UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 22 gennaio 2026

REFERENDUM
di Franco Astengo
 


Un No riformista non conservatore
   
La prossima scadenza referendaria prevista per il 22-23 marzo 2026 non riguarderà semplicemente il titolo dei provvedimenti di carattere costituzionale riguardanti l'ordinamento della Giustizia assunti dal governo e al riguardo dei quali elettrici ed elettori dovranno esprimere consenso o dissenso. Il tema politico riguarderà infatti il principio dello Stato diritto.
Sarà necessario analizzare le declinazioni ed evoluzioni di questo principio: di conseguenza il sistema politico, quello giudiziario, quello della libertà dei media e altre questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri, dovranno trovarsi al centro del dibattito elettorale. Al di là delle considerazioni più strettamente tecniche sarà necessario far comprendere fino in fondo come i temi dell'efficienza, della qualità, dell'indipendenza dei sistemi giudiziari risultino fattori fondamentali per le prestazioni delle imprese e le decisioni di investimento mentre un ambiente mediatico basato su norme chiare ed aperte favorirebbe l’interesse commerciale dei fornitori di servizi di media. Una seria analisi della situazione dello Stato di diritto in Italia ci fa notare i principali punti critici riguardanti il ruolo dell'informazione affrontato, della magistratura (compresa quella contabile), la condizione di libertà associativa e politica (decreto sicurezza), il quadro anticorruzione (con specifico riferimento al reato di abuso d’ufficio), il bilanciamento dei poteri. Questo insieme di valutazioni ci indicano, sostanzialmente, un arretramento dello Stato di diritto disegnato dalla nostra Costituzione. Sarà questo il punto nevralgico da affrontare con il referendum. Un referendum da non ridurre semplicemente a fatto tecnico e neppure da trasferire interamente sul piano politico immediato con una idea plebiscitaria sia da parte del governo, sia da parte dell’opposizione.
Per questi motivi il nostro No dovrà essere un No riformista e non certo conservatore.
Si tratterà dunque di porre per intero il tema dell'affermazione costituzionale, portando avanti anche un progetto rivolto in questa direzione.
Ad esempio: 1) completare il sistema digitale di gestione delle cause nelle sedi penali e nelle procure; adottare la proposta legislativa pendente in materia di conflitti di interessi 2) intensificare l'impegno per adottare norme complessive sul lobbying per l'istituzione di un registro operativo delle attività dei rappresentanti di interessi, compresa un'impronta legislativa; 3) intensificare l'impegno per affrontare efficacemente e rapidamente la pratica di incanalare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche e introdurre un registro elettronico unico perle informazioni sul finanziamento dei partiti e delle campagne; 4) portare avanti l'attività legislativa in corso affinché siano in vigore disposizioni o meccanismi che assicurino un finanziamento dei media del servizio pubblico adeguato all’adempimento della loro missione di servizio pubblico e per garantirne l’indipendenza; 5) portare avanti il processo legislativo in corso del progetto di riforma sulla diffamazione e sulla protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche, evitando ogni rischio di incidenza negativa sulla libertà di stampa e tenendo conto delle norme europee in materia di protezione dei giornalisti; 6) intensificare le iniziative per costituire un’istituzione nazionale per i diritti umani tenendo conto dei principi di Parigi delle Nazioni Unite.



Il tema più delicato che sarà necessario affrontare riguarda il bilanciamento dei poteri e lo spostamento verso il concetto di governabilità degli assi di riferimento del sistema politico.
Il tema della governabilità ha attraversato il dibattito politico, in particolare in Italia, per quasi trent’anni partendo dall’invocazione al “decisionismo” e l’avanzarsi, all’epoca, di una proposta di “Grande Riforma” incentrata, sul piano istituzionale, sulla preminenza della figura del Presidente del Consiglio (si è parlato a lungo di “cancellierato”).
Un dibattito poi approdato con l’ascesa della destra di governo al discorso sul premierato. Un dibattito scivolato poi, pericolosamente, considerato il peso assunto dal fenomeno della personalizzazione della politica, sul nodo del “premierato” cavallo di battaglia della destra di governo.
L’occasione referendaria ci è utile per tenere assieme il discorso sulla ripartizione dei poteri e sulla governabilità. Sorge così anche un discorso riguardante la ricerca di nuove forme - autoritative - di governo e sorge anche una distinzione tra “governance”, espressione di un potere articolato sul territorio per rispondere, spezzettando le diverse problematiche, in maniera sostanzialmente neo-corporativa ai bisogni espressi dai ceti sociali più forti e “governement” utilizzato per normalizzare le dinamiche sociali più fortemente conflittuali, attraverso l’espressione di un potere centrale fortemente concentrato e posto, attraverso opportuni tecnicismi che dovrebbero includere anche la legge elettorale, al riparo da dibattiti giudicati inopportuni.
Nessuna risposta, insomma, in termini di allargamento democratico, di ruolo delle istituzioni rappresentative, di presenza dei soggetti intermedi (partiti, sindacati), la cui funzione nel frattempo è stata ridotta al solo rango di selezionatori del personale di governo, provvisti di denaro ed elargitori di “incentivi selettivi” e non certo di soggetti propositori della rappresentanza politica e sociale.
Si sono così smarrite le coordinate di fondo dell’appartenenza sociale e del legame diretto tra questa e l’appartenenza politica, si è perso il ruolo di sede di confronto dialettico da parte del Parlamento e l’idea di “governo” come esecutivo è via, via evaporata fino a ricomparire il fantasma della stabilità: una sorta di “Pax romana” della politica. trasformando le contese elettorali in semplici plebisciti di consenso.

