UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query crisi complessa. Ordina per data Mostra tutti i post
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venerdì 10 maggio 2019

Un documentario per riflettere sulla Resistenza
A Savona.


In anteprima al Nuovo Filmstudio di Savona, il 23 maggio 2019 alle 18 sarà proiettato il documentario “Crisi Complessa”, di Mimmo Lombezzi e Mario Molinari con la collaborazione di Giovanna Servettaz, alla presenza degli autori e di Franco Zunino, Presidente Arci Savona, Anna Cossetta, Direttore Fondazione De Mari, Andrea Pasa, Segretario Generale Camera del Lavoro di Savona, Alessandro Berta, Direttore Unione Industriali della Provincia di Savona.
Dal comunicato stampa:
Acna, Montecatini, Fornicoke, Brown Boveri, Ferrania, Italsider, Ocv, Tirreno Power: sono i nomi di un percorso a tappe che ha scandito l’impoverimento di un’intera provincia in settori chiave della produzione energetica, della siderurgia, della chimica, dell’elettromeccanica.
Mancata innovazione tecnologica, incapacità di riconversione in settori strategici, difficoltà nel rapporto tra produzione, ambiente e territorio, hanno prodotto un’area di crisi che si estende da Albenga alla Val Bormida.
“Crisi Complessa” è un documentario, ancora in lavorazione, che vuole mostrare la Resistenza, o meglio la Resilienza, di una civiltà industriale che non vuole scomparire.
Pensato come uno strumento per aprire un dibattito su una fase economica che segnerà per sempre la storia della provincia di Savona e del nord industriale del Paese, “Crisi Complessa” vuole essere anche un atto d’amore verso un territorio con una storia gloriosa e una vera “civiltà del lavoro” che rischiano il declino.
È stato concepito nella convinzione che la tuta blu crocifissa, portata in corteo dai lavoratori Piaggio, meriti di più del tempo effimero di un servizio dei telegiornali.
Chiara Pasetti

“Crisi Complessa”  
di Mimmo Lombezzi e Mario Molinari, 
con la collaborazione di Giovanna Servettaz
Un progetto di ARCI Savona
in collaborazione con Fondazione De Mari
Segreteria provinciale CGIL Savona
Unione Industriali della Provincia di Savona
Proiezione in anteprima al Nuovo Filmstudio di Savona,
giovedì 23 maggio 2019 alle 18.


giovedì 19 marzo 2020

CORONAVIRUS E NUOVI SCENARI
di Alberto Deambrogio


È difficile in frangenti come questi provare a individuare alcune linee di tendenza significative, che aiutino a costruire un orientamento sociale e, si spera, politico per quando il pericolo sanitario dato dal Covid-19 sarà passato. Eppure bisogna tentare di farlo, magari sempre più collettivamente, per preparare la stagione in cui l’#hashtag non potrà più essere #iostoacasa!, ma possibilmente #iostofuorieciresto! Queste sono dunque considerazioni scritte a caldo, senza pretesa di organicità e quindi come espressione di un ragionamento work in progress. Alcuni anni fa, più di dieci in realtà, la giornalista e militante Naomi Klein scrisse un fortunato libro intitolato Shock Economy. In quel testo l’idea centrale era costruita sul fatto che il sistema economico dominante liberista è in grado di utilizzare grandi shock (cambiamenti di regimi politici, catastrofi ecc.) per impiantare, sul piede di una sorta di tabula rasa, nuove politiche di privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, riduzione dei diritti.


Si è parlato molto in queste settimane, soprattutto in casa degli economisti, di shock esterno portato al sistema dal Covid-19. Non so se sia davvero corretto parlare di esternità del colpo, anche perché paiono ormai evidenti gli intrecci tra economia/finanza e devastazione ambientale (non da ultimo causata anche da una agricoltura sempre più industrializzata e avvelenante). Al netto di una considerazione come questa, occorre dire che lo shock vi è stato e nell’immediato è difficile dire che sconquassi trasmetterà nel tempo. Se vogliamo essere aderenti all’analisi di Klein dobbiamo aspettarci nel percorso di assestamento delle cose un salto ulteriore di qualità in politiche che abbiamo già visto all’opera in questi anni nel nostro Paese, in Europa e altrove. Certo, fare questo impone oggi e imporrà domani una capacità, da parte della governance capitalista, di aggiornare istituzioni, misure economiche, produzione di egemonia, ruoli politici. La botta è davvero forte, fa sbandare, si vedono persino segnali in controtendenza in sede europea con proposte di abbandono temporaneo di alcuni dei fondamentali religiosi (rapporto deficit/Pil, ma il debito accumulato andrà pagato? Come? Da chi?). D’altro canto i riflessi pavloviani della presidentessa della BCE la dicono lunga su cosa siano una cultura, un sistema, una radice costruiti ancor prima che la Seconda guerra mondiale avesse termine. È, quella espressa da Lagarde, la tipica indifferenza verso gli esiti sociali che è consustanziale all’ordoliberismo e al capitalismo in generale.


Se si dovesse innescare il secondo tempo della crisi che abbiamo conosciuto dal 2008, in ogni caso si aprirebbero davvero scenari inediti, che andrebbero ricollocati dentro un orizzonte geopolitico preciso, con l’allentamento di molti anelli della catena europea (con una Italia a rischio deflagrazione?) e che dovrebbero interrogare anche intorno alle possibili soggettività in grado di proporsi sul terreno del contrasto a progetti sempre più inumani.
Di fronte alla cosiddetta “improvvisa diffusione” di Covid-19, seguendo più dappresso le nostre vicende, quelle che quotidianamente cerchiamo di tenere sott’occhio, pare utile indagare quel che succede in ambito sociale, il luogo principale della presa di coscienza delle modalità di funzionamento del sistema e dello sviluppo di potenziali inneschi di mobilitazione. È forse utile vedere come questa crisi (niente affatto solo sanitaria) inizia a smuovere, con modalità drammatiche e inopinate come ogni vera crisi, la palude stagnante di un corpo sociale martirizzato da più di dieci anni di crisi, rimettendo in moto poco alla volta i ragionamenti delle persone comuni, non tutte ormai disponibili a mettere l’economia sopra tutto.


