UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 3 dicembre 2022

RIVOLUZIONE E TIRANNI



C’è un passaggio nello scritto di Rosella Simone Valchirie rosse (“Odissea” lunedì 14 novembre 2022) che va doverosamente corretto, quello in cui scrive che la Rivoluzione russa sia miseramente implosa settant’anni dopo. Purtroppo quella rivoluzione è tragicamente implosa quasi subito. Quando i soviet vennero espropriati da ogni potere per concentralo nelle mani di un solo partito, quando fu assassinata ogni forma di autogestione e di federalismo, quando nel 1921 furono massacrati gli insorti di Kronstadt, quando i dirigenti bolscevichi innamorati del fanatismo teocratico dei giacobini imposero la dittatura “del proletariato”. Quando si acquisì pari pari la vecchia burocrazia zarista, quando si ereditò l’esercito così com’era perché le milizie popolari dal basso in fondo avrebbero fatto paura al nuovo potere autoritario. E i becchini di quella rivoluzione si chiamano Lenin, Trotsky e compagnia. E furono loro a spianare la strada al tiranno Stalin. Stalin non è venuto dalla luna, un po’ di sano marxismo non guasta, anche se è stupefacente come un uomo dotato di grande intelligenza analitica come Marx e con una grande capacità di leggere la storia, non abbia capito che la dittatura, così come si è sempre incarnata nella storia (dalla Grecia antica alla Roma imperiale fino a Napoleone, tanto per restare in ambito occidentale), altro non è stata che concentrazione assoluta del potere in poche mani. E dire che si era entusiasmato di quella straordinaria e illuminante esperienza che è stata la Comune di Parigi. Stalin cancellerà assieme ai protagonisti della rivoluzione, ogni barlume di idea socialista e persino la speranza. Si fece dittatore e tiranno e regolò i conti anche con Trotsky e i suoi seguaci. A Lenin andò meglio perché morì prematuramente. Quello che seguì, nella sostanza è simile al nazismo. Cerchiamo di impararlo una volta per tutte.      [A. G]

 

DERIVE

di Vincenzo Rizzuto


Il poeta e patriota Vincenzo Padula

Forse Vincenzo Padula non avrebbe gradito…

 

Acri. Forse Vincenzo Padula non avrebbe gradito che a suo nome si desse un premio per la saggistica a Sgarbi, un personaggio di bandiera della Destra camaleontica più squallida, che ha costruito la sua fortuna mediatica attraverso le strategie più spregiudicate, nelle quali il ricorso allo scandalo rozzo e fastidioso è andato sempre molto più al di là delle sue pur pregevoli doti di storico dell’arte. Il premio Padula, infatti, fin dall’inizio è stato sempre connotato da chiara e forte tenuta critica, fedele alla sua finalità istituzionale: promuovere la cultura, sentita come impegno civile, declinato soprattutto per il riscatto e la difesa dei più deboli, così come lo stesso Padula ha sostenuto nei suoi scritti più importanti, scritti, di coraggiosa denuncia sociale contro i soprusi di sempre, che gli costarono l’assassinio del giovanissimo fratello Giacomo da parte delle famiglie più potenti e vessatorie del tempo. Quelle famiglie, come la Destra neofascista di oggi, non possono essere premiate proprio a nome del Padula: è un’operazione che stride, che ci procura dolore nel profondo dell’anima, il tutto detto senza acredine ma con sincero, profondo disappunto. Ci rendiamo conto che nel tempo odierno la sinistra ha perso la bussola, che la Destra più becera regna sovrana al Governo centrale e regionale; che anche i vari Calenda con i ragazzi di Rignano smaniano per essere accolti nei Palazzi dove sguazza Sgarbi, ma questo non può giustificare uno sbracamento generale, un disarmo totale di ogni tenuta democratica: pena la pericolosa disperazione, che spingerà le masse autoconvocate a scendere in piazza come sta avvenendo a Palermo e altrove.

  

LA PIETÀ DI CUI ABBIAMO BISOGNO
di Roberta De Monticelli


 

Riflessioni sulla mostra delle tre Pietà al Museo di Palazzo Reale a Milano.
 
