UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 8 marzo 2021

IL DÈMONE DELLA SCRITTURA
di Angelo Gaccione


 
Sappiamo di genetica e di Dna, e tuttavia non conosciamo con certezza la materia (e la sua misura) che combinandosi renda due sorelle una molto bella e l’altra bruttina, e non sappiamo perché una mano è capace in un battibaleno di disegnare con estrema facilità i lineamenti di un volto o di un paesaggio, e un’altra assolutamente no. Potete frequentare tutte le accademie di questo mondo ed avere il più versatile dei maestri, ma non farete un solo progresso sulla via dell’arte. È possibile, se ci si impegna, diventare un ottimo critico, ma mai un pittore. Sappiamo invece con certezza che per fare un vero artista sono necessarie tre cose: il talento, lo stile, l’originalità. Ho usato un sostantivo volutamente incerto e generico perché la triade a cui mi riferisco è costituita da elementi immateriali e dunque visivamente e tattilmente incorporei. Trattandosi di elementi immateriali, è fin troppo ovvio dedurne che essi non siano riproducibili, né è possibile renderli seriali. Possono essere copiate da abili falsari le opere che da quella triade discendono (e difatti in pittura i falsari e i copisti abbondano come i contraffattori delle firme), ma crearle no. E allora è più che legittimo che Alfio Squillaci non abbia alcuna simpatia per le scuole di scrittura creativa e abbia scritto un prezioso e utilissimo saggio per auspicarne la chiusura.

Il suo agile pamphlet: Chiudiamo le scuole di scrittura creativa! (con tanto di punto esclamativo), tornerà utilissimo a quanti decideranno di intraprendere quello che in diverse occasioni ho definito l’insano mestiere dello scrittore e una vera e propria dannazione. Squillaci si chiede, giustamente, come sia possibile insegnare in una scuola di scrittura: talento, stile e originalità, dal momento che si tratta di qualità (o doni naturali?) strettamente individuali; così personali ed esclusive quasi come le impronte digitali. E ci ricorda, altrettanto giustamente, che i più talentuosi scrittori che noi ammiriamo non hanno frequentato alcuna scuola di scrittura, a partire dalle più lontane e antiche origini di questa forma di espressività. Assodato che la maggior parte di queste scuole funzionano come vere e proprie batterie per “polli di allevamento” (la creazione di un possibile scrittore di successo) condite con una discreta dose di conformismo - il libro vi mostrerà gli ingredienti -, come si evince dal discorso di Squillaci, sorge spontaneo porsi la domanda: Da chi imparare, dunque? Personalmente consiglierei di immergersi a fondo nel pozzo nero della vita; ci si contamina e molte scorie restano attaccate alla pelle e all’anima. Certo bisognerà avere una sensibilità accesa per sentire le ferite sulla pelle e un’anima disposta ad accoglierle: “Nessuna cosa ha un’anima se non ne avete una” recita un mio aforisma giovanile; ma la pensava così, e molto prima di me, lo scrittore russo Vasilij Ròzanov: “Non avete un’anima, signori miei. Perciò non vien fuori nemmeno una goccia di letteratura”. Occhio dunque all’anima, prima di intraprendere l’avventura dello scrivere. Perché ha ragione da vendere Squillaci, è un mestiere che non vi potrà insegnare nessuno, perciò meditate queste sagge parole di Ugo Ojetti: “Quello dello scrittore è il mestiere più libero e più duro, in cui nessuno ti aiuta tranne qualche morto”. Che sia un mestiere duro, anzi durissimo, concordo; che sia il più libero non sono più sicuro. L’industria culturale e la mercificazione, la società dello spettacolo e i suoi riti, lo hanno reso tutt’altro che libero. Ma Ojetti ha ragione: solo qualche trapassato può venirti in soccorso perché ha manipolato la materia prima di te e ha tracciato la via. E allora dovete accogliere i suggerimenti di Squillaci: leggere, leggere, leggere, soprattutto i morti come dice Ojetti, e aggiungerei gli autori veri, ricordandosi sempre che La cultura ha guadagnato soprattutto da quei libri con cui gli editori hanno perso” come ha scritto Thomas Fuller. Magari vi tremeranno i polsi e desisterete, ma di certo non avrete sprecato il vostro tempo: se non avete imparato a scrivere, avete almeno imparato a leggere e a capire. Parafrasando la battuta finale con cui Squillaci chiude il suo libro, se non avrete imparato a ballare il tango, avrete almeno imparato le mosse. Da parte mia, non posso che ribadire quanto ho più volte detto: dopo una lunga vita di scrittura ho imparato solo come non devo scrivere. È poca cosa? Forse sì, è un misero bottino ma andava messo in conto.

