UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 19 luglio 2024

DIARIO CIVILE
di Girolamo Dell’Olio



Palazzo Vecchio, suona la prima campanella del nuovo Consiglio  
 
La vigilessa di guardia all’ingresso della porta della Dogana è carina, declina sorridendo l’offerta del volantino: ‘Sono in servizio, non posso…’.
 
Può, invece, la nuova giovane dirigente della Digos, alla quale mi presenta uno dei tanti funzionari che ormai hanno imparato a conoscermi a menadito: ‘Questo è il professore. Se lei vede una persona coi cartelli, è il professore…’.
‘Piacere, Girolamo Dell’Olio. E lei?’, chiedo.
‘Monia Morelli’.
‘Viene da…?’
‘Roma!’
‘Io da più giù. Da Napoli’.
‘Ah! Però… ha l’accento toscano’.
‘Sì, è vero. Sono qui da quando avevo due anni e mezzo. E lei, da quant’è che è qui?’
‘Due settimane!’
Dunque, novità non solo a Palazzo Vecchio. Anche in via Zara. Accetta il volantino dedicato oggi all’assedio digitale delle giovani generazioni. Provo a imbastire due parole, ma deve subito lasciarmi: scoprirò soltanto dal tg locale, e dai giornali di stamani, che c’è stato bisogno di un intervento su verso la Sala dei Dugento, dove si svolge oggi questa prima assemblea cittadina degli eletti.

 
Siamo a ieri, martedì 16 luglio, seduta inaugurale del nuovo Consiglio comunale gigliato. Ci sono naturalmente, per l’occasione, le telecamere fedeli d’ordinanza, che manco ti guardano perché… tu che manifesti, tu che sei l’eccezione alla regola del consenso, tu che sei vestito strano, e dunque esisti… non fai parte però dello spettacolo autorizzato!
Uno solo mi saluta cordiale, amichevole, un fotografo di antica data, e mi chiede di posare per lui, e di sistemare ben bene in vista il cartello sulla crisi della legalità a Firenze, con quell’allarme dei Vigili del Fuoco a proposito scavi allegramente eseguiti senza piano di emergenza sotto la città.
‘Fermo lì. Mettilo… più per così… che lo mando subito in redazione’.
E mentre lo manda, scrive e compita: ‘Prima protesta al primo consiglio comunale. Da Girolamo Dell’Olio. Per l’associazione Idra. Vai, te la mando’, mi fa.
Per pudore non rivelerò il nome della testata. Posso solo confermare che, a occhio, quella foto non è stata pubblicata: giustamente, l’algoritmo ha provveduto subito a cestinarla. Molto più consoni, per l’intelligenza artificiale, i classici ‘ultima generazione’: lì lo spettacolo è garantito…



 
Isen è cinese. È curioso. Finalmente un asiatico curioso!
‘Can you read Italian?’
‘Do you have an English version?’
‘I have an English version just of one thing, and it’s about Palestine. Can I give it to you? Here it is, It’s a letter to the mayor of Florence…’
‘Ahhh’, fa lui.
‘… to make an international meeting, but he would never answer…’
‘Ahhh!’, ripete apparentemente intrigato.
‘Where are you from?’
‘I’m from China’
Provo ad attraversare il mar Cinese orientale: ‘Do you know that Japanese word… hikikomori?’
‘What does that mean?’
E così gli spiego anche questo dettaglio che è poi il primo obiettivo della manifestazione di oggi. Hikikomori, cioè "stare in disparte": indica chi decide di ritirarsi dalla vita sociale. Uno dei frutti avvelenati dell’assedio digitale dei giovani.
‘E’ la condanna a starsene staccati, lontani, separati, in virtù della tecnologia’.
Questa volta reagisce con un ‘oooh!’ nasale.
‘Artificial intelligence, you know?’, aggiungo.
E lui, di nuovo, ‘oooh!’.
‘But we need sociality, right?’
Non so, mi sembra scettico. O intimidito. Di sicuro, non del tutto concorde.
Devo aver toccato un tasto sbagliato.

 
Arriva in borghese un agente della Municipale. Ormai mi conoscono, e a volte sono io che non li realizzo al volo. Lui, è un po’ che non ci vediamo: ‘Siamo sempre i soliti!’, fa ridendo. ‘Mi raccomando: in funzione!’
‘Ci mancherebbe!’ rassicuro, ricambiando la battuta.
Ride ancora: ‘Ciao!’ Ed entra nel Palazzo.
 
