UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

mercoledì 28 settembre 2022

IL DOPO VOTO
di Gian Giacomo Migone      


Grandi pericoli, piccole elezioni.
 
Il più grande pericolo immediato è quello della guerra. Quella in corso in Ucraina. Non l’unica, nemmeno la più cruenta, ma più pericolosa perché sostenuta ed alimentata da due imperi in declino, armati di denti nucleari. Lo percepiscono i due terzi del popolo italiano, anche se la campagna elettorale lo ha ignorato, salvo nella sua fase finale. La crisi ambientale, quella sociale e democratica sono altrettanto gravi, ma i tempi di conflagrazione sono meno stretti. Purtroppo siamo tra due fuochi. Alle minacce recenti di Putin corrispondono quelle di Biden. Non a caso Cina ed India, potenze in ascesa, ne prendono le distanze, invocando la fine del conflitto. Nessuna cancelleria aveva programmato la Prima guerra mondiale, costata quasi cento milioni di morti. Soldati semplici, guidati da giovani ufficiali in trincea. Non l’avrebbero voluta governi e diplomazie nazionaliste, prigioniere della Realpolitik con la pretesa di salvaguardare gli equilibri tra le alleanze in campo. Bastarono due colpi di pistola, a Sarajevo, per far scattare una successione di eventi, scatenati dal bisogno di salvaguardare la propria esistenza dell’impero Austro-Ungarico in declino, che avrebbe travolto l’Europa per decenni, fino a sfociare in un’altra guerra, ancora più sanguinosa perché estesa alle popolazioni civili. Quella in corso oggi è la continuazione della guerra fredda che ha segnato la seconda metà del secolo precedente, fino e oltre la caduta del Muro di Berlino. Continua a sfuggire ai più che le intenzioni di Washington e di Mosca, pur diversamente motivate, sono intimamente convergenti. Quella di Washington costituisce la continuazione di una politica a salvaguardia e sviluppo di un’alleanza subalterna, teoricamente obsoleta - come segnalato da uno dei suoi principali ispiratori, Henry Kissinger - e a giustificazione di una spesa, tale da prolungare il suo primato globale, ormai soprattutto militare, che richiede la presenza di una credibile minaccia, a credible threat. Dal punto di vista di Mosca non si tratta nemmeno di una trappola. La dittatura di Putin, a capo di una pur grande potenza umiliata dalla storia recente, ha bisogno di consolidare il proprio potere interno con la rioccupazione di una parte del suo ex territorio, a contestuale riconquista dello status di nemico credibile dell’Occidente. Egli non conosce remore nella violazione di principi e regole di diritto internazionale, in ciò del tutto simile ai suoi predecessori di Mosca e, in forme ideologicamente contraddittorie, ai suoi colleghi di Washington. Le vittime sono le popolazioni colpite e in fuga, i coscritti inviati a morire, e tutti coloro che si schierano anche solo idealmente al loro fianco. Il continente europeo, di cui l’Ucraina costituisce parte integrante, torna ad essere terreno di conquista e di conflitto tra soggetti ad esso esterni, più coesi e più forti. Come dice la signora Nuland, che dirige gli uffici competenti al Dipartimento di Stato: “Fuck Europe, si fotta l’Europa.
Tutto ciò non deve sorprendere. Ogni guerra, potenziale o in atto, determina un’alleanza di fatto tra i suoi sostenitori contrapposti, tuttavia conniventi. Potenziali alleati sono coloro che la subiscono, ne pagano le conseguenze, non la vogliono. Vengono a mente gli atti di solidarietà tra soldati divisi dalle trincee della Prima guerra mondiale, solitamente repressi dai plotoni di esecuzione. Tuttavia, a questa banalità del male non può sfuggire l’ulteriore dimensione che essa assume nel mondo di oggi. Quella che viene presentata come soluzione del conflitto, dalla “nostra” propaganda di guerra, la sconfitta della Russia, in mancanza di una tregua, di una pace negoziata sotto egida internazionale, aumenta il rischio di un uso di armi diversamente letali, mai del tutto controllate, nel mondo attuale meno che mai, perché sempre più numerose, articolate e diffuse. Ciò che scaturisce dalla guerra che ci coinvolge costituisce un esempio che potrebbe essere imitato, nel male come nel bene, in altre parti del mondo. L’elezione di parlamento e governo costituisce in regime di democrazia l’espressione solenne della sovranità popolare. Tale è secondo la nostra Costituzione. Averla immeschinita da uno scioglimento anticipato del Parlamento, nemmeno privo di una maggioranza, rendendo automatica l’applicazione di una legge elettorale assurda, a suo tempo imposta a colpi di voti di fiducia dal governo Gentiloni, in un contesto internazionale come quello appena descritto, costituisce una grave responsabilità del presidente della Repubblica e del capo del governo. A noi, cittadini elettori resta soltanto la possibilità di programmare iniziative politiche atte a riunire nel dopo voto le forze disponibili a contribuire, in Italia e altrove, ad una prospettiva di sopravvivenza pacifica ed ecologica di un mondo più libero e più giusto. Come farlo con la scelta elettorale? Non si sopravvalutino le tensioni, pure presenti nella coalizione di centro-destra. Il primato del denaro unisce, mentre quello delle idee divide. Anche se guardiamo prevalentemente a forze sociali e ideali costruite dal basso, all’interno dei partiti politici esistono forze oggi divise, che dovrebbero ritrovare unità nelle asperità del dopo voto.
       

