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UNA NUOVA ODISSEA...
DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES
Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.
Angelo Gaccione
LIBER
L'illustrazione di Adamo Calabrese
FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)
Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)
giovedì 30 luglio 2026
REVANCHE
di
Gianmarco Pisa
Distruggere
la memoria per opprimere il presente e condizionare il futuro.
Giunge dai Paesi Bassi la notizia che ignoti hanno
profanato oltre 150 lapidi di soldati sovietici nel cimitero di guerra “Ereveld”
a Leusden, non lontano da Amersfoort, nella provincia di Utrecht. La prima cosa
che colpisce, di fronte a fatti di una gravità, sotto il profilo storico,
culturale e memoriale, di tale portata è la sproporzione tra la gravità del
fatto e la superficialità, persino il pressappochismo, dei commenti e delle
reazioni delle autorità. Le autorità olandesi (spesso, non solo loro) sono
solite classificare incidenti di questo tipo sotto la categoria di “atti di
vandalismo”: la
bravata di qualche stolto, e non, quale invece è, un fatto di palese e, proprio
per questo, preoccupante, carattere politico. È una reazione tipica delle élite,
anche quando “liberali”: non va dimenticato che i Paesi Bassi esprimono oggi un governo prettamente liberale, che potremmo
classificare, secondo le categorie politiche di casa nostra, come un
centrodestra moderato e dalle apparenze rispettabili, guidato dal primo
ministro Rob Jetten (del partito liberale
D66), in coalizione con i liberali del Vvd e i cristiano-democratici del Cda.
Un governo perfettamente allineato ai dettami Usa, Nato e Ue e che, come altri
governi della medesima pasta, perfettamente inquadrati nel contesto dell’imperialismo
euro-atlantico, non solo mostra disprezzo della memoria storica, in particolare
della liberazione dei popoli europei grazie all’eroico sforzo dell’Unione
sovietica, dell’Armata rossa e del movimento partigiano, ma contribuisce anche,
attivamente, a una violenta campagna di russofobia e propaganda antirussa fatta
anche di sanzioni, blocchi e censure. Detto diversamente, la cancellazione
della memoria storica e la campagna di violenta propaganda antirussa, per non
parlare della brutale mistificazione anticomunista ormai in corso da decenni,
servono proprio a questo, a uno scopo ben preciso: cancellare la memoria
storica e politica del movimento di liberazione e di emancipazione dei popoli e
approntare il terreno per ideologie e pratiche politiche reazionarie e
belliciste, al servizio dell’agenda Usa e Nato.

Il Rutto della Nato

A sua volta, l’Ue non è indifferente a questo disegno, come dimostrano i casi sui cui torneremo a breve, ma come attestano anche gli esiti del recente vertice Nato di Ankara, in Turchia, del 7-8 luglio scorsi, e la definizione che l’Unione europea, con esiti perfino grotteschi, dà di sé stessa, come un’architettura istituzionale, un blocco, «complementare e interoperabile» con la Nato. Gli strumenti di questa “damnatio memoriae” regressiva sono, in Occidente, i più diversi e all’ordine del giorno. Intanto, la demolizione dei monumenti: in Ucraina, dopo il colpo di stato di Euromajdan del 2014, in base alla cosiddetta legge sulla “decomunistizzazione”, nel solo 2016, sono stati demoliti ben 2389 monumenti del periodo sovietico, tra cui 1320 statue di Lenin, e rinominati 987 centri abitati; statue monumentali a Stepan Bandera, criminale di guerra e collaborazionista del regime hitleriano, sono state erette a L’viv (Leopoli), Ivano-Frankivsk e Ternopil; un intero Museo è stato dedicato a Yevhen Konovalec, fascista e fondatore dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), a Zaškiv, presso Leopoli, sua città natale; perfino alla Divisione “Galizia” delle Waffen SS sono state intitolate strade a Ivano-Frankivsk e Ternopil ed eretta una scultura in una sezione dedicata del cimitero di Lyčakiv, a Leopoli. Tuttavia, la cosiddetta “decomunistizzazione” ha riguardato e riguarda, in forme diverse da Paese a Paese, tutti gli Stati della cosiddetta “nuova Europa”, già socialisti e via via integrati nelle strutture della Nato e della Ue. Vi è poi la riscrittura della storia: in questo caso la completa menzogna storica diventa addirittura verità ufficiale.
Il 19 settembre 2019, il
Parlamento europeo è giunto ad approvare un’incredibile “Risoluzione
sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa” che pretende
di equiparare nella responsabilità storica oppressori e liberatori, affermando
«il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla
dittatura comunista, nazista e di altro tipo» - senza distinzione alcuna - e
addirittura stabilendo che «la Seconda guerra mondiale [...] è iniziata come
conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione
nazi-sovietico», sorprendentemente eludendo le responsabilità storiche e
politiche del regime hitleriano. Irricevibili del resto sono i tentativi di revisionismo,
riduzionismo o negazionismo che vorrebbero ridimensionare o cancellare il
contributo della Resistenza e del movimento partigiano per la liberazione dei
popoli d’Europa.
Ha tutto ciò a che fare con la profanazione delle lapidi sovietiche?
Evidentemente sì. Da decenni le élite occidentali sono impegnate
in una capillare strategia di cancellazione della memoria e di riscrittura
della storia, in una virulenta e mistificatoria campagna di propaganda
antisovietica e anticomunista. La profanazione delle tombe, la distruzione
delle lapidi, la rimozione dei monumenti, la ridenominazione di strade e
piazze, la riscrittura dei manuali scolastici di storia sono conseguenza
diretta della rinnovata politica di potenza delle élite europee e atlantiche, che
non esita a manipolare e falsificare la storia e la memoria per coltivare veri
e propri deliri di potenza e di guerra.
