UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 7 novembre 2026

LA POESIA
di Tania Chimenti
 

Se vuoi amare
non pensare al tempo.
alla feritoia in cui scivolano i bui
e allo spazio in cui le colline
si disfano in croci.
Guarda la terra
e ama come la pioggia
che la disseta.
L’amore si annuncia
come l’acquazzone
alla sete.
 

  

RITORNO A PATMOS
di Carlo Penati


Carlo Penati

Per continuare ad essere umani - Prima Parte


(Relazione di apertura della Quarta edizione di “Poeta? no, grazie”, organizzata da Officine letterarie ChiareVoci in collaborazione con il Comune di Legnano. Sala Previati del Castello Visconteo di Legnano, 3 ottobre 2026)

Sono stato molto incerto nell’articolare, con qualche suggestione iniziale, il tema di quest’anno: “Continuare ad essere umani”. Non trovavo le parole. Ho pensato perfino di trasporre la famosa performance di John Cage in ambito letterario: di esordire cioè dicendo vi leggerò una nuova bellissima poesia e poi di restare in silenzio per due minuti. Perché davvero, come ci siamo detti lo scorso anno, nella terza edizione di “Poeta? No, grazie”, mi sembrava di non avere “le parole per dirlo”. Per dire cosa? L’Incombente.
Non so dipanare, con il sapere accumulato, l’intrico in cui siamo immersi. È forse un segno di vecchiaia. La mia generazione, quella dei baby boomers, vive l’incubo di veder prevalere tutto quello che i nostri predecessori hanno tolto di mezzo col sangue: il Disumano, lo Sprezzante, l’Indegno. Abbiamo vissuto in un mondo di Possibilità e adesso incombe non l’Ignoto – che l’intelligenza artificiale potrebbe sottrarci espropriandoci anche dell’immaginazione - ma il Già Noto, orrido camaleonte fatto di razzismi, nazionalismi, sovranismi, egoismi, suprematismi, purismi, tutti i peggiori ISMI prodotti dall’umano. Potrebbe essere questo allora il contenuto della nostra odierna riflessione: continuare ad essere umani può voler dire protrarre all’infinto odio, violenza, oppressione, riesumando la primordiale legge del più forte. Fino all’apocalisse. Ed ecco un primo riferimento a Patmos (prediligendo come spesso si fa la prima parte, tremenda, del libro scritto da Giovanni l’Evangelista sull’isola greca e dimenticando che il testo evangelico si conclude con la visione profetica di un cielo e una terra nuova). Freud diceva, a questo proposito, che l’essere umano è il più mostruoso dei viventi: “arrivò a definire l’umano - ricorda Massimo Recalcati nel discorso inaugurale del festival Scarabocchi di Novara - come una corsa rovinosa verso la propria distruzione”. [1] 



“Sei ancora quello della pietra e della fionda / uomo del mio tempo”, denunciava Salvatore Quasimodo nel 1946, chiudendo con Uomo del mio tempo la raccolta Giorno dopo giorno. E concludeva:
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

La Storia non è Magistra, evidentemente. All’inizio del lock down da Covid19 potemmo leggere:
È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. [2] 
 
E poi è accaduto che un no-vax guidasse la sanità della principale Potenza al mondo (o Im-potenza, perché, sotto la guida di Trump, ottiene quasi nulla e solo con la Forza).
Sembrava che l’umanità avesse riscoperto la bellezza della Prossimità, mentre oggi i social e le mani interessate che li guidano erodono ogni giorno quote di Fiducia, dimenticando che le nostre società democratiche e social-liberali si basano esclusivamente sulla Fiducia reciproca.
La Storia sembra oggi lo spazio anonimo, la pagina bianca, dove i corsi e i ricorsi dispiegano meraviglia e orrore, perché questo noi siamo, un’inestricabile, irredimibile Commistione: giani bifronte, centauri, sirene, il Doppio di noi stessi (clone o avatar che sia) che condivide un unico corpo e un’unica mente. È così: ma non siamo solo un doppio, siamo un intero condominio i cui abitanti coabitano in ciascuno di noi.  Il condominio può essere divisione e scontro, ma anche comunità e comprensione reciproca, spazio creativo.
E qui possiamo scegliere: fossilizzarci o migliorare, ipostatizzarci o divenire.
Proprio una settimana fa si è tenuto a Roma un importante convegno della Società Psicoanalitica Italiana dal titolo “Diventare umani”. Restare umani non è sufficiente, allora: occorre continuare a diventarlo. Continuare ad essere umani è troppo poco, afferma Alessandro Bergonzoni, perché umana è anche la distruzione di Gaza: dobbiamo diventare sovrumani, cioè capaci di superare i limiti dell’umano. Si rimanda al superuomo o meglio oltreuomo di Nietzsche? Alla ricerca di una trascendenza benefica che ci trasformi in esseri migliori, capaci di una buona convivenza, di comprensione reciproca?
Quando può scattare nuovamente qeusta molla del divenire? Arte combinatoria, il cambiamento, di atti voluti e non voluti, propri e altrui, ma con una consapevolezza: noi possiamo cambiare solo noi stessi, ma non da soli.



Ho pensato che la prima condivisione, per continuare a divenire, sia la consapevolezza di ciò che ci sta accadendo, con un preambolo:
Hölderlin, in Patmos (ecco il secondo rimando all’isola greca che non è, pare evidente, solo un riferimento geografico), scrisse due versi famosi:
“Ma dove è il pericolo
cresce anche ciò che dà salvezza”.
Torniamo dunque a Patmos, per trovare la strada, ricordando che:
“Colmo è di bontà. Ma nessuno comprende da solo Dio.

