UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 30 luglio 2026

PEDAGOGIA POLITICA 
di Franco Astengo


 
Da qualche tempo si ritrova online la presenza di “Rinascita”, nuova edizione della rivista ideologica e culturale del PCI che (fondata da Togliatti) fu edita tra il 1944 e il 1991. Una rivista che svolse una funzione fondamentale al riguardo dell’educazione politica non soltanto rivolta ai militanti ma al complesso dell’intellettualità e del protagonismo politico presente, in varie forme, in quegli anni. Uno dei pregi, quello che mi preme sottolineare in questa occasione, della rinnovata edizione online è quello di conservare (con una consultabilità molto semplice) l’intera collezione storica della rivista prima mensile e poi settimanale. Pur con tutte le criticità del caso e le contraddizioni che via via si incontrarono per strada (e che diedero origine anche a importanti posizioni alternative come nel caso de “il Manifesto”) dalla lettura di questo prezioso archivio non si può, in sede di analisi storica, non riprendere l’idea di una funzione “pedagogica” del Partito. Una funzione pedagogica della “cultura politica” oggi completamente assente nella disponibilità culturale dei soggetti in campo in questo momento storico. Una completa assenza quella di una cultura politica in funzione anche pedagogica che si nota in un momento in cui la complessità delle contraddizioni e -soprattutto - del loro intreccio nell’agire sociale richiederebbe di essere affrontata con un rinnovamento della teoria della trasformazione radicale e del progetto di società.
Il PCI rappresentava un partito soggetto di acculturazione di massa in una fase nella quale la politica si collocava al vertice delle attività umane e appariva in grado di elaborare un’originale teoria delle sovrastrutture. Il marxismo era considerato una concezione del mondo rivolta a cogliere le possibilità storicamente date nella prassi sociale. In queste emerse un vero e proprio dato di “concretezza” nell’azione politica. La linea del PCI fu orientata, nel corso dei decenni centrali del secolo scorso e fino alla vigilia della liquidazione del partito, da almeno quattro grandi coordinate strategiche, che possono essere così riassunte:



1) Il rapporto tra la teoria e la prassi.
Questo elemento ha rappresentato un punto decisivo nell'identità del PCI, legato all'idea dello sviluppo delle forze progressive, di una scienza in grado di produrre una tecnica su cui basare una linea di sviluppo “naturalmente” progressista.
In quest’ambito avveniva la rivalutazione del cosiddetto “intellettuale organico” (nella definizione gramsciana), cui Togliatti aveva affidato la concretizzazione della linea politica. Questo punto è quello che meriterebbe oggi il maggior impegno di lavoro teorico essendo mutato radicalmente il principio della linea di sviluppo “naturalmente” progressista, recuperando anche il ruolo degli intellettuali ormai ridotti a predicatori televisivi;
2) L’intreccio tra politica e cultura.
Un intreccio molto stretto, al limite dell'indissolubilità, quello tra politica e cultura, con una concezione della cultura di tipo “classico”, di studi robusti e solidi, riservando alla base sociale il livello “nazional-popolare”.
Se mi è consentito un giudizio a posteriori: è stato proprio questo il punto più fecondo della “doppiezza” tanto evocata a sproposito in tempi successivi (e non tanto l’ambiguità tra l’idea rivoluzionaria e la prassi socialdemocratica; anche se questo elemento esisteva traducendosi alla fine in una idea di partito radicale di massa).
La consultazione dell’archivio di Rinascita (come l’analoga operazione che può essere svolta rispetto ad altri strumenti culturali della sinistra dell’epoca) fa comprendere come si riflettesse su di una scansione ben definita rispetto agli obiettivi da raggiungere. Fu attraverso il rapporto stretto tra politica e cultura che, in particolare nella strategia togliattiana avvenne la selezione dei quadri dirigenti: mentre per la classe operaia questa stretta relazione tra politica e cultura, risultò alla base della ricerca del riscatto sociale;
3) La relazione tra ideologia e razionalità politica.
La continua ricerca della trasformazione in linea politica dell’ideologia può far definire il PCI come un partito “neoilluminista”, fortemente impregnato di positivismo e contrario all’idealismo (questo elemento presenta oggi quella criticità già richiamata circa la necessità di dismettere l’ipotesi di “linearità” di sviluppo per forze ormai non più naturalmente progressiste).
In realtà il PCI presentava al suo interno una molteplicità di modelli culturali (si pensi alle diverse case editrici cui il partito faceva capo, al di là delle “ufficiali” Rinascita e, successivamente, Editori Riuniti) che, appunto, l'applicazione della linea politica concreta permetteva di far convivere fruttuosamente, attraverso un meccanismo davvero definibile appunto come “neo – illuminista” (non a caso Togliatti amava Voltaire e fu autore di una delle più importanti prefazioni edite in Italia del “Trattato della tolleranza”);
4) Il peso del filtro della concezione di classe nell’agire politico. Questo fattore è stato sicuramente presente, in una dimensione massiccia, sulla realtà operativa del Partito fino agli anni ’70 inoltrati. Era sulla base della concezione di classe applicata all’agire politico che si realizzava, ad esempio, il rapporto tra trasformazione e gestione nell'iniziativa quotidiana del partito, all'interno delle istituzioni, nell'amministrazione pubblica, nella guida delle Regioni e degli Enti Locali. Un dato anche questo completamente smarrito con il procedere della trasformazione nella struttura dei partiti con la riduzione drastica del rapporto di massa in una società sempre più sfrangiata , l’emergere della personalizzazione (colpevolmente esaltata anche dai meccanismi elettorali dell’elezione diretta) il completo abbandono a una idea prima della “democrazia del pubblico” e adesso nella sua versione di “democrazia recitativa” (da lì all’autoritarismo il passo è breve: con le porte spalancate alla destra).
5) Ancor maggiore importanza il filtro della concezione di classe sull'agire politico lo ebbe nello stabilire la relazione tra moralismo e rigore politico, che stava alla base della concezione berlingueriana, prima del “compromesso storico” e, successivamente, dell'alternativa, basata, appunto per iniziativa del segretario Enrico Berlinguer, sulla “questione morale”, intesa come piena “questione politica”. Una “questione morale” adesso completamente abbandonata, anzi vista con sospetto.