Intendiamoci: queste prime reazioni sociali, vanno intese oggi quasi più come umori, faticose riprese di embrionali ragionamenti; e però sono buon indice, a ben saper osservare, di alcune generali consapevolezze.
Temi come l’importanza della sanità insieme al suo stato critico attuale, il sempre più inquietante clima neomalthusiano e socialdarwinista verso gli anziani e in genere verso i malati più deboli in una parte ben definita della società (qui servirebbe fermarsi un attimo ad approfondire la questione generazionale, per capire cosa questa società riserva agli anziani, quelli ai cui risparmi si è abbondantemente attinto come misura di ammortizzatore per attutire i morsi della crisi); il tamponamento fragoroso tra una visione economicista (gli scioperi spontanei in alcune fabbriche italiane sono segnale rivelatore sotto molti punti di vista) e chi intende privilegiare vita e comunità (al netto, su questa ultima, di svarioni ‘tricolori’); prime riflessioni, che acquistano consistenza, su quale sia il modo di vivere che ci ha portati al disastro e sull’arroganza occidentale (con campagne anticinesi via via sempre più spuntate); la domanda di un nuovo intervento statale non solo in campo economico ma più in generale (con possibili pericoli da non sottovalutare in futuro, sia intorno alla sua interpretazione come “potere forte”, sia intorno a semplicistiche ricette solo neokeynesiane); la distinzione, infine, che poggia sui decisivi nodi della riproduzione sociale opposta alla riproduzione sistemica capitalistica. Ognuno, in un suo personale percorso di autocoscienza e di ricognizione sociale minima, può certo aggiungere molto altro.


Se questa base provvisoria ha qualche validità, emerge con ogni evidenza uno scostamento strategico, tanto più se la crisi non avrà un decorso breve: l’individualizzazione del rischio, l’azienda come modello di soggettivazione, la necessità per ognuno di diventare un perenne calcolatore di costi e benefici per sé come capitale umano vedono scavati sotto di loro una voragine.
Da un altro lato si affaccia, forse inaspettata in questi termini che non possono che essere complicatissimi e drammatici, una idea di responsabilità comune. Ancora gli scioperi degli operai e delle operaie di questi giorni sono esemplificativi non solo di una lotta per avere rispettata la propria e l’altrui salute, ma anche come critica di una classe imprenditoriale concentrata solo sull’utile economico.
Da qui si può prendere spunto per una prima riflessione: se una ripresa di conflittualità si potrà dare, non dovrà essere condizionata dall’economicismo, ma dovrà tentare di essere da subito sociale e puntare possibilmente al politico. Al presente è quasi impossibile preconizzare esiti intermedi e più lontani di quella che si configura come una crisi vera della civiltà capitalistico industriale. I problemi che il populismo ha affrontato in un suo primo momento di protagonismo sono oggi gli stessi e sono forse aggravati, solo che adesso non è più possibile affrontarli solo sul terreno politico (caste, corrotti, meritevoli, ecc.), ormai in campo c’è il tema del funzionamento della società e servono misure che ammortizzino gli effetti più disastrosi della globalizzazione, misure che vengono applicate a livello nazionale, ma che sempre più abbisognano di una organizzazione sovranazionale (anche chi si pone il problema di lottare contro questi squassi ha il dovere di adire a quel livello: sinora non ci si è proprio riusciti!). Che cosa ne sortirà? Sono certo possibili paralisi sociali e addirittura, senza paura di esser catastrofisti, è ipotizzabile pure una guerra di tutti contro tutti.


Se noi invece vediamo uno spiraglio per una exit più favorevole, dobbiamo lavorarci intensamente da ora. Il punto focale, anche in prospettiva, rimane la possibilità di una presa d’atto da parte di ampi settori del corpo sociale della crisi di riproduzione sociale in atto: quali che siano le forme immediate in cui si darà, quasi certamente confuse e contradditorie. Senza un passaggio siffatto non vedo chances di uscirne in avanti.
Il punto dunque è come costruire soggettività alternativa in queste condizioni date e non in astratto. Rimaniamo, al fine di sviluppare un ragionamento, alla presa d’atto della condizione in cui versa il nostro sistema sanitario, della sua importanza, dei suoi attuali limiti determinati da politiche decennali passate, al ruolo svolto dai suoi operatori. A questi ultimi si è chiesto di tributare a più riprese un doveroso omaggio: sacrosanto! Come però ha avuto modo di ricordarmi recentemente la mia amica e compagna Erminia Emprin, attenzione ad appuntare medaglie all’onore. Lo fecero anche con Vigili del fuoco di NYC dopo l’11 settembre, archiviando molto velocemente le condizioni che li costrinsero a quel “lavoro eroico”. Il miglior riconoscimento per chi sta esercitando la sua professione in condizioni terribili, di guerra è stato detto, è che quelle condizioni mutino radicalmente domani, anche in “condizioni di pace”. Un anestesista ha sostenuto che abitualmente, normalmente, si lavora in condizioni “di guerra”. È accettabile?


Molti in questi giorni hanno ripreso i dati fondamentali che enucleano il perché dello stato di crisi del Servizio Sanitario Nazionale. Dati puntuali, ripetuti ormai allo sfinimento: tagli di posti letto, di medici e infermieri, strutture obsolete, precariato, privato che invade…Tutto vero, qualcuno ha potuto dirlo con qualche ragione in più visto che le battaglie giuste le ha condotte in tempi non sospetti, spesso in minoranza anche dentro la società. Può bastare questo richiamo battente, fatto con precisissimi dati, per recuperare ipso facto una qualche mobilitazione degna di questo nome? Credo proprio di no.
Così come ha poco senso, per restare sempre in campo sanitario, una procedura soltanto burocratica di raccolta del consenso informato, o la comunicazione fredda e numerica di una diagnosi complessa e magari infausta, anche nel nostro caso serve una vera e propria “presa in cura” delle persone che si vogliono coinvolgere. In queste ore concitate e terribili molti hanno visto come operano medici e infermieri, ma si sono trovati materialmente in altre occasioni a fare magari i conti con una domiciliarità inesistente, con una visita cancellata, con presidi preventivi mancanti ecc. È da qui che occorre ripartire, dalle storie da ascoltare e convogliare in una possibile messa a fattor comune, certo magmatica e suscettibile di mille slittamenti (populistici, demagogici). Ai cittadini e alle cittadine è stato chiesto a più riprese senso di responsabilità e partecipazione. Il problema è che, fuori dalla chiamata dall’alto, i luoghi dove elaborare socialmente e per tempo quelle richieste non ci sono e non ci sono da molti anni. Senza andare troppo indietro l’ultimo timido e parziale tentativo di riportare un qualche livello di partecipazione in sanità si è avuto con le consulte di partecipazione, al tempo della ministra Bindi; tentativo che ha dato risultati miserrimi.


