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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 16 luglio 2026
SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA
di Andrey Melnichenko
Andrey
Melnichenko, il re mondiale dei fertilizzanti e il più grande industriale
russo.
Seconda parte.
Perché l’attrito non è una strategia
I negoziati
funzionano quando entrambe le parti credono che l'altra sia in grado e disposta
a difendere la propria posizione fino al limite. Quando una parte conclude che
l'altra sta bluffando o è semplicemente incapace di mantenere le promesse,
smette di cercare una soluzione al tavolo delle trattative. Questo non
giustifica un particolare uso della forza. È una descrizione di come si
verifica effettivamente il fallimento diplomatico: non solo per malafede, ma
per il crollo della credibilità da entrambe le parti. Comprendere questo
meccanismo non significa approvarne le conseguenze. La guerra in Ucraina è,
agli occhi della Russia, una guerra contro l'Occidente nel suo complesso,
combattuta con denaro, armi e tecnologia occidentali. Questa percezione influenza
ogni decisione di Mosca. Le radici del conflitto risiedono in parte in uno
squilibrio strutturale che persisteva in Europa dopo la Guerra Fredda: le
preoccupazioni di Mosca in materia di sicurezza venivano ascoltate, ma mai
affrontate seriamente. Dopo gli sconvolgimenti politici in Ucraina nel 2014, la
Russia concluse che la diplomazia aveva fatto il suo corso e agì, prima in
Crimea e poi, otto anni dopo, in quattro regioni dell'Ucraina orientale e
meridionale. Gli obiettivi originari di Mosca non furono raggiunti rapidamente.
Con il protrarsi della guerra, la Russia ha rivisto ciò che considerava un
esito accettabile. Le sue condizioni dichiarate pubblicamente si sono ridotte a
tre: il riconoscimento dei territori che la Russia rivendica ora in base alla
sua costituzione; la tutela legale delle popolazioni russofone; e un impegno
formale per la neutralità dell'Ucraina. L'Occidente, nel frattempo, ha
ridefinito i propri obiettivi. Il dibattito sulla futura architettura di
sicurezza europea – che non si è mai concretizzato in modo adeguato – è stato
sostituito da un obiettivo operativo: l'usura. Il significato preciso varia a
seconda della capitale: alcuni parlano di indebolire la capacità militare
russa, altri di scoraggiare il revisionismo, altri ancora di lanciare un
segnale a potenziali aggressori altrove. In pratica, la guerra è diventata uno
strumento di pressione prolungata su Mosca. La formula "sostenere
l'Ucraina finché sarà necessario" è conveniente perché elude una questione
spinosa: quale ordine di sicurezza dovrebbe esistere in Europa e quale ruolo
dovrebbe avere la Russia al suo interno? Geograficamente, i combattimenti si
svolgono sul suolo ucraino; formalmente, sono gli ucraini a combattere. Questo
conviene all'Occidente: i costi umani ed economici più elevati ricadono su
Ucraina e Russia, mentre l'impatto sulle economie occidentali, sebbene reale, è
considerato sopportabile.
Ma questo accordo presenta una falla strategica che raramente viene messa in evidenza. La conclusione di Mosca è semplice: nelle condizioni attuali, l'obiettivo originario della Russia – un nuovo ordine di sicurezza europeo in cui la Russia sia partecipe anziché oggetto di controllo – è irraggiungibile. Le battaglie si possono vincere o perdere; una guerra di logoramento, di per sé, non può. Essa perpetua il problema anziché risolverlo. L'attuale configurazione non può continuare indefinitamente. Una coalizione economicamente e tecnologicamente superiore che sostiene l'esercito avversario limitando al contempo il proprio coinvolgimento diretto, finirà per cedere il passo a qualcos'altro: o a una forma di confronto diversa e più diretta, oppure a una soluzione politica. La questione non è se questa transizione avverrà, ma quando e a quali condizioni. Le armi nucleari rendono questa domanda esistenziale. La deterrenza funziona non perché esistono le armi, ma perché esistono centri decisionali razionali, canali di comunicazione aperti ed entrambe le parti comprendono dove si trovano i limiti. Quando la fiducia crolla e l'emozione prende il sopravvento sul calcolo, le armi nucleari cessano di essere uno strumento di deterrenza di ultima istanza e diventano una radiazione di fondo di rischio costante. Qualsiasi strategia che consideri l'escalation nucleare come un'estensione gestibile della pressione convenzionale si basa su un presupposto errato: che un sistema complesso possa essere spinto al limite e fermato esattamente dove è politicamente conveniente. I sistemi reali non funzionano in questo modo. L'esistenza della sovranità e il riconoscimento reciproco della necessità di un accordo non garantiscono che questo venga raggiunto. Ciò che conta altrettanto è la direzione in cui la sovranità viene esercitata. Che una politica sostenga o distrugga un quadro comune è determinato, soprattutto, dalla politica interna di un paese. È proprio per questo che la questione della traiettoria interna della Russia non può essere risolta dall'esterno. Il modo in cui la Russia conduce il proprio processo politico e verso quali fini indirizza la propria sovranità è una questione che può essere risolta solo all'interno della Russia stessa, senza cedere a preferenze esterne.