(…)

Ma terribile è in verità come ovunque
Senza fine Dio disperda ciò che vive.”


Ma qual è il pericolo oggi? Che cos’è che dà salvezza?
«Il pericolo è evidente, si legge sull’Economist del 20 agosto 2026 - Le intelligenze artificiali superintelligenti dotate di diritti potrebbero scalzare gli esseri umani dal vertice della gerarchia sociale. Nel migliore dei casi, gli esseri umani diventerebbero animali domestici: dei labrador per le macchine. Nel peggiore, verrebbero privati delle risorse necessarie alla sopravvivenza o costretti a lavorare come animali da allevamento». [3] 
Sembra di esserci già inoltrati in un mondo inedito, in cui siamo costantemente e inconsapevolmente depredati.

Un tramonto impressionista
nell’autunno precoce
del cambiamento climatico.
Tutto s’accelera nella mia mente
Il destino zoppica cianciando
profezie di dubbia provenienza.
Figure opache s’affacciano
sul prato della piccola radura.
Non so in che luogo ci troviamo
Le mappe confuse come in sogno
Raccolgo tra le braccia d’aria
quel poco che ci resta del giorno.
Ciò che non avremmo voluto sta per accadere.
Già si sente un soffuso ronzio in lingua disumana
L’intelligenza artificiale ha deciso.
Possiamo solo aspettare la fiammata.
Le opache figure si rivelano.
Sono predatori digitali.
 
Creiamo degli umanoidi per farli simili a noi
Diventiamo robottoidi senza neanche accorgercene. [4] 




L’irragionevolezza della poesia può aver ragione dell’Irragionevolezza che vuole dominare il mondo? Può essere, holderlinianamente, fonte di salvezza?
Continuare ad essere umani in un contesto in dirompente trasformazione, opponendo al kratos computazionale l’ethos umanistico - come suggerisce il francescano Paolo Benanti [5] - vuol dire porci una domanda oggi dirimente: “che cosa possiamo ancora diventare?”.
Se lo chiede Vittorio Gallese, già membro dell’équipe dell’Università di Parma guidata da Giacomo Rizzolatti che nel 1992 scoprì i neuroni specchio. [6] Perché “non esiste un’essenza dell’umano da salvare, né un’origine a cui tornare. Esiste soltanto un continuo lavoro di co-emersione, in cui il reale prende forma a partire da relazioni incarnate, affettive, situate.” [7]  Continuare ad essere umani non significa rimpiangere forme del passato, ma immergersi pienamente, consapevolmente nel divenire futuro. E attraversare le tre correnti (gelide? impetuose? seducenti?) che perturbano l’oceano delle nostre esistenze collettive: disumanizzazione, de-umanizzazione, trans-umanizzazione. Tre correnti di fronte alle quali occorre chiedersi: quale tipo di armatura [8]psicologica e sociale può essere utile per questa nuova avventura dell’umanità?



Disumanizzazione
Cominciamo dalla prima, la disumanizzazione:
Sarebbe fin troppo facile richiamare i molti processi di disumanizzazione che imperversano in un crescendo spaventoso. Questi processi in atto decretano la fine della sacralità della vita umana, anche in aree del globo che su di essa avevano scritto costituzioni e sorretto assetti internazionali di buona convivenza. Quello che per noi europei e per molti altri popoli è valso per ottant’anni sembra sfarinarsi (la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è stata proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948). Sacro è ciò che è incommensurabile, e come tale, non riducendosi a misura, calcolo, non è scambiabile. Contro questo principio di pura umanità assistiamo impotenti alla riduzione del valore della persona a misura soggetta alle logiche del mercato: un genocidio per qualche seggio alla Knesset o per sottrarsi al giudizio dei tribunali; migliaia di morti in mare per un vantaggio elettoralistico; milioni di morti per consacrarsi alla storia come capo di un sacro impero. Per continuare ad essere umani - o per diventarlo - bisognerebbe allora ridirsi che cosa consideriamo umano, che significato vogliamo attribuire a questo termine, quali tratti dell’umano salvare e quali abbandonare. Mi viene da pensare, di primo acchito, che essere umani sia abitare l’Imperfezione, sentirsi inadatti alla vita, prendere coscienza di essere dipendenti gli uni dagli altri. Non a caso il primo segno della civiltà, per una presunta affermazione di Margaret Mead [9] che ha assunto un forte valore simbolico, potrebbe essere un femore guarito. Qualcuno si è preso cura dell’infortunato, lo ha protetto, nutrito, assistito fino alla guarigione, fino alla sua autonomia. Per prendersi cura gli uni degli altri occorre avere coscienza che siamo interdipendenti e che se l’avventura umana è un continuo divenire, si diviene attraverso la relazione, liberando la nostra capacità di trascendere gli istinti, le paure, i limiti biologici, il panico del nuovo e del diverso; di rompere i recinti delle rigide Appartenenze, come suggerisce Gohar Homayounpour, autrice di Una psicoanalista a Teheran, dato con la scoperta dell’inconscio (la grande rivoluzione di Freud) sappiamo di non appartenere neanche a noi stessi. Divenire è la nostra vera libertà perché ci consente di pensarci in costante ricerca e apprendimento, aperti al pieno godimento della vita e di tutte le possibilità che ci presenta. 



