UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 29 maggio 2026

PAURA DEI LIBRI?
di Zaccaria Gallo


Alfredo Cospito
 
Una vita continuamente negata dagli altri”. Federica Montseny e Virgilia D’Andrea.
  

Alfredo Cospito, lo ricordiamo, è in prigione per reati politici (odiosi) ed è sottoposto al regime speciale del 41 bis, lo stesso che si utilizza per i mafiosi (ma non è un mafioso). Il 41 bis non significa un carcere crudele, significa un regime che deve impedire al condannato di avere contatti con la criminalità esterna, con i suoi compagni di lotta e/o di criminalità. Due anni fa, Cospito chiese di poter acquistare, a spese sue naturalmente, tre libri e un CD. Questa richiesta gli fu negata. Il Tribunale di sorveglianza che aveva dato la sua approvazione iniziale ha fatto ricorso. La Casa Circondariale, il DAP e il Ministro di Giustizia hanno fatto ricorso, a loro volta, in Cassazione per opporsi alla concessione dei tre libri e del CD. I libri richiesti sono L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, Ghost story di Peter Straub, Dio gioca a dadi con il mondo e il CD del gruppo Punk di Brighton, le Lambrine Girls, dal titolo Who let the dog out. (una dura denuncia contro le ingiustizie sociali che continuano a dilaniare un mondo sempre più caotico e in cui la musica si fa strumento politico per esprimere il proprio essere presenti e coscienti). E i libri? Due storie gotiche e un libro sulla storia della meccanica quantistica. Spese voluttuarie? Paura per eventuali messaggi dall’interno del carcere all’esterno? Ma allora anche John Lennon di Imagine: il brano per eccellenza sulla pace, che invita a immaginare un mondo senza confini né religioni che dividono? O Bob Dylan di Blowin’ in the Wind, la canzone simbolo degli anni ’60 contro l’ingiustizia e la guerra e ancora Rage Against the Machine con Killing in the Name, feroce critica al razzismo e all’abuso di potere poliziesco? E De André, Guccini, Tenco, Jannacci e tanti altri? Ecco! 


Fabrizio De André

Non intendo indagare sui motivi reconditi alla base di questa storia. Li lascio alla immaginazione di chi legge le prime righe che ho scritto. Invece mi sento spinto a parlare di qualcosa che, comunque, con questo fatto ha un diretto rapporto: la paura dei libri e dell’anarchismo. Si può avere paura dei libri, ma non dei libri come oggetti, naturalmente, ma di quello che possono produrre dentro di noi. Alcuni libri ci leggono mentre li leggiamo; ci spingono a rivedere cose che serbavamo nel silenzio: sogni, desideri, errori, tormenti, verità, che avevamo rimosso con cura. A volte, si teme di incominciare a leggere un libro perché si intuisce che ci potrebbe trasformare, altre volte perché ci rammenta qualcuno, oppure perché racchiude una parte di noi che non siamo pronti a conoscere, e così avviene anche per la società per come è costruita e per come deve operare. Franz Kafka scriveva che un libro deve essere “una scure per il mare ghiacciato dentro di noi”. Ma una scure è sempre una scure, fa paura quando è usata, non soltanto per tagliare il legno. Ci sono anche paure più intime: la paura di non comprendere abbastanza, di restare soli con le proprie impressioni o persino di essere toccati, troppo profondamente, tanto che certi libri possono divenire quasi pericolosi perché aprono una porta che poi non si riesce più a chiudere. Quando si insinua quella paura, sappiamo bene che è un segnale: il libro ha dentro qualcosa che determina inquietudine, non perché annienti qualcosa, ma perché invece tocca qualcosa di vivo. Il potere ha avuto paura dei libri, praticamente in ogni epoca, perché un libro può fare qualcosa che il potere governa con fatica, perché può dar vita a un pensiero interiore libero. Una armata si vede, una rivolta, un dissenso, si argina, si reprime, ma un’idea, un’idea, letta in silenzio da una persona sola, può oltrepassare frontiere, barriere, censure. Per questo i regimi totalitari hanno spesso proibito, bruciato o controllato i libri. Nei roghi nazisti vennero annientate opere ritenute pericolose perché in grado di condizionare coscienze e immaginazione. Nell’Unione Sovietica molti letterati, romanzieri, poeti, furono censurati o perseguitati e ancora oggi in moltissimi paesi del mondo alcuni libri vengono proibiti o sconsigliati nelle scuole o nelle biblioteche o anche nelle carceri. Il potere, per essere esercitato e sopravvivere, soprattutto quando esige ubbidienza assoluta, predilige la semplificazione delle cose e dei rapporti tra gli uomini nella società da esso governato: noi- loro, giusto o sbagliato, amico-nemico e così via. Un libro, invece, ha anche la capacità di cercare di comprendere le ragioni del nemico, di farti sorgere dubbi sulle parole ufficiali che ti vengono somministrate, farti  immaginare possibile una vita diversa dalla tua sotto un regime oppressivo, può farti diventare meno manipolabile ed è per questo che certe pagine che, all’apparenza, sembrano innocue, invece sono potentissime: educano a pensare, a sentire, a ricordare, e una persona che pensa davvero, non potrà mai appartenere completamente ad alcun potere. Persino la poesia può essere pericolosa, può incutere paura, a volte più di un discorso politico. La storia della umanità è dunque piena di libri e poesie e testi teatrali e cinematografici “pericolosissimi”, nel senso che abbiamo detto sopra. Ci sono, ad esempio moltissimi testi letterari che sono stati prodotti, in varie epoche, da tutti quegli scrittori che, da esiliati, hanno ritratto attraverso le loro memorie l’angoscia sociale della guerra e della perdita della libertà in vari modi, in varie forme. Tutti questi autori, e tra loro gli scrittori anarchici, narrano le loro storie, facendocele vedere con la prospettiva di chi è stato esiliato dal tempo e dallo spazio, di chi è stato negato e ha bisogno di essere visibile. 


