UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

LIBER

LE FIABE DI VOLANTE
di Angelo Gaccione


Massimo e Laura

Pubblicando le 94 fiabe di Laura Margherita Volante, i Quaderni del Consiglio Comunale delle Marche rendono giustizia a questa pedagogista, studiosa, poetessa e maestra dell’aforisma. Ho detto rendono giustizia perché da diversi anni Volante si prende cura dei Quaderni con una passione, con una caparbietà – e con tanta fatica – davvero encomiabili. Grazie ai suoi numerosi contatti sparsi per l’Italia i corposi volumi di Ti sogno, Terra, hanno acquisito prestigio culturale e attenzione da parte di letterati e non. Volando al massimo è uscito nell’ottobre del 2021 e porta come sottotitolo: Se sapete volare cosa aspettate…? Andiamo e si compone di 94 storie fiabesche illustrate dai gradevoli disegni a colori di Massimo Tartaglini, per un totale complessivo di 180 pagine. Sono fiabe di impatto immediato condotte con una scrittura scorrevolissima e che intendono coinvolgere emotivamente lettore e ascoltatore. Le maestre, le mamme, le nonne, che vogliono narrare ai loro allievi, figlioletti o nipotini queste storie così sognanti dell’autrice piemontese (Laura Margherita Volante è nata ad Alessandria e vissuta a lungo in Romagna prima di trapiantarsi ad Ancona nelle Marche), hanno con questo libro la possibilità di incantarli, ma senza trascurare di farli pensare, riflettere, capire alcuni dei valori più preziosi dell’esistenza. Come ci insegna l’autrice stessa che di mestiere fa l’educatrice ed è grande estimatrice della Montessori, l’immaginario del bambino può trovare un valido aiuto in quelle storie che, come queste, hanno uno sguardo attento a valori come amicizia, onestà, rispetto dell’altro, della natura, dei sentimenti, e così via. Nel suo processo di trasformazione e di interiorizzazione; nella sua parabola di crescita e di presa di coscienza del mondo, imparare da subito queste istanze valoriali, significa farne un adulto compartecipe, solidale, compassionevole, rispettoso. E Dio solo sa, se in un mondo sempre più conflittuale e violento come è divenuto il nostro, ci sia bisogno di indicatori positivi come questi segnalatici da Laura Margherita Volante con le sue bellissime fiabe.


La copertina del libro


TI SOGNO TERRA
di Valeria Dentamaro

Laura Margherita Volante
 
Il terzo Quaderno Ti sogno, Terra. La grande Madre Fratelli Tutti (Ed. Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche 2021, pagine 240) della scrittrice Laura Margherita Volante, di recente pubblicazione, è dedicato alla Sicilia, dopo i precedenti dedicati rispettivamente alle Marche e al Piemonte. In questo nuovo Quaderno l’intento dell’autrice è di mettere in rilievo l’anima di questa regione del Sud del Paese e dei vari Sud del mondo. Fra gli scritti dedicati a questa terra vanno ricordati almeno una serie di titoli quali: ‘Dal mito alle magie’, ‘Ignazio Buttitta dalla piazza all’universo’, ‘Un marchigiano in Sicilia’, ‘Da Recanati a Catania’, e ‘La Sicilia non è solo mafia’, come giustamente ci viene ricordato. Gli autori sono numerosi e impegnati in diverse discipline espressive; ognuno con i propri scritti dà voce ad un sogno corale fatto di ideali e valori che li accomuna. Un sogno che continua con il sottotitolo del Quaderno “Fratelli Tutti” accogliendo l’invito di Papa Francesco.
Una grande orchestra che a più voci, richiama il diritto di ogni essere umano a vivere nell’armonia di unità, di giustizia e di pace. Il tomo presenta capitoli divisi per tema il cui filo conduttore è costituito dalla volontà e dalla determinazione di mettere in rilievo alcuni dei grandi problemi di natura universale, attraverso scelte di valore umano, in un momento storico di cambiamento epocale del nostro pianeta. Apre il volume un testo della Volante in ricordo del poeta e religioso friulano padre David Maria Turoldo, ispirato al libro Amare, e si chiude con un saggio della stessa autrice sull’Amazzonia, divenuto simbolo dell’emergenza planetaria ambientale.
Tra le personalità del panorama culturale odierno con cui l’autrice del volume ha colloquiato, vanno ricordati l’editrice e filmmaker Elisabetta Sgarbi, lo storico Jean Bruschini, l’artista Rita Callegari, il saggista Bruno Gallo, la scrittrice Licia Cardillo Di Prima.


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ÌSULA
di Federico Migliorati