Questo Paese ha peraltro avuto una grande sperimentazione in tema di partecipazione democratica durante tutto il lungo ’68. Oggi, che avremmo un grande bisogno di riferimenti culturali, di esempi e di pratiche, certo da utilizzare come ispirazione e non meccanicamente fuori tempo massimo, quella memoria non c’è più; e non a caso. La prassi liberista ha potuto infatti funzionare in combinato disposto non solo con la sconfitta sul campo dell’alternativa, ma persino con la cancellazione della sua memoria, come hanno recentemente sottolineato tra gli altri Paolo Ferrero e Maurizio Lazzarato. Eppure non è esistita esperienza politica e di movimento che non abbia saputo farsi suggestionare da ispirazioni che vengono anche dal passato, dal simbolico. Chi ha gli strumenti per farlo deve far di nuovo circolare quel tipo di cultura, quella che ha espresso tra l’altro l’esperienza consiliare e, per molti versi in questo caso ancor più “adattabile”, dei comitati di quartiere.
Non si tratta qui, importante ripeterlo, di dire soltanto “facciamo come”. Si tratta piuttosto di mettere a punto, attraverso un pensiero e una pratica istituenti ma non dimentichi, una soggettività in grado di lottare per il diritto alla salute (ma si può traslare in tutti gli altri campi di lotte dal lavoro alla scuola, tanto per citare in via preliminare due settori messi duramente sotto stress dalla crisi innescata da Covid-19), di farlo con continuità, sviluppando autonomia, istituendo proprie autodiscipline radicalmente democratiche, riflettendo su se stessa mentre lotta per correggere se necessario, per accumulare forza, sapienza e capacità di costruzione su risultati anche minimi. 


Una comunità, insomma, che prende via via forma certa nello spazio sociale e che, come si dice in Teologia della Liberazione, sappia bere al proprio pozzo, cioè sia un punto di riferimento sicuro a cui tornare anche nei momenti di difficoltà che saranno molteplici. È importante che soggettività siffatte si pensino e si costruiscano da subito come larghe, non coinvolgano cioè solo un mero tessuto militante. Da questo ultimo punto di vista occorre disporsi alla sperimentazione in particolare per quanto riguarda due aspetti. Il primo è la necessità di provare a superare distinzioni tra sindacato, partiti, movimenti. Il secondo è la necessità invece di evitare qualsiasi tipo di inutile avanguardismo, disponendosi semmai a esercitare ruoli catalitici (che fanno incontrare, che fanno discutere, che traducono pazientemente linguaggi, che sanno motivare, che mettono a disposizione esperienze e spezzoni di memorie).
I medici, gli operatori, più volte richiamati in queste vicende devono poter tornare a prendere parola in una dimensione che non sia solo quella categoriale, a volte corporativa o sindacale. 

Christine Lagarde

Per un medico, per un’operatrice ‘sedersi in assemblea’ deve poter significare l’esercizio di un ruolo sociale pieno oltre la sua stretta competenza tecnica per riconnettere la propria esistenza professionale a un’idea di riproduzione sociale dove la salute non sia un costo e basta. Per altri versi va ripresa proprio con loro una discussione decisiva, emersa in queste settimane con modalità scomposte e a volte un poco inquietanti, sul nodo della non neutralità della scienza e della possibilità per i non esperti di esercitare una partecipazione che secondo Giulio A. Maccacaro “corre lungo la storia come un filo rosso, sempre negata in nome della tecnica”.
Ecco, dunque, quale può forse essere, ad una prima superficialissima analisi, la trama e l’ordito di un soggetto che si insinua negli spiragli aperti da questa tumultuosa vicenda che stiamo vivendo, per provare a dire che a casa non si torna quando finalmente si è usciti fuori. Una soggettività ampia, sicuramente complessa e di difficile costruzione e gestione, ma che ha ben chiaro che fino a quando la salute è implicata con la produzione per la produzione (di valore e non di soddisfacimento di bisogni in un equilibrio vero con la natura) non ci sarà vero diritto esigibile, cura e soprattutto prevenzione. 


Questa consapevolezza ognuno la potrà sviluppare portando la sua storia; già oggi quelle storie, al di là di sistematizzazioni teoriche, fanno smuovere meningi verso il giusto sospetto, la prima, incompleta, giusta critica.
I ‘Sem Terra’, longevo e interessante movimento brasiliano che si batte per la riforma agraria contro il latifondo e per un’agricoltura sostenibile, hanno avuto in un periodo della loro attività di lotta l’idea di costruire accampamenti di fortuna, con semplici pali e teli di plastica, lungo le strade vicine alle terre da “conquistare” con le loro azioni. Era chiara la simbologia a tutti quelli che sarebbero passati lungo quelle arterie: qui c’è una comunità in lotta contro il latifondo, per vivere del proprio lavoro! Ecco, sarebbe simbolicamente rilevante che anche le nuove soggettività in lotta per la salute raccogliessero un’ispirazione da quell’esempio. Qualcosa (non si metta limite alla creatività e alle possibilità di sperimentazione) che si impianti a ridosso dei luoghi per la salute (ospedali, ambulatori, consultori ecc.), che segnali una comunità in lotta, una presenza che si vuole e si materializza come costante e plurale, un soggetto per molti versi imprevisto per utilizzare liberamente la felice espressione di Carla Lonzi.

Boris Johnson

Se come molti iniziano a pensare, la situazione non si risolverà tanto in fretta, e anzi si estenderà a tutto l’Occidente con forti effetti geopolitici, lo stagno in cui viviamo verrà inevitabilmente scosso. Provare a pensare oggi per domani a come non restare a guardare o, peggio, a farci affascinare dalle dinamiche tremende del rapporto classi dirigenti/media è quanto mai necessario, anche nella inevitabile insicurezza che ci circonda. E d’altro canto oggi più che mai occorre stare con Fortini: “nulla è sicuro, ma scrivi”.







mercoledì 30 maggio 2018


LO SFRUTTAMENTO NEL CUORE DELL’OPPOSIZIONE
di Franco Astengo



Il tema del lavoro non è contemplato nell’orizzonte del costituendo nuovo governo e di conseguenza viene totalmente ignorata la questione dello sfruttamento che ne rappresenta, da sempre, il risvolto più evidente e significativo. La realtà concreta dello sfruttamento si è estesa, nel corso di questi anni definiti abbastanza impropriamente di “globalizzazione” ben oltre i confini di quella che marxianamente era stata definita “contraddizione principale”.
Si sono acuiti i termini del conflitto di genere, di quello generazionale, del rapporto centro- periferia in particolare sul tema ambientale, e l’utilizzo capitalistico dell’innovazione tecnologica ha intrecciato diversamente, da come l’avevamo storicamente concepita, la relazione tra struttura e sovrastruttura.
A Sinistra, sul piano internazionale, è stata accettata l’idea dell’irreversibilità della vittoria del capitalismo e accettata, subita, introiettata la logica della gestione del ciclo attuata in forma particolarmente violenta dagli apparenti vincitori del “post-Muro”: gestione del ciclo dimostratasi violenta e sopraffattrice su tutto l’insieme della società causando ingiustizie e disuguaglianze ben oltre il solo elemento del reddito e delle condizioni materiali di vita. Sono state abbandonate anche le più pallide e timide obiezioni di derivazione “socialdemocratica”: soltanto negli ultimi tempi questo tipo di opzioni che definiremmo di revisione del keynesismo hanno ritrovato spazio, prima in alcuni autori come Atkinson, Stiglitz, Piketty, Krugman e poi all’interno del Partito Democratico USA e del Labour Party: non certo modelli di ritorno al bolscevismo (da riflettere nuovamente l’idea marxiana della rivoluzione nei “punti alti”? Oppure del Gramsci che, all’annuncio della rivoluzione russa, scrive “La Rivoluzione contro il capitale)”.
Torniamo a noi e al costituendo governo italiano.
Se s’intende cercare di costruire un ‘opposizione ciò che si sta preparando si tratta di riflettere sul fatto che, prima di tutto, serve un’opposizione posta sul piano internazionalista organizzativamente dimensionata su di un impianto sovranazionale almeno a dimensione europea. In questo contesto la questione del lavoro e di conseguenza la questione dello sfruttamento deve essere considerata centrale, ritenuta come l’architrave di tutta l’elaborazione che deve essere posta in campo. Come si è scritto nel titolo di questo intervento “Lo sfruttamento nel cuore dell’opposizione”.


