UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 3 maggio 2026

LIBERTÀ DI STAMPA
di Zaccaria Gallo
 


3 maggio 2026 “World Press Freedom Day”
 
Caro amico Direttore di giornale o di telegiornale, caro Redattore o semplice Giornalista, caro Operatore televisivo o Reporter fotografo, so che la tua missione risponde a queste parole: “Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto a non essere molestato per la propria opinione e a quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Ecco perché, oggi, io voglio essere accanto a te, in questa Giornata che promuove la libertà di stampa e ricorda coloro che hanno perduto la vita nel perseguire questo diritto fondamentale. Nella storia moderna, una comprensione comune del principio di libertà di stampa è nella dichiarazione Universale dei Diritti umani che contiene appunto anche il diritto alla libertà di espressione: punto di svolta contro la manipolazione delle informazioni e di tutte le forme di ostacoli che cercano di sopprimere questa libertà. Tu, sei un mio preziosissimo amico, perché mi consenti, con il tuo lavoro (e, ormai più spesso, con sacrifici grandissimi) di ottenere giuste notizie sulla società in cui viviamo. Senza di te mi sarebbe difficile, o talvolta impossibile, poter discutere liberamente e apertamente su come vanno guardate le cose e su come dovrebbero cambiare: quando ti leggo o ti ascolto, o guardo le tue foto, intesso quel dialogo che è alimento della democrazia. E tutto questo è possibile se esiste la libertà di stampa. Quella libertà che mi consente di ricevere informazioni che non siano manipolate o al servizio di una particolare persona, organizzazione, interesse; perché, quando sei libero, io so che puoi indagare sulle persone di potere, sui governi, che puoi sempre porre domande difficili e cercare di scoprire cosa stia realmente accadendo, indipendentemente dalle conseguenze politiche. 



Con il tuo lavoro, consegni nelle mani del popolo la forza della democrazia: lo rendi consapevole su quali debbano essere le giuste decisioni da seguire nel momento in cui è chiamato ad esprimersi con il suo voto. E, anche dopo aver votato, mi dai la possibilità di poter controllare se le promesse elettorali di coloro che io ho ritenuto degni di portare avanti idee e progetti, siano diventate realtà vive e vere e non sono, invece, rimaste solo vuote parole. Io e te sappiamo bene che i governi autoritari vogliono mantenere il potere sopra ogni cosa. Avere conoscenza del fatto che siano spesso incredibilmente corrotti, quanto incompetenti, dovrebbe effettivamente mettere in pericolo la loro presa sul potere, a condizione che ai cittadini venga detta la verità. Ma, quando non c’è una stampa libera, quella che tu garantisci ogni giorno, quando il flusso delle informazioni è controllato dal governo o dagli oligarchi, io sono destinato a ricevere una immagine distorta di quello che accade. Però, questa è la mia grande fortuna (ed è per questo che oggi con te celebro questa giornata mondiale): è sapere che tu, nonostante innumerevoli difficoltà, non deroghi all’impegno che ti sei assunto nell’informarmi e nel fermarti dall’indagare per fare emergere la verità. Ho parlato di difficoltà? Scusami! Non ci sono solo le difficoltà, ma c’è sempre il pericolo di perdere la tua libertà personale e tanto spesso, ormai, la stessa tua vita. 



Quanto è lungo l’elenco dei tuoi colleghi uccisi, fino a ieri, in ogni parte del mondo, e non solo per un incidente di guerra, ma anche per la proterva decisione di ridurti al silenzio. Le mafie, le oligarchie di ogni colore, hanno paura del giornalismo, hanno paura delle domande: loro quando possono scappano dalle domande, scappano dalle inchieste e, se proprio sono costretti, possono arrivare anche a toglierti la vita. Chi compie il male o compie misfatti ha bisogno di oscurità e silenzio. È quello che accade sotto i nostri occhi negli Stati Uniti di Trump, nella Striscia di Gaza, nei territori palestinesi della Cisgiordania ad opera dei coloni e dell’esercito israeliano, in Turchia, in Ucraina e in Russia, in Messico e in tantissime altre parti del pianeta. Tu sei considerato un pericolo, soprattutto quando operi negli scenari di guerra e diventi un obiettivo: sparano prima a te e poi al nemico. Perché sei un testimone scomodo, soprattutto se fai luce su crimini e genocidi. 



Conosco le aggressioni e le violenze, non solo verbali, ma fisiche e psichiche alle quali ti sottopongono, agli arresti e agli interrogatori che sfociano spesso in vere torture, agli agguati che si concludono con l’omicidio (non abbiamo dimenticato Ilaria Alpi). E non possiamo non tacere la preoccupazione che ci assale se pensiamo al nostro paese, all’Italia, che quest’anno è retrocessa dal 49° posto del 2025 al 56° posto della graduatoria Reporters sans Frontieres (RsF, dati ANSA). Il comportamento dell’attuale maggioranza di governo, la compresenza purtroppo anche di tuoi colleghi, apertamente adusi a propagare notizie e opinioni false e dichiaratamente prone verso finanziatori palesi o occulti, ci fa ogni giorno intravedere quante volte si cerchi di evitare il confronto con opinioni divergenti, quante volte si eviti il contradditorio con la stampa, e non si tratta solo di un fastidio, quante volte si orienti l’opinione pubblica in direzioni diverse da quelle sostenute dalla verità dei fatti. Per questo condivido la tua preoccupazione (che da cittadino deve essere anche mia): questo approccio riflette una volontà di controllare fin dove è possibile l’informazione e di evitare il confronto delle opinioni. Allora, mi rivolgo a te, oggi, che è la Giornata Mondiale per la Libertà di stampa, per dirti grazie. Senza la tua libertà non c’è democrazia e senza democrazia non c’’è la mia libertà.

  

UN BILANCIO DI LUNGO CORSO
di Carmine Tedeschi



Angelo Gaccione, Una gioiosa fatica. 

A cura di Giuseppe Langella, La scuola di Pitagora, Napoli 2025.
  
Questa recensione è apparsa lunedì 26 aprile 2026 sulla Rivista letteraria “Incroci”. Odissea ringrazia l’autore Carmine Tedeschi e il direttore Lino Angiuli per averne autorizzato la pubblicazione su “Odissea”.     
 
