UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 13 agosto 2026

LE FONTANE ARTISTICHE DI LOANO
di Angelo Gaccione


 
Le fontane restano una delle forme più belle e gentili dell’arredo urbano: come gli alberi, come i giardini, come le aiuole. Le nostre città ne hanno di bellissime, com’è a tutti noto. Riescono ad essere belle anche quando le amministrazioni comunali le mortificano piazzandole agli incroci come rotatorie. Sedersi davanti ad una fontana a guardarne i giochi d’acqua e gli spruzzi è uno spettacolo riposante, rilassante. Apprendo da una mia interessata lettura che la fontana cinquecentesca che fa bella mostra di sé in Piazza Italia vicino al Palazzo Doria, ora sede del Comune della cittadina ligure di Loano, un tempo faceva parte di un vero e proprio viale delle fontane. E così mi sono preso la briga di andare a vedere e a compierlo questo percorso che, ovviamente, non esiste più, e ad immaginarmi con la fantasia quanto doveva essere bello e “sonoro”, privo del rumore ossessivo che ci assedia ai giorni nostri senza requie. 



Nei secoli passati i nobili facevano a gara per abbellire lo spazio dei loro possedimenti, e i Doria, signori genovesi, lo fecero anche in questo loro feudo. Si chiama Fontana Giovanna e a farla costruire fu appunto un Doria, Andrea II, figlio di Gianandrea, ammiraglio e principe di Melfi e di Zenobia del Carretto. Un dono all’amatissima moglie Giovanna Colonna discendente della potente famiglia patrizia romana.



In tempi a noi più vicini, Loano ha voluto arricchire la città di una serie di fontane artistiche e si è rivolto ad alcuni nomi celebri. Il lungomare di Corso Roma ne contiene tre: Conversazione alla fonte di Bruno Chersicla che ha posizionato sedute frontalmente sull’orlo due figure, un uomo e una donna, che sembrano intente a una conversazione. Sono in pietra carsica, alte un paio di metri, e se ti siedi sul bordo hai l’impressione che anche tu stia partecipando al colloquio.


 
Un po’ più avanti c’è la fontana realizzata da Ugo Nespolo dal titolo: In cima al mondo. In alto, in cima, appunto, lo “stelo” della scultura in bronzo laccato regge una sfera simbolo del mondo, su cui un bimbo in piedi allunga lo sguardo verso il mare che gli sta davanti, verso l’orizzonte.
 


Lungo lo stesso percorso ci si imbatte nella fontana di Walter Valentini: Le misure, il cielo. Come il titolo suggerisce, la sua scultura in bronzo a forma di mezzaluna, o di un disco interrotto e che non ha completato la sua circonferenza, è adagiata al centro della vasca. Dalla base zampillano flutti d’acqua, mentre il disco porta inciso delle linee che dovrebbero alludere alle misurazioni dell’universo. Non so se a chi guarda tutto questo risulti evidente o evochi altro. Io vi ho sostato davanti per un certo tempo, ma senza pormi il problema del suo significato profondo.
 


 
Per trovare la fontana del Nettuno, sempre di Chersicla, bisogna arrivare fino al porto turistico, mentre per la fontana di Fulvio Filidei: Vibrazioni ritmiche loanesi, dovete spingervi quasi ai confini con Pietra Ligure. Pessima idea. Una fontana non è un arco di trionfo, non è una torre e non è nemmeno una stele, per poterla mettere all’ingresso di una cittadina per piccola che possa essere. Il luogo dove viene posizionata è di fondamentale importanza e deve essere facilmente visibile, fruibile, per usare una parola tanto abusata e tanto di moda. Solo un cocciuto calabrese come me poteva prendersi la briga di andarla a scovare in un pomeriggio afoso, con 40 gradi di temperatura e con un sole che picchiava di brutto. Ho dovuto percorrere un tratto lunghissimo della trafficata via Aurelia, e man mano che proseguivo chiedevo lumi ai rari passanti che procedevano come me a piedi provenienti dalla direzione opposta alla mia. 



