UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 27 agosto 2026

L’ITALIA E LA GUERRA
Il sentimento della gente


Samuele Scognamiglio
Vittime senza parola


Popolo sovrano: un cavolo! Non abbiamo deciso niente e non decideremo mai niente. L’Ucraina non ha rispettato gli accordi di Minsk violandoli ripetutamente per poi gridare: “Al lupo al lupo! la Russia mi invade”. Gli accordi si rispettano sempre. Ma forse i colonialisti europei (Francia e Inghilterra) non vedevano l’ora di far guerra con e contro qualcuno. E saranno accontentati, la Russia non scherza. Purtroppo l’Italia si è fatta trascinare in questa guerra. Io sono sessantenne e bene o male la mia vita l’ho fatta, ma i miei figli e nipoti me li sto già piangendo. È un mondo che non mi piace più. [Grazia Piscopo]    

GUERRA SENZA FINE


A sinistra il laburista guerrafondaio
 
Il gioco “Putin è Hitler, la Russia è la Germania nazista” in Occidente, soprattutto nel Regno Unito, continua imperterrito. Parlando a Kiev, il Primo Ministro britannico Burnham ha paragonato la lotta dell’Ucraina alla battaglia della Gran Bretagna contro la Germania nazista: “La mia nazione ha tenuto viva la fiamma della libertà europea nel XX secolo; voi dovete mantenerla viva nel XXI”. Questo tipo di retorica indica che Londra ha scarso interesse per seri negoziati di pace. Suggerisce invece la determinazione a continuare ad alimentare il conflitto e a usare l’Ucraina come pedina nello scontro tra Londra e Mosca. Questa è una pessima notizia per i comuni cittadini ucraini, che continuano a pagare il prezzo più alto per le ambizioni e i giochi politici delle élites al potere. Ma è un’ottima notizia per Zelensky e la sua cricca corrotta e, naturalmente, per ogni produttore di armi che trae profitto da una guerra senza fine.
Marta Havryshko

 

MINIMA IMMORALIA
 


A
proposito di rincoglionimento europeo, Mario Draghi, dopo essersi prestato al gioco sporco di von der Leyen, i cui unici interessi sono il riarmo e la guerra alla Russia, prova a rimettersi in gioco con un tink tank, e a rilanciare le sue proposte. Il problema è che non capisce che l’epoca dell’Europa fatta dai tecnici è finita, ed è finita con la caduta dell’Unione Sovietica, quando gli Stati Uniti hanno imboccato la strada dell’unipolarismo, ossia hanno dato libero sfogo alle mire imperialistiche. Il risultato dell’illusione che tutto procedesse come prima è che l’Europa è scivolata di nuovo nel baratro della guerra, se non esce in fretta dal quale, ciò che l’aspetta è la miseria o la cenere. La via d’uscita dal baratro è naturalmente la pace, non una pace qualsiasi, ma quella che passa per lo scioglimento della NATO, e un patto per la sicurezza comune con la Russia. In altre parole, il rilancio dell’Europa non passa per le riforme economiche, ma per l’unità politica. Questa a sua volta passa per il risveglio della passione politica, la quale può essere sollecitata solo dall’obiettivo della sovranità, dalla volontà di progettare il futuro in termini di progresso sociale, oltre che di sviluppo economico, in una parola, da una strategia (non è necessario aggiungere politica). Enrico Letta che non è tra i promotori, forse per rivalità personale, o forse perché ha capito, sebbene si tratti di un’ipotesi poco credibile, che il problema dell’Europa è politico. [Franco Continolo]

 

