UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

KAOS

BOOKCROSSING UNCINATO short story
di Fabrizio Sebastian Caleffi                                      

 

C'è chi insegue un profumo, chi ricerca un colore, chi rincorre una palla a spicchi arcobaleno e c'è chi trova un sapore: io ho trovato un libro.              
“Heil Heil” suona più come un coro da stadio che come la mistica invocazione a una rock star. Del resto, siamo nel mese di marzo del Trentotto, il rock non è ancora nato e la Coppa Rimet, invece, è già stata e vinta dalla nazionale italiana, che la riconquisterà per la seconda volta consecutiva tra tre mesi allo stadio Yves du Manoir di Colombes, presso Parigi, battendo 4 a 2 i magiari caposcuola danubiani. Fossero intervenuti con le forze ammassate al Brennero, avrebbero respinto anche i tedeschi, appena entrati trionfalmente a Vienna: “heil heil heil”. Da un mezzo militare targato WH32230 è sceso il Capo, al culmine della sfilata tra due ali di folla vociante: “heil heil”. Colmo di una gioia impettita non disgiunta da una punta di malinconia retrospettiva, il Capo si gode solo a metà la sua spropositata rivincita, cercando di nascondersi che avrebbe magari preferito esser celebrato pittore in futuro ricordato campione d'arte degenerata. Non te la mettono più la Bibbia sul comodino della camera d'albergo... scattando a passo marziale, il Capo ha intercettato lo sguardo di una ragazzina, Ilse Paulsen, che agitava freneticamente la sua bandierina uncinata. Ah, averla modella alle lezioni di nudo e ritrarla, scomponendone gli arti in volumi e il torace in cubi! Ma l'imbianchino, come lo chiama, sprezzante, un teppista teatrale che l'ha in antipatia, è diventato il Capo, dopo aver pubblicato un libro di successo. Gli heil si son taciuti, come quando si sta per tirare un calcio di rigore. -Mein Kampf- bercia il Capo e gli scherani schierati in parata tremano: dove trovar seduta stante il gran libro del Capo, richiesto dall'autore in persona? Hai adocchiato la bella Bibbia sontuosamente rilegata su un banchetto di book crossing poco prima di piazza del Popolo e l'hai ghermita, pensando di ricavarci qualcosa. Poi hai scacciato il pensiero speculativo: la regalerai a chi ti sta aspettando da Rosati. Se mai ci arriverai: fin dai Greci in via del Babuino arriva l'eco d'un tumulto.                                                                                                        
Facendo scattare un braccio nell'heil più teso che si sia mai visto e porgendo con l'altro un volume dalla cover gotica, uno spettatore a tiro di voce s'è avvicinato al Capo, che lo lascia fare, bloccando l'intervento dei suoi gorilla.                   
- La Tua Battaglia - gli sussurra il fan col tono di un cameriere che stia offrendo a un cliente di riguardo una saftige Forelle, una trota succulenta. - Ein Stift - strepita il Capo. -Una penna, una penna- ripete il seguito, con la modalità degli infermieri in sala operatoria. E la penna salta fuori. Ora il Capo vorrebbe scrivere una bella dedica a Ilse Paulsen e sta per ordinare che gliene declinino le generalità, ma, alzato lo sguardo sulla folla, si rende conto che la ragazza s'è eclissata con la sua bandierina e allora “Wie heissen Sie?” lo domanda al fan, pronto a rispondere -Heinrich von Mayerling - così aggiungendosi al volo sia il von che il ling, che, anni dopo, il concittadino Wilder userà per il personaggio dell'autista della diva del muto, l'ex regista von Mayerling, nel suo film “Viale del Tramonto”. E qui, malgrado l'onniscienza del narratore, tramontano le nostre informazioni sul Mein Kampf con dedica... e sulle peripezie che l'hanno fatto finire, occultato nella rilegatura di una Bibbia, sul banchetto di un book crossing romano. Tu hai cercato di arrivar da Rosati, accodandoti alla marcia di Roma degli squadristi no vax che sta sconvolgendo la zona. Ma, tra marciatori disordinati e forze dell'ordine, preso in mezzo, hai dovuto tagliare la corda. Solo una volta rientrato all'hotel, ti rendi conto che della Bibbia t'è rimasta solo la copertina. Il contenuto l'hai perduto scappando. E l'ha raccolto un inquilino di Casa Pound. Il ragazzotto cortocrinuto legge solo alcune key worlds: una è nome e cognome del Capo in copertina. Porta il trofeo a “casa”, senza aprirlo. Dove il solo a dargli una guardata è uno strano simpatizzante, testa da skin con capigliatura punk, vegano devoto alla fiorentina, laziale con segreta propensione romanista maturata attraverso un vecchio amore nerazzurro focalizzato su SpecialOne e quindi giallorossizzatosi all'arrivo di Mou alla guida dei Lupi. Il nostro, che si fa chiamare Aquila, forse in riferimento all'animale totemico della Lazio, trafuga il Mein Kampf autografato, intenzionato a svenderlo come un Pinocchio che baratti un libro di scuola con l'ingresso al circo. Aquila, però, strada facendo, preda di una curiosità anomala nel suo ambiente abituale, cede alla tentazione di sfogliare il libro al punto di mettersi a leggerlo. Lo fa sedendosi su una panchina, occupata da un sacco a pelo che la indica domicilio notturno di un homeless. E su quel giaciglio Aquila Lupo s'accascia, assumendo la posa di un tossico in viaggio. La sostanza da lui assunta è la memoria di una giovane olandese che ha perso la vita e trovato l'eternità in un campo di sterminio, dove incontrò il suo destino e, forza del destino... osiamo?... oso... sì, osiamo... la coetanea viennese, destinataria iniziale del dono di un pittore mancato. Qualcuno... no, non sapremo mai chi... né quando... o perché... qualcuno ha incollato, dopo il frontespizio, sulle pagine del Mein Kampf le pagine del Diario di Anna. E Lupo Aquila, leggendone le parole, ha le guance inumidite di pianto. Quella lacrima sul viso ha spiegato molte cose. Molte. Non tutte.
(10/10/2021)

