UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 9 ottobre 2026

ARMI SPAZIALI
di Alessandro Pascolini - Università di Padova


Iniziano sempre loro

Il 14 settembre scorso, durante un discorso programmatico alla conferenza Air, Space and Cyber 2026, il Segretario dell'Aeronautica statunitense Troy Meink dichiarò che gli Stati Uniti hanno schierato "armi di controllo spaziale in orbita in grado di difendere la Forza Congiunta da azioni ostili di avversari". È la prima volta che un funzionario statunitense ammette che gli USA possiedono armi spaziali. Meink ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli sulle capacità di questi sistemi, sulle minacce che essi dovrebbero contrastare o sulle circostanze in cui gli Stati Uniti potrebbero impiegarli: "Non intendiamo entrare nel merito di ciò che stiamo facendo, né dire se abbiamo condotto test, se non ne abbiamo condotti o altro... Mi limito a sottolineare che l’ambiente spaziale è fondamentale per la sicurezza militare ed economica e che dobbiamo garantire agli Stati Uniti la capacità di operare liberamente nello spazio". L'ammissione degli Stati Uniti ha suscitato l'immediata reazione di Russia e Cina, che hanno accusato Washington di avviare una corsa agli armamenti nello spazio. In realtà la competizione militare è strettamente intrecciata alle attività spaziali fin dalle prime esplorazioni dello spazio. In particolare, a partire dalla guerra del Golfo del 1991, le forze armate di tutto il mondo hanno integrato sempre più le tecnologie spaziali nei processi bellici, anche se gli Stati Uniti sono il primo paese ad ammettere il possesso di armi in orbita. I satelliti vengono utilizzati dai militari per una varietà di compiti cruciali: monitoraggio meteorologico, raccolta di informazioni, spionaggio, sorveglianza, ricognizione, navigazione, comunicazioni, allerta missilistica, comando e controllo, nonché attacchi armati con armi di precisione. Apparati spaziali furono anche impiegati per la verifica del rispetto di importanti trattati per il controllo degli armamenti. Tali capacità fungono principalmente da moltiplicatori di forza per le forze armate. Va distinta la militarizzazione (militarisation) dello spazio, ossia il suo impiego a supporto di attività militari, dall'introduzione di armi vere e proprie (weaponisation), ossia strumenti atti a individuare un bersaglio, colpirlo per distruggerlo, renderlo inerte o degradarne le funzioni, e a verificare i risultati dell'attacco. Attualmente gli unici obiettivi affrontabili da armi collocate nello spazio sono satelliti in orbita; la Golden Dome americana con intercettatori spaziali anti-missile è ancora lontana e problematica.




Sistemi anti-satellite da terra e in cielo
Dato il cruciale ruolo militare dei sistemi in orbita, molti paesi sono impegnati a vario livello nello sviluppo di armi anti-satellite (ASAT): Australia, Corea del Nord, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Iran, Israele e Regno Unito. Cina, India, Russia e Stati Uniti hanno anche condotto dei test distruttivi con missili lanciati da terra, o dal mare: la Cina nel gennaio 2007, gli USA nel febbraio 2008, l'India nel marzo 2019 e la Russia nel novembre 2021. Questi test hanno prodotto enormi quantità di detriti, alcuni destinati a rimanere in orbita a lungo e a minacciare una vasta parte delle costellazioni satellitari mondiali. I sistemi ASAT possono essere raggruppati in quattro categorie principali: armi fisiche cinetiche, armi fisiche non-cinetiche, armi elettroniche e operazioni cibernetiche. Le armi cinetiche usano mezzi materiali, bombe, proiettili, missili e altre munizioni, per distruggere o danneggiare. I proiettili possono essere lanciati da terra (DA-ASAT) o da un 1 satellite in orbita contro un altro satellite. I satelliti dotati di sistemi di aggancio possono manipolare fisicamente un veicolo spaziale bersaglio per danneggiarlo oppure per manovrarlo verso un’altra posizione. Questa categoria comprende anche le armi contro le infrastrutture spaziali terrestri, quali stazioni di terra, siti di lancio, impianti di produzione di razzi e satelliti e infrastrutture per il monitoraggio dello spazio. Le armi non-cinetiche impiegano energia irradiata per distruggere, danneggiare o interferire con i sistemi spaziali. Tale energia può essere distribuita, mediante un impulso elettromagnetico (EMP), ovvero diretta, impiegando laser, sistemi a microonde ad alta potenza o abbagliatori (dazzler) per accecare temporaneamente un satellite ottico. Le armi elettroniche utilizzano lo spettro elettromagnetico per annullare o disturbare temporaneamente le capacità operative del bersaglio, senza distruggerlo. 



