UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 18 gennaio 2021

SCOPERTE


Il monumento di Colombo
a Barcellona


Il 14 luglio 1492, l’America scopre Cristoforo Colombo. Quando vi giunse, il navigatore genovese aveva appena 41 anni, il continente americano di anni ne aveva migliaia. Tuttavia il continente non si scompose: Colombo gli apparve una figura insignificante. Il suo seguito, addirittura nocivo, come infatti da lì a poco dovette constatare. Lo saccheggiarono e gli imposero anche una religione estranea. Cominciarono persino a massacrare gli abitanti in nome di Dio. Non si era mai vista una cosa così. Questo, davvero, lo sconcertò.   

Angelo Gaccione

PER FRANCO LOI


Franco Loi

La mia solitudine diventa sempre più difficile da sopportare come una punizione del destino: Franco Loi se n’è andato. Pochi lo sapevano, ma noi ci conoscevamo da circa ottanta anni. Abitavamo io al numero 1 e lui al numero 7 di via Salieri. Una strada ampia che unisce una piazza alberata con la stazione di Lambrate. Franco veniva spesso a giocare a casa mia. Una volta mi disse che si ricordava di mia mamma. Visti da bambini erano anni di una loro felicità. Con la guerra persi di vista Franco. Lo ritrovai decenni dopo alla Fondazione Corrente. Lui poeta ormai celebre, io professore all’Università: ci ritrovammo subito, come fossero passati un giorno o due. Abbracci, confidenze, progetti comuni, sconfiggevamo il tempo. La poesia era il nostro argomento. Lui affettuoso, sensibile, dolce, capace di sortire un verso da uno sguardo, dal sonno del tempo, da un oggetto in penombra. Io con la danza dei miei concetti. Eppure il giardino si assomigliava. Non chiedete a un filosofo che cosa è la morte. Lo sa dire in mille modi. Tutti sbagliati.
Fulvio Papi

QUASIMODO



A proposito degli “inediti” di Taranto.
 
I manoscritti di Taranto non sono affatto una scoperta, sono stati donati da mio padre quando praticamente ha tradotto per Taranto tutto Leonida. Ha fatto una copia manoscritta e l’ha donata alla Biblioteca, ma sono i testi che sono stati pubblicati ed esistono anche in altra copia. Assolutamente niente di sensazionale, sono le traduzioni da Leonida che gli erano state commissionate dalla Provincia di Taranto e che lui ha tradotto e pubblicato in una bellissima edizione con le Noci e poi una piccola edizione invece con Taranto.
Però non c’è niente di sensazionale. Li ho visti, ho io una copia a casa di queste cose. Non vedo tutto questo clamore ecco, di scoperta, non c’è nessuna scoperta.
Alessandro Quasimodo

CRISI


“Dopo le perturbazioni invernali, per il governo Conte
stava arrivando il Bene-vento…”.
Il Petragallensis
 
***
 
TRAMPATE…



“Le Trumpate hanno dimostrato che la dittatura
può anche essere un parto (forse eutocico, forse distocico)
della democrazia”.
Nicolino Longo

