UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

venerdì 31 maggio 2024

UN DUE GIUGNO DI LOTTA
di Franco Astengo



La celebrazione del 2 giugno 2024, festa della Repubblica, assumerà tratti inediti nella storia d’Italia: definitivamente dissolto l’antico arco costituzionale sotto il cui ombrello ci poteva comunque ritrovare mai è stato così violento l’assalto alle fondamenta del dettato della nostra Carta Fondamentale. Ormai è svelata la posta in gioco di questa fase (che potremmo considerare più storica che politica): riscrivere la Costituzione e mandare in archivio il suo punto di vera scaturigine, la Resistenza. È stato giustamente scritto che il progetto del centro-destra di oggi è molto più invasivo di quello elaborato nel 2016 dal PD di Renzi e che fu respinto dalla maggioranza dell’elettorato, e da altri tentativi precedenti (riforma del centro destra anch’essa respinta dal voto popolare nel 2006; progetto della commissione bicamerale del 1997), senza contare le riforme già attuate in maniera negativa (titolo V, pareggio di bilancio, riduzione del numero dei parlamentari).
Adesso però siamo a un vero e proprio salto di qualità: un progetto eversivo che poggia su 3 gambe: premierato, autonomia differenziata, riforma (punitiva) della magistratura. In realtà, nel caso della magistratura, siamo ben oltre l’attacco alla Costituzione Repubblicana perché si sta toccando la messa in discussione della stessa divisione dei poteri sancita dalla rivoluzione del 1789. Un attacco alla democrazia che si sviluppa in un quadro generale davvero inquietante. Una situazione dominata dalla suprema incertezza tra la pace e la guerra: dilemma che la nostra Costituzione intese sciogliere con un articolo 11 già fin troppe volte violato nella sua sostanza. Abbiamo visto come sia in corso un attacco diretto a categorie come quella della Magistratura (ipotizzandone, come già avvenuto in passato, una sostanziale riduzione di autonomia dall’esecutivo) e dell’informazione (con un evidente arretramento nella liberà d'espressione come testimoniato anche dalle classificazioni internazionali in materia). Si sta esercitando direttamente una forma di repressione poliziesca verso i soggetti più facilmente attaccabili come gli studenti. Questi elementi evidenziano uno stato di cose che non può che essere contrastato se non prendendo atto fino in fondo della sua gravità e pericolosità, esprimendo così un pieno convincimento alternativo fuori da qualsivoglia tentativo di compromissione, in ispecie sul piano costituzionale e delle stesse forme istituzionali che derivano direttamente dall’applicazione della nostra Carta Fondamentale, prima fra tutte la forma di governo parlamentare. Il tutto racchiuso dentro un cerchio ideale rappresentato dal riemergere della “questione morale” che si esprime in varie forme ben oltre la forma classica della corruzione politica come sembrerebbe indicare la vicenda ligure. La celebrazione del 2 giugno dovrà essere allora impostata come momento di richiamo alla necessità, prima di tutto, di espressione di un sentimento di qualcosa di cui non si può non parlare, di cui non si può tacere partendo dalla risposta alla tragedia fascista da cui nacque la nostra identità repubblicana.

DIARIO CIVILE
di Girolamo Dell’Olio



Piombino di nuovo tra noi! 
 
Si chiama Cinzia. Archeologa. Ma anche musica, animazione, teatro, pittura. E molte altre cose, quelle che Cinzia coltiva. E sogni. E radicati e radicali orizzonti. Perché è questo il segreto, forse: non lasciarsi portar via dagli eventi.
Se Cinzia è venuta sotto la Regione, da Piombino, dopo mesi che la Golar Tundra è là ormeggiata impudente nel porto a fare il lavoro sporco, questo vuol dire che la coscienza non si è assopita, che la schiena non si è piegata. Giacché una cosa ingiusta, una scelta sbagliata, non recupera senso o qualità col passare del tempo. Al contrario! Il trucco della (pre)potenza sta proprio qui: nel giocare con le leve dell’incombente, nel fiaccarci barando. E invece… e invece l’irragionevolezza economica, ecologica, geopolitica del ‘metodo-Piombino’ si conferma e si rafforza, col tempo, solo che ci siano anime e cervelli pronti a coglierla. Il tempo è galantuomo ma con chi gli è amico!
Ieri, sotto la Prefettura, e davanti alla Regione, un’altra causa solo apparentemente persa: quella che la (pre)potenza istituzionale dipinge come La locomotiva di Guccini: la TAV, un mostro strano con dentro un potere tremendo, ‘la stessa forza della dinamite’.



C’è chi si esercita da mesi in ridondanti rappresentazioni ottocentesche della talpa che avanza irresistibile, in favore di taccuini e telecamere compiacenti. Ma poi… mannaggia! Arriva quando meno te lo aspetti la dura lezione della realtà: la superfresa si è già arenata, sotto viale don Minzoni. A poche centinaia di metri dalla partenza, E deve fare chilometri e chilometri…
Cosa sia veramente successo, non è dato saperlo in questa casa di vetro sabbiato che è la comunicazione istituzionale, rimpannucciata dalla (dis)informazione ‘giornalistica’. Però, possiamo immaginarcelo: nove su dieci, l’incidente sta dentro i famosi ‘limiti della crescita’ che i moderni green millantano ma non conoscono, anzi ignorano e quotidianamente calpestano. Che si tratti di materiali inadeguati (è già successo, undici anni fa, alla celebrata Monna Lisa) o di problemi di riassetto della nuova fresa Iris da anni in letargo sotto Campo di Marte, o di tonnellate di smarino difficili da ricollocare sul mercato del Valdarno, o di generali manchevolezze nella progettazione della ‘grande opera’ (basti vedere quello che è successo a Castello, o prima ancora in Mugello), poco importa. A guidarci può bastare il ragionamento. E ragionare può convincerci dell’opportunità di non lasciare i padroni del vapore spadroneggiare impunemente: resistere alle iniquità porta frutto, prima o poi. Ora, non è che noi poveri mortali si possa sapere esattamente dove e quando questo avverrà. Ma avverrà. Allorché tiriamo su i figli, del resto, o lavoriamo nelle scuole, facciamo forse dipendere il nostro agire dai risultati immediati? Buon seme, buon terreno, perseveranza: buon frutto!