 

REVANCHE
di Gianmarco Pisa



Distruggere la memoria per opprimere il presente e condizionare il futuro.
 
Giunge dai Paesi Bassi la notizia che ignoti hanno profanato oltre 150 lapidi di soldati sovietici nel cimitero di guerra “Ereveld” a Leusden, non lontano da Amersfoort, nella provincia di Utrecht. La prima cosa che colpisce, di fronte a fatti di una gravità, sotto il profilo storico, culturale e memoriale, di tale portata è la sproporzione tra la gravità del fatto e la superficialità, persino il pressappochismo, dei commenti e delle reazioni delle autorità. Le autorità olandesi (spesso, non solo loro) sono solite classificare incidenti di questo tipo sotto la categoria di atti di vandalismo: la bravata di qualche stolto, e non, quale invece è, un fatto di palese e, proprio per questo, preoccupante, carattere politico. È una reazione tipica delle élite, anche quando “liberali”: non va dimenticato che i Paesi Bassi esprimono oggi un governo prettamente liberale, che potremmo classificare, secondo le categorie politiche di casa nostra, come un centrodestra moderato e dalle apparenze rispettabili, guidato dal primo ministro Rob Jetten (del partito liberale D66), in coalizione con i liberali del Vvd e i cristiano-democratici del Cda. Un governo perfettamente allineato ai dettami Usa, Nato e Ue e che, come altri governi della medesima pasta, perfettamente inquadrati nel contesto dell’imperialismo euro-atlantico, non solo mostra disprezzo della memoria storica, in particolare della liberazione dei popoli europei grazie all’eroico sforzo dell’Unione sovietica, dell’Armata rossa e del movimento partigiano, ma contribuisce anche, attivamente, a una violenta campagna di russofobia e propaganda antirussa fatta anche di sanzioni, blocchi e censure. Detto diversamente, la cancellazione della memoria storica e la campagna di violenta propaganda antirussa, per non parlare della brutale mistificazione anticomunista ormai in corso da decenni, servono proprio a questo, a uno scopo ben preciso: cancellare la memoria storica e politica del movimento di liberazione e di emancipazione dei popoli e approntare il terreno per ideologie e pratiche politiche reazionarie e belliciste, al servizio dell’agenda Usa e Nato. 