Federica Montseny

Tra questi autori vorrei ricordare Federica Montseny, con il suo libro I miei primi quarant’anni, e Virgilia D’Andrea con le sue poesie. Federica Monteseny, a ottant’anni, dal suo esilio in Francia convertirà la sua esperienza inletteratura. La memoria è sempre stata letta come una forma di conoscenza e, quindi, la letteratura che si basa su di essa è forma di conoscenza, di studio e esplorazione della “realtà”, di meditazione sul passato e, di conseguenza, sul presente. Anche se un testo dovesse concentrarsi sull’io, non sarebbe mai un io personale, bensì un io collettivo e diventare protagonista della Storia. Le memorie, soprattutto di chi ha sofferto la guerra, l’esilio, il dolore delle perdite, la restrizione della libertà, in quest’ottica, diventano le memorie di un intero popolo e del contesto conflittuale che le ha generate. Memorie anche necessarie, per esaminare la storia ufficiale in profondità, scoprire le verità e le manipolazioni, che sempre si nascondono quando è costruita dai vincitori. Se esiste un filo conduttore che lega parole a memoria, in questi casi il filo ha un solo nome: resistenza. Le memorie di Federica Montseny, come quelle di tanti altri repubblicani spagnoli, sono una forma di resistenza, che non si concluse con la caduta di Madrid o di Barcellona. Nelle sue memorie Federica Montseny adopera parole dure, realistiche e senza schermi protettivi, perché nascono dalla insanabile separazione tra un sistema oppressivo e il mondo esterno, e perché, paradossalmente, prende atto che l’unica realtà possibile, per questi modi separati di intendere la vita degli esseri umani, è la loro identificazione in un contesto “politico” che è: l’anarchismo. Ricordarla, oggi, nonostante tutto, è legittimato dal diritto di parola concesso a chi come lei è stato difensore della libertà, contro coloro che si imponevano con la forza. Nel 1936, militante nella organizzazione anarco-sindacalista Confederazione Nacional del Trabajo (CNT), Federica entra a far parte del governo di Francisco Largo Caballero e le viene assegnato il ministero della Sanità e della Assistenza Sociale. Ed è, con quelle idee, che propone di istituire Case di accoglienza per l’infanzia abbandonata, di emettere norme per liberare le donne dallo sfruttamento della prostituzione, di coinvolgere, nella società, persone con handicap, di eliminare l’aborto clandestino, legalizzando il diritto all’aborto assistito. Federica Montseny rimase in carica fino al maggio del 1937.



