UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 29 maggio 2024

LETTERA APERTA AI CANDIDATI SINDACO


 

Firenze. Egregie candidate, egregi candidati, vi scriviamo in questo momento, nel mezzo della campagna elettorale per farvi presenti alcuni gravi problemi nella realizzazione del Passante TAV e perché prendiate precise posizioni. Il progetto ha molte criticità, tali da rallentare o rendere precaria la sua realizzazione da ormai quasi 30 anni, ve ne citiamo solo alcuni conosciuti da tempo e uno che sta emergendo in questi giorni, ma che gli addetti ai lavori conoscono bene:
La stazione ai Macelli è in una zona ad alta pericolosità idraulica, (qui un articolo sul tema). Questo accade perché non si è voluto sottoporre a VIA (valutazione di impatto ambientale) il progetto di Norman Foster di stazione ai Macelli.
Al progetto esecutivo manca il piano di emergenza che valuti anche i rischi idrogeologici. È una norma di legge che RFI ignora deliberatamente e pretende di realizzarlo dopo la fine dei lavori.
Lo scavalco di Castello è una parte del Passante TAV, è ultimato da circa 12 anni, ma non è stato collaudato perché non è collaudabile, non è stato impermeabilizzato e, essendo immerso nella falda, è continuamente infiltrato da acque. Una inchiesta della Corte dei Conti è in corso.
Poche settimane fa è emerso il rischio che lo scavo sotto viale Lavagnini possa danneggiare la sede tranviaria appena realizzata. Si sono promessi mille occhi, ma è incredibile che di questo fatto ci si sia accorti all’ultimo momento. L’attuale sosta dello scavo è per prevenire imbarazzi prima delle elezioni?
La TBM, la macchina che scava la prima galleria, è ferma dal 17 aprile sotto viale Don Minzoni al Km 2+128, dovrebbe trovarsi al km 3+950, è in ritardo di 1800 metri, circa 180 giorni di scavi previsti, 6 mesi di ritardo; il motivo è che le terre scavate devono essere depurate da additivi e asciugate perché si possa realizzare la collina prevista. Tutto questo era stato annunciato da questo Comitato diversi giorni fa, fu negato dai dirigenti di RFI e Consorzio Florentia nell’assemblea pubblica del 16 maggio scorso, ma era evidente che la cosa non poteva restare nascosta e ne hanno dato notizia a Repubblica che ne ha fatto un articolo il 25 maggio. Notizie incomplete e con reticenze, ma la cosa è dovuta emergere.



Un altro problema sorto è stata l’insufficienza delle piazzole di stoccaggio a Santa Barbara, dove far maturare le terre di scavo:
L’inadeguatezza delle piazzole attuali costituisce una criticità, in quanto, anche laddove fosse possibile avviare i conferimenti, la limitata capacità delle piazzole non consentirebbe il regolare sviluppo dei lavori di scavo della galleria.
La Commissione di Collaudo chiede alla Direzione Lavori di effettuare un’analisi di sensitività che indichi quali sono le ricadute sull’avanzamento della fresa in riferimento alla capacità delle piazzole di stoccaggio di Santa Barbara e dei tempi di permanenza del materiale di scavo in esse in base alle indicazioni del protocollo del MATTM.”
Così scriveva la Commissione di collaudo nel gennaio 2017 e nel 2022 l’Osservatorio Ambientale di Santa Barbara prescriveva un aumento della capienza delle piazzole.
Quello che invece non è stato preso in considerazione, ma che la bocciatura della VIA da parte della commissione presieduta allora da Fabio Zita aveva segnalato, era che i terreni argillosi trattengono l’acqua e non sono idonei a realizzare una collina se non vengono asciugati con particolari macchine chiamate filtropresse. I costi di questa operazione sarebbero enormi per oltre un milione di m3 di detriti. L’alternativa alle filtropresse sarebbe il conferimento delle terre in discarica con costi superiori dieci volte quelli previsti per il semplice riutilizzo.
Insomma la sosta nello scavo è dovuta alla mancata asciugatura delle terre che non è stata considerata; che RFI sostenga che la causa sia il tempo umido è ridicolo, le piazzole sono coperte proprio per evitare le piogge, il problema è che questo progetto ha talmente tante falle che sarà improbabile arrivi a fine.
È incredibile che con queste criticità si sia provveduto ugualmente a fare una gara per affidare i lavori che hanno raggiunto la cifra mostruosa di 2,735 miliardi, cifra destinata sicuramente a crescere già con i problemi sorti adesso: cantieri fermi significano costi in aumento.
È incredibile che l’Osservatorio Ambientale, partecipato anche dal Comune che ne ha addirittura la presidenza, non avesse visto o non avesse voluto vedere il vicolo cieco in cui ci si stava cacciando.