Qualsiasi tentativo di gestire questo processo dall'esterno non solo è destinato al fallimento, ma è controproducente: distrugge la condizione stessa – la sovranità – senza la quale una pace duratura è in linea di principio impossibile. Questo va accettato, non per simpatia verso la Russia, ma nella consapevolezza che non esiste alternativa a tale riconoscimento. Ho motivo di credere che questa resa dei conti arriverà, e questi motivi possono essere compresi solo spiegando perché non è arrivata prima. Coloro che hanno costruito la nuova Russia – imprenditori, scienziati, artisti, sportivi, professionisti che ne hanno creato l'economia, il significato, la reputazione nel mondo – si consideravano in larga parte internazionalisti. Non si trattava né di debolezza né di ingenuità. Era la scelta ovvia in un mondo in cui l'integrazione globale sembrava irreversibile. La scienza operava secondo standard internazionali, la tecnologia proveniva dalle migliori fonti, i diritti e gli obblighi erano regolati dal diritto occidentale e dai tribunali occidentali, i bambini studiavano nelle migliori università del mondo, il capitale veniva investito dove era protetto. Questa scelta ha comportato, consapevolmente o meno, il trasferimento di una parte significativa della sovranità a sistemi esterni. Non perché fosse questo l'obiettivo, ma perché sembrava che le regole fossero neutrali e l'accesso aperto a tutti. Per molti anni le autorità russe hanno avvertito che si trattava di un errore. I sostenitori dell'integrazione globale lo consideravano un retaggio del pensiero sovietico. Il tempo ha dimostrato che si sbagliavano, non perché la globalizzazione non esistesse, ma perché non è mai stata neutrale. Le sanzioni lo hanno dimostrato chiaramente. Sono state scritte da alcuni, nell'interesse di alcuni, e possono essere modificate per altri da una decisione politica.
La mia esperienza personale con le sanzioni occidentali non è rilevante in questo contesto come una mia personale rimostranza, ma come prova che l'infrastruttura della globalizzazione è condizionata politicamente. I beni possono essere congelati; i diritti un tempo considerati inviolabili si dissolvono nel momento stesso in cui viene presa una decisione politica. L'effetto sistemico delle sanzioni si è rivelato più ampio di quanto inizialmente previsto. La disconnessione dai sistemi globali – finanziari, tecnologici, legali, educativi – ha posto la classe creativa russa di fronte a una scelta imprevista: o l'emigrazione totale con la recisione di ogni legame, o il ritorno alla questione che aveva evitato per trent'anni: come costruire un proprio mondo all'interno della Russia, secondo le proprie regole e i propri standard. Questo processo non è né rapido né semplice. Ma è inevitabile, poiché il mondo globale nel suo significato originario non esiste più. Chi sa creare si trova a dover scegliere non tra la Russia e uno spazio globale, ma tra la Russia e un mondo frammentato in cui ogni blocco stabilisce le proprie regole. In queste condizioni, la logica della creazione si rivolge verso l'interno: costruire qualcosa che sia attraente – per coloro che se ne sono andati molto tempo fa con la dissoluzione dell'Unione Sovietica, per coloro che se ne sono andati di recente e per il mondo russofono in generale. Le forti limitazioni – la pressione militare, le sanzioni economiche, la guerra dell'informazione – impongono l'efficienza. L'efficienza è possibile solo quando tutti gli strati sociali collaborano. In ognuno di essi ci sono persone sufficientemente intelligenti da riconoscere che l'interesse comune minimo – la salvaguardia della sovranità – coincide. Tutto il resto può essere risolto tra di loro. La sovranità non è solo una questione che riguarda lo Stato. È la questione più importante per tutti coloro che vivono e lavorano in un Paese: cittadini, imprese, istituzioni.
Per i
cittadini, la grandezza di un Paese non si misura dal volume dei suoi slogan,
ma dalla misura in cui protegge gli interessi del suo popolo. Le persone votano
con i piedi e con le loro scelte di vita. Se un Paese è privo di sovranità,
prima o poi perde coloro che possono essere la sua risorsa anziché il suo peso.
Anche le imprese con attività internazionali hanno bisogno di sovranità. Si
possono costruire complesse strutture proprietarie e redigere contratti nelle
giurisdizioni più sofisticate. Ma in definitiva, la migliore protezione di
contratti e investimenti è garantita da uno Stato forte che li sostiene. Le
aziende che non sono né americane né cinesi si trovano di fronte a scelte poco
allettanti: fornire risorse e mercati ai grandi attori in cambio di protezione,
oppure accettare il ruolo di operatore locale sotto la costante minaccia di
decisioni esterne. L'alternativa sovrana – allineare la strategia a quella di
uno Stato che considera le grandi imprese parte integrante della propria
capacità strategica – è l'unica che non richiede di rinunciare al futuro. Nel
XXI secolo, la sovranità di uno Stato ha una dimensione economica diretta: la
capacità di creare valore aggiunto all'interno della propria giurisdizione e di
indirizzarlo verso il rafforzamento della propria sovranità, anziché di quella
altrui.
La comunità
imprenditoriale russa è composta da persone capaci non solo di sopravvivere
entro le regole stabilite, ma anche di cambiare l'ambiente stesso: progettando
e costruendo nuovi mercati, industrie e sistemi di gestione. Negli ultimi
decenni, la loro selezione non è avvenuta per motivi ideologici, bensì
attraverso la competizione, le crisi e le ristrutturazioni: una selezione di coloro
che sanno calcolare le conseguenze, ascoltare gli interessi altrui e trovare
compromessi praticabili. Il loro ruolo nel dibattito sulla direzione della
sovranità russa non è politico, ma creativo; non si tratta di chi governa, ma
di cosa si sta costruendo.