Di seguito alcuni punti di riflessione sul tema che si è cercato (naturalmente in una dimensione del tutto schematica e insufficiente) di approfondire:
1) È evidente che il tema non è quello dei salari ma quello dello sfruttamento. La forza-lavoro è, infatti, adoperata secondo l’antica logica dell’“esercito di riserva”, oggi agita soprattutto attraverso la leva della precarietà che si accompagna oggettivamente ai bassi salari;
2) In questo senso si comprende benissimo, per quel che riguarda l’Italia essenzialmente nel quadro europeo, il presentarsi di un vero e proprio deficit d’innovazione. Deficit d’innovazione assolutamente voluto per tenere al minimo il profilo produttivo accentrato in settori marginali sia rispetto alla necessità di produzione interna sia al riguardo delle esportazioni;
3) Questo quadro è riconducibile alla quasi completa sparizione, in Italia, della produzione nei settori industriali strategici derivante dal fallimento dei processi di privatizzazione seguiti alla liquidazione dell’IRI. Processi di privatizzazione che hanno generato due fattori fondamentali della crisi: l’emergere di un vero e proprio “ritardo tecnologico” e una gigantesca “questione morale”. “Questione morale” che ha rappresentato, assieme al mutamento degli equilibri internazionali, uno dei fattori determinanti della perdita di senso dell’intero sistema politico, fino al punto di determinare la situazione attuale;
4) La mancata innovazione tecnologica è stata dovuta essenzialmente da un’assoluta carenza d’investimenti attuati da una gestione pubblica. Contemporaneamente alla crisi dell’industria registriamo un’obsolescenza delle infrastrutture (strade, ferrovie, porti) e l’esplosione della vicenda bancaria che sta tenendo  banco sul terreno dello scacchiere politico, ma al riguardo della quale quasi nessuno fa notare come stia all’origine del complesso delle difficoltà economiche del Paese. La questione bancaria non può essere certo risolta propagandisticamente con la promessa del rimborso ai risparmiatori colpiti (e truffati si potrebbe aggiungere);


5) Si è rivelata sbagliata anche la logica dei “distretti” e della “fabbrichetta del Nord-Est” (fenomeno, come stiamo notando, strettamente collegato con la situazione delle banche).Si è risposto, nel corso degli anni, in maniera completamente sbagliata alle esigenze di decentramento sul territorio delle possibilità d’investimento che pure erano state giustamente avanzate fin dagli anni’80 del secolo scorso. Si raccolgono così, non certo da oggi, i frutti amari della “deregulation” attuata in materia di rapporti di lavoro, di relazione con l’ambiente da parte dell’impresa, di sparizione degli elementi d’intervento e gestione pubblica anche attraverso il ruolo delle istituzioni. In questo modo l’Italia si è marginalizzata rispetto al contesto europeo, la fragilità del suo tessuto economico è stato facile preda delle delocalizzazioni e delle acquisizioni esterne: senza alcuna idea autarchica o sovranista è evidente che l’assenza di una struttura industriale “forte” nei settori strategici si sia rivelata esiziale
6) Non si è mai realizzata un’ipotesi di capacità programmatoria delle Regioni (ridotte ormai a Ente di nomina e di spesa) e si sono stroncate, proprio sul piano economico, le possibilità degli Enti Locali, abbattendone i bilanci a colpe di scure (anche su questo punto il programma del costituendo governo non enuncia nulla di concreto), di intervenire sul territorio in tema di infrastrutture. Si è dimostrato sbagliato anche il modello delle “aree industriali di crisi complessa” da affrontare attraverso Invitalia, proprio perché modello interno all’opzione “deregulation” e attuato, quando è capitato, al di fuori da una logica programmatoria da esercitarsi sia sul piano generale, sia in sede locale;
7) Risultato: estrema debolezza della struttura industriale ormai sede di assalto da parte di compagnie di ventura oltre alla mai abbastanza ricordata intensificazione dello sfruttamento e quindi della crescita nella precarietà e nell’incertezza anche delle stesse espressioni di capacità tecnico – scientifica (senza aprire questo capitolo che pure dovrebbe essere ricordato e analizzato con grande determinazione). La storia più recente della siderurgia in Italia ma anche della chimica e dell’elettronica può essere considerata del tutto paradigmatica;
8) Completamente dismessa la possibilità d’investimenti pubblici in un quadro di programmazione economica (impedita tra l’altro, è bene ricordare, dai Trattati Europei, con la tagliola degli “aiuti di stato”) e di gestione pubblica diretta di alcuni comparti assolutamente strategici (ferrovie, aerei, utilities energetiche, ecc) oltre alla confusione legislativa al livello degli Enti Locali la situazione italiana presenta sostanzialmente tre punti da evidenziare che qui elenchiamo raccogliendo le fila del ragionamento:
a) deficit strutturale nei settori strategici della produzione industriale e delle infrastrutture;
b) Intensificazione dello sfruttamento nel segmento occupato del mercato del lavoro: sfruttamento realizzato attraverso essenzialmente la leva del precariato che il Job Act ha assolutamente ingigantito;
c) Assenza d’investimenti pubblici rivolti soprattutto all’innovazione tecnologica, mentre la gestione delle principali aziende italiane appare in forte ritardo (permangono anche, com’è ben noto, forti frizioni nel rapporto tra industria e ambiente, anche esse derivanti dal deficit d’investimento, come è ben dimostrato dal caso della siderurgia).
In sostanza il tema dello sfruttamento può essere affrontato elevando la qualità del lavoro. Qualità del lavoro da elevarsi soprattutto sotto l’aspetto tecnologico dell’innovazione, dell’estensione nella certezza delle condizioni materiali di lavoro e di vita, di promozione delle professionalità in un’entità collettiva e non meramente di competizione individualistica, in una dimensione complessiva d’iniziativa e gestione pubblica dei settori strategici dell’industria: solo così può essere possibile mettere in discussione radicalmente i parametri europei, si può ricostruire i termini di un’idea d’iniziativa capace, attraverso le lotte e senza demandare al puro gioco istituzionale e legislativo, di contrastare il precariato materiale e morale che avviluppa questa fase di declino della società, si può cominciare a lavorare alla costruzione di un’alternativa insieme sociale e politica.