Bisogna immaginarsela sotto i bombardamenti inglesi di un giorno d’agosto del ’43, l’immensa Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, a Milano. E poi immaginare com’era ridotta, dopo. Spogliata di tutto il suo fasto, gli specchi, i soffitti, gli innumerevoli lampadari, scoperchiata dalle bombe. Ha ragione il Direttore del Museo di Palazzo Reale, Domenico Piraina, quando ci spiega che così accecate e storpiate e mutilate come rimasero, quelle famose quaranta Cariatidi, ancora ci parlano di tutta la storia che hanno visto e sentito. La loro era la più grande sala di alta rappresentanza in Europa quando fu costruita, nella Milano dei Lumi: era gaia e splendida, e le sue luci sfolgoranti sopravvissero alle avventure della storia fino a quell’agosto del ’43. Non fatichiamo a immaginare quello scempio, oggi che stiamo colpevolmente per abituarci all’osceno delle città ucraine distrutte, sciorinato ogni giorno sotto i nostri occhi.
 


La Pietà Vaticana, senza ombra di morte
 
Un piccolo esercizio per lenire l’angoscia senza spegnere la coscienza: si può vederla così, la mostra-installazione “Le pietà di Michelangelo – Tre calchi storici per la Sala delle Cariatidi” (aperta fino all’8 gennaio prossimo) che il Comune di Milano, letteralmente, ha regalato ai cittadini (l’ingresso è gratuito), riunendo in un solo e magnifico ambiente, con un’accurata scenografia visiva e musicale, tre calchi, prodotti per diverse ragioni in tempi diversi, di questi tra capolavori che segnano l’inizio, la tarda maturità e la fine della vita creativa di Michelangelo. Aveva ventiquattro anni quando il cardinale ambasciatore di Carlo VIII alla corte di Alessandro VI Borgia gli commissionò la prima – la Pietà Vaticana, oggi in San Pietro: in un anno, fra il 1498 e il 1499, la terminò, suscitando lo stupore e la venerazione del mondo di allora. Un dio trentenne, di apollinea bellezza, dorme in atto di sereno abbandono in grembo a una Vergine che lo veglia amorevole, col suo volto di fanciulla. L’orizzontale del Cristo e la verticale di Maria formano una croce ideale, o piuttosto la perfezione di un cerchio che racchiude, intatta e levigatissima, un’umanità insieme classica e trasfigurata, senz’ombra di morte.

La Sala delle Cariatidi oggi
 
La Pietà Bandini e la questione di Nicodemo
 
Quasi quarant’anni passano prima che l’artista, ormai più che settantenne, famoso e venerato, si accinga all’opera di un’altra Pietà: e che anni. Nel 1517 Lutero appende le sue 95 tesi al portone di una chiesa di Wittenberg. Carlo V, incoronato imperatore nel 1519, sogna di unire l’Europa e fare del suo immenso impero una monarchia universale di pace, ma si scontra con la resistenza di Francesco I di Francia: gli equilibri rinascimentali crollano, comincia la gran rissa cristiana di cattolici e protestanti. I Lanzichenecchi mettono a sacco Roma nel 1527. E anche la repubblica di Firenze crolla nell’agosto del 1530 dopo sette mesi eroici e disperati d’assedio, e cede alle forze imperiali del Principe di Orange (fra i “pazzi” difensori vilmente irrisi dal Guicciardini c’era anche Michelangelo, che dal 1534 riparerà per sempre a Roma). A Firenze sono tornati i Medici, ormai sostenuti dalle potenze straniere. Nel 1547 muore Vittoria Colonna, la grande amica dell’anima, che come Michelangelo alimenta il fuoco della sua poesia al vento dello spirito nuovo, carico di libertà, di dubbi, di tormento. Quella che sarà chiamata la Pietà Bandini, ora a Firenze, cominciata dopo la morte di Vittoria, resterà incompiuta. Ma si si sa, il non finito di Michelangelo è piuttosto un infinito, e l’infinito di questa Pietà è la prima straordinaria scoperta che si offre al visitatore della mostra milanese. Iconograficamente è piuttosto un Compianto: non ci sono solo il Figlio e la Madre, ma c’è il cum di una sia pur embrionale comunità che piange il Cristo morto. Eppure non c’è più cenno di un’orizzontalità distesa. Il gruppo non ha che l’alto e il basso: imponente, dall’alto, incappucciata, una figura simile al Padre di una famosa Trinità del Masaccio sorregge il Cristo e abbraccia, insieme, Maddalena e Maria, in un pianto che scende, come scende nella gravità, pesante, tutto quel corpo, col braccio che pende rovesciato, in abbandono – la testa reclinata, involontaria e dolcissima, contro quella della Madre. Quella figura ha il volto di Michelangelo. È Nicodemo: quello che nel Vangelo di Giovanni interroga Gesù sulla vecchiaia e la rinascita. Come può un uomo vecchio tornare nel seno di sua madre? Ecco: Nicodemo-Michelangelo qui non chiede più. Sostiene: la discesa nella morte e nella madre, e insieme la piange. Tutto scende e fluisce, qui, dall’alto al profondo.