E poi, c’è questa tenerissima coppia di attempatissimi aficionados di Palazzo Vecchio, che qui hanno lavorato per decenni, mi ha raccontato un giorno una agente, e che… semplicemente non riescono a staccare. Li vedo sempre arrivare in pellegrinaggio, lenti, lenti, la mano nella mano, sorridenti. Sono meravigliosi, tutti i vigili gli vogliono un bene dell’anima.
 
L’amico di Bilbao si intrattiene volentieri a scambiare due parole in castigliano, che io abbozzo per quanto possibile in stile maccheronico. Ma ci si intende.
‘La nueva generation de robot!’.
‘Los niños’, condivide. ‘Una massacre. Y el mundo sigue.’
 


Poi, un terzetto di giovani aitanti.
‘Prego. Parla italiano?’
‘Sì’, risponde lei.
‘Allora questo è sul rimbambimento digitale’
‘Ochèi’.
E’ già qualcosa, penso.
‘E questo…’
‘Sulla Palestina?’
‘Sì, sulla Palestina. Aspetta, te lo do in italiano. È la lettera che abbiamo scritto al nostro meraviglioso sindaco Nardella, che naturalmente non ha mai neanche detto un ricevuto, grazie’.
Piccola pausa.
‘È questa è la prospettiva che Firenze… il Grande Sottoattraversamento dell’Alta Velocità che tutti agogniamo da decenni. Siete neo-consiglieri, per caso?’
‘Sì’, risponde ancora lei.
‘Benvenuti, allora! Sono Girolamo’. E loro, a turno:
‘Dario Danti’
‘Vincenzo Pizzolo’
‘Caterina Arciprete. Leggeremo!’, assicura.
‘Bene: buon inizio dei lavori!’
‘Grazie! Arrivederci!’, e salgono.
Vediamo. Il primo contatto, non è stato malaccio!
 
Suggestione?
Non credo.
Questo disegno col ragazzino solo col pallone a centrocampo, con gli amichetti intenti tutt’intorno, piegati in panchina a consultare l’oracolo elettronico, ha davvero catalizzato l’attenzione dei bimbi che passano. Almeno loro, forse, intravedono in quell’immagine qualcosa che ricorda la loro triste precoce esperienza. Adesso, toccherebbe a noi ‘grandi’ uscire dall’incantesimo, no?

FINE DELLE ASTRUSERIE “DEMOCRATICHE”?
di Luigi Mazzella


 
 
Il fallito attentato (che sarebbe “di Stato”, secondo alcuni osservatori politici statunitensi) ai danni di Donald Trump (che scampando alla morte avrebbe, molto verosimilmente, “graziato” noi tutti, allontanando dai nostri Paesi l’incubo, altrimenti inevitabile, della minacciosa distruzione nucleare sembra che stia cambiando le carte in tavola anche in casa nostra. Meloni, Schlein, Calenda, Renzi non sanno come deporre, senza dare nell’occhio, l’ascia di guerra che con clamorosi camaleontismi avevano imbracciato (allineandosi come tanti disciplinati “balilla” agli input d’Oltreoceano). Essi temono che Trump e Vance con buona probabilità, se vittoriosi (e il fallito attentato ha offerto loro molte più chance del previsto) non gradirebbero il loro bellicismo ferocemente antiputiniano e diffiderebbero anche di Conte che già Trump chiamò Giuseppi, per sottolineare che ne aveva intuito, con quel plurale del nome, il suo sostanziale doppiogiochismo da “agente provocatore”. Naturalmente essi sanno pure che Trump è come ogni “prodotto” della cultura Occidentale, (composta da un conglomerato di cinque  dottrine: tre religiose e due politiche ugualmente intolleranti e autoritarie) un vero “assolutista”, ma hanno capito che è un “Re Sole” che ha colto bene l’inganno che gli ha fatto la “congrega” di Jean Baptiste Colbert, circondando il potere politico di una pletora di dipendenti statali (con stipendi a carico del bilancio pubblico: amministrativi, magistrati, spioni, diplomatici e militari) che man mano hanno finito per esercitare essi il potere in luogo del Monarca. I nostri pavidi “governanti” e i tremebondi “oppositori”, gli uni e gli altri devoti esecutori di ordini provenienti da sevizi segreti (CIA. MI6) e organismi internazionali (NATO, UE) hanno capito che con Trump “non ci sarà trippa pe’ gatti” e temono per il loro futuro, ben compensato, di servi fedeli. 