Il Rutto della Nato

A sua volta, l’Ue non è indifferente a questo disegno, come dimostrano i casi sui cui torneremo a breve, ma come attestano anche gli esiti del recente vertice Nato di Ankara, in Turchia, del 7-8 luglio scorsi, e la definizione che l’Unione europea, con esiti perfino grotteschi, dà di sé stessa, come un’architettura istituzionale, un blocco, «complementare e interoperabile» con la Nato. Gli strumenti di questa “damnatio memoriae” regressiva sono, in Occidente, i più diversi e all’ordine del giorno. Intanto, la demolizione dei monumenti: in Ucraina, dopo il colpo di stato di Euromajdan del 2014, in base alla cosiddetta legge sulla “decomunistizzazione”, nel solo 2016, sono stati demoliti ben 2389 monumenti del periodo sovietico, tra cui 1320 statue di Lenin, e rinominati 987 centri abitati; statue monumentali a Stepan Bandera, criminale di guerra e collaborazionista del regime hitleriano, sono state erette a L’viv (Leopoli), Ivano-Frankivsk e Ternopil; un intero Museo è stato dedicato a Yevhen Konovalec, fascista e fondatore dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), a Zaškiv, presso Leopoli, sua città natale; perfino alla Divisione “Galizia” delle Waffen SS sono state intitolate strade a Ivano-Frankivsk e Ternopil ed eretta una scultura in una sezione dedicata del cimitero di Lyčakiv, a Leopoli. Tuttavia, la cosiddetta “decomunistizzazione” ha riguardato e riguarda, in forme diverse da Paese a Paese, tutti gli Stati della cosiddetta “nuova Europa”, già socialisti e via via integrati nelle strutture della Nato e della Ue. Vi è poi la riscrittura della storia: in questo caso la completa menzogna storica diventa addirittura verità ufficiale. 



Il 19 settembre 2019, il Parlamento europeo è giunto ad approvare un’incredibile “Risoluzione sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa” che pretende di equiparare nella responsabilità storica oppressori e liberatori, affermando «il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo» - senza distinzione alcuna - e addirittura stabilendo che «la Seconda guerra mondiale [...] è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico», sorprendentemente eludendo le responsabilità storiche e politiche del regime hitleriano. Irricevibili del resto sono i tentativi di revisionismo, riduzionismo o negazionismo che vorrebbero ridimensionare o cancellare il contributo della Resistenza e del movimento partigiano per la liberazione dei popoli d’Europa.
Ha tutto ciò a che fare con la profanazione delle lapidi sovietiche? Evidentemente sì
. Da decenni le élite occidentali sono impegnate in una capillare strategia di cancellazione della memoria e di riscrittura della storia, in una virulenta e mistificatoria campagna di propaganda antisovietica e anticomunista. La profanazione delle tombe, la distruzione delle lapidi, la rimozione dei monumenti, la ridenominazione di strade e piazze, la riscrittura dei manuali scolastici di storia sono conseguenza diretta della rinnovata politica di potenza delle élite europee e atlantiche, che non esita a manipolare e falsificare la storia e la memoria per coltivare veri e propri deliri di potenza e di guerra.


 
Riferimenti:
1. Sam Sokol, “Ukraine’s new memory czar tones down glorification of war criminals”, The Times of Israel, 23 giugno 2020: timesofisrael.com/ukraines-new-memory-czar-tones-down-glorification-of-war-criminals.
2. Cnaan Liphshiz, “Jewish community protests after plaque honoring SS officer unveiled in Estonia”, The Times of Israel, 30 giugno 2018: timesofisrael.com/jewish-community-protests-after-plaque-honoring-ss-officer-unveiled-inestonia.
3. “In Estonia via i monumenti sovietici dalle zone russofone”, Europa Today, 17 agosto 2022: europa.today.it/attualita/estonia-monumenti-sovietici-ordine-pubblico.html.
4. Sulle problematiche della decomunistizzazione, cfr. Eric Brahm, Lustration, Beyond Intractability, Conflict Information Consortium, University of Colorado, Boulder, giugno 2004: beyondintractability.org/essay/lustration. L’autore definisce significativamente la decomunistizzazione (lustracija), «una modalità particolarmente ottusa (very blunt) di giustizia di transizione».
5. G. Pisa, “9 maggio: la Giovane Guardia e la Lotta di Liberazione”, L’Antidiplomatico, 09 Maggio 2026: lantidiplomatico.it/dettnews 9_maggio_la_giovane_guardia_e_la_lotta_di_liberazione/45289_66781. Ai temi dell’importanza dei luoghi della cultura e della memoria ai fini della promozione della pace sono dedicati anche gli sviluppi del progetto H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment and Sharing) per Corpi civili di pace: corpicivilidipace.com.