martedì 10 gennaio 2023

DESTRA E CRISI DELLA DEMOCRAZIA
di Franco Astengo

 
Nel tener ferma l’analisi delle distanze correnti sul piano economico, sociale, culturale rimane un punto in comune tra l’assalto a Capitol Hill e quello di Brasilia: entrambi i fatti sono espressione di una crisi profonda della democrazia liberale e delle sue forme rappresentative nel senso della personalizzazione e del bipolarismo. La forma che ha assunto l’assalto alle sedi delle istituzioni è apparsa somigliante ad una “jacquerie” piuttosto che a un colpo di stato: nulla che facesse pensare al Cile 1973. Una sommossa nata da un punto comune, sia negli USA, sia in Brasile: il mancato riconoscimento di un risultato elettorale da parte del candidato sconfitto che aveva portato avanti, in entrambi i casi, i temi populisti di una destra capace di esaltare - a proprio vantaggio - gli elementi forniti da una grave difficoltà delle espressioni di uguaglianza tradotte sul terreno della pedagogia politica.
La crisi della democrazia liberale ha assunto i tratti della difficoltà della personalizzazione e della divisione “tranchant” in due pezzi delle espressioni politiche della complessità sociale. In Europa questo fenomeno sta assumendo l’aspetto delle democrazie cosiddette “illiberali” perché nel vecchio continente ragioni storiche rendono  molto più complicato il discorso ideologico.
Le “democrazie illiberali” risultano però anch’esse fondate sul mito della personalizzazione e sul “taglio” dell’articolazione politica ridotta a fatto minoritario e marginale dentro ad un quadro di egemonia dell’idea del “governo forte”. Gli appuntamenti elettorali sono così ridotti a referendum personalistici: accettare questo elemento come inevitabile è stato tra l’altro causa della decadenza di una forma di democrazia complessa come quella italiana. Una decadenza della democrazia italiana che potrebbe assumere anche una forma tardo-imitatoria di quella difficoltà già segnalata di sul piano della personalizzazione e del bipolarismo: due elementi incapaci, sul piano teorico, a interpretare la modernità delle fratture. Il punto vero di crisi della democrazia, al di qua e al di là dell’Atlantico, è rappresentato da un deficit di capacità nell’espressione di una pedagogia politica. 



L’assenza di una capacità d’espressione della pedagogia politica risulta sicuramente un fattore tipico di identità per la destra più pericolosa (la “semplicità” della destra, tanto per intenderci). L’idea dovrebbe essere allora quella di lavorare, con tutti gli strumenti disponibili, intorno a quel rapporto tra cultura e politica ormai ridotto all’assemblaggio di un insieme di tecnicismi, in diversi campi da quello accademico per arrivare a quello istituzionale. Si tratta di partire per una ricognizione di fondo con l’ambizione di ottenere il risultato di provocare una riflessione complessiva tale da superare le settorializzazioni, gli schematismi oggi imperanti che, alla fine, hanno danneggiato non soltanto la qualità degli studi e delle ricerche, ma soprattutto la qualità dell’“agire politico”. Il riferimento è rivolto a un pensiero politico in grado di esprimere interessi, finalità, aspirazioni ben individuabili che, a partire da precisi punti di vista di soggettività determinate, risulti capace di interpretare le sfide reali della storia, e vi risponda in base a parametri e a esigenze di volta in volta mutevoli. Serve legarsi a un filo conduttore, coscienti del fatto che ciò non significa che il pensiero politico si sia rivolto sempre ai medesimi problemi attraverso le medesime categorie. Al contrario è necessario prestare grande attenzione e insistenza nel mettere in luce che, se è vero che i concetti politici sono la struttura-ponte di lungo periodo è anche vero che solo le trasformazioni epocali, il mutare degli orizzonti di senso, il modificarsi catastrofico degli scenari sociali e politici, oltre che intellettuali, hanno consentito ai concetti politici di assumere di volta, in volta, il loro significato concreto. Non possiamo permetterci di interpretarne il senso soltanto seguendo l’interesse immediato di questo o quell’altro gruppo di potere recuperando la logica dell’uomo/donna che lo interpreta direttamente senza mediazioni facendo credere che lo si faccia nell’interesse di un “popolo” indistinto, o peggio nell’interesse della sua parte più privilegiata e più facilmente manipolabile dai mezzi correnti nella costruzione di una realtà presunta e illusoria.

 

 

martedì 19 settembre 2017

DEMOCRAZIA E FINE DELLA POLITICA
di Franco Astengo



Il punto che questo intervento intende evidenziare è quello di una vera e propria carenza di cultura politica, a tutti i livelli derivante dall’assenza di “agenzie cognitive” che se ne occupino: l’Università, in generale, propone schemi prefissati e ha grandi responsabilità nell’idea di una politica fatta esclusivamente sui sondaggi e non sulle idee; i partiti hanno completamente rinunciato ad una funzione pedagogico e hanno abbandonato l’idea della funzione guida della storia trascurando completamente la memoria; le istituzioni non rappresentano più la sede della saldatura  tra società e politica da realizzarsi attraverso il suffragio e, di conseguenza, il consenso e svolgendo così il ruolo indispensabile di mediazione sociale e culturale.
La crisi della democrazia rappresentativa  di marca occidentale sta interessando la riflessione di vasti settori intellettuali che si cimentano in diversi spunti di analisi. I due maggiori quotidiani italiani hanno recentemente dedicato spazio a questo tema, sia pure affrontando l’argomento in forme diverse, nei loro inserti culturali “La Lettura” del Corriere della Sera e” Robinson” per Repubblica.
La Lettura, nel numero di domenica20 agosto ha pubblico il testo di un colloquio tra Han Ulrich Obrist e il controverso artista cinese Ai Weiwei che sta per presentare in concorso al Festival di Venezia il suo film “Human Flow”. Un kolossal sulle migrazioni girato il 22 paesi attraverso quaranta campi profughi realizzando seicento interviste e mille ore di girato. Nel suo film Ai Weiwei affronta i nodi delle contraddizioni epocali cui oggi la democrazia sembra non essere più in grado di dare risposta: guerre, carestie, malattie, choc climatici e la crisi dell’umanità in fuga. Nel testo dell’intervista s’individuano quelle che vi sono definite come “emergenze planetarie”: la libertà di parola e la democrazia.
Si pone così la grande questione della politica di oggi, se intendiamo ancora considerarla tale nella sua etimologia classica: le cose che ineriscono la Polis. Il tema è quello della sorveglianza cui siamo sottoposti e a cui dobbiamo sottoporre i governanti : il reciproco interscambio tra governanti e governati.


