UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 9 marzo 2026

COSTITUZIONE E REFERENDUM
di Alfonso Gianni


 
L’importanza costituzionale e politica del referendum.
 
Le destre hanno presentato alle Camere la loro proposta di legge elettorale, questo chiarisce, oltre ogni ragionevole dubbio, quale sia il loro intento di imprimere una svolta profondamente autoritaria al paese. Insomma, le carte sono in tavola. Poco conta che la fretta ha fatto sì che emergono numerose falle nella proposta di legge elettorale, che difatti sono evidenziate anche da esponenti e da figure di riferimento sulle questioni istituzionali facenti parte della stessa area politica del centro destra. Una valutazione più puntuale la si potrà fare avendo il testo in mano e non solo la copertina (la velina come si suole dire nel linguaggio parlamentare) con il numero che registra la avvenuta deposizione (Atto Camera 2822 e Atto Senato 1822). 
La sostanza è chiara. Vogliono impedire che il Parlamento sia un organo di rappresentanza delle opzioni politiche presenti nel paese, alla ricerca di una governabilità che si fa forza soltanto di una maggioranza artificialmente costruita. Chi raggiunge il 40% ha vinto, perché ottiene un premio di maggioranza che lo porta almeno al 55% (ma che può arrivare al 57 per cento e virgola). Una minoranza rispetto all’intero corpo elettorale - ancora più ridotta se si considera il crescente tasso di astensione - avrebbe a quel punto un Parlamento agli ordini dell’Esecutivo, una opposizione schiacciata dalla forza dei numeri, la possibilità di eleggere organi di garanzia a proprio piacimento, nonché quella di avere nelle proprie mani l’elezione del prossimo capo dello Stato, quella dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura.



A questo punto la proposta di premierato, che Meloni ha detto di non volere abbandonare, contrariamente a consigli che le sono provenuti anche da suoi tradizionali consiglieri istituzionali, sarebbe un coronamento, o meglio la costituzionalizzazione di un progetto nella sostanza già conseguito per altre vie. Quelle appunto della legge elettorale. È esattamente quello che Roberto D’Alimonte, dalle colonne del Sole 24 Ore, suggeriva di fare, per evitare le incertezze dell’esito di una riforma costituzionale che, per mancanza dei due terzi dei voti parlamentari favorevoli, verrebbe sottoposta al referendum cosiddetto confermativo.
In sostanza stiamo assistendo alla implementazione del patto che ha tenuto insieme la maggioranza e che, per quanto riguarda gli assetti istituzionali, era ed è fondato su tre gambe: l’autonomia differenziata, la sottoposizione della magistratura al potere politico, il premierato. Ognuna delle tre forze che compongono il governo si identifica particolarmente con uno di questi obiettivi: la Lega nell’autonomia delle regioni del Nord; Forza Italia nell’attacco alla magistratura predicato da Licio Gelli - confermato di recente da una illuminante intervista al figlio - e da Silvio Berlusconi; Fratelli d’Italia nel comando di una/o sola/o.
Infatti proprio in questi giorni il Consiglio dei ministri si è affrettato ad approvare le intese preliminari firmate dal ministro Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Si tratta di accordi che aggirano i famosi paletti posti dalla sentenza della 192/2024 della Corte Costituzionale, a dimostrazione di quanto avevano ragione coloro che sostenevano che le parziali incostituzionalità accertate e gli altri rilievi mossi al testo governativo non fossero sufficienti a fermare e nemmeno a imbrigliare l’azione di Calderoli verso quella che è stata giustamente chiamata la “secessione dei ricchi”. Invece di considerare quella sentenza come “uno scudo e una lancia” in grado di opporsi validamente a un progetto eversivo degli assetti istituzionali di uno stato democratico, si sarebbe dovuto insistere con una nuova raccolta di firme (le precedenti avevano quasi raggiunto un milione 300mila) - possibile sulla base di un quesito rinnovato - per giungere a un pronunciamento referendario sull’abrogazione integrale della legge Calderoli.



