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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 3 ottobre 2026
CONFLITTO RUSSO-UCRAINO
Gli attacchi russi si sono intensificati e ampliati al punto che Kiev, lontana dal fronte, ora sembra una città quasi in prima linea. Questo allarmante sviluppo giunge dopo la tanto pubblicizzata operazione di “pressione” di 40 giorni del presidente Volodymyr Zelensky, che, di fatto, è ancora in corso e ha prevedibilmente portato a una contro-escalation da parte di Mosca. Le forze russe stanno distruggendo ferrovie e altre catene logistiche, bloccando le esportazioni agricole, devastando ciò che restava dell’industria metallurgica e del sistema energetico, e prendendo di mira distributori di benzina e magazzini per rifornirsi di beni di prima necessità. Con l’avvicinarsi di un rigido inverno, si profila una catastrofe umanitaria. Nel frattempo, scandali di corruzione hanno travolto il governo Zelensky e la situazione finanziaria si sta rapidamente deteriorando. Da questi sviluppi si traggono conclusioni contrastanti. Alcuni vorrebbero raddoppiare la posta in gioco con le tattiche che hanno prodotto questi risultati, mentre altri vedono in un’urgente soluzione diplomatica alla guerra l’unica via d’uscita. Zelensky appartiene al primo gruppo. Promette “vendetta” dopo ogni attacco, anche se ogni nuovo scambio di colpi sottrae più risorse alla popolazione e all’economia ucraina di quante ne sottragga alla Russia. Online, però, sempre più voci ucraine invocano una pace realistica e mettono in discussione la concezione di “vittoria” di Zelensky.
Ora, però, l’atmosfera è completamente cambiata. Persino un sondaggio condotto dal Kyiv International Institute of Sociology, un’organizzazione privata considerata vicina alla leadership ucraina, ha rilevato che il 61% degli ucraini sosterrebbe un accordo di pace globale che includa compromessi territoriali. Per alcuni, questo equivale ancora a una resa o a un disfattismo. Ma con gli attacchi russi che si fanno sempre più devastanti e le perdite ucraine in aumento, è difficile ignorare la necessità di una pace di questo tipo.
POETI
di Alida Airaghi

Davide Ricchiuti
Davide Ricchiuti (Benevento, 1980), poeta e
narratore, scrive e conduce podcast letterari (tra questi, il più conosciuto è Sei tu, sono io, è la vita) e dirige la rivista letteraria “Pro.Vocazione”. Deadline è la sua prima pubblicazione in versi, uscita
quest’anno presso le edizioni Transeuropa (pagine 52, € 15) resoconto
poetico di una conversione biografica,
culturale e sociale messa in atto dall’autore con un intento
ricostitutivo della propria esistenza. Il volume è diviso in due sezioni,
Lasciare e Andare,
a indicare la cesura temporale che ha segnato l’abbandono di una forma di vita
(metropolitana e ipertecnologica, di sudditanza lavorativa) per iniziare coraggiosamente un percorso inesplorato, libero da vincoli abitativi e professionali. Letti insieme, i due verbi suonano come il “lasciar
andare”, il wu-wei monito della mistica orientale
che suggerisce di abbandonarsi a una casualità non programmata nell’esplorazione
del reale.
Copywriter in una società di comunicazione nella Milano degli
affari e del successo, il protagonista di questo diario in versi viveva una
quotidianità digitale, in totale connessione con dispositivi pervasivi, tra
ansie da notifica e algoritmi dispotici, scrivendo testi per agenzie su
ordinazione, espropriato non solo del suo tempo ma addirittura del proprio
corpo, in una fisicità atrofizzata, nella totale assenza di rapporti umani
vivificanti e nell’obbedienza a stereotipi ideologici non condivisi: “Languivo
segregato / nella reperibilità della rete”.
Giustificava la propria stordita abulia con la necessità di
mantenersi (“Lo stipendio mi ha dato la
scusa / per dimenticare la vita”), adattandosi a sopravvivere in un monolocale, “un cubo grigio”
in cui “uno squarcio su un cortile interno / senza visuale” era l’unico
“momento di luce”.
La crisi sopraggiunge con un malessere che
funziona da campanello d’allarme, a imporgli un totale
cambiamento esistenziale. Saluta
i
colleghi
schiavizzati, tagli i fili di computer e stampante “radici morte
di rovi” sotto
la scrivania, si licenzia e abbandona la “metropoli
del dolore”: “cancello chiuso per sempre”.
Lascia, quindi, e va. Raccoglie i pochi risparmi e prende il
treno per una destinazione nuova, scegliendo
una “terra di gemme, / di lombrichi e di ghiande”, per stabilirsi quasi
da nomade in un
accampamento tra betulle e ulivi in Molise. “Con mani ancora sporche di
tastiera / appoggio la pelle nuda sull’argilla / e dimentico l’asfalto che mi
assilla, / l’urgenza di arrivare, / ottenere capitale, / deadline da
rispettare”. Opta per un’esistenza orizzontale, vicina al suolo, ai sassi,
all’erba, all’acqua del Biferno. Non più al settimo piano di un casamento, ma
disteso sotto una tenda da campeggio
respira aria libera, pulita, in
un querceto silenzioso, animato solo dal fruscio delle foglie, dai trilli degli
uccelli che si richiamano tra loro. Capre e volpi gli fanno compagnia, nel villaggio vicino la gente cammina a passi lenti,
parla poco, non si affanna
nella prevaricazione
reciproca. Con fatica il poeta impara a dissodare il terreno, a spaccare la
legna, ad accendere fuochi, a raccogliere sterpaglia da ammassare per l’inverno. Scordati i risvegli tra fumi e suoni del traffico, le corse per arrivare in
ufficio, la dipendenza dallo smartphone, ora soltanto una bruma leggera e
fresca lo invita a iniziare ogni giornata con una più sana consapevolezza di sé
e un maggiore rispetto per l’ambiente circostante.