SCRIPTA MANENT
di Romano Rinaldi



Visto che molti organi di stampa e di diffusione delle notizie riferiscono dello scambio di corrispondenza, domenica scorsa 18 Gennaio, tra le due più alte cariche di Norvegia e Finlandia e il presidente degli Stati Uniti, penso sia utile averne a disposizione la traduzione completa perché ognuno possa formarsi un’opinione compiuta e scevra da qualsiasi tendenziosa interpretazione. Jonas Støre, primo ministro Norvegese, scrive a Donald Trump anche per conto del presidente finlandese, Alexander Stubb, il 18-1-26 alle 15.48, in questi termini Oggetto: Contatti transatlantici, Groenlandia, Gaza, Ucraina, e il tuo annuncio di dazi ieri.


Caro Sig. Presidente, caro Donald,
Conosci bene la nostra posizione su questi temi. Ma noi crediamo che dovremmo lavorare tutti per raffreddare la situazione e de-scalare - molto sta accadendo intorno a noi e dobbiamo unire i nostri sforzi. Proponiamo di sentirci a voce con te più tardi oggi stesso - con entrambi o separatamente - facci sapere quello che preferisci.
Migliori saluti,
Alex e Jonas
 
Risposta di D.J. Trump alle 16.15
Caro Jonas. Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre e Più, non mi sento più obbligato a pensare unicamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma posso ora pensare a quello che è bene e appropriato per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai loro hanno un “diritto di proprietà” in ogni caso? Non ci sono documenti scritti, è soltanto che una barca è arrivata a terra là centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che arrivavano là. Ho fatto molto di più io per la NATO di qualsiasi altra persona dalla sua fondazione, ed ora, la NATO dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non è sicuro se noi non abbiamo il completo e totale controllo della Groenlandia. Grazie!
Presidente DJT


 
A questo punto dovrei scrivere “No Comment” oppure usare l’identica formula in italiano: sono parole e comportamenti che si commentano da soli. Tuttavia, la cosa è di tale enormità che mi è impossibile non esprimere un parere di lettore (e scrittore) che conosce l’espressione scritta e parlata in entrambe le lingue ed ha la presunzione di qualche conoscenza dei processi mentali preposti a queste funzioni.
Primo punto, quando chiunque ricopre un ruolo pubblico all’altezza dei protagonisti di questo scambio di idee, la forma equivale alla sostanza.
Dunque in sostanza, l’uomo più potente del mondo rivela una ignoranza abissale dei meccanismi che regolano l’istituzione che destina, a ragione o a torto, il prestigioso premio. Allo stesso tempo, essendo convinto che quel premio sia assegnato a sproposito, invece di denigrarlo come un inutile orpello, ne insegue il prestigio e lo vuole a tutti i costi facendo di sé, inconsciamente, lo zimbello di turno. Non essendo un esperto in psicologia o psichiatria lascio ad altri il compito di trarre qualche conclusione in merito.
Secondo, riguardo l’appartenenza della Groenlandia alla Danimarca, un paese che formalmente non c’entra nulla con gli interlocutori, se si trattasse di uno scambio di battute tra ubriachi in osteria, non ci sarebbe molto da meravigliarsi, ma a cotale e cotanta figura (o figuro) non è consentito fare affermazioni di tale e tanta stupidità (… qualcuno è arrivato là in barca qualche centinaio di anni fa da quel paese ma anche dal nostro paese…). C’è anche da notare che a fronte di un invito ad una conversazione telefonica, a due o a tre, nel suo delirio di onnipotenza, decide di rispondere per iscritto su carta intestata precludendo agli interlocutori qualsiasi altro ragionamento più sensato sull’argomento.
Terzo, nelle relazioni tra uomini di Stato i quali rappresentano tutta la popolazione di quelle entità, non è consentito esprimersi pubblicamente a nome e per conto di tutti in termini di tale rozzezza, bassezza e ignoranza in quanto si squalifica l’intelletto e la cultura di tutta la cittadinanza che si rappresenta.
Questo è il minimo indispensabile che credo possa essere condiviso da chiunque legga queste poche righe. Se poi qualcuno vuole vederci della genialità, prego, si accomodi. Però, per coerenza, si metta uno scolapasta in testa e brandisca un mattarello così tutti possano convincersi che è Napoleone.   

DALLA PARTE DELLA GROENLANDIA
Il team di Avaaz
 
Foto di: Martin Sylvest Andersen

Al popolo della Groenlandia: “Siamo con voi”.

Non permetteremo che la Groenlandia diventi un’operazione immobiliare o si usi come merce di scambio. È la vostra casa, la vostra nazione. E non saranno le minacce di un sopraffattore a decidere il vostro futuro: solo voi potete farlo. L’umanità ha saputo respingere innumerevoli autocrati corrotti e, insieme, abbiamo gli strumenti per resistere alle prevaricazioni e alle intimidazioni. Faremo il possibile per spingere i nostri leader a opporsi a ogni forma di coercizione e tracciare limiti chiari. Questo è il nostro impegno. Non siete soli.


La paura è l’arma principale dei bulli. Ma quando troviamo il coraggio di reagire insieme, anche il più arrogante dei bulli può essere fermato. Nel fine settimana i groenlandesi ce l’hanno dimostrato: hanno manifestato nella capitale, sfidando il freddo glaciale, per resistere alla prepotenza di Trump e dire no all’annessione agli Stati Uniti. Ora tocca a noi: uniamoci da tutto il mondo per dimostrargli che non sono soli.

