UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

lunedì 15 luglio 2024

UN CUMULO DI STRANEZZE 
di Luigi Mazzella



 

P
robabilmente le tecniche operative degli agenti dei servizi segreti adottate per difendere da agguati e attentati le alte Autorità di uno Stato o gli uomini politici più eminenti nel corso di contese elettorali variano enormemente, nelle cosiddette democrazie Occidentali, da Paese a Paese e sono ben lungi dall’utilizzazione di un modello uniforme di protezione. Ho fatto questa riflessione guardando in televisione le immagini che i fotoreporters hanno ripreso per l’attentato di ieri a Donald Trump in Pennsylvania. L’ex Presidente americano non era circondato sul podio da cui parlava da agenti dal volto trucido e corrucciato come avviene in altri Paesi ma dal pubblico con giovani fanciulle dalle chiome bionde al vento e quando l’attentatore ha sparato colpendo di striscio Trump, i suoi body guard si sono arrampicati sul palco provenendo da un livello sottostante, dove mai i colpi del fucile “assassino” avrebbe potuto colpirli (in loro vece, infatti, ha colpito gente che ascoltava il discorso). Inoltre il giovane attentatore, di cui è stata immediatamente diffusa dai mass-media la notizia di una sua recente iscrizione al “partito Repubblicano” (più tardi corretta come “simpatia”), ha sparato appostato su uno dei tetti esistenti in loco e i luoghi sopraelevati sono in altri Paesi solitamente riservati agli insediamenti dei cecchini dei servizi segreti. La collocazione sopraelevata e ben visibile dell’attentatore, infine, è stata utile a un agente dei servizi di guardia per impallinarlo e ucciderlo subito dopo il fallito attentato, impedendogli di motivare il suo gesto, parlandone agli inquirenti. In conclusione: agenti lontani dall’ex Presidente e accorsi  in soccorso del ferito Trump provenendo dal piano inferiore al palco, cecchino attentatore appostato su un tetto sfuggendo all’attenzione dei servizi segreti, agente che uccide il giovane  con un arma da fuoco molto probabilmente già in precedenza puntata su di lui sono elementi che sottolineano le stranezze di un attentato che, se riuscito, avrebbe avuto effetti di catastrofica rilevanza per le sorti dell’intero globo e dell’Occidente in particolare. Forse evitare le stranezze e adottare misure uniformi di protezione potrebbe giovare all’esistenza in vita delle democrazie Occidentali, visto che le indagini di magistrati anche se autonomi, indipendenti e sovrani non sempre riescono a stabilire verità incontrovertibili. 

 

 

UN MONITO PER TUTTI NOI
di Jean Olaniszyn*


 
16 luglio 1945, esplode la prima bomba atomica.


La prima esplosione nucleare, denominata in codice “Trinity”, nome scelto da J. Robert Oppenheimer ispirandosi ad una poesia di John Donne (Londra, 1572-1631) è destinata a cambiare la storia, a trasformare il mondo…. in peggio. Il 16 luglio del 1945, alle 5 e 29, ad Alamogordo, nel deserto Jornada del Muerto, a circa 60 chilometri da Socorro, nel Nuovo Messico (Stati Uniti d’America), la bomba chiamata “The Gadget”, posta in cima a una torre di acciaio alta trenta metri, esplose con un’energia di venti Kilotoni (equivalente all’esplosione di ventimila tonnellate di tritolo), producendo un’enorme palla infuocata che si alzò formando un fungo atomico alto oltre dodici chilometri.
Il fisico Robert Oppenheimer e i suoi collaboratori maneggiarono la bomba senza tute precauzionali e molti di essi moriranno di cancro nei mesi successivi. L’esplosivo usato per “The Gadget” era plutonio, un elemento che non esiste in natura. Era stato prodotto nei reattori nucleari costruiti a questo fine nell’ambito del “Progetto Manhattan” voluto dal presidente americano Franklin D. Roosevelt, anche su consiglio di Einstein che gli inviò una lettera il 2 agosto 1939, dichiarandosi preoccupato per i nuovi sviluppi della fisica atomica tedesca con la possibilità di costruire bombe di un nuovo tipo capaci di infliggere “danni ingentissimi”.


