UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 23 giugno 2024

SCAFFALI
di Angelo Gaccione


Alida Airaghi

Elegie del risveglio il libro più amato da Alida Airaghi
 
Nella dedica apposta sulla prima pagina della sua raccolta poetica Elegie del risveglio (Nulla Die Edizioni, pagine 88 € 12,00) Alida Airaghi ha scritto: “A Angelo Gaccione, il libro di poesia che amo di più”. È una confessione piuttosto rara tra i poeti, ma chi prenderà in mano il volumetto si renderà immediatamente conto che è stata fatta a ragion veduta. Elegie del risveglio è, a mio parere, il libro più ricco, profondo e importante della poetessa veronese. Aerea leggerezza nel modo di impastare i versi, compenetrazione con gli oggetti e la materia con cui entra in contatto, acutezza di sguardo, profondità sapienziale, capacità di commuoverci con poche e decise pennellate, ragione e sentimento in dialogo perfetto. È costituito da dieci sezioni questo libro: Risvegli, Amanti, Figli, Vegetali, Animali, Cose, Eroi, Artisti, Geni, Innocenti. Diamone subito conto al lettore con questa citazione tratta dalla prima sezione, Risvegli, in cui il giorno si annuncia attraverso i vetri riparati dalle tende, il giorno con la sua luce come una vita nuova, un dono gratuito: “Va bene, preparati che usciamo, / luce del giorno. Usciamo insieme, / - se mi dai la mano; miracolo di gioia, / risveglio e guarigione.” O il testo che chiude la sezione Amanti: “Così povere, sempre, le parole: / inadeguate a esprimere, incapaci / anche solo di rispecchiare il fiato. / Eppure, a loro chiedono soccorso / gli occhi le mani degli amanti / per dire e dire (non sanno bene cosa, / dire; come) / Preziose illuminate le vorrebbero i due, / e nuove, coraggiose: invece sulle labbra/ intimidite si bloccano, balbettano; / oppure torrenziali straripano, / torbide inutili. Tacete, allora, / innamorati sciocchi. Preferite il silenzio, arrendetevi zitti. / Vedete come stanno muti / i fiori, le nuvole, la neve.”


Daria e Silvia figlie della poetessa

I testi poetici di queste dieci sezioni sono una vera gioia per lo spirito e ci obbligano a soffermarci su quanto non abbiamo mai degnato di attenzione: dalla sedia al tavolo della cucina; dalle chiavi di casa a una semplice finestra aperta sul mondo e che dal mondo ci ripara. “La sedia (ad esempio) ci sopporta, materna accoglie / la nostra stanchezza, non si lamenta del peso/ impassibile sorretto”, e la finestra “Ci difende, / ci ripara dal troppo dell’esterno, dalle incaute sofferenze…”. E i libri? Sembrano soldatini allineati “Stretti vicini, si sostengono / sugli scaffali…”. Se in Artisti i danzatori sono “Angelici stellari, / capaci di pesare senza peso”, se in Animali la civetta è “portinaia del bosco”, se in Vegetali gli alberi sono “più essenziali di noi, più importanti / e “Chiedono di continuare ad esistere, / fermi nelle radici, fieri dei rami, / dei germogli di foglie, / del vento che li sfiora e li squassa”, in Figli il ventre materno si fa stagno, lago, mare da cui scaturisce la vita: “O vita in conchiglia, / granello di sabbia nel molle fondale, / o notte cavernosa che lenta ti fai perla; / e come luminosa come consapevole di forza, / di vittoria sul buio sul non essere diventi. / Presenza, una madre ti conosce, / ti attende in timore in fierezza”. Se amate la poesia procuratevi questo prezioso libretto prima che potete, non vi deluderà.


 


Alida Airaghi
Elegie del risveglio
Nulla Die Edizioni 2022
Pagine 88 € 12,00

REFERENDUM SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA



Subito la raccolta firme.
 
L'Associazione "Il Rosso non è il Nero" di Savona lancia un appello perché si dia immediatamente corso alla raccolta di firme per l'abolizione della legge sull'autonomia differenziata appena approvata dal Parlamento. Il soggetto associativo "La Via Maestra" raccolto dalla CGIL aggregando diversi settori dell'impegno sociale, culturale e politico può essere considerato il punto di riferimento per questa fondamentale iniziativa politica anche dal punto di vista organizzativo. Appare comunque necessario l'impegno in prima persona delle forze politiche dell'opposizione. La nostra Associazione non intende sfuggire alla necessaria analisi critica circa le scelte compiute sul delicato terreno del rapporto Stato-Regioni-Autonomie Locali in tema di autonomia, di potestà legislativa, di disponibilità finanziarie così come questo si è evoluto negli ultimi decenni. Purtuttavia l'urgenza del momento, anche in considerazione del quadro politico complessivo e dell'incombenza di altre scelte drammaticamente negative sul piano costituzionale (vedi premierato) ci induce a richiedere con forza un'accelerazione dei tempi. Il pieno successo della raccolta di firme rappresenterà, ancor più che in passato, un fattore fondamentale all'interno di un dibattito che si annuncia come molto complesso e richiederà il massimo possibile di mobilitazione.
 