Nessuno conosceva questa fontana, tutti i miei interlocutori ne ignoravano l’esistenza. Con somma sorpresa persino chi abitava il gruppo di case poco oltre da dove poi l’ho individuata. È naturale, la via Aurelia è una strada ad intenso traffico e bisogna tenere gli occhi aperti; in alcuni tratti può risultare pericolosa. Chi vi transita a piedi bada a tutt’altro, figuriamoci chi vi transita in macchina e moto. Non è stata una scelta felice collocarla in un non luogo come questo, anche se i contenuti ed i rimandi potevano avere una giustificazione. Si ispira ad alcuni elementi essenziali del paesaggio loanese: dalle onde marine al riferimento montano; dalla cupola – certamente della chiesa di San Giovanni Battista – alle forme stilizzate delle case. C’è anche il ponte che unisce i due settori della città: il Borgo murato e il Borgo Castello. Si tratta del Ponte di San Sebastiano, ma non si intuisce subito; la scultura non può che procedere per allusioni. 



Una gigantesca conchiglia fissata ad una delle estremità del ponte, completa il tutto. La suggestione maggiore questa fontana la offre con il calare del buio, ci dicono. Luci e flusso d’acqua si dovrebbero combinare armoniosamente assieme. Io l’ho trovata priva di acqua e non funzionante, e credo che col buio saranno i fari delle macchine provenienti dai due sensi di marcia, a farla da padrone. L’aiuola intorno presenta escrementi di cani, e l’artista non sarebbe contento di questo trattamento.


 
La Fontana delle ore di Sandro Lorenzini impreziosisce via Stella. È una fontana colorata e originalissima composta da simboli e da corpi geometrici. Gli spruzzi d’acqua che vi fuoriescono scandiscono un ritmo che qualcuno ha paragonato allo scorrere del tempo. “Suggestivo orologio ad acqua”, ho anche letto da qualche parte; ho chiesto lumi ai signori della farmacia lì accanto, ma non sono riuscito a ricavare granché. Però a mezzogiorno e a mezzanotte l’acqua esce contemporaneamente da tutti i dodici corpi a colonnine (mi scuso se non riesco a trovare dei termini più pertinenti) di altezze diseguali, e vi assicuro che l’effetto non è niente male. In cima ad ogni “colonnina” l’artista ha posizionato un oggetto, o forse sarebbe meglio dire un simbolo: c’è una mano aperta, ci sono il sole e la luna, un pesce, una stella, una nuvola, una fiamma, un uovo, una gallina, un fiore, un vaso e anche un cuore.


 
Come tutte le opere d’arte esposte all’esterno, le fontane corrono gravi rischi. Non sono solo quelli legati alle condizioni atmosferiche, allo scorrere del tempo, al variare delle stagioni, all’inquinamento. Spesso sono soggette ad atti vandalici deliberati e a veri e propri sfregi. Sta alla nostra sensibilità e alla nostra consapevolezza averne cura e preservarle, per tramandare questa bellezza alle generazioni che verranno. Non è solo un obbligo civile, è soprattutto un atto di nobiltà.

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

LA POTENZA DEL BUONARROTI
di Davide Chindamo



Michelangelo o l’eternità della potenza.