Così non si è fatto ed ora le possibilità di opporsi alla realizzazione dell’autonomia differenziata sono certamente più ristrette. Ma non del tutto inesistenti. Certamente le leggi che conterranno le intese con le regioni non sono sottoponibili a un referendum abrogativo, in quanto leggi “rinforzate”. Per impedirne l’entrata in vigore rimane una sola strada: quella di un ricorso alla Consulta per via principale da parte di qualche regione. Nella speranza che la Corte Costituzionale rilevi l’incostituzionalità della legge tenendo anche conto dell’aggiramento dei paletti da essa stessa a suo tempo infruttuosamente posti. D’altro canto pensare di potere fermare il progetto di legge elettorale in Parlamento è del tutto illusorio. Certamente, e c’è già nel cosiddetto campo largo che si sta pensando, è possibile concordare qualche aggiustamento e qualche modifica può arrivare anche dalle stesse file dei proponenti per turare quei buchi già ora evidenti. Ma si tratterebbe di un’operazione di puro maquillage o peggio di aggiustamenti che permetterebbero alla legge di essere ancora più performante nella sua negatività. Il principio per il quale una legge elettorale dovrebbe trovare un consenso ampio, superando i confini tra maggioranza e opposizione, ricercando il modo migliore per assicurare la effettiva rappresentanza, unica base solida su cui può poggiare la governabilità, sono stati travolti da tempo. E non solo dal centro-destra. 



È dal 1993 che si succedono diverse leggi elettorali, ognuna fatta dalla maggioranza del momento nella speranza di conservarsi al governo una volta chiuse le urne, per lo più bocciate o sottoposte a critica dalla Corte Costituzionale in alcune parti (malgrado che le griglie dei giudizi della Consulta si siano pericolosamente allargate negli ultimi tempi). Difficile pensare che proprio ora, con una maggioranza di destra così aggressiva, si possa sperare di arrivare ad una fruttifera contrattazione. Dovrebbe quindi apparire del tutto chiaro che la possibilità di fermare il progetto reazionario di rottura costituzionale delle destre sta fuori dalle aule parlamentari e risiede principalmente nella combattività e nella partecipazione popolare.
L’occasione più prossima per dimostrarlo è proprio il referendum del 22 e del 23 di marzo. L’esito dello stesso è contendibile. Anche nei sondaggi si è delineata una linea di tendenza che ha visto il No, partendo da posizioni molto sfavorevoli, avvicinarsi sempre di più alla maggioranza dei consensi. La sua vittoria potrebbe spezzare il disegno della destra. Qui sta il suo alto significato non solo costituzionale, ma anche politico. In queste ultime tre settimane scarse che ci separano dal voto è possibile conquistare nuovi consensi all’abrogazione della legge Meloni-Nordio. 



Il suo nocciolo non sta nella separazione delle carriere, già avvenuta di fatto (meno dell’1% dei magistrati attualmente passa da pubblico ministero a giudice o viceversa), ma nell’attacco alla indipendenza e alla autonomia della magistratura, attraverso la moltiplicazione dei suoi organi di governo (due Csm più un’Alta corte disciplinare) che in questo modo verrebbero indeboliti. Il metodo di elezione, l’impresentabile sorteggio - che avverrebbe, per la parte togata, sulla totalità dei magistrati, mentre, per la parte laica, sulla base di una platea di sorteggiabili determinata a maggioranza semplice dall’attuale parlamento - è quello che scardina ogni principio costituzionale in materia di elezione di organi di governo e che permette così un controllo politico dell’esecutivo sugli stessi, visto che la parte laica passerebbe comunque in prima istanza attraverso un filtro che dipende dai rapporti di forza interni al Parlamento. 



Ma non si tratta solo di sottolineare gli elementi di testo e di contesto in cui si colloca la legge Meloni-Nordio, bisogna anche sottolineare che l’attuale magistratura è spesso intervenuta a sostegno dei diritti dei più deboli. Lo si è visto e lo si vede nel caso dei migranti, lo abbiamo sotto gli occhi grazie alla iniziativa della Procura di Milano nel caso della difesa dei riders e contro le potenti multinazionali delle consegne a domicilio (come Glovo e Deliveroo). Solo una magistratura autonoma e indipendente ha la possibilità di opporsi ai grandi colossi economici e fare da contrappeso a decisioni ingiuste da parte dell’Esecutivo Se vincesse il Sì seguiranno altre leggi già annunciate in varie dichiarazioni del ministro della Giustizia e di altri membri di governo, come, ad esempio, la fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, che limiterebbero ulteriormente l’autonomia della magistratura.
Ora il contesto politico e sociale in cui si colloca il voto del 22-23 marzo si è appesantito di un nuovo drammatico evento: l’aggressione degli Usa e di Israele nei confronti dell’Iran che si preannuncia come una guerra senza confini, allargata a tutto il Medio Oriente e non solo. Già si sentono le richieste di compartecipazione a diversi livelli della Unione europea in questa folle avventura. E il governo del nostro paese non ha alcuna intenzione di chiamarsi fuori, schiacciato come è tra un acritico filoatlantismo e una complicità con la Commissione europea. Come è noto le basi militari Usa abbondano in Italia e già sono state usate nelle guerre balcaniche. Impedirlo, sulla base dell’articolo 11 della nostra Costituzione, è dunque soprattutto compito delle mobilitazioni popolari e delle forze della ragione intellettuale. Ma esse saranno inevitabilmente sottoposte a una pesante repressione. I decreti sicurezza servono a questo. La moltiplicazione delle fattispecie di reato è stata concepita proprio per stringere le maglie della repressione. Per praticare il rifiuto della guerra scritto tra i Principi fondamentali della nostra Carta costituzionale, abbiamo bisogno del contributo di una magistratura, libera, indipendente e autonoma. Per questo il referendum del 22-23 marzo assume un ‘enorme valenza costituzionale e un grande significato politico. Quindi un grande No.
 