La Deadline
di Davide Ricchiuti è Naturale,
non rispecchia l’artificiosità mortifera di quella imposta dai ritmi
industriali della metropoli. Si definisce invece come ricerca consapevole di armonia
interiore, di un tempo e di una parola poetica felicemente ritrovati.
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| Davide Ricchiuti |
SCAFFALI
di Adam Vaccaro
Il tempo ripreso in John Picchione
I libri si
distinguono tra rispettabili impegni e ricerche, e libri-Opera, che raccolgono
il senso di una vita, animata, spesa e restituita nel mondo in cui si è
vissuti. Senso che dunque è materia, corpo e carne del tempo di cui si fa voce.
Quando tale ricchezza di interazioni, tra singolarità e molteplicità, si
coagula come in questo libro di John Picchione (Esplorazioni del tempo.
Narrativa italiana, Scienza,
Tecnologia e Società. Dalla tarda modernità alla contemporaneità, Mimesis, 2026) di cui cerco qui di offrire un sintetico richiamo, quel senso e
quel tempo diventano luoghi di arricchimento del processo vitale collettivo,
proiettato oltre gli stessi contemporanei dell’Autore. È un’opera impossibile
senza il coinvolgimento e l’attraversamento di ambiti e linguaggi
interdisciplinari, di cui si dà conto già nel sottotitolo, richiamando ricerche
scientifiche, sia tecnologiche che sociali. Una tensione alla totalità, che fa
di questa un’Opera non un Hortus conclusus nel letterario, ma una
azione aperta, tesa a dire e a restituire la scrittura-letteratura nella
complessità del Mondo. Col che il senso del tempo ripreso è tale e reale solo
se è condiviso. Sempre nel sottotitolo, viene specificata la focalizzazione
della sua ricerca nella narrativa. Ne consegue che, in primis, il libro si articola in un ricco attraversamento di
tutte le forme narrative generate dal e nel ’900, secolo di esplosioni di
immani tragedie e inventive, generate dal sempre più furioso sviluppo
capitalistico. Il libro, pertanto, esplora le varie forme di narrativa, che
vanno da quelle delle esaltazioni futuriste, alle opere collocate sul versante
delle mancanze, sofferenze invisibili o drammatiche, del cosiddetto Disagio della civiltà. Disagio, esperienza
e fonte di pensiero critico, senza il quale la libertà trionfante narrata dalla
ideologia del capitalismo di magnifiche
sorti e progressive (splendido rovesciamento satirico del genio
leopardiano), rimane illusione e strumento di sudditanza passiva, rispetto al dominio
in atto. Da qui, i saggi preziosi che ne conseguono riguardano Autori quali
Pirandello e Svevo, Pavese e Buzzati, fino a quelli del secondo Novecento, come
Mastronardi e Volponi, ma anche autori contemporanei di questa fase del
capitalismo globalizzato e digitale, quali Tabucchi, Nove, Accardo e altri.
Un
attraversamento che perviene al “Tempo
bloccato” (p. 235), consono alle cieche hybris
e grottesche pretese di fine della
storia, narrate ad esempio dalle “storie-interviste
di Aldo Nove” (ibidem). La narrazione che ne deriva è della alienata
esaltazione individualistica, che perde ogni contatto e coscienza della realtà,
con l’incapacità di progetto di un altro orizzonte storicosociale, di uno stato
di libera oscillazione in un universo liquido (quale disegnato da Bauman), del
quale non si vede il limite, se non in deliri di superpoteri capaci di uscita
da un chiuso e insieme infinito, innumerevoli personaggi che hanno animato
decenni di cinema, con Supermen capaci di andare oltre la sua favolosa
“Distopia e tempo cosmico” (p. 289). L’unica possibile uscita e ripresa del
tempo, cioè della realtà e di sé, è data dalla capacità di condivisione, pertugio
di una liberazione effettiva, di presa di coscienza critica, di resistenza e
liberazione con il progetto di un’altra storia antropologica e sociale: “Il
ricongiungimento col reale si afferma… tramite l’incontro con l’Altro…vissuto
senza dissidio e separatezza, all’insegna del legame e della solidarietà.”, in
quanto “L’Altro è riconosciuto come parte costitutiva della propria identità e
della propria realtà” (ibidem). L’ultimo capitolo (da p, 255 a p. 294) è
dedicato al giovane Aldo Nove, e serve
a Picchione per ribadire in chiusura i nodi e le sintesi dolorose più attuali
della contemporaneità, anche se già evidenziate attraverso gli Autori
precedentemente citati: “L’accelerazione di tutti i ritmi di vita, i mutamenti
apportati dalle nuove tecnologie… la precarietà del lavoro… hanno creato la
percezione” di “esperienze… costituite da episodi senza scopo, slegati tra
loro”, in cui “le cose cambiano, ma non si sviluppano, non vanno da
nessuna parte” (p. 294)… “una prospettiva” della “tarda modernità… contraddistinta
dalla frammentazione… in cui, da una parte, nella dimensione collettiva, si è
smarrita la finalità della Storia e, dall’altra, nella dimensione individuale,
la volatilità e l’assenza di direzione regnano... Il capitalismo contemporaneo
con la sua accelerazione di ogni espressione di vita, espone a forme inedite di
alienazione che sconvolgono i rapporti umani con lo spazio e con il tempo” (ibidem).
