UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

domenica 7 dicembre 2025

IL VERSO DI MILANO
di Angelo Gaccione
 

Il verso di Milano (sottotitolo: Un ritratto della città in 80 immagini, poesie e canzoni) a cura di Gino Cervi e Giancarlo Consonni, fotografie di Lorenzo De Simone e post-fazione di Roberto Mutti (About Cities Ed. 2025, pagine 206 € 26) è uno splendido ed elegantissimo libro corale. Si compone di 84 foto, se contiamo quelle inserite all’interno delle controcopertine, di 80 testi, tra poesie e canzoni, dedicati alla città meneghina, per un totale di 51 autori. È strutturato in sei blocchi (Paesaggi e luoghi, Case, Movimenti, Permanenze e discontinuità, Vite, Sogni) ciascuno introdotto da un puntuale e stimolante breve saggio che funge anche da guida per il lettore-osservatore. Parole e immagini si chiamano e si ritrovano: nelle atmosfere e nei sentimenti, nei dettagli e negli scorci. Il lettore scoprirà quanto sia articolata e composita la Milano dei poeti, e come lo sia altrettanto quella su cui si è posato l’occhio del fotografo che ha guidato l’obiettivo della macchina fotografica. Un dialogo in apparenza muto, fissato sulla carta e che altre parole ancora (dei curatori), si incaricano di precisare. Se è fin troppo noto che Milano non possiede, come efficacemente scrive Roberto Mutti nella post-fazione, “la bellezza sfrontatamente esibita di Roma, il fascino incantato di Venezia, l’eleganza di Firenze, la vitalità vibrante di Napoli”, va aggiunto, per citare ancora una volta Edith Wharton, che “Neppure a un’occhiata veloce Milano può sembrare poco interessante”. Riservata, nascosta, pur con tutti gli oltraggi che ha dovuto sopportare, la sua bellezza c’è, ma devi andare a cercartela, e quando la scopri ti sorprende, ti risarcisce della pazienza. Ma dovete entrarle nel ventre, mettervi in ascolto come faccio io da anni e anni, percorrerla a piedi senza pregiudizi scegliendone volta a volta una fetta. E così che sono entrato in risonanza con lei, e ora ci comprendiamo a fondo, ci apparteniamo. Di versi non gliene ho dedicato molti, ma una sezione dal titolo ‘Le Milanesi’ è compresa nella mia raccolta poetica: Una gioiosa fatica 1964-2022 (La Scuola di Pitagora, 2025), pubblicata di recente. Contiene otto affettuose poesie: ne riproduco qui una scritta nel 1999. Sono versi di una antica stagione a cui sono rimasto fedele. 


 
Milano

Conosco una città
che molti dicono brutta
ma nel mio cuore è vivo
l’eco dei suoi cortili.
 
Conosco una città
di giardini segreti
celati ad occhi indiscreti
come amori proibiti.
 
Conosco una città
che non ha orizzonte
ma oltre i palazzi e le antenne
io immagino il mare.
 
Conosco una città
che ha molti difetti
ma io non l’amerei
se fosse troppo perfetta.
 
Resta grigia e impura
mia città senza sole
che la bellezza sia
per me il tuo cuore
.  

 

 

CONTRAPPUNTI
Gaccione alla Biblioteca Ostinata.





 

MANIPOLATORI
di Franco Toscani


 
Thomas Mann e gli incantatori del popolo. Note su letteratura e politica.
 
Nel 1930, mentre nello scritto Un appello alla ragione cerca di mettere in guardia la borghesia tedesca dal pericolo nazista e la invita ad appoggiare il partito socialdemocratico, Thomas Mann pubblica la novella Mario und der Zauberer. Ein tragisches Reiseerlebnis (Mario e il mago. Una tragica esperienza di viaggio). Il racconto, scritto nel 1929 e pubblicato nel 1930, è il resoconto sostanzialmente fedele - salvo l’esito letale del finale, frutto di pura invenzione - delle vacanze italiane passate da Mann, da sua moglie Katia e dai loro due figli minori Elisabeth e Michael, a Forte dei Marmi, in Versilia, nell’agosto-settembre 1926.
Registrando alcuni contrattempi e disagi della vacanza, Mann menziona “il rozzo abuso di forza, ingiustizia, corruzione strisciante”, avverte umori sgradevoli e indefinibili, nota un certo clima pesante e oscuro gravante sulla vacanza. È un’atmosfera strana, tesa, sgradevole, malsana e opprimente. Nemmeno il sole splendente e la morbida spiaggia sono sufficienti a rasserenare lo scrittore; anzi, essi lasciano inappagati “i bisogni profondi, meno elementari dell’anima nordica”, circondata com’è “senza scampo da mediocrità umana e da marmaglia borghese”. 



È infatti l’elemento umano e politico qui in questione, uomini e donne che ostentano dignità, coltivano un forte sentimento del proprio onore e del proprio ego, manifestano in ogni ambito della vita gravità e altezzosità: “Perché mai? Presto capimmo trattarsi di politica, essere in gioco l’idea di nazione. E in realtà la spiaggia brulicava di bimbi patrioti, fenomeno innaturale e avvilente”. Siamo negli anni dell’Italia fascista, dove abbondano il braccio e la mano tesi nel saluto romano; anche in spiaggia si odono discorsi sulla grandezza e dignità della Nazione, sulla “patria risorta”, sull’esigenza di saper di volta in volta ubbidire e comandare, come avviene tra popolo e duce. Nel racconto di Mann si palesano con evidenza tutto l’orrore, la stupidità, il conformismo, la violenza verbale gratuita - sempre pronta a sfociare in violenza fisica - del nazionalismo fascista.
Verso la fine della vacanza, fa la sua comparsa “l'orrendo Cipolla”, “il funesto Cipolla”, nome il cui modello dal vero per Mann fu il mago Cesare Gabrielli (1881-1943), famoso ai suoi tempi per l’abilità negli esperimenti ipnotici. 