Che succederà nell’Occidente non americano? In queste terre, da oltre duemila anni, la razionalità, per varie e complesse circostanze storiche, filosofiche, fattuali, di lunga consuetudine ha abbandonato, purtroppo, anche l’intera popolazione un tempo adusa agli empirismi, alla concretezza, alla conoscenza della vera realtà: fisica e non metafisica. La scena  è stata repentinamente occupata da astruserie di vario genere che, pur vissute come fatti di normale ordinarietà hanno alimentato una lotta senza quartiere tra opposte credenze religiose, le più fantasiose e inverosimili, tra fanatismi ideologico-politici, clamorosamente smentiti dalla Storia (che ne ha dimostrato la loro criminale distruttività), tra le più complicate e inintelleggibili teorie economiche, tra le costruzioni giuridiche più lontane dai percorsi logici, tra “definizioni” solenni comprensive di tutto e del contrario di tutto. Ne è nata una lotta generalizzata capillarmente diffusa che ha avuto il solo risultato, obbligato dalle visioni assolutistiche tra loro completamente inconciliabili, di spingere tutti verso un odio reciproco sempre più parossistico e feroce. Il culmine lo si è raggiunto quando si è passati, dopo un largo lasso di tempo alla guerra all’interno dell’ Europa: con essa l’irrazionalità ha raggiunto il suo diapason e i suoi effetti più distruttivi sono apparsi inevitabili perché a volere la rissa fino al rischio della distruzione nucleare sono stati tutti: Ebrei, Cristiani cattolici e protestanti, Islamici, Fascisti e Comunisti. Tutti i “fanatici dell’odio innanzitutto” hanno isolato, riducendoli a un sostanziale silenzio, i pochi che tentavano di opporsi alla follia dell’autodistruzione con la guerra. La domanda allora è: superato il camaleontismo e i voltafaccia di tutti “i credenti e fanatici” dell’Occidente, saprà quest’ultimo ritrovare la strada delle scelte razionali, mandando a corsi serali “di ripetizione per bocciati” i suoi attuali governanti e oppositori? 
 

