UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 12 aprile 2024

INTORNO A TREBLINKA 
di Gabriele Scaramuzza

 
Vasilij Grossman
 
Vasilij Grossman non ha bisogno di presentazioni, la sua fama è vasta, e più che giustificata. È noto anche che come corrispondente di guerra per “Stella Rossa” è stato presente fin quasi alla fine alla battaglia di Stalingrado, e ha seguito poi l’Armata Rossa fino a Berlino. Ha risentito non poco del suo essere ebreo non solo per la madre trucidata dai nazisti al loro primo ingresso a Berdičev, in Ucraina, con tanti altri parenti e conoscenti; ma anche per il vero e proprio ostracismo che ha subito sotto Stalin e oltre, e che colpì tanti suoi scritti, tra cui Vita e destino e Il libro nero, da lui curato con Il’ja Erenburg.
Ucraina senza ebrei testimonia l’agghiacciate stupore con cui Grossman constata verso la fine del 1943 l’eccidio degli ebrei in Ucraina: “Qui hanno ucciso un popolo, hanno ucciso le case, le famiglie, i libri e una fede, hanno ucciso l’albero della vita […]. Hanno ucciso la morale di un popolo, i suoi usi quotidiani, le barzellette tramandate dai vecchi ai figli, hanno ucciso i ricordi, le canzoni tristi, la poesia di una vita allegra e amara insieme, hanno devastato case, famiglie e cimiteri”.
Come ha potuto succedere? Che cosa rende il genocidio degli ebrei “diverso dagli altri eccidi che i tedeschi hanno compiuto ai danni di centinaia di migliaia di persone nell’Europa occupata? Una differenza c’è. Francesi, danesi, serbi, ucraini, russi e cechi, i fascisti li giustiziano se violano norme e leggi fasciste […] Gli ebrei, invece, li uccidono solo perché sono ebrei. Per loro non c’è ebreo che abbia il diritto di vivere. Essere ebreo è il crimine sommo, ed è un crimine che si punisce con la morte”. Questo anche perché “gli ebrei non hanno leggi che li proteggano, né eserciti che li difendano e sono quindi un bersaglio formidabile per l’ira dei deboli e dei vinti”. Non hanno uno stato o, meglio, non l’avevano quando Grossman scriveva, nel 1943, Ucraina senza ebrei. Fa riflettere tuttavia che, da quando esiste Israele, esistono nazioni e società che si sono assegnate come compito di distruggerlo. La sua esistenza ancora oggi viene contrastata, è tuttora precaria, data per incerta e controvertibile, per illegittima soprattutto.      
Eppure i tedeschi, sottolinea Grossman, “non sono una nazione di assassini e criminali”. Criminale se mai è il sentirsi una nazione eccezionale, al di sopra di tutte le altre – per chi si sente tale, e sono ben lungi dall’esserlo tutti per fortuna. Inaccettabile è l’arroganza, il senso di superiorità, il disprezzo verso gli altri, il nazionalismo. Cose che furono purtroppo tipiche anche di certo Wagner: un uomo di una volontà così ferrea e indomabile che ci si chiede da cosa venga il suo conclamato amore per la schopenhaueriana noluntas, e per il buddismo. La sua vita, il suon accanito dogmatismo dicono tutt’altro. 

 
 
Superata l’Ucraina, l’Armata Rossa, muovendosi verso la Germania, attraversa la Polonia, e lì incontra Treblinka, cui Grossman dedica L’inferno di Treblinka (Adelphi, 2010), che fu portato a testimonianza al processo di Norimberga. A Treblinka fu comandante per qualche mese tra il ‘42 e il ‘43, dopo esserlo stato a Sobibor (in seguito passò anche per la Risiera di San Sabba, sempre agli ordini di Hitler), Franz Stangl – intervistato poi da Gitta Sereny nel terribilmente toccante In quelle tenebre.
Per contrasto, e per far meglio risaltare quanto resta agghiacciante di quel campo di sterminio, Grossman scrive La Madonna di Treblinka (ed è noto quanto dalla Madonna Sistina, qui rimessa in gioco, abbia attratto la cultura russa, Dostoevskij in particolare): “La madre allatta il figlio, mentre la folla erige muri, stende il filo spinato, costruisce baracche… E all’interno di silenziosi palazzi si progettano camere a gas, forni crematori…. È venuto il tempo dei lupi, gli uomini vivono la vita delle bestie feroci. In questo tempo la giovane madre partorì e allevò il bambino”.  
Il tema dell’umano è onnipresente nelle opere di Grossman, ma in nessun luogo assume tanto autonomo risalto quanto nel racconto La Madonna Sistina. È un simbolo terreno questa Madonna; paradossalmente scrive Grossman: “Ho l’impressione che questa Madonna sia l’espressione più atea della vita, dell’umano senza la presenza del divino”. Rinvia a un mondo da cui Dio è scomparso, come a Treblinka; come ai “terribili anni di carestia, ai figli dei bottegai e degli artigiani ebrei durante il pogrom di Kisinëv, ai bambini dei minatori quando l’urlo della sirena annunciava al villaggio impazzito un’esplosione in miniera”, come alla “triste fatica delle operaie in fabbrica”. Molto cambia nella storia, ma “un solo fatto resta immutabile: si tratta sempre di un destino triste…”. Nei loro sguardi la Madre e il Figlio recano impresso l’orrore e la distruzione, li conoscono, eppure non se ne lasciano sommergere: “la forza della vita, la forza dell’umanità è enorme, e neppure la violenza più feroce e sistematica è in grado di sottometterla, può soltanto ucciderla. Ecco la ragione della serenità che appare sui volti della madre e del figlio: sono invincibili. Anche nelle epoche più terribili la distruzione della vita non significa la sua sconfitta”.  
[A proposito della versione italiana di La Madonna a Treblinka, stupisce che nel secondo risvolto di copertina si sostenga che proprio a Treblinka Grossman avrebbe scoperto che la madre era stata trucidata dai nazisti, e che si citi Vita e destino solo nella edizione di Jaca Book, senza neppure accennare a quella di Adelphi].
Dopo che ho scritto, nel mio Smarrimento e scrittura, il capitolo “Vasilij Grossman: terrore e utopia”, non poco altro è uscito su questo grande scrittore; tra cui segnalerei, di Giovanni Maddalena, Il pensiero di Vasilij Grossman, edito a Torino nel 2023 da Rosenberg & Sellier. Un testo assai significativo; anche se non l’ho ancora potuto rileggere con la distensione che merita.
 