 

6 agosto 1945, l’alba di una nuova era: la distruzione del genere umano è assicurata. Il progetto atomico americano si chiamava “Manhattan Project”, la bomba “Little Boy” e il bombardiere che sganciò la prima bomba atomica, “Enola Gay”. Il 6 agosto 1945, su ordine del presidente Truman, “il” bombardiere B-29 sgancia su Hiroshima la prima bomba atomica basata sulla fissione dell’uranio, mai utilizzata prima dal genere umano in una guerra. Ottantamila giapponesi muoiono nel “test atomico” americano. Ovviamente totalmente inutile per la guerra, la seconda esplosione su Nagasaki, il 9 agosto 1945 che fece 70mila morti. Senza contare le vittime delle radiazioni decedute nel tempo. Gli obiettivi primari del presidente Truman erano testare dal vivo l’efficacia della nuova arma di distruzione di massa e sopravanzare i russi nella corsa all’armamento nucleare in atto. Quando le notizie sull’esito “positivo” dell’esperimento di Alamogordo lo raggiunsero alla Conferenza di Potsdam dei Tre Grandi (17 luglio/2 agosto 1945), il Presidente Truman fu molto soddisfatto, cambiando immediatamente il modo di condurre i negoziati con Stalin.



Operazione Alsos. L’operazione Alsos fu un’operazione di spionaggio delle forze alleate durante la Seconda guerra mondiale, che iniziò il 22 gennaio 1944 con lo sbarco di Anzio, al comando del colonnello Boris Pash, per conoscere lo stato di avanzamento del progetto nucleare nazista. Addentrandosi in Germania, gli uomini dell'Alsos catturarono quasi tutti gli scienziati tedeschi impegnati nelle ricerche nucleari, tranne Werner Heisenberg che però si consegnò spontaneamente il 3 maggio 1945, a pochi giorni dalla fine della guerra. L’obiettivo del Gruppo Alsos era quello di localizzare le risorse nucleari tedesche, i materiali, le capacità tecnologiche e individuare il personale scientifico impiegato per realizzare la bomba atomica tedesca e “reclutarli” per il “Progetto Manhattan” (anche per evitare che finissero sotto l'ala sovietica). La corsa per l’ingaggio dei cervelli nazisti, che in terra sovietica assunse il nome di Operazione Osoaviakhim, negli Stati Uniti avvenne in diverse fasi e prendendo nomi differenti, ma una soltanto contribuì in maniera effettiva e determinante a cambiare il corso della storia, permettendo agli USA di assurgere allo status di superpotenza: l’Operazione Paperclip (“Operazione Graffetta”). Paperclip è il nome di un’operazione segreta, gestita congiuntamente da JIOA e CIC (predecessori della CIA) che, tra il 1945 e il 1959, avrebbe comportato il trasferimento nei laboratori militari a stelle e strisce di circa duemila scienziati nazisti con le loro famiglie. Tra gli scienziati che furono trasportati negli USA vanno ricordati Wernher von Braun e la sua squadra di visionari, in larga parte composta da colleghi nella base di Peenemünde che avrebbero poi messo la firma sull’intero programma spaziale degli Stati Uniti, scrivendolo e gestendolo da cima a fondo. In base alle testimonianze di vari esponenti del Gruppo Alsos, non furono trasportati negli Stati Uniti solo scienziati e gerarchi nazisti, ma anche molti componenti essenziali per la costruzione della bomba atomica. La versione ufficiale racconta che le prime tre bombe atomiche vennero prodotte dagli USA con un costo di due miliardi di dollari e cinque anni di lavoro di un numero imprecisato di scienziati di alto livello, con l'aiuto della Gran Bretagna. Ma dai racconti di molti addetti ai lavori è solo grazie ai materiali giunti dalla Germania che fu possibile per il “Progetto Manhattan” di completare le sue bombe in tempo per il bombardamento sul Giappone previsto per la fine dell'agosto 1945.nSulla provenienza di quell’uranio della bomba sganciata su Hiroshima, sono sorte molte speculazioni che nessuno è mai riuscito a chiarire completamente. Una cosa è certa: si tratta di materia da maneggiare con le pinze. Questa storia contiene un segreto troppo grande, forse sepolto per sempre assieme a un agente americano e a un generale delle SS.