 
Firma e condividi la lettera e la porteremo direttamente ai leader per chiedere azioni concreti contro le intimidazioni. La Groenlandia è un obiettivo facile per una superpotenza come gli Stati Uniti. Ci abitano appena 57mila persone, per lo più Inuit, una popolazione indigena dell’Artico.
Ma, nonostante l’enorme disparità di potere, stanno tenendo il punto e difendono il diritto di decidere della propria terra. Questo è il momento di dimostrare la nostra forza come comunità e difendere con fermezza i valori che sostengono la pace nel mondo: l’autodeterminazione, la sovranità nazionale e il rispetto per tutti i popoli della Terra.
 
Firma:
https://mail.google.com/mail/u/1/?ogbl#inbox/FMfcgzQfBQMhbtvKCZSxhxLwFlqbLJNv

IL RISVEGLIO DEL GUERRIERO
di Chicca Morone


 


Q
uando è stato dato l’annuncio che Joe Biden era stato messo a riposo ho iniziato a intravvedere una luce in fondo al tunnel nel quale ci stavano sospingendo: era chiaro che Kamala Harris con le sue risate fuori luogo, le parole che sfuggivano dalle sue labbra sui folli programmi di realizzazione dell’Agenda 2030 non ce l’avrebbe fatta! Così il male minore risultava Donald Trump, un personaggio sopra le righe ma che, pur facendo sicuramente parte di quel deep state, non avrebbe proseguito nella politica globalista dei suoi predecessori su certi argomenti: lo stava dimostrando nel coinvolgere Robert Kennedy Jr. in veste di Segretario della Salute e dei servizi umani USA. Scelta quanto mai oculata, dimostrata davanti a una folla di migliaia di persone, radunatesi pochi giorni fa davanti al Lincoln Memorial, quando ha preso la parola contro l’uso dei vaccini definendo il pass vaccinale uno strumento da regime nazista. Ha cercato di rendere consapevole il pubblico asserendo “Nessuno di noi avrà la possibilità di scappare e nessuno potrà nascondersi a causa dei satelliti di Bill Gates e del 5G con cui controlleranno ogni nostro movimento e comportamento 24 ore su 24. Persino nella Germania di Hitler potevi nasconderti in un attico, come fece Anna Frank”: parole che hanno suscitato lo sdegno della comunità ebraica, a New York molto potente. L’argomento salute, ancora, dopo tutto quello che è emerso sulla terapia genica a cui hanno sottoposto gran parte di noi, torna alla ribalta in modo ambiguo: l’immunologo statunitense Peter Hotez “Da giugno - ha twittato - 200 mila americani non vaccinati hanno perso la vita, vittime della disinformazione” senza però sottolineare se l’accertamento della cessazione di vita fosse avvenuta a causa del Covid o semplicemente per altri motivi ma infettati dal virus.
E quanti sono i decessi avvenuti per malori improvvisi, infarti, turbo-tumori e mille altre cause non meglio identificate tra i vaccinati? Le statistiche son impressionanti, anche quelle italiane. Il coraggio di Robert Kennedy jr. un uomo a cui hanno assassinato il padre e che sa perfettamente di essere nel mirino delle case farmaceutiche non è solo ammirevole: è eroico perché sfidare apertamente una lobby così potente significa mettere al primo posto la battaglia per il diritto all’autodeterminazione del cittadino in fatto di tutela del proprio corpo, prima ancora della propria vita. È un uomo nelle cui vene scorre il sangue non contaminato dalle logiche del potere sotterraneo, quello contrastato da zio e padre, vittime della lobby dei soliti noti. Per fortuna oggi possiamo constatare che il periodo neoliberale, tanto osannato da chi ne ha tratto il massimo beneficio, sta davvero finendo. Il neoliberismo si basava sul concetto che le democrazie andassero d’accordo tra loro e non si combattessero, ma risolvessero le divergenze demandando le risoluzioni a organizzazioni internazionali create da loro stesse, come le Nazioni Unite: sinceramente, se ricordo le linee guida dell’OMS (la costola per la sanità mondiale) durante la psico-pandemia, rabbrividisco. Se non bastasse, è manifesta l’inutilità di organismi simili osservando quanto poco le stesse Nazioni Unite riescano a intervenire in aree come Gaza, dove sarebbe necessario porre rimedio a uno dei genocidi in atto oggi, in questo mondo corrotto dai soliti noti.



Quindi, il periodo neo liberale è finito, è completo: oggi si dovrebbe tornare al realismo. Forse non è il metodo migliore, ma almeno non è più il precedente con il disastro a cui ci ha portato: ogni nazione fa per sé, cercando di ottenere il miglior risultato possibile, tutelando i propri interessi e, in generale, definendo la propria sfera di influenza. Certo, la nostra classe politica andrebbe riformata, ma non è detto che sia impossibile trovare giovani leve, pervase da quel furore quasi eroico pronte a un cambiamento, ma non violento. Figure come Elly Schlein, figlia di tanto padre, che ha fatto parte dello staff per l’elezione a presidente di Barak Obama non hanno dimostrato altro che inconsistenza; e anche Giorgia Meloni, partita da un’opposizione in cui tuonava contro il governo di Conte e compagni di merenda, risulta aver avuto precedentemente Mario Draghi come padrino dell’ASPEN. È questa un’associazione riservata, fondata a Aspen in Colorado nel 1950, che promuove il dibattito su temi strategici attraverso incontri a porte chiuse: in Italia ne fanno parte Giulio Tremonti, Lucia Annunziata, Marta Dassù, Enrico Letta, Mario Monti, Lucio Stanca e Giuliano Amato! E se qualcuno il 26 ottobre 2022 si fosse persa l’emblematica frase al passaggio della campanella tra il presidente del consiglio Draghi uscente e la subentrante Meloni, rispolvero la memoria “(…) mo’ mica mi molli da sola”.
È necessario accettare la realtà: siamo una colonia degli Stati Uniti e siamo stati venduti a più riprese dai cosiddetti statisti sponsorizzati dai signori di quel governo “globale” - chiamato anche “deep state” - interessati a ingigantire il proprio potere e denaro a discapito dei poveri… schiavi! E se non vogliamo restare schiavi è consigliabile un rapido risveglio dall’incantesimo perché l’Italia è un paese con una posizione strategica particolarmente ambita. Se continuiamo con le politiche dissennate di invio armi e denaro all’Ucraina dove ormai è emerso quanto la corruzione fosse e sia ancora dilagante, senza investire nella sanità, nell’istruzione e nell’industria ci ritroveremo con un simpatico “liberatore” che troverà fantastico dominare il Mediterraneo da qualche postazione in più, come se non ne avesse già abbastanza.