Thomas Mann

Nel racconto, il cavalier Cipolla-Gabrielli si qualifica come “forzatore, illusionista e prestidigitatore”; lo scrittore lo definisce “un virtuoso ambulante, un artista del divertimento”; nella realtà, durante i suoi spettacoli, Gabrielli chiamava ad esempio sul palcoscenico alcuni spettatori e li ipnotizzava dicendo loro di guardarlo, facendosi passare per una bella donna pronta a spogliarsi.
Il cavalier Cipolla del racconto è dunque un prestigiatore che tiene il suo spettacolo, a cui assistono anche i coniugi Mann, coi loro due figli minori, particolarmente incuriositi ed eccitati. Deforme, con uno scudiscio in mano, Cipolla-Gabrielli si presenta al pubblico in frac, con rigida serietà e con aria di superiorità, senza nulla di scherzoso, umoristico e clownesco, dandosi importanza, mostrandosi con orgoglio severo e arroganza, molto sicuro di sé, evidentemente a imitazione del suo duce. Egli è abile nel suggestionare i suoi succubi e nel leggere nel pensiero degli spettatori. 



Gran simulatore, anche quando interloquisce col pubblico e fa complimenti, Cipolla è pieno di sé, mostra sempre un atteggiamento di superiorità, dall’alto in basso, ironico, sarcastico e degradante nei confronti degli altri, andando sul sicuro con le sue battute ispirate al patriottismo e all’orgoglio nazionalistico. Così, pur non risultando simpatico e, anzi, suscitando qualche ostilità e perplessità, l’inflessibile sicurezza esibita produceva impressione, anche grazie allo scudiscio che portava con sé, avente il manico a foggia di artiglio.
Nel finale del racconto, risalta il Cipolla non solo prestigiatore, ma soprattutto incantatore, seduttore e ipnotizzatore, dedito tenacemente a esperimenti di imposizione e privazione della volontà. Il pubblico era in balìa della sua personalità estremamente sicura di sé, rinforzata dai numerosi bicchierini di cognac che beveva durante lo spettacolo.
Cipolla manipolava abilmente le persone e le privava dell’autodeterminazione, della libera volontà, ma l’esito letale (la morte del mago per mano di Mario), palesemente inventato dall’autore rispetto allo svolgimento reale dei fatti accaduti durante la vacanza, appare a Mann un finale di terrore, catastrofico e, nel contempo, liberatorio. È la liberazione dalla tirannia dell’incantatore e seduttore, del manipolatore e dominatore, dell’illusionista che gode nel sottomettere la volontà altrui alla propria.



In che cosa consiste allora il fascino di Mario e il mago? Forse - oltre che nella straordinaria abilità narrativa dell’autore, ça va sans dire - anche nella eccezionale capacità di introdurre, partendo da un semplice resoconto (per quanto arricchito e reinventato) di una vacanza estiva italiana, un’atmosfera intrigante di suggestione e di premonizione.
Prendendo spunto da un piccolo fatto privato, Mann ci rende partecipi della tragicità di tutta un’epoca e un periodo storico (quello cupo e oscuro dell’ascesa dei fascismi e dell’incubazione della Seconda guerra mondiale), restituendoci lo spessore delle esperienze e vite individuali intessute e inserite nel grande, tragico palcoscenico della storia umana e di ciò che Hegel chiamò lo “spirito oggettivo”. I dittatori e gli incantatori delle masse fanno ovunque disastri e sta allora ai popoli cercare di sottrarsi alla manipolazione e al dominio cui sono costantemente sottoposti.
 

 

 

PAROLE
di Anna Rutigliano



Le parole possono allontanare, creare squarci di ferite all’anima, insanabili, al pari dei silenzi, generatori di distanze; ma è nell’impalpabile spazio di assenza di parole, che è possibile ritrovare il punto di connessione con il nostro Io più profondo, facendole emergere autenticamente per gettare ponti relazionali: sono quelle parole che fanno avanzare nuovi orizzonti, come nell’illuminante intuizione poetica di Nelly Sachs, la quale, nell’ultima strofa della sua lirica Völker der Erde (Popoli della Terra), invitava tutti i popoli a toccare con il proprio spirito la fonte delle parole, pur essendo un percorso doloroso, per creare un punto di incontro con l’immensità del Cielo, a cui noi mortali indistintamente apparteniamo e da cui siamo protetti: Völker der Erde, lasset die Worte an ihrer Quelle, denn sie sind es, die die Horizonte in die wahren Himmel rücken können. (Popoli della Terra, lasciate le parole alla propria fonte, giacché grazie ad esse gli orizzonti possono far ritorno all’autentico Cielo), come nel lieve sfiorarsi fra Adamo e Dio nell’affresco michelangiolesco della Cappella Sistina.
Le parole possono essere foriere di mondi alternativi, quando alla loro fonte risiede la ricerca della Bellezza in ogni dove, persino a Damla, il piccolo villaggio di appena duecento anime del Turkmenistan, in cui la resiliente adolescente Ogulnar, protagonista del nuovo romanzo di Luciana De Palma, cui dà il nome (Les Flâneurs Edizioni), scopre, nei ritmi monotoni che scandiscono i doveri e le azioni quotidiane della comunità, di poter attraversare mondi nuovi e possibili, per mezzo della forza misteriosa e magica delle parole, componendo segretamente poesie, nate nel silenzio della propria anima, con lo sguardo rivolto al cielo blu cobalto, nell’avvicendarsi delle torride e glaciali notti del deserto del Karakum. 