Il
ramificato percorso del libro si misura con tale condizione, nella coscienza
della sua chiusura distopica, eppure non arresa alla sua chiusura antiumana,
continuando a porre sollecitazioni attive e domande, attraverso i personaggi
dei testi esaminati, come quella posta da un professore, nel romanzo Il professore di Viggiù (2018) di Aldo
Nove: “E come se ne esce da questa waste
land culturale e sociale?” (p. 290), domanda aperta, necessaria quanto (im)possibile,
ma eticamente imposta alla nostra responsabilità storica e antropologica. In
chiusura, voglio sottolineare la dimensione quantitativa e qualitativa
dell’Opera, citando il suo corredo di una corposa bibliografia, da pagina 295 a
pagina 306. Un libro da leggere e rileggere, senza una sequenza ordinata, ma
con scelte sollecitate dai vari capitoli della sua tensione totalizzante.
venerdì 2 ottobre 2026
LA NOTIZIA BOMBA
Questa è
davvero una notizia bomba, almeno per i non addetti ai lavori o all’analisi di
borsa: il più importante costruttore al mondo di macchine per la fabbricazione
di “chip” - i microprocessori, le memorie miniaturizzate dei computer -, di
alta gamma, è, come è noto, europeo, l’olandese ASML, un ramo della vecchia
Philips diventato, a sua volta un albero gigantesco, ma in Europa
non vende niente. Quale prova più eloquente del fallimento di cinquant’anni di
politiche neoliberistiche, e trenta di riconversione bellica dell’europeismo al
servizio dell’imperialismo americano? Capite adesso perché Draghi è
(politicamente) un idiota, per essersi prestato ai giochi della revanscista
tedesca che presiede la Commissione? Si tratta di un fatto che aiuta anche a
capire perché Alastair Crooke ritiene che le élites europee agiscano ormai per
disperazione - ai disperati non resta che la guerra. L’avvertimento della
Russia è altrettanto chiaro, viene di nuovo da Lavrov, citato da Crooke, e
dall’ambasciata russa a Bruxelles: attenzione, europei, perché se volete la
guerra (diretta) l’avrete, ma ricordate che sarà brevissima. [Franco Continolo]
In qualità di
unico fornitore al mondo di sistemi di litografia EUV, ASML è la più grande
azienda europea per capitalizzazione di mercato, con un valore attuale di circa
660 miliardi di dollari. Tuttavia, quest’anno ha realizzato profitti quasi
nulli in Europa, in calo rispetto all’1% del totale registrato nel 2025 e al 5%
nel 2024. Il motivo? Nel 2026 i produttori europei di chip non hanno acquistato
alcuna apparecchiatura per litografia da ASML; l’azienda sta quindi
sollecitando le autorità dell’UE a contribuire a creare domanda per i chip
europei. “Non stiamo vendendo assolutamente nulla in Europa”, ha dichiarato
Frank Heemskerk, vicepresidente esecutivo per gli affari pubblici di ASML,
intervenendo a una tavola rotonda presso il centro politico e culturale
olandese De Balie. “Perché l’Europa non sta investendo e perché non vengono
costruiti stabilimenti per la produzione di chip nel continente. È una
situazione davvero preoccupante. [...] La nostra quota di ricavi in Europa è dello 0%,
mentre in passato era dell’1%”.
In effetti, l’Europa
ha rappresentato l’1% dei ricavi di ASML nel 2025, il 5% nel 2024, il 4% nel
2023 e il 2% nel 2022, secondo le presentazioni aziendali rivolte agli
investitori. Tuttavia, nei primi due trimestri del 2026, l’Europa ha generato
lo 0% dei ricavi di ASML, stando ai rapporti sugli utili dell’azienda.
“Semplicemente
non c’è domanda qui per questo tipo di macchinari altamente specializzati”, ha
affermato Heemskerk. “È questo il problema. Quindi, oltre a cercare di attrarre
investimenti di capitale sul fronte dell’offerta, dovremmo fare molto di più
per creare domanda. [...] Noi di ASML stiamo compiendo sforzi enormi e siamo in
contatto con Ursula von der Leyen, sostenendo la necessità di sfruttare il
potere di mercato e il dinamismo che, in fin dei conti, esistono in Europa in
diversi settori”.
Finora, l’Unione
Europea si è concentrata soprattutto sul sovvenzionare la costruzione di nuovi
stabilimenti (una strategia che, tra l’altro, non è servita ad attrarre Intel).
Tuttavia, ASML esorta i governi europei a contribuire ad aggregare e garantire
la domanda di chip di produzione europea; ciò incoraggerebbe i principali
utilizzatori europei di chip ad approvvigionarsi localmente, offrendo ai
produttori di semiconduttori una motivazione economica per costruire o
espandere stabilimenti (fab) in Europa.
“Dobbiamo
assicurarci che alcuni di questi acquirenti - i clienti dei nostri clienti -
tornino a dialogare più strettamente con i produttori europei. In settori come
l’intelligenza artificiale applicata all’industria, ad esempio, vi sono ancora
numerose opportunità che l’Europa può cogliere. Ma è necessario organizzarsi in
modo collettivo”.