Per l’ASSOCIAZIONE "IL ROSSO NON È IL NERO" Savona
Franco Astengo

A ROMA AL TEATRO FLAVIO   




sabato 22 giugno 2024

COMUNICATO STAMPA
A teatro con amore di Gaccione




La Casa Editrice Effigi Edizioni di Arcidosso (Grosseto) è lieta di annunciare l’uscita del nuovo libro di Angelo Gaccione dal titolo: A teatro con amore. Milano e i suoi teatri (1982-2018) pagine 288 euro 19.  
 
A teatro con amore. Milano e i suoi teatri (1982-2018) è più cose insieme: una scorribanda all’interno della scena teatrale italiana, - i suoi luoghi, i suoi protagonisti - ma anche un viaggio nella cultura, quella del passato e quella della contemporaneità, nelle sue varie forme e nelle sue istanze, attraverso i testi di commediografi e drammaturghi fra i più celebrati. Una ricognizione dentro i miti, le trasformazioni politiche, psicologiche e di costume di un pezzo di vita italiana ed internazionale, in compagnia di vecchi mattatori e giovani promesse della scena.
 
 
Sono andato a teatro con lo sguardo dell’innamorato,
non con quello spietato del giustiziere.
Conservando, fin dove è stato possibile, una rigorosa,
affettuosa, intelligenza critica”.
                                                                               Angelo Gaccione
 
 


Il libro si può acquistare sul nostro sito 
https://www.cpadver-effigi.com/blog/a-teatro-con-amore-angelo-gaccione/
 
Scrivendo una email alla Casa Editrice
cpadver@mac.com
 
Su Amazon


e telefonando al numero:
0564 - 967139
 
Scrivendo a:
Effigi Edizioni
Via Roma, 14
58031 Arcidosso (Grosseto)

Disponibile in libreria dal 6 settembre dove si può già prenotare.
   
 

PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada


 
La sorte (cap. V)

Continuando le considerazioni sulle parole contenenti la lettera teta, occorre dire che i latini, oltre ad usare tantissime radici greche, trasformarono queste radici in calchi per elaborare altre parole. In altri termini, furono molto versatili nel coniare parole. Fra queste radici/calchi, mi voglio soffermare su ορθ, che, in greco, dette luogo a ρθός: retto (poi: in forma corretta), diritto, in linea retta. Ad litteram, ορθ si traduce: cresce lo scorrere dell’ho; se preceduta da ε diventa ουρθ: è ciò che consegue dall’ho lo scorrere il crescere; se preceduta da α diventa ωρθ: è ciò che genera lo scorrere dell’ho il crescere.
I latini nella costruzione di alcuni verbi furono veramente sorprendenti, ad esempio, nel formulare torqueo, torsi, tortum, torquere, da scrivere alla greca: τωρχουεω, τωρθι, τωρθουμ, che rappresenta il girarsi del flusso gravidico, dopo essersi legato alla madre, per, poi, avvoltolarsi per la crescita, che, sicuramente, vuole anche rendere la torsione/contorsione del filo di lana per rendere consistente il filo stesso, il pendere da un lato della soma, i tormenti della partoriente, al supino e al perfetto si avvalsero di ωρθ. Il pastore latino coniò l’aggettivo tortus: avviene il torto/il contorto/l’attorcigliato che indica com’è la legatura del filo che cresce. Dal supino tortum fu dedotto il deverbale: tortus tortus: avvolgimento, torcimento, spira. Molto probabilmente il torto degli italici, nel senso di avere torto, rimanda ad una verità del processo di formazione: il crescere è sempre frutto di un mancare, non di un legare.  Da qui, in dialetto e in italiano: gai turt’ (hai torto)! si sturt’ (sei storto)! C’è da aggiungere che torto (come contorto, come tortuoso) degli italici può considerarsi una sorta di contrario di ρθός: retto, in linea retta.