Le due date del sottotitolo (1964- 2022) individuano un bel pezzo di vita illuminato dalla scrittura poetica. In pratica, dalla giovinezza alla piena maturità dell’Autore. Limiti ampi, entro i quali si immagina facilmente l’operazione selettiva che gli ha permesso di pescare fra le sue poesie quelle più adatte a formare questa raccolta antologica con un intento tematico unitario. Raccolta che somiglia molto ad un bilancio di lungo corso. «Posso con semplicità affermare che la poesia ha riempito la mia vita e me ne sono nutrito. In maniera discreta, ma continua, l’ho sempre praticata». Così Gaccione informa il lettore nell’Incipit.
L’esplicita confessione viene ripresa quale premessa di lettura anche da Franco Loi e da Tiziano Rossi, rispettivamente ne l’Ouverture e nell’Introduzione, in capo alla raccoltaMa se ne ricava anche una conferma implicita dalla prima occhiata al Sommario, dove i titoli delle sezioni, tutti al femminile, raggruppano le poesie per sottotemi, in base a diverse situazioni registrate dalla voce poetante: Le ritrovate, Le illuminate, Le straniere, eccetera. L’effetto curioso è che a prima vista viene spontaneo riferire gli attributi a donne sconosciute, per cui ci si aspetta una lirica d’amore. Ma ti accorgi subito dell’abbaglio: si riferiscono alle poesie stesse. Le quali con le donne amate hanno tuttavia qualcosa in comune, ed è l’amore consumato, la memoria, la nostalgia. Perché scrivere poesie è sempre un atto d’amore, verso qualcuno o qualcosa non importa.
Qui l’oggetto d’amore esplicato diffusamente nei versi si profila vasto, ma non indeterminato. Si definisce man mano che la lettura procede. Nasce però da un bisogno morale già chiaro fin dall’inizio (Loi lo segnala in due poesie di esordio), che si può identificare nella sete di giustizia, nell’avversione alla prepotenza e all’inganno, nella pietà per il dolore altrui e quindi umanamente di tutti. La visuale si allarga perciò dal Sé alla società tutta, agli ultimi, al travaglio storico attraversato, al presente intossicato dall’odio in dimensione globale. È questa, la tematica comune a tutte le sezioni, che rende la raccolta nell’insieme un esemplare di poesia civilmente “impegnata”, come si diceva caparbiamente una volta (ma perché mai non si deve poterlo dire ancora?).



La copertina del libro

Se ne rileva facilmente il percorso incontrando le poesie in tal senso più esplicite, disseminate come pietre nei guadi in tutte le sezioni. Poesie che fanno affiorare la tematica in modo sempre più chiaro, e si fanno sempre più numerose col procedere della lettura. Fino ad arrivare a Le incivili e Le Ultime, segnate tutte dalla passione civile, dove il dettato abbandona le allusioni, i toni smorzati, i temi relativi a sentimenti e rimembranze personali, il compianto per le vittime di stragi e attentati avvenute nel passato, per assumere la forma dell’accusa diretta, del sarcasmo, dell’invettiva, segnando così il punto di arrivo di un climax che va dal disincanto e dall’amarezza, all’irritazione, all’indignazionealla rabbia.
Proviamo ad appendere al filo tematico appena descritto qualche testo esemplare.
Pensosità ed esortazione politica durante i terribili anni Settanta: «Non sparate, /cessate il fuoco per raccogliere i morti/ le coppe di sangue sono ormai colme. […] Il nemico dà ordini alle vostre spalle», (Senza titolo, 1977, da Le Illuminate). «Più nessuna certezza, nel secolo dell’incertezza/ può fugare i nostri dubbi./ Ultimi illuministi cadiamo sconfitti/ sotto la morta ragione» (Senza titolo, 1978, ancora da Le illuminate). 
Sentimenti e affetti privati, proiettati in una amata compagine urbana, tratteggiata a forti contrasti: «Stupenda notte di Milano/ bella per noi poeti/chi osa ancora oltraggiarti?/ Dacci la tua musica che ci appartiene/ e i tuoi figli violenti/ La notte è degli artisti/ il giorno è dei mercanti.»  (Mia città mio cuore, 1982, da Le Milanesi).
Un monito ad aprirsi alla solidarietà civile in nome di antichi valori in un’epoca che li ha dimenticati; facile intravedervi il fenomeno dell’immigrazione osteggiata. «Perché, figli della Magna Grecia,/ vi siete inimicati gli dèi/ rinunciato alla pietà/ obliato la sacra ospitalità dell’amicizia…?» (A voi figli della Magna Grecia, 1989; da Le Arrabbiate).
Una rivendicazione aperta della propria poesia civile: «Ed ora va’ parola mia/ libra le tue ali sul mondo/ e se ti mettono in catene/ tu mettiti a cantare» (Va’ parola mia, 2000; da Le arrabbiate).
Ancora contro i benpensanti, schifati dalla presenza sempre più invadente di immigrati e barboni. Qui, con efficace e feroce antifrasi, i versi fanno il verso all’orrore, alla ripugnanza che questi “alieni” destano nei beneficiari della civiltà dei consumi, i quali arrivano ad augurarsi che affoghino nel “mare grosso”: «Uno sconcio/ davvero un intollerabile sconcio/ avete ragione da vendere./ Se ogni tanto quei barconi…/ se ogni tanto il mare grosso…/» (Cinquantanove versi, 2010; da Le dolenti). 
Stessa postura sarcastica dinanzi all’indifferenza generale per i drammatici segni del cambiamento climatico: «Che farete quando sparirà l’inverno?/ E quando dalle nuvole non scenderà una goccia/ per anni ed anni,/ che farete, di grazia?» (Poesia impertinente, 2022; da Le Incivili).
Sono solo poche citazioni esemplari della tematica portante, purtroppo insufficienti a significare l’impegno civile nel tempo, sempre più spoglio di riferimenti espliciti al Sé e sempre più prepotente verso il suddetto ‘oggetto d’amore’. Tuttavia la poesia dedicata agli affetti intimi, benché minoritaria, non è del tutto assente dalla raccolta. Solo un esempio: «Parto./ Siate lieti./ E voi che restate dite:/ “Non è passato invano sulla terra”». (Addio, 2014; da Le diverse). Ricorda tanto la lirica, affine per soggetto ma molto diversa per atteggiamento psicologico e resa stilistica, di Caproni: Congedo del viaggiatore cerimonioso.
In definitiva, si capisce perché questa raccolta sia stata pubblicata nell’ambito della collana inventata da Giuseppe Langella per dare man forte alla poesia cosiddetta “civile”.
            

