UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 12 febbraio 2026

LA FRAGILITÀ DELLA MEMORIA E DELLA STORIA
di Pierpaolo Calonaci


 
«Nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio,
guardiamo a come fermarne un altro che è in corso»
Laboratorio ebraico antirazzista
 
Nessuno ha il diritto di obbedire.
Hannah Arendt
 
Per commemorare la Giornata della Memoria, il Comune di Montespertoli, in provincia di Firenze, dove risiedo, ha scelto una modalità che, intellettualmente e umanamente, mi ha lasciato perplesso e sconcertato (per stare sotto le righe). Senza tante perifrasi, richiamo le parole che Tomaso Montanari ha usate nel suo discorso celebrativo della Giornata della Memoria presso l'Università per stranieri di Siena da lui magistralmente presieduta: “non citare la parola “Gaza” nelle cerimonie ufficiali di oggi significa tradire la memoria di quelle vittime e il senso stesso della Giornata della Memoria” .
 
La storia che il popolo ebraico ha subìto, e con lui tutte le “minoranze” (Rom, omosessuali, disabili, persone di pelle nera, testimoni di Geova e tutti coloro che erano bollati quali “diversi” e perciò assassinati dal totalitarismo nazifascista). Durante la commemorazione è stata sottolineata doverosamente che quella storia così drammatica non deve essere un oggetto da mettere sugli scaffali di un museo della memoria ma la memoria: denominatore comune di storia e storiografia che devono assolvere, oggi più che mai, il compito di strumento di conoscenza affinché quello a cui essi furono sottoposti, e che li cancellò, non si ripeta: Mai più. Sebbene un inciso s'imponga: ogni anno in occasione di questa ricorrenza, tornano a risuonare quelle parole, con il loro portato storico, conoscitivo, assiologico e ontologico. È un gran bene! Ma rimane qualcosa che mi desta disagio e preoccupazione; come se il loro contenuto civico non fosse ancora e nonostante tutto, entrato a fare parte del DNA della coscienza di ciascuno. Altrimenti i fascisti al governo, i loro discorsi sulla superiorità della razza bianca, il sovranismo con i suoi nazionalismi ancora dappertutto riemergenti, dove attingerebbero forza e consenso? E qui sta uno dei parossismi più sconcertanti sul piano logico e storico: la destra attuale è diventata il riferimento della maggioranza dei rappresentanti istituzionali della Comunità ebraica.


 
Il punto dolente (molto dolente) sono le proprietà che costituiscono quel Mai più secondo quello che si è svolto a Montespertoli.
Quel Mai più è stato riservato ad un popolo soltanto. Quella Giornata della Memoria racconta un'idea di storia che risponde appieno alla locuzione ne quid repubblica detrimenti capiat: nemica acerrima del materialismo storico quale indagine sulle condizioni di produzione dei rapporti sociali dominanti bensì funzionale ai requisiti di normalizzazione del sapere storico - quando ai suoi occhi scientifici la realtà mostra chiaramente che eventi drammatici per la vita umana si stanno perpetuando. Affermare Mai più e poi tacere sul presente tragico di un genocidio in corso, è rifugiarsi dietro al dito dell'indifferenza. Da qui, è questo il nocciolo, giungere a compiere il passo (molto preoccupante) di un concetto di Olocausto ad uso esclusivo di un solo popolo, il gesto è breve. Possiamo appellarci a Gramsci, quando rammenta che occorre dubitare recisamente e demistificare l'identificazione tra storia e la funzione sociale che l'ordine dominante via via le assegna, in quanto la storia viene deformata e usata solo per rapporti di forza organici ad ogni regime culturale dominante, storicamente determinato.



Quindi, se ho visto bene, la curvatura cui è stata sottoposta la Giornata della Memoria ha ottenuto l'effetto di commemorare lo sterminio degli ebrei usando solo un lato della storia, quello retroattivo. Ossia, non ha messo in collegamento ciò che a loro è accaduto con quanto sta oggi accadendo ai palestinesi. Questa metodologia tradisce, secondo me, un'impostazione tanto valida nell' avere documentato lo sterminio sistematico degli ebrei ma non si accorge (?) che vi rimane costretta, scivolando nel classico cul de sac; così il metodo storico si scinde al suo interno. E piega la storia agli interessi della politica. Questo non è da derubricare quale errore o svista. Questo non volere vedere l'attualità drammaticissima della condizione palestinese (e pure quella della maggioranza del popolo israeliano che sostiene avidamente il Sionismo ebraico) è configurabile quale normalizzazione della storia. In particolare, per lo scopo di queste righe, la normalizzazione del genocidio palestinese. Cioè, la sua negazione.