Per mezzo delle poesie, Ogulnar può curare un bambino in fin di vita, sfidando sia il ruolo prestigioso della nonna, considerata dagli abitanti una maga per gli intrugli di erbe magiche con cui è capace di guarire i malati, che però, risultano fallimentari nel salvare il piccolo ad un passo dalla morte, guarigione che, invece, è affidata alla nipote, sia le rigide tradizioni custodite dai sei uomini del villaggio, creduti saggi e depositari di verità inconfutabili da millenni.
Se provassimo per un istante a lambire dolcemente alla fonte la parola “dialogo”, quasi accarezzandola con la nostra anima, scopriremmo, nella sua etimologia  greca di Διά-λογος, quanto le parole possano muoversi rincorrendosi l’un l’altra in una traiettoria la cui meta finale è la consapevole e reciproca comprensione dei parlanti. È stato il fisico David Bohm, amico di Einstein e allievo di Oppenheimer, a sostenere l’importanza di adottare la pratica dialogica, quale prassi a fondamento del campo epistemologico, atta a ricreare nuovi contesti significativi sia a livello micro che macro-concettuali, nell’ottica di universale giustizia e pacifica convivenza, quale metodo euristico indispensabile e applicabile a qualunque società si consideri civile. Si tratta di una pratica che richiede tempi di ascolto piuttosto lenti, che cozzano con la velocità con cui oggi siamo abituati a dialogare al ritmo di algoritmi nel mondo Onlife, nell’attuale era della comunicazione digitale, per dirla in gergo informatico, mutuato dal filosofo Luciano Floridi, per la quale, tuttavia, Floridi ravvisa un’etica dell’informazione incentrata sugli aspetti significativamente qualitativi della comunicazione.
Senza entrare nello specifico della fisica quantistica, che esige particolari competenze scientifiche, sono interessanti gli sforzi di Bohm di applicare il concetto di coerenza del laser, che genera una energia straordinaria rispetto a quella della lampadina, dal canto suo incoerente, creando un’analogia nel mondo sociale. 


Nel suo saggio On Dialogue (Sul Dialogo), pubblicato nel 1990, Bohm sostiene che perché una società funzioni, è fondamentale che il pensiero emerga dal “piano tacito condiviso”: nell’incontro dialogico fra parlanti, l’esistenza di visioni multiple deve potersi fondare sulla sospensione dei giudizi  e sull’abbandono dei propri assunti, sul non ancorarsi a convinzioni e opinioni personali generando flussi di significato coerenti al fine di vivere in modo più pacifico nella collettività;  diversamente si incorrerebbe in significati incoerenti su larga scala e  sulla non comprensione.
Il pensiero dialogico bohmiano incontra negli anni ottanta quello del filosofo indiano Krishnamurti, una delle menti più influenti del ventesimo secolo. Dalle loro conversazioni improntate sulla fisica e sulla filosofia nascono successivamente una serie di dialoghi illuminanti dal titolo The Ending of Time: Where Philosophy and Physics meet (La fine del tempo: quando la Filosofia e la Fisica si incontrano): entrambi gli studiosi concordano nel sostenere l’esistenza di una forma di intelligenza diversa da quella ordinaria, definita come “abilità del pensiero” associata all’amore, in grado di abbattere le barriere e gli schemi mentali. Non resta allora per l’animale semiotico, quale è l’uomo, che impegnarsi ed esercitarsi nella pratica dialogica, nel senso che ne dà Bohm, di guardare alle cose con amore, nell’ottica meditativa e spirituale di Krishnamurti e di non smettere mai di guardare al Cielo, come la piccola adolescente Ogulnar del villaggio di Damla, nell’omonimo romanzo di Luciana De Palma.

LIBRI
di Federica Albani


Valentina Fulginiti
 
Nessuna di queste vite mi appartiene.
 
Irene ha quasi quarant’anni, due dottorati e nessuna certezza. Dopo aver inseguito la possibilità di una carriera accademica fin negli Stati Uniti, è tornata in provincia, con lo stigma del fallimento da sopportare, per accudire la madre malata: la vita che sognava - fatta di studio, successo e libertà - si riduce a una quotidianità di medicine, attese, silenzi e a un confronto, forse sempre evitato fino a quel momento della sua vita, con i genitori. Alla ricerca dell’approvazione fin dall’adolescenza, Irene si ritrova a dover fare i conti con un mancato riconoscimento, professionale e personale, da parte delle figure che più di tutte avrebbero dovuto concederglielo: il lavoro culturale, precario e poco remunerativo, non è all’altezza dei progetti immaginati per quella figlia così in gamba. Tra l’odore dei disinfettanti, i corridoi d’ospedale e i ricordi d’infanzia, si consuma così lo scontro tra due generazioni: le madri, cresciute con la convinzione cieca che il futuro sarebbe stato migliore del passato, e le figlie, che non riconoscono nella realtà che le circonda il mondo a cui sono state preparate da ragazzine, educate a non deludere ma costrette sullo sfondo e adulte solo a metà. Un romanzo generazionale che fotografa l’esatto momento in cui la tendenza al progresso si è drasticamente invertita e come, totalmente impreparata al disastro, la generazione dei ragazzi nati sul finire degli anni Settanta ne abbia pagato lo scotto. Davanti al proprio dolore ma soprattutto a quello degli altri, Irene sperimenta che crescere non significa soltanto prendersi cura, ma anche imparare a lasciar andare.
Nessuna di queste vite mi appartiene
, romanzo d’esordio di Valentina Fulginiti, è l’opera vincitrice della prima edizione del Premio Letterario Luciano Bianciardi - Sezione Inediti, svoltasi nel 2024 con il tema “Il lavoro culturale”. A seguito del concorso, organizzato da ExCogita con Feltrinelli Editore, Fondazione Luciano Bianciardi e Università IULM, il libro è stato pubblicato da ExCogita. L’autrice, nata a Bologna nel 1983, è laureata in Lettere moderne, ha conseguito un dottorato in Italianistica alla University of Toronto, e oggi vive negli Stati Uniti e insegna Lingua e cultura italiana presso la Cornell University. 