Scrisse diverse opere, brevi romanzi o saggi sull’anarchismo o su altre tematiche sociali e politiche. Per anarchismo, intendeva, che la radice dei mali sociali risiede nel capitalismo, nell’autorità e nelle disuguaglianze che ne derivano. Tuttavia, è pur vero che, la vita ai margini di un sistema inaccettabile e del suo ambiente esterno, non ammette altro stile di vita se non quello contraddittorio; la linea di divisione stessa è contraddittoria, perché non permette un distacco completo, e quindi il poter essere al di fuori di esso. Ecco perché, essere in una società, avendo le idee che aveva Federica, a volte, significava vivere in modo contraddittorio. Federica dovette quindi accettare un incarico di governo, dopo molte esitazioni e controversie, perché le circostanze lo imponevano. Queste circostanze chiamavano anche a combattere in guerra, difendere la legittimità della Repubblica contro il fascismo. Tutto andrà in fumo con l’inizio della guerra civile, con le violenze nazi-fasciste, con l’arrivo al potere di Franco. Andrà in esilio in Francia, assieme a centinaia di migliaia di esuli spagnoli e, da lì, nonostante il regime di Vichy, continuerà a lottare per la libertà. Arrestata dalla polizia francese, nonostante il governo spagnolo la rivolesse indietro per processarla e condannarla a morte, per fortuna non sarà estradata (anche forse perché era in cinta di una terza bimba). 



Federica non tornerà mai più in Spagna, ma scriverà questo suo libro, per lasciare una testimonianza altissima di come un’idea anarchica, libera da pregiudizi e ignoranza, contenga valori importantissimi: il desiderio di una società più giusta e a misura d’uomo. E in carcere ci andò, molti anni prima, l’altra figura storica dell’anarchismo: Virgilia D’Andrea. Una vita breve, intensa, ricolma di passioni politiche e d’amore (per il suo compagno Alessandro Borghi), di tragedie, convegni, comizi, ingiustizie, fughe, persecuzioni e libri (primo fra tutti Tormento e poi Torce di notte) e poesia. Il 13 marzo del 1923, un solerte funzionario della questura di Milano la denuncia per vilipendio e istigazione all’odio di classe. Orfana, in tenera età, a sei anni era stata collocata in un collegio di suore. L’educazione era rigida, ma Virgilia si appassionò presto alla lettura e, l’incontro con la poesia di Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci e Ada Negri, la influenzarono, sia dal punto di vista letterario che etico. Scoprirà la parola “anarchico” nel 1900, quando Gaetano Bresci uccide, in un attentato, il Re Umberto I. Mentre le suore obbligano lei e le altre orfanelle del convento a pregare per il Re, Virgilia non può dimenticare che, a Milano, il generale Bava Beccaris, mandato dal Re, aveva fatto uccidere i cittadini (ottantuno morti e 450 feriti) scesi in piazza contro le condizioni di lavoro e l’aumento del prezzo del pane. Virgilia sentirà un moto di forte simpatia per il giovane anarchico, piuttosto che verso uno stato macchiato del sangue di esseri umani innocenti e affamati. 

Virgilia D'Andrea

Andata via dal convento, seguirà la strada che il cuore le aveva indicato, fino ad essere arrestata e imprigionata con l’accusa di cospirazione contro lo Stato nel 1920. Uscita dal carcere riprenderà immediatamente la propria attività politica, fino in Francia e poi nell’America del Nord (morirà a New York il 12 maggio 1933), spendendo le sue ultime energie, nella lotta contro il fascismo. Si era servita anche della letteratura come un’arma, “lanciando i suoi versi come una sfida ai prepotenti” disse di lei Enrico Malatesta nella prefazione di Tormento. Nemmeno il suo arresto aveva spezzato la volontà di lotta. E così torniamo al tema iniziale di questo scritto. Virgilia D’Andrea aveva messo nelle sue poesie qualcosa che il potere temeva molto. Scriveva di ferite sociali, di dignità umana calpestata con la violenza: era, la sua, una appassionata ribellione morale, in favore degli ultimi. Così, quando una poesia riesce a trasformare il dolore individuale in coscienza collettiva, la poesia non è più solo letteratura. La società può averne paura, perché certe poesie infrangono l’abitudine e l’indifferenza, forzano a vedere ciò che normalmente si evita di vedere: la miseria, l’ingiustizia, l’ipocrisia, la violenza nascosta dietro le convenzioni della rispettabilità e il potere può temerla, perché una poesia così fatta, se entra dove la propaganda spesso non arriva, nell’anima delle persone, esorta senza obbligare, non lascia la memoria, si ridice sottovoce, diviene una sorta di libertà segreta. La voce di Virginia D’Andrea aveva qualcosa di particolarmente difficile da vanificare: non parlava dall’alto, ma da dentro la sofferenza umana e politica del suo tempo. 