Come candidate/i alla guida del Comune di Firenze vi chiediamo se davanti ad una situazione simile ha senso proseguire e se non è il caso di pretendere delle spiegazioni da chi ha consentito che i lavori riprendessero con questi problemi.
La situazione in cui si trova adesso il Passante Tav è grave. Vi ricordiamo anche dell’analisi costi benefici del 2019 prevede, se mai si arrivasse alla fine dei lavori, un danno notevole per i trasporti a Firenze con due stazioni scollegate tra loro e un sistema irrazionale; il previsto collegamento con people mover sarà una toppa nel tentativo di rimediare ad un grave errore urbanistico e trasportistico e saranno comunque ulteriori risorse sprecate.
Davanti a trenta anni di chiacchiere che hanno bloccato lo sviluppo delle ferrovie e un potenziamento vero del servizio per i pendolari, ancora si può parlare di voler liberare i binari per i treni regionali? In che anno, in quale secolo potrebbe accadere? Ancora si vuol continuare con questi lavori infiniti e inconcludenti? Avete mai sentito parlare di un progetto in superficie per aggiungere gli stessi binari senza pericoli per gli edifici, con tempi rapidi e dai costi minori?
La promessa di lavori ultimati nel 2029 si dimostra l’ennesima chiacchiera priva di fondamento come le tante che hanno interessato questo progetto.
Se sarete elette/i che intenzioni avete con le Ferrovie, con la Regione Toscana che ha voluto ad ogni costo questa infrastruttura, con gli organi tecnici che stanno dimostrando la loro inefficacia?
Gli abitanti di Firenze meritano risposte concrete dopo decenni di una mobilità disastrosa.
Per favore non diteci che questo Passante è un’opera strategica, a quale strategia ha risposto finora?
 
Comitato No Tunnel TAV Firenze

PCI: SULL’EREDITÀ DELLA MEMORIA
di Franco Astengo

 
Sembra ci si stia accanendo sull’eredità della memoria del PCI, partito ormai scomparso (senza eredi) da oltre trent’anni eppure ben vivo nella dialettica politica, quasi come un convitato di pietra con cui si è ancora costretti a fare i conti. Così si cerca di distorcerne la memoria tirando fuori episodi che dovrebbero far pensare a tutt’altro itinerario da quello che effettivamente si è svolto con l’andare del tempo: vien fuori che già nel 1974 Enrico Berlinguer aveva in mente lo scioglimento del partito e una rifondazione evidentemente posta al di fuori dell’identità politica del comunismo italiano oppure che, nella fase calda della proposta (poi attuata) di liquidazione del partito autorevoli suoi dirigenti pensavano valesse ancora - come deterrente - una scomunica emanata dall’alto dalla casa madre sovietica (del resto in quel periodo in piena fibrillazione alla ricerca di vie nuove per il socialismo). Insomma siamo sulla strada della scoperta di un Gramsci liberale e dell’applauso rivolto in comunità a Berlinguer e Almirante dalla platea di Fratelli d’Italia. Operazioni sconsiderate e non sufficientemente respinte a livello culturale e politico dalla sinistra (per fortuna ci ha pensato Angelo D’Orsi nella sua recente biografia del pensatore sardo uscita per Feltrinelli).
In realtà questo darsi da fare per deviare/obliare denuncia, prima di tutto, l’incompiutezza dell’elaborazione del lutto anche da parte di coloro che proposero e sostennero la via della liquidazione in nome dello “sblocco del sistema politico”.
Soprattutto però segnala l’insufficienza di una analisi sulle ragioni profonde per le quali al momento di una proditoria proposta di “svolta” la resistenza fu debole, poco coordinata e sostanzialmente non misurata sulla riflessione circa identità e prospettiva nella storia del comunismo italiano (l’unico tentativo fu fatto, forse, attraverso la relazione svolta da Lucio Magri – “il nome delle cose”- al seminario di Arco dell’ottobre 1990 e poi con il suo successivo - ancora fondamentale “Sarto di Ulm”).



