UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 5 novembre 2026

ELEZIONI USA E INTERNAZIONALE PER LA PACE
di Franco Astengo


 
Vance: “Perso per colpa della guerra”. Questa frase pronunciata dal vice-presidente americano alla notizia del disastroso (per Trump e per il GOP) esito elettorale del martedì di mid-term si era persa nella ridda di dichiarazioni e commenti seguiti “a caldo” all’annuncio dei dati. Nelle ore successive questa presa di posizione è stata valutata ed ormai emerge come il punto di apertura di un confronto all’interno dell’area della destra statunitense (e mondiale) assieme alla presa di distanza da Trump da parte dei corifei dell’ideologia MAGA. Il punto sollevato da Vance però riguarda direttamente anche i settori democratici e progressisti ben oltre gli USA (dove la convivenza tra radicali e moderati ha funzionato in base alla comune collocazione di opposizione: la costruzione di una identità di governo sarà ben altra cosa. Ed anche questo aspetto riguarda l’Europa attesa, fin dal 29 novembre in Spagna, a prove elettorali di grandissimo rilievo).

La questione sospesa tra “pace e guerra” si rivela, come sempre nella storia, quella dirimente tra progresso e arretramento: questo è il primo caposaldo che è necessario stabilire come riferimento teorico.
L’altro riferimento è quello dell’internazionalismo: così è tornato a definirlo (forse con una terminologia “d’antan”, superando quello di sovranazionalità). Andrea Ruggeri nel suo più recente lavoro pubblicato qualche settimana fa da Donzelli e titolato “Nazionalismo e Internazionalismo, ragioni e significati di una scelta politica”.
Tornando al voto USA ci sarebbe da riflettere su di un punto: non è detto che il voto a valanga per i democratici in particolare in Stati tradizionalmente ostici come il Texas sia stato un voto direttamente progressista (e lo dimostra la freddezza dell’area MAGA). A Trump può essere imputata, da parte di questi settori politici e culturali, la scelta della guerra come abbandono della linea Make America Great Again e quindi di una visione “sovranista” del ritorno alla pace. Un particolare, questo, cui prestare attenzione.
Lasciando perdere i facili entusiasmi allora il tema della pace può diventare il punto d’appoggio per una ripresa progressista, al di là e al di qua dell’Oceano se si riesca a portare l’impegno per la pace come scrive Ruggeri nel suo saggio: “ una necessità internazionalista non una nostalgia, ma una scelta su quale internazionalismo costruire” e aggiunge “ Una possibilità internazionalista esiste ancora ma non si realizzerà da sola: richiede persone disposte a scegliere quale leva azionare e , prima di tutto, la volontà di riconoscere che i binari sui quali ci muoviamo non sono gli unici binari possibili.
Scegliere il binario della pace rappresenta il messaggio più importante che l’esito elettorale USA invia ai progressisti e democratici in Europa e oltre l’Europa.

PER SANTUCCI
di Angelo Gaccione


Luigi Santucci

“Qui visse lo scrittore Luigi Santucci (segue data illeggibile) che ha celebrato Milano nei suoi libri. Grata la città natale dedica (altra data illeggibile)”. Questa iscrizione è stata incisa sulla targa murata in via Donizetti n. 31 nel 2005 dove lo scrittore visse fino alla morte avvenuta nel 1999. Ogni volta che vengo a vedere questa targa provo due sentimenti contrastanti: un moto di orgoglio e una profonda tristezza. Orgoglio perché ricorda un poeta e uno scrittore di valore che merita una dedica tanto delicata. Detto per inciso, confesso che non mi dispiacerebbe una dedica come questa se qualcuno alla mia morte si ricordasse che anch’io, nel mio piccolo, ho celebrato e “difeso” Milano (e non solo), facendomi anche diversi nemici. Poi però, subito dopo, subentra la tristezza. Che senso ha, mi chiedo, mettere queste targhe con celebrazioni pubbliche alla presenza di autorità, stampa, cittadini e poi col trascorrere del tempo disinteressarsene? Alcune cifre sono già abbondantemente compromesse e sbiadite e alcune lettere risultano illeggibili. 