Appare evidente come, nell’analisi che emerge dal colloquio tra Obrist e Ai Weiwei si smentisca l’assioma democrazia uguale politica che per due secoli aveva retto una presunta superiorità del sistema occidentale “classico”. Lavoro da svolgere per chi intende misurarsi nel definire una nuova complessità dei cleavages sociali. In precedenza “Robinson” inserto culturale di Repubblica si era occupato, nel numero uscito domenica 30 Luglio, del ruolo dei social network nella diffusione di notizie e nella relativa formazione di opinione politica. In quel testo si sono ricostruiti schematicamente tutti i passaggi dal 1980 quando nacque l’Electronic Frontier Foundation per tutelare e promuovere i diritti digitali, considerata la “madre” di tutti gli attivismi online fino al 2016 con la campagna elettorale di Trump nel corso della quale si evidenzia un uso spregiudicato, diretto e aggressivo di Twitter (“Fake news” comprese).
Appaiono evidenti due cose che probabilmente tutti noi consideriamo scontate ma che non sono state ancora sufficientemente analizzate:
1) Il peso, inedito nella storia della democrazia e nell’insieme delle relazione politiche, di questi strumenti di comunicazione, di formazione e aggregazione del consenso quali sostituivi dei classici meccanismi usati a questo proposito a partire dalla prima rivoluzione industriale e dalla nascita degli ormai tramontati partiti di massa;
2) La creazione di una realtà virtuale  illusoriamente percepita come effettiva e concreta da parte degli utenti e sede effettiva della discussione politica (ma non solo). Si annullano così gli elementi che hanno condotto a stabilire le consolidate gerarchie nella presenza politica nell’appartenenza e nella conoscenza. Quella scala gerarchica che ha portato , nella realtà dei soggetti culturali e politici, al formarsi dei cosiddetti “gruppi dirigenti” o élite. Chissà, al proposito cosa avrebbero scritto oggi Michels, Pareto, Weber?
Si è così costruita quella che, nel suo articolo presente nel citato inserto di “Robinson”, Tom Nichols definisce come “Illusione egualitaria” creata, appunto, dall’immediatezza dei social network che per l’appunto cancella l’autorevolezza dei gruppi dirigenti consolidati e crea l’illusione del “tutti alla pari”.
È evidente che si tratta di fenomeni sui quali approfondire riflessione e dibattito anche perché usati, nella politica nostrana, con sorprendente approssimazione e faciloneria e causa di clamorosi fraintendimenti in particolare sul terreno della costruzione di pericolosi e sostanzialmente illusori meccanismi di “democrazia diretta”.
Fenomeni che stanno alla base del pericolosissimo concetto della disintermediazione che, per restare in Italia, fa parte di una buona quota della propaganda del M5S e del PD(R). Disintermediazione che , alla fine, favorirebbe davvero l’egemonia di quella “società dello spionaggio” di cui parla Ai Weiwei.


C’è da domandarsi: l’azione politica agita attraverso gli strumenti della comunicazione “social” crea nuova acculturazione e di conseguenza diversa aggregazione oppure soltanto l’illusione di un’inedita forma di democrazia diretta, diversa da quella che abbiamo fin qui considerata sul modello plebiscitario del consenso diretto nella relazione tra il Capo e le masse?
Al di sopra di questa comunicazione “social” non agisce forse un qualche potere occulto, non paragonabile neppure al “Grande Fratello” orwelliano ma dotato di poteri di controllo assolutamente superiori perché insiti direttamente nella vita quotidiana delle persone modellandone i comportamenti effettivi?
Questo è, mi pare, l’interrogativo di fondo, quello più pregnante e insidioso. Pare proprio che, alla fine, il confronto si sia spostato tra una teoria dell’intermediazione elitista (strutture portanti i partiti fondati sulla legge ferrea dell’oligarchia e le assemblee elettive proporzionalmente rappresentative di queste élite all’interno delle quali si verifica lo scambio del potere) e una visione dell’immediatezza di una democrazia diretta fondata sulla verticalizzazione del potere personalizzato, tagliando fuori quella che era l’antica visione pluralista.
Attenzione: verticalizzazione del potere, ripetiamo “ad abundantiam” che contiene in sé gli elementi di inedite forme di controllo non semplicemente “sociali” (com’era un tempo) ma “personali”.
Sorge forse da qui la crisi della democrazia liberale: una crisi della quale la democrazia dei social porta responsabilità evidenti. Sono anche palesi gli interrogativi che ne sorgono in sistemi sempre più sprovvisti di un consenso di base e con una partecipazione elettorale in picchiata di partecipazione. Intendendo beninteso la partecipazione elettorale quale base minima per verificare il concorso collettivo alla cosa pubblica ( e non di più, senza affidare al voto alcunché di salvifico di per sé).
Forse sarebbe il caso di tirare diritto e di proseguire nel proporre un agire politico fondato sugli antichi strumenti del partito a integrazione di massa e del Parlamento rappresentativo delle principali sensibilità politiche (“Specchio del Paese”) e di un governo che si forma in quella sede.


Ma quest’ultima è soltanto un’opinione espressa da chi ha vissuto davvero un’altra epoca.
Quel che è certo che la crisi della democrazia rappresentativa come “fine della politica” non appare più , come si pensava un tempo, un’ipotesi- limite da evocare alla stregua di una provocazione speculativa.
Sembra proprio che abbiamo ormai perduto la capacità di indagare sul variare delle “forme”, dei soggetti, dei luoghi della politica nel contesto della post-modernità dell’Occidente dominata ormai dalla relazione tecnica/vita e di conseguenza tecnica/politica. Siamo pigri nel cercare di capire cosa ha resistito e cosa è completamente deperito dei tradizionali dispositivi teorici davanti ai mutamenti che hanno sconvolto le figure più familiari dell’analisi politica e sociologica. Una pigrizia che ha portato, ad esempio, a decretare anzitempo la fine dei due soggetti portanti nell’analisi politica del ‘900: le classi e lo Stato Nazionale.
Abbiamo ceduto al mito della “società complessa” arrendendoci all’apparente primato della “governabilità” senza vedere quanto restava di ancorato nella società di sopraffazione e sfruttamento (del lavoro, dell’ambiente, di genere) come base di quello che dobbiamo continuare a definire come “arretramento storico”.
Si sta tentando di imporre una verticalizzazione del potere incontrollato da una sorta di autonomia della “società orizzontale”: un nuovo feudalesimo tecnologico basato su di un impianto esclusivamente individualistico. Una riflessione in questo senso potrebbe rappresentare anche un primo punto d’inversione di tendenza rispetto al declino in atto: declino che si compone degli elementi sopra enunciati , guerre, carestie, malattie, choc climatici, la crisi dell’umanità in fuga, sottrazione delle forme codificate di controllo del potere da parte della base sociale, nuovo feudalesimo basato sul rifugio individualistico nell’uso della tecnologia. Le “sette piaghe” della modernità racchiuse tutto all’interno della categoria dello sfruttamento? Probabilmente sì.

venerdì 21 febbraio 2025

PONENTE LIGURE
di Franco Astengo



 Il modello militar-energetico.    
 