Chi siamo in fondo noi umani: persone che divengono attraverso un continuo farsi, nel rispecchiamento con gli altri e con il mondo, in un oceano di possibilità e - in questo consesso di poeti e di amanti della poesia - in un oceano di parole. C’è un altro «fare» che non sia alla fine furioso e distruttivo, che non sia un fare senza limiti? Sì, verrebbe da dire: è la Poiesis (Ποίησις), il fare poetico, generativo, che Aristotele distingue dalla Praxis (Πρᾶξις), il fare morale fine a se stesso. Poiesis è infatti «fare dal nulla», estrarre, creare e aggiungerei - se non fosse per se stessa una iperbole - un «fare per nulla», non finalizzato a un interesse appropriativo: il fare che si fa poesia, che si fa «oro». Poiesis è aprire incessantemente opportunità, cogliere i Kairòi, proiettarsi nei tempi opportuni, contrastare le avversità. Ecco un’avversità incombente: l’AI ci toglie il disturbo e la meraviglia dell’ignoto, frangendo con la predittività l’esperienza della scoperta personale, riducendo a formula, a calcolo, ad algoritmo, l’apprendimento dall’esperienza, (il confronto con l’imprevedibile), la possibilità di costruire, nella relazione, il proprio modo di stare nel mondo. Scrive a questo proposito Musil: “Se esiste il senso della realtà, deve esistere anche il senso della possibilità”. [10] La possibilità è una realtà differita o un continuo esperire il diverso da ciò che è (o che sentiamo come tale). È la continua trasfigurazione della relazione con l’alterità, luogo di confine che è esattamente la casa della poesia. Lì abita l’immaginazione che sceglie la strada della sensibilità incarnata, della esplorazione senza meta, dell’inconsapevole intreccio con l’intenzione. Fermare in un punto la nostra esperienza del reale - scrive ancora Musil - è “come piantare un chiodo nello zampillo d’una fontana.” Precludere la possibilità dell’ignoto è l’opposto della funzione poetica, che consente di esplorare l’inaudito, il nuovo attraverso il comporsi, da una insondabile sorgente originaria, dei versi scritti. Può darsi crescita umana senza esplorazione dell’inatteso, che apre nuove prospettive di esistenza ampliando le possibilità, per il sé e per il mondo, di un continuo arricchimento? Può darsi divenire senza l’esperienza autentica dell’errante che incontra e si confronta con ciò che non si aspetta per quanto possa desiderare l’ignoto?

La fine del desiderio dell’incontro inaspettato - come spazio indefinito in cui si formano i versi poetici - non designa uno stato mortifero?


Lo sconosciuto: Si può essere morti senza saperlo?
Il medico: I morti pare che non se ne accorgano, della differenza. [11]

Sembra che molte forze convergano, umane e sovrumane, per mortificarci, impedire il divenire nella relazione, spingerci nell’immobilità dell’Indistinto.
Prima che tutto finisca
nell’indistinzione del dato. [12] 

Là dove l’unicità di ogni persona vivente si fonde in un tutto indistinto.
Mi sovviene una poesia di Giorgio Caproni che sembra introdurci nei mondi che si stanno delineando:

La morte della distinzione.
Del falso.
Del vero.
È un terreno selvaggio.
Il piede incespica.
Il viaggio
mai cominciato (il linguaggio
lacerato) ha raggiunto
il punto della sua incoronazione.
La nascita.




La demolizione

Il linguaggio lacerato, fatto a brandelli, incapace di comunicare… Che cos’è del resto il linguaggio se non lo strumento che abilita a distinguere sensi e significati, a differenziare le cose tra di loro, a discernere tra mille possibilità, a inneggiare alla infinita poliedricità umana? Emblematica è la diffusa e coartata paura dello Straniero, dimenticando che solo se diveniamo stranieri a noi stessi possiamo conoscerci, perché è lo sguardo dell’altro che ci rivela pienamente chi siamo. E senza questo rispecchiamento che blocca ogni divenire, ciechi alla simulazione incarnata che si infiltra nella nostra mente-corpo, rinsecchiamo, vuoti di meraviglia e di senso. Ecco la disumanizzazione computazionale. La disumanizzazione non è generata solo dal disprezzo del valore intrinseco (della sacralità) di ogni persona (dove la sacralità, come detto, va attribuita alla non scambiabilità perché ogni esistenza è incommensurabile), ma anche dalla ricerca indotta (o favorita, sollecitata) dall’universo digitale che indulge alla Visibilità invece che alla Verità (per quanto relativa possa essere). Che cosa c’è di più umano che cercare di attribuire un senso (la propria “verità” o desiderio di pienezza) all’esistere? Abdicare all’umanità più profonda per limitarsi ad apparire, a vivere in una superficie luminosa a specchio, è un altro elemento che impoverisce le possibilità, le esperienze umane. [13] (Aprire centinaia di volte in un giorno la porta di accesso al multiverso per trovare un riconoscimento, per non essere tagliati fuori. Estroflessione della consapevolezza di sé. Quasi l’opposto del movimento della terapia psicoanalitica che spinge a cercare le risposte dentro di sé, un sé sociale e interdipendente capace di elaborare il “mondo” e i nostri rapporti con esso. La prevalenza dell’apparire (per essere riconosciuti e dotati di senso eterodiretto) comporta quasi inevitabilmente la falsificazione del sé, per ottemperare a mode, schemi, criteri apprezzabili da un pubblico indefinito e “misterioso” della rete (le cui tracce andrebbero propriamente cercate dentro di sé). L’inautenticità eretta a sistema di disumanizzazione nel senso che sacrifica l’identità più profonda e vera, alla spettacolarizzazione di se stessi. Nell’inautenticità - ricordiamo Umberto Saba che invitava a fare “poesia onesta” [14] - si solidifica il secondo trend disruptive: la de-umanizzazione.