Riferimenti:
1. Sam
Sokol, “Ukraine’s new memory czar tones down glorification of war criminals”,
The Times of Israel, 23 giugno 2020:
timesofisrael.com/ukraines-new-memory-czar-tones-down-glorification-of-war-criminals.
2. Cnaan
Liphshiz, “Jewish community protests after plaque honoring SS officer unveiled
in Estonia”, The Times of Israel, 30 giugno 2018: timesofisrael.com/jewish-community-protests-after-plaque-honoring-ss-officer-unveiled-inestonia.
3. “In
Estonia via i monumenti sovietici dalle zone russofone”, Europa Today, 17
agosto 2022:
europa.today.it/attualita/estonia-monumenti-sovietici-ordine-pubblico.html.
4. Sulle
problematiche della decomunistizzazione, cfr. Eric Brahm, Lustration, Beyond
Intractability, Conflict Information Consortium, University of Colorado,
Boulder, giugno 2004: beyondintractability.org/essay/lustration. L’autore
definisce significativamente la decomunistizzazione (lustracija), «una modalità
particolarmente ottusa (very blunt) di giustizia di transizione».
5. G.
Pisa, “9 maggio: la Giovane Guardia e la Lotta di Liberazione”,
L’Antidiplomatico, 09 Maggio 2026: lantidiplomatico.it/dettnews 9_maggio_la_giovane_guardia_e_la_lotta_di_liberazione/45289_66781.
Ai temi dell’importanza dei luoghi della cultura e della memoria ai fini della
promozione della pace sono dedicati anche gli sviluppi del progetto
H.E.R.M.E.S. (Heritage-based Education and Research Measures for Empowerment
and Sharing) per Corpi civili di pace: corpicivilidipace.com.
POESIA
di Carlo Di Legge
Stefano
Taccone, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti
di Macerata e critico d’arte, ha prodotto un numero consistente di pubblicazioni.
Taccone ha scritto anche testi di narrativa e di poesia e perciò siamo qui a
dirne; da questi si evince l’atteggiamento radicale, che forse fa il paio, in
arte, con lo studio delle avanguardie e la ricerca sulle forme della
contestazione. il suo rifiuto del compromesso si conferma già dal titolo di
quest’ultimo libro di poesia: Poco più
che spam, e chi apre il libro e legge, se legato in qualche modo alla poesia come arte, resterà inorridito: si
domanderà se questo sia poesia, e
credo che sia proprio quel che l’autore cerca: la provocazione. Avendo
assistito più volte a sue letture di testi, sono in grado di confermarlo ma non
mi si fraintenda, a questo punto sarebbe facile: a chi ha la ventura di parlare
con lui, l’autore ispira niente di sgradevole, nulla di arrabbiato – ma
disponibilità e vera cordialità, rispetto per l’altro, assoluta mancanza di
attitudini da esibizione, una giusta, equilibrata presenza, che sconfina
talvolta nella mansuetudine e nell’umiltà. Sembra evidente che, allora, tanto
l’interesse e la propensione per le differenze un certo tipo di novità in arte
– e non solo – portati anche in poesia, siano dovuti a una forma di onestà,
hanno a che fare con la politica e con quel che Taccone ritiene sia meglio per
la società.
Una buona spiegazione del titolo la
fornisce la prefazione di Eugenio Lucrezi, egli stesso poeta proteiforme e figura
di rilievo, non solo a Napoli: non è un caso che egli si sia occupato del libro
– dove egli scrive che spam è
“termine che si deve alla contrazione di Spiced
Ham… diventato sinonimo di messaggio indesiderato e ripetuto” (con
riferimento a una gag tv, datata
1970, dei Monty Python). Cioè “Lo
stesso che si para dinanzi al lettore” del libro di Taccone: “Gli spam del titolo… non si riferiscono in
senso autoironico al contenuto del libro, o non soltanto; bensì alla non
perimetrabile cascata di afferenze percettive che sommerge lui, l’umano Stefano
Taccone, e tutti noi…”. L’autore, scrive ancora Lucrezi, ci racconta di “questo
mondo impazzito… con gli strumenti dell’ironia e con la forza del comico, che
son da sempre le armi più affilate dell’intelligenza”.
Se poi entriamo nella girandola
dei testi in versi, si evidenziano i motivi della poetica (se si può ancora
chiamarla così – il prefatore sembra confermarlo): elementi del parlare
quotidiano, anche dialettale, di Napoli, misti a termini stranieri ormai consueti
nel nostro conversare; argomentazioni talmente ovvie e trite da incorrere
volutamente nel becero; repertori e dialoghi del senso comune più intollerabile.
Nella costruzione corretta di sintassi s’infilano giochi assurdi di parola, con
effetti stridenti sul semplice buon senso (da Parigi è una vaiassa: “… un Bacco puffo/che ha voltato la cena a
festino/tutti i baccanti vengono a galla/per deglutire le acque della Senna…”; e
poi, nello stesso testo ma senza apparente nesso, “secondo te chi vince/tra un
leone e un elefante?/secondo te chi è più veloce/tra te che vai in
bicicletta/ed io che sono un fante?”.