Sono anni che non torno a Firenze, la mia città ideale. Mi ci riporta una conferenza, voluta dalla Società delle Belle Arti presso la Casa di Dante. Sebbene siano i miracoli dell’architettura fiorentina ad ammutolirmi, è un urlo violento a devastarmi. Un urlo del tutto inspiegabile, un pirandelliano “lievissimo inciampo impreveduto”. Un urlo che non si avverte a primo impatto, ma che dura da più di cinquecento anni. Perché, prima di avviarmi al consueto patibolo emotivo, mi concedo il lusso di visitare Casa Buonarroti: dopo tanti anni di studio appassionato sullo scultore di Caprese, non ho ancora respirato la sua dimora nei pressi di Santa Croce. Entro, scambio due parole con la gentile signorina della biglietteria. Respiro le scorie del genio, e penso al privilegio di quelle mura, di quei pavimenti. Di colpo, un urlo mi abbarbaglia. Lo seguo con timore, ma con il fascino che hanno gli eventi che inquietano. Salgo le scale con il mio assistente, un ragazzo bellissimo, così affascinante e sinuoso da sembrare dipinto da Raffaello, e questo grido si affievolisce. Sono sorpreso, e mi accosto al giovane. Cosa fare? Probabilmente mi sto ammattendo. Ad un tratto, la voce titanica mi chiama di nuovo. Mi trovo al primo piano, di fronte ad una dozzina di ritratti michelangioleschi, quando capisco che il suono proviene dalla stanza adiacente. Il ragazzo mi precede, e straluna. Sembra abbacinato. Non so se sia il filtro della mia paura o effettivamente si trova di fronte a qualcosa di prodigioso. “Professore, è qui!”. Allora lo sente anche lui! Non sono matto! Gigantesco, sotto una teca spessa, sembra tremare. Enorme e febbrile, vuole rompere le catene del marmo. Non si placa, è irrequieto. Capisco che l’urlo che sentivo sotto, al piano terra, arriva dal bassorilievo della Battaglia dei Centauri. Quale strano miracolo può dare voce alla pietra e permetterle di osare così tanto? Non so rispondere alla domanda. So solo che una volta di fronte all’opera del diciassettenne Michelangelo non posso più fuggire. La volontà, quella ferrea volontà che sempre mi supporta, adesso si sgretola in una sterile intenzione. Mi governano i volti, i corpi e gli strazi dei centauri. Mi comanda Ercole, che tende il suo braccio ad un cielo disfatto, come farà poi Cristo giudice nel Giudizio universale. Riesco solo ad avvicinarmi, e poi ancora, e poi ancora un pochino, fino a toccare il vetro con la punta del naso. Lascio addirittura l’impronta e sorrido, come un bambino che inciampa sul ciottolo della strada ma non cade. Seguo le pieghe del marmo, la formidabile forza del gesto. La fatica della lotta mi dirige, come un burattinaio. E quella matassa di braccia, di gambe e di busti che si avvinghiano, mi stritola del tutto. C’è uno strano ordine in quel disordine; è così perfetto, quel dramma, che mi sento rinascere nel viluppo. Sento, come davanti al Mosè, l’eternità della potenza del Buonarroti. Adesso è tutto finito, l’urlo è latente. Eppure, credo di essere ancora lì con lui, nel giardino di San Marco voluto dal Magnifico, mentre gli reggo lo scalpello e lo ascolto sfidare il “freddo sasso”.

 

 

POESIE PER L’ESTATE
di Tania Chimenti


Disegno di Alberto Casiraghy
 
Agosto
Il sole è un malato terminale:
ha il respiro corto,
una bottiglia che sfiata
accartocciata senza grazia.
La domenica del ragù,
partenze in melodia d’alloro.
 
Agosto.
Si slarga l’estate,
i patii si svestono.
Pesi da buttare:
processione di sacchetti
sulle recinzioni.
Qualcuno si libera
del vecchio divano —
la struttura ancora tiene,
legno massello.
 
Le cose non lamentano l’abbandono.
Restano lì,
appoggiate al cancello.

 

  

LA POESIA DI SALVO BASSO
di Renato Pennisi
 

Salvo Basso

I testi riportati in questo libro appartengono all’ultima agenda su cui Salvo Basso aveva annotato alcune delle sue ultime poesie. Sono testi composti nel 2001, anno della diagnosi della malattia. Uno zibaldone di appunti, numeri telefonici, riflessioni, scadenze, amarezze, speranze, disegni, poesie e versi appena abbozzati. Sono testi composti in italiano e nel dialetto di Scordia, un dialetto scabro, affilato, concreto, in coerenza con la bifronte vocazione della scrittura di Basso, in cui tutto appare doppio, frammisto, in un movimento convulso e arroventato, ed anche a tratti irresistibilmente giocoso, tra Dui soggetti, il poeta e la poesia. Salvo Basso ha voluto raccontare il proprio approssimarsi passo passo verso l’ultimo limite terreno con il dispiacere di non potere continuare a scrivere, ma con l’impegno che lo avrebbe fatto anche nell’aldilà. La scrittura era per lui pure il filo invisibile che lo legava ai suoi familiari e ai suoi molti amici.
L’agenda contiene lo schizzo appena abbozzato di ciò che sembra proprio la copertina di un libro, un piccolo rettangolo con all’interno la parola Picca, cioè poco, come poco era il tempo che rimaneva, che è sembrato un auspicio e un suggerimento, forse anche un incoraggiamento, per questo libro che viene pubblicato a quasi un quarto di secolo dalla scomparsa dell’autore. Ho tradotto le sue poesie siciliane sempre pensando a come avrebbe potuto fare lui.
Salvo e i suoi amici, con la presunzione e l’entusiasmo dei giovani, volevano cambiare il mondo. Salvo con lo strumento della politica, e io, vicino a lui, con lo strumento del diritto e l’ideale del rispetto per la Legge. Ma alla fine della storia non mi sento di affermare, in tutta sincerità, che abbiamo fatto fiasco. Il mondo non lo abbiamo cambiato, ma neppure lo abbiamo subito. Non del tutto, perlomeno.