Dopo il turno kafkiano davanti al Palazzo della Legge, la Prefettura, ci siamo messi – io e la compagna leonessa del Tirreno – davanti ai civici 2 e 4 di via Cavour, che così intercettiamo un po’ tutti. Metti mai che un consigliere o un assessore o un presidente fosse incline a un ravvedimento operoso…
 
Lei, Cinzia, con la tromba d’aria del 21 ottobre sul mare di Piombino, incrocia un giovane albanese che da parecchio vive in Italia e – per associazione di idee? - le racconta di una pineta andata in fiamme nel suo Paese. Qualcosa che deve avere a che fare coi combustibili fossili. Fantasie adriatiche? Forse no se, cercando in rete, si trovano esplosioni in campi petroliferi e ‘inferno nero’.
 
Io, invece, devo accontentarmi dell’ennesimo incontro ravvicinato con Eugenio Giani.
 



Son lì che spiego il nuovo cartello agli uscieri di guardia all’ingresso: ‘Cosa vuol dire? Che s’è fermato il giochino… la macchinina… brin brin! E questo, vedete? è il presidente, quando dal cavalcavia dell’Affrico celebrava a settembre la grandiosa distesa di conci bianchi ammassati nei piazzali ferroviari, e di carri rossi sui binari in attesa delle terre di scavo… ‘Quando fra qualche anno sfreccerete sul treno ad alta velocità – declamava - ricordatevi che tutto quello sarà possibile grazie al lavoro che stiamo facendo!’. Peccato che prima ancora di raggiungere le viscere dell’Arco dei Lorena… il giochino si sia fermato!’.
Ma ecco, eccolo: il presidente si materializza per l’appunto.
Questa volta è arrivato in economia, a piedi.
Ho come la sensazione che vorrebbe sgusciar via. E allora, lo sollecito a dare un’occhiata al suo gesto promozionale montato accanto alla mappa del disonore, con la bella addormentata nell’argilla.
‘S’è fermata, presidente! Ci dispiace! Mannaggia! Mannaggia! Come si fa? Come si fa? S’è fermata la macchinina, presidente!’
‘Fedelissimo…!’, commenta affabile in prima battuta.
Ma poi, rassicurante: ‘Ehhh, ora riparte!’, e scivola via.
‘Sì? Mah…! Dice…?’
Vedremo come, quando, e a quale prezzo…

APPELLO
 

Appello ad elettori ed elettrici per la tornata elettorale 8 e 9 giugno contro l’Autonomia Differenziata.
 
L’8 e il 9 giugno i cittadini e le cittadine italiani/e sono chiamati/e al voto per le Europee, per le Regionali del Piemonte e in diversi Comuni del Paese.
Queste elezioni cadono in un momento grave per la Repubblica, mentre il Parlamento è sul punto di approvare un DDL di applicazione dell'Autonomia differenziata e - quasi congiuntamente - una modifica della Costituzione che instaurerebbe il cosiddetto “premierato” per la nomina del Capo del governo.
Tutta la propaganda si orienta su un doppio inganno: l’AD servirebbe a “decentrare” e favorire il controllo di cittadini e cittadine sull’operato delle Giunte regionali, nonché a combattere sprechi e inefficienza; il Premierato assicurerebbe a cittadini e cittadine di poter “scegliere” il Capo del governo, conferendogli la certezza di poter governare senza ostacoli. Due provvedimenti in realtà complementari, che porterebbero a termine quel processo di verticalizzazione delle istituzioni iniziato anni fa con il sistema maggioritario, l’elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Regione. In realtà, realizzando un rapporto diretto tra il Capo del governo e i “Governatori” e marginalizzando ulteriormente le Assemblee rappresentative. 
L’inganno è semplice: se queste due “riforme” dovessero passare ed essere attuate, lavoratori e lavoratrici, cittadini e cittadine vedrebbero drasticamente ridotte le possibilità di difendere i propri diritti e gli spazi di partecipazione democratica, frutto delle lotte dal Dopoguerra agli anni ’80. L’AD e il Premierato garantiscono mano libera nel distruggere tutto ciò che ancora sussiste dei servizi pubblici, per privatizzare del tutto la sanità, liquidare la scuola pubblica, i contratti e le norme nazionali sul lavoro, ai quali ci si può ancora appellare, aprendo così la porta ad una precarietà e ad una flessibilità ancora più estreme, ancora più selvagge. Tutti e tutte siamo coinvolti/e: le Regioni entreranno in competizione tra di loro per attrarre investimenti; così si abbasseranno i livelli di protezione dell’ambiente, del territorio, dei beni culturali, della sicurezza sul lavoro. Ogni Regione avrà la propria scuola, la propria sanità: fine dei diritti universali uguali per tutti/e. Ma non c’è dubbio che il piatto più avvelenato è quello che viene riservato al Sud, condannato da questo Governo a nuove servitù e schiavitù, e a cui sarà per sempre impedito uno sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile. L’autonomia differenziata colpirà tutte le persone, perché distruggerà i servizi sociali destinati a garantire, ovunque si risieda, i loro diritti universali.