La normalizzazione è un processo storico che la storia avrebbe, primus inter pares, in virtù della sua epistemologia, invece compito di svelare. Quando i fatti sociali, con il loro portato politico e economico, impattano così tragicamente sulla condizione umana tanto da annientarla, la storia non può e non deve trasformarsi in quello stesso strumento che combatte (la normalità e la normalizzazione). Normalità e storia devono confliggere in un'aporia radicale che mai deve venire meno. Se ciò non accade, la loro identificazione è talmente esiziale da costituire uno dei fattori del funzionamento della legittimazione dei regimi, da quelli totalitari a quelli (ahimè) democratici. Dove le contraddizioni sociali, nelle svariate forme, sono attentamente neutralizzate (normalizzate e naturalizzate), ossia nascoste e negate. Lo stato di guerra permanente che oggi viviamo, senza che ce ne accorgiamo o preoccupiamo (non per tutti) è un lampante esempio di normalizzazione della quotidianità. C'è da rilevare che ogni normalizzazione della realtà umana e della sua storia di oppressione o di annientamento non può fare a meno di una autorità normativa, che non è quella, in questo contesto, del diritto ma quella di un dato ordine sociale e politico. Siccome l’autorità normativa ha buon gioco ad inserirsi come medium tra ogni regolarità surrettiziamente creata, presentandosi come potere che definisce cosa sia buono e cattivo, cosa credere e cosa no, cosa dire e cosa tacere, nasce il dubbio che nell’identificazione tra normalità e storia venga dissimulata propriamente la possibilità di capire chiaramente quelle condizioni di riproduzione del terrore finalizzato al genocidio palestinese. Tutto ciò non è altro che strumentalizzare la memoria.



Cui prodest l'utilità e la necessità della memoria, quando rischia di essere ridotta a storia normalizzata? Con la minaccia reale, in maniera speculare, di rinchiudere la memoria dell'Olocausto ad un'idea di passato, col quale noi Europei vorremmo aver chiuso in modo da aver così risarcito, definitivamente, il popolo ebraico della nostra complicità col regime nazifascista che li annientò. Con questo tortuoso e oscuro procedimento si rischia di fossilizzare, inoltre, il senso morale, la portata educativa, il valore civico di crescita spirituale e umana che storia e memoria intrinsecamente portano. Sono questi i risvolti morali che ci attendiamo dalla Giornata della Memoria? Questo non è altro che strumentalizzare la memoria.
Eppure i corpi dei palestinesi trucidati da molti decenni sono sotto gli occhi di tutti. Le loro biografie (e i loro sudari, ci ricorda la storica Paola Caridi) parlano chiaro. Noi occidentali quei sudari sub specie aeternitatis di lenzuoli li abbiamo appesi alle finestre per non rimanere irretiti in una storia e in una memoria temporalmente limitate. E cieca. Mentre l'indicibile lega il terrore sistematico di allora a quello che oggi stermina i palestinesi. Forse che le sofferenze dei palestinesi sono diverse? In cosa lo sono e per chi lo sono?



 
Davvero l'Occidente crede di avere l'unica parola con cui raccontare la storia?
 
A Montespertoli è andato in onda un modo molto parziale, per nulla universale e poco umano di fare memoria. Come ho descritto, una storia dimidiata. Davanti alla quale esprimo il mio dissenso; dico di no davanti alla sua pretesa metodologica di dire solo una parte di verità storica, sancendo la scissione inequivocabile del passato col presente. In particolare, oggi - che è entrato in vigore l'ennesimo dispositivo di repressione del dissenso anche, e non solo, per la questione israelo-palestinese (dove la legge tutela la sinonima antisionismo = antisemitismo, punendo chi la contraddice) occorre prendersi la responsabilità etica di criticare il Sionismo. E soprattutto assicurarsi che questa critica sia dialettica, relazionale ossia razionale, un movimento teorico della cultura, uno stimolo, un invito sempre aperto a quanti vogliano sedersi per confrontarsi, senza acredine. Il conflitto è l'anima del Logos, ricorda Eraclito. L'epoca moderna, e forse anche prima di questa, associa il conflitto al fare guerra, falcidiando l'essenza stessa della critica.
 