domenica 17 gennaio 2021

Democrazia, populismo e reti sociali 
di Romano Rinaldi
 

 
Donald Trump

Perugia. A seguito delle elezioni presidenziali negli USA, abbiamo purtroppo dovuto assistere al tentativo, fortunatamente fallito, da parte del presidente uscente di sovvertire con la forza il risultato delle elezioni che non ha inteso riconoscere come valide nonostante nessuna delle azioni legali (una ventina almeno) che ha intentato abbiano dimostrato alcuna irregolarità come egli continua a sostenere.
La convocazione (il 6 Gennaio 2021) di una folla di sostenitori davanti al simbolo della democrazia parlamentare, il Campidoglio di Washington, e l’incitamento ad invadere il Parlamento con l’interruzione della seduta di ratifica del risultato elettorale e i conseguenti tumulti che hanno causato morti e feriti, rappresentano un attentato all’ordinamento democratico al quale, quattro anni fa, il presidente Trump ha solennemente giurato fedeltà davanti al popolo americano nel medesimo luogo.
Qualsiasi contorsione dialettica non sarà mai in grado di negare o sminuire l’enormità di questo fatto. In sostanza il presidente uscente, dopo quattro anni di guida spericolata al volante della Nazione, ha affrontato l’ultima curva a tale velocità da portare la Democrazia rappresentativa del suo Paese (prima democrazia liberale) nel fosso della Storia.
Questo comportamento ha inflitto una gravissima ferita all’orgoglio di tutti gli americani, di qualsiasi orientamento politico, soprattutto di quella stragrande maggioranza che si riconosce nelle istituzioni degli Stati Uniti d’America e a pieno diritto ne ostenta la bandiera.
Non sarà un caso che illustri rappresentanti del partito Repubblicano hanno ora deciso di abbandonare la strada intrapresa dal loro capo, incluso l’ex Governatore della California Arnold Schwarzenegger, il quale ha paragonato l’assalto al Parlamento alla notte dei cristalli di nazista memoria.
Con buona pace per i maldestri rivolgimenti lessicali dei trumpiani sparsi per il mondo (Italia compresa), penso che il “trumpismo” verrà considerato dalla Storia per quello che è. L'utilizzazione del populismo estremista, adiuvato dai social media, per tentare di trasformare una democrazia liberale in dittatura. Come ebbe a dire Winston Churchill, la democrazia è il peggior tipo di ordinamento governativo, tranne che per tutti gli altri.
Non credo che ci vorrà molto per il popolo americano, repubblicani e democratici ma soprattutto per i primi, a risollevarsi dallo shock causato dagli eventi del 6 Gennaio a Washington e riprendere da dove aveva lasciato nel 2008 un loro onesto senatore, John McCain, nel suo discorso di concessione della vittoria al senatore Barack Obama, riconoscendo la vittoria del suo avversario e tessendone le lodi per la sua bravura e per il simbolico superamento di ataviche barriere razziali che la sua vittoria rappresentava, incoraggiando i suoi sostenitori a vedere in lui il presidente di tutti gli americani. A qualcuno potrà sembrare un secolo fa, ma si tratta solamente della precedente presidenza americana.
La rilettura di quel discorso alla luce degli avvenimenti di queste ore negli Stati Uniti farebbe un gran bene a tutti i politici (di destra, di sinistra) anche di casa nostra, che hanno ancora voglia di flirtare con il populismo come grimaldello per impadronirsi del potere negli ordinamenti democratici.
Ritengo dunque che questo plateale fallimento del populismo estremista debba servire a far prendere coscienza, sia alla destra che alla sinistra dei paesi con ordinamenti democratici, di quanto sia controproducente, soprattutto in questi tempi di imperante pandemia da Covid-19, l’interpretazione della politica unicamente come strumento di potere da raggiungere attraverso il più vasto e incondizionato consenso del popolo, carpito con ogni lusinga (vera o falsa che sia) e rincorrendo ed assecondando le pulsioni viscerali e le sensazioni del momento di una parte dei cittadini anziché curarsi delle necessità di lungo periodo di tutta la popolazione che, congiuntamente con le altre forze politiche, si dovrebbe voler guidare verso un futuro migliore.
Chiaramente, sulla più che tardiva presa di coscienza dei proprietari dei “social media”, con l’interdizione all’ex presidente Trump, del danno che essi possono causare col pretesto della libertà d'opinione alla democrazia ed alla convivenza ordinata secondo le leggi, si dovrà aprire una approfondita discussione accompagnata da un’analisi tecnico-sociologica nelle sedi opportune. Ma almeno ora sarà possibile, senza che i medesimi proprietari né i difensori ad oltranza della genuinità di questi mezzi, possano pretestuosamente ergersi a paladini della libertà di espressione. In questo caso, "opinione" ed "espressione" fanno solo una scadente rima con "informazione". A questo proposito immagino che debbano essere individuati o ideati di sana pianta dei mezzi informatici (algoritmi) che consentano ai gestori delle reti sociali e ad opportuni enti di controllo (da individuare) di effettuare verifiche sulla veridicità dei contenuti che ciascun operatore diffonde a un gran numero di persone. È ovvio che la diffusione di affermazioni false, soprattutto da parte di coloro che godono di un grande ascendente su vasti strati della popolazione, può rendere tali affermazioni credibili o addirittura verosimili e causare conseguenti comportamenti di massa, come abbiamo purtroppo dovuto constatare.