 


Note
1. Massimo Recalcati, Superare lil limite sveglia il mostro che è dentro di noi, in la Repubblica, venerdì 18/9/26, p. 39.

2. Nove marzo duemilaventi, di Mariangela Gualtieri

3. Scrive così l’Economist il 20/08/2026 con un articolo dal titolo Could AIs become conscious? Even if they don’t, they might be treated as such - to humanity’s great cost (Le intelligenze artificiali potrebbero acquisire coscienza? Anche se non dovesse accadere, potrebbero comunque essere trattate come se ne fossero dotate, con gravi conseguenze per l’umanità).

4. Carlo Penati, I predatori digitali, poesia inedita.

5. Cfr. Paolo Benanti, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana, Editori Laterza. Bari-Roma, 2026.

6. Vittorio Gallese, Il sé digitale, (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2026, p. 244

7. Ibidem, p. 244.

8. L’armatura è qui intesa come l’intreccio tra ordito e trama sui telai delle aziende tessili. Metaforicamente l’ordito (i fili verticali) rappresenta la capacità di scendere nella profondità delle cose per coglierne il senso, mentre la trama (i fili orizzontali) designa la capacità di correlare tra loro gli elementi che compongono il nostro mondo relazionale cogliendone correlazioni e interdipendenze.

9. Nei testi scritti dalla celebra antropologa non vi è alcun riferimento che attesti la veridicità dell’attribuzione a lei di questa visione compassionevole della formazione della civiltà umana.

10. Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi; Torino, 1957 (IV ed.), p. 14

11. August Strindberg, Verso Damasco, Adelphi, Milano, 1974, p. 163

12. Carlo Penati, L’indistinto digitale, versi inediti.

13. Cfr. Olivia Ninotti, La scimmia antropomorta, p. 121.

14. “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”, scriveva Umberto Saba. L’onestà è l’aderenza a se stessi, alla propria visione, ai propri principi, ai propri sentimenti. In un suo scritto del 1911, ritrovato soltanto nel 1959, il poeta triestino così definiva l’onestà letteraria: “(…) prima un non sforzare mai l’ispirazione, poi non tentare, per meschini motivi di ambizione o di successo, di farla parere più vasta e trascendente di quanto per avventura sia”. (Umberto SABA, Quel che resta da fare ai poeti, Edizioni Henry Beyle, Milano, 2012, p. 12). È nell’essere se stessi, e scrivere se stessi, dunque, la fonte di versi originali. Ma ogni sé stesso è necessariamente molteplice. E si deve inevitabilmente riconoscere, se onesti, che l’origine di ogni poesia è plurale, in quanto sintesi di molteplici contributi e interferenze.

 

 

  

POETI
di Carlo Di Legge


 

La raccolta di poesia Prima, pubblicata in seconda edizione (2026) da puntoacapo editrice, è l’ultimo d’una serie di libri, non solo di poesia, di Gabriella Cinti. Il profilo dell’autrice è piuttosto complesso: il dottorato universitario in italianistica (Roma Tor Vergata) con una tesi sui «Labirinti» autografi di Emilio Villa e sull’archetipo del Labirinto potrebbe sembrare una utile indicazione, non nello sperimentalismo ma nel senso che il contemporaneo sta con l’antico. Il ritmo del dire viene precisato in versi sciolti, molto sorvegliati, perlopiù non lunghi. In premessa: «cammino verso l’origine che da molto tempo ho intrapreso. Dal mondo greco e da quello antico, mesopotamico, il mio orientamento si è espanso verso le forme iniziali della vita e della materia, includendo anche incursioni nella dimensione spaziale e intrecciando il tutto nella mia vita» (p. 5).
La sete di sapere risale nello spazio- tempo e tocca le prime forme della civiltà in ambito mediterraneo e mesopotamico, mediterraneo, oceanico, europeo e sudamericano, li oltrepassa all’indietro, addentrandosi nel buio e nella semioscurità del mondo senza storia, oggetto di archeologie e di congetture scientifiche. Una specie di ode al vivente, la Dryopiteca, «cucciola di nostra forma», la scimmia degli alberi che risale a decine di milioni di anni fa - come in nota, pp. 11-13; la vicenda dell’antichissima scimmia diventa il destino di chi vive e scrive oggi, il «non so se piangevi» tu, che «(al)l’amore… non hai potuto/neppure pensare» (p. 13) sta in corrispondenza biunivoca con il quasi immediato «Quanti milioni di anni/ha la storia delle mie lacrime?» (p. 12). Oppure la lampreda («Mi farò prima lampreda», p. 35), nozioni e concetti di botanica e geologia: «Amore di clorofilla, /ambra cronomilionaria… sogni verdi del principio» (pp. 15-16).
Nella evidente integrazione tra poesia, pensiero e scienza, per cui le citazioni e le note vanno intese come parte integrante dell’insieme, si avverte insieme un tono molto forte del sentire, l’emozione dell’immedesimarsi con l’oggetto del dire che s’ingigantisce e diventa ben più di sé stesso, come per i gibboni (pp. 45-6) inventori del «preumano canto d’amore del due». La situazione può sembrare un po’ idealizzata in «vertigine di principio, / l’Inizio astrale dell’Amore» ma è nient’affatto ingenua, anzi allineata sulla posizione delle neuroscienze, come quando si legge del «mistero dell’umano sentire» (p. 16).
La povertà di ogni «piccola storia dell’esistere» (p. 24) si affaccia, s’interseca con l’incommensurabile, in quelle «Forbicine disarmate / tra nastrini dormienti» che si mostrano in un cassetto0; il riferimento è a sé stessa, alla propria «disordinata salvezza» (corsivo, titolo a p. 23): è «pensando a mia madre» (ibidem, esergo corsivo), al padre, ad altre storie sentite vicine, visi anche conosciuti e cari, anche le distanti ma com-passionate esistenze come la bambina sacrificata e tornata alla luce (Juanita, pp. 60-61); sempre alla ricerca dell’altro (La mia sete del due, pp. 64-65), e la condivisione sta con la differenza - nel testo finale: «
non apparteniamo per intero/al viaggio delle specie,/ne varchiamo i confini per destino» (pp. 121-122).

