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UNA NUOVA ODISSEA...
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
sabato 18 aprile 2026
UNA LAPIDE PER DARIO FO
E FRANCA RAME
La lapide, ora che non ci sono più, ricorda a noi ed alle
generazioni che verranno che è “Qui dove vissero insieme Dario Fo e Franca
Rame”, e che “La città di Milano ricorda il loro straordinario impegno nel
promuovere cultura al servizio della coscienza civile della Comunità locale,
dell’Italia e del Mondo”. Dopo la scomparsa, la città aveva dedicato alla loro
memoria la bellissima Palazzina Liberty di Largo Marinai d’Italia. In questo
luogo, il futuro premio Nobel, Franca Rame e il Collettivo Teatrale “La
Comune”, avevano vissuto una lunga straordinaria stagione di teatro, di cultura
dal basso, di autogestione, di socialità irripetibile. Erano anni vibranti e di
impegno collettivo, e la palazzina era stata sottratta al degrado e
ristrutturata dalla coppia di attori con la partecipazione di tanti giovani e
meno giovani che vi prestavano gratuitamente le loro braccia. Ma la casa in
Porta Romana mancava di un’indicazione necessaria, e ci pensavo tutte le volte
che mi affacciavo sul Corso o vi passavo davanti. Ora la lapide è lì, a pochi
passi dai caduti partigiani che danno il nome alla piazza. Partigiani come si
sentivano Dario e Franca, come ci sentiamo noi.
COSTRUIRE E PROTEGGERE LA PACE
di
Alida Airaghi

Raniero La Valle
In Dio non salvi il re (Edimedia, 2024, pagine 112) Raniero
La Valle dà sfogo alla sua indignata amarezza verso chi consideri inevitabile,
e geneticamente innata, la disposizione umana nei riguardi della guerra, intesa
come operazione bellica ma anche come conflitto ideologico e culturale, o
disposizione caratteriale al confronto ostile. Il re che Dio non dovrebbe
salvare è appunto Pólemos (la guerra), secondo il concetto che il filosofo
greco del VI secolo a.C. Eraclito formulò nel frammento 53: “Pólemos è padre
di tutte le cose; di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come
uomini, gli uni fa schiavi, gli altri liberi”. Una vocazione ancestrale al
massacro reciproco animerebbe gli esseri umani a partire dagli albori della
storia, e tale convinzione viene anche oggi ripetutamente accreditata dai
governi internazionali, dagli intellettuali, dai media, generando un
conformismo anestetizzante nei cittadini. Recentemente, Ursula von der Leyen ha
affermato che “l’illusione di una pace perpetua è andata in frantumi… il mondo
è pericoloso come è stato per generazioni”, sottintendendo con ciò l’esigenza
inderogabile per l’Europa di sostenere spese eccezionali per armarsi, a scapito
di investimenti più proficui e benefici.
La guerra è un re sbagliato, da detronizzare perché sta diventando
priorità assoluta: “non è un evento ma un’istituzione, non è una crisi ma
una funzione, non è una rottura ma un cardine del sistema”. Se sovrano è il
potere, che non riconosce altro potere al di sopra di sé, e ritiene di
possedere tutti gli strumenti per sopravvivere e gestirsi senza dipendere da
nessuno, nemmeno da un’istanza superiore, ecco che esso assume un valore
sacrale. Inviolabile, insindacabile, immune, il potere sovrano finisce per
attribuirsi prerogative divine, decide della vita e della morte dei sudditi,
spezza i legami sociali, riduce le masse a scarti sacrificabili perché
sostituibili.
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| Raniero La Valle |
Nei dodici capitoli del volume, Raniero La Valle ribadisce con
forza la necessità di sostituire la volontà di guerra con l’impegno tenace per
la pace, che deve diventare obiettivo e soggetto dell’azione politica.
Nell’agosto del 2023, alla Versiliana di Marina di Pietrasanta,
l’autore è stato tra i firmatari del documento programmatico “Pace Terra
Dignità”, teso a dare una rappresentanza politica alla Pace da istituire,
alla Terra da salvare, alla Dignità da ristabilire, facendo appello a tutti i
pacifisti italiani attraverso la fondazione di un’Assemblea permanente, nominata
con lo scopo di convincere l’Europa a ripudiare ogni guerra.