La targa sbiadita

Ho ricordato più volte che la targa commemorativa di Tommaso Grossi in via Monte Napoleone è diventata da tempo una pietra bianca e vuota. Una pietra inutile che non segnala più nulla a nessuno. Possibile che presso l’Assessorato alla Cultura non ci si possa dotare di un ufficio che vigili anche sullo stato delle targhe civiche che sono anch’esse beni culturali e provvedere regolarmente alla loro salvaguardia e alla loro conservazione? Se in quelli che una volta erano i Consigli di Zona e ora sono diventati i Municipi si istituisse un patto con i cittadini istituzionalizzando un comitato ad hoc zona per zona, sono sicuro che questo decentramento, questo impegno dal basso, darebbe buoni frutti e stimolerebbe l’orgoglio civico. Si avrebbe una mappatura aggiornata e costante e un positivo e proficuo rapporto fra comitati e assessorato. Di soldi pubblici ne vengono spesi tanti, a volte anche per cose discutibili, questi sarebbero spesi bene.


La targa com'era prima


Non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Santucci; anni più tardi a parlarmene era stato don Luigi Pozzoli parroco di Santa Maria al Paradiso e collaboratore di “Odissea” fino alla morte. Tra le mie carte ci devono essere delle fotocopie di scritti di Santucci che don Luigi mi aveva consegnato. Qualcuno di questi scritti lo abbiamo pubblicato nella edizione allora cartacea di “Odissea”; se non ricordo male anche una lettera a don Luigi e una poesia spiritosa a lui dedicata. Ho letto le poesie di Santucci qualche estate fa e gli ho reso omaggio nel mio libretto: Poeti. Ventinove cavalieri e una dama. Dei trenta maestri del Novecento scomparsi di cui uso un verso iniziale per costruire i miei, Santucci è il secondo dopo Caproni che apre la raccolta. Un risultato che la critica e i lettori hanno molto apprezzato. Voglio ricordare che Santucci è stato anche partigiano e ha collaborato, assieme ad altri intellettuali cattolici, con il giornale clandestino antifascista “l’Uomo”, fondato da padre David Maria Turoldo. Questo me lo rende ancora più vicino e meritorio della mia stima.



Intervenendo alla presentazione del mio libro La mia Milano, al Circolo Filologico Milanese, il giornalista del Corriere della Sera Giangiacomo Schiavi disse che bisognava lanciare un appello per farmi dichiarare a tutti gli effetti “difensore civico della città”. Credo di svolgere questo ruolo da sempre non solo per Milano, ma per Milano in modo particolare e continuo. Non so se lui abbia poi lanciato l’idea sul suo giornale, ma io non ne ho avuto notizia. Quel che conta è non derogare dalla propria missione intellettuale, e dalla propria coerenza, il resto non conta.

LETTERA A UN MINISTRO DELLO STATO
di Hermann Hesse
 
Hermann Hesse

Questa è la lettera che Hermann Hesse scrisse nel 1917 a un Ministro dello Stato tedesco. Sono parole di un’attualità e di una verità drammatiche e ancora vive. Concedetevi il lusso di leggerla: queste parole sono nutrimento per l’anima umana che sta soffrendo. [Patrizia Gioia]
 


Il testo è compreso negli scritti politici di Hesse, in italiano nel libro Non uccidere.