DAL RISIKO AL PALIO BANCARIO   
di Alfonso Gianni


 
La contromossa di Luigi Lovaglio, il ceo del Monte del Paschi di Siena, per fermare la scalata di Intesa Sanpaolo, ha reso ancora più complessa ed incerta la situazione del panorama bancario italiano, e non solo. Poiché la vicenda è piuttosto intricata e il risiko sta trasformandosi in un tormentone destinato a bypassare l’estate, è bene ricapitolarne alcuni passaggi essenziali, anche perché in questa vicenda date e successioni delle mosse possono avere una certa rilevanza. Lo scorso 8 giugno, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, lancia un’offerta non concordata su Mps, per una entità di circa 36 miliardi, prevedendo, anche per sfuggire agli eventuali ostacoli che l’Antitrust potrebbe frapporre, di inglobare nell’operazione Unipol, lasciandole rilevanti parti della banca senese così conquistata. Ma trattenendo per sé Mediobanca, inclusa l’ambita quota del 13,32% di Generali.
 Intanto Unicredit – che nel novembre del 2024 aveva tentato di “mangiarsi” il Banco Bpm, ma aveva dovuto rinunciare  perché il governo, con il particolare attivismo della Lega, aveva posto troppe condizioni perché l’operazione potesse andare in porto – ha per il momento preso le distanze dal risiko nella sua versione italiana, concentrandosi, finora con successo, malgrado il non gradimento del governo di Merz, sulla conquista della quarta banca tedesca, la Commerzbank, arrivando a detenere quasi il 49% del pacchetto azionario.
Alla vigilia del Ferragosto, Giorgia Meloni, con ogni probabilità a conoscenza delle intenzioni di Lovaglio, rilascia un’intervista a Milano Finanza nella quale, contraddicendo con nonchalance una sua precedente dichiarazione che definiva concluso l’intervento governativo nella vicenda Mps, insiste sulla necessità di mantenere il nome e l’integrità della secolare banca senese. Ma era stato proprio il Tesoro nel novembre del ’24 a vendere il 15% delle azioni di Mps, che finirono a Banco Bpm, Anima, Francesco Gaetano Caltagirone e alla Delfin degli eredi Del Vecchio. E sono proprio le modalità di quella vendita che non hanno convinto la Procura milanese che ha aperto un’indagine al riguardo. In ogni modo l’intervista della Premier rappresenta un assist che Lovaglio non si lascia sfuggire.



Ecco dunque partire la proposta dell’amministratore delegato di Mps che consiste in una ambiziosa doppia operazione di carattere straordinario, ovvero una Ops (un’offerta pubblica di scambio di azioni e titoli) su Banco Bpm e contemporaneamente su Banca Generali (la Banca che si occupa di piccole e medie imprese e credito per le famiglie) di cui Assicurazioni Generali possiede il 50,1%. La notizia è stata accolta piuttosto freddamente daimercati, a giudicare dall’andamento in Borsa in questi giorni delle societàdirettamente implicate nella eventuale operazione. All’estero l’annuncio ha subito dure stroncature. L’autorevole Financial Times non l’ha mandato a dire e ha scritto con insolita durezza: “Le società che ricevono un'offerta non richiesta hanno a disposizione numerose opzioni. Possono intavolare una trattativa, fare ostruzionismo, difendersi strenuamente, oppure fare qualcosa di completamente folle. La banca italiana Monte dei Paschi di Siena sembra avere optato per quest’ultima strada”.
Tuttavia la grande letteratura ci insegna che anche nella follia c’è un metodo, una qualche logica che conviene considerare. Nel caso della mossa di Lovaglio credo si tratti, per dirla in parole semplici, del suo tentativo di ingrandire, ingrossare e potenziare Mps al punto da renderla un boccone troppo grosso perfino per Intesa Sanpaolo. Ma se questo è il disegno non pare scaldare gli animi nemmeno di coloro che dovrebbero sostenerlo in prima persona. Prova ne sia l’andamento del Cda della banca senese che non ha registrato l’unanimità sulla proposta, ma ha visto astensioni che non possono essere sottovalutate e ancor più conta lo scetticismo diffuso tra i principali azionisti della banca senese. D’altro canto Lovaglio ha ostacoli non piccoli davanti a sé. Il primo è costituito dalla necessità di ottenere la maggioranza dei due terzi a favore della sua proposta nella Assemblea convocata per il 29 ottobre. La maggioranza qualificata è resa necessaria dalla condizione di passivity rule, cui Mps è sottoposta essendo oggetto di una Ops (quella di Banca Intesa). Cosa faranno Delfin e Caltagirone in quella occasione non è né chiaro né ad horas prevedibile. Va tenuto, direi soprattutto, conto che Bpm ha come azionista quasi al 30% Credit Agricole, il quale non ha nessun interesse ad abbandonare la sua rilevante posizione in Bpm per diventare un socio di minoranza in una Mps ingigantita.