DI NUOVO UN SOGNO
di Luigi Mazzella


 
Non ho mai parlato dei miei sogni, da sempre convinto della noia che il loro racconto provoca nell’ascoltatore. Ho fatto un’eccezione, qualche giorno fa, e sono stato smentito dai vostri commenti favorevoli. Dato che anche stanotte ho fatto un sogno che, probabilmente, merita di essere raccontato, eccovelo:
Premessa: Un gigante dei nostri tempi, intendendo scoprire l’Europa, si reca nel Vecchio Continente ma, memore della sua lettura giovanile del capolavoro di Jonathan Swift, si accorge subito di non poter avere la fortuna di Gulliver a Lilliput. Perché? Egli constata che gli abitanti del luogo, anch’essi di statura molto modesta, pur se non riescono a legarlo, neppure si mostrano molto gentili con lui (come erano stati, invece, i Lillipuziani con il medico britannico ). A differenza di questi ultimi, poi, gli Euro-idioti (come il gigante ormai li chiama, dopo averli conosciuti bene) cominciano a  inscenare sarabande di oscena imbecillità, senza mai preoccuparsi di nascondere o celare (neanche parzialmente) la “deficienza mentale” di cui sono diventati “portatori sani” dopo che cinque individui, visitatori del loro Paese, in tempi diversi, li hanno infettati inguaribilmente, raccontando loro favole amene e inverosimili e imponendo di credervi con minacce o lusinghe di vario tipo. Il gigante capisce subito che gli Europei ignorano che sul Pianeta non tutti sono “creduloni” come loro e soprattutto non sanno che lui, probabilmente, è giunto nella loro terra dopo essersi liberato dalle stesse, stupide credenze. 



Soprattutto essi non immaginano ciò che il gigante ha scoperto Oltreoceano: che, cioè, una “gang” del suo Paese, conoscendo l’ormai nota debolezza della facile credulità europea ha, molto agevolmente, corrotto i “capi-banda” locali, asservendoli totalmente al suo volere e incitandoli persino a suicidarsi in un immane lotta contro tutti quelli da essa ritenuti suoi nemici.
Id est: tutti i giganti e potenti della Terra divenuti, con accordi segreti, amici tra di loro per la spartizione del potere sul globo. Molti Euro-idioti, trattati come suole dirsi “a pesci in faccia”, dal gigante sbarcato nel Vecchio Continente, cominciano, a questo punto, a dare segni (oltre che della loro ordinaria scemenza) di disturbi mentali vari, tra cui la perdita della memoria. Uno di essi, dimentico di essere, in buona sostanza, un erede del Re Sole Luigi XIV e di Napoleone Bonaparte e inconsapevole dell’ovvia natura confessoria che avrebbe assunto la sua frase dice solennemente: “Il tempo dei “bulli” è finito con la morte dell’imperialismo.
Mi sono svegliato, a questo punto. E ciò mentre le italiche pulzelle si accapigliano ferocemente e il gigante fa mentalmente i conti sui dollari da versare per l’acquisto di un pezzo di terra nel Vecchio Continente da cui svillaneggiare meglio e più da vicino gli Euro-idioti.

 

mercoledì 21 gennaio 2026

GENOCIDI
di Chiara Landonio


 
A proposito del Giorno della Memoria e non solo.
 
Quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà più, come la schiavitù e il codice dei duelli? quanto è tornato o sta tornando? che cosa può fare ognuno di noi, perché in questo mondo gravido di minacce, almeno questa minaccia venga vanificata?” Per riparlare del giorno della memoria proporrei di partire da queste domande di Primo Levi incise ne I Sommersi e i salvati. Il tema fondamentale del giorno della memoria, se vuole essere tale, è la questione di una memoria che impedisca nuovamente il genocidio, che funzioni da deterrenza o almeno che insinui dubbi. Non è avvenuto: il genocidio si ripresenta oggi sotto i nostri occhi a Gaza e anche in Sudan.
Cosa non ha funzionato? Nel testo citato Primo Levi parla dell’atto del ricordare dicendoci che l’esercizio della memoria mantiene il ricordo fresco, ma afferma anche: “[...] è anche vero che un ricordo troppo spesso evocato, ed espresso in forma di racconto, tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma collaudata dall’esperienza, cristallizzata, perfezionata, adorna, che si installa al posto del ricordo greggio e cresce a sue spese”.