 
 
Vasilij Grossman
Ucraina senza ebrei,
a cura di Claudia Zonghetti
Adelphi, Milano 2023, pp. 80, € 5.
 
Vasilij Grossman
La Madonna di Treblinka
trad. di M. A. Curletto
prefazione di Marzio Pieri
con un saggio di Maurizio Cecchetti
Medusa, Milano 2023, pp. 71, € 11.

COMUNICATO ANPI CRESCENZAGO
Assemblea del 7 Aprile 2024  
 

Si è svolta nella sede di Piazza Costantino l’assemblea pubblica indetta da ANPI Crescenzago per discutere e proporre azioni su:
- Quale strada maestra per l’ANPI Milano
- Verso il 25 Aprile: pace, ripudio della guerra, disarmo
Hanno partecipato iscritti-e ANPI Crescenzago e ANPI Vigentina, rappresentanti dell’Associazione Berlinguer Milano e di gruppi e comitati di cittadinanza attiva nell’ottica di creare reti di militanza antifascista e pacifista di base. Si è convenuto che la strada maestra che ANPI Milano deve intraprendere è quella dell’ampliamento degli spazi democratici che favoriscano l’autonomia e il ruolo autorevole di soggetto etico-politico e la partecipazione attiva delle sezioni e degli iscritti alla vita dell’associazione.
Le ultime vicende non garantiscono tale percorso democratico.
ANPI Milano deve rientrare nella legalità statutaria: non è ammissibile che, a distanza di oltre due anni, non siano stati pubblicati gli Atti dell’ultimo congresso, che raccolgono indicazioni teoriche e pratiche e aggiornamenti organizzativi sull’intero arco delle questioni internazionali, nazionali e locali che hanno al centro l’attuazione della Costituzione : dal ripudio della guerra al sostegno dei diritti umani e della libertà dei popoli oppressi, alla giustizia sociale e a quella ambientale, ai diritti civili e politici che vengono attaccati e limitati in modo assai preoccupante.
Infatti “l’ANPI non è la custode di un’antica reliquia, ma un soggetto che fa tesoro della memoria per intervenire nel presente e per disegnare il futuro” (cfr. Documento Congressuale Nazionale).
Tra gli ordini del giorno accolti negli Atti del Congresso metropolitano milanese, più volte richiamati anche nelle riunioni del Comitato e dell’Assemblea dei presidenti delle sezioni, ci si limita a ricordare quelli più urgenti e concreti: - valorizzazione, rafforzamento e radicamento nel territorio delle sezioni: il problema delle sedi e delle strutture autonome delle sezioni è assolutamente prioritario e generale; si tratta della condizione materiale per l’esistenza e lo sviluppo di un’ANPI autonoma libera e indipendente - sostegno alla lotta di ANPI e Casa Crescenzago nella difesa della loro sede e nella salvaguardia dei beni storico-artistici ed ambientali.  
L’assemblea ha convenuto di riprendere la battaglia per un vero Museo della Resistenza, come rete diffusa nei luoghi più significativi della lotta partigiana, che veda la partecipazione diretta dell’ANPI e di altre associazioni della memoria, di altri centri studi e ricerca.  La localizzazione della sede centrale del Museo nell’area Baiamonti è assolutamente inappropriata e costituisce il lasciapassare per l’ennesima cementificazione che sottrae ulteriore verde al quartiere già gravemente danneggiato da una grande barriera di cemento e vetro delle piramidi Microsoft e Feltrinelli. La Resistenza non può e non deve essere usata come strumento di speculazione edilizia. L’ANPI riprenda la precedente battaglia fatta per opporsi alla prima localizzazione del museo alla Casa della Memoria e si faccia valere con le sue motivazioni e proposte progettuali valide, allora come ora, anzi ancor più oggi.
Con l’angoscia e la paura di stare sull’orlo del baratro della terza guerra mondiale e con la consapevolezza della grande importanza del 25 Aprile, Festa della Liberazione dal nazifascismo, che a Milano “Città medaglia d’oro” si celebra nei quartieri nell’arco dell’intera giornata.
Siamo pronti al massimo impegno perché il corteo e la manifestazione nazionale vedano il coinvolgimento il più ampio e unitario possibile ed esprimano messaggi chiari ed inequivocabili: - fermare il genocidio in corso nella striscia di Gaza, applicare le disposizioni della Corte Internazionale di Giustizia, liberare gli ostaggi e i prigionieri, riconoscere lo stato palestinese e decolonizzare i territori occupati da Israele - cessare il fuoco in Palestina e in Ucraina e in tutte le zone di guerra - risolvere le controversie con strumenti diplomatici e pacifici - ripristinare il diritto internazionale e la sua efficacia pratica e garantire i diritti umani ed eguali diritti per tutti i popoli oppressi - sostenere i movimenti per la pace, i gruppi e le persone che si oppongono alla guerra e ai razzismi e fascismi, obiettano e disertano e solidarizzano con le vittime civili - avviare un processo di disarmo mondiale e di riconversione delle industrie delle armi .
Il nostro contributo di proposta e di impegno lo vorremmo portare in una Assemblea aperta e pubblica dei presidenti di sezione e del Comitato di ANPI Milano, che chiediamo di convocare con urgenza per definire bene e in modo partecipato il manifesto e l’organizzazione della grande giornata del 25 Aprile 2024 che vogliamo vivere nel segno dell’art. 11 della Costituzione repubblicana e antifascista: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
 

 

CON MONI OVADIA PER LA PACE




ALL’ANTEO PER ASSANGE




giovedì 11 aprile 2024

MORIRE DI LAVORO



Non si può stare zitti.
 