Tanto tutto va bene, o così sembra:
perché, continuando, si legge:
Di che ti
lamenti?
godi
fanciullo questi giochi
perché i
prossimi saranno
ben
altrimenti seri
si
faranno col fucile in spalla
tu sarai
protagonista
e
pazienza se farà malissimo
vedrai
pochi secondi e poi passa…
ecco, si parava anche (non solo)
a questo; il che implica momenti di umorismo, non estravaganti, riusciti anche
dal punto di vista del senso comune, come nei Curricola esemplificativi o nel poemetto – tragicomico – Tra i miei alunnə (s’intende
che la e rovesciata o schwa,
come si sa, non sta soltanto, oggi, come simbolo fonetico ristretto alla
linguistica); trovate argute, come in Divine
azioni. Ma si ravvisa, come si diceva, anche una posizione
politica e sociale. Credo sia l’ultima sembianza da me incontrata dello stay woke,
senza riferire l’espressione soltanto alle disuguaglianze sociali e al razzismo
ma all’essere reattivi a tutte le innumerevoli, continue ingiustizie; con una
buona dose di auto-ironia aggiunta. Anche questo è fuori luogo, perché è ormai stato
tradito dai suoi stessi fautori? Quindi l’idea è stata, sì, squalificata –
insomma, ci provano – e l’espressione woke
vien messa alla berlina: ma da chi e perché? la si usi bene, l’idea,
guardandosi intorno – ci sarebbe di meglio?
Se c’è, non lo abbiamo mica trovato, o visto, a meno che non si finisca
con il credere al tanto peggio tanto
meglio. Ѐ
un po’ la storia della democrazia rappresentativa, se non è proprio la stessa
cosa o un aspetto. Ma qui sarebbe facile divagare.
Credo che Taccone, critico d’arte
giovane ma già scafato, scriva in questo modo per rivolgere un messaggio molto
preciso: quel che egli ritiene sia la
poesia oggi e, certo, come egli ritiene di poter scrivere poesia oggi. Perché
no? Ovvio che si possa non essere d’accordo, la poesia non soltanto sembra
accogliere tutti, ma, anche, lo stesso autore potrebbe produrre versi in tanti
modi del tutto di-versi.
Credo sia senz’altro un bene, se
in Italia circa tre milioni di persone scrivono magari per pubblicare, quando il
fatto attesti un buon grado di civiltà e di consapevolezza. Ma non lo è, quando
la gente si ammala di falsi presupposti, di sentieri presto e male interrotti,
di aspettative tossiche. Invece, anche dove non dovrebbe, piove spam. Di questo libro, il titolo, la
lettura, dovrebbero essere utili, con la loro spinta provocatoria, a far
riflettere di continuo sul perché si scrive e non soltanto sul come lo si fa:
allora, dentro e oltre l’ironia diffusa, se ne può intendere la serietà: questa
poesia viola le condizioni standard della community… questa poesia non è mai
esistita.
Stefano
Taccone
Poco più che spam
Macabor
ed. 2026
mercoledì 29 luglio 2026
TIMIDEZZA E DIRITTI
di Franco Astengo
La
sinistra ha l’obbligo di scrollarsi di dosso la timidezza proclamando la
propria totale estraneità alla deriva securitaria-repressivo-razzistica
prerogativa di questo governo e tratto distintivo del suo populismo. Populismo
del resto reclamato a gran voce dal coro dei mezzi di comunicazione di massa.
1.- La sinistra, prima di tutto,
deve rivendicare l’eredità morale e politica della presenza dei suoi partiti
storici all’Assemblea Costituente. La Costituzione è stata scritta in nome
della Resistenza e dell’Antifascismo e questo fatto deve essere reclamato
sempre, in premessa di qualsiasi intervento in tema di eguaglianza e diritti;
2.- La sinistra ha l’obbligo di
far discendere qualsiasi intervento in materia dall’articolo 3 della
Costituzione e dal suo primo comma “tutti i cittadini hanno pari dignità
sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza,
lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali”
3.- Sulla base di quanto stabilito
dall’articolo 3 della Costituzione ne deve derivare una strategia dei diritti
che la Sinistra rivendichi in ogni occasione: il diritto alla vita e
all’integrità fisica, il diritto all’integrità morale, il diritto all’immagine,
il diritto al nome, il diritto alla riservatezza, l’inviolabilità del
domicilio, la pari dignità sociale
4.- La sinistra deve trovare la
capacità di distinguere tra “sicurezza” e “ordine pubblico”. “Sicurezza” e
“Ordine Pubblico” sono obiettivi perseguiti da organismi dello Stato che debbono
essere posti in condizione di operare restando strettamente all’interno di
quella strategia dei diritti le cui linee sono state appena tracciate anche in
questo testo. Va respinta ogni illazione diversa al proposito, operando per
garantirne il rispetto nella piena consapevolezza che nella storia d’Italia
molto spesso la teoria e la pratica dei diritti è stata violata soprattutto a
danno dei lavoratori e delle categorie economicamente e socialmente
svantaggiate (se pensiamo in particolare alla repressione delle lotte operaie e
contadine).
5.- La divisione dei poteri è
punto inalienabile della struttura dello Stato democratico. L’indipendenza
della Magistratura appare a questo proposito fondamentale, va difesa e
rilanciata nel pieno rispetto dell’art.102 comma 1 della Costituzione.
Sono queste le basi inviolabili
sulle quali la Sinistra deve fondare la sua azione e la sua iniziativa: non
esiste nessuna necessità particolare di occuparsi di queste delicate materie
senza circoscrivere eventuali iniziative anche legislative all’interno del
perimetro tracciato dal dettato costituzionale. Questo punto va affermato con
grande chiarezza e senza essere timidi nel rivendicarlo sempre e comunque.