Agosto 1917. Questa sera, dopo un’intensa giornata di lavoro, ho pregato mia moglie di eseguire per me una sonata di Beethoven. E le voci di quella musica, voci angeliche, mi hanno distolto dalle preoccupazioni e dalle cure, riportandomi nel mondo vero, il mondo dell’unica realtà che possediamo, da cui ci provengono gioie e dolori, nel quale e per il quale viviamo. Ho poi letto qualche riga nel libro in cui si trova il sermone della montagna, e che contiene l’alto, antichissimo, fondamentale comandamento: «Non uccidere!». Ma non ho trovato pace, non riuscivo né a dormire né a leggere ancora. Ero pieno di inquietudine e di angoscia e, mentre riflettevo cercandone la causa, all’improvviso mi sono ricordato, signor ministro, di certe frasi di un suo discorso che ho letto in questi giorni. Il suo discorso era ben congegnato, anche se non particolarmente nuovo, rilevante o stimolante. Lei ha detto, in sostanza, quello che si afferma, da un pezzo in qua, in tutti i discorsi di tutti gli uomini di Stato; e cioè che così, in via generale, non si desidera nulla più ardentemente della pace, di una nuova armonia e di un fruttuoso operare per il futuro dei popoli, che non ci si vuole arricchire né si vuole soddisfare una brama di sangue, e che d’altro canto «l’ora delle trattative» non è ancora suonata, sicché per il momento non resta che continuare a battersi da valorosi. Suppergiù, e questo il discorso che ogni ministro di ogni nazione in guerra potrebbe pronunciare, e forse pronuncerà domani o dopodomani. Il fatto che questo discorso oggi non mi lasci dormire, sebbene ne abbia già letto abbastanza spesso di assai simili, tutti con la stessa mesta conclusione, senza che ciò mi abbia poi impedito di dormire della grossa, lo si deve, adesso lo so con certezza, alla sonata di Beethoven: a essa e a quell’antico libro nel quale, dopo averla ascoltata, ho letto qualche riga, libro in cui si trovano i meravigliosi comandamenti del Sinai e le sublimi parole del Salvatore. La musica di Beethoven e le parole della Bibbia per me dicevano esattamente la stessa cosa, era acqua di un’unica fonte, quell’unica fonte da cui sgorga il bene agli uomini. Ed ecco che all’improvviso mi sono reso conto che il suo discorso, signor ministro, al pari dei discorsi degli uomini di Stato suoi colleghi in Germania e altrove, non sgorgava da quella fonte, e che in esso manca proprio quanto può rendere importanti e degne le parole degli uomini. A esso fa difetto l’amore, fa difetto l’umanità.



Il suo discorso testimonia un profondo sentimento di preoccupazione e responsabilità per il suo popolo, per l’onore della sua nazione. Ma in esso non trova espressione alcun sentimento per l’umanità. Insomma, esso significa alcune decine di migliaia di nuove vittime umane. Lei forse definirà sentimentalismo il mio richiamarmi a Beethoven. Le parole di Gesù e della Bibbia, almeno pubblicamente, lei invece le considererà con un certo rispetto. Ma se lei crede anche solo a uno degli ideali in nome dei quali fa la guerra, si tratti della libertà delle nazioni o dei mari, del progresso politico o dei diritti dei piccoli popoli, se lei, dicevo, in cuor suo crede anche in uno solo di questi ideali, in uno di questi concetti non egoistici, rileggendo il suo discorso non potrà non riconoscere che esso non è stato al servizio dell’ideale in questione, che anzi non serve nessunissimo ideale. II suo discorso non è espressione e risultato di una fede, di un sentimento, di un’umana necessità ma, purtroppo, è solo espressione e risultato di uno stato di confusione perfettamente comprensibile, perché nulla può essere, oggi, più difficile che ammettere una certa delusione per i risultati del conflitto e cercare la via più diretta che porti alla pace. D’altro canto, uno stato di confusione, si tratti pure di quello di dieci governi, non è cosa che possa durare a lungo. Sulle perplessità l’hanno vinta le necessità, e prima o poi per lei e i suoi colleghi in campo avverso diverrà necessario e ineluttabile confessare lo stato di confusione e mettervi fine mediante appropriate risoluzioni. Perché dei risultati della guerra oggi, e anzi già da un pezzo, tutti i belligeranti sono delusi. Chiunque abbia riportato qua o là una vittoria, indipendentemente dal numero di prigionieri che si sono fatti o sono caduti in mano al nemico, dai territori che si sono occupati o ai quali si è dovuto rinunciare, il risultato non è stato quello che ci si attende da una guerra. Non si è avuta nessuna soluzione, nessun chiarimento, nessuna decisione; e ancora non se ne vedono. Per nascondere provvisoriamente, a lei stesso e al suo popolo, questa situazione di grave imbarazzo, per procrastinare almeno momentaneamente cospicue e importanti decisioni (che costano sempre sacrifici), lei ha pronunciato il suo discorso, e per lo stesso motivo pronunciano i loro gli altri uomini di Stato. Perfettamente comprensibile. È più facile per un rivoluzionario o anche per uno scrittore riconoscere, in una situazione internazionale, il risvolto umano e trarne le debite conseguenze di quanto non lo sia per uno statista responsabile. È più facile per noi, che non dobbiamo sentirci personalmente responsabili della spaventosa depressione in cui precipita un popolo quando s’avveda di non aver raggiunto i propri obiettivi bellici, e che centinaia di migliaia di esseri umani e «valori» per miliardi sono stati forse sacrificati invano.