 
 
Valentina Fulginiti
Nessuna di queste vite mi appartiene
ExCogita 2025
Pagine 2016 - € 18,00

POETI
di Francesca Mezzadri
 
 
La raccolta poetica di Andrea Ravazzini: Tu sei la terra, il vento e la luce  si colloca tra lirica visionaria e meditazione metafisica, articolando un dialogo costante fra interiorità e natura. L’impianto stilistico - sintassi rarefatta, lessico sensoriale, frequenti immagini di notte, vento, mare e stelle - crea un territorio poetico sospeso, dove l’io non descrive il mondo ma lo attraversa come luogo simbolico della propria trasformazione. La forza della silloge non sta nella narrazione, ma nella capacità di convertire stati emotivi in fenomeni cosmici e viceversa. Il paesaggio è qui una superficie di risonanza: non scenario, ma proiezione psichica. La notte diviene spazio di ascolto, la luce principio di rivelazione, il mare un fondo emotivo instabile. Questa fusione di elementi genera una costante condizione liminare: l’io si trova sul margine tra presenza e dissoluzione, tra finito e infinito. Il silenzio, ricorrente e quasi corporeo, non è assenza ma densità percettiva; è il luogo in cui l’esperienza si fa rivelazione, dove la luce può emergere come epifania intermittente. Il tempo non progredisce secondo logica lineare: si frantuma in attimi, si sospende, si dissolve. Tale scomposizione conferisce ai testi un carattere contemplativo, che privilegia il ritmo emotivo alla sequenza narrativa. La luce, forza ermeneutica centrale, non illumina soltanto: vela, taglia, disorienta, suggerendo una conoscenza non razionale ma oscillante. L’io poetico, figura in costante transito, è attraversato dagli elementi più che capace di dominarli. La sua identità appare come un bagliore provvisorio, fragile e mobile. La verticalità dei versi, la rarefazione sintattica e gli enjambement contribuiscono a un’estetica della sospensione: la poesia diventa respiro, frattura, progressione interiore. Il trascendente non è mai soluzione consolatoria: è una vibrazione sottile iscritta nella materia, un oltre che filtra attraverso i chiaroscuri. L’intera raccolta si configura così come percorso di ascolto più che di affermazione, di rivelazioni minime piuttosto che di enunciazioni sistematiche. La poesia qui riportata è stata scelta perché esemplifica in modo paradigmatico tutti i nuclei tematici e stilistici della silloge. Essa mette in scena la doppia natura dell’interlocutore - umano e cosmico - e condensa l’intero movimento della raccolta: dalla fusione con gli elementi alla disgregazione, dalla memoria al desiderio, dalla fragilità alla tensione ascensionale. Vi compaiono gli elementi chiave (terra, vento, luce, mare, stelle), la centralità del silenzio e del buio come matrici generative, la percezione del tempo come onda, la costante oscillazione tra corpo e spazio interiore. Il simbolo della stella finale, “ultima” e senza riposo, riassume la postura della silloge: la ricerca di una presenza irriducibile che resiste nel gelo, nella distanza, nel non compiersi dell’abbraccio. È l’immagine che meglio sintetizza la poetica dell’intera raccolta - una luce invernale che continua a brillare, nonostante la sua inattingibilità.
 
Andrea Ravazzini
Tu sei la terra, il vento e la luce
Eretica, 2025
Quaderni di poesia, pag. 72 
 

 

 

 

SACRE SPECIE ANIMALI
di Francesco Campo


 
Angelo Airò Farulla

Il nuovo libro di Airò Farulla.
 
Nel panorama della letteratura italiana odierna è raro leggere storie e vicende che non siano centrate esclusivamente sull’essere umano, sui problemi psicologici dell’individuo, sui suoi rapporti più o meno problematici con il quotidiano. Si privilegiano romanzi d’amore, di risentimento o di riscatto, storie familiari, legate al vissuto personale. Storie tutte umane, troppo umane. Se questa è, come alcuni direbbero forse a ragione, la cifra fondante del romanzo come forma letteraria, Sacre Specie Animali di Angelo Airò Farulla (Nulla Die Edizioni, Piazza Armerina) è forse allora un caso a sé stante. Nell’opera, breve in sé stessa, esseri umani, creature non-umane e strani ibridi animaleschi si contendono selvaggiamente lo stesso spazio vitale, ovvero lo stesso Lebensraum (il riferimento alla terminologia nazista non è messo qui a caso). A questi attori, aggiungerei poi l’isola immaginaria di Ciclope, nella quale è ambientata la vicenda e che assume - con i suoi paesaggi misteriosi e a tratti sublimi - quasi il ruolo di protagonista. Il romanzo, strano e coinvolgente, modellato su più registri anche linguistici, potrebbe essere ascrivibile al genere del folk-horror, ma io potrei definirlo come espressione di una sorta di “ur-realismo magico”, dove la magia adottata è però quella nera, sfuggita al controllo di un operatore maldestro. Questo romanzo di Airò Farulla esce a quattro anni di distanza dal suo precedente: Presenza reale (deiMerangoli, Roma, 2021), presentato al Premio Strega dal professor Sergio Givone, l’anno in cui vinse Desiati con Spatriati. Era anche quello un romanzo sui generis, un racconto di sofferenza intellettuale e mistica, impostato come un tu per tu tra un povero sacerdote e l’assenza invadente del Dio cattolico. Un romanzo che si poneva al crocevia tra scienza e religione, tra materia e spirito. Nel frattempo, è uscito per la Fallone di Taranto il poema narrativo L’aldilà del mare, che è paragonabile a questo Sacre Specie Animali nella sua tensione distopica, nel rapporto catastrofico e forse impossibile tra creature viventi all’interno dello stesso pianeta. 