Questo ha dato alle sue parole la resistenza: si possono censurare i libri, ma è più difficile cancellare una frase che qualcuno ha sentito vera e che invita a riflettere. Virgilia, per esempio, scrive la lirica dal titolo “Io non sono vinta!”, durante la detenzione nelle carceri di Milano. È una poesia di resistenza morale, che scaturisce da un corpo imprigionato. Ma la volontà e l’ideale restano liberi e i versi iniziali sono già un manifesto: “No non sono vinta!” Questa negazione possiede una forza immediata, quasi teatrale: è però profondamente politica ed è, non solo, un’affermazione personale. È una fiera affermazione contro il potere che tenta di spezzarla; il carcere appare come uno spazio fisico di oppressione, la cella, i ferri ritorti, ma la coscienza non viene piegata. L’immaginazione e il sogno frangono simbolicamente le catene per la libertà, non solo quella che c’è al di fuori, all’esterno, ma anche quella interiore e morale, sostenuta dalla fede nella giustizia, nella dignità umana, nella possibilità di poter vivere in un mondo diverso. Il dolore è visto come una forza e la sofferenza non demolisce il soggetto poetico, lo fa più forte. Questo è un principio molto moderno, quasi vitale. Ricorda in parte Giacomo Leopardi per il confronto diretto col dolore, Antonio Gramsci per l’idea della resistenza morale in carcere, Ada Negri per il tono sociale e umano. Non è una poesia contemplativa. È una poesia che combatte. Dice: “Potete incarcerarmi, ma non mi cancellerete”. Per questo, il testo è sopravvissuto, come simbolo antifascista e libertario, e colpisce ancora oggi, perché parla di qualche cosa che supera il contesto anarchico del 1920 e invita a resistere alla umiliazione che ogni potere assoluto vuole infliggere agli esseri umani, invitandoli sempre a conservare se stessi e a non identificarsi mai con la sconfitta. È una poesia sulla dignità umana.
 
 

Non sono vinta!
 
No, non sono vinta.
Vibra, in me, più forte,
l’ardente fede ne l’angusta cella,
l’onda del sogno, che il mio cor flagella.
 
No, non sono morta. Ma più pur e alati,
getta la penna, nei tumulti, i versi,
ed essi vanno, azzurri e fascinati,
verso il nitore di bei cieli tersi.
 
Quando da sola l’anima cammina,
e insidie e frodi il mondo le congiura
e nel fosco de l’ombra essa indovina
che v’è l’agguato bieco e la sventura,
e passa, e lotta e resistente avanza,
senza sgomento, verso l’alte cime
ed aspra diventa la distanza
e più le sembra il sogno suo sublime:
quando… pur triste… e fragile parvenza
inchioda, il mondo, ad ascoltar la voce,
che dalla cupa e turbinosa essenza
urla il martirio dell’ingiusta croce,
allor s’è fatto di granito il core.
 
E non cede, non muta e non dispera:
canto è di sogno che, giammai, non muore.
 
Fonte ingemmata di bellezza vera.
 
Oh! Ben lo so, che se cantato avessi
le vostre glorie e le dorate sale…
se nel tumulto della vita avessi
anch’io venduto o spento l’ideale
certo mi avreste aperto intero il mondo,
rose m’avreste sparse sul cammino,
rete di sogno memore e profondo …
Forse… l’alloro… in fondo al mio destino.
Ma ho cantato di cenci… e ho calpestato
tenero, il fior, de le languenti dame;
ma ho scoperto i solai e ho profanato
l’aria col tanfo dell’occulta fame. 
Ma ho cantato di stanchi e di perduti,
di desolati nei singhiozzi proni,
ho pianto sopra i morti ed i caduti,
e merito la gogna… e le prigioni.
 
Stringete, dunque, ancor ferri e catene!
Le azzurre strofe mie battono l’ala
verso le lotte de le grandi arene…
Le raccoglie la teppa e le immortala”.
 
[Carceri di Milano, 28 ottobre 1920]
 

 

 

 

giovedì 28 maggio 2026

IMPOSTA SUI GRANDI PATRIMONI
di Alfonso Gianni
 


Una proposta di legge di iniziativa popolare per porre un’imposta sui grandi patrimoni.
 
Più le differenze sociali e reddituali si allargano nel nostro paese e nel mondo, più il tema di ottenere una giustizia fiscale diventa urgente e necessario. Infatti è argomento di interesse e dibattito particolarmente nei paesi a capitalismo maturo. Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Il citatissimo Thomas Piketty, al termine di oltre un paio di migliaia di pagine, distribuite in due ponderosi volumi, dedicate allo studio del moderno capitalismo giunge alla conclusione (in Capitale e ideologia, La nave di Teseo, Milano 2020) che il sistema fiscale di una “società giusta” deve basarsi su tre grandi imposte progressive: “un’imposta progressiva annuale sulla proprietà, un’imposta progressiva sulle successioni e un’imposta progressiva sul reddito” (pag.1.108). Più di recente ce lo ricorda con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un agile, quanto prezioso, libretto recentemente uscito anche in edizione italiana (Gabriel Zucman I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, Torino 2026). La questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale. La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit - ProPublica - ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere.
 

Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro), ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale - che pure esiste in modo consistente e va ovviamente combattuta - cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici e di trovate di ingegneria fiscale, a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza, e una pletora di fiscalisti adisposizione, possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione, che finora nessuno ha tentato di (contro)riformare, ma di svuotare purtroppo sé e tanto. I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli - non sto rivelando segreti di Stato - dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Dentro quest’ultima fetta, in una proporzione minima ma danarosa si accomodano i super ricchi. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.



Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo e scuola la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo Nazionale di Storia Americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva a campana (o a “U” rovesciata che dir si voglia) per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con la presidenza di George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che - prendendo sempre ad esempio gli Usa - nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Ma il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.



Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione - storicamente dimostrata - che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società. La lotta di classe è stata vinta dai ricchi come sappiamo. Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati - che contribuiscono per l’84,6% alle entrate fiscali dello Stato secondo in dati più recenti - impossibilitati come sono sia ad evadere quanto ad eludere. Così la capacità di spesa dei governi, al di là del loro colore politico, è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione nel 2012, all’articolo 81). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il governo Meloni malgrado l’avesse votato solo due anni addietro, ricevendo finora risposte negative. È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe, anzi dovrebbe, entrare nel programma di un governo alternativo a quello attuale. 



In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, un gruppo di cittadini, fra i quali lo scrivente, hanno sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo in sostanza previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro.


 

Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. Naturalmente c’è da aspettarsi una feroce campagna delle destre - l’hanno già messa in atto - secondo la famosa litania del “stanno mettendo le mani nelle tasche degli italiani”. Ma è evidente che tale proposta non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.



Perché la proposta di legge possa essere discussa dal parlamento servono almeno 50 mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli, almeno entro i confini della attuale legislatura. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una legge di iniziativa popolare (Lip) venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo della Lip, i nomi dei sostenitori e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it
Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie, si può farlo anche direttamente al seguente link:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014

LE PAROLE OSCENE
di Nino Di Paolo
 


Anche questa volta, come nello scorso autunno, in corrispondenza della missione nonviolenta della Flotilla, oltre a registrare le prevedibili e previste bestialità perpetrate dai pirati dell’innominabile primo ministro di Israele, abbiamo dovuto subire cascate di parole oscene. Chiamare arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati, sono atti osceni. Ricordo che alcuni decenni fa, quando chi aveva abbracciato la lotta armata smise di praticarla, un senso di smarrimento percorse le menti dei reazionari di casa nostra. “Come faremo a far passare per terroristi coloro che non si inchinano all’unico ordine possibile se nessuno spara più?” si chiedevano i maestri di pensiero del mainstream mediatico. E tifavano, sotto sotto, senza poterlo dire, che qualche lupo solitario, qualche scheggia impazzita sparasse a qualcuno. Questo recondito bisogno è arrivato comunque fino ai nostri giorni con ministri che si paragonano a Giovanni Falcone o che attribuiscono omicidi di mafia alle BR. Lapsus, nel secondo caso, ma intanto nel primo, lasciamo perdere… Vero è che in ogni angolo del mondo, ormai, il termine “terrorista” non si nega più a nessuno, ma anzi viene più frequentemente appioppato a chi non terrorizza ma vuole evitare di essere terrorizzato, cioè all’oppositore del Governo in carica, dittatoriale, autocratico o para-democratico che sia. Oggi, da noi, mancando (fortunatamente) lupi solitari e schegge impazzite, come colpire chi prova, senza armi, a mettere umanità in contrapposizione alla bestiale violenza dei prepotenti? Semplice, chiamando arresti i sequestri, percosse le torture, provocatori i nonviolenti, terroristi i disarmati. Ora, che questo lo facciano le testate giornalistiche dichiaratamente reazionarie indigna (sempre) ma non meraviglia, è quando testate e talk show televisivi vogliono fare gli equidistanti che iniziano i conati di vomito. Quando ad utilizzare questo linguaggio, magari non in malafede ma proprio perché lo hanno introiettato, sono esponenti della stampa o politici che si dichiarano progressisti o riformisti, allora il disgusto diviene totale. Possiamo, direi dobbiamo, essere disgustati da tutto ciò ma questo non ci esime dal continuare a utilizzare le parole della nostra lingua nel senso appropriato del loro significato. Se non vogliamo entrare nella terminologia dell’agone politico, possiamo iniziare dal Discorso della Montagna, dalle Beatitudini. E non andremmo fuori strada.

mercoledì 27 maggio 2026

ELEZIONI COMUNALI
di Franco Astengo
 

Numeri provvisori dal primo turno.  
 
