UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 11 aprile 2021

PER NON DIMENTICARE
di Andrea Valesini

 
Il Bosco della Memoria
 
Bergamo. Qual è il modo migliore per non dimenticare le 7 mila vittime bergamasche del Covid? I parenti portano dentro di sé il ricordo e il dolore per i propri cari scomparsi ma la pandemia nel suo violento impatto sul nostro territorio ha avuto un effetto non solo letale per tante, troppe persone, ma anche sulla vita pubblica, costringendola per lunghi mesi negli argini delle restrizioni, della libertà ridotta. I divieti e le zone rosse ci hanno fatto riscoprire il bisogno e il valore della relazione, ma anche della comunità che si è organizzata per rispondere alle richieste delle tante persone che vivono sole. Il Bosco della Memoria per ricordare questa epoca che è già storia è una risposta adeguata. Sta sorgendo al parco della Trucca, l’area verde più grande e più accessibile di Bergamo. Il progetto, pensato dall’Associazione Comuni virtuosi e disegnato dall’architetto Paola Cavallini e dall’agronomo Roberto Reggiani, è stato adottato dall’amministrazione comunale. Saranno piantati 750 alberi, oltre che arbusti: 130 da frutta, 70 da bosco e 90 piccole piante. Il progetto prevede 1.300 metri quadri di percorsi pedonali interni alle isole alberate e alcune panchine per chi vuole sedersi in raccoglimento. Sarà un luogo vivo: uno spazio appunto di comunità, dove realizzare iniziative culturali, ricreative ed educative, con un’aula didattica a cielo aperto per le scuole, ma accessibile a tutti i cittadini che vorranno far crescere questo luogo. 



Il primo albero è stato piantato il 18 marzo scorso alla presenza del presidente del Consiglio Mario Draghi che ha scelto non a caso Bergamo per celebrare la prima Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, sancendo così l’importanza del Bosco non solo per la nostra città. Il progetto ha un costo complessivo di 250 mila euro, finanziato in parte da Palazzo Frizzoni, dall’Associazione Comuni virtuosi e da sponsor privati locali e nazionali. Ma soprattutto da un’incredibile raccolta fondi tra i cittadini: l’obiettivo era una somma di 50 mila euro, ne sono stati raccolti oltre il doppio (126.618) grazie a quasi 600 donatori. A sottolineare il carattere popolare dell’iniziativa e di quanto la ferita del Covid sia presente nei bergamaschi. Il Bosco della Memoria non vuole essere un monumento ma un luogo simbolo della rinascita, il ricordo e il futuro che si tengono la mano, frequentato da scuole ma anche da cittadini adulti. La speranza di un avvenire migliore tutto da costruire: quello che affronteremo quando il virus sarà battuto, non è lo stesso mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Dovremo curare tante ferite, anche quelle economiche e della perdita del lavoro. Sfide che potremo sostenere solo essendo davvero comunità, dopo esserci scoperti fragili e aver imparato (speriamo) che da soli non si va da nessuna parte. 
C’è un particolare che non va dimenticato ed è grande: il Bosco e l’ospedale Papa Giovanni XXIII si guarderanno, il luogo dedicato alle vittime e la frontiera dove medici e infermieri nei mesi più terribili, di giorno e di notte e dando fondo a tutte le loro energie hanno curato centinaia di malati di Covid. Ne hanno salvati molti, altri purtroppo sono morti. E il Bosco della Memoria sarà lì a ricordare le loro vite, ricche di lavoro, di cura dei figli e in tanti casi di impegno sociale. Un luogo anche per ringraziarli di ciò che ci hanno lasciato.

 

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada


La parola


Come ho sempre sostenuto, la parola è metafora del grembo e il significato al simbolo verbale viene assegnato da chi conia le parole. I greci, elaborando (lego) λέγω: dico, annuncio, significo, scelgo, dissero alla lettera: dallo sciogliere il generare è ciò che faccio. Alcuni pensarono che il grembo pronunciato significasse, annunciasse, dicesse, altri pensarono, molto probabilmente, che l’allevatore sceglie la coppia per la riproduzione. Inoltre, i greci, per indicare annunciare, che rimanda allo stesso contesto, coniarono anche (anghéllo) γγέλλω, quindi: (ànghelos)γγελος: messaggero, angelo, annuncio, da cui, trattandosi di quel particolare annuncio, divenne: (euànghelos) ε-άγγελος: annunciatore di buone notizie, quindi: vangelo. Si ricorda che nella cultura popolare si usa dire: che passi l’Angelo e dica: amen! ad indicare che quell’annuncio sia foriero di nascita felice.
 Tornando a λέγω, con il significato di: scelgo, bisogna dire che fu conosciuto dai latini, se coniarono e-ligo eligis, elexi, electum, elegere: eleggo, scelgo, di-ligo: apprezzo, ho caro (figlio diletto) e, poi, seligo seligis, selexi, selectum, seligere: scelgo, mentre da selectus: scelto si ebbe selezione. Inoltre, da λέγω: dico, fu dedotta (lexis lexeos) λέξις λέξεως: parola, che è ciò che genera il dire, ma è, soprattutto, ciò che si conferma il giorno della nascita. In altri termini, se la gestante dice quando, a seguito della crescita del flusso gravidico, lega a sé la creatura (iniziando con quel legare il computo del tempo stabilito per nascere), la parola, che è il simbolo per esprimere il dire, si verifica, si conferma il giorno della nascita, che è il mancare per eccellenza. Infatti, la traduzione letterale di (lexis lexeos) λέξις λέξεως è la seguente: dal generare lo sciogliere il crescere, che indica la crescita eccessiva e caotica del flusso, avviene il legame tra madre e creatura, anche come punto di partenza del computo del tempo necessario, da cui si deduce quando mancherà (nascerà) la creatura. Pertanto, nella civiltà agro-pastorale, quella sviluppatasi nei paesi del Mediterraneo, il rispetto della parola aveva del sacro, proprio perché sacro è il principiare della vita, di cui è metafora ed è immodificabile il giorno stabilito. Il rispetto, la stima, l’onore di una persona dipendeva, per tanta parte, dal mantenimento della parola data, al punto di dire: “parola mia d’onore”.