L’ASSE INOSSIDABILE
di Francesco Di Garbo



Usa-Israele
 
Seguo quasi puntualmente le manifestazioni in sostegno alla Palestina; quando posso col freddo, con la pioggia, col vento o con l'afa vado. Nondimeno fin dagli anni ottanta ho cercato di approfondire le cause e gli effetti della situazione colà creatasi a partire dal 1948. Riflettendoci mi sono reso conto che sulla guerra v'è un elemento di cui non si parla, o si parla poco e non nei media di grande impatto, quindi risulta misconosciuto ai più. Tutti sanno dell'asse d'acciaio tra Usa e Israele, dell'aiuto e sostegno ad ogni livello che gli Usa elargiscono agli israeliani, ma nessuno verifica o risale alle cause originarie dalle quali deriva e si cementa. I più riducono il fatto alle forti pressioni economiche e politiche della forte lobby israeliana che vi è in America. Non è solo per via del lobbismo. Allora perché quest'asse? Non è solo nemmeno per una questione di mera geopolitica. Sulla guerra è passata, sopra le nostre teste, la narrazione che la causa scatenante sia stata dovuta all'attacco di Hamas del 7-10-2023. Nessuno, tranne poche eccezioni, molto minoritarie e censurate dall'informazione, ha cercato di capire se il 7 ottobre sia stata la causa oppure di converso l'effetto. In pratica si è cercato in tutti i modi d'oscurare che il 7 ottobre altro non è stato se non l'effetto dei numerosi raid israeliani sulla striscia e dei numerosi insediamenti coloniali in Cisgiordania. Tutto ciò ha creato odio e rancore tra i palestinesi. Di fatto sono gli israeliani a voler cacciare i palestinesi dalla Palestina: idea assurda e irrealizzabile alla quale solo i fondamentalisti ebraici possono credere, grazie alla forza della superiorità militare. Se cessassero le cause cesserebbero gli effetti. Invece la narrazione ha polarizzato l'informazione: chi giustifica Israele riconducendo e riducendo il tutto all'attacco del 7 ottobre e chi si commuove di fronte a cotanta tracotanza e alle stragi di bambini e civili. La polarizzazione è una tecnica volta a confondere le acque e fare di tutta l'erba un fascio cosicché tutti hanno ragione e tutti hanno torto: cioè nessuno ha torto e tutti hanno ragione. Si genera una sofisticata realtà dove verità e falsità vengono messe sullo stesso piano e si ribaltano a vicenda come la frittata. Ma di quale idilliaca corrispondenza d'amorosi sensi si tratta? Quali sono le originarie e profonde consonanze mentali, filosofiche e religiose che li accomunano? Per capirlo bisogna ricercare le origini della formazione degli USA. Modus operandi e forma mentis degli Stati Uniti vanno trovati nella mentalità Puritana. Il puritanesimo è una religione protestante che si ispira alle idee di Calvino sull'interpretazione delle Sacre Scritture. Sulle idee Puritane si informa e si nutre la colonizzazione dell'America; ancora oggi queste idee sono il fulcro della mentalità statunitense. Questa mentalità è molto affine all'ebraismo. Infatti entrambe le fedi pensano e reputano di essere le uniche depositarie della verità dei sacri testi. Di conseguenza entrambe sono delle religioni fondamentaliste, dogmatiche e intolleranti all'altrui visione del mondo sia in senso stretto quanto in senso lato. I Padri Pellegrini partiti da Plymouth concepirono l'estenuante traversata dell'oceano come un vero e proprio Esodo biblico. Concepirono il Nuovo Mondo (New England) come la Terra Promessa (Nuova Sion) da conquistare alla Wilderness (terra selvaggia, ostile) e strapparla ai Nativi; quest'ultimi da addomesticare e convertire.



I puritani sono la nuova Gerusalemme, il nuovo popolo eletto, sono, come dice la Piattaforma di Cambridge del 1648: “una compagnia di gente messa insieme dal Patto per il culto di Dio”. I primi nuclei di colonie furono delle vere e proprie Teocrazie. Queste similitudini con l'ebraismo dimostrano la stretta affinità elettiva tra USA e Israele. Alla stregua degli ebrei i puritani considerarono la traversata come una liberazione dalla schiavitù della Vecchia Inghilterra. Ebbero gioco facile contro i Nativi indigeni e non trovarono ostacoli né nella vecchia religione costituita, né nell'aristocrazia resiliente contro cui nel Vecchio Mondo la borghesia nascente dovette lottare.
Dal calvinismo i Puritani attinsero la concezione individualista dell'uomo sotto le due forme, a) utilitaristico, b) espressivo. Il Self Made Man e il comportamento interiore ed esteriore, (come ti vedi tu e come ti vedono gli altri). Questa è l'American way, o meglio l'American Puritan way. Ci si deve realizzare (per il proprio bene) mettendo in pratica tutto ciò che è utile per raggiungere una posizione, altrimenti sei un fallito (gli altri ti vedono e giudicano così). Questa forma mentis è tradotta nella gestione del potere da una élite di persone che rientrano nel cerchio magico WASP (Withe Anglo Saxon Protestant). Su queste tesi si basa l'ideologia del capitalismo che è l'altro pilastro del potere su cui si fonda l'asse di ferro Usa/Israele.
Il sionismo è un fascismo mascherato basato sulla bieca convinzione nazionalista del Popolo Eletto; il migliore, il perfetto. Esso è prediletto da Dio e ne ha l'investitura per compiere la missione di redimere tutti gli altri popoli a loro immagine e somiglianza con le buone o con le cattive. Non si può essere antisionisti se non si è nel contempo anticapitalisti, altrimenti si scivola in contraddizione Nel giro di meno un secolo, dal 1945, siamo passati da un mondo bipolare (capitalismo/socialismo) al mondo unipolare del pensiero unico ricattatorio (se non ti adegui ti affamiamo). Ora negli ultimi anni, aldilà del blocco Atlantico, un mondo multipolare con nuovi protagonisti si affaccia sulla scena internazionale: Asia, America Latina, Africa e Russia. Può darsi che il pensiero unico sia al tramonto e le guerre sono il suo colpo di coda?