La copertina del libro

Alfio Squillaci
Chiudiamo le scuole di scrittura creativa!
Gog Ed. 2020
Pagg. 120 € 12
 
 
La lettura del link riprodotto qui sotto, servirà a togliervi qualche altra illusione. (“Odissea” domenica 30 dicembre 2018)
https://libertariam.blogspot.com/search?q=Taccuino+Sul+mestiere+di+scrittore

sabato 6 marzo 2021

FARMACI E SALUTE


Silvio Garattini

Conversazione con il prof. Silvio Garattini
 
Odissea: Professore, le mamme al primo cenno di febbre danno la tachipirina ai loro figli. Molte donne, nei primi tre mesi di gravidanza, spesso, fanno uso di questo antipiretico. Ci può spiegare quando vada usato questo farmaco? Gli effetti sul feto e sul sistema immunitario dei bambini, è reale o ipotetico? Ci sono studi randomizzati che ne codificano in sicurezza l’uso?
 
Garattini: Il principio attivo è il paracetamolo, sintetizzato per la prima volta nel 1878, che ha un’attività antifebbrile ed un’attività antidolore. È presente in molti prodotti da solo o in associazione, a varie dosi somministrabili per via orale, rettale o intravenosa. Ha una emivita di 1-4 ore il che vuol dire che spesso va assunto più volte al giorno. Viene eliminato per via renale e quindi le dosi devono essere ridotte in caso di insufficienza renale. È relativamente ben tollerato, eccetto che nei casi di epatopatia. Infatti nel fegato viene trasformato in un metabolita che è tossico per il fegato. Tuttavia si tratta di casi rari, perché non è controindicato in gravidanza, né in età pediatrica. L’effetto antifebbrile è molto rapido, mentre l’azione antidolorifica è modesta. La dose singola non deve superare 1 grammo e la dose giornaliera non deve superare i 3 grammi nell’adulto. Una dose di 10-15 grammi può essere fatale. L’antidoto in caso di avvelenamento è l’acetilcisteina o il glutatione.
 
Odissea: Professore, un miglioramento della qualità ambientale: suolo, aria e terra; una medicina preventiva che valuti l’equilibrio psicofisico dell’individuo, la PNEIS (psico-neuro-endocrino-immuno-sistemica) potrebbe ridurre se non eliminare i futuri “attacchi dei virus “cattivi”?
 
Garattini: Certamente l’ambiente ha una grande importanza per la salute. Le buone abitudini di vita che contemplano un’alimentazione varia e moderata, un peso normale, esercizio fisico, attività intellettuale, almeno 7 ore di sonno, abolizione di tabacco, alcol e droghe, sono fattori importanti per evitare almeno il 50 percento delle malattie croniche, diabete, insufficienza cardiaca, renale, respiratoria e tumori.


Silvio Garattini

Odissea: L’arabesco unico delle impronte digitali (non c’è individuo che ne abbia uno uguale ad un altro); i gruppi sanguigni ci dicono che l’uomo ha una sua specificità. Nella formulazione di nuovi farmaci, si tiene presente di questa realtà? E l’uso dei molti farmaci che l’industria immette periodicamente sul mercato è realmente efficace? 