Con l’AD e il Premierato assoluto si espropria il Parlamento delle sue competenze legislative, si cancella ogni possibilità di partecipazione democratica, depotenziando definitivamente le rivendicazioni e i conflitti del lavoro e dei movimenti sociali. Siamo di fronte ad una doppia morsa: “Divide et impera”. Divide, con l’AD, impera con il Premierato: il sovvertimento totale della Repubblica.
I Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata e il Tavolo No Ad lanciano pertanto a lavoratori e lavoratrici, a cittadini e cittadine legati/e alla democrazia, all’unità della Repubblica, all’uguaglianza dei diritti, un appello: in occasione delle prossime elezioni, non facciamoci ingannare dalla demagogia, dagli slogan, dalle illusioni. Non votiamo alcun/a candidato/a e alcuna forza politica che non abbia preso posizione chiaramente e si batta in modo conseguente per il NO all’Autonomia differenziata, ritirando ogni sostegno dato in passato a questo progetto, e per il NO al Premierato.
In gioco non c’è qualcosa di astratto e lontano dalla nostra vita. In gioco c’è il nostro futuro, la dignità delle nostre esistenze, la praticabilità della partecipazione democratica, l’uguaglianza sostanziale. Prima che sia troppo tardi, l’8-9 giugno, cogliamo l’occasione per dire alto e forte, anche con il voto: unità della Repubblica, diritti uguali per tutti e tutte, basta con l’attacco alle conquiste sociali e democratiche!
 
Comitato Nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica
Tavolo No Ad


 
Firme 
Marina Boscaino (portavoce dei Comitati)

Gina Agostini
Valeria Allocati
Antonio Anelli
Simona Azzali
Fabrizio Baggi
Luigi Belcredi
Chiara Benegiamo
Angela Bergonzi
Marco Bersani
Benedetta Bogelli
Fabio Bogelli
Paolo Bogelli
Adriano Bracone
Rita Campioni
Stefania Cantatore
Maria Teresa Capozza
Debora Caputo
Sabino Caputo
Maurella Carbone
Casa Internazionale delle Donne
Carlo Casarini
Silvana Casentini
Romina Cassi
Patrizia Cassinera
Luciano Cerasa
Giovanni Cocchi
Coordinamento Donne di Francoforte
Domenico Cosentino
Lucia Cristina
Natale Cuccurese
Alessandro Dal Piaz
Carmen D’Anzi
Alberto Deambrogio
Agnese Di Bari
Leda Di Paolo
Gianluca Di Silvestro
Mariagrazia Dilillo
Marco Farina
Stefano Fassina
Fanio Giannetto
Marina Gorrini
Monica Grilli
Rossella Guadagnini
Tonia Guerra
Martina Izzo
Monica Kleinefeld
Nicola Lamonica
Bernadette Lauro - 6000 Sardine Francoforte
Ester Liguori
Pierpaolo Loi
Maria Longo
Pippo Lorusso
Chiara Mandirola
Paolo Massone
Maria Grazia Meriggi
Marina Merlini
Alberto Milani
Daniele Milani
Sergio Milani
Antonia Mininni
Marcello Modini
Loretta Mussi
Daniele Nascimbene
Antonio Olivieri
Sara Padroggi
Anna Maria Paneghetti
Luisa Paneghetti
Giuseppe Papavero
Dianella Pez
Ermanno Popovich
Potere al Popolo - Pavia
Marcella Raiola
ReteRosa
Giuliana Righi
Roberta Roberti
Franco Russo
Andrea Aldo Sacchi
Suada Shahaj
Angelika Signorini Bene
Giovanni Russo Spena
Carlo Salmaso
Linda Sandulli
Luigi Sanza
Maurizio Sardone
Claudio Scaffidi-Argentina
Daniela Scerbo
Fabio Sebastiani
6000 cittadine e cittadini dell’Emilia-Romagna
Francesco Signorelli
Stati Generali delle Donne
Andrea Tesini
Gianluigi Trianni
Emanuela Trocino
UDI - Napoli
Emanuele Ungheri
Lorenzo Varaldo
Rina Zardetto

 