La Sala delle Cariatidi bombardato

E la disperazione in te imita questo marmo che si scioglie in pianto, e scende. Anothen – qualcuno te l’aveva insegnato – vuol dire di nuovo, in greco, nascere di nuovo, ma vuol dire anche dall’alto, nascere dall’alto. Improvvisamente lo vedi: s’è fatto alto come quello del Padre il volto dell’uomo dubbioso, alto non di superbia ma di pena e pianto, per tutti noi. Si è sollevato sopra la rissa cristiana a sorreggere il Cristo, crocefisso oscenamente alle parole di guerra, fra le bandiere e il piombo.  Se non alziamo il punto di vista sulla guerra e la storia i massacri non avranno fine. Non ci sarà rinascita, vita nuova, nuova civiltà. Nulla di nuovo nasce se non dall’alto del pensiero e della pietà.


Sostenere il divino: la Pietà Rondanini
 
Ha quasi novant’anni Michelangelo quando si mette all’opera dell’ultima Pietà - la nostra che è a Milano, la Pietà Rondanini - e ci lavorerà fino a pochi giorni prima di morire. Qui il non finito s’è fatto infinito al punto di non starci più, in concetti umani. Non tornano più, i conti, ma un canto si leva sommesso, quasi fuso nella luce. È la musica minima e lucente dell’estone Arvo Pärt, sapientemente diffusa nella Sala delle Cariatidi. Perché tutto qui è deciso sub specie aeterni, ma tu non sai come, non sai se questa pace perpetua è fine o inizio, se è nulla o nascita, perché l’infinito, umanamente, è solo l’incompiuto. Tutto si legge a doppio senso, a seconda dell’angolo da cui lo guardi. Anche qui c’è solo la verticale. Ci sono solo due figure: ma questo Cristo scende, o ascende? E questa Madre che sovrasta di una testa il figlio, là dov’era il Padre, questo volto efebico, evanescente quasi come un sogno, è Maria? Sostiene o è sostenuta, spinta in alto? Sono due, o uno? Ecco: l’abbraccio ancora una volta sembra sorreggere il corpo che la gravità contende all’alto, ma la fusione delle due figure fonde a tal punto i sensi di anothen, dell’alto e del nuovo, l’angoscia di Nicodemo e l’origine del mondo, vecchiaia e adolescenza, e il tornare nell’utero e il nascere – che tu non sai più quale verso abbia il pianto, se scenda o ascenda. Forse è acqua saliente, acqua di fonte, acqua che sale dal profondo, come dal pozzo della Samaritana. Salvezza?