Sicuramente è impresa coraggiosa tentare di ricavare dati di indicazione generale sul piano politico dall'esito del primo turno delle elezioni comunali svolte il 24-25 maggio 2026 in molte regioni italiane. Ci riferiamo ai 18 comuni capoluogo di provincia dove si è votato: Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Agrigento, Messina, Enna, Avellino ritenendo il loro risultato quello più analizzabile sul terreno politico generale. Del resto l'analisi del risultato di tutti i comuni è fortemente condizionato dalle alleanze variabili stabilitesi a livello locale e dalla presenza in tutti i piccoli comuni di un grande numero di liste civiche e pseudo-tali. Abbiamo vissuto fasi di grande volatilità elettorale e di forte crescita dell'astensione poi frenata molto parzialmente in occasione del referendum sulla giustizia del 23 marzo di quest'anno. Sorprenderà allora questa valutazione di sostanziale stabilità tra l'esito delle elezioni comunali precedenti (svoltesi tra il 2020 e il 2021 sempre in riferimento ai capoluoghi già citati) e l'esito di quelle tenutesi domenica e lunedì scorsi. La nostra valutazione è di tipo complessivo ed esula dalla specifica importanza delle singole situazioni da Venezia a Reggio Calabria, da Messina a Salerno (certo che si conferma ancora una volta il rinserramento nell'Italia Centrale e segnatamente in Toscana delle coalizioni a trazione PD) pur con qualche eccezione.
Eppure tirando giù i dati nel dettaglio sembra proprio essere così: un dato complessivo di scarsi scostamenti tanto da farci ritornare indietro ai tempi di quando uno spostamento dello 0,2 in avanti o all'indietro poteva causare uno sconvolgimento nell'assetto di una forza politica (non dimentichiamoci di quale effetto ebbe, ad esempio, nel PSI il mancato raggiungimento della soglia psicologica del 10% in occasione delle elezioni politiche del 20 giugno 1976).


 

Vediamo in estrema sintesi:
nei 18 comuni capoluogo erano iscritti nelle liste elettori 1,408.899 elettrici ed elettori. Hanno depositato un voto valido nell'urna (il riferimento è ai candidati sindaci) 835.491 cittadine e cittadini pari al 59,30%. Negli stessi capoluoghi in occasione delle precedenti elezioni comunali elettrici ed elettori aventi diritto assommavano a 1.437.715; i voti validi furono 872.924 pari al 60,71% (la flessione è dell'1,41%). Nell'occasione del 2026 i 18 candidati sindaci presentati dal centrodestra hanno ottenuto 317.134 voti pari al 22,50% sul totale degli aventi diritto; mentre quelli presentati dal cosiddetto "Campo Largo" ne hanno assommato 317.527 pari al 22,53% (aleggia lo spettro del pareggio nonostante l'ingresso del M5S nel cosiddetto "campo largo" : ingresso che, alla luce del responso dei numeri, potrebbe essere giudicato ininfluente; ma si conosce il divario di consenso prodotto dal M5S tra elezioni locali e consultazioni generali). Le candidature civiche e "altre" alle quali abbiamo assimilato anche quelle di De Luca a Salerno e Basile a Messina (e non quella di Crisafulli a Enna assegnata al "Campo Largo") hanno toccato i 200.830 suffragi (pari al 14,25% sul totale degli avanti diritto).



Questi gli scostamenti rispetto alle precedenti comunali:
le candidature del centro-destra avevano avuto 321.686 consensi pari al 22,37% degli aventi diritto (nel 2026 crescita dello 0,13%); le candidature del centro-sinistra avevano avuto 348.311 voti (nel 2026 un meno 1,69%) quelle del M5S 35.452 voti pari al 2,46% e quelle "civiche e altre" 167.475 voti pari all'11,66%. In sostanza: la partecipazione al voto dopo le montagne russe tra politiche 2022, regionali 2024-2025, referendum 2026 (nell'occasione delle elezioni regionali 2024-2025 la partecipazione complessiva era scesa al 50,24% sempre in riferimento ai 18 capoluoghi presi in esame per risalire al 58,96% nel referendum sulla giustizia 2026) appare tornata al livello delle elezioni comunali 2020-2021 (-1,41%). Anche le candidature del centro-destra sono rimaste stabili crescendo, di elezioni comunale in elezione comunale, dello 0,13%. Sul versante del "campo largo" sempre riferendoci all'esito delle candidature a Sindaco si direbbe che non è emerso alcun vantaggio dall'ingresso del M5S (in totale la perdita complessiva è dell'1,69% mentre il MoVI Mento aveva avuto il 2,46%). Crescono le candidature civiche e altre fino al 14,25% dal precedente 11,66% ma qui entra in ballo il peso degli "affaire" De Luca a Salerno e Basile a Messina. Tutto questo in via provvisoria in attesa di maturare ulteriori riflessioni.