Nuovi
stabilimenti sono in fase di costruzione...
Intel gestisce
l’imponente stabilimento Fab 34 vicino a Leixlip, in Irlanda, e ha recentemente
annunciato l’intenzione di investire 5 miliardi di euro nella struttura per espandere
la produzione di CPU basate sulle tecnologie di processo Intel 4 e Intel 3.
Sebbene questo nuovo investimento impallidisca di fronte ai piani di Intel di
investire circa 80 miliardi di euro nel complesso di stabilimenti di
Magdeburgo, in Germania - dove i soli primi due impianti rappresentano una
spesa superiore ai 30 miliardi di euro - esso testimonia comunque l’impegno
dell’azienda verso il polo irlandese. Inoltre, ESMC - iniziativa sostenuta da
TSMC, Bosch, Infineon e NXP - sta costruendo un nuovo stabilimento vicino a
Dresda con un investimento di circa 15 miliardi di euro. L’impianto sarà in
grado di produrre chip utilizzando tecnologie di processo basate su transistor
FinFET di classe 12nm/16nm e transistor planari a 22nm/28nm, impiegate in un’ampia
gamma di applicazioni nel settore automotive. Gli stessi nodi tecnologici
trovano impiego anche in svariate applicazioni di elettronica di consumo e di
edge computing.
Infineon ha
inoltre inaugurato a Dresda, nel luglio 2026, il suo nuovo stabilimento “Smart
Power Fab” da 5 miliardi di euro: si è trattato del più grande investimento
singolo nella storia dell’azienda, che ha di fatto raddoppiato la capacità
produttiva del sito. Lo stabilimento da 300 mm produce semiconduttori di
potenza, nonché chip analogici e a segnale misto destinati ad applicazioni nei
settori automotive, industriale, delle energie rinnovabili e dei data center
per l’IA. Infine, ma non per importanza, lo scorso marzo GlobalFoundries ha
dato ufficialmente il via ai lavori perun’importante espansione e
ammodernamento della Fab 1 di Dresda, al fine di incrementare la capacità
produttiva per le sue tecnologie di processo specializzate, tra cui la FD-SOI a
22 nm (22FDX), la memoria non volatile integrata (eNVM) e il nodo BCD (bipolar-CMOS-DMOS)
per i circuiti integrati di gestione dell’alimentazione. In una certa misura,
tale potenziamento è stato reso necessario dalle difficoltà incontrate da
GlobalFoundries durante la realizzazione dello stabilimento congiunto da 10,4
miliardi di euro con STMicroelectronics nella regione di Grenoble, in Francia. Grazie
ai numerosi progetti per stabilimenti di semiconduttori in corso in Europa,
ASML continuerà a vendere i propri macchinari alle aziende dell’UE ancora per
molti anni; l’industria dei semiconduttori nel blocco europeo è tutt’altro che
in declino. Naturalmente, un aspetto rilevante è che tutti questi impianti
produttivi vengono realizzati da multinazionali (talvolta in collaborazione con
aziende locali), ma si tratta più di una tendenza globale che di una criticità
significativa.
…Ma c’è un
aspetto critico
Sebbene i
progetti per la realizzazione di impianti di produzione (fab) in Europa
comportino investimenti ingenti, essi impallidiscono al confronto con quelli in
corso a Taiwan, in Corea del Sud, negli Stati Uniti e in Giappone, dove si
stanno investendo decine o addirittura centinaia di miliardi di dollari in
nuovi stabilimenti per la produzione di semiconduttori. Ciò che forse conta di
più per ASML è che nessuno dei progetti europei in corso riguarda impianti all’avanguardia
destinati a utilizzare scanner litografici EUV (Extreme Ultraviolet) e, in
prospettiva, High-NA EUV. Le apparecchiature utilizzate oggi dagli stabilimenti
europei - e quelle che verranno impiegate nei nuovi impianti - sono tecnologie
consolidate, dal costo decisamente inferiore rispetto agli avanzati scanner EUV
o DUV a immersione. Questo aspetto rappresenta probabilmente una preoccupazione
per ASML, dato che l'azienda è naturalmente interessata a vendere le proprie
apparecchiature più sofisticate e costose. Un’altra criticità risiede nel fatto
che anche i chip avanzati prodotti in Irlanda o presso la ESMC vengono
successivamente spediti in altre regioni per la fase di packaging; ciò
significa che le aziende europee hanno perso, in gran parte, la capacità di
realizzare chip sofisticati interamente in Europa. Di conseguenza, al momento,
non vi è un reale interesse strategico, per le autorità europee, nel creare una
domanda di chip “Made in Europe”, dato che tali componenti spesso non vengono
assemblati, prodotti o nemmeno sviluppati nel continente. Non è dato sapere se
la situazione cambierà in futuro, ma al momento non vi sono segnali in tal
senso.