Salvo Basso
Picca
Nous editrice 2026
Pagine 80, € 15
A cura di Renato Pennisi, introd. di Giovanni Tesio
                                                                                
 
 
Due testi di Salvo Basso
  
Vogghiu scriviri u mo megghiu
libbru.
Macari di ddabbanna
(si nun ccia rrinesciu
 prima).
 
[Voglio scrivere il mio migliore libro. / Pure dall’aldilà / se non ci riesco prima].
 
***
 
Uno pensa: mi dicono
che ho tre mesi di vita.
E allora mi organizzo
per bene quello che devo
fare – come dire, sempre meglio
che morire all’improvviso
senza avere tempo
di salutare, dire, pensare,
organizzare…
 
Invece il tempo
dell’attesa della morte
è solo paralizzato.
Nessun saluto
nessuna organizzazione
nessuna consolazione.

mercoledì 12 agosto 2026

“ODISSEA” SI RIPOSA



A partire da venerdì 14 agosto il nostro giornale si prenderà un periodo di riposo. Lettrici e lettori potranno, se lo vorranno, leggere qualcosa di ciò che per tempo non hanno potuto o è loro sfuggito. Solo in prima pagina di articoli interessanti ce ne sono più di 13 mila. Riprenderemo ai primi di settembre. Auguriamo a tutti i nostri collaboratori e a quanti ci seguono e ci sostengono, un proficuo, salutare e stimolante riposo.

UN GESTO INTERNAZIONALISTA
di Franco Astengo


 
Il rifiuto della presenza del vice-presidente del Senato italiano da parte dei sindacalisti belgi è stato un gesto internazionalista che potrà essere giudicato politicamente inopportuno ma come gesto internazionalista deve essere prima di tutto valutato. Tanto più che questo gesto è stato compiuto nel corso della cerimonia di ricordo della più grande strage perpetrata nella storia europea dallo sfruttamento dell’uomo, del suo lavoro, della sua fatica: questa, infatti, è stata la strage di Marcinelle. Del resto è mancato completamente un minimo di afflato internazionalista da parte dei partiti della sinistra europea verso il governo spagnolo nell’occasione della proditoria provocazione avvenuta a Ceuta e Melilla e rispetto alla ritorsione del governo italiano con la chiusura di Schengen. Deve essere chiaro che la ritorsione del governo italiano è stata dettata non certo da ragioni di sicurezza ma di semplice intrusione negli affari interni della Spagna allo scopo di favorire l’estrema destra di Vox.



Tutto questo si verifica in una fase storica contrassegnata da una pericolosa ripresa del nazionalismo, dalla crisi dell’UE e dalla presenza di fatti bellici che avvengono proprio nel cuore del Vecchio Continente. Altro che le conferenze di Zimmerwald e Kienthal durante la Prima guerra mondiale, o la formazione della Brigate Internazionali in Spagna. I partiti della sinistra europea non stanno dimostrando nessuna capacità di organizzare una iniziativa transnazionale per la pace, nessuna idea complessiva per il tema scottante dei migranti mentre per l’aiuto a Gaza si è dovuto attendere le iniziative del volontariato sociale. I drammi che abbiamo definito epocali ci imporrebbero di rilanciare subito il concetto di internazionalismo, vero fondamento della storia del movimento operaio. L’internazionalismo da rilanciare proprio adesso che si stanno acuendo grandi tragedie in tutti gli scenari geopolitici, mentre il Sud America sta sprofondando, è dalla sinistra USA che vengono segnali di risveglio. Il concetto d’internazionalismo sottende l’esistenza di un principio comune: quello dell’impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’eguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale o, anche, sovranazionale come nel caso dell’Unione Europea



I valori di solidarietà ed eguaglianza sono connaturati con un necessario orientamento all’universalità che deve trascendere i nazionalismi ed estendersi a tutto il mondo in nome della solidarietà tra i popoli e le classi.
Nell’internazionalismo socialista, il concetto si basa sul carattere universale dei principi di emancipazione sociale e porta a individuare nell’abolizione delle società divise in classi il presupposto per il superamento dei conflitti tra le nazioni. L’internazionalismo deve trovare alimento nella necessità di coordinare le diverse organizzazioni nazionali all’interno di soggetti sovranazionali nella lotta comune contro l’organizzazione capitalistica che, come ha ben dimostrato anche la gestione della crisi in atto, applica ovunque la stessa logica di sfruttamento. 