 

 

 

 

 

 

UCRAINI & NO
di Marcello Campisano


 

Non nella NATO, manco nell'Unione,
a loro non ci legano trattati,
lo vieta pure la Costituzione,
ma gli Ucraini lei li vuole armati,
 
sia pure dissanguando la Nazione,
risparmiando sugli handicappati,
rimandando l'età della pensione,
senza medici, senza magistrati,
 
con valanghe di tasse e carognate
(però escludendone gli abbienti,
gravandone le classi disagiate)
arricchendo tutti i suoi parenti.
 
La sua sola virtù, tutto l'ingegno
è far passar lo smacco per guadagno,
con una falsità senza ritegno,
qual moneta coniata nello stagno.
 
Mentre in alto fa volar gli stracci
esibisce un suo servil trumpismo,
avendo da imparare da Vannacci
una qualche idea di patriottismo.
 
 

 

 

 

 

REFERENDUM
Elena Basile scrive a Luigi Mazzella.


 
Caro Luigi
 
Mio padre era un Pubblico Ministero. Non si è mai sentito strumento dell’accusa. Ha respinto tutte le influenze politiche. Ha lavorato in buona fede per scoprire la verità e molte volte ha chiesto l’assoluzione dell’imputato. Mettere il PM su un piano diverso dall’avvocato significa appunto riconoscere ai magistrati un ruolo diverso dalla difesa pagata dal privato, un ruolo che tutela anche il cittadino povero che non può permettersi un grande avvocato. Ecco credo che i sostenitori del Sì non abbiano chiaro questo aspetto.
 
Un abbraccio. 
Elena 
 

Il GUAZZABUGLIO REFERENDARIO   
di Luigi Mazzella


 

Se ci riesco, provo ad illustrare in maniera “facile-facile” il problema della riforma Nordio (impropriamente detto della giustizia) che sinora ha fatto registrare “svarioni” (giuridici e non) del tutto imprevisti e imprevedibili e creato un guazzabuglio inestricabile di opinioni. Devo fare una premessa: Viviamo in una parte di mondo che pure avendo coltivato l’assolutismo più pieno (sia religioso: i tre monoteismi mediorientali; sia ideologico: fascismo e comunismo) si è sforzato di eliminare dagli ordinamenti degli Stati che lo compongono il suo naturale corollario: quello dell’autoritarismo (chi crede in un’idea che, a suo giudizio, è l’unica vera, cerca di imporla agli altri autoritativamente, anche con la forza). In altre parole, l’Occidente - proponendosi di adeguarsi a principi di democrazia (governo del demos, cioè, del popolo) mutuati dalla civiltà precedentemente in esso maturata - quella greca - ha limitato solo in alcuni settori - come quello del “giudicare” - il ricorso all’autocrazia. Si è detto: giudici che decidono ed emettono sentenze inevitabilmente non devono essere soggetti o “rispondere:” a nessuno. Occorre una deroga alla norma democratica secondo cui il potere massimo spetta al popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti (facenti parte del Parlamento) i quali devono, quindi, sempre dire, su ogni evento o fatto, l’ultima parola. L’osservazione era più che ragionevole: chi giudicava non doveva dar conto del proprio operato a nessuno se non a giudici di grado superiore (ultimo: Corte Suprema di Cassazione). Ciò che avveniva per il potere Esecutivo non poteva avvenire per i giudizi dei Magistrati addetti a determinare quale sia il diritto da applicare in casi concreti. Il fascismo, che sull’autoritarismo aveva eretto tutta la sua dottrina dello Stato, nel suointento “inquisitorio” tipico di tutti gli assolutismi (la Santa Inquisizione della chiesa Cattolica ne era stato un esempio) pensò bene di unificare in una sola carriera giudici e pubblici inquisitori, dando a entrambi il potere autocratico di rispondere solo alla legge (osservandola, secondo il loro esclusivo giudizio) e a nessuna altra autorità. La Costituzione della Repubblica italiana, pur nata dall’antifascismo, mantenne e rafforzò questa idea fascista, inserendo nell’ordine giurisdizionale (che a stretto rigore doveva essere solo quello di chi ius dicit (giurisdizionale deriva da iurisdictio) ritenendo che chi richiedeva, proponeva e forniva le prove per ottenere sentenze di condanna dei giudici poteva ritenersi a buon diritto anch’egli “autocratico” (e non sottoponibile ad alcun controllo democratico) così come chi giudica. In altre parole, il pubblico ministero non doveva rispondere, pure essendo unsemplice impiegato dello Stato, inquadrato organicamente in un Ministero, del proprio operato a nessuna autorità superiore (segnatamente al suo Ministro e in ultima istanza al Parlamento, espressione del potere del demos cui lo stesso Ministro doveva dare conto circa l’attività dei propri sottoposti). La situazione era apparsa aberrante negli anni Ottanta ed era stata denunciata sulla stampa di partito (socialista: Mondoperaio), anche per il sospetto di un uso politico dell’Accusa nel processo derivato dal “caso Montesi”. Nulla era avvenuto, però, e Tangentopoli e Mani pulite avevano segnato il trionfo dei Pubblici Ministeri, id est della Pubblica Inquisizione repubblicana per l’indirizzo da dare alla politica italiana.



