LA VERITÀ E IL PROCESSO
PENALE
Guido Salvini

L. Mussini: Il trionfo della verità
Ho
trascorso quarant’anni in magistratura indagando soprattutto sui delitti degli “anni
di piombo”. Ho cercato di capire, con gli strumenti che avevo, come fossero
avvenute le stragi e i delitti di terrorismo ma anche i reati comuni, i reati
“piccoli”, quelli che non interessano alla pubblica opinione ma che sono
importanti per chi è accusato di averli commessi o chi ne è vittima.
Alla fine, guardandomi indietro,
c’è sopra tutte le altre, una domanda: per un magistrato cos’è la ricerca della
verità? Per capirlo è necessario partire
dal concetto stesso di verità. Nel Vangelo, Ponzio Pilato, alla fine dell'interrogatorio
di Gesù, chiede: “Quid est veritas?” e Gesù risponde “La verità è la
persona che sta davanti a te”. Si tratta, ovviamente, di una risposta prettamente
teologica, ma questa domanda che troviamo nel Nuovo Testamento, scritto 2000
anni fa, testimonia la difficoltà della ricerca della verità.
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| L. Mussini: Il trionfo della verità |

Nikolaj N. Ge:
Quid est veritas?
Intorno a un processo ci sono tre
tipi di verità: la verità reale o materiale cioè come effettivamente quel fatto
è avvenuto, poi la verità processuale o formale che viene fissata nella
sentenza e, infine, c’è la cosiddetta verità mediatica che ci viene offerta dai
mezzi di comunicazione come i talk-show e i docu-fiction e da tutto quello che può
trasformare il processo in un'occasione di vendita di un prodotto per il
pubblico. Detto questo, è bene precisare che nel processo non definiamo la
verità assoluta di un fatto materiale perché non la conosciamo, ma assumiamo una
decisione che arriva in differita rispetto a quell’evento. Il processo è l’enunciazione
di come sarebbe avvenuto un fatto, che non è la stessa cosa della realtà di un
fatto. In pratica, ricostruiamo un fatto passato sulla base di principi e sulla
base delle prove. Il principio che tutti un po’ conoscono è la possibilità di affermare
che un fatto è avvenuto in quel modo al di là di ogni ragionevole dubbio.
Questa è la formula che tutti conosciamo, un principio che esiste negli Stati
Uniti e anche in Italia. Ci sono tante teorie in proposito, ma alla fine quello
cui si arriva è comunque una verità probabilistica con un ragionamento di tipo
abduttivo, quello in cui da qualche premessa minore si risale ad una premessa
maggiore. Faccio un esempio: la pioggia
bagna il terreno e, dato che il terreno che osserviamo è bagnato, concludiamo
quindi che ha piovuto. In termini probabilistici, è verosimile che sia successo
questo, ma può anche darsi che qualcuno abbia irrigato quel terreno e,
pertanto, bisogna arrivare a scartare, se si riesce, anche tutte le altre
possibilità. Non è sempre facile e qualche volta, purtroppo, la verità reale e
quella processuale non coincidono. Per questo ad esempio il Codice prevede, in
determinate condizioni, la richiesta di revisione delle sentenze di condanna. Poi c’è il problema delle prove. Mentre
in passato ogni mezzo, anche la tortura con l’obiettivo di far confessare, era
lecito per raggiungere la verità perché il processo era solo lo specchio della
giustizia divina, oggi per fortuna non è più così e dall’Illuminismo in poi ci
si basa solo sulle prove dai codici penali. Alcune sono vietate. Cito ad
esempio le intercettazioni avvenute senza autorizzazione del giudice, le
perquisizioni senza mandato, il mancato avviso al testimone parente
dell’imputato che può avvalersi della facoltà di testimoniare, l’ipnosi, una
specie di tortura “dolce”, e tutti i mezzi di condizionamento che influiscono
sulla genuinità della testimonianza.
Così può succedere che non si
arrivi alla verità perché si è in possesso di prove che non possono essere
usate in sede processuale.
Quid est veritas?
Ad esempio una intercettazione in cui l’imputato confessa (c’è quindi in questo caso una specie di verità reale) ma che non è stata correttamente autorizzata non può essere la base di una condanna. La verità per entrare nel processo ha i suoi binari, le prove assunte secondo la legge, altrimenti resta fuori. È giusto così. Il processo di oggi non è un processo “assolutista” ma devono prevalere i diritti e le garanzie per la parti.