 
[Fabrizio Caleffi: Scrittore, Commediografo, Attore]


IL LIBRO DI KUAN 

L'aveva trovato sulla panchina del parco, dove si recava spesso a praticare il Tai Chi Chuan. Lesse il titolo. Lo masticò. Aveva osservato con attenzione anche la figura riportata sulla copertina. Si trattava di una ragazzina che, nei lineamenti del volto, svelava la purezza della sua età. Rimise il libro al suo posto. Kuan era arrivato da poco tempo in Italia e non ne comprendeva ancora la lingua. Giorni dopo, ritornato al parco per i suoi esercizi Tai, non lontano dalla panchina, si accorse che, in una pozzanghera, tra le foglie imbevute, c'era anche un libro. Si avvicinò. Lo riconobbe. Lo raccolse. Rimasticò il titolo. Strati di copertina, tamburellati dalla pioggia delle notti precedenti, si erano staccati. Del volto della giovinetta, in gran parte cancellato, restavano residui sparsi nel bianco. Non lo aprì. Lo espose in un punto dove arrivavano i raggi del sole. Restò a lungo a guardarlo. Decise di portarlo a casa. Intervenne con dei fogli assorbenti e lasciò che si asciugasse.
Sul tavolo poteva osservarlo meglio. La pioggia aveva cancellato alcune lettere del titolo, il nome dell'autrice, invece, era rimasto inalterato. Kuan, ogni giorno, osservava i livelli di asciugatura. Quando, finalmente, aprì il libro, si accorse che alcune pagine erano incollate. Con molta prudenza, riuscì a staccarle, salvandone, in parte, il contenuto. In parecchie di esse la scrittura era stata assorbita dall'acqua, in altre, restavano frammenti o lettere dell'alfabeto, sparse o consumate. Poche pagine, fedeli alla grafica originaria, risultavano leggibili. Quel libro, per Kuan, era diventato emblema di tutti i libri. Gli venne in mente Fahrenheit 451, e, come i personaggi del romanzo, anche lui cominciò a memorizzare alcuni frammenti. Non conoscendo la lingua, gli sembrava di entrare in punta di piedi in quell'oggetto, che si imponeva desertificando ogni logica. Ridisegnò le lettere mancanti del titolo, inserendole al loro posto. Compiaciuto dell'effetto visivo ottenuto, fece dei ritocchi anche sull'immagine di copertina. Sulle pagine bianche sovrappose lettere dell'alfabeto italiano insieme ad altre della sua lingua d'origine. Kuan ripeteva a voce alta cercando di cogliere il suono di ogni fonema, di ogni sillaba. Pensieri mormorati, come una preghiera, gli svelavano i segreti della nuova lingua. Tacque. Un mattino vide una parola vivere.