Ma non è solo per questo che a lei risulta più difficile riconoscere il disorientamento e promuovere, mediante le decisioni del caso, la fine del conflitto: no, per lei è più difficile anche perché ascolta troppo poca musica, legge troppo poco la Bibbia e i grandi poeti. Quest’affermazione la farà sorridere; e magari dirà che lei nella sua vita privata con Beethoven e tutto quanto c’è di bello e di nobile ha rapporti intimissimi, ed effettivamente è così. Pure desidererei con tutto il cuore che in questi giorni le capitasse per caso di ascoltare una nobile musica e all’improvviso di tornare a udire le voci che provengono da quella sacra fonte! E desidererei con tutto il cuore che in questi giorni, in un momento di tranquillità, leggesse una parabola di Gesù, un verso di Goethe, un detto di Lao Tze. Il momento in cui lo facesse, potrebbe essere di importanza incommensurabile per il mondo. Potrebbe darsi che lei trovasse la liberazione interiore. Potrebbe darsi che all’improvviso i suoi occhi e le sue orecchie si aprissero. I suoi occhi e le sue orecchie, signor ministro, da anni sono rivolti a obiettivi teorici, non però alla realtà; da lungo tempo - e del resto era necessario che fosse così - sono abituati a non percepire, ma anzi a trascurare, a negare a sé stessi molti aspetti della realtà. Capisce quel che voglio dire? Certo che lo capisce! Sì, la voce di un grande poeta, la voce della Bibbia, l’eterna, chiara voce dell’umanità che l’arte fa risuonare alle nostre orecchie potrebbe forse renderla, per un momento almeno, davvero vedente e udente. Ah, e che cosa non vedrebbe e non udrebbe! Non più dati sulla carenza di mano d’opera e sul prezzo del carbone, non più questioni di tonnellaggi e alleanze, di prestiti, chiamate alle armi e tutte quelle cose che a lungo per lei sono state le uniche realtà. Al loro posto, lei vedrebbe il pianeta, il nostro antico, paziente pianeta, e lo scorgerebbe ricoperto di cadaveri di moribondi, sconvolto e distrutto, bruciato e violentato. Vedrebbe soldati che giacciono per giorni nella terra di nessuno, incapaci di allontanare, con le mani maciullate, le mosche dalle piaghe di cui muoiono. Udrebbe le voci dei feriti, le grida degli impazziti, i lamenti e le proteste delle madri e dei padri, dei fratelli e delle sorelle, sentirebbe il popolo gridare per la fame. E se tornasse a udire ciò che per mesi e anni si è rifiutato di udire, forse considererebbe sotto un’altra luce i suoi obiettivi bellici, i suoi ideali e le sue teorie, li verificherebbe, tenterebbe di pesarne l’effettivo valore mettendo sull’altro piatto della bilancia la miseria di un unico mese, di un solo giorno di guerra.
 