SVIZZERA E DISERTORI
di Nino Di Paolo
Attraversare
Como è sempre un’impresa, sia che tu arrivi da Milano con l’autostrada o dalla
statale dei Giovi, sia che venga da Erba o da Cantù, da qualunque parte arrivi
poi ti tocca l’attraversamento e lì, quasi sempre, ti impantani. E se, per
qualche motivo, devi passare di là, nella Confederazione, e non ci passi
utilizzando l’autostrada ma la dogana di Ponte Chiasso, in pochi metri il mondo
si ribalta. Tempo e spazio si dilatano. Certo, sull’autostrada in direzione
Italia vedi le code di autotreni fermi in dogana ma già nell’attraversare il
paese di Chiasso tutto, magicamente, si dirada. Ancor più salendo a Balerna e
poi a Mendrisio, dove incontri anche filari di vite che producono Merlot e
Cabernet. Questo ho sperimentato dovendo accompagnare più volte un familiare al
suo luogo di lavoro in quanto impossibilitato a guidare a causa di un
infortunio ad un arto. E, un giorno di fine agosto, su più muri, ho potuto
vedere un cartello, ben stampato e ben incorniciato, che troverete sotto il titolo di qursto scritto.
Ora, lungi da me fingere di non
sapere che la Svizzera non corrisponde ad alcuno degli angelici sette cieli;
pure lei le sue belle magagne ce le ha avute e ce le ha (oltre a un buon numero
di peccati capitali) però, avere coscienza di ciò che, di buono, ha
conquistato e mantiene è un valore aggiunto dei suoi cittadini. Poi, dove mi
trovavo oggi, ho visto questo qui sotto.
Dunque, anche gli abitanti di
qui, i produttori del “Vino Nobile di Montepulciano” hanno la stessa coscienza
dei ticinesi. E così, penso, in ogni parte del mondo, dove la si può esprimere
e dove no. Perché verso gli obiettori, i renitenti, i disertori di ogni parte
del mondo abbiamo un debito di riconoscenza. Obiettori, renitenti e disertori
alle armi e a tutto ciò che le fa funzionare.
IL RACCONTO
di Lodovica San Guedoro
Addio, Asmir
Ciao, Asmir,
addio, Asmir, sei stato un’immagine della vita. Ciao, Asmir, addio, Asmir, la
mia casa è vuota. Non suonerai più al citofono, non apparirai più sulla mia
soglia, non appenderai più la tua giacca nell’armadio. Non ti laverai più le
mani nel mio bagno.
Il mio cuore è vuoto, lo avevi occupato tutto tu, ora che
te ne sei andato per sempre, la mia anima è deserta. Avevi sospeso il tempo,
adesso le ore e i giorni corrono inarrestabili, il rumore della corsa mi
assorda le orecchie. Mi avevi fatta diventare giovane, ora torno ad essere
vecchia. Eri una scala d’oro verso il futuro, eri una promessa di
rigenerazione, con te non sentivo più la paura della morte. Tu me l’avevi
tolta, le avevi gettato un incantesimo addosso, una rete di luce splendente. Tu
mi davi il coraggio, la spavalderia, quando c’eri tu non sentivo strisciare
verso di me l’orribile passo. Riuscivi, magico fanciullo, a fare quello che
niente e nessuno poteva: non avevo incertezza del futuro, non ne avevo paura.
Quanta felicità sapesti donarmi. Il mistico, magico miracolo s’è infranto. Il
cuore è spezzato ed è scesa la notte. Una sera, ormai lontana, ti avevo
baciato, ti avevo baciato io per prima, sotto un lampione, sentendo che eri uno
sconosciuto, e, a dispetto di questo, ti avevo baciato. Premevo le mie labbra
su quelle di una creatura ignota e misteriosa, che era un uomo, sì, ma anche un
fauno, ed eri tu, posavo le labbra su quelle di una creatura fantastica, uscita
da un sogno o scesa dal cielo e venuta a me dopo essere passata per le selve,
ed eri tu, un ragazzo bosniaco… Sentivo il fresco respiro e l’ombra delle selve
alitarti intorno… Ora l’amore mi ha abbandonata, ora il dolce fauno è tornato
nelle selve. Sei crudele, Asmir. Amore, venuto dalle stelle, amore adorabile,
sei sceso in un vaso umano troppo stretto. Era fatale. Fin dal primo momento
avrei dovuto saperlo, ma a che sarebbe servito? Ti avrei amato lo stesso,
perdutamente.

Lodovica San Guedoro

Ti sei rivelato in tutta la tua debolezza, un uomo debole che può avere sentimenti solo quando è in uno stato onirico, quando sfugge dalla sua gabbia, quando sfugge dalla sua vita, e quando ritorna in sé, li perde. Ma ti amo sempre. Mi sentivo la forza di sfidare il tuo amore, di reggerne il peso, per averne tutta la dolcezza; sopportavo di farmi ferire da te, per amarti, vedi quanto ti amavo! E tu non sai se mi hai mai amato… Tu sei stato innamorato di me solo un attimo: una cosa assurda, una cosa incomprensibile! Perché non hai voluto amarmi, perché non hai voluto? Non ne avevi la forza? Ti avrei amato io per due, se tu avessi accettato! Se potessi tornare indietro, di giorno in giorno, se il mio piede potesse calcare il tempo a ritroso fino al giorno che ti conobbi, il primo giorno della mia vita! Non voglio dimenticarti, Asmir, ho il terrore di dimenticarti. Se accadesse, vorrebbe dire che sarei già morta. I miei giorni ora sono un’agonia, una tristezza grande mi striscia nel cuore, una tristezza che porta il tuo nome: Asmir. Un nome bosniaco, un nome barbaro, che conteneva le cifre di tutto l’universo. Un nome che udivo con stupore uscire dalle mie labbra o risuonare, chiunque lo pronunciasse. E anche ora è così, è immutato. Sei veramente esistito? Dimmi se sei esistito o eri solo un’illusione, uno scherzo di luce, un sortilegio beffardo delle nuvole, un riflesso del mare o del cielo, della natura impassibile e cieca, che gioca come il gatto col topo. Amore innocente, amore puro, incanto e promessa di vita, Asmir, ti perdonavo tutto, perché eri un ragazzo, perché eri fresco come l’aurora, perché eri bello, eri buono, e non lo sapevi, non sapevi che tesoro portavi in te, eri un adolescente, eri più giovane di tuo figlio, eri la mia giovinezza. Che amore pieno di incanto è stato il tuo!