 
Si parla in queste ore nei vari commenti giornalistici della eventualità che Lovaglio possa cedere una parte non piccola del 13% di Generali per acquisire risorse finanziarie da mettere nel quadro delle Ops da lui avanzate che non possono reggere o non sono sufficientemente appetibili se sorrette soltanto da scambi azionari. Ma se questo avvenisse si aprirebbe una contesa per crescere dentro Generali da parte di diversi attori del mondo finanziario, destabilizzando la situazione e quindi ottenendo un esito contrario al desiderio di mantenere protetto il tesoro rappresentato dal Leone di Trieste: 900 miliardi di capitali gestiti, 40 miliardi investiti in titoli di Stato italiani alla metà dell’anno in corso. Come si vede le difficoltà e le contraddizioni che questa complessa operazione ha innestato sono molteplici e difficilmente componibili. In questa situazione colpisce l’assenza di visione delle forze politiche e l’eterogenesi dei fini a cui pervengono le loro iniziative. Gli esempi non mancano. L’intervento del governo per impedire la conquista di Bpm da parte di Unicredit nel 2024 ha avuto come conseguenza il facilitato incremento di Credit Agricole nel Banco. Alla faccia della difesa della italianità tanto sbandierata dai sovranisti nostrani. E se il processo di ristrutturazione andasse in porto, l’eventualità di vedere filiali in giro per il Nord del Paese non più con l’italica insegna ma quella dei vicini francesi, è un altro degli incubi del declinante Salvini. Così la polemica meloniana sull’eventuale “spezzatino” cui darebbe luogo la proposta di Intesa Sanpaolo appare quanto mai strumentale, dal momento che anche l’ipotesi, per ora alquanto confusa, di Lovaglio, comporterebbe anch’essa alla fin fine una sorta di “spezzatino” e soprattutto l’apertura della sfida per una nuova composizione delle presenze in Generali. E ancora: Meloni, in nome del libero mercato, critica il governo tedesco perché interviene ostacolando l’azione di Unicredit su Commerzbank e poi essa stessa si fa paladina di sostenere una opzione piuttosto che un’altra nella vicenda Mps.


 
Ma quello che colpisce ancora di più è il modo con cui viene trattato un tema che dovrebbe essere al centro dei programmi nella prossima campagna elettorale – al di là del risiko bancario, si pensi all’Ilva, per fare un solo esempio – e sul quale quindi si pretenderebbe, soprattutto da parte della attuale opposizione, che le idee fossero più chiare. Non è così. Discutere se il governo debba o no intervenire nelle grandi questioni economiche, soprattutto quando sono gioco l’occupazione, l’ambiente, il risparmio, l’allocazione delle risorse, insomma scelte fondamentali che indirizzano il futuro appare a dir poco anacronistico. Dopo la sbornia del neoliberismo si è constatato che esso non è mai esistito nella forma pura decantata dai suoi teorici. In modalità più o meno evidenti o pesanti il capitalismo, anche nella sua dimensione attuale di finanzcapitalismo, si è sempre appoggiato allo stato, a governi a lui favorevoli. “Noi siamo per definizione amici del governo” diceva Gianni Agnelli. La novità è che oggi la potenza del capitale è tale da potere accettare, se necessario, lo scontro anche con quei governi che esso stesso ha contribuito a insediare. E comunque a tenerli in una condizione di intimorimento, come in questo caso, vista l’entità dei titoli di Stato in possesso delle banche.



Ma il problema non riguarda solo le forze di governo, ma anche, e più drammaticamente dal nostro punto di vista, quelle dell’opposizione. In un primo momento il Pd ha deciso di affidare la questione agli esperti del settore. Un profilo minore, diciamo. Ne è nata la dichiarazione di Antonio Misiani che accusava la Meloni di fare il banchiere, mentre il Pd si occupava del territorio e dei cittadini senesi. Non a caso la stampa, compreso la Repubblica con qualche imbarazzo, annotava una convergenza fra il Pd e la Meloni a favore di Mps. Poi è arrivata la intervista a Milano Finanza del 22 agosto alla segretaria Elly Schlein che afferma: “A differenza della destra, noi pensiamo che il Governo non debba intervenire a gamba tesa sul risiko bancario. Decida il mercato. E questa posizione resterà tale anche se saremo chiamati a responsabilità di governo”. Con il che ci si può legittimamente domandare a che serve andare al governo se poi è il mercato a decidere.