Le grandi
imprese russe che investono in una Russia sovrana ne diventeranno, col tempo,
parte integrante. Lo stesso varrà per altre importanti istituzioni. Di
conseguenza, la Russia stessa cambierà. Se ci impegniamo per una sovranità che
crei unità tra cittadini e istituzioni, spero che col tempo riusciremo a
correggere tutti gli squilibri interni di cui anche noi siamo responsabili,
proprio perché un tempo eravamo ben disposti a non intervenire.
L’attrattiva
della prevedibilità
Una Russia
sovrana non renderà tutti i paesi più a loro agio. Ma a lungo termine sarà più
vantaggiosa delle alternative. La scelta per gli attori esterni non è tra una
Russia amica e una ostile. È tra una Russia il cui comportamento è prevedibile
e una la cui traiettoria è sconosciuta. Nel mondo che si sta delineando ora, la
prevedibilità è più importante della simpatia. Il dibattito interno su cosa
dovrebbe essere la Russia è inevitabile. Ma questa discussione appartiene al
dopoguerra e all'interno del Paese. La scelta che si presenta al mondo non è
tra amore per la Russia e odio per essa, tra punizione e perdono, tra chiarezza
morale e cinismo politico. È tra due tipi di futuro: uno in cui le grandi
potenze imparano di nuovo a rispettare la sovranità altrui, e uno in cui ciascuna
tenta di ridurre le altre a oggetti di controllo. La seconda strada ci ha già
condotti qui. La cosa più importante è che ci allontaniamo dall'abisso. Solo
allora potremo chiederci come ci siamo arrivati e come organizzare il mondo in modo
diverso. Questo compito spetta alla prossima generazione. Il nostro ruolo è
quello di garantire loro qualcosa su cui lavorare.
SOLIDARIETÀ CON GLI OPPRESSI
Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale
Se la solidarietà è un crimine siamo
incriminabili.
Quella che segue è una dichiarazione
di solidarietà e corresponsabilità nell’impegno civile al fianco del martoriato
popolo palestinese e della sua resistenza. È anche un atto di autodenuncia
sottoposto all’attenzione della magistratura. È inoltre una lettera aperta rivolta ai responsabili
del genocidio palestinese e a tutti quei governanti e forze economiche e
tecnologiche, etnico -religiose e razziste, complici, che sostengono lo Stato d’Israele. Chi firma la dichiarazione può integrarla
con un suo pensiero, una sua opinione e una sua proposta finalizzate a
rafforzare, nel nostro Paese e nel mondo, le resistenze di “restare umani”, per
il disarmo e la pace, per i diritti umani e il diritto internazionale, per la
giustizia sociale e ambientale.
Le adesioni (nome, cognome,
comune di residenzae/o domicilio) vanno inviate a: 80moliberazpropalestinapropace@gmail.com
Noi
cittadine e cittadini, noi persone impegnate nel denunciare e nel contrastare,
per fermarlo, il genocidio del popolo palestinese, siamo profondamente
colpite nella nostra umanità e inorridite di fronte alla lucida spietata
determinazione genocidaria del governo e dell’esercito israeliani.
Siamo altresì colpiti nella nostra
personale dignità, quando vengono messe in prigione persone che operano in
soccorso delle vittime palestinesi con aiuti materiali ed economici, in particolare
rivolti ai bambini e alle bambine.
Siamo allarmati e fortemente preoccupati
quando si criminalizzano, anche da parte della magistratura italiana,
associazioni di beneficenza della diaspora palestinese e si mettono sotto
accusa i loro rappresentanti in quanto sarebbero responsabili di destinare i
fondi raccolti ad Hamas ritenuta organizzazione terroristica.
Essendo cittadini informati e consapevoli, sentiamo
il dovere di precisare:
1) Secondo la Convenzione internazionale
per la soppressione delle attività di finanziamento al terrorismo del 1999 è
terroristico “ogni atto finalizzato a causare la morte o lesioni personali
gravi a un civile o ad ogni altra persona che non prende attivamente parte alle
ostilità in una situazione di conflitto armato quando lo scopo di questo atto
[…] è quello di intimidire una popolazione oppure di costringere un governo o
un'organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un
determinato atto”.
2) Alla luce di questa definizione si può affermare
che Israele ha sempre praticato il terrorismo, alle origini con Irgun e Banda
Stern, successivamente con esercito e coloni. Basti pensare, per esempio, al
cecchinaggio durante la Grande marcia del ritorno nel 2018-2019 e agli ordigni
esplosivi usati indiscriminatamente in Libano contro la popolazione civile nel
settembre 2024, con centinaia di morti e migliaia di feriti, tutti disarmati e
inermi, che manifestavano, nel primo caso, per il diritto al ritorno
(Risoluzione ONU, n.194/48); nel secondo caso tutti civili che si recavano al
lavoro o a scuola o passeggiavano o guidavano taxi.
