UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

martedì 20 ottobre 2026

SENZA CENSURA
di Susan Abulhawa



La traduzione integrale del discorso della scrittrice.
  
Il 28 novembre 2024, l’Oxford Union Society - una delle più antiche associazioni universitarie britanniche - ha discusso la risoluzione: “Questa Assemblea ritiene che Israele sia uno Stato di apartheid responsabile di genocidio”. Il dibattito è stato accompagnato da forti tensioni, contestazioni, interruzioni e accuse di intimidazioni rivolte agli studenti e ai partecipanti presenti, dividendo profondamente l'opinione pubblica e le organizzazioni studentesche. L’accademico israeliano Gerald Steinberg, invitato a opporsi alla mozione, ha pubblicato una diatriba contro l’Unione di Oxford per aver preso in considerazione un tale dibattito. Lo storico israeliano Benny Morris ha accettato di parlare in opposizione, per poi ritirarsi all’ultimo momento. Anche l’accademico Norman Finkelstein, che era nella squadra che sosteneva la mozione, si è ritirato all’ultimo minuto. Il presidente dell’Unione di Oxford, Ebrahim Osman-Mowafy, ha preso il suo posto. Il resto del gruppo di sostegno era composto dalla scrittrice e attivista palestinese Susan Abulhawa, dal poeta e attivista palestinese Mohammed El-Kurd e dallo scrittore israeliano antisionista Miko Peled. La mozione: “Questa Assemblea ritiene che Israele sia uno Stato di apartheid responsabile di genocidio” è passata con 278 voti favorevoli e 59 contrari. La potente perorazione di Susan Abulhawa, però, venne pubblicata in versione censurata.


Susan Abulhawa

Susan Abulhawa (in arabo: سوزان أبو الهوى ; nata il 3 giugno 1970) è una scrittrice palestinese americana, attivista per i diritti umani e sostenitrice dei diritti degli animali. È autrice di diversi libri e fondatrice di un’organizzazione non governativa, Playgrounds for Palestine. Il suo primo romanzo, Mornings in Jenin, è stato tradotto in 32 lingue e ha venduto più di un milione di copie. Le vendite e la portata del suo romanzo d’esordio hanno reso Abulhawa l’autrice palestinese più letta di tutti i tempi. Il suo secondo romanzo, The Blue Between Sky And Water, è stato venduto in 19 lingue prima della sua uscita ed è stato pubblicato in inglese nel 2015. Against the Loveless World, il suo terzo romanzo, è stato pubblicato nell’agosto 2020, anch’esso con grande successo di critica.


 

Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi prego di non interrompermi. Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra, Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921 che i palestinesi erano simili alle “rocce della Giudea, ostacoli da rimuovere su un sentiero difficile”. David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prenderne il posto”. Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e l’annientamento del suo popolo nativo. Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente l’80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto: un ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che restava della Palestina nel 1967. I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente in ogni ambito - politico, accademico, sociale, culturale - su cosa fare di noi; su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini, definiti una “minaccia demografica”. Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”. 



Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, un giorno si rammaricò di un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”. Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni). Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi, non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese è sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni di dollari. Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”. 
Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano, insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno”. Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di nove anni a cui erano state strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo-trappolata lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano distribuito giocattoli-bomba nel sud del Libano, che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano. Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che siano loro le vittime.



Invocando l’Olocausto europeo e urlando all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale per credere che il tiro a segno quotidiano sui bambini, con colpi detti “kill shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive, siano autodifesa. Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore, che continuava a combattere anche con un solo braccio, fosse mosso da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei, invece che da un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra. Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca, dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni. Perché se i ruoli fossero invertiti, se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando, stuprando e uccidendo ebrei; se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti; se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione turistica; se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna, bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo, acqua e medicine; se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote, raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro tombe, pregare per la morte; se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni; se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi nei letti d’ospedale; se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il fuoco; se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42 ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto centinaia di ebrei con un carro armato; se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi, ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto a dr. Adnan al-Bursh; se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire amputazioni senza anestesia; se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli assassinati... 



Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio.
Eppure, due palestinesi - io e Mohammad El-Kurd - siamo venuti qui a fare esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci, o morire in silenzio. Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno. La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo. Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono mostri ben vestiti e molto eloquenti proprio come questi, portatori delle stesse ideologie suprematiste del sionismo: idee di privilegio, favore divino, popolo eletto. Sono qui per la storia. Per parlare alle generazioni future. Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato. Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo, mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.



E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano.
 Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte. Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio. E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato. Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere senza dominare gli altri. Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità. Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato per decenni. Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il nostro passato. Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra. Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi cimiteri, come fate voi. I nostri antenati sono letteralmente nella nostra DNA, nei fiumi, nelle rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli. Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe” custodiranno sempre i nostri ricordi. Le antiche foto e i dipinti non vi conterranno mai. Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da guadagnare da voi. Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno, ogni giorno. Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie. Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno. La Palestina sarà libera. Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa. Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa. Metteremo fine alla macchina da guerra americano-sionista, basata su dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio. 
E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli altri.

 

 

 

 

CHIARE VOCI
A Pero, Giornate del pensiero.






DOPO
di Giorgio Bolla
 

Non ricordo proprio del tutto. È stato un richiamo, come tante altre volte mi era successo. Pomeriggio di un giorno di festa, ormai tardo. Naturalmente solo. Quella zona non l’ho mai conosciuta mai frequentata. Vicino alla città dell’oro, terra di prima montagna, terra di guerra e povertà. Dominata dalla Chiesa, con quella ipocrisia tipicamente bigotta che fa nascere l’assoluta necessità di mondarsi l’anima, sempre e comunque.
Ho trovato subito. L’immediato ingresso sensoriale al luogo è stato il suono dell’acqua, sotto. Cercavo, potevo immaginare. Mi fermo all’altezza di una povera casa anni ’50 e di fronte a me esce un tizio, un uomo sulla settantina (quasi) ben piantato. Proprio in quel momento, quasi mi aspettasse.
“La casa dello scrittore?”
“Questa”.
Incredibile mi dico, al primo colpo. Riflettevo su come anche la tristezza, il semidio che tutti ci lusinga e impaurisce, ormai sembrava aver lasciato quel posto. Lì aveva finito il suo compito, il lavoro. Era rimasta solo l’assenza, sorella della memoria.
“Lo conosceva?”
“Sì, ma era un grande stronzo. Lo vedevamo qualche volta e parlavamo anche, se gli andava. Sempre solo, col cane. Forse voleva così. Qui c’era la sua macchina, vecchia messa un po’ male. Ma io sono qui solo i fine-settimana. Era la casa dei miei suoceri. Io sono di vicino Roma, ma vivo qui sotto da molto. Mi sono sposato con una di qui”.
“Ma cosa è successo?”.
“Vedevo da qualche giorno il suo cane girare fuori della casa, come se cercasse. Noi eravamo qui per le Feste e non lo abbiamo mai visto uscire. La macchina era al suo posto. Stava chiuso dentro anche giornate intere, lui. Ma poi veniva fuori, andava giù al bar. Qualche volta diceva che andava in città. Quei giorni erano freddi, qui d’inverno non c’è mai luce. Freddi di un freddo cattivo che poi non ti sai spiegare. Non capivo, o meglio ho sospettato. E ho chiamato quelli dell’Ospedale e i Carabinieri”.
“Quando sono arrivati cosa hanno fatto?”
“Hanno dovuto aprire la porta, era chiusa. I Carabinieri non avevano molta voglia, continuavano a dirmi che quella persona che abitava lì aveva già creato altri casini. E mi hanno mandato avanti a me, a vedere”.
La creazione di un mito è un processo forse necessario, obbligatorio. Soprattutto quando quella persona che è appena morta – in qualsiasi maniera – è stata abbandonata. Va bene, era diventato “impossibile”. E allora? Avete creato il mito. Uno che scrive sempre sulla morte, sul suicidio. E non lo fa mai. La paura del suicidio è diversa dalla solita paura della morte. È molto più dura angosciante cattiva. Per tutti lui non può che essersi suicidato, è così, sicuro.
“Sono entrato io. Era sulle scale con la testa rotta, il sangue coagulato. Scale strette. Magari erano giorni che non mangiava e beveva poco. E poi quei farmaci che prendeva da poco, chissà se poi li prendeva?” Proprio quei farmaci che per lui erano uno smacco una sconfitta.
“Per me non ce la faceva più a stare in piedi, è caduto e si è fracassato la testa. Quale suicidio?
Lo salutai, lo ringraziai. Era un uomo coi piedi per terra. Ed era davvero dispiaciuto per quello che era successo. Alla fine quel luogo così distante dai posti “civili” aveva perso qualcuno particolare, magari importante.
Il senso del nulla che portiamo dentro, l’assenza. L’assenza, credo, è molto meno del vuoto. Il vuoto sta fra due blocchi di materia, di essere.
Era sempre più freddo e tornai indietro.