FARE MEMORIA



Facciamo memoria: oggi (30 maggio) ricorre il centenario dell’ultimo discorso di Giacomo Matteotti alla Camera dei Deputati del 30 maggio 1924, che gli costò la vita. Sequestrato, pochi giorni dopo, il 10 giugno 1924, dagli scherani di Mussolini, Matteotti fu barbaramente ucciso. Il suo cadavere venne scoperto il 16 agosto 1924. Dirigente socialista, ebbe il coraggio di denunciare la violenza fascista e i brogli elettorali. Col suo lucido e appassionato discorso, che è un inno alla libertà e alla democrazia, mise profondamente in discussione il potere di Mussolini, responsabile politico e morale del suo assassinio. Il fascismo è violenza, è crimine, non un'opinione. Di seguito il link del suo intervento, tratto dal film Il delitto Matteotti.
https://www.youtube.com/watch?v=SqvpcgYkQMY
L’esempio di Matteotti, di Gramsci e di Gobetti e di tante donne e uomini, politici e militanti antifascisti, la resistenza durante il ventennio della dittatura fascista, la lotta partigiana e il movimento di liberazione dal nazifascismo sono la linfa vitale della costituzione della Repubblica Italiana, democratica e antifascista, che celebriamo il 2 Giugno, anniversario del referendum del 1946 col quale il popolo italiano disse NO alla monarchia e SI alla Repubblica. E quel giorno, per la prima volta le donne esercitarono il diritto di voto. Oggi, per responsabilità della maggioranza delle classi dirigenti politiche ed economiche, la democrazia e la libertà e i diritti sono gravemente a rischio, con un assalto continuativo e perverso alla Costituzione e alle conquiste sociali e civili che si è intensificato nell’ultimo trentennio anche con leggi elettorali maggioritarie e gravemente limitative del “diritto di voto libero personale segreto”, fino ad approdare alle proposte legislative dell’attuale governo di centro-destra, in cui la componente post-neofascista è prevalente: la cosiddetta “autonomia differenziata” (spappolamento del Paese in regioni-staterelli) e il cosiddetto “premierato” che porterebbe allo stravolgimento della nostra Costituzione, quasi a restaurare una specie di “monarchia elettiva”. Poteri eccessivi alle regioni-staterelli e potere centralizzato nelle mani del capo del governo con tutti i rischi e i pericoli di autoritarismo e di involuzione repressiva di un potere autoreferenziale che degrada la cittadinanza a sudditanza. In tale contesto si accelera l’inquietante processo di riarmo e di rigurgiti nazionalistici e razzistici, in cui il capitalismo liberistico finanziario globale punta a un’economia di guerra fino a portarci sull’orlo dell’abisso del terzo conflitto mondiale atomico. Non c’è più tempo da perdere. Occorre reagire e inventare forme di lotta pacifiche con atti e azioni collaudate dalla storia e dall'esperienza dei movimenti degli obiettori di coscienza, dei disarmisti, dei disertori, dei renitenti e dai movimenti per i diritti umani sociali ambientali. Con questi valori e motivazioni vi invitiamo a partecipare alla nostra Festa della Repubblica, domenica 2 Giugno 2024 alle ore 10 in Piazza Costantino presso la sede dell’ANPI Crescenzago con gli YU KUNG in concerto e con una “cantata” collettiva.  
Cari saluti resistenti.
Giuseppe Natale - pres. Anpi Crescenzago

L’INCOGNITA DELL’ASTENSIONISMO 
di Luigi Mazzella 


 
C’è chi sostiene che, con il sovraffollamento complessivo del Pianeta, sia aumentata (soprattutto negli abitanti dell’Occidente, da duemila anni portatori di una cultura fondata su fideismi religiosi e fanatismi politici, entrambi utopici) la “facile credulità” in verità “asserite” e “non provate” (anzi clamorosamente “smentite dagli eventi”) da parte di predicatori e di ciarlatani. Se così fosse, vi sarebbe da chiedersi se vi siano ancora nel nostro “Bel Paese” cittadini (in numero adeguato a evitare un irragionevole disastro socio-economico e politico) per così dire “senza la sveglia al collo”, che siano in grado di richiedere e imporre ai loro governanti, attraverso il voto, la dimostrazione di possedere raziocinio, buon senso e logica. La razionalità degli eletti, in altre parole, costituirebbe l’unico modo per essere certi che le scelte assunte al massimo livello di responsabilità politica non portino i poveri italici, come suole dirsi “a sbattere” e ad annaspare in un fungo atomico.
La risposta non è semplice: perché da un lato il livello intellettuale dei nostri governanti appare paurosamente in progressivo e inarrestabile calo (come dimostrano anche gli “scontri volgari da taverna”, un tempo inimmaginabili, tra alte autorità pubbliche) dall’altro cresce il numero degli astensionisti.
Qual è l’identikit di questi ultimi? Il più probabile è che si tratti di elettori razionalisti e di buon senso logico che, non avendo fiducia alcuna nei candidati proposti dai vari partiti, non vanno più a votarli.
Quale sarà l’effetto?  Sembra che “la serva Italia” di dantesca memoria vada orientandosi sempre di più a subire passivamente e deterministicamente , oltre alla dipendenza, ormai scontata e palese, di tutti i suoi partiti dagli input politici statunitensi, anche l’onta di essere governata da una minoranza (per giunta altamente rissosa e sempre meno qualificata) di forze politiche che, pur essendo di numero appena più consistente di quello delle altre coalizioni in lizza, è comunque lontana dal rappresentare la volontà della maggioranza degli Italiani; e ciò  nella drammatica consapevolezza, date le circostanze,  della sua ineluttabilità. Le imminenti elezioni europee, pur nella loro innegabile diversità rispetto a quelle ultime nazionali (essendovi due atroci guerre ormai in pieno e sanguinoso svolgimento ed essendo tutti i partiti in lizza in Italia “filo-bellici, o perché convinti da tempo o perché convertiti in momenti diversi all’atlantismo della NATO) ci daranno elementi utili per una risposta alla domanda posta sopra circa l’incremento o la diminuzione dell’astensionismo. Le previsioni sono difficili: per gli Italiani che non intendono essere trascinati in una guerra che potrebbe divenire nucleare c’è poca scelta: c’è Tarquinio, nella lista del PD e i suoi amici di PACE, TERRA, DIGNITÀ e c’ è Santoro… Non c’è Papa Francesco che è per forza di cose fuori gara (e necessariamente destinato a restare vox clamans in deserto). Naturalmente, a sperare che non vi siano adunate del tipo del 1940 di quelle mussoliniane di piazza Venezia sono tanti (anonimi e non rappresentati) Italiani. Che faranno? Si accontenteranno di ciò che “offre il convento” con la prospettiva di un inevitabile insuccesso o si asterranno dal voto, confidando alcuni, da credenti, in un intervento pacificatore del loro Dio (mediorientale), altri, da laici, in una vittoria di Donald Trump alle elezioni nordamericane?
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LETTERE
Diritto di voto e corruzione