Il giorno della memoria, istituzionalizzato in Italia dal 2000 e dall’ONU dal 2005, si è trasformato negli anni in una mastodontica macchina mitologica, un giorno intoccabile, fondativo e perciò sacro. Ora quando ci troviamo di fronte a qualcosa che ha l’aura dell’intangibilità, mi pare che sia necessario insinuare il dubbio, comprenderne i motivi che lo hanno reso sacro e ricontestualizzarlo nell’attualità dell’oggi. Nel giorno della memoria noi ricordiamo il terribile genocidio perpetrato dai nazisti sugli ebrei in particolare, mentre lo sterminio dei rom, dei malati di mente, degli omosessuali, dei prigionieri politici è stato derubricato a evento collaterale. E già questo è un elemento su cui sarebbe utile riflettere. Inoltre lo ricordiamo come un unicum, un evento spartiacque tra un prima e un dopo. Primo Levi scrive: “Inoltre, fino al momento in cui scrivo, [...] il sistema concentrazionario nazista, rimane tuttavia un unicum sia come mole sia come qualità”. L’unicità di tale terribile evento sarebbe dovuta al fatto che alla brutalità della soluzione finale si sia accompagna una tecnicizzazione, un’industrializzazione della morte mai vista prima rappresentata dal sistema concentrazionario come modello di eliminazione. Eppure da questo assunto vi è stato con il tempo uno slittamento di significato in cui l’unicità non è più ascrivibile al sistema concentrazionario, alle modalità messe in atto dal nazismo, ma quell’unicum diventa un vuoto attorno al quale le vittime della Shoah sono diventate le Vittime con la maiuscola. In nuce questo slittamento è presente già in Primo Levi quando dice: “Nessuno assolve i conquistadores spagnoli dei massacri da loro perpetrati in America per tutto il sedicesimo secolo. Pare che abbiano provocato la morte di almeno 60 milioni di indios; ma agivano in proprio, senza o contro le direttive del loro governo; e diluirono i loro misfatti, in verità assai poco pianificati, su un arco di più di cento anni; e furono aiutati dalle epidemie che involontariamente si portarono dietro”. È quel ma che stride e stride nelle orecchie delle vittime di altri genocidi o massacri. Se ciò è comprensibile in Primo Levi in quanto ogni vittima vive la propria sofferenza e l’assurdità dell’annientamento della propria persona sulla propria pelle come qualcosa di unico e abnorme, vero è anche che per le vittime di qualunque genocidio gli effetti sono i medesimi, le vittime rimangono pur sempre vittime, non vi può essere una gerarchia del dolore patito. Ce lo dice chiaramente Simone Weil ne L’Iliade o il poema della forza: “La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno”.



È anche utile dire che del genocidio nazista rimangono le memorie dei prigionieri sopravvissuti, europei di varie nazioni che ce lo hanno raccontato. Del genocidio in America latina del sedicesimo secolo non è rimasto uno straccio di racconto da parte delle vittime, i luoghi del genocidio dei nativi americani sono stati urbanizzati e ripuliti dal sangue, mentre le vittime sono state segregate e rinchiuse in luoghi appartati. Il genocidio di Gaza vorrebbe essere negato con una ricostruzione basata sul turismo e sul divertimento. Di fronte a ogni genocidio vale per le vittime quello che le SS dicevano all’interno dei Lager: “In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederebbe. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei Lager, saremo noi a dettarla”.
Il fatto che le vittime della Shoah siano diventate le vere e uniche Vittime è ciò che rende il giorno della memoria, così confezionato parte della cultura di destra di cui parlava Furio Jesi: “La cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura, ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione”.



Se la Shoah ha un’importanza peculiare per noi occidentali sta invece nel fatto che quel genocidio è stato compiuto in Europa, perpetrato da europei su europei che non si riconoscevano più in quanto ebrei, ma in quanto europei. S. Zweig ne Il mondo di ieri scrive: “[...] ora per la prima volta da secoli si imponeva agli ebrei una nuova comunità da essi non più sentita, la comunità dell’espulsione sempre rinnovatasi dai tempi dell’Egitto. [...] Per questo essi durante la fuga si fissavano l’un l’altro con gli occhi brucianti chiedendosi: perché io? E perché tu? Perché io insieme con te, che non conosco, di cui non comprendo la lingua né il modo di pensare, a cui nulla mi lega? Perché tutti noi? E nessuno sapeva una risposta”.
Anche questo è forse un unicum all’interno delle storie genocidiarie e cioè il fatto che la coscienza di essere ebrei e non più semplici europei si sia prodotta attraverso l’espulsione e l’eliminazione, mentre di solito la coscienza della propria identità è presente prima dell’eliminazione e ne è la causa. E da qui l’errore di chiamare la Shoah (distruzione, catastrofe) Olocausto (sacrificio agli dei in cui la vittima veniva interamente bruciata), in cui l’eliminazione diventa sacrificio, offerta totale alla divinità, riportando in un terreno sacro ciò che sacro non è e cioè la distruzione.
 