Garattini: La medicina personalizzata tende ad utilizzare i farmaci in base alle caratteristiche individuali. Sono molti i dati che non conosciamo, ad esempio le dosi e la durata di trattamento ottimali, le differenze di genere. Mancano studi comparativi per farmaci che hanno le stesse indicazioni terapeutiche. Si dovrebbero realizzare più studi clinici indipendenti per ottenere informazioni che non interessano all’industria.
La legislazione europea permette di approvare un farmaco sulla base di tre caratteristiche: “qualità, efficacia e sicurezza”, il che non ci dice se un farmaco è meglio o peggio di quelli già esistenti. Se si dicesse “qualità, efficacia, sicurezza e valore terapeutico aggiunto”, il 70 percento dei farmaci non verrebbe approvato.
 
Odissea: Corrisponde al vero che l’Italia, dopo Cina ed India, sia la terza produttrice di farmaci al mondo? Sono, quelle italiane, industrie che producono su licenza o su propri brevetti?
 
Garattini: L’Italia ha una buona tradizione di ricerca chimica e quindi produce anche farmaci. Tuttavia sono farmaci scoperti da altri o il cui brevetto è scaduto. L’industria farmaceutica italiana non contribuisce in modo significativo all’innovazione anche perché i nostri Governi pensano che la ricerca sia una spesa anziché un investimento. Infatti abbiamo la metà dei ricercatori rispetto alla media dei Paesi europei. 


Silvio Garattini

Odissea: Prevenire è meglio che curare, recita un efficace messaggio mediatico. Si potrà ritornare a questa medicina un po’ più ippocratica e meno finanziaria? Dal medico (fatte le dovute eccezioni) si deve andare quando si è sani, non quando il male è già acuto e manifesto.
 
Garattini: Occorre un grande cambiamento culturale. Oggi la medicina è un grande mercato e quindi non si occupa delle prevenzioni che riduce il mercato. I Governi speculano sulle cattive abitudini di vita incassando soldi su fumo, alcol, giochi d’azzardo e così via. La malattia deve essere considerata un fallimento della medicina. Siamo una popolazione con una lunga durata di vita, 81 anni per i maschi e 85 per le femmine, ma se consideriamo la durata di vita “sana”, scendiamo nella classifica perché abbiamo 6-8 anni di cattiva qualità di vita a causa di malattie.
 

Istituto Mario Negri
 
*Nato a Bergamo il 12 novembre del 1928, Silvio Angelo Garattini è scienziato e farmacologo di chiara fama. È presidente e fondatore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri" con sede a Milano.
 
[Conversazione a cura del dr Teodosio De Bonis]

 

LOMBARDIA FILM COMMISSION



Il Comune di Milano parte civile
contro i ladri della Lega.
 
Il Comune di Milano si costituirà parte civile nel processo a carico dei presunti responsabili - imputati di peculato, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e reati tributari - della procedura d’acquisto di un immobile in Cormano quale sede della Fondazione Lombardia Film Commission. Il Comune è infatti socio fondatore della Fondazione Lombardia Film Commission, nomina uno dei due componenti del Consiglio di Amministrazione ed eroga un contributo annuo a sostegno dell’attività. 
Secondo l’ipotesi accusatoria, gli imputati avrebbero pianificato una complessa operazione immobiliare di acquisizione di un edificio da adibire a sede dell’Ente (oggetto di finanziamento regionale), condizionandone illecitamente le modalità di scelta a favore di uno stabile in Cormano, e appropriandosi del prezzo di acquisto, importo successivamente retrocesso per oltre la metà ad alcuni di essi. La Giunta ha pertanto autorizzato oggi la richiesta di costituzione in giudizio del Comune di Milano nel procedimento penale avviato in quanto parte lesa dai reati, insieme alla Fondazione stessa e a Regione Lombardia, ai fini del risarcimento dei danni, anche all’immagine, subiti sia in qualità di socio che di Ente esponenziale della collettività e titolare di pubbliche funzioni in materia di promozione culturale, turistica e imprenditoriale del territorio milanese. L’udienza è fissata il prossimo 15 aprile avanti il Tribunale di Milano - sez. VII penale.
 