[Angela Passarello: Poeta]

* 

IO SONO HEMINGWAY



Buongiorno, mi presento: sono Ernest Hemingway. Lo scrittore. Un po' sgualcito, incipriato, ma sempre il vecchio Ernest: l'originale, ve l'assicuro. Come dice, signora? No, non ho i peli sul petto. Quello con l'Amazzonia sul petto era il mio avatar. Volete sapere perché avevo un avatar? Perché ero un fuggitivo. Sì, fuggo da quando sono nato. Ma ora sono stanco. Questo non vi interessa? Come? Volete un gossip letterario, qualcosa di inedito sul mio lavoro? Volete sapere come ho scritto i miei quarantanove racconti? Quei racconti li aveva scritti il mio primo avatar. Storie americane. Io non sono americano. Quel mio avatar era un tipo ambizioso. Si era messo in testa di fare lo scrittore per diventare famoso. Me li fece leggere. Per avere un mio parere. Ero stato allievo di Tolstoj e potevo dargli un parere onesto. Li lessi e pensai che fossero spazzatura. Proprio così. Ma chissà?! Forse mi sbagliavo. Era l'unica copia. All'epoca non esistevano i file riproducibili con un click e non c'erano altre copie di quei racconti in circolazione. Non ricordo nemmeno se fossero quarantanove o qualcuno in meno. Non importa quanti fossero. Li buttai. Avete capito bene. Letteralmente li buttai nell'immondizia. O in un fiume? No, non mi ricordo dove li buttai. Ma non ci sono più. Puff! Spariti. Ogni tanto me ne pento e vorrei rileggerli. Qualche volta fantastico che non fossero poi così male, ma che fossi io il retrogrado, quello che non li aveva capiti. Sogno che fossero troppo moderni per poterli apprezzare. Ma la verità è che non lo so. Non lo so più. È passato un secolo. Non mi ricordo più niente e non posso dirvi se ho buttato un capolavoro nell'immondizia o se fosse spazzatura. Come dite? Volete sapere che cosa è successo dopo? Poi dissi al mio avatar che li avevo persi. Proprio così. Li avevo messi in una valigia e li avevo persi in una stazione. Qualcuno mi aveva rubato la valigia. Non potete nemmeno immaginare la disperazione di quel ragazzo. Per rimediare mi offrii di riscriverli da capo perché mi ricordavo la trama di tutti i racconti. E quel che non ricordavo, lo inventavo. Forse ne aggiunsi qualcuno mio, originale, ispirato alle sue storie americane. Li riscrissi tutti da capo a modo mio: quarantanove racconti. Non fu un editing o una revisione. Fu la scrittura da zero di quei racconti sui ricordi di un giovanotto americano. Allora pensavo che fosse tutta farina del mio sacco. Mi ero ispirato solo alle sue storie, ma i racconti li avevo scritti io da cima a fondo. Oggi ammetto che senza i ricordi americani di quel ragazzo di nome Ernest Hemingway, forse quei racconti non sarebbero stati gli stessi. Io che cosa potevo raccontare ai miei lettori? La mia fuga precipitosa dal vecchio mondo. Non ero americano. Ero un fuggitivo e non potevo raccontare la mia vita a nessuno. Così prendevo in prestito le vite degli altri. L'editore accettò subito i nostri racconti. Ebbero un grande successo popolare. Fu così che dissi ad Ernest Hemingway: “Ora sei uno scrittore di successo. Adesso puoi scrivere tutto quello che vuoi ed il pubblico lo leggerà”. Ma lui non la pensava così. Era felice del successo e basta. Perché rovinarlo e sprecarlo con i suoi libri? Forse era stata una fortuna aver perso il suo manoscritto. Non gli interessava più scrivere. Con la scrittura aveva chiuso. Per sempre. O quasi. Come giornalista forse avrebbe potuto scrivere ancora qualcosa, ma non più come scrittore. Ora gli interessava solo essere quello scrittore di successo che si era immaginato. Fu così che decidemmo che io avrei continuato a scrivere, mentre lui se ne sarebbe andato in giro per il mondo a raccogliere il mio successo. I diritti restavano a me: la signora Hemingway. Ma senza il signor Ernest Hemingway quel successo non sarebbe stato lo stesso. Già! Proprio così. Allora ero giovane e ritenevo che tutto quel successo fosse unicamente dovuto a me, ai miei scritti. Ma oggi ho passato il secolo e penso che dopotutto metà di quel successo fosse dovuto a lui: Ernest Hemingway. A quel suo modo di essere scrittore nel mondo. Cosa? Volete sapere se ho scritto io “Il Vecchio e il mare”? Certo che l'ho scritto io. Ero in gita in barca con un paio di miei amici rivoluzionari. Me ne stavo lì seduto e pescavo. Ad un tratto un grosso Merlin ha abboccato all'amo. Tirò per ore. Finché alla fine lo liberammo. Quando ci raggiunse la notizia del Nobel, dissi no. Questa volta non sarebbe andato il mio avatar a ritirarlo. Se non potevo ritirarlo io, allora non sarebbe andato nessuno. Scrissi un bel discorso pieno di grandi ideali e glielo feci leggere davanti a me. Lui mentre lo leggeva era rassegnato. Immagino che gli sarebbe piaciuto molto ritirare quel premio. Ho perso la memoria delle cose passate, ma a sprazzi mi tornano ancora in mente quei giorni. Volete sapere come sono finito qui? Non lo so più. Anzi. Lo so bene, ma è una storia troppo fantasy per essere raccontata da me. Non è adatta al mio piglio asciutto. La verità è che sono solo. Sì. Solo in un mondo che non è il mio. Il mio avatar non c'è più da tanto tempo. E con lui sono morto anch'io come scrittore. Ho provato a rimettere insieme degli appunti e a far uscire qualcosa di postumo. Ma alla fine ho smesso. Certo. Non ero solo Hemingway. Ero anche altri scrittori. Quelli hanno continuato a vivere per un po'. Ma poi con Lady D è finito il Novecento. Ho passato il secolo da un pezzo e ho visto il nuovo millennio. E ora conto i miei anni al contrario come i gamberi. Sono sempre stato un tipo curioso. Cerco di essere moderno e curioso a modo mio, per quel che posso. Quando qualcuno mi parla della Prima guerra mondiale, posso dire: io c'ero. Se mi parlano della seconda, io c'ero. La rivoluzione a Cuba me la ricordo. In Vietnam ero sopravvissuto al mio avatar e anche lì c'ero. Il mio secolo è stato tutto il Novecento, se volete saperlo. Ed ora siamo qui. Ogni tanto riconosco qualche vecchio amico, vecchio forse quanto me. La cosa mi fa piacere. Mi fa sentire meno solo. Ma siete venuti tutti qui per una ragione. Anzi: vi siete tutti connessi oggi per una ragione ed io con i miei discorsi perdo la ragione. Sono qui per presentarvi il mio nuovo libro. Volete sapere il titolo? Vi accontento subito: Oltre il tempo. Come me. Per chi si fosse connesso solo ora a questa video presentazione, io sono Hemingway e questo è il mio ultimo romanzo: Oltre il tempo