Da ουρθ gli italici dedussero: urto e urtare.
S-ωρς (genera il legare madre-figlio lo scorrere dell’ho il crescere) sωρθis (l’andare a mancare). In modo ironico il pastore latino definisce la condizione di vita (la vita) della creatura in grembo: dopo che è cresciuto il flusso gravidico, la madre lega a sé il figlio, che va a mancare.
Gran bella sorte quella del bambino in grembo! Per crescere dev’essere legato e, mentre lega, manca! In dialetto si dice: ch’ bella sciort’ che tengh’! Anche i greci avevano indicato sorte/ventura/caso con τύχη (tende il passare della creatura quando resta legata): durante il preparto, tutto dipende dal legare, che è la stretta finale. Da τύχη fu dedotto il verbo toccare, nel senso di ciò che mi spetta, perché stabilito dalla sorte.
Con questo/questi tassello/tasselli elaborarono f-ωρς, ablativo f-ωρθe: caso, avventura, per caso (forte), fωρθuna: in chi nasce, dopo essere cresciuto in grembo, si riscontra la fortuna, che si evidenzia con le difficoltà del parto; quindi, dedussero: fωρσan (forse: non è mica detto che, da dentro, l’ho lo scorrere il crescere si generi il nascere!), fωρθis fortis, che è la creatura che, cresciuta, vince la battaglia del travaglio.
Inoltre, dalla radice ορ di ορνυμι dedussero orior e, al perfetto, utilizzando ωρθ, formularono ortus sum, poi, da m-orior dedussero m-ωρς mortis (genera il rimanere lo scorrere del crescere l’andare a mancare).
P-ωρθa, la porta consegue alla creatura, che, cresciuta, deve uscire (anche i greci avevano usato la stessa immagine con θύρα), mentre p-ωρθ-us: il porto è metafora del grembo: dal flusso gravidico inizia la partenza della creatura su una barca. Portare è, per eccellenza, metafora del grembo; infatti, è della gestante caricarsi di ciò che cresce. Da porta fu dedotto portico, da quel portare, che cresce divenendo, scaturisce il portento. Da port fu elaborata portio portionis: da tutto (il grembo) si evince la porzione, da cui, poi, proporzione, che è la porzione in rapporto a: è tutto proporzionato! Voglio precisare che anche insula così come νσος sono metafore del grembo. L’isola contestualizza la fase iniziale della formazione della creatura, quando il nucleo ((che rappresenta la crescita iniziale)) è circondato dal liquido!



Da portare e dai dedotti, quanti concetti furono rielaborati! Questo fu possibile perché il grembo è una realtà viva, che diviene. I latini diedero a importare il significato di portare dentro, che è non solo ciò che porto dentro, ma quel portare è il frutto di un’intromissione. M’importa è più del mea interest. M’importa indica un coinvolgimento affettivo, m’interessa indica l’attenzione per avere un profitto, non tanto per affetto. In italiano, poi, si deduce importante, in quanto si tratta di un essere che, in quanto mamma, amo, desidero, cui sono tutta dedita. Quel portare mi permette di non considerare i dolori e i patimenti: tutto sopporto, mentre in dialetto si dice, in negativo: on lu cumpurt’ (non lo sopporto). In funzione di quel portare mi comporto, c’è un comportamento in relazione a quell’essere che porto. Quale rapporto stretto, unico, intimo c’è tra la madre e quella creatura! Poi, quel grembo porta fuori una merce, per cui esporta. Quindi, il grembo diventa un contenitore e si conia sporta ecc. ecc.
C’è un altro calco, talvolta anche radice, presumibilmente l’aoristo 2 ηλθ-ον (dal generare lo sciogliere il crescere) di ερχ0μαι, che compare in diversi verbi, modificato, talvolta, dai latini nella forma ουλθ, anche assibilato in ουλς, per la crasi di omicron e η, su cui voglio soffermarmi. Il significato standard della nuova perifrasi dovrebbe essere: dall’ho lo sciogliere il crescere, che, però, acquisisce, di volta in volta, nuovi significati. Questo fa pensare che i latini non solo possedessero perfettamente il codice greco, le radici greche, ma che interpretassero i simboli fonici secondo logiche un po’ particolari, molto diverse da quelle dei greci. Sono portato a congetturare che ci fossero delle persone preposte (studiosi) alla formazione dei paradigmi verbali, soprattutto di quelli irregolari. Da ηλθ, gli italici formularono: elsa, i latini ex-c-ελσ-us, praecelsus