Perché lavorare per la pace? La Valle è esplicito: “La Pace non
ha nulla al di sopra di sé, la pace è sovrana, la pace non ha scambi da fare
con alcuna altra cosa al mondo, è la condizione di tutto, quella per la quale
viviamo, speriamo e amiamo”.
Il primo punto del programma elettorale per l’Europa proposto dall’Assemblea
esprime il deciso rifiuto della creazione di un esercito comune, erroneamente
considerata (nell’attuale deriva politica) il naturale coronamento dell’unità
europea. Tale esercito sarebbe integrato nella Nato con gli Stati Uniti al comando,
provocando probabilmente guerre civili e il pericolo di una deflagrazione
finale in una guerra mondiale già di fatto iniziata. Al contrario l’Europa
dovrebbe promuovere la riforma dell’Onu e una politica attiva per il disarmo,
con l’inclusione delle nazioni che formano il BRICS nel novero dei Cinque
Membri Permanenti del Consiglio di sicurezza. In tal modo la leadership
mondiale sarebbe direttamente rappresentativa del 47% (quasi la metà) della
popolazione mondiale.
L’Onu dovrebbe essere la fucina di un costituzionalismo internazionale,
che mantenga in vita e propaghi le tradizioni costituzionali già acquisite dai
Paesi democratici, instituendo un ordinamento di pace tra le Nazioni e creando
Istituti di garanzia, dalla sanità all’istruzione, dall’uscita dalla povertà ai
diritti sociali, fino alla tutale ecologica della Terra. Sarebbe soprattutto
indispensabile ratificare il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, e
riconvertire la mappa dei confini, superando il rapporto di competizione tra le
due parti del mondo in vista di una futura cooperazione e convivenza pacifica.
Oggi i confini funzionano come delimitazione di spazi chiusi e presidiati da
poteri nemici, pronti a sbranarsi tra di loro. La nostra Europa sarebbe in
grado, se solo volesse, di disgregare i rapporti di forza esistenti tra le
grandi potenze, senza subire ogni dispotico dettato politico americano, e
proponendosi più della Russia e della Cina a competere culturalmente ed
economicamente con gli Stati Uniti, estranea a subalternità e vassallaggi.
Così dichiarava con forza Papa Francesco nell’agosto del 2023 dal
Portogallo: “Io sogno un’Europa, cuore d’Occidente, che metta a frutto il
suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza;
un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza
dell’insieme e andando oltre i bisogni dell’immediato; un’Europa che includa
popoli e persone con la loro propria cultura, senza rincorrere teorie e
colonizzazioni ideologiche”.
Il libro di Raniero La Valle Dio non salvi il re è stato
pubblicato due anni fa: molte cose sono cambiate da allora, decisamente in
peggio. La guerra tra Russia e Ucraina non accenna a concludersi e continua a
provocare morte e distruzione, il genocidio in Palestina si perpetua
nell’indifferenza internazionale, l’Africa centrale è preda di massacri
tribali, le migrazioni di disperati verso i paesi ricchi si consumano in stragi
silenziose, mentre il delirio di onnipotenza di Donald Trump sta mettendo in
scacco il mondo intero. L’appello di Pace Terra Dignità si rivelerà pura
utopia?
venerdì 17 aprile 2026
LO SCONCERTO DELLA
POLITICA ESTERA
di Franco Astengo
Non siamo
in grado di fornire un'adeguata valutazione su di un punto che appare cruciale
nella complessa attualità che stiamo vivendo: su quanto, cioè, nella coalizione
di governo fosse radicata la convinzione di poter fare dell'Italia il
"ponte" di collegamento tra la destra USA al potere (con le sue
caratteristiche peculiari ben distinguibili al di là degli umori di Trump) e
un'Unione Europea vieppiù militarizzata e "orbanizzata". Se questa
linea fosse stata espressa quale orientamento di fondo dell'amministrazione
italiana e non come semplice approccio propagandistico allora la definizione di
"Italia priva di politica estera" sarebbe stata ben giustificata. Quel
che è certo è che è necessaria una valutazione quanto gli ultimi avvenimenti
(guerra all'Iran, posizione di Trump e di Israele, sconfitta di Orban: il tutto
in un quadro interno post-referendum di forte difficoltà) potrebbero aver
mandato all'aria tutto il castello di carte costruito dalla destra in nome di
un recupero sovranista e sul come potrebbe essere orientato il quadro europeo
in tutto questo trambusto. Lo sconcerto che sale dall'interno del sistema
politico italiano sul tema della politica estera (oggi composta dall'intreccio
tra guerra e crisi energetica con prospettive di vero e proprio
"arretramento storico" nel sistema delle relazioni internazionali)
non riguarda soltanto la destra di governo pro-tempore. In questo contesto che sicuramente è qui analizzato in maniera a dir
poco lacunosa e che, invece, avrebbe bisogno di un ampio approfondimento la
sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo.
Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di
logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in
toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico
europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquiescenza ai meccanismi
capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.
Nella situazione
attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa
come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria
centralità. Tornano così alla mente concetti
che apparivano desueti quali quelli di “neutralità” o di
“smilitarizzazione". Non è questa la sede
per avanzare proposte immediate al riguardo di una situazione in così repentino
sviluppo, ma appare proprio il caso di definire un ritorno alla riflessione su
alcune concezioni di teoria politica. Potrebbe
essere possibile allora avanzare una proposta di struttura politica europea
fondata sulla ripresa di alcune prospettive di carattere costituzionale e al
riguardo de ruolo degli organismi elettivi in un disegno di raccordo tra il
lavoro dei Parlamenti Nazionali e di quello Europeo. La sinistra potrebbe tentare di muoversi per
costituzionalizzare l'autonomia dell'Unione in parallelo con la nascita di uno
spazio politico europeo nel quale agire in una dimensione di potestà
sovranazionale. Una sovranazionalità che
ritorni ad individuare un nesso con concetti come quello di campo
smilitarizzato codificato in passato, tra gli altri, da Grozio, Wolff, Vattel e
poi ripreso da più parti nel cuore della “guerra fredda”. Una sinistra sovranazionale che recupera la centralità del
diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo
della propria politica e ritrovare autonomia nella contesa internazionale
dominata dalle logiche cui è necessario sottrarsi pena essere travolti da una spirale
distruttiva nella ricerca necessaria di una "identità europea".
A sinistra dovrebbe
essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico
corrispondente però ad una adeguata soggettività politica. Il punto di
ripartenza potrebbe essere costituito da un’opposizione alla logica della
guerra il cui senso potrebbe essere riassunto nell’indicazione, come già
sostenuto in passato, di una “Zimmerwald del XXI secolo”. Un incontro tra forze
diverse nel corso del quale porre le questioni fondamentali affrontando anche
il tema del deficit di democrazia che affligge la vita politica del Continente.
COMUNICATO DI ELENA BASILE E ANGELO D’ORSI
In Europa,
la situazione sta degenerando. Il Liberalismo appare superato nell’indifferenza
dell’opinione pubblica e dei socialisti europei. L’onorevole Pina Picierno,
forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione
per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta,
all’interno, dal senatore Carlo Calenda, e da qualche radicale e “+europeista”.
Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice e un professore universitario,
e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come
Vauro Senesi giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni
iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del
prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a
Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.
Il sen. Calenda ha fatto una
conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del
libro di Angelo d’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la
partecipazione, accanto all’autore, dell’Ambasciatrice Elena Basile, dell’’on.
Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.
L’Ambasciatrice è stata linciata
sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario
di grado medio basso.
Il gruppo di intellettuali
summenzionato ha partecipato recentemente al festival del cinema documentario
“Il tempo dei nostri eroi” (Bologna, 11-12 aprile) organizzato dalla rete
internazionale RT-Doc, nel quale si sono proiettati docufilm su varie aree di
crisi nel mondo, in particolare sul genocidio di Gaza. Un festival promosso,
tra gli altri, dal grande regista serbo Emil Kusturiça. Ebbene, l’on. Picierno
ha trovato il tempo di indirizzare una lettera aperta alla presidente del
Consiglio, per chiedere divieti, censure e sanzioni per i partecipanti. La
trasmissione tv “Di Martedì”, in data 14 aprile, ha mandato in onda un servizio
di due comici che fanno satira di parte al servizio dei potenti di un partito,
che si concludeva con sberleffi all’indirizzo di privati cittadini rei di avere
osato guardare documentari di autori belgi, tedeschi, turchi, slovacchi, russi
sulla guerra in Ucraina e su Gaza. Come è noto molti politici difendono Israele
malgrado le aggressioni e le violazioni del Diritto Internazionale, partecipano
a conferenze del Governo saudita i cui rappresentanti sono stati considerati i
mandanti del delitto di un giornalista Kasoggi avvenuto nel consolato saudita
in Turchia e polemizzano aspramente con il Presidente della Biennale di
Venezia, Pietrangelo Buttafuoco per avere concesso il padiglione ai russi come
agli israeliani. I doppi standard imperversano. Alcuni organi di stampa, vedi
“Il Foglio”, rilanciano le accuse della Picierno e chiedono che siano applicate
le sanzioni europee a liberi cittadini colpevoli di avere assistito a un
festival del cinema.