https://incrocionline.wordpress.com/2026/04/26/angelo-gaccione-una-gioiosa-fatica-1964-2022/#more-6189
  

LIBRI
di Anna Rutigliano
 


Nell’incessante moto ondoso della coscienza dello scrittore Federico Lotito, approdato alla sua quinta silloge poetica dal titolo Senzatitolo (edizioni Qed stèresis, pagine 100, 2026), i pensieri affiorano in superficie fluttuando tra tempo non quantificabile delle emozioni, di  bergsoniana e woolfiana memoria, anche quando la struttura della raccolta poetica in questione, sembra dare adito ad un “bilancio esistenziale”, secondo la logica dei registri contabili (leggeremo di trimestri, in senso inverso, dal quarto al primo) e lucidità, dettata dalla consapevolezza dell’autore, giunta a maturazione, di voler abbracciare coraggiosamente la realtà nella sua autenticità. Se da un lato, il poeta si fa portavoce di un grido intimo, ai più indifferente, (l’urlo per la sopravvivenza di chi non arreca disturbo non ha valore nella scala decibel) e collettivo  contro  la guerra, in cui i corpi, soprattutto innocenti, sono violati per ingordigia di profitto: -Pensiamo di poter comprare il futuro svendendo questo presente saltimbanchi della parola bugiarda ci laviamo le mani con la banalità senza scrupoli sbraniamo corpi stupriamo idee e gente inerme crediamo di avere sempre ragione, come si sopporta tutto questo? Non esiste una risposta la ragione è che siamo degli idioti; dall’altro, egli compie una scelta coraggiosa e chirurgica, quando, immerso negli abissi della propria realtà psichico-corporea, decide di accettare non passivamente il presente: -a chi come me non si sottrae al dolore andiamo avanti senza lamenti resistiamo nella nostra ribellione qui non c’è nient’altro da fare. La poesia che ne deriva, è essenziale, schietta e fedele allo slogan del less is more del minimalismo letterario statunitense, che accompagna da sempre lo stile poetico di Lotito. Essa non offre spazi per eufemismi linguistici, nell’abitudinario gioco di vivere, non insegue schemi ritmici della metrica tradizionale nell’intreccio acrobatico della Vita di sempre, sezione con cui si apre la silloge, piuttosto il poeta si imbatte in una scrittura piana e asciutta che procede per sottrazione di interpunzioni, arricchendo, di contro, la semantica della parola sul piano metaforico: al tavolo dei vincitori si spartiranno la veste la bilancia penderà sulla voce profitto le lacrime degli invisibili non serviranno nemmeno più a piangere i morti. Per quanto poi, Lotito sostenga che non c’è trama ma che l’esistenza sia solo un rumoroso silenzio di carte, la sua poesia intesse un fitto rapporto con la filosofia, anzi con le filosofie, con le molteplici Weltanschauungen con cui ogni comune mortale si incammina nel viaggio del  mondo, anche quando egli umilmente afferma: mentirei se parlassi di filosofia non l’ho mai studiata. Invece i versi di Lotito della silloge Senzatitolo, sono completamente imbevuti di nichilismo nietzschiano: resto nessuno tra i travestiti da dio e ancora: non c’è riparo che tenga in questo diluvio senza arca anche dio ha voltato le spalle, compiendo una svolta di pensiero, rispetto alla raccolta poetica precedente Presenze minime, SecopEdizioni 2024, in cui ancora vi era traccia di un dio (cercando il mio dio mi muovo nel caos a malapena sopporto il futuro e mi avvolgo nel sudario senza avanzare pretese). Ma nello stream of consciousness del nostro poeta le increspature del pensiero devono necessariamente trasformarsi in illusorio scudo, eppur utile, a ritrovare la bussola smarrita dell’esistenza di quell’arido vero leopardiano, anche quando tutto è inganno, finzione: mi sottraggo alla presenza tutto è finto che in un niente siamo nella catastrofe/ se c’è chi sa dirci chi siamo stringiamolo forte altrimenti illudiamoci di essere vivi/ un concerto un festival un carosello magre consolazioni per l’inferno di questa realtà. Ed ecco che nella silenziosa quotidianità di Lotito fa ritorno la poesia a restituire il suo essere nel mondo, il suo dasein heideggeriano, in quanto individuo, in quanto collettività, affidandole il senso onesto del suo viaggio: in me adesso c’è qualcosa di chiaro la poesia è tornata dopo mesi di parole sciupate sulla vita e sulla morte o meglio solo sulla morte…/ la città mi mastica inghiotte e sputa ma io cammino ancora esisto anche se non si vede.
 


È nella “gettatezza” dell’essere nel mondo, nella sua “Geworfenheit in der Welt” per dirla ancora con Heidegger, che la poesia di Federico Lotito assolve la propria funzione socio-relazionale: nel valore intergenerazionale di libertà tramandato da suo padre (era un maestro mio padre e senza marce ci ha cresciuto…ci disse prima di andare costruite case con mattoni trasparenti lasciate aperte finestre e porte la libertà non si nasconde), nel sogno ammonitore/premonitore del tenero affetto fraterno a proseguire il viaggio senza timore di colpa alcuna (non preoccuparti tuo figlio e tuo padre hanno lo stesso nome sanno badare a se stessi tu viaggia per saperne di più dice mia sorella premurosa come quando ero ammalato), nella parola “amore” quale scelta e atto di condivisione non ipocrita con l’altro/a (cinque righi per dirti che a tenersi l’uno dento l’altro ci vuole coraggio senza paura di scheggiarci al contatto stiamo nel giro che ci spetta moriremmo se non fosse così), è nel ricordo senza nostalgia il punto di partenza del viaggio stesso (non che i ricordi siano consolazione ma da qualche parte bisogna pur ripartire). Infine è nel non lamentoso ma doloroso coraggio di attraversare il sea of troubles shakespeariano, quale atto consapevole della coscienza, che la poesia contemporanea di Federico Lotito restituisce umilmente dignità all’essere umano nel mondo: il mare non spiega non consola ti mette davanti te stesso e poi si ritira gli ho parlato come a un vecchio amico e gli ho chiesto dove andare e lui continuava a muoversi a cambiare pelle, resta in viaggio - rispondeva.