G. L. Bernini
La Verità svelata dal Tempo
Molto spesso, però interferisce la
verità mediatica che è senza luogo, cioè senza un’aula, senza tempo, anzi con
Internet diventa eterna, e non ha regole, eccetto quella di offrire al pubblico
un colpevole soprattutto nei casi scabrosi e cosiddetti emotigeni. La verità
mediatica utilizza a suo piacimento materiale grezzo perché non filtrato da un
contraddittorio. Inoltre è molto veloce mentre la giustizia è di per sé lenta e
quindi la verità mediatica, quasi sempre “colpevolista”, occupa subito quasi
tutti gli spazi. Crea sempre una aspettativa e rischia anche di condizionare le
decisioni dei magistrati e dei Giudici popolari in Corte d’Assise. Un innocente
può essere distrutto da un processo mediatico anche se poi viene assolto. Io
credo che i talk show sui processi in corso andrebbero molto contenuti e
regolamentati, penso alla presenza di un Garante delle parti. C’è già la
cronaca giudiziaria e questa in genere basta.
Poi,
questo è un altro passaggio fondamentale in cui solo la tua sensibilità ti può
aiutare, è necessario comprendere chi mente e chi dice la verità. Non ci sono
regole scientifiche, si tratta di capire che approccio psicologico tenere
con il testimone soprattutto e con l’imputato.
Il testimone è quasi sempre
oppositivo perché in lui scattano spesso una serie di censure per paura di
finire sui giornali o di essere perseguitato dalle persone che accusa. Il
testimone spesso non ne vuole sapere di essere chiamato a testimoniare anche
per paura della lunghezza dei processi e di esser trascinato in un meccanismo che
tendenzialmente non gradisce. In questi casi è importante non essere bruschi e
creare empatia per acquisire la fiducia del testimone, usando qualche
espediente psicologico come per esempio interessarsi della sua vita privata e professionale
per fargli capire che si considera la sua persona e non c’è la volontà di
gettarlo in pasto alla stampa.
In sostanza alla verità o almeno
a quella parte di essa che è accessibile ci si avvicina non solo usando i mezzi
investigativi classici ma parlando con le persone.

La Verità svelata dal Tempo

Bartolomeo Guidobono
La Verità scoperta dal Tempo
Poi, capire subito chi mente è un’operazione
che spesso deriva dai legami familiari e dai contesti associativi, che siano
terroristici o mafiosi: in questi ultimi sappiamo benissimo che chi vi orbita
intorno, anche se non è stato attivo personalmente, non può assolutamente parlare
di quel mondo. Del resto quelle mafiose si chiamano appunto “famiglie”, sono
una famiglia allargata all’intero del cui perimetro vige la più stretta omertà. Qualche volta, invece, accade il
miracolo, come nel caso del magistrato siciliano Rosario Livatino, ucciso nel
1990 ad Agrigento dalla mafia mentre stava percorrendo l’autostrada per andare
in Tribunale da solo e senza scorta. Proprio in quel momento, passò un
commerciante del Centro Nord non legato al contesto familiare della zona, che testimoniò
immediatamente, senza paura, effettuò il riconoscimento degli assassini e fu
sottoposto al Programma di protezione, quello per i testimoni di giustizia. Nei delitti terroristici o a
sfondo politico è invece importante far capire all’imputato che non ha davanti
un avversario che giudica la sua ideologia, giusta o sbagliata che sia, ma un
magistrato che è interessato solo e imparzialmente alla verità sui reati di cui
è accusato. Alcune
volte, soprattutto nei fatti più gravi che hanno influito sulla vita del Paese,
gli ostacoli maggiori alla ricostruzione della verità sono arrivati non per
disinteresse o incapacità di chi indagava ma come frutto di una strategia
studiata da forze vicine alle indagini stesse. Nel corso della mia attività di
magistrato mi sono occupato soprattutto di terrorismo, anche “nero”, in
particolare della strage di piazza Fontana e delle altre stragi ad essa collegate.
Qui sicuramente gli ostacoli sono venuti da parti deviate dei Servizi di sicurezza
che avevano permesso alle cellule di Ordine Nuovo di agire perché si pensava che
la loro attività servisse in qualche modo a stabilizzare e a mantenere un
quadro politico moderato, centrista e filoatlantico.