 
Ora veniamo alla riforma Nordio e ricordiamo un vecchio detto popolare, tratto dal titolo di una commedia di Giacosa: “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quella che lascia ma non sa quella che trova”. E cosi i fascisti di oggi per salvare qualcosa dell’invenzione dei fascisti di ieri hanno escluso la regola vigente in  tutte le cosiddette “democrazie liberali” dell’Occidente: la dipendenza degli impiegati pubblici incaricati dal governo del Paese di condurre l’accusa pubblica comporta il dovere del Ministro della Giustizia di “rispondere” dinanzi  al Parlamento di tutte le eventuali malefatte dei suoi “avvocati dell’accusa” (come il Presidente del Consiglio risponde dinanzi al Parlamento di quelle di altri suoi avvocati - detti “avvocati dello Stato” - che operano in campo civile e amministrativo. Che cosa hanno fatto, invece, i nostri governanti? Hanno previsto un CSM per i pubblici Ministeri che sta provocando litigi e discussioni a non finire e la cui composizione - quale che sarà - non impedirà che il Parlamento continuerà ad essere tenuto all’oscuro di malefatte destinate spesso a turbare proprio la vita politica della Nazione. 
Domanda: “Nascondere” la responsabilità per eventuali e palesi malefatte di un pubblico Ministero ai danni di uno o più cittadini dietro il paravento di una collegialità, di per sé irresponsabile per i suoi giudizi di condanna come di assoluzione, è favorevole all’autonomia e all’indipendenza dell’accusatore di Stato o costituisce la salvaguardia per Ministri facinorosi che in proprio o per commissione proveniente dall’ estero potrebbero in ipotesi ordinare a un proprio dipendente ministeriale (qual è il PM) di dare fastidio a probi cittadini con avvisi di garanzia infondati?
Conclusione: Votare Sì è meglio che niente, ma non è tutto quello che ci si poteva aspettare da una vera riforma della giustizia! Ma essere governati da irrazionalisti (neo-fascisti o filo) cui si oppongono altri irrazionalisti scalmanati (come gli ex comunisti) o finti moderati (come gli ex democristiani, fedeli e timorati o liberali idealisti e quindi sensibili all’assolutismo) non è un destino felice! Certo in altri luoghi dell’Occidente e del connesso Medio Oriente è anche peggio! E, non a caso, la saggezza napoletana insegna ad auspicare solo che il peggio non venga mai!

ACROSTICO


Milano San Siro

 

Meazza San Siro Stadio “La Scala del calcio”

Internazionale gioiello d’arte architettonica

Luogo ludico d’accogliente bellezza

Attende cura e rispetto e intorno alberato verde giardino

Non è merce qualsiasi né merce vendibile, è Bene pubblico e Comune 

Obbligo d’onore: lottare per sottrarlo alle grinfie di Potere Finanza e Mattone 

Giuseppe Natale 

mercoledì 11 febbraio 2026

CONDIVIDENDO POESIA
A San Giminiano  





CASO COSTA SAN GIORGIO
Associazione di volontariato Idra


 
Si apre finalmente una finestra di dialogo con Palazzo Vecchio e un’opportunità di dibattito pubblico in città.
 