Non è il caso di tirar giù conclusioni affrettate: ma si pongono diversi interrogativi al riguardo della vicenda della petroliera Sajewell (bandiera maltese, armatore greco) a bordo della quale venerdì scorso mentre si trovava nella rada Savona - Vado sono avvenute esplosioni che la magistratura ipotizza potrebbero essere conseguenza di atti terroristici. Si è così determinata una situazione che pone oggettivamente interrogativi assolutamente pressanti anche rispetto al modello di presunto sviluppo che si sta cercando di proporre all’intero Ponente Ligure: territorio che si vorrebbe piegare a un complesso di servitù di diverso tipo collocate però complessivamente sul terreno militar-energetico. In un quadro che viene definito “nebbia da guerra” il ‘Corriere della Sera’ pubblica oggi un ampio articolo firmato da Guido Olimpio e Andrea Pasqualetto: in quel testo si inserisce la vicenda della Sajewell in un intrigante contesto, la Sajewell potrebbe far parte di una presunta flotta fantasma russa messa in circolazione al fine di superare fraudolentemente le sanzioni conseguenti all’invasione dell’Ucraina e relativa guerra in corso. Una vicenda che ovviamente la magistratura seguirà traendone le conseguenze che deriveranno dalle indagini: il fatto che tutto ciò sia avvenuto nella (tormentata) rada Savona- Vado non può però che stimolarci alcune osservazioni riguardanti il destino economico, produttivo, ambientale del Ponente Ligure.



Dopo aver chiuso la tragica vicenda del rapporto lavoro/ambiente che ha dilaniato per decenni la Val Bormida e il Vadese con una pressoché completa desertificazione industriale lasciando una striscia irrisolta di aree dismesse, non bonificate e non utilizzabili (questione sulla quale, tra l’altro, si è infranta l’idea priva di progetto dell’area industriale di crisi complessa) la prospettiva della striscia di terra che dal ponente genovese passa per l’area centrale della regione e arriva a sfiorare (stabilimento Piaggio di Villanova d’Albenga) la zona a più intensa densità turistica che va da Alassio a Ospedaletti sembra essere legata a una sorta di modello militar-energetico sulla cui prospettiva di realizzazione andrebbe aperto subito una discussione di fondo. Una discussione che andrebbe anche estesa al tema infrastrutturale riguardante porti, strade, ferrovie sia sul nodo di Genova, sia rispetto alle esigenze di uscita dall’isolamento e del rapporto con il Nord-Ovest da parte dell’area centrale (appunto Savona-Vado).



Riassumiamo per comodità d’esposizione:
a) acquisizione da parte del gruppo turco Baykar degli stabilimenti Piaggio di Sestri Ponente e di Villanova d’Albenga (circa 800 dipendenti) consostanziale spostamento della produzione verso il militare (droni d’attacco, aerei senza pilota). Militare che si rivelerebbe come un vero e proprio “punto di missione”. Il ministro Arso, in visita in Turchia (paese direttamente impegnato sul piano militare in Siria e in Libia) ha ipotizzato anche la possibilità di collegamento tra Baykar e Leonardo che ha il suo centro direzionale proprio a Sestri Ponente;
b) lo stesso ministro Urso ha ipotizzato la collocazione nella zona del ponente ligure di un reattore nucleare che lo stesso esponente di Fratelli d’Italia ha definito di avanzata tecnologia trattandolo quasi come se si trattasse di una sorta di accendino (forse lo stesso accendino cui Gelli attribuì laresponsabilità  della strage di Bologna del 1980);
c) rimane in sospeso, con buona pace delle dimostrazioni di protesta e delle più o meno opportunistiche prese di posizione politica, lo spostamento di una nave rigassificatrice dal porto di Piombino alla rada di Savona-Vado (il problema potrebbe essere risolto da Trump decidendo di spostare le sanzioni rivolte verso la Russia dirigendole verso l’Europa e negando il passaggio del gas liquido dagli USA all’Europa). Al di là di ipotesi più o meno scherzose ci troviamo comunque anche rispetto alla vicenda del rigassificatore davanti a un’ulteriore possibilità di torsione negativa nella prospettiva economica dell’area con evidenti ricadute sul turismo e sull’utilizzo del territorio.
Insomma un concentrato inquietante di fatti e di ipotesi (plausibili) che la vicenda delle esplosioni a bordo della petroliera Sajewell sicuramente hanno alimentato all’insegna dell’antico motto andreottiano: “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”.

mercoledì 21 agosto 2019

IL PESO DELLA PERSONALIZZAZIONE
di Franco Astengo

Conte e Salvini

Nel corso del dibattito svolto in Senato sulla crisi di governo abbiamo assistito ad un inedito sul piano della comunicazione e dell’azione politica.
Per la prima volta in una occasione di questo tipo si è sviluppata una sorta di verifica in sede istituzionale del peso assunto da quel processo di personalizzazione della politica che ormai da diversi anni ha assunto un ruolo preminente nell’insieme dell’agire politico. Personalizzazione che si è sviluppata parallelamente al cambiamento profondo del ruolo dei partiti.
Si sono così modificati i termini di confronto all’interno della democrazia repubblicana rispetto al tipo di regime parlamentare disegnato dalla Costituzione.
Nel corso dell’intervento del presidente del Consiglio Conte si è sviluppato, infatti, un attacco diretto rivolto - usando tra l’altro toni direttamente colloquiali - al vice presidente e ministro dell’interno Salvini.
Un attacco evidentemente finalizzato a scindere le responsabilità dello stesso Salvini al riguardo dell’apertura della crisi rispetto a quelle assunte dal suo partito: la Lega.
Un’operazione molto raffinata volta essenzialmente a spezzare il filo che ha fin qui stretto il partito ex-nordista al suo leader.
L’obiettivo di Conte è stato quello di superare il meccanismo di identificazione tra Salvini e la Lega che ne aveva fin qui accompagnato la crescita impetuosa fatta registrare nel corso degli ultimi mesi.
Nello stesso tempo il presidente del Consiglio (che ricordiamolo non è leader di partito) ha posto oggettivamente se stesso come contraltare diretto, rivendicando in proprio i presunti successi dell’esecutivo, e proponendosi come nuovo soggetto continuatore nel solco del meccanismo di egemonia della visione personalistica della politica.
Da Berlusconi a Renzi, da Grillo a Salvini adesso toccherebbe a Conte: questa però è ancora fantapolitica. L’elemento sul quale gli analisti dovrebbero cercare di riflettere riguarda invece l’ingresso massiccio dello scambio personalistico diretto all’interno di un dibattito parlamentare di grande spessore istituzionale, come quello riguardante l’apertura di una crisi di governo. Conte si è proposto come erede di una presunta capacità personale di imporre egemonia: questo pare essere il succo di questa giornata parlamentare molto complessa e dall’esito di assoluta incognita.
L’idea del “leader solitario” addirittura senza partito sembra rappresentare il seguito possibile dell’idea di “democrazia recitativa” ormai impostasi nel determinare la governabilità del Paese fin dal 1994, anno della berlusconiana “discesa in campo”.