ULTIM’ORA


Facciata della Farmacia
Siciliano di Acri

Una terribile telefonata ci è giunta pochi minuti fa da Acri, grosso centro del cosentino, per avvisarci che Paolo Siciliano è improvvisamente morto. Paolo aveva ereditato la farmacia paterna (luogo di discussione per eccellenza e gioviale confronto sugli argomenti più diversi. Una vera fucina) da sempre un punto di riferimento della città. Paolo era una persona simpaticissima, loquace, gentile, e soprattutto disponibile. C’era fra noi una stima reciproca, ed entrambi amavamo la nostra lingua dialettale che abbiamo continuato a custodire ed a parlare. Non molti giorni fa gli avevo mandato i saluti tramite la figlia Angela, studiosa seria ed intelligente. Alla famiglia ed a quanti lo hanno conosciuto, le condoglianze più affettuose da parte mia e di tutti i lettori acresi di “Odissea”. (Angelo Gaccione)

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada


 

La natura


La parola φύσις (fysis): natura, qualità costitutive, proprietà costitutive, statura, costituzione, indole, temperamento, nascita, sesso è un deverbale di φύω (fyo); faccio nascere, faccio crescere, genero; inoltre, φύω, nella forma intransitiva e passiva, si traduce: nasco, sono generato, sono per natura, ho predisposizione naturale, sono. Questo per dire che il concetto di natura è legato al nascere. Ciò che è attinente con il processo di riproduzione si lega con la natura. La parola φύσις, in greco, fu usata per fisiologia (da Treccani: scienza che studia le funzioni degli organismi viventi, animali e vegetali, e mira a conoscere le cause, le condizioni e le leggi che determinano e regolano i fenomeni vitali ecc.), per fisiognomico, mentre la cultura occidentale se ne servì per coniare: fisiocrazia, fisiatria, fisioterapia, fisionomia, fisiogenetica, fisiopatologia ed altri ancora. Nella lingua italiana viene molto usato l’aggettivo φυσικός (fysicòs), dedotto da φύσις, con i significati: di natura, innato, che studia la natura, fisico, concernente l’investigazione scientifica della natura. Pertanto, fisico contiene tutti gli elementi logici che ne hanno determinato le varie accezioni dell’uso corrente ed è alla base della fisica, come anche della stessa metafisica.
I latini conobbero φύω, in quanto se ne servirono per coniare il perfetto indicativo fui, che, nel suo prendere forma, si può tradurre: fui: quando nacqui.
I latini, però, oltre a gigno gignis, genui, genitum, gignere: genero, partorisco, che rimanda a (ghignomai) γίγνομαι, per cui da chi ha generato fu dedotto genitore, coniarono il deponente nascor nasceris, natus sum, nasci: sono generato, nasco, provengo. I due verbi sono il risultato di due perifrasi molto simili; con gigno i latini dissero: compiuta la gestazione, partorisco, genero; con nascor asserirono: quando nulla manca alla creatura in formazione, avviene, per me, la nascita.
Quindi, la nascita è il risultato di un processo prestabilito nei tempi, che rispetta precise sequenze, in funzione dell’acquisizione di tutto ciò che manca per portare a termine l’opera perfetta. Pertanto, se Dio è la perfezione, solo la natura, emula dei Superni, crea opere perfette. Non c’è artista che non abbia eccellenti doti di natura.