Libri
VERSI SFUSI DI SOGNI DIFFUSI
di Gianluca Prosperi


Francesco Curto

Si chiede Sandro Allegrini nella Presentazione dell’ultima raccolta poetica di Francesco Curto, Versi sfusi (Morlacchi Editore, 2021), dopo averne indicato e illustrato i nuclei tematici: “Cosa aggiunge dunque questo libro a quanto già detto da Francesco Curto nelle raccolte che si dipanano per oltre un cinquantennio?”. Per rispondersi come annotazione finale (trascritta nella bandella) che molto o poco non importa, se non la necessaria conferma di “come il poetare sia di per sé un’esigenza incomprimibile. Per chi è poeta”. Da parte invece di chi si aggrega ora al folto coro degli esegeti, quella domanda potrebbe essere convertita in cosa si potrebbe aggiungere a quanto già scritto sul poeta, calabrese di origine e umbro di adozione (nonché tradotto persino in turco nel libro CurtoinTurco) e da Luigi Maria Reale assemblato e catalogato nel volume Francesco Curto. Bibliografia ragionata 1968-2018, a corredo dell’opera complessiva Poesie1968-2018 (entrambi in e-book e stampati da Graphisud, Acri), dove sono riunite le precedenti diciotto sillogi. La diciannovesima pubblicazione nelle intenzioni dell’autore dovrebbe comunque essere conclusiva, ma da poeta che “racconta solo quello che gli detta il cuore” sa bene, come avverte Allegrini, di non poter contrastare la insopprimibile urgenza dell’afflato poetico: “Con questo libro metto fine al mio parlare vano / Già il mondo è pieno di poeti. / Quando però il verso urge e bussa alle mie labbra / Io apro volentieri il cuore e non me ne vergogno”. Nei nuovi versi “sfusi” (cioè “avanzati”, “scartati”, ma anche in senso allusivo, per la inerenza tematica, “ecologici”, ovvero senza packaging) che si sono ancora imposti alle “labbra” per le impellenze del “cuore”, il collegamento con i trascorsi espressivi è in qualche modo incorniciato dalle immagini di Serena Cavallini sul fronte (Ritorno) e sul retro della copertina (Coltivasogni-Aria), dove pure a fare da ponte con il passato è riprodotto un componimento della raccolta Parole sottovuoto del 2008, oltre ai vari rimandi nei testi all’interno, compresi quelli in acritano, variante dialettale del cosentino. Nel frattempo però è mutata la prospettiva, perché “Corrono veloci questi ultimi anni / Dentro giorni pregni di paura” e la consapevolezza dell’età che avanza fa oscillare fra il dubitativo “Non so se è tempo di tirare le somme / perché di doman non c’è certezza / la vita è un filo sottile uno strappo la spezza” e l’assertivo “Devo saldare il conto con me stesso / Pagare il debito fino all’ultimo rimpianto / E tra il dare e l’avere fare almeno in pari”. Anche se “Riavvolgere la vita / È un film impossibile / Un’impresa cercare / Tra macerie e sconfitte / I ricordi però sono intatti”, tuttavia lo sguardo per lo più è volto a ritroso, sgranando un rosario di ricordi (…) Tra i miei pensieri stanchi”, prostrati dal peso degli infranti sogni palingenetici, comuni peraltro ad un’intera generazione: “Abbiamo fallito le rivoluzioni / E le rivolte individuali sono finite / In un bagno di sangue