitare perché “è il rigagnolo nel sangue vivo/del corpo, è il gancio nella carne. È licenziosità della/libertà”. Dubita forse ma non può farne a meno, il poeta ha bisogno della bellezza per non sfiorire e dissolversi in polvere. Per Ricci poi, le parole “invitano nel rumore al rifugio del suono e, nella mancanza, fluiscono nel carsico ignoto delle acque”, non a caso è anche musicista e suona nella mitica “banda degli ottoni” che ormai conosce anche chi non è milanese per quella gioia di suoni e di esistenza che porta nei cortei e nelle cerimonie di protesta. Non per nulla questa è una raccolta di poesie che non dimentica il tempo della sofferenza e della lotta contro la guerra, i femminicidi, le morti sul lavoro e “Il grido di Gaza soverchia la barbara/incontinenza di militari in esercitazioni/per un genocidio”.

 


 

AL CIRCOLO DE AMICIS DI MILANO
Per il No al Referendum





MEMORIA 
In via Mancinelli a Milano per ricordare Fausto e Jaio





    

sabato 14 marzo 2026

AUGURI AD UN UOMO GIUSTO


Zaccaria Gallo
 
Care lettrici e cari lettori di “Odissea”, stamattina avete letto (e leggerete) il magnifico scritto di Zaccaria Gallo sull’anniversario della morte di Ada Prospero Gobetti. Ma oggi Zaccaria festeggia il suo 87° compleanno in quel di Bisceglie ed è doveroso da parte di tutti noi fare a quest’anima giovanissima, a questo spirito indomito, i nostri più cari e fraterni auguri. Vogliamo dirgli, abbracciandolo da lontano, che come lui anche noi, finché avremo un alito di vita, ci batteremo per l’umano contro il disumano, per la vita contro la morte, per la libertà contro le oppressioni, per la pace contro la guerra. Sempre e comunque. [Odissea]    

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