QUESTIONE DI SWING
di Angelo Gaccione
 
Lorenzo Baldasso

Chi sa che cosa ne avrebbe detto il banchiere Tommaso Marino se avesse potuto vedere il magnifico Salone della sua Cinquecentesca dimora di Piazza della Scala adibita a platea per una indiavolata orchestra di swing fatta di trombe, tromboni, sax, batteria, pianoforte, chitarra e diretta dal virtuoso scanzonato clarinettista Lorenzo Baldasso. Secondo me sarebbe rimasto sedotto anch’egli da questa musica vitalissima, libera e liberatoria e non gli sarebbe dispiaciuto affatto questa “intrusione”. Da quando Equivoci Musicali sotto la direzione artistica di Davide Santi e Rachel O’Brien ha scelto Palazzo Marino per la sua rassegna “Palazzo Marino in Musica”, e segnatamente la decoratissima Sala Alessi, di musica di ogni tipo ve ne ha portata parecchia in queste quindici edizioni. Compreso, appunto, lo swing della favolosa Millennials’ Orchestra di Lorenzo Baldasso che ha aperto la Stagione 2026.


L'Orchestra

Lo swing con i suoi ritmi indiavolati in un Salone così austero e che ha conquistato un pubblico tutt’altro che di giovanissimi quali eravamo! C’è mancato poco che non si vedessero dei ballerini dinoccolati e atletici vorticare nella sala come avveniva negli anni Trenta e Quaranta nei locali di Harlem o di Kansas City. L’omaggio che la Millennials ha voluto tributare a nomi come Mary Lou Williams, Benny Gooldman, Artie Shaw, Billie Holiday, Edgar Sampson, Teddy Wilson, tanto per citare qualche stella del panorama jazz, è stato eccezionale; senza dimenticare che la loro virtuosità e maestria è parte integrante di gruppi e di orchestre che hanno fatto la storia della musica afro-americana di un intero periodo e che continua a raccogliere estimatori ed appassionati. La Millennials’ Orchestra di Sala Alessi era composta da un insieme di ben 15 musicisti più una voce, quella di Chiara Pederzani. “Una magnifica voce” dico alla signora che mi siede accanto in terza fila. “È sua moglie” mi risponde, “mio figlio l’ha traviata”. Apprendo con piacere e sorpreso che la signora è la mamma del direttore e si chiama Antonella Mosconi. “Ha studiato canto lirico, ma l’ha traviata e le ha infuso questa passione per il jazz, per lo swing”. Mi racconta che sin da piccolissimo il figlio covava una prepotente passione per la musica. Ora Lorenzo è un talentuoso clarinettista, docente e giovanissimo maestro di appena 33 anni e lei ne è fiera e orgogliosa. Simpatico, coinvolgente, chiacchierone, ha dialogato con il pubblico in sala: ci ha informato sui brani, sulle orchestre, sui musicisti; ci ha dato qualche assaggio di sé, ha fatto qualche gradevole battuta, come raramente avviene. E abbiamo gradito ricambiandolo con applausi intensi e calorosi. 


I direttori artistici

Di solito musicisti e interpreti si concentrano sullo strumento e sull’esecuzione e non sprecano una parola che sia una; non fanno un solo accenno ai brani o agli autori di essi, non danno indicazioni, non entrano in risonanza con chi li ascolta. Baldasso no, ha trasfuso agli ascoltatori la sua allegria e ci ha fatto divertire perché i componenti stessi si divertono mentre suonano, mentre gli strumenti si rispondono, dialogano, si inseguono, improvvisano, fanno coro. Ci siamo lasciati contagiare dalla vitalità della musica, dal virtuosismo degli interpreti e dalla simpatia del direttore. In fondo, parafrasando liberamente Duke Ellington, è questione di swing. E se non ha quello swing non significa nulla.