 

POESIA
di Carlo Di Legge
 


Stefano Taccone, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Macerata e critico d’arte, ha prodotto un numero consistente di pubblicazioni. Taccone ha scritto anche testi di narrativa e di poesia e perciò siamo qui a dirne; da questi si evince l’atteggiamento radicale, che forse fa il paio, in arte, con lo studio delle avanguardie e la ricerca sulle forme della contestazione. il suo rifiuto del compromesso si conferma già dal titolo di quest’ultimo libro di poesia: Poco più che spam, e chi apre il libro e legge, se legato in qualche modo alla poesia come arte, resterà inorridito: si domanderà se questo sia poesia, e credo che sia proprio quel che l’autore cerca: la provocazione. Avendo assistito più volte a sue letture di testi, sono in grado di confermarlo ma non mi si fraintenda, a questo punto sarebbe facile: a chi ha la ventura di parlare con lui, l’autore ispira niente di sgradevole, nulla di arrabbiato – ma disponibilità e vera cordialità, rispetto per l’altro, assoluta mancanza di attitudini da esibizione, una giusta, equilibrata presenza, che sconfina talvolta nella mansuetudine e nell’umiltà. Sembra evidente che, allora, tanto l’interesse e la propensione per le differenze un certo tipo di novità in arte – e non solo – portati anche in poesia, siano dovuti a una forma di onestà, hanno a che fare con la politica e con quel che Taccone ritiene sia meglio per la società.
Una buona spiegazione del titolo la fornisce la prefazione di Eugenio Lucrezi, egli stesso poeta proteiforme e figura di rilievo, non solo a Napoli: non è un caso che egli si sia occupato del libro – dove egli scrive che spam è “termine che si deve alla contrazione di Spiced Ham… diventato sinonimo di messaggio indesiderato e ripetuto” (con riferimento a una gag tv, datata 1970, dei Monty Python). Cioè “Lo stesso che si para dinanzi al lettore” del libro di Taccone: “Gli spam del titolo… non si riferiscono in senso autoironico al contenuto del libro, o non soltanto; bensì alla non perimetrabile cascata di afferenze percettive che sommerge lui, l’umano Stefano Taccone, e tutti noi…”. L’autore, scrive ancora Lucrezi, ci racconta di “questo mondo impazzito… con gli strumenti dell’ironia e con la forza del comico, che son da sempre le armi più affilate dell’intelligenza”.
Se poi entriamo nella girandola dei testi in versi, si evidenziano i motivi della poetica (se si può ancora chiamarla così – il prefatore sembra confermarlo): elementi del parlare quotidiano, anche dialettale, di Napoli, misti a termini stranieri ormai consueti nel nostro conversare; argomentazioni talmente ovvie e trite da incorrere volutamente nel becero; repertori e dialoghi del senso comune più intollerabile. Nella costruzione corretta di sintassi s’infilano giochi assurdi di parola, con effetti stridenti sul semplice buon senso (da Parigi è una vaiassa: “… un Bacco puffo/che ha voltato la cena a festino/tutti i baccanti vengono a galla/per deglutire le acque della Senna…”; e poi, nello stesso testo ma senza apparente nesso, “secondo te chi vince/tra un leone e un elefante?/secondo te chi è più veloce/tra te che vai in bicicletta/ed io che sono un fante?”. 