Provo a riassumere:
Dall'inizio degli anni ’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, perché posti sul terreno del nuovo intreccio tra le contraddizioni strutturali della società furono assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.
In sostanza aveva cominciato a far breccia , anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni ’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian-tachterismo), nei paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.
Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.
A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l’Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d'Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell’area dell’intellettualità e dell’opinione pubblica progressista.


 
1) In  primo luogo cominciò a raccogliere consensi la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell’Europa dell’Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell’impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell’individualismo consumistico. 
2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni ’80 l’insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.
Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell'opinione pubblica. È quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.



Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l’essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell’idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell’azione politica.
IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno la possibilità di riflettere su di un lasciato politico che andava ormai completamente perduto.
Lo scioglimento del PCI rappresentò un punto di vero squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta poco tempo dopo. 
È stata così soffocata l’idea della necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha  lasciato e che rimane come fattore inesplorato nel sistema politico italiano ben oltre la narrazione che oggi si tende a improvvisare quale elemento di smarrimento e di oblio nei riguardi della critica alla modernità.

 

SCAFFALI
di Renzo Vidale


 
Villa Belloni 
 
Mariacristina Pianta raggiunge in Villa Belloni l'apice del suo lungo percorso di scrittura, smentendo l'idea che con il procedere del tempo la creatività si indebolisca e la poesia inizi a latitare. Con un linguaggio piano caratterizzato dall'uso di termini comuni orchestrati con sapiente sobrietà, Pianta è giunta ad assimilare sul piano dello stile la lezione di Giampiero Neri nell'arte di levare e nella ricerca dell’essenzialità e, attraverso una voce inconfondibile, si confronta con il tema del passato in modo originale. I disegni di Emilio Palaz, che completano sul piano iconografico il libro, lo rendono ancora più prezioso.
La villa Belloni è il luogo dell'infanzia e del tempo trascorso. La scrittura si incarica di restituire un po' di vita alle ombre del ricordo che sbiadisce, come nel rito che Circe insegna ad Ulisse per rendere possibile il dialogo con le ombre dei morti.
La raccolta presenta una notevole affinità con l'haiku giapponese, non tanto sul piano metrico (quantunque siano molti versi di 5 o 7 sillabe) quanto su quello dell'intenzione poetica: fissare l'attimo in un'istantanea in grado di sospendere la fuga del tempo. Alcuni titoli di questi haiku (“Airolo”, “Varzi”, “Sul Terdoppio”) mettono in contrasto, come se ci si volesse aggrappare alla realtà, la precisione della toponomastica con l'impermanenza dei ricordi legati ai luoghi in questione.
La memoria è fisiologicamente destinata prima a sbiadire, e poi a svanire. Cristina rappresenta nei suoi versi questo processo descrivendo in modo vago, quasi sempre privo di dettagli, gli episodi legati al passato. Essi si sostanziano soprattutto di suoni e di voci, che sono tra i termini più ricorrenti nella raccolta. E questo vago brusio a fare da basso continuo in Villa Belloni.


Cristina dipinta da
Emilio Palaz

Nell’istantanea qualcosa sfugge sempre alla presa della scrittrice: i ricordi rimangono pur sempre ombre. I protagonisti della bellissima poesia "In cortile" intuiscono che la loro contemplazione del paesaggio è turbata dall'impermanenza: le erbacce cresciute sui binari, le nuvole all’orizzonte, le ombre che iniziano ad allungarsi. Questa drammaticità della vita, appena accennata, viene accettata dall'autrice che non si rifugia nel passato: vuole solo rievocarlo e rievocandolo fare i conti con esso nella dimensione del presente, anche se ciò è faticoso e difficile, nella consapevolezza che il nostro viaggio è “incerto” e “privo di coordinate” (pag.54) e di “una meta” certa (pag.35). Ci troviamo a procedere in un sentiero “rischiarato da un debole bagliore di fanali” (pag.58). In “Senza meta” (pag.35) “si procede lenti”, ma si continua comunque a procedere, nonostante tutto.
In “Binari” (pag.60), questo quieto ottimismo della volontà si fonda sulla certezza che qualcosa resiste e non muore mai del tutto. In un correlativo oggettivo del tempo che passa, i binari del treno sono ora nascosti da fitti cespugli, ma si avverte ancora un lontano “movimento di scambi”.
Leggendo “Airolo” (pag. 31) diventa impossibile non richiamare alla mente Guido Gozzano e la Signorina Felicita, come giustamente fa Alessandro Quasimodo nella sua introduzione. Qui c’è il salotto delle Signorine Rossi “con i colori d’altri tempi”. E questa è senz’altro la poesia più gozzaniana di Cristina Pianta, anche se poi nell'insieme della raccolta le differenze con il poeta piemontese appaiono evidenti (e naturalmente non si vuole qui istituire giudizi di valore).
Gozzano tempera ed esorcizza in parte la nostalgia, e soprattutto la tristezza che deriva dal suo sentirsi estraneo alla vita, con l'ironia, seppure spesso amara. In Villa Belloni si respira invece, come abbiamo visto, un’aria di partecipazione alla vita, nonostante tutte le difficoltà ineludibili a essa connesse, rappresentate dal “tracciato accidentato” di cui parla “La telefonata”, a pag.48.
Proprio grazie a questo atteggiamento positivo, la poesia di Cristina Pianta non ha bisogno dell'ironia, e la nostalgia è sempre un sentimento pacato, che non si compiace di se stesso e che non indulge al sentimentalismo. Un'altra differenza consiste nell'abbondanza di dettagli in Gozzano, estremamente funzionale al dispiegarsi dell'ironia nel linguaggio (“… la pirografia /sui divani corinzi dell'Impero /la cartolina della bella Otero/…).