In questo momento manca completamente la voce della sinistra storica, mentre i movimenti al massimo si muovono meritoriamente sul difficile terreno dell’emergenza umanitaria. I gruppi presenti nel Parlamento Europeo, sia facenti capo al PSE sia alla Left, non riescono a fare della massima assise continentale il centro del dibattito politico, arrendendosi al prevalere formale della Commissione e del Consiglio permeati entrambi dell’idea del mediocre conservatorismo che anima i singoli governi, pronti a concedere ampio spazio alle paure razzistiche nell’idea di perdere voti rispetto a un Front National, alla Lega Nord, ad Afd, a Vox, a Futuro Nazionale. Lo svuotamento dei partiti, in tutte le dimensioni, rende quasi impossibile un collegamento, una presa di posizione, una iniziativa di protesta e di proposta ed è questo un allarme (l’ennesimo) che vogliamo lanciare. Un messaggio di vera preoccupazione, a nostro giudizio, necessario e ampiamente giustificato.

 

 

HOCUS POCUS 4+ ZC
di Zaccaria Gallo


Gianni Le Noci
 
Il 30 settembre 2019 a soli 56 anni moriva a San Giovanni Rotondo il pianista, compositore, didatta e docente al Conservatorio di Monopoli Gianni Le Noci. Io, quella sera, ero a Cori assieme ad autorità ed amici a festeggiare la piantumazione in una piazza di Aprilia di un Albero per i Giusti, dedicato alla memoria di Renata Fonte. Lo sconcerto e il dolore furono terribili. In questi giorni mi è stato recapitato un disco, inciso dal Maestro, proprio nel 2019, assieme al complesso degli Hocus Pocus, da lui diretto. E con nostalgia ma anche con la sensazione di ritrovare vivo Gianni accanto a noi, l’ascolto mi ha portato a questi pensieri.



L’attacco profondo del pianoforte e del sax è l’iniziale momento in cui si intesse un dialogo. L’intervento della componente elettronica si sovrappone, lotta con la batteria e con gli altri strumenti e proietta tutto verso una apparente disarmonica landa. Ci si deve addentrare, improvvisando i passi e il cammino. Un senso di inquietudine può prendere il viaggiatore. La strada del pianoforte ha condotto al bivio e il sax offre la sua mano per orientare la scelta. Solo un attimo, un attimo di silenzio, ma solo un attimo e il cammino può riprendere. Ha nevicato nella notte e c’è stato poi il forte vento che ha spezzato i rami più vecchi facendoli cadere sul sentiero. Bisogna fare attenzione a non inciampare. Fiori di neve battono come tasti di pianoforte i rami dei cespugli; rendono magica, e al tempo stesso misteriosa, questa foresta. La nostra foresta. Quella in cui tutti noi ci addentriamo, tutti i giorni, in tutta la nostra vita. Stillano gocce d’acqua dalla neve che si scioglie e cade al suolo con ritmo melodiosamente indifferente al percorso. Nessuno sa se e quando si scioglieranno del tutto i cristalli di cui è fatta. È sempre il sax e il suono elettronico che avvolgono questa atmosfera in cui il pianoforte è il protagonista assoluto dell’improvvisazione. Seppure contrabbasso e batteria integrino il loro passo a quello degli altri strumenti, senza mai distaccarsene completamente, talvolta con l’impressione che vogliano sovrastare. Ma è l’improvvisazione, non la mancanza di rispetto. E così il passo procede ora più sicuro. Qualche uccello, nascosto su quegli alberi, manda il suo saluto per dire che c’è; c’è anche la sua vita in quel mondo bianco. E a quel cinguettio si unisce, con rauco rumore elettronico, qualcosa che nasconde altre creature, che nell’ombra non si vedono. Ma la vita quando c’è. C’è sempre, tutta, con i suoi suoni apparentemente disarticolati, ma consonanti con ciascuna esistenza che, per noi esseri umani, come per ogni essere vivente, animale, pianta, albero, pietra, stella, non è predestinato in un ordine sicuro, ma è vincolato alla improvvisazione del caso. Ed è così che, senza che avessero potuto prevederlo, al nostro passaggio di viaggiatori, senza permesso di soggiorno, le lepri, forse, con il veloce passo del sax e della batteria fuggono di qua e di là sui tasti furiosamente battuti da Gianni. Bisogna correre per allontanarsi dagli intrusi. È un momento in cui, quasi, si smette di ascoltare una successione di note e si ha la sensazione di assistere alla nascita di un linguaggio. Gianni ha quella presenza assoluta con la quale non domina la scena ma la abita, e questo lo si sente in tutti i momenti. Ogni suono sembra nascere da un pensiero, che alle volte si frena, ma altre volte ha una grande fretta di diventare parola e, accanto a lui, il sassofonista non accompagna, non rincorre, dialoga; le sue frasi entrano tra quelle del pianoforte come domande che non cercano una risposta definitiva ma altre domande ancora. 