Questa categoria comprende il disturbo (jamming) e la falsificazione (spoofing) dei segnali dei sistemi satellitari di navigazione e delle comunicazioni, e gli attacchi elettronici contro i radar spaziali e la ricezione di segnali a radiofrequenza (RF) da parte del satellite stesso o della stazione di terra di un sistema spaziale. Le attività offensive nel cyberspazio contro sistemi spaziali possono avere come bersaglio infrastrutture a terra, terminali satellitari e veicoli spaziali. Queste operazioni possono distruggere o disattivare i bersagli, o condurre attività di spionaggio e di acquisizione di informazioni tecniche riservate. Effettive capacità ASAT richiedono una solida conoscenza della situazione spaziale e precise informazioni per mirare ai sistemi spaziali e verificare il successo dell’attacco. Ricordiamo che i test distruttivi finora condotti hanno avuto successo, ma l'obiettivo era un satellite dello stesso attaccante, il quale quindi conosceva la posizione precisa e la direzione del moto del sistema attaccato.



Trattati internazionali e armi nello spazio
Il dispiegamento di armi nello spazio annunciato dagli USA avviene in una situazione poco chiara del quadro giuridico internazionale. Esiste un ampio riconoscimento a livello mondiale del fatto che l'uso militare delle tecnologie spaziali, purché non armate, sia generalmente compatibile con il diritto e le norme internazionali vigenti. A fronte della crescente importanza militare dello spazio, la diplomazia mondiale si impegnò già dagli anni '50 ad affrontare il problema. Una prima disposizione rilevante per lo spazio si ha nel Trattato di bando parziale dei test nucleari (Partial Test-Ban Treaty), firmato il 5 agosto del 1963 e in vigore dal 10 ottobre 1963. Il trattato proibisce esplosioni nucleari anche nello spazio esterno; ha una larga partecipazione, ma, fra i paesi con armi nucleari, non hanno aderito Cina, Francia e Corea del Nord. Un accordo specifico con larga partecipazione fu raggiunto il 27 gennaio 1967 col Trattato dello spazio esterno (Treaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space, Including the Moon and Other Celestial Bodies - Outer Space Treaty) in vigore dal 10 ottobre 1967; attualmente ha 117 parti e 27 firmatari. Il trattato ha come obiettivo fondamentale la salvaguardia dello spazio extra-atmosferico come "patrimonio comune dell'umanità". In particolare, l’articolo IV proibisce di porre in orbita attorno alla terra e di installare sulla luna o in stazioni spaziali armi nucleari o altre armi di distruzione di massa. Il trattato non vieta esplicitamente le armi convenzionali o non-cinetiche e, conseguentemente, molti Stati sostengono che i trattati esistenti siano insufficienti a mantenere effettivamente lo spazio a disposizione degli impieghi civili.