Ah, se in qualche modo si potesse averla, quest’ora di musica, questo ritorno alla vera realtà! Io so che lei udrebbe la voce dell’umanità, io so che lei si chiuderebbe a piangere. E il giorno successivo andrebbe a compiere il suo dovere nei confronti dell’umanità. Getterebbe via un paio di milioni o di miliardi, non le peserebbe quella cosa da nulla che è una piccola rinuncia al prestigio, farebbe a meno di mille cose (tutte quelle cose, le uniche, per le quali lei in realtà ancora combatte), e se necessario anche della sua poltrona di ministro, e farebbe ciò che l’umanità, in preda a un’indicibile ansia e tormento, da lei spera e implora; lei per primo tra gli uomini di Stato maledirebbe questa sciagurata guerra, lei per primo tra i responsabili darebbe espressione a quel che tutti segretamente già sentono, e cioè che un mezzo anno, un solo mese di guerra, costa più di quanto non valga tutto quanto può portare. E allora noi non dimenticheremmo più il suo nome, signor ministro, e la sua azione sarebbe di maggior valore, per l’umanità, di tutti gli atti di coloro che mai abbiano condotto e vinto una guerra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A GOGOL’OSTELLO DI MILANO
Il Canto anarchico con Franco Schirone





A SESTO SAN GIOVANNI
Conferenza sui palestinesi





mercoledì 4 novembre 2026

4 NOVEMBRE: NON SI OSI PARLARE DI VITTORIA
di Franco Astengo


 
È molto probabile, anzi quasi certo, che la stupidità di questo governo nazionalista d’accatto e il suo contorno di corifei (dalle televisioni ai giornali) oseranno celebrare il 4 novembre come il “Giorno della Vittoria” e del supremo sacrificio per la Patria. Mentre lorsignori celebreranno quella che D’Annunzio poi appellò “vittoria mutilata” e che deve essere prima di tutto ricordata come porta aperta sulla tragedia del fascismo, noi rammentiamo qui la memoria di quante e quanti si opposero a un massacro durato quattro anni.
L’Italia entrò in guerra attraverso un vero e proprio colpo di stato come paese aggressore un anno dopo lo scoppio del conflitto europeo.
L’Italia sofferse 650.000 morti e un milione di feriti e nel corso dei 3 anni e mezzo di conflitto. In quell’occasione si prepararono le condizioni per l’avvento del fascismo. Questa, ridotta in pillole, l’essenza storica dell’andamento e dell’esito della prima guerra mondiale per cui si può ritenere che non ci sia proprio nulla di trionfalistico da celebrare e che non ci sia nessuna grancassa nazionalista da suonare. Il nostro primo pensiero però va rivolto ai soldati al fronte vittime della decimazione imposta da un’assurda disciplina voluta in prima persona dal generale Cadorna e dagli alti comandi. Un'apposita commissione parlamentare di inchiesta su Caporetto istituita all'indomani della fine della guerra diede le cifre ufficiali delle condanne a morte: 1006 delle quali 729 eseguite. Queste cifre non comprendono le esecuzioni sommarie e l'applicazione della pena capitale in trincea a discrezione degli ufficiali responsabili in caso di emergenza, una stima di questi casi, che comprendono quelli di decimazione si attesta a 300 soldati fucilati. Da ricordare ancora come i soldati che si rifiutavano di uscire dalle trincee durante un assalto ad esempio potevano essere colpiti alle spalle dai plotoni di carabinieri e di queste esecuzioni non si ha menzione ufficiale.