lunedì 19 ottobre 2026

GORLA DOMANI 
 A Villa Mirabello




TEMPO DA MEDITARE
di Angelo Gaccione


 

“L’Eco è un giornale che non riceve contributo alcuno dallo Stato e dai partiti”. È la presentazione, il biglietto da visita della testata diretta da Roberto Fronzuti incastonata nel colophon e non lascia indifferente il lettore. Non ha lasciato indifferente me, che so bene, essendo del mestiere, quanto costa e quanta fatica ci vuole per tenere in vita senza tali contributi, un giornale come questo. Un giornale necessario perché funziona da termometro e fa sentire il battito del polso della città e del suo hinterland. Un giornale che non fa sconti a nessuno è naturale che rifiuti contributi da chicchessia; non dovendo niente a nessuno può sfidare tutte le consorterie e denunciare ogni guasto, ogni aberrazione. Non è solo quella dichiarazione che mi ha colpito; mi hanno colpite anche queste parole non leggere e che vogliono essere un monito per la nostra labile memoria: “Per non dimenticare il nazi-fascismo e i campi di sterminio. Per ricordare ai giovani che le dittature nazi-fasciste sono state la causa delle tragedie del secolo scorso, causa di guerre, fame e miseria”. E subito sotto un riquadro a colori mette in fila come tutto è cominciato; come Hitler abbia progressivamente creato i presupposti per giungere alla fine della democrazia e come solo dopo si è arrivati allo sterminio. 



Vale la pena vederlo in dettaglio questo processo, perché come ebbe a scrivere il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana: “Chi non sa ricordare il passato sarà costretto a riviverlo”. Hitler non iniziò con i campi di sterminio. Iniziò con vietare i libri, prendere di mira la stampa, incolpare gli immigrati, creare nemici tra i vicini, controllare i tribunali e i giudici, attaccare i diritti dei lavoratori, diffondere bugie e teorie del complotto, usare la religione come un’arma, sostituire la verità con la propaganda. Non è un vero e proprio decalogo questo del giornale milanese L’Eco: manca un punto perché lo sia, ma può bastare. A molti farà scoprire una sorprendente analogia con questo nostro tempo. Un tempo da meditare a fondo.

GRAZIE PER LA SOLIDARIETÀ


 

Come molti lettori e lettrici avranno saputo, “Odissea” è stato attaccato per l’ennesima volta. Non è la prima volta e non sarà l’ultima, lo abbiamo messo in conto. Lo hanno fatto proprio mentre il giornale ha iniziato il suo 24° anno di vita. Questa volta non ci hanno procurato danni materiali, per fortuna; ci hanno però impedito di mandare i link dei vari articoli per alcuni giorni, di ricevere email, di rispondere, di scaricare la posta. Insomma, vogliono tapparci la bocca. Ovviamente non ci riusciranno: abbiamo usato WhatsApp per far girare gli articoli e tantissimi nostri contatti li hanno rilanciati a loro volta. Grandissima la solidarietà arrivataci da tutta Italia e anche dall’estero. È difficile ridurre al silenzio gente come noi. Naturalmente un abbraccio grande a quanti ci sono stati vicini con il loro incoraggiamento e il loro affetto: è stato davvero commovente. Grazie anche a quanti hanno voluto mandarci un piccolo contributo che noi consideriamo grande. Noi non possiamo che mandar loro dei libri e tenero duro.
Ora è sempre Resistenza! Contro ogni guerra sempre! Contro ogni censura sempre!