Mariacristina Pianta

In Villa Belloni invece i ricordi sono caratterizzati quasi sempre dalla vaghezza, spesso sostanziati solo, come abbiamo visto, da suoni e voci. Unica eccezione la prosa poetica “Duetto” (pag.46), dove la situazione evocata viene precisata dal particolare del “grembiule a scacchi” e dal titolo della musica suonata, la “Marcia turca” di Mozart.
Rivolgendosi al proprio padre (pag.41), in un’altra delle quattro prose poetiche presenti nella raccolta, Pianta dice: “Più non riesco a chiederti i particolari, storie del tuo passato, ma comprendo scelte incertezze, errori”. Infatti i ricordi tendono nel tempo a indebolirsi e a sgranarsi, i particolari diventano sempre più sfocati, ma il trascorrere degli anni ha permesso alla poetessa di raggiungere una comprensione del passato su un piano più profondo, quello esistenziale, in grado di perdonare anche gli errori delle persone che ci hanno amato. Alla vaghezza dei ricordi corrisponde anche nel presente la vaghezza del paesaggio reale: “Trascorre il viaggio tra alberi e asfalto in un passaggio di vaghe sembianze” (pag.26). Mariacristina Pianta sembra volersi richiamare alla celebre affermazione di Shakespeare “Siamo fatti della stessa materia dei sogni” con un’aggiunta: siamo fatti anche della stessa materia dei ricordi. Ma per fortuna, ed è importante ripeterlo, in questa materia effimera qualcosa resiste. L’ultima roccaforte della speranza è un ossimoro, la persistenza nell’impermanenza, e la poesia di Villa Belloni si incarica di rintracciarne i segni con un umile atto di fede nella vita, nel solco di una completa riconciliazione con il passato.

 

 

 

martedì 28 maggio 2024

COME SI VOTA



Attenzione: oltre a mettere la croce sul simbolo di Pace Terra Dignità è possibile dare tre voti di preferenza. Vanno scritti i cognomi nelle righe a fianco, ma devono comprendere obbligatoriamente una candidata donna e un candidato uomo. Si possono votare due candidate donne e un candidato uomo; oppure due candidati uomini e una donna. Se non si osserverà questo criterio ci sarà l’annullamento del voto al terzo candidato. Noi suggeriamo due donne e un uomo. Sceglieremo i nomi che si sono dati da fare di più per la pace: ricordiamoci che questo è un voto fra chi vuole la pace e chi fomenta la guerra; fra pacifisti che vogliono tutelare la vita, l’ambiente, la dignità del lavoro e usare i soldi delle armi e delle guerre per migliorare le condizioni di vita e di salute dei cittadini, e i guerrafondai che ci stanno portando al disastro economico e hanno distrutto la sanità pubblica. [“Odissea”]   