Ricordiamo che la Commissione Europea,
organo esecutivo e non giudiziario, ha bloccato i conti al politologo svizzero Jacques
Baud senza processo, limitando duramente la sua libertà di circolazione e ha
ricattato economicamente la Biennale. Le banche dei Paesi europei applicano
nell’indifferenza delle destre e dei socialisti europei le sanzioni
statunitensi a Francesca Albanese. La censura dei media russi decisa dalla
Commissione europea è contraria ai nostri principi costituzionali. Se fossimo
in guerra con la Russia, essa avrebbe dovuta essere dichiarata dal Presidente
della Repubblica dopo una discussione e conseguente decisione parlamentare. I
cittadini europei sono liberi, fino a prova contraria, di ascoltare propaganda
ucraina, russa, NATO, cinese, statunitense, iraniana e di farsi la propria
opinione. La censura è una violenza autoritaria e intimamente fascista. Le
libertà di pensiero, di espressione e di stampa sono tutelate dalla
Costituzione e dai Trattati europei. Ci appelliamo all’intellettualità libera,
a prescindere dagli orientamenti politici dei singoli, perché faccia udire la
propria voce di protesta, e si schieri, senza esitazione, dalla parte dello Stato
di diritto. Chiediamo ai cittadini, ai politici, agli artisti, agli scrittori,
a uomini e donne del cinema e del teatro, ai giornalisti di mobilitarsi per
respingere ogni tentativo di silenziare o ostracizzare chi si rifiuta di
piegarsi a una narrazione univoca della guerra in Ucraina e delle guerre in
Medio Oriente, sulla base non di pregiudizi ideologici, bensì della documentata
ricostruzione dei fatti, sorretta dalla gran parte della storiografia e
dell’analisi politologica.
Ricordiamo che chi non viene
colpito oggi, molto probabilmente lo sarà domani; coloro che provano a
ragionare con la propria testa, se cedono ai ricatti e alle pressioni,
piegandola oggi, domani la vedranno rotolare in un cesto.
[16 aprile 2026]
MISTICISMO,
BLASFEMIA E OLTRAGGIO
di Romano
Rinaldi
Di parole sull’argomento del fanatismo mistico-religioso di
Donald Trump e del suo seguito ne ho già spese in varie occasioni, a partire da
poco meno di un anno fa (1; 2; 3) ed anche recentemente (4; 5). È dunque
sufficiente richiamare quanto già detto attraverso alcune delle immagini più
iconiche e provare a venire a capo di qualche conclusione logica su un aspetto
di questa amministrazione americana che appare piuttosto remoto da questa
distanza.
L’immagine di
Trump vestito da Papa apparve sul suo social poco dopo la morte di Papa
Francesco e all’inizio del Conclave che elesse Papa Leone XIV (1). Poi ci fu
l’intermezzo con la proposta della ricostruzione di Gaza in forma di “Gaza
Riviera” e la statua d’oro dell’ideatore a decorare il viale principale.
Recentemente è
apparsa, sul medesimo social, la rivelazione pubblica di una pratica che
era finora passata in sordina: il ricevimento nello studio ovale dei
rappresentanti delle sette evangeliche più estremiste che notoriamente portano
consenso e voti a Trump, per riunioni di preghiera e atti mistici di obbedienza
e adulazione (5).