Da nato furono dedotti: nativo, natale, innato, natio nationis: nascita, popolazione, come insieme di nati, nazione, formata da nati culturalmente affini.
Da nato fu dedotta natura, meglio: la natura mette al mondo il nato. Con la parola natura si volle indicare: tutto ciò che contraddistingue ogni singolo essere (nato) animale e vegetale, qualità buona, legge di natura, indole, temperamento, carattere. Pertanto, per il pastore latino, tutto il mondo a lui circostante è frutto di natura.
Oggi, a ragion veduta, parliamo di un bagaglio genetico innato, per indicare le doti fisiche e caratteriali, che la creatura possiede.
Se il processo è lo stesso, ogni essere creato, però, è un unicum, è un tipo (da τύπος: segno, modello, immagine), che, però, ha caratteristiche sue proprie: tipico. La parola carattere è da collegare a (charaktér) χαρακτήρ: marchio impresso, impronta, segno distintivo. Gli italici per indicare che ogni essere umano è unico e irripetibile si avvalsero di persona, che è colei che si contraddistingue per il timbro della voce, che è inconfondibile. Da persona furono dedotte tante parole: personale, personalità, personalismo, impersonale, impersonare, personaggio ed altre ancora.
Quando i latini vollero coniare l’aggettivo da collegare a natura e, quindi, vollero dire com’è la natura, formularono naturale. Il dato distintivo della natura è essere naturale, che si può tradurre: è il modo in cui nascono le creature; i greci, infatti, usarono questa perifrasi: (to katà fysin) τό κατά φύσιν: è ciò che nasce secondo le leggi di natura. Se la natura ha in sé il bene e si identifica con il bene, ciò che è naturale è buono, è semplice, è genuino, è sincero, è vero, è giusto. Il male è in ciò che è innaturale, è nell’operare contro natura, è nel pretendere di vincere le leggi di natura, che sono rigide e immodificabili.
La natura si connota per l’istintività, per l’automatismo, per la spontaneità dei processi.



I greci identificarono l’istinto con (epithymìa)
πιθυμία, che è il desiderio che porta all’attrazione sessuale, mentre i latini coniarono instinctus instinctus come istigazione, impulso, ispirazione, nel senso, sicuramente, di reazione naturale, a seguito di determinate sollecitazioni, attraverso una serie di passaggi logici: da instigo: incito, eccito, atti del pastore che pungola o marchia gli animali (da ricordare la radice (stig) στιγ: è ciò che si genera quando l’animale non procede nel cammino, che dette luogo a stigma, in greco (stigma stigmatos) στίγμα στίγματος: puntura, stigma, stimmate e a stizo, in greco στίζω: imprimo segni, marchio, bollo) si passò a instinguo instinguis, instinxi, instinctum, instinguere: stimolo, eccito, infiammo. Quindi, in chi è stimolato, in chi avverte gli stimoli, in chi è eccitato, in chi è pervaso da furore si manifesta l’istinto.
Da ricordare, inoltre, che i latini tradussero stimulus: pungolo, sprone, incitamento, eccitamento, stimolo non solo per indicare le sollecitazioni agli animali indocili, perché si attardavano, ma anche per significare i loro appetiti naturali, conseguenti ad un mancare (bisogno).
I processi, in natura, avvengono di per sé, in greco ατός (autòs), attraverso automatismi, da (automatismòs) ατο-ματισμός: ciò che avviene per sé stesso, azione spontanea. I latini coniarono spons spontis, da cui mutuarono sponte: di propria iniziativa, di propria volontà, che, in realtà, indica ciò che si fa, piacevolmente, volentieri, secondo gli stimoli di natura, se gli italici da sponte dedussero spontaneo, ad indicare anche ciò che nasce senza che alcuno abbia seminato. La spontaneità dei greci è propria dei processi automatici, che, talvolta, viene resa con l’immagine di chi fa di sua volontà, in quanto non è costretto: -βίαστος (abiastos).