Da lexis furono dedotti lessico, che è ciò che è della parola, per poi acquisire il significato: insieme di parole (contenuto nel vocabolario) e lessicale. Da ricordare che da lego e lexis furono anche mutuati: dialetto, dialettico, dialettica, prolessi e prolettico.
Come espansione logica di λέγω, i greci coniarono anche λόγος, con molti significati: parola, ragione, raziocinio, pensiero, causa, intelletto, intelligenza, promessa divina, rivelazione, vaticinio, conseguenti a questa perifrasi molto generica: genera lo sciogliere del flusso il mancare (tutto quello che necessita e che necessariamente deve avvenire), per cui si possono riscontrare tutti gli elementi concettuali e verbali del prologo di Giovanni. Infatti, nel Λόγος c’è la Causa, c’è il Pensiero, c’è l’Intelletto, c’è la divina Rivelazione (il grembo rivela e promette), c’è ciò che nasce e, nel nascere, si conferma il dire (λέγω) come parola.
Comunque, da λόγος furono estrapolati, in italiano, molti simboli verbali: logico, logica, prologo (se c’è il flusso gravidico, c’è stato un antefatto), epilogo, dialogo, dialogico, filologo. Inoltre, con logo, nel senso di studioso, sono state coniate parole composte di origine greca: entomologo, psicologo, etologo, archeologo, epistemologo, demologo, etnologo ecc., da cui entomologia, psicologia ecc. Inoltre, da logo fu dedotto l’aggettivo analogo (conseguentemente: analogia e analogico), con il significato: che è in rapporto, proporzionale, proporzionato, a voler significare che quel dire determina una proporzione tra la creatura in formazione e lo sviluppo del sema/segno.



L’omologo latino di λέγω è dico, che contestualizza lo stesso momento del processo. Infatti, la perifrasi si traduce: genera il legare il passare. Quando inizia il processo di formazione della creatura, determinando l’abbozzo del grembo, la madre dice, comunica agli altri il suo stato. Il participio passato detto indica che l’annuncio della gravidanza incipiente è diventato atto, in quanto ha trovato conferma nella nascita. Detto, inoltre, diventò il detto (in dialetto a dittat’), dal latino dictum: parola, motto, asserzione, che è ciò che tutti ritengono vero o portano come esempio. Da dire furono dedotti: indire, nel senso di annuncio solenne, ma anche stabilisco per (quel giorno), editto che è una disposizione di legge forte, perché efficace, conforme a natura e, soprattutto, prescrittiva, predetto e predizione, predico, nel senso di: vado dicendo pubblicamente che una creatura arriverà, predica, come pubblico sermone, che ha la funzione di correggere i costumi (fare il sermoncino), disdire, disdetta, sia come ricusa di quanto precedentemente detto, sia come sfortuna o iattura.
Dal participio passato dictus fu dedotto dicto dictas, dictavi, dictatum, dictare: io detto come ordine, impongo, comando, prescrivo; poi, da dittato/dettato (è stato stabilito così) fu estrapolato: dittatore, che per i latini acquisì valenza positiva, in quanto quel dire divenne ottimo comando, al fine della realizzazione della creatura, così come, in situazione analoga, era stato coniato: statuire.  