 
Il mestiere delle cariatidi
 
Non lo sai. Ma sai almeno questo, adesso: il mestiere umile e invisibile delle Cariatidi, è lo stesso. Sostenere e sorreggere. Non sono nella luce, come quella madre dal volto già quasi svanito nell’eterno, hanno volti troncati o ciechi, loro stesse invisibili, come fuse nei muri portanti. Ma identico è il mestiere: resistenza. Che accoglie, che sostiene e imita il gesto ascensionale del divino, perché tutto non rovini giù, nel basso del morire. Questo mestiere si chiama pietas: è la virtù di Enea – molto più che pietà. Di tutti gli esseri conosce il pianto e lo splendore: fiorente o violato, sfiorito, calpestato. Come quando la Sala delle Cariatidi accolse Guernica, il capolavoro di Picasso, lo specchio dell’agonia violenta di questa Europa: era il 1953. Come quando, ancora splendida di tutti i suoi lumi, la sala risuonò dei passi di Woodrow Wilson, venuto a dare legge con tavole nuove, poi spezzate. Nel 1919. Erano state splendide anche loro, agli inizi, quelle fanciulle schiave, piantate dai greci a sostenere il tempio di Eretteo, sull’Acropoli di Atene: e forse fu da loro che la ragione imparò le architetture della vita civile, il design dell’edificazione, al tempo in cui accese tutti i suoi lumi in Europa e qui fu degnamente accolta. Qui, a Milano: nei teatri e nei palazzi del Piermarini.
Era tempo che Palazzo Reale accogliesse questa trilogia della Pietà – della pietas senza di cui ragione e civiltà non risorgeranno nuove dalle loro rovine. Se mai risorgeranno.

PINK POWER
di Paolo Vincenti

 
Opera di Max H. Sauvage

In occasione della giornata contro la violenza alle donne il 25 novembre, fra convegni e incontri in ogni parte d’Italia, è tornato in auge anche il dibattito (invero mai passato di moda) sull’emancipazione femminile. Mi vengono in mente le Femen, un gruppo di attiviste ucraine che inscenano plateali manifestazioni di protesta contro il potere costituito. Sono diventate popolari perché spesso lo fanno spogliandosi degli indumenti e restando a seno nudo. Una loro celebre sortita fu l’assalto a Mario Draghi presso la sede della Banca Centrale Europea a Francoforte. Mentre il Presidente della BCE teneva una conferenza stampa, una attivista, riuscita ad eludere la sicurezza spacciandosi per giornalista, saltò sul tavolo e al grido di “Stop alla dittatura della BCE”, sommerse lo spaurito Draghi di volantini e coriandoli, prima di essere fermata dalle forze dell’ordine. Le Femen sono emule delle Pussy Riot, il gruppo punk russo di femministe che si battono contro la dittatura di Zar Putin e che infatti sono purtroppo in galera. Dico “potere rosa” e mi viene in mente Pink Power ranger, guerrieraninja strizzata nel suo costume rosa nei famosi telefilm per ragazzi. Quando dico femministe, penso a Mary Wollstonecraft, intellettuale inglese del Settecento e madre di Mary Shelley. “Mary” si intitolava anche il suo romanzo in cui criticava l’istituto del matrimonio e rivendicava un margine di libertà per la donna fino ad allora sconosciuto. Il suo trattato “Rivendicazione dei diritti della donna” fu uno dei primi scritti femministi della storia della letteratura. Penso anche a Emmeline Pankhurst, la leader delle suffragette inglesi che si batté, nell’Ottocento, per ottenere il diritto di voto per le donne. Poi mi viene in mente una vecchissima canzone di De Gregori, “Informazioni di Vincent”, che recita: “una foto di Angela Davis muore lentamente sul muro”. Tanti anni son passati da quando ascoltai questa canzone per la prima volta e preso dalla curiosità per quel nome citato dal cantautore romano volli sapere a chi appartenesse. Scoprì così che si trattava di una leader nera del femminismo americano, comunista e attivista delle Pantere Nere. Perseguitata dal Ku Klux Klan e imprigionata per un delitto che non aveva commesso, autrice di libri importanti fra gli anni Ottanta e Novanta. Queste riflessioni mi sono venute in mente imbattendomi in rete nella celebre immagine dell’operaia simbolo delle lotte femministe nel poster bellico “We can do it!”: frase ripresa da Barak Obama nelle elezioni presidenziali americane 2008, nella variante “Yes, we can!” , e scimmiottata anche in Italia da Matteo Renzi nella sua campagna elettorale di svariati anni fa. In America, circolava anche una foto dell’operaia simbolo del femminismo con il volto di Obama. Io non sono mai stato un appassionato del movimento femminista, pur riconoscendo che esso abbia una validità storica su cui occorre quanto meno documentarsi e dei meriti indiscussi. Molte sono state le conquiste di questo movimento mondiale, infatti, troppo sbrigativamente derubricato dagli uomini come comunista e troppo superficialmente sintetizzato e simboleggiato dalla mini gonna di Mary Quant (sebbene a fine Ottocento la femminista francese Hubertine Auclert creò addirittura una “Lega per le gonne corte”, per arrivare a questo risultato). Tante e importanti le conquiste sociali del movimento femminista, messe duramente a repentaglio quando vediamo una come Flavia Vento farfugliare in tivù castronerie dettate dal suo vuoto mentale o una come Lory Del Santo, già regina del trash cinematografico, presentare l’ennesima puntata della sua web com “The lady”.
 