La bomba atomica nazista. La fissione dell’uranio fu scoperta in Germania nel 1938 da Otto Hahn e Fritz Strassmann nel corso di studi a carattere fondamentale sulla struttura del nucleo atomico. Quando i più grandi fisici furono convocati il 26 settembre 1939 a Berlino per la riunione che propose l’utilizzo per scopi militari della fissione nucleare, tutti quelli successivamente trasferiti negli Stati Uniti d’America con il Progetto Partencip, aderirono al progetto nazista. Il “Club dell’uranio” di Hitler, sotto la direzione dell’esperto per le ricerche in fisica nucleare Kurt Diebner, si propose come scopo la scoperta di un nuovo modo per produrre energia per la costruzione di una superbomba da utilizzare su New York. Non solo gli studi, ma anche l’imminente costruzione della bomba atomica nazista verso la fine della guerra, era una temibile realtà in Germania, ma per oscuri motivi non fu portata a termine. Gli angloamericani quando la invasero trovarono e smantellarono, nell’aprile del '45, il reattore nucleare tedesco che sorgeva a Haigerloch. Il servizio di spionaggio britannico, all’inizio del 1944, era giunto alla conclusione che i progetti nazisti sulla bomba atomica non destavano preoccupazioni. Potevano forse già contare su delle collaborazioni ad alto livello gerarchico nazista? Leo Szilard, uno degli scienziati coinvolti nel “Progetto Manhattan”, scrisse più tardi: “Nel 1945, quando cessammo di preoccuparci di quello che i tedeschi ci avrebbero potuto fare, incominciammo a domandarci con apprensione che cosa il governo degli Stati Uniti avrebbe potuto fare ad altri paesi”.



Quasi nessuno però ebbe la forza morale di chiedere l’arresto immediato della fabbricazione dell’arma. Solo uno, il fisico polacco Joseph Rotblat, iniziò a sostenere che non ci fosse più la necessità di costruire un ordigno così micidiale decidendo di abbandonare, nel dicembre 1944, il gruppo del “Progetto Manhattan”, trasferendosi in Belgio. Dopo i primi entusiasmi dovuti alla riuscita del test di Alamagordo, l’umore del team del “Progetto Manhattan” si adombrò: ci si rese conto che nulla sarebbe più stato come prima e che il mondo era ormai entrato in un’altra era, quella nucleare. Robert Oppenheimer, intervistato dopo la prima esplosione nucleare, citò quella che gli sembrò la frase più adatta alla circostanza, una riga tratta dal testo sacro indù Bhagavad-Gita: “Sono diventato la Morte, il distruttore dei Mondi”.



Oggi siamo sull’orlo di un baratro. L’uso della bomba atomica ha suscitato un lungo dibattito, iniziato nel 1945 e mai concluso. I contrari sostengono che era inutile effettuare un bombardamento così distruttivo su un Paese che di fatto era già sconfitto. Chi ritiene giusto l’uso della bomba atomica, sottolinea che ha consentito di mettere fine immediatamente alla guerra e risparmiare milioni di vite. Per ottenere la resa del Giappone, l’alternativa alla bomba sarebbe stata l’invasione del Paese, che, secondo le stime del Pentagono, avrebbe provocato centinaia di migliaia di vittime solo tra i soldati statunitensi e un numero di morti complessivo di gran lunga superiore a quello dei bombardamenti atomici. La fine della guerra, dicono ancora i favorevoli, consentì la liberazione immediata dei prigionieri alleati, che subivano continue efferatezze dai loro carcerieri, e impedì ai soldati giapponesi di commettere altre atrocità nei territori che occupavano. Altri tempi. Chi sarebbe disposto oggi a scatenare un conflitto nucleare con tutte le conseguenze inimmaginabili a livello planetario?


Jean Olaniszyn

Note
*Jean Olaniszyn, artista, scrittore, editore, promotore culturale, fondatore del Museo Hermann Hesse a Montagnola, Lugano.
 
*Ringraziamo la poetessa ed amica Patrizia Gioia per il prezioso contatto con Jean Olaniszyn e per questo testo.
 