venerdì 6 novembre 2026

LEGGE DI BILANCIO  
di Alfonso Gianni



Mette a nudo la melonomics


I cortei e gli scioperi di queste ultime settimane hanno riportato tutti alla realtà, a tal punto che anche i più moderati si  sono accorti che quelle che venivano infrante non erano tanto le vetrine delle zone del commercio di lusso delle città, quanto proprio le illusioni del governo di risolvere la questione con qualche briciola caduta dalla tavola: gli spazi per una robusta trickle-down economics all’italiana sono stati quasi del tutto cancellati dal mancato contenimento del deficit sotto il 3% e dalla conseguente impossibilità di uscire dalla procedura di infrazione europea che inibisce corpose elargizioni di bilancio preelettorali. Né la soluzione puramente repressiva, manganellate e leggi che stanno trasformando uno stato di diritto in uno stato penale, si sono mostrate efficaci nemmeno nel loro tentativo di intimorire e minacciare preventivamente, allo scopo di inibire sul sorgere la protesta sociale. Non è solo un problema italiano. Anzi, si potrebbe dire, parafrasando il celebre incipit: “Uno spettro si aggira per l’Europa - lo spettro della maranza”. Nel nostro paese si cerca di accreditare questa versione denigratoria della rivolta sociale in atto come, nel più recente decreto, allargando ai minori la punibilità.


 
Di fronte a questo quadro sono in molti gli editorialisti, anche tra i più moderati, ad avere sottolineato la sordità delle forze del governo di fronte alle richieste che si sono sollevate dalle piazze, dai consigli comunali e regionali, persino dal Parlamento, nei non frequenti momenti in cui l’opposizione ha smesso di stare sulla difensiva e di giocare di rimessa e ha scelto di avanzare qualche proposta in positivo, nell’intento - tanto invocato quanto sempre in ritardo - di dare qualche assaggio di un futuro programma che però ancora non c’è. A dire il vero la risposta del governo invece c’è. Nelle piazze e nei cortei si è gridato “Abbassate le armi, alzate i salari”: la replica del governo non si è fatta attendere ed è inequivocabile: “Alziamo le armi, abbassiamo i salari”. L’esatto contrario. Questa è l’anima nera della manovra economica. In estrema sintesi questo è il contenuto dei 157 articoli che compongono la legge di bilancio.


 
Complessivamente la manovra vale circa 26 miliardi di euro, ma 12 di questi sono vincolati alle clausole della Ue per energia e difesa. Bruxelles concede di accrescere il già imponente debito italiano (stimato dal Fondo monetario internazionale al 138% del rapporto debito/Pil per la fine del 2026), ma non porta ovviamente denaro europeo. Restano perciò 14 miliardi. Troppo poco per qualunque cosa. Quindi i malumori si avvertono anche all’interno della compagine governativa. Salvini, che deve recuperare credibilità e salvaguardare la sua leadership, insiste su quota 100, ovvero sulla possibilità di andare in pensione a 64 anni sulla base di 36 annualità di contributi versati. Forza Italia pare più sensibile alla riduzione del taglio delle indicizzazioni dell’assegno pensionistico. La Cisl batte il chiodo della sanità e riappare nel vocabolario della sua segretaria persino la parola mobilitazione. Le Regioni sono in subbuglio, anche quelle che sono state gratificate recentemente dal regalo sull’autonomia differenziata: l’assessore alla sanità della regione Lombardia, Guido Bertolaso (toh, chi si rivede), sostenuto dal Presidente del consiglio regionale Attilio Fontana, tuona contro i tagli insostenibili per il sistema sanità.  Anche in Confindustria c’è scontento. Non è da sottovalutare la presa di posizione di “Elettricità Futura”, la sigla che rappresenta i produttori di energia elettrica, che in una nota pubblica dichiara di non rinnovare l’iscrizione a Confindustria Energia, rivelando così che l’incremento dei prezzi energetici, derivante dalla guerra e dallo storico ritardo nel passaggio alle rinnovabili, apre uno scontro nel mondo industriale, tra i vari settori della manifattura e i fornitori di energia, ovvero tra chi, pur tardivamente, punta alle rinnovabili e chi invece resta prigioniero delle forniture di gas.