LA RARITUDINE
di Laura Margherita Volante 
 


I grandi amori
mi stordiscono....
La Bellezza sta nella 
raritudine di ciò che
è buono.
Due in un universo
d’amore con lo
sguardo nel cogliere il 
misterioso bello di un fiore
di una farfalla della luce di 
Van Gogh
e il dolore che attanaglia. 
È il loro dolore fra mani
che si stringono 
pietosamente 
nel cercare di portarlo via...
quel dolore. 
Invano!
Guardarsi negli occhi e non
parlare 
sapendo il da farsi.
I grandi amori convivono in uno
stato di bellezza 
eterna fra gigli e colombe
mentre il pettirosso con la spina 
nel becco corre a fare il nido...
per non dimenticare
che quella goccia di sangue 
è la bellezza del creato.
Un usignolo canta sul ramo d’ulivo 
dal vetusto e robustoso tronco
una soave melodia di Pace per 
un nuovo giorno.
E i grandi amori ritornano per donare  
luce...
mi stordiscono di Pace.

   

CAMPI ELISI

Roberto Marelli e Anna Goel

Odissea” formula le più affettuose condoglianze all’amico Roberto Marelli per la perdita della sua amata consorte Anna Goel Gasparro. Anna è stata una valida attrice ed ha condiviso con il marito attore la stessa passione. Noi la ricorderemo per le preziose letture poetiche dei versi di padre David Maria Turoldo in più occasioni, e per la sua sempre gentile disponibilità.

sabato 2 maggio 2026

LA VERITÀ E IL PROCESSO PENALE
Guido Salvini
 
L. Mussini: Il trionfo della verità

Ho trascorso quarant’anni in magistratura indagando soprattutto sui delitti degli “anni di piombo”. Ho cercato di capire, con gli strumenti che avevo, come fossero avvenute le stragi e i delitti di terrorismo ma anche i reati comuni, i reati “piccoli”, quelli che non interessano alla pubblica opinione ma che sono importanti per chi è accusato di averli commessi o chi ne è vittima.
Alla fine, guardandomi indietro, c’è sopra tutte le altre, una domanda: per un magistrato cos’è la ricerca della verità? Per capirlo è necessario partire dal concetto stesso di verità. Nel Vangelo, Ponzio Pilato, alla fine dell'interrogatorio di Gesù, chiede: “Quid est veritas?” e Gesù risponde “La verità è la persona che sta davanti a te”. Si tratta, ovviamente, di una risposta prettamente teologica, ma questa domanda che troviamo nel Nuovo Testamento, scritto 2000 anni fa, testimonia la difficoltà della ricerca della verità.


Nikolaj N. Ge:
Quid est veritas?

Intorno a un processo ci sono tre tipi di verità: la verità reale o materiale cioè come effettivamente quel fatto è avvenuto, poi la verità processuale o formale che viene fissata nella sentenza e, infine, c’è la cosiddetta verità mediatica che ci viene offerta dai mezzi di comunicazione come i talk-show e i docu-fiction e da tutto quello che può trasformare il processo in un'occasione di vendita di un prodotto per il pubblico. Detto questo, è bene precisare che nel processo non definiamo la verità assoluta di un fatto materiale perché non la conosciamo, ma assumiamo una decisione che arriva in differita rispetto a quell’evento. Il processo è l’enunciazione di come sarebbe avvenuto un fatto, che non è la stessa cosa della realtà di un fatto. In pratica, ricostruiamo un fatto passato sulla base di principi e sulla base delle prove. Il principio che tutti un po’ conoscono è la possibilità di affermare che un fatto è avvenuto in quel modo al di là di ogni ragionevole dubbio. Questa è la formula che tutti conosciamo, un principio che esiste negli Stati Uniti e anche in Italia. Ci sono tante teorie in proposito, ma alla fine quello cui si arriva è comunque una verità probabilistica con un ragionamento di tipo abduttivo, quello in cui da qualche premessa minore si risale ad una premessa maggiore. Faccio un esempio: la pioggia bagna il terreno e, dato che il terreno che osserviamo è bagnato, concludiamo quindi che ha piovuto. In termini probabilistici, è verosimile che sia successo questo, ma può anche darsi che qualcuno abbia irrigato quel terreno e, pertanto, bisogna arrivare a scartare, se si riesce, anche tutte le altre possibilità. Non è sempre facile e qualche volta, purtroppo, la verità reale e quella processuale non coincidono. Per questo ad esempio il Codice prevede, in determinate condizioni, la richiesta di revisione delle sentenze di condanna. Poi c’è il problema delle prove. Mentre in passato ogni mezzo, anche la tortura con l’obiettivo di far confessare, era lecito per raggiungere la verità perché il processo era solo lo specchio della giustizia divina, oggi per fortuna non è più così e dall’Illuminismo in poi ci si basa solo sulle prove dai codici penali. Alcune sono vietate. Cito ad esempio le intercettazioni avvenute senza autorizzazione del giudice, le perquisizioni senza mandato, il mancato avviso al testimone parente dell’imputato che può avvalersi della facoltà di testimoniare, l’ipnosi, una specie di tortura “dolce”, e tutti i mezzi di condizionamento che influiscono sulla genuinità della testimonianza.
Così può succedere che non si arrivi alla verità perché si è in possesso di prove che non possono essere usate in sede processuale. 

Ad esempio una intercettazione in cui l’imputato confessa (c’è quindi in questo caso una specie di verità reale) ma che non è stata correttamente autorizzata non può essere la base di una condanna. La verità per entrare nel processo ha i suoi binari, le prove assunte secondo la legge, altrimenti resta fuori. È giusto così. Il processo di oggi non è un processo “assolutista” ma devono prevalere i diritti e le garanzie per la parti.