La copertina del disco

A tratti, i due strumenti sembrano sfidarsi, poi si riconoscono, si allontanano e tornano a incontrarsi, in un equilibrio sempre  provvisorio. È una conversazione fatta di respiri e di silenzi, di esitazioni e improvvise illuminazioni. Il contrabbassista tiene insieme questo universo sonoro, con un rigore che non è mai severità. La sua figura appare austera, quasi monumentale, perché è grande e alto il suo strumento, ma ogni tanto un sorriso si affaccia verso il batterista come per un’intensa silenziosa. In quel sorriso c’è la consapevolezza che, anche la musica più libera, ha bisogno di una fiducia reciproca. Il batterista, invece, sembra vivere ogni colpo come una necessità fisica. Sul suo volto si leggono tensione, fatica, concentrazione estrema. Le espressioni sembrano come raccontare di una sofferenza, ma è la sofferenza fertile di chi cerca un equilibrio sempre sul punto di spezzarsi. I suoi gesti non misurano il tempo, ne rivelano le fratture, gli strappi, le improvvise aperture. L’improvvisazione si distende per un tempo che perde ogni misura convenzionale: sembra non avere un inizio riconoscibile né una conclusione prevedibile. È un organismo che cresce, si contrae, cambia pelle. Ogni musicista modifica il percorso degli altri, come se il brano si componesse da sé nell’istante in cui viene suonato. E poi, a un certo punto, lo immaginiamo, Gianni Le Noci, che si alza appena dal suo sgabello, le mani che abbandonano la tastiera e penetrano nell’interno del pianoforte, sfiorano, pizzicano, arrestano, accarezzano le corde. Il pianoforte cessa di essere soltanto uno strumento a tastiera e si trasforma in una cassa di risonanza imprevedibile, un corpo da esplorare. I suoni diventano materia, metallo, legno, vibrazione, respiro. La distinzione tra nota e rumore perde significato e, in chi ascolta, il pensiero corre inevitabilmente a John Cage, non per imitazione o citazione, ma per la stessa radicale curiosità verso il suono. Le Noci sembrerebbe ricordarci che la musica non coincide con le note scritte, bensì col tutto quello che può accadere quando un ascolto autentico incontra la materia sonora. Il suo pianoforte non era più soltanto uno strumento, era uno spazio da attraversare, era quel paesaggio acustico, anche innevato, come la copertina del disco, in cui ogni vibrazione possiede dignità musicale. Quando termina il nostro ascolto di questo disco, resta la sensazione di non aver ascoltato solo una stupenda, bellissima esecuzione, ma di aver partecipato a un’esperienza. Più che ricordare temi o melodie, ci portiamo assieme il ricordo di questo grande pianista e uomo, e anche il modo che aveva di dimostrare il suo affetto e stima verso chi lo accompagnava in quel viaggio sonoro della sua vita. Con i suoi amici musicisti ha intessuto sempre un dialogo irripetibile che nasceva, e viveva, da un ascolto reciproco e dalla stessa fiducia nell' imprevisto. Forse è questa la forma più alta del jazz: non la ricerca della perfezione, ma il coraggio di abitare l’incertezza, di trasformarla, istante dopo istante, in una bellezza condivisa.