 

 

 

MEMORIE



Una lettera del poeta e traduttore Silvio Aman
 
Laveno Mombello (VA). Caro Angelo, hai fatto bene a scrivere questo articolo, https://libertariam.blogspot.com/2024/07/leterno-presente-di-angelo-gaccione-i-n.html dove trovo davvero il mio modo di pensare, riguardo alle memorie, per le quali non c’è interesse, specialmente da parte dei giovani (sempre più ridotti a clienti, parassitati dal commercio di bassa lega) cui nessuno indica dove recarsi, guardare e studiare. In quanto alle targhe, Milano non è Parigi, dove abbondano, ma quelle poche non le guarda nessuno. In via Morigi c’è la targa a indicare che in “quella” casa abitò Cesare Cantù, e in via Cesare Correnti, mi pare al 19, quella in cui visse Giuseppe Verdi... Nessuno alza lo sguardo e si ferma. Un abbraccio, caro Angelo.
Tuo Silvio
 


* 

Caro Silvio,
da anni segnalo queste “distrazioni” milanesi, e non solo. Nel recente volume, il quinto, dedicato a Milano (La Mia Milano, ed. Meravigli), c’è un capitolo intero sulle lapidi, e sugli “spiriti magni” ne parlo diffusamente. Ma i tempi sono quelli che sono.
Un affettuoso abbraccio anche a te.
Angelo

 

LE BIBLIOTECHE E IL CONFRONTO
di Girolamo Dell’Olio



Per l’apertura dei lavori del rinnovato Consiglio comunale di Firenze, martedì 16 luglio, verrà distribuito ai fiorentini e ai visitatori, dalle 13 alle 16, dinanzi all’ingresso di Palazzo Vecchio in Via de’ Gondi, il seguente contributo informativo.
  
Marzo 2024, alla direzione delle Oblate, la biblioteca centrale di Firenze, arriva un’offerta gratuita di appuntamenti pubblici per le biblioteche di quartiere sul tema “L’impatto del digitale sulla scuola. Quale futuro per noi, i nostri amici, i nostri bambini, i nostri ragazzi?”. A presentarla, un’associazione di volontariato attiva da trent’anni a Firenze. Al programma è allegato un documento che il Ministero ha trasmesso a tutte le scuole d’Italia: sono i risultati dell’indagine conoscitiva promossa dalla Settima Commissione permanente del Senato sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento. Le conclusioni dell’indagine, condotta consultando neurologi, psichiatri, psicologi, pedagogisti, grafologi ed esponenti delle Forze dell’ordine, approvate dalla Commissione all’unanimità, suonano drammatiche. Evocano la «dittatura perfetta» vaticinata da Aldous Huxley: “Una prigione senza muri in cui i prigionieri non sognano di evadere. Un sistema di schiavitù nel quale, grazie al consumismo e al divertimento, gli schiavi amano la loro schiavitù”. E ammoniscono: “Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro”.
I nostri cuccioli, denuncia il documento, sono sotto attacco a 360 gradi. “Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica...”.
La scuola - col distopico Piano 4.0 e i generosi fondi europei del PNRR a foraggiarlo - aggiunge del suo. Non converrebbe dunque cominciare a parlarne?



Maggio 2024, tre biblioteche di quartiere manifestano interesse per l’iniziativa e la documentazione allegata, i contenuti, le finalità, l’approccio, e chiedono di studiare insieme come e quando partire con gli appuntamenti di dialogo e di auspicata interazione fra famiglie, insegnanti, educatori, pediatri. L’associazione promotrice accoglie l’invito a incontrarsi, a esaminare gli ambienti che ospiteranno gli incontri, a stabilire un calendario. Ma, improvvisamente e inspiegabilmente, l’offerta viene rigettata, liquidata con poche righe povere di motivazioni plausibili e di cortesia istituzionale, vergate da un funzionario delle Oblate mai incontrato. Ai proponenti non viene accordata neppure un’opportunità di confronto. Tutto documentato. Al netto delle modalità di rapporto con la cittadinanza attiva, le istituzioni culturali di base della Firenze già ‘capitale della cultura’ paiono non considerare dunque sufficientemente seria e preoccupante l’emergenza educativa digitale, a dispetto delle allarmate conclusioni della Commissione del Senato: l’impatto sui bambini, sui ragazzi e sugli stessi adulti non risulta poi così drammatico da doversene occupare con qualche sollecitudine!
Succede a Firenze, all’ombra di Palazzo Vecchio. La stessa Firenze in cui:
si rovesciano 2735 milioni (ad oggi) in un’opera ciclopica, la TAV, mal progettata e obsoleta;
si scavano 13 km di tunnel con una valutazione d’impatto monca e senza un piano di emergenza;
si progetta una stazione fuori contesto destinata a danneggiare chi abita o viene in visita alla città;
si desertifica a macchia d’olio il centro storico e si mercificano i beni culturali;
si sacrifica il patrimonio arboreo e si prepara un cielo rinascimentale popolato di droni e controlli.
Sarà un caso? Vogliamo provare a unire questi puntini? Che disegno vien fuori?