 

 

 

I NODI IRRISOLTI DELL’INDUSTRIA ITALIANA  
di Franco Astengo


 
Il deficit della sinistra nella capacità di progettare una visione alternativa di società e di modello di sviluppo sta misurandosi con una realtà molto difficile che l'attualità ci pone di fronte ogni giorno. La condizione generale di conflitto e di conseguente crisi energetica in relazione al modello di sviluppo capitalistico impostosi negli ultimi anni sta portando a un disegno di mutazioni già in atto .Il primo punto da affrontare dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante secondo i principi della programmazione democratica e una visione di "società sobria" di forte tensione verso l'uguaglianza e fondata sull'intervento pubblico in economia verso settori decisivi dell'industria, dell'ambiente, dei trasporti, della scuola(la cui priorità di intervento dovrebbe essere quello di affrontare il deficit cognitivo che assilla diversi settori sociali) della sanità. Oggi il ritorno della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un momento in cui si sta attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” e di evidente ripresa del nazionalismo. Di seguito uno schematico richiamo ai punti “critici” della produzione e dello sviluppo industriale nel nostro Paese al riguardo dei quali non solo il governo sta operando perché siano affrontati come uniche idee attraverso la ripresa del settore militare e di quello nucleare, magari aggiungendo qualche cosiddetta “grande opera” anche se la vicenda del ponte sullo Stretto sembra davvero in ritirata. L’opposizione appare incerta e priva di una linea adeguata: di questi temi e del mondo del lavoro in generale non pare proprio che si stia discutendo con i capi-partito per dirla con Giusti “in tutt’altre faccende affaccendati”. Si può aggiungere il tema dell’Europa al riguardo della possibilità di affrontare in comune questioni come quelle della ricerca applicata alla produzione, dell’energia, del superamento di barriere economiche. Nella sinistra ci sono difficoltà a considerare quello europeo come spazio politico.
Esaminiamo schematicamente cinque punti decisivi analizzati anche in base ai dati pubblicati più recentemente:



“Economia non osservata”. (l’antica economia sommersa)
Gli ultimi dati Istat, relativi al 2024, sul valore della cosiddetta “economia non osservata”, ovvero l'insieme del sommerso e delle attività illegali, è pari a 218,2 miliardi.
Le unità di lavoro irregolari sono circa 3.270.000, con un incremento di 145.000 unità rispetto al 2023. Il lavoro non regolare cresce sia nella componente dipendente (+5,4% + 121,8mila unità), sia in quella indipendente (+2,7% + 23,4mila unità). 
Il valore aggiunto generato dall'impiego di lavoro irregolare presenta un peso particolarmente elevato negli altri servizi alle persone, dove rappresenta il 19,4% del valore aggiunto del settore, anche per l'inclusione del lavoro domestico e in agricoltura dove il valore aggiunto sommerso, connesso esclusivamente alla componente di lavoro irregolare, è pari al 15,2% del totale del comparto. Al contrario, il fenomeno risulta più limitato nei comparti industriali (con una incidenza compresa tra lo 0,9% e il 2,8%) e negli Altri servizi alle imprese (1,5%). Non fatichiamo a prevedere che per il 2025 e il 2026 questi dati risulteranno numericamente accresciuti.