Va rammentato ancora che per la prima volta nella storia che immense collettività furono coinvolte in una guerra totale, dove l’intera popolazione visse un’esperienza comune di sacrificio e di dolore per i familiari al fronte e per le nuove condizioni di esistenza imposte dalle esigenze belliche.
Ne furono sconvolte le comunità urbane come quelle rurali, la vita familiare e la vita individuale, i rapporti fra uomo e donna, le relazioni sociali, le abitudini civili. In tutti i paesi in guerra la popolazione civile fu sottoposta a un’inaudita esperienza di disciplina collettiva: il potere statale fece sentire la sua forza in una dimensione addirittura di onnipotenza, investito della decisione di vita e di morte per milioni di cittadini come mai era avvenuto in passato. Le manifestazioni di dissenso e di opposizione alla guerra furono perseguite come atti di disfattismo. Il movimento operaio si scisse, probabilmente in una dimensione irreparabile. Quanto abbia pesato l’adesione dei due grandi partiti, quello francese e quello tedesco nel terribile agosto 1914 sulla rottura storica del movimento operaio deve essere ancora oggi tema di riflessione. Probabilmente la nostra sconfitta, come movimento operaio, non nacque dal fatto che in Russia nel 1917 si sarebbe fatta una “Rivoluzione contro il Capitale” (quello di Marx beninteso, come scrisse subito Antonio Gramsci che poi la sostenne così come aveva riflettuto, ed anche oscillato, sul concetto di “neutralità attiva e operante” al momento dello scoppio della guerra) ma proprio dalla scelta di francesi e soprattutto tedeschi. La grande SPD cedette al nazionalismo, un punto da considerare ancora, certamente non obsoleto rispetto alla nostra riflessione di oggi.



Il Partito Socialista Italiano fu l’unico dei grandi partiti occidentali a non allinearsi alla logica nazionalistica e questo va pure ancora ricordato.
Durante la guerra continuarono le agitazioni popolari avverso le sempre più precarie condizioni di vita che la condizione bellica stava imponendo.
 In particolare nel 1917, in Italia, si svolsero scioperi intensi, lunghi e partecipati. La classe operaia tornò a lottare nella sua totalità, scoppiarono le rivolte a Torino, Livorno, Terni, Napoli, in Lombardia.
Il più importante fra questi atti di rivolta si verificò nell’agosto 1917 a Torino.
Fu quella passata alla storia come “La rivolta del pane”.
Una ribellione sfortunata, nel corso della quale il movimento operaio lasciò sulla strada decine di morti e alla quale dedichiamo questo spazio in memoria di quanti, donne e uomini, seppero lottare in quel momento difficile per affermare le ragioni della loro sopravvivenza, della convivenza civile e della pace. È passato oltre un secolo: serve ancora ricordare, riflettere, analizzare e soprattutto non piegarsi alla retorica nazionalista. Oggi più che mai è importante la nostra autonomia di pensiero e la nostra capacità di visione dei fatti della storia, al di fuori da ogni indulgenza e senza retorica. 