3) Con la Legge fondamentale del 19 luglio
2018, Israele si definisce “Stato nazionale del popolo ebraico”, cioè a sovranità etnico-religiosa; dichiara “lo sviluppo
dell’insediamento ebraico come un valore nazionale e agirà per incoraggiarne e
promuoverne la creazione e il consolidamento”. “Insediamento ebraico” sta per
colonizzazione, cioè un crimine che con questa legge assurge a valore
nazionale. Israele è uno Stato occupante che
promuove il colonialismo di insediamento. Per il diritto internazionale contro
l’occupazione è legittima la resistenza anche armata. Secondo il protocollo
aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, adottato nel 1977,
relative alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, la
popolazione di un Paese occupato da una potenza straniera ha il pieno diritto
di lottare per la propria liberazione. Le norme sono applicabili “nei conflitti
armati nei quali i popoli lottano contro la dominazione coloniale e l’occupazione
straniera e contro i regimi razzisti nell’esercizio del diritto dei popoli di
disporre di se stessi consacrato nella carta delle Nazioni Unite”.
In specifico per il popolo palestinese la risoluzione ONU numero 37/43 del 1982 afferma: “Considerando che la negazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese all'autodeterminazione, alla sovranità, all’indipendenza e al ritorno in Palestina e i ripetuti atti di aggressione da parte di Israele contro i popoli della Regione costituiscono una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale riafferma la legittimità della lotta dei popoli per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall’occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili compresa la lotta armata”.
4) Nel corso del 2024 i massimi organi
giudiziari internazionali e l’ONU hanno emesso decisioni fondamentali contro
Israele. A gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto che quello
in corso a Gaza fosse un “plausibile genocidio”; a luglio la stessa Corte ha
emesso un parere consultivo che ha ribadito l’illegalità dell'occupazione, ha
condannato l’apartheid e ordinata la rimozione delle colonie; a marzo il
Consiglio di sicurezza ha ordinato un immediato cessate il fuoco, come sempre
disatteso; a settembre l’Assemblea dell’ONU ha recepito il parere, ha dato un
termine di 12 mesi per il ritiro delle colonie e ha ordinato agli Stati di
interrompere ogni rapporto con Israele pena la complicità nel genocidio; a
novembre la Corte penale internazionale ha emanato gli ordini di arresto di
Netanyahu e Gallant.
5) Il 23 giugno 2026 la Commissione
indipendente internazionale del Consiglio dei diritti umani ha depositato un
rapporto, il secondo, ancora più analitico del precedente. Vi si legge che sono
stati uccisi 20.179 bambini e ne sono stati feriti 44.143. Queste sono solo le
vittime note, poi ci sono gli scomparsi sotto le macerie ma anche nelle carceri.
Si legge nel rapporto che “è compromessa la salute riproduttiva e neonatale” e
che “è in atto una strategia per distruggere la continuità biologica”. In
Cisgiordania è da tempo in corso una feroce offensiva tendente a espropriare e
a cacciare i palestinesi, e a ripetere la “soluzione finale” colpendo
deliberatamente i bambini, come a Gaza. Lo dimostra con un rapporto
l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem.
6) In questa situazione drammatica, che
disumanizza il mondo e lo porta sul bordo del baratro della terza guerra
mondiale e nucleare, che scuote profondamente le coscienze, cosa fa il governo
italiano nonostante l’art.11/Cost.? Introduce il DDL che di fatto assimila
antisionismo e antisemitismo; promulga i decreti sicurezza volti alla repressione
del diritto di espressione e di manifestazione; non firma, con l’Ungheria, un
documento di 79 Paesi in difesa della Corte penale internazionale sotto
sanzioni; blocca, con la Germania, la sospensione dell’accordo di associazione
UE-Israele nonostante la palese violazione della clausola del rispetto dei
diritti umani; rinnova il memorandum di intesa Italia- Israele. Una scelta di campo ben precisa che si
traduce in una complicità nel genocidio tanto che pende avanti alla Corte
penale internazionale una denuncia di 51 giuristi perché sia accertata la
responsabilità del governo italiano. In
questo contesto di diffusa complicità anche il singolo individuo - a maggior
ragione se palestinese - ha il diritto/dovere di chiamarsi fuori,
solidarizzando e sostenendo il popolo palestinese nella sua sofferta resistenza
quotidiana, contribuendo concretamente a ridurre le conseguenze del genocidio
in corso.
Per queste inoppugnabili ragioni, siamo
inoltre a denunciare le condizioni disumane in cui sono tenuti nelle carceri
israeliane decine di migliaia di prigionieri e detenuti palestinesi,
sottoposti a torture e a stupri e lasciati morire semplicemente perché hanno
fatto il loro dovere, come il medico pediatra Hussam Abu Safiya ridotto in fin
di vita; o come il leader Marwan Barghouti.
Per queste inoppugnabili ragioni,
esprimiamo la nostra piena solidarietà ai detenuti palestinesi in Italia,
incriminati per la loro attività di aiuto e sostegno alle famiglie palestinesi
a Gaza e Cisgiordania, cui hanno concorso organizzazioni di volontariato e
persone singole, tra le quali molte che firmano questa lettera.
Per queste inoppugnabili ragioni,
esprimiamo la nostra vicinanza fraterna e la nostra solidarietà ai
rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (A.P.I.) e
dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese
(A.B.S.P.P.): Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Ryiad Elasaly (di quest’ultimo in
condizioni di salute precaria non si hanno più notizie nel trasferimento
dalla Calabria in un carcere della Sardegna), Ryiad Albustanji, nonché Anan
Yaeesh e Ahmad Salem. Benemeriti quali sono, non possono e non debbono
essere incriminati e sbattuti in carcere. È come vivere in un mondo alla
rovescia: sono trattate da criminali le persone solidali col proprio popolo, le
persone che si battono per la difesa, il rispetto e l’attuazione dei diritti
umani e del diritto internazionale, sistematicamente violati da Israele e dagli
Stati suoi alleati e sostenitori.