Il verbo dire dette luogo a benedire e a maledire, a benedizione e maledizione, perché l’evento in atto fosse propizio o infausto. La benedizione veniva, talvolta, accompagnata da scongiuri, anche per prevenire il malocchio, così come quando si diceva: Benedica! Benedica! che era, sicuramente, una forma di superstizione, cui, però, si prestava fede. La maledizione, invece, era espressa con la bestemmia, che poteva essere un’espressione empia nei riguardi degli dèi, ma, perlopiù, si trattava di espressioni di malaugurio nei riguardi di chi aveva causato un danno o, comunque, verso una persona cattiva. I greci coniarono: (blasfemia) βλασφημία: parola empia, blasfema, oltraggio (verbale), ingiuria. Alla lettera blasfemia è formata da (femì) φημί: dico e (blabe) βλάβη: danno, rovina, per cui è molto simile a maledizione. I latini si avvalsero di perifrasi: impia verba in deos (parole empie contro gli dèi) e nefas est dictu (nefando a dirsi). Gli italici, per indicare la maledizione, si avvalsero di bestemmia, che, nel processo di riproduzione, indica un anatema: che l’evento sia infausto!
Tornando a dire, bisogna considerare che, per i latini, il vero deverbale non è tanto dictum (il detto) quanto: verbum: parola. Verbo consegue alla seguente perifrasi: è ciò che si genera dallo scorrere (che è il periodo dell’incubazione), andando a nascere (um è da rendere: è ciò che rimane). Quindi, verbo è metafora del grembo: ciò che è stato preannunciato nasce e, quindi, rimane immodificabile, per cui le parole sono pietre. Allora, il verbo (parola) va rispettato e mantenuto. Inoltre, se questo è il processo logico che porta a verbo, Giovanni, nel suo Vangelo, ne fece il Verbo, Colui che si lega al Padre e nasce fisicamente come figlio.



I greci per indicare: io parlo, che è la facoltà che oggi si acquisisce entro i due anni di età, coniarono il verbo (fthengomai) φθέγγομαι, che racchiude la seguente perifrasi: è ciò che per me nasce da dentro il crescere del grembo: il fluire, che diventa metafora dei suoni che scorrono dalla bocca. Da fthengomai fu dedotta (fthegma) φθέγμα φθέγματος: parola, che è ciò, che, dopo la crescita, rimane a legare. Per cui fthegma: rimane legando, indica che la parola non si cambia e, pertanto, vincola.  I latini si avvalsero del deponente loquor loqueris, locutus sum, loqui per esprimere il fluire di chi ha l’eloquio, immagine del flusso gravidico, per cui le parole dedotte furono: loquela, eloquente, eloquenza ecc., attinenti all’arte del dire.
Inoltre, i greci da ερω (dal generare lo scorrere: quando inizia la gravidanza), con il significato di dire, coniarono ῥῆσις: parola, discorso, anche l’aggettivo ητός: divulgabile, detto, stabilito, da cui retore e retorica e dal concetto di: stabilito fu desunto: decreto.
Gli italici coniarono parlare, da cui dedussero parola. Infatti, così come i greci avevano escogitato λέγω e i latini dico, gli italici dissero che l’abbozzo del grembo parla, comunicando l’evento per una data certa mediante la parola.



La parola
è sicuramente quella che uso per parlare/comunicare, ma è anche ciò che concepisco e genero, per cui, solo negli insensati la parola è a vanvera, diversamente è qualcosa che attentamente valuto e soppeso prima di pronunciarla, anzi è necessario che sia ponderata diligentemente proprio per le conseguenze che determina. Poi, per una persona precisa e seria, è anche quella che fa fede, sciogliendosi e verificandosi al momento opportuno: il giorno della nascita. Dare la parola significa impegnarsi a rispettare la parola e il mancato rispetto genera disonore e porta a litigi, a fare parole (in dialetto: paruuià), che, quando vengono pronunciate, volano, ma restano anche come macigni.

 

 

MINIMA IMMORALIA



“Le case farmaceutiche non badano a proteggerci,
ma a proteggersi, con guerriglie intestine.
La cosa migliore, per loro, sarebbe che i vaccini
noi li facessimo tutti, e tutti”. 
Nicolino Longo

sabato 10 aprile 2021

LE LEZIONI DELLA PANDEMIA CENTO ANNI FA   
di Romano Rinaldi

 
È il 30 Maggio 1919, vale a dire 102 anni fa, la rivista Science, tutt’ora una delle più autorevoli riviste scientifiche, pubblica un articolo intitolato: “Le lezioni della pandemia” (1) scritto da un certo George A. Soper, maggiore nell’esercito americano, ingegnere del genio addetto alla sanità. Si trattava della epidemia mondiale di influenza “Spagnola” che di spagnolo aveva ben poco se non l’aver colpito, tra i primi, un membro della casa reale di Spagna. E questo chiaramente fece notizia.
È stupefacente ritrovare in quell’articolo un gran numero di attualissime osservazioni, peraltro divenute ormai ovvie, dopo che ce ne stiamo occupando da 16 mesi a partire dall’arrivo della pandemia da SARS-Cov-2 nell’inverno 2019, a quasi cento anni esatti da allora. Logicamente quella prima volta, poco o nulla si sapeva sui virus e veniva ipotizzata l’esistenza di un batterio come veicolo dell’infezione. Tuttavia le raccomandazioni che il maggiore Soper elenca per evitare o almeno limitare la diffusione dell’infezione sono esattamente quelle che ci stanno assillando da quasi un anno e mezzo e ci accompagneranno, purtroppo, ancora per un po’.
Il dodecalogo contenuto nell’articolo, raccomandato dal Comando Medico Militare e pubblicato per ordine del Segretario Generale della Guerra perché gli sia data la massima diffusione, comprende i seguenti punti: 1. Evitare gli affollamenti - l’influenza è una malattia da assembramento. 2. Coprire starnuti e tosse - gli altri non vogliono i germi che tu butti via. 3. Il naso, non la bocca è fatto per respirare - prendi l’abitudine. 4. Cura la pulizia della bocca, della pelle e degli abiti. 5. Mantieniti fresco quando cammini e caldo quando vai a cavallo e quando dormi. 6. Tieni le finestre aperte a casa la sera; in ufficio il giorno, quando possibile. 7. L’alimentazione ti aiuterà a vincere - scegli buon cibo e mastica bene. 8. Il destino è nelle tue mani, lavatele bene prima di mangiare. 9. Agevola il passaggio intestinale bevendo uno o due bicchieri d’acqua appena alzato. 10. Non usare tovaglioli, asciugamani, cucchiai, forchette, bicchieri o tazze che sono stati usati da altri e non lavati. 11. Evita abiti, scarpe e guanti stretti, fai della natura un tuo alleato, non la tua prigione. 12. Quando l’aria è pura, respirala a pieni polmoni.