Dalla radice πηλ (fa dal generare lo sciogliere), che era servita ai greci per formulare l’aoristo (έπηλα) di πάλλω (agito, vibro), i latini formularono pello is, pepuli, p-ουλσ-um (ha fatto dall’ho lo sciogliere il crescere dall’ho il rimanere), a cui attribuirono i seguenti significati: batto, percuoto, allontano, scaccio, mentre al participio perfetto p-uls-us fu assegnato il significato: (colui/ciò che ha/è stato) battuto, percosso, allontanato, scacciato, sulla base della seguente perifrasi: ha fatto dall’ho lo sciogliere il crescere l’ho il mancare (in chi è cresciuto mancando/nascendo, è avvenuto che è stato battuto, percosso ecc.). Poi, fu coniato il deverbale pulsus pulsus: urto, spinta, impressione, polso, quindi: pulsare, da pulsato pulsazione, quindi, in italiano, pulsione. Poi, da impello/impulsum: metto in moto spingendo fu dedotto il deverbale impulso, poi: repello/repulsum repulsione. Si evidenzia che il calco oult è presente in diversi verbi: ultus sum (mi sono vendicato) perfetto di ulciscor, mediante la seguente perifrasi: è ciò che si verificato in chi dall’avere avuto lo sciogliere il crescere ha già mancato/generato/vendicato quanto aveva legato (i torti subiti). È presente in adultus di adolesco: cresco. Il pastore latino vede nel processo di formazione dell’essere la crescita e dice che è cresciuta la creatura prossima a nascere. Anzi, l’adulto, come cresciuto, si rinviene nel nato: in chi è mancato/nato, dopo aver legato (preparto) dallo sciogliere il crescere. Poi, da adουλθ (il prefisso ad, qui, si traduce: dal mancare) fu dedotto adουλθ-er/adultera: drudo, amante, anche: falso, quindi: adulterare, anche nel senso di ciò che è stato alterato per crescita (il vino diventa aceto), adulterio



Con lo stesso calco fu ricavato il supino ind-ult-um di indulgeo: sono accondiscendente, sono indulgente. Con indulgeo il pastore latino dice che con la gravida è accondiscendente e che in chi è stato accondiscendente c’è l’indultus: grazia, permesso, concessione.  Da emulgeo/emulsum: smungere, prosciugare, fu dedotta in italiano: emulsione, dal significato tutto nuovo.
Questo calco è servito per formare il participio di colo is, colui, c-ult-um, colere: coltivo, venero, ho il culto. La perifrasi alla greca dovrebbe essere: καολω/κ-ουλθ-um, al presente: dal generare l0 sciogliere dell’ho (come incubazione dopo il disfacimento del seme), al participio passato: in ciò che è avvenuto a seguito dell’incubazione per nascita di quanto cresciuto, c’è ciò che viene coltivato e, quindi, la coltivazione. Da questo verbo sono stati dedotti tanti concetti: col-ono, col-onia, quello di culto, ad indicare la venerazione degli dèi per favorire le coltivazioni, per preservare dalle calamità e dalla morte, ma, soprattutto, gli elementi costitutivi dell’aggettivo: cultus: curato, coltivato, colto (non solo nel senso di ciò che è stato raccolto), adorno, raffinato, educato, per cui in cultura confluisce non solo l’arte del coltivare, ma anche i campi ben coltivati, in latino: culta, e, in modo particolare, il superamento dell’istintività, per acquisire un modo di vivere (cultus cultus) educato e affinato. L’aggettivo cultus s’invera mediante i contrari: silvester (l’uomo della foresta), neglectus (trascurato, trasandato, sciatto), incultus, che indica colui che non ha coltivato, che, quindi, vive allo stato di natura. Colui che è colto sa, perché sa fare, perché ha superato le condizioni di vita dell’uomo di natura, perché coltiva persino il bello.
Nella forma assibilata uls, ricordo solo vello/vulsum: tiro, strappo, svello, che rimanda a βέλος: freccia e, quindi, a: estraggo la freccia, così come ho estratto la creatura alla nascita (vulsus/vulsa), poi: avulso, convulso (ho provocato spasimi) ecc.
Per concludere dalla radice ult fu dedotto l’avverbio/preposizione: ult-ra: oltre; l’andare oltre si evince dalla crescita del grembo, come divenire della creatura in formazione, come incessante divenire della storia dell’uomo.

 