 
Secondo me ci sono momenti di grande confusione, incertezze e mancanza di credibilità. Lo dimostra il fatto che molti non vanno nemmeno a votare. Brutto clima generale. Da parte mia ho molte perplessità, e mi sento molto vicina a Papa Francesco. Andrò a votare perché lo ritengo diritto/dovere con grande rispetto verso chi ha dato la vita per la democrazia e la libertà. Non vedo nel nostro Paese uno spirito di collaborazione fra le parti per il bene del Paese e del popolo, costretto a sacrifici disumani, per cui lo stipendio non basta neppure per sopravvivere...
Sono cresciuta con la Costituzione, con valori sociali e ideali umanitari.
Dilagano, invece, corruzione, sete di potere, competizione con una insanabile frattura fra la politica e la gente, spesso impreparata, ignorante, da ricordarmi i tempi descritti molto bene dal Manzoni nei Promessi Sposi.
Concetto dinamico di democrazia per il quale necessitano conoscenza e cultura, non il vuoto e la disinformazione generale uniti alle manipolazioni per raggiungere scopi lontani dalla realtà. Basterà una matita? Ormai non è mettere la croce, ma metterci una croce... con una flebile speranza che qualcosa potrà cambiare uccidendo l’ultimo sogno dei sognatori. 
È solo il mio sentimento sincero, uno stato d’animo forse comune a molte persone, docenti, intellettuali, impiegati, operai, ma non solo, soprattutto di chi ha creduto in un ideale, in un sogno... in una fede di uguaglianza, di giustizia, di fratellanza e che in silenzio quotidianamente hanno varcato in prima persona questi principi democratici e lo ritengo addirittura inutile.
Laura Margherita Volante  

SANTORO AD ANCONA
Per la Pace, il Disarmo, la Giustizia sociale.








A BUSTO ARSIZIO




giovedì 30 maggio 2024

LISTE PER LA PACE



Caro Angelo,
leggendo come sempre con interesse gli articoli di “Odissea” che di tanto in tanto mi segnali, ho notato la tua convinzione circa la necessità di sostenere la lista Pace Terra Dignità. Una scelta riguardo alla quale ti confesso di nutrire più di un dubbio, pur comprendendone la linearità, e la nobiltà, dei motivi ispiratori. Si tratta, in sostanza, se ho ben capito, di porre il tema della pace al centro di un progetto politico, sfrondando per così dire tale tematica da ogni elemento di contorno, che potrebbe risultare divisivo. La pace, dunque, come fine primario e, per così dire, unico, intorno a cui aggregare consenso. Questo il punto di forza di una tale proposta, ma anche, secondo me, la sua debolezza (problema, peraltro, comune a tutte le liste monotematiche). Sul piano dei principi non si discute: l’obiettivo della pace non può che essere in cima ai pensieri di qualsiasi essere umano dotato, appunto, di umanità o, semplicemente, privo di propositi suicidari. Se però dal terreno astratto degli intendimenti vogliamo scendere su quello concreto della politica (una discesa necessaria, se non decidiamo di limitarci alle pure enunciazioni), allora anche il tema della pace, per sortire qualche effetto, deve essere inserito in un contesto più ampio e non generico, ben più articolato di quanto non possa esprimere un richiamo, doveroso ma vago, a terra e dignità. Presentare una lista come Pace Terra Dignità, destinata peraltro, sulla base di tutti i sondaggi (questa è scienza, il resto è metafisica), ad arrestarsi ben sotto la soglia di quel quattro per cento richiesto per eleggere anche un solo rappresentante, nonostante la buonafede dei promotori servirà di fatto soltanto a erodere consenso ad altre liste che il tema della pace hanno nel loro programma e che invece la possibilità di superare tale soglia di sbarramento l’avrebbero: in primis a quell’Alleanza Verdi Sinistra che ha avuto  il merito di candidare Ilaria Salis, e il cui successo permetterebbe tra l’altro alla nostra concittadina di essere al riparo dalle minacce e dalle vessazioni di un regime come quello ungherese che, al netto di un po’ di approssimazione storiografica, non esito a definire fascista.
A presto
Luca Marchesini


 

Caro Luca,
dubbi ne abbiamo anche noi. Talmente tanti che negli ultimi tempi non ci siamo più prestati alla farsa di mettere la croce su un simbolo credendo che questo bastasse a mutare lo schifo di questa Nazione e il comportamento dei farabutti che in massima parte la rappresentano. Non tutti, ovviamente. Ma sul tema del disarmo, della riconversione dell’industria bellica, della destinazione della spesa militare a finalità sociali e alla cura del territorio, dell’uscita dalla Nato e di quanto vado scrivendo e dicendo da oltre mezzo secolo, non ho visto un rigo nei programmi di tutti i partiti presenti in Parlamento. Anzi, non solo non hanno mosso un dito per tentare una via diversa sulla crisi Ucraina, ma appena è scoppiato il conflitto hanno fatto a gara a spingere per il massacro votando per l’invio di armi e portandoci sull’orlo del baratro nucleare. Con l’eccezione di Verdi e Sinistra in Italia. Ma in Europa i verdi sono diventati guerrafondai più degli altri. 



Perché insisto su quello che dovrebbe essere il tema epocale del dibattito ed invece non ne siamo coscienti, ambienti intellettuali e letterari compresi di cui entrambi facciamo parte? Perché la spesa militare del 2022 ammontava a duemila miliardi di dollari (quella ufficiale), e ti lascio immaginare a quanto è arrivata ora, e a quanto arriverà con la ripresa della corsa agli armamenti. Dunque non sarà possibile affrontare il tema della cura dell’ambiente, della sanità, della disoccupazione, del contenimento del costo della vita. Perché gli ordigni nucleari per cancellare non solo l’intero genere umano, ma ogni forma di vita animale e vegetale ammontavano (anche questi dati per difetto) qualche anno fa, alla spaventosa cifra di 15 mila. Ne bastano alcuni per interrompere l’avventura umana di questo indegno bipede che ai suoi vertici decisionali (politici, militari, finanziari, imprenditoriali, scientifici, sindacali, giornalistici, intellettuali - anche qui con rare eccezioni -) si mostra spaventosamente irresponsabile e votato al suo annientamento. Certo, avremo la soddisfazione che in caso di conflitto nucleare anche loro, i loro cari, i loro beni, i loro lauti conti in banca saranno liquefatti. Che l’inverno nucleare farà scomparire per sempre la possibilità che un essere così stupido e mostruoso ricompaia sulla faccia della terra. 