Nel 2014 un’iniziativa promossa dalla Russia (con il sostegno della Cina) portò alla Risoluzione 69/32 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, No First Placement of Weapons in Outer Space (Nessun primo posizionamento di armi nello spazio extra atmosferico), adottata il 2 dicembre 2014, con 126 voti a favore, 4 contrari e 46 astensioni. Si trattò di una proposta significativa verso il rafforzamento dell’attenzione internazionale alla sicurezza dello spazio e alla prevenzione di una corsa agli armamenti nello spazio extra-atmosferico. Gli Stati Uniti mostrarono scarso interesse per la risoluzione, e le discussioni alla Conferenza sul disarmo dedicate alla prevenzione di una corsa agli armamenti nello spazio extra-atmosferico si arenarono. Nella primavera del 2022, anche a seguito della disastrosa creazione di detriti a seguito del test russo dell'anno precedente, il presidente americano Joe Biden si impegnò a non effettuare test di armi ASAT con lanci da terra, e, nel successivo autunno, sostenuto da numerosi partner, propose una risoluzione alle Nazioni Unite con l’obiettivo di internazionalizzare la proibizione di test distruttivi anti-satellite ad ascesa diretta. 



La Risoluzione fu adottata il 7 dicembre 2022 dall’Assemblea generale, col voto favorevole di 155 Stati. Fra l'altro afferma: "Preoccupata del fatto che l’uso di sistemi anti satellite distruttivi possa avere conseguenze diffuse e irreversibili sull’ambiente dello spazio extra-atmosferico, invita tutti gli Stati a impegnarsi a non effettuare test distruttivi di missili anti-satellite ad ascesa diretta." Il 2 dicembre 2024 l’Assemblea generale dell'ONU ha approvato, con la decisione 79/512, la creazione di un gruppo di lavoro a composizione aperta per il periodo 2025-2028 (Open-ended working group on the prevention of an arms race in outer space in all its aspects - OEWG on PAROS), col compito di "presentare raccomandazioni sulla prevenzione di una corsa agli armamenti nello spazio extra-atmosferico in tutti i suoi aspetti". La prossima riunione dell'OEWG è prevista a novembre di quest'anno. Va comunque osservato che, data la natura unica dell’ambiente spaziale e la cruciale importanza dei satelliti per le società moderne, il diritto internazionale che disciplina l’uso della forza (basato sulla Carta delle Nazioni Unite) e il diritto internazionale umanitario si estendono naturalmente anche allo spazio, e fissano limiti riguardo a quando e come gli Stati possano legittimamente impiegare tecnologie ASAT, anche nell’ambito della legittima difesa.


 

La normalizzazione militare dello spazio
Lo spazio si inserisce nel futuro della guerra come un fondamentale dominio operativo militare, con combattimenti nello spazio, attraverso lo spazio e a partire dallo spazio. Un futuro conflitto potrebbe causare disordini e distruzioni nello spazio tali da sconvolgere l'economia e la vita quotidiana sulla terra. È quindi di importanza vitale rallentare la corsa agli armamenti spaziali delle maggiori potenze con accordi specifici, ma in primo luogo col rafforzamento delle fondamentali norme del diritto internazionale e delle regole umanitarie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LETTORI CONTRO LA GUERRA



L’immagine che vedete sotto il titolo ci è stata mandata da Rosario Undiemi. Non ha bisogno di commenti. Abbiamo aggiunto qualche dato che ci riguarda e che ci dovrebbe fare insorgere in tutta Europa per il reale pericolo di sterminio collettivo che corriamo. Spese militari significa guerra. Guerra significa genocidio, distruzione e morte. Fatelo sapere in giro e a quanti andranno a votare i partiti della guerra.   
 
Qualche cifra.
 
100 conflitti di guerra nel mondo.
3.290 miliardi di dollari di spesa militare nel mondo nel 2026
1.000 miliardi di dollari di spesa militare negli Stati Uniti
34 miliardi di dollari di spesa militare in Italia nel 2025
Da 20 a 30 testate nucleari americane nella sede di Aviano in Italia
Da 10 a 15 bombe nucleari americane nella base di Ghedi in Italia.

POETI STRANIERI TRADOTTI
 



Sentimento d’Autunno
di J. W. Goethe
 
Che tu possa rinverdire ancora, o fogliame,
sul muretto della mia finestra!