L'incontro di ieri all'Arci Bellezza di Milano
Da sin. Castellano, Bompiani, Shihadeh
Jo Squillo che ha coordinato l'incontro


lunedì 27 maggio 2024

CON L’AMARO NEL CUORE



La mancata unità di una lista contro la guerra

Caro Gaccione,
l’accorata lettera di Sergio Genini comincia con: Pensa se Alleanza Verdi e Sinistra e Pace Terra Dignità, fossero un’unica lista, al momento saremmo
a 6,8% secondo i sondaggi, mentre divisi una è appena sopra il 4% e l’altra, invece, è ancora lontana... Ci rendiamo conto?
Ecco, credo che questa amara riflessione contenga non solo il senso di impotenza che sentiamo, in tanti, quando ci domandiamo cosa si possa fare perché questa “insensatezza” possa essere evitata ma, visto come sono andate a finire le cose, contenga un severo richiamo alla responsabilità che si è assunto chi, tra coloro che potevano decidere perché ciò non avvenisse, non l’ha fatto! Siccome nei punti fondamentali, così come nei valori, ci sono incomparabilmente più elementi in comune che di contrasto, com'è possibile che i maggiorenti di questi partiti e movimenti non riescano a avere il buon senso, se non la strategia politica, di non disperdere il consenso di chi, chiamati a votare, li sceglie come rappresentanti che possano contare qualcosa al parlamento europeo? Ripeto: com’è possibile? Quali sono le loro priorità? Ci chiediamo continuamente, invochiamo, facciamo appelli affinché i responsabili delle guerre in corso si siedano e negozino il cessate il fuoco e agiscano per la pace e i maggiorenti che hanno il dovere/potere di farlo non riescono a comprendere, ad accettare le ragioni degli altri e trovare la strada comune per rendere efficace la loro rappresentanza e non inutile il voto di chi li sceglie.



Personalmente, aggiungo all'incipit di Genini anche i 5Stelle. E chiedo: pensa se AVS, PTD e 5S fossero un’unica lista? La mia risposta è che questa non sarebbe al 22,8% (4+2,8+16) ma ben più avanti. E ciò perché non sarebbe solo la somma dei sondaggi ma, questa lista, dimostrerebbe ai cittadini italiani che il loro voto può contare davvero nel parlamento. Gli astensionisti disillusi ricomincerebbero ad andare a votare. Questa lista potrebbe correre il rischio di essere quella più votata e mettere di fronte i cosiddetti capi al fatto che non devono decidere solo per le loro proprie ragioni ma, soprattutto, per quelle di coloro i quali devono rappresentare. Agiscano di conseguenza e ne possano rappresentare il maggior numero possibile. Ora le cose sono andate, ancora una volta, così e ne subiremo, per almeno altri cinque anni, le conseguenze. Vorrei che imparassimo tutti la lezione ed auspicare di poter avere il tempo per rimediare. Perché, credo, che il tempo stia davvero finendo. Allora, in quello che ancora ci rimane, facciamo in modo che tutti gli appelli, le invocazioni, il nostro lavoro - nel rispetto dei valori e delle ragioni di tutti - trovino la strada per il bene comune. In ogni occasione possibile, quando si verrà chiamati a votare. Lo dobbiamo ai cittadini di oggi e alle generazioni future.
Con stima,
Roberto Zani
 

 

TACCUINI
di Angelo Gaccione


 
La via più corta di Milano
 
La via più lunga di Milano è la via Giuseppe Ripamonti. La via dedicata allo storico e presbitero tanto apprezzato da Alessandro Manzoni: «Noi crediamo far cosa opportuna traducendo quel poco dal bel latino di quello scrittore poco conosciuto, e che meriterebbe certamente di esserlo più di tanti altri...» (Alessandro Manzoni in Fermo e Lucia). Del resto don Lisander gli doveva molto avendo attinto non poco da: La peste di Milano del 1630. Ma qual è, invece, la via più corta? Ce n’è una? Di sicuro non lo è quella dove abito io, la via Giancarlo Passeroni nel quartiere di Porta Romana che di numeri civici ne ha appena tre. E non è nemmeno via degli Omenoni, ancora più corta della mia e che di numeri civici ne ha solo due. È corta ma è una via blasonata non solo perché c’è il celeberrimo palazzo degli Omenoni, ma perché immette nella bella piazza Belgioioso dove c’è la casa di Manzoni, ora Centro Studi di rilievo internazionale. La via più corta in assoluto è la via privata Perugia, una “rientranza” della via Conservatorio in un’area che comprende i nomi di musicisti come Mascagni, Donizetti, Bellini. In pratica si tratta di un arco che immette in un breve viale privo di cortile stretto fra due muri. Quel che si sente entrandovi sono i gorgheggi dei cantanti e le note degli strumentisti del vicino Conservatorio. In verità, si fa notare molto di più l’Istituto Vittoria Colonna, il singolare edificio neogotico del numero 4 che gli sta accanto, per la stazza soprattutto, e che i più confondono con una chiesa.