SUONI DIVERSI
di Carmine Chiodo


Francesco Curto
 
L’Antologia di Curto


L’Antologia è ben curata e introdotta da Allegrini e Luigi M. Reale e presenta pure importanti pagine di Annalisa Saccà. L’opera è dedicata al nipote: “a Lorenzo, comunicare con gli Altri è conoscere se stessi”. Attraverso queste poesie Curto ci fa ampiamente conoscere chi è il poeta, come è vissuto e vive il tempo presente, e, ce lo dice con un dettato poetico che nel corso del tempo si è andato sempre più evolvendo verso forme e espressioni poetiche meravigliose, e a tal proposito subito faccio seguire le citazioni dei versi seguenti: “C’è di tutto oggi nei supermercati / puoi comprare la vita e la morte: / quando esci ti porti via il mondo. / Quello che non ti serve è l’abbondanza / tra tutto è la felicità che manca” (p. 34): “Vorrei una volta morto / dentro un bel fuoco esser bruciato / nascosto a vento di Mucone / in un buco della Torre antica”; e quel vento natio eccolo ancora che riappare in questi altri versi composti in mirabile dialetto acrese: “na fressura e pateati fritti a sira prima e ti curcheari / per t’arriggetteari u stomacu e pe ti riposeari d’ossa, / Muzzica lu vientu e Muccunu cumu nu cheanu arraggieatu / E pe un mi feari arrobbeari u suonnu mi stringiu alla cuscinu” / Una padella di patte fritte della sera prima di andare a letto, / per calmare lo stomaco e per riposare le ossa, / Morde il vento del Mucone come un cane idrofobo / E, per non farmi rubare il sonno, mi stringo al cuscino” (p.182). Curto costruisce sapientemente i suoi versi e vi sa depositare, ricorrendo a vari ritmi, metri, atmosfere, immagini, paragoni, similitudini, le sue emozioni, le sue idee, il suo vivere giorno per giorno e lo fa con la massima naturalezza. Perciò la sua poesia si impone sulle altre che gremiscono il nostro parnaso contemporaneo. Curto affida ai suoi ben incisivi e creativi versi i suoi sentimenti, i suoi sdegni, le sue radici, origini e perciò è presente anche il suo caro ed espressivo dialetto di cui, per esempio, si serve per esprimere la passione ardente e infuocata dell’amore: “U fierru va vatttutu quannu è cavudu / ca quannu si difridda un si fatiga / L’amuru tua è cumu na vampeata / Ca mi vruscia lu coru e si stuta sudu / Quannu intra si vrazzi tua iu pu ci muoru”. “Il ferro va lavorato quando è caldo / Perché quando si raffredda non si modella / Il tuo amore è come un grande incendio / Che mi brucia il cuore e si spegne solo/ quando sto tra le tue braccia e volo”. (pp. 184-185) E sempre con la forza incisiva ed espressiva del dialetto viene presentato così il padre: “Patrima era ciuotu e zappaturu, / peacia all’anima sua duvu si trova, / ha jetteatu ‘u sangu ppe’ ssu futuru / senza vidari ‘u meari o ‘na cosa nova”. Mio padre era ignorante e zappatore, / pace all’anima sua dove si trova adesso / ha buttato il sangue per il mio futuro / Senza aver mai visto il mare o una cosa nuova” (pp. 178-179). Di Curto sono state date varie definizioni ma tutte quante - a mio modesto avviso - limitative, anche se colgono poi alcuni aspetti della poesia originalissima di Curto. Secondo me Curto è poeta e basta, colui che sa usare o meglio sa imprimere vari andamenti, forme, contenuti, significati alla sua poesia che rispecchia totalmente la sua vita passata e presente. In sostanza Curto si serve di una chiara e non cervellotica o criptica poesia per darci la testimonianza del suo tempo e la sua presenza nel mondo, per farsi conoscere ed arrivare a tutti, e a chi dovesse leggerlo, dandoci un canto, una poesia che è solo sua e che non ha alcun riscontro nella poesia odierna. Che sia così è ancora confermato da altri versi che trovo nella sua antologia: “Mi hanno rubato con l’inganno / i sogni per svenderli al mercato/ al primo passante del mattino / Ora danzano sulla bocca di tanti / e sono lo zimbello le mie poesie.” (p. 162); Ad occhi chiusi/ scompari dalla scena/ e non sei più nessuno”. Un poeta vibrante, di schiena dritta che dà solo ascolto al suo cuore, non appartenete a nessuna cordata critica o editoriale, Curto è poeta libero e perciò autentico, ben degno di essere letto e meditato, e sono sicuro che piacerà ai giovani in quanto egli nelle sue poesie dice una parola valida per tutti: “Ti lascio Lorenzo un sacco di parole / E una montagna di sogni da realizzare / Ti lascio una terra, l’unica / Stanca di essere sfruttata / Ti lascio però le nuvole e miliardi di stelle/ la compagnia sincera di un albero / E tutte le albe e i tramonti (…) Ti lascio con quel segno di contatto / Che oggi il virus ci ha negato / ci toccheremo ancora con l’abbraccio / E  saranno baci caldi e carezze infinite / A colmare distanze e  a far sbocciare il sorriso / Ti lascio un sacco pesante  di parole / E una vita da costruire con i tuoi sogni / Ti lascio questi versi sfusi impastati / col vento e il lievito della speranza per il futuro” (pp.137-138). Ormai è da vari anni  che leggo i versi-vita di Curto e mi pare di poter dire che il poeta calabrese ma perugino adottivo per motivi di lavoro è uno tra i più dotati e sostanziosi (nel senso che veramente ha qualcosa da dire) rispetto a tanti altri autori e poeti del nostro tempo: Curto non gioca con le parole, le impegna a dire vere emozioni e nel mettere a fuoco tutto quanto l’ardore umano e ideologico di questo poeta che in alcuni versi, che sto per citare, afferma decisamente: “ quanto il mondo finisce / dentro un vicolo cieco/ e la tua vita insulsa / è diventata una discarica/ quando il sogno più bello / è finito al mattino / prendi il tuo bagaglio e parti, / Ho solo sfiorato la vita/ navigando tra marosi,/ Nella bufera ha perso il sogno:/ sarà adagiato tra i fondali cupi, / cancella questa pena / col tuo sorriso e passa / col tuo sereno dentro i miei occhi,/ S’acquieta la bufera/ che ora mi dilania dentro”. (Non vedrà il tramonto questo giorno).