G. L. Bernini
La Verità svelata dal Tempo

Molto spesso, però interferisce la verità mediatica che è senza luogo, cioè senza un’aula, senza tempo, anzi con Internet diventa eterna, e non ha regole, eccetto quella di offrire al pubblico un colpevole soprattutto nei casi scabrosi e cosiddetti emotigeni. La verità mediatica utilizza a suo piacimento materiale grezzo perché non filtrato da un contraddittorio. Inoltre è molto veloce mentre la giustizia è di per sé lenta e quindi la verità mediatica, quasi sempre “colpevolista”, occupa subito quasi tutti gli spazi. Crea sempre una aspettativa e rischia anche di condizionare le decisioni dei magistrati e dei Giudici popolari in Corte d’Assise. Un innocente può essere distrutto da un processo mediatico anche se poi viene assolto. Io credo che i talk show sui processi in corso andrebbero molto contenuti e regolamentati, penso alla presenza di un Garante delle parti. C’è già la cronaca giudiziaria e questa in genere basta.
Poi, questo è un altro passaggio fondamentale in cui solo la tua sensibilità ti può aiutare, è necessario comprendere chi mente e chi dice la verità. Non ci sono regole scientifiche, si tratta di capire che approccio psicologico tenere con il testimone soprattutto e con l’imputato.
Il testimone è quasi sempre oppositivo perché in lui scattano spesso una serie di censure per paura di finire sui giornali o di essere perseguitato dalle persone che accusa. Il testimone spesso non ne vuole sapere di essere chiamato a testimoniare anche per paura della lunghezza dei processi e di esser trascinato in un meccanismo che tendenzialmente non gradisce. In questi casi è importante non essere bruschi e creare empatia per acquisire la fiducia del testimone, usando qualche espediente psicologico come per esempio interessarsi della sua vita privata e professionale per fargli capire che si considera la sua persona e non c’è la volontà di gettarlo in pasto alla stampa.
In sostanza alla verità o almeno a quella parte di essa che è accessibile ci si avvicina non solo usando i mezzi investigativi classici ma parlando con le persone.


Bartolomeo Guidobono
La Verità scoperta dal Tempo

Poi, capire subito chi mente è un’operazione che spesso deriva dai legami familiari e dai contesti associativi, che siano terroristici o mafiosi: in questi ultimi sappiamo benissimo che chi vi orbita intorno, anche se non è stato attivo personalmente, non può assolutamente parlare di quel mondo. Del resto quelle mafiose si chiamano appunto “famiglie”, sono una famiglia allargata all’intero del cui perimetro vige la più stretta omertà. Qualche volta, invece, accade il miracolo, come nel caso del magistrato siciliano Rosario Livatino, ucciso nel 1990 ad Agrigento dalla mafia mentre stava percorrendo l’autostrada per andare in Tribunale da solo e senza scorta. Proprio in quel momento, passò un commerciante del Centro Nord non legato al contesto familiare della zona, che testimoniò immediatamente, senza paura, effettuò il riconoscimento degli assassini e fu sottoposto al Programma di protezione, quello per i testimoni di giustizia. Nei delitti terroristici o a sfondo politico è invece importante far capire all’imputato che non ha davanti un avversario che giudica la sua ideologia, giusta o sbagliata che sia, ma un magistrato che è interessato solo e imparzialmente alla verità sui reati di cui è accusato. Alcune volte, soprattutto nei fatti più gravi che hanno influito sulla vita del Paese, gli ostacoli maggiori alla ricostruzione della verità sono arrivati non per disinteresse o incapacità di chi indagava ma come frutto di una strategia studiata da forze vicine alle indagini stesse. 
Nel corso della mia attività di magistrato mi sono occupato soprattutto di terrorismo, anche “nero”, in particolare della strage di piazza Fontana e delle altre stragi ad essa collegate. Qui sicuramente gli ostacoli sono venuti da parti deviate dei Servizi di sicurezza che avevano permesso alle cellule di Ordine Nuovo di agire perché si pensava che la loro attività servisse in qualche modo a stabilizzare e a mantenere un quadro politico moderato, centrista e filoatlantico.


H. v. Aachen
Il trionfo della verità

Faccio un esempio. Nello stesso giorno in cui ci fu la strage di piazza Fontana, a Milano e a Roma vennero messe altre bombe. In totale cinque, ognuna collocata dentro una borsa di cuoio da impiegato, cinque borse tutte uguali. Si sarebbe potuto risalire facilmente al negozio ove erano state comprate e, quindi, anche all’acquirente, ma alcuni funzionari di Polizia, con un éscamotage ben studiato, fecero sparire i cartellini del prezzo e il loro relativo spago grazie al quale si poteva risalire al venditore. Solo molto tempo dopo si seppe che quelle borse erano state comprate a Padova dove operava il gruppo di Freda e Ventura.
Con un’altra operazione, due persone, Guido Giannettini un giornalista agente del SID e Marco Pozzan, un braccio destro di Freda in Ordine Nuovo, entrambi coinvolti nella preparazione della strage, furono fatti espatriare con documenti falsi in Spagna e in Argentina dallo stesso SID, il Servizio di informazione del Ministero della Difesa. In casi come questi si poteva contestare solo reati come il falso in atto pubblico o il favoreggiamento, reati che finivano in prescrizione in fretta. Ma, anche dopo le stragi di mafia, nel 2016 è stato introdotto il reato specifico di depistaggio, è l’art.375 del Codice, che punisce i pubblici ufficiali che manomettono le prove e che viene sanzionato con una pena che può arrivare sino a 12 anni di reclusione, quindi è molto più deterrente e con questa pena anche i tempi di prescrizione si allungano. È comunque difficile arrivare ad una verità giudiziaria. in molte indagini “storiche”, in cui molte piste si sono stratificate sino a rendere il quadro non più intelligibile.
C’è una costellazione di eventi di estrema gravità che hanno toccato l'opinione pubblica e la vita politica ma che sono rimasti irrisolti. Cito ad esempio il disastro di Ustica, l
omicidio di Piersanti Mattarella e quello del giornalista Mino Pecorelli oppure Unabomber in Veneto la cui identità è ancora ignota o il mostro di Firenze, una vicenda in buona parte rimasta nell’oscurità. Poi l’omicidio Pasolini di sappiamo solo qualche pezzetto. Del delitto di via Poma, quello di Simonetta Cesaroni non sappiamo nulla, il fidanzato della vittima è stato assolto dopo aveva subito un processo ingiusto. Anche per la sparizione di Emanuela Orlandi abbiamo tantissime ipotesi, rivendicazioni e false piste e più si crea un ingorgo informativo, spesso interessato, e più è difficile arrivare alla verità.



Luigia Siviglia
La verità

Alcuni delitti del resto sono quasi inconfessabili. Si può confessare di aver commesso una rapina, uno spaccio di droga, anche un omicidio causato da motivi personali ma nessuno confesserà mai di essere stato l’autore della strage di piazza Fontana o di crimini seriali come quelli del Mostro di Firenze. In questi delitti il muro ideologico o psicopatologico è troppo alto per essere superato. Al più, questo è avvenuto, qualcuno ha ammesso di aver fatto parte del “cerchio esterno” ma non di essere il protagonista diretto di questi eventi.
In altri casi vi è una verità umana anch’essa spesso inafferrabile.
Alcune volte non conosciamo il movente di un delitto che è difficile da esplorare. Pensiamo al caso di Garlasco, in cui ci sono stati sviluppi proprio negli ultimi giorni: se si comprendesse il movente preciso gli indizi materiali diverrebbero più leggibili e sarebbe stato più facile individuare subito e senza dubbi l'autore. Molto spesso si punta sulla prova scientifica ma ad essa va sempre affiancata, ricordo le storie commissario Maigret, la ricerca, anche psicologica, del movente che è lo “spirito” del delitto.