Lodovico Belgiojoso
col figlio Alberico
 
Via Perugia cela un condominio importante – e che andrebbe segnalato in una mappa doverosa e da approntare prima possibile – della Milano antifascista medaglia d’oro della Resistenza. È qui, infatti, sopravvissuta miracolosamente ai bombardamenti del 1943, la casa di Lodovico Barbiano di Belgiojoso, l’architetto e designer antifascista deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, e dal quale altrettanto miracolosamente si salvò. Le bombe anglo-americane avevano incendiato il Conservatorio, e la stessa sorte avrebbe potuto toccare all’abitazione di “Lodo” che all’istituto musicale è quasi attaccata. Non era andata altrettanto bene al suo amico Gian Luigi Banfi, uno dei quattro architetti con cui Belgiojoso aveva intrapreso l’eccitante avventura dello studio BBPR, lettere delle iniziali dei cognomi: Belgiojoso, Banfi, Peressutti, Rogers.
 

Veduta della Torre Velasca

Le vicende di questi giovani architetti che si troveranno prestissimo a collidere con il regime fascista e a diventarne fieri avversari, sono state di recente raccontate da Gianni Biondillo nel romanzo Quello che noi non siamo pubblicato da Guanda e di cui abbiamo discusso alla Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani. A me sono diventati subito cari. Molti erano milanesi o lavoravano a Milano, e a Milano hanno lasciato la loro impronta e alcune icone: valga per tutte la Torre Velasca. Il grattacielo realizzato fra il 1955 e il 1957 svetta con i suoi 106 metri di altezza alle spalle di piazza Missori, a pochi passi dall’Hotel Cavalieri, dove mi ero impiegato per pagarmi gli studi presso la vicina Università Statale di via Festa del Perdono. Per anni ed anni la Torre Velasca è stata per me una vista quotidiana e continua. Ora, per vederla da casa mia, mi basta affacciarmi sul corso Lodi.

 

domenica 26 maggio 2024

sabato 25 maggio 2024

VOTO E GUERRA



Ciao Angelo, buongiorno. 

Pensa: se Alleanza Verdi e Sinistra e Pace Terra Dignità, fossero un’unica lista, al momento saremmo a 6,8 secondo i sondaggi, mentre divisi una è appena sopra il 4% e l’altra invece è ancora lontana… Ci rendiamo conto? Tutti i motivi che non hanno permesso neanche di pensare ad una unica lista, che personalmente immagino senza averne una reale conoscenza: è stata una scelta sensata? È una domanda stupida? Sono così lontane dal punto di vista dei contenuti e della validità dei candidati, queste due liste, tanto da essere in rotta di collisione? Continuo con le domande stupide, e scusami, ma io non lo capisco, non lo capisco. Io sono andato a firmare per la lista Pace Terra Dignità, perché i contenuti motivanti li condivido assolutamente, però avevo già in me questa incomprensione, e ora non so che fare: dare il voto a una lista che non entrerà nel parlamento europeo? O perlomeno corre il rischio di non farcela, o invece darlo a chi ci andrà quasi certamente? Tra l’altro si contendono il voto dei compagni, rischiando di non raggiungere nessuno dei due il quorum, perché il bacino è lo stesso. Tu come la pensi? Io sono con te per quanto riguarda guerra e non violenza e armi, assolutamente, ma anche AVS ha un sé questi contenuti e ha sempre votato contro l’invio di armi. Come te per coerenza voterei PTD, ma nello stesso tempo nel parlamento europeo vorrei ci fosse la nostra voce, che invece corre il rischio di non esserci affatto, mentre è sempre più importante che ci sia chi contrasti l’andazzo di questa Europa, di questa Commissione, corrotta
dalle lobby e sempre allineata a Usa e Nato.