PENSIERI VAGABONDI
di Angelo Gaccione
“Se la nostra vita è vagabonda, la nostra memoria è
sedentaria” ha scritto Marcel Proust, e la mia
memoria diventa sedentaria tutte le volte che ritorno in certi luoghi. Non
posso farne a meno. In questo momento, poi, dal terrazzo su cui sono seduto ho
un perimetro visuale che mi riconduce a vite che hanno avuto a che fare, e una
lo ha tuttora, con la mia. Sulla destra, il palazzo con l’appartamento
all’ultimo piano (il quarto) dove veniva a passare le sue vacanze estive un mio
amico - noto giornalista e critico teatrale - con la moglie. Si affaccia sui
binari della ferrovia, ma la lunga balconata che corre per l’intero isolato,
gli permetteva comunque di allungare lo sguardo verso il mare. Questa volta vedo
che ci sono dei vasi ben tenuti, segno che qualcuno ci viene a fare le vacanze.
Ignoro se siano le nipoti, la figlia col marito o dei turisti a cui è stato
ceduto in affitto per i mesi estivi. C’è comunque vita, non la sua, ma c’è
vita. Forse lo hanno lasciato intatto l’appartamento, forse lo hanno
completamente spogliato e riammobiliato, e di lui non è rimasta traccia. Così
avviene a tutte le vite che se ne vanno e non vi rimane impronta. È la cosa che
mi ha sempre ferito di più delle vendite di case, dello svuotamento di esse,
delle loro trasformazioni radicali: come se non vi si fosse rappreso nulla.
Sulla sinistra, al secondo piano di un palazzo più datato, la persiana verde
che affaccia su un pezzo di balcone è chiusa come lo scorso anno. I vasi hanno
piante rinsecchite e mettono tristezza. Come le persiane finte dipinte sui lati
della facciata come si vede su tante case liguri. La padrona che l’abitava era
di origini piemontesi e mia moglie scambiava con lei qualche parola dal balcone
di fronte. Il marito era anziano come lei. Può darsi che non siano più in vita;
può darsi che non abbiano più la forza di viaggiare; può darsi che non abbiano
eredi. Quel che è certo è che la casa e muta, serrata e senza vita. Di fronte ho
il mare. Sul lato di destra vedo l’isola di Gallinara (dicono che somigli al
guscio di una tartaruga) e la punta della penisola di Albenga. Una bellissima e
sorprendente città che ero andato a visitare proprio perché c’è nato un mio
anziano amico. Da lì gli telefonai per dirgli che c’ero venuto per vedere dove
era nato e vissuto. Penso che nel trasferirsi a Genova col padre si fosse
portato dietro molti ricordi, molta nostalgia. Poi, da uomo fatto arrivò a
Milano. Qui altri ricordi, altri dolori, altre gioie: come impone la vita.
martedì 28 luglio 2026
MILANO ARTE MUSICA
A
San Bernardino alle Monache con l’Ensemble Aurora
Questo
giovedì 30 luglio alle 20.30, nella splendida cornice della Chiesa di San
Bernardino alle Monache, accoglieremo l’Ensemble Aurora, guidato dal celebre
violinista barocco Enrico Gatti, per il concerto Vater, Pate & Sohn.
Padre, Figlio e Padrino. Il programma tornerà a indagare il “lessico
famigliare” della famiglia Bach, fil rouge di questa ventesima edizione
del festival, intrecciando l’opera e l’estetica di Johann Sebastian Bach a
quelle di figure a lui molto vicine: il figlio Carl Philipp Emanuel e
colui che, in virtù della grande stima nutrita nei suoi confronti, venne scelto
da Bach come padrino del figlio stesso, Georg Philipp Telemann.
«È la coerenza la
cifra distintiva del concerto odierno. Una coerenza profonda, cui ben si addice
il riferimento trinitario del titolo del concerto (naturalmente absit
iniuria verbis, soprattutto trattandosi di tre dei massimi autori di musica
sacra del Settecento). L’intreccio tra queste figure di musicisti formidabili è
un nodo avviluppato al punto tale che, pur mantenendo peculiarità distintive e
personalità autonome, i percorsi biografici, le attività professionali e la
scrittura musicale s’intrecciano e talora sovrappongono. Coesa e coerente è poi
la scrittura specifica della musica da camera oggetto di questo concerto. Da un
lato ci si concentra su un unico genere capitale della musica strumentale
barocca: la sonata a tre/quattro, congegno formidabile che ha il proprio
principio essenziale nel dialogo serrato tra strumenti melodici sul piedistallo
del basso continuo: una dialettica inter pares, che rinuncia a
eccessi di protagonismo, compensandoli con trame contrappuntistiche o pseudo contrappuntistiche
di grande coinvolgimento. Circostanza non meno importante, la musica da camera
è forse il campo in cui più prossimi sono gli usi comuni, più simile alle
pratiche di padre e padrino quelle del figlio, che in altri campi (la
produzione per la tastiera o per l’orchestra) è sicuramente più moderno e
innovativo. La musica da camera rappresenta il versante più conservatore,
cristallizzando un’immagine musicale compiutamente rappresentativa del Musizieren di
ambito tedesco al termine del primo terzo del Settecento, sul crinale tra
barocco e stile galante. Immagine che è al contempo un ritratto di famiglia in
cui i profili tendono ad assomigliarsi, ad assumere appunto un’aria di
famiglia: padre, figlio e padrino. In questo ritratto, la famiglia più celebre
dell’intera storia della musica è allargata a un membro esterno ma prossimo.