giovedì 1 ottobre 2026
PIANTARE
ALBERI
di
Fabio Mariotti
Cittadine e cittadini della provincia di Brescia uniti per un territorio più fresco e sano.
Le nostre estati sono sempre più
torride. La pianura, le valli e le aree urbane del bresciano stanno subendo in
modo drammatico gli effetti del cambiamento climatico, con ondate di calore
senza precedenti, lunghi periodi di siccità e una progressiva perdita di
umidità del suolo. Chilometri di asfalto stradale tagliano il nostro
territorio, assorbendo calore durante il giorno e trasformandosi in veri e
propri “radiatori” che surriscaldano l’aria circostante. Non possiamo più
restare a guardare il nostro territorio inaridirsi. Esiste una soluzione
naturale, scientificamente provata ed efficace: l’ombra e la forza degli alberi.
Chiediamo alla Provincia di Brescia e a tutti i Comuni del
territorio di unire le forze per avviare un piano straordinario
di forestazione diffusa e micro-ombreggiamento stradale. Chiediamo di censire e
piantumare ogni zona libera idonea e, in particolare, di creare filari alberati
lungo le strade provinciali e comunali laddove lo spazio lo consenta. Piantare
alberi lungo le nostre vie di comunicazione non è solo una scelta estetica, ma
una necessità vitale per:
Abbassare le temperature: L’ombra
delle chiome riduce la temperatura dell’asfalto anche di 10-15 °C, rinfrescando
l’aria attraverso la traspirazione.
Pulire l’aria che respiriamo: Gli alberi posizionati lungo le strade catturano la CO2 e
bloccano il particolato fine (PM10 e PM2.5) emesso dai veicoli.
Proteggere il suolo: Le radici
contrastano il dissesto idrogeologico, consolidano i terreni e favoriscono
l’assorbimento dell’acqua piovana nel sottosuolo.
Le nostre richieste
concrete alle amministrazioni:
Mappatura immediata: Avviare un
censimento delle aree libere e dei margini stradali provinciali (SP) e comunali
idonei alla piantumazione, nel pieno rispetto delle distanze di sicurezza
stradale.
Scelta di specie
resilienti e autoctone: Utilizzare alberi nativi adatti al nostro clima (come
aceri campestri, frassini, bagolari o querce), resistenti alla siccità e con
apparati radicali profondi che non danneggino la carreggiata.
Fondi dedicati: Intercettare in
modo coordinato i finanziamenti europei, i bandi ministeriali e le risorse
regionali per la forestazione urbana e la resilienza climatica, riducendo
l’impatto sulle casse locali.
Patti di cittadinanza per la cura: Coinvolgere le associazioni ambientaliste locali, gli
agricoltori e i cittadini in patti di collaborazione per garantire
l’irrigazione d’emergenza e la cura delle giovani piante nei primi tre anni di
vita.
Il futuro della nostra provincia si decide
adesso. Vogliamo strade più fresche, un’aria più pulita e un territorio
protetto dall’inaridimento.
Firma questa petizione per chiedere alla
Provincia di Brescia e ai nostri Sindaci un impegno concreto per il verde
pubblico!
Firma l’appello
https://www.change.org/p/pi%C3%B9-alberi-e-ombra-sulle-strade-bresciane-piano-straordinario-contro-caldo-e-siccit%C3%A0/psf/promote_or_share
SCAFFALI
di Claudia Pinelli
Il romanzo di Russo che racconta l’Italia.
Mi viene un solo aggettivo per
commentare questa avvincente lettura del romanzo satirico-grottesco di Cataldo
Russo dal titolo: Millantatori e sanguisughe pubblicato dalle edizioni
Puntacapo (pagine 206): sorprendente. Ogni pagina è stata inaspettata e
piacevolissima per la modalità narrativa, i passaggi temporali e la capacità
immaginifica, insieme alle descrizioni così vere di momenti della nostra storia
recente, arricchite da escamotage da vero romanziere. Ho apprezzato l’utilizzo
di figure animali che ben incarnano personalità e modalità, e il protagonista
catapultato nelle diverse realtà, che arriva ad avere un nome diverso ma
mantiene un'integrità nella sua semplicità, cercando di sopravvivere a
ibernazioni e pavoni senza diventare altro da sé, tra sogno e incubo, distopie
e potere. Devo dire che mi ha colpito molto: i dialoghi rendono benissimo e le
ambientazioni sono fantasiose, specchio di una realtà che ha superato ogni
fantasia, tra Alice nel paese delle meraviglie e La
fattoria degli animali. Solo il titolo non mi ha convinta: lo trovo un po’
troppo concreto rispetto a un romanzo così immaginifico, dalla scrittura così
brillante, vivace e mai scontata. Millantatori e sanguisughe è un
romanzo satirico-grottesco che ripercorre quasi quarant’anni di storia
italiana. Quarant’anni scanditi per lo più da scandali, malapolitica, furbizie
di ogni genere, ruberie e perdita di valori. Quarant’anni che non hanno minato
solo le istituzioni e le strutture economiche e civili del paese, ma hanno
soprattutto devastato e inaridito le coscienze degli italiani che sono andati
incontro quasi a una mutazione antropologica. Il romanzo inizia nel 1986 quando
il protagonista delle vicende, l’operaio Antonio Schifino, si risveglia
miracolosamente dopo essere rimasto congelato per 10 lunghi anni in un grande
freezer del mercato all’ingrosso del pesce di Milano, e termina nel 2022,
svelandoci l’inganno dell’Eden della Pacchia.
