UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

CIAK

Anna Magnani, un urlo senza fine
di Mila Fiorentini

Italo Moscati dipinge una donna, il cinema italiano 
e la società dal dopo guerra.


Ci sono letture che nascono da incontri, come in questo caso. Metti una sera a cena per il recente Festival dell’Eccellenza Femminile a Genova con Italo Moscati, autore di Anna Magnani, un urlo senza fine, libro che ha presentato quella stessa sera in occasione di una mostra fotografica dedicata all’attrice. Un omaggio per aprire una porta sull’Italia dagli Anni Trenta nel Novecento agli Anni Settanta, con un focus sul cinema, specchio e stimolo di una società in fermento. Il regista, scrittore e sceneggiatore - che molti avranno ascoltato recentemente, intervistato su RaiNews 24 in occasione della morte di Bernardo Bertolucci – segue il filo della vita di Anna Magnani dalla nascita nel 1908 a Roma e non come si è favoleggiato per diverso tempo ad Alessandria d’Egitto fino a quel 26 settembre del 1973 quando la malattia ne fiaccò l’eccezionale carica vitale. Il testo corre tra binari paralleli, non solo quello dell’attrice e della donna, personalità complessa, con una vitalità straordinaria, dirompente, pronta a scenate di gelosia, capricciosa nella sua spontaneità, non come lo può essere una diva, sempre alla ricerca di andare oltre per misurarsi con le proprie capacità più che per annoverare successi; ma quella del cinema, del teatro e dello spettacolo italiano. Il nesso interessante è nello scambio tra realtà e palcoscenico, quanto il cinema e il teatro siano specchio della società e quanto abbiamo contribuito a loro volta a trasformarla. Emerge dal libro, che non definirei né una biografia in senso classico né un saggio, un affetto e una stima profonda, in certi momenti perfino una tenerezza verso la figura di Anna Magnani con una giusta distanza, però, tipica del regista di livello.
Il libro si muove con una certa libertà avanti e indietro nel tempo, tornando su alcuni episodi e spettacoli per regalarci un affresco storico di settant’anni che hanno trasformato l’Italia, da quell’Italietta fascista che nel 1937 inaugura la Hollywood sul Tevere, Cinecittà, fino al Paese moderno, dov’era arrivato il vento della contestazione del Sessantotto, le crisi petrolifere, i tentativi timidi di compromessi tra centro sinistra al governo, il peso dell’industrializzazione che aveva determinato l’iscrizione del Belpaese tra le potenze mondiali e creato emigrazione, emarginazione, disoccupazione, inquinamento, traffico e altri disagi, dopo la rinascita dalla Seconda Guerra Mondiale e il boom economico. Con la leggerezza della macchina da presa, Moscati offre mille spunti e tante sfaccettature della società. Ripensandoci è un libro che si legge con molta piacevolezza ma non leggero perché molto denso soprattutto per chi quegli anni non li ha vissuti se non attraverso documenti, film recuperati e racconti familiari ed è un libro difficile da raccontare perché ripercorrerlo significherebbe farne il riassunto senza riuscire a restituirne lo spirito. L’avvio è con la Liberazione di Roma, città libera, ma soprattutto di soffrire, per il film che ha reso Anna Magnani celeberrima, Roma città aperta, e che forse non ha consentito di prestare abbastanza attenzione alla poliedricità di questa figura che forse nel teatro ha trovato maggiormente se stessa ricoprendo ruoli estremamente vari, con un apprezzamento particolare per la rivista e un bel sodalizio con Totò. Prima della ricostruzione, al di là dell’entusiasmo per la fine della guerra, l’Italia è devastata dalle macerie e città come Napoli, la città del mare, del sogno della stessa Rondinella, un simbolo della Magnani. Città per altro dolente come quella raccontata ne La pelle di Curzio Malaparte, scritta nel 1949, città di “fame, stenti, puttane, femminielli. Vite in vendita.” La vita di Anna è nel segno dell’amore, quello per gli uomini dai quali viene per lo più ferita, quegli uomini che non smette mai di cercare; per Luca, il figlio affetto da poliomelite che si cresce sola, perché il padre Massimo Serato, attore, giovane, è fuggitivo nelle responsabilità; per gli amici, tanti come Suso Cecchi d’Amico, Paolo Stoppa e Totò tra gli altri; e per il suo lavoro al quale non ha mai rinunciato. Anna di amore ne ha ricevuto tanto anche se, forse, non dagli uomini, con i quali i rapporti sono stati turbolenti e deludenti (quasi tutti attori registi), amata sia a Roma sia in America, donna dai mille volti, troppo spesso ricordata come “simbolo di una Roma popolaresca e schietta”, un volto autentico ma non certo sufficiente a descriverla. Questo libro rende giustizia ad un grande personaggio del Novecento italiano restituendole per così dire la tridimensionalità. E’ anche il racconto di una donna, delle sue fragilità, del dolore che si porta dentro di una madre assente che l’ha dimenticata e di un padre sconosciuto, di una vita complicata e faticosa che non le ha mai regalato nulla. Oggi il suo ricordo è soprattutto legato a grandi film, nel bene e nel male, come a Mamma Roma di Pasolini ma la sua anima era per il teatro, dove ogni attore, secondo quanto sosteneva Vittorio Gassman, ritrova se stesso e il suo io più profondo.