Non ha deluso le aspettative l’intensa ora di colloquio con cui è stato inaugurato mercoledì scorso nella torre che ospita a Firenze, in una porzione della Badia Fiorentina in piazza San Martino, assessorato e direzione urbanistica, un primo ciclo di consultazioni richiesto dalla cittadinanza sul caso emblematico e irrisolto del contestato resort di lusso a ridosso del Giardino mediceo di Boboli, in Costa San Giorgio. Qui a dicembre 2021 Palazzo Vecchio ha accordato all’imprenditore argentino Alfredo Lowenstein, già proprietario del castello mediceo di Cafaggiolo in Mugello, l’autorizzazione ad attuare una significativa trasformazione urbanistica, dentro e sotto il complesso dei conventi medievali di San Girolamo e San Francesco, e del Monastero di San Giorgio e dello Spirito Santo, utilizzati per decenni dalla prestigiosa Scuola di Sanità militare. In programma 300 posti letto. Dopo un breve excursus sulla genesi e i primi sviluppi della vicenda autorizzativa, l’associazione di volontariato ecologista Idra, che con Italia Nostra si era fatta promotrice dell’incontro in occasione di un recente appuntamento pubblico di architetti alle Murate, ha potuto vedere confermata l’acuta sensibilità che l’Assessora Biti aveva lasciato intravedere in quella circostanza sul delicato tema del rapporto fra Palazzo e cittadinanza, da realizzarsi ma all’interno di una cornice costruttiva, non pregiudizialmente antagonistica. “Su Costa San Giorgio - ha spiegato il rappresentante di Idra - il nostro è in realtà un atteggiamento così poco antagonistico da aver prodotto a suo tempo un progetto di partecipazione mirato, ‘Laboratorio Belvedere’, sostenuto da centinaia di firme di residenti in Oltrarno, approvato e ammesso al finanziamento dall’Autorità regionale, al quale purtroppo con la passata giunta non è stato possibile dare seguito. Così, in contrappunto, il prof. Mario Carniani, fondatore e presidente onorario dell’Associazione Centro Guide Turismo di Firenze e Toscana, intervenuto con Idra: Non ci rendiamo conto di quanto quell’angolo di Firenze fa parte della nostra anima. Costa San Giorgio era il luogo dove abitava Galileo. Collega la città con l’incantevole via San Leonardo…”.



“Mi accorgo in tutti questi incontri che sto facendo - ha ammesso da parte sua Caterina Biti - che quello che è mancato in questi ultimi anni è stata la possibilità di un confronto, indispensabile per conoscersi e, pur nell’eventuale diversità di vedute, di mettere a fuoco eventuali obiettivi comuni e su quelli provare a lavorare”. Registrato questo importante attestato di consapevolezza, la delegazione di Idra ha accolto quindi positivamente l’invito pragmatico dell’assessora a concentrarsi sulle conseguenze e le opportunità che derivano dal mancato avvio dei lavori da parte dell’imprenditore neo-proprietario, in un contesto storico-architettonico di cui perdura però, così, l’esclusione all’accesso e al godimento pubblico per effetto dell’alienazione a suo tempo deliberata dal Demanio. L’Assessora ha confermato di aver letto con attenzione le alte testimonianze raccolte nel dossier che Idra le ha consegnato nel corso del convegno alle Murate (“è lì, sul mio tavolo”, ha precisato). Testimonianze che hanno forse contribuito a far apprezzare ulteriormente lo sforzo civico espresso in tutela di quel patrimonio: “Siamo in presenza di un procedimento che si è completato”, ha affermato infatti la Biti. “Il nuovo Piano Operativo comunale di Firenze non pone condizioni più stringenti da rispettare: soltanto il 29 gennaio 2028 scadranno tutte le autorizzazioni e i permessi concessi se non soddisfatti. È altrettanto vero che osserviamo però una condizione oggettiva di stallo: non abbiamo idea se e quando la proprietà andrà avanti, per ora è tutto fermo. E allora questa è la domanda che io vi faccio, perché è quella che mi son fatta io stessa leggendovi: qual è a vostro avviso il punto di caduta, quale può essere il punto di equilibrio rispetto a questa trasformazione urbanistica sospesa?”. 



Un interrogativo che individua opportunamente il cuore del problema, e che Idra ha così proposto di affrontare: “In questo intervallo di incertezza, possiamo immaginare un ruolo che la società civile sia finalmente in grado di giocare. Perché non recuperare e attualizzare ad esempio il processo partecipativo che non è stato possibile attuare con la passata Amministrazione, e innescare così un dibattito pubblico che aiuti a individuare soluzioni compatibili con le finanze della proprietà, ma anche con le esigenze di una città del rango di Firenze, e di un Oltrarno che sta perdendo completamente - con la progressiva gentrificazione in atto - la propria peculiarissima identità sociale?”. L’assessora non si è sottratta all’impegno a valutare questa opzione, così come ha annunciato la piena disponibilità a prossimi incontri di approfondimento al termine dell’ora calendarizzata per il primo colloquio. Il testo del percorso ‘Laboratorio Belvedere’ validato dalla Regione e proposto invano cinque anni fa è stato così inviato in Piazza San Martino.