 
La struttura della legge di bilancio mette in luce non solo la mancanza di capacità di spesa, ma anche l’intenzione di lasciare alla maggioranza e al governo che verrà la responsabilità di sciogliere i nodi che affliggono l’economia del paese. Per questo la manovra prevede una serie inusitata, forse un record, di una tantum. In base al testo presentato alle camere si contano in 31 le misure la cui durata non supera l’anno. Ma diverse di queste generano effetti difficilmente cancellabili e perciò capaci di legare le mani al futuro legislatore. E non si tratta di argomenti secondari secondo la stessa impostazione dell’attuale maggioranza. Per fare solo qualche esempio: dura un anno la proroga dei bonus edilizi; così per gli sconti fiscali, quelli per il tanto vezzeggiato ceto medio; scade tra un anno anche il cosiddetto salvadanaio per i nuovi nati, con il quale ci è stato raccontato che si vorrebbe arginare il calo demografico; la stessa sorte per il cosiddetto bonus per gli over 75 che oltre ad essere miserabile nella quantità, indirizza gli aventi bisogno verso il settore privato.  Secondo la stima del giornale della Confindustria le voci a scadenza riempiono circa il 40% del costo lordo della manovra. Si potrebbe dire che la manovra finanziaria si è messa in competizione con il lavoro sul terreno della precarietà.


 

Intanto il Rapporto annuale dell’Istat ci fornisce una fotografia del nostro paese sconsolante, quella di un’Italia che cresce poco, scarica sulle famiglie, in particolare sulle donne, il peso di una sempre pericolante tenuta sociale, sconta un Pil reale fermo da vent’anni, un incremento della povertà, sia quella assoluta che quella relativa, mentre il potere d’acquisto delle retribuzioni perde il suo confronto con l’incremento dell’inflazione, giunto in questi ultimi mesi al 5,4%. Siamo quindi di fronte ad una diminuzione del valore reale dei salari, cui non riescono a fare fronte gli aumenti contrattuali, che peraltro hanno lasciato fuori ben più di 2 milioni di lavoratrici e lavoratori dipendenti che quando finalmente avranno il loro rinnovo contrattuale, vedranno gli aumenti retribuitivi già mangiati dalla rapida crescita inflazionistica. È in questo drammatico quadro sociale che la manovra di bilancio infligge una ulteriore picconata alle strutture portanti dello stato sociale.
 

L’attacco alle pensioni non è purtroppo una novità. Ancora una volta esse sono considerate come il bancomat cui il governo si rivolge per risolvere i problemi - o cercare di farlo - che affliggono i conti pubblici. Ma questa volta si sfonda insieme il limite del sopportabile e del ridicolo. Il taglio della indicizzazione è previsto per gli assegni superiori a quattro volte il minimo, quindi sopra i 2.447 euro lordi al mese, con un andamento crescente per i livelli ancora superiori. Il taglio avverrà però sull’intero importo e non solo sulla parte eccedente il minimo. Questo non solo rappresenta una resa nei confronti dell’inflazione, ma va a sbattere contro una misura tanto decantata dal governo, ovvero l’abbassamento di dieci punti dell’aliquota Irpef dal 43% al 33% sulle quote di reddito superiori ai 50mila euro. Secondo calcoli di fonte confindustriale il 35% degli interessati da questo cosiddetto sconto per il ceto medio, tanto decantato dalla compagine governativa, vedrà peggio che azzerati i vantaggi per il proprio assegno pensionistico dalla riduzione della sua indicizzazione. Insomma il taglio della indicizzazione la vince su quello dell’aliquota Irpef. Per quelli che stanno sotto la cifra dei 50mila euro non c’è nulla, anzi i lavoratori dipendenti se la devono vedere da soli con un fiscal drag ormai pari a 4,5 miliardi mai restituiti. Va meglio per i lavoratori autonomi che possono usufruire di una tassazione a forfait pari al 15% alzando l’asticella ai 100mila euro di introiti, allargando in questo modo il fossato che separa i dipendenti dalle partite Iva. 


 
Insieme alla previdenza un’altra grande vittima è la sanità. Anche qui purtroppo niente di nuovo, ma è evidente l’ulteriore accanimento su un settore così vitale - e non in senso metaforico in questo caso - per la nostra società. Il ministro in causa, Orazio Schillaci, prima ha borbottato, poi si sarebbe dichiarato soddisfatto - non si sa di che - infine si è azzittito. Miseria di una classe politica: neppure se ti sfilano sotto il naso fondi, strutture e risorse umane dal settore su cui dovresti esercitare la tua potestà di ministro che ha giurato sulla Costituzione, hai il coraggio di alzare la voce e, se non basta, di dimetterti. La pandemia non ha insegnato nulla a chi ha solo a cuore il fiorente settore privato sanitario. Alla sanità andranno 2,4 miliardi, per intenderci le Regioni ne chiedevano 7,8. Secondo le stime della Cgil l’investimento nella sanità pubblica da qui al 2029 calerà dal 6,14% del Pil al 5,83%.
 