Italo Moscati
Anna Magnani, un urlo senza fine
Lindau Ed. 2015
pp. 222 Euro 19,50

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Seguimi, un film di Claudio Sestieri
di Mila Fiorentini

La solitudine in cerca di evasione a tutti i costi  “confonde” arte e vita.

Il labile confine tra sogni e realtà e l’arte a fare da ponte, una storia intrigante e inquietante, con risvolti psicoanalitici, che non racconta solo la storia di tre persone ma diventa lo specchio di una società profondamente sola e malata. Nello scambio tra arte e vita, rappresentazione ed essere, il disagio profondo assume l’odore della morte e dell’autodistruzione, come la condanna a preferire il sogno anche quando è un incubo pur di non affrontare la verità. Seguimi, il film di Claudio Sestieri con Angelique Cavallari, Maya Murofushi, Pier Giorgio Bellocchio e Antonia Liskova, nelle sale dal 22 novembre con Stemmo Production, porta sul grande schermo proprio questo disagio. Lo fa in un modo convincente, con una grande ricerca estetica mai stucchevole, intrigante, creando una sospensione del respiro fino all’ultimo e lasciando lo spettatore senza soluzione, in un finale aperto come la vita, solo da vivere, da rischiare. Sceneggiato dal regista insieme a Patrizia Pistagnesi e Nicola Molino, è prodotto da Bruno Tribbioli e Alessandro Bonifazi per Blue Film ed Eur Film in associazione con Green Film e in coproduzione con Gris Medio e realizzato con il contributo del Mibact - Direzione Generale per il Cinema.
Il titolo è emblematico, è l’invito silenzioso delle prime sequenze di una donna ad un’altra, poi ricambiato con un invito esplicito dall’altra; è ancora l’invito del pittore alla modella (la prima donna, una giapponese misteriosa e sfuggente) nello scambio di sguardi ed è proprio in questa reciprocità mancata che si sceglie solo l’io o l’altro, diventando, rispettivamente, soli o perduti. Nell’arte dimensione onirica, spesso incubo, arte e realtà si fondono e si confondono ma anche gli artisti sono persone e questa “confusione” ha l’odore della morte. Intrigante e a tratti quasi disturbante, come la critica ha sottolineato, non sembra un film italiano. C’è una dimensione fascinosa e inquieta, nordica, che come indica il titolo costringe lo spettatore a seguire il filo che non porterà da nessuna parte perché il titolo sembra anche un codice di istruzioni per l’uso. Un invito ad abbandonarsi al mistero della vita, a perdersi, come in una città nuovo per poter andare oltre. Con una colonna sonora notevole, a tratti ossessiva, in altri punti molto raffinata, come una lama che ferisce, il film è altamente estetico mai stucchevole, raffinato, sussurrato, sospeso come la città di Matera, scuro, crepuscolare, ombroso.
Solo le prime sequenze, a Barcellona, allargano il respiro, la città giovane, del cambiamento che si è reinventata. Matera è la città della storia, del peso profondo del passato, la cui riscoperta è valorizzazione non liberatoria. In qualche modo le due ambientazioni appaiono come una metafora dei due paesi mediterranei, la Spagna e l’Italia.
Al centro del film lo scambio tra sogno e realtà che può essere solo fantasia o voglia di evasione, incapacità di aderire al reale o malattia, in un crescendo nel quale la scomparsa della modella giapponese porta ad una verità che ribalta tutto il film e svela il bisogno di sognare e di affidarsi a qualcuno, forse addirittura ideale della donna protagonista, Marta. A dire il vero ci vorrebbe un punto interrogativo, forse due, perché la donna italiana, nuotatrice di professione è solo apparentemente l’asse portante della storia e non si sa realmente la fine dell’altra donna. Due personalità ma anche l’illustrazione di due mondi, quello orientale etereo