Francesco Curto
Suoni diversi
Antologia a cura di Sandro Allegrini
Introduzione di Luigi M. Reale
Morlacchi Editore, Perugia 2023
Pagine 195 € 15,00.
 

 

 

 

 

 

 

                                                                               

VIDALE SU NERI



Questo breve libro di memorie che l’autore Renzo Vidale dedica a Giampiero Neri nasce dal profondo sentimento di amicizia che legava Vidale al poeta di Erba. Renzo Vidale dice che l’umanità si divide in quattro categorie e che Giampiero appartiene a quella “la cui conoscenza è fonte di ricchezza” perché si trattava di un poeta e di uomo che amava relazionarsi con gli altri in punta di piedi, senza mai lasciar trasparire il desiderio di dominare e sopraffare l’altro, nonostante la grande cultura che aveva lo proiettasse saldamente sul piedistallo del sapere. Nel libro, l’autore sfata la leggenda di Neri poeta solitario. Al contrario ci tiene a dirci che Neri amava stare con gli altri, discutere e confrontarsi con i suoi simili perché il suo approccio alla conoscenza dell’altro non era mai scandito dalla spocchia e dalla superficialità. Un libro prezioso, da divorare in poche ore grazie a una prosa che scorre leggera e limpida dalla fonte al mare.
Cataldo Russo
 
Renzo Vidale
Ricordo di Giampiero Neri
Prometeus editore 2024. € 8

venerdì 21 giugno 2024

L’ADDIO ALLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA 
di Franco Astengo


 
La votazione sull’autonomia differenziata ha rappresentato un ulteriore passo d'addio alla Costituzione Repubblicana, già mutilata in passato per ragioni di mera convenienza tattica da parte delle forze politiche (titolo V, riduzione del numero dei parlamentari). Per una mera casualità questo atto proditorio verso la democrazia è stato compiuto in coincidenza con l'anniversario delle elezioni del 20 giugno 1976, quarantotto anni fa. In quel giorno si sublimava la "Repubblica dei partiti" (cfr. Pietro Scoppola) e di conseguenza quella centralità del parlamento che si sta cercando di affossare definitivamente.
In quel 20 giugno 1976:
Gli aventi diritto al voto iscritti nelle liste elettorali assommavano a 40.426.658 unità (non esisteva ancora la possibilità del voto all'estero).
I partecipanti che si recarono ai seggi furono: 37.755.090 pari al 93,39% (la percentuale dei votanti si manteneva costante al di sopra del 90% a partire dalle elezioni per la prima legislatura il 18 aprile del 1948).
I voti ritenuti validi assommarono a: 36.707.578, con 596.541 schede bianche e 1.047.512 schede nulle.
I due più grandi partiti di massa, la DC e il PCI ottennero rispettivamente 14.209.519 voti lo scudo crociato e 12.614.650 voti i comunisti per un totale di 26.824.169 voti pari al 73,08% sul totale dei voti validi e al 66,35% sul totale degli aventi diritto.
Se alla DC e al PCI aggiungiamo i 3.540.309 voti totalizzati dal PSI (risultato giudicato molto deludente che determinò un vero e proprio cataclisma all'interno del partito con l'avvento di Craxi alla segreteria) registriamo che i 3 grandi partiti di massa disponevano di 30.364. 478 voti pari all'82,71% dei voti validi e al 75,11% del totale degli iscritti.
Per arrivare a quel risultato le due formazioni maggiori si erano trovate in situazioni completamente difformi.
Il PCI aveva conseguito un eccezionale risultato nelle amministrative del 15 giugno 1975, grazie al quale aveva esteso la propria capacità di governo locale in situazioni nelle quali tradizionalmente si era sempre trovato in minoranza.
Un risultato quello del 20 giugno 1976 per il PCI frutto di un'ondata "lunga" di forte pressione sociale per un rinnovamento del Paese che aveva avuto al suo centro le lotte sindacali dell'autunno caldo del 1969, il progredire dell'estensione dei diritti dei lavoratori(fino al punto unico di scala mobile) e di quelli sociali, la grande vittoria nel referendum sul divorzio che aveva segnato il momento fondamentale nella modernizzazione anche culturale del Paese, il procedere di una forma di distensione nella logica dei blocchi a livello internazionale, la sconfitta degli USA in Vietnam, la fine delle dittature fasciste nella penisola iberica, la decolonizzazione in Africa segnata in particolare dalla liberazione dell'Algeria.