 
Francesco Borrasso
 
Forse invecchiare non è servito a niente se non a essere più infelici” scrive Francesco Borrasso in un passo del suo nuovo libro dal titolo Ìsula (148 pagine, 13 euro), licenziato da poco per i tipi dell’Editoriale Scientifica nella collana S-Confini diretta da Fabrizio Coscia. È racchiuso in questo pungente aforisma il cuore pulsante di un lavoro che riunisce una svariata serie di generi, ciascuno dei quali (il diario di viaggio, il memoir, un saggio in fieri, divagazioni letterarie) trova uno spazio di interrelazione con gli altri all’interno di un plot narrativo e con uno stile assolutamente originali. Lasciata la Penisola per la Sardegna, terra bella e dannata dalle molteplici sfumature in cui i miasmi e le esalazioni tossiche degli inceneritori ripugnano di fronte alla meraviglia di una natura ancora incontaminata, Borrasso, come già nel precedente Restare vivo, registra i singulti di un male di vivere che lo assedia costantemente, un tormento interiore che, pur ‘mediato’ dalla fondamentale presenza accanto a sé della moglie Daniela, frena sovente gli slanci vitali senza tuttavia comprometterne le brillanti prospettive professionali richiamate tra le pagine. Già lanciato da un padre letterario nonché amico come Massimo Onofri, che nel libro fa capolino quale figura gentile e appassionata assieme ad altri protagonisti della scena culturale isolana, l’autore si mostra un instancabile passeggiatore (spesso) solitario sul suolo sardo: i suoi silenzi sono carichi di significato, attese, tensioni, sguardi, angosce, dolori, desideri, sofferte meditazioni su un Io complesso dalle molteplici sfaccettature, innamorato della vita e ugualmente ferito da essa. Figura imprescindibile e imperante è sempre il padre ormai lontano nel tempo eppur vivo nell’incessante ricordo la cui voce si fa flebile nella memoria (“pensiero fisso, retropensiero”), che assurge altresì a nume tutelare e la cui assenza si incista in un universo popolato di passato, dal fantasma dell’infanzia, che a onde concentriche si affacciano prepotenti nel procedere dei giorni. Siamo di fronte a una prosa nomade come recita il dorso del volume, a una produzione ibrida che conduce a digressioni costanti in territori spuri, mentre certi tratti di penna avvicinano la prosa segmentata ai versi offrendo così ulteriormente un’efficace resa icastica. Il tono colloquiale si sposa con un buon registro lessicale che esalta una scrittura attenta all’essenziale e nella quale le parole si tramutano in passanti misteriosi dell’animo, come recitava Victor Hugo. Scrivere è vivere, ma è altresì selezionare, operare una sottrazione di peso dal grumo confuso di espressività insediato e affastellato nella mente: l’autore campano, con Ìsula, ci restituisce anche stavolta una prova decisamente ben riuscita di tutto ciò dilettandosi con scioltezza e in maniera incisiva e proteiforme nel narrare questo suo tempo di vita spinoso ed esaltante. 

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I VERSI DI CATTANEO
di Federico Migliorati

Mattia Cattaneo
 
Una poesia che si fa carne e vita, che evoca la relazione senza fine tra un figlio e sua madre, continuamente rinnovata, linfa che zampilla come acqua di fonte anche nel roveto dei giorni. Il poeta e critico bergamasco Mattia Cattaneo, classe 1988, ha da poco licenziato per i tipi di Architetti delle parole Edizioni una nuova silloge dal titolo Partiture di pelle (46 pagine, 12 euro). Il titolo che richiama il linguaggio musicale connota tutto un periodare vivido che respira di simbiosi, di contatto, di rapporto intenso nel quale la parola cerca di descrivere appieno il significato dell’esistere. Nella complessità del vagabondare l’autore vuole riprendere “il sentiero dell’andare” tra alterni sentimenti, smozzicati sul rigo del giorno, con pericoli di cadute e mani che afferrano la presa per salvarlo. Basterebbe il viso di madre accanto al proprio per “dimenticare la tristezza”, mentre il cuore sussulta e si lancia in sfide in direzione di colori più ‘tenui’ di sofferenza. Metafore, ghirlande di immagini, vorticose discese nel sé denotano un sagace, parco lessico che aggetta su territori cari a Cattaneo, quelli della poesia frastagliata perché frastagliato è l’esserci, mai fermo, uguale, lineare: il mondo è un “coma sfinito” e nessun “porto felice” si raggiunge realmente anche se i versi possono gestire il dramma interiore e condurre verso il borgo dell’apparente gioia purché spogliati di segno e immersi nella nuda vita. Alla madre si scrive di notte quando i silenzi incombono grevi e il luogo di riposo “pugnala il mio guanciale”. Il Campana della piaga rossa languente fa capolino nel verso cristallino, talvolta tagliente di Cattaneo: e pur nell’indicibile dolore nessun odio è consentito. Solo il tempo, infine, è da salvare poiché è misura di tutte le cose, è l’ieri nel grembo materno e l’oggi dell’assenza, più acuta presenza, per recuperare quel verso il quale, pur afflitto, è da agguantare e custodire per sempre.