e violento, avvolto in un mistero nero, giocoso all’apparenza e triste come un fumetto manga, l’erotismo al centro della vita, travolgente e glaciale, come un esercizio di stile; e quello occidentale con il suo legame forte alla famiglia che non ammette di venir deluso: la morte dei genitori che lascia l’individuo senza la terra sotto i piedi e una sorella dalla quale si vorrebbe un conforto che non c’è o forse che non è abbastanza, presa dalla sua famiglia e, soprattutto, dalla sua carriera. E’ ancora il confronto tra una società di monadi, che si relazionano in una dimensione di educazione, ruoli, servigi, intrighi e passioni, quella giapponese; e la dimensione mediterranea che vede la persona nel suo nucleo familiare, accudita e coccolata. La fragilità del primo è risolta nell’aggressività anche verso se stessi fino alle conseguenze estreme ma non cerca appiglio altrove, semmai presta il sostegno a uomini soli non per sesso, come confessa la modella giapponese, ma solo per una tazza di thé e una carezza e a chi incontra sulla sua strada. Quello mediterraneo invece non si rassegna, grida la propria rabbia, con umiltà chiede aiuto, talora lo pretende e annega nell’abbandono perché il sogno è solo illusione.
C’è un elemento noir, una trama aperta, senso di spaesamento, con simboli criptici come la farfalla nera che entra con l’apparizione in carne e ossa della donna giapponese e la ragazza pallida e bionda, Marta, e quando Hura, il nome come un respiro sparisce, lasciando una vasca da bagno con acqua che sgorga insieme a macchie rosse (sangue? Non è dato sapere). Qualche critico lo ha definito un thiller, ma senza assassini, senza colpevoli – tutti conniventi – senza vittime nel senso tradizionale, dove la vittima è la vita e ogni indagine assurda.
Infine c’è la riflessione sull’arte e sulla bellezza che a volte non salvano il mondo ma lo condannano proprio come l’amore, uno sguardo spietato per quanto altamente poetico sulla realtà attuale, una società malata.
Il film ha recentemente vinto tre premi al Festival Internazionale del Cinema dei Castelli Romani: Miglior Regia, Miglior Attrice (Angelique Cavallari) e Miglior Fotografia a cura di Gianni Mammolotti. Inoltre, ha vinto i premi come Miglior Film, Miglior Sceneggiatura, Miglior Attrice (sempre Angelique Cavallari), Miglior Musica e Miglior Fotografia all’Umbrialand - Indie Film Fest di Terni. Presentato in concorso al Taormina Film Fest, ha vinto anche il premio come Miglior Sceneggiatura al Terra di Siena Film Fest. Interessante l’interpretazione di Piergiorgio Bellocchio, in un ruolo solo apparentemente prepotente, di grande fragilità e dolcezza, personaggio complesso e contorto, che non si dà pace per il suo amore perduto che è anche la sua unica musa, un personaggio che si addice bene all’attore.
Seguimi” racconta di Marta Strinati, tuffatrice olimpionica, che, dopo essersi seriamente infortunata in piscina, si ritrova sola e disorientata. Lascia Barcellona e si trasferisce a Matera. Qui riapre la casa-studio di suo padre, un pittore morto poco tempo prima e incontra Sebastian (interpretato da Piergiorgio Bellocchio), uno dei tanti artisti del borgo, uomo e pittore dal carisma indiscutibile, dal carattere magnetico e ombroso. Durante una mostra scopre i suoi dipinti, tutti ispirati dalla stessa musa, una ragazza giapponese perturbante che subito le ispira un forte senso di dejà vu. All’improvviso, la modella dei quadri è al suo fianco, e l’incontro con Haru, modella di tutte le tele iperrealistiche della mostra, si trasforma per Marta in una relazione di cui non può fare a meno, una sconvolgente ossessione fisica e mentale. Un caso estremo di Sindrome di Stendhal o solo un amore forte come la morte? 