domenica 14 giugno 2015

Italiani in Qatar per esercitazione di guerra multinazionale
di Antonio Mazzeo

Il governo Renzi chiede alla comunità internazionale maggiore impegno contro il Califfato ma intanto autorizza le forze armate ad addestrarsi in Qatar, l’emirato che più di tutti si è compromesso nel supporto militare e finanziario delle milizie islamico-radicali filo Isis. Nei giorni scorsi si è conclusa a Doha l’esercitazione “Ferocious Falcon” che si tiene con cadenza biennale con lo scopo di testare e migliorare  le capacità delle forze armate partecipanti nella “gestione di attività antiterrorismo, pronta risposta alle cyber minacce e assistenza umanitaria”. Quest’anno “Ferocious Falcon” ha pure consentito alle autorità del Qatar di sperimentare le capacità d’intervento di tutte le agenzie statali e militari in “particolari situazioni di crisi” che potrebbero verificarsi ad esempio durante i campionati mondiali di calcio previsti nell’emirato nel 2022.
L’edizione 2015 dell’importante esercitazione di guerra ha preso il via il 10 maggio con una complessa operazione navale nel Mar Persico, mentre dal 18 al 26 maggio i war games si sono trasferiti nel deserto coinvolgendo reparti terrestri, elicotteri e aerei di 22 paesi - più gli “osservatori” di altre 5 nazioni - tra cui Arabia Saudita, Bangladesh, Francia, Germania, Gran Bretagna, Kuwait, India, Italia, Qatar, Russia, Sri Lanka, Stati Uniti d’America. Per il nostro paese hanno partecipato a “Ferocious Falcon” alcune unità dell’Esercito messe disposizione dal 7° Reggimento “Bersaglieri” di stanza ad Altamura, Bari (inquadrato nella Brigata meccanizzata “Pinerolo”) e dal 6° Reggimento “Lancieri di Aosta” (Brigata Meccanizzata “Aosta” di stanza in Sicilia), dell’Aeronautica, del 1° Reggimento Carabinieri del “Tuscania” (Livorno) e dei Fucilieri di Marina (Brigata “San Marco”).
“L’Italia, che ha potuto vantare il contingente più numeroso con un considerevole dispiegamento di armi mezzi e materiali, è stata, altresì, l’unica nazione partecipante che ha preso parte a tutte le attività previste dall’esercitazione”, riferisce il portavoce del ministero della Difesa. “Particolare rilievo ha avuto l’esercitazione di gruppo tattico a fuoco, con munizionamento da guerra, svolta in cooperazione con le forze qatariote che ha visto l’impiego degli assetti di fanteria e cavalleria dell’Esercito”. Nello specifico, i reparti del 6° Reggimento “Lancieri di Aosta” e del 7° “Bersaglieri” hanno schierato in Qatar i blindati pesanti Oto Mela-Iveco “Centauro”, i veicoli leggeri multiruolo “Lince” e i nuovi blindati medi VBM “Freccia”.
Le esercitazioni si sono concluse formalmente con un seminario strategico a Doha, presenti il capo di Stato, emiro Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani e i leader delle forze armate dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council – GCC). “Il seminario si è focalizzato sui temi della sicurezza e della stabilità nella regione, sugli aspetti politici della crisi in Medio oriente e in Iran e delle relazioni del CGC con l’alleanza militare della Nato”, spiegano le forze armate del Qatar. “Nel seminario si è anche discusso della nuova decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo di schierare aerei militari a supporto delle operazioni guidate dalla Nato in Libia e di quelle a guida Usa contro lo Stato islamico in Siria”. Tre i relatori del seminario, i leader militari di Qatar e Kuwait e Andrea Margelleti, presidente del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali di Roma ed ex Consigliere strategico del ministro della difesa italiano. “Il GCC - Gulf Cooperation Council è una pietra miliare per la stabilità in Medio oriente e noi dobbiamo lavorare insieme ancora di più”, a auspicato a conclusione del suo intervento Andrea Margelleti che è pure co-organizzatore del Master in Geopolitica e Sicurezza Globale dell’Università “La Sapienza”.
“Ferocious Falcon 2015” ha confermato l’ottimo stato di salute della partnership tra Italia e Qatar. I due paesi sono legati da un accordo di cooperazione militare, ratificato dal Parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011, che prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad operazioni di peacekeeping e lo “scambio” di una lunga lista di armi e munizioni, sistemi di telecomunicazione e satellitari, ecc. L’ultimo addestramento comune risaliva alla primavera 2014, quando il Gruppo Operativo Incursori della Marina militare di stanza a La Spezia e il team di pronto intervento della guardia dell’Emiro hanno condotto “operazioni speciali di assalto ad unità navali e liberazione di ostaggi” in alcuni poligoni terrestri e marittimi del Qatar e in Liguria. Il 26 novembre 2014, la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è pure recata a Doha per incontrare il generale Hamad Bin Ali Al Attiyah e Khalid Bin Mohammed Al Attiyah, ministro della difesa il primo e agli affari esteri il secondo. “Al centro dei colloqui, gli scenari di crisi regionali, con particolare riguardo a Iraq, Siria e Libia, e la cooperazione bilaterale in ambito Difesa”, riporta il sito del Ministero. “Italia e Qatar hanno avviato da tempo un dialogo e la visita del Ministro Pinotti ha contribuito a rafforzare e consolidare i rapporti di cooperazione esistenti anche nel settore della formazione e dell’addestramento del personale militare”. Undici giorni prima, la ministra Pinotti aveva ricevuto a Roma il generale Ghanim Bin Shaheen Al-Ghanim, Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Qatar. A conclusione dell’incontro, l’alto ufficiale si era al Centro Sperimentale di Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare.
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