La copertina del libro

LE TRACIMAZIONI DI DI POCE


Donato Di Poce

Questo libro, Tracimazioni, è una scelta Antologica di alcuni miei Poemetti (una delle forme stilistiche da me amate e sempre utilizzate sin dagli esordi poetici), pur se successivamente ho sperimentato e utilizzato negli anni, la canzone libera leopardiana, il verso libero, l’elegia, la poesia d’arte e negli ultimi anni, i “poesismi” che sono diventati l’altra mia connotazione stilistica di immediato riconoscimento. Sono stato certamente influenzato da Whitman (e senza di lui, sono impensabili Allen Ginsberg e l’intera beat generation, ma anche Carlos Williams e il García Lorca di Poeta a New York, e Dino Campana in Italia.  Pasolini (Le ceneri di Gramsci furono per me una rivelazione), Bertolucci (La camera da letto) e anche incoraggiato dagli amici e maestri Roberto Roversi e Tomaso Kemeny.
Il Poemetto è una forma a metà tra “La tentazione della prosa” di Sereniana memoria e la poesia, e mi ha permesso di avere un respiro più ampio di una semplice poesia, di trattare spesso anche tematiche storiche, esistenziali e civili che difficilmente avrei potuto esaurire in una sola poesia.
Il poemetto è una derivazione moderna del poema di origine Greca (Iliade, Odissea) che ha avuto una grande tradizione nella Storia della letteratura mondiale ma anche specificatamente italiana (Dante, S. Francesco d’Assisi, Tasso, Pascoli, Pasolini, Roversi, etc…) sino ai giorni nostri.
A partire dai grandi poeti latini (Catullo, Virgilio e Ovidio), passando alla grande tradizione del poema epico cavalleresco, Rinascimentale, per arrivare all’era moderna con i poeti maledetti (Rimbaud, Una stagione all’inferno poema in prosa; Verlaine Poemi Saturnini, Mallarmé con Il pomeriggio di un fauno) senza dimenticare le grandi lezioni di Milton (Il paradiso perduto), Baudelaire, Pascoli, Porta, Pasolini, Majakovskij, Achmatova, Breton, Cvetaeva, Eliot, Pessoa e Rilke.
Se nel poema epico-cavalleresco prende le mosse, un tipo di narrazione in ottave, talora con accompagnamento musicale, prodotta e diffusa per via orale da poeti popolari, i cosiddetti giullari o canterini, va da sé che i Cantari si fondano sull'oralità, nell’era moderna il discorso si sposta sempre più sulla scrittura libera ed automatica e libertà di temi più elegiaci, sentimentali, esistenziali e civili. È in età umanistico-rinascimentale che si inizia a parlare di vero e proprio poema epico cavalleresco: questo assunse la forma metrica del cantare ovvero l'ottava, formata da otto versi endecasillabi. I primi sei sono a rima alterna e gli ultimi due a rima baciata ABABABCC; l'ottava era stata usata da Boccaccio nel Ninfale Fiesolano e nel Teseida.
Le principali opere del periodo furono: Morgante (1461-1483) di Luigi Pulci, Orlando innamorato (1478 circa -1491) di Matteo Maria Boiardo, Orlando furioso (1503 -1532) di Ludovico Ariosto, Gerusalemme liberata (1559/60- 1581) di Torquato Tasso.



Ma Vediamo le 3 caratteristiche principali del poema epico-cavalleresco:
1.- Destinato ad un ambiente di corte
2.- La Fede non è più come valore assoluto come era avvenuto nel medioevo, ma lo diventa la Virtù
3.- Testo scritto destinato alla lettura.
Nell’era moderna invece assistiamo al diffondersi di altre 5 caratteristiche principali del poemetto:
Il poema diventa sempre più breve
I temi si allargano a destinatari universali
Si affrontano temi come il lavoro, l'emigrazione, la sessualità, l'infanzia, la natura, amore, morte, insomma tematiche sempre più conviviali, esistenziali, filosofiche, civili e persino onirico-surreali.
L’oralità cede sempre più il passo alla contaminazione di testualità, recitazione, immagini verbovisuali (Le Corbusier) ed ai cultori della Poesia Totale e performativa (Totino, Pignotti, Fontana, Frangione, Carlacchiani etc…). Frammentazione testuale in canti, stanze, prose, quartine storico/orfico/esistenziali (Cvetaeva, Campana, Pessoa, Breton, Bertolucci, Pasolini, Roversi).
Tra i libri, poeti e movimenti dell’era moderna che più mi hanno lasciato grandi emozioni, insegnamenti e suggestioni devo ricordare Baudelaire con I poemetti in prosa, Valery con Il cimitero marino) Artaud (Van Gogh Il suicidato della società); Breton (I vasi comunicanti); Pessoa (I Poemi di Alberto Caeiro); Rilke (Il libro d’ore), i poeti italiani di Officina
(Pasolini, Roversi, Leonetti, Fortini, Majorino), Volponi (I Poemetti).
Una segnalazione a parte merita Le Corbusier (Le poème de l’angle droit), è un poema in formato extralarge, 32 per 42 centimetri, in cui versi (scritti a mano in corsivo) e immagini (disegni inseriti tra le righe del testo e 19 litografie a colori) si mescolano in una sintesi di forme e di parole che è ricapitolazione del suo pensiero intorno alla creazione artistica e architettonica ma non solo. L’angolo retto è anche definizione di senso dell’umano, linea verticale sull’orizzontalità della terra); ma soprattutto L’Urlo di Allen Ginsberg, il libro ciclostilato e rilegato a mano, donatomi da Roberto Roversi “Descrizioni in atto 1963-1970”, e il poema epiconirico del mio amico e maestro Tomaso Kemeny (La Transilvania liberata).
La sequenza dei poemetti del mio libro non è in ordine cronologico, per una precisa scelta, in quanto volevo vedere la tenuta della continuità e la qualità nel tempo del mezzo espressivo, e nel contempo seguire il mio flusso emozionale di ricordi e concordanze con la realtà d’oggi.


