ACRONIMI E SIGNIFICATI RECONDITI
di Romano
Rinaldi
La rielezione dell’attuale presidente degli USA,
effettiva da poco più di un anno e della durata programmata di quattro anni, ha
avuto come leitmotiv l’acronimo MAGA (Make America Great Again) dietro al quale
c’è una nuova visione del ruolo degli USA nel mondo e dei mezzi per ottenerlo
che ribalta praticamente tutti i principii ai quali si era finora ispirata
l’egemonia americana nel mondo occidentale con implicazioni anche per tutti gli
altri Paesi attratti da quel “modello” (soft power) o brutalmente sospinti, a
suon di bombe, verso quell’ideale.
Il primo
elemento che è stato inserito in questo nuovo modello è quello
dell’isolazionismo; quindi, niente più guerre e la promessa di contribuire in
men che non si dica alla fine di quelle in corso, ovunque fossero e per
qualsiasi ragione (o torto). Il “deal master” (creatore di accordi) aveva la
certezza di riuscire nel suo intento di mettere tutti d’accordo ricorrendo ad
azioni soprattutto economiche (protezionismo) a carattere coercitivo oppure con
minacce militari (in parte anche messe in atto) ed offrendo proposte che non
potevano essere rifiutate (suona un po’ come la Chicago negli anni tra il 1920
e il 1930 ma questo è solo un dettaglio). Nulla di ciò si è finora verificato. Per
il resto, la teoria MAGA propone un’infarcitura di soluzioni retrograde a tanti
problemi.
Ad esempio; quelli dell’immigrazione, con le deportazioni di massa; dell’ambiente e delle variazioni climatiche, con il più bieco negazionismo; dell’aiuto ai paesi poveri per la salvaguardia della salute, con la cancellazione di quasi tutti i programmi; della ricerca di base in campo biomedico, con altrettanti drastici tagli ai finanziamenti ed infine con l’indebolimento di tutti gli organismi sovranazionali, a partire dall’ONU in funzione di una preminenza del diritto della forza (degli USA) a dispetto della forza del diritto, interno ed internazionale del quale questa amministrazione ha deciso di liberarsi definitivamente. Oltre naturalmente a doversi liberare di tutti i pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato che devono esistere in uno stato di diritto basato sulle regole della democrazia liberale.
Ecco
dunque spiegata in poche parole in cosa consiste questa “filosofia” MAGA di cui
molti governanti anche da noi, compresa la nostra Presidente del Consiglio, si
riempiono la bocca, pur professando un “atlantismo” e una “difesa dei valori
occidentali” che non si capisce bene su cosa dovrebbero essere fondati date
queste premesse.
Bene ha
fatto dunque il Premier canadese a Davos a denunciare l’impossibilità di
adeguarsi a questo modello e tantomeno poter continuare “business as usual”
soggiacendo alle imposizioni che l’elefante americano, sdraiato con la sua
lunga schiena su tutto il confine dall’Atlantico al Pacifico tra i due Paesi,
potrebbe mettere in atto con un “rotolino” verso Nord! E benissimo ha fatto il
Cancelliere tedesco Merz a rimarcare, a Monaco, lo stesso principio invitando
l’Unione Europa a reagire in modo fermo e consono a questa intollerabile
prepotenza mettendo in atto una reazione adeguata per evitare di cadere nella
trappola della destrutturazione dell’ordinamento liberal-democratico che ha
garantito all’Europa gli ultimi 80 anni di pace pressoché totale. Il periodo
più lungo in assoluto di prosperità e pace nella millenaria storia delle sue
Nazioni.

Merz

Questa scossa alla prepotenza americana sta finalmente cominciando a dare qualche risultato. È infatti risaputo che alla boria dell’acronimo MAGA, fa riscontro un altro acronimo col quale l’attuale presidente era noto nel suo mondo degli affari: TACO, ovvero “Trump Always Chickens Out”, tradotto: se messo alle strette, scappa come un pollo. Ecco, questo è dunque l’atteggiamento da adottare con chi non molla finché non sente del duro.
In
quest’ottica il mondo intero, tutt’ora incapace di scrollarsi di dosso lo
sbigottimento creato dalle imposizioni dei dazi capestro voluta dal Presidente
degli Stati Uniti d’America (POTUS), dovrebbe accogliere con una notevole
soddisfazione la recentissima decisione della Suprema Corte degli Stati Uniti
d’America (SCOTUS) di dichiararli illeciti. E tutti dobbiamo anche ritenerci
molto fortunati in quanto la nomina dei 9 giudici della Corte (a fine mandato
solo per fine vita o dimissioni) è prerogativa del presidente in carica e Trump
si è trovato nella fortunata posizione di poterne nominare ben tre, trovandone
già altri tre di nomina repubblicana (Bush Senior e Junior) e solo tre di
nomina democratica (Biden e Obama). Nel confronto tra i poteri dello Stato,
SCOTUS ha prevalso su POTUS, persino in un sistema in cui è normale una certa soggezione
(per nomina) dei giudici al potere politico.

Carney










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