Continuando a rivolgere la sua attenzione alle potenze latenti della distruzione biologica, Sacre Specie Animali prende spunto dalla sempre più frequente presenza degli animali selvatici all’interno delle aree urbane (in questo caso si tratta di cinghiali) e costruisce una storia dalla forte impronta simbolica e mitologica, nella quale nessuno degli attori coinvolti si salva dal proprio destino. Ed è forse proprio il concetto cristiano di salvezza a essere messo qui in discussione, a essere liquidato da un orizzonte dove tutto si compie nel ciclico ritorno violento di un tempo essenzialmente pagano, innestato in uno spazio liminale, in un’isola che sembra comportarsi come una creatura vivente, che si rivolta contro la gestione umana del territorio, che decide di per sé stessa - senza appello - del proprio equilibrio “naturale”. Pur essendo le Sacre Specie del titolo un aperto richiamo al sangue e al corpo di Cristo (carne delle creature viventi), l’opera va a resuscitare gli antichi miti che sottostanno al crimine della crocifissione, come lo squartamento di Dioniso. Intorno a questo cuore barbaro e antichissimo, nel romanzo si scontrano almeno due livelli di società moderna: quello tecnico-amministrativo dell’organizzazione degli spazi, che ha trasformato l’isola di Ciclope in una riserva naturale, e quello anarchico e refrattario a ogni ingerenza esterna della popolazione locale. Tra questi, spicca la figura scarificale di una donna schiacciata dall’insostenibile consapevolezza che «ogni cosa, anche soltanto sfiorata» subisce il contatto di chi l’avvicina, che «ogni gesto, anche il più banale», è sporco di sangue, «macchiato dalla colpa e dalla vergogna».
Rivolse poi la sua attenzione ai cinghiali fucilati. Il sangue scorreva in ruscelli verso il mare. Anche quella morte era imputabile a lei; era sua, le apparteneva. Quei cinghiali erano lì per causa sua. Si sentì chiamata a fare un bilancio di tutte le azioni che aveva compiute e non compiute nella sua vita; un bilancio di tutte le creature che aveva ucciso, schiacciato, mangiato, bevuto, respirato, fatto soffrire in modo diretto o indiretto, tolto in qualche maniera dal mondo. Presa dallo sconcerto, si ricordò che non poteva farlo, perché non conosceva l’entità delle sue colpe.
In questo libro gli esseri umani si comportano come animali e gli animali (e forse anche le piante) si rivelano dotati di una consapevolezza che non saremmo mai propensi, nemmeno nella più generosa delle ipotesi, ad attribuire loro, perché va al di là delle nostre aspettative e dei nostri modelli. Non è prevista nessuna riparazione al male compiuto. Ed ogni cosa compiuta è male. Sull’isola di Ciclope, come sulla Terra intera, i sacrifici vengono consumati senza destinatario apparente, quasi inconsapevolmente. Il rito è svuotato di ogni valenza protettiva, perpetrato solo per l’atto cruento. Ma le conseguenze gravano su tutti. Sacre Specie Animali, almeno nella sua prima parte, potrebbe ricordare alla lontana certe cose di Cormac McCarthy. Anche qui, la violenza mostrata è talvolta al limite del tollerabile, così come può farsi intollerabile la coscienza della realtà della vita quando si scorga l’insensata sventura insita in ogni atto o pensiero.

  

LA POESIA DI SPAGNUOLO
di Annitta Di Mineo


Antonio Spagnuolo

Antonio Spagnuolo, in questa suo ultimo lavoro poetico dal titolo Dissolvenze e Sussurri, con incipit di Carlo Di Lieto, edito da La Valle del Tempo-2025, ci immette nel sentiero del suo tempo sul quale lascia traccia o segni oppure “pennellate”, si vedono spazi di memoria che rinchiudono un evo che ci è dato come una vasta distesa di irripetibili silenzi che parlano al cuore e che ci uniscono nella fase matura del percorso di vita di ciascuno. Nel silenzio notturno dietro un mouse ed una tastiera dei versi “parlano” come il baccano nel dì, sotto il nostro sguardo si propagano ovunque, ci inondano e languono nella grande mestizia delle stagioni della vita, lasciando tratti indelebili da non rimanere indifferenti.
Il poeta coglie i frutti della sua sagace osservazione di un mondo cambiato, ma sappiamo che esistere è cambiare, cambiare è maturare, e quella maturazione non è altro che l’infinita creazione di sé stessi, sapientemente con un gioco di parole mescola poesia ed esperienze personali. Poesie singolari che vanno oltre le parole, con divagazioni rivelatorie i cui versi sono in movimento e divengono espedienti icastici che svelano un pensiero rigenerativo. Affrontano tematiche differenti e ambiti di interesse tra sogno e realtà, razionale e irrazionale, linguaggio simbolico e filosofico, fonti di ispirazione e di mossa del suo versificare, che sono anche lucide considerazioni e momenti di raccoglimento nel fare memoria degli accadimenti.



La potenza delle parole è straordinaria, il modo dipende dalla profondità e di come scaturiscono senza interferenze, cosicché chi legge le 45 poesie del nostro Autore potrà discernere e riconoscerne il valore. La sua valenza poetica non permette l’indifferenza, è un atto di resistenza, offre parole sempre nuove, difatti i componimenti di Dissolvenze e Sussurri sono anfratti celati tra l’ethos dolente e l’accettazione del fato, mantecati di luci che si allargano per poi dissolversi, sono cromie di versi che dilatano avvilimento nel vivere quotidiano sopra una prospettiva che con sussurri celebra l’esistenza. I testi, zolle palpitanti, coinvolgono il lettore, compartecipe ma turbato da queste iscrizioni mai acquietate. Il poeta si muove tra un senso intrinseco degli eventi e la realtà che tutti vediamo, ogni parola diviene stimolo di meditazione creando un dibattito con il lettore a cui viene chiesto solo l’offerta del suo tempo per accedere al suo poetare. Antonio Spagnuolo ci invita a riscoprire l’ascolto attivo come gesto relazionale, scambio reciproco, un’esortazione a rallentare per cogliere risonanze, dissolvenze, silenzi e sussurri spesso trascurati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POETE OLTRE LE STANZE
di Adele D’Addario

 


Un consapevole gesto di autorappresentazione femminile.
 