Adattando queste semplici istruzioni ai nostri tempi, magari riducendole a un decalogo ed aggiungendo la mascherina, ecco che siamo perfettamente in argomento. La mascherina in effetti era già stata adottata anche allora, tuttavia Soper, pur menzionandola, non le attribuisce grande efficacia pensando che dove passa l’aria, passa l’infezione. Non conoscendo le dimensioni del virus aveva ragione anche su questo.
Un altro aspetto molto interessante è l’analisi delle cause che hanno portato alla grande diffusione della malattia che, con oltre 50 milioni di morti in tutto il mondo, era già riconosciuta come la pandemia più disastrosa nella storia dell’umanità. La natura polmonare della malattia era ben presente, come del resto erano già ben note altre patologie polmonari che causano la morte ma a questa malattia venne attribuito il termine di “influenza” data l’incerta e sfuggevole natura del patogeno diffuso con l’alito, il virus H1N1 dell’influenza di tipo A, identificato solo una trentina di anni fa. Ma la parte più interessante delle osservazioni fatte dal maggiore Soper riguarda l’attitudine delle persone e la necessità di ottenere l’obbedienza a regole difficilmente condivisibili dalla popolazione in generale.
In primo luogo viene riconosciuto il fatto che la responsabilità principale nella prevenzione del contagio, ricade su ciascuno di noi e sul nostro comportamento, individuale e sociale. Soper scrive infatti: “le persone non apprezzano i rischi che corrono con comportamenti contrari alle regole stabilite”. E più avanti nel testo conclude: “L’infezione e il contagio, contrariamente ad altre malattie a larga diffusione quali il tifo e la malaria, non possono essere evitati attraverso lavori di bonifica o di natura sanitaria. Devono essere controllati per mezzo di procedure amministrative che inducano gli appropriati comportamenti di auto-protezione degli individui”.



È dunque responsabilità dei governanti convincere le persone ad adottare tutte le misure atte a ridurre il contagio e mettere sotto controllo la diffusione della malattia per la salvaguardia della salute di tutti. Poi, con straordinaria lucidità afferma: “Ragionando per analogia, sembra non improbabile che il virus dell’influenza sia esistito altrove, probabilmente tra persone che hanno acquisito tolleranza ad esso (asintomatici, ndr) e successivamente introdotto presso altri per i quali era sconosciuto e per questo più suscettibili di contrarre la malattia. Questo può dar luogo ad una epidemia che può diffondersi a proporzioni pandemiche”.
Da notare che le raccomandazioni di Soper andarono anche oltre, con la proposta dell’istituzione di un organismo sovranazionale di controllo della diffusione di malattie (2) che, altrimenti, possono diffondersi in tutto il mondo senza controllo. Aveva infatti gettato le basi per l’istituzione, nel 1948 dell’OMS presso l’ONU. Tuttavia la sua raccomandazione che “la prossima pandemia non sia affrontata semplicemente affidandosi alla speranza, ma costruendo un organismo vivo, efficiente ed energico che possieda reali poteri per agire tempestivamente su larga scala”, sembra proprio non essere stata tenuta in grande considerazione!
 
Bibliografia
1. George A. Soper, The lessons of the pandemic.
Science, Vol. XLIX. No. 1274, pp. 501-506.
2. George A. Soper, The need for an international
health commission.
The New York Medical Journal, May 1919.  
In: Burdick. The pandemic and the limits of Science.
The New York Times, March 16, 2021.