Un altro elemento che caratterizza la natura è la bellezza. I greci definirono bello καλός, avvalendosi di questa perifrasi: quando nasce ciò che lega. Il legare per greci e latini indicò il fare, il realizzare, il creare. Pertanto, in ciò che si crea c’è il bello. Lo stesso concetto espressero i latini con pulcher: è bello ciò che nasce dopo il tempo stabilito. Gli italici si servirono di bello (benlo): si ricava (va da dentro) nel nascere l’essere che creo (ad ognuno è bello il proprio figlio).
A conclusione di queste considerazioni sulla natura, mi piace ribadire alcuni convincimenti del pastore. La natura attiene ad esseri che sono in continuo divenire, dal primo momento del concepimento fino alla morte. Il tempo scandisce il divenire del grembo. C’è un presente in atto, rappresentato dal grembo, che sta realizzando qualcosa che manca. Ogni passo in avanti della creatura, si lascia alle spalle il presente, che, subito, diviene memoria. Il presente tende costantemente a fare quello è stato prestabilito, che è un qualcosa che manca alla creatura.  Pertanto, ciò che sarà è prestabilito, anzi predeterminato, da cui il fato. In questa concezione il futuro è un nascere ed è qualcosa che manca per. I greci per indicare il futuro usarono il σ/ς, che rimanda al delta che traduce il mancare. Pertanto, con φύω dissero: nasco, con φύσω
aggiunsero: ancora manca per nascere, ma deve nascere. Quando i latini dissero can-am: canterò, in realtà la perifrasi suona così: dal rimanere (am), per dire ci vuole del tempo per cantare. La stessa perifrasi è in canterò della lingua italiana. Allora, la cultura greca, latina, italica e quella della Magna-Grecia hanno radici comuni anche per gli accadimenti che ancora non sono, ma devono essere, per come prestabilito.  
 

 

 

 

 

RIVISTE



È uscito il numero 100 di Anterem (Rivista di poesia e scritture di ricerca). Sulla copertina si leggono due espressioni particolari: “Da un’altra lingua” e “Sì, non ho che una lingua, e non è la mia” (Derrida). No, non incontriamo un volume sperimentale di 372 pagine, ma una rassegna ricca e interessante della scrittura poetica dalle origini ai giorni nostri. L’incipit, dopo l’indice dei 175 componimenti inclusi nella raccolta, è una pagina con le firme dei poeti, quasi un saluto augurale che indica la calligrafia degli autori. Ogni poesia è presentata in due pagine, la prima nella versione in lingua originale, la seconda in traduzione. L’inizio è con Sofocle, seguono Catullo, san Giovanni Evangelista, Shakespeare (con la traduzione in tedesco di Paul Celan) e via via Leopardi, Rimbaud, Pascoli, Rilke, fino all’ultima poesia di Shoshana Rappaport-Jaccottet intitolata, paradossalmente, “Avvio”.  

[Giorgio Colombo]           

 

                                                                                                        

Libri
Dei diari e loro labirintici meandri
di Claudio Zanini


 
Due diari o forse più che s’intrecciano, parti trascritte dall’uno all’altro, contraffazioni, accuse, rettifiche, cronache di fatti e spericolate smentite. Ecco di cosa tratta il bel libro di Roberta Salardi, Trilogia della scomparsa, edizioni Effigie, suddiviso in tre sezioni. Nella prima, Il corpo della casa, l’intreccio di voci appartiene a un diario abitato da personaggi reali e no. Nel secondo romanzo, Doppio diario, un singolo quaderno si sdoppia e ne nascono due, che s’intersecano, messi a confronto da una madre e una figlia in contrasto fra loro. In queste due sezioni tre donne, le sorelle Martina e Fabiola più la figlia di quest’ultima, Virginia, s’incontrano e si scontrano, sempre con una vena d’euforica follia, nella loro spasmodica ricerca d’una identità smarrita e di un equilibrio mai conseguito. La triplice composizione, narrata con uno stile chiaro e immaginifico, è nell’insieme molto complessa e comprende anche una terza parte, con protagonisti maschili.
Il testo è sostenuto da una scrittura molto ricca e mutevole, densa d’immagini e fulminee notazioni ironiche, perfino grottesche, al fine di sdrammatizzare la drammaticità di alcuni accadimenti. Una lingua che va in profondità e, tuttavia, è in grado di virare verso l’immediatezza d’un flusso espressionista e in molte occasioni raggiunge livelli d’intensa poesia. Metafore che non alludono ma descrivono una realtà di totale immedesimazione altra e subitanea (cito alcuni dei capitoli più surreali: il capitolo Macchia con i paragrafi titolati alone; Nervi capelli; Abluzione con i paragrafi cerchio, ecc.). Scandiscono il racconto dei flashback sull’infanzia delle sorelle sotto forma di scarni dialoghi, espliciti e taglienti delle due bambine (che ricordano quelli di Trilogia della città di K, della Kristof), in cui si rivelano il sorgere dei sensi di colpa e, già latente, la loro rivalità.
Salardi, come s’è detto, si avvale d’una scrittura densa, sovente folle e stravagante (un concerto di voci che si sovrappongono, feriscono, disputano e implorano), frammentata e scomposta che, tuttavia, padroneggia con maestria, per restituire un contesto molto complicato e labirintico (entro i meandri dei diari talvolta ci si domanda: chi parla qui esattamente? nel capitolo Sgabuzzino prendono vita ricordi di persone realmente esistite? e perché la loro esistenza è continuamente contraddetta?), ricco di sfumature e illuminazioni. Tutto, tra l’altro, narrato in una lingua non faticosa ma, al contrario, di piacevolissima lettura.