A cento anni dal celebre suggerimento di Virginia Woolf, che esortava le aspiranti scrittrici a ritagliarsi un proprio spazio autonomo e risorse finanziarie (“una stanza tutta per sé”), l’antologia poetica Poete oltre le stanze, curata da Elisa Malvoni raccoglie voci che, pur avendo costruito quegli spazi di autonomia, avvertono oggi che la “stanza non basta più”. È sorto il bisogno di varcare la soglia, di accogliere “altre voci, altri vite” e di accostare i propri testi a quelli di altre autrici, in una catena che si convoca reciprocamente per darsi “testimonianza e ascolto”. L’intento critico della raccolta è chiaro: nessuna delle autrici ambisce a rappresentare la propria generazione, né genericamente “il genere femminile” o la categoria delle “donne poete(sse)”. Le poetiche offerte sono semplicemente “le loro”, esperienze distanti sia dal linguaggio dell’appartenenza forzata che dalla “testimonianza obbligata”. Ciò che cementa queste voci disparate, che scrivono di tempi e storie differenti, è un “gesto comune”: l’assunzione della parola come autorappresentazione consapevole. La poesia diviene lo strumento primario per ridefinirsi e per interrogare continuamente la propria identità. L’autrice Alina Nicoara sintetizza questa missione: Non sono questo smalto rosso / o l’abito che ora indosso. / Io sono le mie parole, / i silenzi e ogni errore. Il tema dell'autorappresentazione è onnipresente: le poete si mettono in discussione, si accettano o desiderano cambiarsi, ripercorrendo sé stesse nei contesti più vari: dalla ricerca spirituale e l’amicizia, al lavoro e al quotidiano, alla maternità (o alla sua assenza), fino alla cura e alla ribellione. L’identità che emerge non è un monologo chiuso, ma un “laboratorio aperto” che cerca di “abitare il cambiamento, tradurre l’incertezza in linguaggio”. Un elemento di grande impatto in Poete oltre le stanze è il dialogo costante con altre figure femminili, siano esse storiche, bibliche, letterarie o mitologiche. Questa riscrittura non è imitativa, ma un modo per farsi “eredi e testimoni” e accettare la continuità come un “gesto di crescita”. Troviamo Anna Lombardo in dialogo con Emily Dickinson, rileggendo il suo “sbattere e richiudere le finestre”, o Adalgisa Zanotto che evoca Maria Maddalena, la “cercante” ostinata che non permette alla pietra del sepolcro di chiudere la vita per sempre, fungendo da “archetipo di fede e ostinazione”. Anna Bani si rivolge a Sylvia Plath in “Nella coppia”, smontando il mito domestico per restituirne una “verità aspra e quotidiana”. Altre figure come Lilith, Eva e Didone compaiono come presenze riscritte per omaggiarle come donne della contemporaneità. Particolarmente toccante è la misurazione con le “donne che hanno preceduto”: madri, nonne, zie, spesso silenziose o sconfitte, custodi della memoria. La madre è vista ora come un modello, ora come un “nodo da sciogliere”, un'interlocutrice mai pacificata. n questo senso, l’antologia si rivela un “atto di riconoscimento genealogico” che restituisce voce alle antenate che hanno reso possibile la scrittura odierna. Nonostante la poesia sia spesso associata all’isolamento, questa raccolta dimostra l’opposto: la parola poetica ha la capacità di “tenere insieme”. Il libro è diventato un luogo di incontro e alleanza per molte autrici che non si conoscevano prima. Il femminile che si definisce è “plurale, concreto, terreno e spirituale insieme”, e rifiuta l’archetipo per trovare nella poesia la possibilità di descriversi senza compiacimento. Come esprime Betty Gilmore nel suo canto collettivo, The time will come again / when the danger has passed / and we will celebrate. La curatela di Malvoni spinge il concetto di autonomia di Woolf a una nuova dimensione: se la “stanza” rappresentava lo spazio privato necessario per scrivere, oggi ciò che serve è “una casa di voci, una soglia comune”. Questa antologia è, in definitiva, la mappa di questa nuova dimora collettiva, con “più stanze comunicanti”, dove l’autorappresentazione dell’io poetico si realizza pienamente solo in presenza dell’altra.
 
Autrici: Adalgisa Zanotto - Alice Serrao - Alina Nicoara - Anna Bani - Anna Lombardo - Anna Ruotolo - Annunciata Colombo - Antje Stehn - Betty Gilmore - Catia Simone - Fabiola Meroni - Federica Re - Francesca Maria Federici - Gabriela Fantato - Giusi Busceti - Lucianna Argentino - Maddalena Grigoletto - Manuela Zappa - Maria Piacente - Pamela Ruggieri - Paola Caronni - Silvia Giacomini - Tamara Vitan - Valeria Raimondi.
Curatrice: Elisa Malvoni.
 
Autrici Varie
Poete oltre le stanze
a cura di Elisa Malvoni.
ChiareVoci Edizioni 2025)
Pagine 154 - euro 14.00
 
Disponibile su Amazon a questo link
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IL PENSIERO DEL GIORNO 



La poesia è credere nel gratuito. (…) La poesia è l’umiltà di cercare ogni giorno note e accordi nuovi che riaccendano il desiderio della bellezza. 
La poesia è fedeltà muta, scarna, inflessibile al ricordo di un lampo, di un bagliore, di un’illuminazione ricevuta una volta sola, tanto tempo fa, per grazia. 