 
“Produzione industriale”
Riportiamo il commento ISTAT ai dati del primo semestre: Anche in termini tendenziali la produzione, al netto degli effetti di calendario, è in flessione. Il calo è marcato nei beni di consumo, mentre l’energia e i beni strumentali registrano una crescita moderata. Nel primo semestre dell’anno, la produzione totale al netto degli effetti di calendario registra una crescita tendenziale modesta (+0,5%), con un incremento particolarmente sostenuto nella fabbricazione di mezzi di trasporto, mentre ritorna qui il nodo del militare.


 
“Innovazione Tecnologica”
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il sistema italiano dell’innovazione continua a scontare alcune debolezze strutturali che ne limitano l’efficacia complessiva. La prima riguarda il persistente divario tra ricerca e impresa. A fronte di una produzione scientifica di alto livello, gli investimenti privati in ricerca e sviluppo restano inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei, con un ritardo particolarmente evidente nel tessuto delle piccole e medie imprese. Il rapporto Istat sulla ricerca e sviluppo in Italia indica infatti un sistema imprenditoriale sempre più polarizzato. Mentre le grandi imprese, con almeno 250 addetti, continuano ad aumentare la propria spesa in R&S, le imprese di minori dimensioni mostrano segnali di arretramento. Nella fascia sotto i 50 addetti si registra una riduzione del 2,3%, mentre la spesa cresce del 7,3% nelle grandi imprese e del 2,8% in quelle di media dimensione. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono proprio le PMI a costituire l’ossatura del sistema produttivo italiano. Questo squilibrio si traduce quindi in una minore capacità di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni industriali, innovazione diffusa e nuovi prodotti. Minore capacità che causa il deficit tecnologico che frena in particolare la produzione industriale.



Transizione ecologica e industria italiana
Il sistema industriale e le rappresentanze politiche nazionali stanno sollevando forti critiche verso l'attuale struttura dei mercati dei permessi di emissione europei. Il rischio evidenziato dal mondo produttivo è il cosiddetto paradosso industriale: imporre normative rigide senza tutele tariffarie globali rischia di penalizzare le imprese italiane che investono in sostenibilità, spingendo alla delocalizzazione della produzione verso Paesi con standard ambientali inferiori (carbon leakage), senza un reale beneficio per il pianeta. In quest'ottica, l'Italia ha proposto a livello europeo la revisione e la sospensione temporanea del meccanismo ETS (Emission Trading System) per frenare le speculazioni finanziarie sui costi della CO2.


 
“Difficoltà energetica e ritorno al nucleare”
L'approvazione della legge delega del 2026 non si traduce nell'immediata apertura di cantieri. L'effettivo ritorno all'energia atomica dipenderà dalla stesura dei decreti legislativi, dalla costituzione di una nuova Autorità per la sicurezza nucleare, dall'attrazione di capitali privati e dal superamento dei vincoli legati al consenso dei territori coinvolti. Rimangono aperti i nodi storici sulla localizzazione degli impianti, sul rifiuto sociale delle comunità locali e sulla mancata individuazione di un Deposito Nazionale definitivo per i rifiuti radioattivi già esistenti. Inoltre I costi iniziali di investimento sono altissimi. Gli SMR commerciali non dispongono ancora di filiere industriali mature o prototipi standardizzati su larga scala, rendendo incerti i reali costi operativi. La costruzione e la messa in funzione delle centrali richiede tempi lunghi (almeno 10-15 anni). Inoltre, l'approvvigionamento di uranio espone a dinamiche geopolitiche simili a quelle dei combustibili fossili.



“Competitività complessiva”
I principali freni competitivi, si concentrano su 3 dinamiche:
1) Nanismo Aziendale: Le micro e piccole imprese costituiscono ancora il tessuto portante del Paese, mentre le imprese medie (tra 100 e 400 addetti) pesano solo per il 10% del totale (contro il 17,5% della Germania). La carenza di grandi aziende frena lo sviluppo economico: l'80% della ricerca industriale in Italia viene effettuato da aziende con più di 500 dipendenti .
2) Costo dell'Energia: Rappresenta un ostacolo critico per ben il 92% delle associazioni industriali nazionali, penalizzando i margini e rendendo la produzione meno competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE.
3) Investimenti Immateriali: L'Italia sconta un ritardo cronico negli investimenti in digitalizzazione, brevetti e competenze (R&S), che rimangono stabilmente inferiori rispetto alla media delle principali economie europee.