D'altronde sarebbe augurabile un'economia di mercato senza pensiero unico, una coesione pacifica tra tutti gli Stati e non una competizione sfrenata che genera conflitti e guerre. Non si può essere contro la guerra e nel contempo avallare il modello sociale ed economico americano con la sua falsa democrazia di facciata da esportare a livello globale. I neoliberisti di sinistra, (ci sono tante di anime belle che si pavoneggiano pro Palestina solo per l'immagine mentre nei fatti restano incoerenti con le mani in tasca), se ne facciano una ragione. È contraddittorio essere contro il genocidio su Facebook e non sventolare la bandiera palestinese dal balcone. Questa si chiama ambiguità politica alla spasmodica ricerca di consenso elettorale. Un fine che non giustifica i mezzi.

giovedì 18 luglio 2024

ARCIDOSSO
di Angelo Gaccione


Mario Papalini
 
E la sua Effigi
  
Di notte la torre che sovrasta case, chiese, stradine medievali e palazzi vigila altera sull’abitato che gli si affolla intorno e gli dorme ai piedi. L’atmosfera, in un tremolio di luci, appare magica. Sto scrivendo di Arcidosso, il borgo alle pendici del monte Amiata in provincia di Grosseto, noto ai più per esservi nato il predicatore Davide Lazzaretti, il Cristo dell’Amiata. Le mie sono suggestioni nate da immagini viste da “remoto”, come si dice ora con un orrendo vocabolo coniato dopo la pandemia da Covid 19, perché in realtà non ci ho messo piedi, ma conto di farlo alla prima occasione. 


Arcidosso di notte

Cecco Angiolieri, il poeta maledetto e giocoso, pisano e contemporaneo di Dante Alighieri ad Arcidosso ha dedicato versi come questi: “Sed i’ avess’un sacco di fiorini/ e non ve n’avess’altro che de’ nuovi,/ e fosse mi’ Arcidoss’e Montegiuovi/ con cinquicento some d’aquilini/ non mi parri’aver tre bagattini...”. Non è stato risparmiato neppure dalle bombe della Seconda guerra mondiale questo borgo, ma conserva molte cose: archi e porte, stemmi e chiese, piazzuole e fontane. 


Fonti del Poggiolo

La più caratteristica di queste si chiama Fonti del Poggiolo ed è circondata da un singolare tempietto di ghisa a forma di corona. Ma conserva anche un tronco d’albero con delle caselle per depositare libri da scambiare, e persino una lapide su cui è scritto che la piazzetta davanti al Palazzo del cavaliere Leopoldo Giovannini è di “proprietà privata”. Potenza dei cavalieri e del denaro! 




Ma ad Arcidosso c’è una casa editrice incredibile: in 24 anni di vita (dal 2000 ad oggi) ha prodotto oltre 2000 volumi inseriti in circa 60 Collane tra narrativa, saggistica, fotografia, cataloghi d’arte, libri per l’infanzia, guide turistiche, poesia, ecc. Fondata, da un vulcanico Mario Papalini con la passione dei libri nel sangue, le edizioni della Effigi hanno sede in una officina Fiat anni Sessanta. Vantano uno studio grafico di alto livello e si avvalgono, per la diffusione, del più importante distributore italiano: la Messaggerie libri.  
 

ALBUM 












ABROGARE L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA
di Franco Astengo



In un momento di grandissima delicatezza per i già fragili equilibri costituzionali muovere una macchina organizzativa di grandi dimensioni come quella referendaria per obiettivi parziali tattici significherebbe mostrare sfiducia rispetto alla nostra capacità di mobilitazione e di conseguimento di un risultato - quello di respingere il ddl sull’autonomia differenziata - fondamentale per la prospettiva democratica del Paese. Al di là delle giuste ragioni di carattere giuridico (ed anche tattico) che pure fanno prevalere per questo tipo di scelta si tratta del nodo politico che va affrontato fino in fondo sul terreno della qualità della democrazia costituzionale che è necessario difendere e affermare. Si ricorda ancora l’importanza nel frangente delle categorie definite “No Lep” che collocano la vicenda ben oltre a quella fondamentale dell’equità e dell’uguaglianza formale ma nel pieno della prospettiva di collocazione strategica dell’Italia anche rispetto all’Europa (intervento in economia, finanza, fisco, ecc.). La richiesta di abrogazione totale risulterebbe inoltre in linea con la necessità di invertire la rotta da quella sciagurata rincorsa alle ragioni di altri che fu all’origine della modifica del titolo V della Costituzione nel 2001; analogo atteggiamento subalterno del resto fu tenuto anche in occasione del referendum del 2020 sul taglio nel numero dei parlamentari, scelta di cui stiamo pagando conseguenze molto amare. Naturalmente la scelta dell’abrogazione totale presenta rischi evidenti e necessità di un impegno straordinario, ricordando sempre le grandi difficoltà di mobilitazione dell’elettorato: ma non è possibile deflettere dal cercare un risultato che alla fine rappresenterebbe una vera alternativa.