e di disfatte”. Proviene però da un’onda lunga quel senso di intimo disorientamento che ne scaturisce e si riaffaccia in sede di bilanci, quando “La sera chiude il giorno / Dentro serra le mie battaglie perse / Ho smarrito il cuore nella nebbia / E le certezze non sono che fantasmi”, nel “vuoto” pneumatico per nulla indolore lasciato dal contrasto tra interrogativi e convinzioni: “Ho un vuoto dentro pieno di domande / Ho dentro un vuoto pieno di certezze / Ho piccoli dolori dentro che sanguinano / Ferite che non posso rimarginare / Una triste compagnia mi accompagna / Sul filo del ricordo che non muore”, Sta lì appunto a rammentare la scia di un pregresso smarrimento interiore il componimento in quarta di copertina, tratto da un’opera che reca la data della ricorrenza quarantennale del memorabile anno di sommovimenti internazionali: “S’annuvola la mente / il pensiero si confonde / la paura disorienta / Sento piegarmi dentro / e perdermi in una preghiera, / ma Dio è uno scoglio / dove naufragare”. Neppure quella comunque è la possibile soluzione, per chi avendo “cercato invano ma eri solo sogno / Un sogno di un dio che di fatto non trovo” e tentato “una flebile preghiera … senza mai spedirla” dichiara poi “Sono un religioso senza dio / Un fratello di Cristo e dell’umanità / Ho smarrito il mio cuore nella nebbia / Non ha un barlume la mia anima / Per trovare una via d’uscita”. Certo, l’emergenza pandemica, più volte richiamata, con l’accentuata percezione della precarietà dell’esistenza e la sospensione delle relazioni sociali contribuisce a diffondere l’incertezza del vivere, ma il sofferto “distanziamento” ed isolamento non impedisce di “rompere il mio silenzio / e gridare forte al mondo / questa rabbia che ho dentro e dare voce così a rinverditi sussulti di protesta in nome di un’antica e sempre attuale militanza pacifista, di giustizia sociale, anticonsumista ed ecologica, a difesa dell’ambiente e della natura (A Greta Thunberg) che nella poesia di Curto, occupa una parte importante, nel mantenere vivo lo stupore per “un pesco rosa fiorito” e nell’evocazione del paesaggio della terra di origine. Nel procedere quindi “stanco verso la meta se pure / la distanza non so ancora immaginarla”, l’io poetico continua, per “volare libero”, a “intrecciare”, “incrociare” e “inseguire” i sogni (pur consapevole di non “toccarli mai”) che insieme ai ricordi, per l’elevata frequenza in cui entrambi ricorrono, impastano l’intera versificazione, proprio in quanto in ultima istanza “Siamo il sogno sognato in un attimo / Di un tempo svanito in un giorno qualunque”. Cosicché, in una sorta di ideale lascito testamentario, al nipotino Lorenzo (a cui è dedicato il libro) affida la sua speranza nel futuro, tra sogni incompiuti e sfide del presente: “Ti lascio Lorenzo un sacco di parole / E una montagna di sogni da realizzare / Ti lascio una terra, l’unica / Stanca di essere sfruttata / Ti lascio però le nuvole e miliardi di stelle / La compagnia sincera di un albero / E tutte le albe e i tramonti…”. E quant’altro ancora abbia alimentato finora il suo mondo poetico.