È necessario unire tutte le possibili voci che contrastino questa deriva di sfruttamento che porta il lavoro ad essere strumento di morte. È stato giustamente scritto che la tragedia della centrale di Suviana richiama direttamente quella della ferrovia di Brandizzo, avvenuta qualche mese fa e già dimenticata. Non si tratta soltanto di legislazione, di limitazione del fenomeno degli appalti (fattori pur importantissimi) ma di concezione del lavoro, del suo sfruttamento, del non considerare il fattore umano anzi, il valutarlo quasi come una variabile indipendente (un “effetto collaterale”) ai fini dell’accumulazione del profitto. Non possiamo dimostrarci indifferenti e derubricare tutto questo come “incidente”: serve subito uno scatto in avanti nella protesta e nella proposta e soprattutto ritrovare il senso di comunità, di appartenenza, di senso di classe del movimento operaio ormai allargato nei suoi confini rispetto alla concezione storica del soggetto.
Franco Astengo

TRAGEDIE ANNUNCIATE


 
Ieri sera (martedì 9 marzo), l’esplosione alla centrale idroelettrica di Bargi. Loro, i Vigili del Fuoco, i primi ad accorrere e a soccorrere. Lo hanno fatto anche a Campi Bisenzio, a Prato, a Quarrata, e nelle tante altre località della Toscana colpite solo cinque mesi fa da disastri idrogeologici. Lo hanno fatto a Firenze in via Mariti, dopo il crollo in un cantiere dell’Esselunga in costruzione. Meno di due mesi fa. Loro. Sempre loro. Ne parla l’Italia intera.
Ma mentre i Vigili del Fuoco lavorano con coscienza, rigore e competenza rischiando la vita, torna immancabilmente in scena la parodia del dibattito politico, dell’analisi sociale, del verdetto etico. Gli amministratori pubblici, dai più umili fino al capo dello Sato, condannano, esternano cordoglio, assicurano vicinanza, reclamano ‘piena luce’ sulle cause dell’evento. promettono giustizia. I sindacati, scioperano. Gli opinionisti, dalle tribune mediatiche, pontificano. Scorrono a getto continuo le parole d’ordine rituali: sicurezza, legalità, prevenzione, solidarietà. Non ultima, l’obbligatoria gratitudine agli eroi soccorritori. Noi però, associazione di volontariato dedita all’informazione ambientale, non osiamo pensare in quali e in quanti casi questi slogan ormai logori possano suonare inascoltabili, e anzi offensivi, proprio alle orecchie dei professionisti del soccorso: i vigili del fuoco, appunto. Pur dal limitato punto di osservazione che coltiviamo da decenni, infatti, appare insopportabilmente lampante la mortificazione delle competenze e dei contributi offerti da questo essenziale corpo dello Stato. 



Vogliamo parlare dell’ultimo caso, la cantierizzazione TAV a Firenze? Ebbene, prove alla mano, possiamo e dobbiamo insistere a scrivere sui nostri cartelli e nei volantini distribuiti per strada, nei comunicati e nei commenti pubblicati in rete, che il contributo legale, tecnico e scientifico dei Vigili del Fuoco viene prepotentemente ignorato o svilito. Di una cosa abbiamo infatti piena contezza, perché ne siamo stati promotori: la certificazione del fatto che i lavori di scavo di oltre 12 km di tunnel TAV sotto la città UNESCO Firenze, inaugurati lo scorso maggio alla presenza entusiastica di Eugenio Giani, Dario Nardella e Matteo Salvini, sono clamorosamente fuori legge. Anzi, sono fuori dal perimetro di ben due decreti ministeriali. Uno si intitola “Sicurezza nelle gallerie ferroviarie” (D.M. 28/10/2005), ed esige che il piano di emergenza per opere che si sviluppano oltre 1000 metri in sotterrano debba essere redatto già prima dell’avvio dei lavori, e debba risultare quindi nel progetto esecutivo che li precede: occorre avere certezza infatti degli accorgimenti che si intende adottare perché – facciamo l’esempio di Firenze  -  non si allaghino la stazione e le gallerie progettate in un’area di esondazione anche dei torrenti minori (il Terzolle e il Mugnone), per giunta all’interno di una città più volte alluvionata dall’Arno e in un contesto climatico al quale – specie quando aiuta a coprirne altre – piace a certi amministratori pubblici e a certa grancassa mediatica attribuire responsabilità sostitutive.



L’altro decreto disatteso, a quanto risulta, è il DPR 151/2011 “Regolamento recante semplificazione della disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione degli incendi”.
Lo scrive nero su bianco, in un documento protocollato il 24 luglio scorso, il Comando provinciale di Firenze, rispondendo a un quesito posto a giugno da Idra circa l’adeguatezza della documentazione progettuale prodotta per il ciclopico intervento di scavi inaugurato per la (tortuosa) linea ferroviaria sotterranea ad Alta Velocità. Quel riscontro, pesante come un macigno, il Comando lo ha trasmesso per doverosa conoscenza anche al Prefetto di Firenze, che da un anno non dà alcun riscontro alle Pec con cui l’associazione - informata dei fatti, e che fatti! - richiede un colloquio, prima paventando, poi valutando, le conseguenze drammatiche che possono derivare dall’inosservanza dei due decreti. L’associazione fiorentina ha pensato bene di trasmettere subito il documento dei Vigili del Fuoco anche al sindaco di Firenze, al presidente della Regione Toscana, alle commissioni consiliari di Palazzo Vecchio e di Palazzo del Pegaso, all’Osservatorio ambientale, al cosiddetto Comitato di Garanzia, all’Autorità nazionale anticorruzione.



Risultato, un fronte compatto di indifferenza. I più ‘educati’ si sono chiamati fuori perché ‘non competenti’, quasi che in democrazia possano darsi casi di ‘non-competenza’ in materia di legalità! Poi c’è chi - come il presidente della giunta regionale - in un contesto pur così scabroso non rinuncia a ostentare i progressi della ‘talpa’ e ad arricchire con dati di fantasia la narrazione mediatica in favore di telecamere acquiescenti e compiacenti, mai attraversate da un dubbio sull’attendibilità delle dichiarazioni raccolte e rilanciate! Quale credibilità possono pretendere, preso atto di queste condizioni, amministratori pubblici, sindacati e opinionisti di turno quando – dopo il disastro – invocano la prevenzione, la cultura della sicurezza, il rispetto delle norme, l’efficacia dei controlli?