Ma, caro Luca, sono uno scrittore come te, un intellettuale che non si rassegna alla stupidità, all’irresponsabile egoismo disumano di questa lurida genia che decide a nome nostro, dei nostri figli, dei nostri incolpevoli nipotini, delle altre creature sensienti, delle altre specie che compongono il miracolo chiamato Natura. Non mi rassegno e non voglio delegare a questi miserabili il mio destino e quello di altri esseri umani pacifici, solidali, collaborativi, fraterni. Pace Terra Dignità ha un programma articolato, in verità; con il quale si può non essere del tutto d’accordo o dissentire, ma ci sono molte cose di buon senso e molte cose che hanno una loro necessità. Personalmente non ne avrei fatto uno, mi sarei concentrato solo sulla fine del conflitto come l’obiettivo più importante, l’opposizione all’invio di altre armi e l’impegno a lavorare per una trattativa indicando come sede del negoziato la città mondiale della Pace di Assisi, con il coinvolgimento delle massime autorità religiose, di alcuni premi Nobel per la Pace, degli enti morali internazionali e dell’Onu. Avrei motivato questa scelta come un Referendum fra donne e uomini di Pace e guerrafondai; fra chi ha scelto la vita e chi sta lavorando per la morte. Solo se avessimo ottenuto il consenso di una fetta significativa dell’elettorato italiano avremmo potuto mettere altra carne al fuoco: il lavoro, la sanità, la cura dell’ambiente, la spesa sociale. 



Ma ora questa lista c’è, e come disarmista storico (come militante attivo e come teorico del pacifismo) non potevo tirarmi indietro. Ho deciso di impegnarmi in prima persona perché la lista abbia successo e un nutrito gruppo di difensori della pace possa rappresentare la nostra volontà di pace al Parlamento Europeo. Non ci fosse stata questa lista in molti non sarebbero andati a votare. Chi ha deciso di sostenere Verdi e Sinistra farà altrettanto bene: conosco tanti amici e lettori di “Odissea” che lo faranno, ma io sento il dovere di dare forza a questa lista nata specificamente contro la guerra. Spero che in tanti la voteranno: i senza partito, i disgustati, i disillusi, i credenti negli sforzi che a livello alto solo il Papa ha tentato, i giovani che si vogliono nuovamente intruppare negli eserciti per mandarli al massacro, le loro mamme, le donne degne di questo nome, la gente del Sud sempre più abbandonata, i giovani costretti all’emigrazione forzata.
Impegniamoci assieme, seppure per due liste diverse, e sarà magnifico se potremo festeggiare una comune vittoria.
Ti abbraccio,
Angelo Gaccione

FESTA DELLA REPUBBLICA 



Purtroppo sono proprio i governanti a non rispettare il dettato della nostra Costituzione nata dalla Resistenza partigiana. La disonorano e stanno facendo di tutto per portarci alla guerra.

Ho scritto questa lettera per diletto, facendo riferimento ai testi storici editoriali e scolastici, alle notizie e curiosità lette sui giornali e agli ascolti radiofonici e televisivi. I lettori potranno arricchirne il suo contenuto grazie alle loro esperienze personali dirette e indirette.
Era il lontanissimo 2 giugno 1946 che si indisse un referendum per decidere il passaggio dalla monarchia alla Repubblica - letteralmente cosa di tutti -. Il popolo italiano si era lasciato alle spalle la seconda guerra mondiale terminata il 25 aprile del 1945, che aveva lasciato in ogni parte del Paese povertà, lutti, dolore, sfiducia, odio e macerie. Bisognava alzare la testa con dignità e forza di volontà e organizzare la ricostruzione, non solo economica, ma anche sociale, morale e democratica, dopo un periodo storico politico non condiviso.
Proprio il 2 giugno 1946 fu indetto il referendum per cambiare il tipo di governo: si doveva scegliere se restare fedele al re o decidere la sovranità popolare. Il popolo decise di far nascere la Repubblica Italiana. Determinante fu anche il voto delle donne fino ad allora negato. In parole povere, sono i cittadini che eleggono i propri rappresentanti per legiferare e governare L’Italia. Nacque l’Assemblea Costituente i cui membri scrissero la Costituzione - legge fondamentale della Repubblica che garantisce i diritti, l’uguaglianza, la dignità, la libertà e la partecipazione attiva dei cittadini - che sostituì lo Statuto Albertino; dire che fosse una delle più belle del mondo non è una baggianata. Così il 2 giugno del 1948 la Repubblica vide finalmente la luce.
Ogni anno a Roma il Presidente della Repubblica depone una corona di alloro sull’Altare della Patria per omaggiare il Milite Ignoto - monumento che rappresenta tutti i soldati caduti nelle guerre e di cui non si conosce il nome - mentre una parata militare attraversa i Fori Imperiali e rende onore al Presidente della Repubblica e alle altre alte cariche nazionali.  
Per dovere di cronaca la giornata del 2 giugno è stata festa nazionale fino al 1977 e, poi, fu declassata a giornata feriale a causa della crisi economica e spostata nella prima domenica del mese di giugno. Solo nel 2001 ritornò a essere di nuovo festa nazionale a opera del Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Ah, per rappresentare la Repubblica è stato scelto un simbolo contenente una stella, una ruota dentata d’acciaio, un ramoscello di ulivo e uno di quercia. Perché questi elementi? La stella rappresenta la rinascita; la ruota dentata il lavoro; l’ulivo la pace e la quercia la forza. Il mio maestro elementare ci disse che il corbezzolo - pianta tipica della macchia mediterranea - rappresenta la pianta nazionale dell’Italia e così spiegò questa affermazione: il frutto è rosso; le foglie sono verdi e i fiori sono bianchi. Ogni anno il 2 giugno si festeggia il compleanno di questa giornata memorabile e un pensiero aleggia nell’aria: cosa posso fare per onorarla, pensa il cittadino comune? Onorare la Patria, amare la bandiera, difendere la Costituzione, usare un comportamento virtuoso… rispettare le regole di convivenza civile. Frase ascoltata a un tavolo di un bar e proferita da un cittadino deluso dalla classe dirigente dello Stato; a proposito della bandiera disse: cittadini al verde con le tasche vuote, notti in bianco per i troppi pensieri, conto in banca rosso.
Oggigiorno la nostra classe politica fa passare il concetto di tante repubbliche legate a altrettanti periodi storici, ossia Prima Repubblica, Seconda Repubblica, Terza Repubblica… speriamo che si fermi questa classifica e si decida una Repubblica unica e condivisa, basata sui principi di solidarietà, libertà e giustizia e onori la Costituzione! 
Carmine Scavello