CONTRO L’INDIFFERENZA



Io non riesco a far finta di niente, a voltarmi dall’altra parte, a far finta di niente mentre continuano queste guerre che hanno solo interessi economici e di dominio altrui. A voltarmi dall’altra parte mentre muoiono innocenti uccisi da armi fornite con i miei soldi e contro la mia volontà. A far finta di niente mentre i guerrafondai “democratici”, che si ritengono moralmente superiori ai russi e ai palestinesi, non esitano, a bombardare civili e a sterminare popolazioni. A voltarmi dall’altra parte in un mondo incantato di princìpi democratici da esportare e da dittatori da combattere mentre muoiono i più innocenti. A far finta di niente vedendo pure impallinare Trump, dopo avere fatto fuori 4 presidenti, con armi che si trovano nei supermercati. A voltarmi dall’altra parte mentre muoiono gli innocenti, già orfani, soffrendo negli ospedali con gli arti amputati. Vogliono le guerre perché l’industria militare deve prosperare. Ma in caso di uso di armi nucleari anche l’America sarà liquefatta come il resto del mondo. E il loro dio non li salverà. Devo avere il coraggio, dopo aver visto certe immagini, di guardarmi allo specchio e dire:
“Non ti sei voltato dall’altra parte!”
Anche se questo significa farmi dire che sono pro Putin, che non difendo gli aggrediti e altre falsità che ignorano la storia. Io sono contro le guerre, tutte le guerre, e sono contro chi non fa nulla per farle finire. Ci vadano a combattere loro, i governanti guerrafondai, e i loro figli e nipoti, ma lascino in pace chi è civilmente contro ogni guerra. A morire sono sempre i poveracci che vengono prelevati addirittura per le strade e nei negozi e spediti al fronte come succede in Ucraina o in molti altri Paesi nel mondo.
Siamo gli esseri viventi più spregevoli del pianeta. Con quello che viene speso in guerra si darebbe tranquillamente cibo e rifugio a tutti. Con il lavoro per produrre armi potremmo produrre strutture e strumenti per vivere meglio.
Le guerre le dichiarano i ricchi ma muoiono i figli dei poveri.” Così diceva Gino Strada, un uomo che il dolore l’ha conosciuto sulla propria pelle, un uomo che non si definiva pacifista ma contro la guerra. #NoWar #CandideCoin #GlobalDisarmament
 