Da parte loro i presidenti di Idra e Italia Nostra, Girolamo Dell’Olio e Laura Manganaro (assente, perché infortunato, il prof. Leonardo Rombai), hanno chiesto di instaurare un rapporto di reciproco e costante aggiornamento informativo con l’Amministrazione comunale, che permetta di seguire passo passo le fasi dell’attuazione del progetto approvato, per la quale la delibera ministeriale 637 del 2013 detta una puntigliosa successione di scadenze. Al riguardo, le associazioni hanno presentato istanza di accesso a una serie di dati e specifiche verifiche:
a)- i contenuti essenziali dei ‘Permessi di Costruire’ rilasciati, e delle proroghe richieste dalla proprietà, preso atto che - come è stato riferito - di alcune delle otto UMI (Unità Minime di Intervento) non è stata neppure presentata richiesta del permesso;
b)- la documentazione sul rischio idrogeologico che ha accompagnato l’autorizzazione del Comune agli scavi nella collina (il ‘Poggio delle Rovinate’) in cui è deceduta, per uno degli assestamenti a cui è stata soggetta nei secoli, la stessa famiglia di Bernardo Buointalenti;
c)- un contributo da parte dell’Amministrazione comunale a una definizione concreta dei contorni del concetto di ‘fruizione pubblica’ che il Ministero dei Beni culturali detta di garantire “nelle parti più significative del complesso monumentale”;
d)- adeguatezza delle autorizzazioni concesse al principio di “mix funzionale” auspicato dal Ministero: ma l’86% degli spazi risultano assegnati alla destinazione turistico-ricettiva.
Con particolare urgenza è stato richiesto da Idra infine un nuovo appuntamento da dedicare ai temi sensibili delle anomalie registrate nella cantierizzazione TAV, di cui è stato trasmesso pochi giorni or sono un nuovo promemoria anche alla sindaca, Fra queste, la nuova stazione sotterranea a ridosso del torrente Mugnone in area a pericolosità idraulica classificata alta, e dei tunnel in corso di scavo per il sotto attraversamento da Campo di Marte a Castello. Si desidera inoltre capire meglio come il Comune di Firenze intenda aprire alla partecipazione dei cittadini e del Quartiere per definire le funzioni, sia pubbliche che private, da portare accanto alla stazione Foster, annunciata nelle settimane scorse.



“È stato un piacere grande: allora ci aggiorniamo!”: questo il gradito saluto che la nuova assessora - accompagnata dai responsabili della segreteria Marco Recati e Lorenzo Rustici - ha porto al termine del colloquio alle delegazioni di Idra e Italia Nostra. Costatazione e auspicio che le associazioni hanno naturalmente ricambiato con viva convinta soddisfazione. 

SAVONA: COMUNITÀ E VALORI
di Franco Astengo
 

Cittadinanza onoraria per ius soli a 118 bambini nati a Savona da genitori stranieri: il sindaco firma il provvedimento.
 
Può capitare che nel complesso andamento della vita di un'amministrazione comunale, nel caso quella di Savona guidata da Marco Russo, si compiano scelte che intrecciano progetto e quotidianità confermando così la capacità dello stare dalla parte giusta: la parte della democrazia, del progresso, dell'espressione piena di una comunità e dei suoi valori di giustizia e di libertà per il futuro.
È il caso della scelta che abbiamo riportato in epigrafe: la cittadinanza onoraria a 118 bambini nati a Savona da genitori stranieri non può e non deve semplicemente rappresentare un gesto "liberal" che sarà sicuramente criticato da coloro che proprio non riescono a vedere quella connessione tra scelte di "fatica" e ricerca di espressione concreta del "pensiero alto" cui si faceva già cenno. La nostra Comunità ha bisogno prima di tutto dell'espressione di un pensiero intriso nel suo DNA democratico di antica città industriale e non ha bisogno semplicemente di "integrazione" ma - consentitimi di scriverlo - di una nuova "savonesità", quella del XXI secolo in una società cambiata, articolata, ricca di nuove e diverse presenze, culture, modi di essere al riguardo delle quali nessuno può sentirsi arroccato in antiche appartenenze e modi d'essere. Proprio nel giorno in cui le destre nel Parlamento Europeo votano norme di puro respingimento sarebbe semplicistico ricordare il deficit demografico che ci riguarda come Paese e come Città: il punto focale però non può essere semplicemente quello dei "numeri" ma - appunto - la volontà di lungimiranza che questo gesto di apertura, comprensione, senso civico ha dimostrato.