P S: Per approfondire e scaricare materiale di propaganda vai su 

 

ODIAMO I REGIMI OPPRESSIVI NON LA VERITÀ
di Elena Basile



Per ammazzare 300 poliziotti, da parte dei manifestanti, ci vogliono armi, tante. Non ne abbiamo vista una in mano a dimostranti. Chi sparava al posto loro? 


Continuo a non rassegnarmi. Rimango stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000 vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di correre via urlando. Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet) sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi), avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far crollare palazzi. L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei, della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato. Le autorità iraniane hanno provveduto a stilare una lista di tutti i morti civili, con nome, cognome e data di nascita: all’incirca 6.000, inclusi 300 poliziotti. Dov’è la lista delle ONG finanziate da noi che “danno i numeri”? Le morti sono avvenute in un contesto di regime change, dove - per ammissione occidentale - agenti della CIA e del Mossad trasformavano manifestazioni pacifiche in insurrezioni armate contro municipalità, stazioni di polizia, ospedali e ambulanze. Nelle operazioni di cambiamento di regime (aprite un libro di storia, per favore!) il rispetto per la vita umana è minimo. L’uccisione di civili serve alla propaganda e a far sentire il popolo legittimato a insorgere. In Italia, se viene picchiato un poliziotto, il governo si sente autorizzato a reprimere le manifestazioni e a stigmatizzare i manifestanti. Come mai l’uccisione di 300 poliziotti iraniani non viene recepita dai media come un fattore che non poteva non scatenare una repressione brutale? Stiamo parlando di scontri tra polizia ed élite addestrate militarmente da servizi stranieri. Nessun dirigente occidentale - neanche i migliori - ha riportato un dettaglio che cambia il quadro e giustifica l’uso della forza legittima da parte dello Stato: l’ABC di una qualsiasi analisi seria.



Avevo scritto nel mio reportage sull’Iran che molti ragazzi - studenti e giovani che si abbeverano alla CNN e odiano i precetti islamici imposti dal potere politico - hanno ingenuamente partecipato alle manifestazioni senza rendersi conto del carattere eversivo e terrorista delle stesse, essendo guidate da servizi stranieri. I migliori di loro, vedendo le loro città bombardate dal terrorismo di Stato israelo-americano, si stanno ravvedendo. 165 bambine trucidate in una scuola e nessuno si è scusato, mentre i giornali occidentali si soffermano sulle sei vittime americane. Avranno compreso gli studenti occidentalizzati che un genocida come Netanyahu e un suprematista bianco come Trump tengono soltanto ai loro interessi e non alla libertà del popolo iraniano. La balcanizzazione dell’Iran comporta che i civili iraniani siano sacrificabili. Poco mi aspetto dalla diaspora iraniana: una borghesia piccina piccina che si affida al figlio del dittatore, lo shah Reza Pahlavi, il cui regime terrorizzava il popolo con una sorta di Gestapo, la polizia segreta Savak, e che ha soltanto un obiettivo: ritornare al potere economico che deteneva e liberarsi del declassamento sociale subito come migranti. Sarebbero complici di un nuovo dittatore al quale svendere il Paese pur di tornare classe dirigente, esattamente come i loro genitori e nonni, entourage complice dello shah, fuggito dal Paese dopo la rivoluzione khomeinista. Direi ai giovani iraniani di costruire un’alternativa riformista nel Paese, possibile se l’assedio militare ed economico occidentale - in piedi da quarant’anni - cessa. Manifestate contro Israele e l’Occidente che strangola volutamente l’economia del Paese e semina morti. Solo in questo modo potrete concorrere alla costruzione di un’opposizione che non può essere rappresentata dallo shah, oppure dai terroristi mujaheddin del popolo (MEK), che combatterono a fianco degli iracheni e degli occidentali contro l’Iran nella guerra del 1980. Né un movimento alternativo alla Repubblica islamica può essere costruito da etnie insurrezionali come i curdi o i beluci. La sirianizzazione del Paese, la guerra civile - strano che gli iraniani non lo capiscano - farebbe rimpiangere il governo teocratico. 