Tanto tutto va bene, o così sembra: perché, continuando, si legge:
Di che ti lamenti?
godi fanciullo questi giochi
perché i prossimi saranno
ben altrimenti seri
si faranno col fucile in spalla
tu sarai protagonista
e pazienza se farà malissimo 
vedrai pochi secondi e poi passa…
 
ecco, si parava anche (non solo) a questo; il che implica momenti di umorismo, non estravaganti, riusciti anche dal punto di vista del senso comune, come nei Curricola esemplificativi o nel poemetto – tragicomico – Tra i miei alunnə  (s’intende che la e rovesciata o schwa, come si sa, non sta soltanto, oggi, come simbolo fonetico ristretto alla linguistica); trovate argute, come in Divine azioni. Ma si ravvisa, come si diceva, anche una posizione politica e sociale. Credo sia l’ultima sembianza da me incontrata dello stay woke, senza riferire l’espressione soltanto alle disuguaglianze sociali e al razzismo ma all’essere reattivi a tutte le innumerevoli, continue ingiustizie; con una buona dose di auto-ironia aggiunta. Anche questo è fuori luogo, perché è ormai stato tradito dai suoi stessi fautori? Quindi l’idea è stata, sì, squalificata – insomma, ci provano – e l’espressione woke vien messa alla berlina: ma da chi e perché? la si usi bene, l’idea, guardandosi intorno – ci sarebbe di meglio?  Se c’è, non lo abbiamo mica trovato, o visto, a meno che non si finisca con il credere al tanto peggio tanto meglio. Ѐ un po’ la storia della democrazia rappresentativa, se non è proprio la stessa cosa o un aspetto. Ma qui sarebbe facile divagare.
Credo che Taccone, critico d’arte giovane ma già scafato, scriva in questo modo per rivolgere un messaggio molto preciso: quel che egli ritiene sia la poesia oggi e, certo, come egli ritiene di poter scrivere poesia oggi. Perché no? Ovvio che si possa non essere d’accordo, la poesia non soltanto sembra accogliere tutti, ma, anche, lo stesso autore potrebbe produrre versi in tanti modi del tutto di-versi.
Credo sia senz’altro un bene, se in Italia circa tre milioni di persone scrivono magari per pubblicare, quando il fatto attesti un buon grado di civiltà e di consapevolezza. Ma non lo è, quando la gente si ammala di falsi presupposti, di sentieri presto e male interrotti, di aspettative tossiche. Invece, anche dove non dovrebbe, piove spam. Di questo libro, il titolo, la lettura, dovrebbero essere utili, con la loro spinta provocatoria, a far riflettere di continuo sul perché si scrive e non soltanto sul come lo si fa: allora, dentro e oltre l’ironia diffusa, se ne può intendere la serietà: questa poesia viola le condizioni standard della community… questa poesia non è mai esistita.


 

Stefano Taccone
Poco più che spam
Macabor ed. 2026

SPAZI E VOCI IN LIBERTÀ
Ad Acri in Piazza San Domenico.





mercoledì 29 luglio 2026

TIMIDEZZA E DIRITTI
di Franco Astengo
 


La sinistra ha l’obbligo di scrollarsi di dosso la timidezza proclamando la propria totale estraneità alla deriva securitaria-repressivo-razzistica prerogativa di questo governo e tratto distintivo del suo populismo. Populismo del resto reclamato a gran voce dal coro dei mezzi di comunicazione di massa.
1.- La sinistra, prima di tutto, deve rivendicare l’eredità morale e politica della presenza dei suoi partiti storici all’Assemblea Costituente. La Costituzione è stata scritta in nome della Resistenza e dell’Antifascismo e questo fatto deve essere reclamato sempre, in premessa di qualsiasi intervento in tema di eguaglianza e diritti;
2.- La sinistra ha l’obbligo di far discendere qualsiasi intervento in materia dall’articolo 3 della Costituzione e dal suo primo comma “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali”
3.- Sulla base di quanto stabilito dall’articolo 3 della Costituzione ne deve derivare una strategia dei diritti che la Sinistra rivendichi in ogni occasione: il diritto alla vita e all’integrità fisica, il diritto all’integrità morale, il diritto all’immagine, il diritto al nome, il diritto alla riservatezza, l’inviolabilità del domicilio, la pari dignità sociale
4.- La sinistra deve trovare la capacità di distinguere tra “sicurezza” e “ordine pubblico”. “Sicurezza” e “Ordine Pubblico” sono obiettivi perseguiti da organismi dello Stato che debbono essere posti in condizione di operare restando strettamente all’interno di quella strategia dei diritti le cui linee sono state appena tracciate anche in questo testo. Va respinta ogni illazione diversa al proposito, operando per garantirne il rispetto nella piena consapevolezza che nella storia d’Italia molto spesso la teoria e la pratica dei diritti è stata violata soprattutto a danno dei lavoratori e delle categorie economicamente e socialmente svantaggiate (se pensiamo in particolare alla repressione delle lotte operaie e contadine).
5.- La divisione dei poteri è punto inalienabile della struttura dello Stato democratico. L’indipendenza della Magistratura appare a questo proposito fondamentale, va difesa e rilanciata nel pieno rispetto dell’art.102 comma 1 della Costituzione.
Sono queste le basi inviolabili sulle quali la Sinistra deve fondare la sua azione e la sua iniziativa: non esiste nessuna necessità particolare di occuparsi di queste delicate materie senza circoscrivere eventuali iniziative anche legislative all’interno del perimetro tracciato dal dettato costituzionale. Questo punto va affermato con grande chiarezza e senza essere timidi nel rivendicarlo sempre e comunque.