Opera di Vinicio Verzieri

Ricorrono nel testo temi come la maternità - desiderata e, quando conseguita, conflittuale - e, implicitamente, quello dell’arduo rapporto con i genitori, madri disturbate e padri inesistenti. Affiora il senso d’una corporeità dolente di corpi sofferenti e lacerati; si avverte, inoltre, nell’intera narrazione una costante attenzione verso una flora e una fauna neglette e costantemente prede e vittime di soprusi; una natura planetaria in pericolo d’estinzione. Tema questo, della sopravvivenza dell’ecosistema, molto caro all’autrice.
Martina, divorziata, è stata lasciata dal marito perché incolpata della morte della figlia adottiva a causa della sua disattenzione. Ma nel capitolo Sgabuzzino si accenna al fatto che possa essere stata semplicemente tenuta in affido e poi restituita.
Nella sua casa appena restaurata, ospita e si prende cura di Fulvio, un artista, malato forse più psichicamente che nel fisico, con cui ha una relazione precaria. Sempre sull’orlo della morte per malattia (così dice lui), la storia finisce realmente con la morte dell’uomo; un atroce suicidio in cui, morente, Fulvio imbratta di sangue e umori corporei l’appartamento di Martina. Lei ne risente e il suo immaginario perturbato favoleggia di un figlio d’ibrida natura umana e vegetale (in effetti, cova, ha una gravidanza isterica). Lei stessa si immedesima in un albero, in una pianta, in erba e fiori.
Dopo il tragico accadimento, Martina, curata e aiutata psicologicamente dal suo medico, allaccia con quest’ultimo un rapporto affettivo che, tuttavia, potrebbe non funzionare. Anche perché lui, “un insieme vuoto”, è spesso assente. Forse, in realtà si tratta dello psicologo - del reparto da dove lei entra ed esce - di cui Martina s’innamora e su cui inventa una storia, come insinua Fabiola nel secondo romanzo.
Se nella prima parte soffre l’anima, la psiche (e la casa (lo Sgabuzzino), serbatoio di ricordi, è il simbolo di questa condizione), nella seconda, Doppio diario, si precisa più una corporeità sofferente (i capitoli hanno come titoli parti del corpo). Anche Fabiola, la sorella di Martina, è divorziata con una figlia (maternità - frutto d’un rapporto occasionale - che lei desiderava comunque) e ha rapporti instabili con i vari uomini che incontra. Si trasferisce con la figlia Virginia a casa di Martina ricoverata in clinica. Nell’appartamento, Fabiola scopre il diario della sorella; le viene così l’idea di tenere un diario a sua volta, raccogliendo nelle sue mani il testimone della scrittura.
Quando sarà adolescente, Virginia, animalista militante spesso in contrasto con sua madre, rinverrà in un cassetto questo quaderno, “slabbrato e disarticolato”; lo leggerà scoprendo molte cose di cui era all’oscuro e di come la madre le abbia mentito (soprattutto sull’identità del padre). 
Virginia dallo sguardo acuto. A differenza di Fabiola, una sognatrice affetta da un perpetuo vittimismo, una “lumaca addormentata”, Virginia è “lucertola guizzante (anche un po’ coccodrillo)”, provvista di un notevole senso autocritico e in possesso d’una dolente responsabile percezione del mondo, intessuto spesso da rapporti mistificati. Cosciente della propria “asimmetria” rispetto a un reale stravolto avverte su di sé tutto il disagio d’un pianeta devastato dal cosiddetto sapiens.