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Saggi
LA VERITÀ DI BELLUOMINI  
di Federico Migliorati

Marco Ciaurro

Vocazione e custodia del senso di verità, il nuovo saggio di Marco Ciaurro (149 pagine, 15 euro) licenziato per i tipi della vivace casa editrice siciliana Il Convivio Editore diretta da Giuseppe Manitta e da qualche settimana in libreria, affronta in sette densi capitoli anticipati da un ‘frammento gnoseologico’ e dalla Premessa i versi di Francesco Belluomini (1941-2017), poeta e scrittore a cui va il merito, tra i tanti, di aver dato vita e incarnato più di chiunque altro quel Premio Camaiore che rappresenta una delle più prestigiose vetrine letterarie d’Italia. Nel titolo dell’opera si riassume tutto il percorso, spesso frastagliato per gli accadimenti della vita, che l’autore viareggino ha intrapreso controcorrente, in forme assolutamente originali. Vocazione, dunque, perché di questo trattasi come illustra l’estensore del testo che scandaglia con passione quella prosa-poesia da lui ben conosciuta e studiata da anni. C’è in Belluomini un’autentica, genuina, spontanea vena artistica declinata nel versante letterario che lo ha condotto, da autodidatta (termine invero riduttivo ma che si presta seppur sbrigativamente a incasellarne genericamente il farsi di una produzione) a definire un tratto non comune, a incidere come segno poetico nel Secondo Novecento. Una vocazione fuori dagli schemi, mai irreggimentata o ingabbiata in movimenti, correnti, linee di pensiero mainstream e anche per questo ostracizzata quando non espressamente contrastata e contestata dall’intellinghenzia: la maieutica a cui Ciaurro ricorre per far riscoprire questo autore scomparso poco meno di cinque anni fa è apoditticamente rivelata con sagacia. Ma sarebbe vana una vocazione che, pur salda, si rivelasse priva di quei caratteri di ricerca della conoscenza, di ottica dell’esplorazione (del sé, dell’altro da sé e dell’oltre a sé) che il viareggino ha invece posto in essere per tutta la sua vita, compreso quel segno significante che, leggiamo nel saggio, lo accomuna al Ligabue dal forte accento espressionista o al Van Gogh dall’intenso cromatismo postimpressionista, entrambi caratterizzati da un’arte totale. Per essi, come per Belluomini, il valore dell’arte conferito dall’atto medesimo è ciò che appare, senza possibilità di fraintendimenti e al di là di qualsivoglia commento esterno. Cogliamo poi un efficace richiamo al Foscolo “iniziatore”, secondo Ciaurro, del “gesto del pensiero della poesia” che connota gran parte della questione moderna e contemporanea dello scrivere in versi per non parlare di quella “inquietudine del linguaggio” di Apollinaire pure influenzante l’opera dello stesso viareggino o del forte legame con gli scritti pasoliniani fino ad arrivare alla linea che lo ‘collega’ in qualche misura all’asse Char-Blanchot. Lo studio filosofico ed ermeneutico che il saggio propone consente di rendere lampanti talune caratteristiche di una poesia che si fa sguardo plurale, che osserva e si fa osservare allo stesso tempo, come accade nel dipinto di Velazquez “Las Meninas” perfettamente colto dall’autore. “Battitore libero”, “operaio di sogni”, “tessitore di versi” costituiscono alcune celebri espressioni riprese dai critici (segnatamente Vincenzo Guarracino) i quali vi sono ricorsi per cercare di inquadrare un’esistenza poetica ampia e versatile, mai disgiunta dalla corrente di fondo che ha contraddistinto il suo percorso terreno. Siamo di fronte, dunque, a un io ‘frastagliato’, svelato tramite i celebri endecasillabi ‘narranti’ e le molteplici figure retoriche a cui fa ricorso (la metafora del mare su tutte) che aggettano sulla complessità della scrittura, la quale funge da elemento apotropaico dell’ignoto, un sé destinato a smarrirsi volutamente nell’oggetto del poema e della poesia lasciando spazio a quei vinti, a quegli emarginati, a quegli sconfitti che molta parte significativa hanno nella produzione del poeta. Il saggio edito da Il Convivio affronta en passant anche alcune delle tematiche con cui Belluomini abita i suoi lavori in prosa con un focus sulla più grande tragedia del Novecento, quella della Shoah, con la testimonianza e biografia di Sonia Contini Sarracco, “testo memoriale – scrive Ciaurro – che è qualcosa di più di un libro fatto di parole e di carta stampata. C’è la terra, il cuore della terra che appartiene agli uomini”. Ed è qui, nella responsabilità individuale alla ricerca di una memoria collettiva da salvaguardare che si incista quella “custodia del senso di verità” richiamata nel titolo del libro in oggetto, uno sguardo poliedrico e completo nonché fonte di nuove riflessioni su un’indubbia e pregnante figura di intellettuale fortemente ancorato alla modernità e la cui eredità, come si afferma in chiusura di volume, è da storicizzare per promuoverne costantemente il valore e il significato più genuini.