IL PENSIERO DEL GIORNO



La vita: tutti vorremmo che avesse un fine,
e non una fine.
Nicolino Longo

venerdì 9 aprile 2021

SAFFO A PRESIDIO DI ERDOGAN
di Gabriella Galzio

A destra il rozzo boia
 
L “incidente” diplomatico occorso di recente in Turchia, che ha visto protagonisti Von der Leyen, Michel e Erdogan, merita una seria riflessione plurima. Primo che non è stato un incidente, ma un premeditato atto di sfregio da parte di Erdogan nei confronti di una donna prima ancora che dell’istituzione europea che questa rappresenta. Una conferma, del resto, della decisione di ritirare il sostegno della Turchia alla lotta contro la violenza sulle donne. In tal senso il ritiro dai trattati e la violazione dei cerimoniali diplomatici (che in precedenza avevano già visto la compresenza di tre figure istituzionali uomini accomodate su tre poltrone in pari dignità) attestano da parte di Erdogan una volontà di affermazione e sopraffazione della più arretrata civiltà patriarcale islamica su quella ebraico-cristiana occidentale. Perché va detto: quella islamica e quella occidentale sono entrambe civiltà patriarcali, ma quella occidentale ha fatto significativi passi avanti rispetto al suo passato e rispetto a quella islamica, sua sorella abramitica. E sulle distinzioni bisogna esercitare vigilanza, perché è risultato evidente che la misoginia non è soltanto un fatto grave in sé, ma è il campanello d’allarme che l’intera società sta volgendo in senso reazionario, autoritario, bellicista, omofobo, sessista dove alla cancellazione dei diritti civili all’interno corrisponde l’espansionismo militare all’esterno, dove aggressione, violenza, prevaricazione stanno alzando le loro bandiere! Ecco che la risposta di un Michel è stata oltre che miserabile, ottusa, nella sua connivenza con il patriarca Erdogan; incapace di contrastare la sua stessa misoginia latente, ha finito per avallare un cerimoniale di sottomissione della stessa Unione europea e di una intera civiltà anni luce più evoluta; anziché farsi trainante di un processo progressista e liberatorio di tutta la compagine umana, Michel ha preferito ripiegare (forse persino segretamente compiaciuto) a fanalino di coda di una forza politicamente e socialmente reazionaria e pericolosa. Ho raccolto finora testimonianze di indignazione da parte di uomini di destra e di sinistra, ed è tutto dire, e non posso non ripensare a mio padre, certamente più tardo-paternalista che femminista, il quale sicuramente avrebbe ceduto il posto a una signora. Segno che per Michel e gli uomini come lui, è tramontato persino quel romantico beau geste, certamente di segno maschilista, ma per lo meno ancora memore di più nobili ideali di cavalleria. E allora l’invito rivolto a uomini e donne è di interrogarsi sul loro stato di interiore misoginia che spesso inconsciamente irraggia i propri comportamenti, per stanare il nemico interno pronto a soggiacere al dominio del più rozzo e più violento. E per associazione d’idee un esempio illuminante: chi avrà visitato il museo di Heraklion a Creta, avrà sicuramente notato l’eleganza slanciata delle figure minoiche, e di contro la rozzezza delle successive e tozze “ceramiche barbariche” impostesi con le invasioni doriche! E come non ricordare la “veneranda” Saffo che alla vista della rozzezza trasale! “Quale rozza ti incanta la mente/ indossando una veste rozza/ incapace d’alzare sulla caviglia i suoi cenci?” Qui il canto di Saffo ci giunge come metafora di civiltà. E la storia dovrebbe esserci di monito di come facilmente possano essere sradicati brutalmente o sbiadire mestamente i valori di una civiltà che proprio Saffo ancora impartiva nel suo tiaso: l’amore per il buono e il bello, la gioia, la grazia, l’eleganza, lo splendore, la musica, la danza, il canto, la poesia… Valori che un Erdogan, e a ruota un Michel, pare aver dimenticati alla luce sinistra della guerra! Quando, insieme agli ideali di cavalleria è tramontato un modello di virilità, e ancora non se ne scorge uno nuovo ispirato a criteri più pacifici ed egalitari, bisogna stare all’erta, che in questo vuoto non si insinui il verme della regressione, ma nell’incertezza prevalga la saldezza dello sguardo in avanti. Michel avrebbe avuto almeno due modi per spiazzare il suo volgare ospite: cedere la poltrona alla signora o sedersi accanto a lei sul divano. Persino un qualunque marito non avrebbe “tradito” la sua signora. Michel non l’ha fatto, e l’Unione europea dovrebbe chiedergli simbolicamente di fare un passo indietro rassegnando le dimissioni dalla carica che, insieme a quella della Von der Leyen, ha oltraggiato - a scanso di equivoci e perché non si ripeta.

LETTURE
di Gabriele Scaramuzza

 