 

 

SOLIDARIETÀ CON LA RIVOLTA IN IRAN
 


La Rivolta, diffusa e radicale, della popolazione in Iran ha cause profonde:
1.- Un Paese dove la classe lavoratrice e gli strati più disagiati della popolazione sono pesantemente impoveriti dall’inflazione galoppante, mentre i poteri politici ed economici continuano ad arricchirsi dalla vendita del petrolio.
2.- Un Paese in cui il potere centralizzato, gerarchico, teocratico, in una società fortemente militarizzata nega ogni forma di libertà e ne impedisce lo sviluppo sociale a tutti i livelli.
3.- Un Paese in cui per le donne che osano togliersi il velo significa la condanna a morte.
A scendere nelle piazze per protestare nelle principali città e province sono tantissimi, una marea crescente, coscienti di sfidare la morte. Sono costretti ad affrontare una repressione poliziesca e dei guardiani del regime che cinicamente e spietatamente sparano contro i manifestanti facendo migliaia di morti ed entrano nelle case per arrestare e impiccare. Siamo contrari ad interventi esterni che, in modo intermittente, vengono minacciati sia da Trump che da Netanyahu, finalizzati ai propri interessi neo-colonialisti. La democrazia non si esporta, magari con l’infausta prospettiva del ritorno alla monarchia. È invece necessaria la solidarietà delle classi lavoratrici e di un ampio movimento popolare a livello internazionale, affinché sia la stessa popolazione iraniana, in piena autonomia, a decidere del proprio futuro.
Unione Sindacale Italiana – Sezione Provinciale Milano

 

LA VOCE DEI LETTORI



Caro Direttore, il bullo della Casa Bianca oramai non si tiene più a freno e ne spara una più pesante e ridicola al giorno. Gli americani sono sempre più allibiti nel vedere in giro milizie armate zeppe di delinquenti di ogni sorta che girano armati, a volto coperto e operano rastrellamenti sempre più simili a quelle delle bande paramilitari dei narcos. Si stanno rendendo conto in quali mani abbiano consegnato il loro destino. Avevano creduto che Trump facesse finire le guerre e si occupasse di loro, e invece temono che faccia scoppiare la terza guerra mondiale. Non approvano assolutamente le sue pretese sulla Groenlandia come mi conferma mio cugino che in America ci vive da tempo. Complimenti a “Odissea” per l’impegno continuo per la pace. Cordialmente. Filiberto Anelli 

CAFAGGIOLO E COSTA SAN GIORGIO
di Associazione volontariato Idra



Incontro costruttivo con la sindaca del territorio che ospita il castello di Michelozzo in Mugello.
 
Noi abbiamo un turismo in Toscana che tiene, che funziona, cresce, però abbiamo il problema di costruire un’offerta turistica adeguata per i grandi ricchi del mondo, per coloro che hanno bisogno di un’accoglienza di livelli straordinari come quella che qui può essere offerta”. Questo l’auspicio espresso ai massimi livelli dalla Regione Toscana nove anni fa, ad aprile 2017, in occasione della presentazione in grande spolvero del piano della tenuta medicea “Il sogno di Cafaggiolo”.
Oggi quel sogno sembra infranto in Mugello, e mostra la corda anche a Firenze: a ridosso di altri gioielli medicei - Palazzo Pitti, Giardino di Boboli, Forte Belvedere - un analogo investimento immobiliare del medesimo imprenditore argentino nei due conventi che hanno ospitato per decenni la Scuola di Sanità Militare è fermo al palo, a oltre quattro anni dal contestato via libera rilasciato dalla giunta Nardella. Cosa mai è successo? Quali prospettive si aprono in questi due luoghi-simbolo della storia, dell’architettura e della cultura rinascimentale? Che ruolo gioca il patron Unesco in questa partita?



In attesa dell’appuntamento fissato con l’assessora all’Urbanistica del Comune di Firenze Caterina Biti il prossimo 4 febbraio, l’associazione fiorentina promotrice del processo partecipativo ‘Laboratorio Belvedere’ attivamente osteggiato quattro anni fa da Palazzo Vecchio ha chiesto e ottenuto la settimana scorsa un incontro con Sara Di Maio, la sindaca del Comune di Barberino di Mugello, che ospita il castello ridisegnato da Miclelozzo su incarico di Cosimo il Vecchio, carissima poi anche al nipote Lorenzo e agli umanisti Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e Agnolo Poliziano. Un fitto e costruttivo colloquio di oltre un’ora, nel corso del quale Idra ha consegnato e illustrato il dossier che raccoglie i tanti autorevoli interventi dal mondo della cultura in difesa del riuso saggio e qualificato del complesso di Costa San Giorgio, ed è stato possibile ricevere una prima porzione di informazioni sullo stato dell’arte a Cafaggiolo, suggerendo al tempo stesso strategie di comunicazione apparentemente apprezzate. Come ha osservato Girolamo Dell’Olio, referente di Idra, sarebbe stato forse opportuno infatti che a diffondere e circostanziare la clamorosa notizia della mancata firma della convenzione attuativa coi Comuni e con la Regione da parte dell’investitore argentino fossero le stesse amministrazioni che quella convenzione, e le discusse varianti urbanistiche collegate, hanno laboriosamente costruito e promosso in anni e anni di attività dei propri uffici. Impegni ed energie che non hanno sortito i risultati attesi, e che converrebbe probabilmente adesso dedicare a quella rivisitazione del progetto alla quale - e questa è certamente l’incoraggiante notizia positiva ricevuta dalla sindaca - già si starebbe lavorando di concerto con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. 