FRAMMENTI DI VENTO
di Carlo Di Legge
 

Un primo piano di Talarico

Scrive il prefatore del libro che la poesia di Raffaele Talarico, sono oltre vent’anni dalla morte, «continua a parlarci con forza e limpidezza, invitandoci a un ascolto più profondo di noi stessi e del mondo. In queste pagine vive una voce che non si spegne: si rinnova nell’incontro con ogni nuovo lettore».
Senz’altro una delle aspirazioni di chi scrive versi è sperare che la sua parola gli sopravviva. La vicenda di questa poesia che continua, anche per la «dedizione» della figlia, che inserisce una sua dedica al padre – «viandante dell’anima» – anche per questo aspetto coinvolge: sempre in prefazione, la si indica anche come presa di consapevolezza da parte di un uomo rimasto fedele in qualche modo alle origini nel Sud dell’Italia, ma che ha trascorso gran parte della vita tra importanti città del Nord, in particolare Genova e Milano, che infatti sono motivo di due sezioni su tre; insieme e prima Genova e la Liguria, che fanno la parte del leone con ben quarantanove testi nella sezione di apertura (i più sono per Genova, con alcuni dedicati a località e città come Sestri Levante, Varazze, Brignole, Chiavari, Pegli …), mentre su Milano, a cui si dedica la parte centrale, le poesie sono nove. Le rimanenti undici, nella terza parte, Luci sparse, includono Venezia e Lugano, nonché le vicende della Bosnia, e testi di impegno civile, di cui pure dice D’Andrea. Ometto di aggiungere altro sulla terza parte per lasciare al lettore che lo desideri il piacere di leggerla senza altro mio intervento; se si escludono i brevi riferimenti che ho dato, i registri della poesia qui sono pressappoco quelli delle altre due sezioni, su cui invece mi sembra il caso di dire di più.

 

Mi domando sempre, accingendomi a una lettura di poesia, di quale tipo di poesia si tratti: qui i testi sono in verso libero ma si vedrà che risultano tutti dotati di un loro equilibrio formale, da poeta colto, con quella misura propria di chi sa dire le cose usando bene la parola. La distinzione tra forma e contenuto viene superata nell’uso appropriato e spesso musicale della lingua, come si vedrà. Soprattutto v’è Genova, la città viva e movimentata di lavoro e di tempo sedimentato nella storia (come in Tre caravelle a Genova, evidente riferimento alla storia di Colombo ma anche al sapere della historia rerum gestarum), sotto la luce-simbolo pulsante della Lanterna, che affascina e attrae: in Palazzo Ducale, L’immaginazione presa di memoria porta a rivivere:  S’è desto il Doge, / e la deserta quiete / di Palazzo Ducale / del suo passo risuona…/, grazie alla parola la città diviene vivente, diviene cioè attiva d’una vita seconda oltre la propria autonoma vita, dovuta agli uomini vivi e alle stratificate opere di vite passate: si veda Via Prè – vivace di giorno, peraltro pronta ad animarsi di vita del tutto diversa, la notte. O Via del Campo… o altri nomi-titoli di viventi luoghi. Ecco, si tratta di un’idea di come Genova, l’antica e ormai decaduta ma sempre viva città di mare, parli all’animo del poeta: (…) vola Ligure ardore / tra le genti, / bersaglio / il mondo intero. 
Il peso della storia e la enormità delle sue rovine non impediscono il colore e le singolarità anzi le implicano: è il caso della umanissima gattara, nell’episodio dell’amica dei gatti. La suggestione del paesaggio e della storia si unisce a memoria del vissuto, come in San Lorenzo, riportando a più d’ una sfumatura del sacro, di momenti significativi, nelle chiese, come nelle vie, nelle piazze. Momenti del paesaggio urbano si fanno persona sensuale, in Vico del Fieno
o in Piazza Nuova, ch’è insieme uccello, e donna, “docile, tenera amica”, alla quale essere attenti. Parla la effimera figura d’un istante che non torna, in Torriglia: «la grafia delle rondini gorgheggia/ un messaggio piumato:/- Tornerai? – /Sì, tornerò»: è la consapevolezza della caducità (Santa Maria delle Vigne). Eco del Novecento italiano, a partire mi sembra non solo da Ungaretti, col quale pure il poeta ebbe contatti, ma in questo caso endecasillabi, dotati d’una eleganza e leggerezza del tutto proprie, con vaghissime suggestioni, forse, di Ossi di seppia e di Meriggiare pallido e assorto (non per niente, soprattutto di Liguria, anche in quel caso, si trattava…). Una musicalità molto sorvegliata si accompagna al verso breve, alle rime occasionali, alle assonanze: rivolto a Genova. In Villa Croce, dove il mestiere del poeta è evidente eppure quasi scompare, nella freschezza del verso endecasillabo in rima non del tutto regolare del componimento, con la prima quartina in ABBA, e la quarta-quinta-sesta (e ultima) quartina in ABAB. Oppure sta nel ritmo, come in Darsena.  