Noi, questo mondo alla rovescia lo
ripudiamo e affermiamo che se la solidarietà e la resistenza per
l’autodeterminazione e la libertà dei popoli, e del popolo palestinese in
particolare, diventano un crimine anche noi siamo incriminabili e ci
sottoponiamo al giudizio, per la verità e la giustizia.
[Milano, luglio 2026]
mercoledì 15 luglio 2026
AI POTENTI DELLA TERRA
di Don Mimmo Battaglia
Al termine del vertice Nato Erdogan
ha consegnato ai capi di governo presenti un cofanetto con una pistola e sei
proiettili. Non poteva esserci gesto più chiaro per presentare il
messaggio di morte di cui la NATO è portatrice. In reazione a tale gesto
l’Arcivescovo di Napoli ha inviato questo messaggio ai potenti della terra. Da
leggere e meditare.

Il coerente regalo di Erdogan ai capi
di Stato e di Governo
Ai potenti della terra, pace a voi!
Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio.
Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un
astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per
qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone
maniere. È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una
pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della NATO, ma la morte trasformata
in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria
ufficiale, oggetto da esporre. Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di
poterle regalare. Questo è il vero scandalo. Ci dite che si tratta di un
simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle
leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò
che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve
riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo
armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con
eleganza, la possibilità della morte. Sulla canna è stato inciso il nome di chi
riceveva l’arma. Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il
nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che
potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere
inutilmente il ritorno di suo padre. Il vero destinatario di un’arma non è mai
soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe
incontrarne il proiettile. Per questo non riesco a considerare quel gesto una
semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in
cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più
domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama
equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha
ancora sparato. Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato
un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto
spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un
asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi
stanchi. Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti.
Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo. Sono due civiltà. Bisogna
scegliere. Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La
incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi
dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il
male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di
adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio. Un’arma non
diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non
diventa umana perché porta inciso un nome. Chiedo dunque a voi, responsabili
delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a
lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un
simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile.
Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio.
Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in
una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di
paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi
può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti. E al
prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un
generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre
il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non
firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie
quando la diplomazia fallisce. Guardate quella sedia prima di parlare di armi.
Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma
una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non
sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti
alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già
perduto tutti”.

di Stato e di Governo
SULLA GUERRA RUSSO-UCRAINA
di Andrey Melnichenko
Andrey
Melnichenko, il re mondiale dei fertilizzanti e il più grande industriale russo.
Prima Parte. Le grandi
guerre non iniziano dove vengono sparati i primi colpi. La linea del fronte è
semplicemente il punto in cui la pressione accumulata finalmente irrompe in
superficie. A quel punto le fondamenta sono già state distrutte: il linguaggio
della sicurezza reciproca, la fiducia negli impegni, una comprensione condivisa
di ciò che è lecito, la capacità di percepire l'altra parte come parte di un
sistema comune piuttosto che come una minaccia da eliminare. Quando questi
legami si spezzano, la politica non dirige gli eventi, ma ne viene guidata. La
guerra in Ucraina ne è un esempio. Essa si compone di diversi livelli: la
tragedia di popoli che hanno vissuto per secoli all'interno di uno spazio
storico condiviso; un conflitto tra Russia e Occidente, una disputa su
territorio, alleanze, memoria storica e futuro dell'ordine mondiale. Ma alla
base di tutto ciò c'è un fallimento più profondo: il mondo moderno ha perso il
meccanismo che un tempo permetteva alle grandi potenze di coesistere
all'interno di un unico sistema di sicurezza senza negarsi reciprocamente lo
status. Quando questo meccanismo si rompe, le formule morali iniziano a
sostituirsi all'architettura, e la punizione viene scambiata per strategia. Non
sono né un politico né un ideologo. I politici agiscono per volontà; gli
ideologi per fede. Il mio mondo è fatto di complessi sistemi materiali: il
flusso delle risorse naturali, la loro trasformazione in fertilizzanti ed
elettricità, la logistica che struttura questi flussi e i lunghi orizzonti
temporali. Tali sistemi sono indifferenti alle dichiarazioni. Funzionano finché
reggono i collegamenti critici e crollano quando le strutture portanti vengono
compromesse. Un flusso è come un fiume: non si può dichiararne l'annullamento.
Può essere deviato, ma non scompare. Cerco di descrivere il mondo come un
fisico: così com'è realmente, non come si vorrebbe che fosse. La mia esperienza
formativa è stata il disastro di Chernobyl del 1986, avvenuto non lontano dalla
città in cui sono nato. È la prova che un sistema complesso contenente enormi
quantità di energia non perdona errori di calcolo o arroganza. Una sequenza di
piccoli eventi può trasformarsi in una catastrofe prima che qualcuno si renda
conto di cosa stia succedendo. Quell'esperienza non mi permette di trattare il
fattore nucleare come un'astrazione; è un limite ultimo oltre il quale il
compito perde di significato. Laddove le conseguenze sono fisicamente
irreversibili, un tale approccio rappresenta l'unica forma di responsabilità
accettabile.