A Firenze, stando a quello che scrivono i Vigili del Fuoco (sì, loro per l’appunto: i celebrati/ignorati vigili del fuoco), con gli scavi fuori controllo per la TAV si prepara un possibile significativo disastro. E sarà difficile potervisi dichiarare estranei quando le carte, i documenti, le lettere, i comunicati, le manifestazioni pubbliche di denuncia e di dissenso (come quelle che da mesi si celebrano sotto i palazzi di Comune, Regione e Prefettura) attesteranno per nome e cognome le rispettive quote di responsabilità, di indifferenza, di inadempienza, di leggerezza.
Associazione di Volontariato Idra









 

 

SE TUTTI I DANESI FOSSERO EBREI
di Vincenzo Natale


Evtusenko

Opera teatrale postuma di Evtušenko
 
 
Nel teatro del Secondo Novecento mancava finora un testo capace di racchiudere in sé, in una sintesi magistrale, alcuni tra i più emblematici e drammatici tasselli della cosiddetta “modernità”. Il riferimento è alle aberrazioni della storia recente figlia dell’oscurantismo dei Secoli bui, a partire dall’Inquisizione e dalla Controriforma fino alle due guerre mondiali e all’Olocausto del popolo ebraico per mano dei nazisti.
A tutto ciò provvide, con la sua prodigiosa capacità intuitiva e realizzatrice, il genio ribelle del disgelo post-stalinista Evgenij A. Evtušenko (1932-2017), conosciuto nel mondo con l’appellativo di Enfant terrible.
Evtušenko, l’instancabile viaggiatore che osò sfidare più volte il regime sovietico uscendone sempre vittorioso, a un certo punto del suo percorso di intellettuale impegnato a sinistra ideò l’opera teatrale “Se tutti i danesi fossero ebrei, portata a termine nel 1996, quando egli si era ormai trasferito con la famiglia negli Stati Uniti ed insegnava nell’Università di Tulsa, in Oklahoma.
Il dramma, rimasto chiuso nel cassetto per oltre un ventennio, a parte una momentanea apparizione su una rivista russa sempre nel 1996, è stato pubblicato in volume dalla Casa Editrice Lamantica di Brescia nel 2022 in prima edizione mondiale, grazie alla passione di Francesco De Napoli, amico di vecchia data di Evtušenko,  all’interessamento di Lorenzo Gafforini, curatore del volume e nella brillante e asciutta traduzione di Evelina Pascucci, la storica traduttrice italiana di quasi tutte le opere del Maestro del disgelo.  



Come un Odisseo irrequieto e solitario, Evtušenko nel corso dei suoi vagabondaggi per il mondo era venuto a conoscenza della triste vicenda della Principessa Leonora Cristina di Danimarca vissuta nel XVII Secolo, storia che decise di narrare in una pièce. Non soddisfatto, l’autore volle intrecciare con questa storia una seconda traccia interamente frutto della sua creatività, nella quale raccontare le peripezie capitate ad una ragazza ebrea ugualmente di nome Leonora Cristina nel corso della seconda guerra mondiale. Ecco i passaggi salienti della Prefazione di Francesco De Napoli, da cui si evince l’estrosa capacità di Evtušenko di stigmatizzare attraverso una serrata e dialettica concatenazione di eventi la feroce ripetitività della storia:
“Soltanto l’Enfant terrible era dotato del talento e della creatività indispensabili per riportare alla luce, con tanta sensibilità e acutezza, le obliate sventure di un personaggio storico come la Principessa Leonora Cristina (1621-1698), una sorta di Cenerentola realmente esistita. Figlia del re di Danimarca Cristiano IV (1577-1648), incarnò come pochi le emblematiche traversie, cariche di brutalità ed efferatezze, a cui da sempre soggiacciono gli oppressi. (…) Compiendo un salto in avanti di circa tre secoli, alle pene di Leonora Cristina si accavallano inestricabilmente – in un’alternanza di quadri sconvolgenti – gli avvenimenti, viceversa turbolenti e caotici, ambientati ancora in Danimarca durante l’occupazione nazista. (…) Giunta dalla Svizzera dove sta perfezionando gli studi, una ragazza si presenta dal Maggiore nazista e rivela lo scopo del suo viaggio: cercare di salvare la vita a suo padre, un gioielliere ebreo arrestato dai nazisti. (…) Insuperabile nella costruzione della trama e nell’articolazione di un fraseggio sempre appropriato ed espressivo, Evtušenko aveva trovato la chiave giusta per ritrarre, in una sintesi mirabile, le sorti dell’umanità di ieri, di oggi e di domani.”
In quest’opera postuma del “Cittadino del mondo” – come fu pure definito Evtušenko – traboccano in maniera magistrale i tanti colpi di scena sempre efficaci ed originali, come quello riguardante il “tesoro” nascosto dal gioielliere che la figlia promette agli aguzzini in cambio della liberazione di suo padre, il quale in realtà era già stato ammazzato dai nazisti.
La morale finale del triste racconto è tutta racchiusa nei versi originali della Principessa Leonora Cristina, dal diario segreto tenuto dalla stessa Principessa e fortunosamente giunto fino a noi: Ogni generazione - nella polvere e nel sangue - / depreca i propri errori amari; / ma le nuove di ripeterli mai saran stanche…”.
 

 

 

  

BISUTTI A BOLOGNA




  