Vietnam e Algeria: fatti che avevano fatto segnare, nelle nuove generazioni, una crescita importante di un sentimento internazionalista.
Il PCI era stato in grado, considerato il suo radicamento nelle fabbriche e nei territori, di capitalizzare questo forte movimento progressista senza assumerne l'avanguardia e riuscendo anche a marginalizzare, almeno sul piano elettorale, il complesso dei gruppi formatisi alla sua sinistra che, in quel 20 giugno, avevano formato il cartello elettorale di Democrazia Proletaria arrestatosi ai 555.890 voti pari all'1,5%.
Una situazione che in condizioni estreme avrebbe poi avuto conseguenze non secondarie nella stagione del terrorismo sia al riguardo della "zona grigia" presente nell'intellettualità e nelle fabbriche, sia dal punto di vista della "prima linea" militante (e ancora sugli orientamenti mobilitanti di quello che poi sarebbe stato definito "movimento del '77").
La DC aveva invece attraversato l'inizio degli anni'70 in una fase di declino: aggredita a destra dal MSI (rivolta di Reggio Calabria), assunta una funzione da "legge e ordine" dopo l'attentato di Piazza Fontana, scivolata nel primo governo Andreotti appoggiato dal PLI, verificato l'esaurimento della prima formula di centro sinistra (alle elezioni del 1976 si andò sulla base di un articolo apparso sull'Avanti e firmato dal segretario socialista De Martino nel quale si affermava come il PSI non avrebbe più partecipato a governi senza i comunisti) la DC aveva subito una dura sconfitta nel referendum sul divorzio nel quale si era allineata con la parte cattolica più retriva e con i neo-fascisti. Sostituito Fanfani con Zaccagnini alla segreteria e Moro alla presidenza, nell'occasione delle elezioni del 20 giugno la DC aveva usufruito di importanti appoggi da destra (Montanelli "turatevi il naso e votate DC", la "maggioranza silenziosa" di Degli Occhi e Rossi di Montelera, Comunione e Liberazione che nel 1976 elesse il suo primo deputato Mazzarino De Petro in Liguria) recuperando il tonfo delle amministrative soltanto attraverso il prosciugamento degli alleati centristi e in particolare del PLI, rientrato in parlamento per un soffio (quorum per 400 voti a Torino).
Insomma: per essere precisi nella ricostruzione, alla vigilia del 20 giugno nella DC non appariva delineata quella linea di "terza fase" in seguito attribuita a Moro quasi come marcia d'avvicinamento verso il PCI.
Anzi, al 20 giugno la DC era arrivata con professioni di moderatismo e parole d'ordine anticomuniste.



Il risultato del 20 giugno aveva così segnato quella situazione di "bipartitismo imperfetto" coniata da Giorgio Galli: una DC di centro - destra e un PCI egemone a sinistra, con "l'imperfetto" a significare l'impossibilità di una alternanza. Impossibilità dovuta a un cumulo di ragioni tra le quali non esaustiva quella riferita alla situazione internazionale e alla logica dei blocchi perché presente anche una motivazione di assenza di progetto d'alternativa da parte del PCI. Il PCI era fermo alla logica dell'arco costituzionale espressione diretta della linea del "compromesso storico" elaborato dal segretario Berlinguer nella convinzione dell'impossibilità (e del rischio democratico) di un governo delle sinistre al 51%; linea del resto condivisa anche all'interno del PSI anche se non completamente e contestata all'interno del PCI soltanto da Longo e Terracini e a sinistra dal Pdup-Manifesto.
Si determinò così una situazione di sostanziale immobilismo, con la DC che mantenne un ruolo pivotale pur non disponendo più di una maggioranza centrista. Una DC collocata al centro di un sistema che non avrebbe saputo alla fine produrre altro che un monocolore del partito di maggioranza relativa sostenuto dall'astensione della gran parte del Parlamento (Andreotti ter, alla Camera 258 favorevoli, 44 contrari dei quali 33 fascisti come scrisse il Manifesto, 303 astenuti).
Il PCI non mosse nulla sul piano della mobilitazione popolare, anzi la forza sindacale in quel momento che era ancora di fortissima capacità di mobilitazione sociale si rivolse alla fine contro la soluzione di governo.
Ben prima della tragica fase contrassegnata dal rapimento e dall'uccisione di Aldo Moro si può ben affermare che si fosse già avviato un principio di distacco del quadro politico da parti del Paese (in particolare del mondo del lavoro) che avevano fornito un formidabile apporto al consolidarsi di un sistema fondato sui partiti di massa.