 

Musica
AL MUSEO BAGATTI VALSECCHI


 
 
Secondo concerto dell’Associazione “OMAGGIO AL CLAVICEMBALO” con un titolo un po’ fuori stagione “Now je spring is come” (È arrivata la primavera), la ragione è la seguente: avevamo programmato il concerto per il mese di Marzo del 2020 ma abbiamo dovuto sospenderlo per le ragioni che tutti conosciamo e ci piaceva riprenderlo così come era programmato.
Siamo alla corte della regina Elisabetta I d’ Inghilterra che fu una grande mecenate, amante delle arti, soprattutto della musica e della danza.
Ho reperito la prima canzone che è stata eseguita, che dà il titolo al concerto, in un libro per virginale (lo strumento a tastiera simile al clavicembalo) con varie composizioni raccolte da una donna e scritte da Eliza Turner, J. Dowland e H. Purcell.
Le quattro interpreti: Desirée Corapi, soprano, Chiara Busi, flauto dolce, Cristina Verdecchia, arciliuto e Graziella Baroli, cembalo si sono esibite in formazioni e abbinamenti diversi assecondando lo spirito dei brani. Eseguire queste musiche in un luogo così particolare ha reso al concerto l’ambientazione adatta. Pubblico partecipe e sensibile.
Graziella Baroli
 

 

 

VILLA IN TUSCIA




PRECOTTO IN FESTA




venerdì 2 dicembre 2022

ARTISTI CONTRO LA GUERRA
 

Opera di Alessio Centemeri

Oggi abbiamo deciso di fare un regalo particolare ai lettori di “Odissea”: nessun articolo in prima pagina, ma le immagini contro la guerra che un nutrito gruppo di artisti ha esposto alcuni giorni fa a Como. Per il nostro giornale che sin dall’inizio si è schierato contro il conflitto russo-ucraino e che da vent’anni scrive contro armi, eserciti e guerre, la consapevolezza civile mostrata da questi artisti ci gratifica e ci incoraggia. Potevamo pubblicare queste opere nella Rubrica di Arte e farne un commento estetico, e invece no, queste immagini non hanno bisogno di commento, parlano da sole. Che siano di monito a tutti noi, e ai potenti che stanno mettendo in pericolo la vita dell’intera umanità. [A. G.]


Opera di Carlo Pozzoni


Opera di Filippo Borella


Opera di Gianni Rodenhauser

Opera di Carmen Monti Molteni


Opera di  Elena Borghi


Opera di Giulio Mantovani


Opera di  Judith Holstein


Opera di Orietta Bernasconi


Opera di Pierluigi Ratti


Opera di Sergio Tagliabue


Opera di Marzia Mauri


Opera di  Matteo Galvano


Opera di Piero Campanini


Opera di Giovanni Padovese


Opera di Adriano Caversazio


Opera di Antonio Teruzzi


Opera di Giovanni Menta


Opera di Lorenza Morandotti


Opera di Gianfranco Sergio


Opera di Stefano Paulon


 Galleria "Art Company"