domenica 14 luglio 2024

DOVE LA CITTÀ COMINCIA
di Alessandro Zaccuri


 
Lo scrittore Alessandro Zaccuri

La mia famiglia arrivò a Milano nel 1972. Avevo nove anni e resto convinto che, rispetto a oggi, fosse un’altra città. Abitavamo alla Barona, quartiere meridionale che in quel periodo si stava riqualificando come zona residenziale. I padroni di casa erano tutt’altro che abbienti, ma avevano acceso il mutuo al momento giusto e quel mutuo adesso glielo pagava il nostro affitto. Era un grande complesso abitativo, di quelli che andavano per la maggiore all’epoca. Un unico serpentone con tanti ingressi in successione, sussiegosamente rinominati “scale”. Nelle giornate di nebbia, da un estremo dell’edificio non riuscivi a vedere la costruzione per intero. Anche la nebbia, cinquant’anni fa, era di una sostanza diversa, più invadente e densa. Quando ho nostalgia di quello scenario, mi basta recuperare certe sequenze dello Stalker di Tarkovskij. Non per vantarmi, ma per un po’ anch’io sono stato uno della Zona.
Qualche anno più tardi, quando i proprietari si decisero a insediarsi nell’appartamento, ci spostammo verso il centro, in quello che era e rimane un buon indirizzo. Non lo rivelo più per pudore che per privacy, anche se di recente mi sono reso conto di aver avuto un futuro presidente del Consiglio tra i vicini di casa. Vogliamo restare sul vago? Bene, diciamo piazza De Angelis e adiacenze, il Pio Albergo Trivulzio dall’altro lato della circonvallazione e le boutique di via Marghera a due passi. Alla Barona, da lì in poi, era tutta campagna. Da De Angelis, invece, era tutta città: piazza Piemonte, corso Vercelli, corso Magenta, via Meravigli, lo slargo del Cordusio, il trionfo del Duomo. L’Università Cattolica rimane a metà strada: lì ho studiato, lì lavoro. Per me questa è Milano in purezza. Il Cenacolo, Sant’Ambrogio, San Maurizio, i resti romani. Non mi azzardo a chiamarla la mia zona, mi ritengo fortunato per il solo fatto di poterla frequentare ogni giorno.



Nel frattempo abito da un’altra parte, non lontano dalla Barona. Sono tornato a sud, si vede che era destino. Ancora una volta, non eccediamo in dettagli. Siamo verso Gratosoglio, lungo il Naviglio Pavese. Parva sed apta mihi, definiva Ariosto la sua dimora ferrarese e, sinceramente, non posso non essere d’accordo. Dalla finestra della stanza dove sto lavorando si vedono gli alberi e, dietro gli alberi, c’è una fuga di campi. Forse questa è la mia Milano preferita: il punto in cui sembra che la città finisca, mentre è qui – proprio qui – che la città comincia.

sabato 13 luglio 2024

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: OLTRE I LEP
di Franco Astengo