Georg Philipp Telemann fu infatti con ogni probabilità, nonostante la reticenza
delle fonti documentarie, buon amico di Johann Sebastian, al punto da tenerne a
battesimo il secondogenito maschio, Carl Philipp Emanuel, che proprio da
Telemann prese il secondo nome. Il rito che si svolse il 10 marzo 1714 al fonte
battesimale della Stadtkirche dei SS. Pietro e Paolo a Weimar sancì ben più che
l’occasionale adempimento d’una socialità diffusa e tradizionale: strinse un
vincolo di grande portata. Quando Telemann si spense nel 1768, dopo aver
trascorso quasi cinquant’anni come direttore musicale delle cinque chiese
principali di Amburgo, quella carica prestigiosa passò all’ormai non più
giovane figlioccio, che lasciò volentieri il servizio Federico II di Prussia
per succedere al padrino, accingendosi ad animare altri gloriosi vent’anni di
vita musicale amburghese. Il repertorio bachiano in programma ci conduce a una
terza città comune, la Lipsia in cui Telemann aveva studiato e dove Johann
Sebastian ricopriva la carica di direttore musicale cittadino del tutto analoga
a quella dell’amico ad Amburgo. A Lipsia nel 1729 Johann Sebastian era stato
nominato alla testa di quel Collegium Musicum che Telemann aveva rifondato
ancora studente nel 1702. Il complesso, che Bach avrebbe diretto nel periodo
1729-1737 e poi ancora tra il 1739 e il ’41 (se non fino al ’46), teneva con
cadenza settimanale una stagione concertistica in piena regola,
denominata Ordinaire Concerten, presso le due sedi del Cafè
Zimmermann. Per quell’incombenza occorreva un rifornimento costante e cospicuo
di musica da camera, cui Bach e la sua cerchia provvedevano anche in proprio. A
un tale approvvigionamento corrispondono perfettamente le pagine in programma,
che possiamo agevolmente immaginare eseguite in quel contesto di socialità
cittadina in qualche misura, mutatis mutandis, analoga alla nostra.
Il Concerto in mi minore TWV42: e7 di Telemann ci è tramandato da una copia
preparata dal compositore della Corte della vicina Dresda Giovanni Alberto
Ristori, a testimonianza del consumo di quel repertorio in un consesso
cortigiano tanto illustre. L’altro titolo di Telemann è collocato in apertura
della raccolta di sei Quadri, noti anche, impropriamente,
come Quartetti di Parigi, pubblicata dal compositore (anche editore
in proprio) ad Amburgo nel 1730. Agli anni Trenta, quelli della direzione
bachiana del Cafè Zimmermann, rimandano anche due delle tre pagine bachiane, le
Sonate in Sol maggiore e in re minore. Pagine, la prima peraltro esistente
anche in una versione per violino e basso, per cui è fortemente dubbio se si
tratti di parti di un unico autore oppure di prodotti dell’operosissima
officina bachiana, brulicante di figli e allievi. Qualunque ne sia la
paternità, Carl Philipp Emanuel Bach rivide la Sonata in re minore nel 1747
alla Corte di Federico il Grande di Prussia, dove ci conduce il lavoro monumentale
che corona il concerto. In particolare, alla visita che Bach sessantaduenne
fece al figlio Carl Philipp Emanuel, proprio nel 1747, alla reggia di Postdam.
In quell’occasione il re propose a Bach un tema su cui il compositore,
rientrato a Lipsia, ideò e diede alle stampe la singolare raccolta eterogenea
dell’Offerta musicale, che contiene appunto, accanto a due vertiginosi
ricercari per tastiera, una serie di canoni e la nostra sonata a tre,
espressamente concepita per il flauto traversiere, strumento prediletto e
praticato dal sovrano». (Raffaele Mellace)

Enrico Gatti

Marcello Gatti
![]() |
| Enrico Gatti |

![]() |
| Cristina Vidoni |
![]() |
| Anna Fontana |
PROGRAMMA
Johann Sebastian Bach
Carl Philipp Emanuel Bach
Sonata
a tre in Sol maggiore BWV 1038
per
flauto traversiere, violino discordato e basso continuo
Largo - Vivace - Adagio - Presto
Georg Philipp Telemann
Concerto
a tre in Mi minore TWV42: e7
Largo - Allegro - Largo - Allegro
Carl Philipp Emanuel Bach
Sonata
a tre in Re minore Wot.145
Allegretto - Largo - Allegro
Georg Philipp Telemann
Concerto
I in Sol maggiore TWV 43: G1
(da
Sei Quadri, Amburgo 1730)
Grave
/ Allegro / Grave / Allegro-Largo / Presto / Largo-Allegro
Johann
Sebastian Bach
Sonata
sopr’il Soggetto Reale
à
Traversa, Violino e continuo
(da
Musicalisches Opfer, BWV 1079)
Largo - Allegro - Andante - Allegro
ORGANICO
Marcello
Gatti - flauto traversiere
Enrico
Gatti - violino
Cristina
Vidoni - violoncello
Anna
Fontana - clavicembalo
INFORMAZIONI
Associazione
Culturale La Cappella Musicale
via
Vincenzo Bellini 2 - 20122 Milano
tel
02.76317176 | 3392697178
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sito
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BIGLIETTI
Intero:
18,00 €
Ridotto
(Under26 e gruppi di minimo 10 persone): 12,00 €
Gratuito:
Under12, accompagnatori di persone disabili (si prega di contattare
l’Associazione per usufruire delle gratuità)
Biglietto
sospeso: regala un biglietto! Sarà destinato agli utenti dei servizi sociali
del Comune di Milano
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vendita:
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(con diritto di prevendita): Circuito Vivaticket www.vivaticket.it
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posto, secondo disponibilità, 40 minuti prima di ogni concerto
presso
Associazione Culturale La Cappella Musicale
Lunedì
dalle 15.00 alle 18.00
Mercoledì
dalle 10.30 alle 13.30
Si
consiglia l’acquisto in prevendita
È
gradito il pagamento elettronico
SEDE
Chiesa
di San Bernardino alle Monache
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Lanzone, 13
MM De Amicis e Sant’Ambrogio, tram 2, 3, 14, bus 58, 94
STATI GENOCIDI
di Craig
Mokhiber - ex funzionario delle Nazioni Unite
La notizia
che, proprio nel bel mezzo del genocidio in corso in Palestina, il Parlamento
tedesco stia approvando questa settimana una legge che criminalizzerebbe le dichiarazioni
che negano il "diritto all'esistenza" di Israele, punibili con una
pena fino a cinque anni di reclusione, non ha sorpreso praticamente nessuno.