Jean. L. Lebon
La verità esce dal  pozzo


Tornando alle grandi indagini sulla “storia” del nostro paese anche su piazza Fontana abbiamo dei fasci di luce ma non la verità intera. Nelle sentenze dell’ultimo processo si legge che è stata una strage organizzata dalla destra eversiva di Ordine Nuovo del Veneto. I responsabili della strage avevano il movente, l’obiettivo di scardinare il sistema democratico, avevano comprato i timers che servivano per innescare gli ordigni e c’erano tantissime prove testimoniali, ma alla fine per un verso o per laltro come in un gioco di specchi, ci sono state, per i singoli imputati, assoluzioni. È un po’ particolare che in queste sentenze sia contenuta la verità storica perché, lo dicono chiaramente, che siano stati loro è certo, ma manca la verità processuale, le condanne anche a causa della distruzione delle prove operata dai Servizi di sicurezza nei primi anni dell’indagine. In un altro caso, l’omicidio di Fausto e Iaio, due ragazzi di un Centro sociale uccisi a Milano nel 1978, un delitto rimasto insoluto, avevamo raccolto indizi seri a carico di esponenti dei NAR, il gruppo della destra eversiva romana. Ma per avere gli elementi per un giudizio si dovevano fare delle comparazioni fra le armi che quei terroristi usavano a Roma e i bossoli ritrovati sul luogo del delitto e il resto. Purtroppo era stato distrutto tutto, le armi, le pallottole, le macchie di sangue e i vestiti con le possibili tracce biologiche. Così la verità è andata perduta.

Purtroppo manca sino ad ora una legge che imponga la conservazione dei reperti per lungo tempo e nel modo corretto. Sarebbe fondamentale in molti casi perché oggi, con le nuove tecniche scientifiche, si possono effettuare delle comparazioni ad un livello molto sofisticato.
Talvolta mi è stato chiesto cos’è la verità per un magistrato. Io ribalterei un po’ la domanda: Chi è il magistrato che può cercare la verità?
Dopo tanti anni di servizio posso dire che ci sono stati tanti magistrati di altissimo livello, con una cultura ampia che andava al di là della conoscenza del Codice penale e delle norme giuridico, che mi hanno insegnato tanto. Oggi, però, abbiamo magistrati molto giovani, anche molto preparati tecnicamente, ma che non fanno alcun tirocinio prima di accedere al concorso, non hanno alcuna esperienza di vita e di lavoro, molti addirittura sino al concorso hanno vissuto solo in famiglia, e quindi, conoscono poco la vita reale. Sono talvolta come degli impiegati molto bravi, sono diventati magistrati perché al concorso hanno scritto bene tre temi e solo per questo si ritrovano a giudicare, e per tutta la vita, tutti gli altri anche se hanno un bagaglio culturale storico-politico, psicologico e sociologico modesto. Il magistrato deve essere invece una persona che riesce a abbracciare tutto, non solo il Codice penale.
Credo quindi che sia importante, intervenire subito sul reclutamento sul piano qualitativo e sulla formazione dei nuovi magistrati.

                                                                                                 

COMUNICATO STAMPA
Milano Arte Musica 2026 - dal 30 giugno al 27 agosto


 
La conferenza stampa

Si riapre il sipario su Milano Arte Musica, il festival internazionale di musica antica promosso dall’Associazione Culturale La Cappella Musicale, che raggiunge nel 2026 un traguardo importante, la sua XX edizione. La rassegna, punto di riferimento per gli appassionati di musica rinascimentale e barocca, torna dal 30 giugno al 27 agosto 2026 ad arricchire l’estate milanese con un’edizione speciale e un programma di ventisette appuntamenti distribuiti tra sette sedi della città che avvicina linguaggi, suggestioni e strumenti antichi al sentire più contemporaneo. Il festival, patrocinato dal Comune di Milano e da Regione Lombardia, è reso possibile grazie al contributo del MiC - Ministero della Cultura e al sostegno di preziosi partner quali FNM e Intesa Sanpaolo. Radio Marconi conferma la sua storica media partnership affiancando e rappresentando il festival durante tutto il suo svolgimento.
La direzione artistica di Maurizio Croci disegna anche quest’anno un calendario che conferma Milano Arte Musica un laboratorio di ricerca continua tra le molteplici espressioni della musica antica, nonché il palcoscenico in cui s’incontrano prestigiosi interpreti e brillanti promesse del panorama internazionale.
Sul solco del deciso “ritorno alla musica” inaugurato nell’edizione precedente - dopo un periodo di sperimentazione tra diverse espressioni artistiche - la XX edizione conferma la musica come suo asse portante. Questa scelta è ancora più significativa in considerazione dell’anniversario raggiunto quest’anno, che fornisce l’occasione di tornare alla musica ai suoi principali interpreti, siano essi compositori o musicisti, che negli anni sono stati più vicini al festival.
Questo anniversario è un invito a celebrare una storia musicale e culturale che abbiamo scritto insieme al pubblico e di cui sono stati protagonisti solisti, ensemble, compositori, repertori, luoghi e simboli della città. - afferma il direttore artistico, al timone della rassegna dal 2020 - Disegnare questo festival, allo scoccare dei suoi vent’anni, è ritrovare tutto questo, ripercorrerlo con sguardi sempre nuovi, ma fedeli all’idea originaria che ha dato vita alla rassegna”.
 