 
Veduta di Genova

La vita lavorativa – id est, la vita creativa, portò Talarico non soltanto a Genova e Milano ma anche all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, tornando così nella realtà, e non solo nell’immaginario o simbolicamente, alla propria terra. In tal modo, riprendendo almeno in parte nella nativa Calabria senza mai interrompere i contatti al Nord, anzi rendendoli più significativi, l’autore descrive un cerchio che non tiene mai fermo, animandolo sempre di una fertile circolazione dello spirito tra i luoghi e le culture, con punte del singolare nell’insofferenza (Boccadasse: «l’irritante /vischioso nembo /dei ristoranti /impossibili») e in impegno civile di cui ho detto: lo testimoniano la biografia, le iniziative culturali, anche nelle scuole oltre che in Accademia, le mostre di pittura, i premi di poesia vinti – alla sua memoria, per discutere della sua attività, si organizzano convegni e si pubblicano libri.
La seconda parte del libro non cambia sensibilmente per qualità di scrittura poetica; sempre si tratta della unione del singolare vivente con il respiro della grande città e con la sua storia, con i suoi luoghi pubblici e privati e perfino le sue linee di trasporto pubblico –  chi ancora oggi si muove dal Centro (Stazione Centrale) per Milano sud e viceversa conosce bene “la 65” e difatti Sessantacinque titola una poesia; rispetto alla parte precedente, anche, varia qualcosa, trattandosi di Milano. Il primo testo della serie mi pare importante, rendendo esattamente l’individuo alla moltitudine quasi fatta persona, restituendo il sentire l’atmosfera del passaggio tra la città che dorme e il suo risveglio, in solitudini di cani e barboni notturni, e il fare del giorno, il suo animarsi di «generoso scalpiccio per le scale» nel «Milano trabocca per via» che ben conosce chi vi ha avuto qualche familiarità. Forse proiettivo, con una punta di solitudine (stavolta, sarà invece il singolo rispetto alla “folla solitaria”?) il secondo testo, titolato a Piazza Duomo: “Io resto assorto nella piazza enorme, / davanti al Duomo che deserto imbruna; / trascorron lievi le tardive orme / fin delle guglie all’invisibil cruna, / pensoso, immoto come affascinato, / e l’ombra mia s’allunga sul selciato”.


 

Raffaele Talarico 
Frammenti di vento – Poesie
A cura di Filippo D’Andrea
Macabor Editore, 2026
Pagine 146 € 15,00

mercoledì 26 agosto 2026

MILANO ARTE MUSICA


William Byrd

Santa Maria della Passione via Conservatorio n. 16 

Giovedì 27 agosto ore 20.30

 
Un arrivederci sulle note dell’usignolo d’Inghilterra.
 
Ormai è una tradizione: dopo aver proposto strumenti tra i più particolari lungo un’intera estate, Milano Arte Musica chiude il suo sipario con un concerto di sole voci. L’ultima tappa del nostro viaggio alle radici degli Affetti è infatti in programma domani, giovedì 27 agosto, alle 20.30 nella Basilica di Santa Maria della Passione, con uno tra i più celebri complessi vocali del panorama internazionale. La nostra destinazione sarà l’Inghilterra di William Byrd, condotti dalle voci dell’ensemble inglese Stile Antico, per il concerto England’s Nightingale: the remarkable music of William Byrd.
In questo omaggio a un nome tra i più eccellenti del Rinascimento inglese, saranno esplorati molti volti del compositore, intrecciando le diverse fasi della sua complessa vita, sia come pilastro dell’istituzione musicale protestante, sia come fedele servitore della comunità cattolica clandestina, fino alla musica più intima e serena degli ultimi anni. Il percorso attraverso queste tre facce della produzione di Byrd non trascurerà nemmeno il suo contributo come didatta, testimoniato da una scelta di lavori a firma di una formidabile terna di allievi: Thomas Morley, Peter Philips e Thomas Tomkins.