Il fatto è che
queste modalità espressive del pensiero, contrariamente a come possano essere
lette dall’esterno, non implicano alcuna ironia in chi le ha prodotte e diffuse
anzi, sono proprio il prodotto di intime convinzioni e non di allucinazioni
come potrebbe apparire a una persona normale.
L’apoteosi è
stata raggiunta lunedì 13 Aprile 2026 con un deciso salto di qualità dall’irriverenza
alla blasfemia più sfacciata rappresentata dall’immagine di Trump nelle vesti
del Messia in persona. Con questa immagine, poi rimossa non si sa bene perché, Trump
intendeva dare enfasi al suo attacco al pontificato di Leone XIV con un
commento sulla debolezza del Papa nell’affrontare i problemi del tempo
affermando di non essere affatto contento, soprattutto per quanto
riguarda la politica estera (sic) del Papa.
A seguito di
questo scomposto, fuori luogo e sconsiderato attacco al Pontefice, anche la
nostra Presidente del Consiglio, pur con colpevole enorme ritardo, si è finalmente
accorta dell’enormità in senso negativo dell’indole di questo individuo che sta
tenendo tutto il mondo sospeso alle sue più stravaganti e destabilizzanti
decisioni e azioni in una scriteriata guerra che sta per sfuggire al controllo
di tutti, il suo in primis, dopo averla scatenata.
Personalmente
spero vivamente che questo scontro col Pontefice segni il punto di svolta per un
inesorabile e rapido declino del trumpismo e tutto ciò che rappresenta. Il
delirio di onnipotenza di Trump, supportato nella sua mente (malata o sana, lo
dirà la Storia) dall’intima percezione di essere colui che può dispensare vita
o morte a chiunque e ciascuno su questa Terra, potendo obliterare civiltà
millenarie in una notte, è uno dei principii che muovono le sue parole e azioni.
Del resto l’ha dichiarato lui stesso, il suo limite risiede nella sua “morale
e nella sua volontà” (sic). Quale possa essere quella morale lo dimostrano
le centinaia di foto in cui compare negli “Epstein Files”. Quanto alla volontà,
ha dato prova di poterla cambiare alla velocità di un batter d’occhi.
Anche se questo ennesimo
colpo di testa potrebbe essere facilmente derubricato come prova della sua instabilità
mentale, Donald Trump e la sua cerchia di fedelissimi dovrebbero essere messi
di fronte alle loro responsabilità senza attenuanti di sorta. Il mondo civile
ha tutto il diritto e gli strumenti per portare questi individui a rispondere
delle loro azioni, così come si è verificato a Norimberga in un passato non
tanto remoto e per volere dei vincitori dell’ultima Guerra Mondiale, guarda
caso, gli Stati Uniti d’America in primis. È ampiamente giunto il momento
perché intervenga la Corte Penale Internazionale ad emettere una sentenza nei
confronti di Trump per aver scatenato questa insensata guerra contro l’Iran
insieme e su consiglio di Netanhyau, il quale peraltro è già stato incriminato
dalla medesima Corte per quanto ha fatto (e sta facendo) a Gaza, sempre con
l’appoggio incondizionato di Donald Trump.
(1) Rinaldi – Odissea – 6 Maggio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/05/minima-immoralia-di-romano-rinaldi.html?m=1
(2) Rinaldi – Odissea – 18 Luglio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/07/confronti-di-romano-rinaldi-religione.html?m=1
(3) Rinaldi – Odissea – 26 Luglio 2025
https://libertariam.blogspot.com/2025/07/come-volevasi-dimostrare-di-romano.html?m=1
(4)
Rinaldi – Odissea – 12 Gennaio 2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/01/il-gangster-di-romano-rinaldi-i-nodi.html
(5)
Rinaldi – Odissea – 11 Marzo 2026
https://libertariam.blogspot.com/2026/03/fanatismo-integralismo-e-guerra-di.html?m=1
GOBETTI AL CIRCOLO CALDARA
La vita
(brevissima) e il pensiero (acutissimo) di Piero Gobetti a 100 anni dalla sua
morte. Liberale, rivoluzionario, antifascista, intransigente, curioso e
profondo intellettuale, editore di riviste e libri. Dai 16 ai 25 anni - quando
morì esule in Francia dopo aver subito le violenze squadriste dei fascisti e
aver dovuto abbandonare l’Italia - riuscì, fra i primi e fra i pochi, a
mettere perfettamente a fuoco la portata e la pericolosità del fenomeno
mussoliniano.