Dopotutto, questo è il Paese che ha perpetrato il genocidio prima in Namibia e
poi in Europa, e che ora partecipa attivamente ed entusiasticamente al
genocidio in corso in Palestina, reprimendo brutalmente in Germania chiunque
osi alzare la voce contro quest'ultimo genocidio. Di fatto, insieme a Israele e
agli Stati Uniti, lo Stato tedesco gode ora del dubbio onore di essere tra gli
Stati più asserviti agli interessi sionisti e tra i più corrotti dall'ideologia
sionista.
Lo Stato
tedesco ha persino una politica ufficiale (Staatsräson) che sancisce il suo
impegno a perpetuare il regime israeliano, richiedendo una dichiarazione
formale del "diritto di esistere" di Israele per acquisire la
cittadinanza tedesca. (Non è richiesta alcuna dichiarazione simile riguardo al
diritto di esistere della Germania). Ma l'affermazione che il regime israeliano
non abbia diritto di esistere non è semplicemente un'opinione legalmente
protetta. È anche una verità dimostrabile, sia dal punto di vista fattuale che
legale. Naturalmente, l'affermazione che Israele "abbia diritto di
esistere" è sempre stata una totale assurdità, poiché priva di qualsiasi
fondamento giuridico o fattuale. Ma questa affermazione sionista suona
familiare a innumerevoli persone in Occidente, perché è stata ripetuta con una
frequenza senza precedenti come pilastro della propaganda sionista, perché è stata
pronunciata incessantemente da politici occidentali che ricevono tangenti dalla
lobby israeliana e perché è stata ampiamente diffusa da società mediatiche
allineate con Israele e incaricate di proteggere obbedientemente l'impunità del
regime.
Chiediamoci
se abbiamo mai sentito un ritornello simile, che rivendicasse il diritto
all'esistenza dell'Italia, del Canada o, nel caso in questione, della Germania.
Eppure, si afferma costantemente che il regime israeliano (e solo il regime
israeliano) in qualche modo possieda tale diritto. La conclusione più ovvia è
che il regime e i suoi rappresentanti in Occidente si sentano così
profondamente insicuri circa la legittimità dello Stato israeliano, data la
sanguinosa storia della sua fondazione ed espansione, entrambe condotte al di
fuori dei limiti della legge, da aver ritenuto necessario imporre un'ortodossia
forzata (e fittizia), radicata nell'idea di eccezionalismo israeliano e nella
nozione di impunità garantita dallo Stato. Ma tale diritto non esiste nel diritto
internazionale. Assolutamente no.
Fatti scomodi
In realtà,
quando misi piede per la prima volta nelle sale delle Nazioni Unite negli anni
'80, esistevano molti Stati che non esistevano più quando me ne andai nel 2023.
L'URSS, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, la Germania dell'Est, il Tanganica,
Zanzibar e la Repubblica Araba Unita avevano forse un "diritto di
esistere"? No. E nemmeno Israele. Gli Stati nascono e muoiono, ma nessuno
di loro ha un "diritto di esistere". Di fatto, questo è innegabile.
Eppure, alcuni continuano a ripetere a pappagallo l'invenzione sionista priva
di fondamento secondo cui il regime israeliano possiederebbe in qualche modo
tale diritto; altri lo accettano senza porsi domande; alcuni (come la Germania)
cercano persino di costringere gli altri a dichiararlo; e altri ancora
proibiscono qualsiasi tentativo di contestare questa menzogna. Non esiste un
"diritto di esistere" per gli Stati secondo il diritto
internazionale. Israele non può, quindi, rivendicare tale diritto. Certo, gli Stati
hanno alcuni diritti. Ad esempio, gli Stati hanno generalmente il diritto
all'uguaglianza sovrana, all'integrità territoriale e all'autodifesa ai sensi
dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ma anche questi diritti,
normalmente concessi agli Stati, sono soggetti a condizioni e limitazioni,
molte delle quali precluderebbero la rivendicazione di Israele. Ad esempio, la
Corte Internazionale di Giustizia ha ripetutamente stabilito che Israele non ha
il diritto di invocare l'autodifesa nei suoi attacchi contro i territori
palestinesi occupati. (In sostanza, non si può entrare con la forza in casa di
qualcuno e poi rivendicare il diritto all'autodifesa quando il proprietario
oppone resistenza). In secondo luogo, a parte quelli concordati nei trattati
firmati con l'Egitto (1979) e la Giordania (1994), Israele non ha nemmeno
confini definiti. Gran parte del territorio rivendicato e occupato dal regime
israeliano è territorio su cui lo Stato di Israele non ha alcuna pretesa
legale, mentre altri territori rivendicati come parte dello Stato sono a loro
volta oggetto di controversia.