PENSIERI VAGABONDI
di Angelo Gaccione



Se la nostra vita è vagabonda, la nostra memoria è sedentaria”
ha scritto Marcel Proust, e la mia memoria diventa sedentaria tutte le volte che ritorno in certi luoghi. Non posso farne a meno. In questo momento, poi, dal terrazzo su cui sono seduto ho un perimetro visuale che mi riconduce a vite che hanno avuto a che fare, e una lo ha tuttora, con la mia. Sulla destra, il palazzo con l’appartamento all’ultimo piano (il quarto) dove veniva a passare le sue vacanze estive un mio amico - noto giornalista e critico teatrale - con la moglie. Si affaccia sui binari della ferrovia, ma la lunga balconata che corre per l’intero isolato, gli permetteva comunque di allungare lo sguardo verso il mare. Questa volta vedo che ci sono dei vasi ben tenuti, segno che qualcuno ci viene a fare le vacanze. Ignoro se siano le nipoti, la figlia col marito o dei turisti a cui è stato ceduto in affitto per i mesi estivi. C’è comunque vita, non la sua, ma c’è vita. Forse lo hanno lasciato intatto l’appartamento, forse lo hanno completamente spogliato e riammobiliato, e di lui non è rimasta traccia. Così avviene a tutte le vite che se ne vanno e non vi rimane impronta. È la cosa che mi ha sempre ferito di più delle vendite di case, dello svuotamento di esse, delle loro trasformazioni radicali: come se non vi si fosse rappreso nulla. Sulla sinistra, al secondo piano di un palazzo più datato, la persiana verde che affaccia su un pezzo di balcone è chiusa come lo scorso anno. I vasi hanno piante rinsecchite e mettono tristezza. Come le persiane finte dipinte sui lati della facciata come si vede su tante case liguri. La padrona che l’abitava era di origini piemontesi e mia moglie scambiava con lei qualche parola dal balcone di fronte. Il marito era anziano come lei. Può darsi che non siano più in vita; può darsi che non abbiano più la forza di viaggiare; può darsi che non abbiano eredi. Quel che è certo è che la casa e muta, serrata e senza vita. Di fronte ho il mare. Sul lato di destra vedo l’isola di Gallinara (dicono che somigli al guscio di una tartaruga) e la punta della penisola di Albenga. Una bellissima e sorprendente città che ero andato a visitare proprio perché c’è nato un mio anziano amico. Da lì gli telefonai per dirgli che c’ero venuto per vedere dove era nato e vissuto. Penso che nel trasferirsi a Genova col padre si fosse portato dietro molti ricordi, molta nostalgia. Poi, da uomo fatto arrivò a Milano. Qui altri ricordi, altri dolori, altre gioie: come impone la vita.    

 

martedì 28 luglio 2026

MILANO ARTE MUSICA
A San Bernardino alle Monache con l’Ensemble Aurora


 

Questo giovedì 30 luglio alle 20.30, nella splendida cornice della Chiesa di San Bernardino alle Monache, accoglieremo l’Ensemble Aurora, guidato dal celebre violinista barocco Enrico Gatti, per il concerto Vater, Pate & Sohn. Padre, Figlio e Padrino. Il programma tornerà a indagare il “lessico famigliare” della famiglia Bach, fil rouge di questa ventesima edizione del festival, intrecciando l’opera e l’estetica di Johann Sebastian Bach a quelle di figure a lui molto vicine: il figlio Carl Philipp Emanuel e colui che, in virtù della grande stima nutrita nei suoi confronti, venne scelto da Bach come padrino del figlio stesso, Georg Philipp Telemann.