mercoledì 10 aprile 2024

IL MODELLO COREANO
di Alessandro Pascolini - Università di Padova



Settant’anni fa, nell’aprile 1954 iniziava a Ginevra la conferenza “per l'unificazione e la pacificazione della penisola coreana” a concludere la guerra in Corea, iniziata il 25 giugno 1950 con l'invasione della Corea del Sud (ROK) da parte della Corea del Nord (DPRK) con truppe “volontarie” cinesi. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite condannò l’azione della DPRK e autorizzò l’invio di forze armate in Corea per respingere l’invasione sotto un “Comando delle Nazioni unite” (a guida nordamericana). Un anno dopo il fronte si era stabilizzato attorno al 38mo parallelo, che divideva la DPRK dalla ROK prima dell'invasione a seguito dell’accordo fra URSS e USA sulla linea di demarcazione delle zone ove le due potenze avrebbero raccolto la resa dei giapponesi. La situazione di stallo indusse i comandi militari delle forze combattenti a iniziare negoziati per un armistizio, che venne firmato il 26 aprile 1953. Alla conferenza di Ginevra, dopo delicati e complessi negoziati diplomatici sulle modalità formali e procedurali, parteciparono i 16 paesi delle forze internazionali combattenti e l’URSS, la Cina “popolare” e la DPRK; la conferenza si svolse sotto la presidenza alternata dei ministri degli esteri inglese (Antony Eden), russo (Vyacheslav Mikhaylovich Molotov) e Tailandese (il principe Wa) e si concluse il 20 luglio con un nulla di fatto, per l’irriducibile volontà di entrambe le parti di assicurarsi il controllo totale del paese. Mentre la conferenza ginevrina è fallita e persiste formalmente lo stato di guerra (tanto che il Giappone continua tuttora a mantenere sette basi di supporto a disposizione delle forze ONU che avessero ad impegnarsi in operazioni belliche in Corea), l’armistizio rimane di fatto tutt’oggi in vigore e nel corso degli anni ha permesso a ROK e DPRK di convivere senza una guerra maggiore in un’alternanza di forme di rapporti e prospettive. Negli ultimi tempi da più parti si sentono voci di una possibile “coreanizzazione” del presente conflitto ucraino; per comprendere fino a che punto l’armistizio coreano possa ispirare azioni nella presente situazione e cosa esattamente esso comporti, una sua rilettura si rende necessaria.

 
L’armistizio militare coreano
I colloqui faccia a faccia per l’armistizio iniziarono il 10 luglio 1951 a Kaesong, una città della Corea del Nord vicino al (precedente) confine con la ROK. I due principali negoziatori furono il generale Nam Il, capo di stato maggiore dell'esercito nordcoreano, e il viceammiraglio statunitense Charles Turner Joy. 159 sessioni plenarie e oltre 500 riunioni a livello operativo si resero necessarie per sciogliere le tre questioni principali: 1. individuazione della linea di demarcazione militare e la definizione di una zona demilitarizzata; 2. accordi specifici per il cessate il fuoco e la creazione un’organizzazione per la supervisione dei termini dell’armistizio; 3. il rilascio e il rimpatrio dei prigionieri di guerra. L’“accordo tra il comandante in capo del Comando delle Nazioni unite, da un lato, e il comandante supremo dell'esercito popolare coreano e il comandante dei volontari del popolo cinese, dall’altro, riguardante un armistizio militare in Corea” fu infine firmato da Kim Il Sung e Mark W. Clark e divenne operativo il 27 luglio 1953.
Il documento finale, in 93 punti per una quarantina di pagine, comprende un sintetico preambolo e cinque articoli oltre a un annesso con “termini di riferimento per la Commissione delle nazioni neutrali per il rimpatrio” e un “accordo temporaneo supplementare all’accordo di armistizio”. Nel preambolo si precisa che i comandanti dei due eserciti “nell’interesse di fermare il conflitto coreano, con il suo grande tributo di sofferenza e spargimento di sangue da entrambe le parti, e con l’obiettivo di stabilire un armistizio che assicuri la completa cessazione delle ostilità e di tutti gli atti di forza armata in Corea fino al raggiungimento di una soluzione pacifica finale, convengono individualmente, collettivamente e reciprocamente di accettare e di essere vincolati e governati dalle condizioni e dai termini dell’armistizio stabiliti nei seguenti articoli e paragrafi, che intendono essere puramente militari e riguardare esclusivamente i belligeranti in Corea”, sottolineando quindi l’estraneità delle autorità politiche al raggiungimento e alla regolamentazione dell’armistizio.
Il primo articolo fissa la linea di demarcazione militare e stabilisce una zona demilitarizzata ampia 4 km fra le opposte forze, “come zona cuscinetto per evitare il verificarsi di incidenti che potrebbero portare alla ripresa delle ostilità”. Vengono definite le norme di comportamento e le responsabilità nella zona demilitarizzata, preclusa anche ad attività civili. La linea di demarcazione, lunga circa 248 km, taglia la penisola da mare a mare; è prossima al 38mo parallelo, ma non segue confini amministrativi politici o storici, basandosi solo sulle caratteristiche geografiche e orografiche di rilevanza militare.
Il secondo articolo sulle “disposizioni concrete per il cessate-il-fuoco e l’armistizio” fissa i tempi per la cessazione delle ostilità, il ritiro delle forze, armamenti e materiali dalla zona demilitarizzata, e presenti sull’“altro lato”; individua le autorità per le amministrazioni civili e la gestione dei cimiteri; impone la cessazione di invio in Corea di rinforzi e nuove armi di ogni tipo, a parte rotazione e turnazioni.



Vengono costituite una Commissione militare d'armistizio (composta di 5 alti ufficiali di ciascuna delle due parti) con “la missione generale di supervisionare l'attuazione del presente Accordo di armistizio e di risolvere per via negoziale eventuali violazioni”, e una Commissione di supervisione di nazioni neutrali (composta da 4 ufficiali “senior” di Svezia, Svizzera, Polonia e Cecoslovacchia), con il compito di “svolgere le funzioni di supervisione, osservazione, ispezione e indagine, e di riferire i risultati alla Commissione militare di armistizio.” L'articolo precisa funzioni, privilegi, regole, sedi, procedure e norme operative delle due commissioni.
L’articolo III “arrangiamenti relativi ai prigionieri di guerra” presenta “le disposizioni concordate da entrambe le parti per il rimpatrio di tutti i prigionieri di guerra tenuti in custodia da ciascuna parte”. La questione dei prigionieri di guerra si rivelò particolarmente delicata: la Cina e la DPRK insistevano per il rimpatrio di tutti i prigionieri di guerra. Le interviste americane e alleate ai prigionieri di guerra cinesi e nordcoreani rivelarono che la maggior parte di essi non voleva essere rimpatriata, creando un dilemma pratico ed etico sul rimpatrio forzato.
L’articolo prevede che “entro sessanta giorni dall’entrata in vigore del presente Accordo, ciascuna delle due parti dovrà, senza opporre alcun ostacolo, rimpatriare direttamente e consegnare in gruppi tutti i prigionieri di guerra sotto la propria custodia che insistono per il rimpatrio alla parte a cui appartenevano al momento della cattura”.
Per il coordinamento e la supervisione dei piani specifici di entrambe le parti per il rimpatrio dei prigionieri di guerra viene creato un Comitato ad hoc; squadre congiunte della Croce rossa composte da rappresentanti delle Società nazionali della Croce rossa dei paesi coinvolti sono chiamate ad “assistere l’una e l’altra parte, mediante l’esecuzione di servizi umanitari necessari e desiderabili per il benessere dei prigionieri di guerra”.
Per garantire che tutti i prigionieri di guerra avessero la possibilità di esercitare il loro diritto al rimpatrio, venne istituita una Commissione di nazioni neutrali per il rimpatrio (di cinque membri nominati dai governi di Svezia, Svizzera, Polonia, Cecoslovacchia e India e diretta dal generale indiano K.S. Thimayya) cui affidare la custodia in Corea dei prigionieri di guerra che, mentre erano sotto la custodia delle potenze detentrici, non hanno esercitato il loro diritto al rimpatrio, “per la loro disposizione in conformità con i criteri dell’allegato”.