    
[Kyara van Ellinkhuizen: drammaturgo e cineasta]


A FIUTO

 
Quando ormai in agonia tale vecchiardo (il tempo quanto moribondo) a esauste forze su impiantito riverso certo se rovinò le piastrelle per ceramica in veste unica tinta chissà sbiadito giallo (il simile appassita gerbera fin dentro abito suo sì a croma morto volto malato genitore perché malefico morbo) ché non ebbe sostegno dove solo la cucina l’uomo su umido panno tralasciato malandato straccio in abuso mattutino lavoro pulitore (il labride che accudisce a pulizia pesci altri e maggiori) finalmente defesso / e tuttora ansimante il capo duramente e battuto come aguzza pietra a mortifero spigolo lungamente disteso vaso scarlatta pianta cadavere l’aspetto accanto se in angolo la spalancata porta grande osservò una volta in più (lo stato quasi il dormiveglia questo infinito tempo presente) ebbene lustra teoria d’avorio i birilli perfettamente giustapposti (la linea minima schiera i giocatori pronti all’agone) la domestica gara perché generazioni per ludico certame (a parole padre solenne e guerriero) una volta in più il vecchiardo osservò se dormiveglia a sentimento (mancino occhio davvero chiuso al mondo destro occhio davvero al mondo smarrito) lo sgomento probabilmente (accade ché la caduta turba invero persino frutto in terra alfine sciupato) così l’agonia in animo in corpo l’agonia (certo l’affievolimento visibile marasma in decadente lucignolo sfibrato volto all’oscurità) questo uomo sì morente stremato a vita a vita spossato nondimeno fece l’atto (il sovrumano sforzo ultimo) lento afferrare l’antico libro a giallastre pagine malandato in forma e parvenza a lui appena accanto l’idea primeva ancora in mente ebbene (il ritorno l’infantile evo) irresistibile desiderio l’annusamento quindi difatti naturalmente (qui sovrumano bisogno) a vista insanguinata bocca labbra vermiglie a visione tutta serrata l’intento (per l’appunto) in forte aspirazione il naso tramite l’odore il ventre il prezioso cartaceo bene materia adesso profumo al morente uomo la testa offesa poggia sottile mantello rappreso sangue ora il nero quando il buio la notte le intemperie a ricordo allora ancora adolescente (il magnifico ozio la stagione a sole a mare in abitudine dispetti e pensieri altisonanti esibizioni e nascondimenti) usò sì carezzevole l’atto mettere naso in libro gli studi nuovi a suo esclusivo possesso poi quotidiano inebriamento prima certo delibare parola e parole (la gioia il gustare poesia il vino schietto) verosimilmente il piacere l’artista l’alta qualità in lavoro il cesello scalpello a dire a dura pietra figura finalmente fatta. Il vecchiardo tornò a mente gli attimi (a sapere a breve il decesso) l’emozione nuovamente l’annusare quando puranche in difetto d’aria (succede indubitabilmente il minatore il luogo l’operaio in asfissia il panico se invade ineluttabile inviso eppur immancabilmente presuntuoso) pensò destino eguale fuor d’acqua la quale tracina sé batte numerose volte coda testa ventre vivido a mostra ( la meta ritorno a casa ) su scabro in quel mentre superiore ponte lungo l’imbarcazione veloce certa enorme pesca a festa (quel prossimo convivio artigiani e cortigiani) così l’occhio spento e mancino l’occhio destro estremamente affaticato (il dormiveglia il pensiero) provò effimero sguardo il malandato libro ben serrato mani per ultimo atto (la forza inattesa il moribondo a dire la sua nell’essenziale) perché tuttora l’annusamento l’estasi tuttora il passeggero sovvenimento l’immagine i birilli la oblunga forma panciuti (quale il soddisfatto locandiere a fine pasto fiero la sua cucina a sé lauta cena prima il profondo sonno a rimedio massacrante opera esaudire desideri e bisogni viandanti e nobili il brevissimo soggiorno suo ostello) grassi a base a cima magri il sovvenimento passeggero certo se rovinò le piastrelle per ceramica in veste unica tinta chissà sbiadito giallo (il simile gerbera appassita fin dentro abito suo sì a croma morto volto malato genitore perché malefico morbo) ebbene in apparenza instancabile vecchiardo (l’agone la vita tuttavia la morte comunque) fece segno a sé l’annusare lo sgualcito libro in animo profumo inebriante sebbene in vestito il poco malandato odore volatile patina in indole muffa (propriamente l’immagine il micelio per vissuto saprofito  appena evanescente patina il soffice il velluto) perché infine il vecchiardo il respiro sfinito ancora spasmi d’infanzia (d’esofago l’allor timore soffocamento l’incubo seppellimento vivo in bara lignea chiusa a sempre) in preda dunque convulsioni questi il busto contorcimenti (dolorosissimo calpestamento quando involuto natrice dal collare a sapere aglifo al morso inoffensivo a corta sosta il suolo bagnato il dopo magniloquente temporale) tremebonde braccia il maldestro fare naufrago il quale annaspa senza remore la cerca d’appiglio chissà sperso pezzo il legno sicuramente galleggiante per cui a fine la vista l’udito a fine le dita in sensibilità defunta defunto gusto la serrata bocca d’acciaio il parere blocco a monolito ebbene il capo su aperto libro a grinze il volto a pieghe la carta elegantemente poggio (l’amante su seno su petto l’amante) a lato mancino tuttora in animo quel corpo il naso fermo a sembianza la sospensione il respiro come il volere a sempre quello trattenere senza remore.
 
[Cesare Vergati: Scrittore Poeta]

*

La poesia

Inverno
 
Salotto Bisutti
Solstizio d'inverno e letterati
(Zanini è il secondo a sinistra
seduto vicino a Marina Corona)
                                                                                                                                            
Bordi non ha, il pallore terso dell’alba,
un cristallo esangue è il sole mattutino
bianca luce d’affievolite risonanze.

Verso svaporate linee d’orizzonte
arduo è percorre le innevate strade.
Attenti alle incrinature nel silenzio,
si seguono orme appena impresse
e quasi allo sguardo impercettibili,
passo dopo passo. Scricchiolando,
lievi alle spalle, svaniscon subitanee.

Il bianco non permette nascondigli,
minime suture d’ombra non concede
né assottigliata piega d’orizzonte, 
alle esangui palpebre socchiuse,

oh, infinite son le gradazioni
dal bianco al bianco, e così ci si avventura,
senza lasciar tracce, senza ricordare
l’ansia indicibile nell’attraversamento.
[Claudio Zanini]

***
  Omaggio al Racconto



In occasione di Bookcity Cesare Vergati ha curato un’interessante incontro sul racconto alla Biblioteca Vigentina di Milano, invitando una serie di autori. Siamo lieti di offrili in lettura ai nostri lettori.  