 

PER LA PALESTINA 






mercoledì 29 maggio 2024

LETTERA APERTA AI CANDIDATI SINDACO


 

Firenze. Egregie candidate, egregi candidati, vi scriviamo in questo momento, nel mezzo della campagna elettorale per farvi presenti alcuni gravi problemi nella realizzazione del Passante TAV e perché prendiate precise posizioni. Il progetto ha molte criticità, tali da rallentare o rendere precaria la sua realizzazione da ormai quasi 30 anni, ve ne citiamo solo alcuni conosciuti da tempo e uno che sta emergendo in questi giorni, ma che gli addetti ai lavori conoscono bene:
La stazione ai Macelli è in una zona ad alta pericolosità idraulica, (qui un articolo sul tema). Questo accade perché non si è voluto sottoporre a VIA (valutazione di impatto ambientale) il progetto di Norman Foster di stazione ai Macelli.
Al progetto esecutivo manca il piano di emergenza che valuti anche i rischi idrogeologici. È una norma di legge che RFI ignora deliberatamente e pretende di realizzarlo dopo la fine dei lavori.
Lo scavalco di Castello è una parte del Passante TAV, è ultimato da circa 12 anni, ma non è stato collaudato perché non è collaudabile, non è stato impermeabilizzato e, essendo immerso nella falda, è continuamente infiltrato da acque. Una inchiesta della Corte dei Conti è in corso.
Poche settimane fa è emerso il rischio che lo scavo sotto viale Lavagnini possa danneggiare la sede tranviaria appena realizzata. Si sono promessi mille occhi, ma è incredibile che di questo fatto ci si sia accorti all’ultimo momento. L’attuale sosta dello scavo è per prevenire imbarazzi prima delle elezioni?
La TBM, la macchina che scava la prima galleria, è ferma dal 17 aprile sotto viale Don Minzoni al Km 2+128, dovrebbe trovarsi al km 3+950, è in ritardo di 1800 metri, circa 180 giorni di scavi previsti, 6 mesi di ritardo; il motivo è che le terre scavate devono essere depurate da additivi e asciugate perché si possa realizzare la collina prevista. Tutto questo era stato annunciato da questo Comitato diversi giorni fa, fu negato dai dirigenti di RFI e Consorzio Florentia nell’assemblea pubblica del 16 maggio scorso, ma era evidente che la cosa non poteva restare nascosta e ne hanno dato notizia a Repubblica che ne ha fatto un articolo il 25 maggio. Notizie incomplete e con reticenze, ma la cosa è dovuta emergere.



Un altro problema sorto è stata l’insufficienza delle piazzole di stoccaggio a Santa Barbara, dove far maturare le terre di scavo:
L’inadeguatezza delle piazzole attuali costituisce una criticità, in quanto, anche laddove fosse possibile avviare i conferimenti, la limitata capacità delle piazzole non consentirebbe il regolare sviluppo dei lavori di scavo della galleria.
La Commissione di Collaudo chiede alla Direzione Lavori di effettuare un’analisi di sensitività che indichi quali sono le ricadute sull’avanzamento della fresa in riferimento alla capacità delle piazzole di stoccaggio di Santa Barbara e dei tempi di permanenza del materiale di scavo in esse in base alle indicazioni del protocollo del MATTM.”
Così scriveva la Commissione di collaudo nel gennaio 2017 e nel 2022 l’Osservatorio Ambientale di Santa Barbara prescriveva un aumento della capienza delle piazzole.
Quello che invece non è stato preso in considerazione, ma che la bocciatura della VIA da parte della commissione presieduta allora da Fabio Zita aveva segnalato, era che i terreni argillosi trattengono l’acqua e non sono idonei a realizzare una collina se non vengono asciugati con particolari macchine chiamate filtropresse. I costi di questa operazione sarebbero enormi per oltre un milione di m3 di detriti. L’alternativa alle filtropresse sarebbe il conferimento delle terre in discarica con costi superiori dieci volte quelli previsti per il semplice riutilizzo.
Insomma la sosta nello scavo è dovuta alla mancata asciugatura delle terre che non è stata considerata; che RFI sostenga che la causa sia il tempo umido è ridicolo, le piazzole sono coperte proprio per evitare le piogge, il problema è che questo progetto ha talmente tante falle che sarà improbabile arrivi a fine.
È incredibile che con queste criticità si sia provveduto ugualmente a fare una gara per affidare i lavori che hanno raggiunto la cifra mostruosa di 2,735 miliardi, cifra destinata sicuramente a crescere già con i problemi sorti adesso: cantieri fermi significano costi in aumento.
È incredibile che l’Osservatorio Ambientale, partecipato anche dal Comune che ne ha addirittura la presidenza, non avesse visto o non avesse voluto vedere il vicolo cieco in cui ci si stava cacciando.