La copertina del libro

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L’ITALIA, L’EUROPA E NOI    
di Cataldo Russo
 


Ottantaquattro articoli della lunghezza media di una pagina e mezza vengono riesumati, raccolti e commentati nel libro L’Italia, l’Europa e noi (pagg, 194 €15,00), edito da Guida editori di Napoli- giugno 2021. Ottantaquattro articoli apparsi nell’arco di dieci anni nel mensile di informazione, politica,  cultura ed economia, I Fatti, ideato e concepito da Ornella Trotta, direttrice, come “presidio culturale contro il degrado morale della società”. E mai come in questo momento c’è necessità in Italia di un presidio culturale per contrastare il degrado morale che viene alimentato quotidianamente dalla marea di talk show, arene, dibattiti, litigi concordati e retribuiti, il cui scopo è confondere anziché informare e illuminare.
In questo libro, accadimenti di rilevanza nazionale si intrecciano con accadimenti locali e regionali. Notizie che gettano ombre e disonore su un intero paese, l’Italia, come  la tragedia della nave Concordia all’isola del Giglio, che mise in risalto la pochezza morale e la codardia di Schettino, probabilmente un raccomandato,  si alternano ad altre  che invece redimono il paese come l’accoglienza dei migranti o i preti coraggiosi che, operando in zone difficili, riscattano sia la chiesa sia il paese.  Il questo libro sono preminenti i fatti locali ma l’autrice, pur partendo spesso dal campanile, riesce a fare assurgere la storia dell’uomo qualunque o la vicenda del paesino di montagna a dignità nazionale.
La scrittrice narra i fatti quasi in presa diretta, come se avesse fra le mani la macchina da presa e segue con la precisione del cameraman , leggi, riforme, piani di sviluppo, istruttorie, condoni, crisi di governo, vicende di uomini che si arrabattano per guadagnarsi da vivere e di altri che si arricchiscono, grazie alle protezioni politiche di cui godono, magari percependo cifre spropositate per prestazioni che non hanno niente di eccezionale. Gli argomenti affrontati sono tantissimi e, pur essendo la maggior parte di essi circoscritti alla Campania e a uomini di quel territorio, e in particolare alla provincia di Salerno, per il modo come li tratta e li affronta, per la sottile ironia con cui stempera e tiene sotto controllo la rabbia, escono dalla logica del campanile per assurgere a dignità Europea.
Ornella, che è anche collaboratrice de: Il Corriere del Mezzogiorno e docente di Italiano e Latino, mette in questo libro tutta la sua esperienza di dieci anni di attività giornalistica e di insegnate di scuola superiore che la mette a stretto contatto con i giovani, che meglio di altre fasce di popolazione scandiscono i cambiamenti. Ed è proprio dai comportamenti e dall’agire dei giovani che la  scrittrice trae l’auspicio del cambiamento in positivo, soprattutto nel Sud.
L’autrice di questo libro  è una fautrice convinta dell’Europa e sa bene quanto è importante completare il processo di integrazione politica e culturale del vecchio continente andando oltre l’aspetto meramente economico, che al momento è prevalente.  Leggendo il libro ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una donna dotata di un acuto spirito di osservazione, capace di saper vedere sempre oltre le apparenze e che non si accontenta mai delle verità preconfezionate. Insomma, Ornella si caratterizza come donna del fare e non come stereotipo della donna del Sud più propensa a delegare e piangersi addosso, (anche se questo stereotipo, duro a morire, non rende giustizia alle tante donne meridionali che invece amano agire e rimboccarsi le maniche). Difficilmente Ornella firmerebbe una cambiale in bianco al politico che ha verve e che fa le promesse più altisonanti. 
I temi più ricorrenti e dibattuti in questo libro sono: La questione del Sud, sempre sfiorata ma mai affrontata veramente dai vari governi che si sono alternati alla guida del paese, la scuola, in balia di un precariato che sembra non avere fine e che finisce spesso con il mortificare le energie migliori di tanti giovani docenti che riescono a conseguire il ruolo dopo essere stati sfiancati dalla frenetica rincorsa alla supplenze, la cultura, che l’autrice vede come la cura più valida per rifondare il paese, la politica, finita in mano a carrieristi ed opportunisti della peggiore risma, la protesta asfittica e autolesionista di chi nel Sud decide di votare Lega, la malasanità, la dilagante disoccupazione, che porta i giovani del Sud a cercare un futuro fuori dall’Italia, il nepotismo e via discorrendo. Il tema riproposto con maggiore frequenza è la differenza economica, culturale e politica fra Nord e Sud, una differenza che ha alimentato luoghi comuni, disprezzo e razzismo nei confronti di una parte del paese che è stata culla di civiltà.
Nel libro l’autrice cita spesso il titolo del romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, assurto alla critica e dall’immaginario collettivo ad emblema di un Sud arretrato, incolto e immobile, ma lei sa bene che non è così. Cristo non s’è fermato a Eboli, è sceso anche nel Sud più estremo, Basilicata e Calabria, altrimenti si negherebbero a questi territori 2500 anni si storia e di cultura con la C maiuscola in ogni campo. La visione che l’autrice dà del Sud è una visione positiva anche se restano tanti “ma” e “se”.
Il libro è narrato con garbo, con buona padronanza della scrittura, quasi in punta di penna. Ornella sembra girare attorno alla ferita con il bisturi anziché immergervelo con forza. All’autrice non interessa tanto l’urlo disperato del singolo ma il lamento della moltitudine che deve scegliere la risposta collettiva e non quella personale, il più delle volte perdente, se vuole veramente incidere nel cambiamento.