PER LEONARD PELTIER




PICCOLO MUSEO DELLA POESIA




VIA ORTI




PICCOLO MUSEO DELLA POESIA




martedì 27 settembre 2022

ELEZIONI 2022
di Franco Astengo


 

Vincono astensione e sondaggisti. Crolla l’Agenda Draghi, restano intatti i problemi sistemici.
  
Elezioni 2022: Vincono astensione e sondaggisti. La vittoria dei sondaggisti è tale da porre un interrogativo: costruita una tesi è parte dell'opinione pubblica che vi si adegua e non chi esegue le rilevazioni seguendo l'andamento delle opinioni? In realtà restano intatti i temi della fragilità del sistema politico italiano in particolare sul versante della volatilità elettorale e della scarsa credibilità dei governi (rapporto tra i due fattori: scarsa credibilità del governo/ sale l'opposizione; finora dal 2008 in avanti non si è mai verificato il contrario). Il tutto distorto dall'applicazione della formula elettorale che rende possibile la costruzione di maggioranze di dimensioni ben diverse dal reale responso delle urne. Il punto d'analisi vero risiede nella valutazione di quanto ci sia di redifinizione a destra nel risultato delle elezioni 2022 e quanto di ricerca del "nuovo" da parte di un elettorato ormai reso "volatile" dalla vacuità delle presenze politiche. Da segnalare ancora l'accentuarsi delle divisioni geografiche dell'orientamento elettorale già ben evidenti in precedenti occasioni ma che adesso sta assumendo la dimensione di una vera e propria spaccatura che non riguarda soltanto la "tenuta" del M5S al Sud ma anche la crescita dell'Alleanza Azione-Italia Viva al Nord, in particolare nelle parti più produttive del Paese. M5S favorito nell'assegnazione dei collegi uninominali dalla forte concentrazione del voto in determinate zone, tanto da potersi considerare quasi "Partito del Sud" (circa il 40% dei voti complessivi raccolti tra Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Molise). Andando per ordine con riferimento al voto per la Camera dei Deputati sul territorio nazionale (esclusa la Valle d'Aosta):
1) Al momento in cui scrivo queste note mancano alla conclusione dello scrutinio 28 sezioni su tutto il territorio nazionale, quindi all'incirca 17.000 voti.
2) Il primo dato da tenere in conto è quello dell'astensione: elemento snobbato da molti commentatori che hanno tirato fuori la vecchia litania del fisiologico allineamento con le democrazie occidentali "mature". In realtà si è creata una vera e propria voragine che peserà sull'intera capacità di tenuta del sistema. Nel 2018 ci furono 32. 841.705 voti validi, adesso siamo a 28.037.116 con un calo di 4.804. 589 unità.