DEMOCRAZIA E TECNOLOGIA
di Antonio Santiago Ventura


 
Non è possibile il confronto dialettico fra la mia generazione e quella di mio padre, la quale, a sua volta, riteneva impossibile il dialogo con le generazioni precedenti. Per quanto riguarda la mia generazione e quella di mio padre, il confronto è impossibile in quanto, la sua generazione è cresciuta con un dogma e un’idea inalienabile, inalterabile, come un concetto religioso, l’idea di Democrazia. Questa idea della Democrazia, come perfezione assoluta, è tanto più forte e inaggirabile in loro, quanto più la si inquadra storicamente: la Storia europea moderna arrivò effettivamente a destinazione. I padri, Locke, Smith, Hobbes, Rousseau, Marx, avevano già detto tutto l’indispensabile, avevano creato le coordinate, ora si trattava solo di viverle. La macchina della Produzione capitalistica produceva per i giovani figli dell’Europa, i giovani figli di Marx e di Rousseau. Ma la macchina capitalistica non ha alcun riguardo per le idee e i padri, e così continuò a produrre, indifferente alla misura del benessere e della felicità. Si crearono nuovi schemi di potere, e nuove dinamiche interpretative. Si crearono addirittura nuove sintomatologie cliniche, e nuove ontologie. La forza della Democrazia, elaborata dagli autori della Resistenza, andava impallidendo, scomparendo. L’Europa divenne vittima dei suoi migliori ideali, spolpata nella sua linfa vitale dagli ideali moderni, tanto da morire. Il benessere, invece che liberarli, li rese sempre più inumani, stolti e ottusi. Ora stiamo attraversando una fase nuova della Storia post moderna, nella quale la Tecnica sembra avere preso definitivamente il sopravvento. A questo punto viene da chiedersi, perché la riflessione più drammatica sulla Tecnica si fosse esaurita nella prima metà del secolo. La risposta a questa domanda è doppia e ambivalente: con la catastrofe della Seconda guerra mondiale, si dovette ricostruire un’Europa distrutta, e le energie che ne conseguirono dovettero essere inevitabilmente delle energie positive, fiduciose. D’altra parte, il potere della Tecnica si era già consolidato e distribuito, se pure nella distruzione delle maggiori città europee. Quindi, furono queste due traiettorie apparentemente divergenti, a fare delle nuove masse europee, per così dire, dei cives Technologiae. La fase attuale di crisi della Democrazia, corrisponde a uno sbilanciamento fra il potere economico e il potere dello Stato, a una deformazione delle dottrine liberali, quello che chiamano neoliberismo. La Tecnica, per come oggi la intendiamo, significa principalmente economia, potere economico. Non è più certo quella dell’ottocento positivista, impressionista, fatta di sorpresa e invenzione. È una Tecnica che esiste unicamente per la Produzione, per la produzione di sé stessa, non ha più niente di umano. Quindi, noi, cosa dobbiamo fare? Dobbiamo distruggere la Tecnica o la Produzione?