Il regime
non può avanzare alcuna pretesa legale di integrità territoriale sui territori
illegalmente occupati nel 1967 e successivamente, tra cui Gerusalemme Est,
Gaza, la Cisgiordania e le alture del Golan. La sua "Linea Verde" del
1949 con Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza non è un confine internazionale,
bensì una linea di armistizio intesa unicamente a separare le forze in
combattimento. Il regime non può rivendicarla come confine legittimo. Inoltre,
poiché il divieto di acquisizione di territorio con la forza è una norma
imperativa (jus cogens) del diritto internazionale e un obbligo vincolante ai
sensi della Carta delle Nazioni Unite, lo Stato di Israele non può rivendicare
nessuno di questi territori come parte del proprio territorio legittimo.
Di fatto, la
Commissione di diritto internazionale ha stabilito che gli Stati non dovrebbero
riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle norme di jus cogens ed
erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle perpetrate dalle forze
sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime israeliano da allora in
poi. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla minaccia o dall'uso
della forza impongono obblighi di non riconoscimento a tutti gli Stati.
Anche i
territori rivendicati dalle forze sioniste nel 1947 nell'ambito del piano di
spartizione delle Nazioni Unite sono soggetti a contestazione legale. Dato
questo fatto, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite non aveva alcuna
autorità, né in base alla sua Carta né, più in generale, in base al diritto
internazionale, per ignorare la volontà dei popoli indigeni o per creare uno
stato colonialista di insediamento. Allo stesso modo, le forze sioniste non avevano
alcun diritto, anche in base al diritto internazionale, di negare al popolo
palestinese il diritto all'autodeterminazione o di acquisire territori con la
forza. Infatti, la Commissione di Diritto Internazionale ha affermato che gli
Stati non dovrebbero riconoscere rivendicazioni basate su violazioni delle
norme di jus cogens ed erga omnes (vincolanti per tutti gli Stati), come quelle
perpetrate dalle forze sioniste durante la Nakba del 1947-1948 e dal regime
israeliano da allora. Inoltre, le acquisizioni territoriali derivanti dalla
minaccia o dall'uso della forza impongono obblighi di non riconoscimento a
tutti gli Stati.
La Corte
Internazionale di Giustizia ha ribadito questo principio in relazione alla
presenza del regime israeliano nei territori palestinesi occupati anche nel
2024, quando ha concluso che l'occupazione di Gerusalemme Est, della
Cisgiordania e della Striscia di Gaza è del tutto illegale e che lo Stato di
Israele deve porvi fine rapidamente e completamente. Ha inoltre affermato che
tutti gli Stati hanno l'obbligo di non riconoscere la presenza di Israele in
questi territori e di adoperarsi per porvi fine. Pertanto, poiché Israele non
ha un territorio definito, le sue pretese legali di integrità territoriale sono
significativamente limitate. E senza confini riconosciuti (e qui non si parla
di una controversia di confine di minore entità, ma piuttosto della mancanza di
definizione della maggior parte del territorio statale), gli manca persino un
criterio fondamentale per il riconoscimento come Stato. Attualmente, quasi
trenta Stati membri delle Nazioni Unite in Africa, Asia e America Latina
(compresi alcuni dei suoi vicini geografici più prossimi) non riconoscono lo
Stato di Israele, mentre altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con
il regime durante il genocidio in corso.

Il Governo criminale di Israele
Non c'è
sovranità senza uguaglianza.
Infine,
senza una sovranità legittima, non può esserci alcuna pretesa di uguaglianza
sovrana. Nel diritto internazionale, la sovranità non appartiene agli Stati, ma
ai popoli. Il regime israeliano si proclama "Stato ebraico" e afferma
di rappresentare il suo popolo. Ma non rappresenta gli interessi delle
popolazioni non ebraiche (palestinesi musulmani e cristiani) che vivono in quel
territorio o che hanno il diritto di viverci e di far parte della legittima
comunità politica di quel territorio. Lo Stato etnonazionalista di Israele può
anche affermare di rappresentare 7,2 milioni di cittadini (ebrei). Non può, in
modo credibile, affermare di rappresentare i quasi 16 milioni di palestinesi
che hanno il diritto di far parte della comunità politica di quella terra. Di
fatto, anche se il regime dovesse insediare con la forza tutti gli ebrei del
pianeta in quella terra, rappresenterebbe comunque solo una minoranza della
popolazione, rispetto alla maggioranza palestinese. La stragrande maggioranza
delle persone che hanno il diritto di far parte della comunità politica ne è
esclusa in vari modi: esclusa dalla rappresentanza paritaria (i palestinesi del
1948), esclusa da qualsiasi tipo di rappresentanza (i palestinesi di Gaza,
della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) o addirittura esclusa dalla
possibilità di esercitare il proprio diritto legale al ritorno e alla
partecipazione (i palestinesi della diaspora).
![]() |
| Il Governo criminale di Israele |
Nemmeno
Israele può rivendicare una legittima autorità di governo. Questo perché il
diritto internazionale stabilisce che "la volontà del popolo è alla base
dell'autorità del governo", che deve essere "espressa mediante
elezioni periodiche e genuine, a suffragio universale e paritario".
Escludere milioni di abitanti autoctoni del territorio sulla base di criteri
etnonazionalisti costituisce una violazione paradigmatica di questo requisito.