Il gruppo



Gianni Lenoci pianoforte, Vittorio Gallo sassofoni, Pasquale Gadaleta contrabbasso, Giacomo Mongelli batteria, Franco Degrassi, live electronics.

CENTENARI
di Chicca Morone
 

Rodolfo Valentino

Il 23 di agosto, cadrà il centenario di Rodolfo Valentino (23 agosto 1926 - 23 agosto 2026). Poiché a ridosso del Ferragosto “Odissea” si prenderà un po’ di giorni di riposo, abbiamo chiesto all’amica giornalista e scrittrice Chicca Morone di potere anticipare questo suo scritto per i nostri lettori. A settembre, in quel di Moncalieri, sempre su iniziativa e a cura di Chicca, il mitico attore di Castellaneta verrà ricordato da estimatori ed autori provenienti da varie città italiane.


 
 
Rodolfo Valentino dalla luce all’ombra.
 
Nell’ormai lontano 1995 abbiamo festeggiato qui a Torino il Centenario della nascita del Cinema, e non solo, con una mostra fotografica molto particolare: erano esposte le foto che Rodolfo Valentino (1895- 1926), aveva inviato alla madre dall’America con dediche tenerissime a suggellare l’amore che l’attore provava per la famiglia. Un amore non sempre ricambiato dai parenti, poco inclini a vedere nella professione di attore un’attività lavorativa degna di tale nome: siamo a cavallo del secolo e tra ingegneri e laureati in materie scientifiche, nati in quel Sud intellettuale, leggermente “snob”. Il Mondo delle Idee, oltre a organizzare la mostra nella prestigiosa sede della Borsa Valori, firmata dall’architetto Carlo Mollino, aveva pubblicato la prima traduzione in italiano di “Day Dream’s” la raccolta di poesie scritta dall’attore con la moglie Natasha Rambova. Ecco un estratto dalla prefazione a cura di Antonio Miredi.
Il più grande mito della storia del cinema è muto.
Milioni di occhi hanno guardato ammirati Rodolfo Valentino, senza ascoltarne la voce. Una parabola, nella sua perfezione semantica, abbraccia il mito Rodolfo Valentino. Egli viene alla luce il 6 maggio 1895, l’anno della nascita del cinema, e muore nel 1926, quando il cinema comincia a parlare.
Con la parola il cinema è un’altra cosa: diventa più adulto, sempre più spettacolare, ma perde anche la sua voce interiore più poetica, più essenziale, più espressiva, dove i contrasti di luce e ombra sono più profondi.
Il cinema è Arte Muta.
All’ambiguità si fa riferimento quando si spiega il mito di Rodolfo Valentino, ma è il cinema ad essere ambiguo. Vediamo ombre che palpitano, morti che tornano a vivere sullo schermo; il cinema manifesta un desiderio e può creare nell’animo dello spettatore un altro desiderio, diverso, persino opposto. Il mito di Valentino è stato attribuito anche alla morte improvvisa e precoce - l’attore al massimo della sua fama aveva appena 31 anni - e mai morte è apparsa più provvidenziale per l’immortalità. Una creazione nasce necessariamente dalla morte.
È con amici poeti, giurati del Premio Internazionale “Rodolfo Valentino. Sogni ad occhi aperti”, che abbiamo dedicato al nostro mito un pensiero in forma di Haiku...



Lo sceicco bianco
attraversando il tempo
Incanta ancora
Fabia Baldi
 
Tu, messaggero
di lontana bellezza
Amore sempre
Giuseppe Conte


 
Divin Amore
che voli nella luce
tu vivi ancora
Giancarlo Guerreri
 
Bellezza muta
fu americano il sogno?
Rudy, ombra d’acqua
Simonetta Longo


 
Morendo giovane
libero e appassionato
ci insegna a vivere
Mario Marchisio
 
È Primavera.
L’Infinito negli occhi,
pura Visione
Antonio Miredi
 
Fine d’estate
nel buio si ritira
l’amato divo.
Chicca Morone


 
Ed è nella ricorrenza del Centenario della morte che proponiamo l’immagine di Rodolfo, prossimo all’abbandono del corpo, mentre chiede al fratello Alberto che vengano aperte le tende affinché possa vedere la luce... e nella luce diventa un’ombra silenziosa, poi un mito celebrato ad alta voce, ovunque nel mondo!