VIAGGIO NELL’INTERIORITÀ
di Chicca Morone




Brama, Shiva e Visnu. Padre, Figlio e Spirito Santo. Corpo, Spirito e Anima... e le triadi si rincorrono nel nostro profondo come tracce di quel Sapere che raggiungiamo poco alla volta o improvvisamente per illuminazione. La realtà è che ogni volta che ci poniamo davanti a un nostro simile per dialogare dobbiamo fare i conti con la particolarità dell’essere affrontato e non solo: anche la nostra complessità deve essere considerata perché è ciò che comporta una comunicazione in grado di alterare le minime sfumature, per lo più inconsce. Una buona traccia del nostro modo di vivere quotidiano ce la dà l'analisi transazionale.
Considerando l’Io formato da tre strutture rappresentate come una sola personalità, ovvero i tre Stati dell'Io, definisce ogni persona composta principalmente da tre funzioni in cui convivono un genitore, un adulto e un bambino.
Le dinamiche interiori non sempre sono in perfetto equilibrio, per cui molto spesso anche quelle esteriori vengono sottoposte a squilibri vari.
Così la comunicazione tra due individui può essere concepita come una “transazione” cioè uno scambio tra stati diversi o omologhi degli IO; "transazioni incrociate" o "transazioni complementari" che avvengono su due livelli e si influenzano reciprocamente: attraverso il contenuto, cosa si dice e la forma come lo si dice. L’incongruenza compare quando unitamente ai segnali verbali e non verbali può subentrare la contraddizione, cioè una terza istanza destabilizzante.
A questo proposito non riesco a non considerare l’interferenza dell’Intelligenza Artificiale nella nostra vita e nella dinamica interpersonale, perché quando poniamo delle domande siamo convinti di avere di fronte la fonte di risposte “in certi casi” migliori di quelle che potremmo dare noi. Infatti implacabilmente ci viene inculcato nella mente che saremo onniscienti se ci affideremo a questa super intelligenza... e noi ci crederemo, come ha fatto Eva in presenza del serpente con tanto di mela (avvelenata), perché, ahimè, nel mito è racchiusa la ciclicità del nostro divenire.
Ma ciascuno di noi è libero e responsabile dei propri comportamenti.
Ogni stato dell'Io ha connotazioni positive o negative, a seconda che favorisca o impedisca l'indipendenza della persona: ecco la parola magica: indipendenza! Esiste un Io Genitore che custodisce i sentimenti, i comportamenti, le emozioni, gli insegnamenti, gli esempi appresi dai nostri genitori e dalle figure che ci hanno educato: così reagiamo secondo i modelli di padre o madre.
L’ Io Adulto è la parte razionale di tutti noi, dove le informazioni vengono elaborate: esaminiamo la situazione e valutiamo di conseguenza, effettuando un "calcolo di probabilità". Nella sua funzione positiva vive la realtà nel "qui e ora", senza drammatizzare l'errore e decide in base a ciò che è noto senza trascurare le emozioni, i valori e con attenzione ai rapporti interpersonali. Usa quindi tutte le facoltà intellettuali, valutando la situazione.



 
 
A mio avviso le vere problematiche derivano da una preponderanza dell’Io Bambino: quando le esperienze, i comportamenti messi in atto nell’infanzia, l’atteggiamento di quando ero bambino non sono empatici con le altre due istanze subentrano fattori di non crescita armonica e difficoltà nella comunicazione non solo con l’interlocutore esterno. Spontaneità ed emotività soffocate sono deflagranti più che l’atteggiamento negativo di un Genitore normativo o di un Adulto dissonante.
I Bambini vanno tutelati sempre: al nostro bambino interiore va tutta la nostra attenzione perché è da lui che abbiamo iniziato il nostro percorso terreno.



Adesso trasferiamoci nel rapporto con l’intelligenza artificiale.
Noi siamo strutturati con questo arcobaleno d’istanze e ci troviamo davanti a un interlocutore totalmente privo di questi colori che è in grado di rispondere bianco o nero a seconda di quello che un qualche umano ha inserito nella sua memoria. Sì, può rispondere e farci credere che nel suo sostrato ci sia un enorme numero di possibili responsi, ma sono ormai chiari i suoi limiti nei nostri confronti: non possiede né genitore, né adulto né bambino, non è in grado di interloquire con queste nostre istanze in modo paritetico. È completamente privo della creatività perché reagisce in base a fredda programmazione numerica e pretende in base a questo di essere migliore di noi!
Perché alcuni di noi si ostinano a usare indiscriminatamente questa ambigua struttura, creata per sostituirci giocando sulla nostra inconsapevolezza? Arroganza? Pigrizia? Curiosità?
Come è possibile che credano, affidandosi a una macchina ovviamente costruita dall’uomo nella materia e priva di anima, di poter arrivare a quel “Conosci te stesso. Conoscerai gli Dei e l’Universo intero”.
Forse aveva davvero ragione Steiner quando nel 1918 scriveva che sarebbero nati esseri molto intelligenti ma privi di anima perché questa sarebbe stata soppressa fin dalla nascita da sostanze create per eliminare quel “qualcosa” di inutile.
E quando parliamo di inutilità della spiritualità abbiamo già posto fine al viaggio interiore, l’unico in grado di portarci vicino alla completezza, dove Genitore, Adulto e Bambino camminano insieme verso il ritorno all’Uno.
Non sarà ora di svegliarci? 

Privacy Policy