E voi, gemelle bacche, crescete più compatte,
e più rapide maturate in tutto il vostro splendore!


Nel suo congedo il sole di Madre Natura vi nutre
mormorandovi la feconda abbondanza del cielo propizio;


coprendovi di rugiada,
vi rinfresca col suo magico tocco l’amica Luna.


Ah! da questi occhi
lacrime stillano d’eterno e vivo amore.
 
[Trad. di Anna Rutigliano]

IL RACCONTO
di Lodovica San Guedoro
 


Una capatina nelle bassure contemporanee.
 
Continuato a fare provviste di tragici greci alla Feltrinelli di Largo Argentina. A dispetto dei miei studi classici, essi sono ancora quasi tabù per me, nella loro forma scritta. Nello stesso tempo, per non perdere troppo di vista la realtà, ho fatto una capatina nelle bassure contemporanee: Il Codice da Vinci. Ce n'era un muraglione che sbarrava il passo proprio all'ingresso della libreria di Inge. Ero disposta a fare scoperte di una qualche intelligenza insospettata o, in mancanza di quella, d'interesse almeno documentaristico. Quasi rimpiangevo di non concedermi mai questo genere di letture e di rimanere quindi ignorante rispetto a coloro che io reputo ciechi di spirito, che pure si mostrano sempre pronti a lanciarsi con stupefacente energia nella gran gara cosmica per la conquista del sapere. Ma non avevo neanche ancora preso in mano il pesante mattone che già il suo mistero si era decomposto sotto i miei occhi e lo rideponevo nella muraglia di spettanza. Mi era bastato scorrere la trama schiaffata sul didietro del volume e dare una prudente sbirciatina ad alcune pagine sorteggiate a caso al suo interno: già sul retro si tirava in ballo il Louvre, si farneticava di un vecchio curatore ferito a morte che si aggrappa in un ultimo disperato gesto a un dipinto di Caravaggio, fa scattare l'allarme e provoca con ciò stesso l'abbassamento delle grate di ferro all'entrata della sala. Chiuso fuori, l'assassino fugge senza aver ottenuto quello che cercava. Al curatore del Louvre restano pochi istanti di vita. E, da provetto storico dell'arte qual è, mai stanco di citazioni, li usa per mettersi nudo e disporsi sul pavimento di marmo tal quale l'uomo di Vitruvio, il "celeberrimo" disegno di Leonardo. La scena che si presenta ai primi soccorritori è d'una agghiacciante eloquenza. Per di più il vecchio, stecchito sul marmo, è riuscito ancora, prima di esalare l'ultimo respiro, a scrivere alcuni numeri, poche parole e soltanto un nome utile alle indagini e, per combinazione, allo srotolamento del logorroico romanzo. Dando aria alle pagine, mi sono poi fatta anche ragione di altre cose e persino del titolo: sono saltati fuori dipinti leonardeschi contenenti messaggi cifrati, è saltata fuori una maledizione che allunga la sua mano attraverso i secoli, e chissà quali altre congeneri trivialità granguignolesche sarebbero ancora saltate fuori se solo io avessi lasciato fare, se soggiacessi giusto quel tanto al fascino insinuante della mistificazione e del mauvais goût. Ma purtroppo non soggiaccio. Evidentemente i lettori popolari di oggi con fissazioni erudite non vanno altrettanto per il sottile, e inoltre sono tormentati dall'eterno pungolo di frugare nel genio per stabilire se, alla fin fine, non era " uno come noi". Autore del polpettone planetario e novello Umberto Eco è uno storico dell'arte inglese, che si fregia di aver studiato all'Amherst College: e questo è ciò che mi ha stupita di più, ma probabilmente solo perché non ho idea di quello che sono divenuti nel frattempo questi illustri luoghi di studi inglesi. Una volta di più ho fatto l'esperienza che quanto appare eccitante e avventuroso alle masse, si dimostra per me inconcepibilmente indigesto, pesante e noioso. Costringermi a leggere un libro come questo sarebbe la migliore tortura nel caso cadessi tra le mani di un dittatore o dei servizi segreti americani. Mentre c'ero, per continuare la mia verifica culturale, sono passata a un libro sui più grandi mostri della storia. C'era di mezzo Rasputin, l'immancabile Stalin, una ninfomane americana, Ilse Koch... Per un quarto d'ora ero convinta che l'avrei comprato. La documentazione era impressionante, vi si ravvisava una certa serietà e complessità di argomentazione, un'incredibile ricchezza di dettagli: stupri, assassinii, pelle strappata ai prigionieri del campo di concentramento per farne graziosi paralumi o portafogli... Ma infine il continuo insistere su cose mostruose ingenerava di nuovo un senso stucchevole e insopportabile d'irrealtà, di mistificazione, di noia. Leggendo, si veniva risucchiati in una dimensione fittizia, in una serra di tropicali piante dell'orrore, con conseguente appiattimento del cervello... È  quello che piace alla gente. Comprato anche Girotondo di Schnitzler, finora visto quattro o cinque volte sotto forma di film di Max Ophüls. Tentato di iniziarlo al caffè di piazza Sant'Eustachio. Ma troppi turisti, scolaresche, impossibilità di concentrarsi. Preso a girovagare, inquieta e desolata. Adamo ed Eva dovettero essere scacciati dal paradiso terrestre da un'orda mista di turisti e scolaresche.