 

 

 

  

LA FRASE DEL GIORNO
di Laura Margherita Volante 



 
La guerra è l’arma dei vigliacchi sugli inermi.
La pace è il vessillo dei coraggiosi contro i potenti
”.

CHI PORTA PACE E CHI PORTA GUERRA


 

Dieci partecipanti civili del Global Sumud Land Convoy sono stati arrestati dalle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF) e dalle autorità della Libia Orientale. Mobilitarsi per il rilascio. (Nelle foto sotto due immagini del Convoglio umanitario a Foggia  nella "Catena per la Pace" dello scorso gennaio. In una è ritratta Leonarda Alberizia arresta ora in Libia). 





 

AVIANO. MARCIA CONTRO TUTTE LE GUERRE 
Partecipare, mobilitarsi, diffondere a tutti i contatti già da ora.




   

martedì 26 maggio 2026

INTERNAZIONALISMO E MILITARISMO
di Franco Astengo
 


La splendida prova di internazionalismo fornita attraverso tutti i tentativi di mare e di terra per portare aiuto a ciò che rimane della popolazione di Gaza deve essere sottolineata con grande forza sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista storico. Sotto l'aspetto storico siamo davanti alla migliore eredità dei punti alti, in particolare del socialismo europeo soprattutto sotto l'aspetto della visione di chi al momento dell'inverarsi della tragedia della prima guerra mondiale si oppose alle diverse union sacrée quando sull'altare delle convenienze nazionaliste fu sacrificata la II internazionale. Sul piano più direttamente politico questo afflato internazionalista che il governo israeliano sta cercando duramente di reprimere richiama direttamente  una riflessione rivolta sia verso il movimento per la pace che mi pare non riesca ad esprimersi in forma convinta sul piano globale sia  verso i partiti della sinistra europea ai quali andrebbe ricordato come l'internazionalismo si opponga direttamente al militarismo: una memoria che in questo momento di rilancio del nucleare in chiave bellica e di grande espansione dell'industria delle armi andrebbe rinfrescata giorno per giorno. È importante riassumere, proprio in questo momento storico, i contenuti di base del concetto di internazionalismo che deve sottendere un principio comune: quello dell'impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’uguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale: l'idea di considerare decisivo uno "spazio politico europeo" dove contenere l'idea internazionalista (ben diversa dal semplice sovra-nazionalismo) come fattore fondamentale di espressione per ogni principio etico e politico. 



Si tratta di principi elementari che vanno portati avanti con grande determinazione e che debbono ispirare la possibile ripresa di una presenza della sinistra anche sul  nostro piano interno: non si tratta soltanto di contrastare le iniziative belliche o di esprimere solidarietà a quelle umanitarie come nel caso indicato all'inizio (anche nel caso dell'accoglienza ai rifugiati) ma piuttosto di disporre della piena consapevolezza della necessità di opporsi a questo esistente nel quale sembra emergere una gigantesca operazione di riarmo globale. Per quanto riguarda l'Italia ad esempio non può essere che ribadita la contrarietà al nucleare anche per uso civile (troppo sottile il confine tra civile e nucleare) e la necessità di una strategia industriale che superi l'attuale centralità dell'industria delle armi (pensiamo alla Germania e all'operazione in atto di conversione dell'industria automobilistica in industria bellica e alla sussidiarietà all'industria tedesca di parte rilevante del comparto industriale del Nord Italia e al ruolo di Leonardo). Su questi punti va ricercata una solidarietà di massa senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica e va anche collegata un'analisi politica da sviluppare attorno ai nodi della crisi della democrazia liberale e della sua insufficienza rispetto al prorompere delle modificazioni sociali frutto delle applicazioni tecnologiche.



Non ridurre l'impatto delle modificazioni tecnologiche sull'assetto sociale a semplice mero "contrasto" verso l'idea di assorbimento dell'individualismo competitivo che segna la "modernità" nella totale subordinazione dei diversi livelli di governo e delle stesse espressioni di massa all'impero della tecnica.
Dovrebbe essere avanzata una proposta non solo di regolazione dei fenomeni correnti che (come nel caso del regime israeliano) incorporano la guerra nell'ipotesi di accentramento del potere per via tecnocratica ma di vera e propria progettualità alternativa. Una progettualità alternativa che dovrebbe essere mossa richiedendo l'adozione da parte dei soggetti politici di due punti di principio fondamentali: il primo riguardante la "qualità" la cui massima espressione non può che essere rappresentata dall'opzione della pace; il secondo riguarda la "dimensione" e torna così l'affermazione del principio internazionalista. 

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