Da ultimo si istituisce un Comitato per l'assistenza al ritorno dei civili sfollati, “responsabile, sotto la supervisione e la direzione generale della Commissione militare di armistizio, del coordinamento dei piani specifici di entrambe le parti per l’assistenza ai suddetti civili e della supervisione dell’esecuzione da parte di entrambe le parti di tutte le disposizioni del presente Accordo relative al ritorno dei suddetti civili”.
Prima delle disposizioni finali, l’articolo IV contiene “raccomandazioni ai governi interessati di entrambe le parti”; gli Stati Uniti, sebbene avrebbero preferito che l’armistizio si occupasse esclusivamente di questioni militari, acconsentirono all’insistenza cinese e nordcoreana per una conferenza politica, insistenza motivata forse per ottenere legittimità in un momento in cui gli Stati Uniti e le Nazioni unite consideravano ancora la Cina nazionalista come unica rappresentante della popolazione cinese.
“Al fine di assicurare la soluzione pacifica della questione coreana, i comandanti militari di entrambe le parti raccomandano ai governi dei paesi interessati che, entro tre mesi dalla firma e dall’entrata in vigore dell'Accordo di armistizio, si tenga una conferenza politica di livello superiore con la partecipazione di rappresentanti nominati da entrambe le parti, per risolvere per via negoziale le questioni del ritiro di tutte le forze straniere dalla Corea, della soluzione pacifica della questione coreana, ecc.”
Si può quasi vedere nell’“ecc.” l’impazienza degli ufficiali militari di non impantanarsi nella diplomazia dopo aver lavorato così a lungo per risolvere gli elementi militari dell’armistizio: l’“eccetera” avrebbe dovuto venir risolto in seguito.
L’Accordo è un unicum diplomatico perché, pur essendo firmato dai soli comandanti militari e non ufficialmente riconosciuto dalle autorità politiche dei paesi coinvolti, è stato formalmente adottato dall’Assemblea generale dell’ONU il 28 agosto 1953 e rimane l’unico meccanismo giuridicamente vincolante che mantenga la pace, seppur precaria, nella penisola, come riconosciuto nell’Accordo sulla riconciliazione, non-aggressione, scambi e cooperazione, raggiunto nel 1991 fra le due Coree.
 


Una possibile opzione per la guerra in Ucraina?
I due conflitti hanno effettivamente elementi analoghi: anche quello ucraino comporta certamente un “grande tributo di sofferenza e spargimento di sangue da entrambe le parti” e gravissime distruzioni di beni e mezzi di produzione civili, con un enorme numero di profughi e persone dislocate. Inoltre, dopo più di due anni di combattimenti, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia si è arenata in un’impasse sanguinosa. Entrambi i paesi continuano a spendere ingenti risorse per guadagnare territorio, ma i loro progressi sono diventati rari e di piccola entità e spesso vengono rapidamente annullati. Nessuna delle due parti sembra avere le risorse per ottenere una vittoria decisiva sul campo di battaglia ed entrambe subiscono ogni giorno pesanti perdite.
Spesso situazioni come queste favoriscono le condizioni che inducono le parti a negoziare. Se gli attori in guerra non hanno i mezzi per modificare la traiettoria del conflitto e si trovano di fronte a una situazione di stallo sempre più costosa e indefinita, ripensano a quanto possono ottenere con la forza e iniziano a prendere in considerazione uno spazio di contrattazione, disponibili a concessioni in precedenza inaccettabili.
Di fatto sono stati irresolutivi i cinque incontri intergovernativi svolti nella primissima fase del conflitto: il primo tenuto quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione, il 28 febbraio 2022, in Bielorussia; un secondo e un terzo ciclo di colloqui svolti il 3 e il 7 marzo 2022, al confine tra Bielorussia e Ucraina, in una località non rivelata della regione di Gomel; un quarto e un quinto ciclo con l’intermediazione della Turchia rispettivamente il 10 e il 14 marzo ad Antalya, in Turchia.
Ancora oggi per i governi di entrambi i paesi continuare a combattere appare preferibile a trovare un accordo, essendosi troppo esposti con i propri cittadini per obiettivi “irrinunciabili” e “vitali” in una narrazione divenuta sempre più ideologica. Gli ucraini non possono semplicemente cedere i territori che Mosca vuole annettere (da cui provenivano prima della guerra circa due terzi del PIL dell’Ucraina) esponendo milioni di cittadini alla sottomissione russa (una delle richieste centrali di Mosca) mentre possono ancora difenderli combattendo. La determinazione del paese si è rafforzata ulteriormente quando, nell’estate e nell’autunno del 2022, ha lanciato controffensive che hanno costretto i russi a ritirarsi dalla provincia di Kharkiv e dalla città di Kherson, vittorie che spinsero addirittura Kiev ad aumentare le proprie ambizioni: il governo ha promesso a gran voce di liberare tutto il territorio ucraino, comprese le terre occupate dalla Russia nel 2014, e di imporre risarcimenti per i danni materiali causati dalla guerra. Anche la Russia non può rinunciare alle motivazioni che l’ha condotta all’invasione, come ripetutamente affermato dal presidente Vladimir Putin (in particolare nel messaggio del 21 febbraio 2022): l’Ucraina è un’“inalienabile parte della nostra propria storia, cultura e spazio spirituale”, tanto che la sua occupazione non può configurarsi come guerra fra stati (e quindi regolata dalle convenzioni internazionali) ma un “operazione militare speciale” per eliminare un governo corrotto, impedirne il passaggio a uno “spazio spirituale” diverso e ostile, ma ripristinare i corretti rapporti con la “madrepatria”. Per questo la Russia ha sacrificato centinaia e migliaia di persone – morti, feriti ed espatriati – e orientato l’attività economica e la produzione industriale al solo sforzo bellico. In piena sintonia con il governo, il patriarcato della chiesa ortodossa russa, lo scorso marzo, ha aggiunto una dimensione spirituale e teologica al conflitto, affermando che la Russia sta combattendo una vera “guerra santa” per creare una patria per “tutte” le popolazioni russe, dove la loro cultura e spiritualità saranno onorate e per difendersi dal “globalismo e satanismo” che attanagliano l’Occidente. Appare evidente, sulla base delle attuali posizioni dei due governi, che un negoziato di pace, o anche un armistizio, è impossibile da raggiungere (e neppure affrontare) senza un cambiamento fondamentale nel sistema politico di (almeno) uno dei due regimi al potere, prospettiva che sembra oggi impensabile.
 