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“Papa Hédi”, Jouini le Frank Sinatra tunisino
di Mila Fiorentini


Hédi Jouini, un’icona tunisina, intramontabile, un grande classico che ha saputo aprirsi alla contaminazione linguistica, unendo in modo originale e nuovo vari generi musicali. Detto il “Frank Sinatra” della Tunisia o forse il Jacques Brel tunisino, come si dice nel film,  Papa Hédi. The man behind the microphone è il ritratto di uno dei musicisti più apprezzati della Tunisia del secolo scorso, un viaggio poetico attraverso gli occhi della sua nipote inglese, Claire Belhassine, regista, sceneggiatrice-produttrice, cresciuta in Inghilterra dove ha avuto pochi legami con la famiglia tunisina.
Un documentario contemporaneo che unisce l’aspetto giornalistico alla delicatezza del ritratto d’epoca, della rievocazione senza essere didascalico e pesante per cogliere l’anima di un personaggio per il quale la musica era vocazione, passione amorosa che gli consentiva di entrare in scena sempre con il sorriso. Papa Hédi. The man behind the microphone, film -della durata di un’ora e 26 minuti- che ha visto il concorso della Tunisia, Regno Unito e Qatar, è stato proiettato in anteprima nella regione del MENA, al Dubai International Film Festival come al Festival des cinémas arabes a Parigi, uscito nell’agosto 2017 e presentato lo scorso luglio a Tunisi sarà nelle sale della capitale tunisina dal 26 settembre sottotitolato in francese, è stato sostenuto fortemente per la realizzazione dalla Fondation Rambourg. Girato in inglese, è sottotitolato quando ci sono interventi in francese e in arabo. Se la regista non ha voce, è la figlia il narratore vero che tiene insieme le fila della storia, soprattutto sotto il profilo delle emozioni che fa emergere la personalità di Jouini anche nella sua vita intima, oltre il personaggio, senza sconti agiografici. L’obiettivo, al centro della missione della Fondazione Rambourg, è di preservare il patrimonio e la tradizione tunisina della quale Jouini fa parte a pieno titolo. Elegante signore, sempre vestito in modo impeccabile, grande conquistatore del cuore delle donne, lascerà una tradizione musicale importante che dagli anni Trenta nel Novecento, accompagna ancora oggi il sentire musicale locale e non solo. Contro la volontà del padre, da piccolo, decide di seguire la via della musica. E’ la mamma che gli regala un mandolino, racconta la figlia nel film, la sua nonna che, al rifiuto del marito che rompe lo strumento perché i musicisti sono tutti degli sciupa femmine, divorzia perché è una donna emancipata che non si rassegna al volere del marito. Così sarà anche Jouini che canterà l’amore e l’apertura, ad altre culture prima di tutto che ne rappresentano la cifra caratterizzante. Il suo repertorio musicale conta su centinaia di arie ispirate al flamenco, ai mouachahates - dalla ricerca andalusa - al timbro più propriamente tunisino, ma anche l’assorbimento della cultura europea delle nuove sonorità che lo rendono internazionale nel gusto. Eppure non tutti ne accettarono l’innovazione. Racconta in un passaggio la figlia perché molti avrebbero voluto continuare solo a sentire la musica tradizionale.
Al secolo Mohamed Hédi Ben Abdessalem Ben Ahmed Ben Hassine, nato il novembre 1909 a Tunisi nel quartiere della medina antica vicino a Ba bel-jedid e deceduto il 30 novembre 1990, è stato un cantante, suonatore di ‘oud e compositore tunisino. Durante la sua lunga carriera, Jouini ha composto circa 1070 canzoni e 56 operette.
Non termina neppure le scuole elementari, come racconta sua Naoufel Belhassine, autore del libro Hédi Jouini, la trace d'un géant, in un’intervista con Jamel Heni.
Jouini incontra la moglie Ninette nel suo stesso ambiente musicale ed è un colpo di fulmine, rapito dalla sua bellezza, una differenza di 22 anni e soprattutto lei è ebrea. I genitori di entrambe le famiglie si oppongono duramente al matrimonio. Il sodalizio sarà molto forte soprattutto all’inizio quando lei lo introdurrà alla canzone anche se la vita non sarà facile, soprattutto con l’arrivo della guerra. Partorirà in un sotterraneo nel 1942 dopo l’allarme di bombardamenti mentre Jouini è lontano, a Parigi, perché a Tunisi per un musicista mancava il lavoro. E lontano lo sarà a lungo dalla famiglia, come racconta uno dei figli, malgrado la sua gioia, i regali. Crescendo, ammette la figlia, conquista la consapevolezza che suo padre sarà suo quanto del pubblico, come accade per ogni uomo di spettacolo. Per altro la carriera della moglie viene sacrificata alla sua gelosia e ai figli, che cerca di allontanare dalla musica soprattutto la figlia che avrebbe voluto intraprendere una carriera nel cinema dopo l’incontro con il regista Rossellini. Tanti i successi di Jouini che però non riuscì a lavorare con la grande cantante egiziana Oum Kulthum che fu chiamata negli Stati Uniti per un’operazione agli occhi proprio quando Hédi arrivò in Egitto e così tornò indietro. Era destino, el-maktoub, una delle sue composizioni più celebri. 
Belle le riprese di grande semplicità ma eleganti che riescono a restituire il fascino della Tunisia d’antan, l’intimità della vita familiare, senza restituire immagini oleografiche e soprattutto si intonano allo stile della storia narrata.
Perse anche il concorso del 1957 per l’inno nazionale tunisino con l’arrivo del presidente Habib Bourguiba, forse per motivi politici.