Tiziano Rossi
Vecchiaia



I suoi congegni corporei sono da tempo in avaria, ma il vecchio e solitario signor Stovvi convive cordialmente con i tanti acciacchi che lo affliggono, li chiama per nome come fossero dei cuccioli e addirittura gli parla: a uno dice “Vieni qua”, a un altro intima “Non fare i capricci!”, a un altro ancora domanda “Vuoi la pappa?”. Così si animano i giorni del signor Stovvi, che in qualche modo ha rimesso insieme una famigliola, perché la sua da molti anni non c’è più.

Concerto


Oggi l’orchestra “Ad maiora” ha accettato di tenere un concerto di beneficenza nel cortile di una casa di cura riservata a persone con disturbi psichici. Durante l’esecuzione di un brano di Mozart, dolcissimo e - per così dire - aereo, tutti i pazienti, radunatisi sui balconi o affacciatisi alle finestre, hanno però espresso un forte disappunto con grida ostili o facendo boccacce. Di lì a poco si è levato all’improvviso - come talvolta capita in primavera - un gran vento che ha rovesciato i leggii degli orchestrali e disperso qua e à gli spartiti. Siccome questi sono stati recuperati e sistemati in modo frettoloso e caotico, la strumentazione si è quindi tradotta in un gran pasticcio e la musica ha patito mille stridori e dissonanze, ma i ricoverati hanno gradito moltissimo tale metamorfosi, battendo le mani e incitando a gran voce tutti gli interpreti.


Cesare Vergati
VIANDANTI

Caspar David F.
Viandante su mare di nebbia

Certo il tempo attuale quest’uomo lo sguardo alfine visione osservava - quasi l’indole il contemplatore mistero d’infinito eppure a timore - lassù quaggiù là in alto qua in basso (fanno gli occhi curiosi e pretenziosi il tutto abbracciare un elemento mezzo un cosmo invedibile) a ricordo perfino il pastore l’alloro in capo a declamare canti per musica intesi inintesi per poema esattamente (l’intento teatrale) a fronte pastora il sorriso a pieno compiaciuto ferma la laurea stretta tra mani a breve l’atto l’incoronamento - ed allora quella persona a tempo la vita matura scrutava chissà quale ansia se angoscia a tripudio massima incertezza d’animo lo stato tremulo (se filo d’erba la carezza brezza appena violenta il vento di passo) - scrutava questo individuo comunque a presente preso d’esuberanza nuovamente la vista preziosa materia a visione là in alto qui in basso a settentrione a meridione a oriente a occidente quando d’improvviso  il bibliofilo - l’amore usuale a cosa in sé a riguardo tale collezionista illustrate cartoline il retrobottega gente di famiglia e tante  la forza imponente la timorosa tradizione paura quindi spiacevole a suo reame disormeggio tutta convenzione in questo luogo in àncora un corpo morto - la vista nuovamente preziosa a visione sapeva maggiore rovina (accade così quando il tetto a crollo perché strage d’innocenti) i libri i libri i libri e frana tutta stanza - patria a letture e dormimenti - così pure immancabile guastamento (la disfatta delicato oggetto in sottile fragile porcellana forse in remoto etimo cinese/ fine vitrea critta minima teca se il fervore adepto custodia per tessuto per ossa laddove quest’uomo in uso in perfetta conservazione disseccata lamina animo di pianta crosta per cui succedeva veramente dispersione sicura opere diverse nature narrazioni diverse così modo aveva questa volta alta attenzione - il guerriero a non morire lo scontro d’armi in indole d’acciaio - si avvedeva (genio a coscienza colui a scorgere reconditi viaggi lo scorpione in arido luogo il nascondimento) - il bibliofilo