Sergio Genini



Di lettere come questa “Odissea” ne riceve di continuo. I dubbi dell’amico Sergio Genini, attivo militante pacifista e disarmista, sono da tempo anche i nostri. Personalmente li ho espressi più volte su queste pagine e in occasione di incontri pubblici. Alfonso Gianni lo ha fatto con un suo intervento giovedì 28 marzo scorso (vedi link qui riprodotto) https://libertariam.blogspot.com/2024/03/in-ordine-sparso-sul-fallito-tentativo.html

lo stesso ha fatto Ginevra Bompiani su queste pagine. Purtroppo l’unità auspicata non c’è stata, e questo ci ha messo tutti in crisi. Sono stati fatti degli errori ed io li ho denunciati pubblicamente. Tuttavia non possiamo rinunciare ad avere un punto di riferimento specificamente antiguerra, una lista che ponga una precisa demarcazione fra i guerrafondai e chi alla guerra si oppone; fra chi continua a mandare armi per il massacro e chi ha scelto la via della pace e della vita. Dobbiamo far capire, soprattutto a chi non vuole più votare, che questo è un vero e proprio Referendum fra la pace e la guerra; fra la ragione e la follia; fra donne e uomini di buona volontà e ciechi estremisti che vogliono portarci alla distruzione generale; fra la parola umana e cristiana del Papa e le armi dei massacratori, dei produttori di armi, della finanza di guerra che fa affari sul sangue di bambini incolpevoli, anziani, giovani, madri, padri, civili di ogni tipo che le devastazioni subiscono. Se ci convinceremo che questo è un Referendum fra pace e guerra, fra pacifisti e guerrafondai, ce la possiamo fare. Molti ci scrivono che voteranno Pace Terra Dignità, da ogni dove. Tanti che non avrebbero votato. Dobbiamo convincere tutti coloro che conosciamo e che non votano più, a fare questo passo. Dobbiamo convincere i cattolici a seguire la via negoziale e pacifica del papa e sostenere questa lista. Dobbiamo farlo con i cristiani delle chiese riformate, con le associazioni femminili, i comitati, i giovani, i lavoratori, le mamme che delle guerre hanno sempre subito il lutto; con le persone di cultura a cui stanno a cuore il patrimonio artistico e intellettuale. Dobbiamo attivarci e crederci. Questa lista potrebbe rivelarsi, com’è avvenuto per i Referendum sul nucleare e per l’acqua pubblica, una spiazzante sorpresa. Al lavoro, dunque, e con decisione. [A. G.]


 

 

La battaglia contro l’invio di armi in Ucraina è in testa al programma di Pace Terra Dignità e sarà la priorità dei  parlamentari eletti al Parlamento Europeo”.

Ginevra Bompiani

Raniero La Valle

Michele Santoro

 

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E PACIFICA
di Raniero La Valle



Con la preghiera di firmarlo, diffonderlo, farlo girare, mandarlo ai pacifisti, agli assenti dalle urne, farlo diventare virale. Per adesioni scrivere a: ranierolavalle@gmail.com
 