IL RACCONTO
di Claudio Zanini
Dialogo sulla guerra
La mia giovane amica Enrichetta,
con un certo fervore, mi disse: «Purtroppo, la guerra si è costretti a farla
per difendere i confini della propria patria, mio caro».
«Non del tutto, cara,» replicai
«l’amore per il proprio paese, per la cosiddetta patria, non è la ragione
primaria della guerra; è altrettanto decisivo l’amore per l’oscuro fascino
della violenza, per la competizione estrema, per la bramosia del dominio
sull’altro».
«Hai detto amore… è vero!
Mi fai venire in mente che qualcuno dei miei amici confessa che ama la guerra…
la ama come fosse una donna … essa possiede una fascinazione oscura cui, in
certe condizioni è impossibile resistere… Esserne pervasi significa trovarsi in
una situazione straordinaria d’assoluta libertà poiché tutte le convenzioni, i
principi, le regole svaniscono».
«In ciascuno dei tuoi
amici e in noi stessi, mescolata alla pulsione di vita agisce, radicata nella
natura umana, la pulsione di morte;
un’innata aggressività, un bisogno di odio e distruzione: così Freud… A questa
figura del nostro daimon, aggiunge
James Hillman, tutto sarebbe permesso… l’esercizio irrazionale della violenza
che ti rende invincibile. Che ti assicura il totale dominio sull’altro, che ti convince della tua potenza,
della tua invincibilità. Un delirio febbrile d’onnipotenza, un’insensata prova
del fuoco… accompagnata dal mito affascinante dell’eroe virile e della bella
morte, da Omero fino ai nostri giorni. Terribile!».
«In effetti, tutti gli
eroi guerrieri sono maschi molto virili, a parte Giovanna d’Arco e
qualcun’altra» replicò lei.
«Certo, la guerra è
un’abitudine arcaica e virile. Le donne hanno altre qualità, saperi e
inclinazioni!... la guerra è cosa nostra, mia cara. Il confronto con la morte
che ti darebbe la sensazione di espandere quasi senza limiti la vitalità, il
sentirsi vivi, attimo dopo attimo; dove giovani corpi, agendo, sono dominanti e
nessun pensiero razionale li turba né ne ostacola la frenesia. Marinetti, poeta
futurista diceva che la guerra è la “sola igiene del mondo”. Questa delirante e
folle retorica è espressione della cosiddetta virilità guerriera»
«Poi, non dimenticare
l’inebriante sensazione d’essere circondato da compagni che hanno la stessa tua
uniforme…» osservò.
«È vero, uniformi un tempo
colorate, eleganti, ricche d’ornamenti; una volta c’era il fascino della
divisa, evidente segno identitario… Sei insieme ad altri giovani, compagni che
seguono il tuo medesimo addestramento e lavaggio del cervello, cui fin da
piccoli è stato instillato l’odio per l’altro, per il “nemico”».
«A proposito, ricordo che
in un film sulla guerra del Viet Nam, durante l’addestramento, i soldati
portavano un elmetto con la scritta: “Born to kill”».
«Esatto, brava! “Nato per
uccidere”. Lo cita Stanley Kubrick nel film Full metal jacket… è
il motto di un gruppo coeso, costituito per uccidere! Branco dove l’emulazione
e il confronto non permettono tentennamenti o passi indietro, la responsabilità
individuale si dissolve… Solo dopo - e se ne sei uscito vivo e integro -,
quando il delirio si è consumato, prendi atto dell’immane tragedia che hai
vissuto. Misera creatura, bipede implume, ti rendi conto del fatuo e mortale
impulso da cui ti sei lasciato trascinare; ne scopri che il risultato di lutti
e rovine è irrimediabile e, nella tua coscienza, diventa ferita sanguinante e
immedicabile. Anche tu sei mostruosamente cambiato. Ma questo viene dopo… post festum».
«Quindi?... se questo fa
parte della condizione umana, è irrevocabile? Siamo condannati dunque a un
eterno ritorno all’orrore?».
«Penso che niente sia
irrevocabile…».
«Allora, la pace
perpetua?... non mi pare che i governi del mondo possano decidere insieme, a
tavolino di abolire la guerra e ogni conflitto, affidandosi a sentimenti
d’amore e solidarietà».
«Sarebbe necessario
elaborare un’educazione delle relazioni affettive, una morale e una cultura che
operino, da un lato, sulle pulsioni inconsce e primarie ma, soprattutto,
mettano in luce ingiustizie e diseguaglianze drammaticamente vigenti. Tra
l’altro, dobbiamo tener conto che viviamo in una società patriarcale dove
l’arcaica posizione dominante del maschio bianco viene ancora spacciata per
qualità naturale, quindi il mestiere della
guerra riguarda soprattutto il maschio suprematista, inventato e celebrato fin
dall’epoca dei primi miti guerrieri».