questa volta conosceva finalmente ed aperti libri su ventre duro a ruvida veste l’impiantito in impressione gres ceramico finalmente conosceva pagine pagine pagine paole parole parole fogli fogli fogli a più alto dono a mondo alberi nel mentre in inopinato impulso e brevemente volgeva umidi occhi in verità (l’esempio porta finestra abbondante alito l’appannare l’arrivo felice d’amante deluso inconsapevole ovviamente a suo saluto il silenzio d’abbraccio l’amante) in alto i quanti vuoti la biblioteca scaffali vani il senso ripiani lignei (il vivido eburneo aspetto in meridiana luce d’oggi). A ripresa il coraggio tale meschino naufrago tuttora e in profondo stordimento nondimeno - a pensiero istinto benevolo la sopravvivenza - fermava sguardo su aperti distesi libri la caduta maltrattati per capo e coda sfiancati in tonfo - sgradevole e fracasso i duellanti a spade spuntate il grottesco usticano combattimento se in ultimo a ripresa il coraggio il bibliofilo aveva in mente infelici opere se dappresso vedere - la passione il corpo ardente in amplesso l’ardente corpo - ammirare le parole e disgustare al medesimo tempo oramai compreso di solo quell’atto a meta sapere e sapere i giorni i mesi a sapere l’ammirare gli uni libri il disgustare gli altri la pazienza l’immagine a pensiero quali allora riporre lassù quaggiù a mancino lato a lato destro in accompagnamento pulizia lo spesso pulviscolo su cencioso panno - la stantia carne il cadavere obliato in segreta la isolata cella il detenuto sua manifesta trasgressione l’impero di despota per apparenza invincibile - rancido pane certamente inedibile adesso consapevole la disgrazia - sventura a cose di valore - la tutta cura (la scoperta malattia) le mani sicure (il fascino l’entomologo a pensare gli insetti loro ita ed abitudini secondo ) credeva nuova epoca - il tutto tempo necessario - libri a riporre in attuali vane scansie l’intento compagni il viaggio prossimo e lungo nel mentre che consapevole cercava febbrilmente in angolo la camera appena a curva d’entrata il fianco sinistro lo spazio minimo qual vecchio mobile in unico cassetto in unico contenuto certo desueta cartolina unica tinta a bianco oppresso oramai smorta al colore sbiadito vecchio cartoncino a ritratto vecchiardo in canuta indole moribondo l’avido suo volto coperto i minuzzoli (se cadono il rotto alimento di tutti da megera in volontà il male i miserabili della terra) una volta intero fresco pane ben cotto questa volta raffermo per sempre così la maniera solenne a sovrano in animo d’accettare solo regali in meraviglia e lentamente in delicate dita - quelle a sfogliare corpo a materia pensiero a poesia materia a corpo - i giorni i mesi i tempi il valore secoli - (a disdire naturalmente vetusta malmenata cartolina defunta sensibilità) quando a passo l’intenditore più bella pietra più magnifico albero più sublime animale più alto mondo così in liberazione da contratto precedente stirpe osava il libro amato mettere in serbo in primo scaffale amati libri i tre orizzontali ripiani come guerrieri a vinta battaglia il privilegio la leggenda in onore di luogo eletto così in proposito le illette opere il riporre scaffale secondo a pensiero quando giusto aver in compagnia le lunghe passeggiate il viale per eccelsi platani quale conversazione compagnons de route certamente a pelle qualche poco feriti libri la grande rovina a suolo e tuttavia a sapere il superfluo da essenziale il mito da ciarla il gusto da disgusto il piacere da dispiacere l’intenso da risibile.