A MARCONIA
Sabato 18 Aprile, alle ore 18:30, nella sede dell’Associazione Culturale Ce.C.A.M., in Piazza Elettra, a Marconia, sarà presentato il libro Diarium Artis. La musa senza veli di Maria Di Tursi. Dopo i saluti di Antonio De Sensi (Assessore alla cultura del Comune di Pisticci) e Giovanni Di Lena (Presidente del Ce.C.A.M.), Antonietta Di Benedetto (Docente di Lettere) dialogherà con l’Autrice. Da Omero a Shakespeare, da Raffaello a Dalì, da Mozart a Freddie Mercury, passando per Dante, Caravaggio, Byron, Rimbaud, Van Gogh, Picasso, Frida, Camus, Jim Morrison, Kurt Cobain, Franco Battiato… Un diario scritto da una Musa misteriosa, in cui si ripercorrono le vite e le opere di oltre quaranta artisti fino ai giorni nostri. Un romanzo avvincente, una narrazione esplosiva, in cui si intrecciano miti, amori vissuti, racconti di resistenza, fenomeno geologici e teorie cosmologiche. La Storia dell’Arte e dei suoi amanti, come non l’avete mai letta. Un sorprendente viaggio nella natura umana.
giovedì 16 aprile 2026
VERSO IL XXV APRILE
di Zaccaria Gallo

Ottavio Botecchia
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| Ottavio Botecchia |
Ottavio Botecchia
II
Un viso
affilato dalla fatica di vivere, la pelle bruciata dalle intemperie, la camicia
e i calzoni con le toppe: per i francesi, Botescià, come lo chiamavano loro,
era diventato un mito della bicicletta. Prima metà degli anni venti, quelli
ruggenti, con Picasso a Parigi e, con lui, Josephine Baker, il jazz, il
charleston e Gertrud Stein e Festa mobile di Ernest Hemingway. Ma anche
gli anni della Marcia su Roma, del delitto Matteotti e dei tanti morti in Italia
durante la presa del potere di Mussolini e di Piero Gobetti, che muore proprio
a Parigi e dei tanti esuli antifascisti a confrontarsi con le violenze contro
di loro, organizzate dai fascisti, seguaci feroci del dittatore italiano, presenti
anche al di là dei confini italiani. Lui, Botescià, è Ottavio Botecchia, primo
italiano a vincere il Tour de France, per due volte di seguito, povero figlio
di un carrettiere veneto, affetto da un travolgente amore per la bicicletta, scampato
alla morte sul Carso, alla malaria, al gas, alla prigionia, che fa mille
lavori, mette i soldi da parte e si compra la “macchina”: la bicicletta. E
impara a pedalare e, quando va al Tour de France, lo fa per vincerlo. Nelle
tappe più dure, deve partire alle due del mattino, pedalare per dieci o dodici
ore, percorrere molte volte quattrocento chilometri su bici che pesano ventotto
chili, senza assistenza tecnica, e lo fa per ben due anni e per due anni è
maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Botescià! Il mito di un uomo che nello
sport ha trovato il riscatto da una situazione di privazione e povertà.
Già! Un mito di tutti e per tutti ! Ma, come metterla con quell’altro mito che i fascisti stavano costruendo per il popolo italiano? Con “mascellone” Benito? Questo sconosciuto eroe poteva diventare scomodo, non solo per la sua epica bravura sulle strade dell’Europa, ma anche perché rischiava di far capire a tutti la verità: in Italia, al di là della retorica fascista, persistevano sacche tremende di povertà, non solo al Sud, ma anche al Nord, fra il suo Veneto e il suo Friuli.In quegli anni, Ottavio studia e legge, mostra la sua adesione agli ideali di libertà del socialismo. E dice: “Io non corro per sport, né per gli evviva delle folle. E neppure per i fiori delle belle ragazze e tanto meno per la gloria. Io corro per guadagnare del denaro… corro per la mia famiglia e non temo sofferenze. Corro per la mia famiglia: è povera e farò di tutto il possibile perché non viva in miseria”. Il 3 giugno 1927 un contadino lo rinviene agonizzante su una strada di campagna: in ospedale, a Gemona, nel suo Friuli, riscontreranno diverse fratture craniche e alla clavicola destra. Rimarrà senza mai riprendere conoscenza fino al 15 giugno, giorno della sua morte. Le autorità diranno che l’exitus e le lesioni sono state la conseguenza della caduta nel corso di un allenamento. Ma la perizia medica e il referto parlano di una incompatibilità delle fratture del cranio con una semplice caduta dalla bicicletta, che invece erano più verosimilmente da attribuire a violente bastonature da corpi contundenti. Non furono riscontrate ammaccature o alcuna lesione a carico della bicicletta.