OMBROSA MILANO



Nell’oscurità della sera le strade,
i viali nei paraggi della periferia
fluttuano il vuoto che sfiora le mura
delle case, diventano terra di nessuno
che ha smarrito la bussola della
serenità.
Intanto prestigiatori del denaro
rincorrono la ricchezza della città
sfruttando i precari lavoratori nella
multietnicità silenziosa.
Pietosi umani alla deriva si
abbandonano all’inerzia di incomunicabili
sproloqui nei casali, nei quartieri
che si svuotano sfigurandosi della
loro identità.
Nelle macerie della solitudine corale
le parole non trovano più la compiacenza
dell’ascolto.
Antonio Ricci

giovedì 8 ottobre 2026

QUALE SCUOLA?
di Zaccaria Gallo


Lavoro di Silvia Battisti

Avevo intenzione di esprimere il mio pensiero sull’indegno decreto per la Scuola del Ministro Valditara e del governo fascistoide italiano, ma dopo quello che sta accadendo in queste ore in Francia, e quanto è accaduto ieri a Milano, (una banda di fascisti, di quelli che vivono nell’ombra, come insetti kafkiani, ha massacrato un giovane, poi operato alle ossa craniche e poi la successiva grandissima manifestazione dei giovani e del popolo milanese antifascista, come risposta corale di opposizione a questa violenza) non posso fare un discorso più articolato come avrei voluto fare, bensì elevare un appello verso quegli italiani che ancora sono indifferenti. Svegliamoci! Svegliatevi! Il tempo del sonno è finito. Assumiamoci la responsabilità che ognuno di noi ha verso l’essenza della nostra cittadinanza e della libertà individuale e collettiva. Per questo non farò nessun discorso “alto” sul problema della Scuola Italiana e di quello che si vuole farla diventare, ma partirò da un dato personale. Avevo cinque anni quando ho fatto l’esperienza di essere un profugo di guerra, quella di chi ha lasciato una terra per sottrarsi al pericolo di perdere la vita. Nato in Tunisia, nel 1943, dopo un bombardamento, ho perduto assieme ai miei genitori casa, averi e speranze di vivere in quella terra. Con sole due valige siamo riusciti a tornare in Italia. Un paio di anni più tardi entravo nella Scuola Elementare Italiana, accolto dalla comprensione e dalla solidarietà meravigliosa di decine di pugliesi che consentirono, in breve tempo, di poterci rialzare dalla disperazione per quanto avevamo perduto. E il maestro elementare e i compagni di classe mi fecero sentire subito uno di loro, come se lo fossi sempre stato. 