L’Occidente è dalla parte sbagliata della storia. L’oligarchia che si esprime nei Democratici USA o in Trump, e nei loro accoliti europei - la maggioranza Ursula - sta distruggendo il multilateralismo creato alla fine della Seconda guerra mondiale. Sta sostituendo il diritto con la forza, normalizzando guerre coloniali, genocidio, discriminazioni razziali e suprematismo bianco. Che anche il riflesso dei Democratici USA, dei liberali e dei socialisti europei sia complice del nuovo fascismo del XXI secolo ha avuto una rappresentazione plastica nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU tenutosi subito dopo l’attacco israelo-americano del 28 febbraio. Durante quella seduta non solo gli Stati Uniti, ma uno ad uno tutti i vassalli europei non hanno condannato l’attacco israelo-americano, mentre hanno condannato le rappresaglie dell’Iran, che invece sono legittime ai sensi dell’articolo 51 della Carta ONU sul diritto di autodifesa. La razionalità e il diritto sono stati sostenuti dalla Russia, dalla Cina e da altri rappresentanti del cosiddetto “resto del mondo”. Saremo dunque complici politici di una guerra di aggressione, questo è certo. Ma lo saremo anche dal punto di vista militare. Inviare navi e armi per difendere alleati che si macchiano di un attacco illegale, non provocato e non giustificato (questo sì, non certo l’invasione russa dell’Ucraina), significa essere complici di una guerra illegale e passibili di sanzioni da parte della Corte Penale Internazionale dell’Aia. La dichiarazione burlesca del ministro Crosetto, secondo la quale gli Stati Uniti non avrebbero richiesto l’utilizzo delle basi americane in Italia, va smentita ricordando che gli americani hanno a Napoli il coordinamento delle forze armate statunitensi e che da Sigonella sono già partiti aerei di ricognizione per la guerra in Medio Oriente e che, per decollo e atterraggio, gli americani non chiedono autorizzazioni. 



Di fatto l’Italia sta violando l’articolo 11 della Costituzione sia con il rifornimento di armi all’Ucraina sia ora nella guerra all’Iran. La neutralità nei confronti dei belligeranti è l’unica opzione costituzionale, in quanto la guerra non può essere riconosciuta come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali. Spiace che persino il socialista Sánchez, il più lungimirante tra i leader europei, abbia voluto partecipare alla missione difensiva di Cipro e che sull’Ucraina sia affetto dalla medesima russofobia diffusa tra i suoi colleghi europei e basata su una propaganda schizofrenica: descrivere Putin come un criminale e poi fare affidamento su di lui per il non uso delle armi nucleari; oppure considerare la Russia una “stazione di gas nel deserto”, incapace di avanzare in Ucraina, per poi dipingerla come una minaccia per i Paesi NATO.

A MILANO. CAMERA DEL LAVORO
Democrazia e guerra. Con Elena Basile e Angelo D’Orsi 



  
 

A GENOVA PER LA PALESTINA




REFERENDUM: A GENOVA PER DIRE NO
Con Tabacchi, Robotti, Viglino, don Farinella.





domenica 8 marzo 2026

GIORNATA DELL’8 MARZO
di Chicca Morone e Chiara Rota


 
La Giornata internazionale della Donna è una ricorrenza celebrata ogni anno ovunque nel mondo per ricordare la lunga lotta vissuta da noi donne affinché fossero sanciti i nostri diritti. Molti ne legano l’origine a un evento di cronaca, un presunto incendio in una fabbrica tessile di Cotton a New York, nel quale morirono circa 129 operaie, l’8 marzo 1908. Per noi, risale al 1945 la decisione dell’Udi (Unione donne in Italia) di celebrare la prima “giornata della donna” nelle zone dell’Italia libera.
A scandire un nuovo incipit proprio in questo giorno, è una Roma “invasa” da 20.000 donne riunite a Campo de’ Fiori, non a caso sotto la statua di Giordano Bruno, martire del libero pensiero, dando inizio così agli anni caldi del femminismo italiano: è l’otto marzo 1972. Chiara Rota (autrice degli splendidi disegni, ndr) e io abbiamo deciso di dare la nostra interpretazione della festività attraverso immagini e parole di un eterno femminino... ma felino, attribuendo alle sette gatte le caratteristiche umane che hanno reso indimenticabili le loro presenze nel nostro inconscio!