Non è mai stato ritrovato il verbale redatto
dal comandante dei carabinieri di Gemona, che dopo qualche giorno fu trasferito
in Sardegna. Stranamente quel giorno 3 giugno, Bottecchia fu lasciato allenarsi
da solo, cosa che non era mai accaduto e c’è da ricordare che ai funerali di Ottavio
non si presentarono tutti i suoi amici ciclisti, chiaramente intimiditi dalle
circostanze dell’evento. E, infine, non si può passare sotto silenzio che anche
suo fratello Giovanni, era morto, un mese prima, investito, anche lui, da un’
auto di grossa cilindrata, guidata da un industriale importante della zona,
mentre era a bordo della sua bici. Qualcuno si chiede ancora come davvero abbia
perduto la vita, ad appena 32 anni, Ottavio Botecchia, detto dai suoi
ammiratori francesi, Botescià? Noi che siamo antifascisti, la verità la
intuiamo bene, perché di questi eventi è piena la storia italiana di quegli
anni, e non smetteremo mai né di cercarla né di dirla. Ad alta voce! Viva la
Resistenza. Viva il XXV Aprile!
IDEOLOGIA E POLITICA
di Marcello
Campisani
I
Di fondo, l'entelechia
genericamente liberale si sviluppa nella libertà, quella comunitaria
nell'uguaglianza. Entrambe secernono patologie politiche di diverso grado. Il
liberalismo, accentuando la libertà a scapito della parità, comporta
fisiologicamente un continuo stato di belligeranza ed una sistematica rincorsa
dei principi giuridici. Tende a degenerare nel liberismo, dove non esistono più
le ragioni dell'essere, ma esclusivamente quelle dell'avere. Le due guerre
mondiali -specialità tutta occidentale- non hanno insegnato, in proposito,
alcunché. Già con la dottrina Monroe, gli U.S.A. si sono attestati nella zona
grigia tra liberalismo e liberismo, pretendendo di insegnare all'universo mondo
come vivere, fino ad assumersi il compito di esportare, a suon di bombe, la
loro presuntiva democrazia. Parafrasando Hegel, che a Jena aveva visto in
Napoleone lo spirito del mondo a cavallo, io vedo in Trump la personificazione
del liberismo. Se avesse con sé la maggioranza degli statunitensi saremmo
addirittura nell'iper-liberismo.
In
tal caso la fine della vita sulla terra sarebbe solo questione di tempo.
Come
egregiamente ci ha spiegato Gunter Anders, (primo grande amore, ma più profondo
e acuto filosofo, di Hannah Harendt) fascismo e nazismo, non rappresentano
altro che l'herpes giovanile del liberismo.
Il
comunismo, per converso, fonda su una irreprensibile teoria, le cui radici
affondano nel pentalogo pitagorico e di poi nella predicazione di Cristo che
con Pitagora ha moltissimo in comune. L'insegnamento evangelico, nella sua
proiezione laicale, sfocerà, in forme cruente e contraddittorie, nella
rivoluzione francese. Verrà di poi, nei suoi cardini essenziali, codificato nel
codice napoleonico. Codice che, a fuochi finiti e a guerra perduta, rivoluzionerà
comunque l'economia e sconvolgerà, con la sua ventata di giustizia, l'assetto
sociale, avendo abolito la legge del maggiorasco e con essa il perpetuarsi del
latifondo. Quest'ultimo veniva integralmente ereditato dal figlio primogenito,
lasciando ai cadetti l'opzione della carriera militare o di una vita debosciata
ed alle sorelle il matrimonio o il convento. La parità dei diritti dei figli legittimi
comportò il frazionamento di quella che era da sempre rimasta null'altro che
una riserva di caccia, dando luogo alla coltivazione dei terreni suddivisi,
rivoluzionando così la primaria fase della catena economica, quella data dai
frutti della terra. Napoleone stesso ne andava più orgoglioso che delle sue
quaranta battaglie, forse consapevole che solo il diritto e null'altro può
salvare il mondo.