Papa Hédi. The man behind the microphone
Regia, sceneggiatura e co-produzione Claire Belhassine
Nominations: Muhr Feature Award for Best Director, Special Jury Prize Muhr Feature Award, Best Muhr non-Fiction Feature Award
Distribution : Adel Jouini, Hamadi Jerad, Afifa Belhassine, Samia Belhassine, Ferid Belhassine, Nanou Belhassine, Faouzia Jerad
Uscita 6 agosto 2017
Presentazione a Tunisi 12 luglio 2018
Uscita nelle sale tunisine 26 settembre 2018

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AMOR SACRO
opera prima di Marco Zarrelli
di Mila Fiorentini 



Opera prima di Marco Zarrelli, Amor sacro, è un film forte, a tratti violento, e delicato ad un tempo. Colpisce indubbiamente per l’immagine che non è solo fotografia, che restituisce il senso del sublime, una bellezza rarefatta di luoghi quanto una profonda solitudine. È un film girato in modo extra-ordinario, come rallentato, con la macchina da presa che si posa sui dettagli a lungo, insiste, a volte esaspera lo sguardo. All’inizio è un film che disorienta e che nella forma riesce a rispecchiare perfettamente il contenuto di una vita ascetica, distaccata dai rumori del mondo eppure a suo modo tormentata. Il racconto è fatto per immagini e voci con un rimando simbolico al film, rispettivamente all’arte che è anche contemplazione della bellezza della natura e di voci, in particolare la musica sacra cantata in latino; ma anche voci e ascolto che disegnano il dolore e l’empatia dell’uomo.
Protagonista della vicenda è Padre Innocenzo, monaco cistercense di 39 anni che osserva uno stile di vita austero ed è ceramista dell'abbazia presso cui vive. Inoltre, avendo una bella voce, oltre ad officiare con i confratelli, viene talvolta richiesto da altre chiese per cantare musica sacra in latino. Il trasferimento del parroco del paese comporta per il monaco nuovi impegni (celebrazioni di messe, benedizione delle case, confessioni dei fedeli, manutenzione delle chiese), che lo distolgono dalla sua rarefatta solitudine, con suo grande disappunto. Innocenzo pare infastidito da qualsiasi cosa lo distolga dal suo mondo di estasi ma forse anche di isolamento, in parte probabilmente compiaciuto, in parte cercato come forma di bellezza e piacere, forse anche anelato come uno spazio protetto nel quale rifugiarsi.
Il regista, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, ha una grande capacità nel girare con gli sguardi dei personaggi che rivelano più delle parole, soppesate, rarefatte.
Qualche volta si ha l’impressione di vivere in tempo reale la scena del film com’è il caso della confessione, uno dei momenti più notevoli dal film. Allora sparisce quella lentezza che ci rende lontani da “un mondo fuori dal mondo”, per essere catturati. 
L’avvio del film è una scena metropolitana, dinamica, assolutamente contemporanea che restituisce la misura della vita affannata. Poi ci si trasferisce in spazi ampi, silenziosi, dove la presenza umana è sapientemente dosata. Il film è in gran parte girato ad Amaseno, oltre che Latina, della quale si riconosce la grande piazza in una scena, Fossanova, Prossedi, Sermoneta e Ninfa. I paesaggi accompagnano il viaggio interiore del protagonista, insieme ai suoi colori che diventano visioni, oniriche in certi momenti, accompagnato dalla mistica della musica sacra rinascimentale del coro maschile “Odhecaton” diretto dal Maestro Paolo Da Col.