La copertina del libro
                                                                  
 
Francesco Curto
Versi sfusi
Morlacchi Editore, 2021
Pagg. 77 € 10.00

   

ALBERI



“I fiori sono i sorrisi, con cui gli alberi
si rallegrano, per essere usciti vivi dall’inverno”.
Il Sannicolensis
 

Aforismi


La copertina del libro

Giuseppe Denti è riuscito, nel suo “Le saggie meditazioni”, a costruire, con un accatastamento di soli aforismi (in cui imperversano e trionfano metafore, antitesi, apoftegmi e antanaclasi), una sinossi, appunto, squisitamente aforistica, delle sfaccettature più rappresentative di tutte le arti praticate nel mondo.
Nicolino Longo
 
Giuseppe Denti
Le saggie meditazioni
Barkov Ed. 2021
Pagg. 60 € 14,00

venerdì 5 marzo 2021

SFRUTTAMENTO E CLASSE 
di Franco Astengo


Raniero Panzieri

Pubblicato a Lipsia nell’estate del 1845 ritorna in libreria (edizioni Feltrinelli), nella storica traduzione di Raniero Panzieri “La situazione delle classe operaia in Inghilterra” di Friederich Engels.
Sfruttamento e Classe: ci troviamo così nell’occasione di una rilettura di questi due termini fondamentali per la storia (e l’avvenire?) di quello che un tempo avevamo definito movimento operaio. Un’occasione di riflessione che si presenta in un momento di grande difficoltà per le espressioni politiche, di sfrangiamento sociale, di mutazione pressoché antropologica imposta da circostanze ed eventi da molti non previsti e ignoti nella loro destinazione storica. Nella recensione del testo, curata per “il Manifesto” da Donatella Santarone, si fa cenno a quanto scrivono i due curatori della riedizione, Donaggio e Kammerer, indicando come uno dei temi centrali del libro di Engels appaia essere quello “dell’odio di chi lavora verso i padroni del lavoro”.
Sale subito alla mente il Sanguineti “dell’odio di classe” e ci si interroga su quanto vale oggi quell’affermazione in tempi di indefinitezza delle contraddizioni e di società non più liquida ma “gassosa”, almeno in quelli che qualche anno fa avremmo definito “i punti alti dello sviluppo”.
L’interrogativo che principalmente dovrebbe interessarci adesso potrebbe essere così riassunto: Il mutamento che si è registrato nella condizione materiale di vita e di lavoro dal tempo in cui Engels scrisse quel testo ad oggi, è stato dovuto all’impeto della lotta di classe o alla crescita infinita dello sviluppo produttivo oppure, ancora, quanto al combinato disposto tra questi due fattori?
La lotta di classe vive se ci sono condizioni per un governo della politica verso lo sviluppo e non esiste quando questa capacità di governo viene meno e la politica resta ancillare rispetto alle tecniche, trasformandosi appunto in “tecnocrazia”?
Come si capirà bene l’attualità di questo secondo interrogativo appare quanto mai stringente. Engels non aveva dubbi: lotta di classe e sviluppo (tecnologico, scientifico, industriale) dovevano camminare fianco a fianco e da lì sarebbe nata la scintilla della trasformazione, che poi avrebbe assunto diverse forme fino al fallimento del più “forte” tentativo di inveramento statuale che ha attraversato il ’900.
Così dalla lotta di classe portata dentro lo sviluppo tecnologico nacquero i grandi partiti di massa nell’Europa Occidentale fino al leniniano “Soviet più elettrificazione uguale socialismo” e all’interventismo statale della pianificazione e/o della programmazione (più o meno democratica).
Oggi l’evoluzione scientifica e la raffinatezza del comando mediatico hanno portato ad “smarrimento” determinato dall’individualismo (anche quello dei “diritti”) che agisce ormai indisturbato in un quadro di diseguaglianze complesse.