Un armistizio dei militari?
E qui potrebbe entrare in gioco l’opzione “coreana”, ossia passare la mano ai militari. Non è pensabile che possa esserci un’iniziativa “autonoma” dei militari, che non hanno il controllo effettivo dei paesi come era in Corea (in questa guerra la strategia militare appare “politica” in natura, e considerazioni e assunzioni politiche regnano supreme sulla logica militare e una visione razionale della guerra) ma i politici potrebbero delegare ai comandi militari di negoziare quello che loro mai potrebbero ammettere, in modo da ottenere i benefici sociali ed economici di un armistizio senza dover apertamente rinunciare alle loro pretese politiche massimali. Un cessate-il-fuoco sostenuto da un armistizio concordato a mio avviso porterebbe dei significativi vantaggi a entrambe le parti. All’Ucraina permetterebbe di risparmiare alla popolazione civile l’esposizione ai continui attacchi russi e la distruzione sistematica delle proprie capacità produttive; evitare il sacrificio di un’intera generazione di giovani (di questi giorni l’abbassamento dell’età di coscrizione a 25 anni); iniziare il ritorno alla vita civile e dare inizio alla ricostruzione di larga parte del paese; aderire a uno stile di vita pienamente occidentale; costruire un sistema di sicurezza integrato in un contesto europeo. Per la Russia sembra meno cogente una conclusione della “operazione militare speciale” senza aver raggiunto gli obiettivi promessi al paese, anche per l’assenza di un’effettiva opposizione intenta a sindacare i costi sociali del conflitto. Tuttavia un armistizio permetterebbe di risparmiare la vita ai propri soldati e di ricostruire le proprie forze armate dalle perdite sostenute (in particolare di personale esperto); alleviare gli enormi costi economici (sia pure sostenuti da buon andamento dell’economia russa) previsti assorbire nel 2024 il 6% del PIL e il 40% dell’intero bilancio della Federazione; disporre di risorse finanziarie per investimenti produttivi nei settori economici e industriali, nonché per il miglioramento dei servizi pubblici; infine, il “congelamento” della questione ucraina potrebbe riconquistarle i mercati europei e alleggerire le sanzioni economiche impostole, e le permetterebbe di riprendere i necessari rapporti con i paesi occidentali in una “cooperazione pragmatica” (come indicato nel documento del 31 marzo 2023 sui concetti della politica estera della Federazione russa); infine darebbe spazio alla ripresa della politica del controllo degli armamenti e per la stabilità strategica, elementi cruciali per la sicurezza di ogni stato, Russia inclusa.



Vi sono alcuni aspetti del conflitto che possono agevolare un armistizio puramente militare, seguendo le linee del caso coreano: il testo dello stesso Accordo del 1953 potrebbe servire di guida e venire utilmente utilizzato.
Intanto, come hanno osservato molti esperti militari, nonostante le innovazioni tecnologiche impiegate – dai nuovi tipi di droni ai terminali Starlink utilizzati per le comunicazioni sul campo di battaglia – la guerra Russia-Ucraina è stata ampiamente combattuta con le tradizionali capacità convenzionali del secolo scorso, potenziate o integrate (ma non rimpiazzate) da nuovi sistemi, nuove forme di comunicazione e ricognizione, seguendo strettamente i modelli storici di guerra prolungata su larga scala, caratterizzati da periodi prolungati di combattimenti di posizione, offensive e controffensive, assedi in territorio urbano, fasi dominate da alti livelli di logoramento, e operazioni per sfondare difese preparate.
Quest’ultimo punto è particolarmente significativo: il genio militare russo ha creato sui mille km di fronte una formidabile linea difensiva fortificata in profondità, costituita da una vasta rete di trincee, campi di mine antiuomo e anti-veicolo, filo spinato, terrapieni e denti di drago (piramidi tronche di cemento armato per impedire la mobilità dei carri armati e della fanteria meccanizzata) uno dei più estesi sistemi di opere militari difensive mai visti al mondo da molti decenni. Anche l’esercito ucraino sta lavorando attivamente alla costruzione di fortificazioni, lungo tutto il fronte a formare tre linee di difesa in profondità, applicando i metodi più moderni.
Queste linee difensive fortificate delle due parti delimitano di fatto una striscia di terra-di-nessuno ampia qualche km lungo tutti i mille km del fronte, che corrisponde alla fascia demilitarizzata di interdizione prevista dall’accordo di armistizio coreano.
Entro questa fascia i negoziatori militari possono ubicare la linea di demarcazione militarmente più adeguata; anche in questo caso andrebbero evitati confini amministrativi, per non precostituire una separazione politicamente significativa. Come in Corea, saranno necessarie una Commissione militare ucraino-russa d’armistizio e una di osservatori neutrali a implementare l’accordo e a dirimere eventuali problematiche, seguendo modalità analoghe a quelle dell’articolo II.
Per quanto è dato sapere, lo scambio dei prigionieri non dovrebbe porre problemi analoghi a quelli coreani e quindi potrebbe svolgersi senza difficoltà, con la collaborazione della Croce rossa dei paesi coinvolte e senza la necessità di una Commissione neutrale.
Gravissimo invece appare il problema del ritorno dei civili sfollati o deportati e l’amministrazione civile dei territori occupati dalla Russia. Una semplificazione potrebbe venire se la Russia creasse una regione autonoma (del Donbass?), anziché incorporare formalmente la zona nella Federazione russa. Probabilmente questo problema costituirebbe l’“ecc.” dell’accordo militare dell’armistizio ucraino e resterebbe aperto per tempi imprevedibili.
Comunque, un cessate il fuoco duraturo, oltre agli specifici vantaggi già considerati per i due paesi, aprirebbe la strada alla risoluzione di almeno alcune delle controversie che hanno scatenato la guerra o riguardare una serie di altre questioni non considerate così esistenziali, come la sicurezza delle centrali nucleari, un fondo per la ricostruzione, il commercio bilaterale, aspetti culturali e la libertà di movimento, con un ritorno a un certo grado di relazioni “normali” tra gli ex belligeranti.
Sia il governo russo che quello ucraino sarebbero comunque insoddisfatti e non rinunceranno a cercar di raggiungere i loro obiettivi politici, ma eviteranno di rimanere intrappolati in un estenuante conflitto armato senza fine, o, ancor più grave, a una sua esiziale escalation a livelli incontrollabili.
 