4 NOVEMBRE 2026: NON FESTA MA LUTTO



O
noriamo la memoria di coloro che furono vittime della perdita della ragione ieri come le vittime della perdita di ragione oggi. E onoriamo tutti coloro che cercarono e cercano di sottrarsi dalla follia bellica: gli obiettori di coscienza, i disertori, i renitenti alla leva di ieri e di oggi.
Il 4 novembre, celebrazione dell’unità nazionale e delle Forze Armate, deve diventare un giorno per riflettere sulle sofferenze e le immense perdite umane causate dalla Prima Guerra Mondiale, una “inutile strage”.
Il 4 novembre del 2026 noi vogliamo onorare tutti coloro che morirono a causa di quella guerra, che fece strage di milioni di persone, così simile alle stragi che si stanno consumando nelle guerre di oggi, note o dimenticate, nel mondo intero, in Africa, in Oriente, in Europa, nel Mediterraneo, in Ucraina e nel conflitto in Palestina. Nessun obiettivo militare da una o da un’altra parte giustifica più la continuazione della guerra, nulla di sensato può giustificare quanto sta accadendo in quelle terre. Oggi la priorità assoluta è il “Cessate il fuoco!” per salvare vite.
Le piazze d’Italia e d’Europa si stanno riempiendo di tanti giovani che manifestano perché il loro futuro non conosca la follia della guerra. Chiedono più soldi per la scuola, per il lavoro, per la sanità, per la giustizia sociale e di azzerare le spese per la preparazione della guerra, anche se mascherate da spese per la difesa: la vera difesa è quella che toglie le armi dalle mani di tutti.
Anche quest’anno in occasione del 4 novembre, festa delle Forze Armate, istituzioni e apparati militari si preparano ad esaltare la guerra e il militarismo secondo la narrazione della “vittoria” della Prima Guerra Mondiale, ma tacciono che la maggior parte delle vittime erano contadini ed analfabeti esclusi dal diritto di voto e obbligati a farsi ammazzare o a uccidere nemici che non conoscevano, da un governo che li considerava solo carne da cannone. La guerra non risolse i problemi dell'Italia, anzi ne creò di nuovi e favorì l’avvento del fascismo.
Attorno alla data del 4 novembre, ripristinata anche come Giornata dell’unità nazionale per intensificarne la portata, non c’è solo una distorta celebrazione storica ma anche il tentativo di una vera e propria propaganda bellica che si riversa nelle scuole. Una propaganda tanto più insopportabile nel periodo che stiamo attraversando, che vede guerre sanguinose, molte delle quali con un coinvolgimento diretto della produzione bellica italiana. Una propaganda che si intensifica anche per nascondere i conflitti interni fatti di impoverimento generale, repressione militarizzata nelle città imposta con decreti sicurezza, repressione del dissenso. Noi vogliamo trasformare la giornata del 4 novembre in un'importante occasione di riflessione e opposizione a tutti gli eserciti, contro tutte le politiche di riarmo, a sostegno degli obiettori di coscienza e dei disertori di tutte le guerre. “4 novembre, non festa ma lutto” è stato ed è il nostro slogan da opporre alla retorica patriottarda. Un filo di speranza collega la Prima Guerra Mondiale alle guerre che insanguinano il mondo odierno: sono tutti coloro che hanno rifiutato divisa e fucile, eserciti e armi, che già lavorano per la pace e la riconciliazione. Siamo in tanti anche se l’informazione militarizzata vorrebbe cancellare, oscurare, censurare. Il 4 novembre è un giorno di memoria per obiettare alla guerra.

Movimento Nonviolento
Centro di ricerca per la pace di Viterbo
Peacelink
 

CORTEO: GUERRA E PER LA PALESTINA




martedì 3 novembre 2026

I MODERATI TRASFORMISTI
di Vittorio Melandri



Fra garantisti e giustizialisti mi è facile da che parte stare, sono letteralmente innamorato della Costituzione e credo che basti rispettarne lettera e spirito, per essere garantista senza bisogno di sbandierare alcuna autocertificazione. Una categoria umana francamente mi spaventa più di altre, quella degli zelanti, e fra questi gli zelanti convertiti, trovo che siano i più pericolosi. Quando poi sono bravi e famosi giornalisti la loro pericolosità aumenta in modo esponenziale, e da loro ci salva il fatto che facilmente cadono nel ridicolo. Cito ad esempio il caso di Antonio Polito, che per fortificare il proprio argomentare, commentando nei giorni scorsi sul “Corriere della Sera” il caso Youssef Siher, ha speso la locuzione: “non so da quali carceri islamiche, o russe, o turche, un oppositore sarebbe stato liberato con tanta velocità”, che è come dire che il sole illumina il giorno e non la notte. 