«È la coerenza la cifra distintiva del concerto odierno. Una coerenza profonda, cui ben si addice il riferimento trinitario del titolo del concerto (naturalmente absit iniuria verbis, soprattutto trattandosi di tre dei massimi autori di musica sacra del Settecento). L’intreccio tra queste figure di musicisti formidabili è un nodo avviluppato al punto tale che, pur mantenendo peculiarità distintive e personalità autonome, i percorsi biografici, le attività professionali e la scrittura musicale s’intrecciano e talora sovrappongono. Coesa e coerente è poi la scrittura specifica della musica da camera oggetto di questo concerto. Da un lato ci si concentra su un unico genere capitale della musica strumentale barocca: la sonata a tre/quattro, congegno formidabile che ha il proprio principio essenziale nel dialogo serrato tra strumenti melodici sul piedistallo del basso continuo: una dialettica inter pares, che rinuncia a eccessi di protagonismo, compensandoli con trame contrappuntistiche o pseudo contrappuntistiche di grande coinvolgimento. Circostanza non meno importante, la musica da camera è forse il campo in cui più prossimi sono gli usi comuni, più simile alle pratiche di padre e padrino quelle del figlio, che in altri campi (la produzione per la tastiera o per l’orchestra) è sicuramente più moderno e innovativo. La musica da camera rappresenta il versante più conservatore, cristallizzando un’immagine musicale compiutamente rappresentativa del Musizieren di ambito tedesco al termine del primo terzo del Settecento, sul crinale tra barocco e stile galante. Immagine che è al contempo un ritratto di famiglia in cui i profili tendono ad assomigliarsi, ad assumere appunto un’aria di famiglia: padre, figlio e padrino. In questo ritratto, la famiglia più celebre dell’intera storia della musica è allargata a un membro esterno ma prossimo. Georg Philipp Telemann fu infatti con ogni probabilità, nonostante la reticenza delle fonti documentarie, buon amico di Johann Sebastian, al punto da tenerne a battesimo il secondogenito maschio, Carl Philipp Emanuel, che proprio da Telemann prese il secondo nome. Il rito che si svolse il 10 marzo 1714 al fonte battesimale della Stadtkirche dei SS. Pietro e Paolo a Weimar sancì ben più che l’occasionale adempimento d’una socialità diffusa e tradizionale: strinse un vincolo di grande portata. Quando Telemann si spense nel 1768, dopo aver trascorso quasi cinquant’anni come direttore musicale delle cinque chiese principali di Amburgo, quella carica prestigiosa passò all’ormai non più giovane figlioccio, che lasciò volentieri il servizio Federico II di Prussia per succedere al padrino, accingendosi ad animare altri gloriosi vent’anni di vita musicale amburghese. Il repertorio bachiano in programma ci conduce a una terza città comune, la Lipsia in cui Telemann aveva studiato e dove Johann Sebastian ricopriva la carica di direttore musicale cittadino del tutto analoga a quella dell’amico ad Amburgo. A Lipsia nel 1729 Johann Sebastian era stato nominato alla testa di quel Collegium Musicum che Telemann aveva rifondato ancora studente nel 1702. Il complesso, che Bach avrebbe diretto nel periodo 1729-1737 e poi ancora tra il 1739 e il ’41 (se non fino al ’46), teneva con cadenza settimanale una stagione concertistica in piena regola, denominata Ordinaire Concerten, presso le due sedi del Cafè Zimmermann. Per quell’incombenza occorreva un rifornimento costante e cospicuo di musica da camera, cui Bach e la sua cerchia provvedevano anche in proprio. A un tale approvvigionamento corrispondono perfettamente le pagine in programma, che possiamo agevolmente immaginare eseguite in quel contesto di socialità cittadina in qualche misura, mutatis mutandis, analoga alla nostra. Il Concerto in mi minore TWV42: e7 di Telemann ci è tramandato da una copia preparata dal compositore della Corte della vicina Dresda Giovanni Alberto Ristori, a testimonianza del consumo di quel repertorio in un consesso cortigiano tanto illustre. L’altro titolo di Telemann è collocato in apertura della raccolta di sei Quadri, noti anche, impropriamente, come Quartetti di Parigi, pubblicata dal compositore (anche editore in proprio) ad Amburgo nel 1730. Agli anni Trenta, quelli della direzione bachiana del Cafè Zimmermann, rimandano anche due delle tre pagine bachiane, le Sonate in Sol maggiore e in re minore. Pagine, la prima peraltro esistente anche in una versione per violino e basso, per cui è fortemente dubbio se si tratti di parti di un unico autore oppure di prodotti dell’operosissima officina bachiana, brulicante di figli e allievi. Qualunque ne sia la paternità, Carl Philipp Emanuel Bach rivide la Sonata in re minore nel 1747 alla Corte di Federico il Grande di Prussia, dove ci conduce il lavoro monumentale che corona il concerto. In particolare, alla visita che Bach sessantaduenne fece al figlio Carl Philipp Emanuel, proprio nel 1747, alla reggia di Postdam. In quell’occasione il re propose a Bach un tema su cui il compositore, rientrato a Lipsia, ideò e diede alle stampe la singolare raccolta eterogenea dell’Offerta musicale, che contiene appunto, accanto a due vertiginosi ricercari per tastiera, una serie di canoni e la nostra sonata a tre, espressamente concepita per il flauto traversiere, strumento prediletto e praticato dal sovrano». (Raffaele Mellace)