Nell'organizzare l'opposizione (anche tramite richiesta di referendum) verso la legge sull'autonomia differenziata si sta evidenziando con grande forza il tema dei LEP (Livelli Essenziali Prestazioni) che dovranno essere stabiliti per rendere una base uniforme alle residue erogazioni di stato sociale: sanità, scuola. Al riguardo della legge approvata in questi giorni si rileva però un tema che non appare al centro del dibattito ma che rappresenta probabilmente il "cuore" della vicenda: il riferimento è alle materie di cui le Regioni possono richiedere l'acquisizione di competenze nelle materie "No Lep". La regione Veneto ha così immediatamente avanzato richieste di maggiore autonomia nelle 9 materie "non Lep", cioè quelle per le quali non è necessario che lo Stato stabilisca prima i Livelli essenziali di prestazione. 
Fra queste oltre alla previdenza complementare, il coordinamento della finanza pubblica, le banche (Casse di Risparmio, Banche di credito rurale, ecc.) spicca la richiesta della piena competenza sul commercio estero e i rapporti con l'UE. Il tema dei rapporti con l'estero è particolarmente delicato e specificatamente lo è ancora di più al riguardo del Veneto.
Il tessuto industriale veneto (come in parte quello lombardo) composto da aziende di media/piccola dimensione nella generalità avanzate tecnologicamente e quasi completamente complementari e sussidiarie all'industria tedesca. Per fare un esempio i 20,9 miliardi di merci che vengono esportate dal Veneto sono superiori ai 16 miliardi dell’export canadese. 
Questo dato indica alcune questioni:
1) l'orientamento produttivo delle industrie venete è strettamente legato a quello delle industrie tedesche e in particolare alla Baviera e al Baden Würtenberg. Se come pare la Germania deciderà di innalzare la propria quota di PIL riservata all'armamento è evidente che avremo aspetti di riconversione industriale che toccheranno l'insieme della filiera di là e al di qua delle Alpi. Il Veneto (e la Lombardia) potrebbe così legarsi ad una economia di guerra indipendentemente dalle scelte generali del Paese;
2) Il primo punto pone oggettivamente in discussione l'idea della programmazione economica a livello nazionale (e il rapporto con l'Europa) e di intervento pubblico in economia (mentre il governo procede a tentoni nel pieno della confusione come nel caso della cessione di ITA, delle acquisizioni in siderurgia e a cessioni improprie come nel caso della Rete Tim passata ai pensionati canadesi in uno scenario inedito in Europa).



Questo tipo di analisi rafforza ulteriormente la necessità di combattere a fondo questo pericoloso stato di cose in atto cercando anche di far comprendere che si tratta di un tassello del cambiamento che la destra ha in programma sul tema del rapporto tra governo e democrazia.
Privatizzazione e autoritarismo del potere fondato sulla frammentazione dello Stato anche sul piano delle relazioni internazionali (negli aspetti che di più contano) così si intende saldare il quadro di modificazioni costituzionali: una direzione di marcia di variazione profonda del concetto  di governabilità che dovrà essere fermato anche se a sinistra, nel passato più recente, ci si è mossi aprendo la strada con riforme portate avanti con il solo scopo di inseguire l'agenda dell'avversario (come fu nel caso della riforma del titolo V).
Il recupero dell'autonomia progettuale della sinistra in particolare rispetto al quadro europeo appare il primo passaggio decisivo per affrontare una situazione che si presenta molto difficile.

 

 

LA MALPENSA/TA
di Romano Rinaldi



Contrariamente a quanto auspicato, non solo da me (https://libertariam.blogspot.com/2024/07/punture-di-spillo-aeroporco-di-malpensa.html?m=1; -  https://libertariam.blogspot.com/2024/07/punture-di-spillo-di-romano-rinaldi-mal.html?m=1 ) ma da ben più autorevoli e noti nomi della stampa e della cultura, da ieri, 11 Luglio 2014, l’Aeroporto Internazionale di Milano Malpensa è denominato “Aeroporto Silvio Berlusconi”. Chi l’avrebbe mai detto che dal conservatorismo “benpensante” potesse scaturire una simile Malpensa/ta? O tempora, o mores!

POETI
di Alberto Figliolia


 
L’abbaio di un cane…
 
L’abbaio di un cane nei giardini deserti.
I mille occhi dei palazzi muti.
Le reti elettriche tracciano infiniti sentieri nel cielo:
 invisibili dei li percorrono.
Un tram attende la propria partenza.
Lanterne cinesi pendono dagli alberi.
 
I pantaloni verdi come un prato alieno,
la chioma corvina come una notte sconosciuta,
sorridendo attraversa il corridoio.
Scollature immobili sulle sedie di similmetallo.
Il bianco-azzurro di una maglietta dell’Argentina.
“La mia è una patologia degenerativa… Lo stomaco a pezzi…”,
un’eco distorta.