Quando la
sovranità diventa il problema
Il paradosso
centrale del momento attuale è il seguente: la richiesta di sicurezza
internazionale non è mai stata così elevata, eppure l'infrastruttura
istituzionale costruita per garantirla – norme, organi di controllo, quadri di
legittimità condivisi – non è mai stata così debole. In un contesto simile, la
tentazione è quella di considerare la sovranità degli avversari come la fonte
di instabilità. Questo saggio sostiene il contrario: distruggere la sovranità
non risolve il problema della sicurezza; elimina l'unico meccanismo attraverso
il quale il problema può essere affrontato. L'Ucraina non è solo un campo di
battaglia tra Russia e Occidente. È uno Stato, una società e una volontà
politica che ha pagato un prezzo terribile. La sovranità ucraina è reale. Ma la
sicurezza ucraina, costruita sulla negazione permanente dell'azione sovrana
della Russia, è altrettanto instabile. Un vicino con interessi noti e un prezzo
prevedibile per i suoi impegni rappresenta una qualità di sicurezza diversa
rispetto a un vicino definito dal revanscismo o dall'assedio. Una pace duratura
richiede sovranità da entrambe le parti, non perché debbano amarsi, ma perché
solo i soggetti possono concludere accordi che durino nel tempo. La Russia oggi
possiede la sovranità: ha preso e continua a prendere le sue decisioni in modo
indipendente. Questo non è un giudizio valutativo, ma descrittivo. La Russia ha
definito i suoi interessi vitali, possiede le basi materiali per difenderli e
si assume le conseguenze delle proprie decisioni. L'attuale discorso
occidentale sulla Russia del dopoguerra, pur con tutte le sue diverse
formulazioni politiche, mira a un unico obiettivo: la distruzione di tale
sovranità o la sua radicale limitazione. La logica è comprensibile. Se la
sovranità russa viene percepita come una minaccia, la sua eliminazione sembra
risolvere il problema. Questa logica è supportata da esempi della storia
recente. L'integrazione della Germania e del Giappone del dopoguerra nel mondo
occidentale ha portato, per un periodo significativo, all'eliminazione del
revanscismo tra le potenze sconfitte. L'analogia è imperfetta – la Russia non è
una potenza sconfitta il cui governo è crollato – ma la speranza di fondo è la
stessa: che un paese privato dell'autonomia strategica alla fine accetti le
regole di coloro che gliel'hanno sottratta. Questo approccio commette un grave
errore. La sovranità è una condizione necessaria per qualsiasi architettura di
sicurezza globale stabile. Ciò non significa che la sovranità garantisca la
stabilità; le azioni di un paese sovrano possono influenzare la sicurezza di
altri. Ma senza di essa, tale architettura è impossibile. Non si può
raggiungere una pace duratura con un paese supplicante, perché un paese
supplicante non è veramente responsabile delle proprie decisioni. Qualsiasi
accordo raggiunto in tali circostanze non porterà a una pace permanente, ma
solo a una pausa temporanea tra le fasi del conflitto. In Occidente si stanno
discutendo quattro scenari per la Russia del dopoguerra. Pur variando nella
loro formulazione politica, ognuno di essi implica la perdita o la limitazione
della sovranità e, di conseguenza, distrugge l'unico meccanismo attraverso il
quale è possibile un comportamento responsabile.
Il primo
scenario immagina una Russia umiliata, relegata ai margini dell'Occidente. A
lungo termine, ciò genererebbe un revanscismo aggressivo. Versailles non fu la
creazione di un ordine, bensì l'accumulo di energie represse. La Russia non è
la Germania di Weimar e il mondo moderno non riproduce letteralmente gli anni
'20, ma la logica strutturale conserva la sua forza: se la sovranità di una
grande nazione storica viene infranta, raramente scompare. Ritorna in una forma
più pericolosa.
Nel secondo
scenario, la Russia finisce nell'orbita cinese. A prima vista, la via cinese
sembra una semplice alternativa a quella occidentale: la Russia si integra
nelle catene di approvvigionamento cinesi e ottiene accesso a mercati,
tecnologia e finanziamenti, fornendo in cambio materie prime, posizione
geografica e profondità strategica. Nel breve termine, questo appare come un
compromesso razionale. Nel lungo termine, si tratta semplicemente di spostare
l'origine della dipendenza.
La Russia
sembrerebbe conservare le caratteristiche di una grande potenza, ma in realtà
diventerebbe un contorno esterno della strategia cinese: un mercato per i
prodotti cinesi, una fonte di risorse, un corridoio di transito e un cuscinetto
che assorbe la pressione diretta su Pechino. La Russia rischia di occupare una
posizione strutturalmente simile a quella che l'Ucraina occupa per l'Occidente:
una zona contesa dove i grandi attori muovono le proprie pedine. Non si tratta
di un'equivalenza tra paesi; è la logica di utilizzare lo spazio di confine
nell'interesse di un altro centro.
Ma una Russia
dipendente avrebbe un valore discutibile per la Cina. L'evidente asimmetria di
un simile legame sarebbe tossica: è facile costruire una coalizione anti-cinese
su di essa, i vicini della Cina diventerebbero inquieti e all'interno della
Russia si genererebbe, prima o poi, la necessità di uscire dalla posizione
subordinata. Il comportamento della Cina dimostra già che ne è consapevole.