 
Durs Grünbein a Milano

  
È ancora Rosalba Maletta - come già ha fatto per Walter Benjamin - a guidarci in compagnia nella recente visita Milano di Durs Grünbein: “Un poeta che, come nella migliore tradizione della poesia europea, da Eliot a Valéry, da Rilke a Pound, vede l’espressione poetica come esercizio di pensiero, vero inscindibile legame, per riprendere la definizione valeriana, di suono e senso” - così scrive Elio Franzini nella sua nota introduttiva a Il bosco bianco. Coinvolgono il lettore le originali notazioni di Grünbein sulla Stazione Centrale, sul Duomo (il “bosco bianco” cui è dedicata appunto la poesia Der weisse Wald, scritta per l’occasione), sulla Galleria; con tutta la vita che fa loro da contorno, nello spazio e nel tempo. Le parole, i reperti, le immagini di Grünbein non si arrestano infatti al presente: recano traccia del passato, proiettano la Milano di oggi verso una Milano che non è più, e verso una Milano che temiamo sarà. Si mescolano cartoline di oggi e di ieri raccolte nell’archivio del poeta; la menzione di Stendhal si accompagna a quella di Silone, di Gadda, di Milo De Angelis, di Alda Merini, di Anna Maria Carpi. Sono presenti film di Antonioni (Cronaca di un amore, La notte) e di Pasolini (Teorema); gli echi riflessi su Milano di eventi presenti e trascorsi: la nascita a Milano del fascismo, la caduta del Muro. Eventi intrecciati si riflettono l’uno sull’altro nel “Discorso di Milano” pronunciato da Grünbein nell’Aula Magna dell’Università degli Studi, in occasione del conferimento della pergamena dalla Città di Milano, il 24 ottobre 2019, nel trentennale appunto della caduta il Muro di Berlino.
Ma è Rosalba Maletta, e con lei siamo noi che seguiamo Grünbein, con gli occhi pieni del nostro oggi. Qualcosa torna qui di A Milano con Benjamin. Soglie ipermoderne tra flânerie e time lapse (1912-2015), Mimesis, Milano 2015; una fotografia di Benjamin è presente non a caso in Il bosco bianco. Riprendendo parole della mia recensione di A Milano con Benjamin (dicembre del 2015 su “Odissea”), il testo vaga con lo sguardo vigile, e con nessun cedimento a toni celebrativi o nostalgici, tra luoghi diversi che sono anche tempi diversi. I tempi talora si distendono nella lentezza del nostro svagato passeggiare, talaltra si contraggono in sguardi d’attesa, si proiettano ansiosi nel domani, fino al nostro oggi. Questa doppia prospettiva afferra alla gola: è la realtà del nostro vagare tra il passato ancora bruciante che “dice”, e l’attualità dei nostri passi convulsi. Questa oscillazione del tempo è il nostro presente. La nostra vita non si svolge in un tempo uniforme e continuo, vive di questi strappi, di queste proiezioni; e qualcosa permane.
Tanta storia scorre nei versi di Durs Grünbein, la prima poesia del libro si intitola Il 23 agosto 1939, il giorno funesto del patto Ribbentrop-Molotov. Tutte le altre poesie, inedite anche in tedesco e per la prima volta tradotte in italiano da Maletta, contengono una straordinaria ricchezza di temi e di riferimenti, del tutto coinvolgenti per noi lettori; e che testimoniano di un impegno etico che non si può che condividere. Un panorama attento e completo di esse, e un penetrante commento, ci sono offerti da Maletta nella sua ricca Postfazione: Poesia e discorso civile. Leggere la contemporaneità con Durs Grünbein; sua è anche un’utile e snella Presentazione. Tra le mie scarse letture su questo poeta segnalo insieme la Prefazione di Anna Maria Carpi (la sua maggior traduttrice in italiano) a: Durs Grünbein, A metà partita. Poesie 1988-1999 (Einaudi 1999). E anche la sua breve Postfazione a un altro testo che ha curato, di Durs Grünbein, Della neve, ovvero Cartesio in Germania (Einaudi 2005).
È superfluo qui ripercorrere il testo che presentiamo: lo ha già fatto magistralmente, con competenza e sensibilità per me inarrivabili, Rosalba Maletta. Queste brevi righe valgano come invito alla lettura del libro, certo, senza tuttavia tralasciare quanto in esso ha scritto. Voglio piuttosto concludere con parole dello stesso Grünbein in “Postilla su me stesso”, l’ultimo dei saggi pubblicati in I bar di Atlantide (trad. di Giulia Cantarutti, Einaudi 2018): “Nella strada della poesia moderna io sono entrato dalla sua fine estrema, là dove lasciava il posto alle disadorne e tristi zone periferiche, presso i capolinea dei tram, gli ingressi in autostrada. Ciò che vidi per la prima volta furono muri grigi, spazi vuoti tra case, fisse lungo la strada, terra squarciata e rovesciata”. Inoltre: “scrivere poesie è innanzitutto un esercizio di radicale autoesplorazione. È rivolto contro le generalizzazioni”, “educa colui nel quale si desta a opporre permanente resistenza al fatalismo dei fatti”.


La copertina


Durs Grünbein
Il bosco bianco. Poesie e altri scritti
Nota introduttiva di Elio Franzini
a cura di Rosalba Maletta
Mimesis, Milano 2020
Pagg. 104, € 12,00
Testo tedesco a fronte 

 