L’asimmetricità delle condizioni materiali di vita (e di sfruttamento) tra le varie parti del mondo appare come questione dominante tale da impedire, forse, di vedere oggi una dimensione compiuta e organica della lotta di classe facendo smarrire anche l’idea dello sviluppo.
Intendo affermare, con questo, che non possiamo più considerare lo scontro sociale patrimonio dell’avanzato mondo occidentale e che non basta il residuo di un “terzomondismo” condito da una sorta di esigenzialismo ambientalista per fornire alle contraddizioni una nuova miscela di lotta.
È rimasta tutta intera la questione irrisolta del XX secolo e che Engels non proponeva nel suo testo del 1845 (tre anni prima della pubblicazione con Marx del Manifesto): la questione del potere e dello stato.
La traduzione di Panzieri fu pubblicata per la prima volta nel 1955 dalle edizioni Rinascita. Panzieri in quel momento era impegnato nell’analisi con la quale elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”. Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).
L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente - in quella fase - a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).
Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro. L’analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.
Rimase tutta interamente inevasa, anche allora, l’esigenza di incarnare l’analisi in una strutturazione politica.
Rileggere oggi Engels con la mente rivolta al suo traduttore può rappresentare un momento di riflessione non tanto e non solo sulle occasioni mancate e sull’impossibilità di ripetere schemi ormai desueti nella modernità, ma per comprendere meglio la nuova qualità delle fratture sociali in una fase nella quale il tema del rapporto tra Potere/Stato/modello di sviluppo, rimane ancora tutto da costruire, tanto più in assenza di soggettività definite e di egemonia di forti “contraddizioni in seno al popolo”, come si diceva una volta.

 

ALLI BENIGNI LETTORI


Maria Concetta Del Beato

Segnaliamo nella Rubrica “Il Giuramento di Ippocrate”,
lo scritto della dottoressa Maria Concetta Del Beato.

https://libertariam.blogspot.com/p/il-giuramento-di-ippocrate_21.html

 

VIRUS



“Il saluto fra uomo e uomo, oggi è:
- Ci vedremo fra una quarantena di giorni -”.
Il Sannicolensis
 
***
 
GOVERNO



Il Governo continua a deludere il mondo dell’arte
e dello spettacolo.
I più preoccupati sono i pittori:
il loro futuro è senza… prospettiva.
Il Petragallensis
 
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IL PENSIERO DEL GIORNO



Smaltire i rifiuti e la plastica dal pianeta è un’utopia
Finché gli orizzonti sono immondi…
Laura Margherita Volante

giovedì 4 marzo 2021

L’Elzeviro
SOVRACCARICHE…
di Angelo Gaccione

 
Più si torna a rileggere i classici greci e latini, più si rimane sorpresi dalle strette consonanze di vicende e comportamenti etico-politici con la nostra epoca. Per alcuni aspetti sembrerebbe davvero che la storia resti immutabile. Prendiamo ad esempio la pratica della concentrazione di cariche e funzioni nelle mani di una sola persona: ciascuno di noi ha in mente, qui in Italia e altrove, soggetti che di cariche ne rivestono a iosa, tanto che ci si domanda come sia possibile svolgerle tutte, e se non siano per davvero dotati di facoltà ubique. Evidentemente devono essere personalità sul cui capo si è posata la mano benigna di Dio o di sant’Antonio e hanno ricevuto il privilegio dell’unzione. Che io sappia, ma potrei sbagliarmi e chiedo lumi, solo Dio e sant’Antonio possiedono il dono dell’ubiquità e possono trovarsi in cielo, in terra e in ogni luogo nel medesimo istante. Se si va a controllare i curricula di banchieri, economisti, alti funzionari e presidenti di varie istituzioni interne ed internazionali, si rimane stupefatti e ammirati della sfilza di cariche e di incarichi che li riguarda. Ma questo vale anche per alcuni docenti universitari: insegnano in quattro o cinque atenei spesso dislocati in luoghi e nazioni diverse. Da noi ha fatto scalpore la concentrazione esagerata di tutta una serie di funzioni nelle mani di Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza Covid. Niente di nuovo sotto il sole. Tornando ai classici, basta sfogliare i Consigli politici, il trattato con cui Plutarco si incarica di edurre Menemaco, prossimo ad assumere incarichi politici, per averne la prova. Ecco i versi di cui si serve Plutarco per stigmatizzare l’uso e l’abuso di cariche: “Metioco comanda l’esercito, Metioco cura le strade, Metioco sorveglia il pane, Metioco controlla la farina. Tutto dipende da Metioco, Metioco avrà a dolersene”. Sono le parole di un autore antico rimasto sconosciuto. Ma quanto straordinariamente attuali!

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