La Verità scoperta dal Tempo

H. v. Aachen
Il trionfo della verità

Il trionfo della verità
Faccio un esempio. Nello stesso
giorno in cui ci fu la strage di piazza Fontana, a Milano e a Roma vennero
messe altre bombe. In totale cinque, ognuna collocata dentro una borsa di cuoio
da impiegato, cinque borse tutte uguali. Si sarebbe potuto risalire facilmente al
negozio ove erano state comprate e, quindi, anche all’acquirente, ma alcuni
funzionari di Polizia, con un éscamotage ben studiato, fecero sparire i
cartellini del prezzo e il loro relativo spago grazie al quale si poteva risalire
al venditore. Solo molto tempo dopo si seppe che quelle borse erano state
comprate a Padova dove operava il gruppo di Freda e Ventura.
Con un’altra operazione, due persone,
Guido Giannettini un giornalista agente del SID e Marco Pozzan, un braccio
destro di Freda in Ordine Nuovo, entrambi coinvolti nella preparazione della
strage, furono fatti espatriare con documenti falsi in Spagna e in Argentina dallo
stesso SID, il Servizio di informazione del Ministero della Difesa. In casi come questi si poteva
contestare solo reati come il falso in atto pubblico o il favoreggiamento, reati
che finivano in prescrizione in fretta. Ma, anche dopo le stragi di mafia, nel
2016 è stato introdotto il reato specifico di depistaggio, è l’art.375 del
Codice, che punisce i pubblici ufficiali che manomettono le prove e che viene sanzionato
con una pena che può arrivare sino a 12 anni di reclusione, quindi è molto più
deterrente e con questa pena anche i tempi di prescrizione si allungano. È comunque difficile arrivare ad
una verità giudiziaria. in molte indagini “storiche”, in cui molte piste si
sono stratificate sino a rendere il quadro non più intelligibile.
C’è una costellazione di eventi di estrema
gravità che hanno toccato l'opinione pubblica e la vita politica ma che sono
rimasti irrisolti. Cito ad esempio il disastro di Ustica, l’omicidio di Piersanti
Mattarella e quello del giornalista Mino Pecorelli oppure Unabomber in Veneto la
cui identità è ancora ignota o il mostro di Firenze, una vicenda in buona parte
rimasta nell’oscurità. Poi l’omicidio Pasolini di sappiamo solo qualche
pezzetto. Del delitto di via Poma, quello
di Simonetta Cesaroni non sappiamo nulla, il fidanzato della vittima è stato
assolto dopo aveva subito un processo ingiusto. Anche per la sparizione di Emanuela Orlandi
abbiamo tantissime ipotesi, rivendicazioni e false piste e più si crea un
ingorgo informativo, spesso interessato, e più è difficile arrivare alla
verità.
Alcuni delitti del resto sono
quasi inconfessabili. Si può confessare di aver commesso una rapina, uno
spaccio di droga, anche un omicidio causato da motivi personali ma nessuno
confesserà mai di essere stato l’autore della strage di piazza Fontana o di
crimini seriali come quelli del Mostro di Firenze. In questi delitti il muro
ideologico o psicopatologico è troppo alto per essere superato. Al più, questo
è avvenuto, qualcuno ha ammesso di aver fatto parte del “cerchio esterno” ma
non di essere il protagonista diretto di questi eventi.
In altri casi vi è una verità
umana anch’essa spesso inafferrabile.
Alcune volte non conosciamo il
movente di un delitto che è difficile da esplorare. Pensiamo al caso di
Garlasco, in cui ci sono stati sviluppi proprio negli ultimi giorni: se si
comprendesse il movente preciso gli indizi materiali diverrebbero più leggibili
e sarebbe stato più facile individuare subito e senza dubbi l'autore. Molto
spesso si punta sulla prova scientifica ma ad essa va sempre affiancata,
ricordo le storie commissario Maigret, la ricerca, anche psicologica, del movente
che è lo “spirito” del delitto.