3) Il dato dell'astensione si riflette naturalmente sul totale dei voti delle singole liste. Dal punto di vista della maggioranza relativa Fratelli d'Italia ottiene 7.292.649 voti in netto calo rispetto alla quota realizzata dal Movimento 5Stelle nel 2018 che era di 10.732.066 (meno 3.439.417). In sostanza su di un corpo di 46.127.514 elettrici ed elettori il partito di maggioranza relativa rappresenta il 15,81% (2018 : M5S 10.732.066 su 46.505.350 pari al 23,07 con un calo di 7,26 punti).
4) L'elemento di porre in rilievo è quello della distorsione sul meccanismo di traduzione del voto in seggi parlamentari dovuta all'applicazione della formula elettorale vigente (legge n.165 del 3 novembre 2017) che non prevede, oltre a mantenere le liste bloccate, la possibilità del voto disgiunto tra parte uninominale e parte plurinominale della scheda. A questo punto entra in gioco la capacità coalizione della forze politiche ed essendosi prodotta, in questo senso, nell'occasione delle elezioni del 25 settembre una forte asimmetria tra la tradizionale alleanza di centro-destra e la coalizione raccolta attorno al PD si è verificato il caso che il centro-destra raccolto il 43,82% sul totale dei voti validi (in realtà 12.285.587 su 46.127.514 pari al 26,6% dell'intero corpo elettorale) abbia totalizzato l'83,44% dei collegi uninominali in palio per la Camera dei Deputati (un effetto distorcente del 40%). In sostanza il centro destra ha pagato i suoi collegi uninomimali 102.160 voti l'uno, mentre il centro sinistra li ha pagati 610.101 voti e il M5S 422.143 (sfruttando la maggiore concentrazione territoriale).
5) Non si può affermare semplicisticamente che ci si trovi di fronte a uno "spostamento" a destra che pure c'è stato, bensì sarebbe più corretto scrivere di "ridefinizione" del profilo della destra. Complessivamente il centro-destra ha raccolto il 25 settembre 12.285.587 voti una quota in lievissima ascesa rispetto al 2018 quando i suffragi furono 12.152.345 (circa 130.000 in meno). Deve essere ricordato come dal punto di vista della raccolta di consensi il centro destra avesse toccato il proprio massimo storico nel 2008, quando l'alleanza tra il Popolo della Libertà (che comprendeva già i neo-fascisti che poi avrebbero dato vita a Fratelli d'Italia) e la Lega Nord ottenne 17.064.506 voti (quasi 5 milioni di voti in più rispetto al risultato attuale: in quel momento il centro - destra rappresentava il 36,27% degli aventi diritto al voto, oltre 10 punti in più rispetto ad oggi).


6) Naturalmente la ridefinizione identitaria del centro-destra porta il segno della crescita di Fratelli d'Italia saliti da 1.429.550 suffragi nel 2018 a 7.292.742 nel 2022. Si tratta di un fenomeno da analizzare con attenzione nel quadro di una crescente volatilità del voto in Italia, con un elettorato mobile costantemente alla ricerca del "nuovo". Abbiamo già visto il fenomeno del 2008 quando il Popolo delle Libertà conseguì la maggioranza relativa con 13.629.434 voti; successivamente toccò al PD targato Matteo Renzi in occasione delle elezioni Europee 2014 con 11.172.861, poi al Movimento 5 Stelle nelle politiche 2018 con 10.732.066 e ancora con le Europee 2019 alla Lega con 9.153.638 voti e adesso a Fratelli d'Italia con i già menzionati 7.292.742 voti ottenuti il 25 settembre 2022: un cambio vorticoso di partito di maggioranza relativa dentro a un costante calo di consensi.
7) Il successo di Fratelli d'Italia è andato a scapito delle altre forze della coalizione di centro destra. Tra il 2019 e il 2022 la Lega ha praticamente dimezzato i consensi passando da 5.698.687 a 2.461.627 (perdendo voti anche nelle roccaforti dell'antica Lega Nord) mentre Forza Italia è scesa da 4.596.956 a 2.275.948, nello stesso tempo sono arretrati anche i cosiddetti "centristi" del centro-destra: l'UDC  nel 2018 aveva ottenuto 427.152 voti mentre adesso la lista dei Moderati (nonostante il sostegno di personaggi come il presidente della Regione Liguria Toti e il sindaco di Venezia Brugnaro) si è fermata a quota 255.270.
8) Particolare attenzione merita il voto ottenuto dal M5S. Tutti conoscono il travagliato iter che il Movimento ha percorso nella XVIII legislatura: scissioni e microscissioni mentre rimaneva costante la presenza al Governo con 3 diverse formule: alleanza con la Lega, alleanza con il PD, governo tecnico sostenuto da "larghe intese". Nel frattempo i sondaggi davano il M5S in costante discesa, addirittura al di sotto della soglia psicologica del 10%. Alla fine, dopo un mutamento di direzione politica e una campagna elettorale fortemente orientata soprattutto alla difesa della misura-simbolo del reddito di cittadinanza, sono arrivati 4.325.977 voti pari al 15, 42% sul totale dei voti validi (pari al 9.29% del totale degli aventi diritto). Occorre molta chiarezza su questi dati, accolti con una sorta di velato e ingiustificato trionfalismo. Nel 5 anni trascorsi al governo dopo aver conseguito la maggioranza relativa il M5S ha lasciato sul campo 6.406.089 voti nella massima parte finiti nell'astensione (che nessun partito è mai stato in gradi di frenare considerato che la percentuale dei partecipanti al voto è in costante calo da decenni). D'altro canto i transfughi del Movimento, in particolare l'ormai ex-ministro degli Esteri Di Maio, hanno tentato nuove avventure politiche risultando del tutto irrilevanti. Naturalmente il calo del M5S ha aperto, nella quota uninominale, un vera e propria autostrada per il successo del centro-destra ma questo è un elemento che chiama in causa la capacità coalizionale del PD, il suo asse strategico di riferimento e - ovviamente - gli elementi distorsivi anti-democratici presenti nella vigente formula elettorale che evidenzia aspetti di sicura incostituzionalità. Rimane il dato di fondo degli oltre 6 milioni di voti perduti.