 

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DI POCE AUTORE ECLETTICO
di Angelo Gaccione

Donato Di Poce
 
Poesia, saggistica, critica d’arte, fotografia, aforismi… Si occupa di troppe cose Donato Di Poce? Si occupa di tante cose perché ha tante passioni e ha tante cose da dire, e le dice bene. E questo è ciò che conta. La Biblioteca del Vento. Quaderno di Poesie sull’Arte è la sua più recente creatura in ordine di tempo; è uscita da Campanotto (pagg. 122 € 12,00) nell’estate di quest’anno, ma è in arrivo anche un volume saggistico dal titolo: P.P.P. L’ossimoro vivente, dedicato al poeta friulano. La Biblioteca è un libro composto da 63 testi poetici e da tre immagini realizzati dal poeta stesso: “La valigia di Folon”, “Il desiderio”, “Poesia”. Nella sua nota introduttiva Di Poce ci consegna un titolo che suona come una vera e propria confessione: “Volevo essere un pittore”, ma ci dà anche tutti gli elementi sulla genesi e sul significato di questo lavoro compreso spunti di poetica e di estetica che lo sorreggono. E se pittore non lo è diventato per mancanza “di talento artistico e di manualità” (sono parole sue), il libro è impastato di arte dal primo all’ultimo verso. Intanto perché quasi ogni componimento è dedicato ad artisti o a personalità che di quel mondo si nutrono. Arte e poesia in un felice connubio in cui i versi alimentano l’arte e l’arte suscita i versi e li colora, li espande, li dilata in un esplodere di visionarietà, di immaginazione, fertile e rigenerante. Valga per tutti questo testo di pagina 47 dedicato a Mauro Rea e che ha per titolo “Regressione in giallo”.


Giallo come l’esplosione di sinapsi
Giallo come il cuore di Vincent
Giallo come il sole che splende
Giallo come la luna innamorata
Giallo come il deserto insanguinato
Giallo come l’orizzonte giapponese
Giallo come il vento e il silenzio
Giallo come l’urlo e la ferita
Giallo come il fiore più bello
Giallo come la giraffa e il serpente.
Giallo che esiste e resiste
Giallo che si piega e ci piega
Giallo che ci respira in regressione
Giallo che ci unisce come galassie impazzite
Giallo come le notti di Van Gogh
Giallo come muri sognanti oltre l’abisso
Giallo come materia che geme e preme
Giallo ai bordi della creatività
Giallo che tracima e macchia i buchi neri dell’eternità.
Giallo che vive e ravviva il nostro respiro animale.


Sono versi di grande presa quelli raccolti in questa silloge nata tra il 2010 e il 2020, decennio in cui la maturità poetica di Di Poce si è solidificata e fatta più consapevole. E se anche il nucleo tematico ruota intorno all’arte per una scelta deliberata, non si creda che dentro non ci siano tutti gli impasti, i disagi esistenziali, le utopie, le impuntature civili, le visioni sentimentali, il canto, la tensione morale che mette al centro della sua riflessione l’umanità e la bellezza.

   

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L’IO CARNALE DI TUROLDO  
di Federico Migliorati


D. M. Turoldo
 
 
In avvicinamento al 30° della scomparsa che ricorrerà nel 2022 l’attivissima casa editrice bresciana Lamantica ha congedato in libreria un pregevole libretto dal titolo “Raccontare la verità”, saggio di Gabriel Del Sarto dedicato all’opera di David Maria Turoldo, poeta e sacerdote che ha illuminato il Secondo Novecento con la sua voce delicata e decisa. Cosa celi la volontà sottesa alla pubblicazione lo illustra ampiamente lo stesso autore parlando di una ‘scoperta’ del Turoldo più vero, quello che riconduce l’Io lirico all’entrata in maniera diretta con la sostanza sì da divenire pienamente quell’Io carnale tipico delle sue poesie. Grazie a fitti rimandi alla Bibbia con citazioni di autori che già avevano introiettato la poetica turoldiana arricchendola di un’interpretazione acuta e attenta, Del Sarto enuncia il ruolo precipuo dello scrivere versi che per il friulano aggetta in maniera naturale sull’esperienza del pensiero biblico, da cui è impensabile non prescindere, muovendo dai cosiddetti ‘motivi’ che ne suggellano tutto il percorso letterario senza dimenticare il frequente uso delle citazioni da questo o quel passo. In Turoldo, sostanzialmente, si incista un cristianesimo vivo e fecondo, in perenne tensione verso l’assoluto, che egli ha poi abitato nella sua professione di fede e nel servizio pastorale soprattutto verso le forme di disagio e di fragilità. Uomo profondamente colto, capace di un ‘colloquio’ costante con le fonti bibliche, egli non rinuncia a quel ‘dialogo’ che ha connotato il cammino più significativo della propria opera letteraria in particolare con alcuni dei personaggi contenuti nel Primo Testamento oppure ricostruisce un’architettura poetica collegata agli episodi del Cantico dei Cantici. “Poeta di fiera contemporaneità” lo definì il Cardinal Ravasi, in grado cioè di leggere i segni dei tempi alla luce dei riferimenti della Tradizione. Lontano da quei borborigmi intellettuali di cui è costellata tanta parte della letteratura odierna ripiegata su sé stessa, il poeta sacerdote raccoglie la sfida della modernità offrendo la propria interiorità, un tutt’uno mai disgiunto, che opera incessantemente per far prevalere l’amore, sempre e comunque.