E non poteva mancare, ancora una volta, il taglio ai fondi per la scuola pubblica e il dirottamento di risorse verso quella privata. Erano già sparite oltre diecimila cattedre previste dieci anni fa, mentre il personale non docente vede diminuire i posti di lavoro per ben oltre duemila unità. Ma va ricordato che già nella legge di bilancio dello scorso anno era prevista una riduzione massiccia di più di 7800 posti. A tutto ciò si aggiunge questa volta la previsione di circa 5mila cattedre in meno. Il tutto viene giustificato con il calo demografico e quindi con la diminuzione degli alunni. Ma allora non si spiegherebbe perché piovono fondi per le scuole private, più di 200 milioni e un buono scuola di 1500euro per le iscrizioni nelle scuole paritarie. Come si vede l’ipocrisia non riesce a mascherare neppure un poco la logica privatistica che questo governo ha alimentato ed esercitato oltre misura in un campo, la scuola, ove - come diceva Piero Calamandrei - si costruisce la democrazia. Ma di quest’ultima le forze al governo non sanno che farsene, anzi operano in ogni ambito possibile per distruggerla.


 
Va segnalata però una novità, che per una eterogenesi dei fini può avere anche un risvolto positivo: la legge di bilancio introduce per la prima volta una exit tax, ovvero una tassa sulle plusvalenze latenti per i contribuenti dotati di patrimoni significativi (almeno 800mila euro) che decidono di trasferire all’estero la propria residenza fiscale. L’aliquota è del 26%, modesta, ma la tassazione riguarda le persone fisiche, non solo le imprese com’era previsto fin qui. L’obiettivo è quello di impedire che i capitali trasferiti all’estero sfuggano al fisco nazionale. Al di là delle tecnicalità, la norma inserita nell’articolo 17 del disegno di legge può contribuire a fare crollare una delle principali obiezioni che si oppongono alla introduzione di una legge patrimoniale e sulle grandi fortune - come quella contenuta nella legge di iniziativa popolare che verrà presentata entro il mese al Senato -. Risulterà infatti difficile sostenere che non si può fare perché farebbe fuggire tutti i capitali all’estero.


 
E il resto? Va all’incremento per le spese in armamenti che derivano dal sistema di guerra nel quale il nostro paese è attivamente impegnato. E il tema dell’innalzamento dei costi dell’energia è perfettamente coerente con la prosecuzione, nelle sue diverse forme e intensità, della guerra quale sostituto dell’azione politica nello scenario internazionale.
Può anche darsi che qualche cambiamento possa derivare all’impianto crudele di questa legge di bilancio. Si sa che il governo prevede un pacchetto di milioni per acquietare le divergenze interne, più che per soddisfare qualche richiesta dell’opposizione - come avveniva in tempi passati ormai lontani -, ma è poca roba. Il luogo per cercare di cambiare la logica di questa legge di bilancio non è quello delle aule parlamentari, soffocate dalla prevaricazione del governo. La chiave del cambiamento, anche parziale, non risiede in una logica emendativa, ma nella lotta sociale che in questi giorni è tornata a farsi sentire e vedere. Quindi ci rivediamo in piazza il 20 di novembre, sciopero generale proclamato dalla Cgil e giornata di mobilitazione europea del movimento degli studenti.

 

  

GRANDI OPERE
di Associazione di volontariato Idra



Dopo Toledo Idra invoca audizione alla Camera.  
 
“Il Parlamento deliberi di investire sull’esistente in sicurezza e prevenzione, di risparmiare vite e risorse, di sciogliere il bilancio da ipoteche di lungo periodo e debiti onerosi”.
“Il disastro ferroviario di Toledo e la contezza delle conseguenze ancor più drammatiche a cui sarebbe esposto il nostro Paese per le criticità tuttora presenti a carico della tratta appenninica Alta Velocità Bologna-Firenze e del Nodo ferroviario AV di Firenze, ci hanno spinto a una riflessione che desideriamo sottoporre alla Vostra attenzione”. Così scrive alla Commissione Bilancio della Camera, inoltrando istanza di audizione in occasione dell’avvio dell’iter parlamentare della Legge di Bilancio 2027, l’associazione di volontariato toscana che da sei lustri esegue attività di osservazione e monitoraggio delle fasi di progettazione, autorizzazione, esecuzione e messa in esercizio delle linee ferroviarie ad Alta velocità. Questo impegno, sottolinea Idra, ha permesso di accumulare un’imponente documentazione in materia di lievitazione dei costi e di danni ambientali ed erariali (alla base della costituzione rispettivamente di parte civile e parte ad adiuvandum nei procedimenti penale e contabile istruiti e andati a sentenza presso il Tribunale di Firenze e presso la Corte dei Conti della Toscana). Ma ha anche fornito - ed è questo che la storica associazione fiorentina chiede oggi di condividere e approfondire con la Commissione Bilancio - indicazioni utilizzabili in sede di manovra finanziaria “affinché siano assicurati il diritto all’incolumità dei viaggiatori, la salvaguardia dei territori attraversati e la redditività degli stessi investimenti alla base della realizzazione della linea AV Bologna-Firenze, del sotto-attraversamento AV e della nuova stazione AV di Firenze”. In questo senso, rileva Idra, il caso tragico di Toledo può e deve servire da monito:
“Nel nostro Paese la fiducia nel sistema dell’alta velocità è compromessa”, ha dovuto ammettere il premier spagnolo Pedro Sanchez, “e il compito del Governo non è solo quello di effettuare una diagnosi, di individuare le cause, ma anche di offrire soluzioni affinché una tragedia di questa portata non si ripeta”. 