Tomaso Kemeny
“Il mio Libro”



La mano invisibile di scrittori e poeti mi torna in sogno.
Gertrude Stein aveva definito la generazione di Joyce, Pound, Hemingway, Fitzgerald “une génération perdue”. A proposito di smarrimenti, Ernest Hemingway in “Moveable Feats” attesta come la sua prima moglie, Hadley, avesse perduto una valigia alla Gare de Lyon, a Parigi, valigia in cui c’era il manoscritto di un libro, che doveva portare a Ernest in Svizzera, a Losanna.
Mallarmé, in un verso mirabile, sospira “La carne è triste e ho letto tutti i libri”. Paradossalmente l’immenso poeta doveva morire prima di poterci lasciare “Il Libro”, che come un moderno giornale, doveva includere tutto il mondo.
Come il mio amatissimo Torquato Tasso che nell’invocare la Musa la invita a spirare “... nel petto mio celesti ardori...”, così io invocai mia madre defunta a cantarmi “... della pianura/ profumata di timo,/ lontana e fragrante/ del latte delle cavalle di fumo/ e di vento...”. Se Hemingway, con l’aiuto della prima moglie, aveva perduto un libro, io, a nove anni, ho perso la mia patria d’origine, dovendo la mia famiglia, di social-democratici, fuggire dalla Ungheria devastata dai furori dei servi di Mosca o, se volete dai comunisti stalinisti.
La mia “Transilvania Liberata-poema epiconirico”, nel titolo, come è ovvio, evoca l’intramontabile capolavoro del Cinquecento italiano, la “Gerusalemme Liberata”. Mio padre, nella Seconda guerra mondiale, cadde nel tentativo di liberare la Transilvania, terra madre di poeti come Ady Endre, di musicisti come Béla Bartòk, terra assegnata alla Romania alla conclusione della prima guerra mondiale.
Nella mia prima infanzia, assimilai il sogno di riconquista della Transilvania,. Ancora ricordo il canto delle truppe in partenza per la riconquista “Dolce Transilvania, da Te veniamo,/ per Te viviamo, per Te moriamo.” Divenuto un poeta italiano nato a Budapest, alla morte di mia Madre, che mi narrava delle leggende e degli eventi transilvani, decisi di scrivere un libro che potesse custodire la mia anima nel volo visionario affollato di dei e di demoni, re ed eroi leggendari, di angeli vendicatori degli atti infami degli invasori.
Nella discesa redentrice negli Inferi, incontro Ezra Pound e Torquato Tasso che vanamente si cercano tra le ombre. L’autore del libro, caduto eroicamente, a conclusione viene accolto tra le braccia della Madre, divenuta, dopo la sua morte, una dea primigenia. Come Goffredo, dopo la liberazione del Santo Sepolcro, “scioglie il voto”, così alla conclusione del mio poemetto mi illudo di avere riconquistato la terra per cui mio padre è caduto.