9) L'alleanza tra Azione e Italia Viva ha inteso collocarsi al centro dello schieramento politico con il deliberato proposito di svolgere una funzione interditrice al riguardo dei due schieramenti ritenuti principali (sottovalutando tra l'altro il possibile esito del voto al M5S). Alla fine sono arrivati 2.183.170 voti pari al 7,78% del totale di voti validi: varranno un  pugno di deputati considerata la non competitività della lista nella parte uninominale. In realtà la raccolta di voti del duo Calenda - Renzi (assolutamente sovraesposto mediaticamente) è risultato di molto inferiore alle attese dei due imprenditori politici di riferimento: rimasti alla fine le vittime più illustri dell'impopolarità dell'agenda Draghi(nonostante l'apparente consenso di cui sembrava godere il suo apparente estensore). Un analogo tentativo fu svolto nel 2013 dall'uscente presidente del Consiglio Mario Monti che (a differenza di Draghi) si espose in prima persona. Il risultato fu considerato deludente ma sicuramente migliore di quello ottenuto dall'alleanza centrista in questa occasione (da accompagnare tra l'altro con il fallimento dell'ipotesi centrista portata avanti sul versante del centro destra). Prima di tutto Monti, nel 2013, riuscì a comporre una coalizione che ottenne 3.591.451 voti, oltre un milione e mezzo di voti in più rispetto all'operazione di oggi, e anche la sua lista con 2.823.841 voti (le altre componenti dell'alleanza erano rappresentate dll'UDC e dall'effimera FLI di Gianfranco Fini) raggiunse una quota superiore a quella del duo Renzi- Calenda di oggi.
10) Sul voto al PD pesa come un macigno il duplice errore strategico compiuto dal suo gruppo dirigente: prima di tutto la mancata riforma della formula elettorale da tradursi in senso pienamente proporzionale; in secondo luogo, l'evidente incapacità di costruire un fronte capace di fronteggiare adeguatamente il centro-destra nei collegi uninominali. Da segnalare anche la disperata oscillazione nella campagna elettorale partita all'insegna dell'agenda Draghi e terminata con velleità simil-populiste di ritardato laburismo. Ciò nonostante, il voto al PD preso per sé stesso non è pessimo: nel 2018 (fatto salvo che in quell'occasione la perdita rispetto al 2013 era stata di circa 2.000.000 di voti) il PD aveva ottenuto 6.161.896 voti scesi in questa occasione a 5.346.826 voti (con una finta crescita percentuale dovuta alla diminuzione nei voti validi): 815.070 voti in meno. Si segnala però l'assoluta assenza di consenso raccolto da alleati inseriti in lista (fra i quali 2 ex-ministri della Sanità). Il problema principale per il PD sarà quello della segreteria e quello della crisi di astinenza da governo in un partito fondato su correnti e sulla logica del potere in centro e in periferia.