La stessa nostra Costituzione è, nei suoi capisaldi, di
matrice comunista. L'articolo tre, che ne costituisce il baricentro, è opera di
Lelio Basso, giurista di eccelsa caratura morale e culturale e tanto comunista
da aver presieduto il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria).
Il comunismo peraltro, malgrado l'ineccepibile teoria, spesso degenera in spietate
dittature. In tal caso è simile al nazismo. Stalin ne costituisce l'esempio più
eclatante ed abominevole, avendo annientato le libertà e massacrato, a milioni,
i suoi stessi cittadini. Lasciò peraltro intonsa la teoria, limitandosi ad aggirarla,
tanto che non cancellò, né alterò l'ottima Costituzione sovietica.
Gli
bastò dire che la stessa “non si applica ai nemici della rivoluzione”,
mandando così a crepare nei campi di lavoro forzato, i famigerati gulag
siberiani, i cittadini ostili o... superflui.
Il
comunismo tuttavia, per quanto degenerato, non ha l'analoga esigenza
nazi-fascista di inventarsi dei nemici. Soprattutto non esterni. Quelli interni
gli possono bastare. La marxiana lotta di classe vive infatti del dualismo hegeliano
servo/padrone. Non dispone perciò di un sistema da esportare con la forza e
quindi non ha mire espansionistiche. Ogni proletariato deve affrancarsi da sé. Anche
per tale ragione, l'attribuire alla Russia di Putin, che è già più vasta di
qualche continente, tanto di doversi avvalere di ben 11 fusi orari, non può che
essere una menzogna, dettata dalla necessità di disporre sempre di un nemico,
dipinto come pericolo imminente, quale elemento indispensabile a trasformare i
cittadini in sudditi.
Da
simili degenerazioni è sempre rimasto immune il comunismo italiano, casomai
aggredito e mai aggressore, e contro cui vennero addirittura organizzate
formazioni para-militari segrete, come le tre su cui non mi soffermo,
rispettivamente presiedute da Licio Gelli, Francesco Cossiga e Giulio
Andreotti, tutte pronte ad intervenire militarmente, agli ordini degli USA, in
caso di vittoria elettorale del partito comunista.
Di
fatto, la martellante propaganda destrorsa è riuscita a far identificare il
termine comunismo con quello di stalinismo, nell'identica accezione negativa.
Basti
ricordare, come l'ex ministro (ahimè della cultura) Gennaro Sangiuliano,
richiesto di proclamarsi anti-fascista, sfidò il proprio interlocutore di
dichiararsi lui, per primo, anti-comunista, così identificando, nella sua
ignoranza, i due ismi. Nella sostanza, comunista italiano equivale a cristiano
italiano, avendo analogo fondamento teorico. Vertici comunisti furono infatti
personaggi di alta caratura morale, quali l'irreprensibile Enrico Berlinguer e
Palmiro Togliatti. Quest'ultimo approvò, pro bono pacis, (e fece male,
lo stesso De Gasperi era contrario) quell'obbrobrio giuridico che è l'art.7 ,
che ha costituzionalizzato i Patti Lateranensi e che, essendo in contrasto con
i principi fondamentali, andrebbe da un governo finalmente laico, espunto dalla
Carta costituzionale, con la quale è in stridente contraddizione.
Palmiro
Togliatti concesse, come primo atto da presidente del Consiglio, l'amnistia ai
reati di fascismo, alla fine della guerra. Subì un attentato che stava per
provocare, stante il clima politico e la forte indignazione popolare, una
guerra civile e si prodigò, dal letto d'ospedale, in tutti i modi, riuscendo a
scongiurarla, anche per merito dell'entusiasmo per la bella impresa di Gino
Bartali, che in quel giorno vinse prodigiosamente il tour de France.
Recatosi
in Russia, dai compagni sovietici, fu tanto poco gradito a Stalin da
rischiare la pelle.