Penso di avere lasciato nel libro la traccia della tragedia di una famiglia e di un popolo, contraddicendo il verso in cui Cesare Pavese afferma che “Non c’è uomo che giunga a lasciare una traccia...”. E, in accordo con Dino Campana, finché vivrò ti chiamerò Transilvania… “E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.”



Rinaldo Caddeo
NELLA TORRE D’AVORIO


Nella torre d’avorio è ancora buio ma la scrivania, la pagina, la penna, la mano, attendono di ricevere, tra pochi istanti, la prima luce del sole.
Da mesi, forse da anni, non aveva scritto un rigo.
Queste sono le prime parole.
È così immerso nei pensieri che anche la memoria si dilegua nella scia luminosa del loro rapido succedersi.
Eppure è tutto così calmo fuori di lui. Niente e nessuno li disturba: uno che bussa, lo squillo di un telefono, una voce, un eco o un alito di vento.
Tutto è immobile.
In camera c’è l’essenziale: un tavolino con un libro, una sedia, un letto, un catino d’acqua, una finestra.
La sua biblioteca è costituita solo da quel libro. Lui lo sfoglia tutte le mattine, a volte per pochi minuti, a volte per ore. È un libro bianco. Sulla copertina, sul dorso, nelle sue pagine, non c’è scritto niente. La notte, però, quando lui dorme, si riempie di segni oscuri.
C’è una scala a chiocciola, sempre d’avorio, che, inerpicandosi dal centro della stanza, porta in alto.
Dalla terrazza, in cima, si può vedere la pianura illimitata. Di giorno è un luogo silenzioso. La notte, invece, si anima di ululati, risa, lamenti, rulli di tamburo.
In un raggio di sole, entrato adesso nella stanza, rotea la polvere dorata. Si possono distinguere gli atomi leggeri che come cosmonauti volteggiano nel vuoto. Una rete di riflessi, nata nella superficie dell’acqua del catino, palpita dal soffitto. Crea e distrugge tentacoli incandescenti, meduse d’aria. L’ombra delle nubi, che corrono in cielo, si avvinghia ai muri, li ricopre e si ritrae come una legione di rapidi fantasmi nel pavimento.
Le giornate sono sempre uguali e se piove o nevica o tira vento, tira vento, nevica o piove con indifferenza.
Insomma, non capita niente, né di buono né di cattivo, non arriva nessuna notizia né brutta né bella.
Uccelli migratori passano, volano alti, come le nuvole.
Uno, una volta, s’è posato su di merlo della terrazza, esausto. Lui l’ha soccorso. L’uccello dalle grandi ali, si è fatto nutrire e curare. Poi, ristabilito, è volato via.
La notte porta battaglie, ingorghi, confusione, ma l’alba li spazza via.
Non sente la mancanza di niente. Il filo che lo tiene legato al mondo è tutta la vita che la natura di questi luoghi concede.
Come è arrivato? Quando? Perché? Nemmeno se lo ricorda. Si ricorda soltanto che nella vita precedente a lui piaceva leggere e scrivere.
Stanotte, per la prima volta, è successa una cosa singolare: una folata ha strappato una pagina del libro o la mano di qualcuno ha infilato un foglio da sotto la porta.
Adesso quel foglio è adagiato alla sua scrivania.
Che cosa c’è scritto, se c’è scritto qualcosa?
Lui è pensieroso. Ha preso la penna. Vuole scrivere, forse, vuole rispondere.


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