11) A sinistra va segnalato il passaggio di soglia della lista Alleanza Sinistra- Verdi che, praticamente, con un 1.017.652 voti raccoglie l'intero bottino di Leu nel 2018 che ammontava a 1.114.799 voti. Si tratta di un dato che, oltre alla presenza parlamentare, sarà da verificare se potrà essere considerato punto di partenza per una necessaria ricostruzione a sinistra dopo le tante battute d'arresto fatte registrare almeno dalla vicenda della Lista Arcobaleno nel 2008 in avanti. Fallito completamente il tentativo di Unione Popolare nonostante il tentativo di personalizzazione attorno alla figura dell’ex-sindaco di Napoli De Magistris e l'intervento d'appoggio da parte di protagonisti della politica europea. Unione Popolare si è fermata a quota 402.187 appena sopra alla quota di 372.179 voti che era stata ottenuta dalla lista di Potere al Popolo (comprendente egualmente Rifondazione Comunista) nel 2018. Anche questi sono dati che dovrebbero fornire occasione per un ragionamento diverso dal consueto: tanto più che si è ben notata la differenza tra un'elezione per un incarico di tipo monocratico rispetto a un'elezione di tipo direttamente politico. De Magistris, infatti, presentandosi alle regionali calabresi con una candidatura a Presidente aveva avuto all'incirca il 16%: la lista di UP nella circolazione Calabria ha ottenuto il 25 settembre il 2,27%. Infine completamente fallito il tentativo di sfruttare l'onda no-vax e no-Europa tentata dall'ex M5S Paragone bloccato a 533.190 voti e con la lista VITA dall'altra ex-deputata pentastellata Cunial (201,370 voti, 0,8%). Lontana dal quorum anche la lista rossobruna comprendente il PC di cui è segretario Marco Rizzo che ha avuto 347.713 voti pari all'1,24%.


lunedì 26 settembre 2022

ECCO COSA DOVREBBE FARCI PAURA
di Alfonso Navarra*



 

Il 26 settembre è il giorno dopo il voto politico contro l’opinione ecopacifista della maggioranza degli italiani (un paradosso su cui occorre riflettere) e, per noi attivisti focalizzati, è il Petrov day, giornata ONU contro le armi nucleari, istituita nel ricordo del colonnello sovietico che, nel 1983, salvò il mondo dall'Olocausto di una guerra atomica per errore. A Milano, Disarmisti esigenti, LOC e Mondo senza guerre e senza violenza, nel momento in cui si minaccia in Ucraina l’impiego delle armi nucleari (e non si tratta di un bluff né da parte di chi le brandisce né di chi promette “risposte consequenziali”), abbiamo convocato una manifestazione per reiterare la richiesta della adesione, da parte dell’Italia, del Trattato di proibizione delle armi nucleari (siamo arrivati a 68 Stati ratificanti).
Ci troviamo, in Stazione di Porta Genova, alle ore 18:00 esibendo una mostra sull’energia, che troviamo perfettamente in tema.
Facciamo questa iniziativa perché siamo con gli italiani inascoltati che esigono in maggioranza (il 75%) il non invio delle armi all’Ucraina e la riduzione delle spese militari. Questa guerra, lo abbiamo accennato, può degenerare in scambio di missili nucleari anche per errore di calcolo tra i contendenti. Questa guerra sicuramente impatta in modo decisivo sugli equilibri ecologici globali, con le distruzioni sul campo (ogni giorno si bombardano raffinerie, depositi di carburante, impianti chimici, oltre che edifici e infrastrutture) foriere di inquinamenti che possono investirci direttamente. Se potessimo effettuare delle stime, non ci sarebbe affatto da meravigliarsi che si stiano già facendo saltare fisicamente gli accordi di Parigi sul clima; ma c’è anche il rischio di una possibile contaminazione radioattiva da ZaporizhJa o da altre centrali nucleari nel mezzo delle sparatorie.
Siamo con gli italiani che non vogliono essere coinvolti nei combattimenti; ma anche con gli italiani (il 53%) che non vogliono combattere una guerra economica alla Russia a fianco di quella militare, e per questo dissentono da sanzioni autodistruttive contro la Russia che causano da subito inflazione e disoccupazione in Europa (e fame nel mondo). I sindacati di base non dovrebbero ignorarli nella piattaforma dello sciopero generale del 2 dicembre.
Questa iniziativa in presenza sarà seguita da un nostro incontro on line, con inizio alle ore 20:00. Intendiamo riflettere sulle possibilità di costruire un’opposizione sociale che punti ovviamente a dei NO necessari ma pensando globalmente alla pace come nuovo modello di eco-sviluppo, per una umanità di liberi ed eguali nella “terrestrità”.
 