L’artrosi dei sentimenti.
Caotiche ombre sulle pareti.
Lo strofinio delle carte compulsate, con gli esiti
e i numeri del destino.
Non esiste una terapia del dolore contro il dolore dell’amore.
Camici bianchi svolazzano come farfalle tropicali.
Sui termosifoni di pallido azzurro la luce segna inediti confini.
Dalle griglie sul soffitto piovono baluginii rosa.
Un campanello squilla spezzando la monotonia
del momento eterno.


Un sussurrio lontano si rifugia morbido nelle orecchie stanche.
Non è più il tempo dei fiori o forse non lo è ancora.
Le porte ingoiano e risputano, a intermittenza.
Il riflesso del volo di un piccione sui vetri impolverati,
a rovescio fra le nuvole sfrangiate.
Alla balaustra di un balcone un fumatore pensoso;
ha la parvenza dell’immobilità, è il gioco
non percepito della distanza,
orizzonte di carne e strazio afono; poi se ne va, piccole onde 
d’urto nell’indifferenza del mattino.


Un vecchio strascica il passo, il labbro inferiore pendulo,
gli occhi acquosi persi in un universo di malinconia,
la folla scompagnata dei ricordi a torturarlo.
Le unghie cobalto di una dottoressa.
Le cifre mentali del desiderio impotente.
Mi accovaccio nello sguardo interno, in un abito fiorito
dalle pieghe esotiche,
nel dondolio dei corpi che avanzano statici,
nel ticchettio inudibile del tempo,
nell’immagine viola della mia bougainville,
nelle lacrime mai piante.


Un tatuaggio sulla spalla destra ondeggia
come fotogrammi mossi a mano.
Un ragno, fuori, sospeso nel vuoto, come la danza
della foglia quel giorno di ottobre dopo la morte di mio padre,
nel sospiro freddo di un vento corto.
Il tip-tap di piedi impazienti.
Una barba religiosa si alza da un sedile di chiodi figurati,
 la vista dura, la bocca amara.


Rileggo i versi di un amico lontano; aerei son volati
alla mia incerta stazione:
lo stupore mi scuote dolce con il dono di una grata meraviglia;
la vertigine dell’apocalisse si sposta più in là.
Sento le correnti dell’aria condizionata creare cieli artificiali
solcati dai motori di navi oniriche;
forbici di titanio taglieranno le ali.
Biascichio di parole.
 
Due tubicini nelle narici, la disperazione a correre
forsennata nelle pupille.
La spirale frantumata di uno zampirone presso il bordo
sbeccato di una finestra con la tapparella calata.
Fiori selvatici nelle crepe dei muri, il potere dell’umiltà
e della bellezza.


Forse nei cespugli che scorrono fuori si annidano fenici,
il miracolo della resurrezione, una nuova alba.
 
[In un istituto clinico milanese e nei meandri della città
Venerdì 12 luglio 2024]

MARCONIA. PREMIO PIEPOLI



Domenica 14 Luglio 2024, alle ore 20:30, nella sede dell’associazione Ce.C.A.M., in Piazza Elettra a Marconia, si svolgerà la XIII edizione del Premio “Piero Piepoli”. Dopo i saluti dell’assessore alla cultura Antonio De Sensi, Giovanni Di Lena e Grazia Giannace presenteranno l’ospite: Rocco Calandriello al quale sarà conferito il Premio.

Ideatore e fondatore nel 1999 del primo festival internazionale di cinema di Basilicata (Lucania Film Festival), Rocco Calandriello ha prestato consulenza professionale per numerosi enti pubblici e privati in ambito cinematografico in Italia e all’estero. Nel 2003 fonda Namavista Film. Formatore e docente di cinema nel mondo della Scuola e nell’Alta Formazione. Produttore cinematografico del film Moshen Makhmalbaf per Matera 2019. Direttore di spazi pubblici per l’industria creativa e imprenditore seriale dell’industria culturale e cinematografica. Direttore artistico del TILT (Centro Regionale per la Creatività) è stato Presidente della Lucania Film Commission da gennaio 2022 a novembre 2023.

TEATRO
Moi nel Cortile d’Onore della Biblioteca Sormani 




L'interprete Lisa Galantini


Privacy Policy