UNA GENERAZIONE FRAGILE
di Franco Astengo


 
Il danno più grave che questa destra casualmente al governo in Italia può compiere è quello di rendere ancora più fragile di quanto non lo sia questa generazione di ragazzi che ieri sono scesi in piazza per protestare: “senza coordinamento”. “senza piattaforma” come ha sottotitolato giustamente “il Manifesto”. È la generazione dei social, che esce dall’isolamento del Covid, che in qualche caso è stata “accompagnata” per le strade da genitori e insegnanti: proprio a sottolineare questa debolezza strutturale. Trattare questa generazione come fu trattata la generazione del ’77 significherebbe regalare decenni di storia alla cupezza del revanscismo e del rancore per le avanguardie e al riflusso di una massa che si è vista respingere brutalmente dall’impegno. Accadde anche nel 2001 quando un’idea alternativa della globalizzazione che già aveva avuto casa a Porto Alegre e a Seattle fu affogata nel sangue dell’inganno di una repressione senza senso.

LE RADICI DEL MALE
di Chicca Morone
 


Col bianco delle nevi delle Alpi / Col rosso dei tramonti siciliani / Col verde delle valli di Toscana / Noi facemmo una bandiera / Bianca, rossa e verde / La bandiera tricolor.
Potrebbe sembrare stucchevole, ma quando mi sono trovata al Teatro Alfieri di Torino alla rappresentazione dello spettacolo musicale “Rinaldo in campo” sono stata coinvolta in un profondo stato emozionale. Ero adolescente, ma ricordo i sentimenti di allora poco diversi da quelli odierni sebbene mediati da funzioni razionali alla parola Patria. La commedia di Garinei e Giovannini era stata concepita per i festeggiamenti del Centenario dell’Unità d’Italia e raccontava del brigante siculo, finto garibaldino per entrare nelle case dei nobili e rubare il possibile, improvvisamente redento dall’amore per Angelica. Un Domenico Modugno travolgente, una esuberante Delia Scala, un coro che riempiva la sala con calde e intense voci... tutte persone che non ci sono più, come non c’è più il concetto di Patria e di rispetto per il Paese in cui viviamo. Parole che, se pronunciate in presenza dei soloni proiettati nel futuro dell’IA e affini, suscitano ironia, a volte epiteti leggermente infamanti; ma concetti che, repressi, danno spesso origine a quel malessere bisognoso di sostegni psicologici nel migliore dei casi... quando non a vere e proprie nevrosi. La Terra è nostra Madre, simbolo del Femminile, di quella parte di noi che ha diritto di cittadinanza esattamente quanto il Maschile. Senza equilibrio fra le due istanze non siamo in grado di avere una visione panoramica delle varie situazioni senza essere o coinvolti troppo emotivamente o inibiti da funzioni razionali esagerate. Abbiamo bisogno di radici, di sentire il nostro legame con la Terra da cui trarre nutrimento (Acqua-Linfa), per poter elevare (Fuoco) i nostri rami verso il cielo (Aria).      

Ma se l’IA ha invaso così tanto le nostre vite, un motivo ci sarà e non è certo dei migliori: abbiamo imparato a demandare la nostra interezza a una qualche “entità” a noi esterna senza capire che è il nostro legame con la Coscienza ciò che ci rende presenti e attivi a 360°. Scegliendo di non esercitare appieno le nostre facoltà ne perderemo poco alla volta l’ampiezza, nel caso il passare degli anni non provvedesse già abbondantemente: essere sostituiti nell’elaborazione dei dati può significare accelerare i tempi... ma siamo sicuri che in quel lasso di tempo non precludiamo spazio all’intuizione in grado di farci raggiungere mete insperate e sconosciute?