Jean. L. Lebon
La verità esce dal pozzo
La verità esce dal pozzo
Tornando alle grandi indagini sulla “storia” del nostro paese anche su piazza Fontana abbiamo dei fasci di luce ma non la verità intera. Nelle sentenze dell’ultimo processo si legge che è stata una strage organizzata dalla destra eversiva di Ordine Nuovo del Veneto. I responsabili della strage avevano il movente, l’obiettivo di scardinare il sistema democratico, avevano comprato i timers che servivano per innescare gli ordigni e c’erano tantissime prove testimoniali, ma alla fine per un verso o per l’altro come in un gioco di specchi, ci sono state, per i singoli imputati, assoluzioni. È un po’ particolare che in queste sentenze sia contenuta la verità storica perché, lo dicono chiaramente, che siano stati loro è certo, ma manca la verità processuale, le condanne anche a causa della distruzione delle prove operata dai Servizi di sicurezza nei primi anni dell’indagine. In un altro caso, l’omicidio di Fausto e Iaio, due ragazzi di un Centro sociale uccisi a Milano nel 1978, un delitto rimasto insoluto, avevamo raccolto indizi seri a carico di esponenti dei NAR, il gruppo della destra eversiva romana. Ma per avere gli elementi per un giudizio si dovevano fare delle comparazioni fra le armi che quei terroristi usavano a Roma e i bossoli ritrovati sul luogo del delitto e il resto. Purtroppo era stato distrutto tutto, le armi, le pallottole, le macchie di sangue e i vestiti con le possibili tracce biologiche. Così la verità è andata perduta.
Purtroppo manca sino ad ora una
legge che imponga la conservazione dei reperti per lungo tempo e nel modo
corretto. Sarebbe fondamentale in molti casi perché oggi, con le nuove tecniche
scientifiche, si possono effettuare delle comparazioni ad un livello molto
sofisticato.
Talvolta
mi è stato chiesto cos’è la verità per un magistrato. Io ribalterei
un po’ la domanda: Chi è il magistrato che può cercare la verità?
Dopo tanti anni di servizio posso
dire che ci sono stati tanti magistrati di altissimo livello, con una cultura
ampia che andava al di là della conoscenza del Codice penale e delle norme
giuridico, che mi hanno insegnato tanto. Oggi, però, abbiamo magistrati molto
giovani, anche molto preparati tecnicamente, ma che non fanno alcun tirocinio prima
di accedere al concorso, non hanno alcuna esperienza di vita e di lavoro, molti
addirittura sino al concorso hanno vissuto solo in famiglia, e quindi,
conoscono poco la vita reale. Sono talvolta come degli impiegati molto bravi, sono
diventati magistrati perché al concorso hanno scritto bene tre temi e solo per
questo si ritrovano a giudicare, e per tutta la vita, tutti gli altri anche se
hanno un bagaglio culturale storico-politico, psicologico e sociologico modesto.
Il magistrato deve essere invece una persona che riesce a abbracciare tutto,
non solo il Codice penale.
Credo quindi che sia importante,
intervenire subito sul reclutamento sul piano qualitativo e sulla formazione dei
nuovi magistrati.