L’inaugurazione ufficiale sarà mercoledì 1° luglio alle 20.30. Il prestigioso ensemble Accademia Bizantina, ospite tra i più acclamati della storia del festival, eseguirà le quattro Suites per Orchestra di Johann Sebastian Bach in un palcoscenico d’eccezione, l’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo.
L’appuntamento sarà introdotto e approfondito nel corso dell’omonima conferenza, in programma martedì 30 giugno alle 18.00 a MaMu Magazzino Musica, condotta dal Prof. Raffaele Mellace, musicologo e consulente scientifico del Teatro alla Scala nonché storico collaboratore del festival.    
Inaugurare proponendo questo repertorio, testimonianza della predilezione bachiana per la sperimentazione di nuove forme all’interno di convenzioni consolidate dalla tradizione, evidenzia una tensione alla ricerca che attraversa l’intero programma. In questo solco si inserisce anche il concerto Heinrich Isaac: Imprints, in programma giovedì 9 luglio alle 20.30 nei monumentali spazi della Basilica di Santa Maria della Passione, affidato all’Ensemble Cantissimo, formazione vocale d’eccellenza svizzero-tedesca guidata da Markus Utz. La performance musicale, dedicata all’eccezionale pioniere fiammingo della polifonia, vedrà la partecipazione del sassofonista francese Sandro Compagnon, per un incontro tra Rinascimento e improvvisazione.
Tra gli ensemble di medio e grande formato il pubblico ritroverà nella chiesa di San Bernardino alle Monache Les Surprises, celebre gruppo francese diretto dal clavicembalo di Louis-Noël Bestion De Camboulas; giovedì 16 luglio, in doppia replica alle 18.00 e alle 20.30, l’ensemble omaggerà in prima nazionale il maestro dell’armonia Jean-Philippe Rameau, esponente di spicco del repertorio barocco francese. Nella stessa location si esibirà anche l’Ensemble Aurora, storico complesso fondato da Enrico Gatti, apripista del violinismo barocco in Italia, che giovedì 30 luglio alle 20.30 proporrà il concerto Vater, Pate & Sohn. Padre, Figlio e Patrino; il programma tornerà a intrecciare i legami della famiglia Bach: quelli di Johann Sebastian, del figlio Carl Philipp Emanuel e del padrino di quest’ultimo, Georg Friedrich Kauffmann, legati a “scuole” ed estetiche diverse ma con profonde influenze reciproche.
Anche tra i solisti saranno ospiti presenze storiche d’eccellenza del festival, che ripercorreranno le proprie radici musicali e strumentali. Dal celebre violinista Stefano Montanari, che giovedì 23 luglio alle 20.30 nei raccolti spazi della Chiesa di Santa Maria della Sanità offrirà una suggestiva performance incentrata sulle Sonate e Partite per violino solo di J. S. Bach, all’acclamata liutista Evangelina Mascardi, che lunedì 20 luglio porterà nella Sala Capitolare del Bergognone un programma, proposto in doppia replica alle 18.00 e 20.30, dedicato a Silvius Leopold Weiss, voce tra le più raffinate ed eccelse del liuto barocco. Il giorno successivo, nelle vesti di chitarrista barocca, Mascardi sarà inoltre protagonista del concerto Un solo cammino, in duo con il popolare arpista paraguayano Lincoln Almada: il programma riunirà l'arpa diatonica del XVI secolo con la chitarra barocca di fine XVII, due strumenti distinti che s’incontrarono nell'ambiente culturale eterogeneo delle missioni sudamericane di metà Settecento. Un ulteriore contributo della liutista si avvertirà infine nel concerto Liuto al presente, di cui saranno protagonisti il 17 luglio gli allievi della masterclass condotta da Mascardi in quella giornata; l’appuntamento è a ingresso gratuito e sarà prenotabile sulla piattaforma Eventbrite.
Dopo la consueta pausa prevista tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, il festival tornerà in città con il tradizionale Concerto di Ferragosto: l’atteso appuntamento sarà accolto a partire dalle 16.00 nella sublime cornice del Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso e vedrà protagonista il Quartetto Vanvitelli in Una musical tenzone barocca, singolare “duello musicale” tra Scarlatti e Händel.
 

Il sabato successivo, 22 agosto, sarà la volta di un’intensa giornata celebrativa dal tema Passione Bach, che unirà due icone della storia di Milano Arte Musica percorrendo punti di vista inediti: la Basilica di Santa Maria della Passione, storica “casa” della rassegna e scrigno di straordinarie ricchezze artistiche, e, ancora una volta, uno dei “numi tutelari” del festival, Johann Sebastian Bach. Quattro gli appuntamenti in programma, per un profondo scambio di voci tra artisti affermati, giovani talenti e professionisti storicamente vicini al festival. Due concerti attorno al repertorio d’insieme vocale e strumentale di Johann Sebastian Bach, distribuiti in diverse aree della basilica e affidati alle voci e agli strumenti degli studenti del Conservatorio “G. Verdi” di Milano alle 14.30 e alle 16.30, e due concerti d’organo anch’essi legati al repertorio del Kantor di Lipsia (uno in apertura di giornata, a partire dalle 11.00, e uno alla sua conclusione, a partire dalle 19.30, affidati rispettivamente al M° Maurizio Croci e al M° Martin Schmeding), si accompagneranno a quattro interventi di approfondimento musicologico, organologico, artistico e sociale sulle opere, gli strumenti, i quadri e i temi protagonisti della giornata. Questi ultimi contributi saranno curati da professionisti storicamente vicini al festival, a partire da Giuseppe Clericetti, musicologo e giornalista radiofonico che dialogherà con l’organista Maurizio Croci a introduzione del concerto Kauffmann to Bach, proposto in occasione della presentazione del disco J.S. Bach Clavier Übung III. Seguiranno Andrea Restelli, storico maestro di costruzione e restauro di strumenti e le guide di ASTER, partner consolidato dell’Associazione, che condurranno una visita guidata all’Ultima Cena di Gaudenzio Ferrari, capolavoro pittorico custodito nella basilica. Voce inedita sarà infine quella di don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, che anticiperà il concerto organistico conclusivo, eseguito da Martin Schmeding e dedicato ai Corali della Passione di J.S.Bach, declinando il tema della Passione all’oggi, nei contesti giovanili più fragili.
Non mancheranno infine gli omaggi a importanti anniversari della storia della musica e dell’arte, che amplificheranno la dimensione celebrativa con due appuntamenti d’eccezione proposti in prima nazionale. Il primo concerto, Siviglia 1626: Organo e Polifonia nel IV centenario della Facultad Organica sarà proposto venerdì 3 luglio alle 18.00 in occasione dei 400 anni dalla pubblicazione di un’opera cardine del compositore iberico Francisco Correa de Arauxo, e affidato alle voci e agli strumenti degli studenti della Civica Scuola di Musica “C. Abbado” di Milano, tra cui si distingue il brillante organista Nadal Roig Serralta.
 