 

Programma
 
William Byrd (1540 - 1623)
This sweet and merry month of May 
A good egg - Byrd, the loyal subject
Emendemus in melius 
Sing joyfully 
Nunc dimittis 
(da Great Service, 1600 ca)
 
The caged Bird - Byrd, the Catholic at court 
Quomodo cantabimus 
Haec dies
Tristitia et anxietas
 


Intervallo
A country nest - Byrd, the Essex gentleman
Retire my soul 
Ave verum corpus 
Laudate Dominum, omnes gentes 
Optimam partem elegit 
Factus est repente 
Agnus Dei
(da Mass for four voices, 1594 ca)
  
Under his wing - Byrd, the ‘much reverenced master’ 
Domine Dominus noster
  
Peter Philips (ca. 1560 - 1628)
Ecce vicit Leo
 
Thomas Tomkins (1572 - 1656)
Too much I once lamented
 
William Byrd
Laudibus in sanctis
 

Organico 
Soprani - Helen Ashby, Kate Ashby, Rebecca Hickey
Alti - Emma Ashby, Rosemary Clifford, Cara Curran
Tenori - Benedict Hymas, Oscar Golden-Lee, Andrew Griffiths
Bassi - James Arthur, Nathan Harrison, Gareth Thomas.

DULCIANA E ARCIMBOLDO
di Angelo Gaccione
 

Arcimboldo: Autoritratto

Dulciana ha un suono bellissimo, dolcissimo come il suo nome suggerisce. A me ha evocato subito Dulcinea del Toboso, la donna di cui Don Chisciotte si innamora perdutamente nel romanzo di Cervantes. Non avendo mai visto una dulciana (al Museo degli strumenti musicali del Castello Sforzesco di Milano non credo ce ne sia una) così come Don Chisciotte non aveva mai visto Dulcinea, me l’ero figurata nell’immaginazione non come uno strumento musicale cinquecentesco, ma come una romantica e dolcissima madama di un tempo lontano. Il concerto di ieri sera nella Sala Capitolare del Bergognone e Carlés Cristobal, che ha suonato lo strumento assieme alla violinista Plamena Nikitassova e al clavicembalista Maurizio Croci in un ottimo trio da camera (siamo agli sgoccioli della XX edizione del Festival internazionale di musica antica), mi ha ricondotto a pensieri più terreni e concreti. 


C. Cristobal

Niente forme sinuose e morbide, niente sguardi seduttivi e penetranti, ma un lungo blocco di legno dalla lunghezza su per giù di un metro, solitamente di acero o di bosso, come ci ha spiegato Cristobal nelle poche battute illustrative, con in cima, essendo uno strumento a fiato, l’imboccatura per soffiarvi. Come se non bastasse, in spagnolo ha un nome maschile, si chiama bajón, e così la poesia si è del tutto evaporata. Non sono morbide e seduttive le sue forme, ma questo non vuol dire che il suono che ci regala non lo sia; è considerato un antenato del fagotto ed emette un suono caldo e in certi passaggi sa essere anche molto espressivo. Da solo e nei toni bassi e lenti potrebbe anche farvi rilassare, produrre un piacevole sopore, e magari farvi sognare la “vostra” Dulciana. Io ci ho provato chiudendo gli occhi, ma li ho riaperti subito: non volevo dare l’idea che stessi dormendo. 