Un moto di sdegno oggi mi assale, profondo, irrefrenabile: i nostri figli, i nostri studenti, tutti i figli, tutti i ragazzi e i giovani che vogliono studiare, hanno diritto ad entrare nella Scuola Italiana e non si può permettere che questo diritto venga messo in discussione da una classe politica che, invece di far becera propaganda elettorale, quel diritto dovrebbe consentire e tutelare sempre. È necessario allora dire a chiare lettere che, se anche a un solo bambino, figlio di immigrati, in condizioni di difficoltà con la lingua italiana, dovesse essere negato l’ingresso alla scuola pubblica, avremmo fallito di avere ancora una società libera e inclusiva come quella nata dalla Resistenza e dalla lotta contro il fascismo che ha poi prodotto la nostra Costituzione. Non possiamo permettere che si instauri in Italia un “razzismo di stato”, che già in passato abbiamo dovuto sperimentare nella storia del nostro Paese. Ecco perché, come in Francia, anche in Italia, giovani, genitori, docenti scolastici, operai e intellettuali ad alta voce dicano ( riempiendo le strade e le piazze, se possibile) che quello che si sta progettando per la Scuola Italiana è un progetto razzista, divisivo e assolutamente inutile. E che la smettessero di renderci ridicoli a livello internazionale con la storia del burqa. 

 


Il burqa ce l’hanno loro, sul cervello! Non saranno i nostri ragazzi a creare disarmonie nella nostra società, ma il modo con cui questo governo di destra, così inseguito dal generale di cui non voglio pronunciare il nome, sta cercando di dissipare la grande ricchezza che invece un progetto di integrazione contiene. Non dimentichino mai, lor signori, che l’Italia è il frutto di secoli di integrazione di popoli e culture che si sono succedute nella storia e che questo è un processo inarrestabile. Non è chiudendo il portone di una scuola che si impedirà ad Ulisse o ad Enea di andare a sedersi sul banco accanto a uno studente italiano. E Ulisse ed Enea raccontano da secoli che il viaggio è la meta da raggiungere. Per quanto mi riguarda dirò sempre che preferisco un’aula piena di giovani che studiano tutti assieme, senza barriere ideologiche, religiose, di nascita, piuttosto che un campo di guerra dove seminare la morte con le armi.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LIBRI
di Luigi Russo
 


Chi custodirà la memoria collettiva? Project Panama e il rischio di una storia senza fonti.
 
In un mondo distratto da venti di guerra e da social che rasentano ormai la barbarie cognitiva, ci sono notizie che passano inosservate, come se la memoria collettiva fosse diventata un tema marginale. Eppure si sta consumando una trasformazione silenziosa del rapporto tra conoscenza e potere. La notizia ha un nome e cognome: Project Panama, il piano con cui Anthropic ha comprato, scansionato e distrutto centinaia di migliaia di libri per addestrare Claude.
Si tratta della realtà dell’industria dell’IA, emersa dalle carte del processo Bartz v. Anthropic. Le implicazioni vanno oltre il diritto d’autore: toccano la memoria collettiva, il patrimonio bibliografico e il rapporto tra conoscenza e potere. La pratica, documentata dal Washington Post, prevedeva l’acquisto di libri usati a decine di migliaia, la scansione ad alta velocità e il macero. Dai documenti interni di Anthropic è emersa la motivazione di questa scelta: da quando l’IA generativa ha iniziato a produrre articoli, post e documenti, Internet si è riempito di testi sintetici, e un modello che impara da ciò che altre macchine hanno scritto tende a peggiorare: imprecisioni e banalizzazioni si moltiplicano di versione in versione, un fenomeno che gli addetti ai lavori chiamano model collapse. 