Secondo quanto è stato possibile apprendere, il nuovo Piano Operativo le cui controdeduzioni sono state approvate lo scorso 15 ottobre dal Consiglio comunale di Barberino prevede infatti l’adozione di criteri di garanzia ispirati a norme per il governo del territorio maggiormente responsabili in materia di consumo di suolo e tutela del paesaggio. Sembra del resto anacronistico l’obiettivo difeso e promosso nove anni fa dalla Regione Toscana di costituire ‘riserve di lusso’ a beneficio dei ‘grandi ricchi del mondo’ proprio là dove vengono individuati a livello internazionale i beni ‘patrimonio dell’Umanità’ Unesco (qui c’è certo da interrogarsi sulla capacità di vigilanza che esprimono in proposito i relativi Uffici, centrali e locali, in Mugello e a Firenze). “Sarebbe bello - ha proposto Dell’Olio - raccogliendo la piena condivisione della dott.ssa Di Maio, “che il Mugello riacquisisse, secondo quella che è anche una nuova cultura museale, certe opere che sono state prodotte qui e pensate qui”. Ma non sembra una soluzione socialmente accettabile, aggiunge Idra, quella di chiudere questa fruizione in un recinto privatistico, come testimonia già solo la volontà espressa dalla proprietà di Cafaggiolo di escludere la popolazione dallo stesso godimento visivo del castello di Michelozzo attraverso il trasferimento altrove di una strada statale che corre su un suo lato, la SS 65 della Futa.



Che fare, dunque, adesso? E soprattutto: come fronteggiare comunque il rischio - in Mugello come a Firenze - di una ulteriore dilazione dei tempi di recupero e valorizzazione - ma sociale - di un’eredità architettonica così importante? Idra ha proposto al riguardo alcuni dettagli di una ricetta che si appresta a sperimentare in un altro cantiere di impegno nell’area fiorentino-mugellana: le iniziative di conoscenza, studio, riflessione e confronto in corso di preparazione sul grande complesso sanitario abbandonato di Pratolino, l’ex Ospedale Saverio Aloigi Luzzi e l’ex Sanatorio Guido Banti. Con soddisfazione il presidente dell’associazione fiorentina ha registrato l’interesse e la disponibilità a collaborarvi da parte della dott.ssa Di Maio, sindaca di Barberino ma anche componente della giunta della Città Metropolitana di Firenze. Al termine dell’incontro, l’impegno assunto da entrambi a scambiarsi documentazione utile: gli atti amministrativi da un lato, la ricca relazione redatta sul caso Cafaggiolo dal prof. Leonardo Rombai per Italia Nostra Firenze dall’altro.

RES INTER ALIOS ACTA 
di Luigi Mazzella



Orazio dice che “Dulce est desipere in loco” (È piacevole, al momento opportuno, essere stupidi). È un motto ambiguo che si presta a essere male interpretato, circa il significato di “momento opportuno”. I nostri Governanti in carica e i nostri rappresentanti dell’opposizione in Parlamento, nonché molti uomini politici e commentatori Italiani (ed ancor più per Europei) hanno inteso l’anelito alla stupidità come un loro bisogno costante, permanente. Addirittura come un must valido in ogni circostanza della vita privata e pubblica. In altre parole, per i leader dell’“Occidente dei cinque irrazionalismi” si dev’essere stupidi sempre se si vuole avere il consenso della maggioranza, che con il sovra affollamento del Pianeta, è diventata per legge di natura sempre più condannata all’imbecillità e sempre più ostile alle “cime” di intelligenza. Orbene, da quando alcuni rappresentanti di Stati Europei, asserviti, per il tramite dei servizi segreti deviati deviati al Deep State americano (sorretto dal Partito Democratico di Obama e Clinton) hanno cominciato, dopo la sconfitta elettorale subita ad opera di Trump, a diffondere odio e litigiosità nel Pianeta, gli stupidi di tutto l’Occidente si sono sentiti chiamati a raccolta e hanno iniziato a dire melensaggini sulla stampa, in televisione (e on line, persino in blog che erano riusciti a guadagnarsi un  certo rispetto tra persone di un buon quoziente intellettivo). È così che il “caso Groenlandia” è diventato il test più significativo (e preoccupante per i risultati) circa il cattivo uso del raziocinio di cui può essere capace un essere umano. Vediamo di analizzarlo. Il territorio che vorrebbe essere acquistato da Trump per costituire come le isole Hawaii una parte distante e al tempo stesso facente tutt’uno con gli altri Stati Uniti d’America è attualmente annesso (in realtà “sottomesso”) alla Danimarca, dopo essere stato sotto il dominio della Norvegia. Dall’uno e dall’altro Paese, i suoi abitanti, mongoli Inuit, chiamati dispregiativamente Eschimesi (mangiatori di carne cruda) sono stati a lungo dileggiati per i propri costumi sessuali liberi e contrari alle mortificazioni religiose di luterani incalliti come quelli scandinavi (vedi sul punto: Hedy Belfort, Romanzo di una cortigiana anonima, Effigi editore, 2025) 


 
È evidente, per chi ha l’animo libero da odi, rancori, passionalità politiche che gli unici a dover trattare per la compravendita sono i danesi e gli statunitensi. 
Gli altri sono terzi e per il brocardo latino che anche gli stupidi (se non totalmente incolti) dovrebbero conoscereRes inter alios acta, tertio neque nocet neque prodest ciò che è negoziato tra alcuni non nuoce e non giova ad altri. È il principio di relatività, applicato in materia di contratto ma il suo valore ha assunto un significato universale (Nessuno dev’essere in grado di interferire nella vita degli altri né con atti vantaggiosi, né tantomeno con atti nocivi). Anche gli “impiccioni” per natura dovrebbero tenerne conto: il rispetto della sfera giuridica che non è quella “propria” deve ritenersi sacrosanto! 
Nel caso in esame (Groenlandia) i “terzi” devono solo mantenersi equidistanti dai due Paesi che sono oggettivamente contraenti: il contesto non li riguarda. 
Domanda: Ed invece che sta accadendo oggi per odio malsano e malato contro Trump? I governanti Europei (i “volenterosi” di tutte le guerre, in prima fila, seguiti a ruota dalla scodinzolante pulzella italica) e i loro ancora più idioti seguaci ritengono di doversi impicciare di affari di danesi e statunitensi fino all’iniziativa “super-beota” di mandare addirittura propri militari nella zona controversa, senza avvedersi neppure del “ridicolo”! Cosa li induce a tanta imbecillità? L’idea che la Danimarca aderisce alla NATO? Ma l’alleanza atlantica non comporta affatto né la perdita della sovranità territoriale della Danimarca né una loro acquisita “co-sovranità”. 