Il secondo appuntamento valorizzerà il linguaggio della musica antica come ponte tra il patrimonio artistico e la città di Milano: sarà proposto martedì 25 agosto, in doppia replica alle 18.00 e 20.30, in omaggio al 500esimo anniversario della nascita del milanese Giuseppe Arcimboldo, singolare pittore manierista che elaborò forme di armonia visiva che il festival sceglie di trasporre in musica proponendo il programma inedito Ut Pictura Musica - L’Arcimboldo a Milano. Il concerto, eseguito dal trio composto da Carlés Cristobal, alla dulciana, Plamena Nikitassova, al violino e Maurizio Croci, all’organo, sarà accompagnato dalla conferenza di approfondimento Il milanese Arcimboldo e la ricerca delle “musicali consonanze dentro i colori” condotta dallo storico dell’arte Giacomo Berra e riservata ai fruitori del concerto, fino a esaurimento posti. Infine, Milano Arte Musica avrà l’onore di affidare la chiusura del proprio sipario a un complesso di straordinario prestigio, il grandioso ensemble vocale inglese Stile Antico, che accompagnerà il pubblico nell’ultimo atto del festival, in programma giovedì 27 agosto nella Basilica di Santa Maria della Passione. Il gruppo omaggerà uno tra i più noti compositori inglesi nell’appuntamento England’s Nightingale: the remarkable music of William Byrd.
 
Il programma completo di Milano Arte Musica è consultabile su www.milanoartemusica.com a partire da lunedì 11 maggio, data in cui saranno attive anche le vendite di biglietti e abbonamenti, e sui canali social del Festival. Per restare aggiornati è possibile iscriversi alla newsletter.



INFORMAZIONI
Ufficio stampa
Associazione Culturale La Cappella Musicale
mail@lacappellamusicale.com 
tel 02.76317176 | cel. +39 3392697178
 

 

TEATRO
Vivo della poesia 

  
Lisa Galantini


Monologo teatrale dedicato alla poetessa Antonia Pozzi
Liberamente tratto dai testi di Antonia Pozzi
di Chiara Pasetti

In scena Lisa Galantini, regia di Alberto Giusta
Voce fuori scena di Massimo Popolizio
Musiche e scenografia a cura di Valentina Amandolese
Costume di Morgan – Sartoria Clauds Morene Novara
 
Produzione Associazione culturale “Le Rêve et la vie”, in collaborazione con “Humanities Forum”, Nino Aragno editore, Comune di Pasturo.
Questo progetto è legato alla figura di Antonia Pozzi (1912-1938), poetessa e fotografa milanese morta suicida a soli ventisei anni, oggetto da tempo dei miei interessi e dei miei studi. Ho scritto infatti diversi articoli su di lei in italiano e in francese, organizzato conferenze in qualità di coordinatrice e relatrice, una mostra di sue fotografie a Novara presso la Fabbrica Lapidea nel 2017 e ho curato la bibliografia ragionata della sua tesi di laurea dedicata a Gustave Flaubert, uscita nel 2013; ho inoltre condotto una puntata monografica a Wikiradio Radio Tre su di lei, disponibile a questo link: https://www.raiplaysound.it/audio/2019/02/WIKIRADIO---Antonia-Pozzi--03e440c0-5aa9-45b0-8c52-a4fdfb7293e8.html.


Antonia Pozzi

Fedele agli intenti e agli scopi della mia associazione culturale “Le Rêve et la vie”, che sono soprattutto quelli di valorizzare figure di donna poco conosciute, spesso dimenticate o sottovalutate, ho deciso, dopo essermi dedicata alla scultrice Camille Claudel, di scrivere un nuovo testo teatrale su Antonia Pozzi, finalizzato alla realizzazione di uno spettacolo. Con questo testo ho partecipato alla terza edizione del concorso Internazionale “Per troppa vita che ho nel sangue” indetto dal Comune di Pasturo e ho vinto il primo premio per la sezione “teatro”. È stato rappresentato con successo a Genova, Teatro Garage, sotto forma di lettura teatrale il 1° dicembre 2018, in occasione degli ottant’anni della morte della poetessa. La lettura è andata nuovamente in scena nell’ambito della rassegna da me ideata e curata, “Teatro e musica a Varigotti”, il 20 agosto 2019, in Piazza Libeccio a Varigotti (Finale Ligure).
In virtù dell’interesse che i miei studi su Antonia hanno suscitato, e forte anche del fatto che MOI, lo spettacolo su Camille Claudel, a dieci anni dal debutto è ancora in scena nei teatri italiani (e non solo, è stato a Montecarlo nel 2025), ho pensato dunque di trasformare quella che finora è stata “solo” una lettura in un monologo vero e proprio. Il testo del monologo, unitamente a un saggio su Antonia Pozzi e a uno scritto del Professor Eugenio Borgna, recentemente scomparso, sarà a breve pubblicato in un volume a mia firma per le edizioni Nino Aragno.
La storia di Antonia Pozzi penso possa servire per parlare delle conseguenze della solitudine, del fatto di sottovalutare stati depressivi, e dell’importanza di motivare e sostenere una passione, cosa che nel caso della poetessa non è avvenuta, generando conseguenze fatali. Inoltre, il varo delle leggi razziali nel 1938, l’anno della sua morte, consente di aprire un dibattito sulla storia dell’Italia di quegli anni, e su come venne percepito il fascismo dai giovani intellettuali di area lombarda.
Non in ultimo, riflettere sulle difficoltà di una donna di affermarsi in campi e ambienti considerati “da uomini” come quello dell’arte, della letteratura, della filosofia, ecc., credo sia sempre di grande importanza e attualità.
Mai come ora indagare una figura di donna, poetessa, che fece della generosità, dell’accoglienza nei confronti del “diverso”, della comprensione e della compassione alcune delle sue ragioni di vita mi sembra fondamentale.
Attrice e regista sono gli stessi del monologo su Camille Claudel: Lisa Galantini e Alberto Giusta. Le musiche e la scenografia sono a cura di Valentina Amandolese. Lo spettacolo ha debuttato l’undici ottobre 2025 nel teatro Bruno Colombo di Pasturo (Lecco), paese dove la poetessa è sepolta per sua volontà. [Chiara Pasetti]
 



chiarapasetti@libero.it 
Presidente Associazione culturale “Le Rêve et la vie”
Via Monte Nero 6
28100 Novara
Tel. 338 - 7314074

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