ELOGIO DELL’AFORISMA



“Un pensiero quanto più è secco,
tanto più è verde”.
Nicolino Longo

MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ ESTERO
 


Il 7 ottobre 2001 le fortezze volanti di Granbretagna e USA cominciarono a bombardare a tappeto l’Afghanistan con il pretesto dell’attentato alle torri gemelle di New York del mese precedente. L’invasione e il tentativo di sopprimere la sovranità di quel paese ebbero un iniziale successo e scatenarono gli appetiti di altri stati imperialisti. Nel dicembre dello stesso anno, infatti, il governo e il parlamento italiano, con la tempestività servile di chi vuole accaparrarsi più briciole possibili a un banchetto di rapina, si accodarono ad Americani e Inglesi con un primo manipolo di 11 militari sbarcato a Kabul a dicembre. Quella che era stata presentata come una operazione di polizia internazionale di breve durata si è poi rivelata come una guerra senza fine, tanto che il piccolo contingente si andò ingrossando fino alla compresenza di diverse migliaia di unità. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e in venti anni di guerra fiumi di sangue di innocenti sono stati sparsi e continuano ad essere versati, non solo per effetto di armi da fuoco ma anche di torture. Purtroppo questa orribile vicenda non ha cambiato l'orientamento dello stato italiano che si muove come se fosse pervaso dalla stessa ossessione dei serial killer, con la differenza che i serial killer agiscono in un quadro clinico patologico, mentre lo stato ufficiale e quello profondo che ci governano sono sospinti dalla voracità di interessi finanziari, industriali e militari. La storia non ha insegnato nulla al parlamento ed al governo italiani, ciechi e sordi alle tragedie provocate dalle guerre e ad ogni istanza “umanitaria”. L’ultima disposizione adottata è del luglio 2020 quando la Camera, senza alcun voto contrario, ha definitivamente approvato la legge relativa ai nuovi impegni militari internazionali: in tutto quarantuno missioni dislocate nei punti più sensibili del pianeta secondo il criterio del cosiddetto interesse nazionale. La nuova mappa riguarda 41 missioni con un impegno complessivo di più di 8000 militari ed una spesa stimata di circa 1200 milioni di euro. È degno di interesse vedere come sono distribuite le missioni con riferimento alle organizzazioni internazionali con cui vengono svolte:
12 della U.E., 9 della NATO, 7 dell’ONU e, da sottolineare, 13 su base nazionale o in coalizioni internazionali “ad hoc”.
 
Questi i principali interventi deliberati
(Non sempre i dati degli effettivi sono stati pubblicati in modo preciso, alcune informazioni mancano come se fossero state segretate)


NUOVI IMPEGNI
 
Takuba nel Sahel, una forza multinazionale “ad hoc” che raggruppa alcuni Paesi europei a guida francese e che opererà a fianco dell’Operazione francese Barkhane. Si tratta quindi di una missione non emanazione di U.E. NATO o ONU, una task force composta da Forze Speciali e il cui compito principale è quello di fornire attività di consulenza, assistenza, addestramento e guida a supporto delle Forze Armate e delle Forze Speciali locali con funzioni “ufficiali” di antiterrorismo. Con questo impegno l’Italia accresce così la sua presenza nel Sahel che, tra Takuba e la missione bilaterale in Niger, arriva a 600 unità.
 
Golfo di Guinea intervento nazionale.
Un altro nuovo intervento è quello nel Golfo di Guinea, dove sono molto forti gli interessi dell’ENI e, pare, la minaccia della pirateria, con un dispositivo composto da due navi.
 
Mediterraneo centrale - IRINI
Missione europea U.E. nel Mediterraneo Centrale per la quale l’impegno italiano è quantificato in una nave e 3 mezzi aerei.
 
Le Principali Missioni Confermate

 
EUROPA
 
Missione NATO Joint enterprise - KOSOVO 620 militari
 
EUFOR ALTHEA - U.E. Bosnia Erzegovina 40 militari
 
Sea guardian mediterraneo NATO è una forza marittima multinazionale integrata composta da navi appartenenti a diverse Nazioni Alleate (NATO)
 
OPERAZIONE MARE SICURO -
intervento nazionale - con funzioni antiprofughi
 
ALTRE OPERAZIONI NATO cui partecipa l’Italia:
 
Enhanced forward presence (Lettonia) 200 militari
Standing naval forces - fronte sud del mediterraneo - 259 militari
Missioni air policing - sorveglianza spazio aereo - 135 militari
 

ASIA
 
Afghanistan - Resolute support mission NATO
con ancora 800 unità
 
Libano UNIFIL con più di 1100 unità
 
Palestina (MIADIT) 33 UNITÀ
 
IRAQ Kuwait 
 
OPERAZIONE INHERENT RESOLVE PRIMA PARTHICA 
Coalizione internazionale di 65 paesi 1100 unità
 
Intervento NATO 46 militari
 
AFRICA

LIBIA
Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (MIBIL) 400 militari
 
TUNISIA
Missione bilaterale 15 militari
 
MALI
Missione ONU “MINUSMA”
Missione U.E. “EUTM”
Missione U.E. “EUCAP “Sahel Mali”
in tutto circa 40 militari
 
NIGER
Missione bilaterale di supporto nella repubblica del Niger 300 militari
 
SOMALIA
EUTM somalia 148 militari
missione di addestramento forze polizia somale e gibutiane 53 militari
 
GIBUTI
Base militare - 117 militari.
 