I libri stampati prima del 2022, scritti con certezza da esseri umani, diventano così una riserva di linguaggio “pulito”, ricca di sfumature lessicali e pensiero critico che online si trovano sempre meno. Per questo la ricerca si concentra su libri di storia locale, diritto, economia, linguistica, manualistica e saggistica dagli anni Settanta in poi, purché con codice ISBN.
Il giudice americano, William Alsup, ha ritenuto lecita l’operazione perché acquistare un libro, scansionarlo e poi distruggerlo non viola il copyright: la copia digitale sostituisce l’originale fisico, senza creare copie multiple.
Eppure la scelta aveva alternative: già Google Books digitalizzava i volumi delle Università ma li rimetteva sugli scaffali. Conservarli, magari donandoli a biblioteche pubbliche, sarebbe stato un gesto di custodia della memoria collettiva e del patrimonio comune; ma Anthropic e altri hanno preferito il macero.


 
La parte più scomoda della vicenda riguarda l’etica più che il diritto, e pone una domanda ingombrante: a chi spetta stabilire quali libri vadano tramandati e quali possano finire al macero? In una società sempre più visiva, Tik Tok docet, il libro rischia di essere trattato come un giacimento da sfruttare. Eppure ogni volume porta con sé una storia, una materialità, il legame con chi lo ha letto prima di noi e mandarlo al macero dopo averne estratto il testo rivela come l'industria dell’IA concepisce la conoscenza: una risorsa da consumare, anziché un’eredità da trasmettere. Ma pochi si sono posti però la domanda giusta: perché stiamo delegando ad una macchina la conservazione della memoria collettiva? I libri, giusti o sbagliati, sono parte integrante dei processi sociali e della loro memoria e una società senza memoria è una società senza futuro.
Il danno si misura sul lungo periodo; Marc Bloch definiva la storia una conoscenza per tracce: lo storico ha ricostruito il passato interrogando documenti e testimonianze materiali, mentre Carlo Ginzburg ha chiamato paradigma indiziario questo lavoro sui dettagli. Ogni ricostruzione resta aperta perché qualcuno può sempre tornare alla fonte e rielaborarla: è questo a rendere la storia correggibile. Tra quarant’anni, se le copie cartacee saranno sparite e i testi sopravvivranno solo dentro modelli di IA, la risposta di una macchina diventerà l'unica versione disponibile. Studenti e ricercatori avranno davanti risposte fluide e sicure, difficili da mettere in dubbio perché mancherà la possibilità di una rilettura critica delle fonti. Lo stesso meccanismo del model collapse, applicato alla memoria, produrrebbe una storia scritta da macchine, riassunta da altre macchine, insegnata da altre ancora, con distorsioni che si sommano a ogni passaggio ma, senza il testo originale, mancherà il punto da cui partire. 



Maurice Halbwachs ha dimostrato che la memoria collettiva vive dentro quadri sociali concreti, mentre Aleida Assmann distingueva la memoria funzionale dalla memoria archivio, deposito di ciò che oggi sembra inutile e domani può tornare a parlare. Un archivio consultabile solo attraverso l’IA di un’azienda (privata) diventa un servizio, con proprietari e condizioni d’uso. Orwell lo aveva magistralmente descritto: chi controlla il passato controlla il futuro. Il libro di carta, con le sue sottolineature e il timbro di una biblioteca di paese, è un testimone indipendente e distruggerlo toglierà ai nostri nipoti la possibilità di dire non andò così. Il libro non è solo un contenitore di frasi; è un oggetto con una storia, una materialità, una relazione con chi lo ha letto prima di noi; scansionarlo per poi distruggerlo è un gesto che dice molto su come l’industria dell’IA concepisce la conoscenza ovvero come risorsa e non come eredità e memoria collettiva.

ARTISTI CONTRO LA GUERRA
Silvia Battisti


Basta guerra!



La strage su Rafah


LETTORI CONTRO LA GUERRA




MILANO. POETI E ARTISTI
In Porta Romana





Privacy Policy