*Portavoce dei Disarmisti esigenti

DOMANDE AL PAPA
di Luigi Mazzella


 
Il Papa ha detto: “La terra brucia oggi ed è oggi che dobbiamo cambiare a tutti i livelli”.
Domande: a) È d’accordo Papa Francesco con questa frase, attribuita ad Albert Einstein: Non puoi risolvere il problema (del cambiamento) con lo stesso tipo di pensiero che hai usato per crearlo? b) In caso affermativo, il Papa ha pensato che il cambio di mentalità potrebbe riguardare anche la sopravvivenza delle  fedi religiose, in particolare di quella cattolica? c) E che potrebbe far crollare  tutto l’ideologismo post-platonico ed hegeliano con le due facce di destra e di sinistra, fondato anch’esso su credenze e non sul pensiero e utilizzato, nel “secolo breve”, dalla Chiesa cattolica nelle due versioni del clerico-fascismo e del catto-comunismo? d) Si rende conto che il dilemma “o si pensa o si crede” è stato risolto dalla maggioranza degli Occidentali, rifiutando proprio la prima alternativa e che recuperare un pensiero libero è impresa quasi impossibile nel Nuovo come nel Vecchio Continente? 


Il Papa parla di “insostenibilità spirituale del nostro capitalismo” e aggiunge: “Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo”. 
Domande: a) del “nostro” capitalismo o del capitalismo tout court? b) con la globalizzazione, e con i progressi che il capitalismo ha consentito di far fare alla Scienza, soprattutto medica, con contributi di moneta cospicui, si è chiesto, il Papa se, per i livelli raggiunti, da ultimo con il digitale, esso non sia diventato mondiale e secondo alcuni difficilmente sostituibile? c) Anche se ciò  non significa che esso non possa, allo stato, considerarsi “insostenibile”; e non solo sul piano spirituale, si è chiesto il Pontefice  come sia possibile cambiarlo? d) Ha considerato che il pensiero “creatore” del nostro tipo di organizzazione sociale, che, secondo gli studi di antropologi come Margareth Mead e Claude Levi- Strauss, sarebbe derivato dalla società patriarcale e maschilistica, con la nascita della proprietà, del matrimonio (matrimonium per rendere mater la donna), della famiglia e dell’eredità: istituti tutti a protezione del seme maschile che la Chiesa ha sempre riconosciuti come validi e insostituibili? e) Può accettare, Francesco, che una mentalità diversa porti alla società matrilineare e a  un recupero della mentalità vigente in materia di libertà sessuale, soprattutto delle donne, in tali tipi di organizzazione sociale? f) E come sarebbe accettato dalla sua Chiesa che ha sposato il patriarcato, il matrimonio omosessuale che non consente, come quello eterosessuale, la procreazione? 
 
Sulla guerra in corso tra Russia e Ucraina, il Papa ammette che “la nostra generazione non sta custodendo la pace”. È un passaggio brevissimo,
Domanda: dopo le dichiarazioni contraddittorie se non ambigue sulle forniture di armi a Kiev di qualche giorno addietro non era il caso di essere più esplicito sulle responsabilità delle guerre permanenti sul pianeta?
 
Sul lavoro, il Pontefice ha auspicato la creazione di un lavoro degno e ben remunerato, e parlando a lavoratori, presenti o futuri, ha ignorato i possessori di sussidi, redditi di cittadinanza, di studio e di bonus.
Domanda: Certamente lo ha detto chiaramente ma, c’è da chiedersi, anche in maniera volutamente polemica?

 

BASTA ARMI



Il buon senso dei lettori

La pace va cercata e non sbandierata. Una buona azione diplomatica, coordinata e non condizionata, vale molto di più di una fornitura di armi, anche se di ultima generazione. Basta armi, prima che sia troppo tardi.
Gianfranco Rondi

domenica 25 settembre 2022

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