Alla luce della propria ininterrotta esperienza, Idra segnala al riguardo come le conseguenze del già terribile impatto in superficie, a Toledo, fra un convoglio ad Alta Velocità e un treno fermo, là dove è stato possibile quanto meno allestire in aperta campagna un’attrezzatura da campo per i primissimi aiuti, “non paiono infatti in alcun modo confrontabili con gli scenari che si presenterebbero in caso di collisione in sotterranea fra treni provenienti da direzioni opposte ad alta velocità all’interno di una galleria monotubo sotto l’Appennino, priva per 60 km di un tunnel parallelo di fuga e soccorso”. Già nel Parere espresso dalla Commissione ministeriale alla vigilia della messa in esercizio della linea si indicava una vistosa quantità di carenze, e anche grossolane inadempienze, rispetto anche ad altri obblighi di legge previsti dal Decreto Ministeriale del 28 ottobre 2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”. L’associazione di volontariato osserva: “Sette su quattordici delle cosiddette ‘uscite di sicurezza’ - leggiamo - risultano infatti collocate a distanze fra loro che superano i quattro chilometri dettati dal Decreto. Le pendenze (fino al 13,93%) e le lunghezze (fino ad oltre un chilometro e mezzo) delle vie di fuga, inoltre, in piena montagna appenninica, se potevano avere un senso come discenderie di cantiere, appaiono assai meno compatibili con una appropriata definizione di ‘uscite di sicurezza’. Si comprende come, in simili condizioni, anche scenari di guasto, incendio, deragliamento o attentato non paiono da considerarsi di rilievo trascurabile”. E aggiunge, citandoli: “Del resto gli atti dello stesso Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Firenze, che insieme al Comando di Bologna non è stato coinvolto nella progettazione di quei 60 km sotto l’Appennino tosco-emiliano benché lo richiedesse una legge dello Stato, la L. 191 del 1974, attestano in un Parere emesso il 23.7.’98 a proposito della configurazione dell’opera allora in costruzione che si nutrono seri dubbi sulla rapidità ed efficacia dei mezzi di soccorso”.



Un riferimento esplicito viene inoltre dedicato alle condizioni in cui si scava a Firenze per il sotto-attraversamento e la nuova Stazione AV. “Nei giorni in cui corre il sessantesimo anniversario dell’alluvione del 4 novembre 1966, altrettanto sconfortante appare immaginare le conseguenze che potrebbero derivare alla sicurezza e alla stessa vita dei passeggeri, alla popolazione e al territorio dalla mancata osservanza delle norme nella realizzazione di un complesso sotto-attraversamento urbano AV in una città del valore di Firenze, con la sua peculiarissima storica vulnerabilità idraulica. Destano viva preoccupazione le condizioni nelle quali si svolgono le operazioni di scavo per la stazione sotterranea AV ‘Foster’, e quelle nelle quali si scavano 12.666 metri di tunnel fra Campo di Marte e Castello in clamorosa assenza nel progetto esecutivo - lo attesta ancora una volta il Comando provinciale dei Vigili del Fuoco - del Piano di emergenza prescritto dal DM 28/10/2005 “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie”. A ciò si aggiunga l’aggravante che lo scatolare di 450 x 50 x 25 metri di profondità chiamato a ospitare la nuova Stazione è da anni in costruzione in un’area classificata a pericolosità idraulica ‘alta’, attigua al subalveo di un torrente affluente dell’Arno (il Mugnone) esondato nel 1992 e più volte risultato palesemente minaccioso negli anni più recenti, e che il relativo progetto è stato approvato senza l’adozione del necessario procedimento di pubblicità e di Valutazione di Impatto Ambientale (attivato sì, ma anni prima, e per un’ipotesi di stazione decaduta e ubicata altrove, in un’area a pericolosità idraulica ‘bassa’!)”.



“Le anomalie qui appena tratteggiate (ma numerose altre siamo in grado di documentare, con copiosi atti di fonte istituzionale) paiono abbastanza gravi”, osserva dunque nell’istanza di audizione l’Associazione, “da meritare a nostro avviso la più scrupolosa e responsabile attenzione da parte del Parlamento allorché viene chiamato a valutare in quale direzione e misura impiegare le (scarse) risorse disponibili. Sembra opportuno destinarle infatti in primissimo luogo, nel comparto del trasporto pubblico, all’adeguamento urgente delle infrastrutture esistenti, a maggior ragione quando il loro esercizio risulti incompatibile con i criteri di sicurezza fissati dalle norme. Confidiamo in questo senso che la prevenzione dei disastri che possono derivare da inconsulte leggerezze progettuali e/o esecutive sia unanimemente considerata un obiettivo prioritario da perseguire, anche sotto il profilo della convenienza economica”.
Confidando nell’accoglimento della richiesta di ascolto, che permetta anche a chi per statuto non si avvale di apparentamenti con formazioni politiche, in quanto espressione indipendente della società civile, di meglio descrivere circostanziare e documentare le numerose gravi criticità da cui risultano purtroppo affetti gli interventi infrastrutturali menzionati, l’associazione conclude: “Sotto questo aspetto, avendo ben presenti le esigenze di equilibrio del bilancio nazionale oggetto della Vostra analisi, proponiamo che il Parlamento deliberi di investire sull’esistente in sicurezza e prevenzione, di risparmiare vite e risorse, di sciogliere il bilancio da ipoteche di lungo periodo e debiti onerosi a carico delle nuove generazioni, in particolare quando le scelte suscitano - come da decenni le cronache attestano - perplessità o resistenze nelle comunità a vario titolo coinvolte (pensiamo, ad esempio, al discusso sotto attraversamento alpino per il collegamento ferroviario Alta velocità Lione-Torino, o al contestato Ponte sullo Stretto di Messina)”.

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