Giovanni Gasparini

sabato 6 dicembre 2025

ULIVI E LIBERTÀ
di Giuseppe Cinà
 


Hanno paura degli ulivi
 
Questa foto, scattata a Susya in Cisgiordania alcune settimane fa da Elena Castellani, attivista di Assopace Palestina, si presta ad alcune considerazioni.
Essa appare come un ritratto composto da due ritratti sovrapposti, quello di due uomini della Settlers Security (che potrebbero essere militari, coloni o mercenari) in servizio di vigilanza e quello di un paesaggio che rappresenta il territorio oggetto della loro attenzione. I due uomini sono armati fino ai denti, esprimono forza e potenza, ma sono lungi dal somigliare ai due bronzi di Riace, non sprizzano certezze. Ambedue guardano di lato, ciascuno sorvegliando le spalle dell’altro, forse hanno visto il fotografo e non vogliono essere fotografati, oppure non sanno di essere fotografati e stanno semplicemente facendo il loro lavoro: assicurarsi che nessun pericolo si annidi nel territorio affidato. Ma quale territorio? 
Quello del secondo ritratto, il desolato paesaggio che comprende 1) il poggio su cui si ergono i nostri eroi, coperto da terriccio compattato presumibilmente per la sistemazione di un’area di sosta e avvistamento, in prossimità di un’area appena occupata dai coloni, con due dimesse costruzioni subito sotto, ultima propaggine di un abitato palestinese che su quel poggio si concludeva; 2) la arida piana che appare non essere più coltivata; 3) gli spelacchiati resti della macchia in una timpa denudata probabilmente per il pascolo intensivo. Questa timpa è attraversata da un ampio e serpeggiante stradone a cavalcapoggio con connesse stradelle poderali ma le case sparse che dovettero abitarla non ci sono più. L’area risulta dunque ‘bonificata’. Dei pericoli connessi a un territorio che potrebbe ospitare terroristi sotto ogni pianta di lentisco non c’è più l’ombra.


Chi pianta un ulivo salva la vita

Noi non vediamo i volti dei due uomini, peraltro nascosti da un cappuccio a maschera, e dunque non sappiamo se loro, non potendo ignorare che sotto i loro occhi si muovono ormai solo lucertole e poco altro, siano per questo rilassati. Sono in servizio chissà da quando e potrebbero essere stremati, annoiati e pensare solo all’ora di fine servizio. O potrebbero essere ben reattivi e nutrire un vivo sentimento per quello che vedono. Uno di loro potrebbe guardare a quelle smunte colline come a un sito ideale per costruirvi un ennesimo insediamento illegale di coloni, già alla sua nascita ripulito da ogni scoria di sapore palestinese e in grado di far diventare quel luogo un rigoglioso giardino mediterraneo; potrebbe pensare dai, siamo a buon punto, facciamola finita.  L’altro, ci auguriamo, potrebbe invece pensare di sentirsi prigioniero del fucile che imbraccia, pensare che mai avrebbe voluto partecipare a questa guerra, pensare che difficilmente il suo paese potrà riportare a una vita normale quel deserto che ha sotto gli occhi e quell’inferno che ha visto quando ha servito all’interno delle città bombardate; potrebbe pensare che Israele è in guerra da settantasette anni, che a ogni stagione di crisi ne esce rafforzato con l’annessione di nuovi territori, ma che alla fine resta sempre allo stesso punto. 
I due sono immobili e forse, svuotati dalle tensioni cui sono continuamente sottoposti, si sono abbandonati per alcuni minuti al lusso di non pensare a niente. Sono immobili, guardano lontano per tenere tutto sotto controllo entro il loro sguardo, ma non vedono quello che hanno accanto a sé che poi è, per dirla con Roland Barthes, il punctum della foto. Un ulivo, un piccolo innocuo ulivo di due-tre anni, piantato sul limitare del poggio. È una pianta che sembra comprata da un vivaio, innestata con modalità standard su un porta-innesti selvatico, piantata su una terra pietrosa che sembra aver sofferto poco l’aridità, se no non avrebbe tanti rametti, ma che appare da poco abbandonata. Risulta infatti non potata nella parte alta della branca principale, che avrebbe dovuto essere cimata nello scorso inverno per consentire alla pianta di accrescersi anche in larghezza. Perché sarebbe stata abbandonata, se l’uomo che l’ha piantata lo avrà fatto con grande amore pur nelle condizioni più drammatiche, nell’incertezza totale del futuro? Non lo sappiamo, sappiamo solo che l’ulivo sta lì, anche se i palestinesi giorno dopo giorno ne sono allontanati. Sta lì in Palestina da 6000 anni o più, a sentire la Bibbia ben prima che essa fosse abitata dagli ebrei (Deuteronomio 6,11: «abiterai presso vigneti ed oliveti che non hai piantato»; e Giosuè 24,13: «vi ho concesso un paese che non avete coltivato, eppure mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti che non avete piantato») e da allora non se ne è andato più, propagandosi anche per tutto il bacino Mediterraneo. È stato e rimane lì non solo nella sostanza biologica, nella doppia forma di Olea europaea sativa (coltivata) e sylvestris (selvatica), ma anche a testimonianza dei significati che esso ha assunto sotto molteplici profili culturali presso tutti i popoli mediterranei dall’antichità ai tempi nostri. E, caso notevole, dal Mediterraneo si è propagato nel resto del mondo nonostante la progressiva laicizzazione delle società occidentali ne abbia di molto disconosciuto le valenze culturali. Tutte tranne una: quella alimentare che anzi, marginale fin dall’antichità, è cresciuta esponenzialmente solo dal XIX secolo a oggi riaccendendo il nostro interesse nei suoi riguardi. Ma in Palestina, anche a motivo della sua particolare vicenda storica, le tradizionali valenze culturali dell’ulivo sono per molti aspetti sopravvissute ed esso rimane esposto al cielo come la bandiera nazionale, simbolo del radicamento dei palestinesi alla propria terra e della loro straordinaria capacità di resistenza. Anche per questo i palestinesi non smettono mai di piantarne e per i coloni che vogliono scacciarli dalla loro terra estirpare un ulivo equivale ad abbattere un indomabile combattente, distruggere un uliveto equivale a disperdere la popolazione di un intero villaggio. 