P. Nikitassova

A questa interessante scoperta se n’è aggiunta un’altra quando, a concerto terminato, lo storico dell’arte Giacomo Berra ci ha parlato delle “musicali consonanze dentro i colori” parlandoci di Arcimboldo. Di colori meravigliosi ne avevamo un profluvio tutt’intorno trovandoci in quello scrigno d’arte che è la Sala Capitolare, ma la proiezione di un disegno a penna e inchiostro realizzato su carta e colorato ad acquarello con polveri che virano su delicate tonalità di seppia e ocra (se non mi ha ingannato la vista), mi ha molto affascinato. Si tratta di un autoritratto dell’estroso pittore milanese super celebre per i suoi volti vegetali in cui mescola di tutto: dai molluschi ai libri, dagli ortaggi ai fiori, dai frutti agli animali… e si trova ai Musei di Strada Nuova a Genova. 


M. Croci

Il fascino di questo ritratto è tutto nel modo in cui l’artista ha abilmente realizzato la trama. Si ha come l’impressione che a mani nude egli abbia manipolato un lungo rotolo di carta seguendo un ordito preciso e strisce e brandelli siano serviti per comporre forme. Un procedimento scultoreo più che un disegno. I riccioli dei capelli e della barba e gli sbuffi della gorgiera prendono vita come il volto che incorniciano. I panneggi paiono essere stati appena adagiati sul corpo, da una mano esperta che ha voluto evidenziarne l’eleganza.

  

 

 

 

 

martedì 25 agosto 2026

L’EUROPA SI PREPARA AL MASSACRO



I Laburisti inglesi e la Nato faranno scoppiare presto la Terza guerra mondiale, quella nucleare che cancellerà definitivamente l’Europa, e forse è un bene. Almeno creperanno anche tutti i guerrafondai che hanno soffiato sul fuoco: politici, governanti, partiti, generali, giornalisti, mercanti di armi e di morte, intellettuali senza intelletto, sindacati inetti, cittadini indifferenti e beoti che come pecore hanno solo pensato a brucare.

LA FRAGILITÀ DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO
di Franco Astengo
 


A destra si è lanciato l’allarme: sarà difficile raggiungere il quorum valido per il premio di maggioranza (42%).
A sinistra si sta cercando rendere ancora più laceranti le già distruttive primarie impancando un dibattito fortemente divisivo anche soprattutto tra i diversi riferimenti sociali tra cultura woke/ riformismo/lotta di classe.
Nessuno pare meditare sulla debolezza congenita di un poco apprezzato sistema politico i cui protagonisti nel corso di questa legislatura non sono riusciti a realizzare l’obiettivo di costruire un “bipolarismo temperato” su cui fondare una possibilità di alternanza collegata ad una adeguata formula elettorale.
Premesso che la data delle elezioni non è stata ancora fissata e che le condizioni attuali del sistema non rendono conveniente a nessuno un eventuale anticipo è il caso di formulare un pronostico: se davvero i fautori della riforma della formula si sono accorti del possibile danno che la modifica arrecherebbe alla loro parte politica appare possibile che alla scadenza della legislatura (autunno 2027) si ritorni al voto con la formula attuale mista tra collegi uninominali e voto di lista in un quadro dove l’improvvida riduzione del numero dei parlamentari può sì garantire la governabilità ma non certo la necessaria capacità di rappresentanza politica e geografica delle Camere.
Questo fatto rappresenterebbe un segnale di vero e proprio fallimento dell’operazione “mutamento nella forma di governo” che ha rappresentato il vero obiettivo di legislatura di Fdi; sarebbe fallito proprio l’obiettivo di una qualche forma (nel caso della proposta di legge in discussione del tutto surrettizia) di elezione diretta del presidente del Consiglio da contrapporre al Presidente della Repubblica eletto dal parlamento, quindi in secondo grado ponendone in discussione prerogative e ruolo aprendo così la strada – appunto – ad una modifica radicale della Costituzione.