[Le missioni militari italiane all’estero 
fonte Ministero Difesa gennaio 2020]
 

 

 

 

 

 

 

giovedì 8 aprile 2021

VECCHIE E NUOVE MALATTIE
VECCHI E NUOVI SFRUTTAMENTI


Opera di Vinicio Verzieri

Riflessioni di una Pasqua coatta in zona rossa
 
Anche durante la pandemia la ricerca del massimo profitto non si è mai fermata. Oltre agli infortuni e ai morti sul lavoro causati dalla violazione delle norme di sicurezza e dall’esposizione alle vecchie nocività mai risolte, con il covid, si sono aggiunte nuove malattie e morti. Approfittando della pandemia i padroni hanno affinato lo sfruttamento e l’organizzazione capitalistica del lavoro penalizzando ulteriormente alcuni lavoratori, in particolare le donne.
Il telelavoro (nome più “moderno” del lavoro a domicilio), o smart working, dove il dipendente deve lavorare, senza legami sociali con i compagni, in un ufficio di società private o pubblico, o in un magazzino, a un posto e a un orario fisso è decantato dai padroni come una forma di “libertà”. Una “libertà” che pesa soprattutto sulle donne che, oltre al lavoro domestico, con le scuole chiuse hanno dovuto badare ai figli per la lezione online e, nello stesso tempo, lavorare da casa per il padrone. Oggi il lavoro a domicilio, ancor più che in passato, è divenuto un "reparto esterno della fabbrica, della manifattura o del magazzino di merci", un decentramento degli uffici pubblici con spese a carico del lavoratore, una forma di lavoro che incrementa e comporta un aumento del profitto per il capitale e risparmio per lo stato.
Il telelavoro, spacciato come una prevenzione dal covid, una liberazione e dalla pericolosità del contatto con l’altro, è in realtà una forma di lavoro a domicilio, di divisione della classe proletaria. Anche se con un nome nuovo inglese “smart working” con il lavoro a domicilio degli albori del capitalismo non ha in comune solo il nome. Dietro l’apparente progresso nasconde una forma più raffinata di sfruttamento. Isolati ognuno a casa propria, i lavoratori perdono la nozione di cosa sono, una classe unita dagli stessi interessi. Muore così il concetto di collettività, d’interessi di classe. E muore anche il concetto di organizzazione collettiva per opporsi allo sfruttamento.
Lo sfascio della sanità e la crisi economica, iniziate ben prima dell’apparizione del Covid-19 rendono i padroni ancora più “cattivi” e impazienti di rimettere in moto il meccanismo dello sfruttamento adeguandolo alle mutate condizioni perché il profitto prima viene sempre prima di tutto anche se a scapito della salute della collettività. Da qui i continui accordi fra Confindustria e sindacati confederali. Dopo il “patto sulla fabbrica” sottoscritto con l’accordo interconfederale del 9 marzo 2018 tra Confindustria e Cgil, Cisl, Uil per incrementare la competitività delle imprese, un nuovo patto è stato raggiunto fra padroni governo e sindacati. Il 10 marzo scorso, in nome dell’emergenza nazionale stato firmato il "Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale" con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. È crollato anche un altro “mito”. I sostenitori del libero mercato, delle privatizzazioni, del “meno Stato e più mercato”, quelli che invocavano “la mano invisibile del mercato”, che fino a ieri criticavano l’intervento dello Stato nell’economia, oggi sono in prima fila a chiedere a gran voce aiuti economici dallo Stato e agevolazioni per salvaguardare i loro profitti nella concorrenza internazionale.
Il Covid-19 non colpisce le classi sociali nello stesso modo. I ricchi borghesi possono accedere alle migliori cure negli ospedali privati (di cui spesso sono proprietari o azionisti) lasciando i poveri, i proletari negli ospedali pubblici intasati e nei pronto soccorsi per i tagli da loro fatti alla sanità pubblica a favore di quella privata. Sulla pelle dei lavoratori della sanità pubblica, di tutti i lavoratori e sulle disgrazie della popolazione come sempre c’è chi arricchisce in modo vergognoso come sta succedendo ai padroni delle multinazionali dei vaccini che dopo aver ricevuto ingenti finanziamenti pubblici per la ricerca, versano nelle loro tasche enormi profitti ricavati sulla pelle dei cittadini. 
Anche durante la pandemia i profitti delle grandi multinazionali (non solo quelle dei vaccini) continuano a salire mentre le perdite sono socializzate: così i lavoratori sono doppiamente colpiti perché al danno della perdita del posto di lavoro, del peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro si aggiunge la beffa di pagare con le loro tasse presenti e future i “ristori” dei loro padroni. Per controllare il disagio, la rabbia e la ribellione crescente, il potere economico-politico mette in campo tutti i soggetti sul suo libro paga: governo di unità nazionale o larghe intese, finti partiti d’opposizione, sindacati e associazioni filo padronali. Più del Covid-19 i padroni e il sistema capitalista temono un altro virus che per loro può essere fatale, quello della ribellione organizzata, dell’insubordinazione sociale, un virus che può scuotere dalle fondamenta il modo di produzione capitalista trasformando in incubi i sonni tranquilli della borghesia. Il virus e l’acuirsi della crisi economica e sociale dimostrano ogni giorno di più il fallimento di questo sistema capitalista basato sulla ricerca del massimo profitto. 

Michele Michelino
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”

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