[Padova, 5 aprile 2024]

 

IL LIBRO DI VIDALE
di Mariacristina Pianta


La copertina del libro

Presentando il libro di Renzo Vidale, devo soffermarmi subito sulla veste editoriale, molto curata non solo professionalmente, ma anche affettivamente. Desidero sottolineare il ruolo che riveste la fotografia in copertina, scattata da Renzo, che ritrae il poeta come fosse ancora vivo tra noi. Ed è questo lo scopo dell’incontro di oggi: fare sentire la voce di Giampiero tramite lo sguardo di uno dei suoi più cari amici. Era un piacere ascoltarli, quando si scambiavano pareri di carattere letterario oppure discutevano delle partite giocate dall’Inter. Ho potuto osservare questi momenti, con discrezione, durante le riunioni a casa di Valeria Dal Bo, che, da circa trent’anni, ci ospita a leggere e analizzare i nostri scritti. Dispiace che la poltrona prescelta da Giampiero ora sia vuota perché la sua figura cordiale, ma non accondiscendente era fondamentale per tutti noi. Quegli incontri erano stati denominati da Neri Tertulia, una parola spagnola che significa circolo, cenacolo.            
Rimaniamo colpiti dalla capacità di Renzo di comprendere il mondo interiore, il carattere, i gusti, il modo di fare di Giampiero. L'eloquio lento, il tono pacato erano stati oggetto di una certa ironia da parte di un amico banchiere: “Vorrà dire che, tra una parola e l’altra, me farò un sognet”. Tale predisposizione riflessiva non è un limite, ma un atteggiamento che dà valore alle parole e alle pause di silenzio. Un attore bravo non legge velocemente, ma dona importanza a quegli spazi vuoti che esprimono tanto. Ne consegue che il linguaggio deve essere essenziale, attento ad ogni singolo vocabolo. Non a caso il critico Giacinto Spagnoletti aveva accostato la produzione di Neri a quella di Camillo Sbarbaro, pacato, sereno e alieno dalla retorica: “Lei mi ricorda Camillo Sbarbaro (è poco?) nella secchezza dell’espressione e nel taglio delle immagini”. Non dimentichiamo che entrambi amavano le scienze naturali, Sbarbaro soprattutto la botanica. Lo stile calibrato, che mira all’oggetto e non ad espedienti artefatti, l’abbinamento appropriato tra sostantivo e aggettivo, la scelta della punteggiatura si colgono anche nelle originali prose poetiche di Vidale. Conta ciò che si comunica e non le frasi ad effetto; occorre nel lavoro creativo operare una sintesi, evitando l’eccesso. La sintassi è chiara con andamento scorrevole e un ritmo che trova un suo equilibrio. Nell’opera si susseguono numerose immagini: scorci di vita, momenti conviviali, considerazioni sulla bellezza femminile, a cui Giampiero era molto sensibile, pareri su artisti e scrittori (Terragni, Gadda…) su Giovanni, il senza tetto, che Renzo ha voluto conoscere. Ma cupe ombre si addensavano, dall’inverno del 2023, su Giampiero. Persino le visite all’ospedale, dove il poeta era ricoverato, fornivano spunti di dialogo. Una colonia di corvi, avvistata dal poeta dalla finestra del nosocomio è avvertita come presagio luttuoso. Vengono in mente i versi di Carducci in Nevicata: “Uccelli raminghi a’ vetri appannati” compaiono, oppure la lirica Il corvo di Edgar Allan Poe che richiama il nostro destino. Possiamo individuare tutte le sfumature del brano: l’uso del passato remoto, presente anche nelle altre prose, che ci riporta in un tempo lontano per chiudersi poi con quel silenzio che sembra una sorta di addio: “Giampiero guardò in direzione della grande finestra.. Era pallido in viso.. Avrebbe voluto aggiungere dell’altro, ma rimase in silenzio”.
Ogni vocabolo ha una sua funzione nella narrazione e trasmette tante sensazioni dall’inquietudine alla ricerca di quesiti esistenziali.
Vidale, pur essendo protagonista insieme a Neri dei racconti, con molto garbo per non prevaricare, si definisce genericamente con un lui che interagisce. Un’armonia si percepisce in tutto il lavoro, in perfetta sintonia con la poetica di Giampiero: “A chi gli chiedeva quali regole metriche seguisse per raggiungere l’armonia, rispondeva dal risuonare dei significati. Aggiungeva: “La poesia è l’utile unito al vero”, considerazione da non trascurare, in un’epoca in cui si evade troppo spesso dalla realtà in modo arbitrario. Potrei continuare con numerosi esempi, ma desidero concludere apprezzando l’intensità di queste pagine che ridanno vita al poeta e all’uomo Giampiero, evitando la celebrazione, da lui detestata. Il ricordo di tanti episodi significativi e marginali rappresenta un frammento di eternità attuato dalla scrittura.

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