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LA POESIA DI DE CANIO
di Massimo Silvotti


De Canio con Guarracino
 

Libera nos a malo (Besjeda editore) è il libro bilingue di Sabrina De Canio, recentemente premiato al Camaiore 2021 con una Menzione Speciale. Il libro è la risultante di un altro Premio al Festival Internazionale di Poesia: La piuma di Zivodrag Zivkovic 2019, a Zenica, in Bosnia Erzegovina, in cui la De Canio è risultata vincitrice assoluta in tutte le sezioni del Premio.
In questo lavoro della De Canio, a prevalere è la sensazione di trovarsi di fronte a un crinale franoso, a volontà disossate. Un incombere, ma anche un rigagnolo di vita tendineo che non smette di pulsare. Una poesia, precipuamente scorcio di una battaglia che non si cura minimamente di mostrarsi in punta di fioretto, poiché più propensa a sbatterci sul tavolo le stridenti sfaccettature della vita. La trama? La vita stessa, un’esistenza mostrata in tutta la sua magmatica e contraddittoria difformità. Per profondità e sedimentazione non pare proprio un’opera prima (e d’altronde la De Canio scrive, pur senza aver mai pubblicato, da molto tempo), eppure la materia poetica conserva una natura primordiale. Se individualmente le sue poesie sono diafani cristalli, nell’insieme la visione, pur a tratti controversa, si fa prospettica. Ma forse sarebbe più preciso raccontare di una parola poetica la cui duttilità fonica è in grado di interloquire con ogni tessuto connettivo e sussultorio della vita. Una sorprendente elasticità musicale, il cui ampio spettro consente di muoversi con assoluta naturalezza tra stridule graffiature o autentiche carezze. Parlavo di musicalità, ebbene ciò che colpisce in questa poesia è la vibrante coerenza tra suono e significato che, pare, non solo si realizzi spontanea, ma anzi ritorni, a volte, persino in contrasto con una volontà che invece tenderebbe a distorcere. Come se una forza esterna riconsegnasse ogni volta alla poetessa una sfida mai compromessa negli esiti finali. Il “tu”, quasi sempre presente, già di per sé rivela una volontà che a tratti è un rinsaldare sé stessa, altre è ammonimento feroce o tenerissimo verso l’altro da sé. Una poesia mai aprioristicamente compiacente che, un po' paradossalmente, in questa sua contrastata sinuosità acquista una ferace carica di eros. Sabrina De Canio, e questa sua raccolta ne è la prima importante ufficiale testimonianza, è poeta a tutto tondo e a tempo pieno (a questo proposito è doveroso ricordare il suo ruolo di condirettrice generale e direttrice dell’area internazionale del Piccolo Museo della Poesia Chiesa di San Cristoforo di Piacenza), al punto tale che la sua poesia potremmo forse definirla una poesia fisica, nel senso che la duttilità del linguaggio fa percepire quasi tattilmente l’ampio ventaglio dei vissuti in essa contenuti. Ma questa raccolta è anche l’assunzione di una precisa responsabilità umana e civile a cui la poeta De Canio dichiara intensamente di non volersi sottrarre. Ed è certamente per questo se la raccolta si chiude con un tenerissimo omaggio a Pippa Bacca, l’artista italiana brutalmente violentata e uccisa nel mentre di un viaggio performativo, vestita da sposa, al fine di celebrare le nozze di pace tra i popoli. In quel viaggio, in quell’accezione vibrante di poesia e di arte, Sabrina De Canio s’identifica in modo assolutamente totalizzante. 

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IL LIBRO POSTUMO DI BELLUOMINI
di Federico Migliorati


Francesco Belluomini
 
 
È un libro, questo, che rappresenta quasi una cattedrale dell’esistenza, un’esistenza già raffigurata con ampiezza di vedute anche in precedenti volumi e ora ripresa con versi inediti, endecasillabi narranti (appunto), che vanno a completare con quell’incisività propria dell’autore, la vasta produzione sin qui già nota al pubblico.
La freschezza del dire di Francesco Belluomini emerge con felice sintesi in questo lavoro concluso poco prima di morire, che la vedova Rosanna Lupi ha voluto riscattare dall’oblio trovando (entusiastico) accoglimento presso la raffinata casa editrice Di Felice e nel quale è contenuta, per dirla alla Giudici, “una vita in versi”, con sezioni e testi frastagliati del proprio passato, scandito da tappe professionali e letterarie diversamente variegate ma non privo di uno sguardo lucido e severo sul recente drammatico passato della nostra Italia (cfr. Voci dall’inferno) tra i carri bestiame che conducevano gli ebrei deportati nei lager nazisti e il ricordo dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema per troppo tempo occultato e da Belluomini fatto oggetto di un romanzo-trenodia dal titolo “Le ceneri rimosse”.