Così il sistema si dimostra fragile non essendo sufficiente quella soltanto apparente stabilità di governo che non risulta rappresentare elemento di sufficiente crescita di consenso e di riequilibrio del sistema.
Un sistema bipolare non bipartitico: l’idea bipartitica rappresentò il primo decisivo fallimento del PD nel 2008 e provocò la crisi del PdL due fatti che rappresentarono un punto di importanza strategica nello spostamento a destra del sistema: spostamento a destra regolarmente avvenuto dopo il fallimento dell’ipotesi di riarticolazione del sistema rappresentato dal M5S, fatto sui cui ritorneremo in conclusione.
Una diminuzione di consenso generale e di credibilità avviata a partire dalla modifica della formula elettorale attuata nel 2005e poi smantellata dalla Corte Costituzionale.
La formula elettorale elaborata nel 205 ha provocato la rottura dell’equilibrio che pure a fatica era stata garantita dalla formula mista maggioritario/proporzionale varata a seguito dell’esito del referendum del 18 aprile 1993.
Nel 2005 si varò una formula (poi utilizzata nelle elezioni del 2006, 2008, 2013, 2018) concettualmente escogitata soltanto per limitare in quel preciso momento le dimensioni di una secca sconfitta per il governo uscente (fatto che poi nelle urne non si verificò comunque).
A partire dal 2013 poi è stato spezzato quell’abbozzo di bipolarismo che pure si era tentato di rimettere in piedi: fallita l’ipotesi centrista scaturita dal governo tecnico il sistema si è suddiviso in tre spicchi, uno dei quali, quello emergente fondato su di un populismo antipolitico che una volta svanito ha dato origine ad un fenomeno di astensione così consistente da porre il quadro ad un vero e proprio livello di guardia.



Un forte contributo alla perdita di credibilità lo aveva fornito il tentativo di riforma costituzionale (imperniato anch’esso sul prevalere della governabilità sulla rappresentanza) bocciato clamorosamente nelle urne nel dicembre 2016.
Non basta misurare la produttività di un sistema politico sulla base di una presunta stabilità di governo (si aprirebbe qui una discussione storica al riguardo della continuità di governo garantita dalla DC attraverso diverse combinazioni che le garantivano comunque la necessaria centralità in una situazione favorita, ad onor del vero, dalla “conventio ad excludendum” poi attenuata dall’ingresso in scena delle Regioni) oppure da una difficilmente misurabile capacità legislativa delle Camere.
Il vero metro di misura rimane quello del grado di consenso complessivo del sistema comparabile attraverso due parametri: la partecipazione al voto e la quota di consenso raccolto dal partito di maggioranza relativa (dati relativi al territorio nazionale)



Elezioni 2006: iscritti 46.997.601 voti validi 38.153.343 maggioranza relativa: Ulivo 11.930.383
Elezioni 2008: iscritti 47.041.814 voti validi 36.457.254 maggioranza relativa: PdL 13.629. 464
Elezioni 2013: iscritti 46.905.154 voti validi 34.005.755 maggioranza relativa: M5S   8.691.406
Elezioni 2018 iscritti 46.505.350 voti validi 32.841.025 maggioranza relativa: M5S 10.732.066
Elezioni 2022 iscritti 46-021.956 voti validi 28.098.156 maggioranza relativa: FdI     7.301.303
 
Numeri che parlano da soli senza commento: in 16 anni si sono persi (con una sostanziale stabilità nel numero degli aventi diritto) più di 10.000.000 di voti validi, mentre il partito di maggioranza relativa è dimagrito di oltre 4.000.000 di suffragi. Si segnala ancora come il M5S per due volte partito di maggioranza relativa sul territorio nazionale non sia stato in grado di realizzare un “sistema” raccolto attorno alla propria centralità (in realtà ancora adesso pare insistere in una tattica divisoria pur facendo parte almeno a parole del cosiddetto “Campo Largo”). La stessa incapacità è stata dimostrata da FdI (pur con numeri ridotti) che sta arrivando al traguardo con una coalizione di governo divisa e dovendo fronteggiare una scissione che mira a spostare l’asse politico dell’intero sistema.
In sostanza un sistema fragile i cui attori insistono nell’accentuarne la debolezza nella convinzione che in questo modo la spartizione delle reciproche fette di potere sia praticabile più agevolmente e il potere derivatene più facilmente conservabile.
Si aprirebbe qui una discussione (doverosa) sul mutamento nelle forme della politica e sul peso dei mezzi di comunicazione di massa e nell’uso delle nuove tecnologie: andremmo troppo lontano almeno per questa occasione.
Basterà ricordare come il tema centrale rimane quello della difficoltà di credibilità dell’intero sistema, della corporativizzazione delle opinioni politiche, di una società fondata sull’individualismo competitivo, dalla presenza di movimenti partecipati ma non in grado di incidere sulla decisionalità generale in assenza di adeguati soggetti politici.

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