Antnio Polito


E. Galli Della Loggia

Poi domenica 1° novembre sempre sul “Corriere della Sera”, a firma di Ernesto Galli Della Loggia, si è letto: “Quando le nuove generazioni scendono in piazza è una buona notizia per la democrazia ha detto nei giorni scorsi Elly Schlein. Dipende, mi permetto di osservare. È dagli anni Venti del secolo scorso infatti - ma si potrebbe risalire più indietro, all'età delle rivoluzioni europee tra il 1789 e il 1848 - che l’avanguardia della gioventù di questo continente ripudia i suoi padri e il loro passato, non vuole più condividerlo, e va alla ricerca di qualcosa con cui sostituirlo. Ma perlopiù lo ha fatto, lo fa, nel modo distruttivo con cui avvengono solitamente queste ricerche”. E sin qui siamo nel solco delle opinioni, condivisibili o meno, ma poi la frase di Galli Della Loggia che segue, a sostegno di quanto sopra, è la seguente “La Prima guerra mondiale vide la gioventù europea gettarsi tripudiante nella sua fornace”.
Ed è una frase, scritta da un sedicente storico, che trovo ripugnante.
È l’ulteriore dimostrazione, ce ne fosse mai bisogno, che la peggiore disgrazia che condiziona il nostro paese, è la determinante e strategica presenza dei cosiddetti “moderati”, che insieme ai “convertiti e zelanti”, formano la specie italica più trasformista di un camaleonte, ovvero più perniciosa per le sorti del Belpaese.

LA VOCE DEI LETTORI



Illustre Professor Gaccione,
Le scrivo in veste di osservatore esterno ed attento lettore per esprimerLe la mia profonda adesione e condivisione concettuale rispetto alle analisi contenute nel Suo articolo “Contro guerra e miseria” e nel contributo di Giuseppe Natale (“La risposta di Milano”), nati a margine dello sciopero generale del 30 ottobre. Pur non avendo preso parte attiva alla manifestazione né rivestendo alcun ruolo all’interno delle organizzazioni o dei comitati promotori, trovo fondamentale sottolineare l’importanza del messaggio che avete restituito alla città. Il Suo racconto di quella “fiumana inarrestabile” di oltre centomila persone - con la convergenza dei cortei di Piazza Duca d’Aosta e Via Leonardo da Vinci in Piazzale Loreto - coglie perfettamente l’essenza di una giornata straordinaria. Ha saputo descrivere con efficacia l’energia pulita e pacifica di mamme, studenti, lavoratori e anziani, uniti non solo nel dire no al riarmo e alla guerra, ma nel pretendere priorità sociali non più rinviabili: il sostegno alla sanità e all’istruzione pubblica, un piano casa a prezzi calmierati, la difesa del potere d'acquisto di salari e pensioni e la tutela dell’ambiente. 



Altrettanto incisivo è il richiamo istituzionale espresso da Giuseppe Natale. La scelta di stornare risorse dai servizi essenziali e dalla vita quotidiana delle persone per alimentare l’economia di guerra rappresenta una ferita aperta ai principi fondanti della nostra Carta Costituzionale, in particolare agli articoli 3, 9, 11 e 21. Il rischio maggiore di fronte a manifestazioni di tale portata è che le istituzioni rispondano con la solita tattica del silenzio, attendendo che l’attenzione decanti e che la routine riassorba la spinta del Paese reale. Anche da una posizione puramente individuale e di riflessione esterna, ritengo preziose testimonianze come la Sua e quella dell’ANPI Crescenzago. È fondamentale che scritti come i vostri continuino a far discutere e a tenere viva la consapevolezza civica, affinché la voce potente di Milano non sia derubricata a semplice cartolina autunnale, ma continui a stimolare una richiesta quotidiana di pace, diritti e dignità.
Con profonda stima e cordiali saluti,
Rosario Undiemi                                                         
 

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