MUSICA COLTA



A Sesto San Giovanni


Al Museo Bagatti Valsecchi
 

giovedì 1 dicembre 2022

Libri
LA VERITÀ E IL MALE
di Angelo Gaccione


 
Zaccaria Gallo
 
Il nuovo libro dello scrittore e poeta pugliese Zaccaria Gallo Pensel (Florestano Edizioni, Bari 2022 pagine 324) prende in esame due terribili stragi: una contemporanea, quella del fanatismo islamico con il massacro a Parigi nel novembre del 2015 al “Bataclan”, e una del passato, quella contro Napoleone Bonaparte alle Tuilieries, ad opera di altrettanti fanatici vandeani. Due stragi indiscriminate: la prima deliberatamente contro civili; la seconda contro un uomo di potere, un tiranno autoproclamatosi imperatore, ma che fatalmente massacrerà civili innocenti, come avviene quasi sempre quando si compie un attentato in pubblico con esplosivo. In questo secondo attentato c’è l’aggravante che un carretto imbottito di dinamite polverizzerà oltre al cavallo e a quanti si trovano nel raggio dell’esplosione, anche una bambina di nome Pensel (nome che dà il titolo al romanzo) non ancora dodicenne. Gli attentatori non si sono fatti scrupolo di coinvolgerla con l’inganno; uno di loro, di nome Saint-Rejant, le affida le redini del cavallo e si metterà al riparo prima dell’esplosione.
L’intreccio del romanzo il lettore può goderselo direttamente e scoprire come lo storico parigino Jean Pierre Réjant, professore alla Sorbona, si ritroverà in casa, per una beffarda fatalità del destino, una giovane di nome Pensel, proprio come la bambina morta alle Tuileries, scampata miracolosamente alla mattanza del “Bataclan”. Di come uno dei protagonisti dell’attentato di due secoli prima altri non era che un suo antenato di nome Pierre Robinault de Saint-Réjant di cui egli porta il nome. Era stato costui a ideare e coordinare le fasi dell’attentato contro Napoleone in cui perse la vita la bambina. Di come, infine, queste due vicende finiranno per intrecciarsi e di come faranno affiorare nel professore ricordi dolorosi che egli aveva rimosso.
A me invece preme qui riflettere sugli interrogativi che il romanzo pone, e cioè fino a che punto è lecito spingersi, seppure per un fine considerato nobile come il trionfo della propria causa o l’affermazione delle proprie idee. È lecito tutto? Qualsiasi mezzo? Non distinguendo fra colpevoli e innocenti? Conta solo l’obiettivo e i danni collaterali sono trascurabili e non hanno importanza? Non restano affatto sottotraccia queste domande, sono il nerbo morale, prima che politico e filosofico del libro. Si sa, ogni verità è parziale, ogni verità e di parte, dunque esse sono tante quante sono le visioni e le concezioni ideali dei gruppi e degli individui. Per Napoleone la verità è la sua Repubblica imperiale da consolidare, con il pugno di ferro se occorre, e la soppressione dei suoi nemici fa parte di questa necessità. Per i vandeani legittimisti la verità è la morte di Napoleone considerato un tiranno usurpatore e la rimessa sul trono del loro legittimo Re. Il tutto senza esclusione di colpi. Come gli stragisti del “Bataclan”. Camus, rovesciando il punto di vista degli eredi di Machiavelli, ha scritto che i fini non giustificano tutti i mezzi. Prima di lui lo aveva ribadito il rivoluzionario anarchico campano Errico Malatesta. Chi ammazza in modo indiscriminato non distinguendo fra colpevoli e innocenti degrada la sua causa in crimine; la abbassa a pura azione criminale. Calpesta il senso di umanità e se ne spoglia, riducendosi ad un freddo assassino.



Lo scrittore fa intravedere una uscita dal male verso la fine del romanzo. In particolare nel capitolo tredicesimo quando ci porta in viaggio, a seguito di Manon, la sorella della sfortunata Pensel, fino a Charleston. Ha attraversato l’Oceano con una pistola nella valigia per andare a regolare il conto con padre Joseph, al secolo Joseph Picot de Limoléan. Era stato lui a scegliere la bambina per mantenere le redini del cavallo, conscio di condannarla a morte e farne una vittima sacrificale. Quando Manon se lo troverà di fronte vecchio e con il saio del monaco nel convento dove aveva trovato riparo, decide di non premere il grilletto. Oramai lo spavaldo terrorista è un rudere ossessionato dal fantasma della bambina le cui sembianze gli appaiono di continuo davanti agli occhi. Si può uccidere un uomo a sangue freddo anche se l’odio è rimasto vivo in noi? Questo deve aver pensato Manon in quegli istanti, e decide di deporre la pistola. Forse la rinuncia ad altro male è la sola via d’uscita che rimane agli uomini, per rimanere tali.

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