«E
perché le donne non ne sarebbero coinvolte?».
«Perché,
fin dalle prime comunità, il maschio, prima cacciatore, quindi incaricato della
difesa della casa e del terreno – subito circondato da paletti; quindi,
spacciato indebitamente per sua “proprietà privata” e, all’istante, fonte di
rivalità e conflitti, - si è assunto il compito di governare il dominio sulla
“propria” comunità (chiamiamola Patria)
e la sua difesa, espungendone le donne. Quindi il dominio sull’altro, sul
diverso. E, tieni conto che l’altro
è, soprattutto, il femminile, la donna… pensa all’arte classica, a quante
celebrazioni di stupri e violenze in pittura e scultura… dal Ratto delle sabine, al Ratto di Proserpina, a quello di Europa,
Apollo e Dafne… e così via…».
«È vero… dipinti che ho
sempre ammirato senza farci caso».
«Questa prevaricazione nei
confronti del femminile, non significa che sarebbe necessario sostituire il
dominio del maschio con un matriarcato».
«Sarebbe interessante
almeno provarci… e vedere l’effetto che fa» disse lei scherzosamente.
«A questo punto, forse
sarebbe meglio rendersi conto che ciascuno è anche l’altro di qualcuno. Maschile e femminile sono reciprocamente l’altro. Senza questo altro, io non sono nulla. Se lo anniento, anch’io mi distruggo… Mia
cara, le creature – tutti gli esseri viventi - sono per la relazione,
l’accoglienza e la collaborazione, la vita non è singolarità e prevaricazione…
Pensa all’infelice affermazione: “non esiste la società, esistono solo gli
individui”, celebre frase di Margaret Thatcher, primo ministro conservatore
inglese, pronunciata nel 1987. Questo ti dice che è improrogabile perseguire
pace e azione non violenta con incessabile ostinazione».
«In
ogni caso, le uniformi hanno un fascino notevole», disse lei, rialzando il capo
ed esibendo un bel sorriso sereno e colmo d’innocenza. «Certi giovanotti in
uniforme sono irresistibili… molti, sai, si arruolano soltanto per indossarle,
per esibirsi… tu, per esempio, staresti molto bene con una divisa!».
«Ne
ho sempre fatto volentieri a meno… alle uniformi dei tuoi maschi suprematisti,
preferisco i miei frusti abiti borghesi. Ai poeti non interessa un’uniforme.
Poi, l’eleganza è una disposizione naturale».
«Anche
i postini e i capistazione hanno le loro belle divise!... però l’esercito ha
un’elegante compostezza, nelle parate, per esempio».
«Ah,
le parate! Un’ingessata messa in scena, una retorica compostezza che dura
finché non ti sbattono sotto i bombardamenti o nel fuoco della prima linea,
nella merda della trincea, nel fango con i topi, sotto le bombe a contare le
cimici e i morti finché anche tu non ne aumenti il numero. E ricordiamoci bene
quanto scriveva Kurt Vonnegut; la guerra succede quando
“vecchi porci mandano a morire ragazzi”».
Mi
prese le mani tra le sue: «D’accordo, ma su, sdrammatizziamo!... ricordo, in
certi film, la fanteria che avanza allineata contro l’artiglieria nemica, con
le belle divise colorate, eleganti e tutte eguali… i soldati che cadono come
birilli, uno dopo l’altro…».
«Avanti, avanti insensatamente,
come zombi, senza scomporsi… ah! L’avidità delle amorali classi dirigenti,
l’insipiente tracotanza degli alti comandi militari, la loro ottusa mentalità
con le loro micidiali strategie e le conseguenti mattanze… disgustosi criminali
che ci avvelenano le coscienze».
Enrichetta tacque, poi mi
guardò perplessa.
«Però le guerre moderne
sono diverse, non si mandano uomini come gregge allo sterminio».
«Hai ragione, tuttavia,
forse è peggio. Un tempo ci si scontrava, diciamo, ad armi pari. Non sempre, ma
supponiamolo, comunque tenendo conto che è la guerra sempre stata un atroce
affare. Tuttavia, ci si guardava negli occhi, tu e l’avversario. Eravate due
forze, abilità, intelligenza ed emozioni di due uomini che si scontravano. Oggi
il nemico è diventato il bersaglio disumanizzato di una macchina in grado di
cercarlo, identificarlo e sopprimerlo. Tu non lo conosci, è solo un anonimo
bersaglio. Basta che tu dia un input, lo fai saltare in aria, e poi puoi andare
a bere con gli amici».
«Mi ricorda un vecchio
film, I predatori dell’arca perduta. Dove Indiana Jones, trovandosi di
fronte un berbero con la scimitarra sguainata e mulinante, che lo invita allo
scontro - con un balletto di gesti, parole e sguardi minacciosi -, estrae un
revolver e lo fredda istantaneamente sul posto. Nessuna abilità, intelligenza
ed emozione. Uno sparo ed è la fine».
«Questa è il progresso
della tecnica, bellezza! E non è finita! Tieni anche conto che oggi anche la
popolazione civile è ostaggio inerme e bersaglio bellico. Dobbiamo, dunque,
aspettarci cose che gli umani non hanno mai visto».
[Le immagini a corredo sono di Bansky]
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