Pertanto, il regime israeliano non può rivendicare una legittima autorità di
governo. La Corte Internazionale di Giustizia ha recentemente affermato che il
regime non ha tale autorità a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma le
condizioni ineguali imposte alla popolazione palestinese all'interno della
Linea Verde, e la totale esclusione di coloro che vivono nella diaspora,
rendono questa argomentazione ugualmente applicabile al resto della comunità
palestinese. E senza tale autorità, il regime non può rivendicare una legittima
sovranità. Allo stesso
modo, la condotta illegale del regime è in contrasto con le sue rivendicazioni
di sovranità, poiché le moderne concezioni di sovranità includono un elemento
di responsabilità (soprattutto per quanto riguarda il rispetto del principio di
non aggressione, dei diritti umani e del diritto internazionale), che un regime
genocida e di apartheid, caratterizzato da una storia continua di aggressioni,
omicidi, crimini contro l'umanità e una cronica incapacità di conformarsi alle
sentenze del diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite, non
può affermare di aver rispettato.
Dai diritti
illusori ai doveri reali
Pertanto,
sia dal punto di vista giuridico che fattuale, il regime israeliano non ha
alcun "diritto di esistere". Ma l'analisi non dovrebbe fermarsi qui.
Anche un esame superficiale del diritto internazionale rivela che, al
contrario, il regime israeliano non dovrebbe esistere. La comunità
internazionale degli Stati ha l'obbligo di cessare di riconoscere il regime,
isolarlo e lavorare per il suo smantellamento e la liberazione del popolo
palestinese. Chiaramente, nessuno oggi sosterrebbe che la Germania nazista, il
Sudafrica dell'apartheid , la Francia di Vichy o i Khmer Rossi della Kampuchea
avessero un "diritto di esistere". Né accetteremmo argomentazioni a
favore di regimi coloniali perpetui in Algeria, India, Namibia o Kenya. Per le
stesse ragioni, nessuna argomentazione giuridica (o morale) potrebbe
giustificare un diritto di esistere per Israele sionista. Al contrario, il
diritto internazionale richiede che, quando le violazioni di norme imperative
del diritto internazionale sono parte integrante della creazione, espansione e
mantenimento di uno Stato (come è accaduto nella Namibia e nella Rhodesia
dell'apartheid), tali entità non debbano essere riconosciute o accettate come
Stati legittimi e non debbano ricevere alcun aiuto.
Il passato
di Israele è inequivocabile. È stato fondato sulla violazione di due norme
imperative ( jus cogens ): il diritto dei popoli del territorio
all'autodeterminazione e il divieto di acquisire territori con la forza, nonché
sui due crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: genocidio e
aggressione. Da allora, si è rifiutato di consentire il ritorno dei rifugiati e
di concedere loro un adeguato risarcimento, intensificando progressivamente la
sua politica di sfratti illegali, furto di terre e colonizzazione. Le Nazioni
Unite e tutte le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani
hanno concluso che il regime israeliano è colpevole di apartheid e segregazione
razziale, occupazione illegale, crimini di guerra, crimini contro l'umanità e
genocidio. Il regime è attualmente sotto processo per genocidio dinanzi alla
Corte Internazionale di Giustizia, accuse che la Corte ha ritenuto
sufficientemente plausibili da emettere una serie di provvedimenti cautelari
(tutti ignorati dal regime). La stessa Corte ha dichiarato il regime colpevole
di occupazione illegale, negazione forzata del diritto all'autodeterminazione,
acquisizione illegale di territorio con la forza, crimini di guerra, apartheid
e segregazione razziale. Inoltre, la Corte penale internazionale ha incriminato
i leader del regime per crimini contro l'umanità. Nel corso dei suoi
ottant'anni di esistenza, il regime israeliano ha detenuto il dubbio primato di
essere il Paese al mondo che ha violato il maggior numero di risoluzioni delle
Nazioni Unite e sentenze della Corte internazionale di giustizia.
Alla luce
degli imperativi del diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto
del termine, un regime canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di
qualsiasi legittimità nella sua condotta da allora in poi. Affermare che un
tale regime abbia il "diritto di esistere" è un affronto alle
generazioni delle sue vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza
umana.
Oggi, il
regime occupa illegalmente la Palestina, il Libano e la Siria, attacca il
Libano, la Siria, l'Iran, lo Yemen e altri paesi, e perpetra un genocidio in
Palestina. Ha compiuto assassinii in tutta la regione e ha ammesso (anzi, si è
vantato) di aver perpetrato attacchi terroristici transnazionali utilizzando
cercapersone carichi di esplosivo in Libano. Alla luce degli imperativi del
diritto internazionale, Israele è, nel senso più stretto del termine, un regime
canaglia, illegittimo fin dalla sua nascita e privo di qualsiasi legittimità
nella sua condotta da allora. Dichiarare che un tale regime abbia il
"diritto di esistere" è un affronto alle generazioni delle sue
vittime, al diritto internazionale e alla stessa decenza umana. E la minaccia
che rappresenta si estende ben oltre la Palestina. Il regime israeliano è
governato da un'ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È
armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un
potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e
biologiche. Ha varato politiche che impongono l'omicidio di massa di civili (la
Dottrina Dahiya), l'assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e
la potenziale distruzione nucleare del mondo (l'Opzione Sansone). Le sue spie
operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente
coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l'Occidente. Un
regime del genere ha forse il "diritto di esistere"? No. Anzi, smantellare
questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti
non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta
l'umanità.
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