In esso, in particolare, il gorgo concentrazionario, tra sommersi e salvati, è visione demoniaca che l’endecasillabo del poeta riporta alla mente entrando nella storia personale di questo o quel prigioniero, nel travaglio di una dimensione politico-ideologica definita da qualcuno Male Assoluto.
Belluomini, lo abbiamo imparato bene, non è poeta “facile” se con tale termine intendiamo la capacità di adeguarsi ai tempi, di lisciare il pelo alle consorterie di questo o quel potente, men che meno di concepire “le magnifiche sorti e progressive” facendo sponda sulla mediocrità come un giovane emergente qualsiasi. Il letterato viareggino è tra i pochi che muovono da una forte retorica civile ben introiettata nella propria condizione di vita per lanciare messaggi e financo strali all’indirizzo di un’Italia piegata all’indifferenza, al malaffare, agli interessi di bottega “purché sia”. L’ardore sincero di una poesia onesta (ci si consenta il ricorso a un’espressione sabiana), di una poesia vera, è ciò che ha sempre caratterizzato il narrare in versi di questo “toscano della bassa costa”, una sapienza acquisita sul campo, nel duro mestiere di vivere, illuminata da una coscienza pura, la cui epifania del dire e del pensare è evocata tra le righe. Non vi è alcuna forma di lezioso intellettualismo in lui, nessuna sovrastruttura mentale gli fa velo e sconosciuta è l’ipocrisia nel suo verseggiante mondo scevro da “prodotti d’alchimia” a buon mercato. Incasellabile, fuori da qualsivoglia movimento o corrente, di cui è disseminata la storia della letteratura recente, Belluomini si mantiene perennemente fedele alla propria identità di uomo e di intellettuale in continuo viaggio reale e mentale, tra “variegati menestrelli” di questo e quel tempo. Accenniamo, en passant, al Premio Camaiore, la sua più felice e brillante creatura, ch’egli ha difeso strenuamente sino alla fine e “mantenuta senza voti di scambio né favori”, confermandosi di anno in anno uno degli appuntamenti più importanti per la letteratura. Se infine enucleiamo la più fruttuosa eredità morale contenuta in “Demenze senili” che chiude idealmente “Il mercato delle idee”, non possiamo che stupirci della straordinaria attualità rivestita da certe tematiche sollevate, ad onta del trascolorare degli anni: la verità, in fondo è tutta qui. La lungimiranza del poeta si estrinseca non nel limitarsi a descrivere o fotografare il presente, vaticinando qualche soluzione per l’avvenire, bensì nel permanere costantemente in ascolto di quel “rumore continuo della vita” che lo rendono un testimone pregevole, contro ogni e qualsivoglia “festival dell’ovvio”. Belluomini, più che mai con questo suo testo postumo, ci rende partecipi di una verità senza macchia: le sue idee, professate durante l’intero tragitto terreno, non sono in vendita, come invece sempre più spesso accade in questo nostro tempo di tregenda. 


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LONGO, AFORISTA GENEROSO E PROLIFICO
di Federico Migliorati


Nicolino Longo
 
I suoi aforismi e i suoi calembour
quasi quotidianamente su “Odissea”.
 
Avvicinare l’aforistica produzione di Nicolino Longo comporta una conoscenza vasta dello scibile umano giacché l’artista calabrese spazia su plurimi versanti dando prova di una sagace capacità e versatilità: ritroviamo così minimi fatti dell’esperienza umana, grandi quesiti esistenziali, viaggi immaginari nella storia, ma anche percorsi nella letteratura, tappe nel mondo del mondo televisivo e dello spettacolo, richiami costanti ai sentimenti, insomma un vero e proprio pot-pourri che bene si attaglia a un libro di sferzanti verità. Già, perché l’aforisma, fin dai tempi illustri di un Flaiano o di un Longanesi, per citare due dei massimi esponenti di questo genere nel secolo scorso, non è mai banalmente rinchiuso in sé stesso o vuoto a perdere, ma aggetta su illuminanti realtà, anche quando in apparenza si discosta da esse. Longo ha alle spalle una prolifica produzione in questo ambito di cui il libro in oggetto forma in qualche misura l’opera di chiusura del polittico letterario, un ulteriore colpo di genio che pur scontando talvolta qualche sbavatura si fa apprezzare nel suo insieme per la felice sintesi tra espressione e costruzione lessicale. Qua e là rinveniamo anche dei calembour, dei giochi di parole di cui l’autore è abile tessitore nonché osservatore sopraffino che con acribia mantiene un distacco ragionato con la realtà, quel tanto che basta per garantirsi un margine di manovra verso la fantasia: lo stesso discorso potremmo farlo per lo scorrere del tempo che predispone alla corruttela ogni cosa se non ci accompagna quell’umorismo talvolta grottesco, ma necessario che Longo elabora nelle sue composizioni. Nel nichilistico tempo odierno si coglie negli aforismi inseriti in questo volume quella saggezza antica che le generazioni odierne hanno smarrito o mai conosciuto: il lettore avrà modo di rendersi consapevole facendo proprie quelle argute verità che costellano le pagine, vera e propria aria fresca in un periodo che ancora sta segnando di sofferenza l’umanità. Certo, il dolore, lo sconforto, la pena sono elementi connaturati a ogni esistenza e Longo non ne è immune, ma il viaggio della vita non può essere privo di coraggio e di speranza, di tensione verso l’infinito e verso la bellezza che ci salva o quantomeno ci dona conforto nel travaglio quotidiano. Tante sono anche le figure retoriche che Longo utilizza come escamotage per colorare gli aforismi, un modo altresì per renderli universali, alla portata di tutti. E quale miglior chiusura poteva esserci se non quella di prendersi gioco bellamente della morte con alcuni passaggi di rara efficacia che sono allo stesso tempo un inno alla vita? Forse un aforisma non potrà cambiarci nel profondo, è invece possibile che leggendo quelli qui di seguito pubblicati si riesca a soffocare un dolore, a prorompere in una risata, ad allietare per qualche momento la propria esistenza, in fondo a trovare un ulteriore stimolo per riscoprire il valore di quei “passanti misteriosi dell’anima” con cui Victor Hugo definiva le parole, così bene ‘lavorate’ da Nicolino Longo.  

 

  

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