Enrico Gatti


Marcello Gatti


Cristina Vidoni

           

Anna Fontana


PROGRAMMA
 
Johann Sebastian Bach  

Carl Philipp Emanuel Bach                   
Sonata a tre in Sol maggiore BWV 1038
per flauto traversiere, violino discordato e basso continuo
Largo - Vivace - Adagio - Presto
 
Georg Philipp Telemann                    
Concerto a tre in Mi minore TWV42: e7                                           
Largo - Allegro - Largo - Allegro
  
Carl Philipp Emanuel Bach              
Sonata a tre in Re minore Wot.145                                       
Allegretto - Largo - Allegro
 
Georg Philipp Telemann                    
Concerto I in Sol maggiore TWV 43: G1
(da Sei Quadri, Amburgo 1730)
Grave / Allegro / Grave / Allegro-Largo / Presto / Largo-Allegro
 
Johann Sebastian Bach             
Sonata sopr’il Soggetto Reale
à Traversa, Violino e continuo
(da Musicalisches Opfer, BWV 1079)
Largo - Allegro - Andante - Allegro
 

ORGANICO
Marcello Gatti - flauto traversiere          
Enrico Gatti - violino            
Cristina Vidoni - violoncello          
Anna Fontana - clavicembalo        


 
INFORMAZIONI
Associazione Culturale La Cappella Musicale
via Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel 02.76317176 | 3392697178       
e-mail mail@lacappellamusicale.com  
sito www.milanoartemusica.com
 

BIGLIETTI
Intero: 18,00 €
Ridotto (Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito: Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto sospeso: regala un biglietto! Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali del Comune di Milano
 
Punti vendita:
online (con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
sul posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì dalle 10.30 alle 13.30
Si consiglia l’acquisto in prevendita    
È gradito il pagamento elettronico 

   
SEDE
Chiesa di San Bernardino alle Monache
Via Lanzone, 13
MM De Amicis e Sant’Ambrogio, tram 2, 3, 14, bus 58, 94

STATI GENOCIDI
di Craig Mokhiber - ex funzionario delle Nazioni Unite
 



La notizia che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno. Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia sionista.
Lo Stato tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del regime.



Chiediamoci se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania. Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto internazionale. Assolutamente no.
 
Fatti scomodi
In realtà, quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni '80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023. L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica, Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile. Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania) cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un "diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti, normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni, molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro volta oggetto di controversia.



Il regime non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est, Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del 1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale, bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre, poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.



Di fatto, la Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati. 
Anche i territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.



La Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel 2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina (compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con il regime durante il genocidio in corso.


 
Il Governo criminale di Israele

Non c'è sovranità senza uguaglianza.
Infine, senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del 1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla partecipazione (i palestinesi della diaspora).



Nemmeno Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario". Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito. Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora, rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima sovranità. Allo stesso modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni, omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non può affermare di aver rispettato.



Dai diritti illusori ai doveri reali
Pertanto, sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui. Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime, isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.



Il passato di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari (tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione, acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.



Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana.



Oggi, il regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l'umanità.

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