La classe operaia pensava, nella sua grande maggioranza, che il sistema dei partiti avrebbe favorito quella profonda modificazione dello stato di cose in atto che stava nelle aspirazioni più alte di grandi masse di donne e uomini.
La "politica" aveva toccato proprio il 20 giugno 1976 il punto più alto nella sua credibilità, autorevolezza, consenso diffuso: dall'esito di quelle elezioni iniziò invece un declino del sistema nel suo complesso che trovò poi il suo primo punto di caduta, nel post-rapimento Moro, con l'esito del referendum dell'11 giugno 1978 su "legge Reale" e legge sul finanziamento pubblico ai partiti: esito in cui si ravvisò una forte disaffezione dell'elettorato rispetto alle indicazioni di voto fornite dalle formazioni maggiori (in particolare sulla questione del finanziamento pubblico ai partiti).
Alle elezioni anticipate del 1979 l'afflusso al voto registrò un calo del 3% conservando a stento una quota superiore al 90%: la somma dei due maggiori partiti assommò a 25.700.000 voti, con un calo del PCI di quasi un milione e mezzo di voti (1.475.419) e un balzo dei radicali, in quel momento caratterizzati come partito anti- sistema, di 800.000 voti.
L'esito di quel lontano 20 giugno 1976 può oggi essere sintetizzato come quello di un avvio di un declino del sistema fondato sui partiti di massa .
Un declino che si sarebbe rivelato nella sostanza irreversibile fino all'esplosione definitiva avvenuta all'inizio del anni'90 a causa dei fenomeni concomitanti e convergenti di Tangentopoli, della caduta del Muro di Berlino, della firma del trattato di Maastricht.
Un declino, in quel momento, non avvertito a livello sistemico.
I grandi partiti ignorarono che si stava affermando una "logica della governabilità" e si stava profondamente modificando il quadro delle relazioni sociali ed emergevano nuovi fenomeni di costume.
Così si manifestavano tendenze individualistiche e di ripresa di fattori provocanti la crescita delle disuguaglianze, in controtendenza con quanto era avvenuto negli anni '60-'70.
Ci si avviava così alla drammatica "festa" degli anni'80: quelli dei cancelli della Fiat e della "Milano da bere".

 

LA PROPAGANDA
di Luigi Mazzella


 
A certi livelli meglio evitarla
 
Nel bene e nel male, le iniziative della Chiesa Cattolica per raggiungere i propri obiettivi hanno quasi sempre fatto centro: come quando, ad esempio, hanno inventato l’attività di “propaganda”, istituendo un’apposita Congregatio de Propaganda fide nella lotta al protestantesimo (nel XVI secolo). I laici captarono immediatamente l’importanza dell’innovazione ecclesiastica e, per ottenere maggiori vantaggi sui “nemici” del momento vi aggiunsero, a partire dalla prima guerra mondiale, l’arma delle informazioni fuorvianti, le false notizie capaci di infondere paura e terrore, il ricorso spregiudicato e cinico all’ipse dixit per avvalorare punti di vista e tesi, slogan di banalità e vaghezza sconcertanti per rassicurare il colto e l’inclita che tutti si stanno uniformando ai comportamenti suggeriti e altro ancora. Il Novecento e questo inizio di terzo millennio hanno segnato il successo (è troppo aggiungere: perverso?) della propaganda, soprattutto bellica. Ne più recenti eventi tragici (Ucraina e Israele) la fantasia degli addetti alla propaganda si è sbizzarrita da una parte e dall’altra. E così come quella russa ha sottolineato l’inosservanza dei patti sottoscritti a Minsk in due riprese  per la tutela delle minoranze russofone e filo russe nelle regioni di confine (com’era avvenuto, alla fine della seconda guerra mondiale, in Alto Adige-Sud Tirolo con il patto De Gasperi-Gruber) da parte di Zelensky e le aggressioni violente e cruente dei battaglioni neo-nazisti Azov ai danni di  popolazioni vessate ma inermi, in senso contrario la propaganda statunitense, europea e della NATO di Stoltenberg ha parlato di un grave e futuro  pericolo di invasione da parte di Putin di altri Paesi Europei, di sue mire imperialistiche ed espansionistiche e via dicendo. Non meno aggressive le propagande avversarie nei fatti di Israele con ricorso a una violenza verbale pari a quella usata nel corso della seconda guerra mondiale. Naturalmente, l’uomo saggio sa bene che la propaganda dell’uno e dell’altro dei confliggenti è uno strumento di taroccata falsità e quando gli viene ripetuto (spesso ossessivamente) il contrapposto mainstream si tura idealmente le orecchie e pensa che l’unica possibilità razionale d’intervento che gli resta è quella di biasimare il ricorso alla guerra e invocare la pace con la cessazione delle ostilità cruente e distruttive. Naturalmente il “fazioso” (passionale politicamente) non si attiene a tale saggia prudenza e aggiunge stolide considerazioni in favore dell’una o dell’altra falsa verità, con ciò dimostrandosi non diverso dall’ingenuo quisque de populo, destinatario della disinformazione propagandistica.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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