Roma, Pentecoste 2024. Da molte parti, in occasione delle elezioni europee, si fa appello alla società civile e alle sue esternazioni e iniziative di pace, in contrapposizione alle politiche dei partiti indifferenti o consenzienti alla guerra. Ma come fa la società civile, ignorando o “snobbando” le elezioni, a lasciare che la guerra, e il sistema di guerra, restino in queste mani? Eppure la società civile, misurandosi con la politica, cioè con i luoghi e i soggetti cui si devono le decisioni, a cominciare da quelli elettorali, ha potuto in passato influire sul corso delle cose. Venendo dalla società civile siamo andati a Sarajevo per rompere l’assedio e ci siamo arrivati in cinquecento. Abbiamo promosso una missione parlamentare indipendente a Bagdad per scongiurare Saddam Hussein a non esporsi alla violenza della potenza militare americana, di cui avevamo fatto esperienza nella nostra ultima guerra, e magari fossimo stati ascoltati. I giovani delle università americane stracciando le cartoline precetto hanno concorso a far finire la guerra del Vietnam. Abbiamo raccolto un milione di firme in Sicilia contro i missili a Comiso, e infine sono stati rimossi non solo i Cruise ma anche i Pershing. Abbiamo contribuito, attraverso gli apporti alla Televisione di Stato, a far crescere nel Paese la coscienza della pace, e a far ripudiare come ormai obsoleta la guerra. Abbiamo lottato contro la “piccola Europa” che finiva alla cortina di ferro, sognando l’“Europa dall’Atlantico agli Urali”, amica ma autonoma degli Stati Uniti, come proposta per primo dal generale De Gaulle, e poi da molti altri leader europei, fino a Gorbaciov, Sarkozy, Medvedev e alla Russia di Putin. Abbiamo obiettato contro la nuova cortina di ferro e il Mediterraneo blindato che dividono tutto l’Occidente dal “resto del mondo”, ascoltando il grido di pace di papa Francesco; e non parliamo qui delle vittime della società civile che hanno pagato con la vita pace lavoro e democrazia, da Pio La Torre a Vittorio Bachelet, da Falcone a Borsellino, da Marco Biagi a Bologna ad Accursio Miraglia a Sciacca. E tutto ciò sempre in rapporto alle istituzioni diversamente competenti. 
Oggi la società civile è chiamata a dire a Biden che non è con la “competizione strategica”, cioè con la minaccia militare più forte e più letale di tutte, che si ottiene se non il dominio almeno l’egemonia sul mondo, e che il mondo è più grande e variato e complesso di quanto lui pensi, così da non poter essere soggiogato sotto un unico potere e un unico dollaro. La società civile non può continuare a vedere senza batter ciglio gli arti perduti, i corpi mutilati, le donne gravide sventrate, le incubatrici rovesciate, i medici uccisi, le moschee e le chiese distrutte, i corpi insepolti, la popolazione braccata dell’eccidio di Gaza; non può vedere il popolo ebreo sparso nel mondo di nuovo in pericolo e ingiustamente messo sotto accusa a causa delle azioni del governo e dei soldati di Israele, non può rassegnarsi al fatto che ebrei e palestinesi si ritengano alternativi, che non possano riconciliarsi e vivere insieme in una terra oltraggiata ma da entrambi amata e non solo agli uni promessa. La società civile sa che l’Europa comprende anche la Russia, che essa non deve essere divisa da nuove più micidiali cortine, e se un’alleanza la difende un’alta ed altra politica la può pacificare ed unire. La società civile sa che la guerra mondiale a pezzi si è insediata nei pensieri e nelle armi dei potenti, ma non nel cuore dei popoli, e che se non noi, dovranno i nostri figli trovare le vie della pace e scongiurare la fine. 
E allora pensiamo che la società civile abbia la forza per fare dell’Europa un soggetto politico autorevole al fine di promuovere un’altra idea del mondo e salvaguardarlo oggi e per le generazioni future; che perciò la società civile, a cominciare dalla galassia pacifista o dai monasteri contemplativi a cui scriveva La Pira nel pieno della guerra fredda, non possa dare per perdute o vane le elezioni europee, non  possa mettersene fuori rincorrendo altrimenti i suoi ideali e possa invece esprimere un voto non inutile, se candidati degni e avversi alla guerra si offrono in diversi modi al suffragio e c’è anche una lista di scopo che privilegia Pace, Terra e Dignità per tutte le creature. Pensiamo infine che sia questo il momento in cui i venti milioni di astenuti debbano tornare alle urne per rivalutare la democrazia rappresentativa, dopo aver visto come due premierati forti, perché inarginati da elettorati e Parlamenti, quelli cioè di Netanyau e Zelensky, abbiano trasformato la difesa in vendetta e in suicidio sacrificando i loro stessi popoli. È questo il momento in cui si deve tornare dalla propaganda al pensiero politico, e dal personalismo al primato del bene comune. Perché anche quelli che dicono di volere la pace, non sanno come si fa, non sanno che non se ne può salvare uno alla volta, si devono salvare tutti insieme.
  
Raniero La Valle, Domenico Gallo, Agata Cancelliere, Domenico Mogavero, già vescovo di Mazara Del Vallo, Maurizio Serofilli (Comitati Dossetti per la Costituzione), Michele Santoro, Alberto Benzoni (Movimento per il Socialismo), Enrico Peyretti, Giorgio Rivolta, Giancarla Codrignani, Anna Sabatini, Mauro Beschi, Riccardo Valeriani, Cristina Rinaldi (Comitato Pace e non più Guerra), Michele Stragapede, Maria Ricciardi Giannoni (CDC Parma), Rosanna Patrizi Parma casa della pace, Matteo Magnisi Attivista Bari, Piero Gugliotta - Modica (RG),  Elena Ambrosini Vicenza. Vito Micunco (Bari), Paolo Bertagnolli, Bolzano, Tiziana Uleri, Laura Abela, Giovanni Fraccalvieri - Gioia del Colle (BA) Adriana Mezzetti, Annalisa Margarino, Pasquale Bazzoli, Fondazione Nuova Società, Paola Guazzo, Monica Mercantini, Benedetta Buccellato, Lorenza Graziadei, Carlo Maria Ferraris, Redazione de Il Gallo, Claudio Grassi, Il coraggio della Pace, Angelo Gaccione direttore di “Odissea” già fondatore con Carlo Cassola della Lega per il Disarmo Unilaterale, Giuseppe Bruzzone storico obiettore di coscienza.

 

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