Giovanni Bonomo - avvocato
 
https://www.instagram.com/reel/C9eBwD2KAYR/?igsh=b3k5eWs3a2hqZmJo

CESSATE IL FUOCO




mercoledì 17 luglio 2024

NON VOGLIO UNO STATO E NON L’HO MAI VOLUTO 
di Ameed Faleh*


 
Era l’inizio della primavera del 2017 e ero in fila per la routine scolastica quotidiana. Abbiamo fatto la solita routine di alzarci in piedi per ascoltare l’inno palestinese e il controllo obbligatorio delle unghie di inizio settimana. L’ispettore ti colpirà le mani con un bastone di legno se non ti tagli le unghie ogni settimana. Dopo la routine mattutina, abbiamo visto il nostro insegnante di sport fare un annuncio: “A nome dell’amministrazione scolastica, vorremmo presentare le nostre condoglianze a Kareem e a tutta la sua famiglia per il martirio del cugino di Kareem, Ahmad, da parte delle forze di occupazione israeliane. Coglieremo questo momento di silenzio per piangere e recitare Fatiha sull’anima di Ahmad. Ero confuso e tremavo. Ho cercato Kareem inutilmente; non è andato a scuola quel giorno. Tuttavia, ho recitato la Fatiha sull’anima di Ahmad. L’insegnante di sport continuò: “Nonostante questa grande perdita e tristezza, siamo radicati nella terra. Nonostante tutto, avremo uno Stato palestinese con Gerusalemme come capitale e Abu Mazen come presidente”. Ho sentito gli studenti ridacchiare in un miscuglio di confusione e tristezza. Un insegnante improvvisamente rise. Tra le sue risate, ha detto: “Abu Mazen e il suo stato sopravvivranno a tutti noi!” L’atmosfera addolorata del martirio è stata improvvisamente sradicata e soppiantata dalle risatine degli studenti e dai commenti a bassa voce dell’insegnante - tutto a causa di una frase relativa a uno stato palestinese guidato da Mahmoud Abbas. “Uno Stato palestinese con Gerusalemme [Est] come capitale” è un’affermazione che abbiamo sentito tante volte: da parte di regimi arabi compradori corrotti e direttamente complici del genocidio di Gaza, dalla leadership dell’Autorità Palestinese, da paesi europei e persino da gli Stati Uniti. Esistono delle variazioni, con alcuni che dicono “uno stato palestinese basato sui confini del 1967”, e altri che sostituiscono Gerusalemme Est con Gerusalemme per infondere ambiguità nei processi politici del periodo di Oslo che privano i palestinesi del loro diritto all’intera Palestina. Sin dalla proclamazione dello Stato da parte di Arafat il 15 novembre 1988 - considerata una festa ufficiale dall’Autorità Palestinese e uno zimbello annuale per i palestinesi in Cisgiordania - il “simbolico” ha sostituito il decoloniale. 



La statualità ha sostituito la liberazione nazionale. Abbiamo una “ricerca” per uno stato, un passaporto, ministeri, ambasciate, forze di polizia - trascuriamo il fatto che arresta e uccide i combattenti per amore di ottimismo - e persino il nostro seggio alle Nazioni Unite come stato osservatore, semplicemente come il Vaticano! Abbiamo anche insediamenti che dividono la Cisgiordania, posti di blocco il cui scopo è ridurre la produttività palestinese attraverso arresti e lunghi tempi di attesa, raid quotidiani che svuotano le città palestinesi delle persone politicamente più attive, martiri ogni giorno, e una campagna genocida condotta su Gaza. Qui la statualità crolla con la realtà. Ciò che ci rimane, essenzialmente, è una delega che riduce gli obblighi di Israele nei confronti del governo diretto della popolazione della Cisgiordania. Riceve denaro dai paesi donatori e (a volte tardivamente) ottiene le tasse IVA apparentemente riscosse per suo conto da Israele. Potrebbe costruire una o due scuole con una parte di quei soldi! Potrebbe anche rinnovare una strada! La maggior parte di questo denaro, tuttavia, andrà all’acquisto di proiettili, gas lacrimogeni e nuove fantasiose attrezzature antisommossa da Israele. Cosa è successo alla costruzione degli insediamenti, ai rifugiati e alla terra? Sono in attesa di future negoziazioni sullo status. È fondamentale sottolineare la sostituzione simbolica del materiale; La Spagna ci ha finalmente riconosciuto come Stato! La Colombia costruirà un’ambasciata a Ramallah! È bastata un’ambiziosa operazione militare il 7 ottobre, e un intero genocidio di Gaza da allora in poi, perché questi due paesi facessero le loro mosse simboliche. Il riconoscimento di uno Stato palestinese - strappato alla maggior parte del suo legittimo territorio, con i suoi rifugiati ignorati, in base al “compromesso storico” dell’OLP - implica la fine della costruzione di insediamenti? Influiscono sulla realtà materiale sul campo? Quali benefici ottengono i palestinesi da queste mosse? In sostanza, siamo più vicini che mai ad essere uno Stato ufficiale, ma paradossalmente anche molto lontani dall’esserlo. Abbiamo bisogno di così tanti uffici? Tanti uomini d’affari con permessi BMC (permessi rilasciati dall’entità sionista a stronzi ricchissimi, che permettevano loro di recarsi nei territori colonizzati nel 1948 con la loro macchina palestinese) e tanti politici?