Sfrutta prontamente il proprio vantaggio, ma non cerca di trasformarlo in una
forma di vassallaggio formale. E la recente e dolorosa esperienza di dipendenza
tecnologica dall'Occidente significa che la Russia non accetterà
volontariamente la stessa situazione con la Cina.
Il terzo
scenario è la frammentazione della Russia, che diventerebbe rapidamente
ingestibile. Ci sarebbe una lotta per l'arsenale nucleare, le risorse, i
confini e la storia. Questo scenario distrugge la coesione che rende funzionale
la deterrenza nucleare. Il prezzo pagato nei conflitti post-sovietici, compresa
la tragedia in Ucraina, rende, a mio avviso, un simile esito impossibile.
L'ultima
possibilità è che la Russia diventi una fortezza: chiusa, mobilitata, in
perenne stato d'assedio. Tecnologia, scienza, capitali e fiducia civica non
crescono in uno stato di emergenza perpetua. Un simile ordine non pone fine
alla guerra; trasforma il conflitto da evento in una modalità di organizzazione
dello Stato. Le forme sono diverse. Il risultato sistemico è lo stesso.
martedì 14 luglio 2026
AMERICA: GUERRA E SACCHEGGIO
di Luigi
Ubezio
Trump vuole il controllo di Hormuz. L’Italia chiuda subito lo
spazio aereo!
La situazione legata alla guerra tra Stati Uniti e Iran sta degenerando e le ultime notizie di oggi confermano i peggiori scenari. Il presidente Donald Trump ha dichiarato apertamente che gli Stati Uniti intendono prendere il controllo strategico ed economico dello Stretto di Hormuz. Questa svolta dimostra chiaramente che ci troviamo di fronte a un conflitto senza fine, alimentato non da reali esigenze di sicurezza, ma dal forte sospetto di enormi speculazioni finanziarie in borsa e dal perseguimento di spietati interessi privati commerciali e petroliferi. Con l'instabilità dei mercati e i continui raid militari, sono i cittadini comuni a pagare il prezzo di giochi di potere geopolitici. L'Italia e l'intera Europa non possono più rimanere a guardare né rendersi complici di questa situazione. È fondamentale che il nostro Paese si chiami definitivamente fuori da questa logica bellica. Dobbiamo pretendere l'immediato divieto di accesso ai nostri spazi aerei nazionali per qualsiasi volo militare o logistico collegato a questo conflitto. Non finanzieremo né supporteremo, nemmeno indirettamente, le speculazioni di Washington. Continuiamo a far sentire la nostra voce. Condividete questo aggiornamento e la pagina della petizione con i vostri contatti per chiedere alle nostre istituzioni un atto di sovranità e di pace.
SOTTOVALUTAZIONE E
BATTAGLIA CULTURALE
di Franco Astengo
Mi è
capitato di ascoltare Vannacci in TV esporre il suo progetto di “reimmigrazione”.
Mi permetto di intervenire subito sull’argomento per esprimere una forte
preoccupazione non tanto posta sul piano del consenso elettorale, piuttosto
sulla “mala pianta” che idee di questo genere possono alimentare sul terreno
morale e culturale nella convivenza civile di questo Paese. Un’analisi che
dovrebbe essere rivolta anche ai partiti ed elettrici ed elettori di
centro-destra che non dovrebbero concedere spazio, anche sul piano della
alleanza politica, a siffatte ipotesi. Il progetto di “reimmigrazione” così
come esposto da Vannacci è un progetto di chiara matrice ideologica nazista:
ciò va affermato senza mezzi termini perché questo progetto di “reimmigrazione”
prevede la discriminazione preventiva di milioni di persone sulla base di un
requisito giuridico: quello della doppia cittadinanza. Elemento che non c’entra
nulla con la piaga dell’immigrazione clandestina (che si accompagna ad enormi
fenomeni di sfruttamento) e l’ordine pubblico (di cui dovrebbe occuparsi la
Polizia). Non viene precisato verso chi sarà esercitata la discriminazione
verso la doppia cittadinanza: saranno compresi in questa catalogazione
(distinguibile soggettivamente con il ripristino della stella gialla?) anche le
cittadine e i cittadini in possesso della doppia cittadinanza con i paesi
occidentali o con paesi del Sud America (al riguardo dei quali la doppia
cittadinanza deriva, nella maggior parte dei casi, da origini familiari in
Italia)?
Appare evidente che questa
diversità di trattamento è completamente fuori dall’articolo 3 della
Costituzione: articolo che tra l’altro deve essere considerato il pilastro
fondamentale dell’identità politica e culturale della Repubblica. Bisogna
essere chiari su questo punto fondamentale e non sottovalutarlo:
sottovalutazione che del resto si verificò per Fratelli d’Italia nel 2022 verso
cui non fu svolta con la forza necessaria una campagna antifascista. Esiste
comunque una differenza con Futuro Nazionale: Fratelli d’Italia rappresenta
l’eredità diretta della Repubblica di Salò (e la rivendica con forza, come è
stato nella recente commemorazione di Bignami a Bologna); eredità diretta di
Salò che fu ammessa, tramite l’MSI, nel consesso parlamentare.