Come candidate/i alla guida del Comune di Firenze vi chiediamo se davanti ad una situazione simile ha senso proseguire e se non è il caso di pretendere delle spiegazioni da chi ha consentito che i lavori riprendessero con questi problemi.
La situazione in cui si trova adesso il Passante Tav è grave. Vi ricordiamo anche dell’analisi costi benefici del 2019 prevede, se mai si arrivasse alla fine dei lavori, un danno notevole per i trasporti a Firenze con due stazioni scollegate tra loro e un sistema irrazionale; il previsto collegamento con people mover sarà una toppa nel tentativo di rimediare ad un grave errore urbanistico e trasportistico e saranno comunque ulteriori risorse sprecate.
Davanti a trenta anni di chiacchiere che hanno bloccato lo sviluppo delle ferrovie e un potenziamento vero del servizio per i pendolari, ancora si può parlare di voler liberare i binari per i treni regionali? In che anno, in quale secolo potrebbe accadere? Ancora si vuol continuare con questi lavori infiniti e inconcludenti? Avete mai sentito parlare di un progetto in superficie per aggiungere gli stessi binari senza pericoli per gli edifici, con tempi rapidi e dai costi minori?
La promessa di lavori ultimati nel 2029 si dimostra l’ennesima chiacchiera priva di fondamento come le tante che hanno interessato questo progetto.
Se sarete elette/i che intenzioni avete con le Ferrovie, con la Regione Toscana che ha voluto ad ogni costo questa infrastruttura, con gli organi tecnici che stanno dimostrando la loro inefficacia?
Gli abitanti di Firenze meritano risposte concrete dopo decenni di una mobilità disastrosa.
Per favore non diteci che questo Passante è un’opera strategica, a quale strategia ha risposto finora?
 
Comitato No Tunnel TAV Firenze

PCI: SULL’EREDITÀ DELLA MEMORIA
di Franco Astengo

 
Sembra ci si stia accanendo sull’eredità della memoria del PCI, partito ormai scomparso (senza eredi) da oltre trent’anni eppure ben vivo nella dialettica politica, quasi come un convitato di pietra con cui si è ancora costretti a fare i conti. Così si cerca di distorcerne la memoria tirando fuori episodi che dovrebbero far pensare a tutt’altro itinerario da quello che effettivamente si è svolto con l’andare del tempo: vien fuori che già nel 1974 Enrico Berlinguer aveva in mente lo scioglimento del partito e una rifondazione evidentemente posta al di fuori dell’identità politica del comunismo italiano oppure che, nella fase calda della proposta (poi attuata) di liquidazione del partito autorevoli suoi dirigenti pensavano valesse ancora - come deterrente - una scomunica emanata dall’alto dalla casa madre sovietica (del resto in quel periodo in piena fibrillazione alla ricerca di vie nuove per il socialismo). Insomma siamo sulla strada della scoperta di un Gramsci liberale e dell’applauso rivolto in comunità a Berlinguer e Almirante dalla platea di Fratelli d’Italia. Operazioni sconsiderate e non sufficientemente respinte a livello culturale e politico dalla sinistra (per fortuna ci ha pensato Angelo D’Orsi nella sua recente biografia del pensatore sardo uscita per Feltrinelli).
In realtà questo darsi da fare per deviare/obliare denuncia, prima di tutto, l’incompiutezza dell’elaborazione del lutto anche da parte di coloro che proposero e sostennero la via della liquidazione in nome dello “sblocco del sistema politico”.
Soprattutto però segnala l’insufficienza di una analisi sulle ragioni profonde per le quali al momento di una proditoria proposta di “svolta” la resistenza fu debole, poco coordinata e sostanzialmente non misurata sulla riflessione circa identità e prospettiva nella storia del comunismo italiano (l’unico tentativo fu fatto, forse, attraverso la relazione svolta da Lucio Magri – “il nome delle cose”- al seminario di Arco dell’ottobre 1990 e poi con il suo successivo - ancora fondamentale “Sarto di Ulm”).



Provo a riassumere:
Dall'inizio degli anni ’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, perché posti sul terreno del nuovo intreccio tra le contraddizioni strutturali della società furono assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.
In sostanza aveva cominciato a far breccia , anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni ’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian-tachterismo), nei paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.
Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.
A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l’Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d'Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell’area dell’intellettualità e dell’opinione pubblica progressista.


 
1) In  primo luogo cominciò a raccogliere consensi la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell’Europa dell’Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell’impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell’individualismo consumistico. 
2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni ’80 l’insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.
Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell'opinione pubblica. È quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.



Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l’essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell’idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell’azione politica.
IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno la possibilità di riflettere su di un lasciato politico che andava ormai completamente perduto.
Lo scioglimento del PCI rappresentò un punto di vero squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta poco tempo dopo. 
È stata così soffocata l’idea della necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha  lasciato e che rimane come fattore inesplorato nel sistema politico italiano ben oltre la narrazione che oggi si tende a improvvisare quale elemento di smarrimento e di oblio nei riguardi della critica alla modernità.

 

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