Abbiamo bisogno dello status di osservatore non membro delle Nazioni Unite? Cosa ci ha portato sul campo tutto quanto citato? I primi avvertimenti di Ghassan Kanafani sulla burocratizzazione della Rivoluzione Palestinese nel valutare la condotta dell’OLP in Giordania dopo gli eventi di Settembre Nero sono importanti note mentali da tenere in considerazione quando si articola il motivo per cui i discorsi hanno sostituito le armi. Questo discorso sulla statualità ha trasformato il combattente in un funzionario, e il munadel (in arabo per la persona che lotta, letteralmente un lottatore, solitamente riservato a combattenti e prigionieri) in un “attivista”. Il significato del 7 ottobre sta nel fatto che ha rotto questo tabù, recuperando il lessico palestinese da un ordine mondiale imperialista che cerca di confinare i palestinesi nel discorso della “costruzione dello Stato”. Non voglio uno Stato. Voglio la liberazione dai coloni in tutta la Palestina, e l’ultima delle mie preoccupazioni è avere un ministero o una rappresentanza simbolica alle Nazioni Unite. Mi importa se ho un passaporto o un ministero se la mia città sta lentamente diventando un’enclave urbana circondata da coloni assetati di sangue? Voglio la terra, non uno Stato palestinese dettato da ciò che i nostri genocidari ritengono appropriato.
 
 *Collettivo Buon Pastore
ameed@goodshepherdcollective.org
Traduzione a cura di Parallelo Palestina

SUA MAESTÀ IL CAVALLO
di Angelo Gaccione


Giorgia Gambini

Non c’è animale più fiero e nobile del cavallo; non c’è un corpo più perfetto, armonico e possente del suo e non è un caso se gli artisti – e gli scultori in particolare – ne hanno celebrato la figura sin dai tempi più lontani e lo hanno immortalato con tele e sculture in veri e propri capolavori. Nei monumenti sparsi nelle varie piazze del mondo, è sempre lui a trionfare: in fascino, in splendore, in impeto. I cavalieri che lo montano, siano essi imperatori, re, principi o generali, non possono competere con la sua maestà. Lo stesso Napoleone Bonaparte, quello che Jacques-Louis David ha dipinto nel ritratto equestre ai primi dell’Ottocento e che conosciamo sotto il doppio titolo: “Bonaparte valica il Gran San Bernardo” e “Bonaparte valica le Alpi”, senza quel meraviglioso cavallo impennato sarebbe misera cosa: un nano sovrastato dalle cime alpine. 



Il cavallo è anche un animale estremamente affettuoso e buono, dotato di sensibilità e di intelligenza sopraffine. È anche molto empatico, si affeziona e soffre alla stregua di un essere umano degno di questo nome. I suoi occhi possono diventare teneri e miti come quelli di un bove, davanti a colui che è disposto a dargli l’affetto che merita, davanti alla carezza generosa del padrone. Io ne ho una stima sconfinata e ho preso sempre le sue difese; ho parteggiato per i cavalli contro i macellai che li hanno condotti in guerra; ho trepidato per la loro incolumità, per il terrore incomprensibile a cui li hanno costretti, per la fatica disumana a cui sono stati e vengono sottoposti. Nei duelli fra cavalieri ho parteggiato per i cavalli contro i cavalieri, per lui e per il toro contro i toreri, per la caduta rovinosa dei fantini e per la loro incolumità. Non ho mai voluto assistere a quella barbarie che considero il Palio di Siena, e tutte le volte mi auguro che i fantini vengano disarcionati già all’avvio della corsa, prima del primo colpo di nerbo. Che nessun cavallo corra il giro della piazza, non vi sia cavallo scosso, e dunque, premio di contrada. 



A questo splendido essere Giorgia Gambini, scienziata di rara sensibilità, dedica un intero volume (Il campo di connessione, Effigi 2024 pagine 384). Un viaggio affascinante, interno ed esteriore, per generare un campo di connessione, per l’appunto, in cui sensazioni empatiche e rigore scientifico possano fondersi in un armonioso connubio. E chi più di una creatura come il cavallo poteva esserne il protagonista? Giorgia porta la sua esperienza, il suo legame antico; io da semplice scrittore posso cogliere solo il sentimento profondo che lo ha pervaso, l’umanità. 

L’AFORISMA



“Il seme germina dove il suolo è capace”
Laura Margherita Volante

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