È utopia, lo so, e il progresso ci vuole immersi in mille facilitazioni che i nostri avi non possedevano: adesso viaggiamo da una parte all’altra del globo, conosciamo altre realtà, visitiamo luoghi sacri da cui emergono vestigia del passato, i telefonini ci mettono in comunicazione con chiunque e ovunque, computer e televisione ci danno l’impressione di sapere cosa esista nella realtà che non possiamo vedere e sentire nel nostro microscopico spazio con i nostri cinque sensi... ma non sappiamo guardarci “dentro” dove accade ciò in cui maggiormente dovrebbe essere polarizzata la nostra attenzione, per decodificare gli eventi esterni senza far parte di un gregge belante.
Parliamo diverse lingue, i più evoluti anche nove, ma la prima parola che di solito il bambino pronuncia è una bilabiale, prodotta cioè con la chiusura di entrambe le labbra: mamma, papà, bimbo. È la prima forma di comunicazione con cui “assaggiamo” il mondo. Sono concetti radicati dentro di noi che si riferiscono ad archetipi, modelli originali da cui derivano idee, forme o testi che ci accompagnano nella nostra evoluzione. Inserire nel vocabolario “Genitore Uno” e “Genitore Due” è una delle tante forme di destrutturazione da cui siamo tempestati. In quest’ottica non è da oggi che il tentativo di sostituire l’idea di Patria legata all’elemento Terra serpeggia un po’ ovunque, abbondantemente, creando in noi quel distacco - piuttosto corrosivo a livello inconscio - dalla “madre benigna e pia” a cui si riferisce Francesco Petrarca nella canzone “Italia mia benché ‘l parlar sia indarno”. Non a caso questo è uno dei primi componimenti poetici riferito l’unità storica, culturale e spirituale dell’Italia, al di sopra dell’estremo frazionamento statuale e di fazione allora vigente. Oggi le divisioni sono molteplici e il “Divide et impera” regna ovunque, ma l’aspetto peggiore è che il concetto di “sovranità” viene usato politicamente in modo improprio. Oggi siamo “europei”, “cittadini del mondo” e non ci rendiamo conto della bellezza del nostro Paese, non sappiamo difenderlo anche solo nel nostro piccolo metroquadro. Il caos regna ovunque.
Con buona pace del fondatore dell’Unione paneuropea (1923) il conte Richard Nicolaus Kalergi - figlio di un diplomatico austro-ungarico e discendente da parte materna di una famiglia di Samurai - ogni essere vivente affonda le proprie radici in luoghi molto diversi gli uni dagli altri: Inuit, Iraniani, Burkinabé, Cinesi, Europei ecc. per quanto abbiano in comune la sostanza di cui è composta la loro Coscienza, i loro corpi e le loro usanze presentano notevoli differenze, legate a radici in territori diversi. Non c’è una razza o una religione migliore dell’altra (nonostante ci sia chi ne è convinto) per cui è inutile negare che ognuno di noi abbia il diritto di riferirsi alle proprie tradizioni. Però, se mi si viene a spiegare che è giusto le donne debbano indossare burka ed essere picchiate in quanto sottoposte alla volontà dell’uomo, spiego gentilmente che in Italia dal 1948 alla donna è “persino” stato concesso il voto e che la Sharia è applicabile nei luoghi dove è nata. Non esiste che un governo straniero (Marocco) investa milioni di euro per costruire qui a Torino la terza moschea per importanza in Europa, con annesso un centro di islamizzazione proprio in un quartier ad alta densità di stranieri. Questo deve essere chiaro a tutti: l’Italia è uno Stato che consente la libertà di culto, ma dove vige una Costituzione che deve essere rispettata e non sopraffatta da ambigue trame eversive. Chiunque non voglia sottoporsi alle nostre leggi è libero di trovare un altro luogo dove esprimere le proprie convinzioni legate alle radici socio-culturali che lo hanno improntato.

A SOMASCA DI VERCURAGO



Poeti e non solo, in memoria di Germana Marini. Alla Casa San Girolamo Ca’ Miani di via Papa Giovanni XXIII n. 2

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