CARMEN



A Scolacium per Armonie d’Arte Festival arriva la Carmen di Antonio Gades, il flamenco che continua a incantare il mondo. Il 13 agosto, unica data italiana del 2026, Armonie d’Arte Festival porta in Calabria uno dei capolavori assoluti e più longevi della danza internazionale.



Il Parco Archeologico Nazionale di Scolacium si prepara a diventare, per una notte, cuore pulsante dell’arte coreutica mondiale con “Carmen in flamenco” di Antonio Gades e Carlos Saura, la celebre creazione che è ormai una leggenda dello spettacolo culturale dal vivo. Giovedì 13 agosto, unica data italiana del 2026, Armonie d’Arte Festival porta in Calabria uno dei capolavori assoluti e più longevi della danza internazionale. Un appuntamento che aggiunge un ulteriore, prestigioso tassello alla lunga storia di qualità e valore di Armonie d’Arte, realtà festivaliera ideata e diretta da Chiara Giordano, da ventisei anni protagonista della scena culturale e dello spettacolo in Calabria. Icona della danza flamenca, affidata alla stessa Compagnia Antonio Gades già nei più prestigiosi palcoscenici del mondo, Carmen reinterpreta - ma al tempo stesso si distacca - l’opera di Bizet ed il racconto di Mérimée, per radicarsi profondamente nella cultura andalusa. Il flamenco, la farruca, lo zapateado e la bulería si fondono con la recitazione e con la chitarra dal vivo in una narrazione intensa e fisica, attraversando temi eterni quali Eros e Thanatos, amore, gelosia e libertà femminile. Nessuna concessione a un folclore superficiale: tutto diventa linguaggio, corpo, tensione e racconto, con una sapienza strepitosa. È un’occasione per lasciarsi conquistare dalla forza di una storia universale, quella di Carmen, restituita attraverso un linguaggio impattante, essenziale e profondamente umano, capace di catturare e travolgere le platee, dagli spettatori più esperti a un pubblico trasversale e di ogni generazione. 



Nata nel 1983 dall’incontro artistico tra Antonio Gades e Carlos Saura, questa versione di Carmen continua da oltre quarant’anni a viaggiare nel mondo senza perdere nulla della propria potenza. E’ una Carmen che il tempo non ha consumato, al contrario è proprio il tempo ad averne confermato la straordinaria modernità. Una danza essenziale, viscerale, capace di raccontare sentimenti che appartengono a ogni epoca e a ogni essere umano. Perché Carmen, appunto, non è soltanto flamenco, ma è teatro, musica, gesto, silenzio, tensione, sensualità. È la straordinaria capacità di Antonio Gades di trasformare ogni movimento in racconto, facendo della danza un linguaggio immediatamente comprensibile anche quando non viene pronunciata una sola parola. E poi c’è Scolacium, con la sua storia millenaria, le sue pietre, il paesaggio di ulivi secolari, e quell’atmosfera irripetibile che rende ogni spettacolo parte di qualcosa di più grande. È qui che la Carmen di Gades troverà uno spazio capace di amplificarne il fascino, in un incontro tra patrimonio, arte e memoria che è già degli appuntamenti più attesi dell’estate calabrese e destinato a diventare una serata indimenticabile.



«Siamo felici – dichiara la direttrice artistica Chiara Giordano – che Armonie d’Arte Festival, al Parco Archeologico Nazionale di Scolacium da 26 anni con programmazioni di altissimo profilo, contribuendo oggettivamente e senza rischio di presunzione a scrivere la storia dello spettacolo in questa regione, possa offrire ai calabresi e ai tanti turisti un appuntamento di così assoluto rilievo con l’arte e la cultura internazionale di ogni tempo. Un appuntamento che sentiamo pienamente nel segno del claim che promuoviamo con convinzione: #LaCalabriaCheValeIlViaggio». Uno spettacolo, dunque, che non ha bisogno di ulteriori esegesi e didascalie, ma tutto da vivere, lasciandosi attraversare dalla musica, seguendo il ritmo dei piedi sul palcoscenico, ascoltando il silenzio tra un gesto e l’altro e lasciandosi trascinare dentro una storia che continua a bruciare con la stessa intensità, e scoprire perché la Carmen di Antonio Gades continui a incantare il pubblico di tutto il mondo.



Tutte le informazioni su
www.armoniedarte.com
e sui canali social ufficiali del Festival

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