Rimane comunque tutto intero il
tema costituzionale e quello antifascista: purtroppo nessuno dei partiti
presenti nell’arena attuale ha contribuito direttamente alla stesura della
Carta fondamentale ed era presente nell’Assemblea Costituente. Questo fatto ci
riporta alla frettolosità con la quale fu liquidato il sistema dei partiti
negli anni’90 che si cercò di sostituire con la personalizzazione e
l’esaltazione impropria della governabilità. Sicuramente nell’attualità sono
presenti soggetti che rivendicano quell’identità costituzionale ma è diverso
avere in quella identità di grande portata storica e culturale il protagonismo
diretto rispetto alla semplice rivendicazione di una eredità.
In sostanza sarebbe necessario
sviluppare una forte campagna che identifichi con precisione la matrice
ideologica del progetto di “reimmigrazione” (al di là delle difficoltà pratiche
di applicazione) dichiarando subito un “non riconoscimento” di un eventuale
governo che comprendesse un partito che nel proprio programma avesse scritto un
progetto del genere (si ricorda che la presentazione del programma rappresenta
un requisito obbligatorio per la partecipazione alle elezioni). La Presidenza
della Repubblica dovrebbe essere ben avvertita di questo stato di cose: saremmo
di fronte ad una evidente incostituzionalità di un soggetto che potrebbe far
parte di una futuribile compagine di governo e questo non potrà essere
accettato in ogni caso, ben oltre il semplice voto contrario nell’espressione
di fiducia.
Infine: a sinistra non si
commetta l’errore di “non parlare di Vannacci per non fargli pubblicità”.
Occorre invece una contestazione continua e una forte battaglia culturale di
contrasto radicale.
LE CAUSE DELLA
GUERRA IN UCRAINA
di Roberto
Zani

Penso che la Nato stessa sia
un criminale di guerra
Caro Gaccione,
spero di trovarla bene. È un po’ di tempo che non ci sentiamo e le scrivo per
condividere alcune considerazioni su questa guerra apparentemente
insensata ma sicuramente tremenda. Vorrei cercare di inquadrare quanto sta avvenendo
rivolgendomi, sia allo studio degli elementi che hanno causato questo
conflitto, e sia all’adeguatezza delle parole per descriverlo. L’elenco, per
difetto, degli elementi che: dalle volutamente disattese promesse della NATO di
non penetrare di “un pollice” i territori dell’ex Unione Sovietica, (iniziando
- viceversa - dal giorno dopo, ad installarvi basi USA e NATO); alle operazioni
della CIA culminate con Piazza Maidan del 2014; al “continuo abbaiare
nel giardino del vicino” (Papa Francesco); a l’accerchiamento costante da
Nord a Sud della Russia; alla “derisione” (Condoleeza Rice) della proposta
russa di neutralità dell’Ucraina; ecco, fermandoci solo a questi elementi
ritengo che la decisione della Russia di invadere l’Ucraina non potesse
purtroppo (vista dalla Russia) non esser presa. Pertanto, io la
chiamo invasione per legittima difesa.
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| Penso che la Nato stessa sia un criminale di guerra |
E ritengo, queste, le parole adeguate per rappresentarla. L’insensatezza apparente e la volontà di “allargare l’impero”: termini con cui gli USA, ma soprattutto i paesi europei, tentano di descrivere l’invasione russa si fonda, oltre che sull’ipocrisia di questi ultimi, sulla loro inettitudine e sull’abdicazione del ruolo della politica e e della diplomazia asservite, entrambe, allo strapotere dei produttori di armi. Ma oltre a ciò, questa descrizione, poggia sulla autonarrazione, questa sì insensata, stupida, sia della volontà russa di invadere l’Europa (sciocchezza che sta perdendo vigore, in verità, ma che continua a “giustificare” l’assurdo e scomposto riarmo dei paesi europei) e sia sulla “convinzione” di poter sconfiggere la Russia sul campo di battaglia. Ritengo - rispetto a quest’ultima “convinzione” che potrà essere possibile o probabile che la Russia non riesca a vincere una guerra convenzionale combattuta contro USA e NATO (per tramite l’Ucraina), ma sono persuaso che la Russia “non può perdere” questa guerra. Ovvero non può accettare di venire sconfitta, in quanto il “senso russo” di questa guerra poggia, oltre che su questioni di sicurezza, anche sull’identità profonda, storica e religiosa, di quel popolo e del suo significato esistenziale. Temo, pertanto, che Putin e i suoi combatteranno con le armi convenzionali sino a che il costo in uomini e armi potrà essere, secondo loro, accettabile e giustificato; quando questo non lo sarà più passeranno alle “bombe tattiche” nucleari. Scenario, purtroppo, abbastanza verosimile. Poi, il refrain continuo dei paesi UE che ripete la ricerca della “pace giusta e duratura” è un altro degli autoinganni semantici e propagandistici che mirano a non affrontare la realtà della situazione e a proseguire la corsa degli armamenti. Non sono uno studioso di conflitti e quindi non ho alcuna autorevolezza in materia ma, per quanto possa capire degli esiti delle guerre, questi non si fondano sull’ottenimento della pace “giusta” ma sull’accettazione della pace “possibile”. Le parole adeguate, da sole, certo, non faranno finire la guerra ma ci possono aiutare a comprendere e ad aver coscienza delle cause che l’hanno determinata e al necessario coraggio di affrontare la realtà per individuare i modi con i quali finirla. Ed è quindi, anche alle parole, che dobbiamo guardare e chiedere il loro aiuto. In attesa di sentirla la saluto cordialmente.
Roberto Zani
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