La gatta con l'orecchino
Luccica l'oro lampeggiando furtivo
Sacro lo sguardo


Cleopatra
Amore e morte nell'ultimo respiro
Sacro rituale
 



Frida Kahlo
Lottare sempre affrontando dolore
Sacra pittura


Madonna
Nell'Universo madre di ogni donna
Sacre le vesti
                                                            


Marilyn Monroe 
Oltre il sipario implorando il silenzio
Sacro il corpo


Sirena
In occhi chiari azzurri cielo e mare
Sacra fusione


Profeta
Sibilla sacra vede oltre la vista
Sacro responso


AFORISMI INEDITI
Sella - Casiraghy - Gaccione


Casiraghy - Sella - Gaccione
Al Salotto Sella (21 febbraio 2026)

Lidia Sella


I più coraggiosi si lanciano nel baratro della morte senza il paracadute della religione

*
Per sua stessa natura il processo creativo rifugge dalla coerenza
 
*
L’atarassia: un suicidio a metà
 
*
Solo nella sfida l’uomo si sente vivo



Alberto Casiraghy
Per Angelo Gaccione (2026)

Alberto Casiraghy
 
Ci sono segreti indispensabili


*
Da anni cerco un cervello di riserva


*
Cerco ritagli di luce nel buio imprevisto


Alberto Casiraghy e Angelo Gaccione
Salotto Sella (21 febbraio 2026)
 
Angelo Gaccione
 
Il luogo del pensiero è necessariamente un luogo del silenzio. 
Meditare presuppone silenzio. Sentire profondamente presuppone silenzio. Interrogare il proprio cuore presuppone silenzio


*

La guerra è terrorismo di Stato. Il terrorismo di stato si chiama guerra


*
La semplicità è un’arte ed è anche difficile


*
Chi provoca discordia ottiene guerra
 

 

SCAFFALI
di Annitta Di Mineo


Luan Rama

Scorrendo le pagine del romanzo di Luan Rama La donna che veniva dalla nebbia, pubblicato da Montabone Editore, con foto di copertina di Fahredin Sphia, tradotto in italiano da Sadina Rama, il lettore viene trascinato da emozioni che lo inseriscono all’interno della narrazione, facendolo sentire parte integrante della storia narrata. Narrazione di un amore interrotto a causa della guerra e dopo tanti anni la voglia di sapere, il desiderio di ricercare per ottenere una risposta. Un viaggio per mettere ordine ad un passato rimasto sospeso, senza risposta, interrotto dalla follia di un conflitto che non ha permesso l’amore fra due giovani studenti perché il ragazzo viene chiamato alle armi, lasciando la fidanzata a Milano-Italia con la promessa di ritornare. Però il vivere è turpe, non mantiene i patti.
Il tempo andato, presente e futuro ineluttabilmente uniti, che si influenzano tra loro, trasformando e forzando un destino, ma la caparbietà di una donna, ancorata al ricordo del suo amore, vince nel conoscere la verità seguendo il suo scandaglio fino in Albania.  
Scrittore e poeta di elevata caratura detiene l’arte di muoversi con profonda raffinatezza e sensibilità dando vita ad un romanzo colmo di nuance capaci di comunicare un messaggio educativo, un annuncio di pace fra i popoli stanchi di piangere i propri morti, o di non ricevere notizie dei suoi soldati dispersi. E ancor più forte la denuncia del fallimento delle guerre che portano povertà, desolazione, macerie, disumanità e spegnimento di sogni.
Come in una sorta di un montaggio filmico le scene si spostano chiamando in causa personaggi, luoghi e inquadrature diverse orbitando
attorno all’appello della pace, costantemente smentita dal genere umano e dagli accadimenti funesti.


 
Luan Rama
La donna che veniva dalla nebbia
Montabone Editore, 2025
Pagg. 132 - € 15

POETI
di Tania Chimenti


 
Io, che ho l’ossessione
di legare i segni tra loro,
penso al regalo che mi hai fatto:
la camicia che ti sta stretta,
con impressa la marca
un otto al rovescio,
l’infinito in un palindromo.
 
Così ora spero
nel prossimo regalo
magari una bambola
“facciamo che ricominciamo.
Vero, mamma?”

 

VERSI
di Gianna Caliari


Gianna Caliari
 
A mia madre Dina
 
Il tuo volto risplende immenso
come la luna d’agosto
che mi ha vista nascere
come il tuo cuore
che si riempiva di gioia
Al nostro ritorno
non sapevi di quel gatto nero
che – nascosto nel tuo ventre –
ci graffiava – crudele
Ma per questo tuo cuore
grande come il mondo
mi è stato concesso il grande privilegio
vedere al di là della porta quel mistero
che agli uomini
non è concesso vedere.

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