Opera di Vinicio Verzieri

Virginia - dunque, mente lucida -, commenta “sminuzzando” questo diario materno riportando dialoghi, togliendo e aggiungendo, inserendo titoli, frasi, pagine. Ne vien fuori una narrazione densa di attriti, travisamenti e reciproche menzogne risultanti dall’intrecciarsi delle severe considerazioni di Virginia sulla madre, che le pare talvolta un’irresponsabile “vecchia incartapecorita, mammificata”, e le stralunate, angosciose riflessioni di Fabiola sia riguardo la fuga da casa di Virginia adolescente, sia riguardo la misteriosa scomparsa del marito Sergio che, inaspettatamente, si apparta andando ad abitare in un’altra casa dall’indirizzo sconosciuto. Sergio verrà trovato morto, sfracellato in un dirupo per cause oscure.
Qua e là presente nelle prime due parti della narrazione, anche la madre delle due sorelle, che viene caratterizzata dal suo continuo brontolio recriminante, perfino attraverso le tubazioni della casa. Aleggia, nei vaneggianti discorsi della madre, la figura di un fratello morto da piccolo a causa della disattenzione di Martina (torna a ripetersi, come un ritornello, il tema di un rimorso per qualcosa di banale, forse l’accidentale scivolata da uno scoglio, e nello stesso tempo imprecisato. Il tema è ripetuto con varianti nel capitolo Sgabuzzino: l’allusione di una morte da adolescente per overdose o per qualcosa che rimane non detto, nascosto più che rivelato, nelle scene di gioco e inseguimento fra bande, poiché la crescita è anche violenza, rivalità con altri, prova pericolosa, dolorosa scoperta, turbamento, affetti accesi).
Le figure maschili, come si è già accennato, esprimono un’umana precarietà. Sia quelle che frequenta Martina: Fulvio, un malato immaginario, un ipocondriaco sempre sull’orlo della morte (dice lui), e il medico che l’ha in cura (l’insieme vuoto), entrambe figure inaffidabili che sfuggono il rapporto; sia quelle legate a Fabiola: prima i vari partner d’incontri occasionali, infine Sergio, impegnato in un misterioso lavoro di scrittura, che prima s’apparta, poi scompare e muore. 
Nella terza sezione, Nell’altra stanza, Virginia incontra Andrea che vive con la madre ammalata. Il giovane, convalescente dopo un incidente di macchina, intrattiene una conversazione online con un amico, peraltro suo omonimo (Andrea). In un contesto di spaesamento e solitudine i due giovani cervelli (il loro rapporto è soprattutto virtuale; si parla poco di fisicità (in particolare nei sogni del secondo Andrea), a differenza dei discorsi femminili, densi di carnalità, senso corporeo); i due giovanotti, si diceva, febbrili ma entrambi irrisolti e in bilico sul crinale dell’autodistruzione, disputano di filosofia, tra consapevole ironia e disincanto, alla ricerca d’una razionalità che non offre strumenti risolutivi né fornisce spiegazioni ultime.
Chiude il libro la descrizione, da parte del primo Andrea, di una società socialista e utopica dove la natura è rispettata, i rapporti umani - spariti disuguaglianza e sfruttamento - sono naturalmente armonici ed equilibrati. Tutto perfetto, a differenza della vita confusa e sottosopra delle due sorelle. Tuttavia, in questa ideale città ctonia, stranamente si ha l’impressione che regni un indefinibile disagio e un’infinita solitudine, destinati a logorare forse anche le società più virtuose, tese verso un continuo miglioramento. Meglio la stralunata follia, aggrovigliata ma creatrice, delle figure femminili dei diari precedenti?    

DEDICA


“La Volante: a svolazzar su di noi se la sciala,
quando allibiti ci lascia coi suoi battiti d’ala”.
Nicolino Longo

***
 
CONSOLAZIONE



“La mia Lombardia è ridiventata zona rossa.
Non mi preoccupo: è rossa come il mio conto in banca”.
Il Petragallensis

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