Malgrado lo sforzo e il desiderio di separazione, l’essenza sociale dell’uomo si riaffaccia con tutta la complicazione di emozioni e sentimenti dai quali nemmeno un mistico sembra potersi esimere. Il film è delicato e raffinato, senza ribaltamenti, turbamenti ossessivi, rovesciamenti e terremoti; il monaco viene a trovarsi faccia a faccia con la complessità della vita della comunità, che in passato aveva accuratamente evitato, familiari compresi, ma che  ora non può più evitare. Eppure nel senso di inadeguatezza con il quale si trova costretto a fare i conti, non rinuncerà alla propria responsabilità, per rimettersi in gioco con una lieve ironia. Anche la mano del regista è lieve, senza scivoloni nel facile “lieto fine”, senza attenzioni morbose. È un crescendo molto sottile che inizia con inserti e inciampi involontari nella vita reali degli altri. Difficile il confronto con la sorella fioraia che si considera la pecora nera della famiglia, giudicata, in cerca di rifugio presso il monaco che per lei resta pur sempre un fratello. Il suo tentativo forse maldestro di riavvicinamento, passa per una confessione intima, l’incidente della gravidanza, la richiesta della comunione durante la messa, il tentativo fallito di confessione che suscita l’ira di Innocenzo ma scava in lui.
Uno dei momenti più toccanti del film la cui lentezza si apprezza totalmente è la confessione dell’amico, la cui nuora è la sorella dell’abate, una confessione esistenziale, disperata, di un uomo che vuole suicidarsi perché pur amando la moglie, i figli ed essendo riuscito a creare qualcosa nella vita, anche se poi si ritrova un artigiano fallito, non trova più il senso di continuare. È quella la prova più difficile per il protagonista che non vediamo più come il mistico con la tonaca chiuso nel suo silenzio, ma come un uomo che sente la propria impotenza nell’aiutare un amico. Qualcosa dentro di lui accade evidentemente e sarà l’inizio di un viaggio senza ritorno. Ma lo si intuisce soltanto. Riunirà le due sorelle per una passeggiata nei prati, dove si rivelerà semplicemente come il fratello, oltre il proprio ruolo di religioso, eppure le parole non servono e nulla si esplicita perché il regista sembra dire che la vita anche le svolte sono comunque incerte, procedono a passi timidi e non c’è bisogno di dire tutto.

Struggente la scena finale, nella penombra illuminata da una luce calda, in chiesa durante una funzione la sorella “pecora nera” si avvicina a Innocenzo, timida, titubante per poi sedersi accanto mentre le due spalle si toccano senza esitazione. Un gesto che in un film d’amore leggeremmo come una prima apertura al corteggiamento.

Un film per tutti, se vogliamo anche popolare, che fa riflettere sulle scelte radicali e definitive della vita e sull’impossibilità di astenersi dalla contaminazione. È sì un film d’autore ma non necessariamente di nicchia che il produttore ha scelto di proporre in una serie di sale cinematografiche particolari come l’Apollo 11 a Roma per un breve periodo: un reportage interiore con momenti di grande tenerezza. 


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