Questo succede in tutta la Palestina e succede nel territorio ripreso dalla foto. Infatti nel 1983 la colonia di Susya è stata fondata accanto al preesistente e omonimo villaggio palestinese e da allora l’area è diventata uno dei punti più critici del conflitto agricolo-territoriale della West Bank. Risultato: gli ulivi mutilati, estirpati, bruciati o avvelenati non si contano più. E il nostro piccolo ulivo, piantato da un Enea in fuga, farà la stessa fine o riuscirà a invecchiare reclamando pacem in terris? Diventerà l’orgoglio di un colono che lo ha rubato e lo crescerà davanti casa sua o tornerà nelle braccia di chi lo ha piantato? La storia lo dirà. Intanto i palestinesi continuano a piantare ulivi portando avanti una sorta di lotta di liberazione non violenta che viene silenziata dai maggiori organi di informazione insieme alle azioni con cui i coloni la reprimono ferocemente con la complicità degli organi governativi.

APPELLO SCIOPERO GENERALE DELLA CGIL
di Franco Astengo


Spesa sociale sì
      Spesa di guerra no

12 dicembre 2025
 
Lo sciopero generale indetto dalla CGIL per il prossimo 12 dicembre aveva, al momento della sua proclamazione, come oggetto immediato l’iniqua manovra finanziaria che il governo della destra sta preparando allo scopo di accrescere le disuguaglianze economiche e il disagio sociale. Di questi tempi i fatti corrono più velocemente delle intenzioni e oggi ci troviamo di fronte ad una azione di lotta che sta assumendo caratteri di vera e propria difesa della democrazia repubblica: questo elemento ci è stato indicato con chiarezza dall’attacco “fisico” rivolto ai siderurgici genovesi in lotta per la difesa del posto di lavoro. Un attacco accompagnato dal tentativo di imporre alla Città medaglia d’oro della Resistenza protagonista della cacciata dei fascisti nel luglio ’60 il ritorno alla “zona rossa” di memoria (tragica) del G8 2001.
Per questi motivi molto precisi la CGIL non va lasciata sola in questo suo tentativo di promuovere una opposizione e una resistenza sacrosantemente motivata dal punto di vista del movimento dei lavoratori. Ci rivolgiamo dunque ai soggetti associativi di cultura politica che già avevano risposto positivamente ai nostri precedenti appelli sui temi della pace e della stessa manovra finanziaria fornendo in quelle occasioni un ottimo riscontro di presenza e di impegno. Ricordo che le sottoscrizioni debbono rappresentare un soggetto collettivo e in attesa delle vostre adesioni aggiungo a memoria come la data del 12 dicembre rappresenti un momento storico di snodo nella vicenda politica del nostro Paese: il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana iniziò un periodo di terrorismo nero attraverso il quale si provò a fermare il movimento operaio sulla strada delle sue conquiste di diritti e di presidio della Costituzione Repubblicana.
 
Le adesioni devono pervenire a questo indirizzo email
astengofranco@gmail.com 

CONVEGNO SU ANTONIO PORTA
Università degli Studi di Milano Via Conservatorio n. 7








venerdì 5 dicembre 2025

MILANO TRA VECCHIO E NUOVO   
di Angelo Gaccione


 
N
ella storica zona di Porta Garibaldi, a ridosso dei grattacieli, resistono, almeno per ora, alla furia della demolizione del “vecchio”, singolari e fascinosi edifici primi Novecento. Li vedi far capolino qua e là, seminascosti fra anonime e banali costruzioni realizzate per lo più negli anni Cinquanta o giù di lì. Si tratta di una “architettura” modesta, “veloce” nei tempi di realizzazione e anche alquanto economica, resasi necessaria ed urgente per sopperire alla mancanza di alloggi a causa dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale, e dare un tetto a chi l’aveva perso. Il boom degli anni Sessanta del Novecento avrebbe fatto il resto, badando più alla funzionalità che alla bellezza, e non del tutto aliena da un intento speculativo. Tutto l’opposto dei solidi edifici degli anni precedenti la guerra, ancora oggi fieri della loro robustezza e con corti e giardini interni, anche quelli cosiddetti popolari. 



Dietro c’era un’idea di decoro e di rispetto della dignità degli abitanti, oltre ad un evidente orgoglio per la propria città. Ricostruire senza criterio è stata la regola per molto tempo nel nostro Paese in generale. La furia edificatoria della Milano di oggi sale in verticale, divora ogni spazio possibile là dove si è reso disponibile dalle dismissioni industriali. Produce edifici di forte impatto visivo, costosi e alla portata di pochi: fondi anonimi esteri e ricconi, indifferente ai ceti sociali più poveri e ad un ceto medio sempre più in difficoltà e costretto a trasmigrare altrove perché la città merce non è più alla sua portata. 



Tra il nuovo ardito che li schiaccia e li sovrasta, a volte affiorano, questi meravigliosi gioielli architettonici del passato. Si fanno notare come possono, perché il nuovo ha modificato la percezione visiva di molti angoli della città, e quando avviene se ne prova una piacevole sensazione. Come accade trovandosi davanti il gradevole palazzo liberty del numero civico 14 sul Viale Monte Grappa, ora in mano ai Russi, e dove Berezka ha aperto una Russian Bathhouse.

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