E ciò senza dire che a quell’Alleanza aderisce, in primis, l’America del Nord e che Trump si è solo posto, correttamente, come contraente estraneo per l’acquisto e non come preteso “co-proprietario”, come pretendono, invece, di comportarsi Macron, Starmer e Merz (per non dire di Meloni che sinora, nonostante Crosetto e Tajani, si è limitata a flebili miagolii, privi di senso). 
Conclusione: Il caso Groenlandia costituisce la prova del nove della irrazionalità Europea, perché dimostra che i suoi sciocchi leader continuano a essere prostrati a dispetto del risultato elettorale, dinanzi all’America di di Obama & co, guerrafondaia e servile nei confronti del Deep State, espressione di spioni e generali al servizio dell’industria delle armi. Povero Vecchio Continente! 

  

EVENTI
In via Maffei e a Santo Stefano Ticino sulla Siria.




 


A Milano presso Don Orione





A Vizzolo Predabissi sui Genocidi con Silvano Piccardi




martedì 20 gennaio 2026

CARLO PENATI A LAINATE
Voci in dialogo





IN DIFESA DEI CURDI 




L’ONU PERSONALE DI TRUMP
di Franco Astengo


Forse in maniera inopportuna ma mi permetto di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell'ONU, in una fase di scontro frontale all'insegna della "logica dei blocchi" il presidente USA sta cercando di utilizzare il cosiddetto "Board di pace" per Gaza allo scopo di costruire un sovra-organismo raccolto non tanto attorno agli Stati Uniti ma soprattutto misurato sulla sua persona in quanto indicato come presidente a vita. L'invito di farne parte è stato rivolto a 60 governi del mondo; il mantenimento della tessera in via permanente si potrà ottenere con un pagamento da un miliardo di dollari; il rinnovo del board avverrà ogni tre anni; l'obiettivo sarà quello di "non esportare la  democrazia" in aree di conflitto ma di "promuovere la stabilità a una governance affidabile". Tutti questi elementi paiono prefigurare un nuovo organismo sovranazionale che ponga l'ONU fuori gioco promuovendo un assetto di "parte". Un organismo sovranazionale magari contrapposto ad altri in modo da segnare una suddivisione in blocchi.
La suddivisione in blocchi non regolata da "organismi terzi" (niente Consiglio di Sicurezza e diritto di vero) pare davvero essere l'obiettivo dell'amministrazione statunitense per cercare legittimità per le proprie iniziative di espansione anche territoriale. Il medio Oriente rappresenterà il primo banco di prova del Board e proprio per questo paesi come Turchia, Qatar e Egitto non potranno evitare di esserci: questo fatto pone due questioni importanti, la prima quella del coinvolgimento di questi paesi nelle fasi successive dell'operazione, la seconda quella del rapporto con Israele che rimane comunque il punto nodale dell'equilibrio nell'area partendo dal principio che il governo di Tel Aviv considera Gaza e Cisgiordania "affare interno". Non secondaria risulterà anche la posizione di alcuni dei paesi aderenti ai BRICS, in particolare sempre dell'area mediorientale molto legati al tema "petrolio" (tanto per semplificare).
Quindi sarà sul piano più generale che l'estensione di presenza del Board all'insieme del quadro di relazioni internazionali dovrà misurarsi: una sorta di nuova "Internazionale" sovranista (Millei e Orban hanno già annunciato la loro adesione) in un contesto di nuova dimensione delle sfere di influenza e di trasformazione degli assetti politici raccolti attorno al dominio di autocrazie fondate sulla sopraffazione da parte di ricchezze di dimensioni smisurate?
Di conseguenza la ricchezza (complessivamente intesa) considerata quale elemento fondativo di suddivisione gerarchica nell'esercizio del dominio e la possibilità di espressione di una politica di potenza rimarrebbe l'unica frontiera possibile. Così per noi sorgerebbero altre due questioni molto complesse e strettamente legate fra di loro: NATO e Unione Europea.
Sono finiti i tempi nei quali ci si poteva permettere il lusso di scandire "Fuori dalla NATO" e propugnare "Fuori dall'Europa". Appare evidente che è necessaria una nuova strutturazione degli equilibri anche e soprattutto sul piano europeo laddove emerge una necessità di definizione di linea rispetto agli stravolgimenti in corso, tenuto conto soprattutto che al di sopra di questo gioco apparentemente di scacchi, sovrasta il tema fondamentale della guerra.
In questo contesto che sicuramente qui è stato analizzato in maniera a dir poco lacunosa la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquiescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra.


 
Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa appunto come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità. La questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione si stanno presentando diverse e complesse, difficili da intrecciare. Occorre elaborare una posizione della sinistra nel determinare una proposta politica rispetto al progetto trumpiano. Abbiamo davanti grandi difficoltà: dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali e collegarli all'interno di un praticabile schema geopolitico. Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico corrispondente però ed i soggetti rappresentativi della sinistra europea avrebbero il dovere di trovare adeguate sedi di confronto.
 

 

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